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2022-05-24
Pasticcio Biden: fa il duro su Taiwan. Casa Bianca costretta a rettificare
Yuko Kishida, Joe Biden e Fumio Kishida (Ansa)
Gli Stati Uniti difenderanno militarmente Taiwan in caso di attacco cinese. A lasciarlo intendere è stato ieri Joe Biden durante una conferenza stampa a Tokyo. «È disposto a farsi coinvolgere militarmente per difendere Taiwan?», gli è stato chiesto. «Sì», ha replicato il presidente americano. «Questo è l’impegno che abbiamo preso», ha aggiunto, per poi proseguire: «Siamo d’accordo con la politica dell’unica Cina, ma l’idea di essere presi con la forza, semplicemente presi con la forza, non è appropriata. Disarticolerà l’intera regione e sarà un’altra azione simile a quanto accaduto in Ucraina». La presa di posizione ha suscitato un certo stupore nello staff presidenziale: secondo Cnn, svariati consiglieri di Biden «sono stati colti alla sprovvista».
La Casa Bianca è quindi prontamente intervenuta, sostenendo che Washington non prevede in realtà alcun cambio di linea: gli Stati Uniti, in altre parole, manterranno il proprio impegno nella politica dell’unica Cina e continueranno ad armare Taipei ai sensi del Taiwan Relations Act. Inoltre, stando a quanto riferito da Bloomberg News, alcuni funzionari della Casa Bianca hanno detto che, con le sue parole, Biden non intendeva dire di essere disposto a inviare truppe americane in difesa dell’isola. Insomma, si è verificata una mezza smentita. Ricordiamo del resto che, in termini strategico-militari, la posizione classica americana sul dossier taiwanese è quella dell’ambiguità strategica: non chiarire, cioè, preventivamente se gli Usa interverranno militarmente o meno a tutela dell’isola in caso di invasione. D’altronde, già a ottobre l’attuale presidente statunitense era sembrato aprire all’invio di soldati americani per la difesa di Taipei, salvo poi ritrovarsi smentito (anche allora) dalla Casa Bianca. Nonostante il tentativo di gettare acqua sul fuoco, Pechino ha replicato in modo piccato. «Su questioni riguardanti la sovranità e l’integrità territoriale della Cina e altri interessi fondamentali, non c’è spazio per compromessi», ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Wang Wenbin, esprimendo «forte insoddisfazione» per quanto asserito dal leader americano.
Questa confusione nasce da posizioni divergenti in seno alla stessa amministrazione statunitense. Alcuni suoi settori puntano alla linea dura, soprattutto su Taiwan. E questo per due ragioni. In primis, un’eventuale invasione cinese dell’isola rappresenterebbe un ulteriore colpo all’ordine internazionale occidentale dopo la crisi afgana e quella ucraina. Inoltre, va ricordato che perdere Taiwan significherebbe perdere il principale produttore di semiconduttori a livello mondiale: uno scenario che garantirebbe a Pechino un vantaggio competitivo assai significativo (e inquietante) sull’Occidente nel settore dell’alta tecnologia. Dall’altra parte, c’è invece chi, come l’inviato per il clima John Kerry, da tempo auspica una linea morbida con il Dragone, anteponendo una (improbabile) cooperazione in materia ambientale a considerazioni geopolitiche e al rispetto dei diritti umani. In questo quadro, Biden ha detto ieri che potrebbe ridurre i dazi imposti alla Cina da Donald Trump. Un annuncio che può, sì, essere letto come una strategia di alternanza tra bastone e carota. Ma che può anche riflettere il clima caotico che si registra nell’amministrazione. A fine aprile, il sito Axios riferì d’altronde di una vera e propria spaccatura sul tema tra il Dipartimento del Tesoro (favorevole alla linea soft) e il Consiglio per la sicurezza nazionale (su posizioni più severe). Va da sé che questa confusione interna è aggravata dai problemi di leadership dell’attuale presidente: un fattore che rischia di compromettere la deterrenza nei confronti di Pechino.
Non è del resto un mistero che il viaggio di Biden in estremo oriente è principalmente finalizzato a confermare l’impegno americano nell’area in funzione anticinese. È in tal senso che ieri il presidente ha detto che Mosca «deve pagare un prezzo a lungo termine» per l’invasione dell’Ucraina, mettendo in correlazione la crisi ucraina al dossier taiwanese. Non solo: sempre ieri Biden ha annunciato la nascita dell’Indo-Pacific Economic Framework for Prosperity: una nuova rete commerciale che, oltre agli Usa, comprende Australia, Brunei, India, Indonesia, Giappone, Corea del Sud, Malesia, Nuova Zelanda, Filippine, Singapore, Tailandia e Vietnam. La mossa è da intendersi ovviamente in funzione anticinese. E infatti proprio ieri il Global Times (organo del Partito comunista cinese) si è mostrato piuttosto critico verso l’iniziativa.
Se la strategia di espandere l’influenza economica americana sull’Indo-Pacifico ha sicuramente un senso, questa nuova rete rischia però di incontrare due problemi. Dal punto di vista politico, essa non include Taiwan: un fattore che ha irritato Taipei e che potrebbe indebolire la credibilità dell’impegno dell’attuale Casa Bianca a favore dell’isola. In secondo luogo, Cnbc ha riferito che il network in questione non renderà il mercato statunitense granché accessibile ai Paesi aderenti: questo perché Biden è preoccupato da eventuali ricadute negative sui posti di lavoro in patria, secondo la medesima logica che portò Trump a stracciare la Trans Pacific Partnership nel 2017. D’altronde, i nodi economici e di politica interna sono rilevanti per la Casa Bianca, soprattutto in considerazione delle elezioni di metà mandato che si terranno a novembre.
Insomma, Biden punta a dare segnali forti nell’Indo-Pacifico: oggi avrà in tal senso un incontro con i leader del Quad, per serrare i ranghi e cercare di far uscire l’India dalla sua ambiguità dal sapore filorusso. Tuttavia le divisioni in seno alla sua stessa amministrazione e le preoccupazioni di economia interna rischiano di fiaccare il suo obiettivo di salvaguardare la deterrenza ed estendere il soft power di Washington sull’area. La debole leadership di Biden ha bisogno di uno scatto di reni. O Pechino non esiterà ad approfittarne.
I sauditi vogliono la Russia nell’Opec
Alla fine dello scorso mese di marzo, il ministro dell’Energia degli Emirati, Suhail Al Mazrouei, riguardo la situazione della guerra tra Russia e Ucraina aveva dichiarato che l’Opec «non avrebbe mescolato il petrolio con la politica». Contemporaneamente Mosca ribadiva che la Russia non avrebbe esportato gas e petrolio gratuitamente, bensì cercato nuovi modi per rendere possibili e più semplici i pagamenti in rubli. Al Mazrouei aveva anche detto che l’unica missione dell’Opec+, ovvero l’organizzazione allargata ai produttori del cartello e alla Russia, attiva dal 2016 per coordinare la produzione, sarebbe stata quella di stabilizzare i mercati offrendo più fonti di forniture possibili anche se la produzione comandata da Mosca sarebbe stata in forte calo, come riportava ieri il Financial Times. Secondo il quotidiano finanziario inglese la Russia dall’inizio della guerra ha ridotto la sua produzione da circa 11 milioni di barili al giorno (marzo) a 10 milioni di barili (aprile), con la possibilità che le sanzioni spingano Mosca a ridurre fino a 3 milioni al giorno i barili qualora l’Unione europea approvasse l’embargo per tutti i Paesi membri. Ieri, però, il ministro dell’Energia saudita, il principe Abdulaziz bin Salman, ha dichiarato al quotidiano saudita Arab News: «Speriamo nell’accordo Opec+ e che questo includa la Russia, si tratta di un’alleanza necessaria», ribadendo comunque la necessità di escludere la politica dall’organizzazione allargata e di apprezzare «il valore dell’alleanza». Il principe ha anche dichiarato: «È prematuro parlare di come potrebbe essere il prossimo accordo, viste le incertezze del mercato, ma l’Opec+ potrebbe aumentare la produzione se ci fosse la domanda». L’importanza della dichiarazione sta nel fatto che essa rappresenta il sostegno alla Russia da parte di un alleato degli Usa che arriva proprio mentre l’Occidente cerca di isolare la produzione di greggio russo. L’intenzione araba è cercare di aumentare la produzione per compensare il calo dei barili russi e di quelli provenienti dal Kazakistan, anche con il possibile coinvolgimento dell’Iran come produttore ed esportatore. Del resto Eni, Exxon Mobil, Chevron, Shell e Total hanno grandi partecipazioni in Kazakistan, ma il petrolio lì prodotto ora fa fatica ad arrivare a causa dei problemi con il porto di Novorossiysk, all’estremo Est del Mar Nero, e con uno dei due oleodotti Caspian Pipeline Consortium, che attraverso l’Azerbaijan porta il greggio da Baku al porto russo. Nei Paesi arabi appartenenti all’Opec, Iran, Iraq e Azerbaijan e Bahrein sono si religione sciita, mentre tutti gli altri sono di prevalenza sunnita, che rappresentano l’80% dei musulmani nel mondo. La frase di Abdulaziz bin Salman suona quindi anche come un superamento di storiche divergenze. Tra meno di un mese, il segretario generale dell’Opec, Mohammad Sanusi Barkindo, parteciperà al sesto Iraq Energy Forum (Ief 2022) di Baghdad, Iraq, in un evento che si concentrerà sul tema: «Il Medio Oriente come pietra angolare della sicurezza energetica globale», trattando una serie di questioni chiave relative all’energia, tra cui la sicurezza energetica globale, la transizione energetica, le incertezze relative alla ripresa economica, gli investimenti e lo sviluppo sostenibile. Lo Ief 2022 promette discussioni stimolanti su alcune delle questioni più importanti dei nostri tempi, dalla sicurezza energetica globale al ruolo chiave del Medio Oriente nella transizione energetica.
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Il presidente americano dice di essere disposto a difendere militarmente l’isola dai cinesi, l’entourage deve di nuovo correre ai ripari. Verso una riduzione dei dazi a Pechino: bastone e carota o apparati divisi?I sauditi vogliono la Russia nell’Opec. Il ministro dell’Energia di Riad chiama Mosca nel cartello dei produttori di petrolio. «Si tratta di un’alleanza necessaria. Ma la politica resti fuori dall’organizzazione».Lo speciale comprende due articoli.Gli Stati Uniti difenderanno militarmente Taiwan in caso di attacco cinese. A lasciarlo intendere è stato ieri Joe Biden durante una conferenza stampa a Tokyo. «È disposto a farsi coinvolgere militarmente per difendere Taiwan?», gli è stato chiesto. «Sì», ha replicato il presidente americano. «Questo è l’impegno che abbiamo preso», ha aggiunto, per poi proseguire: «Siamo d’accordo con la politica dell’unica Cina, ma l’idea di essere presi con la forza, semplicemente presi con la forza, non è appropriata. Disarticolerà l’intera regione e sarà un’altra azione simile a quanto accaduto in Ucraina». La presa di posizione ha suscitato un certo stupore nello staff presidenziale: secondo Cnn, svariati consiglieri di Biden «sono stati colti alla sprovvista». La Casa Bianca è quindi prontamente intervenuta, sostenendo che Washington non prevede in realtà alcun cambio di linea: gli Stati Uniti, in altre parole, manterranno il proprio impegno nella politica dell’unica Cina e continueranno ad armare Taipei ai sensi del Taiwan Relations Act. Inoltre, stando a quanto riferito da Bloomberg News, alcuni funzionari della Casa Bianca hanno detto che, con le sue parole, Biden non intendeva dire di essere disposto a inviare truppe americane in difesa dell’isola. Insomma, si è verificata una mezza smentita. Ricordiamo del resto che, in termini strategico-militari, la posizione classica americana sul dossier taiwanese è quella dell’ambiguità strategica: non chiarire, cioè, preventivamente se gli Usa interverranno militarmente o meno a tutela dell’isola in caso di invasione. D’altronde, già a ottobre l’attuale presidente statunitense era sembrato aprire all’invio di soldati americani per la difesa di Taipei, salvo poi ritrovarsi smentito (anche allora) dalla Casa Bianca. Nonostante il tentativo di gettare acqua sul fuoco, Pechino ha replicato in modo piccato. «Su questioni riguardanti la sovranità e l’integrità territoriale della Cina e altri interessi fondamentali, non c’è spazio per compromessi», ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Wang Wenbin, esprimendo «forte insoddisfazione» per quanto asserito dal leader americano. Questa confusione nasce da posizioni divergenti in seno alla stessa amministrazione statunitense. Alcuni suoi settori puntano alla linea dura, soprattutto su Taiwan. E questo per due ragioni. In primis, un’eventuale invasione cinese dell’isola rappresenterebbe un ulteriore colpo all’ordine internazionale occidentale dopo la crisi afgana e quella ucraina. Inoltre, va ricordato che perdere Taiwan significherebbe perdere il principale produttore di semiconduttori a livello mondiale: uno scenario che garantirebbe a Pechino un vantaggio competitivo assai significativo (e inquietante) sull’Occidente nel settore dell’alta tecnologia. Dall’altra parte, c’è invece chi, come l’inviato per il clima John Kerry, da tempo auspica una linea morbida con il Dragone, anteponendo una (improbabile) cooperazione in materia ambientale a considerazioni geopolitiche e al rispetto dei diritti umani. In questo quadro, Biden ha detto ieri che potrebbe ridurre i dazi imposti alla Cina da Donald Trump. Un annuncio che può, sì, essere letto come una strategia di alternanza tra bastone e carota. Ma che può anche riflettere il clima caotico che si registra nell’amministrazione. A fine aprile, il sito Axios riferì d’altronde di una vera e propria spaccatura sul tema tra il Dipartimento del Tesoro (favorevole alla linea soft) e il Consiglio per la sicurezza nazionale (su posizioni più severe). Va da sé che questa confusione interna è aggravata dai problemi di leadership dell’attuale presidente: un fattore che rischia di compromettere la deterrenza nei confronti di Pechino. Non è del resto un mistero che il viaggio di Biden in estremo oriente è principalmente finalizzato a confermare l’impegno americano nell’area in funzione anticinese. È in tal senso che ieri il presidente ha detto che Mosca «deve pagare un prezzo a lungo termine» per l’invasione dell’Ucraina, mettendo in correlazione la crisi ucraina al dossier taiwanese. Non solo: sempre ieri Biden ha annunciato la nascita dell’Indo-Pacific Economic Framework for Prosperity: una nuova rete commerciale che, oltre agli Usa, comprende Australia, Brunei, India, Indonesia, Giappone, Corea del Sud, Malesia, Nuova Zelanda, Filippine, Singapore, Tailandia e Vietnam. La mossa è da intendersi ovviamente in funzione anticinese. E infatti proprio ieri il Global Times (organo del Partito comunista cinese) si è mostrato piuttosto critico verso l’iniziativa. Se la strategia di espandere l’influenza economica americana sull’Indo-Pacifico ha sicuramente un senso, questa nuova rete rischia però di incontrare due problemi. Dal punto di vista politico, essa non include Taiwan: un fattore che ha irritato Taipei e che potrebbe indebolire la credibilità dell’impegno dell’attuale Casa Bianca a favore dell’isola. In secondo luogo, Cnbc ha riferito che il network in questione non renderà il mercato statunitense granché accessibile ai Paesi aderenti: questo perché Biden è preoccupato da eventuali ricadute negative sui posti di lavoro in patria, secondo la medesima logica che portò Trump a stracciare la Trans Pacific Partnership nel 2017. D’altronde, i nodi economici e di politica interna sono rilevanti per la Casa Bianca, soprattutto in considerazione delle elezioni di metà mandato che si terranno a novembre. Insomma, Biden punta a dare segnali forti nell’Indo-Pacifico: oggi avrà in tal senso un incontro con i leader del Quad, per serrare i ranghi e cercare di far uscire l’India dalla sua ambiguità dal sapore filorusso. Tuttavia le divisioni in seno alla sua stessa amministrazione e le preoccupazioni di economia interna rischiano di fiaccare il suo obiettivo di salvaguardare la deterrenza ed estendere il soft power di Washington sull’area. La debole leadership di Biden ha bisogno di uno scatto di reni. O Pechino non esiterà ad approfittarne. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/pasticcio-biden-fa-il-duro-su-taiwan-casa-bianca-costretta-a-rettificare-2657374410.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-sauditi-vogliono-la-russia-nellopec" data-post-id="2657374410" data-published-at="1653330156" data-use-pagination="False"> I sauditi vogliono la Russia nell’Opec Alla fine dello scorso mese di marzo, il ministro dell’Energia degli Emirati, Suhail Al Mazrouei, riguardo la situazione della guerra tra Russia e Ucraina aveva dichiarato che l’Opec «non avrebbe mescolato il petrolio con la politica». Contemporaneamente Mosca ribadiva che la Russia non avrebbe esportato gas e petrolio gratuitamente, bensì cercato nuovi modi per rendere possibili e più semplici i pagamenti in rubli. Al Mazrouei aveva anche detto che l’unica missione dell’Opec+, ovvero l’organizzazione allargata ai produttori del cartello e alla Russia, attiva dal 2016 per coordinare la produzione, sarebbe stata quella di stabilizzare i mercati offrendo più fonti di forniture possibili anche se la produzione comandata da Mosca sarebbe stata in forte calo, come riportava ieri il Financial Times. Secondo il quotidiano finanziario inglese la Russia dall’inizio della guerra ha ridotto la sua produzione da circa 11 milioni di barili al giorno (marzo) a 10 milioni di barili (aprile), con la possibilità che le sanzioni spingano Mosca a ridurre fino a 3 milioni al giorno i barili qualora l’Unione europea approvasse l’embargo per tutti i Paesi membri. Ieri, però, il ministro dell’Energia saudita, il principe Abdulaziz bin Salman, ha dichiarato al quotidiano saudita Arab News: «Speriamo nell’accordo Opec+ e che questo includa la Russia, si tratta di un’alleanza necessaria», ribadendo comunque la necessità di escludere la politica dall’organizzazione allargata e di apprezzare «il valore dell’alleanza». Il principe ha anche dichiarato: «È prematuro parlare di come potrebbe essere il prossimo accordo, viste le incertezze del mercato, ma l’Opec+ potrebbe aumentare la produzione se ci fosse la domanda». L’importanza della dichiarazione sta nel fatto che essa rappresenta il sostegno alla Russia da parte di un alleato degli Usa che arriva proprio mentre l’Occidente cerca di isolare la produzione di greggio russo. L’intenzione araba è cercare di aumentare la produzione per compensare il calo dei barili russi e di quelli provenienti dal Kazakistan, anche con il possibile coinvolgimento dell’Iran come produttore ed esportatore. Del resto Eni, Exxon Mobil, Chevron, Shell e Total hanno grandi partecipazioni in Kazakistan, ma il petrolio lì prodotto ora fa fatica ad arrivare a causa dei problemi con il porto di Novorossiysk, all’estremo Est del Mar Nero, e con uno dei due oleodotti Caspian Pipeline Consortium, che attraverso l’Azerbaijan porta il greggio da Baku al porto russo. Nei Paesi arabi appartenenti all’Opec, Iran, Iraq e Azerbaijan e Bahrein sono si religione sciita, mentre tutti gli altri sono di prevalenza sunnita, che rappresentano l’80% dei musulmani nel mondo. La frase di Abdulaziz bin Salman suona quindi anche come un superamento di storiche divergenze. Tra meno di un mese, il segretario generale dell’Opec, Mohammad Sanusi Barkindo, parteciperà al sesto Iraq Energy Forum (Ief 2022) di Baghdad, Iraq, in un evento che si concentrerà sul tema: «Il Medio Oriente come pietra angolare della sicurezza energetica globale», trattando una serie di questioni chiave relative all’energia, tra cui la sicurezza energetica globale, la transizione energetica, le incertezze relative alla ripresa economica, gli investimenti e lo sviluppo sostenibile. Lo Ief 2022 promette discussioni stimolanti su alcune delle questioni più importanti dei nostri tempi, dalla sicurezza energetica globale al ruolo chiave del Medio Oriente nella transizione energetica.
Auro Bulbarelli (Ansa)
Insomma aveva pagato il pegno di aver divulgato una notizia vera e accertata, senza il permesso del Quirinale. Da qui il cartellino giallo nei suoi confronti e l’avvicendamento in corsa con il direttore Paolo Petrecca al microfono. Con tutto quel che ormai è cronaca acquisita e che persino il presidente di Mediaset Fedele Confalonieri ha commentato negativamente. Ridategli il microfono, scrivevamo ieri. E così sarà: sarà proprio Auro Bulbarelli, cronista sportivo di lungo corso, a raccontare la cerimonia di chiusura dei giochi olimpici invernali Milano-Cortina 2026. Non è una nostra vittoria, sia chiaro: non siamo così presuntuosi. Chiedevamo soltanto di rimettere le cose in ordine visto che Bulbarelli era stato designato come «voce» per la cerimonia di inaugurazione e poi sostituito per una colpa che non era una colpa: aver «spoilerato» il siparietto tra il capo dello Stato Sergio Mattarella e Valentino Rossi. Insomma aveva pagato il pegno di aver divulgato una notizia vera e accertata, senza il permesso del Quirinale. Da qui il cartellino giallo nei suoi confronti e l’avvicendamento in corsa con il direttore Paolo Petrecca al microfono. Con tutto quel che ormai è cronaca acquisita e che persino il presidente di Mediaset Fedele Confalonieri ha commentato negativamente.
Poiché nell’appello di ieri ci eravamo rivolti al Quirinale e soprattutto ai vertici Rai, sia all’amministratore delegato Giampaolo Rossi sia allo stesso Paolo Petrecca, chiedendo di riparare l’ingiustizia ai danni di un giornalista che aveva soltanto fatto il suo dovere, ora è giusto riconoscere loro il merito di questa scelta.
Lo ribadiamo: non crediamo di aver influito sulla scelta, se non in quella minuscola porzione che in tanti avranno portato alla causa, però la parola data va onorata: Rossi e Petrecca hanno compiuto la scelta più opportuna e più corretta e se l’hanno concordata con il Colle tanto meglio perché nemmeno lassù ci stavano facendo una bella figura: davvero si può penalizzare la Rai e i telespettatori perché viene anticipato lo sketch tra Mattarella e Valentino Rossi sul tram? Sembra difficile da accettare però questo era accaduto. E l’opposizione, cui non era sembrato vero poter azzannare il direttore di RaiSport compiendo il più facile degli attacchi, in questi giorni di polemiche non ha mai speso una parola a favore di Bulbarelli, neutralizzando così ogni suo commento e ogni suo giudizio velato di difesa dell’azienda e delle professionalità.
Dalla Schlein a Conte, nessuno ha difeso il diritto di Bulbarelli di raccontare - come da prima decisione interna all’azienda, sia chiaro - la cerimonia di inaugurazione; così come, da Conte alla Schlein, nessuno ha fatto cenni critici circa il ruolo del Quirinale rispetto alla esclusione. E questo vale anche per la presidente della commissione di Vigilanza Rai, Barbara Floridia (Cinquestelle), la quale non perde occasione per ergersi a paladina della tv pubblica: perché non ha chiesto lumi sulla esclusione di Bulbarelli? Perché non ha voluto vedere la consequenzialità dei fatti, ovvero l’anticipazione giornalistica del ruolo di Mattarella, le polemiche per lo spoiler «non concordato» (come se fosse un obbligo deontologico; e non lo è) e infine la collocazione in panchina del giornalista colpevole, perché?
Dunque, sono stati l’ad Giampaolo Rossi e il direttore Paolo Petrecca a rimediare ad una ingiustizia e a favorire il ritorno di colui che il pubblico Rai ha conosciuto nel tempo come voce autorevole del ciclismo. Pertanto, proprio noi che non risparmiamo critiche al primo e al secondo non vogliamo mancare di parola: ridate il microfono al collega Auro e ve ne renderemo merito. Così è: grazie per la scelta, è una vittoria di tutti. È una vittoria per Bulbarelli, designato in prima battuta per l’inaugurazione e quindi assolutamente competente anche per raccontare la chiusura. È una vittoria per i vertici, perché spengono le polemiche lasciando le opposizioni e i critici col cerino in mano. È una vittoria per la Rai perché la professionalità delle risorse interne torna alla sua sacrosanta valorizzazione. Ed è - last but not least - una vittoria per i telespettatori, siano essi appassionati di sport o solo curiosi delle grandi kermesse, poiché gli eventi seguono una loro liturgia che necessita di bravi giornalisti. La Rai, cui va riconosciuto il merito di una copertura importante, non poteva uscire dalle Olimpiadi con la «patacca» della ormai famigerata telecronaca di inaugurazione: doveva riscattare se stessa e chi dal divano ha scelto la tv pubblica rispetto ad altri broadcast che pure trasmettevano in chiaro i Giochi invernali. Il successo di ascolto vale come riconoscimento assegnato dai telespettatori. Finalmente il cerchio si chiude con Auro Bulbarelli che torna al suo posto di telecronista: lo spirito olimpico ha convinto anche coloro che, per reazione, avevano scelto l’opzione peggiore. Ora pensiamo al medagliere affinché sia il più ricco possibile. Così la festa di chiusura sarà ancora più bella.
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Il linguista Noam Chomsky in una foto con Jeffrey Epstein contenuta nei file Epstein e pubblicata dalla House Oversight Committee (Ansa)
Siamo solo all’inizio, gli Epstein files rilasciati sono milioni e pare ce ne siano altri 2 milioni ancora secretati, ma finora sono proprio le figure degli intellettuali quelle più tragicamente interessanti per comprendere l’abisso di orrore che si spalanca sotto l’isola di Epstein. Molti in questi giorni stanno citando il Marchese de Sade come chiave di lettura del mondo che ruotava attorno a Epstein ma, se per molti versi tale interpretazione è legittima, in sostanza si tratta di un’approssimazione che le menti sane sono costrette ad attuare perché disorientate dal teatro del Male. Sade, come intuì Pierre Klossowski, era una figura profondamente influenzata dalla morale e per tutta la vita perseguì la dissacrazione come dimostrazione illuminista della rivincita dell’uomo su Dio; Sade cercava l’isolamento per poter soddisfare i propri impulsi psicotici i quali, infatti, erano enormemente più distruttivi e trasgressivi nella sua fantasia che nella sua vita. Al contrario, l’interesse dominante che guidava Epstein erano i rapporti di potere, le reti, le relazioni, in un costante tentativo di coinvolgere sempre più pedofili e sempre più potenti in una rete che tendeva costantemente all’espansione, noncurante dei rischi, noncurante della sorveglianza, troppo al vertice del potere mondiale per preoccuparsi dei poteri avversi che avrebbero potuto contrastarla.
Sade rimane dentro il Cristianesimo e, soprattutto, dentro la teologia morale: è il giustificatore del peccato contro la debolezza dell’etica, perché tutti in realtà vorrebbero peccare ma solo i libertini ammettono che così facendo assecondano la Natura, unica e ultima realtà garante della grande forza che governa l’universo: la Distruzione. Epstein mette in piedi un sistema di potere che è un dispositivo magico, non basato sulla «rivalsa contro Dio» di Sade bensì totalmente fondato sull’idea di esseri umani come «magazzino» - Bestand, direbbe Heidegger - che possono essere utilizzati senza limite, senza cura e senza conseguenze per soddisfare i propri desideri perversi e raggiungere il fine magico del «superamento impunito del limite». Sta qui il cuore satanista del mondo che emerge dagli Epstein files, un mondo dove ciò che viene a mancare è l’idea stessa di «inappropriabile», un mondo in cui gli orchi delle fiabe non solo oltrepassano la pagina per divenire reali, ma trovano la loro nicchia di realtà ai vertici del potere mondiale, una fantasia alla quale nemmeno Sade attribuiva plausibilità e che lasciava alle pagine più utopiche della sua letteratura.
Il vero osceno di Epstein non consiste tanto nel suo essere il fornitore di perversioni per ricchi e potenti, quanto nell’esser riuscito a porre il Male al vertice del mondo, con l’adesione proprio di quegli intellettuali che questo mondo hanno teorizzato, non tanto pensandolo come estrema realizzazione di Sade quanto di coerente esito di Julien de La Mettrie, l’illuminista che scrisse L’uomo macchina, il teorico del materialismo nichilista che riduce l’uomo a un meccanismo guidato da piacere e dolore e che spiega ogni «morale relativa» in termini di istinto. Ed è proprio qui, in questo Illuminismo meccanicista, che bisogna guardare per capire gli esiti nichilisti del Novecento per come sono stati apertamente evocati dal Sessantotto della «trasgressione in funzione antiborghese» e della Tecnica indipendente da ogni limite umano, unica religione plausibile per un mondo di uomini-macchina dove i deboli sono semplicemente «magazzino» dei potenti, senza alcuna giustificazione o limite morale, anzi utilizzati proprio per dimostrare l’inconsistenza di ogni limite.
E così non deve affatto stupire l’adesione ideologica di Noam Chomsky al mondo di Jeffrey Epstein «mio miglior amico», così come non stupisce quella di Jack Lang, altro simbolo di quella «cultura del Sessantotto» che ha fatto del nichilismo il proprio rivendicato punto di riferimento e che ha provato a vendere al popolino una «morale laica e civile» per tenerlo buono mentre loro andavano da Epstein. In fondo nelle mail del guru della New Age, Deepak Chopra, dove si legge l’interesse per le feste «per soli peccatori» perché in fondo «Dio è un costrutto culturale ma le belle ragazze no», non c’è niente di incoerente: era detto tutto fin dall’inizio, anche in quel caso si è trattato di vendere prodotti ideologici di consumo al popolo per tenerlo buono mentre le élite novecentesche vivevano come i malvagi hanno sempre fatto, costruendo dispositivi di potere e piacere sulla base del pensiero calcolante, quello che riesce a soddisfare i bisogni dell’uomo-macchina sin nei minimi dettagli. Ma se un altro mondo esiste, esso non potrà che porsi in alternativa essenziale al pensiero calcolante, riconoscendo innanzitutto che l’uomo-macchina è l’esatto opposto della verità.
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Federica Brignone vince lo slalom gigante femminile ai Giochi olimpici invernali di Milano Cortina 2026 (Ansa)
La domenica di Milano-Cortina consegna all’Italia un’altra pagina piena di storia. Nel giro di 32 minuti, tra le 14:28 e le 15:00 sono arrivate due medaglie che permettono alla spedizione azzurra di raggiungere e superare il primato di 20 medaglie stabilito a Lillehammer nel 1994.
La firma indelebile su questa impresa è ancora quella di Federica Brignone, che dopo il SuperG conquista anche il gigante femminile e porta a venti il bottino complessivo azzurro. È il risultato che vale il momentaneo aggancio al primato di Lillehammer 1994, fin qui la miglior edizione di sempre per lo sport italiano ai Giochi invernali. Ma pochi minuti più tardi è arrivato anche il sigillo che mancava: la ventunesima medaglia, quella che riscrive il record. E a conquistarla è stata la coppia formata da Lorenzo Sommariva e Michela Moioli che hanno chiuso con il secondo posto che vale l'argento la gara del cross a squadre dello snowboard. Finita qui? Nemmeno per sogno. Alle 15:17 ecco l'ottava meraviglia che va a impreziosire il medagliere azzurro e spingere ancora più in alto il contatore. Nell’inseguimento 10 chilometri del biathlon, con una gara costruita al poligono, Lisa Vittozzi ha vinto la sua prima medaglia d'oro olimpica in carriera: 20 bersagli su 20, nessun errore. La trentunenne di Pieve di Cadore ha recuperato i 40 secondi accumulati nella sprint e ha chiuso con 28”8 di vantaggio sulla norvegese Maren Kirkeeide e 34”3 sulla finlandese Suvi Minkkinen. Un successo netto, senza appigli per le avversarie, maturato nella gestione delle serie al tiro e consolidato sugli sci.
Una gioia immensa arrivata mentre ancora al centro sciistico Tofane di Cortina d'Ampezzo si stava celebrando la discesa capolavoro della Tigre di La Salle. Già, perché nel gigante femminile Brignone ha costruito il successo nella prima manche, chiusa con un margine consistente sulle rivali, e ha poi gestito nella seconda senza sbavature. Il tempo finale, 2’13”50, le ha permesso di precedere di 62 centesimi la svedese Sara Hector e la norvegese Thea Louise Stjernesund, appaiate al secondo posto. Un doppio argento che ha tolto spazio al bronzo e lasciato ai piedi del podio Lara Della Mea, quarta a cinque centesimi dal secondo gradino. Per la valdostana è il secondo oro in questi Giochi e la quinta medaglia olimpica individuale, numeri che la proiettano davanti a Deborah Compagnoni nella graduatoria azzurra. È anche la prima sciatrice a vincere gigante e SuperG nella stessa Olimpiade.ì, eguagliando un altro mito dello sci azzurro come Alberto Tomba, che a Calgary 1988 aveva vinto due ori nello slalom gigante e nello slalom speciale. «Sono talmente senza parole che non riesco a capire cosa ho fatto. Nella prima manche sono stata tranquilla, fin troppo, e avevo paura di non essere aggressiva. Nella seconda ho pensato solo a sciare e spingere il più possibile», ha raccontato ai microfoni Rai. E ancora: «Al traguardo ho solo sentito urla e non ho capito più niente». Alle sue spalle, gara in rimonta per Della Mea, risalita fino a sfiorare la medaglia, mentre Sofia Goggia ha chiuso decima dopo una seconda manche più complicata. Più indietro Asja Zenere, quattordicesima.
Poco prima dello sci alpino era arrivato il bronzo della staffetta maschile 4x7,5 km di fondo. Il quartetto composto da Davide Graz, Elia Barp, Martino Carollo e Federico Pellegrino ha chiuso alle spalle di Norvegia e Francia, superando la Finlandia nell’ultima frazione grazie alla rimonta del portabandiera. «Siamo qui per una medaglia. Una gara di squadra, a casa, significa tantissimo», ha detto Graz. Pellegrino completa così il quadro dei portabandiera italiani saliti sul podio a questi Giochi.
Con l’oro di Brignone e Vittozzi, l'argento di Sommariva-Moioli e il bronzo del fondo, l’Italia tocca quota 22 medaglie poco oltre la metà del programma. Il riferimento che fin qui è stato quello di Lillehammer, ormai non c'è più. D'ora in poi l'asticella sarà fissata su Milano-Cortina e la sensazione è che la soglia possa essere ulteriormente superata già nelle prossime giornate. Per ora c’è un dato: il record è stato superato e farlo in casa rende tutto ancora più magico.
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