
Sull’autonomia differenziata «tra le materie che vogliono destinare a maggiore autonomia c’è anche la Protezione civile. Dovremmo fermarci e riflettere, tutti, su quello che serve a un grande Paese per non aumentare i divari territoriali ma fare avere soprattutto alle regioni più fragili tutto il supporto che serve in termini di risorse, competenze e prevenzione del dissesto idrogeologico», diceva pochi giorni fa Elly Schlein.
Il commento è arrivato dopo che il consiglio dei ministri aveva approvato le pre-intese con quattro Regioni - Liguria, Lombardia, Piemonte, Veneto - su quattro materie: tutela della salute-coordinamento della finanza pubblica (che lascerà ben oltre un miliardo nelle casse delle quattro regioni), protezione civile, professioni, previdenza complementare e integrativa. Niente che porterà alla sedicente «secessione dei ricchi» o ad avere «cittadini di serie A e di serie B», che per altro già esistono senza l’autonomia. La battaglia contro il federalismo è puramente ideologica. La segretaria Pd non a caso era in prima fila contro la devoluzione di alcune materie ai governatori, come scritto nella Costituzione, a partire dalla raccolta firme per indire un referendum - bocciato dalla Consulta - contro la legge Calderoli. Solo perché il progetto autonomista è portato avanti dal centrodestra. Infatti, quando al governo c’erano altri, l’idea del Pd e di Elly era tutt’altra.
Il 28 aprile 2022, Stefano Bonaccini, all’epoca presidente della Regione Emilia-Romagna e adesso europarlamentare nonché presidente del Pd, fece un discorso in consiglio regionale dell’Emilia Romagna, che se avessimo sentito solo le parole senza sapere chi le pronunciava avremmo pensato che si trattasse di un leghista. Ecco alcuni passaggi del suo intervento in aula consiliare. «Ho chiesto esplicitamente un mandato agli elettori nel 2020, cioè la possibilità di vedere attuata la Costituzione per quanto dispone al terzo comma dell’articolo 116 e di veder quindi riconosciute alle nostre Regione ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia; un percorso che fu avviato, ricorderete, nella precedente legislatura e approdato ad una prima significativa tappa il 28 febbraio 2018 con la stipula dell’intesa preliminare con l’allora governo Gentiloni». Secondo Bonaccini, «la nostra richiesta si fondava invece su un progetto specifico, cesellato materia per materia, funzione per funzione, indicando obiettivi di miglioramento circostanziati».
In che modo? «Nella nostra proposta [...] si prospettava la possibilità, a parità di risorse, di poter ottenere maggiori economie attraverso l’efficienza e maggiore sviluppo attraverso la programmazione di politiche, investimenti, servizi di qualità. Queste differenze mi hanno sempre fatto dire che la nostra proposta, pur specifica e calibrata per il sistema territoriale dell’Emilia-Romagna, ha, però, il pregio di poter essere sostenibile, riproducibile e replicabile per le altre Regioni, e che farebbe bene anche al resto delle Regioni che non utilizzassero la riforma perché – mi si perdoni l’espressione – costringere lo Stato a programmare a determinati costi standard, fabbisogni standard, livelli essenziali delle prestazioni sarebbe, comunque, un passo avanti per l’Italia, non solo e non tanto per l’Emilia-Romagna in sé», sosteneva Bonaccini.
«Purtroppo, però, anche molte richieste ragionevoli hanno trovato un muro non solo in un certo conservatorismo politico, anche questo piuttosto trasversale in Parlamento, ma soprattutto da parte delle strutture ministeriali a mettersi in discussione, a farsi misurare, anche solo a discutere e distinguere le funzioni e i costi. Questo lo considero, naturalmente, un male», evidenziava l’attuale presidente dem. «Me l’avete sentito dire più volte: se qualcuno venisse da Roma in Emilia-Romagna a dire che la sanità regionale non deve essere più gestita in Emilia-Romagna, ma gestita direttamente dal centro, io credo troverebbe non la mia opposizione, che sarebbe naturale, credo anche la vostra, ma troverebbe l’opposizione, a mio parere, della stragrande maggioranza degli emiliani e dei romagnoli…».
E ancora: «Noi non chiediamo un euro in più di quello che già ci arriva. Anzi, ci dessero un euro in meno di quello che oggi arriva, a noi andrebbe bene ugualmente e firmo subito. Basta che ci lascino gestire alcune materie, la gestione di quelle risorse definite prima a livello anche di livelli essenziali, di prestazioni e fabbisogni standard e, soprattutto, che ci permettano, da un lato, di programmare e soprattutto di semplificare e sburocratizzare», sosteneva ancora Bonaccini.
Da notare che, come si legge dallo stenografico del 28 aprile 2022 e dunque non cento anni fa, alla seduta parteciparono oltre appunto al «sottosegretario alla Presidenza Davide Baruffi e al presidente della Giunta Stefano Bonaccini», appunto, anche «gli assessori Paolo Calvano, Vincenzo Colla, Andrea Corsini, Raffaele Donini, Barbara Lori, Paola Salomoni, Elena Schlein». Schlein proprio lei? Certo che sì, poiché l’attuale segretario del Pd era vicepresidente dell’Emilia-Romagna. All’epoca però nessuno definiva l’autonomia come lo spacca-Italia, anzi. Cos’è cambiato tre anni e mezzo dopo? Forse che il Pd non è più nella maggioranza politica che governa l’Italia?






