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2022-05-24
Pasticcio Biden: fa il duro su Taiwan. Casa Bianca costretta a rettificare
Yuko Kishida, Joe Biden e Fumio Kishida (Ansa)
Gli Stati Uniti difenderanno militarmente Taiwan in caso di attacco cinese. A lasciarlo intendere è stato ieri Joe Biden durante una conferenza stampa a Tokyo. «È disposto a farsi coinvolgere militarmente per difendere Taiwan?», gli è stato chiesto. «Sì», ha replicato il presidente americano. «Questo è l’impegno che abbiamo preso», ha aggiunto, per poi proseguire: «Siamo d’accordo con la politica dell’unica Cina, ma l’idea di essere presi con la forza, semplicemente presi con la forza, non è appropriata. Disarticolerà l’intera regione e sarà un’altra azione simile a quanto accaduto in Ucraina». La presa di posizione ha suscitato un certo stupore nello staff presidenziale: secondo Cnn, svariati consiglieri di Biden «sono stati colti alla sprovvista».
La Casa Bianca è quindi prontamente intervenuta, sostenendo che Washington non prevede in realtà alcun cambio di linea: gli Stati Uniti, in altre parole, manterranno il proprio impegno nella politica dell’unica Cina e continueranno ad armare Taipei ai sensi del Taiwan Relations Act. Inoltre, stando a quanto riferito da Bloomberg News, alcuni funzionari della Casa Bianca hanno detto che, con le sue parole, Biden non intendeva dire di essere disposto a inviare truppe americane in difesa dell’isola. Insomma, si è verificata una mezza smentita. Ricordiamo del resto che, in termini strategico-militari, la posizione classica americana sul dossier taiwanese è quella dell’ambiguità strategica: non chiarire, cioè, preventivamente se gli Usa interverranno militarmente o meno a tutela dell’isola in caso di invasione. D’altronde, già a ottobre l’attuale presidente statunitense era sembrato aprire all’invio di soldati americani per la difesa di Taipei, salvo poi ritrovarsi smentito (anche allora) dalla Casa Bianca. Nonostante il tentativo di gettare acqua sul fuoco, Pechino ha replicato in modo piccato. «Su questioni riguardanti la sovranità e l’integrità territoriale della Cina e altri interessi fondamentali, non c’è spazio per compromessi», ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Wang Wenbin, esprimendo «forte insoddisfazione» per quanto asserito dal leader americano.
Questa confusione nasce da posizioni divergenti in seno alla stessa amministrazione statunitense. Alcuni suoi settori puntano alla linea dura, soprattutto su Taiwan. E questo per due ragioni. In primis, un’eventuale invasione cinese dell’isola rappresenterebbe un ulteriore colpo all’ordine internazionale occidentale dopo la crisi afgana e quella ucraina. Inoltre, va ricordato che perdere Taiwan significherebbe perdere il principale produttore di semiconduttori a livello mondiale: uno scenario che garantirebbe a Pechino un vantaggio competitivo assai significativo (e inquietante) sull’Occidente nel settore dell’alta tecnologia. Dall’altra parte, c’è invece chi, come l’inviato per il clima John Kerry, da tempo auspica una linea morbida con il Dragone, anteponendo una (improbabile) cooperazione in materia ambientale a considerazioni geopolitiche e al rispetto dei diritti umani. In questo quadro, Biden ha detto ieri che potrebbe ridurre i dazi imposti alla Cina da Donald Trump. Un annuncio che può, sì, essere letto come una strategia di alternanza tra bastone e carota. Ma che può anche riflettere il clima caotico che si registra nell’amministrazione. A fine aprile, il sito Axios riferì d’altronde di una vera e propria spaccatura sul tema tra il Dipartimento del Tesoro (favorevole alla linea soft) e il Consiglio per la sicurezza nazionale (su posizioni più severe). Va da sé che questa confusione interna è aggravata dai problemi di leadership dell’attuale presidente: un fattore che rischia di compromettere la deterrenza nei confronti di Pechino.
Non è del resto un mistero che il viaggio di Biden in estremo oriente è principalmente finalizzato a confermare l’impegno americano nell’area in funzione anticinese. È in tal senso che ieri il presidente ha detto che Mosca «deve pagare un prezzo a lungo termine» per l’invasione dell’Ucraina, mettendo in correlazione la crisi ucraina al dossier taiwanese. Non solo: sempre ieri Biden ha annunciato la nascita dell’Indo-Pacific Economic Framework for Prosperity: una nuova rete commerciale che, oltre agli Usa, comprende Australia, Brunei, India, Indonesia, Giappone, Corea del Sud, Malesia, Nuova Zelanda, Filippine, Singapore, Tailandia e Vietnam. La mossa è da intendersi ovviamente in funzione anticinese. E infatti proprio ieri il Global Times (organo del Partito comunista cinese) si è mostrato piuttosto critico verso l’iniziativa.
Se la strategia di espandere l’influenza economica americana sull’Indo-Pacifico ha sicuramente un senso, questa nuova rete rischia però di incontrare due problemi. Dal punto di vista politico, essa non include Taiwan: un fattore che ha irritato Taipei e che potrebbe indebolire la credibilità dell’impegno dell’attuale Casa Bianca a favore dell’isola. In secondo luogo, Cnbc ha riferito che il network in questione non renderà il mercato statunitense granché accessibile ai Paesi aderenti: questo perché Biden è preoccupato da eventuali ricadute negative sui posti di lavoro in patria, secondo la medesima logica che portò Trump a stracciare la Trans Pacific Partnership nel 2017. D’altronde, i nodi economici e di politica interna sono rilevanti per la Casa Bianca, soprattutto in considerazione delle elezioni di metà mandato che si terranno a novembre.
Insomma, Biden punta a dare segnali forti nell’Indo-Pacifico: oggi avrà in tal senso un incontro con i leader del Quad, per serrare i ranghi e cercare di far uscire l’India dalla sua ambiguità dal sapore filorusso. Tuttavia le divisioni in seno alla sua stessa amministrazione e le preoccupazioni di economia interna rischiano di fiaccare il suo obiettivo di salvaguardare la deterrenza ed estendere il soft power di Washington sull’area. La debole leadership di Biden ha bisogno di uno scatto di reni. O Pechino non esiterà ad approfittarne.
I sauditi vogliono la Russia nell’Opec
Alla fine dello scorso mese di marzo, il ministro dell’Energia degli Emirati, Suhail Al Mazrouei, riguardo la situazione della guerra tra Russia e Ucraina aveva dichiarato che l’Opec «non avrebbe mescolato il petrolio con la politica». Contemporaneamente Mosca ribadiva che la Russia non avrebbe esportato gas e petrolio gratuitamente, bensì cercato nuovi modi per rendere possibili e più semplici i pagamenti in rubli. Al Mazrouei aveva anche detto che l’unica missione dell’Opec+, ovvero l’organizzazione allargata ai produttori del cartello e alla Russia, attiva dal 2016 per coordinare la produzione, sarebbe stata quella di stabilizzare i mercati offrendo più fonti di forniture possibili anche se la produzione comandata da Mosca sarebbe stata in forte calo, come riportava ieri il Financial Times. Secondo il quotidiano finanziario inglese la Russia dall’inizio della guerra ha ridotto la sua produzione da circa 11 milioni di barili al giorno (marzo) a 10 milioni di barili (aprile), con la possibilità che le sanzioni spingano Mosca a ridurre fino a 3 milioni al giorno i barili qualora l’Unione europea approvasse l’embargo per tutti i Paesi membri. Ieri, però, il ministro dell’Energia saudita, il principe Abdulaziz bin Salman, ha dichiarato al quotidiano saudita Arab News: «Speriamo nell’accordo Opec+ e che questo includa la Russia, si tratta di un’alleanza necessaria», ribadendo comunque la necessità di escludere la politica dall’organizzazione allargata e di apprezzare «il valore dell’alleanza». Il principe ha anche dichiarato: «È prematuro parlare di come potrebbe essere il prossimo accordo, viste le incertezze del mercato, ma l’Opec+ potrebbe aumentare la produzione se ci fosse la domanda». L’importanza della dichiarazione sta nel fatto che essa rappresenta il sostegno alla Russia da parte di un alleato degli Usa che arriva proprio mentre l’Occidente cerca di isolare la produzione di greggio russo. L’intenzione araba è cercare di aumentare la produzione per compensare il calo dei barili russi e di quelli provenienti dal Kazakistan, anche con il possibile coinvolgimento dell’Iran come produttore ed esportatore. Del resto Eni, Exxon Mobil, Chevron, Shell e Total hanno grandi partecipazioni in Kazakistan, ma il petrolio lì prodotto ora fa fatica ad arrivare a causa dei problemi con il porto di Novorossiysk, all’estremo Est del Mar Nero, e con uno dei due oleodotti Caspian Pipeline Consortium, che attraverso l’Azerbaijan porta il greggio da Baku al porto russo. Nei Paesi arabi appartenenti all’Opec, Iran, Iraq e Azerbaijan e Bahrein sono si religione sciita, mentre tutti gli altri sono di prevalenza sunnita, che rappresentano l’80% dei musulmani nel mondo. La frase di Abdulaziz bin Salman suona quindi anche come un superamento di storiche divergenze. Tra meno di un mese, il segretario generale dell’Opec, Mohammad Sanusi Barkindo, parteciperà al sesto Iraq Energy Forum (Ief 2022) di Baghdad, Iraq, in un evento che si concentrerà sul tema: «Il Medio Oriente come pietra angolare della sicurezza energetica globale», trattando una serie di questioni chiave relative all’energia, tra cui la sicurezza energetica globale, la transizione energetica, le incertezze relative alla ripresa economica, gli investimenti e lo sviluppo sostenibile. Lo Ief 2022 promette discussioni stimolanti su alcune delle questioni più importanti dei nostri tempi, dalla sicurezza energetica globale al ruolo chiave del Medio Oriente nella transizione energetica.
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Il presidente americano dice di essere disposto a difendere militarmente l’isola dai cinesi, l’entourage deve di nuovo correre ai ripari. Verso una riduzione dei dazi a Pechino: bastone e carota o apparati divisi?I sauditi vogliono la Russia nell’Opec. Il ministro dell’Energia di Riad chiama Mosca nel cartello dei produttori di petrolio. «Si tratta di un’alleanza necessaria. Ma la politica resti fuori dall’organizzazione».Lo speciale comprende due articoli.Gli Stati Uniti difenderanno militarmente Taiwan in caso di attacco cinese. A lasciarlo intendere è stato ieri Joe Biden durante una conferenza stampa a Tokyo. «È disposto a farsi coinvolgere militarmente per difendere Taiwan?», gli è stato chiesto. «Sì», ha replicato il presidente americano. «Questo è l’impegno che abbiamo preso», ha aggiunto, per poi proseguire: «Siamo d’accordo con la politica dell’unica Cina, ma l’idea di essere presi con la forza, semplicemente presi con la forza, non è appropriata. Disarticolerà l’intera regione e sarà un’altra azione simile a quanto accaduto in Ucraina». La presa di posizione ha suscitato un certo stupore nello staff presidenziale: secondo Cnn, svariati consiglieri di Biden «sono stati colti alla sprovvista». La Casa Bianca è quindi prontamente intervenuta, sostenendo che Washington non prevede in realtà alcun cambio di linea: gli Stati Uniti, in altre parole, manterranno il proprio impegno nella politica dell’unica Cina e continueranno ad armare Taipei ai sensi del Taiwan Relations Act. Inoltre, stando a quanto riferito da Bloomberg News, alcuni funzionari della Casa Bianca hanno detto che, con le sue parole, Biden non intendeva dire di essere disposto a inviare truppe americane in difesa dell’isola. Insomma, si è verificata una mezza smentita. Ricordiamo del resto che, in termini strategico-militari, la posizione classica americana sul dossier taiwanese è quella dell’ambiguità strategica: non chiarire, cioè, preventivamente se gli Usa interverranno militarmente o meno a tutela dell’isola in caso di invasione. D’altronde, già a ottobre l’attuale presidente statunitense era sembrato aprire all’invio di soldati americani per la difesa di Taipei, salvo poi ritrovarsi smentito (anche allora) dalla Casa Bianca. Nonostante il tentativo di gettare acqua sul fuoco, Pechino ha replicato in modo piccato. «Su questioni riguardanti la sovranità e l’integrità territoriale della Cina e altri interessi fondamentali, non c’è spazio per compromessi», ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Wang Wenbin, esprimendo «forte insoddisfazione» per quanto asserito dal leader americano. Questa confusione nasce da posizioni divergenti in seno alla stessa amministrazione statunitense. Alcuni suoi settori puntano alla linea dura, soprattutto su Taiwan. E questo per due ragioni. In primis, un’eventuale invasione cinese dell’isola rappresenterebbe un ulteriore colpo all’ordine internazionale occidentale dopo la crisi afgana e quella ucraina. Inoltre, va ricordato che perdere Taiwan significherebbe perdere il principale produttore di semiconduttori a livello mondiale: uno scenario che garantirebbe a Pechino un vantaggio competitivo assai significativo (e inquietante) sull’Occidente nel settore dell’alta tecnologia. Dall’altra parte, c’è invece chi, come l’inviato per il clima John Kerry, da tempo auspica una linea morbida con il Dragone, anteponendo una (improbabile) cooperazione in materia ambientale a considerazioni geopolitiche e al rispetto dei diritti umani. In questo quadro, Biden ha detto ieri che potrebbe ridurre i dazi imposti alla Cina da Donald Trump. Un annuncio che può, sì, essere letto come una strategia di alternanza tra bastone e carota. Ma che può anche riflettere il clima caotico che si registra nell’amministrazione. A fine aprile, il sito Axios riferì d’altronde di una vera e propria spaccatura sul tema tra il Dipartimento del Tesoro (favorevole alla linea soft) e il Consiglio per la sicurezza nazionale (su posizioni più severe). Va da sé che questa confusione interna è aggravata dai problemi di leadership dell’attuale presidente: un fattore che rischia di compromettere la deterrenza nei confronti di Pechino. Non è del resto un mistero che il viaggio di Biden in estremo oriente è principalmente finalizzato a confermare l’impegno americano nell’area in funzione anticinese. È in tal senso che ieri il presidente ha detto che Mosca «deve pagare un prezzo a lungo termine» per l’invasione dell’Ucraina, mettendo in correlazione la crisi ucraina al dossier taiwanese. Non solo: sempre ieri Biden ha annunciato la nascita dell’Indo-Pacific Economic Framework for Prosperity: una nuova rete commerciale che, oltre agli Usa, comprende Australia, Brunei, India, Indonesia, Giappone, Corea del Sud, Malesia, Nuova Zelanda, Filippine, Singapore, Tailandia e Vietnam. La mossa è da intendersi ovviamente in funzione anticinese. E infatti proprio ieri il Global Times (organo del Partito comunista cinese) si è mostrato piuttosto critico verso l’iniziativa. Se la strategia di espandere l’influenza economica americana sull’Indo-Pacifico ha sicuramente un senso, questa nuova rete rischia però di incontrare due problemi. Dal punto di vista politico, essa non include Taiwan: un fattore che ha irritato Taipei e che potrebbe indebolire la credibilità dell’impegno dell’attuale Casa Bianca a favore dell’isola. In secondo luogo, Cnbc ha riferito che il network in questione non renderà il mercato statunitense granché accessibile ai Paesi aderenti: questo perché Biden è preoccupato da eventuali ricadute negative sui posti di lavoro in patria, secondo la medesima logica che portò Trump a stracciare la Trans Pacific Partnership nel 2017. D’altronde, i nodi economici e di politica interna sono rilevanti per la Casa Bianca, soprattutto in considerazione delle elezioni di metà mandato che si terranno a novembre. Insomma, Biden punta a dare segnali forti nell’Indo-Pacifico: oggi avrà in tal senso un incontro con i leader del Quad, per serrare i ranghi e cercare di far uscire l’India dalla sua ambiguità dal sapore filorusso. Tuttavia le divisioni in seno alla sua stessa amministrazione e le preoccupazioni di economia interna rischiano di fiaccare il suo obiettivo di salvaguardare la deterrenza ed estendere il soft power di Washington sull’area. La debole leadership di Biden ha bisogno di uno scatto di reni. O Pechino non esiterà ad approfittarne. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/pasticcio-biden-fa-il-duro-su-taiwan-casa-bianca-costretta-a-rettificare-2657374410.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-sauditi-vogliono-la-russia-nellopec" data-post-id="2657374410" data-published-at="1653330156" data-use-pagination="False"> I sauditi vogliono la Russia nell’Opec Alla fine dello scorso mese di marzo, il ministro dell’Energia degli Emirati, Suhail Al Mazrouei, riguardo la situazione della guerra tra Russia e Ucraina aveva dichiarato che l’Opec «non avrebbe mescolato il petrolio con la politica». Contemporaneamente Mosca ribadiva che la Russia non avrebbe esportato gas e petrolio gratuitamente, bensì cercato nuovi modi per rendere possibili e più semplici i pagamenti in rubli. Al Mazrouei aveva anche detto che l’unica missione dell’Opec+, ovvero l’organizzazione allargata ai produttori del cartello e alla Russia, attiva dal 2016 per coordinare la produzione, sarebbe stata quella di stabilizzare i mercati offrendo più fonti di forniture possibili anche se la produzione comandata da Mosca sarebbe stata in forte calo, come riportava ieri il Financial Times. Secondo il quotidiano finanziario inglese la Russia dall’inizio della guerra ha ridotto la sua produzione da circa 11 milioni di barili al giorno (marzo) a 10 milioni di barili (aprile), con la possibilità che le sanzioni spingano Mosca a ridurre fino a 3 milioni al giorno i barili qualora l’Unione europea approvasse l’embargo per tutti i Paesi membri. Ieri, però, il ministro dell’Energia saudita, il principe Abdulaziz bin Salman, ha dichiarato al quotidiano saudita Arab News: «Speriamo nell’accordo Opec+ e che questo includa la Russia, si tratta di un’alleanza necessaria», ribadendo comunque la necessità di escludere la politica dall’organizzazione allargata e di apprezzare «il valore dell’alleanza». Il principe ha anche dichiarato: «È prematuro parlare di come potrebbe essere il prossimo accordo, viste le incertezze del mercato, ma l’Opec+ potrebbe aumentare la produzione se ci fosse la domanda». L’importanza della dichiarazione sta nel fatto che essa rappresenta il sostegno alla Russia da parte di un alleato degli Usa che arriva proprio mentre l’Occidente cerca di isolare la produzione di greggio russo. L’intenzione araba è cercare di aumentare la produzione per compensare il calo dei barili russi e di quelli provenienti dal Kazakistan, anche con il possibile coinvolgimento dell’Iran come produttore ed esportatore. Del resto Eni, Exxon Mobil, Chevron, Shell e Total hanno grandi partecipazioni in Kazakistan, ma il petrolio lì prodotto ora fa fatica ad arrivare a causa dei problemi con il porto di Novorossiysk, all’estremo Est del Mar Nero, e con uno dei due oleodotti Caspian Pipeline Consortium, che attraverso l’Azerbaijan porta il greggio da Baku al porto russo. Nei Paesi arabi appartenenti all’Opec, Iran, Iraq e Azerbaijan e Bahrein sono si religione sciita, mentre tutti gli altri sono di prevalenza sunnita, che rappresentano l’80% dei musulmani nel mondo. La frase di Abdulaziz bin Salman suona quindi anche come un superamento di storiche divergenze. Tra meno di un mese, il segretario generale dell’Opec, Mohammad Sanusi Barkindo, parteciperà al sesto Iraq Energy Forum (Ief 2022) di Baghdad, Iraq, in un evento che si concentrerà sul tema: «Il Medio Oriente come pietra angolare della sicurezza energetica globale», trattando una serie di questioni chiave relative all’energia, tra cui la sicurezza energetica globale, la transizione energetica, le incertezze relative alla ripresa economica, gli investimenti e lo sviluppo sostenibile. Lo Ief 2022 promette discussioni stimolanti su alcune delle questioni più importanti dei nostri tempi, dalla sicurezza energetica globale al ruolo chiave del Medio Oriente nella transizione energetica.
(IStock)
Perché ottimismo? Questi giovani si sono definiti come gruppo informale di interazioni per la ricerca di un nuovo e forte potere cognitivo capace di fornire soluzioni ai problemi del cambio di mondo in atto. Il gruppo - caratterizzato dal motto «soluzioni e non problemi» - si è formato nello scorso biennio, con ora circa un centinaio di persone in rete, per costruire occasioni di apprendimento che andassero oltre i programmi scolastici. Non hanno voluto darsi né una struttura né un nome per evitare burocrazie e, soprattutto, divisioni politiche/partitiche. Ma come siete organizzati, ho chiesto? Risposta: attraverso un indirizzario, una chat e annunci ad invito aperto per programmi di studio. Voi dieci siete uno di questi (sotto)gruppi spontanei con una specifica missione di ricerca, quale? E perché siete venuti da me? Risposta: perché lei, oltre alla scenaristica di contingenza, si occupa con il suo think tank di scenari macro e di lungo termine, chiamati «analisi di destino». Quindi volete un’analisi di destino in relazione al cambiamento di mondo in atto? Risposta: anche, ma principalmente perché vogliamo capire cosa studiare nel nostro prossimo futuro universitario, noi accomunati dall’obiettivo di conquistare non solo un dottorato di ricerca, ma una competenza futurizzante reale. Volete diventare professori? Risposta: forse, ma l’obiettivo che ci accomuna è l’innovazione in qualunque luogo possa avere effetti sistemici, in particolare il «governo della profezia». Una triestina: adesso spero capisca che siamo venuti da lei perché nei suoi scritti sostiene che governare la profezia permette di estrarre capitale dal futuro per utilizzarlo in un presente allo scopo di costruire quel futuro stesso. Cosa dovremmo studiare e dove? Ho dato loro risposte, sottolineando anche l’importanza di una educazione morale oltre che tecnica perché il governo di una profezia, utile per la concentrazione di risorse finalizzate, implica un progetto di salvazione.
Qui la prima sorpresa. Un padovano mi spiega che proprio la consapevolezza tra i dieci colleghi che una salvezza collettiva/sistemica sia condizione per quella individuale ha generato l’attenzione del (sotto)gruppo per la metodologia di governo della profezia, in sintesi la manutenzione della speranza diffusa socialmente. Questo ci è ben chiaro - ha detto con enfasi corroborata da cenni di assenso di tutti - e mi permetta di anticipare la risposta ad una sua domanda: sì siamo cristiani, speriamo nella salvazione in Cielo, ma riteniamo nostra missione aumentare la probabilità di salvazione in Terra per più persone possibile. Abbiamo annotato che lei non è credente, ma anche che ha scritto come sia fondamentale credere in qualcosa capace di migliorare la condizione umana e di sostenere il cristianesimo pur non credendo nella sua offerta teologica. Così come lei raccomanda di governare la profezia per motivi tecnici di capitalizzazione del progresso, noi raccomandiamo di cercare l’armonizzazione tra i fattori di salvazione materiale. Non solo con la carità, ma con la tecnica. In tal senso la nostra ricerca di potere cognitivo è spinta da una missione morale. Dove la mia sorpresa? Ho chiesto, scettico, quanto fosse diffuso tra i loro coetanei questo senso di missione. Due risposte: molto più di quanto appaia; basta parlare con i nostri coetanei della rilevanza di ognuno di noi per darci un futuro degno e si riesce ad ottenere da loro attenzione. Nuovi missionari, ho scherzato. Reazione: no, tutti noi giovani cerchiamo un posto nella società, cadendo nella passività se non si trovano stimoli. Mi sono sentito studente di fronte al giovane che mi dava una lezione come fosse professore.
Seconda sorpresa è stata l’intensità con cui questi giovani cercavano non solo conoscenza, ma metodi per non perdere troppa informazione nel necessario processo di sintesi per poter maneggiare un’enorme massa di dati ed estrarne un significato non solo scientificamente confutabile, ma anche proiettabile in termini probabilistici. Ragazzi di liceo consapevoli di temi di ricerca evoluta tipicamente universitaria. Ho chiesto e mi hanno risposto che seguono i corsi universitari on line.
Non annoio il lettore con le tecnicalità di questo incontro, ma ci tengo a condividere quello che ho imparato io - vecchio professore universitario ancora attivo in ricerca - dalla lezione di questi giovani liceali, anche segnalazione per chi si occupa di politica educativa. In breve: a) sperimentare una riduzione dei tempi di formazione utilizzando reti ed intelligenza artificiale perché le nuove tecnologie permettono un’accelerazione ed espansione degli accessi conoscitivi; b) fornire strumenti di autoformazione fin dalla più giovane età che poi saranno utili per la formazione continua durante tutto il corso della vita; c) inserire nei programmi di educazione secondaria lezioni universitarie; d) aumentare i concorsi competitivi per nuove idee. Vedo già movimento verso questa direzione, ma ritengo vada accelerato per adeguare il potere cognitivo di massa alla rivoluzione tecnologica in atto, sempre più rapida. Tornando, in conclusione, al mio mestiere tipico segnalo che la competizione economica/commerciale tra sistemi economici nazionali sarà sempre più determinata dal potere cognitivo/tecnologico residente. L’incontro con i liceali detto sopra mi ha dato più ottimismo per il destino dell’Italia. E li ringrazio.
www.carlopelanda.com
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