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2022-08-03
Pelosi atterra a Taiwan e la tensione schizza
Nancy Pelosi (Ansa)
È altissima la tensione tra Washington e Pechino su Taiwan. Ieri sera, la speaker della Camera americana, Nancy Pelosi, è atterrata a Taipei, dove oggi dovrebbe incontrare la presidentessa Tsai Ing-wen. Una visita, quella della Pelosi, che ha innescato uno scontro diplomatico tra Usa e Cina.
Il ministero degli Esteri cinese ha emesso un duro comunicato. «Questa è una grave violazione del principio dell’unica Cina [...] Ciò mina gravemente la pace e la stabilità nello stretto di Taiwan e manda un segnale sbagliato alle forze separatiste», recita la nota, che definisce inoltre la questione taiwanese come un «affare puramente interno alla Cina». Pechino ha inoltre annunciato nuove esercitazioni militari con lanci di missili in mare. Dal canto suo, la Pelosi ha twittato, dicendo di voler «onorare l’incrollabile impegno dell’America nel sostenere la vivace democrazia di Taiwan». Nell’occasione, la Speaker ha negato che la visita punti a mettere in discussione la politica dell’unica Cina, condotta dagli Usa. A poche ore dall’atterraggio della Pelosi, dei caccia cinesi avevano volato sullo stretto di Taiwan, mentre il governo di Taipei denunciava un attacco informatico. Dall’altra parte, quattro navi da guerra statunitensi erano state schierate nelle acque a Est dell’isola. Mosca si è intanto schierata dalla parte di Pechino, dicendo che ha il diritto di «proteggere la sua sovranità». La crisi in atto è complessa. Tuttavia, prima di procedere, è bene chiarire un punto. Il dossier taiwanese non è una «questione interna alla Cina», come dice la propaganda del Partito comunista cinese. A seguito della guerra civile tra comunisti e nazionalisti, questi ultimi si rifugiarono sull’isola, insediandovi il governo della Repubblica di Cina. Ebbene, Taiwan non ha mai riconosciuto né è mai finita sotto il controllo della Repubblica popolare cinese, istituita da Mao Zedong nel 1949.
Le visite di parlamentari occidentali sull’isola non costituiscono pertanto una violazione della sovranità di Pechino. Il problema che sorge dalla visita della Pelosi è semmai un altro. Saggezza avrebbe voluto che la Speaker e Biden avessero preventivamente concordato una linea comune a porte chiuse, evitando divergenze in mondovisione. Divergenze che, al contrario, si sono ripetutamente palesate negli scorsi giorni. Il presidente americano aveva chiaramente fatto capire di non gradire una visita della Pelosi sull’isola, mentre i portavoce della Casa Bianca e del consiglio di sicurezza nazionale Usa avevano a più riprese smentito che Washington volesse sconfessare la politica dell’unica Cina. È chiaro che simili fratture hanno trasmesso a Pechino un’immagine divisa dei vertici istituzionali americani. Certo: a livello meramente tecnico, la speaker è la massima rappresentante del potere legislativo e non deve rendere conto delle proprie scelte ai vertici del potere esecutivo. Tuttavia la pericolosa drammaticità della questione taiwanese non consente di derubricare il tutto a un cavillo di natura tecnica. Evidenziando le loro fratture davanti al mondo, Biden e la Pelosi - che fanno per giunta parte del medesimo partito - hanno azzoppato la deterrenza che la Casa Bianca può esercitare nei confronti del Dragone: la deterrenza è infatti un principio che si nutre di forza e la forza esige compattezza. Se ti mostri irresoluto e diviso, i tuoi nemici ne approfitteranno. D’altronde, quando l’allora Speaker della Camera, il repubblicano Newt Gingrich, si recò in visita sull’isola nel 1997, il New York Times riportò che si era coordinato con l’amministrazione Clinton: amministrazione che - ricordiamolo - era dem. Il problema è che la stessa amministrazione Biden si è mostrata finora tutt’altro che compatta sulla Cina, spaccandosi tra chi invoca la linea dura sui diritti umani e chi predilige distensione in nome del commercio e della cooperazione ambientale.
Non è quindi escludibile che - al di là delle esigenze interne di Xi Jinping che punta a un terzo mandato presidenziale - la retorica bellicosa di Pechino miri a mettere ulteriormente sotto pressione i vertici istituzionali statunitensi. Lo stesso Henry Kissinger ricorda nel suo On China che Mao usava la questione taiwanese (anche) per testare le reazioni americane. Insomma, la mancata linea comune tra Biden e la Pelosi ha indebolito la deterrenza statunitense in una fase di significativa aggressività cinese. Si tratta di un problema che - oltre alla libertà dei taiwanesi - riguarda anche quei microchip, di cui l’isola è tra i principali produttori al mondo. Ieri, le azioni del settore hanno registrato un calo, mentre si teme che lo scoppio di una crisi possa avere degli effetti nefasti sulle catene di approvvigionamento dei semiconduttori.
Tra l’altro, un’eventuale invasione cinese di Taiwan creerebbe enormi problemi di rifornimento per l’Occidente: è anche in questo senso che il colosso tecnologico taiwanese Tsmc sta aprendo impianti in Arizona e Giappone. La pace, diceva giustamente Ronald Reagan, si preserva con la forza. Taiwan ha bisogno di un’America compatta e risoluta, che, incutendo timore, dissuada la Cina dal compiere pericolosi colpi di mano. Ciò di cui non ha invece bisogno sono le passerelle inutili.
La sinistra che ciancia di atlantismo ci ha spinto tra le braccia dell’Iran
Il Pd non è stato soltanto il partito che più di tutti ha avvicinato l’Italia alla Russia e alla Cina. È stato anche il partito che - nonostante sbandieri presunte credenziali di atlantismo - ci ha progressivamente spinto tra le braccia del regime khomeinista (regime da sempre legatissimo a Mosca).
Era dicembre 2013, quando Massimo D’Alema, allora nel Pd, si recò in Iran, dove incontrò il ministro degli Esteri iraniano dell’epoca, Javad Zarif. Pochi giorni dopo, Emma Bonino, allora alla guida della Farnesina nel governo Letta, effettuò la prima visita ufficiale in Iran di un ministro degli Esteri italiano nell’arco di dieci anni. Nel febbraio 2015, Paolo Gentiloni, capo della diplomazia del governo Renzi, si recò a Teheran, dicendo: «La mia visita conferma l’importanza che l’Italia attribuisce alle relazioni con l’Iran». La vera svolta avvenne tuttavia nel 2016. Nel gennaio di quell’anno, l’allora presidente iraniano Hassan Rohani effettuò una visita nel nostro Paese: nell’aprile successivo, Matteo Renzi, all’epoca ancora inquilino di Palazzo Chigi, ricambiò, recandosi a Teheran, dove incontrò Rohani e l’ayatollah Ali Khamenei.
Quello stesso Renzi che, nel 2014, aveva ottenuto la nomina di Federica Mogherini ad Alto rappresentante per gli affari esteri Ue. Fu proprio costei a figurare tra gli artefici del controverso accordo sul nucleare con l’Iran del 2015 (accordo fortemente voluto dalla Russia). E sempre lei si recò a Teheran nell’agosto 2017 in occasione dell’insediamento dell’appena rieletto Rohani. Non a caso, quando decise di abbandonare l’intesa sul nucleare nel maggio 2018, Donald Trump si attirò le critiche sia della Mogherini che della Russia. Inoltre, approfittando della distensione tra Roma e Teheran, l’allora governatrice dem del Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani, favorì, nel gennaio 2016, una serie di accordi tra l’Iran e il porto di Trieste.
Tutto questo, mentre nel gennaio 2020 vari esponenti del Pd si schierarono contro Trump sulla questione dell’uccisione del generale Qasem Soleimani.
Laura Boldrini accusò l’allora presidente americano di destabilizzare il Medio Oriente, condannando inoltre la sua scelta di riconoscere Gerusalemme come capitale dello Stato d’Israele. Pierfrancesco Majorino, in un intervento all’Europarlamento, invocò il ripristino dell’accordo sul nucleare con l’Iran. D’altronde, appena lo scorso giugno, la deputata dem Lia Quartapelle è tornata a criticare Trump per aver abbandonato quell’intesa. A luglio, lo Iai ha invece organizzato un evento in cui è stato ospitato l’attuale ministro degli Esteri iraniano, Hossein Amir-Abdollahian: un evento a cui era presente anche il viceministro degli Esteri italiano, la dem Marina Sereni. Nel corso della sua tappa romana, Abdollahian è stato inoltre ricevuto da Luigi Di Maio alla Farnesina.
Ora, vale la pena ricordare che, oltre a essere un’autocrazia, l’Iran è uno storico alleato di Vladimir Putin. A marzo, il ministero del petrolio di Teheran annunciò che avrebbe aiutato Mosca contro le sanzioni occidentali, mentre è stato di recente annunciato un accordo da 40 miliardi di dollari tra Gazprom e la Repubblica islamica. Non solo: nel marzo 2021, l’Iran ha siglato un’intesa di cooperazione venticinquennale con la Cina, mentre sono arcinoti i controversi legami tra il regime degli ayatollah e il Venezuela. Ricordiamo anche che Abdollahian era una figura vicinissima a Soleimani e che Amnesty International ha chiesto che l’attuale presidente iraniano, Ebrahim Raisi, venga indagato per crimini contro l’umanità. Ricordiamo infine che il ripristino dell’accordo sul nucleare è temuto dai principali leader politici israeliani, oltre che da alcuni settori dello stesso Partito democratico americano.
Insomma, il Pd taccia gli altri di legami con Putin, ma al contempo porta avanti una linea di amicizia verso l’Iran, che di Putin è storicamente uno dei principali alleati. Sembrerebbe un problema di logica. Invece, forse, è solo un problema di ipocrisia.
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L’arrivo della Speaker della Camera Usa a Taipei innesca le reazioni di Pechino, che annuncia operazioni militari mirate. La visita divide l’amministrazione Biden, minando la deterrenza americana contro una possibile invasione cinese dell’isola.La sinistra che ciancia di atlantismo ci ha spinto tra le braccia dell’Iran. I dem a caccia di «putinisti» hanno avvicinato l’Italia a Teheran. Stretta alleata di Mosca. Lo speciale comprende due articoli. È altissima la tensione tra Washington e Pechino su Taiwan. Ieri sera, la speaker della Camera americana, Nancy Pelosi, è atterrata a Taipei, dove oggi dovrebbe incontrare la presidentessa Tsai Ing-wen. Una visita, quella della Pelosi, che ha innescato uno scontro diplomatico tra Usa e Cina. Il ministero degli Esteri cinese ha emesso un duro comunicato. «Questa è una grave violazione del principio dell’unica Cina [...] Ciò mina gravemente la pace e la stabilità nello stretto di Taiwan e manda un segnale sbagliato alle forze separatiste», recita la nota, che definisce inoltre la questione taiwanese come un «affare puramente interno alla Cina». Pechino ha inoltre annunciato nuove esercitazioni militari con lanci di missili in mare. Dal canto suo, la Pelosi ha twittato, dicendo di voler «onorare l’incrollabile impegno dell’America nel sostenere la vivace democrazia di Taiwan». Nell’occasione, la Speaker ha negato che la visita punti a mettere in discussione la politica dell’unica Cina, condotta dagli Usa. A poche ore dall’atterraggio della Pelosi, dei caccia cinesi avevano volato sullo stretto di Taiwan, mentre il governo di Taipei denunciava un attacco informatico. Dall’altra parte, quattro navi da guerra statunitensi erano state schierate nelle acque a Est dell’isola. Mosca si è intanto schierata dalla parte di Pechino, dicendo che ha il diritto di «proteggere la sua sovranità». La crisi in atto è complessa. Tuttavia, prima di procedere, è bene chiarire un punto. Il dossier taiwanese non è una «questione interna alla Cina», come dice la propaganda del Partito comunista cinese. A seguito della guerra civile tra comunisti e nazionalisti, questi ultimi si rifugiarono sull’isola, insediandovi il governo della Repubblica di Cina. Ebbene, Taiwan non ha mai riconosciuto né è mai finita sotto il controllo della Repubblica popolare cinese, istituita da Mao Zedong nel 1949. Le visite di parlamentari occidentali sull’isola non costituiscono pertanto una violazione della sovranità di Pechino. Il problema che sorge dalla visita della Pelosi è semmai un altro. Saggezza avrebbe voluto che la Speaker e Biden avessero preventivamente concordato una linea comune a porte chiuse, evitando divergenze in mondovisione. Divergenze che, al contrario, si sono ripetutamente palesate negli scorsi giorni. Il presidente americano aveva chiaramente fatto capire di non gradire una visita della Pelosi sull’isola, mentre i portavoce della Casa Bianca e del consiglio di sicurezza nazionale Usa avevano a più riprese smentito che Washington volesse sconfessare la politica dell’unica Cina. È chiaro che simili fratture hanno trasmesso a Pechino un’immagine divisa dei vertici istituzionali americani. Certo: a livello meramente tecnico, la speaker è la massima rappresentante del potere legislativo e non deve rendere conto delle proprie scelte ai vertici del potere esecutivo. Tuttavia la pericolosa drammaticità della questione taiwanese non consente di derubricare il tutto a un cavillo di natura tecnica. Evidenziando le loro fratture davanti al mondo, Biden e la Pelosi - che fanno per giunta parte del medesimo partito - hanno azzoppato la deterrenza che la Casa Bianca può esercitare nei confronti del Dragone: la deterrenza è infatti un principio che si nutre di forza e la forza esige compattezza. Se ti mostri irresoluto e diviso, i tuoi nemici ne approfitteranno. D’altronde, quando l’allora Speaker della Camera, il repubblicano Newt Gingrich, si recò in visita sull’isola nel 1997, il New York Times riportò che si era coordinato con l’amministrazione Clinton: amministrazione che - ricordiamolo - era dem. Il problema è che la stessa amministrazione Biden si è mostrata finora tutt’altro che compatta sulla Cina, spaccandosi tra chi invoca la linea dura sui diritti umani e chi predilige distensione in nome del commercio e della cooperazione ambientale. Non è quindi escludibile che - al di là delle esigenze interne di Xi Jinping che punta a un terzo mandato presidenziale - la retorica bellicosa di Pechino miri a mettere ulteriormente sotto pressione i vertici istituzionali statunitensi. Lo stesso Henry Kissinger ricorda nel suo On China che Mao usava la questione taiwanese (anche) per testare le reazioni americane. Insomma, la mancata linea comune tra Biden e la Pelosi ha indebolito la deterrenza statunitense in una fase di significativa aggressività cinese. Si tratta di un problema che - oltre alla libertà dei taiwanesi - riguarda anche quei microchip, di cui l’isola è tra i principali produttori al mondo. Ieri, le azioni del settore hanno registrato un calo, mentre si teme che lo scoppio di una crisi possa avere degli effetti nefasti sulle catene di approvvigionamento dei semiconduttori. Tra l’altro, un’eventuale invasione cinese di Taiwan creerebbe enormi problemi di rifornimento per l’Occidente: è anche in questo senso che il colosso tecnologico taiwanese Tsmc sta aprendo impianti in Arizona e Giappone. La pace, diceva giustamente Ronald Reagan, si preserva con la forza. Taiwan ha bisogno di un’America compatta e risoluta, che, incutendo timore, dissuada la Cina dal compiere pericolosi colpi di mano. Ciò di cui non ha invece bisogno sono le passerelle inutili. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/pelosi-atterra-a-taiwan-e-la-tensione-schizza-2657796490.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-sinistra-che-ciancia-di-atlantismo-ci-ha-spinto-tra-le-braccia-delliran" data-post-id="2657796490" data-published-at="1659472850" data-use-pagination="False"> La sinistra che ciancia di atlantismo ci ha spinto tra le braccia dell’Iran Il Pd non è stato soltanto il partito che più di tutti ha avvicinato l’Italia alla Russia e alla Cina. È stato anche il partito che - nonostante sbandieri presunte credenziali di atlantismo - ci ha progressivamente spinto tra le braccia del regime khomeinista (regime da sempre legatissimo a Mosca). Era dicembre 2013, quando Massimo D’Alema, allora nel Pd, si recò in Iran, dove incontrò il ministro degli Esteri iraniano dell’epoca, Javad Zarif. Pochi giorni dopo, Emma Bonino, allora alla guida della Farnesina nel governo Letta, effettuò la prima visita ufficiale in Iran di un ministro degli Esteri italiano nell’arco di dieci anni. Nel febbraio 2015, Paolo Gentiloni, capo della diplomazia del governo Renzi, si recò a Teheran, dicendo: «La mia visita conferma l’importanza che l’Italia attribuisce alle relazioni con l’Iran». La vera svolta avvenne tuttavia nel 2016. Nel gennaio di quell’anno, l’allora presidente iraniano Hassan Rohani effettuò una visita nel nostro Paese: nell’aprile successivo, Matteo Renzi, all’epoca ancora inquilino di Palazzo Chigi, ricambiò, recandosi a Teheran, dove incontrò Rohani e l’ayatollah Ali Khamenei. Quello stesso Renzi che, nel 2014, aveva ottenuto la nomina di Federica Mogherini ad Alto rappresentante per gli affari esteri Ue. Fu proprio costei a figurare tra gli artefici del controverso accordo sul nucleare con l’Iran del 2015 (accordo fortemente voluto dalla Russia). E sempre lei si recò a Teheran nell’agosto 2017 in occasione dell’insediamento dell’appena rieletto Rohani. Non a caso, quando decise di abbandonare l’intesa sul nucleare nel maggio 2018, Donald Trump si attirò le critiche sia della Mogherini che della Russia. Inoltre, approfittando della distensione tra Roma e Teheran, l’allora governatrice dem del Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani, favorì, nel gennaio 2016, una serie di accordi tra l’Iran e il porto di Trieste. Tutto questo, mentre nel gennaio 2020 vari esponenti del Pd si schierarono contro Trump sulla questione dell’uccisione del generale Qasem Soleimani. Laura Boldrini accusò l’allora presidente americano di destabilizzare il Medio Oriente, condannando inoltre la sua scelta di riconoscere Gerusalemme come capitale dello Stato d’Israele. Pierfrancesco Majorino, in un intervento all’Europarlamento, invocò il ripristino dell’accordo sul nucleare con l’Iran. D’altronde, appena lo scorso giugno, la deputata dem Lia Quartapelle è tornata a criticare Trump per aver abbandonato quell’intesa. A luglio, lo Iai ha invece organizzato un evento in cui è stato ospitato l’attuale ministro degli Esteri iraniano, Hossein Amir-Abdollahian: un evento a cui era presente anche il viceministro degli Esteri italiano, la dem Marina Sereni. Nel corso della sua tappa romana, Abdollahian è stato inoltre ricevuto da Luigi Di Maio alla Farnesina. Ora, vale la pena ricordare che, oltre a essere un’autocrazia, l’Iran è uno storico alleato di Vladimir Putin. A marzo, il ministero del petrolio di Teheran annunciò che avrebbe aiutato Mosca contro le sanzioni occidentali, mentre è stato di recente annunciato un accordo da 40 miliardi di dollari tra Gazprom e la Repubblica islamica. Non solo: nel marzo 2021, l’Iran ha siglato un’intesa di cooperazione venticinquennale con la Cina, mentre sono arcinoti i controversi legami tra il regime degli ayatollah e il Venezuela. Ricordiamo anche che Abdollahian era una figura vicinissima a Soleimani e che Amnesty International ha chiesto che l’attuale presidente iraniano, Ebrahim Raisi, venga indagato per crimini contro l’umanità. Ricordiamo infine che il ripristino dell’accordo sul nucleare è temuto dai principali leader politici israeliani, oltre che da alcuni settori dello stesso Partito democratico americano. Insomma, il Pd taccia gli altri di legami con Putin, ma al contempo porta avanti una linea di amicizia verso l’Iran, che di Putin è storicamente uno dei principali alleati. Sembrerebbe un problema di logica. Invece, forse, è solo un problema di ipocrisia.
Installazione delle turbine Francis nella centrale idroelettrica Bertini (Edison)
La storia dell’energia idroelettrica italiana passò da Cornate d’Adda, sulle rive del fiume lombardo tra le attuali provincie di Monza Brianza e Bergamo. Alla fine del secolo XX Milano cresceva vertiginosamente, e con lei le industrie che faranno del capoluogo lombardo il motore trainante dell’economia nazionale. La città aveva sete di energia, ed era stata pioniere già dal 1883 nel campo dell’elettricità con la centrale di via Santa Radegonda a due passi da piazza Duomo. Ma la rapidissima crescita delle fabbriche e delle linee tranviarie elettriche imposero un apporto di forza motrice esponenzialmente più grande.
A circa 35 chilometri a Est di Milano, il fiume Adda sembrava venire incontro alle necessità urgenti della capitale industriale, grazie alla presenza delle rapide poco a Nord dell’abitato di Porto d’Adda, presso Cornate. Il progetto della nuova centrale idroelettrica, dedicata nel 1915 ad Angelo Bertini, pioniere dell’energia elettrica e allora direttore della società Edison, iniziò negli anni ’90 del secolo XIX e coinvolse il meglio dell’ingegneria italiana ed estera, il cui cardine fu il Politecnico di Milano. Per un’impresa così difficile, furono reclutati per la parte elettrica Galileo Ferraris (pioniere assoluto della corrente trifase), Charles L. Brown (co-fondatore del colosso svizzero Brown Boveri), l’ingegnere comasco Enrico Carli (per i progetti di ingegneria idraulica) e il giovane Guido Semenza, figlio del fondatore del quotidiano Il Sole. Per la parte relativa alla diga di servizio fu coinvolta la scuola francese di Charles Antoine Francois Poirée, inventore della «griglia ad aghi» che permetteva la navigabilità sugli sbarramenti. Per le turbine furono chiamati gli ingegneri Giuseppe Ponzio e Cesare Saldini, che progettarono le 7 «Francis» realizzate dalla Acciaierie Riva. Il problema più grande da risolvere, tenendo conto della tecnologia dell’epoca, era il trasporto aereo dell’elettricità ad alta tensione su una distanza allora considerata importante (circa 33 km) che implicava una forte dispersione, rendendo inefficace la fornitura di elettricità che a Milano serviva anche per l’alimentazione della nuova rete tranviaria. La soluzione arrivò da Ferraris e Semenza, che decisero per la prima volta in Italia di utilizzare una linea trifase a 13.500 volt, retta da una doppia fila di piloni reticolari metallici (altra novità) protetti da isolanti ceramici Richard Ginori.
I lavori iniziarono alla metà del 1896, e videro la realizzazione di un edificio in perfetto stile liberty, con vetrate artistiche e doccioni a forma di drago che si integravano perfettamente con il paesaggio fluviale. Terminata nel giugno 1898, la centrale Bertini entrò in funzione tre mesi più tardi quando, il 28 settembre di quell’anno, una tensione a 10.500 volt arrivò dall'Adda ad alimentare la centrale ricevente di Milano Porta Volta, che fece muovere i nuovi tram elettrici. E con loro l’economia di una città simbolo del positivismo scientifico e industriale fin-de siècle. All’epoca era la seconda centrale idroelettrica più potente al mondo, dopo quella installata alle cascate del Niagara.
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Firmati nella Capitale due protocolli tra Iapb Italia, Uici e Fispic per rafforzare il legame tra sport, prevenzione visiva e inclusione sociale. Previsti percorsi comuni di classificazione degli atleti, formazione medica ed eventi sul territorio.
Lo sport come strumento di inclusione, riabilitazione e autonomia per le persone con disabilità visiva. È questo il filo conduttore dei due protocolli d’intesa firmati a Roma tra la Fondazione sezione italiana dell’Agenzia internazionale per la prevenzione della cecità (Iapb Italia Ets), la Federazione italiana sport paralimpici ipovedenti e ciechi (Fispic) e l’Unione italiana dei ciechi e degli ipovedenti (Uici).
La firma è avvenuta negli uffici del ministro per lo Sport e i Giovani Andrea Abodi e punta a rafforzare il rapporto tra prevenzione visiva, attività sportiva e partecipazione sociale.L’intesa tra Iapb Italia e Fispic mira in particolare a unire competenze cliniche e sportive, con un’attenzione specifica alla classificazione visiva degli atleti paralimpici, passaggio necessario per garantire condizioni di partecipazione eque nelle competizioni. Un ruolo centrale sarà svolto dal Polo Nazionale di Ipovisione della Fondazione Iapb Italia, centro collaboratore dell’Organizzazione mondiale della sanità ospitato al Policlinico Universitario A. Gemelli, che si occuperà delle visite di classificazione e delle valutazioni diagnostiche e funzionali degli atleti.
L’accordo prevede anche programmi comuni di formazione per il personale medico e la creazione di un centro studi dedicato al rapporto tra sport e riabilitazione visiva. Parallelamente, il protocollo sottoscritto tra Uici e Fispic punta a rafforzare la collaborazione sul territorio e sul piano associativo per favorire la diffusione dello sport tra le persone cieche e ipovedenti. Tra gli obiettivi previsti ci sono la nascita di una Commissione Paritetica nazionale permanente, l’organizzazione di almeno un grande evento sportivo ogni anno e iniziative di sensibilizzazione pubblica. Ampio spazio sarà riservato anche alla formazione di istruttori e praticanti, oltre alla promozione di percorsi condivisi per rendere più accessibile la pratica sportiva. In questo senso, sarà determinante la rete territoriale delle sezioni Uici presenti nelle province italiane.
«Questo accordo rappresenta un esempio concreto di come la riabilitazione visiva e il benessere sociale promosso tramite lo sport debbano procedere insieme», ha dichiarato Mario Barbuto, sottolineando il valore dello sport come strumento di autonomia, socializzazione e crescita personale. Sulla stessa linea anche il presidente della Fispic Silverio Alviti, secondo cui la collaborazione con Uici e Iapb Italia consentirà sia di rafforzare il ruolo inclusivo dello sport, sia di uniformare le procedure di classificazione visiva degli atleti secondo gli standard internazionali.
Con la firma dei protocolli, le tre realtà coinvolte confermano così l’impegno comune nel promuovere politiche integrate dedicate alla salute, all’inclusione sociale e allo sviluppo dello sport paralimpico.
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Una fabbrica cinese di pannelli fotovoltaici (Ansa)
Gli inverter sono i dispositivi che convertono la corrente continua prodotta dai pannelli solari in corrente alternata per l’immissione in rete e sono connessi a Internet. Circa l’80% di quelli installati in Europa porta il marchio di due aziende cinesi, Huawei e Sungrow. Il timore è che un aggiornamento software coordinato possa accendere e spegnere milioni di questi dispositivi in contemporanea, provocando un blackout su scala continentale. La Commissione dichiara di disporre di «prove sufficienti», fornite dai servizi di intelligence degli Stati membri, che certi Paesi terzi siano effettivamente in grado di compromettere le infrastrutture critiche europee attraverso questa via. Il divieto si applica immediatamente ai nuovi progetti, mentre per quelli già in fase avanzata è previsto un periodo transitorio.
Che il timore sia fondato o meno, la vicenda ha peculiarità tipiche dell’Ue. Da anni Bruxelles spinge in tutti i modi, con sussidi generosi, verso una transizione green che dipende in misura crescente da componenti fabbricati in Cina. Gli inverter cinesi sono in effetti molto economici e affidabili, ma nessuno nei corridoi di Bruxelles si è mai particolarmente preoccupato degli standard di sicurezza. Il fatto che il cervello di un impianto fotovoltaico sia progettato e prodotto in Cina non è mai stata una difficoltà. Ora che l’80% degli inverter installati in Europa sono cinesi, ci si accorge che forse c’è un problema. L’Ue adotta una politica industriale che rende indispensabile un componente specifico, quindi le aziende comprano dal fornitore più conveniente che è anche il quasi-monopolista. Quando la dipendenza è diventata così profonda da essere difficilmente reversibile nel breve periodo, si scopre che quel fornitore rappresenta un rischio per la sicurezza nazionale. Il risultato è che l’Europa oggi non ha, in misura sufficiente, produttori alternativi di inverter ai quali rivolgersi rapidamente. Vi sono pochissime aziende in Europa in grado di fornire il mercato europeo, ma non certo per i volumi che sarebbero necessari.
Bruxelles punta ora su fornitori dal Giappone, dalla Corea del Sud, dagli Stati Uniti o dalla Svizzera. Paesi che evidentemente non hanno rinunciato a mantenere viva un’industria che stava comunque subendo i colpi della concorrenza cinese. Ma non è tutto.
Stando agli ultimi dati, i prezzi dei pannelli solari cinesi sono saliti da 9 centesimi di dollaro per watt di fine dicembre a 11,4 centesimi ad aprile, con previsioni che indicano un’ulteriore salita fino a 15 o 16 centesimi entro fine anno, con un incremento del 75%. Le ragioni di questa inversione sono due. La prima è l’aumento del prezzo dell’argento, componente essenziale nella produzione delle celle fotovoltaiche. La seconda, più rilevante in prospettiva, è la decisione del governo cinese di porre fine a quella che Pechino chiama «involuzione», cioè la guerra dei prezzi interna che ha portato i principali produttori di pannelli a vendere sottocosto per anni, accumulando perdite miliardarie. A partire dal primo aprile 2026, la Cina ha eliminato i rimborsi dell’Iva sulle esportazioni di prodotti fotovoltaici, un incentivo che era già stato ridotto nel 2024. Inoltre, il governo ha ridotto i finanziamenti al settore, abbassando la priorità dell’industria tra le altre.
Questo farà alzare i prezzi, che, finita la droga dei sussidi, gradualmente troveranno un equilibrio più alto dei valori attuali. Il presidente di Jinko Solar, una delle big cinesi, ha dichiarato agli investitori che le politiche governative stanno guidando il settore «lontano dalla pura concorrenza su scala e prezzo, verso un focus sulla qualità e sul valore reali».
Il costo dei pannelli in un impianto fotovoltaico può arrivare al 16% dell’investimento. Per l’Europa, che dipende dai pannelli cinesi per circa il 90% del proprio fabbisogno, la prospettiva è quella di un rialzo dei costi di installazione che si tradurrà in un minor ritorno sugli investimenti. Questo a meno di nuovi sussidi pubblici, cioè nuovi trasferimenti diretti dal contribuente alle casse dei produttori cinesi, o di un aumento dei prezzi dell’elettricità pagata dai consumatori. Dunque, i produttori cinesi hanno conquistato una posizione dominante comprimendo i prezzi fino all’insostenibile e, sbaragliata la concorrenza, ora raccolgono i frutti di una dipendenza che nel frattempo si è consolidata fino a diventare strutturale.
La fine dell’era dei pannelli ultra-economici significa anche la Cina sta smettendo di esportare deflazione e la trappola, di fabbricazione europea, è pronta a scattare sugli europei stessi. Con l’aumento generalizzato dei prezzi energetici e dei prezzi all’importazione, sale l’inflazione e con essa i tassi di interesse, il che rende molti progetti non più realizzabili. La transizione energetica in salsa cinese ha prodotto un vicolo cieco ed è sfociata proprio in quella vulnerabilità strategica che avrebbe dovuto evitare.
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(Ansa)
In alcune città sono stati anche affissi dei manifesti che celebrano alcune delle splendide qualità dell’Unione europea. Sono ripresi direttamente dal sito della Commissione Ue, e sono veramente formidabili. La Commissione li presenta con un comunicato commovente dal titolo «La democrazia merita di essere protetta», e già basterebbe a farsi una idea. «Che si tratti di scorrere le notizie online, guardare i tuoi programmi preferiti in streaming o discutere con gli amici al bar, la democrazia all’interno dell’Ue ci garantisce la libertà nei gesti della vita di tutti i giorni», dice il testo. «È difficile immaginare una vita senza queste forme di libertà. Tuttavia, i diritti e le libertà che abbiamo oggi non sono sempre stati garantiti, ma sono stati costruiti e difesi di generazione in generazione. Oggi», spiega la Commissione, «i principi democratici sono messi sempre più a dura prova, anche in Europa. Insieme però possiamo arginare questo fenomeno».
Viene da chiedersi chi sia il responsabile di tale scempio. Chi mette a dura prova i principi democratici? Viene il sospetto che la Commissione ce l’abbia con i suoi nemici di sempre: sovranisti, populisti, destre ed euroscettici in genere. Veramente strabiliante: l’Ue si vanta della sua democrazia producendo un comunicato che sembra una caricatura della propaganda di regime. Sentite come prosegue il documento: «Anche tu puoi aiutare a dare forma alla democrazia in Europa. Esprimendo il tuo voto nelle elezioni locali, regionali, nazionali ed europee, puoi difendere le tue idee e i tuoi valori. Puoi anche avviare un’iniziativa dei cittadini per far approvare nuove legislazioni, condividere le tue opinioni sulle politiche in atto, presentare petizioni all’Ue su questioni che ti stanno a cuore o fare volontariato nella tua comunità. Il potere è nelle tue mani. Proteggere la democrazia e rafforzare la resilienza democratica dei cittadini, delle società e delle istituzioni è uno sforzo collettivo urgente per proteggere ciò che conta per gli europei. Per proteggere i nostri valori democratici, le nostre libertà e il nostro stile di vita». Di nuovo, viene da chiedersi: proteggere da chi? Da chi dobbiamo guardarci? Da Putin? Dall’Iran? Da Trump?
I manifesti ispirati a questi sublimi concetti, dicevamo, sono memorabili. Sono tutti più o meno simili. Mostrano immagini di giovani che si suppone siano europei e hanno tre slogan diversi: stampa libera, espressione libera, scienza libera. E se non li avessimo visti nelle strade penseremmo a uno scherzo.
Il fatto è che stampa, espressione e scienza sono esattamente le cose che l’Unione Europea da anni minaccia. Riprendendo il comunicato della Commissione Ue, potremmo dire che il nostro stile di vita e i nostri valori sono sì sotto pressione e sotto attacco, ma a metterli in pericolo non sono chissà quali nemici esterni: sono semmai i burocrati di Bruxelles a costituire la principale minaccia. L’Ue ha clamorosamente cercato di controllare la libera scienza durante l’emergenza Covid, diventando il principale ostacolo alla diffusione di informazioni. Da anni cerca di porre limiti ai social network, di dare la caccia ai dissidenti e di colpire chi osa uscire dai confini del politicamente corretto. Inoltre, come ha dimostrato il ricercatore Thomas Fazi, spende milioni per farsi propaganda sui media. Se la democrazia in Europa è a rischio, occorre ringraziare Bruxelles.
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