True
2018-08-15
Per i catalani il vero problema sono turisti e lavoratori europei
Un cartello che intima di andarsene, «altrimenti sarà peggio per voi». Affisso all'interno dell'ascensore di casa, un elegante stabile sulla Rambla, nel cuore di Barcellona, dove Cecilia Botrè e il suo ragazzo, venticinquenni di Monza, vivono dall'ottobre dello scorso anno. «Ci ha preso un colpo», commenta la giovane, «Qui gli unici stranieri siamo noi. Perché questa intimidazione?». La scritta, in un inglese approssimativo, era particolarmente dura e minacciosa: «Stranieri tornatevene a casa. Lasciate il nostro stabile e la Catalogna altrimenti sarà peggio per voi». A Barcellona messaggi come questi si stanno moltiplicando. L'hanno definita turismofobia, insofferenza, odio verso chi arriva e spende soldi.
Un'avversione che il sindaco Ada Colau alimenta, mentre paradossalmente cresce l'apertura verso i migranti, accolti a braccia aperte. Nella città condale, che a giugno offriva il porto di Barcellona ai profughi dell'Aquarius e a luglio riceveva quelli della Open Arms, con tanto di striscioni «Benvenuti a casa vostra» in spagnolo, catalano, inglese, francese e arabo (non ancora in tedesco), lo scorso anno le manifestazioni anti turisti occupavano le cronache estive. Prima del tragico attentato sulla rambla del 17 agosto, che causò 16 morti e 134 feriti. Le iniziali, violente azioni del gruppo di disobbedienti di ultrasinistra Arran Països Catalans, contro strutture turistiche di Barcellona, sono in breve diventate atteggiamento diffuso tra associazioni e piattaforme. Protestano perché la città da 1,7 milioni di turisti nel 1990 ora ne accoglie 32 milioni, circa venti volte la popolazione residente, provocando aumenti degli affitti, spingendo i residenti fuori dai quartieri. Chiedono un freno alla diffusione di piattaforme di home sharing come Airbn e Homeaway, che tendono ad essere più economiche e convenienti degli hotel. La Colau li sta accontentando. Eppure la ricchezza prodotta dal turismo rappresenta tra il 15 e il 17% del Pil di Barcellona.
L'insofferenza per il turismo massivo non giustifica graffiti con scritte offensive sui muri come «Tutti i turisti sono dei bastardi», «Smettila di distruggere le nostre vite!» o «Perché chiamarla stagione turistica se non possiamo sparare contro di loro?». Contro i turisti adesso ci sono anche los manteros, i venditori ambulanti illegali che utilizzano mantas, coperte, per esibire la loro mercanzia. Responsabili di aggressioni, stanno diventando un nuovo problema e le opposizioni hanno chiesto le dimissioni del sindaco da responsabile della sicurezza.
A fine luglio dello scorso anno, un autobus turistico venne preso di mira da vandali che ne squarciarono le gomme, ma era da mesi che hotel, ristoranti, servizi turisti come i bike sharing della capitale finivano sotto assalto. Nella stessa città, a febbraio centinaia di migliaia di persone erano sfilate per Barcellona protestando a gran voce: «Basta scuse, accogliamo subito i rifugiati», era l'appello scandito dal corteo. Almeno 4.500 rifugiati volevano i manifestanti, contro la decisione del governo spagnolo di ospitare soltanto 1.100 persone.
In prima fila, tra politici e intellettuali, c'era il sindaco pasionario e terzomondista, Ada Colau. «Siamo la capitale della speranza in un'Europa sempre più xenofoba» spiegò alla piazza. Sì agli africani accolti a pagamento dalla Spagna, no agli italiani che lavorano in terra iberica? Il cartello nell'ascensore di casa è un brutto segnale, come testimoniano le parole di Cecilia, figlia di Franz Botrè, giornalista, editore di libri e raffinate riviste, fondatore dell'impresa editoriale Swan Group con testate come Monsieur, Arbiter, Spirito Di Vino e altri magazine che raccontano l'eccellenza del vivere.
«Qui lavoriamo e abbiamo preso ufficialmente residenza», racconta la ragazza. Che aggiunge: «Il mio compagno fa il barman, io ho trovato impiego presso una multinazionale, mi occupo di marketing. Siamo stranieri, certo, italiani che lavorano in Spagna». L'avviso minaccioso, racconta, è stato trovato abato mattina, entrando nell'ascensore. «Nel nostro palazzo», spiega, «vivono tutti catalani di mezza età, era evidente che prendeva di mira noi. Dopo due giorni hanno tolto il cartello». Una minaccia preceduta al massimo da qualche banale sgarbo fra vicini, ma, spiega ancora Cecilia, «nulla di così pesante, solo un'evidente antipatia da parte dei proprietari e inquilini, persone distinte che non ci salutano mai. Buttano mozziconi sul nostro balcone, capiamo di non essere molto simpatici.
Eppure lavoriamo, paghiamo l'affitto che è di 1.200 euro al mese». L'aria tesa nel palazzo, tuttavia, riflette il cambiamento di un'intera città: «Noi a Barcellona ci viviamo bene e in generale siamo stati ben accolti. Da tempo però avvertiamo una palese ostilità, scritte e graffiti sono contro turisti e stranieri indistintamente. Come se fossimo diventati bersaglio di un'insofferenza trasversale che prende di mira coloro che non sono catalani, dagli spagnoli ai foreigners ». Un'ostilità che stride con la grande apertura verso i migranti. «Se in Catalogna vogliono l'autonomia e non l'integrazione», si chiede Cecilia, «perché questo grande slancio verso i profughi e poi l'ostilità verso noi italiani e gli altri europei?».
Patrizia Floder Reitter
Migranti dell’Aquarius divisi fra cinque Paesi
Per essere uno che parla a nome di una nave che sta forse per perdere persino i requisiti per stare in mare, Nicola Stalla, uno dei due coordinatori delle operazioni di soccorso della Aquarius, mantiene una certa sfrontatezza. Parlando con La Stampa, infatti, l'esponente delle Ong ha in buona sostanza chiamato in causa il ministro dell'Interno italiano per le recenti e le future morti in mare.
«Continuando a premere l'acceleratore sui porti chiusi alle navi Ong, il ministro Salvini mette in pericolo centinaia di vite umane. A causa della politica del vicepremier e del governo, tra giugno e luglio si è registrata un'impennata delle vittime: tra morti e dispersi 700 migranti hanno perso la vita durante vari naufragi nel Mediterraneo centrale», ha tuonato Stalla. Insomma, le morti in mare non sono colpa degli scafisti, con cui qualche gruppo di attivisti ha rapporti decisamente poco chiari, non c'entrano i governi locali che reclamano solo fondi per contromisure mai attuate e quelli occidentali presenti nell'area che fanno finta di non vedere, e guai a prendersela con chi, in casa nostra, gli immigrati li vuole per calcoli economici o per allucinazioni ideologiche. Macché, la colpa è di Salvini, che i barconi non vorrebbe neanche farli partire, prima ancora di evitare di farli sbarcare (solo) qui da noi.
Ma la provocazione dell'Aquarius, come dicevamo, serve forse a rilanciare dopo la bordata arrivata da Gibilterra, luogo in cui l'imbarcazione è registrata. Ma le autorità marittime locali hanno annunciato che tra sei giorni revocheranno l'autorizzazione in quanto la nave non sarebbe registrata come nave per il salvataggio.
«Una manovra politica volta a danneggiare il lavoro dell'Ong Sos Méditerranée, che insieme a Medici senza frontiere gestisce la nave», accusano gli esponenti dell'Ong, spiegando di avere tutte le carte in regola. «È probabile che chiederemo alle autorità tedesche di battere bandiera della Germania visto che la nave precedente era immatricolata e di proprietà tedesca. In ogni caso chiederemo bandiera ad un altro Paese e almeno fino al 20 agosto faremo ancora riferimento a Gibilterra», ha poi precisato Stalla.
Al momento, comunque, l'Aquarius resta in acqua. Il suo problema, anzi, è quello di raggiungere la terra ferma e far sbarcare i 141 immigrati raccolti nel fine settimana da due diversi barconi. Ieri, tuttavia, c'è stata la svolta decisiva, con un accordo europeo in base al quale gli immigrati saranno distribuiti tra cinque Paesi: Francia, Spagna, Germania, Portogallo e Lussemburgo li ospiteranno, mentre Malta ha acconsentito all'attracco dell'imbarcazione.
Il governo maltese, in una nota, ha infatti annunciato che «Malta farà una concessione che consente alla nave Aquarius di entrare nei suoi porti, nonostante non abbia alcun obbligo giuridico nel doverlo fare». L'esecutivo isolano, però, specifica che servirà esclusivamente come base logistica. «Questa è la seconda volta che un meccanismo volontario è stato messo in atto in seguito a quello relativo alla Mv Lifeline. Il governo maltese ritiene che questo sia un esempio concreto di leadership e solidarietà europea», ha spiegato ancora La Valletta. «Lodo questi Paesi per la loro solidarietà e per la condivisione della responsabilità», ha commentato il commissario Ue Dimitris Avramopoulos all'agenzia Ansa. «Nei giorni scorsi ci sono stati intensi contatti, facilitati e coordinati dalla Commissione europea, così come ci siamo impegnati a fare, fino a quando non saranno messe in atto iniziative più stabili. Non possiamo contare su accordi ad hoc, abbiamo bisogno di soluzioni sostenibili. Non è responsabilità di uno o solo pochi Paesi, ma dell'Unione europea nel suo insieme».
La notizia dell'accordo è giunta quando la nave era ferma da 48 ore tra Linosa e Malta in attesa che qualche Paese europeo manifestasse la disponibilità ad accoglierla in porto. A bordo, come detto, 141 migranti, la metà minori non accompagnati, due terzi provengono da Eritrea e Somalia.
L'annuncio non placa però la polemica contro la posizione del governo italiano, che ha sin da subito fatto sapere di non avere alcuna intenzione di far attraccare nei suoi porti la nave dell'Ong, uscendo peraltro vincitore dal braccio di ferro, che ha finalmente messo l'Europa di fronte alle proprie responsabilità. Amnesty International, in una nota, definisce «pura crudeltà» il «vergognoso rifiuto» di Italia e Malta di acconsentire allo sbarco.
«Queste persone hanno sfidato con coraggio viaggi pericolosi e condizioni inumane in Libia solo per finire bloccati in mare per governi che vergognosamente hanno abdicato alla propria responsabilità di proteggerli», ha affermato Maria Serrano, del settore migranti della Ong.
Adriano Scianca
Continua a leggereRiduci
Da tempo a Barcellona, con il beneplacito del sindaco, è in atto una campagna contro gli stranieri paganti. Il caso di Cecilia Botrè, figlia di un editore italiano che abita in città, minacciata con un biglietto anonimo.Migranti dell'Aquarius divisi fra cinque Paesi. Gibilterra revocherà l'autorizzazione alla nave delle Ong. Che attacca: «Salvini mette in pericolo vite umane».Lo speciale contiene due articoli.Un cartello che intima di andarsene, «altrimenti sarà peggio per voi». Affisso all'interno dell'ascensore di casa, un elegante stabile sulla Rambla, nel cuore di Barcellona, dove Cecilia Botrè e il suo ragazzo, venticinquenni di Monza, vivono dall'ottobre dello scorso anno. «Ci ha preso un colpo», commenta la giovane, «Qui gli unici stranieri siamo noi. Perché questa intimidazione?». La scritta, in un inglese approssimativo, era particolarmente dura e minacciosa: «Stranieri tornatevene a casa. Lasciate il nostro stabile e la Catalogna altrimenti sarà peggio per voi». A Barcellona messaggi come questi si stanno moltiplicando. L'hanno definita turismofobia, insofferenza, odio verso chi arriva e spende soldi. Un'avversione che il sindaco Ada Colau alimenta, mentre paradossalmente cresce l'apertura verso i migranti, accolti a braccia aperte. Nella città condale, che a giugno offriva il porto di Barcellona ai profughi dell'Aquarius e a luglio riceveva quelli della Open Arms, con tanto di striscioni «Benvenuti a casa vostra» in spagnolo, catalano, inglese, francese e arabo (non ancora in tedesco), lo scorso anno le manifestazioni anti turisti occupavano le cronache estive. Prima del tragico attentato sulla rambla del 17 agosto, che causò 16 morti e 134 feriti. Le iniziali, violente azioni del gruppo di disobbedienti di ultrasinistra Arran Països Catalans, contro strutture turistiche di Barcellona, sono in breve diventate atteggiamento diffuso tra associazioni e piattaforme. Protestano perché la città da 1,7 milioni di turisti nel 1990 ora ne accoglie 32 milioni, circa venti volte la popolazione residente, provocando aumenti degli affitti, spingendo i residenti fuori dai quartieri. Chiedono un freno alla diffusione di piattaforme di home sharing come Airbn e Homeaway, che tendono ad essere più economiche e convenienti degli hotel. La Colau li sta accontentando. Eppure la ricchezza prodotta dal turismo rappresenta tra il 15 e il 17% del Pil di Barcellona. L'insofferenza per il turismo massivo non giustifica graffiti con scritte offensive sui muri come «Tutti i turisti sono dei bastardi», «Smettila di distruggere le nostre vite!» o «Perché chiamarla stagione turistica se non possiamo sparare contro di loro?». Contro i turisti adesso ci sono anche los manteros, i venditori ambulanti illegali che utilizzano mantas, coperte, per esibire la loro mercanzia. Responsabili di aggressioni, stanno diventando un nuovo problema e le opposizioni hanno chiesto le dimissioni del sindaco da responsabile della sicurezza. A fine luglio dello scorso anno, un autobus turistico venne preso di mira da vandali che ne squarciarono le gomme, ma era da mesi che hotel, ristoranti, servizi turisti come i bike sharing della capitale finivano sotto assalto. Nella stessa città, a febbraio centinaia di migliaia di persone erano sfilate per Barcellona protestando a gran voce: «Basta scuse, accogliamo subito i rifugiati», era l'appello scandito dal corteo. Almeno 4.500 rifugiati volevano i manifestanti, contro la decisione del governo spagnolo di ospitare soltanto 1.100 persone. In prima fila, tra politici e intellettuali, c'era il sindaco pasionario e terzomondista, Ada Colau. «Siamo la capitale della speranza in un'Europa sempre più xenofoba» spiegò alla piazza. Sì agli africani accolti a pagamento dalla Spagna, no agli italiani che lavorano in terra iberica? Il cartello nell'ascensore di casa è un brutto segnale, come testimoniano le parole di Cecilia, figlia di Franz Botrè, giornalista, editore di libri e raffinate riviste, fondatore dell'impresa editoriale Swan Group con testate come Monsieur, Arbiter, Spirito Di Vino e altri magazine che raccontano l'eccellenza del vivere.«Qui lavoriamo e abbiamo preso ufficialmente residenza», racconta la ragazza. Che aggiunge: «Il mio compagno fa il barman, io ho trovato impiego presso una multinazionale, mi occupo di marketing. Siamo stranieri, certo, italiani che lavorano in Spagna». L'avviso minaccioso, racconta, è stato trovato abato mattina, entrando nell'ascensore. «Nel nostro palazzo», spiega, «vivono tutti catalani di mezza età, era evidente che prendeva di mira noi. Dopo due giorni hanno tolto il cartello». Una minaccia preceduta al massimo da qualche banale sgarbo fra vicini, ma, spiega ancora Cecilia, «nulla di così pesante, solo un'evidente antipatia da parte dei proprietari e inquilini, persone distinte che non ci salutano mai. Buttano mozziconi sul nostro balcone, capiamo di non essere molto simpatici. Eppure lavoriamo, paghiamo l'affitto che è di 1.200 euro al mese». L'aria tesa nel palazzo, tuttavia, riflette il cambiamento di un'intera città: «Noi a Barcellona ci viviamo bene e in generale siamo stati ben accolti. Da tempo però avvertiamo una palese ostilità, scritte e graffiti sono contro turisti e stranieri indistintamente. Come se fossimo diventati bersaglio di un'insofferenza trasversale che prende di mira coloro che non sono catalani, dagli spagnoli ai foreigners ». Un'ostilità che stride con la grande apertura verso i migranti. «Se in Catalogna vogliono l'autonomia e non l'integrazione», si chiede Cecilia, «perché questo grande slancio verso i profughi e poi l'ostilità verso noi italiani e gli altri europei?».Patrizia Floder Reitter<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/per-i-catalani-il-vero-problema-sono-turisti-e-lavoratori-europei-2595902097.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="migranti-dellaquarius-divisi-fra-cinque-paesi" data-post-id="2595902097" data-published-at="1772911784" data-use-pagination="False"> Migranti dell’Aquarius divisi fra cinque Paesi Per essere uno che parla a nome di una nave che sta forse per perdere persino i requisiti per stare in mare, Nicola Stalla, uno dei due coordinatori delle operazioni di soccorso della Aquarius, mantiene una certa sfrontatezza. Parlando con La Stampa, infatti, l'esponente delle Ong ha in buona sostanza chiamato in causa il ministro dell'Interno italiano per le recenti e le future morti in mare. «Continuando a premere l'acceleratore sui porti chiusi alle navi Ong, il ministro Salvini mette in pericolo centinaia di vite umane. A causa della politica del vicepremier e del governo, tra giugno e luglio si è registrata un'impennata delle vittime: tra morti e dispersi 700 migranti hanno perso la vita durante vari naufragi nel Mediterraneo centrale», ha tuonato Stalla. Insomma, le morti in mare non sono colpa degli scafisti, con cui qualche gruppo di attivisti ha rapporti decisamente poco chiari, non c'entrano i governi locali che reclamano solo fondi per contromisure mai attuate e quelli occidentali presenti nell'area che fanno finta di non vedere, e guai a prendersela con chi, in casa nostra, gli immigrati li vuole per calcoli economici o per allucinazioni ideologiche. Macché, la colpa è di Salvini, che i barconi non vorrebbe neanche farli partire, prima ancora di evitare di farli sbarcare (solo) qui da noi. Ma la provocazione dell'Aquarius, come dicevamo, serve forse a rilanciare dopo la bordata arrivata da Gibilterra, luogo in cui l'imbarcazione è registrata. Ma le autorità marittime locali hanno annunciato che tra sei giorni revocheranno l'autorizzazione in quanto la nave non sarebbe registrata come nave per il salvataggio. «Una manovra politica volta a danneggiare il lavoro dell'Ong Sos Méditerranée, che insieme a Medici senza frontiere gestisce la nave», accusano gli esponenti dell'Ong, spiegando di avere tutte le carte in regola. «È probabile che chiederemo alle autorità tedesche di battere bandiera della Germania visto che la nave precedente era immatricolata e di proprietà tedesca. In ogni caso chiederemo bandiera ad un altro Paese e almeno fino al 20 agosto faremo ancora riferimento a Gibilterra», ha poi precisato Stalla. Al momento, comunque, l'Aquarius resta in acqua. Il suo problema, anzi, è quello di raggiungere la terra ferma e far sbarcare i 141 immigrati raccolti nel fine settimana da due diversi barconi. Ieri, tuttavia, c'è stata la svolta decisiva, con un accordo europeo in base al quale gli immigrati saranno distribuiti tra cinque Paesi: Francia, Spagna, Germania, Portogallo e Lussemburgo li ospiteranno, mentre Malta ha acconsentito all'attracco dell'imbarcazione. Il governo maltese, in una nota, ha infatti annunciato che «Malta farà una concessione che consente alla nave Aquarius di entrare nei suoi porti, nonostante non abbia alcun obbligo giuridico nel doverlo fare». L'esecutivo isolano, però, specifica che servirà esclusivamente come base logistica. «Questa è la seconda volta che un meccanismo volontario è stato messo in atto in seguito a quello relativo alla Mv Lifeline. Il governo maltese ritiene che questo sia un esempio concreto di leadership e solidarietà europea», ha spiegato ancora La Valletta. «Lodo questi Paesi per la loro solidarietà e per la condivisione della responsabilità», ha commentato il commissario Ue Dimitris Avramopoulos all'agenzia Ansa. «Nei giorni scorsi ci sono stati intensi contatti, facilitati e coordinati dalla Commissione europea, così come ci siamo impegnati a fare, fino a quando non saranno messe in atto iniziative più stabili. Non possiamo contare su accordi ad hoc, abbiamo bisogno di soluzioni sostenibili. Non è responsabilità di uno o solo pochi Paesi, ma dell'Unione europea nel suo insieme». La notizia dell'accordo è giunta quando la nave era ferma da 48 ore tra Linosa e Malta in attesa che qualche Paese europeo manifestasse la disponibilità ad accoglierla in porto. A bordo, come detto, 141 migranti, la metà minori non accompagnati, due terzi provengono da Eritrea e Somalia. L'annuncio non placa però la polemica contro la posizione del governo italiano, che ha sin da subito fatto sapere di non avere alcuna intenzione di far attraccare nei suoi porti la nave dell'Ong, uscendo peraltro vincitore dal braccio di ferro, che ha finalmente messo l'Europa di fronte alle proprie responsabilità. Amnesty International, in una nota, definisce «pura crudeltà» il «vergognoso rifiuto» di Italia e Malta di acconsentire allo sbarco. «Queste persone hanno sfidato con coraggio viaggi pericolosi e condizioni inumane in Libia solo per finire bloccati in mare per governi che vergognosamente hanno abdicato alla propria responsabilità di proteggerli», ha affermato Maria Serrano, del settore migranti della Ong. Adriano Scianca
La rabbia degli italiani per la decisione del tribunale dei minori dell'Aquila: manifestazioni a Vasto per la famiglia nel bosco dopo la separazione dai figli.
Giuseppina Di Foggia (Imagoeconomica)
«Il sistema elettrico italiano sta evolvendo nel percorso di transizione energetica: nel 2025 le rinnovabili hanno raggiunto circa il 50% della produzione nazionale, rappresentando la principale leva per l’indipendenza energetica del Paese e, a tendere, per il contenimento del prezzo dell’energia», ha dichiarato Giuseppina Di Foggia, AD e DG di Terna. «In questo quadro, si distingue il ruolo della rete di trasmissione perché genera valore duraturo ed effetti sul territorio. Nel lungo termine, è opportuno garantire un mix equilibrato fra energia eolica e solare, integrato con una percentuale adeguata di generazione programmabile a basse emissioni. Terna affronta sfide sempre più complesse, dando il proprio contributo al progresso del Paese».
Nel panorama europeo, nel 2025 solare ed eolico hanno raggiunto complessivamente il 30% della generazione elettrica, superando per la prima volta i combustibili fossili. Se si considerano tutte le fonti rinnovabili, il contributo alla produzione elettrica complessiva arriva a circa la metà del totale. Anche in Italia il trend è analogo: negli ultimi vent’anni la quota di generazione rinnovabile è quasi triplicata, mentre la produzione termoelettrica si è ridotta di oltre il 40%. Nel 2025 la potenza efficiente lorda installata ha raggiunto quasi 82 gigawatt, con una crescita del 44,3% rispetto al 2020, mentre oltre 22 gigawatt di nuova capacità rinnovabile risultano già contrattualizzati e destinati a entrare in esercizio nei prossimi anni.
La crescita delle rinnovabili contribuisce in modo significativo alla sicurezza energetica del Paese. Tra il 2010 e il 2024 la dipendenza energetica italiana si è ridotta di circa nove punti percentuali. Nonostante questo progresso, il sistema elettrico resta ancora esposto alla volatilità dei prezzi del gas naturale, che nel 2024 ha continuato a determinare il prezzo dell’energia elettrica per oltre il 60% delle ore. In questo contesto, lo sviluppo e il potenziamento della rete di trasmissione assumono un ruolo decisivo per integrare la nuova produzione rinnovabile e rendere il sistema più resiliente.
La rete elettrica, infatti, non rappresenta soltanto un’infrastruttura tecnica, ma un fattore abilitante della trasformazione energetica. La sua evoluzione consente di collegare nuovi impianti rinnovabili, migliorare gli scambi di energia tra aree diverse del Paese e rafforzare le interconnessioni con l’estero, contribuendo al tempo stesso a contenere i costi dell’energia e a garantire stabilità al sistema. Secondo lo studio, ogni euro investito nella rete di trasmissione genera un impatto pari a 2,98 euro sul valore della produzione e 1,31 euro sul prodotto interno lordo.
Nel complesso, gli investimenti previsti dal piano industriale di Terna nel quinquennio produrranno circa 35 miliardi di euro di valore della produzione e 16,2 miliardi di euro di prodotto interno lordo, favorendo inoltre la creazione di quasi 40 mila occupati medi annui.
Il sistema elettrico italiano si distingue già oggi per livelli elevati di efficienza e qualità del servizio, oltre che per costi di trasmissione tra i più competitivi in Europa. Nel 2024 il costo della trasmissione è stato pari a 11,2 euro per megawattora, inferiore a quello registrato in Francia, Spagna e alla media europea. Questo risultato è legato anche all’efficienza nella pianificazione degli investimenti necessari a integrare nuova capacità rinnovabile, con un costo unitario per gigawatt significativamente più basso rispetto ai principali Paesi europei.
L’evoluzione verso un sistema elettrico con una quota sempre più elevata di rinnovabili introduce però nuove complessità operative.
La generazione da solare ed eolico è per natura variabile e richiede strumenti adeguati per garantire la stabilità della rete, in particolare nella regolazione di frequenza e tensione. Per affrontare queste sfide sono necessari investimenti in infrastrutture, tecnologie digitali, competenze e risorse umane, oltre allo sviluppo di sistemi di accumulo e di soluzioni di flessibilità.
In questa prospettiva, il Piano di Sviluppo decennale della rete elettrica nazionale prevede investimenti complessivi per 23 miliardi di euro entro il 2034. Gli interventi consentiranno di aumentare la capacità di scambio di energia di circa 15 gigawatt e di potenziare ulteriormente le interconnessioni internazionali, rafforzando il ruolo dell’Italia nel mercato energetico europeo.
Nel breve e medio termine, quindi, le fonti rinnovabili rappresentano uno strumento fondamentale per migliorare la sicurezza energetica e contenere il costo dell’energia. Guardando invece al medio-lungo periodo, tra il 2040 e il 2050, lo studio sottolinea l’importanza di mantenere un mix equilibrato tra energia solare ed eolica e di affiancare alle rinnovabili una quota limitata di tecnologie programmabili a basse emissioni, stimata tra il 10 e il 15% della generazione. Una combinazione di questo tipo permetterebbe di garantire al tempo stesso sostenibilità economica, sicurezza del sistema elettrico e stabilità della fornitura energetica, consolidando il ruolo della rete di trasmissione come leva fondamentale per la competitività del Paese.
Continua a leggereRiduci
Don Giussani (Ansa)
La sua non è stata una «pastorale», come si potrebbe dire oggi, ma una vocazione all’educazione e alla missione prorompente. E così è sempre stato considerato don Giussani, mettendo quasi più di lato, per non dire dietro, il suo pensiero filosofico e teologico.
Per questo potrebbe stupire la nascita di un Centro studi internazionale dedicato al pensiero del fondatore di Comunione e liberazione. Da quel 1954 a oggi sono passati più di settant’anni, e fuori dalla sua comunità l’attenzione al pensiero di Giussani, capace di far nascere alcune generazioni di figli spirituali, non aveva mai avuto grande rilievo «accademico». Invece ora, ecco la nascita del Centro studi, tenuto a battesimo da un incontro presso il Centro Internazionale di CL a Roma (via Malpighi 2, dalle ore 11), che vede la partecipazione della professoressa Tracey Rowland (Università australiana Notre Dame) e del professor Michael Waldstein (Franciscan University di Steubenville in Ohio).
A moderare, il professor Giovanni Maddalena, ordinario di Filosofia teoretica all’Università di Bologna. «Don Giussani», spiega alla Verità il professor Maddalena, che del Centro sarà coordinatore, «interpretava il carisma di Comunione e liberazione come lo stupore profondo per l’incarnazione di Dio in Gesù e la commozione nel riconoscerne la presenza viva all’interno dell’amicizia cristiana, sia essa la Chiesa o la comunità incontrata. Da questo incontro scaturisce la capacità di giudicare ogni evento del mondo - passato, presente e futuro - valorizzando ogni aspetto dell’umano sotto la luce di Cristo. Qui si deve collocare anche quella spinta a far si che la fede diventasse cultura, si facesse così spazio nella vita di tutti i giorni per donare una testimonianza e una traccia sulle strade della vita e nelle piazze».
Anche questo non volersi far rinchiudere nelle sagrestie ha probabilmente reso meno potabile ai contemporanei, e non solo, l’azione e quindi il pensiero di don Giussani in ambito accademico. «Il termine centrale che Giussani utilizzerà per descrivere questa dinamica», continua Maddalena, è “esperienza”: il cristianesimo non viene inteso come un sistema di dottrine, ma come l’avvenimento di un incontro reale, analogo a quello dei primi discepoli». Un cammino, insomma, da percorrere insieme agli altri, coinvolgendo interamente la propria umanità - tra ragione e affezione - per verificarne l’attendibilità senza alcun pregiudizio.
In effetti, dopo aver ricevuto una solida formazione in quel di Venegono, Giussani non smette di «teologare» né di pensare, ma lo fa dentro un’esperienza in atto. È nel coinvolgimento della sua opera missionaria ed educativa che il sacerdote approfondisce e confronta il suo pensiero con la realtà per farne scaturire una modalità nuova di pensare l’ontologia, la gnoseologia e la metafisica, facendo emergere qui tutta la sua forza filosofica. Non un «nuovo pensiero» (il cardinale Angelo Scola lo definirà «sorgivo»), ma un modo nuovo di esprimerlo, spinto dal fuoco della sua missione. In altri termini, Giussani ripensa l’essere metafisico senza togliere nulla, né lo diluisce, ma lo riscopre. E forse è proprio ciò che meno è piaciuto a tanti suoi confratelli contemporanei, affascinati da filosofie moderne e che si allontanavano da quella filosofia perennis senza la quale anche la teologia tende a dissolversi.
Eppure quell’insistere sull’«esperienza» non aveva mancato di sollevare dubbi anche all’interno della Chiesa, come quando nel 1963 a fargli notare il rischio fu l’allora arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI. «Il timore», dice il moderatore dell’incontro che inaugura il nuovo Centro studi, «era che l’enfasi sull’esperienza potesse condurre al soggettivismo, rendendo arduo distinguere la verità oggettiva dal semplice “sentire” o dai desideri momentanei. Don Giussani rispose a queste preoccupazioni chiarendo che la sua visione di esperienza non era affatto soggettiva, poiché si fonda sulla ragione e sull’affezione - ovvero il cuore - che poggiano su esigenze profonde di verità, giustizia, bellezza e felicità comuni a ogni essere umano. Inoltre, egli precisò che la verifica dell’esperienza non è un atto isolato, ma lega il giudizio personale al confronto con la proposta della tradizione della fede, evitando così che il giudizio diventi un mero arbitrio o un’espressione narcisistica. Proprio il mantenimento di questa rigorosa concezione di esperienza ha permesso a CL di vivere una stagione di straordinaria fecondità missionaria e culturale».
Oggi la nascita del Centro Studi internazionale potrebbe contribuire riaffermare anche a livello accademico il pensiero di Giussani, magari permettendogli di rinverdire la sua forza.
Continua a leggereRiduci
Ansa
Il sospetto degli investigatori è che, nei 16 mesi sotto osservazione, abbia inciso direttamente sulle procedure di espulsione di 34 stranieri destinati all’espulsione su un totale di 64. Altri dieci immigrati, invece, si sarebbero ufficialmente rifiutati di sottoporsi alla visita medica, circostanza che di fatto ha impedito la valutazione sanitaria necessaria per stabilire l’idoneità alla detenzione amministrativa in un Cpr.
Ravenna era diventato un punto caldo della geografia italiana rispetto agli sbarchi: 25 dal dicembre 2022, tutti di navi Ong. E la città comincia a fare i conti con le espulsioni. A settembre 2024, ricostruisce il Corriere della Romagna, la stessa dottoressa aggiorna il conteggio: «Ciao Nicola! Qui a Ravenna almeno altre quattro non idoneità». In risposta dal medico No Cpr arriva l’emoticon col bicipite pompato. E quando i numeri cominciano a crescere, le risposte di Cocco sarebbero state: «Grande» o anche «gradissim*». È a quel punto che avrebbe svelato l’intento: «Se vi va mandatemi copia delle certificazioni, che sto tenendo una mappatura». La «cuenta» dei ribelli.
I pm della Procura di Ravenna, Daniele Barberini e Angela Scorza, hanno chiesto la sospensione per un anno per alcuni dei camici bianchi indagati. Le chat recuperate dagli investigatori raccontano un dialogo costante. Quasi due anni di contatti. Decine di pagine tra messaggi e intercettazioni ambientali sembrerebbero ricostruire una progressiva convergenza di intenti. All’inizio c’è un confronto. Che poi sarebbe diventato sostegno. E che si sarebbe trasformato infine in un’adesione alla campagna «No Cpr». Una traccia sarebbe rinvenibile nelle chat il 3 maggio del 2024. Una delle infettivologhe che nelle conversazioni, riporta il Corriere della Romagna, si definisce «anarchica e antagonista», condivide con i colleghi un articolo scritto proprio da Cocco sui rischi sanitari all’interno dei Cpr. Il messaggio che accompagna il link: «Abbiamo organizzato un incontro online per chiarirci le idee». Da quel momento il passaparola prende velocità: «Noi stiamo aderendo alla campagna No ai Cpr».
Secondo la ricostruzione investigativa, gli effetti non restano confinati alla discussione teorica. Si rifletterebbero anche nei numeri delle certificazioni mediche. A luglio 2024 una delle dottoresse scrive: «Ho dato la non idoneità per un Cpr e il ragazzo è tornato a ringraziarmi». Nel corso del 2025, secondo quanto emergerebbe dalle conversazioni, il clima nel reparto sarebbe cambiato. Nelle chat sarebbe comparso un senso di appartenenza. Uno dei messaggi sembra descriverlo in modo netto: «Ormai ci siamo dentro da così tanto... è una rottura, ma la scelta è puramente etica». E torna il bilancio: «Noi avremo dato più di 20 non idoneità e non è successo niente». Infine l’invito alla compattezza: «La cosa importante è essere uniti e non succede nulla».
L’episodio che fa scattare l’allarme arriva nell’estate del 2024. È luglio. Un certificato medico attira l’attenzione degli agenti dello Sco, il Servizio centrale operativo della polizia di Stato. Il modulo utilizzato è un prestampato della Simm. E sarebbe stato usato per dichiarare una non idoneità. Una delle dottoresse l’aveva ottenuto chiedendo se durante gli incontri online della campagna fosse stata suggerita «una possibile formula da utilizzare nella dichiarazione di non idoneità». Il referto prodotto con quel modulo diventa la prima crepa. Gli agenti entrano in ospedale. E in reparto comincia a diffondersi una certa preoccupazione. Una delle dottoresse scrive a una collega: «Ho un’urgenza. È arrivato l’ispettore e ora mi vogliono fare un verbale. Ho bisogno di non fare passi falsi, la polizia mi tampina, è un incubo». L’ipotesi di un’indagine prende forma. E nelle chat c’è chi prova a rassicurare. Un collega di Rimini interviene: «Va beh ci provano... e poi? Chi certifica sei tu, si attaccano». Ma la tensione cresce. E nella rete dei contatti viene chiamato in causa anche Cocco. La risposta che sarebbe arrivata è durissima. «Gli facciamo il c... a sti sbirri maledetti». Per lui, «i colleghi di Ravenna hanno espresso un parere clinico che evidentemente non è conforme agli obiettivi dell’amministrazione sull’immigrazione». Ora bisognerà capire se è conforme alla legge.
Continua a leggereRiduci