True
2021-11-27
Per crescere i biocarburanti scommettono sul ricino e sull’olio da cucina usato
True
L'impegno di Eni sul fronte dell'economia circolare si articola su uno spettro molto ampio di iniziative. Per quanto riguarda l'attività di downstream - cioè i processi che si occupano della trasformazione del petrolio in prodotti derivati destinati alla vendita - il gruppo punta in particolare su due aspetti: la trasformazione delle raffinerie tradizionali in bioraffinerie e l'identificazione di soluzioni innovative per la produzione di biocarburanti da materie prime sempre più sostenibili dal punto di vista economico e ambientale, come bio oli e oli microbici.
Riutilizzare e valorizzare i materiali di scarto, le materie prime rinnovabili e i prodotti agricoli non in competizione con i cicli alimentari è infatti l'obiettivo di alcune delle applicazioni di economia circolare di Eni. Nel caso delle bioraffinerie, ad esempio, grazie alla tecnologia brevettata Ecofining è possibile trasformare le materie prime di origine biologica in biocarburanti, in particolare in Hvo (hydrotreated vegetable oil, olio vegetale idrogenato), ed entro il 2024 raddoppierà la capacità delle proprie bioraffinerie a 2 milioni di tonnellate.
Questa innovazione consente inoltre di dare nuova vita ad asset non più redditizi o in dismissione: è il caso di Porto Marghera, a Venezia, dove per la prima volta al mondo una raffineria di petrolio è stata convertita in bioraffineria grazie alla tecnologia Ecofining. In esercizio dal 2014, l'impianto di Venezia utilizza quote sempre maggiori di oli alimentari esausti, grassi animali e altre materie prime di scarto.
Nel 2019 Eni ha avviato anche la bioraffineria di Gela, una tra le più innovative d'Europa, con una capacità di lavorazione fino a 750.000 tonnellate all'anno: nel marzo 2021 è stato collaudato il nuovo impianto Btu, Biomass treatment unit, che consente di utilizzare fino al 100% biomasse di scarto, oli vegetali usati e di frittura, grassi animali, alghe e oli provenienti da colture in terreni marginali, quindi non in competizione con la filiera alimentare. L'obiettivo è generare da rifiuti e biomasse un prodotto per la mobilità sostenibile.
Gli oli alimentari esausti (Uco, Used cooking oils) sono un chiaro esempio di come l'economia circolare possa contribuire a sviluppare soluzioni per la mobilità sostenibile a partire da scarti e rifiuti. Se correttamente raccolti, gli Uco possono costituire un'alternativa agli oli vegetali processati nelle bioraffinerie per la produzione del biocarburante Hvo. Circa il 50% degli Uco raccolti in Italia viene trattato nella bioraffineria Eni di Venezia, grazie anche alle partnership siglate con i consorzi Conoe, Renoils, Utilitalia e agli accordi sottoscritti con diverse aziende multiutility incaricate della raccolta e trattamento dei rifiuti.
Nell'ottica di una sempre maggiore sostenibilità ambientale Eni promuove poi l'utilizzo dei cosiddetti terreni marginali per la coltivazione di piante tra cui il ricino, in grado di crescere con poca acqua, anche non potabile, senza quindi sottrarre spazio ai terreni agricoli. In Africa, Eni ha siglato accordi in Kenya, Benin, Congo e Angola per lo sviluppo di colture oleaginose sostenibili, come appunto il ricino, oltre all'avvio di progetti agricoli mirati e la raccolta di scarti e residui delle coltivazioni. L'obiettivo è fornire materia prima al sistema di bioraffinazione Eni, creando opportunità di lavoro ed espandendo le attività agricole in terreni marginali e abbandonati, e cercando allo stesso tempo di evitare impatti negativi sulle aree attualmente destinate alla produzione alimentare.
Nel campo della raffinazione Eni sta inoltre studiando soluzioni per produrre bio olio, biometano e acqua da rifiuti organici: i prodotti si possono impiegare direttamente come olio combustibile a basso contenuto di zolfo per la marina o inviare a un successivo stadio di raffinazione per la produzione di biocarburanti da impiegare nei trasporti. Per produrli Rewind, società ambientale di Eni, ha avviato a fine dicembre 2018 un impianto pilota a Gela; allo studio del gruppo anche soluzioni per ricavare olio microbico da rifiuti di biomassa lignocellulosica, come la paglia del grano e quella del mais.
Fra le nuove frontiere della mobilità anche idrogeno e biojet per gli aerei
I biocarburanti sono solo una delle soluzioni tecnologiche a cui Eni, guidata dall'ad Claudio Descalzi, sta lavorando allo scopo di supportare la decarbonizzazione del settore dei trasporti, un processo che si basa sulla sinergia delle diverse tecnologie disponibili. Il biocarburante Hvo prodotto nelle bioraffinerie di Venezia e Gela, che viene miscelato al 15% nel carburante Eni diesel+, è ad esempio protagonista di una sperimentazione con un blending che prevede quote superiori, fino al 100%, che verrà realizzata sui mezzi del trasporto pubblico locale grazie alla collaborazione con l'associazione di categoria Asstra. Della strategia di Eni fanno però parte anche punti di ricarica elettrica, biometano, Lng - gas naturale liquefatto - e idrogeno.
Per supportare la mobilità elettrica Eni ha avviato un piano di installazione di colonnine di ricarica nelle sue stazioni di servizio in Italia e all'estero (Germania, Austria, Svizzera, Francia e Spagna), che si aggiungono alle 14 già realizzate grazie all'accordo con la joint venture Ionity. Inoltre, Eni gas e luce (dal 2022 Plenitude), anche attraverso la recente acquisizione di Be power, tramite la controllata Be charge diventerà un operatore importante nel settore della ricarica di veicoli elettrici, installando nelle Eni station colonnine di ricarica normali e ultrafast. Un ruolo importante nella mobilità sostenibile è poi quello del car sharing: già nel 2013, per contribuire a decongestionare il traffico nelle grandi città, Eni ha lanciato il servizio Enjoy che oggi è presente con le auto rosse in cinque città: Roma, Milano, Firenze, Torino e Bologna.
Nella strategia di sostenibilità di Eni sono poi centrali i carburanti alternativi. Il gruppo ha già avviato la distribuzione di biometano nella propria rete di oltre 100 stazioni Cng (gas naturale compresso) in Italia e prevede di distribuire solo biometano dal prossimo anno. Dopo l'acquisizione di Fri-El biogas holding, avvenuta lo scorso marzo, Eni diverrà il primo produttore di biometano in Italia. Per il rifornimento dei mezzi pesanti, Eni ha già 14 stazioni di servizio che erogano Lng (gas naturale liquefatto) che dovrebbero diventare 20 entro il prossimo anno.
Infine, sul fronte della mobilità a idrogeno Eni ha avviato i lavori per la costruzione della prima stazione di servizio dedicata in ambito urbano a Mestre (Venezia), mentre una seconda sorgerà a San Donato Milanese.
Ultimo, ma non meno importante, è il settore dell'aviazione, che ha subito profondamente i contraccolpi della pandemia. Per contribuire concretamente alla decarbonizzazione del settore le uniche soluzioni immediatamente applicabili riguardano i sustainable aviation fuel (Saf), carburanti sostenibili alternativi. A ottobre 2021 Eni ha avviato la prima produzione di Saf nella raffineria di Taranto con una quota allo 0,5% di Uco (oli vegetali usati e di frittura). Nell'ambito dell'aviazione, l'obiettivo è raggiungere una capacità produttiva di almeno 500.000 tonnellate all'anno di carburante biojet al 2030. L'Eni biojet, lavorato partendo esclusivamente da materie prime di scarto come Uco e grassi animali, conterrà il 100% di componente biogenica e sarà utilizzabile miscelandolo con il jet convenzionale fino al 50%. La crescita della produzione di Ssf Eni continuerà nei primi mesi del prossimo anno con l'avvio di una produzione di oltre 10.000 tonnellate all'anno nella raffineria Eni a Livorno, mentre nel 2024 verrà avviata la produzione di Eni biojet nell'impianto di Gela tramite distillazione di biocomponenti prodotti nelle bioraffinerie Eni a Gela e Porto Marghera (Venezia) grazie alla tecnologia proprietaria Ecofining.
I biocarburanti rivoluzionano anche l’aviazione
Contribuire in maniera significativa alla decarbonizzazione del settore aereo, che ancora porta il peso delle conseguenze della crisi del covid: è uno degli obiettivi ai quali sta lavorando Eni nell'ambito delle sue iniziative sul fronte dell'economia circolare. In questo senso, le soluzioni più valide e con la maggiore facilità di applicazione nel breve-medio termine sono i Saf: l'acronimo sta per Sustainable aviation fuel e indica i carburanti sostenibili alternativi destinati appunto all'aviazione.
I Saf di Eni sono prodotti esclusivamente da scarti e residui, in linea con la decisione strategica di non utilizzare più olio di palma dal 2023: il gruppo del Cane a sei zampe prevede di raddoppiare entro il quadriennio la capacità attuale di bioraffinazione, portandola dagli attuali 1,1 milioni di tonnellate all'anno fino a 5-6 milioni di tonnellate all'anno entro il 2050. Nella gamma dei prodotti un ruolo significativo è quello del biojet, un carburante lavorato partendo esclusivamente da materie prime di scarto come Uco (used cooking oils, oli utilizzati per la cottura dei cibi) e grassi animali. L'Eni Biojet conterrà il 100% di componente biogenica e sarà utilizzabile miscelandolo con il jet convenzionale fino al 50%.
La raffineria di Taranto è stata scelta per le prime produzioni di Saf Eni, con una quota allo 0,5% di Uco (oli vegetali usati e di frittura). Questo significa che il Saf dello stabilimento tarantino viene attualmente prodotto tramite un processo di co-feeding, co-alimentando gli impianti convenzionali con quote di Uco pari allo 0,5%. La quota bio presente nel prodotto consente una riduzione superiore al 90% dei gas serra rispetto allo standard di riferimento del mix fossile, secondo la Renewable Energy Directive II. Il prodotto, già disponibile nei serbatoi della raffineria di Taranto, sarà commercializzato alle principali compagnie aeree, prima fra tutte Ita, anche grazie al supporto di operatori del settore come Aeroporti di Roma. Si tratta di un primo passo che si inserisce nel percorso di decarbonizzazione di tutti i prodotti e processi Eni, che guarda al 2050 coinvolgendo tutti i settori, compresi aviazione, mezzi pesanti e marina.
Già dai primi mesi del 2022 Eni intende avviare la produzione di oltre 10mila tonnellate all'anno di Saf nella raffineria Eni a Livorno, tramite la distillazione di bio-componenti prodotti nelle bioraffinerie Eni a Gela e Porto Marghera (Venezia) grazie alla tecnologia proprietaria Ecofining. Le materie prime utilizzate saranno esclusivamente di scarto, come gli Uco o i grassi animali. Nel 2024 la produzione di Eni Biojet sarà avviata anche nella bioraffineria di Gela, dove è già in corso di realizzazione un progetto che consentirà l'immissione sul mercato di ulteriori 150mila tonnellate all'anno di Saf ricavati al 100% da materie prime rinnovabili, una quantità in grado di soddisfare il potenziale obbligo del mercato italiano per il 2025.
«È un risultato molto importante nel nostro percorso di decarbonizzazione, che prevede tecnologie innovative già disponibili e iniziative industriali concrete, e rispecchia pienamente il nostro approccio pragmatico alla transizione energetica: utilizzare la tecnologia per abbattere le emissioni nei settori che, come il trasporto aereo, più pesano a livello emissivo ma che nello stesso tempo vanno alimentati poiché fondamentali per la crescita e lo sviluppo», ha commentato l'amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi. «Vogliamo affermarci come leader tecnologici nella transizione energetica, anche utilizzando competenze e asset tradizionali, e questo è un nuovo passo in quella direzione, nonché un importante contributo a livello di sistema».
Continua a leggereRiduci
Eni ha convertito le prime bioraffinerie a Venezia e a Gela e ha stretto patti con i Paesi africani per lo sviluppo di colture destinate a diventare parte dell'energia di domani.Fra le nuove frontiere della mobilità anche idrogeno e biojet per gli aerei. Il Cane a sei zampe sta espandendo la rete delle colonnine di ricarica elettrica. I biocarburanti rivoluzionano anche l'aviazione. L'ad Claudio Descalzi: «Vogliamo affermarci come leader tecnologici nella transizione energetica, anche utilizzando competenze e asset tradizionali».Lo speciale comprende tre articoli.L'impegno di Eni sul fronte dell'economia circolare si articola su uno spettro molto ampio di iniziative. Per quanto riguarda l'attività di downstream - cioè i processi che si occupano della trasformazione del petrolio in prodotti derivati destinati alla vendita - il gruppo punta in particolare su due aspetti: la trasformazione delle raffinerie tradizionali in bioraffinerie e l'identificazione di soluzioni innovative per la produzione di biocarburanti da materie prime sempre più sostenibili dal punto di vista economico e ambientale, come bio oli e oli microbici. Riutilizzare e valorizzare i materiali di scarto, le materie prime rinnovabili e i prodotti agricoli non in competizione con i cicli alimentari è infatti l'obiettivo di alcune delle applicazioni di economia circolare di Eni. Nel caso delle bioraffinerie, ad esempio, grazie alla tecnologia brevettata Ecofining è possibile trasformare le materie prime di origine biologica in biocarburanti, in particolare in Hvo (hydrotreated vegetable oil, olio vegetale idrogenato), ed entro il 2024 raddoppierà la capacità delle proprie bioraffinerie a 2 milioni di tonnellate. Questa innovazione consente inoltre di dare nuova vita ad asset non più redditizi o in dismissione: è il caso di Porto Marghera, a Venezia, dove per la prima volta al mondo una raffineria di petrolio è stata convertita in bioraffineria grazie alla tecnologia Ecofining. In esercizio dal 2014, l'impianto di Venezia utilizza quote sempre maggiori di oli alimentari esausti, grassi animali e altre materie prime di scarto. Nel 2019 Eni ha avviato anche la bioraffineria di Gela, una tra le più innovative d'Europa, con una capacità di lavorazione fino a 750.000 tonnellate all'anno: nel marzo 2021 è stato collaudato il nuovo impianto Btu, Biomass treatment unit, che consente di utilizzare fino al 100% biomasse di scarto, oli vegetali usati e di frittura, grassi animali, alghe e oli provenienti da colture in terreni marginali, quindi non in competizione con la filiera alimentare. L'obiettivo è generare da rifiuti e biomasse un prodotto per la mobilità sostenibile.Gli oli alimentari esausti (Uco, Used cooking oils) sono un chiaro esempio di come l'economia circolare possa contribuire a sviluppare soluzioni per la mobilità sostenibile a partire da scarti e rifiuti. Se correttamente raccolti, gli Uco possono costituire un'alternativa agli oli vegetali processati nelle bioraffinerie per la produzione del biocarburante Hvo. Circa il 50% degli Uco raccolti in Italia viene trattato nella bioraffineria Eni di Venezia, grazie anche alle partnership siglate con i consorzi Conoe, Renoils, Utilitalia e agli accordi sottoscritti con diverse aziende multiutility incaricate della raccolta e trattamento dei rifiuti. Nell'ottica di una sempre maggiore sostenibilità ambientale Eni promuove poi l'utilizzo dei cosiddetti terreni marginali per la coltivazione di piante tra cui il ricino, in grado di crescere con poca acqua, anche non potabile, senza quindi sottrarre spazio ai terreni agricoli. In Africa, Eni ha siglato accordi in Kenya, Benin, Congo e Angola per lo sviluppo di colture oleaginose sostenibili, come appunto il ricino, oltre all'avvio di progetti agricoli mirati e la raccolta di scarti e residui delle coltivazioni. L'obiettivo è fornire materia prima al sistema di bioraffinazione Eni, creando opportunità di lavoro ed espandendo le attività agricole in terreni marginali e abbandonati, e cercando allo stesso tempo di evitare impatti negativi sulle aree attualmente destinate alla produzione alimentare. Nel campo della raffinazione Eni sta inoltre studiando soluzioni per produrre bio olio, biometano e acqua da rifiuti organici: i prodotti si possono impiegare direttamente come olio combustibile a basso contenuto di zolfo per la marina o inviare a un successivo stadio di raffinazione per la produzione di biocarburanti da impiegare nei trasporti. Per produrli Rewind, società ambientale di Eni, ha avviato a fine dicembre 2018 un impianto pilota a Gela; allo studio del gruppo anche soluzioni per ricavare olio microbico da rifiuti di biomassa lignocellulosica, come la paglia del grano e quella del mais.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/per-crescere-i-biocarburanti-scommettono-sul-ricino-e-sullolio-da-cucina-usato-2655817971.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="fra-le-nuove-frontiere-della-mobilita-anche-idrogeno-e-biojet-per-gli-aerei" data-post-id="2655817971" data-published-at="1637970911" data-use-pagination="False"> Fra le nuove frontiere della mobilità anche idrogeno e biojet per gli aerei I biocarburanti sono solo una delle soluzioni tecnologiche a cui Eni, guidata dall'ad Claudio Descalzi, sta lavorando allo scopo di supportare la decarbonizzazione del settore dei trasporti, un processo che si basa sulla sinergia delle diverse tecnologie disponibili. Il biocarburante Hvo prodotto nelle bioraffinerie di Venezia e Gela, che viene miscelato al 15% nel carburante Eni diesel+, è ad esempio protagonista di una sperimentazione con un blending che prevede quote superiori, fino al 100%, che verrà realizzata sui mezzi del trasporto pubblico locale grazie alla collaborazione con l'associazione di categoria Asstra. Della strategia di Eni fanno però parte anche punti di ricarica elettrica, biometano, Lng - gas naturale liquefatto - e idrogeno. Per supportare la mobilità elettrica Eni ha avviato un piano di installazione di colonnine di ricarica nelle sue stazioni di servizio in Italia e all'estero (Germania, Austria, Svizzera, Francia e Spagna), che si aggiungono alle 14 già realizzate grazie all'accordo con la joint venture Ionity. Inoltre, Eni gas e luce (dal 2022 Plenitude), anche attraverso la recente acquisizione di Be power, tramite la controllata Be charge diventerà un operatore importante nel settore della ricarica di veicoli elettrici, installando nelle Eni station colonnine di ricarica normali e ultrafast. Un ruolo importante nella mobilità sostenibile è poi quello del car sharing: già nel 2013, per contribuire a decongestionare il traffico nelle grandi città, Eni ha lanciato il servizio Enjoy che oggi è presente con le auto rosse in cinque città: Roma, Milano, Firenze, Torino e Bologna. Nella strategia di sostenibilità di Eni sono poi centrali i carburanti alternativi. Il gruppo ha già avviato la distribuzione di biometano nella propria rete di oltre 100 stazioni Cng (gas naturale compresso) in Italia e prevede di distribuire solo biometano dal prossimo anno. Dopo l'acquisizione di Fri-El biogas holding, avvenuta lo scorso marzo, Eni diverrà il primo produttore di biometano in Italia. Per il rifornimento dei mezzi pesanti, Eni ha già 14 stazioni di servizio che erogano Lng (gas naturale liquefatto) che dovrebbero diventare 20 entro il prossimo anno. Infine, sul fronte della mobilità a idrogeno Eni ha avviato i lavori per la costruzione della prima stazione di servizio dedicata in ambito urbano a Mestre (Venezia), mentre una seconda sorgerà a San Donato Milanese. Ultimo, ma non meno importante, è il settore dell'aviazione, che ha subito profondamente i contraccolpi della pandemia. Per contribuire concretamente alla decarbonizzazione del settore le uniche soluzioni immediatamente applicabili riguardano i sustainable aviation fuel (Saf), carburanti sostenibili alternativi. A ottobre 2021 Eni ha avviato la prima produzione di Saf nella raffineria di Taranto con una quota allo 0,5% di Uco (oli vegetali usati e di frittura). Nell'ambito dell'aviazione, l'obiettivo è raggiungere una capacità produttiva di almeno 500.000 tonnellate all'anno di carburante biojet al 2030. L'Eni biojet, lavorato partendo esclusivamente da materie prime di scarto come Uco e grassi animali, conterrà il 100% di componente biogenica e sarà utilizzabile miscelandolo con il jet convenzionale fino al 50%. La crescita della produzione di Ssf Eni continuerà nei primi mesi del prossimo anno con l'avvio di una produzione di oltre 10.000 tonnellate all'anno nella raffineria Eni a Livorno, mentre nel 2024 verrà avviata la produzione di Eni biojet nell'impianto di Gela tramite distillazione di biocomponenti prodotti nelle bioraffinerie Eni a Gela e Porto Marghera (Venezia) grazie alla tecnologia proprietaria Ecofining. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/per-crescere-i-biocarburanti-scommettono-sul-ricino-e-sullolio-da-cucina-usato-2655817971.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="i-biocarburanti-rivoluzionano-anche-laviazione" data-post-id="2655817971" data-published-at="1637970911" data-use-pagination="False"> I biocarburanti rivoluzionano anche l’aviazione Contribuire in maniera significativa alla decarbonizzazione del settore aereo, che ancora porta il peso delle conseguenze della crisi del covid: è uno degli obiettivi ai quali sta lavorando Eni nell'ambito delle sue iniziative sul fronte dell'economia circolare. In questo senso, le soluzioni più valide e con la maggiore facilità di applicazione nel breve-medio termine sono i Saf: l'acronimo sta per Sustainable aviation fuel e indica i carburanti sostenibili alternativi destinati appunto all'aviazione.I Saf di Eni sono prodotti esclusivamente da scarti e residui, in linea con la decisione strategica di non utilizzare più olio di palma dal 2023: il gruppo del Cane a sei zampe prevede di raddoppiare entro il quadriennio la capacità attuale di bioraffinazione, portandola dagli attuali 1,1 milioni di tonnellate all'anno fino a 5-6 milioni di tonnellate all'anno entro il 2050. Nella gamma dei prodotti un ruolo significativo è quello del biojet, un carburante lavorato partendo esclusivamente da materie prime di scarto come Uco (used cooking oils, oli utilizzati per la cottura dei cibi) e grassi animali. L'Eni Biojet conterrà il 100% di componente biogenica e sarà utilizzabile miscelandolo con il jet convenzionale fino al 50%.La raffineria di Taranto è stata scelta per le prime produzioni di Saf Eni, con una quota allo 0,5% di Uco (oli vegetali usati e di frittura). Questo significa che il Saf dello stabilimento tarantino viene attualmente prodotto tramite un processo di co-feeding, co-alimentando gli impianti convenzionali con quote di Uco pari allo 0,5%. La quota bio presente nel prodotto consente una riduzione superiore al 90% dei gas serra rispetto allo standard di riferimento del mix fossile, secondo la Renewable Energy Directive II. Il prodotto, già disponibile nei serbatoi della raffineria di Taranto, sarà commercializzato alle principali compagnie aeree, prima fra tutte Ita, anche grazie al supporto di operatori del settore come Aeroporti di Roma. Si tratta di un primo passo che si inserisce nel percorso di decarbonizzazione di tutti i prodotti e processi Eni, che guarda al 2050 coinvolgendo tutti i settori, compresi aviazione, mezzi pesanti e marina.Già dai primi mesi del 2022 Eni intende avviare la produzione di oltre 10mila tonnellate all'anno di Saf nella raffineria Eni a Livorno, tramite la distillazione di bio-componenti prodotti nelle bioraffinerie Eni a Gela e Porto Marghera (Venezia) grazie alla tecnologia proprietaria Ecofining. Le materie prime utilizzate saranno esclusivamente di scarto, come gli Uco o i grassi animali. Nel 2024 la produzione di Eni Biojet sarà avviata anche nella bioraffineria di Gela, dove è già in corso di realizzazione un progetto che consentirà l'immissione sul mercato di ulteriori 150mila tonnellate all'anno di Saf ricavati al 100% da materie prime rinnovabili, una quantità in grado di soddisfare il potenziale obbligo del mercato italiano per il 2025.«È un risultato molto importante nel nostro percorso di decarbonizzazione, che prevede tecnologie innovative già disponibili e iniziative industriali concrete, e rispecchia pienamente il nostro approccio pragmatico alla transizione energetica: utilizzare la tecnologia per abbattere le emissioni nei settori che, come il trasporto aereo, più pesano a livello emissivo ma che nello stesso tempo vanno alimentati poiché fondamentali per la crescita e lo sviluppo», ha commentato l'amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi. «Vogliamo affermarci come leader tecnologici nella transizione energetica, anche utilizzando competenze e asset tradizionali, e questo è un nuovo passo in quella direzione, nonché un importante contributo a livello di sistema».
I nuovi campioni dell’inseguimento: Davide Ghiotto, Michele Malfatti e Andrea Giovannini (Ansa)
Nono oro, 24ª medaglia, un exploit straordinario nell’Olimpiade più generosa della storia. Ed è orgoglio puro - alla faccia di chi continua a rosicare contro i Giochi - quello che ti assale quando vedi il tricolore salire affiancato dalla bandiera a stelle e strisce e dal vessillo cinese: le superpotenze sono dietro i ragazzi italiani. Ora a invidiarci sono gli altri e lo scettico blu può consolarsi con una battuta neorealista: a guardie e ladri siamo sempre i numeri uno. Vent’anni dopo l’impresa di Enrico Fabris, Matteo Anesi e Ippolito Sanfratello sul ghiaccio di Torino, ancora tre azzurri a dettar legge. Tre ori di specialità sono un’enormità, e in tribuna a esultare c’è Francesca Lollobrigida che ha incamerato gli altri due. La locomotiva della squadra è Ghiotto, di nome e di fatto, vicentino di 32 anni che cominciò con le rotelle e avvitò le lame sotto i pattini assistendo all’exploit di Fabris a Torino. «Ho provato a imitarlo, oggi posso dire di esserci riuscito». Fin qui era andato male, medaglia di legno nei 5,000 e solo sesto nei 10.000. Giovannini (32 anni) cominciò a pattinare sul lago ghiacciato di Baselga di Pinè (Trento), poi è venuto il resto, anche i titoli mondiali a Calgary e Hamar. Torna in gara sabato nella Mass Start, praticamente una tonnara. Il trentino Malfatti ha un anno di meno (a questi livelli l’esperienza non è mai un optional), ha calzato i pattini a 5 anni e non li ha più tolti.
Sono tutti figli sportivi di Maurizio Marchetto, considerato a 70 anni il guru del pattinaggio. È stato lui a inventare la squadra stellare in un contesto difficile: piste all’aperto, un freddo boia, lunghe trasferte soprattutto in Olanda per allenarsi come si deve. Pane e pattini. Spiega Giovannini: «Ho due bimbi, Enea e Celeste, che mi riconoscono alla Tv. Adesso mi dedicherò a loro. Ma questo sport è troppo figo, a 65 all’ora in curva ti dà l’ebbrezza della velocità». Lui è milanista sfegatato, è cresciuto col mito di Kakà e come premio extra andrà a San Siro a vedere il derby.
Pattini d’oro per uomini veloci, sci di bronzo per ragazze stravaganti. Lo è Flora Tabanelli, salita lunedì notte sul podio nel Freestyle big air, che significa un trampolino quasi ad angolo retto, evoluzioni pazzesche in volo e atterraggi da reparto di traumatologia. La diciottenne modenese, figlia di albergatori che gestiscono un rifugio sull’Appennino, ha conquistato pubblico e avversarie per la folle genialità. I suoi idoli sono Alberto Tomba, amico di famiglia, e il fratello Miro, eliminato nella prova maschile di Freestyle. Alcuni mesi fa Flora si era fratturata una gamba cadendo e nella rieducazione a Torino ha incontrato Federica Brignone: «L’ho vista lavorare e mi ha impressionato. Ha un’energia interiore incredibile, il suo esempio mi ha aiutato a tornare più forte di prima». Lei è dolce e semplice, niente a che vedere con la sexy star olandese Jutta Leerdam, che dopo aver vinto nel pattinaggio ha mostrato un reggiseno Nike che gli varrà un milione di compenso. A proposito di soldi, l’ucraino dello skeleton Vladi Heraskevych, squalificato per via del casco con le foto delle vittime sportive della guerra, è stato ricompensato con 200.000 euro dal proprietario dello Shakhtar Donetsk. Come se avesse vinto l’oro.
Dopo le medaglie, la delusione più scontata arriva dall’hockey: l’Italia torna a casa. Nei playoff l’ha eliminata la Svizzera (3-0) che avrebbe segnato più gol se non si fosse trovata di fronte Damian Clara, il gemello con i pattini di Gigio Donnarumma. Ha parato quasi tutto: 48 tiri su 51. A 21 anni il ragazzone di Brunico è stato scelto dalla squadra di Los Angeles, gli Anaheim Ducks di Nhl. È il primo italiano chiamato nel gotha dei pro americani. Usa e Canada corrono verso lo scontro stellare nella finale di domenica e a questo proposito c’è un’ipotesi che agita l’organizzazione: all’arena Santa Giulia potrebbe materializzarsi Donald Trump, tifosissimo dello sport più Maga d’America.
Oggi si gareggia per medaglie pesanti, forgiate dalla fatica di uomini e donne degli altopiani. Nella sprint a squadre del Fondo, Federico Pellegrino aspira al podio; nella staffetta femminile di biathlon, Lisa Vittozzi e Dorothea Wierer vogliono imitarlo. Nello slalom speciale donne Lara Della Mea (quarta in gigante) può essere la sorpresa, mentre la notte dello short track promette ovazioni: Pietro Sighel per la vendetta, Arianna Fontana in staffetta per la leggenda.
C’è una gara che non vince nessuno: la caccia alle introvabili mascotte Milo e Tina, i peluche simbolo dei Giochi. I rifornimenti latitano, si comincia a parlare di mercato nero e di contraffazioni. È il consueto effetto collaterale cinese-partenopeo del fascino italiano.
Continua a leggereRiduci
«Creatives» (Amazon Prime Video)
Avrebbero perso la salute, il sonno. I propri, legittimi proventi. Eppure, nonostante l'ambiguità del caso, nonostante le rimostranze di chi lo ha vissuto sulla propria pelle, Amazon Prime Video ha deciso di proporre una narrazione diversa di quel che è accaduto a Velvet Media.
Di intessere una trama romantica, corredata di sliding doors dall'esito felice. Creatives, serie televisiva cui è stato affidato il compito di rileggere l'intera vicenda senza mai farvi accenno diretto, nasce per dare forma all'ipotesi che sia una buona intenzione all'origine del tutto. Un'idea pura, quella di anime decise a creare un ambiente di lavoro basato sul rispetto e la comprensione delle persone che ne siano coinvolte.
Creatives, al debutto sulla piattaforma streaming venerdì 20 febbraio, torna nella provincia di Treviso, tra le sue strade strette. Torna a un gruppo di giovani, che, senza troppo badare agli esiti dell'impresa, specie a quelli nefasti, ha deciso di mettere in piedi un'agenzia sui generis, regalando ai propri dipendenti la più totale autonomia. L'agenzia di cui racconta la serie televisiva, non aveva un orario di lavoro. Ciascuno era libero di autogestirsi. C'era uno psicologo a disposizione dei lavoratori, un'attenzione rara al benessere delle persone. C'era la piena convinzione di come la felicità fosse condicio sine qua non per ottenere produttività. E c'era, pure, una sorta di prova empirica rispetto alla validità del metodo. In poco tempo, l'agenzia è cresciuta, e con lei il numero dei dipendenti, arrivato a superare il centinaio. Sembrava tutto funzionasse, specie l'idea che le persone potessero valere più dei numeri, delle regole. Ma, come spesso accade, la realtà ha fatto presto irruzione nel castello di sogni, svelandone le crepe, le ombre, le fragilità. Complice la pandemia, l'agenzia di cui racconta la serie tv di Amazon Prime Video s'è fermata. Una battuta d'arresto dolorosa e violenta, che, nell'economia del racconto, non ha tolto all'esperimento umano il suo romanticismo.
Creatives, in sei episodi, documenta gli sforzi del gruppo, il colpo di reni per rialzarsi, più forti di prima. Tace il resto, però: quello che le cronache hanno riportato, la disillusione di chi lì dentro ha lavorato, di chi giura di essere stato preso in giro. Tace e il confine rimane labile, sospeso tra verità giudiziaria e narrazione televisiva.
Continua a leggereRiduci