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2022-05-24
Pasticcio Biden: fa il duro su Taiwan. Casa Bianca costretta a rettificare
Yuko Kishida, Joe Biden e Fumio Kishida (Ansa)
Gli Stati Uniti difenderanno militarmente Taiwan in caso di attacco cinese. A lasciarlo intendere è stato ieri Joe Biden durante una conferenza stampa a Tokyo. «È disposto a farsi coinvolgere militarmente per difendere Taiwan?», gli è stato chiesto. «Sì», ha replicato il presidente americano. «Questo è l’impegno che abbiamo preso», ha aggiunto, per poi proseguire: «Siamo d’accordo con la politica dell’unica Cina, ma l’idea di essere presi con la forza, semplicemente presi con la forza, non è appropriata. Disarticolerà l’intera regione e sarà un’altra azione simile a quanto accaduto in Ucraina». La presa di posizione ha suscitato un certo stupore nello staff presidenziale: secondo Cnn, svariati consiglieri di Biden «sono stati colti alla sprovvista».
La Casa Bianca è quindi prontamente intervenuta, sostenendo che Washington non prevede in realtà alcun cambio di linea: gli Stati Uniti, in altre parole, manterranno il proprio impegno nella politica dell’unica Cina e continueranno ad armare Taipei ai sensi del Taiwan Relations Act. Inoltre, stando a quanto riferito da Bloomberg News, alcuni funzionari della Casa Bianca hanno detto che, con le sue parole, Biden non intendeva dire di essere disposto a inviare truppe americane in difesa dell’isola. Insomma, si è verificata una mezza smentita. Ricordiamo del resto che, in termini strategico-militari, la posizione classica americana sul dossier taiwanese è quella dell’ambiguità strategica: non chiarire, cioè, preventivamente se gli Usa interverranno militarmente o meno a tutela dell’isola in caso di invasione. D’altronde, già a ottobre l’attuale presidente statunitense era sembrato aprire all’invio di soldati americani per la difesa di Taipei, salvo poi ritrovarsi smentito (anche allora) dalla Casa Bianca. Nonostante il tentativo di gettare acqua sul fuoco, Pechino ha replicato in modo piccato. «Su questioni riguardanti la sovranità e l’integrità territoriale della Cina e altri interessi fondamentali, non c’è spazio per compromessi», ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Wang Wenbin, esprimendo «forte insoddisfazione» per quanto asserito dal leader americano.
Questa confusione nasce da posizioni divergenti in seno alla stessa amministrazione statunitense. Alcuni suoi settori puntano alla linea dura, soprattutto su Taiwan. E questo per due ragioni. In primis, un’eventuale invasione cinese dell’isola rappresenterebbe un ulteriore colpo all’ordine internazionale occidentale dopo la crisi afgana e quella ucraina. Inoltre, va ricordato che perdere Taiwan significherebbe perdere il principale produttore di semiconduttori a livello mondiale: uno scenario che garantirebbe a Pechino un vantaggio competitivo assai significativo (e inquietante) sull’Occidente nel settore dell’alta tecnologia. Dall’altra parte, c’è invece chi, come l’inviato per il clima John Kerry, da tempo auspica una linea morbida con il Dragone, anteponendo una (improbabile) cooperazione in materia ambientale a considerazioni geopolitiche e al rispetto dei diritti umani. In questo quadro, Biden ha detto ieri che potrebbe ridurre i dazi imposti alla Cina da Donald Trump. Un annuncio che può, sì, essere letto come una strategia di alternanza tra bastone e carota. Ma che può anche riflettere il clima caotico che si registra nell’amministrazione. A fine aprile, il sito Axios riferì d’altronde di una vera e propria spaccatura sul tema tra il Dipartimento del Tesoro (favorevole alla linea soft) e il Consiglio per la sicurezza nazionale (su posizioni più severe). Va da sé che questa confusione interna è aggravata dai problemi di leadership dell’attuale presidente: un fattore che rischia di compromettere la deterrenza nei confronti di Pechino.
Non è del resto un mistero che il viaggio di Biden in estremo oriente è principalmente finalizzato a confermare l’impegno americano nell’area in funzione anticinese. È in tal senso che ieri il presidente ha detto che Mosca «deve pagare un prezzo a lungo termine» per l’invasione dell’Ucraina, mettendo in correlazione la crisi ucraina al dossier taiwanese. Non solo: sempre ieri Biden ha annunciato la nascita dell’Indo-Pacific Economic Framework for Prosperity: una nuova rete commerciale che, oltre agli Usa, comprende Australia, Brunei, India, Indonesia, Giappone, Corea del Sud, Malesia, Nuova Zelanda, Filippine, Singapore, Tailandia e Vietnam. La mossa è da intendersi ovviamente in funzione anticinese. E infatti proprio ieri il Global Times (organo del Partito comunista cinese) si è mostrato piuttosto critico verso l’iniziativa.
Se la strategia di espandere l’influenza economica americana sull’Indo-Pacifico ha sicuramente un senso, questa nuova rete rischia però di incontrare due problemi. Dal punto di vista politico, essa non include Taiwan: un fattore che ha irritato Taipei e che potrebbe indebolire la credibilità dell’impegno dell’attuale Casa Bianca a favore dell’isola. In secondo luogo, Cnbc ha riferito che il network in questione non renderà il mercato statunitense granché accessibile ai Paesi aderenti: questo perché Biden è preoccupato da eventuali ricadute negative sui posti di lavoro in patria, secondo la medesima logica che portò Trump a stracciare la Trans Pacific Partnership nel 2017. D’altronde, i nodi economici e di politica interna sono rilevanti per la Casa Bianca, soprattutto in considerazione delle elezioni di metà mandato che si terranno a novembre.
Insomma, Biden punta a dare segnali forti nell’Indo-Pacifico: oggi avrà in tal senso un incontro con i leader del Quad, per serrare i ranghi e cercare di far uscire l’India dalla sua ambiguità dal sapore filorusso. Tuttavia le divisioni in seno alla sua stessa amministrazione e le preoccupazioni di economia interna rischiano di fiaccare il suo obiettivo di salvaguardare la deterrenza ed estendere il soft power di Washington sull’area. La debole leadership di Biden ha bisogno di uno scatto di reni. O Pechino non esiterà ad approfittarne.
I sauditi vogliono la Russia nell’Opec
Alla fine dello scorso mese di marzo, il ministro dell’Energia degli Emirati, Suhail Al Mazrouei, riguardo la situazione della guerra tra Russia e Ucraina aveva dichiarato che l’Opec «non avrebbe mescolato il petrolio con la politica». Contemporaneamente Mosca ribadiva che la Russia non avrebbe esportato gas e petrolio gratuitamente, bensì cercato nuovi modi per rendere possibili e più semplici i pagamenti in rubli. Al Mazrouei aveva anche detto che l’unica missione dell’Opec+, ovvero l’organizzazione allargata ai produttori del cartello e alla Russia, attiva dal 2016 per coordinare la produzione, sarebbe stata quella di stabilizzare i mercati offrendo più fonti di forniture possibili anche se la produzione comandata da Mosca sarebbe stata in forte calo, come riportava ieri il Financial Times. Secondo il quotidiano finanziario inglese la Russia dall’inizio della guerra ha ridotto la sua produzione da circa 11 milioni di barili al giorno (marzo) a 10 milioni di barili (aprile), con la possibilità che le sanzioni spingano Mosca a ridurre fino a 3 milioni al giorno i barili qualora l’Unione europea approvasse l’embargo per tutti i Paesi membri. Ieri, però, il ministro dell’Energia saudita, il principe Abdulaziz bin Salman, ha dichiarato al quotidiano saudita Arab News: «Speriamo nell’accordo Opec+ e che questo includa la Russia, si tratta di un’alleanza necessaria», ribadendo comunque la necessità di escludere la politica dall’organizzazione allargata e di apprezzare «il valore dell’alleanza». Il principe ha anche dichiarato: «È prematuro parlare di come potrebbe essere il prossimo accordo, viste le incertezze del mercato, ma l’Opec+ potrebbe aumentare la produzione se ci fosse la domanda». L’importanza della dichiarazione sta nel fatto che essa rappresenta il sostegno alla Russia da parte di un alleato degli Usa che arriva proprio mentre l’Occidente cerca di isolare la produzione di greggio russo. L’intenzione araba è cercare di aumentare la produzione per compensare il calo dei barili russi e di quelli provenienti dal Kazakistan, anche con il possibile coinvolgimento dell’Iran come produttore ed esportatore. Del resto Eni, Exxon Mobil, Chevron, Shell e Total hanno grandi partecipazioni in Kazakistan, ma il petrolio lì prodotto ora fa fatica ad arrivare a causa dei problemi con il porto di Novorossiysk, all’estremo Est del Mar Nero, e con uno dei due oleodotti Caspian Pipeline Consortium, che attraverso l’Azerbaijan porta il greggio da Baku al porto russo. Nei Paesi arabi appartenenti all’Opec, Iran, Iraq e Azerbaijan e Bahrein sono si religione sciita, mentre tutti gli altri sono di prevalenza sunnita, che rappresentano l’80% dei musulmani nel mondo. La frase di Abdulaziz bin Salman suona quindi anche come un superamento di storiche divergenze. Tra meno di un mese, il segretario generale dell’Opec, Mohammad Sanusi Barkindo, parteciperà al sesto Iraq Energy Forum (Ief 2022) di Baghdad, Iraq, in un evento che si concentrerà sul tema: «Il Medio Oriente come pietra angolare della sicurezza energetica globale», trattando una serie di questioni chiave relative all’energia, tra cui la sicurezza energetica globale, la transizione energetica, le incertezze relative alla ripresa economica, gli investimenti e lo sviluppo sostenibile. Lo Ief 2022 promette discussioni stimolanti su alcune delle questioni più importanti dei nostri tempi, dalla sicurezza energetica globale al ruolo chiave del Medio Oriente nella transizione energetica.
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Il presidente americano dice di essere disposto a difendere militarmente l’isola dai cinesi, l’entourage deve di nuovo correre ai ripari. Verso una riduzione dei dazi a Pechino: bastone e carota o apparati divisi?I sauditi vogliono la Russia nell’Opec. Il ministro dell’Energia di Riad chiama Mosca nel cartello dei produttori di petrolio. «Si tratta di un’alleanza necessaria. Ma la politica resti fuori dall’organizzazione».Lo speciale comprende due articoli.Gli Stati Uniti difenderanno militarmente Taiwan in caso di attacco cinese. A lasciarlo intendere è stato ieri Joe Biden durante una conferenza stampa a Tokyo. «È disposto a farsi coinvolgere militarmente per difendere Taiwan?», gli è stato chiesto. «Sì», ha replicato il presidente americano. «Questo è l’impegno che abbiamo preso», ha aggiunto, per poi proseguire: «Siamo d’accordo con la politica dell’unica Cina, ma l’idea di essere presi con la forza, semplicemente presi con la forza, non è appropriata. Disarticolerà l’intera regione e sarà un’altra azione simile a quanto accaduto in Ucraina». La presa di posizione ha suscitato un certo stupore nello staff presidenziale: secondo Cnn, svariati consiglieri di Biden «sono stati colti alla sprovvista». La Casa Bianca è quindi prontamente intervenuta, sostenendo che Washington non prevede in realtà alcun cambio di linea: gli Stati Uniti, in altre parole, manterranno il proprio impegno nella politica dell’unica Cina e continueranno ad armare Taipei ai sensi del Taiwan Relations Act. Inoltre, stando a quanto riferito da Bloomberg News, alcuni funzionari della Casa Bianca hanno detto che, con le sue parole, Biden non intendeva dire di essere disposto a inviare truppe americane in difesa dell’isola. Insomma, si è verificata una mezza smentita. Ricordiamo del resto che, in termini strategico-militari, la posizione classica americana sul dossier taiwanese è quella dell’ambiguità strategica: non chiarire, cioè, preventivamente se gli Usa interverranno militarmente o meno a tutela dell’isola in caso di invasione. D’altronde, già a ottobre l’attuale presidente statunitense era sembrato aprire all’invio di soldati americani per la difesa di Taipei, salvo poi ritrovarsi smentito (anche allora) dalla Casa Bianca. Nonostante il tentativo di gettare acqua sul fuoco, Pechino ha replicato in modo piccato. «Su questioni riguardanti la sovranità e l’integrità territoriale della Cina e altri interessi fondamentali, non c’è spazio per compromessi», ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Wang Wenbin, esprimendo «forte insoddisfazione» per quanto asserito dal leader americano. Questa confusione nasce da posizioni divergenti in seno alla stessa amministrazione statunitense. Alcuni suoi settori puntano alla linea dura, soprattutto su Taiwan. E questo per due ragioni. In primis, un’eventuale invasione cinese dell’isola rappresenterebbe un ulteriore colpo all’ordine internazionale occidentale dopo la crisi afgana e quella ucraina. Inoltre, va ricordato che perdere Taiwan significherebbe perdere il principale produttore di semiconduttori a livello mondiale: uno scenario che garantirebbe a Pechino un vantaggio competitivo assai significativo (e inquietante) sull’Occidente nel settore dell’alta tecnologia. Dall’altra parte, c’è invece chi, come l’inviato per il clima John Kerry, da tempo auspica una linea morbida con il Dragone, anteponendo una (improbabile) cooperazione in materia ambientale a considerazioni geopolitiche e al rispetto dei diritti umani. In questo quadro, Biden ha detto ieri che potrebbe ridurre i dazi imposti alla Cina da Donald Trump. Un annuncio che può, sì, essere letto come una strategia di alternanza tra bastone e carota. Ma che può anche riflettere il clima caotico che si registra nell’amministrazione. A fine aprile, il sito Axios riferì d’altronde di una vera e propria spaccatura sul tema tra il Dipartimento del Tesoro (favorevole alla linea soft) e il Consiglio per la sicurezza nazionale (su posizioni più severe). Va da sé che questa confusione interna è aggravata dai problemi di leadership dell’attuale presidente: un fattore che rischia di compromettere la deterrenza nei confronti di Pechino. Non è del resto un mistero che il viaggio di Biden in estremo oriente è principalmente finalizzato a confermare l’impegno americano nell’area in funzione anticinese. È in tal senso che ieri il presidente ha detto che Mosca «deve pagare un prezzo a lungo termine» per l’invasione dell’Ucraina, mettendo in correlazione la crisi ucraina al dossier taiwanese. Non solo: sempre ieri Biden ha annunciato la nascita dell’Indo-Pacific Economic Framework for Prosperity: una nuova rete commerciale che, oltre agli Usa, comprende Australia, Brunei, India, Indonesia, Giappone, Corea del Sud, Malesia, Nuova Zelanda, Filippine, Singapore, Tailandia e Vietnam. La mossa è da intendersi ovviamente in funzione anticinese. E infatti proprio ieri il Global Times (organo del Partito comunista cinese) si è mostrato piuttosto critico verso l’iniziativa. Se la strategia di espandere l’influenza economica americana sull’Indo-Pacifico ha sicuramente un senso, questa nuova rete rischia però di incontrare due problemi. Dal punto di vista politico, essa non include Taiwan: un fattore che ha irritato Taipei e che potrebbe indebolire la credibilità dell’impegno dell’attuale Casa Bianca a favore dell’isola. In secondo luogo, Cnbc ha riferito che il network in questione non renderà il mercato statunitense granché accessibile ai Paesi aderenti: questo perché Biden è preoccupato da eventuali ricadute negative sui posti di lavoro in patria, secondo la medesima logica che portò Trump a stracciare la Trans Pacific Partnership nel 2017. D’altronde, i nodi economici e di politica interna sono rilevanti per la Casa Bianca, soprattutto in considerazione delle elezioni di metà mandato che si terranno a novembre. Insomma, Biden punta a dare segnali forti nell’Indo-Pacifico: oggi avrà in tal senso un incontro con i leader del Quad, per serrare i ranghi e cercare di far uscire l’India dalla sua ambiguità dal sapore filorusso. Tuttavia le divisioni in seno alla sua stessa amministrazione e le preoccupazioni di economia interna rischiano di fiaccare il suo obiettivo di salvaguardare la deterrenza ed estendere il soft power di Washington sull’area. La debole leadership di Biden ha bisogno di uno scatto di reni. O Pechino non esiterà ad approfittarne. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/pasticcio-biden-fa-il-duro-su-taiwan-casa-bianca-costretta-a-rettificare-2657374410.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-sauditi-vogliono-la-russia-nellopec" data-post-id="2657374410" data-published-at="1653330156" data-use-pagination="False"> I sauditi vogliono la Russia nell’Opec Alla fine dello scorso mese di marzo, il ministro dell’Energia degli Emirati, Suhail Al Mazrouei, riguardo la situazione della guerra tra Russia e Ucraina aveva dichiarato che l’Opec «non avrebbe mescolato il petrolio con la politica». Contemporaneamente Mosca ribadiva che la Russia non avrebbe esportato gas e petrolio gratuitamente, bensì cercato nuovi modi per rendere possibili e più semplici i pagamenti in rubli. Al Mazrouei aveva anche detto che l’unica missione dell’Opec+, ovvero l’organizzazione allargata ai produttori del cartello e alla Russia, attiva dal 2016 per coordinare la produzione, sarebbe stata quella di stabilizzare i mercati offrendo più fonti di forniture possibili anche se la produzione comandata da Mosca sarebbe stata in forte calo, come riportava ieri il Financial Times. Secondo il quotidiano finanziario inglese la Russia dall’inizio della guerra ha ridotto la sua produzione da circa 11 milioni di barili al giorno (marzo) a 10 milioni di barili (aprile), con la possibilità che le sanzioni spingano Mosca a ridurre fino a 3 milioni al giorno i barili qualora l’Unione europea approvasse l’embargo per tutti i Paesi membri. Ieri, però, il ministro dell’Energia saudita, il principe Abdulaziz bin Salman, ha dichiarato al quotidiano saudita Arab News: «Speriamo nell’accordo Opec+ e che questo includa la Russia, si tratta di un’alleanza necessaria», ribadendo comunque la necessità di escludere la politica dall’organizzazione allargata e di apprezzare «il valore dell’alleanza». Il principe ha anche dichiarato: «È prematuro parlare di come potrebbe essere il prossimo accordo, viste le incertezze del mercato, ma l’Opec+ potrebbe aumentare la produzione se ci fosse la domanda». L’importanza della dichiarazione sta nel fatto che essa rappresenta il sostegno alla Russia da parte di un alleato degli Usa che arriva proprio mentre l’Occidente cerca di isolare la produzione di greggio russo. L’intenzione araba è cercare di aumentare la produzione per compensare il calo dei barili russi e di quelli provenienti dal Kazakistan, anche con il possibile coinvolgimento dell’Iran come produttore ed esportatore. Del resto Eni, Exxon Mobil, Chevron, Shell e Total hanno grandi partecipazioni in Kazakistan, ma il petrolio lì prodotto ora fa fatica ad arrivare a causa dei problemi con il porto di Novorossiysk, all’estremo Est del Mar Nero, e con uno dei due oleodotti Caspian Pipeline Consortium, che attraverso l’Azerbaijan porta il greggio da Baku al porto russo. Nei Paesi arabi appartenenti all’Opec, Iran, Iraq e Azerbaijan e Bahrein sono si religione sciita, mentre tutti gli altri sono di prevalenza sunnita, che rappresentano l’80% dei musulmani nel mondo. La frase di Abdulaziz bin Salman suona quindi anche come un superamento di storiche divergenze. Tra meno di un mese, il segretario generale dell’Opec, Mohammad Sanusi Barkindo, parteciperà al sesto Iraq Energy Forum (Ief 2022) di Baghdad, Iraq, in un evento che si concentrerà sul tema: «Il Medio Oriente come pietra angolare della sicurezza energetica globale», trattando una serie di questioni chiave relative all’energia, tra cui la sicurezza energetica globale, la transizione energetica, le incertezze relative alla ripresa economica, gli investimenti e lo sviluppo sostenibile. Lo Ief 2022 promette discussioni stimolanti su alcune delle questioni più importanti dei nostri tempi, dalla sicurezza energetica globale al ruolo chiave del Medio Oriente nella transizione energetica.
Leone XIV (Ansa)
Nel piazzale antistante il Duomo della città, è stato particolarmente caloroso il saluto del Papa ai fedeli. Parlando a braccio, Leone XIV ha invitato tutti a essere costruttori di pace e speranza: «Per come ci ha insegnato Sant’Agostino se vogliamo cambiare i tempi, se vogliamo che il mondo viva in pace dobbiamo cominciare con noi stessi». Il rimando è alla celebre massima agostiniana che di fronte ai «tempi cattivi», la reazione deve essere quella di cercare di vivere bene, perché «i tempi siamo noi; come siamo noi, così sono i tempi». La pace in questa prospettiva cessa di essere un pio richiamo o un auspicio geopolitico per diventare un invito alla vita buona per ciascuno: «Basta con parole di odio, basta con insulti, bullismo, basta con tutte quelle cose che fanno guerra fra le persone, fra le comunità, fra i Paesi. Dobbiamo imparare tutti a essere costruttori di pace».
Il Pontefice era giunto in elicottero alle ore 14.30 accolto dalle autorità civili e religiose, tra cui il vescovo di Pavia, monsignor Corrado Sanguineti e il sindaco Michele Lissia. Dopo una prima, toccante tappa al Centro nazionale di adroterapia oncologica, dove ha incontrato i piccoli pazienti definendo medici e infermieri come «angeli», papa Leone si è recato nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro che custodisce le spoglie di Sant’Agostino di Ippona, il santo di cui papa Prevost è figlio spirituale.
All’interno della basilica il Santo Padre ha presieduto la celebrazione della Parola, pronunciando un’omelia rivolta alla Chiesa pavese che, come tutte le chiese in Occidente, è chiamata ad evangelizzare in un’epoca di profonda secolarizzazione. Il Papa ha riconosciuto apertamente le fatiche della comunità, esortandola a non lasciarsi scoraggiare dal contesto attuale e dalle difficoltà nella trasmissione della fede. «C’è sempre più bisogno, oggi, di accompagnare le persone alla scoperta o alla riscoperta della fede», ha detto.
Tuttavia, il Papa ha avvertito che occorre centrarsi su ciò che è essenziale, evitando il «rischio di disperderci e affaticarci in cose secondarie, magari buone, ma che non vanno all’essenziale». Ma cos’è, dunque, questo «essenziale»? «L’essenziale è vivere con Cristo», stare uniti a Lui come «pietra viva» e fondamento. Per il Papa, annunciare il nucleo del Vangelo significa annunciare Gesù, colui che rivela non solo il mistero di Dio, ma il mistero stesso dell’essere umano.
Dopo aver lasciato la basilica ed essere passato dal Duomo per l’adorazione del Santissimo Sacramento e la venerazione di san Siro, il Papa ha raggiunto piazza Vittoria per incontrare le autorità civili e la cittadinanza. Qui Leone XIV, fra l’altro, ha reso omaggio alla tradizione accademica di Pavia, sottolineando che promuovere le scienze significa promuovere l’uomo. Ha rievocato ancora la figura di Sant’Agostino come esempio di quella «sana inquietudine» che anima chiunque sia assetato di verità, giustizia e bellezza. «La sua figura, mentre incarna il dialogo arduo e costante tra fede e ragione, testimonia la loro reciproca appartenenza. Non si può infatti credere senza pensare, né è possibile illuminare i quesiti più alti della ragione senza fede».
La fede non è un rifugio, una fuga, ma un motore di speranza contro il nichilismo: «Nella misura in cui crede, l’essere umano non si rassegna alla fine, a un frammento storico che termina con la morte: proprio la fede ci ricorda che non siamo sudditi di un fato anonimo, sostenendo invece la certezza che Dio è creatore e salvatore della vita». Un altro celebre motto agostiniano, credo ut intelligam e intelligo ut credam, «credo per comprendere, comprendo per credere», riassume bene il senso di queste parole. Leone XIV ha mostrato come questa prospettiva cambi radicalmente il modo di vivere la cittadinanza. La croce presente nello stemma cittadino è stata interpretata dal Papa non come un semplice fregio araldico, ma come una «sintesi culturale» che àncora la storia locale al valore universale dell’amore cristiano. La comunità di Comunione e liberazione di Pavia ha salutato la visita con «gratitudine. Il suo legame con Sant’Agostino ce lo fa sentire davvero vicino. Gli siamo grati anche per la stima con cui guarda alla vita dei movimenti».
Alle 18.45 il Papa è partito in elicottero verso Sant’Angelo Lodigiano, per recarsi nella parrocchia dei santi Antonio Abate e Francesca Cabrini in cui è venerato il cuore di Santa Francesca Cabrini (1850-1917), la suora che sulla spinta di papa Leone XIII fu missionaria negli Stati Uniti prendendosi cura in particolare degli italiani emigrati. Fu papa Pio XII, che la canonizzò e la proclamò «Celeste patrona di tutti gli emigranti», ed è così che ieri l’ha ricordata papa Prevost indicando come sia oggi attuale un «carisma missionario che si pone al servizio dei migranti», un carisma animato «dall’unico vero «motore» della vita di Santa Cabrini», l’amore di Cristo.
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Keir Starmer (Ansa)
Ed è proprio sentendo sorgere dentro di noi la domanda sul perché, di fronte a fatti così meritevoli di ribellione, nessuno si stia ribellando, che è necessario chiederci se non esista in realtà un preciso meccanismo che tali ribellioni guidi, impedisca o autorizzi. I piani annunciati da Keir Starmer per vietare l’accesso ai social media ai minori, con obblighi di verifica dell’età e blocco delle Vpn, vanno sorprendentemente oltre le misure cinesi e russe in termini di controllo preventivo e centralizzato delle narrazioni digitali e stabiliscono un vero e proprio primato nell’accezione positiva di «censura» per una democrazia occidentale.
Queste misure, presentate come tutela dell’infanzia, riprendono e amplificano la revisione dell’Online safety act con enfasi sul contrasto alla «disinformazione» prefigurando non soltanto una chiara torsione autoritaria ma mostrando al mondo ciò che sarebbe potuto accadere ovunque con una vittoria di Kamala Harris. A portare al punto di collasso il rapporto tra potere e opinione pubblica britannica è stata l’evidenza con la quale il governo laburista ha inteso accelerare su queste misure proprio in occasione della pubblicazione del Rapporto ufficiale dal titolo «The rape gang inquiry report» nel quale si documentano decenni di sfruttamenti sessuali e orrende violenze sistematiche su minorenni britanniche perpetrate da reti organizzate e istituzionalmente coperte di immigrati pakistani.
Le stime indicano 250.000 vittime e le coperture e le connivenze emerse ricordano i meccanismi di protezione dall’alto della rete di Jeffrey Epstein. A fronte di uno scandalo che assume i contorni di un vero e proprio crollo di civiltà a sinistra si tace o addirittura si minimizza, i media censurano e la politica emana leggi per arrestare chi ne parla sui social.
A questo punto occorre riflettere non solo sui fatti in sé ma sui meccanismi che consentono al governo con il peggior gradimento della storia a rimanere al suo posto malgrado le numerose dimissioni di ministri e, soprattutto, sul perché non si verifichino moti di protesta generalizzati ed efficaci fatte salve le proteste di strada come a Southport o Belfast. Aveva ragione George Sorel, forse la «ribellione delle masse» non ha le caratteristiche del moto spontaneo ma del mito. In «Riflessioni sulla violenza» (1908), Sorel definisce il «mito» come un insieme di immagini capaci di evocare nelle masse l’istinto di lotta contro l’ordine esistente. Per Sorel il mito per eccellenza a disposizione del popolo è lo sciopero generale non in quanto evento spontaneo ma inteso come paziente costruzione che conferisce coesione e slancio eroico alle masse.
Senza un mito adeguato - e senza élite che lo diffondano - le masse restano passive anche di fronte a ingiustizie estreme, soprusi e provocazioni di ogni tipo. Pensiamo ai «Gilet gialli» in Francia, un movimento con un forte carattere spontaneo e popolare che nel periodo 2018-2020 ha rappresentato una delle più ampie mobilitazioni di massa degli ultimi decenni, con centinaia di migliaia di persone in piazza ogni settimana contro tasse e rincari e contro il sistema di potere di Emmanuel Macron. Un movimento molto ampio e diffuso ma privo di una struttura organizzativa stabile e, soprattutto, di un’élite che lo motivasse, lo incanalasse e lo autorizzasse in modo coerente e strutturato, tanto da non pervenire ad alcun risultato effettivo né tantomeno ad un ricambio di élite.
Al contrario, invece, possiamo pensare al crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria, avvenuto in due settimane con l’accordo orchestrato delle élite internazionali e con il supporto interno di élite siriane in attesa di ricambio. In Siria il popolo non ha svolto alcun ruolo, ha semmai subito una guerra tuttora in corso ed al posto di Assad è stato insediato l’ex jihadista Al-Jolani, poi ricevuto con tutto gli onori in varie cancellerie occidentali. Appare dunque chiaro come la «protesta di piazza» altro non sia se non la fase teatrale della narrazione del ricambio delle élite; non espressione spontanea di una volontà popolare autonoma ma fase spettacolare attraverso la quale le élite in conflitto si forniscono una «giustificazione dal basso». Rimaniamo dunque attoniti di fronte alle assurde incongruenze, alle palesi e inaccettabili ingiustizie e ci convinciamo che la mancata ribellione delle masse sia dovuta a scarsa motivazione, a debolezza, a mancanza di «coscienza di classe» la quale soltanto, una volta creata, porterà all’inevitabile rivoluzione. Ma anche questa, e soprattutto questa, è una truffa: si tratta sempre e solo di alternanza ai vertici del sistema di potere.
Una volta tutto ciò viene chiamato «libertà, uguaglianza e fraternità», un’altra volta «dittatura del proletariato», ma sono sempre le poche persone che lottano per il potere apicale a motivare, autorizzare, costruire o bloccare i miti che danno alle masse l’impressione di essere protagoniste. Viviamo il momento storico nel quale tutto ciò appare con più chiarezza.
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
L’ultima provocazione del leader di Futuro Nazionale, ieri ospite di Sky Tg24, è l’immigraticidio. «Se accettiamo il reato di femminicidio allora va introdotto l’immigraticidio. Voglio che chi usa violenza contro le donne marcisca dietro le sbarre, che si tenga conto delle circostanze aggravanti. Se noi accettiamo che un reato venga definito in base alla vittima, allora va introdotto l’immigraticidio. Un delitto non può essere più o meno grave in base al sesso o al colore della pelle. Siamo contrari alla creazione di nuovi reati come l’islamofobia o l’omofobia».
Sull’educazione affettivo-sessuale a scuola come prevenzione del femminicidio, Vannacci aveva sostenuto che «in Nord Europa dove l’educazione sessuale viene fatta da anni, gli omicidi di donne sono più numerosi che in Italia», e che invece va combattuto «crescendo uomini forti e non deboli. Per me la cultura patriarcale è l’uomo che si prende carico della famiglia, che la protegge, che protegge le donne in quanto esseri fisicamente più deboli rispetto all’uomo».
Poi c’è il tema degli omosessuali. Le posizioni del generale sugli omosessuali, espresse anche nel suo libro Il mondo al contrario e reiterate in dibattiti pubblici, ruotano attorno al concetto di «non normalità» statistica dell’omosessualità e alla difesa della famiglia tradizionale. Negli ultimi giorni Vannacci aveva criticato il suo ex partito, la Lega, accusandola di una «deriva» volta a legittimare le rivendicazioni della comunità Lgbtq+ e ribadendo che, secondo i suoi principi, la famiglia da promuovere è «solo quella naturale».
«Meglio anormale che generale, è questa la risposta che abbiamo dato a Vannacci quando dice che gli omosessuali non sono normali», replica Riccardo Magi di +Europa al pride di Roma. Sulla stessa linea il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, in testa al corteo del Roma pride dietro al grande striscione rosso della manifestazione che riporta lo slogan «La Repubblica è di chi la abita»: «Dobbiamo batterci per una pienezza di diritti per tutti, al di là dell’orientamento sessuale e di genere: è scritto nella nostra Costituzione e la nostra legislazione, a oggi, non la rispetta». Replicando alle frasi di Vannacci, il sindaco aggiunge: «Non rispondiamo neanche perché noi siamo per la Costituzione. Non ci stupisce che le forze fasciste e oscurantiste vogliano colpire i diritti di qualcuno, ma sappiamo bene che quando si conculcano i diritti di una minoranza, si colpiscono i diritti di tutti. Non arretriamo e ci battiamo con ancora maggiore convinzione».
Commentando poi i sondaggi dell’ultima settimana per il suo partito, Vannacci ha aggiunto: «Questo è il risultato di un piano che si sta realizzando. Il 5.9% nei sondaggi non lo festeggiamo, questo è solo l’inizio. Non credo ai sondaggi, i veri sondaggi li faccio per la strada, quando le persone mi chiedono di andare avanti. La feccia, i figli di nessuno, e la sporca dozzina sono tra di noi».
E sulle alleanze che facciamo? «Io non ho fatto istanza di alleanza. Chi ha cominciato a erigere muri sono stati proprio i partiti del centrodestra. Io non ho mai detto che avrei eretto muri, cosa che invece hanno fatto i vari Lupi, Romeo, Zaia, Centinaio, i vari Marina Berlusconi, che non so a che titolo parli perché non ha ruoli politici, i vari Occhiuto. Evidentemente o hanno paura o vogliono mettere le mani avanti. Sono loro», ha aggiunto, «che vogliono evitare o che vogliono assolutamente impedire un’eventuale intesa che comunque avverrebbe solo se questa alleanza di centrodestra convenisse di non oltrepassare quelle linee rosse che ho stabilito».
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