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2018-08-15
Per i catalani il vero problema sono turisti e lavoratori europei
Un cartello che intima di andarsene, «altrimenti sarà peggio per voi». Affisso all'interno dell'ascensore di casa, un elegante stabile sulla Rambla, nel cuore di Barcellona, dove Cecilia Botrè e il suo ragazzo, venticinquenni di Monza, vivono dall'ottobre dello scorso anno. «Ci ha preso un colpo», commenta la giovane, «Qui gli unici stranieri siamo noi. Perché questa intimidazione?». La scritta, in un inglese approssimativo, era particolarmente dura e minacciosa: «Stranieri tornatevene a casa. Lasciate il nostro stabile e la Catalogna altrimenti sarà peggio per voi». A Barcellona messaggi come questi si stanno moltiplicando. L'hanno definita turismofobia, insofferenza, odio verso chi arriva e spende soldi.
Un'avversione che il sindaco Ada Colau alimenta, mentre paradossalmente cresce l'apertura verso i migranti, accolti a braccia aperte. Nella città condale, che a giugno offriva il porto di Barcellona ai profughi dell'Aquarius e a luglio riceveva quelli della Open Arms, con tanto di striscioni «Benvenuti a casa vostra» in spagnolo, catalano, inglese, francese e arabo (non ancora in tedesco), lo scorso anno le manifestazioni anti turisti occupavano le cronache estive. Prima del tragico attentato sulla rambla del 17 agosto, che causò 16 morti e 134 feriti. Le iniziali, violente azioni del gruppo di disobbedienti di ultrasinistra Arran Països Catalans, contro strutture turistiche di Barcellona, sono in breve diventate atteggiamento diffuso tra associazioni e piattaforme. Protestano perché la città da 1,7 milioni di turisti nel 1990 ora ne accoglie 32 milioni, circa venti volte la popolazione residente, provocando aumenti degli affitti, spingendo i residenti fuori dai quartieri. Chiedono un freno alla diffusione di piattaforme di home sharing come Airbn e Homeaway, che tendono ad essere più economiche e convenienti degli hotel. La Colau li sta accontentando. Eppure la ricchezza prodotta dal turismo rappresenta tra il 15 e il 17% del Pil di Barcellona.
L'insofferenza per il turismo massivo non giustifica graffiti con scritte offensive sui muri come «Tutti i turisti sono dei bastardi», «Smettila di distruggere le nostre vite!» o «Perché chiamarla stagione turistica se non possiamo sparare contro di loro?». Contro i turisti adesso ci sono anche los manteros, i venditori ambulanti illegali che utilizzano mantas, coperte, per esibire la loro mercanzia. Responsabili di aggressioni, stanno diventando un nuovo problema e le opposizioni hanno chiesto le dimissioni del sindaco da responsabile della sicurezza.
A fine luglio dello scorso anno, un autobus turistico venne preso di mira da vandali che ne squarciarono le gomme, ma era da mesi che hotel, ristoranti, servizi turisti come i bike sharing della capitale finivano sotto assalto. Nella stessa città, a febbraio centinaia di migliaia di persone erano sfilate per Barcellona protestando a gran voce: «Basta scuse, accogliamo subito i rifugiati», era l'appello scandito dal corteo. Almeno 4.500 rifugiati volevano i manifestanti, contro la decisione del governo spagnolo di ospitare soltanto 1.100 persone.
In prima fila, tra politici e intellettuali, c'era il sindaco pasionario e terzomondista, Ada Colau. «Siamo la capitale della speranza in un'Europa sempre più xenofoba» spiegò alla piazza. Sì agli africani accolti a pagamento dalla Spagna, no agli italiani che lavorano in terra iberica? Il cartello nell'ascensore di casa è un brutto segnale, come testimoniano le parole di Cecilia, figlia di Franz Botrè, giornalista, editore di libri e raffinate riviste, fondatore dell'impresa editoriale Swan Group con testate come Monsieur, Arbiter, Spirito Di Vino e altri magazine che raccontano l'eccellenza del vivere.
«Qui lavoriamo e abbiamo preso ufficialmente residenza», racconta la ragazza. Che aggiunge: «Il mio compagno fa il barman, io ho trovato impiego presso una multinazionale, mi occupo di marketing. Siamo stranieri, certo, italiani che lavorano in Spagna». L'avviso minaccioso, racconta, è stato trovato abato mattina, entrando nell'ascensore. «Nel nostro palazzo», spiega, «vivono tutti catalani di mezza età, era evidente che prendeva di mira noi. Dopo due giorni hanno tolto il cartello». Una minaccia preceduta al massimo da qualche banale sgarbo fra vicini, ma, spiega ancora Cecilia, «nulla di così pesante, solo un'evidente antipatia da parte dei proprietari e inquilini, persone distinte che non ci salutano mai. Buttano mozziconi sul nostro balcone, capiamo di non essere molto simpatici.
Eppure lavoriamo, paghiamo l'affitto che è di 1.200 euro al mese». L'aria tesa nel palazzo, tuttavia, riflette il cambiamento di un'intera città: «Noi a Barcellona ci viviamo bene e in generale siamo stati ben accolti. Da tempo però avvertiamo una palese ostilità, scritte e graffiti sono contro turisti e stranieri indistintamente. Come se fossimo diventati bersaglio di un'insofferenza trasversale che prende di mira coloro che non sono catalani, dagli spagnoli ai foreigners ». Un'ostilità che stride con la grande apertura verso i migranti. «Se in Catalogna vogliono l'autonomia e non l'integrazione», si chiede Cecilia, «perché questo grande slancio verso i profughi e poi l'ostilità verso noi italiani e gli altri europei?».
Patrizia Floder Reitter
Migranti dell’Aquarius divisi fra cinque Paesi
Per essere uno che parla a nome di una nave che sta forse per perdere persino i requisiti per stare in mare, Nicola Stalla, uno dei due coordinatori delle operazioni di soccorso della Aquarius, mantiene una certa sfrontatezza. Parlando con La Stampa, infatti, l'esponente delle Ong ha in buona sostanza chiamato in causa il ministro dell'Interno italiano per le recenti e le future morti in mare.
«Continuando a premere l'acceleratore sui porti chiusi alle navi Ong, il ministro Salvini mette in pericolo centinaia di vite umane. A causa della politica del vicepremier e del governo, tra giugno e luglio si è registrata un'impennata delle vittime: tra morti e dispersi 700 migranti hanno perso la vita durante vari naufragi nel Mediterraneo centrale», ha tuonato Stalla. Insomma, le morti in mare non sono colpa degli scafisti, con cui qualche gruppo di attivisti ha rapporti decisamente poco chiari, non c'entrano i governi locali che reclamano solo fondi per contromisure mai attuate e quelli occidentali presenti nell'area che fanno finta di non vedere, e guai a prendersela con chi, in casa nostra, gli immigrati li vuole per calcoli economici o per allucinazioni ideologiche. Macché, la colpa è di Salvini, che i barconi non vorrebbe neanche farli partire, prima ancora di evitare di farli sbarcare (solo) qui da noi.
Ma la provocazione dell'Aquarius, come dicevamo, serve forse a rilanciare dopo la bordata arrivata da Gibilterra, luogo in cui l'imbarcazione è registrata. Ma le autorità marittime locali hanno annunciato che tra sei giorni revocheranno l'autorizzazione in quanto la nave non sarebbe registrata come nave per il salvataggio.
«Una manovra politica volta a danneggiare il lavoro dell'Ong Sos Méditerranée, che insieme a Medici senza frontiere gestisce la nave», accusano gli esponenti dell'Ong, spiegando di avere tutte le carte in regola. «È probabile che chiederemo alle autorità tedesche di battere bandiera della Germania visto che la nave precedente era immatricolata e di proprietà tedesca. In ogni caso chiederemo bandiera ad un altro Paese e almeno fino al 20 agosto faremo ancora riferimento a Gibilterra», ha poi precisato Stalla.
Al momento, comunque, l'Aquarius resta in acqua. Il suo problema, anzi, è quello di raggiungere la terra ferma e far sbarcare i 141 immigrati raccolti nel fine settimana da due diversi barconi. Ieri, tuttavia, c'è stata la svolta decisiva, con un accordo europeo in base al quale gli immigrati saranno distribuiti tra cinque Paesi: Francia, Spagna, Germania, Portogallo e Lussemburgo li ospiteranno, mentre Malta ha acconsentito all'attracco dell'imbarcazione.
Il governo maltese, in una nota, ha infatti annunciato che «Malta farà una concessione che consente alla nave Aquarius di entrare nei suoi porti, nonostante non abbia alcun obbligo giuridico nel doverlo fare». L'esecutivo isolano, però, specifica che servirà esclusivamente come base logistica. «Questa è la seconda volta che un meccanismo volontario è stato messo in atto in seguito a quello relativo alla Mv Lifeline. Il governo maltese ritiene che questo sia un esempio concreto di leadership e solidarietà europea», ha spiegato ancora La Valletta. «Lodo questi Paesi per la loro solidarietà e per la condivisione della responsabilità», ha commentato il commissario Ue Dimitris Avramopoulos all'agenzia Ansa. «Nei giorni scorsi ci sono stati intensi contatti, facilitati e coordinati dalla Commissione europea, così come ci siamo impegnati a fare, fino a quando non saranno messe in atto iniziative più stabili. Non possiamo contare su accordi ad hoc, abbiamo bisogno di soluzioni sostenibili. Non è responsabilità di uno o solo pochi Paesi, ma dell'Unione europea nel suo insieme».
La notizia dell'accordo è giunta quando la nave era ferma da 48 ore tra Linosa e Malta in attesa che qualche Paese europeo manifestasse la disponibilità ad accoglierla in porto. A bordo, come detto, 141 migranti, la metà minori non accompagnati, due terzi provengono da Eritrea e Somalia.
L'annuncio non placa però la polemica contro la posizione del governo italiano, che ha sin da subito fatto sapere di non avere alcuna intenzione di far attraccare nei suoi porti la nave dell'Ong, uscendo peraltro vincitore dal braccio di ferro, che ha finalmente messo l'Europa di fronte alle proprie responsabilità. Amnesty International, in una nota, definisce «pura crudeltà» il «vergognoso rifiuto» di Italia e Malta di acconsentire allo sbarco.
«Queste persone hanno sfidato con coraggio viaggi pericolosi e condizioni inumane in Libia solo per finire bloccati in mare per governi che vergognosamente hanno abdicato alla propria responsabilità di proteggerli», ha affermato Maria Serrano, del settore migranti della Ong.
Adriano Scianca
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Da tempo a Barcellona, con il beneplacito del sindaco, è in atto una campagna contro gli stranieri paganti. Il caso di Cecilia Botrè, figlia di un editore italiano che abita in città, minacciata con un biglietto anonimo.Migranti dell'Aquarius divisi fra cinque Paesi. Gibilterra revocherà l'autorizzazione alla nave delle Ong. Che attacca: «Salvini mette in pericolo vite umane».Lo speciale contiene due articoli.Un cartello che intima di andarsene, «altrimenti sarà peggio per voi». Affisso all'interno dell'ascensore di casa, un elegante stabile sulla Rambla, nel cuore di Barcellona, dove Cecilia Botrè e il suo ragazzo, venticinquenni di Monza, vivono dall'ottobre dello scorso anno. «Ci ha preso un colpo», commenta la giovane, «Qui gli unici stranieri siamo noi. Perché questa intimidazione?». La scritta, in un inglese approssimativo, era particolarmente dura e minacciosa: «Stranieri tornatevene a casa. Lasciate il nostro stabile e la Catalogna altrimenti sarà peggio per voi». A Barcellona messaggi come questi si stanno moltiplicando. L'hanno definita turismofobia, insofferenza, odio verso chi arriva e spende soldi. Un'avversione che il sindaco Ada Colau alimenta, mentre paradossalmente cresce l'apertura verso i migranti, accolti a braccia aperte. Nella città condale, che a giugno offriva il porto di Barcellona ai profughi dell'Aquarius e a luglio riceveva quelli della Open Arms, con tanto di striscioni «Benvenuti a casa vostra» in spagnolo, catalano, inglese, francese e arabo (non ancora in tedesco), lo scorso anno le manifestazioni anti turisti occupavano le cronache estive. Prima del tragico attentato sulla rambla del 17 agosto, che causò 16 morti e 134 feriti. Le iniziali, violente azioni del gruppo di disobbedienti di ultrasinistra Arran Països Catalans, contro strutture turistiche di Barcellona, sono in breve diventate atteggiamento diffuso tra associazioni e piattaforme. Protestano perché la città da 1,7 milioni di turisti nel 1990 ora ne accoglie 32 milioni, circa venti volte la popolazione residente, provocando aumenti degli affitti, spingendo i residenti fuori dai quartieri. Chiedono un freno alla diffusione di piattaforme di home sharing come Airbn e Homeaway, che tendono ad essere più economiche e convenienti degli hotel. La Colau li sta accontentando. Eppure la ricchezza prodotta dal turismo rappresenta tra il 15 e il 17% del Pil di Barcellona. L'insofferenza per il turismo massivo non giustifica graffiti con scritte offensive sui muri come «Tutti i turisti sono dei bastardi», «Smettila di distruggere le nostre vite!» o «Perché chiamarla stagione turistica se non possiamo sparare contro di loro?». Contro i turisti adesso ci sono anche los manteros, i venditori ambulanti illegali che utilizzano mantas, coperte, per esibire la loro mercanzia. Responsabili di aggressioni, stanno diventando un nuovo problema e le opposizioni hanno chiesto le dimissioni del sindaco da responsabile della sicurezza. A fine luglio dello scorso anno, un autobus turistico venne preso di mira da vandali che ne squarciarono le gomme, ma era da mesi che hotel, ristoranti, servizi turisti come i bike sharing della capitale finivano sotto assalto. Nella stessa città, a febbraio centinaia di migliaia di persone erano sfilate per Barcellona protestando a gran voce: «Basta scuse, accogliamo subito i rifugiati», era l'appello scandito dal corteo. Almeno 4.500 rifugiati volevano i manifestanti, contro la decisione del governo spagnolo di ospitare soltanto 1.100 persone. In prima fila, tra politici e intellettuali, c'era il sindaco pasionario e terzomondista, Ada Colau. «Siamo la capitale della speranza in un'Europa sempre più xenofoba» spiegò alla piazza. Sì agli africani accolti a pagamento dalla Spagna, no agli italiani che lavorano in terra iberica? Il cartello nell'ascensore di casa è un brutto segnale, come testimoniano le parole di Cecilia, figlia di Franz Botrè, giornalista, editore di libri e raffinate riviste, fondatore dell'impresa editoriale Swan Group con testate come Monsieur, Arbiter, Spirito Di Vino e altri magazine che raccontano l'eccellenza del vivere.«Qui lavoriamo e abbiamo preso ufficialmente residenza», racconta la ragazza. Che aggiunge: «Il mio compagno fa il barman, io ho trovato impiego presso una multinazionale, mi occupo di marketing. Siamo stranieri, certo, italiani che lavorano in Spagna». L'avviso minaccioso, racconta, è stato trovato abato mattina, entrando nell'ascensore. «Nel nostro palazzo», spiega, «vivono tutti catalani di mezza età, era evidente che prendeva di mira noi. Dopo due giorni hanno tolto il cartello». Una minaccia preceduta al massimo da qualche banale sgarbo fra vicini, ma, spiega ancora Cecilia, «nulla di così pesante, solo un'evidente antipatia da parte dei proprietari e inquilini, persone distinte che non ci salutano mai. Buttano mozziconi sul nostro balcone, capiamo di non essere molto simpatici. Eppure lavoriamo, paghiamo l'affitto che è di 1.200 euro al mese». L'aria tesa nel palazzo, tuttavia, riflette il cambiamento di un'intera città: «Noi a Barcellona ci viviamo bene e in generale siamo stati ben accolti. Da tempo però avvertiamo una palese ostilità, scritte e graffiti sono contro turisti e stranieri indistintamente. Come se fossimo diventati bersaglio di un'insofferenza trasversale che prende di mira coloro che non sono catalani, dagli spagnoli ai foreigners ». Un'ostilità che stride con la grande apertura verso i migranti. «Se in Catalogna vogliono l'autonomia e non l'integrazione», si chiede Cecilia, «perché questo grande slancio verso i profughi e poi l'ostilità verso noi italiani e gli altri europei?».Patrizia Floder Reitter<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/per-i-catalani-il-vero-problema-sono-turisti-e-lavoratori-europei-2595902097.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="migranti-dellaquarius-divisi-fra-cinque-paesi" data-post-id="2595902097" data-published-at="1770455510" data-use-pagination="False"> Migranti dell’Aquarius divisi fra cinque Paesi Per essere uno che parla a nome di una nave che sta forse per perdere persino i requisiti per stare in mare, Nicola Stalla, uno dei due coordinatori delle operazioni di soccorso della Aquarius, mantiene una certa sfrontatezza. Parlando con La Stampa, infatti, l'esponente delle Ong ha in buona sostanza chiamato in causa il ministro dell'Interno italiano per le recenti e le future morti in mare. «Continuando a premere l'acceleratore sui porti chiusi alle navi Ong, il ministro Salvini mette in pericolo centinaia di vite umane. A causa della politica del vicepremier e del governo, tra giugno e luglio si è registrata un'impennata delle vittime: tra morti e dispersi 700 migranti hanno perso la vita durante vari naufragi nel Mediterraneo centrale», ha tuonato Stalla. Insomma, le morti in mare non sono colpa degli scafisti, con cui qualche gruppo di attivisti ha rapporti decisamente poco chiari, non c'entrano i governi locali che reclamano solo fondi per contromisure mai attuate e quelli occidentali presenti nell'area che fanno finta di non vedere, e guai a prendersela con chi, in casa nostra, gli immigrati li vuole per calcoli economici o per allucinazioni ideologiche. Macché, la colpa è di Salvini, che i barconi non vorrebbe neanche farli partire, prima ancora di evitare di farli sbarcare (solo) qui da noi. Ma la provocazione dell'Aquarius, come dicevamo, serve forse a rilanciare dopo la bordata arrivata da Gibilterra, luogo in cui l'imbarcazione è registrata. Ma le autorità marittime locali hanno annunciato che tra sei giorni revocheranno l'autorizzazione in quanto la nave non sarebbe registrata come nave per il salvataggio. «Una manovra politica volta a danneggiare il lavoro dell'Ong Sos Méditerranée, che insieme a Medici senza frontiere gestisce la nave», accusano gli esponenti dell'Ong, spiegando di avere tutte le carte in regola. «È probabile che chiederemo alle autorità tedesche di battere bandiera della Germania visto che la nave precedente era immatricolata e di proprietà tedesca. In ogni caso chiederemo bandiera ad un altro Paese e almeno fino al 20 agosto faremo ancora riferimento a Gibilterra», ha poi precisato Stalla. Al momento, comunque, l'Aquarius resta in acqua. Il suo problema, anzi, è quello di raggiungere la terra ferma e far sbarcare i 141 immigrati raccolti nel fine settimana da due diversi barconi. Ieri, tuttavia, c'è stata la svolta decisiva, con un accordo europeo in base al quale gli immigrati saranno distribuiti tra cinque Paesi: Francia, Spagna, Germania, Portogallo e Lussemburgo li ospiteranno, mentre Malta ha acconsentito all'attracco dell'imbarcazione. Il governo maltese, in una nota, ha infatti annunciato che «Malta farà una concessione che consente alla nave Aquarius di entrare nei suoi porti, nonostante non abbia alcun obbligo giuridico nel doverlo fare». L'esecutivo isolano, però, specifica che servirà esclusivamente come base logistica. «Questa è la seconda volta che un meccanismo volontario è stato messo in atto in seguito a quello relativo alla Mv Lifeline. Il governo maltese ritiene che questo sia un esempio concreto di leadership e solidarietà europea», ha spiegato ancora La Valletta. «Lodo questi Paesi per la loro solidarietà e per la condivisione della responsabilità», ha commentato il commissario Ue Dimitris Avramopoulos all'agenzia Ansa. «Nei giorni scorsi ci sono stati intensi contatti, facilitati e coordinati dalla Commissione europea, così come ci siamo impegnati a fare, fino a quando non saranno messe in atto iniziative più stabili. Non possiamo contare su accordi ad hoc, abbiamo bisogno di soluzioni sostenibili. Non è responsabilità di uno o solo pochi Paesi, ma dell'Unione europea nel suo insieme». La notizia dell'accordo è giunta quando la nave era ferma da 48 ore tra Linosa e Malta in attesa che qualche Paese europeo manifestasse la disponibilità ad accoglierla in porto. A bordo, come detto, 141 migranti, la metà minori non accompagnati, due terzi provengono da Eritrea e Somalia. L'annuncio non placa però la polemica contro la posizione del governo italiano, che ha sin da subito fatto sapere di non avere alcuna intenzione di far attraccare nei suoi porti la nave dell'Ong, uscendo peraltro vincitore dal braccio di ferro, che ha finalmente messo l'Europa di fronte alle proprie responsabilità. Amnesty International, in una nota, definisce «pura crudeltà» il «vergognoso rifiuto» di Italia e Malta di acconsentire allo sbarco. «Queste persone hanno sfidato con coraggio viaggi pericolosi e condizioni inumane in Libia solo per finire bloccati in mare per governi che vergognosamente hanno abdicato alla propria responsabilità di proteggerli», ha affermato Maria Serrano, del settore migranti della Ong. Adriano Scianca
Roberto Vannacci. Nel riquadro, Rossano Sasso ed Edoardo Ziello (Ansa)
Il carro è pronto, i buoi pure. Il progetto politico di Roberto Vannacci, pare prendere forma.
«Non voglio far vincere la sinistra. Futuro Nazionale è uno squillo di tromba, una sveglia per una destra che ha perso radici e identità», sostiene il generale. Arianna Meloni è tranquilla: «Vannacci toglie voti alla premier? Siamo ancora all’inizio, non ci preoccupiamo». L’umore nero di Matteo Salvini, invece, riecheggia su Radio24: «Mi sono fidato della parola di un uomo, evidentemente è stata fiducia mal riposta». Il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, a Sky Tg24, lo definisce «incompatibile con i valori della Lega, che è stata un taxi anche molto comodo sul quale si è seduto». L’avventura ultrasovranista dell’ex generale apre le porte ai primi aspiranti adepti e rimescola le carte in Parlamento. In tanti sono pronti a dire «ci sono», ma con una postilla grossa come una casa. Serve una classe dirigente. Tradotto: vogliono sapere chi comanda, chi paga e chi garantisce per loro un seggio sicuro. Lasciare un partito va bene, ma rimanere senza poltrona mai. A Vannacci riconoscono il carisma di un vero patriota ma la fedeltà passa prima dall’ufficio di un notaio.
Chi si butta a corpo morto nel sacro fuoco del sovranismo sono i deputati (ex) leghisti Edoardo Ziello e Rossano Sasso. Ieri hanno lasciato la Lega e sono entrati, a piedi, nel grande garage del gruppo misto: «Seguiamo Vannacci nella sua battaglia identitaria e sovranista». Un altro che non ha avuto esitazioni è Emanuele Pozzolo, anche lui nel minestrone del misto, emarginato da Fratelli d’Italia per aver ferito una persona con una pistola ad una festa di Capodanno. Per lui Vannacci è destinato a diventare il Charles de Gaulle italiano. La concorrenza si fa affollata, il posto buono in lista non è infinito e la fila si allunga. Ex leghisti in cerca d’autore, raccattati, transfughi ideologici, nostalgici assortiti e qualche impresentabile. Qualche giorno fa, a proposito dei fantomatici incontri tra Vannacci, Matteo Renzi e Giuseppe Conte, l’ex generale scrisse su Facebook: «Di questo passo ci diranno che sono pronto a prendere come portavoce Luxuria, come responsabile della sicurezza Ilaria Salis e come tesoriere Mimmo Lucano. Soumahoro sarebbe naturalmente ministro dell’Agricoltura». L’ex paladino dei braccianti ieri ha smentito i rumors di un suo possibile ingresso nel movimento dell’ex parà: «Una barzelletta che mi ha fatto sorridere, essendo la notizia completamente priva di fondamento e che pertanto smentisco totalmente. Mi sorprende, inoltre, che provenga da persone che avrebbero potuto, se non altro, contattarmi direttamente, anziché diffondere un mucchio di falsità».
Il folklore attorno a Vannacci continua con il sindaco di Pennabili (comune di 2.000 anime in provincia di Rimini), Mauro Giannini, il quale si dichiara pronto a sostenere Vannacci, «patriota vero», con toni da adunata del Ventennio e camicia strappata per mostrare il tatuaggio della Decima Mas. «Sarà la nostra Decima che rivolterà questo mondo al contrario. Per lui sono pronto a versare il mio sangue: se fallisce, questo è il mio petto, fucilatemi». Una scena che sembra uscita dall’Istituto Luce e caricata su Instagram. Non meno pittoresco Stefano Valdegamberi, imposto da Vannacci come consigliere della Lega in Veneto, il quale vuol farci digerire che difendere Vladimir Putin significa difendere la democrazia. Il premio del grande guazzabuglio va però a Mario Adinolfi, che vaneggia di un tridente con Vannacci e Fabrizio Corona a difesa della cristianità e dei valori morali. «Noi del Popolo della Famiglia siamo pronti a raccogliere le firme». Pure Marco Rizzo, ex comunista oggi sovranista integralista, con la sua Democrazia sovrana popolare, apre a collaborazioni. Tra i veterani rispunta Mario Borghezio, convinto che Salvini abbia snaturato la Lega e che Vannacci possa intercettare una folla di scontenti.
Insomma, il mercato è aperto e i colori sono quelli del banco della frutta. Tutti. A orbitare attorno a Futuro Nazionale c’è anche Simone Ruzzi, conosciuto come «Cicalone», ex kickboxer e paladino metropolitano contro borseggiatori e degrado. «Sono disponibile a collaborare con lui come consulente». Per candidarsi c’è sempre tempo. Infine, c’è pure chi, a sorpresa, dice no e resta dov’è, come il deputato leghista Domenico Furgiuele, quello che voleva fare la conferenza stampa con Casapound alla Camera sulla remigrazione, che ringrazia ma prosegue col Carroccio. Il progetto di Vannacci è pronto, in tanti vogliono arrampicarsi, soprattutto quelli che non hanno nulla da perdere, in cerca di notorietà. Mentre questo raduno avanza, c’è da risolvere il problema del simbolo. Il marchio «Futuro Nazionale» risultava già registrato. Ma ieri questa nube si è dissolta. Il simbolo fu infatti depositato nel 2010 all’Ufficio brevetti e marchi del ministero delle Imprese da un ex consigliere regionale M5s, Riccardo Mercante, poi deceduto in un incidente stradale nel 2020. «Non mi piace Vannacci. Non mi piace proprio. E non intendiamo cedergli il marchio depositato da mio marito», ha dichiarato al Fatto quotidiano la vedova del penstallato, Marina Caprioni. Tuttavia si è scoperto che la registrazione non è stata rinnovata alla scadenza dei dieci anni come la legge impone, pertanto è libero da ogni proprietà. «Finché non c’è nulla di diverso - replica Vannacci - continueremo a usare il simbolo. Se non c’è nulla di vietato si può usare».
Il portavoce del movimento «Il Mondo al Contrario» e consigliere regionale della Toscana Massimiliano Simoni, chiarisce: "Il nome e simbolo di Futuro Nazionale sono registrati regolarmente. Il presidente del Mondo al Contrario ha inviato semplicemente un messaggio agli associati per chiarire che l’uso improprio e non autorizzato del simbolo di Futuro Nazionale che è di Vannacci non può essere usato per qualsiasi fine o scopo se non previa autorizzazione. Noi partiamo lunedì con l’organizzazione del partito a livello territoriale e quindi fino a quel momento queste sono le disposizioni».
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Il saluto di Giorgia Meloni alle forze dell'ordine a Milano Rogoredo (Ansa)
Meloni arriva in mattinata alla stazione di Rogoredo, uno dei luoghi più delicati del capoluogo lombardo. Tra binari e parcheggi sono schierati i carri leggeri Puma dell’esercito e i militari dell’operazione Strade sicure, insieme a carabinieri e polizia. La visita è rapida, senza dichiarazioni ufficiali, fatta di saluti e brevi scambi con gli uomini in servizio. «Sono venuta a salutare e ringraziare», dirà poi in un video diffuso sui social.
Il luogo è legato a una sequenza di fatti ravvicinati: il 26 gennaio uno spacciatore è stato ucciso durante un intervento di polizia nei pressi del cosiddetto «boschetto della droga»; pochi giorni dopo, nella stessa area, un secondo episodio armato ha riportato l’allarme sicurezza su una zona che da anni rappresenta uno dei nodi più difficili di Milano. Due sparatorie in poco più di una settimana che hanno riacceso il dibattito sull’ordine pubblico e sulle condizioni operative delle forze dell’ordine. L’inchiesta giudiziaria avviata sul poliziotto coinvolto nel primo episodio (con una inspiegabile accusa di omicidio volontario) ha irrigidito il clima, mentre sul fronte sindacale il Sap ha promosso una raccolta fondi per sostenere le spese legali dell’agente, con centinaia di adesioni in pochi giorni e una sottoscrizione di almeno 15.000 euro. La presenza del premier si colloca dentro questa cronaca e diventa, al tempo stesso, una risposta politica indiretta. Da un lato al centrosinistra che governa Milano in vista delle elezioni del 2027 e che sul tema della sicurezza, sotto l’amministrazione di Beppe Sala, appare esposto e in difficoltà; dall’altro a chi, anche a destra, insiste nel raccontare Fratelli d’Italia come una forza ormai centrista, sostenendo che la «vera» destra securitaria sia altrove, magari in quella che sta creando Roberto Vannacci in uscita dalla Lega. La scena di Rogoredo, accompagnata dal decreto Sicurezza approvato alla vigilia, serve a ribadire che quel terreno resta centrale per il governo. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, rivendica l’impiego di circa 12.000 carabinieri ausiliari per rafforzare il presidio sul territorio, mentre il deputato di Fratelli d’Italia Riccardo De Corato parla di presidi fissi necessari e di una risposta che, a suo giudizio, doveva arrivare da tempo.
Dal quadrante Sud-est il baricentro della giornata si sposta verso il centro, in una città sempre più blindata. La prefettura ha sede a Palazzo Diotti, da sempre snodo dell’amministrazione statale in città. Oggi è circondato da transenne e forze dell’ordine ed è il fulcro degli incontri istituzionali. Meloni incontra prima l’emiro del Qatar Tamim bin Hamad al Thani, in un colloquio riservato su cooperazione economica, energia e dossier mediorientali. Poi arriva la delegazione statunitense guidata dal vicepresidente J.D. Vance, accompagnato dal segretario di Stato Marco Rubio. All’inizio del faccia a faccia Meloni lega l’incontro al contesto simbolico della giornata: «Sono due eventi che raccontano un sistema di valori che tengono insieme Europa e Stati Uniti, l’Occidente che è alla base della nostra cooperazione e del futuro che vogliamo costruire insieme».
Vance risponde con toni cordiali, elogiando l’organizzazione dei Giochi e la città: «Avete fatto un lavoro eccezionale, la città è bellissima. Abbiamo ottimi rapporti, connessioni economiche e partnership, ed è bello avere valori condivisi». Il bilaterale dura oltre due ore e mezzo ed è seguito da un pranzo privato. Secondo Palazzo Chigi, al centro del colloquio ci sono i principali dossier di politica internazionale, «con particolare riferimento agli ultimi sviluppi in Iran e Venezuela».
Dal lato americano, l’ufficio del vicepresidente sottolinea «la grande solidità delle relazioni bilaterali» e il confronto sugli sforzi comuni per migliorare il clima per gli affari e gli investimenti. È qui che la cronaca lascia intravedere la lettura politica più ampia: l’incontro serve a smentire l’idea di una Meloni marginale nel rapporto con la nuova amministrazione americana. La presenza di Vance a Milano, il tempo dedicato al bilaterale e il linguaggio usato da entrambe le parti raccontano un rapporto che resta solido. Il pranzo produce anche una nota di colore, quando lo staff americano indica per errore ai giornalisti la presenza del «coniuge» del premier, salvo correggere poco dopo l’elenco dei partecipanti. Nel primo pomeriggio Vance e la moglie Usha lasciano Palazzo Diotti per una breve visita alla Pinacoteca di Brera, meno di mezz’ora tra le sale del museo prima del rientro in albergo. Meloni, invece, si dirige a Palazzo Reale per il ricevimento con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e i capi di Stato e di governo presenti per i Giochi.
In serata l’ultimo appuntamento allo stadio Meazza per la cerimonia inaugurale di Milano-Cortina.
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La cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali allo stadio di San Siro (Ansa)
Il presidente Mattarella, Giorgia Meloni e la presidente del Cio, Kirsty Coventry (colei che ha rimediato al delirio dei transgender nelle gare femminili) fanno da padroni di casa a 51 capi di Stato, presidenti e teste coronate, con il segretario dell’Onu, António Guterres, gli americani J.D. Vance (fischiato sul maxischermo) e Marco Rubio, re Carlo Gustavo di Svezia, Anna d’Inghilterra, Felipe di Spagna, l’emiro del Qatar, Al Thani, la consigliera di Stato cinese, Shen Yiqina. Si fa prima a dire chi ha disertato: Emmanuel Macron in preda al dilemma infantile di Nanni Moretti: «Mi si nota di più se ci sono o se non ci sono?». Curiosa assenza anche perché i prossimi Giochi invernali del 2030 saranno in Alta Savoia.
L’emozione aumenta fra i 70.000 sugli spalti quando Mariah Carey canta «Nel blu dipinto di blu» e Andrea Bocelli fa snowboard sulle note classiche a lui care. Il gruppo di creativi di Marco Balich, un’autorità in tema di cerimonie olimpiche (ne ha organizzate 16) ha fatto un buon lavoro nell’alveo politicamente corretto con inclinazioni nazionalpopolari. Doveroso il rimpallo in contemporanea con Cortina, Livigno, Predazzo per celebrare la prima olimpiade invernale multisede. Per fortuna non c’è lo scempio queer che ha ammorbato l’inaugurazione delle Olimpiadi di Parigi. Qui domina l’italianità, l’identità culturale, a superamento del globalismo dozzinale da supermarket. Si parte con un balletto di angeli, senza il volto di Giorgia Meloni per non turbare il progressista medio collegato.
Ecco il km zero delle nostre eccellenze planetarie: i volti di Giuseppe Verdi, Giacomo Puccini e Gioacchino Rossini. Manca Leonardo Da Vinci, in panchina. Poi un volo d’angelo sulla Storia e le sue vestigia (l’Impero romano, il Rinascimento), sulla letteratura e l’architettura-design, sul made in Italy della cucina e della moda. Non può mancare la tendenza spaghetti-mandolino, dura a morire. Pierfrancesco Favino recita l’Infinito di Giacomo Leopardi; Sabrina Impacciatore vestita a caso da Humana vintage si agita inutilmente; Brenda Lodigiani impartisce una lezione di «lingua parallela dei gesti» molto italiana.
È tempo di guardare le stelle: sfilano gli atleti. Le nazioni sono 96, i protagonisti 2.900. I più attesi sono i 196 italiani come sempre griffati Giorgio Armani. Avanzano sui «tunz tunz» di dj Mace, guidati dai portabandiera Arianna Fontana e Federico Pellegrino a Milano, Federica Brignone e Amos Mosaner a Cortina. Ci sono anche gli altri. Molto applauditi i 46 ucraini, la guerra non li ferma. Russi e bielorussi non sfilano ma gareggiano come privati. I quattro iraniani sono più forti della dittatura degli ayatollah. Per rimanere nell’alveo politico, gli israeliani vengono fischiati in un momento di tristezza e di vergogna.
Arrivano gli snowboardisti australiani, lo slalomista brasiliano e quello della Guinea Bissau che si allena in un centro commerciale a Dubai. E poi i tradizionali bobisti giamaicani, due bellissime cilene (freestyle e sci alpino), la groenlandese inuit del biathlon Ukaleq Slettemark plurintervistata sulla geopolitica, la freestyler cino-americana Eileen Gu (guadagna 20 milioni di dollari l’anno ha 2 milioni di follower su Instagram) con 125 agguerriti connazionali.
Tutto scivola verso la fine. Il rappresentante italiano del Cio, Giovanni Malagò, si autocelebra e s’inceppa. Il presidente Mattarella dichiara aperti i Giochi con la formula classica. I tedofori campioni accendono fiaccola (il bambino di 11 anni lasciato per strada ha aiutato ad alzare la bandiera a Cortina) e speranze: Alberto Tomba e Deborah Compagnoni a Milano, Gustavo Thoeni e Sofia Goggia a Cortina. Arriva Ghali, che recita la poesia di Gianni Rodari «Promemoria» contro la guerra. Non ne ha azzeccata una. Voleva cantare l’inno di Mameli ma senza l’autotune non lo avrebbe sentito nessuno. Si è lamentato perché l’arabo sarebbe stato bandito, ma il giuramento olimpico è stato pronunciato come sempre anche in quella lingua.
Orgoglio e malinconia nel vedere così sfavillante lo stadio di San Siro, sapendo che la vecchia signora pittata dai visagisti delle dive è all’ultima uscita, prima del De profundis necessario. Perché un conto è vedere lo spettacolo dai box vip e un altro avere bisogno dei bagni per la gente comune o salire le scale da falansterio del socialismo reale. Ieri sera i giornalisti di tutto il pianeta rimpiangevano Pechino e Sochi in una sala stampa da quarto mondo senza le prese, ma con le bustine di malva per calmare i più nervosi.
La fiaccola approda nel braciere dell’Arco della Pace da dove vigilerà sulle due settimane di gare, maranza e pro pal permettendo. Da oggi entrano in scena cronometri, pattini, cancelletti, scioline. E il cuore degli atleti azzurri, si spera, a fare la differenza. Subito a tifare per Giovanni Franzoni e Dominik Paris nella discesa libera, per Francesca Lollobrigida (pronipote della Lollo) nel pattinaggio di velocità. Nell’attesa, neofiti ed espertoni di short track dall’altroieri, tutti a rivedere «Miracle», la partita di hockey più leggendaria della storia. Ovviamente sul divano.
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Emmanuel Macron (Ansa)
Nelle stesse ore in cui Milano e Cortina accendevano i riflettori olimpici, Macron si trovava a Nuuk per inaugurare il nuovo consolato francese in Groenlandia. Si tratta di un avamposto diplomatico di dimensioni ridotte, con pochi funzionari e competenze limitate, ma caricato dall’Eliseo di un forte significato politico. La presenza francese, ha spiegato il nuovo console Jean-Noël Poirier, serve a ribadire l’impegno di Parigi a tutela della sovranità e dell’integrità territoriale di Danimarca e Groenlandia. «Abbiamo una linea rossa chiara: non faremo nulla che non sia in piena sintonia con ciò che vogliono i nostri amici danesi», ha affermato Poirier con solenne sicumera transalpina.
Quello che, formalmente, potrebbe sembrare un atto di ordinaria amministrazione diplomatica, nella sostanza vuole essere un gesto ad alta densità simbolica. Secondo Bloomberg, che ha fornito un’interessante lettura della vicenda, il peso dell’operazione è piuttosto modesto: un consolato minuscolo non sposta gli equilibri della sicurezza artica, ma consente tutt’al più alla Francia di segnalare la propria presenza in una regione divenuta cruciale nello scontro tra potenze. Sull’Artico, com’è noto, si sono posati da tempo gli occhi di Russia, Cina e, soprattutto, degli Stati Uniti, tornati a rivendicare apertamente la Groenlandia come tassello strategico della propria sicurezza. La sortita di Macron a trombe spiegate appare più teatro che sostanza. Una bandierina piantata nel ghiaccio per accreditarsi come protagonista europeo, senza però impegnarsi troppo sul piano operativo.
Leggermente diverso, ma speculare, è il caso del Canada che, al pari della Francia, ha deciso di aprire un suo consolato a Nuuk. Ottawa, però, si muove con maggiore cautela rispetto all’elefante francese nella cristalleria artica, dato che, al contrario di Parigi, è perfettamente consapevole della propria vulnerabilità nei confronti di Washington e dei rapporti sempre più tesi con Donald Trump. Anche qui, tuttavia, il messaggio politico conta più delle dimensioni dell’avamposto: riaffermare interessi artici trascurati per decenni e farsi trovare al tavolo quando si discuterà del futuro della regione. Oltre a sollevare dubbi sulla reale efficacia della sua mossa antitrumpiana, Macron ha finito anche per fare un evidente sgarbo a Roma, preferendo i ghiacci della Groenlandia ai riflettori olimpici di Milano-Cortina. E qui non può non tornare alla mente l’incidente accaduto alle Olimpiadi di Parigi, quando l’Italia non fece mancare la propria presenza, ma con Sergio Mattarella abbandonato sotto il diluvio senza nemmeno un ombrello: simbolo di un’accoglienza maldestra da parte del distratto anfitrione transalpino. Ieri come allora, insomma, tra le (velleitarie) ambizioni geopolitiche dell’Eliseo e il galateo diplomatico nei confronti dei «cugini» italiani sembra essersi creata una crepa che neppure i ghiacci eterni riescono più a nascondere.
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