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2021-07-22
Il patentino nasce senza scadenza e rischia di diventare un guinzaglio
Getty Images
Da una parte gli italiani con il patentino verde in mano. Dall'altra tutti gli altri, quelli ancora sprovvisti di una certificazione che condizionerà ancora tanti aspetti di una quotidianità già ampiamente stravolta in questo anno e mezzo di pandemia. Ben prima dell'approvazione del nuovo decreto Covid, in cui verranno fissate le norme cui attenersi nelle prossime settimane, l'ipotesi di estendere l'utilizzo del green pass rischia di creare un solco non solo tra i cittadini, ma anche tra le imprese, con le associazioni dei commercianti che mettono in guardia sul pericolo «discriminazione».
Tra le varie posizioni espresse in questi giorni, del resto, si è già sentito praticamente di tutto: dalla possibilità di prevedere l'uso del lasciapassare anche per entrare nei luoghi di lavoro, con tanto di sospensione della paga o cambio di mansione per chi decide di non vaccinarsi, all'eventualità di mostrare il codice a barre per salire sui mezzi pubblici. Insomma, per quelli che non dispongono della carta verde l'unica possibilità residua è la reclusione. Già da lunedì, lo scenario potrebbe essere più o meno quello paventato da Aldo Cursano, vicepresidente vicario di Fipe-Confcommercio: «Se passa l'obbligo del green pass anche per andare al ristorante, oltre 3 milioni di famiglie italiane verranno letteralmente spaccate in due. Al momento infatti ci sono circa 4 milioni di giovanissimi tra i 12 e i 19 anni non ancora vaccinati: non si tratta di no vax, ma di persone in attesa del loro turno. Molti di questi ragazzi passeranno le vacanze con i genitori, in larga parte già vaccinati, ma non potranno andare neppure a mangiare una pizza con loro». Situazioni del genere potrebbero ripetersi potenzialmente ovunque, dai cinema ai teatri. Perfino nei supermercati.
Per quanto tempo potremmo fare i conti con un Paese diviso in due, tra chi sta dentro e chi resta fuori? E soprattutto, per quanto tempo il decreto Covid, che uscirà oggi dal Consiglio dei ministri e che andrà convertito in legge entro i canonici 60 giorni, imporrà l'uso della «patente» verde anche per le attività più consuete? Lo strumento legislativo, infatti, rischia di nascere già vecchio per tutte quelle persone che da mesi hanno completato il ciclo vaccinale. A oggi, gli italiani che si sono sottoposti alla doppia dose sono poco più di 28 milioni, molti dei quali hanno ricevuto la copertura nei primissimi mesi dell'anno. Si tratta delle categorie più esposte al contagio, come gli over 80, e quelle a stretto contatto con i malati, cioè medici e operatori sanitari. Per loro, l'efficacia della certificazione verde Covid-19 scadrà nei primi giorni d'autunno, quando verranno meno i termini previsti dal governo nel decreto del 22 aprile scorso: validità di sei mesi dal giorno del completamento del ciclo vaccinale. Ebbene, quale scenario si apre per loro? Dal momento che l'ipotesi dei tamponi ogni 48 ore sarebbe piuttosto ardua da perseguire, l'unica via che resta per ottenere il lasciapassare sarebbe il richiamo con terza dose. Un'eventualità inutile, se non addirittura dannosa, secondo quanto riferisce Ignazio Grattagliano, coordinatore per la Regione Puglia della Società italiana di medicina generale e delle cure primarie (Simg): «Una terza dose con lo stesso vaccino già utilizzato non aggiungerebbe altra protezione all'organismo, che già ha acquisito gli anticorpi necessari per far fronte all'infezione. Di contro, si corre il rischio che diventi del tutto inutile: gli anticorpi prodotti dalla vaccinazione agiscono contro il virus originario e non contro le potenziali nuove varianti che possono apparire in futuro». Dagli ospedali filtra una certa preoccupazione: tra i sanitari c'è il timore di vedersi limitare la libertà di movimento, con l'aggravante di trovarsi esposti a un rischio contagio quando la copertura vaccinale sarà più debole.
Tra «coloro che saran sospesi» potrebbero finire anche tutti gli italiani che hanno contratto il virus. Per loro, al momento, è prevista un'unica dose, da somministrare entro i sei mesi dall'infezione, superati i quali ne vanno fatte due. A conti fatti, alla fine dell'estate migliaia di persone potrebbero ritrovarsi in tasca una certificazione scaduta. Sembra che al ministero della Salute si siano accorti solo ora del possibile cortocircuito, tanto che è partita la corsa per mettere una pezza: «Le persone guarite dal Covid-19 potranno effettuare un'unica dose di vaccino entro 12 mesi dal primo tampone positivo dopo la malattia», ha spiegato all'Ansa il sottosegretario alla Salute Andrea Costa. Il provvedimento potrebbe vedere la luce alla fine della settimana.
Se i presupposti per ottenere il green pass si rivelano già oggi complicati, cosa potrebbe accadere se un'estensione temporale dello strumento rendesse necessario aggiungerne degli altri, che magari con la sfera sanitaria hanno poco o nulla a che vedere? Magari aver pagato regolarmente le tasse o avere una fedina penale immacolata. Scenari irrealistici, probabilmente, ma chi può dirsi al sicuro se già tante conquiste nel campo dei diritti sono state calpestate in nome delle ragioni sanitarie?
Abbiamo pure gli esodati del vaccino
Il grido «facciamo come i francesi!» fa tremare gli esodati dei vaccini. In attesa di leggere nel nuovo decreto le regole su quanto e come verrà esteso il green pass obbligatorio, c'è infatti una categoria di italiani che rischia di rimanere sospesa nel limbo: quelli che hanno partecipato alla sperimentazione di Reithera. Non essendo il vaccino ancora approvato, perché appunto in fase di studio, chi ha ricevuto la dose non può ricevere il green pass che vale solo per i vaccini autorizzati dalla Ue e non può comunque vaccinarsi con quelli autorizzati perché gli è stato somministrato un prodotto diverso e possono avere già sviluppato anticorpi. L'ultimo studio di Reithera, quello di Fase 2 iniziato a marzo, è stato fatto su 917 volontari arruolati (quello di Fase 1 era su 45). Stesso discorso vale per i volontari che si sono fatti inoculare l'altro vaccino italiano Covid-eVax, delle aziende Takis e Rottapharm Biotech. La sperimentazione clinica di Fase 1 e 2, frutto di una collaborazione internazionale alla quale partecipa anche l'Istituto Spallanzani (coinvolto anche nello sviluppo di Reithera), è in corso. Parliamo in questo caso di 80 persone in fase 1 e 240 previsti per la fase 2, quindi circa 300 volontari in totale anche se ad alcuni di essi è stato somministrato il placebo. Gli «esodati» di Reithera e Takis potranno comunque contare su un green pass ad hoc? Vedremo, sperando che qualcuno ci abbia pensato.
Nel frattempo, tornando a Reithera, in questi giorni si è tenuto un incontro nella sede di Castel romano tra Antonella Folgori, presidente di Reithera Italia, Stefano Colloca, socio e responsabile dello sviluppo scientifico, e Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dello Spallanzani, con una delegazione del ministero degli Esteri messicano. Già lo scorso 13 luglio si era svolto allo Spallanzani una riunione tra l'ambasciatore della Repubblica del Messico Carlos Garcia d'Alba ed il direttore Francesco Vaia cui avevano partecipato rappresentanti della società biotech. Obiettivo: approfondire l'opportunità di sostenere la fase 3 della sperimentazione, quella che precede l'autorizzazione all'uso clinico. Nonché la possibilità, una volta ottenuto il via libera al vaccino prodotto dall'azienda italiana, di vendere il prodotto anche all'estero. In questo momento il gruppo, dopo la fase 1 sperimentata con lo Spallanzani, sta completando gli studi di fase due con 24 centri clinici. Nella fase 3 bisognerà invece continuare la sperimentazione con centinaia di centri in Italia e nel mondo, per testare il vaccino anche sulle diverse etnie. Sebbene l'interesse dei messicani e di altri investitori sudamericani (da Cile e Brasile) venga già dipinto dai compañeros di Repubblica come la dimostrazione che il vaccino prodotto a Castel Romano fa gola a parecchi, è soprattutto Reithera ad aver bisogno - urgentemente - di fondi per andare avanti. Il progetto del vaccino «italiano» si è infranto sull'alt delle toghe e le inadempienze dell'ex commissario Domenico Arcuri (oggi ancora al timone di Invitalia). A metà marzo 2020, infatti, lo Spallanzani chiude un accordo con Reithera e avvia il primo mini finanziamento. Il 23 marzo il Consiglio nazionale delle ricerche approva il protocollo d'intesa con l'istituto romano che riceve così 8 milioni: 5 dalla Regione Lazio e 3 dal Cnr. Tra aprile e maggio Arcuri convoca i vertici di Reithera suggerendo di non ascoltare le sirene di fondi esteri. Il vaccino sarebbe dovuto rimanere italiano, anche a costo di brandire l'arma del golden power. A febbraio del 2021 Invitalia finalizza la promessa di finanziare il vaccino con 88 milioni ma quando diventa socio ne versa soltanto 11. Con l'arrivo di Mario Draghi, Arcuri decade da commissario. A metà maggio 2021, la Corte dei Conti boccia il contratto di Reithera con Invitalia perché l'investimento per il progetto non può comprendere l'acquisto della sede operativa. Per la Fase 3 servirà arruolare fra i 5 e i 10.000 volontari ma il costo della sperimentazione si aggira attorno ai 60 milioni. Che Reithera non ha.
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Le ipotesi allo studio sull'attestato sanitario penalizzano i ragazzi (ancora senza dose), i più veloci a immunizzarsi (che sarebbero costretti a un altro richiamo) e i guariti. Rinviando il ritorno alla normalità.I partecipanti ai test di Reithera restano in un limbo burocratico senza certificato. Il farmaco infatti non è ancora stato approvato e non possono riceverne uno differente.Lo speciale contiene due articoli.Da una parte gli italiani con il patentino verde in mano. Dall'altra tutti gli altri, quelli ancora sprovvisti di una certificazione che condizionerà ancora tanti aspetti di una quotidianità già ampiamente stravolta in questo anno e mezzo di pandemia. Ben prima dell'approvazione del nuovo decreto Covid, in cui verranno fissate le norme cui attenersi nelle prossime settimane, l'ipotesi di estendere l'utilizzo del green pass rischia di creare un solco non solo tra i cittadini, ma anche tra le imprese, con le associazioni dei commercianti che mettono in guardia sul pericolo «discriminazione». Tra le varie posizioni espresse in questi giorni, del resto, si è già sentito praticamente di tutto: dalla possibilità di prevedere l'uso del lasciapassare anche per entrare nei luoghi di lavoro, con tanto di sospensione della paga o cambio di mansione per chi decide di non vaccinarsi, all'eventualità di mostrare il codice a barre per salire sui mezzi pubblici. Insomma, per quelli che non dispongono della carta verde l'unica possibilità residua è la reclusione. Già da lunedì, lo scenario potrebbe essere più o meno quello paventato da Aldo Cursano, vicepresidente vicario di Fipe-Confcommercio: «Se passa l'obbligo del green pass anche per andare al ristorante, oltre 3 milioni di famiglie italiane verranno letteralmente spaccate in due. Al momento infatti ci sono circa 4 milioni di giovanissimi tra i 12 e i 19 anni non ancora vaccinati: non si tratta di no vax, ma di persone in attesa del loro turno. Molti di questi ragazzi passeranno le vacanze con i genitori, in larga parte già vaccinati, ma non potranno andare neppure a mangiare una pizza con loro». Situazioni del genere potrebbero ripetersi potenzialmente ovunque, dai cinema ai teatri. Perfino nei supermercati. Per quanto tempo potremmo fare i conti con un Paese diviso in due, tra chi sta dentro e chi resta fuori? E soprattutto, per quanto tempo il decreto Covid, che uscirà oggi dal Consiglio dei ministri e che andrà convertito in legge entro i canonici 60 giorni, imporrà l'uso della «patente» verde anche per le attività più consuete? Lo strumento legislativo, infatti, rischia di nascere già vecchio per tutte quelle persone che da mesi hanno completato il ciclo vaccinale. A oggi, gli italiani che si sono sottoposti alla doppia dose sono poco più di 28 milioni, molti dei quali hanno ricevuto la copertura nei primissimi mesi dell'anno. Si tratta delle categorie più esposte al contagio, come gli over 80, e quelle a stretto contatto con i malati, cioè medici e operatori sanitari. Per loro, l'efficacia della certificazione verde Covid-19 scadrà nei primi giorni d'autunno, quando verranno meno i termini previsti dal governo nel decreto del 22 aprile scorso: validità di sei mesi dal giorno del completamento del ciclo vaccinale. Ebbene, quale scenario si apre per loro? Dal momento che l'ipotesi dei tamponi ogni 48 ore sarebbe piuttosto ardua da perseguire, l'unica via che resta per ottenere il lasciapassare sarebbe il richiamo con terza dose. Un'eventualità inutile, se non addirittura dannosa, secondo quanto riferisce Ignazio Grattagliano, coordinatore per la Regione Puglia della Società italiana di medicina generale e delle cure primarie (Simg): «Una terza dose con lo stesso vaccino già utilizzato non aggiungerebbe altra protezione all'organismo, che già ha acquisito gli anticorpi necessari per far fronte all'infezione. Di contro, si corre il rischio che diventi del tutto inutile: gli anticorpi prodotti dalla vaccinazione agiscono contro il virus originario e non contro le potenziali nuove varianti che possono apparire in futuro». Dagli ospedali filtra una certa preoccupazione: tra i sanitari c'è il timore di vedersi limitare la libertà di movimento, con l'aggravante di trovarsi esposti a un rischio contagio quando la copertura vaccinale sarà più debole. Tra «coloro che saran sospesi» potrebbero finire anche tutti gli italiani che hanno contratto il virus. Per loro, al momento, è prevista un'unica dose, da somministrare entro i sei mesi dall'infezione, superati i quali ne vanno fatte due. A conti fatti, alla fine dell'estate migliaia di persone potrebbero ritrovarsi in tasca una certificazione scaduta. Sembra che al ministero della Salute si siano accorti solo ora del possibile cortocircuito, tanto che è partita la corsa per mettere una pezza: «Le persone guarite dal Covid-19 potranno effettuare un'unica dose di vaccino entro 12 mesi dal primo tampone positivo dopo la malattia», ha spiegato all'Ansa il sottosegretario alla Salute Andrea Costa. Il provvedimento potrebbe vedere la luce alla fine della settimana.Se i presupposti per ottenere il green pass si rivelano già oggi complicati, cosa potrebbe accadere se un'estensione temporale dello strumento rendesse necessario aggiungerne degli altri, che magari con la sfera sanitaria hanno poco o nulla a che vedere? Magari aver pagato regolarmente le tasse o avere una fedina penale immacolata. Scenari irrealistici, probabilmente, ma chi può dirsi al sicuro se già tante conquiste nel campo dei diritti sono state calpestate in nome delle ragioni sanitarie? <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/patentino-senza-scadenza-rischia-guinzaglio-2653884603.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="abbiamo-pure-gli-esodati-del-vaccino" data-post-id="2653884603" data-published-at="1626893531" data-use-pagination="False"> Abbiamo pure gli esodati del vaccino Il grido «facciamo come i francesi!» fa tremare gli esodati dei vaccini. In attesa di leggere nel nuovo decreto le regole su quanto e come verrà esteso il green pass obbligatorio, c'è infatti una categoria di italiani che rischia di rimanere sospesa nel limbo: quelli che hanno partecipato alla sperimentazione di Reithera. Non essendo il vaccino ancora approvato, perché appunto in fase di studio, chi ha ricevuto la dose non può ricevere il green pass che vale solo per i vaccini autorizzati dalla Ue e non può comunque vaccinarsi con quelli autorizzati perché gli è stato somministrato un prodotto diverso e possono avere già sviluppato anticorpi. L'ultimo studio di Reithera, quello di Fase 2 iniziato a marzo, è stato fatto su 917 volontari arruolati (quello di Fase 1 era su 45). Stesso discorso vale per i volontari che si sono fatti inoculare l'altro vaccino italiano Covid-eVax, delle aziende Takis e Rottapharm Biotech. La sperimentazione clinica di Fase 1 e 2, frutto di una collaborazione internazionale alla quale partecipa anche l'Istituto Spallanzani (coinvolto anche nello sviluppo di Reithera), è in corso. Parliamo in questo caso di 80 persone in fase 1 e 240 previsti per la fase 2, quindi circa 300 volontari in totale anche se ad alcuni di essi è stato somministrato il placebo. Gli «esodati» di Reithera e Takis potranno comunque contare su un green pass ad hoc? Vedremo, sperando che qualcuno ci abbia pensato. Nel frattempo, tornando a Reithera, in questi giorni si è tenuto un incontro nella sede di Castel romano tra Antonella Folgori, presidente di Reithera Italia, Stefano Colloca, socio e responsabile dello sviluppo scientifico, e Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dello Spallanzani, con una delegazione del ministero degli Esteri messicano. Già lo scorso 13 luglio si era svolto allo Spallanzani una riunione tra l'ambasciatore della Repubblica del Messico Carlos Garcia d'Alba ed il direttore Francesco Vaia cui avevano partecipato rappresentanti della società biotech. Obiettivo: approfondire l'opportunità di sostenere la fase 3 della sperimentazione, quella che precede l'autorizzazione all'uso clinico. Nonché la possibilità, una volta ottenuto il via libera al vaccino prodotto dall'azienda italiana, di vendere il prodotto anche all'estero. In questo momento il gruppo, dopo la fase 1 sperimentata con lo Spallanzani, sta completando gli studi di fase due con 24 centri clinici. Nella fase 3 bisognerà invece continuare la sperimentazione con centinaia di centri in Italia e nel mondo, per testare il vaccino anche sulle diverse etnie. Sebbene l'interesse dei messicani e di altri investitori sudamericani (da Cile e Brasile) venga già dipinto dai compañeros di Repubblica come la dimostrazione che il vaccino prodotto a Castel Romano fa gola a parecchi, è soprattutto Reithera ad aver bisogno - urgentemente - di fondi per andare avanti. Il progetto del vaccino «italiano» si è infranto sull'alt delle toghe e le inadempienze dell'ex commissario Domenico Arcuri (oggi ancora al timone di Invitalia). A metà marzo 2020, infatti, lo Spallanzani chiude un accordo con Reithera e avvia il primo mini finanziamento. Il 23 marzo il Consiglio nazionale delle ricerche approva il protocollo d'intesa con l'istituto romano che riceve così 8 milioni: 5 dalla Regione Lazio e 3 dal Cnr. Tra aprile e maggio Arcuri convoca i vertici di Reithera suggerendo di non ascoltare le sirene di fondi esteri. Il vaccino sarebbe dovuto rimanere italiano, anche a costo di brandire l'arma del golden power. A febbraio del 2021 Invitalia finalizza la promessa di finanziare il vaccino con 88 milioni ma quando diventa socio ne versa soltanto 11. Con l'arrivo di Mario Draghi, Arcuri decade da commissario. A metà maggio 2021, la Corte dei Conti boccia il contratto di Reithera con Invitalia perché l'investimento per il progetto non può comprendere l'acquisto della sede operativa. Per la Fase 3 servirà arruolare fra i 5 e i 10.000 volontari ma il costo della sperimentazione si aggira attorno ai 60 milioni. Che Reithera non ha.
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Il nodo ha un nome e un cognome: Sinochem. Primo azionista con il 37% del capitale, quota robusta, presenza ingombrante, nazionalità cinese. L’arrivo in Pirelli è datato 2015 quando ancora si chiamava ChemChina e l’Italia guardava a Pechino come al bancomat globale e non come al concorrente sistemico. Altri tempi. Oggi lo scenario è capovolto: l’alleato americano diffida, l’Unione europea prende appunti e Palazzo Chigi deve scegliere. In attesa, Pirelli continua a vendere negli Stati Uniti i suoi pneumatici «intelligenti», che servono a migliorare la precisione di guida con le informazioni che mandano a chi sta al volante. Ed è proprio qui che Washington ha messo il lucchetto: niente hardware e software riconducibili a interessi cinesi.
Pirelli senza cervello tecnologico non è più Pirelli.
Negli ultimi mesi, raccontano fonti ben informate, i funzionari americani hanno fatto sapere a Roma che il tempo delle ambiguità è finito. Il governo italiano valuta. Valuta un nuovo intervento, valuta una stretta, valuta soprattutto quanto sia sostenibile tenere insieme tutto. Perché la partita non è solo industriale, è politica. Sinochem non è un’azienda qualsiasi. È un gruppo controllato dallo Stato cinese, figlio della fusione con ChemChina avvenuta nel 2021. Ogni mossa ha inevitabilmente un riflesso diplomatico.
Ed è qui che il gioco si fa delicato. Roma non vuole uno scontro con Pechino, ma non può permettersi di perdere Washington. Un equilibrio delicato, quasi da funamboli, mentre sotto c’è il vuoto del mercato globale. Il management di Pirelli ha provato a chiudere la questione in modo ordinato. Ha presentato opzioni, ha suggerito vie d’uscita, ha lasciato intendere che una cessione sarebbe la soluzione più indolore. Dall’altra parte, però, nessuna fretta. Per mesi. Poi qualcosa si è mosso. Sinochem ha incaricato Bnp Paribas di esplorare possibili opzioni di vendita. Un segnale. Non una resa, ma nemmeno un muro. Un modo per dire: ascoltiamo.
Ma il calendario non è elegante. Marzo incombe. E se non arriva un compromesso, il governo ha già pronto il copione dell’ultimo atto: sospensione dei diritti di voto. Il Golden power nella sua versione più muscolare. Quella che non toglie le azioni, ma toglie la voce. Adolfo Urso prova a raccontarla come una storia di dialogo ritrovato. Dice che è positivo che le parti siano tornate a parlarsi. Ricorda che l’Italia farà la sua parte per evitare l’esclusione di Pirelli dal mercato Usa. È il linguaggio necessario quando si cammina sulle uova, ma sotto quelle uova c’è già il brontolare della crepa.
Perché le tensioni tra Pirelli e Sinochem non nascono oggi. Esplodono quando l’azionista cinese tenta di rafforzare il controllo dopo la fusione, quando la governance diventa un campo minato, quando Marco Tronchetti Provera vice presidente esecutivo, lancia l’allarme sui rischi della presenza cinese.
Da lì parte l’intervento del 2023: limiti all’accesso alle informazioni, protezione della tecnologia, maggioranze qualificate blindate nel consiglio di amministrazione. Nell’aprile 2025 arriva lo strappo vero: Sinochem perde il controllo della governance. Un colpo secco, che aumenta la tensione e costringe il governo a un lavoro diplomatico sotterraneo per evitare l’incidente internazionale. L’indagine archiviata a settembre sulla China National Rubber Company è il classico ramoscello d’ulivo: non risolve, ma calma.
Perché il rischio non è teorico. È scritto nero su bianco: senza una soluzione, Pirelli è tagliata fuori dal mercato Usa. E nessun comunicato stampa, nessuna formula di compromesso lessicale, potrà compensare un colpo del genere. Alla fine, la questione è semplice quanto brutale: chi comanda davvero. Se l’azionariato resta cinese, Washington chiude la porta. Se Roma interviene, Pechino prende nota. Se si tergiversa, il mercato decide. Per questo Palazzo Chgi ha messo sul tavolo l’aut aut: fuori dal controllo di Pirelli o tagliamo i diritti di voto utilizzando i poteri speciali del «golden power» . Non è una minaccia, è una constatazione. La geopolitica non fa sconti.
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Berlino durante il blackout del 3 gennaio 2026 (Ansa)
Decine di migliaia di case sono rimaste improvvisamente senza riscaldamento, Internet e telefono, a temperature sotto lo zero e di notte anche sotto i 10 gradi. Ma l’incendio doloso appiccato nel distretto di Steglitz-Zehlendorf è stato già rivendicato dal gruppo di estrema sinistra «Vulkangruppe», la cui denominazione è ispirata all’eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajokull che nel 2010 ha disturbato il traffico aereo in Europa per settimane. «Stanotte abbiamo sabotato con successo la centrale a gas di Berlino-Lichterfelde», si legge nel documento. Gli autori definiscono l’azione un «atto di autodifesa e di solidarietà internazionale verso tutti coloro che proteggono la terra e la vita» nonché «un’azione orientata al bene comune».
«È stato un errore aver guardato per così tanti anni, unilateralmente, all’estremismo politico di destra (che ha criminalizzato il primo partito tedesco Afd, guidato da Alice Weidel, ndr) trascurando l’islamismo e l’estremismo di sinistra», ha dichiarato a Die Welt il ricercatore Hendrik Hansen. In effetti, secondo l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, dal 2011 gli incendi dolosi alle linee elettriche e alle infrastrutture pubbliche si sono moltiplicati, soprattutto a Berlino e Brandeburgo. Nel 2024, le autorità hanno contato undici sabotaggi criminali da quando il gruppo si è manifestato nel 2011, bruciando un ponte alla stazione di Berlino Ostkreuz. Nel marzo 2018, il distaccamento del «Vulkangruppe» a Berlino-Charlottenburg ha rivendicato un incendio doloso alle linee elettriche ad alta tensione. Circa 6.500 appartamenti e 400 aziende sono rimasti senza elettricità per ore, con danni per milioni di euro. Nel 2021, il «Vulkangruppe» ha appiccato un incendio doloso all’alimentazione elettrica dello stabilimento Tesla di Elon Musk a Grünheide. Lo stesso anno, Tesla ha subito altri atti di sabotaggio. Nel marzo 2024, un gruppo appartenente alla rete del Vulcano ha dato fuoco, sempre a Grünheide, a un grande palo dell’elettricità necessario all’approvvigionamento di Tesla: la produzione è stata interrotta per giorni a causa del sabotaggio. La Procura federale ha avviato indagini per sospetto terrorismo e l'Ufficio federale di polizia criminale ha anche indagato per sabotaggio incostituzionale. A maggio 2025, il gruppo ha confessato inoltre un incendio doloso a un impianto di trasformazione e a un impianto di tralicci radio a Berlino-Dahlem. Il messaggio di rivendicazione dell’attacco recitava: «Paralizza i quartieri delle ville. (...) Non possiamo più permetterci questi ricchi». Altri attacchi incendiari, non ultimi quello di febbraio 2025 ai cavi della ferrovia vicino a Tesla e quello di settembre 2025 all’alimentazione elettrica del parco tecnologico berlinese Adlershof, che ha coinvolto decine di migliaia di famiglie, non sono stati ufficialmente attribuiti al gruppo, nonostante le lettere di rivendicazione siano molto simili e riportino sempre la stessa firma degli «anarchici».
Hansen non circoscrive gli attacchi a Berlino: «Ovviamente abbiamo un problema nella capitale, dove si rifugiano gli anarchici. Ma abbiamo sempre più attacchi gravi in tutta la Germania». Lo studioso ha citato il gruppo radicale di sinistra «Angry Birds Kommando», che l’anno scorso ha rivendicato un attacco alla linea ferroviaria tra Duisburg e Düsseldorf. Anche a Monaco di Baviera, nel 2025 sono stati accesi diversi incendi. Pur non escludendo «collegamenti con la Russia», anche il portavoce del sindacato di polizia (GdP) Benjamin Jendro ha osservato una banalizzazione dell’estremismo di sinistra: «Nel nostro Paese lo abbiamo minimizzato per decenni».
Attivi e noti alle forze di sicurezza tedesche da molto tempo, la polizia li inquadra nell’ambiente degli anarchici della scena estremista di sinistra, orientata alla violenza. Nelle lettere di rivendicazione, i gruppi usano nomi diversi ma tutti ispirati a vulcani islandesi come Grimsvötn, Katla o Ok. I target dei gruppi sono quasi sempre i cavi delle linee ferroviarie, le torri radio, le linee dati e i mezzi di trasporto pubblici; l’obiettivo è mostrare la vulnerabilità delle infrastrutture di mobilità e comunicazione, disturbare l’ordine pubblico e causare gravi danni materiali. La matrice climatica è ostentata: il gruppo denuncia la «sete di energia» che distrugge le risorse naturali attraverso il riscaldamento globale. «Intere regioni stanno diventando inabitabili a causa del riscaldamento», dicono gli attivisti, «l’entità di questa devastazione è ignorata».
Gli autori del documento criticano particolarmente lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, per il suo elevato fabbisogno energetico e i pericoli sociali che comporta, per poi chiosare: «Un giorno moriremo di sete e di fame seduti davanti agli schermi luminosi o ai dispositivi spenti».
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Il presidente del consiglio dà il via libera all’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più altri sei Paesi latinoamericani «associati» lo ha annunciato commentando: «Esprimo soddisfazione per la decisione della Commissione europea di modificare, come richiesto dall’Italia, la proposta di nuovo quadro finanziario pluriennale». La Von der Leyen è stata sicuramente indotta a mollare i cordoni della borsa dal blitz americano in Uruguay. Era desiderosa di riguadagnare almeno una finestra sul cortile di casa di Donald Trump per far vedere che l’Europa (forse) c’è e la firma dell’accordo col Mercosur è prevista per il 12 gennaio in Paraguay.
In una lettera inviata ieri alla presidente dell’Eurocamera Roberta Metsola (l’Europarlamento aveva bocciato i tagli alla Pac e l’abolizione, che comunque è confermata, del fondo per lo sviluppo rurale accorpato a quello di coesione) e al governo cipriota (ha la presidenza di turno dell’Europa) Ursula von der Leyen annuncia la disponibilità a utilizzare due terzi dei fondi accantonati per le spese non immediatamente disponibili nel bilancio 2028-2034 pari a circa 45 miliardi per aumentare gli stanziamenti per la Pac. In più vengono confermati altri 6,3 miliardi immediatamente attivabili.
Nulla però si dice sulla clausola di salvaguardia per i prodotti agricoli importati dal Sudamerica per quanto attiene pesticidi, salubrità e qualità paragonabili a quelli Ue. Su questo punto resta il no della Francia e la forte perplessità degli agricoltori italiani. Anche se il ministro per l’Agricoltura Francesco Lollobrigida in partenza per Bruxelles dove stamani si tiene - ospitata dalla Commissione - una sessione straordinaria di Agrifish, la riunione dei 27 ministri agricoli, proprio per sbloccare il sì al Mercosur, ha affermato: «La mossa della Von der Leyen è una bona notizia; non solo è stato annullato il taglio del 22% delle risorse destinate all’agricoltura per il periodo 2028-2034, ma la dotazione finanziaria è stata addirittura aumentata di 1 miliardo di euro». Forte perplessità su questi fondi aggiuntivi viene però dall’Istituto Jaques Delors che monitora i conti di Bruxelles.
A giudizio di Eulalia Rubio analista del centro studi «così si sta erodendo ancor prima di aver approvato il bilancio il fondo di riserva; utilizzare i soldi Ue per compensare i risultati degli accordi commerciali ha senso, ma se si vuole farlo bisogna creare uno strumento aggiuntivo, come è stato fatto dopo la Brexit, altrimenti i conti non tornano». La Francia comunque resta contraria al trattato. Gli agricoltori sono in marcia con i trattori verso Parigi. Fnsea e la Confederation Paysanne sono state ricevute ieri da Sébastien Lecornu, ma non sono soddisfatte. Il primo ministro e il ministro dell’Agricoltura Annie Genevard hanno promesso per oggi un decreto per impedire l’importazione in Francia di prodotti agricoli sudamericani trattati con sostanze chimiche vietate in Europa. È di fatto la clausola di salvaguardia che anche l’Italia chiedeva all’Ue e che Parigi ha deciso di farsi da sola anche perché gli agricoltori transalpini restano mobilitati sia per la crisi della zootecnia derivante dall’epidemia di dermatite bollosa che sta decimando le mandrie sia per la minaccia della concorrenza derivante dall’accordo Ue-Mercosur.
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Lo ha detto il ministro dell'Agricoltura nella conferenza stampa tenutasi a Bruxelles.