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2022-08-03
Pelosi atterra a Taiwan e la tensione schizza
Nancy Pelosi (Ansa)
È altissima la tensione tra Washington e Pechino su Taiwan. Ieri sera, la speaker della Camera americana, Nancy Pelosi, è atterrata a Taipei, dove oggi dovrebbe incontrare la presidentessa Tsai Ing-wen. Una visita, quella della Pelosi, che ha innescato uno scontro diplomatico tra Usa e Cina.
Il ministero degli Esteri cinese ha emesso un duro comunicato. «Questa è una grave violazione del principio dell’unica Cina [...] Ciò mina gravemente la pace e la stabilità nello stretto di Taiwan e manda un segnale sbagliato alle forze separatiste», recita la nota, che definisce inoltre la questione taiwanese come un «affare puramente interno alla Cina». Pechino ha inoltre annunciato nuove esercitazioni militari con lanci di missili in mare. Dal canto suo, la Pelosi ha twittato, dicendo di voler «onorare l’incrollabile impegno dell’America nel sostenere la vivace democrazia di Taiwan». Nell’occasione, la Speaker ha negato che la visita punti a mettere in discussione la politica dell’unica Cina, condotta dagli Usa. A poche ore dall’atterraggio della Pelosi, dei caccia cinesi avevano volato sullo stretto di Taiwan, mentre il governo di Taipei denunciava un attacco informatico. Dall’altra parte, quattro navi da guerra statunitensi erano state schierate nelle acque a Est dell’isola. Mosca si è intanto schierata dalla parte di Pechino, dicendo che ha il diritto di «proteggere la sua sovranità». La crisi in atto è complessa. Tuttavia, prima di procedere, è bene chiarire un punto. Il dossier taiwanese non è una «questione interna alla Cina», come dice la propaganda del Partito comunista cinese. A seguito della guerra civile tra comunisti e nazionalisti, questi ultimi si rifugiarono sull’isola, insediandovi il governo della Repubblica di Cina. Ebbene, Taiwan non ha mai riconosciuto né è mai finita sotto il controllo della Repubblica popolare cinese, istituita da Mao Zedong nel 1949.
Le visite di parlamentari occidentali sull’isola non costituiscono pertanto una violazione della sovranità di Pechino. Il problema che sorge dalla visita della Pelosi è semmai un altro. Saggezza avrebbe voluto che la Speaker e Biden avessero preventivamente concordato una linea comune a porte chiuse, evitando divergenze in mondovisione. Divergenze che, al contrario, si sono ripetutamente palesate negli scorsi giorni. Il presidente americano aveva chiaramente fatto capire di non gradire una visita della Pelosi sull’isola, mentre i portavoce della Casa Bianca e del consiglio di sicurezza nazionale Usa avevano a più riprese smentito che Washington volesse sconfessare la politica dell’unica Cina. È chiaro che simili fratture hanno trasmesso a Pechino un’immagine divisa dei vertici istituzionali americani. Certo: a livello meramente tecnico, la speaker è la massima rappresentante del potere legislativo e non deve rendere conto delle proprie scelte ai vertici del potere esecutivo. Tuttavia la pericolosa drammaticità della questione taiwanese non consente di derubricare il tutto a un cavillo di natura tecnica. Evidenziando le loro fratture davanti al mondo, Biden e la Pelosi - che fanno per giunta parte del medesimo partito - hanno azzoppato la deterrenza che la Casa Bianca può esercitare nei confronti del Dragone: la deterrenza è infatti un principio che si nutre di forza e la forza esige compattezza. Se ti mostri irresoluto e diviso, i tuoi nemici ne approfitteranno. D’altronde, quando l’allora Speaker della Camera, il repubblicano Newt Gingrich, si recò in visita sull’isola nel 1997, il New York Times riportò che si era coordinato con l’amministrazione Clinton: amministrazione che - ricordiamolo - era dem. Il problema è che la stessa amministrazione Biden si è mostrata finora tutt’altro che compatta sulla Cina, spaccandosi tra chi invoca la linea dura sui diritti umani e chi predilige distensione in nome del commercio e della cooperazione ambientale.
Non è quindi escludibile che - al di là delle esigenze interne di Xi Jinping che punta a un terzo mandato presidenziale - la retorica bellicosa di Pechino miri a mettere ulteriormente sotto pressione i vertici istituzionali statunitensi. Lo stesso Henry Kissinger ricorda nel suo On China che Mao usava la questione taiwanese (anche) per testare le reazioni americane. Insomma, la mancata linea comune tra Biden e la Pelosi ha indebolito la deterrenza statunitense in una fase di significativa aggressività cinese. Si tratta di un problema che - oltre alla libertà dei taiwanesi - riguarda anche quei microchip, di cui l’isola è tra i principali produttori al mondo. Ieri, le azioni del settore hanno registrato un calo, mentre si teme che lo scoppio di una crisi possa avere degli effetti nefasti sulle catene di approvvigionamento dei semiconduttori.
Tra l’altro, un’eventuale invasione cinese di Taiwan creerebbe enormi problemi di rifornimento per l’Occidente: è anche in questo senso che il colosso tecnologico taiwanese Tsmc sta aprendo impianti in Arizona e Giappone. La pace, diceva giustamente Ronald Reagan, si preserva con la forza. Taiwan ha bisogno di un’America compatta e risoluta, che, incutendo timore, dissuada la Cina dal compiere pericolosi colpi di mano. Ciò di cui non ha invece bisogno sono le passerelle inutili.
La sinistra che ciancia di atlantismo ci ha spinto tra le braccia dell’Iran
Il Pd non è stato soltanto il partito che più di tutti ha avvicinato l’Italia alla Russia e alla Cina. È stato anche il partito che - nonostante sbandieri presunte credenziali di atlantismo - ci ha progressivamente spinto tra le braccia del regime khomeinista (regime da sempre legatissimo a Mosca).
Era dicembre 2013, quando Massimo D’Alema, allora nel Pd, si recò in Iran, dove incontrò il ministro degli Esteri iraniano dell’epoca, Javad Zarif. Pochi giorni dopo, Emma Bonino, allora alla guida della Farnesina nel governo Letta, effettuò la prima visita ufficiale in Iran di un ministro degli Esteri italiano nell’arco di dieci anni. Nel febbraio 2015, Paolo Gentiloni, capo della diplomazia del governo Renzi, si recò a Teheran, dicendo: «La mia visita conferma l’importanza che l’Italia attribuisce alle relazioni con l’Iran». La vera svolta avvenne tuttavia nel 2016. Nel gennaio di quell’anno, l’allora presidente iraniano Hassan Rohani effettuò una visita nel nostro Paese: nell’aprile successivo, Matteo Renzi, all’epoca ancora inquilino di Palazzo Chigi, ricambiò, recandosi a Teheran, dove incontrò Rohani e l’ayatollah Ali Khamenei.
Quello stesso Renzi che, nel 2014, aveva ottenuto la nomina di Federica Mogherini ad Alto rappresentante per gli affari esteri Ue. Fu proprio costei a figurare tra gli artefici del controverso accordo sul nucleare con l’Iran del 2015 (accordo fortemente voluto dalla Russia). E sempre lei si recò a Teheran nell’agosto 2017 in occasione dell’insediamento dell’appena rieletto Rohani. Non a caso, quando decise di abbandonare l’intesa sul nucleare nel maggio 2018, Donald Trump si attirò le critiche sia della Mogherini che della Russia. Inoltre, approfittando della distensione tra Roma e Teheran, l’allora governatrice dem del Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani, favorì, nel gennaio 2016, una serie di accordi tra l’Iran e il porto di Trieste.
Tutto questo, mentre nel gennaio 2020 vari esponenti del Pd si schierarono contro Trump sulla questione dell’uccisione del generale Qasem Soleimani.
Laura Boldrini accusò l’allora presidente americano di destabilizzare il Medio Oriente, condannando inoltre la sua scelta di riconoscere Gerusalemme come capitale dello Stato d’Israele. Pierfrancesco Majorino, in un intervento all’Europarlamento, invocò il ripristino dell’accordo sul nucleare con l’Iran. D’altronde, appena lo scorso giugno, la deputata dem Lia Quartapelle è tornata a criticare Trump per aver abbandonato quell’intesa. A luglio, lo Iai ha invece organizzato un evento in cui è stato ospitato l’attuale ministro degli Esteri iraniano, Hossein Amir-Abdollahian: un evento a cui era presente anche il viceministro degli Esteri italiano, la dem Marina Sereni. Nel corso della sua tappa romana, Abdollahian è stato inoltre ricevuto da Luigi Di Maio alla Farnesina.
Ora, vale la pena ricordare che, oltre a essere un’autocrazia, l’Iran è uno storico alleato di Vladimir Putin. A marzo, il ministero del petrolio di Teheran annunciò che avrebbe aiutato Mosca contro le sanzioni occidentali, mentre è stato di recente annunciato un accordo da 40 miliardi di dollari tra Gazprom e la Repubblica islamica. Non solo: nel marzo 2021, l’Iran ha siglato un’intesa di cooperazione venticinquennale con la Cina, mentre sono arcinoti i controversi legami tra il regime degli ayatollah e il Venezuela. Ricordiamo anche che Abdollahian era una figura vicinissima a Soleimani e che Amnesty International ha chiesto che l’attuale presidente iraniano, Ebrahim Raisi, venga indagato per crimini contro l’umanità. Ricordiamo infine che il ripristino dell’accordo sul nucleare è temuto dai principali leader politici israeliani, oltre che da alcuni settori dello stesso Partito democratico americano.
Insomma, il Pd taccia gli altri di legami con Putin, ma al contempo porta avanti una linea di amicizia verso l’Iran, che di Putin è storicamente uno dei principali alleati. Sembrerebbe un problema di logica. Invece, forse, è solo un problema di ipocrisia.
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L’arrivo della Speaker della Camera Usa a Taipei innesca le reazioni di Pechino, che annuncia operazioni militari mirate. La visita divide l’amministrazione Biden, minando la deterrenza americana contro una possibile invasione cinese dell’isola.La sinistra che ciancia di atlantismo ci ha spinto tra le braccia dell’Iran. I dem a caccia di «putinisti» hanno avvicinato l’Italia a Teheran. Stretta alleata di Mosca. Lo speciale comprende due articoli. È altissima la tensione tra Washington e Pechino su Taiwan. Ieri sera, la speaker della Camera americana, Nancy Pelosi, è atterrata a Taipei, dove oggi dovrebbe incontrare la presidentessa Tsai Ing-wen. Una visita, quella della Pelosi, che ha innescato uno scontro diplomatico tra Usa e Cina. Il ministero degli Esteri cinese ha emesso un duro comunicato. «Questa è una grave violazione del principio dell’unica Cina [...] Ciò mina gravemente la pace e la stabilità nello stretto di Taiwan e manda un segnale sbagliato alle forze separatiste», recita la nota, che definisce inoltre la questione taiwanese come un «affare puramente interno alla Cina». Pechino ha inoltre annunciato nuove esercitazioni militari con lanci di missili in mare. Dal canto suo, la Pelosi ha twittato, dicendo di voler «onorare l’incrollabile impegno dell’America nel sostenere la vivace democrazia di Taiwan». Nell’occasione, la Speaker ha negato che la visita punti a mettere in discussione la politica dell’unica Cina, condotta dagli Usa. A poche ore dall’atterraggio della Pelosi, dei caccia cinesi avevano volato sullo stretto di Taiwan, mentre il governo di Taipei denunciava un attacco informatico. Dall’altra parte, quattro navi da guerra statunitensi erano state schierate nelle acque a Est dell’isola. Mosca si è intanto schierata dalla parte di Pechino, dicendo che ha il diritto di «proteggere la sua sovranità». La crisi in atto è complessa. Tuttavia, prima di procedere, è bene chiarire un punto. Il dossier taiwanese non è una «questione interna alla Cina», come dice la propaganda del Partito comunista cinese. A seguito della guerra civile tra comunisti e nazionalisti, questi ultimi si rifugiarono sull’isola, insediandovi il governo della Repubblica di Cina. Ebbene, Taiwan non ha mai riconosciuto né è mai finita sotto il controllo della Repubblica popolare cinese, istituita da Mao Zedong nel 1949. Le visite di parlamentari occidentali sull’isola non costituiscono pertanto una violazione della sovranità di Pechino. Il problema che sorge dalla visita della Pelosi è semmai un altro. Saggezza avrebbe voluto che la Speaker e Biden avessero preventivamente concordato una linea comune a porte chiuse, evitando divergenze in mondovisione. Divergenze che, al contrario, si sono ripetutamente palesate negli scorsi giorni. Il presidente americano aveva chiaramente fatto capire di non gradire una visita della Pelosi sull’isola, mentre i portavoce della Casa Bianca e del consiglio di sicurezza nazionale Usa avevano a più riprese smentito che Washington volesse sconfessare la politica dell’unica Cina. È chiaro che simili fratture hanno trasmesso a Pechino un’immagine divisa dei vertici istituzionali americani. Certo: a livello meramente tecnico, la speaker è la massima rappresentante del potere legislativo e non deve rendere conto delle proprie scelte ai vertici del potere esecutivo. Tuttavia la pericolosa drammaticità della questione taiwanese non consente di derubricare il tutto a un cavillo di natura tecnica. Evidenziando le loro fratture davanti al mondo, Biden e la Pelosi - che fanno per giunta parte del medesimo partito - hanno azzoppato la deterrenza che la Casa Bianca può esercitare nei confronti del Dragone: la deterrenza è infatti un principio che si nutre di forza e la forza esige compattezza. Se ti mostri irresoluto e diviso, i tuoi nemici ne approfitteranno. D’altronde, quando l’allora Speaker della Camera, il repubblicano Newt Gingrich, si recò in visita sull’isola nel 1997, il New York Times riportò che si era coordinato con l’amministrazione Clinton: amministrazione che - ricordiamolo - era dem. Il problema è che la stessa amministrazione Biden si è mostrata finora tutt’altro che compatta sulla Cina, spaccandosi tra chi invoca la linea dura sui diritti umani e chi predilige distensione in nome del commercio e della cooperazione ambientale. Non è quindi escludibile che - al di là delle esigenze interne di Xi Jinping che punta a un terzo mandato presidenziale - la retorica bellicosa di Pechino miri a mettere ulteriormente sotto pressione i vertici istituzionali statunitensi. Lo stesso Henry Kissinger ricorda nel suo On China che Mao usava la questione taiwanese (anche) per testare le reazioni americane. Insomma, la mancata linea comune tra Biden e la Pelosi ha indebolito la deterrenza statunitense in una fase di significativa aggressività cinese. Si tratta di un problema che - oltre alla libertà dei taiwanesi - riguarda anche quei microchip, di cui l’isola è tra i principali produttori al mondo. Ieri, le azioni del settore hanno registrato un calo, mentre si teme che lo scoppio di una crisi possa avere degli effetti nefasti sulle catene di approvvigionamento dei semiconduttori. Tra l’altro, un’eventuale invasione cinese di Taiwan creerebbe enormi problemi di rifornimento per l’Occidente: è anche in questo senso che il colosso tecnologico taiwanese Tsmc sta aprendo impianti in Arizona e Giappone. La pace, diceva giustamente Ronald Reagan, si preserva con la forza. Taiwan ha bisogno di un’America compatta e risoluta, che, incutendo timore, dissuada la Cina dal compiere pericolosi colpi di mano. Ciò di cui non ha invece bisogno sono le passerelle inutili. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/pelosi-atterra-a-taiwan-e-la-tensione-schizza-2657796490.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-sinistra-che-ciancia-di-atlantismo-ci-ha-spinto-tra-le-braccia-delliran" data-post-id="2657796490" data-published-at="1659472850" data-use-pagination="False"> La sinistra che ciancia di atlantismo ci ha spinto tra le braccia dell’Iran Il Pd non è stato soltanto il partito che più di tutti ha avvicinato l’Italia alla Russia e alla Cina. È stato anche il partito che - nonostante sbandieri presunte credenziali di atlantismo - ci ha progressivamente spinto tra le braccia del regime khomeinista (regime da sempre legatissimo a Mosca). Era dicembre 2013, quando Massimo D’Alema, allora nel Pd, si recò in Iran, dove incontrò il ministro degli Esteri iraniano dell’epoca, Javad Zarif. Pochi giorni dopo, Emma Bonino, allora alla guida della Farnesina nel governo Letta, effettuò la prima visita ufficiale in Iran di un ministro degli Esteri italiano nell’arco di dieci anni. Nel febbraio 2015, Paolo Gentiloni, capo della diplomazia del governo Renzi, si recò a Teheran, dicendo: «La mia visita conferma l’importanza che l’Italia attribuisce alle relazioni con l’Iran». La vera svolta avvenne tuttavia nel 2016. Nel gennaio di quell’anno, l’allora presidente iraniano Hassan Rohani effettuò una visita nel nostro Paese: nell’aprile successivo, Matteo Renzi, all’epoca ancora inquilino di Palazzo Chigi, ricambiò, recandosi a Teheran, dove incontrò Rohani e l’ayatollah Ali Khamenei. Quello stesso Renzi che, nel 2014, aveva ottenuto la nomina di Federica Mogherini ad Alto rappresentante per gli affari esteri Ue. Fu proprio costei a figurare tra gli artefici del controverso accordo sul nucleare con l’Iran del 2015 (accordo fortemente voluto dalla Russia). E sempre lei si recò a Teheran nell’agosto 2017 in occasione dell’insediamento dell’appena rieletto Rohani. Non a caso, quando decise di abbandonare l’intesa sul nucleare nel maggio 2018, Donald Trump si attirò le critiche sia della Mogherini che della Russia. Inoltre, approfittando della distensione tra Roma e Teheran, l’allora governatrice dem del Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani, favorì, nel gennaio 2016, una serie di accordi tra l’Iran e il porto di Trieste. Tutto questo, mentre nel gennaio 2020 vari esponenti del Pd si schierarono contro Trump sulla questione dell’uccisione del generale Qasem Soleimani. Laura Boldrini accusò l’allora presidente americano di destabilizzare il Medio Oriente, condannando inoltre la sua scelta di riconoscere Gerusalemme come capitale dello Stato d’Israele. Pierfrancesco Majorino, in un intervento all’Europarlamento, invocò il ripristino dell’accordo sul nucleare con l’Iran. D’altronde, appena lo scorso giugno, la deputata dem Lia Quartapelle è tornata a criticare Trump per aver abbandonato quell’intesa. A luglio, lo Iai ha invece organizzato un evento in cui è stato ospitato l’attuale ministro degli Esteri iraniano, Hossein Amir-Abdollahian: un evento a cui era presente anche il viceministro degli Esteri italiano, la dem Marina Sereni. Nel corso della sua tappa romana, Abdollahian è stato inoltre ricevuto da Luigi Di Maio alla Farnesina. Ora, vale la pena ricordare che, oltre a essere un’autocrazia, l’Iran è uno storico alleato di Vladimir Putin. A marzo, il ministero del petrolio di Teheran annunciò che avrebbe aiutato Mosca contro le sanzioni occidentali, mentre è stato di recente annunciato un accordo da 40 miliardi di dollari tra Gazprom e la Repubblica islamica. Non solo: nel marzo 2021, l’Iran ha siglato un’intesa di cooperazione venticinquennale con la Cina, mentre sono arcinoti i controversi legami tra il regime degli ayatollah e il Venezuela. Ricordiamo anche che Abdollahian era una figura vicinissima a Soleimani e che Amnesty International ha chiesto che l’attuale presidente iraniano, Ebrahim Raisi, venga indagato per crimini contro l’umanità. Ricordiamo infine che il ripristino dell’accordo sul nucleare è temuto dai principali leader politici israeliani, oltre che da alcuni settori dello stesso Partito democratico americano. Insomma, il Pd taccia gli altri di legami con Putin, ma al contempo porta avanti una linea di amicizia verso l’Iran, che di Putin è storicamente uno dei principali alleati. Sembrerebbe un problema di logica. Invece, forse, è solo un problema di ipocrisia.
Getty Images
L’ayatollah ha inoltre bollato le proteste come frutto di una «cospirazione americana». «L’obiettivo dell’America è quello di inghiottire l’Iran», ha proseguito. «Per grazia di Dio, la nazione iraniana deve spezzare la schiena dei sediziosi, proprio come ha spezzato la schiena della sedizione», ha continuato Khamenei. Non solo. Il procuratore di Teheran, Ali Salehi, ha anche platealmente smentito Trump, il quale, nei giorni scorsi, aveva affermato che il regime khomeinista aveva annullato alcune centinaia di esecuzioni. «Dovrebbe farsi gli affari suoi», ha affermato Salehi, riferendosi al presidente americano, per poi promettere una risposta «decisa» della magistratura iraniana contro i manifestanti.
Dopo queste dichiarazioni, Trump ha rilasciato a Politico un commento lapidario. «È tempo di cercare una nuova leadership in Iran», ha dichiarato. Poi, riferendosi a Khamenei, ha aggiunto: «Questo è un uomo malato che dovrebbe governare il suo Paese come si deve e smettere di uccidere. Il suo Paese è il posto peggiore in cui vivere al mondo a causa della sua pessima leadership». Particolarmente duro si è mostrato anche il Dipartimento di Stato americano che, in un post sul suo account X in lingua farsi, ha affermato: «Abbiamo ricevuto notizie secondo cui la Repubblica islamica starebbe preparando opzioni per colpire le basi americane. Come ha ripetutamente sottolineato il presidente Trump, tutte le opzioni restano sul tavolo e, se il regime della Repubblica islamica attaccasse gli asset americani, la Repubblica islamica si troverebbe ad affrontare una forza molto, molto potente». Insomma, se negli ultimi giorni la tensione sembrava essersi parzialmente smorzata, è chiaro che ieri le fibrillazioni tra Washington e Teheran sono tornate a salire. Sotto questo aspetto, le parole di Khamenei e di Salehi hanno notevolmente gettato benzina sul fuoco. Non dimentichiamo infatti che, venerdì, Trump aveva lasciato intendere di aver cancellato (o comunque rimandato) l’attacco militare proprio in conseguenza dell’annullamento di 800 esecuzioni da parte del regime. Non solo. Nei giorni scorsi, il presidente americano aveva espresso più volte scetticismo verso l’ipotesi che il principe ereditario iraniano, Reza Pahlavi, potesse guidare un’eventuale transizione di potere a Teheran, lasciando così intendere di non essere troppo convinto di un regime change in piena regola. Certo, la Casa Bianca non aveva rinunciato a esercitare pressione sul governo iraniano tra nuove sanzioni e spostamento della portaerei Lincoln verso il Mediterraneo. Tuttavia, tra giovedì e venerdì, Trump era sembrato meno propenso a ricorrere all’opzione bellica. Dall’altra parte, non è un mistero che, già a partire dallo scorso fine settimana, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, si fosse mosso diplomaticamente per cercare di scongiurare un’operazione militare da parte di Washington. Una serie di manovre, quelle di Araghchi, che rischiano di essere state affossate dalle recenti parole di Khamenei e Salehi.
Il regime khomeinista, che potrebbe tenere bloccato internet fino a fine marzo, è del resto internamente spaccato. Delle divisioni erano già emerse a giugno, a seguito dell’attacco statunitense ai siti nucleari iraniani. In quell’occasione, si registrò un contrasto tra la linea maggiormente diplomatica dello stesso Araghchi e quella più battagliera dei pasdaran. È dunque probabile che oggi si stiano ripresentando delle dinamiche simili in seno al regime. E adesso, le dure parole di Khamenei hanno portato Trump a propendere per un regime change. Un regime change che, qualora dovesse essere attuato, sarebbe tuttavia più simile alla «soluzione venezuelana», che a quella «afgana» o «irachena». Il presidente americano potrebbe, in altre parole, colpire il vertice del regime e scegliere poi come interlocutore un pezzo del vecchio sistema di potere, dopo averlo adeguatamente addomesticato. Se questa è la linea che Trump intende seguire, è chiaro che a rischiare di più sarebbero Khamenei, il suo entourage e i capi dei pasdaran. La rivista specializzata 19FortyFive ha definito questa strategia «coercizione senza proprietà». Come ha fatto in Venezuela, Trump, anche in Iran, non procederebbe a un regime change completo né tantomeno a un’operazione di nation building: due politiche, queste, rispetto a cui l’attuale presidente americano si è sempre mostrato scettico, considerandole rischiose, costose e foriere di instabilità. La soluzione migliore, per lui, sarebbe quella di «domare» il regime avversario (magari epurandone gli esponenti più problematici), per riorientare la sua politica estera, evitando al contempo che gli Usa restino impelagati in un pantano. È così che sta spingendo oggi il governo chavista «de-madurizzato» lontano dalla Cina. Ed è così che potrebbe presto fare con il governo iraniano. Non a caso, ieri il presidente americano ha appuntato i suoi strali soprattutto contro Khamenei, definendolo un «uomo malato». Chi ha orecchie per intendere...
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