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2022-05-24
Pasticcio Biden: fa il duro su Taiwan. Casa Bianca costretta a rettificare
Yuko Kishida, Joe Biden e Fumio Kishida (Ansa)
Gli Stati Uniti difenderanno militarmente Taiwan in caso di attacco cinese. A lasciarlo intendere è stato ieri Joe Biden durante una conferenza stampa a Tokyo. «È disposto a farsi coinvolgere militarmente per difendere Taiwan?», gli è stato chiesto. «Sì», ha replicato il presidente americano. «Questo è l’impegno che abbiamo preso», ha aggiunto, per poi proseguire: «Siamo d’accordo con la politica dell’unica Cina, ma l’idea di essere presi con la forza, semplicemente presi con la forza, non è appropriata. Disarticolerà l’intera regione e sarà un’altra azione simile a quanto accaduto in Ucraina». La presa di posizione ha suscitato un certo stupore nello staff presidenziale: secondo Cnn, svariati consiglieri di Biden «sono stati colti alla sprovvista».
La Casa Bianca è quindi prontamente intervenuta, sostenendo che Washington non prevede in realtà alcun cambio di linea: gli Stati Uniti, in altre parole, manterranno il proprio impegno nella politica dell’unica Cina e continueranno ad armare Taipei ai sensi del Taiwan Relations Act. Inoltre, stando a quanto riferito da Bloomberg News, alcuni funzionari della Casa Bianca hanno detto che, con le sue parole, Biden non intendeva dire di essere disposto a inviare truppe americane in difesa dell’isola. Insomma, si è verificata una mezza smentita. Ricordiamo del resto che, in termini strategico-militari, la posizione classica americana sul dossier taiwanese è quella dell’ambiguità strategica: non chiarire, cioè, preventivamente se gli Usa interverranno militarmente o meno a tutela dell’isola in caso di invasione. D’altronde, già a ottobre l’attuale presidente statunitense era sembrato aprire all’invio di soldati americani per la difesa di Taipei, salvo poi ritrovarsi smentito (anche allora) dalla Casa Bianca. Nonostante il tentativo di gettare acqua sul fuoco, Pechino ha replicato in modo piccato. «Su questioni riguardanti la sovranità e l’integrità territoriale della Cina e altri interessi fondamentali, non c’è spazio per compromessi», ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Wang Wenbin, esprimendo «forte insoddisfazione» per quanto asserito dal leader americano.
Questa confusione nasce da posizioni divergenti in seno alla stessa amministrazione statunitense. Alcuni suoi settori puntano alla linea dura, soprattutto su Taiwan. E questo per due ragioni. In primis, un’eventuale invasione cinese dell’isola rappresenterebbe un ulteriore colpo all’ordine internazionale occidentale dopo la crisi afgana e quella ucraina. Inoltre, va ricordato che perdere Taiwan significherebbe perdere il principale produttore di semiconduttori a livello mondiale: uno scenario che garantirebbe a Pechino un vantaggio competitivo assai significativo (e inquietante) sull’Occidente nel settore dell’alta tecnologia. Dall’altra parte, c’è invece chi, come l’inviato per il clima John Kerry, da tempo auspica una linea morbida con il Dragone, anteponendo una (improbabile) cooperazione in materia ambientale a considerazioni geopolitiche e al rispetto dei diritti umani. In questo quadro, Biden ha detto ieri che potrebbe ridurre i dazi imposti alla Cina da Donald Trump. Un annuncio che può, sì, essere letto come una strategia di alternanza tra bastone e carota. Ma che può anche riflettere il clima caotico che si registra nell’amministrazione. A fine aprile, il sito Axios riferì d’altronde di una vera e propria spaccatura sul tema tra il Dipartimento del Tesoro (favorevole alla linea soft) e il Consiglio per la sicurezza nazionale (su posizioni più severe). Va da sé che questa confusione interna è aggravata dai problemi di leadership dell’attuale presidente: un fattore che rischia di compromettere la deterrenza nei confronti di Pechino.
Non è del resto un mistero che il viaggio di Biden in estremo oriente è principalmente finalizzato a confermare l’impegno americano nell’area in funzione anticinese. È in tal senso che ieri il presidente ha detto che Mosca «deve pagare un prezzo a lungo termine» per l’invasione dell’Ucraina, mettendo in correlazione la crisi ucraina al dossier taiwanese. Non solo: sempre ieri Biden ha annunciato la nascita dell’Indo-Pacific Economic Framework for Prosperity: una nuova rete commerciale che, oltre agli Usa, comprende Australia, Brunei, India, Indonesia, Giappone, Corea del Sud, Malesia, Nuova Zelanda, Filippine, Singapore, Tailandia e Vietnam. La mossa è da intendersi ovviamente in funzione anticinese. E infatti proprio ieri il Global Times (organo del Partito comunista cinese) si è mostrato piuttosto critico verso l’iniziativa.
Se la strategia di espandere l’influenza economica americana sull’Indo-Pacifico ha sicuramente un senso, questa nuova rete rischia però di incontrare due problemi. Dal punto di vista politico, essa non include Taiwan: un fattore che ha irritato Taipei e che potrebbe indebolire la credibilità dell’impegno dell’attuale Casa Bianca a favore dell’isola. In secondo luogo, Cnbc ha riferito che il network in questione non renderà il mercato statunitense granché accessibile ai Paesi aderenti: questo perché Biden è preoccupato da eventuali ricadute negative sui posti di lavoro in patria, secondo la medesima logica che portò Trump a stracciare la Trans Pacific Partnership nel 2017. D’altronde, i nodi economici e di politica interna sono rilevanti per la Casa Bianca, soprattutto in considerazione delle elezioni di metà mandato che si terranno a novembre.
Insomma, Biden punta a dare segnali forti nell’Indo-Pacifico: oggi avrà in tal senso un incontro con i leader del Quad, per serrare i ranghi e cercare di far uscire l’India dalla sua ambiguità dal sapore filorusso. Tuttavia le divisioni in seno alla sua stessa amministrazione e le preoccupazioni di economia interna rischiano di fiaccare il suo obiettivo di salvaguardare la deterrenza ed estendere il soft power di Washington sull’area. La debole leadership di Biden ha bisogno di uno scatto di reni. O Pechino non esiterà ad approfittarne.
I sauditi vogliono la Russia nell’Opec
Alla fine dello scorso mese di marzo, il ministro dell’Energia degli Emirati, Suhail Al Mazrouei, riguardo la situazione della guerra tra Russia e Ucraina aveva dichiarato che l’Opec «non avrebbe mescolato il petrolio con la politica». Contemporaneamente Mosca ribadiva che la Russia non avrebbe esportato gas e petrolio gratuitamente, bensì cercato nuovi modi per rendere possibili e più semplici i pagamenti in rubli. Al Mazrouei aveva anche detto che l’unica missione dell’Opec+, ovvero l’organizzazione allargata ai produttori del cartello e alla Russia, attiva dal 2016 per coordinare la produzione, sarebbe stata quella di stabilizzare i mercati offrendo più fonti di forniture possibili anche se la produzione comandata da Mosca sarebbe stata in forte calo, come riportava ieri il Financial Times. Secondo il quotidiano finanziario inglese la Russia dall’inizio della guerra ha ridotto la sua produzione da circa 11 milioni di barili al giorno (marzo) a 10 milioni di barili (aprile), con la possibilità che le sanzioni spingano Mosca a ridurre fino a 3 milioni al giorno i barili qualora l’Unione europea approvasse l’embargo per tutti i Paesi membri. Ieri, però, il ministro dell’Energia saudita, il principe Abdulaziz bin Salman, ha dichiarato al quotidiano saudita Arab News: «Speriamo nell’accordo Opec+ e che questo includa la Russia, si tratta di un’alleanza necessaria», ribadendo comunque la necessità di escludere la politica dall’organizzazione allargata e di apprezzare «il valore dell’alleanza». Il principe ha anche dichiarato: «È prematuro parlare di come potrebbe essere il prossimo accordo, viste le incertezze del mercato, ma l’Opec+ potrebbe aumentare la produzione se ci fosse la domanda». L’importanza della dichiarazione sta nel fatto che essa rappresenta il sostegno alla Russia da parte di un alleato degli Usa che arriva proprio mentre l’Occidente cerca di isolare la produzione di greggio russo. L’intenzione araba è cercare di aumentare la produzione per compensare il calo dei barili russi e di quelli provenienti dal Kazakistan, anche con il possibile coinvolgimento dell’Iran come produttore ed esportatore. Del resto Eni, Exxon Mobil, Chevron, Shell e Total hanno grandi partecipazioni in Kazakistan, ma il petrolio lì prodotto ora fa fatica ad arrivare a causa dei problemi con il porto di Novorossiysk, all’estremo Est del Mar Nero, e con uno dei due oleodotti Caspian Pipeline Consortium, che attraverso l’Azerbaijan porta il greggio da Baku al porto russo. Nei Paesi arabi appartenenti all’Opec, Iran, Iraq e Azerbaijan e Bahrein sono si religione sciita, mentre tutti gli altri sono di prevalenza sunnita, che rappresentano l’80% dei musulmani nel mondo. La frase di Abdulaziz bin Salman suona quindi anche come un superamento di storiche divergenze. Tra meno di un mese, il segretario generale dell’Opec, Mohammad Sanusi Barkindo, parteciperà al sesto Iraq Energy Forum (Ief 2022) di Baghdad, Iraq, in un evento che si concentrerà sul tema: «Il Medio Oriente come pietra angolare della sicurezza energetica globale», trattando una serie di questioni chiave relative all’energia, tra cui la sicurezza energetica globale, la transizione energetica, le incertezze relative alla ripresa economica, gli investimenti e lo sviluppo sostenibile. Lo Ief 2022 promette discussioni stimolanti su alcune delle questioni più importanti dei nostri tempi, dalla sicurezza energetica globale al ruolo chiave del Medio Oriente nella transizione energetica.
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Il presidente americano dice di essere disposto a difendere militarmente l’isola dai cinesi, l’entourage deve di nuovo correre ai ripari. Verso una riduzione dei dazi a Pechino: bastone e carota o apparati divisi?I sauditi vogliono la Russia nell’Opec. Il ministro dell’Energia di Riad chiama Mosca nel cartello dei produttori di petrolio. «Si tratta di un’alleanza necessaria. Ma la politica resti fuori dall’organizzazione».Lo speciale comprende due articoli.Gli Stati Uniti difenderanno militarmente Taiwan in caso di attacco cinese. A lasciarlo intendere è stato ieri Joe Biden durante una conferenza stampa a Tokyo. «È disposto a farsi coinvolgere militarmente per difendere Taiwan?», gli è stato chiesto. «Sì», ha replicato il presidente americano. «Questo è l’impegno che abbiamo preso», ha aggiunto, per poi proseguire: «Siamo d’accordo con la politica dell’unica Cina, ma l’idea di essere presi con la forza, semplicemente presi con la forza, non è appropriata. Disarticolerà l’intera regione e sarà un’altra azione simile a quanto accaduto in Ucraina». La presa di posizione ha suscitato un certo stupore nello staff presidenziale: secondo Cnn, svariati consiglieri di Biden «sono stati colti alla sprovvista». La Casa Bianca è quindi prontamente intervenuta, sostenendo che Washington non prevede in realtà alcun cambio di linea: gli Stati Uniti, in altre parole, manterranno il proprio impegno nella politica dell’unica Cina e continueranno ad armare Taipei ai sensi del Taiwan Relations Act. Inoltre, stando a quanto riferito da Bloomberg News, alcuni funzionari della Casa Bianca hanno detto che, con le sue parole, Biden non intendeva dire di essere disposto a inviare truppe americane in difesa dell’isola. Insomma, si è verificata una mezza smentita. Ricordiamo del resto che, in termini strategico-militari, la posizione classica americana sul dossier taiwanese è quella dell’ambiguità strategica: non chiarire, cioè, preventivamente se gli Usa interverranno militarmente o meno a tutela dell’isola in caso di invasione. D’altronde, già a ottobre l’attuale presidente statunitense era sembrato aprire all’invio di soldati americani per la difesa di Taipei, salvo poi ritrovarsi smentito (anche allora) dalla Casa Bianca. Nonostante il tentativo di gettare acqua sul fuoco, Pechino ha replicato in modo piccato. «Su questioni riguardanti la sovranità e l’integrità territoriale della Cina e altri interessi fondamentali, non c’è spazio per compromessi», ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Wang Wenbin, esprimendo «forte insoddisfazione» per quanto asserito dal leader americano. Questa confusione nasce da posizioni divergenti in seno alla stessa amministrazione statunitense. Alcuni suoi settori puntano alla linea dura, soprattutto su Taiwan. E questo per due ragioni. In primis, un’eventuale invasione cinese dell’isola rappresenterebbe un ulteriore colpo all’ordine internazionale occidentale dopo la crisi afgana e quella ucraina. Inoltre, va ricordato che perdere Taiwan significherebbe perdere il principale produttore di semiconduttori a livello mondiale: uno scenario che garantirebbe a Pechino un vantaggio competitivo assai significativo (e inquietante) sull’Occidente nel settore dell’alta tecnologia. Dall’altra parte, c’è invece chi, come l’inviato per il clima John Kerry, da tempo auspica una linea morbida con il Dragone, anteponendo una (improbabile) cooperazione in materia ambientale a considerazioni geopolitiche e al rispetto dei diritti umani. In questo quadro, Biden ha detto ieri che potrebbe ridurre i dazi imposti alla Cina da Donald Trump. Un annuncio che può, sì, essere letto come una strategia di alternanza tra bastone e carota. Ma che può anche riflettere il clima caotico che si registra nell’amministrazione. A fine aprile, il sito Axios riferì d’altronde di una vera e propria spaccatura sul tema tra il Dipartimento del Tesoro (favorevole alla linea soft) e il Consiglio per la sicurezza nazionale (su posizioni più severe). Va da sé che questa confusione interna è aggravata dai problemi di leadership dell’attuale presidente: un fattore che rischia di compromettere la deterrenza nei confronti di Pechino. Non è del resto un mistero che il viaggio di Biden in estremo oriente è principalmente finalizzato a confermare l’impegno americano nell’area in funzione anticinese. È in tal senso che ieri il presidente ha detto che Mosca «deve pagare un prezzo a lungo termine» per l’invasione dell’Ucraina, mettendo in correlazione la crisi ucraina al dossier taiwanese. Non solo: sempre ieri Biden ha annunciato la nascita dell’Indo-Pacific Economic Framework for Prosperity: una nuova rete commerciale che, oltre agli Usa, comprende Australia, Brunei, India, Indonesia, Giappone, Corea del Sud, Malesia, Nuova Zelanda, Filippine, Singapore, Tailandia e Vietnam. La mossa è da intendersi ovviamente in funzione anticinese. E infatti proprio ieri il Global Times (organo del Partito comunista cinese) si è mostrato piuttosto critico verso l’iniziativa. Se la strategia di espandere l’influenza economica americana sull’Indo-Pacifico ha sicuramente un senso, questa nuova rete rischia però di incontrare due problemi. Dal punto di vista politico, essa non include Taiwan: un fattore che ha irritato Taipei e che potrebbe indebolire la credibilità dell’impegno dell’attuale Casa Bianca a favore dell’isola. In secondo luogo, Cnbc ha riferito che il network in questione non renderà il mercato statunitense granché accessibile ai Paesi aderenti: questo perché Biden è preoccupato da eventuali ricadute negative sui posti di lavoro in patria, secondo la medesima logica che portò Trump a stracciare la Trans Pacific Partnership nel 2017. D’altronde, i nodi economici e di politica interna sono rilevanti per la Casa Bianca, soprattutto in considerazione delle elezioni di metà mandato che si terranno a novembre. Insomma, Biden punta a dare segnali forti nell’Indo-Pacifico: oggi avrà in tal senso un incontro con i leader del Quad, per serrare i ranghi e cercare di far uscire l’India dalla sua ambiguità dal sapore filorusso. Tuttavia le divisioni in seno alla sua stessa amministrazione e le preoccupazioni di economia interna rischiano di fiaccare il suo obiettivo di salvaguardare la deterrenza ed estendere il soft power di Washington sull’area. La debole leadership di Biden ha bisogno di uno scatto di reni. O Pechino non esiterà ad approfittarne. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/pasticcio-biden-fa-il-duro-su-taiwan-casa-bianca-costretta-a-rettificare-2657374410.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-sauditi-vogliono-la-russia-nellopec" data-post-id="2657374410" data-published-at="1653330156" data-use-pagination="False"> I sauditi vogliono la Russia nell’Opec Alla fine dello scorso mese di marzo, il ministro dell’Energia degli Emirati, Suhail Al Mazrouei, riguardo la situazione della guerra tra Russia e Ucraina aveva dichiarato che l’Opec «non avrebbe mescolato il petrolio con la politica». Contemporaneamente Mosca ribadiva che la Russia non avrebbe esportato gas e petrolio gratuitamente, bensì cercato nuovi modi per rendere possibili e più semplici i pagamenti in rubli. Al Mazrouei aveva anche detto che l’unica missione dell’Opec+, ovvero l’organizzazione allargata ai produttori del cartello e alla Russia, attiva dal 2016 per coordinare la produzione, sarebbe stata quella di stabilizzare i mercati offrendo più fonti di forniture possibili anche se la produzione comandata da Mosca sarebbe stata in forte calo, come riportava ieri il Financial Times. Secondo il quotidiano finanziario inglese la Russia dall’inizio della guerra ha ridotto la sua produzione da circa 11 milioni di barili al giorno (marzo) a 10 milioni di barili (aprile), con la possibilità che le sanzioni spingano Mosca a ridurre fino a 3 milioni al giorno i barili qualora l’Unione europea approvasse l’embargo per tutti i Paesi membri. Ieri, però, il ministro dell’Energia saudita, il principe Abdulaziz bin Salman, ha dichiarato al quotidiano saudita Arab News: «Speriamo nell’accordo Opec+ e che questo includa la Russia, si tratta di un’alleanza necessaria», ribadendo comunque la necessità di escludere la politica dall’organizzazione allargata e di apprezzare «il valore dell’alleanza». Il principe ha anche dichiarato: «È prematuro parlare di come potrebbe essere il prossimo accordo, viste le incertezze del mercato, ma l’Opec+ potrebbe aumentare la produzione se ci fosse la domanda». L’importanza della dichiarazione sta nel fatto che essa rappresenta il sostegno alla Russia da parte di un alleato degli Usa che arriva proprio mentre l’Occidente cerca di isolare la produzione di greggio russo. L’intenzione araba è cercare di aumentare la produzione per compensare il calo dei barili russi e di quelli provenienti dal Kazakistan, anche con il possibile coinvolgimento dell’Iran come produttore ed esportatore. Del resto Eni, Exxon Mobil, Chevron, Shell e Total hanno grandi partecipazioni in Kazakistan, ma il petrolio lì prodotto ora fa fatica ad arrivare a causa dei problemi con il porto di Novorossiysk, all’estremo Est del Mar Nero, e con uno dei due oleodotti Caspian Pipeline Consortium, che attraverso l’Azerbaijan porta il greggio da Baku al porto russo. Nei Paesi arabi appartenenti all’Opec, Iran, Iraq e Azerbaijan e Bahrein sono si religione sciita, mentre tutti gli altri sono di prevalenza sunnita, che rappresentano l’80% dei musulmani nel mondo. La frase di Abdulaziz bin Salman suona quindi anche come un superamento di storiche divergenze. Tra meno di un mese, il segretario generale dell’Opec, Mohammad Sanusi Barkindo, parteciperà al sesto Iraq Energy Forum (Ief 2022) di Baghdad, Iraq, in un evento che si concentrerà sul tema: «Il Medio Oriente come pietra angolare della sicurezza energetica globale», trattando una serie di questioni chiave relative all’energia, tra cui la sicurezza energetica globale, la transizione energetica, le incertezze relative alla ripresa economica, gli investimenti e lo sviluppo sostenibile. Lo Ief 2022 promette discussioni stimolanti su alcune delle questioni più importanti dei nostri tempi, dalla sicurezza energetica globale al ruolo chiave del Medio Oriente nella transizione energetica.
Donald Trump (Ansa)
Washington ha trasmesso la proposta ai mediatori la scorsa settimana sotto forma di un memorandum d’intesa in 14 punti, che prevede anche un mese di negoziati successivi per affrontare le questioni più delicate, a partire dal dossier nucleare e dalla sicurezza marittima nello Stretto di Hormuz. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha ribadito che Teheran non intende cedere alle pressioni occidentali nonostante i negoziati in corso con Washington. «Non ci inchineremo mai di fronte al nemico», ha scritto sui social, precisando che il dialogo con gli Stati Uniti «non significa resa o ritirata», ma serve a «difendere i diritti della nazione iraniana e proteggere gli interessi nazionali con ferma determinazione». La tv di Stato iraniana, inoltre, riferisce che Teheran cerca di porre fine alla guerra su tutti i fronti, compreso il Libano.
Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, la risposta iraniana inviata a Washington contiene aperture sulla graduale riapertura dello Stretto di Hormuz e sulla cessazione delle ostilità, ma non soddisfa la richiesta americana di assumere impegni preliminari sul futuro del programma nucleare e sulle scorte di uranio altamente arricchito. I nodi sul dossier atomico verrebbero rinviati a una seconda fase di negoziati della durata di 30 giorni. Donald Trump ha reagito duramente al documento inviato da Teheran: «Ho appena letto la risposta dei cosiddetti rappresentanti iraniani. Non mi piace per niente, è assolutamente inaccettabile», ha dichiarato il presidente americano.
Sui negoziati pesa anche l’incognita legata alla nuova Guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, successore del padre Ali Khamenei, ucciso nei bombardamenti di Usa e Israele. Dopo mesi di assenza pubblica e voci contrastanti sul suo stato di salute, i media iraniani hanno riferito di un incontro con il comandante del quartier generale Khatam al-Anbiya, Ali Abdollahi, che avrebbe illustrato lo stato di preparazione delle forze armate iraniane. Secondo la televisione iraniana, Mojtaba Khamenei avrebbe ordinato di continuare a «contrastare i nemici con forza e determinazione». Lo stesso comando militare iraniano e le Guardie Rivoluzionarie hanno minacciato risposte rapide contro basi americane e «navi nemiche» in caso di nuovi attacchi. Intanto cresce la tensione nello Stretto di Hormuz. La Marina iraniana ha annunciato il dispiegamento dei sottomarini leggeri soprannominati «delfini del Golfo Persico». Il comandante della Marina, il contrammiraglio Shahram Irani, ha spiegato che questi mezzi possono restare nascosti per lunghi periodi sul fondale marino delle acque strategiche dello stretto, monitorando e, se necessario, attaccando navi considerate ostili. L’Iran ha minacciato Gran Bretagna e Francia avvertendo che qualsiasi nave da guerra inviata nello Stretto di Hormuz riceverà una «risposta decisiva e immediata» da parte delle forze armate iraniane.
Da Washington, Donald Trump ha rilanciato i toni minacciosi sul programma nucleare iraniano. Commentando le scorte di uranio arricchito sepolte sotto le macerie dei siti bombardati, il presidente americano ha dichiarato: «Prima o poi lo prenderemo... Lo teniamo sotto sorveglianza. Ho creato una cosa chiamata Space Force, e loro lo stanno monitorando... Se qualcuno si avvicina a quel posto, lo sapremo e lo faremo saltare in aria». In un’intervista anticipata dalla Cbs, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha sostenuto che «la guerra contro l’Iran non è finita» perché Teheran conserva ancora uranio arricchito che dovrebbe essere rimosso dal Paese. «Penso che si sia ottenuto molto, ma non è finita perché c’è ancora materiale nucleare, uranio arricchito, che deve essere portato fuori dall’Iran», ha dichiarato. Alla domanda su come rimuoverlo, il premier israeliano ha risposto: «Si entra e lo si porta via». Netanyahu ha inoltre riferito che Trump gli avrebbe detto: «Voglio entrare lì dentro». E ha aggiunto: «Se c’è un accordo e si entra e lo si porta via, perché no? È il modo migliore».
Il fragile cessate il fuoco in vigore dall’8 aprile continua inoltre a mostrare segnali di cedimento. Gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato di aver intercettato due droni iraniani diretti verso il loro territorio. Nella città portuale iraniana di Chabahar, sul Golfo dell’Oman, una forte esplosione ha scosso l’area: secondo l’agenzia Mehr sarebbe stata provocata da ordigni inesplosi risalenti alla guerra. A Teheran il clima resta apertamente ostile agli Stati Uniti. «La pazienza è finita», ha scritto su X Ebrahim Rezaei, portavoce della Commissione Esteri e Sicurezza nazionale del Parlamento iraniano, minacciando una «risposta pesante» contro basi e navi americane in caso di nuove aggressioni contro imbarcazioni iraniane. «Gli americani devono abituarsi al nuovo ordine regionale», ha aggiunto. Intanto continuano le trattative dietro le quinte. Il segretario di Stato Marco Rubio e l’inviato speciale Steve Witkoff hanno incontrato a Miami il premier del Qatar Mohammed bin Abdulrahman al-Thani. Doha, insieme a Pakistan, Arabia Saudita, Egitto e Turchia, sta cercando di favorire un memorandum d’intesa per congelare il conflitto, riaprire lo Stretto di Hormuz e rinviare a una fase successiva il dossier nucleare iraniano. Secondo fonti diplomatiche, Washington considera il Qatar un attore decisivo per evitare una nuova escalation regionale.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast dell'11 maggio con Carlo Cambi
La caserma Tenente Francesco Lillo della Guardia di Finanza di Pavia (Ansa)
È il passaggio, nelle contestazioni lette ad Andrea Sempio, unico indagato per il delitto di Chiara Poggi, durante l’interrogatorio del 6 maggio scorso, che segna il punto di rottura definitivo della nuova inchiesta sul giallo di Garlasco e il cambio radicale della prospettiva investigativa. Nella stessa contestazione i magistrati sostengono che dall’indagine «sono emersi nuovi elementi che destituiscono di qualsiasi fondamento il «movente pornografico» in capo ad Alberto Stasi e per contro forniscono solidi elementi sul tentativo dell’approccio sessuale di Sempio». E subito dopo: «L’emersione delle responsabilità di Sempio si intreccia indissolubilmente con lo sgretolamento della responsabilità di Stasi». La Procura scrive anche che «l’attività investigativa svolta nel presente procedimento ha fatto venire alla luce circostanze ed elementi fattuali del tutto nuovi rispetto alle indagini dell’epoca e rispetto ai procedimenti successivi», quelli poi finiti in archivio. E vengono sottolineate le «evidenti omissioni» negli atti della sezione di Polizia giudiziaria della Procura di Pavia, ovvero la «Squadretta» che lavorava con l’ex procuratore Mario Venditti. Ma c’è un giorno preciso in cui il destino giudiziario dei due deve essersi praticamente intrecciato. E coincide con la convocazione per l’interrogatorio. Sempio non si presenta. Stasi sì. Quando il verbale di Stasi è ormai chiuso e manca soltanto la rilettura del verbale, la notizia dell’assenza di Sempio arriva anche lì.
L’annotazione che accompagna il verbale descrive perfino un gesto di Stasi: «Due occhiate, la prima all’avvocato Antonio De Rensis e la seconda alla collega Giada Bocellari», con le quali «invita» i due «a guardare la telecamera, verosimilmente al fine di ricordare loro che la registrazione è ancora attiva». È De Rensis in quel momento a spiegare che «hanno battuto la notizia gli organi di stampa, non è un’indiscrezione…». E arriva la frase secca: «Totale mancanza di rispetto». Stasi la pronuncia a bassa voce, ma abbastanza forte da restare impressa nella registrazione. Solo pochi istanti prima l’interrogatorio era andato dritto sul punto focale dell’inchiesta: i video intimi tra Chiara e Alberto. La domanda è precisa: Chiara gli aveva mai detto che il fratello Marco fosse a conoscenza dell’esistenza di quei video? La risposta arriva esitante, frammentata: «Oggi non mi ricordo, ma direi di no! Tendo ad escluderlo… ecco». La Procura ipotizza che Marco conoscesse l’esistenza di quei file e che Sempio possa essere riuscito a copiarli dal computer di casa Poggi o a sottrarli da una pen drive. Marco Poggi, invece, nel suo ultimo verbale ha dichiarato: «Non mi so dare una spiegazione. L’unica plausibile, seppure assurda, visto che nell’intercettazione si parla di una chiavetta con video intimi, è che Sempio ha preso una penna usb che c’era in camera di Chiara e se l’è portata a casa». Del video era a conoscenza anche una delle cugine di Chiara, Stefania Cappa. Ma c’è un altro dato che emerge con forza dagli interrogatori: secondo Stasi, Chiara non gli parlò mai di Sempio. Né di avance. Né delle tre telefonate effettuate tra il 7 e l’8 agosto 2007 (che oggi vengono considerate un indizio importante). Quando il procuratore Fabio Napoleone gli chiede se Chiara gli avesse mai riferito di quei contatti, la risposta è netta: «No… non me l’ha riferito… non l’ha fatto». E poi una riflessione più lunga, quasi un tentativo di dare un senso a quel silenzio: «Non saprei dare un motivo... del perché non me l’ha detto, però sicuramente non me l’ha detto». Poi il procuratore cambia prospettiva e gli chiede direttamente se Chiara gli avesse mai parlato di Sempio. La risposta è ancora più secca: «No, no. Mai visto, mai sentito, confermo che prima di leggere quelle sit non sapevo neanche esistesse». Il riferimento è alle informazioni testimoniali raccolte all’epoca dalla Procura di Vigevano. E proprio lì emerge un dettaglio rimasto negli anni uno dei più controversi dell’intera vicenda: lo scontrino del parcheggio. «Mi aveva personalmente incuriosito, insospettito, la questione dello scontrino», afferma Stasi, «mi aveva lasciato un po’ sorpreso, perché io normalmente non conservo uno scontrino del parcheggio per anni e lo esibisco al bisogno». Nel 2017, però, fu sufficiente a scagionare Sempio.
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Figlio di immigrati della Lucania, Rocco Anthony Petrone fu direttore di lancio e dell’intero programma spaziale