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2022-08-03
Pelosi atterra a Taiwan e la tensione schizza
Nancy Pelosi (Ansa)
È altissima la tensione tra Washington e Pechino su Taiwan. Ieri sera, la speaker della Camera americana, Nancy Pelosi, è atterrata a Taipei, dove oggi dovrebbe incontrare la presidentessa Tsai Ing-wen. Una visita, quella della Pelosi, che ha innescato uno scontro diplomatico tra Usa e Cina.
Il ministero degli Esteri cinese ha emesso un duro comunicato. «Questa è una grave violazione del principio dell’unica Cina [...] Ciò mina gravemente la pace e la stabilità nello stretto di Taiwan e manda un segnale sbagliato alle forze separatiste», recita la nota, che definisce inoltre la questione taiwanese come un «affare puramente interno alla Cina». Pechino ha inoltre annunciato nuove esercitazioni militari con lanci di missili in mare. Dal canto suo, la Pelosi ha twittato, dicendo di voler «onorare l’incrollabile impegno dell’America nel sostenere la vivace democrazia di Taiwan». Nell’occasione, la Speaker ha negato che la visita punti a mettere in discussione la politica dell’unica Cina, condotta dagli Usa. A poche ore dall’atterraggio della Pelosi, dei caccia cinesi avevano volato sullo stretto di Taiwan, mentre il governo di Taipei denunciava un attacco informatico. Dall’altra parte, quattro navi da guerra statunitensi erano state schierate nelle acque a Est dell’isola. Mosca si è intanto schierata dalla parte di Pechino, dicendo che ha il diritto di «proteggere la sua sovranità». La crisi in atto è complessa. Tuttavia, prima di procedere, è bene chiarire un punto. Il dossier taiwanese non è una «questione interna alla Cina», come dice la propaganda del Partito comunista cinese. A seguito della guerra civile tra comunisti e nazionalisti, questi ultimi si rifugiarono sull’isola, insediandovi il governo della Repubblica di Cina. Ebbene, Taiwan non ha mai riconosciuto né è mai finita sotto il controllo della Repubblica popolare cinese, istituita da Mao Zedong nel 1949.
Le visite di parlamentari occidentali sull’isola non costituiscono pertanto una violazione della sovranità di Pechino. Il problema che sorge dalla visita della Pelosi è semmai un altro. Saggezza avrebbe voluto che la Speaker e Biden avessero preventivamente concordato una linea comune a porte chiuse, evitando divergenze in mondovisione. Divergenze che, al contrario, si sono ripetutamente palesate negli scorsi giorni. Il presidente americano aveva chiaramente fatto capire di non gradire una visita della Pelosi sull’isola, mentre i portavoce della Casa Bianca e del consiglio di sicurezza nazionale Usa avevano a più riprese smentito che Washington volesse sconfessare la politica dell’unica Cina. È chiaro che simili fratture hanno trasmesso a Pechino un’immagine divisa dei vertici istituzionali americani. Certo: a livello meramente tecnico, la speaker è la massima rappresentante del potere legislativo e non deve rendere conto delle proprie scelte ai vertici del potere esecutivo. Tuttavia la pericolosa drammaticità della questione taiwanese non consente di derubricare il tutto a un cavillo di natura tecnica. Evidenziando le loro fratture davanti al mondo, Biden e la Pelosi - che fanno per giunta parte del medesimo partito - hanno azzoppato la deterrenza che la Casa Bianca può esercitare nei confronti del Dragone: la deterrenza è infatti un principio che si nutre di forza e la forza esige compattezza. Se ti mostri irresoluto e diviso, i tuoi nemici ne approfitteranno. D’altronde, quando l’allora Speaker della Camera, il repubblicano Newt Gingrich, si recò in visita sull’isola nel 1997, il New York Times riportò che si era coordinato con l’amministrazione Clinton: amministrazione che - ricordiamolo - era dem. Il problema è che la stessa amministrazione Biden si è mostrata finora tutt’altro che compatta sulla Cina, spaccandosi tra chi invoca la linea dura sui diritti umani e chi predilige distensione in nome del commercio e della cooperazione ambientale.
Non è quindi escludibile che - al di là delle esigenze interne di Xi Jinping che punta a un terzo mandato presidenziale - la retorica bellicosa di Pechino miri a mettere ulteriormente sotto pressione i vertici istituzionali statunitensi. Lo stesso Henry Kissinger ricorda nel suo On China che Mao usava la questione taiwanese (anche) per testare le reazioni americane. Insomma, la mancata linea comune tra Biden e la Pelosi ha indebolito la deterrenza statunitense in una fase di significativa aggressività cinese. Si tratta di un problema che - oltre alla libertà dei taiwanesi - riguarda anche quei microchip, di cui l’isola è tra i principali produttori al mondo. Ieri, le azioni del settore hanno registrato un calo, mentre si teme che lo scoppio di una crisi possa avere degli effetti nefasti sulle catene di approvvigionamento dei semiconduttori.
Tra l’altro, un’eventuale invasione cinese di Taiwan creerebbe enormi problemi di rifornimento per l’Occidente: è anche in questo senso che il colosso tecnologico taiwanese Tsmc sta aprendo impianti in Arizona e Giappone. La pace, diceva giustamente Ronald Reagan, si preserva con la forza. Taiwan ha bisogno di un’America compatta e risoluta, che, incutendo timore, dissuada la Cina dal compiere pericolosi colpi di mano. Ciò di cui non ha invece bisogno sono le passerelle inutili.
La sinistra che ciancia di atlantismo ci ha spinto tra le braccia dell’Iran
Il Pd non è stato soltanto il partito che più di tutti ha avvicinato l’Italia alla Russia e alla Cina. È stato anche il partito che - nonostante sbandieri presunte credenziali di atlantismo - ci ha progressivamente spinto tra le braccia del regime khomeinista (regime da sempre legatissimo a Mosca).
Era dicembre 2013, quando Massimo D’Alema, allora nel Pd, si recò in Iran, dove incontrò il ministro degli Esteri iraniano dell’epoca, Javad Zarif. Pochi giorni dopo, Emma Bonino, allora alla guida della Farnesina nel governo Letta, effettuò la prima visita ufficiale in Iran di un ministro degli Esteri italiano nell’arco di dieci anni. Nel febbraio 2015, Paolo Gentiloni, capo della diplomazia del governo Renzi, si recò a Teheran, dicendo: «La mia visita conferma l’importanza che l’Italia attribuisce alle relazioni con l’Iran». La vera svolta avvenne tuttavia nel 2016. Nel gennaio di quell’anno, l’allora presidente iraniano Hassan Rohani effettuò una visita nel nostro Paese: nell’aprile successivo, Matteo Renzi, all’epoca ancora inquilino di Palazzo Chigi, ricambiò, recandosi a Teheran, dove incontrò Rohani e l’ayatollah Ali Khamenei.
Quello stesso Renzi che, nel 2014, aveva ottenuto la nomina di Federica Mogherini ad Alto rappresentante per gli affari esteri Ue. Fu proprio costei a figurare tra gli artefici del controverso accordo sul nucleare con l’Iran del 2015 (accordo fortemente voluto dalla Russia). E sempre lei si recò a Teheran nell’agosto 2017 in occasione dell’insediamento dell’appena rieletto Rohani. Non a caso, quando decise di abbandonare l’intesa sul nucleare nel maggio 2018, Donald Trump si attirò le critiche sia della Mogherini che della Russia. Inoltre, approfittando della distensione tra Roma e Teheran, l’allora governatrice dem del Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani, favorì, nel gennaio 2016, una serie di accordi tra l’Iran e il porto di Trieste.
Tutto questo, mentre nel gennaio 2020 vari esponenti del Pd si schierarono contro Trump sulla questione dell’uccisione del generale Qasem Soleimani.
Laura Boldrini accusò l’allora presidente americano di destabilizzare il Medio Oriente, condannando inoltre la sua scelta di riconoscere Gerusalemme come capitale dello Stato d’Israele. Pierfrancesco Majorino, in un intervento all’Europarlamento, invocò il ripristino dell’accordo sul nucleare con l’Iran. D’altronde, appena lo scorso giugno, la deputata dem Lia Quartapelle è tornata a criticare Trump per aver abbandonato quell’intesa. A luglio, lo Iai ha invece organizzato un evento in cui è stato ospitato l’attuale ministro degli Esteri iraniano, Hossein Amir-Abdollahian: un evento a cui era presente anche il viceministro degli Esteri italiano, la dem Marina Sereni. Nel corso della sua tappa romana, Abdollahian è stato inoltre ricevuto da Luigi Di Maio alla Farnesina.
Ora, vale la pena ricordare che, oltre a essere un’autocrazia, l’Iran è uno storico alleato di Vladimir Putin. A marzo, il ministero del petrolio di Teheran annunciò che avrebbe aiutato Mosca contro le sanzioni occidentali, mentre è stato di recente annunciato un accordo da 40 miliardi di dollari tra Gazprom e la Repubblica islamica. Non solo: nel marzo 2021, l’Iran ha siglato un’intesa di cooperazione venticinquennale con la Cina, mentre sono arcinoti i controversi legami tra il regime degli ayatollah e il Venezuela. Ricordiamo anche che Abdollahian era una figura vicinissima a Soleimani e che Amnesty International ha chiesto che l’attuale presidente iraniano, Ebrahim Raisi, venga indagato per crimini contro l’umanità. Ricordiamo infine che il ripristino dell’accordo sul nucleare è temuto dai principali leader politici israeliani, oltre che da alcuni settori dello stesso Partito democratico americano.
Insomma, il Pd taccia gli altri di legami con Putin, ma al contempo porta avanti una linea di amicizia verso l’Iran, che di Putin è storicamente uno dei principali alleati. Sembrerebbe un problema di logica. Invece, forse, è solo un problema di ipocrisia.
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L’arrivo della Speaker della Camera Usa a Taipei innesca le reazioni di Pechino, che annuncia operazioni militari mirate. La visita divide l’amministrazione Biden, minando la deterrenza americana contro una possibile invasione cinese dell’isola.La sinistra che ciancia di atlantismo ci ha spinto tra le braccia dell’Iran. I dem a caccia di «putinisti» hanno avvicinato l’Italia a Teheran. Stretta alleata di Mosca. Lo speciale comprende due articoli. È altissima la tensione tra Washington e Pechino su Taiwan. Ieri sera, la speaker della Camera americana, Nancy Pelosi, è atterrata a Taipei, dove oggi dovrebbe incontrare la presidentessa Tsai Ing-wen. Una visita, quella della Pelosi, che ha innescato uno scontro diplomatico tra Usa e Cina. Il ministero degli Esteri cinese ha emesso un duro comunicato. «Questa è una grave violazione del principio dell’unica Cina [...] Ciò mina gravemente la pace e la stabilità nello stretto di Taiwan e manda un segnale sbagliato alle forze separatiste», recita la nota, che definisce inoltre la questione taiwanese come un «affare puramente interno alla Cina». Pechino ha inoltre annunciato nuove esercitazioni militari con lanci di missili in mare. Dal canto suo, la Pelosi ha twittato, dicendo di voler «onorare l’incrollabile impegno dell’America nel sostenere la vivace democrazia di Taiwan». Nell’occasione, la Speaker ha negato che la visita punti a mettere in discussione la politica dell’unica Cina, condotta dagli Usa. A poche ore dall’atterraggio della Pelosi, dei caccia cinesi avevano volato sullo stretto di Taiwan, mentre il governo di Taipei denunciava un attacco informatico. Dall’altra parte, quattro navi da guerra statunitensi erano state schierate nelle acque a Est dell’isola. Mosca si è intanto schierata dalla parte di Pechino, dicendo che ha il diritto di «proteggere la sua sovranità». La crisi in atto è complessa. Tuttavia, prima di procedere, è bene chiarire un punto. Il dossier taiwanese non è una «questione interna alla Cina», come dice la propaganda del Partito comunista cinese. A seguito della guerra civile tra comunisti e nazionalisti, questi ultimi si rifugiarono sull’isola, insediandovi il governo della Repubblica di Cina. Ebbene, Taiwan non ha mai riconosciuto né è mai finita sotto il controllo della Repubblica popolare cinese, istituita da Mao Zedong nel 1949. Le visite di parlamentari occidentali sull’isola non costituiscono pertanto una violazione della sovranità di Pechino. Il problema che sorge dalla visita della Pelosi è semmai un altro. Saggezza avrebbe voluto che la Speaker e Biden avessero preventivamente concordato una linea comune a porte chiuse, evitando divergenze in mondovisione. Divergenze che, al contrario, si sono ripetutamente palesate negli scorsi giorni. Il presidente americano aveva chiaramente fatto capire di non gradire una visita della Pelosi sull’isola, mentre i portavoce della Casa Bianca e del consiglio di sicurezza nazionale Usa avevano a più riprese smentito che Washington volesse sconfessare la politica dell’unica Cina. È chiaro che simili fratture hanno trasmesso a Pechino un’immagine divisa dei vertici istituzionali americani. Certo: a livello meramente tecnico, la speaker è la massima rappresentante del potere legislativo e non deve rendere conto delle proprie scelte ai vertici del potere esecutivo. Tuttavia la pericolosa drammaticità della questione taiwanese non consente di derubricare il tutto a un cavillo di natura tecnica. Evidenziando le loro fratture davanti al mondo, Biden e la Pelosi - che fanno per giunta parte del medesimo partito - hanno azzoppato la deterrenza che la Casa Bianca può esercitare nei confronti del Dragone: la deterrenza è infatti un principio che si nutre di forza e la forza esige compattezza. Se ti mostri irresoluto e diviso, i tuoi nemici ne approfitteranno. D’altronde, quando l’allora Speaker della Camera, il repubblicano Newt Gingrich, si recò in visita sull’isola nel 1997, il New York Times riportò che si era coordinato con l’amministrazione Clinton: amministrazione che - ricordiamolo - era dem. Il problema è che la stessa amministrazione Biden si è mostrata finora tutt’altro che compatta sulla Cina, spaccandosi tra chi invoca la linea dura sui diritti umani e chi predilige distensione in nome del commercio e della cooperazione ambientale. Non è quindi escludibile che - al di là delle esigenze interne di Xi Jinping che punta a un terzo mandato presidenziale - la retorica bellicosa di Pechino miri a mettere ulteriormente sotto pressione i vertici istituzionali statunitensi. Lo stesso Henry Kissinger ricorda nel suo On China che Mao usava la questione taiwanese (anche) per testare le reazioni americane. Insomma, la mancata linea comune tra Biden e la Pelosi ha indebolito la deterrenza statunitense in una fase di significativa aggressività cinese. Si tratta di un problema che - oltre alla libertà dei taiwanesi - riguarda anche quei microchip, di cui l’isola è tra i principali produttori al mondo. Ieri, le azioni del settore hanno registrato un calo, mentre si teme che lo scoppio di una crisi possa avere degli effetti nefasti sulle catene di approvvigionamento dei semiconduttori. Tra l’altro, un’eventuale invasione cinese di Taiwan creerebbe enormi problemi di rifornimento per l’Occidente: è anche in questo senso che il colosso tecnologico taiwanese Tsmc sta aprendo impianti in Arizona e Giappone. La pace, diceva giustamente Ronald Reagan, si preserva con la forza. Taiwan ha bisogno di un’America compatta e risoluta, che, incutendo timore, dissuada la Cina dal compiere pericolosi colpi di mano. Ciò di cui non ha invece bisogno sono le passerelle inutili. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/pelosi-atterra-a-taiwan-e-la-tensione-schizza-2657796490.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-sinistra-che-ciancia-di-atlantismo-ci-ha-spinto-tra-le-braccia-delliran" data-post-id="2657796490" data-published-at="1659472850" data-use-pagination="False"> La sinistra che ciancia di atlantismo ci ha spinto tra le braccia dell’Iran Il Pd non è stato soltanto il partito che più di tutti ha avvicinato l’Italia alla Russia e alla Cina. È stato anche il partito che - nonostante sbandieri presunte credenziali di atlantismo - ci ha progressivamente spinto tra le braccia del regime khomeinista (regime da sempre legatissimo a Mosca). Era dicembre 2013, quando Massimo D’Alema, allora nel Pd, si recò in Iran, dove incontrò il ministro degli Esteri iraniano dell’epoca, Javad Zarif. Pochi giorni dopo, Emma Bonino, allora alla guida della Farnesina nel governo Letta, effettuò la prima visita ufficiale in Iran di un ministro degli Esteri italiano nell’arco di dieci anni. Nel febbraio 2015, Paolo Gentiloni, capo della diplomazia del governo Renzi, si recò a Teheran, dicendo: «La mia visita conferma l’importanza che l’Italia attribuisce alle relazioni con l’Iran». La vera svolta avvenne tuttavia nel 2016. Nel gennaio di quell’anno, l’allora presidente iraniano Hassan Rohani effettuò una visita nel nostro Paese: nell’aprile successivo, Matteo Renzi, all’epoca ancora inquilino di Palazzo Chigi, ricambiò, recandosi a Teheran, dove incontrò Rohani e l’ayatollah Ali Khamenei. Quello stesso Renzi che, nel 2014, aveva ottenuto la nomina di Federica Mogherini ad Alto rappresentante per gli affari esteri Ue. Fu proprio costei a figurare tra gli artefici del controverso accordo sul nucleare con l’Iran del 2015 (accordo fortemente voluto dalla Russia). E sempre lei si recò a Teheran nell’agosto 2017 in occasione dell’insediamento dell’appena rieletto Rohani. Non a caso, quando decise di abbandonare l’intesa sul nucleare nel maggio 2018, Donald Trump si attirò le critiche sia della Mogherini che della Russia. Inoltre, approfittando della distensione tra Roma e Teheran, l’allora governatrice dem del Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani, favorì, nel gennaio 2016, una serie di accordi tra l’Iran e il porto di Trieste. Tutto questo, mentre nel gennaio 2020 vari esponenti del Pd si schierarono contro Trump sulla questione dell’uccisione del generale Qasem Soleimani. Laura Boldrini accusò l’allora presidente americano di destabilizzare il Medio Oriente, condannando inoltre la sua scelta di riconoscere Gerusalemme come capitale dello Stato d’Israele. Pierfrancesco Majorino, in un intervento all’Europarlamento, invocò il ripristino dell’accordo sul nucleare con l’Iran. D’altronde, appena lo scorso giugno, la deputata dem Lia Quartapelle è tornata a criticare Trump per aver abbandonato quell’intesa. A luglio, lo Iai ha invece organizzato un evento in cui è stato ospitato l’attuale ministro degli Esteri iraniano, Hossein Amir-Abdollahian: un evento a cui era presente anche il viceministro degli Esteri italiano, la dem Marina Sereni. Nel corso della sua tappa romana, Abdollahian è stato inoltre ricevuto da Luigi Di Maio alla Farnesina. Ora, vale la pena ricordare che, oltre a essere un’autocrazia, l’Iran è uno storico alleato di Vladimir Putin. A marzo, il ministero del petrolio di Teheran annunciò che avrebbe aiutato Mosca contro le sanzioni occidentali, mentre è stato di recente annunciato un accordo da 40 miliardi di dollari tra Gazprom e la Repubblica islamica. Non solo: nel marzo 2021, l’Iran ha siglato un’intesa di cooperazione venticinquennale con la Cina, mentre sono arcinoti i controversi legami tra il regime degli ayatollah e il Venezuela. Ricordiamo anche che Abdollahian era una figura vicinissima a Soleimani e che Amnesty International ha chiesto che l’attuale presidente iraniano, Ebrahim Raisi, venga indagato per crimini contro l’umanità. Ricordiamo infine che il ripristino dell’accordo sul nucleare è temuto dai principali leader politici israeliani, oltre che da alcuni settori dello stesso Partito democratico americano. Insomma, il Pd taccia gli altri di legami con Putin, ma al contempo porta avanti una linea di amicizia verso l’Iran, che di Putin è storicamente uno dei principali alleati. Sembrerebbe un problema di logica. Invece, forse, è solo un problema di ipocrisia.
La tangenziale di Napoli, costruita negli anni Settanta con i suoi circa 21 chilometri di tracciato e 22 di svincoli, entra così nella storia della mobilità del nostro Paese, avendo come obiettivo primario la sicurezza e l’efficienza della mobilità attraverso un ecosistema integrato e connesso.
Tre le grandi novità che hanno permesso la certificazione ufficiale del Mit in conformità ai requisiti del decreto ministeriale 70/2018, figurano il monitoraggio intelligente della viabilità, il controllo costante del rischio meteo e idrogeologico, con molteplici sensori che rilevano condizioni della pavimentazione, livelli delle acque e in generale lo stato del territorio che circonda l’infrastruttura stradale, e soprattutto il dialogo diretto tra strada e veicoli connessi. Le auto possono ricevere sul display informazioni su incidenti, cantieri, ostacoli e velocità consigliata per evitare le code, ma anche inviare a loro volta dati all’infrastruttura, rendendo la gestione del traffico più rapida e precisa. Non è quindi solo l’infrastruttura a fornire informazioni al mezzo, avviene anche il contrario: per questo la comunicazione V2i aggiorna anche il gestore autostradale sulle condizioni del traffico in modo molto più preciso e tempestivo. L’operatore diventa così orchestratore della mobilità: potrà cioè gestire la viabilità in modo proattivo e non solo reattivo.
Una Smart Road che «parla» con le auto grazie a un progetto ambizioso che ha coinvolto Tangenziale di Napoli, società del gruppo Autostrade per l’Italia, insieme al Mit e al Centro nazionale per la mobilità sostenibile (Most), con il supporto tecnologico di Movyon, polo d’innovazione di Aspi. Un primato costruito con tecnologie all’avanguardia: lungo i 22 chilometri del tracciato sono in fase di installazione 217 telecamere intelligenti, 15 portali di rilevamento, otto centraline meteo e 40 antenne di comunicazione, in grado di raccogliere e analizzare dati in tempo reale su traffico, condizioni della strada e possibili criticità. Sono già 30 i mezzi connessi che comunicano con la tangenziale e, nel tratto tra Vomero e Fuorigrotta, è stato testato con successo per la prima volta in Italia un veicolo a guida autonoma capace di adattare la propria velocità seguendo le indicazioni ricevute dalla strada stessa. Un test che prefigura uno scenario in cui infrastruttura e veicoli non sono entità separate, ma un sistema integrato e cooperativo.
La Smart Road è un traguardo che fa di Napoli il laboratorio italiano della mobilità del futuro e apre la strada alla diffusione di queste tecnologie su scala nazionale considerato che la tangenziale, principale asse a pagamento di attraversamento urbano del capoluogo campano, è tra le tratte più trafficate d’Italia con flussi medi giornalieri di circa 230.000 veicoli, più del doppio dei volumi medi della rete gestita da Autostrade.
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Ecco #DimmiLaVerità dell'11 giugno 2026. Il nostro vicedirettore Giuliano Zulin fa il punto sulla situazione della Lega tra Luca Zaia, Roberto Vannacci e Matteo Salvini.
L’Istat ha diffuso ieri gli ultimi dati sulla produzione industriale. L’Istituto stima una crescita ad aprile dello 0,5% rispetto a marzo e su base annua dell’1,3%. Quindi, per il terzo mese consecutivo si registra un aumento congiunturale. A fare da traino i beni intermedi e quelli strumentali, mentre i dati sono negativi per l’energia e i beni di consumo. Decisamente positivi gli incrementi in ragione d’anno per la produzione di mezzi di trasporto (+17,8%), prodotti farmaceutici (+7,9%), macchinari e attrezzature di alcuni settori. In frenata, invece, il tessile abbigliamento, il legno, la carta e la stampa. Certo non sono cifre da record, ma danno il segno di una produzione industriale che prosegue nel suo cammino di recupero, sostenuta dagli investimenti in macchinari e nei settori più innovativi. In flessione invece la dinamica dei consumi, probabilmente legata all’aumento dei costi dell’energia che assorbe una parte più ampia dei redditi disponibili. Insomma, la traiettoria appare positiva. Da un confronto con l’Europa a 27 sul Pil del primo trimestre del 2026, mentre l’Italia mostra una crescita dello 0,3% rispetto ai tre mesi precedenti, l’Ue flette dello 0,1% e l’eurozona dello 0,2%.
Tinte in chiaroscuro caratterizzano anche la relazione che l’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) ha presentato alla Camera sulla politica di Bilancio 2026. Il rapporto illustrato dalla presidente Lilia Cavallari ha sottolineato come la nostra finanza pubblica appaia oggi più solida e credibile ma come sia chiamata, al tempo stesso, anche a fare i conti con le incertezze e le tensioni internazionali e alcuni problemi strutturali interni mai risolti. Secondo l’Upb, la gestione prudente della finanza pubblica negli ultimi anni ha fatto crescere la credibilità del nostro Paese, con un rapporto tra deficit e Pil in diminuzione e con il traguardo di scendere sotto il 3% che appare ormai a portata. Certo, però, si deve essere ben consapevoli dei rischi geopolitici globali e delle tensioni internazionali con cui si manifestano. L’ufficio parlamentare di bilancio conferma una crescita dello 0,5% quest’anno e dello 0,6% nel 2027. Ma i conflitti in essere e le tensioni commerciali che ne conseguono potrebbero ridurre la crescita del Pil italiano tra lo 0,3% (nel 2026) e lo 0,4% (nel 2027).
Un capitolo importante è quello dedicato al Pnrr, la cui implementazione è certamente per l’Italia e per il governo Meloni una indubbia storia di successo. Il piano nazionale di ripresa e resilienza è stato (e continua a essere) un autentico motore per la nostra crescita economica. L’impatto positivo sul Prodotto interno lordo italiano è stimato a circa l’1,8% per il 2026. La sfida è ora quella di trasformare davvero questi importanti fondi straordinari nelle riforme strutturali necessarie e in uno stabile rafforzamento della pubblica amministrazione. Allo stesso modo, ci sono elementi che nel lungo termine potrebbero minacciare la sostenibilità del sistema di welfare e, in particolare, della sanità pubblica. Si tratta dell’invecchiamento della popolazione, che richiede più cure e assistenza, degli effetti negativi dell’inflazione sul potere d’acquisto dei salari e il forte divario tra Nord e Sud. Tutti temi, questi, non da oggi al centro delle politiche di governo, come dimostrano anche i recentissimi rinnovi contrattuali del settore pubblico o le misure per gli investimenti nel Mezzogiorno, come la Zes unica.
D’altra parte, pur tra le difficoltà di quadro complessivo, a confortare sono i risultati nel mercato del lavoro. In aprile gli occupati sono cresciuti di 123.000 unità, pari a +0,5%. Il tasso di occupazione è aumentato dal 62,70% di marzo, al 63,10% in aprile, toccando il suo massimo storico: solo per dare un’idea, il minimo storico del settembre 2013 era invece del 54,20%. Gli occupati sono oltre 24 milioni (24.336.920). Il tasso di disoccupazione è sceso al 5,10% e anche quello giovanile, pur preoccupante, è diminuito di quasi un punto: siamo al 16,90% contro il 17,70% della rilevazione precedente. Finora, con il governo di centrodestra, sono stati creati quasi 1,2 milioni di posti di lavoro a tempo indeterminato, a un ritmo che sfiora i 1.000 nuovi occupati al giorno. Certamente c’è, come sottolinea l’Upb, una situazione non soddisfacente dei salari reali, anche se nel 2025 le retribuzioni contrattuali sono aumentate del 3,1%. Ma soprattutto va rilevato (si veda il grafico in pagina) che i salari orari reali, crollati nel biennio 2021-2022, poi dal 2023 ad oggi hanno visto un significativo recupero, per quanto la strada sia ancora lunga. L’ambizione è quella di continuare su questa via, evitando al tempo stesso rischi inflazionistici.
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