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2022-08-03
Pelosi atterra a Taiwan e la tensione schizza
Nancy Pelosi (Ansa)
È altissima la tensione tra Washington e Pechino su Taiwan. Ieri sera, la speaker della Camera americana, Nancy Pelosi, è atterrata a Taipei, dove oggi dovrebbe incontrare la presidentessa Tsai Ing-wen. Una visita, quella della Pelosi, che ha innescato uno scontro diplomatico tra Usa e Cina.
Il ministero degli Esteri cinese ha emesso un duro comunicato. «Questa è una grave violazione del principio dell’unica Cina [...] Ciò mina gravemente la pace e la stabilità nello stretto di Taiwan e manda un segnale sbagliato alle forze separatiste», recita la nota, che definisce inoltre la questione taiwanese come un «affare puramente interno alla Cina». Pechino ha inoltre annunciato nuove esercitazioni militari con lanci di missili in mare. Dal canto suo, la Pelosi ha twittato, dicendo di voler «onorare l’incrollabile impegno dell’America nel sostenere la vivace democrazia di Taiwan». Nell’occasione, la Speaker ha negato che la visita punti a mettere in discussione la politica dell’unica Cina, condotta dagli Usa. A poche ore dall’atterraggio della Pelosi, dei caccia cinesi avevano volato sullo stretto di Taiwan, mentre il governo di Taipei denunciava un attacco informatico. Dall’altra parte, quattro navi da guerra statunitensi erano state schierate nelle acque a Est dell’isola. Mosca si è intanto schierata dalla parte di Pechino, dicendo che ha il diritto di «proteggere la sua sovranità». La crisi in atto è complessa. Tuttavia, prima di procedere, è bene chiarire un punto. Il dossier taiwanese non è una «questione interna alla Cina», come dice la propaganda del Partito comunista cinese. A seguito della guerra civile tra comunisti e nazionalisti, questi ultimi si rifugiarono sull’isola, insediandovi il governo della Repubblica di Cina. Ebbene, Taiwan non ha mai riconosciuto né è mai finita sotto il controllo della Repubblica popolare cinese, istituita da Mao Zedong nel 1949.
Le visite di parlamentari occidentali sull’isola non costituiscono pertanto una violazione della sovranità di Pechino. Il problema che sorge dalla visita della Pelosi è semmai un altro. Saggezza avrebbe voluto che la Speaker e Biden avessero preventivamente concordato una linea comune a porte chiuse, evitando divergenze in mondovisione. Divergenze che, al contrario, si sono ripetutamente palesate negli scorsi giorni. Il presidente americano aveva chiaramente fatto capire di non gradire una visita della Pelosi sull’isola, mentre i portavoce della Casa Bianca e del consiglio di sicurezza nazionale Usa avevano a più riprese smentito che Washington volesse sconfessare la politica dell’unica Cina. È chiaro che simili fratture hanno trasmesso a Pechino un’immagine divisa dei vertici istituzionali americani. Certo: a livello meramente tecnico, la speaker è la massima rappresentante del potere legislativo e non deve rendere conto delle proprie scelte ai vertici del potere esecutivo. Tuttavia la pericolosa drammaticità della questione taiwanese non consente di derubricare il tutto a un cavillo di natura tecnica. Evidenziando le loro fratture davanti al mondo, Biden e la Pelosi - che fanno per giunta parte del medesimo partito - hanno azzoppato la deterrenza che la Casa Bianca può esercitare nei confronti del Dragone: la deterrenza è infatti un principio che si nutre di forza e la forza esige compattezza. Se ti mostri irresoluto e diviso, i tuoi nemici ne approfitteranno. D’altronde, quando l’allora Speaker della Camera, il repubblicano Newt Gingrich, si recò in visita sull’isola nel 1997, il New York Times riportò che si era coordinato con l’amministrazione Clinton: amministrazione che - ricordiamolo - era dem. Il problema è che la stessa amministrazione Biden si è mostrata finora tutt’altro che compatta sulla Cina, spaccandosi tra chi invoca la linea dura sui diritti umani e chi predilige distensione in nome del commercio e della cooperazione ambientale.
Non è quindi escludibile che - al di là delle esigenze interne di Xi Jinping che punta a un terzo mandato presidenziale - la retorica bellicosa di Pechino miri a mettere ulteriormente sotto pressione i vertici istituzionali statunitensi. Lo stesso Henry Kissinger ricorda nel suo On China che Mao usava la questione taiwanese (anche) per testare le reazioni americane. Insomma, la mancata linea comune tra Biden e la Pelosi ha indebolito la deterrenza statunitense in una fase di significativa aggressività cinese. Si tratta di un problema che - oltre alla libertà dei taiwanesi - riguarda anche quei microchip, di cui l’isola è tra i principali produttori al mondo. Ieri, le azioni del settore hanno registrato un calo, mentre si teme che lo scoppio di una crisi possa avere degli effetti nefasti sulle catene di approvvigionamento dei semiconduttori.
Tra l’altro, un’eventuale invasione cinese di Taiwan creerebbe enormi problemi di rifornimento per l’Occidente: è anche in questo senso che il colosso tecnologico taiwanese Tsmc sta aprendo impianti in Arizona e Giappone. La pace, diceva giustamente Ronald Reagan, si preserva con la forza. Taiwan ha bisogno di un’America compatta e risoluta, che, incutendo timore, dissuada la Cina dal compiere pericolosi colpi di mano. Ciò di cui non ha invece bisogno sono le passerelle inutili.
La sinistra che ciancia di atlantismo ci ha spinto tra le braccia dell’Iran
Il Pd non è stato soltanto il partito che più di tutti ha avvicinato l’Italia alla Russia e alla Cina. È stato anche il partito che - nonostante sbandieri presunte credenziali di atlantismo - ci ha progressivamente spinto tra le braccia del regime khomeinista (regime da sempre legatissimo a Mosca).
Era dicembre 2013, quando Massimo D’Alema, allora nel Pd, si recò in Iran, dove incontrò il ministro degli Esteri iraniano dell’epoca, Javad Zarif. Pochi giorni dopo, Emma Bonino, allora alla guida della Farnesina nel governo Letta, effettuò la prima visita ufficiale in Iran di un ministro degli Esteri italiano nell’arco di dieci anni. Nel febbraio 2015, Paolo Gentiloni, capo della diplomazia del governo Renzi, si recò a Teheran, dicendo: «La mia visita conferma l’importanza che l’Italia attribuisce alle relazioni con l’Iran». La vera svolta avvenne tuttavia nel 2016. Nel gennaio di quell’anno, l’allora presidente iraniano Hassan Rohani effettuò una visita nel nostro Paese: nell’aprile successivo, Matteo Renzi, all’epoca ancora inquilino di Palazzo Chigi, ricambiò, recandosi a Teheran, dove incontrò Rohani e l’ayatollah Ali Khamenei.
Quello stesso Renzi che, nel 2014, aveva ottenuto la nomina di Federica Mogherini ad Alto rappresentante per gli affari esteri Ue. Fu proprio costei a figurare tra gli artefici del controverso accordo sul nucleare con l’Iran del 2015 (accordo fortemente voluto dalla Russia). E sempre lei si recò a Teheran nell’agosto 2017 in occasione dell’insediamento dell’appena rieletto Rohani. Non a caso, quando decise di abbandonare l’intesa sul nucleare nel maggio 2018, Donald Trump si attirò le critiche sia della Mogherini che della Russia. Inoltre, approfittando della distensione tra Roma e Teheran, l’allora governatrice dem del Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani, favorì, nel gennaio 2016, una serie di accordi tra l’Iran e il porto di Trieste.
Tutto questo, mentre nel gennaio 2020 vari esponenti del Pd si schierarono contro Trump sulla questione dell’uccisione del generale Qasem Soleimani.
Laura Boldrini accusò l’allora presidente americano di destabilizzare il Medio Oriente, condannando inoltre la sua scelta di riconoscere Gerusalemme come capitale dello Stato d’Israele. Pierfrancesco Majorino, in un intervento all’Europarlamento, invocò il ripristino dell’accordo sul nucleare con l’Iran. D’altronde, appena lo scorso giugno, la deputata dem Lia Quartapelle è tornata a criticare Trump per aver abbandonato quell’intesa. A luglio, lo Iai ha invece organizzato un evento in cui è stato ospitato l’attuale ministro degli Esteri iraniano, Hossein Amir-Abdollahian: un evento a cui era presente anche il viceministro degli Esteri italiano, la dem Marina Sereni. Nel corso della sua tappa romana, Abdollahian è stato inoltre ricevuto da Luigi Di Maio alla Farnesina.
Ora, vale la pena ricordare che, oltre a essere un’autocrazia, l’Iran è uno storico alleato di Vladimir Putin. A marzo, il ministero del petrolio di Teheran annunciò che avrebbe aiutato Mosca contro le sanzioni occidentali, mentre è stato di recente annunciato un accordo da 40 miliardi di dollari tra Gazprom e la Repubblica islamica. Non solo: nel marzo 2021, l’Iran ha siglato un’intesa di cooperazione venticinquennale con la Cina, mentre sono arcinoti i controversi legami tra il regime degli ayatollah e il Venezuela. Ricordiamo anche che Abdollahian era una figura vicinissima a Soleimani e che Amnesty International ha chiesto che l’attuale presidente iraniano, Ebrahim Raisi, venga indagato per crimini contro l’umanità. Ricordiamo infine che il ripristino dell’accordo sul nucleare è temuto dai principali leader politici israeliani, oltre che da alcuni settori dello stesso Partito democratico americano.
Insomma, il Pd taccia gli altri di legami con Putin, ma al contempo porta avanti una linea di amicizia verso l’Iran, che di Putin è storicamente uno dei principali alleati. Sembrerebbe un problema di logica. Invece, forse, è solo un problema di ipocrisia.
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L’arrivo della Speaker della Camera Usa a Taipei innesca le reazioni di Pechino, che annuncia operazioni militari mirate. La visita divide l’amministrazione Biden, minando la deterrenza americana contro una possibile invasione cinese dell’isola.La sinistra che ciancia di atlantismo ci ha spinto tra le braccia dell’Iran. I dem a caccia di «putinisti» hanno avvicinato l’Italia a Teheran. Stretta alleata di Mosca. Lo speciale comprende due articoli. È altissima la tensione tra Washington e Pechino su Taiwan. Ieri sera, la speaker della Camera americana, Nancy Pelosi, è atterrata a Taipei, dove oggi dovrebbe incontrare la presidentessa Tsai Ing-wen. Una visita, quella della Pelosi, che ha innescato uno scontro diplomatico tra Usa e Cina. Il ministero degli Esteri cinese ha emesso un duro comunicato. «Questa è una grave violazione del principio dell’unica Cina [...] Ciò mina gravemente la pace e la stabilità nello stretto di Taiwan e manda un segnale sbagliato alle forze separatiste», recita la nota, che definisce inoltre la questione taiwanese come un «affare puramente interno alla Cina». Pechino ha inoltre annunciato nuove esercitazioni militari con lanci di missili in mare. Dal canto suo, la Pelosi ha twittato, dicendo di voler «onorare l’incrollabile impegno dell’America nel sostenere la vivace democrazia di Taiwan». Nell’occasione, la Speaker ha negato che la visita punti a mettere in discussione la politica dell’unica Cina, condotta dagli Usa. A poche ore dall’atterraggio della Pelosi, dei caccia cinesi avevano volato sullo stretto di Taiwan, mentre il governo di Taipei denunciava un attacco informatico. Dall’altra parte, quattro navi da guerra statunitensi erano state schierate nelle acque a Est dell’isola. Mosca si è intanto schierata dalla parte di Pechino, dicendo che ha il diritto di «proteggere la sua sovranità». La crisi in atto è complessa. Tuttavia, prima di procedere, è bene chiarire un punto. Il dossier taiwanese non è una «questione interna alla Cina», come dice la propaganda del Partito comunista cinese. A seguito della guerra civile tra comunisti e nazionalisti, questi ultimi si rifugiarono sull’isola, insediandovi il governo della Repubblica di Cina. Ebbene, Taiwan non ha mai riconosciuto né è mai finita sotto il controllo della Repubblica popolare cinese, istituita da Mao Zedong nel 1949. Le visite di parlamentari occidentali sull’isola non costituiscono pertanto una violazione della sovranità di Pechino. Il problema che sorge dalla visita della Pelosi è semmai un altro. Saggezza avrebbe voluto che la Speaker e Biden avessero preventivamente concordato una linea comune a porte chiuse, evitando divergenze in mondovisione. Divergenze che, al contrario, si sono ripetutamente palesate negli scorsi giorni. Il presidente americano aveva chiaramente fatto capire di non gradire una visita della Pelosi sull’isola, mentre i portavoce della Casa Bianca e del consiglio di sicurezza nazionale Usa avevano a più riprese smentito che Washington volesse sconfessare la politica dell’unica Cina. È chiaro che simili fratture hanno trasmesso a Pechino un’immagine divisa dei vertici istituzionali americani. Certo: a livello meramente tecnico, la speaker è la massima rappresentante del potere legislativo e non deve rendere conto delle proprie scelte ai vertici del potere esecutivo. Tuttavia la pericolosa drammaticità della questione taiwanese non consente di derubricare il tutto a un cavillo di natura tecnica. Evidenziando le loro fratture davanti al mondo, Biden e la Pelosi - che fanno per giunta parte del medesimo partito - hanno azzoppato la deterrenza che la Casa Bianca può esercitare nei confronti del Dragone: la deterrenza è infatti un principio che si nutre di forza e la forza esige compattezza. Se ti mostri irresoluto e diviso, i tuoi nemici ne approfitteranno. D’altronde, quando l’allora Speaker della Camera, il repubblicano Newt Gingrich, si recò in visita sull’isola nel 1997, il New York Times riportò che si era coordinato con l’amministrazione Clinton: amministrazione che - ricordiamolo - era dem. Il problema è che la stessa amministrazione Biden si è mostrata finora tutt’altro che compatta sulla Cina, spaccandosi tra chi invoca la linea dura sui diritti umani e chi predilige distensione in nome del commercio e della cooperazione ambientale. Non è quindi escludibile che - al di là delle esigenze interne di Xi Jinping che punta a un terzo mandato presidenziale - la retorica bellicosa di Pechino miri a mettere ulteriormente sotto pressione i vertici istituzionali statunitensi. Lo stesso Henry Kissinger ricorda nel suo On China che Mao usava la questione taiwanese (anche) per testare le reazioni americane. Insomma, la mancata linea comune tra Biden e la Pelosi ha indebolito la deterrenza statunitense in una fase di significativa aggressività cinese. Si tratta di un problema che - oltre alla libertà dei taiwanesi - riguarda anche quei microchip, di cui l’isola è tra i principali produttori al mondo. Ieri, le azioni del settore hanno registrato un calo, mentre si teme che lo scoppio di una crisi possa avere degli effetti nefasti sulle catene di approvvigionamento dei semiconduttori. Tra l’altro, un’eventuale invasione cinese di Taiwan creerebbe enormi problemi di rifornimento per l’Occidente: è anche in questo senso che il colosso tecnologico taiwanese Tsmc sta aprendo impianti in Arizona e Giappone. La pace, diceva giustamente Ronald Reagan, si preserva con la forza. Taiwan ha bisogno di un’America compatta e risoluta, che, incutendo timore, dissuada la Cina dal compiere pericolosi colpi di mano. Ciò di cui non ha invece bisogno sono le passerelle inutili. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/pelosi-atterra-a-taiwan-e-la-tensione-schizza-2657796490.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-sinistra-che-ciancia-di-atlantismo-ci-ha-spinto-tra-le-braccia-delliran" data-post-id="2657796490" data-published-at="1659472850" data-use-pagination="False"> La sinistra che ciancia di atlantismo ci ha spinto tra le braccia dell’Iran Il Pd non è stato soltanto il partito che più di tutti ha avvicinato l’Italia alla Russia e alla Cina. È stato anche il partito che - nonostante sbandieri presunte credenziali di atlantismo - ci ha progressivamente spinto tra le braccia del regime khomeinista (regime da sempre legatissimo a Mosca). Era dicembre 2013, quando Massimo D’Alema, allora nel Pd, si recò in Iran, dove incontrò il ministro degli Esteri iraniano dell’epoca, Javad Zarif. Pochi giorni dopo, Emma Bonino, allora alla guida della Farnesina nel governo Letta, effettuò la prima visita ufficiale in Iran di un ministro degli Esteri italiano nell’arco di dieci anni. Nel febbraio 2015, Paolo Gentiloni, capo della diplomazia del governo Renzi, si recò a Teheran, dicendo: «La mia visita conferma l’importanza che l’Italia attribuisce alle relazioni con l’Iran». La vera svolta avvenne tuttavia nel 2016. Nel gennaio di quell’anno, l’allora presidente iraniano Hassan Rohani effettuò una visita nel nostro Paese: nell’aprile successivo, Matteo Renzi, all’epoca ancora inquilino di Palazzo Chigi, ricambiò, recandosi a Teheran, dove incontrò Rohani e l’ayatollah Ali Khamenei. Quello stesso Renzi che, nel 2014, aveva ottenuto la nomina di Federica Mogherini ad Alto rappresentante per gli affari esteri Ue. Fu proprio costei a figurare tra gli artefici del controverso accordo sul nucleare con l’Iran del 2015 (accordo fortemente voluto dalla Russia). E sempre lei si recò a Teheran nell’agosto 2017 in occasione dell’insediamento dell’appena rieletto Rohani. Non a caso, quando decise di abbandonare l’intesa sul nucleare nel maggio 2018, Donald Trump si attirò le critiche sia della Mogherini che della Russia. Inoltre, approfittando della distensione tra Roma e Teheran, l’allora governatrice dem del Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani, favorì, nel gennaio 2016, una serie di accordi tra l’Iran e il porto di Trieste. Tutto questo, mentre nel gennaio 2020 vari esponenti del Pd si schierarono contro Trump sulla questione dell’uccisione del generale Qasem Soleimani. Laura Boldrini accusò l’allora presidente americano di destabilizzare il Medio Oriente, condannando inoltre la sua scelta di riconoscere Gerusalemme come capitale dello Stato d’Israele. Pierfrancesco Majorino, in un intervento all’Europarlamento, invocò il ripristino dell’accordo sul nucleare con l’Iran. D’altronde, appena lo scorso giugno, la deputata dem Lia Quartapelle è tornata a criticare Trump per aver abbandonato quell’intesa. A luglio, lo Iai ha invece organizzato un evento in cui è stato ospitato l’attuale ministro degli Esteri iraniano, Hossein Amir-Abdollahian: un evento a cui era presente anche il viceministro degli Esteri italiano, la dem Marina Sereni. Nel corso della sua tappa romana, Abdollahian è stato inoltre ricevuto da Luigi Di Maio alla Farnesina. Ora, vale la pena ricordare che, oltre a essere un’autocrazia, l’Iran è uno storico alleato di Vladimir Putin. A marzo, il ministero del petrolio di Teheran annunciò che avrebbe aiutato Mosca contro le sanzioni occidentali, mentre è stato di recente annunciato un accordo da 40 miliardi di dollari tra Gazprom e la Repubblica islamica. Non solo: nel marzo 2021, l’Iran ha siglato un’intesa di cooperazione venticinquennale con la Cina, mentre sono arcinoti i controversi legami tra il regime degli ayatollah e il Venezuela. Ricordiamo anche che Abdollahian era una figura vicinissima a Soleimani e che Amnesty International ha chiesto che l’attuale presidente iraniano, Ebrahim Raisi, venga indagato per crimini contro l’umanità. Ricordiamo infine che il ripristino dell’accordo sul nucleare è temuto dai principali leader politici israeliani, oltre che da alcuni settori dello stesso Partito democratico americano. Insomma, il Pd taccia gli altri di legami con Putin, ma al contempo porta avanti una linea di amicizia verso l’Iran, che di Putin è storicamente uno dei principali alleati. Sembrerebbe un problema di logica. Invece, forse, è solo un problema di ipocrisia.
Silvia Capozza @Ecco
La manifestazione offre un’importante vetrina internazionale e rappresenta un’occasione preziosa per incontrare buyer, partner e operatori del settore provenienti da tutto il mondo. Per un marchio come Ecco è un momento fondamentale di confronto, visibilità e sviluppo delle relazioni commerciali», racconta alla Verità Silvia Capozza, general manager South Europe di Ecco, marchio globale specializzato in scarpe e accessori in pelle di alta gamma.
Ecco nasce in Danimarca nel 1963 e oggi è presente in tutto il mondo. Quali sono i valori del brand che ritiene più importanti?
«Comfort, qualità e innovazione. Sono i tre pilastri che ci accompagnano fin dalla nascita e ai quali non abbiamo mai rinunciato. L’innovazione, in particolare, è legata alla continua ricerca e sviluppo di tecnologie proprietarie, resa possibile anche dal controllo diretto della filiera produttiva».
Come lei ha sottolineato il comfort è uno degli elementi più associati al marchio. Quanto conta oggi per i consumatori rispetto all’estetica?
«Oggi i consumatori non scelgono più tra comfort e stile: vogliono entrambi. Questo si collega a un tema molto attuale, quello del quiet luxury, che noi preferiamo interpretare come quiet beauty. Le persone cercano prodotti che offrano comodità, design e innovazione allo stesso tempo. Il comfort non è più soltanto una caratteristica funzionale, ma una sensazione di benessere e libertà che permette di esprimere sé stessi senza compromessi».
Il concept della collezione è Walk Your Walk. Che significato assume oggi questo messaggio?
«È un invito a seguire il proprio percorso con autenticità. Ognuno deve poter vivere la propria individualità senza rinunciare né allo stile né al comfort. Per noi Walk Your Walk rappresenta un nuovo modo di interpretare la quotidianità: sentirsi bene in ciò che si indossa significa anche acquisire maggiore sicurezza e libertà di espressione».
Si parla anche di Return to What Matters. Quali sono oggi i valori davvero essenziali per Ecco in un mercato in continua evoluzione?
«Crediamo sia importante tornare a concentrarsi su ciò che conta davvero. In un contesto caratterizzato da cambiamenti rapidi e continui, Ecco ha sempre mantenuto una direzione coerente. Non abbiamo mai accettato compromessi sulla qualità, neppure nei momenti più complessi. Oggi il consumatore è più consapevole: acquista meno, ma sceglie meglio».
Avete recentemente reinterpretato uno dei vostri modelli iconici, la Joker. Come avete affrontato questo lavoro?
«La Joker è uno dei modelli simbolo della nostra storia. Ci piace recuperare elementi dal nostro archivio e reinterpretarli in chiave contemporanea. Negli ultimi anni abbiamo riproposto questo modello in diverse varianti, valorizzando materiali, colori e finiture differenti. È una scarpa che rappresenta perfettamente il Dna di Ecco perché combina comfort, qualità e design contemporaneo, e il riscontro del pubblico è stato molto positivo».
Le tecnologie sviluppate da Ecco rappresentano un elemento distintivo del marchio. In che modo migliorano l’esperienza di chi indossa le vostre scarpe?
«Le nostre tecnologie sono progettate per accompagnare uno stile di vita dinamico, garantendo leggerezza, traspirabilità, ammortizzazione e un migliore assorbimento degli impatti».
Designer come Natasha Ramsay-Levi, Craig Green e Natacha Aizawa hanno collaborato con il brand attraverso il progetto Ecco Kollektive. Qual è stato il loro contributo?
«Queste collaborazioni ci hanno permesso di dialogare con un pubblico particolarmente sensibile al design e alla sperimentazione creativa. Ogni designer parte dalla collezione principale Ecco e la reinterpreta attraverso il proprio linguaggio».
Le radici del marchio affondano nella lavorazione della pelle. Quanto pesa ancora questa eredità nella vostra identità?
«Moltissimo. Ecco nasce come azienda specializzata nella lavorazione della pelle e continua a possedere e gestire concerie proprie. Questa competenza rappresenta ancora oggi uno degli elementi distintivi del marchio e contribuisce a garantire elevati standard qualitativi lungo tutta la filiera».
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Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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