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2018-08-15
Per i catalani il vero problema sono turisti e lavoratori europei
Un cartello che intima di andarsene, «altrimenti sarà peggio per voi». Affisso all'interno dell'ascensore di casa, un elegante stabile sulla Rambla, nel cuore di Barcellona, dove Cecilia Botrè e il suo ragazzo, venticinquenni di Monza, vivono dall'ottobre dello scorso anno. «Ci ha preso un colpo», commenta la giovane, «Qui gli unici stranieri siamo noi. Perché questa intimidazione?». La scritta, in un inglese approssimativo, era particolarmente dura e minacciosa: «Stranieri tornatevene a casa. Lasciate il nostro stabile e la Catalogna altrimenti sarà peggio per voi». A Barcellona messaggi come questi si stanno moltiplicando. L'hanno definita turismofobia, insofferenza, odio verso chi arriva e spende soldi.
Un'avversione che il sindaco Ada Colau alimenta, mentre paradossalmente cresce l'apertura verso i migranti, accolti a braccia aperte. Nella città condale, che a giugno offriva il porto di Barcellona ai profughi dell'Aquarius e a luglio riceveva quelli della Open Arms, con tanto di striscioni «Benvenuti a casa vostra» in spagnolo, catalano, inglese, francese e arabo (non ancora in tedesco), lo scorso anno le manifestazioni anti turisti occupavano le cronache estive. Prima del tragico attentato sulla rambla del 17 agosto, che causò 16 morti e 134 feriti. Le iniziali, violente azioni del gruppo di disobbedienti di ultrasinistra Arran Països Catalans, contro strutture turistiche di Barcellona, sono in breve diventate atteggiamento diffuso tra associazioni e piattaforme. Protestano perché la città da 1,7 milioni di turisti nel 1990 ora ne accoglie 32 milioni, circa venti volte la popolazione residente, provocando aumenti degli affitti, spingendo i residenti fuori dai quartieri. Chiedono un freno alla diffusione di piattaforme di home sharing come Airbn e Homeaway, che tendono ad essere più economiche e convenienti degli hotel. La Colau li sta accontentando. Eppure la ricchezza prodotta dal turismo rappresenta tra il 15 e il 17% del Pil di Barcellona.
L'insofferenza per il turismo massivo non giustifica graffiti con scritte offensive sui muri come «Tutti i turisti sono dei bastardi», «Smettila di distruggere le nostre vite!» o «Perché chiamarla stagione turistica se non possiamo sparare contro di loro?». Contro i turisti adesso ci sono anche los manteros, i venditori ambulanti illegali che utilizzano mantas, coperte, per esibire la loro mercanzia. Responsabili di aggressioni, stanno diventando un nuovo problema e le opposizioni hanno chiesto le dimissioni del sindaco da responsabile della sicurezza.
A fine luglio dello scorso anno, un autobus turistico venne preso di mira da vandali che ne squarciarono le gomme, ma era da mesi che hotel, ristoranti, servizi turisti come i bike sharing della capitale finivano sotto assalto. Nella stessa città, a febbraio centinaia di migliaia di persone erano sfilate per Barcellona protestando a gran voce: «Basta scuse, accogliamo subito i rifugiati», era l'appello scandito dal corteo. Almeno 4.500 rifugiati volevano i manifestanti, contro la decisione del governo spagnolo di ospitare soltanto 1.100 persone.
In prima fila, tra politici e intellettuali, c'era il sindaco pasionario e terzomondista, Ada Colau. «Siamo la capitale della speranza in un'Europa sempre più xenofoba» spiegò alla piazza. Sì agli africani accolti a pagamento dalla Spagna, no agli italiani che lavorano in terra iberica? Il cartello nell'ascensore di casa è un brutto segnale, come testimoniano le parole di Cecilia, figlia di Franz Botrè, giornalista, editore di libri e raffinate riviste, fondatore dell'impresa editoriale Swan Group con testate come Monsieur, Arbiter, Spirito Di Vino e altri magazine che raccontano l'eccellenza del vivere.
«Qui lavoriamo e abbiamo preso ufficialmente residenza», racconta la ragazza. Che aggiunge: «Il mio compagno fa il barman, io ho trovato impiego presso una multinazionale, mi occupo di marketing. Siamo stranieri, certo, italiani che lavorano in Spagna». L'avviso minaccioso, racconta, è stato trovato abato mattina, entrando nell'ascensore. «Nel nostro palazzo», spiega, «vivono tutti catalani di mezza età, era evidente che prendeva di mira noi. Dopo due giorni hanno tolto il cartello». Una minaccia preceduta al massimo da qualche banale sgarbo fra vicini, ma, spiega ancora Cecilia, «nulla di così pesante, solo un'evidente antipatia da parte dei proprietari e inquilini, persone distinte che non ci salutano mai. Buttano mozziconi sul nostro balcone, capiamo di non essere molto simpatici.
Eppure lavoriamo, paghiamo l'affitto che è di 1.200 euro al mese». L'aria tesa nel palazzo, tuttavia, riflette il cambiamento di un'intera città: «Noi a Barcellona ci viviamo bene e in generale siamo stati ben accolti. Da tempo però avvertiamo una palese ostilità, scritte e graffiti sono contro turisti e stranieri indistintamente. Come se fossimo diventati bersaglio di un'insofferenza trasversale che prende di mira coloro che non sono catalani, dagli spagnoli ai foreigners ». Un'ostilità che stride con la grande apertura verso i migranti. «Se in Catalogna vogliono l'autonomia e non l'integrazione», si chiede Cecilia, «perché questo grande slancio verso i profughi e poi l'ostilità verso noi italiani e gli altri europei?».
Patrizia Floder Reitter
Migranti dell’Aquarius divisi fra cinque Paesi
Per essere uno che parla a nome di una nave che sta forse per perdere persino i requisiti per stare in mare, Nicola Stalla, uno dei due coordinatori delle operazioni di soccorso della Aquarius, mantiene una certa sfrontatezza. Parlando con La Stampa, infatti, l'esponente delle Ong ha in buona sostanza chiamato in causa il ministro dell'Interno italiano per le recenti e le future morti in mare.
«Continuando a premere l'acceleratore sui porti chiusi alle navi Ong, il ministro Salvini mette in pericolo centinaia di vite umane. A causa della politica del vicepremier e del governo, tra giugno e luglio si è registrata un'impennata delle vittime: tra morti e dispersi 700 migranti hanno perso la vita durante vari naufragi nel Mediterraneo centrale», ha tuonato Stalla. Insomma, le morti in mare non sono colpa degli scafisti, con cui qualche gruppo di attivisti ha rapporti decisamente poco chiari, non c'entrano i governi locali che reclamano solo fondi per contromisure mai attuate e quelli occidentali presenti nell'area che fanno finta di non vedere, e guai a prendersela con chi, in casa nostra, gli immigrati li vuole per calcoli economici o per allucinazioni ideologiche. Macché, la colpa è di Salvini, che i barconi non vorrebbe neanche farli partire, prima ancora di evitare di farli sbarcare (solo) qui da noi.
Ma la provocazione dell'Aquarius, come dicevamo, serve forse a rilanciare dopo la bordata arrivata da Gibilterra, luogo in cui l'imbarcazione è registrata. Ma le autorità marittime locali hanno annunciato che tra sei giorni revocheranno l'autorizzazione in quanto la nave non sarebbe registrata come nave per il salvataggio.
«Una manovra politica volta a danneggiare il lavoro dell'Ong Sos Méditerranée, che insieme a Medici senza frontiere gestisce la nave», accusano gli esponenti dell'Ong, spiegando di avere tutte le carte in regola. «È probabile che chiederemo alle autorità tedesche di battere bandiera della Germania visto che la nave precedente era immatricolata e di proprietà tedesca. In ogni caso chiederemo bandiera ad un altro Paese e almeno fino al 20 agosto faremo ancora riferimento a Gibilterra», ha poi precisato Stalla.
Al momento, comunque, l'Aquarius resta in acqua. Il suo problema, anzi, è quello di raggiungere la terra ferma e far sbarcare i 141 immigrati raccolti nel fine settimana da due diversi barconi. Ieri, tuttavia, c'è stata la svolta decisiva, con un accordo europeo in base al quale gli immigrati saranno distribuiti tra cinque Paesi: Francia, Spagna, Germania, Portogallo e Lussemburgo li ospiteranno, mentre Malta ha acconsentito all'attracco dell'imbarcazione.
Il governo maltese, in una nota, ha infatti annunciato che «Malta farà una concessione che consente alla nave Aquarius di entrare nei suoi porti, nonostante non abbia alcun obbligo giuridico nel doverlo fare». L'esecutivo isolano, però, specifica che servirà esclusivamente come base logistica. «Questa è la seconda volta che un meccanismo volontario è stato messo in atto in seguito a quello relativo alla Mv Lifeline. Il governo maltese ritiene che questo sia un esempio concreto di leadership e solidarietà europea», ha spiegato ancora La Valletta. «Lodo questi Paesi per la loro solidarietà e per la condivisione della responsabilità», ha commentato il commissario Ue Dimitris Avramopoulos all'agenzia Ansa. «Nei giorni scorsi ci sono stati intensi contatti, facilitati e coordinati dalla Commissione europea, così come ci siamo impegnati a fare, fino a quando non saranno messe in atto iniziative più stabili. Non possiamo contare su accordi ad hoc, abbiamo bisogno di soluzioni sostenibili. Non è responsabilità di uno o solo pochi Paesi, ma dell'Unione europea nel suo insieme».
La notizia dell'accordo è giunta quando la nave era ferma da 48 ore tra Linosa e Malta in attesa che qualche Paese europeo manifestasse la disponibilità ad accoglierla in porto. A bordo, come detto, 141 migranti, la metà minori non accompagnati, due terzi provengono da Eritrea e Somalia.
L'annuncio non placa però la polemica contro la posizione del governo italiano, che ha sin da subito fatto sapere di non avere alcuna intenzione di far attraccare nei suoi porti la nave dell'Ong, uscendo peraltro vincitore dal braccio di ferro, che ha finalmente messo l'Europa di fronte alle proprie responsabilità. Amnesty International, in una nota, definisce «pura crudeltà» il «vergognoso rifiuto» di Italia e Malta di acconsentire allo sbarco.
«Queste persone hanno sfidato con coraggio viaggi pericolosi e condizioni inumane in Libia solo per finire bloccati in mare per governi che vergognosamente hanno abdicato alla propria responsabilità di proteggerli», ha affermato Maria Serrano, del settore migranti della Ong.
Adriano Scianca
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Da tempo a Barcellona, con il beneplacito del sindaco, è in atto una campagna contro gli stranieri paganti. Il caso di Cecilia Botrè, figlia di un editore italiano che abita in città, minacciata con un biglietto anonimo.Migranti dell'Aquarius divisi fra cinque Paesi. Gibilterra revocherà l'autorizzazione alla nave delle Ong. Che attacca: «Salvini mette in pericolo vite umane».Lo speciale contiene due articoli.Un cartello che intima di andarsene, «altrimenti sarà peggio per voi». Affisso all'interno dell'ascensore di casa, un elegante stabile sulla Rambla, nel cuore di Barcellona, dove Cecilia Botrè e il suo ragazzo, venticinquenni di Monza, vivono dall'ottobre dello scorso anno. «Ci ha preso un colpo», commenta la giovane, «Qui gli unici stranieri siamo noi. Perché questa intimidazione?». La scritta, in un inglese approssimativo, era particolarmente dura e minacciosa: «Stranieri tornatevene a casa. Lasciate il nostro stabile e la Catalogna altrimenti sarà peggio per voi». A Barcellona messaggi come questi si stanno moltiplicando. L'hanno definita turismofobia, insofferenza, odio verso chi arriva e spende soldi. Un'avversione che il sindaco Ada Colau alimenta, mentre paradossalmente cresce l'apertura verso i migranti, accolti a braccia aperte. Nella città condale, che a giugno offriva il porto di Barcellona ai profughi dell'Aquarius e a luglio riceveva quelli della Open Arms, con tanto di striscioni «Benvenuti a casa vostra» in spagnolo, catalano, inglese, francese e arabo (non ancora in tedesco), lo scorso anno le manifestazioni anti turisti occupavano le cronache estive. Prima del tragico attentato sulla rambla del 17 agosto, che causò 16 morti e 134 feriti. Le iniziali, violente azioni del gruppo di disobbedienti di ultrasinistra Arran Països Catalans, contro strutture turistiche di Barcellona, sono in breve diventate atteggiamento diffuso tra associazioni e piattaforme. Protestano perché la città da 1,7 milioni di turisti nel 1990 ora ne accoglie 32 milioni, circa venti volte la popolazione residente, provocando aumenti degli affitti, spingendo i residenti fuori dai quartieri. Chiedono un freno alla diffusione di piattaforme di home sharing come Airbn e Homeaway, che tendono ad essere più economiche e convenienti degli hotel. La Colau li sta accontentando. Eppure la ricchezza prodotta dal turismo rappresenta tra il 15 e il 17% del Pil di Barcellona. L'insofferenza per il turismo massivo non giustifica graffiti con scritte offensive sui muri come «Tutti i turisti sono dei bastardi», «Smettila di distruggere le nostre vite!» o «Perché chiamarla stagione turistica se non possiamo sparare contro di loro?». Contro i turisti adesso ci sono anche los manteros, i venditori ambulanti illegali che utilizzano mantas, coperte, per esibire la loro mercanzia. Responsabili di aggressioni, stanno diventando un nuovo problema e le opposizioni hanno chiesto le dimissioni del sindaco da responsabile della sicurezza. A fine luglio dello scorso anno, un autobus turistico venne preso di mira da vandali che ne squarciarono le gomme, ma era da mesi che hotel, ristoranti, servizi turisti come i bike sharing della capitale finivano sotto assalto. Nella stessa città, a febbraio centinaia di migliaia di persone erano sfilate per Barcellona protestando a gran voce: «Basta scuse, accogliamo subito i rifugiati», era l'appello scandito dal corteo. Almeno 4.500 rifugiati volevano i manifestanti, contro la decisione del governo spagnolo di ospitare soltanto 1.100 persone. In prima fila, tra politici e intellettuali, c'era il sindaco pasionario e terzomondista, Ada Colau. «Siamo la capitale della speranza in un'Europa sempre più xenofoba» spiegò alla piazza. Sì agli africani accolti a pagamento dalla Spagna, no agli italiani che lavorano in terra iberica? Il cartello nell'ascensore di casa è un brutto segnale, come testimoniano le parole di Cecilia, figlia di Franz Botrè, giornalista, editore di libri e raffinate riviste, fondatore dell'impresa editoriale Swan Group con testate come Monsieur, Arbiter, Spirito Di Vino e altri magazine che raccontano l'eccellenza del vivere.«Qui lavoriamo e abbiamo preso ufficialmente residenza», racconta la ragazza. Che aggiunge: «Il mio compagno fa il barman, io ho trovato impiego presso una multinazionale, mi occupo di marketing. Siamo stranieri, certo, italiani che lavorano in Spagna». L'avviso minaccioso, racconta, è stato trovato abato mattina, entrando nell'ascensore. «Nel nostro palazzo», spiega, «vivono tutti catalani di mezza età, era evidente che prendeva di mira noi. Dopo due giorni hanno tolto il cartello». Una minaccia preceduta al massimo da qualche banale sgarbo fra vicini, ma, spiega ancora Cecilia, «nulla di così pesante, solo un'evidente antipatia da parte dei proprietari e inquilini, persone distinte che non ci salutano mai. Buttano mozziconi sul nostro balcone, capiamo di non essere molto simpatici. Eppure lavoriamo, paghiamo l'affitto che è di 1.200 euro al mese». L'aria tesa nel palazzo, tuttavia, riflette il cambiamento di un'intera città: «Noi a Barcellona ci viviamo bene e in generale siamo stati ben accolti. Da tempo però avvertiamo una palese ostilità, scritte e graffiti sono contro turisti e stranieri indistintamente. Come se fossimo diventati bersaglio di un'insofferenza trasversale che prende di mira coloro che non sono catalani, dagli spagnoli ai foreigners ». Un'ostilità che stride con la grande apertura verso i migranti. «Se in Catalogna vogliono l'autonomia e non l'integrazione», si chiede Cecilia, «perché questo grande slancio verso i profughi e poi l'ostilità verso noi italiani e gli altri europei?».Patrizia Floder Reitter<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/per-i-catalani-il-vero-problema-sono-turisti-e-lavoratori-europei-2595902097.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="migranti-dellaquarius-divisi-fra-cinque-paesi" data-post-id="2595902097" data-published-at="1780658098" data-use-pagination="False"> Migranti dell’Aquarius divisi fra cinque Paesi Per essere uno che parla a nome di una nave che sta forse per perdere persino i requisiti per stare in mare, Nicola Stalla, uno dei due coordinatori delle operazioni di soccorso della Aquarius, mantiene una certa sfrontatezza. Parlando con La Stampa, infatti, l'esponente delle Ong ha in buona sostanza chiamato in causa il ministro dell'Interno italiano per le recenti e le future morti in mare. «Continuando a premere l'acceleratore sui porti chiusi alle navi Ong, il ministro Salvini mette in pericolo centinaia di vite umane. A causa della politica del vicepremier e del governo, tra giugno e luglio si è registrata un'impennata delle vittime: tra morti e dispersi 700 migranti hanno perso la vita durante vari naufragi nel Mediterraneo centrale», ha tuonato Stalla. Insomma, le morti in mare non sono colpa degli scafisti, con cui qualche gruppo di attivisti ha rapporti decisamente poco chiari, non c'entrano i governi locali che reclamano solo fondi per contromisure mai attuate e quelli occidentali presenti nell'area che fanno finta di non vedere, e guai a prendersela con chi, in casa nostra, gli immigrati li vuole per calcoli economici o per allucinazioni ideologiche. Macché, la colpa è di Salvini, che i barconi non vorrebbe neanche farli partire, prima ancora di evitare di farli sbarcare (solo) qui da noi. Ma la provocazione dell'Aquarius, come dicevamo, serve forse a rilanciare dopo la bordata arrivata da Gibilterra, luogo in cui l'imbarcazione è registrata. Ma le autorità marittime locali hanno annunciato che tra sei giorni revocheranno l'autorizzazione in quanto la nave non sarebbe registrata come nave per il salvataggio. «Una manovra politica volta a danneggiare il lavoro dell'Ong Sos Méditerranée, che insieme a Medici senza frontiere gestisce la nave», accusano gli esponenti dell'Ong, spiegando di avere tutte le carte in regola. «È probabile che chiederemo alle autorità tedesche di battere bandiera della Germania visto che la nave precedente era immatricolata e di proprietà tedesca. In ogni caso chiederemo bandiera ad un altro Paese e almeno fino al 20 agosto faremo ancora riferimento a Gibilterra», ha poi precisato Stalla. Al momento, comunque, l'Aquarius resta in acqua. Il suo problema, anzi, è quello di raggiungere la terra ferma e far sbarcare i 141 immigrati raccolti nel fine settimana da due diversi barconi. Ieri, tuttavia, c'è stata la svolta decisiva, con un accordo europeo in base al quale gli immigrati saranno distribuiti tra cinque Paesi: Francia, Spagna, Germania, Portogallo e Lussemburgo li ospiteranno, mentre Malta ha acconsentito all'attracco dell'imbarcazione. Il governo maltese, in una nota, ha infatti annunciato che «Malta farà una concessione che consente alla nave Aquarius di entrare nei suoi porti, nonostante non abbia alcun obbligo giuridico nel doverlo fare». L'esecutivo isolano, però, specifica che servirà esclusivamente come base logistica. «Questa è la seconda volta che un meccanismo volontario è stato messo in atto in seguito a quello relativo alla Mv Lifeline. Il governo maltese ritiene che questo sia un esempio concreto di leadership e solidarietà europea», ha spiegato ancora La Valletta. «Lodo questi Paesi per la loro solidarietà e per la condivisione della responsabilità», ha commentato il commissario Ue Dimitris Avramopoulos all'agenzia Ansa. «Nei giorni scorsi ci sono stati intensi contatti, facilitati e coordinati dalla Commissione europea, così come ci siamo impegnati a fare, fino a quando non saranno messe in atto iniziative più stabili. Non possiamo contare su accordi ad hoc, abbiamo bisogno di soluzioni sostenibili. Non è responsabilità di uno o solo pochi Paesi, ma dell'Unione europea nel suo insieme». La notizia dell'accordo è giunta quando la nave era ferma da 48 ore tra Linosa e Malta in attesa che qualche Paese europeo manifestasse la disponibilità ad accoglierla in porto. A bordo, come detto, 141 migranti, la metà minori non accompagnati, due terzi provengono da Eritrea e Somalia. L'annuncio non placa però la polemica contro la posizione del governo italiano, che ha sin da subito fatto sapere di non avere alcuna intenzione di far attraccare nei suoi porti la nave dell'Ong, uscendo peraltro vincitore dal braccio di ferro, che ha finalmente messo l'Europa di fronte alle proprie responsabilità. Amnesty International, in una nota, definisce «pura crudeltà» il «vergognoso rifiuto» di Italia e Malta di acconsentire allo sbarco. «Queste persone hanno sfidato con coraggio viaggi pericolosi e condizioni inumane in Libia solo per finire bloccati in mare per governi che vergognosamente hanno abdicato alla propria responsabilità di proteggerli», ha affermato Maria Serrano, del settore migranti della Ong. Adriano Scianca
Manifestanti a sostegno di Henry Nowak (Getty Images)
Il caso, ormai noto a livello mondiale, ha suscitato profonda indignazione dopo la recente diffusione dei filmati delle bodycam dei poliziotti. Le immagini mostrano Nowak che ripete più volte di essere stato accoltellato e di non riuscire a respirare, mentre gli agenti lo ammanettano dopo che Digwa aveva sostenuto di essere stato vittima di un’aggressione a sfondo razziale. Nel corso del processo, tuttavia, questa versione è stata smentita dalle prove presentate dall’accusa, che hanno portato alla condanna dell’aggressore.
Il capo della polizia dell’Hampshire, Alexis Boon, ha chiesto pubblicamente scusa alla famiglia del giovane, definendo il video «una tragedia assoluta». Boon ha riconosciuto l’errore commesso nell’ammanettare Nowak, ma ha respinto le accuse di una «politica dei due pesi e due misure». Dopo lo scoppio di numerose proteste in tutto il Paese, la vicenda è arrivata fino a Downing Street. Ieri il premier Keir Starmer ha incontrato la famiglia di Nowak, così come ha fatto la leader conservatrice Kemi Badenoch. Entrambi hanno espresso vicinanza ai familiari e chiesto che sia fatta piena luce sull’accaduto.
Sul piano politico, tuttavia, le letture restano profondamente diverse. Nigel Farage, leader di Reform Uk (oggi primo partito nei sondaggi britannici), ha accusato le forze dell’ordine di aver dato credito alle accuse di razzismo formulate da Digwa senza verificare adeguatamente i fatti, denunciando una «politica dei due pesi e due misure» destinata a minare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Starmer, da parte sua, ha replicato accusando Farage, Elon Musk e altri commentatori di «alimentare le divisioni» nel Paese. Il premier ha ribadito che la Gran Bretagna resta una nazione composta in larga maggioranza da persone «ragionevoli e tolleranti», invitando a non strumentalizzare la tragedia.
Mentre Starmer tenta di gettare acqua sul fuoco, il dibattito si è già esteso all’intera architettura delle «politiche di diversità, equità e inclusione» (Dei) adottate negli ultimi anni dalle forze dell’ordine britanniche. Un sondaggio dell’Università di Reading, condotto su oltre 2.600 membri della polizia dell’Hampshire, ha rilevato che una parte degli agenti sottoposti ai corsi obbligatori del programma «L’inclusione conta» si sentiva «sotto pressione» e temeva di «dire la cosa sbagliata» o di subire conseguenze professionali in caso di errori.
Le critiche, peraltro, non arrivano soltanto dall’opposizione conservatrice. Jack Straw, ex ministro laburista dell’Interno e tra i principali promotori delle riforme antirazziste introdotte negli ultimi decenni, ha sostenuto che queste politiche sono «andate troppo oltre». Straw ha inoltre criticato alcune linee guida emanate dal National police chiefs’ council che, nel perseguire la cosiddetta «equità razziale», sostengono che trattare tutti allo stesso modo non sempre produrrebbe risultati equi. Anche il ministro della Polizia, Sarah Jones, ha definito quel documento «sbagliato», mentre lo stesso organismo ha annunciato una prossima revisione del testo.
Le accuse più dure, però, sono arrivate dalle pagine del Telegraph. In un editoriale destinato a far discutere, la nota opinionista Allison Pearson ha affermato che la morte di Nowak rappresenta il risultato estremo di una cultura istituzionale ormai ossessionata dalle accuse di razzismo. La Pearson ha parlato apertamente di «razzismo antibianco», accusando i programmi Dei di aver fatto «il lavaggio del cervello» agli agenti e chiedendo una profonda riforma del College of policing, l’organismo che sovrintende alla formazione delle forze dell’ordine britanniche.
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Roberto Vannacci, leader di Futuro Nazionale (Imagoeconomica)
Roberto Vannacci, come prevedibile, non è disposto a moderarsi nemmeno un po’. Per commentare la vicenda di Amendolara usa frasi di granito: «Se importi il terzo mondo diventi il terzo mondo», dice. «Lo vediamo sfortunatamente in ogni caso che coinvolge immigrati. C’è il caso di Amendolara, c’è il caso del colombiano che Roma è sceso di casa e ha accoltellato al petto un cittadino italiano per una lite sull’immondizia, c’è il caso dell’italiano di seconda generazione - o meglio, dello straniero naturalizzato italiano - che a Modena si è buttato contro la folla... Questa è la realtà. Si importano persone di culture diverse, spesso non compatibili con la nostra, che si comportano come sono abituate a comportarsi: si uccidono, si bruciano vivi... Solo che purtroppo quando importiamo queste persone non importiamo anche i sistemi di controllo sociale che ci sono nei loro Paesi».
Che intende?
«Probabilmente in Pakistan una cosa come quella di Amendolara non sarebbe successa e neanche in Marocco, perché la polizia pachistana e quella marocchina hanno dei sistemi ben diversi per controllare i loro connazionali. Qui invece abbiamo un sistema sociale che è abituato a una determinata cultura, e importando culture diverse non siamo in grado di controllarle. Diciamo che i nostri sistemi giustamente libertari non sono adeguati per controllare queste persone».
Nel caso di Amendolara però si chiamano in causa le responsabilità del sistema economico, i mancati controlli sul caporalato...
«Sì, diciamo però che alla fine sono sempre dei pachistani che hanno portato a termine questo crimine efferato. Per quale motivo bisogna come al solito trovare una giustificazione di fronte a un fatto oggettivo e assodato? Sono stati addirittura ripresi da telecamere... È come quando riguardo ai maranza si dice “ma è colpa dell’alienazione giovanile, del disagio”...».
Non è così?
«Un paio di ciufoli. È come parlare di gente che rapina e che fa i furti negli appartamenti e dire che è colpa della ridistribuzione della ricchezza... Fino a che non la smetteremo di giustificare qualsiasi cosa e non accetteremo invece di combattere questi fenomeni per quello che sono, continueremo a non risolvere un bel niente».
E lei come risolverebbe questi problemi? Intendo qui e ora, diciamo nel brevissimo periodo.
«Beh, nel brevissimo periodo intanto bisogna ripotenziare e rilegittimare le forze dell’ordine, perché il problema fondamentale è questo. Poi c’è il passo successivo che è la remigrazione. E non possiamo perdere un attimo, non è più un’opzione o una possibilità: la remigrazione è una necessità, abbiamo già superato la soglia limite».
Lei ha sottoscritto il Save Europe Act. Può spiegare in che cosa consista?
«È esattamente quello di cui stavo parlando. Fondamentalmente la remigrazione si basa su strumenti come il rimpatrio di chi non ha diritto di stare in Europa o di chi commette reati o di chi ha una cultura incompatibile. Ma la remigrazione stabilisce anche un criterio assolutamente corretto, ovvero il diritto, il sacrosanto diritto delle popolazioni autoctone di difendere la propria cultura e la propria civiltà. Con la remigrazione vogliamo sostenere una politica di difesa dell’identità e della cultura delle popolazioni autoctone. Identità e cultura senza le quali queste popolazioni scomparirebbero. Il manifesto che ho firmato e che viene portato avanti da Eva Vlaardingerbroek sostiene tutto questo. Guardi, sono in realtà cose perfino banali e scontate, ma sembrano quasi eccezionali dopo decenni di pensiero unico che ci hanno abituato a considerare chi viene da noi per approfittare del nostro sistema in maniera più favorevole rispetto ai cittadini autoctoni».
Pensa che altre forze di centrodestra oltre a Futuro nazionale sottoscriveranno questo manifesto?
«Spero che qualsiasi cittadino di buonsenso lo faccia. Al di là dell’appello alle forze politiche, è un appello a tutti i cittadini europei, a tutti i cittadini italiani. Non stiamo chiedendo nulla di strano: stiamo chiedendo di rispettare le civiltà e le culture autoctone e quindi anche di far ritornare nel suo Paese chi non ha diritto di rimanere qua. Stiamo chiedendo anche di modificare il modo in cui oggi si educano le persone, rimettendo al centro di tutto la cultura autoctona prevalente, cosa che invece oggi viene messa ai margini. Sembra quasi che drogare la nostra civiltà e la nostra cultura con elementi esogeni sia diventata la regola principale, il mantra della modernità».
A proposito delle posizioni del centrodestra. A Vigevano il candidato di Futuro nazionale ha preso il 14%. Andranno al ballottaggio la candidata di sinistra e quello di Forza Italia. Voi come vi comporterete? Chi sosterrete?
«Ha già deciso il candidato, ci siamo consultati. Avevamo presentato 3-4 punti che consideravamo le nostre linee rosse. Uno di questi era la chiusura della moschea abusiva che è registrata come un ente ricreativo. Poi c’era un altro punto non negoziabile riguardante i turni notturni della polizia locale e un altro che riguardava l’installazione di videocamere a circuito chiuso per incrementare la sicurezza. Il candidato che va al ballottaggio ha deciso di non prendere in considerazione queste richieste e di non pronunciarsi. Quindi il nostro appello è di andare a votare scheda bianca, non votando questo candidato. Perché se c’è qualcuno che vuole dipingersi di destra ma in realtà fare la politica della sinistra non avrà mai il nostro appoggio».
Scrivono che avete già raccolto 300.000 euro di finanziamenti. «Da petrolieri e carciofari», dice il Corriere della Sera.
«A me andrebbe bene anche il venditore di cipolle, non mi interessa che cosa facciano, sono tutte persone che esprimono condivisione, simpatia e passione per il movimento politico e lo finanziano. Peraltro, senza neanche ricevere gli sconti fiscali previsti dalla legge per i partiti, perché noi ancora non possiamo accedere a questi benefici. Sono donazioni totali, complete, quindi solleviamo tanto di cappello a chi ha voluto finanziarci. E io mi auguro che si vada avanti, perché ci vogliono ben oltre che 300.000 euro per finanziare un partito. Quando l’ho fondato c’erano delle persone che dicevano “Vannacci non andrà da nessuna parte, se non ha milioni di euro per il partito”. Direi che per ora ce la stiamo cavando bene e mi auguro che i finanziatori siano molti altri, anche privati cittadini che vogliano finanziarci con piccole somme. E poi non ho capito: ma gli altri partiti non ricevono finanziamenti? Fanno clamore solamente i finanziatori di Vannacci?».
Lei ora è sotto i riflettori...
«Le dico un’altra cosa sui finanziatori. Non mi sono sfuggite negli ultimi giorni le solite illazioni, assolutamente false, secondo cui ci sarebbero dei finanziamenti occulti da parte della Russia, un articolo su Repubblica lo ha detto chiaro e tondo e ha sostenuto addirittura che ci aspettiamo qualcosa nei prossimi giorni, come se ci fossero delle inchieste giudiziarie».
E non li ha, questi finanziamenti?
«Mi piacerebbe avere la villa in Crimea, ci andrei almeno in vacanza. Purtroppo ancora non ce l’ho».
I giornali dicono anche che lei sia imbarazzato dalla vicenda di Emanuele Pozzolo.
«Pozzolo purtroppo ha fatto un incidente. Se un incidente così l’avesse fatto un professore, esso universitario o di liceo, gli avremmo proibito di andare a fare lezione in aula dal giorno dopo? E se l’avesse fatto un giudice? Gli avremmo proscritto l’ingresso in tribunale per il resto della carriera? Sono tutte strumentalizzazioni. Pozzolo ha avuto un incidente e non ha causato danno ad altri, fortunatamente. Si prenderà la sanzione che si merita, perché è giusto, la legge è uguale per tutti. Io non faccio come Giani che è andato a proteggere la sua assessora quando si è messa nella corsia di sorpasso e le hanno ritirato la patente. Se Pozzolo ha sbagliato pagherà quello che è previsto che paghi, ma io - se non c’è dolo e non c’è malafede - non scarico gli appartenenti al mio partito, come non ho mai scaricato i miei uomini in combattimento».
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Un frame dal video dell'aggressione dei maranza avvenuta a Porto San Giorgio, sullo sfondo (iStock)
Per fortuna esistono ancora i padri di una volta. Quelli che, quando c’è un problema, non si voltano altrove e lo affrontano con determinazione. Anche a costo di sfidare il branco di maranza che gli stava importunando la figlia. È successo a Porto San Giorgio, in provincia Fermo, il 2 giugno, di fronte alla stazione.
Alcuni nordafricani avevano preso di mira sua figlia. L’avevano importunata più volte. Ed è a questo punto che è intervenuto il padre. È andato in stazione e li ha affrontati. Ha detto loro parole semplici, ma chiare: «Dovete lasciarla in pace». Per tutta risposta i quattro magrebini hanno cominciato ad alzare il tono della voce e a spintonarlo. L’uomo, di quarant’anni, è caduto per terra. Ed è a questo punto che i maranza si sono accaniti con ancora maggior forza contro di lui. Pugni e calci. Calci e pugni. Il video diffuso in rete fa impressione. È violenza cieca, senza senso. È brutalità.
Un passante, che era lì per caso, ha provato a fermarli, ma non c’è stato nulla da fare. Anzi: la situazione è peggiorata, fino a che non è intervenuta la polizia. A quel punto, i quattro magrebini sono scappati, facendo perdere le loro tracce. Utilizzando però le telecamere di sorveglianza, le forze dell’ordine sono riuscite a identificarli e gli aggressori hanno ormai le ore contate.
Spostiamoci di un giorno, al 3 giugno, e di spazio, a Eboli, di fronte alla scuola media Virgilio. I ragazzi sono tornati dal ponte e hanno ripreso le lezioni. Un uomo di nazionalità straniera, che era già stato segnalato nei giorni precedenti per alcuni comportamenti inquietanti, si avvicina a due giovani ragazze. Rivolge loro alcune parole, tenta un approccio. Alcune mamme della scuola lo vedono e cominciano a urlare. Sono preoccupate. E hanno ragione. Non appena sente gli strepiti, una pattuglia della polizia locale che operava nelle vicinanze, si attiva per fermare lo straniero e condurlo al Comando. L’uomo è stato identificato e sottoposto a Tso, visto che, durante gli accertamenti, sono emerse importanti problematiche di natura psichiatrica. Ora è accusato di molestie e atti osceni in luogo pubblico.
Un po’ come quelli commessi da un algerino, questa volta a Cagliari, all’ingresso di Marina Piccola, la scorsa domenica. Lì, davanti a tutti, il giovane ha cominciato a masturbarsi, come se nulla fosse. E poco importa che ci fossero anche delle famiglie con bambini. I carabinieri sono stati costretti a intervenire dopo la segnalazione dei presenti e hanno portato via lo straniero.
Tra i testimoni, anche Alessio Mereu, di Fratelli d’Italia, «Sono arrivato con la mia auto nel parcheggio di Marina Piccola nel momento in cui i carabinieri immobilizzavano un uomo apparentemente giovane», ha detto il consigliere d’opposizione a Casteddu online. E poi ha proseguito nel racconto: «Non avendo capito la motivazione ho chiesto informazioni ad alcuni presenti, c’erano tantissime persone, che mostravano molto nervosismo nei confronti dell’autore del gesto, visto che c’erano tanti genitori con figlie minorenni. Il video pubblicato, diventato virale sui social, ha evidenziato la gravità di quanto accaduto. L’arrivo tempestivo dei carabinieri, probabilmente, ha evitato conseguenze peggiori per il responsabile del gesto».
Secondo quanto è in grado di ricostruire la Verità, questo è solo l’ultimo atto osceno compiuto dall’algerino a Cagliari. La settimana prima, infatti, era stato visto masturbarsi in viale Campania, anche in questo caso una zona molto frequentata da famiglie, visto che sono presenti molti negozi.
Intervengono i carabinieri, che lo portano al reparto psichiatria dell’ospedale Santissima Trinità di Cagliari. Il medico di turno comincia a parlargli e gli chiede in che lingua può comunicare. In sala d’attesa prova ancora una volta a denudarsi e a masturbarsi. Il giovane prima lascia intendere che sa parlare anche in francese, ma poi cambia idea e dice di comprendere solamente l’algerino. Pronuncia però parole incomprensibili, che tuttavia un ragazzo africano, che lavora in ospedale, riesce a tradurre: «Figli di puttana infedeli, vi ammazziamo tutti».
Il medico non riesce a redigere una diagnosi e così lo straniero viene lasciato libero. I carabinieri, racconta una fonte alla Verità, non sanno più che fare. È già la seconda volta che provano ad arrestarlo, ma senza successo. Temono sarà necessario qualcosa di più importante prima che un giudice si renda conto della gravità della situazione. Ma forse potrebbe essere troppo tardi.
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