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2018-08-15
Per i catalani il vero problema sono turisti e lavoratori europei
Un cartello che intima di andarsene, «altrimenti sarà peggio per voi». Affisso all'interno dell'ascensore di casa, un elegante stabile sulla Rambla, nel cuore di Barcellona, dove Cecilia Botrè e il suo ragazzo, venticinquenni di Monza, vivono dall'ottobre dello scorso anno. «Ci ha preso un colpo», commenta la giovane, «Qui gli unici stranieri siamo noi. Perché questa intimidazione?». La scritta, in un inglese approssimativo, era particolarmente dura e minacciosa: «Stranieri tornatevene a casa. Lasciate il nostro stabile e la Catalogna altrimenti sarà peggio per voi». A Barcellona messaggi come questi si stanno moltiplicando. L'hanno definita turismofobia, insofferenza, odio verso chi arriva e spende soldi.
Un'avversione che il sindaco Ada Colau alimenta, mentre paradossalmente cresce l'apertura verso i migranti, accolti a braccia aperte. Nella città condale, che a giugno offriva il porto di Barcellona ai profughi dell'Aquarius e a luglio riceveva quelli della Open Arms, con tanto di striscioni «Benvenuti a casa vostra» in spagnolo, catalano, inglese, francese e arabo (non ancora in tedesco), lo scorso anno le manifestazioni anti turisti occupavano le cronache estive. Prima del tragico attentato sulla rambla del 17 agosto, che causò 16 morti e 134 feriti. Le iniziali, violente azioni del gruppo di disobbedienti di ultrasinistra Arran Països Catalans, contro strutture turistiche di Barcellona, sono in breve diventate atteggiamento diffuso tra associazioni e piattaforme. Protestano perché la città da 1,7 milioni di turisti nel 1990 ora ne accoglie 32 milioni, circa venti volte la popolazione residente, provocando aumenti degli affitti, spingendo i residenti fuori dai quartieri. Chiedono un freno alla diffusione di piattaforme di home sharing come Airbn e Homeaway, che tendono ad essere più economiche e convenienti degli hotel. La Colau li sta accontentando. Eppure la ricchezza prodotta dal turismo rappresenta tra il 15 e il 17% del Pil di Barcellona.
L'insofferenza per il turismo massivo non giustifica graffiti con scritte offensive sui muri come «Tutti i turisti sono dei bastardi», «Smettila di distruggere le nostre vite!» o «Perché chiamarla stagione turistica se non possiamo sparare contro di loro?». Contro i turisti adesso ci sono anche los manteros, i venditori ambulanti illegali che utilizzano mantas, coperte, per esibire la loro mercanzia. Responsabili di aggressioni, stanno diventando un nuovo problema e le opposizioni hanno chiesto le dimissioni del sindaco da responsabile della sicurezza.
A fine luglio dello scorso anno, un autobus turistico venne preso di mira da vandali che ne squarciarono le gomme, ma era da mesi che hotel, ristoranti, servizi turisti come i bike sharing della capitale finivano sotto assalto. Nella stessa città, a febbraio centinaia di migliaia di persone erano sfilate per Barcellona protestando a gran voce: «Basta scuse, accogliamo subito i rifugiati», era l'appello scandito dal corteo. Almeno 4.500 rifugiati volevano i manifestanti, contro la decisione del governo spagnolo di ospitare soltanto 1.100 persone.
In prima fila, tra politici e intellettuali, c'era il sindaco pasionario e terzomondista, Ada Colau. «Siamo la capitale della speranza in un'Europa sempre più xenofoba» spiegò alla piazza. Sì agli africani accolti a pagamento dalla Spagna, no agli italiani che lavorano in terra iberica? Il cartello nell'ascensore di casa è un brutto segnale, come testimoniano le parole di Cecilia, figlia di Franz Botrè, giornalista, editore di libri e raffinate riviste, fondatore dell'impresa editoriale Swan Group con testate come Monsieur, Arbiter, Spirito Di Vino e altri magazine che raccontano l'eccellenza del vivere.
«Qui lavoriamo e abbiamo preso ufficialmente residenza», racconta la ragazza. Che aggiunge: «Il mio compagno fa il barman, io ho trovato impiego presso una multinazionale, mi occupo di marketing. Siamo stranieri, certo, italiani che lavorano in Spagna». L'avviso minaccioso, racconta, è stato trovato abato mattina, entrando nell'ascensore. «Nel nostro palazzo», spiega, «vivono tutti catalani di mezza età, era evidente che prendeva di mira noi. Dopo due giorni hanno tolto il cartello». Una minaccia preceduta al massimo da qualche banale sgarbo fra vicini, ma, spiega ancora Cecilia, «nulla di così pesante, solo un'evidente antipatia da parte dei proprietari e inquilini, persone distinte che non ci salutano mai. Buttano mozziconi sul nostro balcone, capiamo di non essere molto simpatici.
Eppure lavoriamo, paghiamo l'affitto che è di 1.200 euro al mese». L'aria tesa nel palazzo, tuttavia, riflette il cambiamento di un'intera città: «Noi a Barcellona ci viviamo bene e in generale siamo stati ben accolti. Da tempo però avvertiamo una palese ostilità, scritte e graffiti sono contro turisti e stranieri indistintamente. Come se fossimo diventati bersaglio di un'insofferenza trasversale che prende di mira coloro che non sono catalani, dagli spagnoli ai foreigners ». Un'ostilità che stride con la grande apertura verso i migranti. «Se in Catalogna vogliono l'autonomia e non l'integrazione», si chiede Cecilia, «perché questo grande slancio verso i profughi e poi l'ostilità verso noi italiani e gli altri europei?».
Patrizia Floder Reitter
Migranti dell’Aquarius divisi fra cinque Paesi
Per essere uno che parla a nome di una nave che sta forse per perdere persino i requisiti per stare in mare, Nicola Stalla, uno dei due coordinatori delle operazioni di soccorso della Aquarius, mantiene una certa sfrontatezza. Parlando con La Stampa, infatti, l'esponente delle Ong ha in buona sostanza chiamato in causa il ministro dell'Interno italiano per le recenti e le future morti in mare.
«Continuando a premere l'acceleratore sui porti chiusi alle navi Ong, il ministro Salvini mette in pericolo centinaia di vite umane. A causa della politica del vicepremier e del governo, tra giugno e luglio si è registrata un'impennata delle vittime: tra morti e dispersi 700 migranti hanno perso la vita durante vari naufragi nel Mediterraneo centrale», ha tuonato Stalla. Insomma, le morti in mare non sono colpa degli scafisti, con cui qualche gruppo di attivisti ha rapporti decisamente poco chiari, non c'entrano i governi locali che reclamano solo fondi per contromisure mai attuate e quelli occidentali presenti nell'area che fanno finta di non vedere, e guai a prendersela con chi, in casa nostra, gli immigrati li vuole per calcoli economici o per allucinazioni ideologiche. Macché, la colpa è di Salvini, che i barconi non vorrebbe neanche farli partire, prima ancora di evitare di farli sbarcare (solo) qui da noi.
Ma la provocazione dell'Aquarius, come dicevamo, serve forse a rilanciare dopo la bordata arrivata da Gibilterra, luogo in cui l'imbarcazione è registrata. Ma le autorità marittime locali hanno annunciato che tra sei giorni revocheranno l'autorizzazione in quanto la nave non sarebbe registrata come nave per il salvataggio.
«Una manovra politica volta a danneggiare il lavoro dell'Ong Sos Méditerranée, che insieme a Medici senza frontiere gestisce la nave», accusano gli esponenti dell'Ong, spiegando di avere tutte le carte in regola. «È probabile che chiederemo alle autorità tedesche di battere bandiera della Germania visto che la nave precedente era immatricolata e di proprietà tedesca. In ogni caso chiederemo bandiera ad un altro Paese e almeno fino al 20 agosto faremo ancora riferimento a Gibilterra», ha poi precisato Stalla.
Al momento, comunque, l'Aquarius resta in acqua. Il suo problema, anzi, è quello di raggiungere la terra ferma e far sbarcare i 141 immigrati raccolti nel fine settimana da due diversi barconi. Ieri, tuttavia, c'è stata la svolta decisiva, con un accordo europeo in base al quale gli immigrati saranno distribuiti tra cinque Paesi: Francia, Spagna, Germania, Portogallo e Lussemburgo li ospiteranno, mentre Malta ha acconsentito all'attracco dell'imbarcazione.
Il governo maltese, in una nota, ha infatti annunciato che «Malta farà una concessione che consente alla nave Aquarius di entrare nei suoi porti, nonostante non abbia alcun obbligo giuridico nel doverlo fare». L'esecutivo isolano, però, specifica che servirà esclusivamente come base logistica. «Questa è la seconda volta che un meccanismo volontario è stato messo in atto in seguito a quello relativo alla Mv Lifeline. Il governo maltese ritiene che questo sia un esempio concreto di leadership e solidarietà europea», ha spiegato ancora La Valletta. «Lodo questi Paesi per la loro solidarietà e per la condivisione della responsabilità», ha commentato il commissario Ue Dimitris Avramopoulos all'agenzia Ansa. «Nei giorni scorsi ci sono stati intensi contatti, facilitati e coordinati dalla Commissione europea, così come ci siamo impegnati a fare, fino a quando non saranno messe in atto iniziative più stabili. Non possiamo contare su accordi ad hoc, abbiamo bisogno di soluzioni sostenibili. Non è responsabilità di uno o solo pochi Paesi, ma dell'Unione europea nel suo insieme».
La notizia dell'accordo è giunta quando la nave era ferma da 48 ore tra Linosa e Malta in attesa che qualche Paese europeo manifestasse la disponibilità ad accoglierla in porto. A bordo, come detto, 141 migranti, la metà minori non accompagnati, due terzi provengono da Eritrea e Somalia.
L'annuncio non placa però la polemica contro la posizione del governo italiano, che ha sin da subito fatto sapere di non avere alcuna intenzione di far attraccare nei suoi porti la nave dell'Ong, uscendo peraltro vincitore dal braccio di ferro, che ha finalmente messo l'Europa di fronte alle proprie responsabilità. Amnesty International, in una nota, definisce «pura crudeltà» il «vergognoso rifiuto» di Italia e Malta di acconsentire allo sbarco.
«Queste persone hanno sfidato con coraggio viaggi pericolosi e condizioni inumane in Libia solo per finire bloccati in mare per governi che vergognosamente hanno abdicato alla propria responsabilità di proteggerli», ha affermato Maria Serrano, del settore migranti della Ong.
Adriano Scianca
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Da tempo a Barcellona, con il beneplacito del sindaco, è in atto una campagna contro gli stranieri paganti. Il caso di Cecilia Botrè, figlia di un editore italiano che abita in città, minacciata con un biglietto anonimo.Migranti dell'Aquarius divisi fra cinque Paesi. Gibilterra revocherà l'autorizzazione alla nave delle Ong. Che attacca: «Salvini mette in pericolo vite umane».Lo speciale contiene due articoli.Un cartello che intima di andarsene, «altrimenti sarà peggio per voi». Affisso all'interno dell'ascensore di casa, un elegante stabile sulla Rambla, nel cuore di Barcellona, dove Cecilia Botrè e il suo ragazzo, venticinquenni di Monza, vivono dall'ottobre dello scorso anno. «Ci ha preso un colpo», commenta la giovane, «Qui gli unici stranieri siamo noi. Perché questa intimidazione?». La scritta, in un inglese approssimativo, era particolarmente dura e minacciosa: «Stranieri tornatevene a casa. Lasciate il nostro stabile e la Catalogna altrimenti sarà peggio per voi». A Barcellona messaggi come questi si stanno moltiplicando. L'hanno definita turismofobia, insofferenza, odio verso chi arriva e spende soldi. Un'avversione che il sindaco Ada Colau alimenta, mentre paradossalmente cresce l'apertura verso i migranti, accolti a braccia aperte. Nella città condale, che a giugno offriva il porto di Barcellona ai profughi dell'Aquarius e a luglio riceveva quelli della Open Arms, con tanto di striscioni «Benvenuti a casa vostra» in spagnolo, catalano, inglese, francese e arabo (non ancora in tedesco), lo scorso anno le manifestazioni anti turisti occupavano le cronache estive. Prima del tragico attentato sulla rambla del 17 agosto, che causò 16 morti e 134 feriti. Le iniziali, violente azioni del gruppo di disobbedienti di ultrasinistra Arran Països Catalans, contro strutture turistiche di Barcellona, sono in breve diventate atteggiamento diffuso tra associazioni e piattaforme. Protestano perché la città da 1,7 milioni di turisti nel 1990 ora ne accoglie 32 milioni, circa venti volte la popolazione residente, provocando aumenti degli affitti, spingendo i residenti fuori dai quartieri. Chiedono un freno alla diffusione di piattaforme di home sharing come Airbn e Homeaway, che tendono ad essere più economiche e convenienti degli hotel. La Colau li sta accontentando. Eppure la ricchezza prodotta dal turismo rappresenta tra il 15 e il 17% del Pil di Barcellona. L'insofferenza per il turismo massivo non giustifica graffiti con scritte offensive sui muri come «Tutti i turisti sono dei bastardi», «Smettila di distruggere le nostre vite!» o «Perché chiamarla stagione turistica se non possiamo sparare contro di loro?». Contro i turisti adesso ci sono anche los manteros, i venditori ambulanti illegali che utilizzano mantas, coperte, per esibire la loro mercanzia. Responsabili di aggressioni, stanno diventando un nuovo problema e le opposizioni hanno chiesto le dimissioni del sindaco da responsabile della sicurezza. A fine luglio dello scorso anno, un autobus turistico venne preso di mira da vandali che ne squarciarono le gomme, ma era da mesi che hotel, ristoranti, servizi turisti come i bike sharing della capitale finivano sotto assalto. Nella stessa città, a febbraio centinaia di migliaia di persone erano sfilate per Barcellona protestando a gran voce: «Basta scuse, accogliamo subito i rifugiati», era l'appello scandito dal corteo. Almeno 4.500 rifugiati volevano i manifestanti, contro la decisione del governo spagnolo di ospitare soltanto 1.100 persone. In prima fila, tra politici e intellettuali, c'era il sindaco pasionario e terzomondista, Ada Colau. «Siamo la capitale della speranza in un'Europa sempre più xenofoba» spiegò alla piazza. Sì agli africani accolti a pagamento dalla Spagna, no agli italiani che lavorano in terra iberica? Il cartello nell'ascensore di casa è un brutto segnale, come testimoniano le parole di Cecilia, figlia di Franz Botrè, giornalista, editore di libri e raffinate riviste, fondatore dell'impresa editoriale Swan Group con testate come Monsieur, Arbiter, Spirito Di Vino e altri magazine che raccontano l'eccellenza del vivere.«Qui lavoriamo e abbiamo preso ufficialmente residenza», racconta la ragazza. Che aggiunge: «Il mio compagno fa il barman, io ho trovato impiego presso una multinazionale, mi occupo di marketing. Siamo stranieri, certo, italiani che lavorano in Spagna». L'avviso minaccioso, racconta, è stato trovato abato mattina, entrando nell'ascensore. «Nel nostro palazzo», spiega, «vivono tutti catalani di mezza età, era evidente che prendeva di mira noi. Dopo due giorni hanno tolto il cartello». Una minaccia preceduta al massimo da qualche banale sgarbo fra vicini, ma, spiega ancora Cecilia, «nulla di così pesante, solo un'evidente antipatia da parte dei proprietari e inquilini, persone distinte che non ci salutano mai. Buttano mozziconi sul nostro balcone, capiamo di non essere molto simpatici. Eppure lavoriamo, paghiamo l'affitto che è di 1.200 euro al mese». L'aria tesa nel palazzo, tuttavia, riflette il cambiamento di un'intera città: «Noi a Barcellona ci viviamo bene e in generale siamo stati ben accolti. Da tempo però avvertiamo una palese ostilità, scritte e graffiti sono contro turisti e stranieri indistintamente. Come se fossimo diventati bersaglio di un'insofferenza trasversale che prende di mira coloro che non sono catalani, dagli spagnoli ai foreigners ». Un'ostilità che stride con la grande apertura verso i migranti. «Se in Catalogna vogliono l'autonomia e non l'integrazione», si chiede Cecilia, «perché questo grande slancio verso i profughi e poi l'ostilità verso noi italiani e gli altri europei?».Patrizia Floder Reitter<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/per-i-catalani-il-vero-problema-sono-turisti-e-lavoratori-europei-2595902097.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="migranti-dellaquarius-divisi-fra-cinque-paesi" data-post-id="2595902097" data-published-at="1774141512" data-use-pagination="False"> Migranti dell’Aquarius divisi fra cinque Paesi Per essere uno che parla a nome di una nave che sta forse per perdere persino i requisiti per stare in mare, Nicola Stalla, uno dei due coordinatori delle operazioni di soccorso della Aquarius, mantiene una certa sfrontatezza. Parlando con La Stampa, infatti, l'esponente delle Ong ha in buona sostanza chiamato in causa il ministro dell'Interno italiano per le recenti e le future morti in mare. «Continuando a premere l'acceleratore sui porti chiusi alle navi Ong, il ministro Salvini mette in pericolo centinaia di vite umane. A causa della politica del vicepremier e del governo, tra giugno e luglio si è registrata un'impennata delle vittime: tra morti e dispersi 700 migranti hanno perso la vita durante vari naufragi nel Mediterraneo centrale», ha tuonato Stalla. Insomma, le morti in mare non sono colpa degli scafisti, con cui qualche gruppo di attivisti ha rapporti decisamente poco chiari, non c'entrano i governi locali che reclamano solo fondi per contromisure mai attuate e quelli occidentali presenti nell'area che fanno finta di non vedere, e guai a prendersela con chi, in casa nostra, gli immigrati li vuole per calcoli economici o per allucinazioni ideologiche. Macché, la colpa è di Salvini, che i barconi non vorrebbe neanche farli partire, prima ancora di evitare di farli sbarcare (solo) qui da noi. Ma la provocazione dell'Aquarius, come dicevamo, serve forse a rilanciare dopo la bordata arrivata da Gibilterra, luogo in cui l'imbarcazione è registrata. Ma le autorità marittime locali hanno annunciato che tra sei giorni revocheranno l'autorizzazione in quanto la nave non sarebbe registrata come nave per il salvataggio. «Una manovra politica volta a danneggiare il lavoro dell'Ong Sos Méditerranée, che insieme a Medici senza frontiere gestisce la nave», accusano gli esponenti dell'Ong, spiegando di avere tutte le carte in regola. «È probabile che chiederemo alle autorità tedesche di battere bandiera della Germania visto che la nave precedente era immatricolata e di proprietà tedesca. In ogni caso chiederemo bandiera ad un altro Paese e almeno fino al 20 agosto faremo ancora riferimento a Gibilterra», ha poi precisato Stalla. Al momento, comunque, l'Aquarius resta in acqua. Il suo problema, anzi, è quello di raggiungere la terra ferma e far sbarcare i 141 immigrati raccolti nel fine settimana da due diversi barconi. Ieri, tuttavia, c'è stata la svolta decisiva, con un accordo europeo in base al quale gli immigrati saranno distribuiti tra cinque Paesi: Francia, Spagna, Germania, Portogallo e Lussemburgo li ospiteranno, mentre Malta ha acconsentito all'attracco dell'imbarcazione. Il governo maltese, in una nota, ha infatti annunciato che «Malta farà una concessione che consente alla nave Aquarius di entrare nei suoi porti, nonostante non abbia alcun obbligo giuridico nel doverlo fare». L'esecutivo isolano, però, specifica che servirà esclusivamente come base logistica. «Questa è la seconda volta che un meccanismo volontario è stato messo in atto in seguito a quello relativo alla Mv Lifeline. Il governo maltese ritiene che questo sia un esempio concreto di leadership e solidarietà europea», ha spiegato ancora La Valletta. «Lodo questi Paesi per la loro solidarietà e per la condivisione della responsabilità», ha commentato il commissario Ue Dimitris Avramopoulos all'agenzia Ansa. «Nei giorni scorsi ci sono stati intensi contatti, facilitati e coordinati dalla Commissione europea, così come ci siamo impegnati a fare, fino a quando non saranno messe in atto iniziative più stabili. Non possiamo contare su accordi ad hoc, abbiamo bisogno di soluzioni sostenibili. Non è responsabilità di uno o solo pochi Paesi, ma dell'Unione europea nel suo insieme». La notizia dell'accordo è giunta quando la nave era ferma da 48 ore tra Linosa e Malta in attesa che qualche Paese europeo manifestasse la disponibilità ad accoglierla in porto. A bordo, come detto, 141 migranti, la metà minori non accompagnati, due terzi provengono da Eritrea e Somalia. L'annuncio non placa però la polemica contro la posizione del governo italiano, che ha sin da subito fatto sapere di non avere alcuna intenzione di far attraccare nei suoi porti la nave dell'Ong, uscendo peraltro vincitore dal braccio di ferro, che ha finalmente messo l'Europa di fronte alle proprie responsabilità. Amnesty International, in una nota, definisce «pura crudeltà» il «vergognoso rifiuto» di Italia e Malta di acconsentire allo sbarco. «Queste persone hanno sfidato con coraggio viaggi pericolosi e condizioni inumane in Libia solo per finire bloccati in mare per governi che vergognosamente hanno abdicato alla propria responsabilità di proteggerli», ha affermato Maria Serrano, del settore migranti della Ong. Adriano Scianca
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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