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2018-11-17
Parigi è quasi araba e si indigna per Riace
ANSA
Prima si era paragonato a un oppositore del Terzo Reich («Anche le leggi del periodo nazista erano legalità, ma averle osservate è stato un dramma per l'umanità»). Poi aveva proiettato la sua cittadina nell'eternità dell'epica omerica («Più la colpiscono e più rendono mitica Riace, proprio come Troia»). Insomma, l'ego di Mimmo Lucano di tutto aveva bisogno tranne che il Comune di Parigi si occupasse di lui.
E invece ci tocca vedere anche questo, ben consapevoli che la cosa non farà affatto bene a quel «delirio da sovraesposizione» constatato da una fonte al di sopra di qualsiasi sospetto, come il prefetto Mario Morcone, presidente del Consiglio italiano per i rifugiati, già direttore del Dipartimento che si occupava dei richiedenti asilo.
I fatti: il consiglio comunale della capitale francese ha approvato una delibera in sostegno del sindaco di Riace. Nel documento si legge che «la decisione della giustizia italiana di sospendere il primo cittadino dal suo incarico di primo cittadino è una decisione politica inaccettabile». L'iniziativa di sostegno a Mimmo Lucano è stata promossa dai gruppi Communistes-Front de Gauche, Groupe écologiste e Génération.s. Nel testo si esprime quindi l'auspicio che il sindaco Anne Hidalgo inviti Lucano in città «a testimonianza del sostegno della città di Parigi». Nel testo approvato si plaude alle «eccezionali azioni di solidarietà realizzate da Domenico Lucano» nell'accoglienza dei migranti, in quanto «il sindaco di Riace ha dimostrato che una tale politica è possibile a livello comunale e che è compatibile con il rispetto, la dignità e il benessere dei suoi abitanti».
Alla Hidalgo viene quindi chiesto di «scrivere all'ambasciata della Repubblica italiana per condividere la preoccupazione del Consiglio di Parigi rispetto al trattamento subito da Domenico Lucano». Alla prima cittadina di Parigi viene anche chiesto di «rivolgersi ai propri omologhi sindaci italiani» per riaffermare «la necessaria protezione dei rappresentanti locali e testimoniare solidarietà al sindaco di Riace».
Un appello che non dovrebbe cadere nel vuoto, se è vero che la Hidalgo, già all'epoca in cui fu emesso il divieto di dimora nei confronti del controverso primo cittadino, twittò: «Solidarietà totale a Domenico Lucano, sindaco di Riace condannato all'esilio per aver accolto dei migranti». Il tutto condito dagli hashtag «Riace non si arresta» e «Riace in ogni città». Si noterà, di sfuggita, che né in questi tweet, né nella delibera si fa menzione delle gravi accuse che pendono sul capo di Lucano. Da apprezzare anche la faccia tosta con cui un divieto di dimora, misura ovviamente temporanea e che viene regolarmente comminata a migliaia di altri normalissimi cittadini italiani, viene spacciato per il più drastico e poetico «esilio». Il sindaco che accoglie coloro che sono scacciati dalle loro terre diventa a sua volta esule: perfetto, per costruire una narrazione strappalacrime, ma decisamente poco aderente alla realtà.
Quanto invece all'idea di costruire una «Riace in ogni città», la Hidalgo sembra comunque già di suo sulla buona strada: pensiamo solo ai ragazzini nordafricani che scorrazzano per le strade del quartiere della Goutte-d'Or, violenti e drogati che di notte vanno a dormire nelle lavatrici automatiche, come avevamo documentato a suo tempo. Non è certo l'unica situazione a rischio della capitale parigina, che ha serissimi problemi di ordine pubblico in tutta la sua periferia. Tanto che verrebbe da dire che è stata semmai la capitale francese a esportare un modello: una banlieue in ogni città.
L'attrazione della Francia per Lucano non è del resto nuova: alla fine di ottobre, un appello per la sua «liberazione immediata» era stato diffuso sui media (se ne trova traccia per esempio sul sito de L'Humanité, l'ex organo ufficiale del Partito comunista francese).
Il tono è da ciclostilato dei collettivi degli anni Settanta: «Di fronte all'offensiva scatenata contro i migranti, i poveri e coloro che li sostengono dal ministro dell'Interno italiano, Matteo Salvini, noi denunciamo questo arresto e affermiamo pubblicamente la nostra solidarietà piena e integrale con coloro che, come Mimmo Lucano, sono entrati in lotta o si apprestano a farlo». Seguiva una lista dei primi firmatari: Mireille Alphonse, vicesindaco di Montreuil, Clémentine Autain, deputata de La France Insoumise, Bally Bagayoko, vicesindaco di Saint Denis, Joel Besse, sindaco di Tarnac Philippe Bouyssou, sindaco d'Ivry-sur-Seine, Elsa Faucillon, deputata del partito comunista, e così via.
Alcuni delle città citate, con amministratori così attenti alla cronaca italiana e all'eterno rischio fascismo che incomberebbe sull'Italia, sono peraltro collocate proprio in quelle periferie violente e completamente arabizzate di cui si diceva: pensiamo a Montreuil, a Saint Denis, a Ivry-sur-Seine. Comuni che forse avrebbero bisogno di uscire da questo trip ideologico e cominciare a guardare in faccia i problemi derivanti da quell'immigrazione incontrollata che loro sembrano volere, invece, con ancor meno controlli.
Adriano Scianca
L’imam che esultò per Charlie Hebdo fa la star nelle moschee di Torino
In Tunisia gli hanno vietato di fare sermoni, in Quebec gli hanno impedito di tenere una conferenza e, dove va a predicare il suo islam radicale, l'imam estremista finito pure in galera? Ma in Italia, ovviamente. E per la precisione a Torino dove, in queste ore Béchir Ben Hassen, l'uomo che nel 2015 giustificò l'attentato a Charlie Hebdo sostenendo, in buona sostanza, che quei giornalisti se l'erano andata a cercare, sta facendo il tour delle moschee per parlare di Maometto, di legge coranica e perché no, per cercare proseliti alla sua visione integralista contraria alla libertà di opinione, all'alcol e ai festeggiamenti di qualsiasi tipo.
Non è uno scherzo: due giorni fa, il predicatore, arrivato in città è stato accolto come un divo nella moschea di corso Giulio Cesare, mentre, ieri, avrebbe visitato quella di via Saluzzo, senza che nessuno trovasse nulla di particolarmente strano, nella sua presenza.
Eppure Béchir Ben Hassen, membro dell'Unione mondiale degli studiosi dell'Islam, è ben noto per le sue posizioni estremiste.
Durante una diretta su internet, seguitissima dai suoi numerosi seguaci (sono più di 50.000 i fanatici che lo seguono sul web) il 10 gennaio del 2015 parlando della strage di Charlie Hebdo sostenne che «la punizione per chiunque insulti il profeta Maometto è la morte e dovrà essere punito». A causa delle sue prediche radicali, persino in Tunisia, Paese a maggioranza musulmana, la sua presenza non è ben tollerata.
Già dal 2012 le autorità tunisine lo tenevano d'occhio. A quel tempo l'imam si era avvicinato al capo della Fratellanza musulmana tunisina, Rached Ghannouchi, con il quale, a quanto risulta, avrebbe voluto proporre un referendum per applicare la sharia in Tunisia. E in seguito, anche nei momenti più caldi del terrorismo di matrice islamica, non fece mai segreto delle proprie convinzioni arrivando, in diverse occasioni pubbliche, a professare apertamente l'astinenza dall'alcol, sostenendo che la vendita dovrebbe essere vietata, ad esprimersi contro l'emancipazione femminile e a sostenere che molti festeggiamenti (tra cui quello di San Valentino) andrebbero aboliti. Per questo lo Stato tunisino, lo scorso marzo, accogliendo le proteste dei moderati, ha deciso di vietargli la possibilità di tenere orazioni pubbliche.
E in Quebec non gli è andata meglio. Nel marzo del 2015 l'Università di Laval aveva programmato una lezione contro la radicalizzazione islamica che prevedeva anche la sua presenza. Prima dell'evento, però, ci fu una levata di scudi da parte della politica: «Siamo interdetti nell'apprendere che quest'uomo a cui sono vietati i sermoni in Tunisia, che è stato cacciato da una moschea e arrestato dall'Interpol nel 2013 abbia il diritto di venire a spiegare ai nostri studenti come prevenire la radicalizzazione», sostenne pubblicamente la deputata Nathalie Roy, ottenendo la cancellazione di quello e di tutto il ciclo di incontri a cui il predicatore aveva previsto di partecipare.
Recentemente, in Francia Ben Hassen è stato condannato a sei mesi di carcere per aver diffamato un professore svizzero, mentre in Marocco è stato pure arrestato, dietro mandato dell'Interpol, per essersi rifiutato di concedere alla ex moglie la custodia dei loro quattro figli.
Nonostante questo, lo scorso ottobre, l'imam è stato ospite della comunità musulmana trentina e ha predicato nelle moschee di Trento, già segnalate come possibili focolai di radicalizzazione terroristica, mentre ora è Torino ad accoglierlo a braccia aperte.
Alessia Pedrielli
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Il consiglio comunale della capitale francese approva una delibera in sostegno di Mimmo Lucano: «Sua sospensione inaccettabile». A quanto pare le periferie in fiamme e le bande di migranti violenti che girano per la città transalpina non hanno insegnato nulla.L'imam che esultò per Charlie Hebdo fa la star nelle moschee di Torino. Béchir Ben Hassen aveva giustificato il terrorismo. Ora ha tenuto due sermoni in Italia.Lo speciale comprende due articoli.Prima si era paragonato a un oppositore del Terzo Reich («Anche le leggi del periodo nazista erano legalità, ma averle osservate è stato un dramma per l'umanità»). Poi aveva proiettato la sua cittadina nell'eternità dell'epica omerica («Più la colpiscono e più rendono mitica Riace, proprio come Troia»). Insomma, l'ego di Mimmo Lucano di tutto aveva bisogno tranne che il Comune di Parigi si occupasse di lui. E invece ci tocca vedere anche questo, ben consapevoli che la cosa non farà affatto bene a quel «delirio da sovraesposizione» constatato da una fonte al di sopra di qualsiasi sospetto, come il prefetto Mario Morcone, presidente del Consiglio italiano per i rifugiati, già direttore del Dipartimento che si occupava dei richiedenti asilo. I fatti: il consiglio comunale della capitale francese ha approvato una delibera in sostegno del sindaco di Riace. Nel documento si legge che «la decisione della giustizia italiana di sospendere il primo cittadino dal suo incarico di primo cittadino è una decisione politica inaccettabile». L'iniziativa di sostegno a Mimmo Lucano è stata promossa dai gruppi Communistes-Front de Gauche, Groupe écologiste e Génération.s. Nel testo si esprime quindi l'auspicio che il sindaco Anne Hidalgo inviti Lucano in città «a testimonianza del sostegno della città di Parigi». Nel testo approvato si plaude alle «eccezionali azioni di solidarietà realizzate da Domenico Lucano» nell'accoglienza dei migranti, in quanto «il sindaco di Riace ha dimostrato che una tale politica è possibile a livello comunale e che è compatibile con il rispetto, la dignità e il benessere dei suoi abitanti». Alla Hidalgo viene quindi chiesto di «scrivere all'ambasciata della Repubblica italiana per condividere la preoccupazione del Consiglio di Parigi rispetto al trattamento subito da Domenico Lucano». Alla prima cittadina di Parigi viene anche chiesto di «rivolgersi ai propri omologhi sindaci italiani» per riaffermare «la necessaria protezione dei rappresentanti locali e testimoniare solidarietà al sindaco di Riace». Un appello che non dovrebbe cadere nel vuoto, se è vero che la Hidalgo, già all'epoca in cui fu emesso il divieto di dimora nei confronti del controverso primo cittadino, twittò: «Solidarietà totale a Domenico Lucano, sindaco di Riace condannato all'esilio per aver accolto dei migranti». Il tutto condito dagli hashtag «Riace non si arresta» e «Riace in ogni città». Si noterà, di sfuggita, che né in questi tweet, né nella delibera si fa menzione delle gravi accuse che pendono sul capo di Lucano. Da apprezzare anche la faccia tosta con cui un divieto di dimora, misura ovviamente temporanea e che viene regolarmente comminata a migliaia di altri normalissimi cittadini italiani, viene spacciato per il più drastico e poetico «esilio». Il sindaco che accoglie coloro che sono scacciati dalle loro terre diventa a sua volta esule: perfetto, per costruire una narrazione strappalacrime, ma decisamente poco aderente alla realtà. Quanto invece all'idea di costruire una «Riace in ogni città», la Hidalgo sembra comunque già di suo sulla buona strada: pensiamo solo ai ragazzini nordafricani che scorrazzano per le strade del quartiere della Goutte-d'Or, violenti e drogati che di notte vanno a dormire nelle lavatrici automatiche, come avevamo documentato a suo tempo. Non è certo l'unica situazione a rischio della capitale parigina, che ha serissimi problemi di ordine pubblico in tutta la sua periferia. Tanto che verrebbe da dire che è stata semmai la capitale francese a esportare un modello: una banlieue in ogni città. L'attrazione della Francia per Lucano non è del resto nuova: alla fine di ottobre, un appello per la sua «liberazione immediata» era stato diffuso sui media (se ne trova traccia per esempio sul sito de L'Humanité, l'ex organo ufficiale del Partito comunista francese). Il tono è da ciclostilato dei collettivi degli anni Settanta: «Di fronte all'offensiva scatenata contro i migranti, i poveri e coloro che li sostengono dal ministro dell'Interno italiano, Matteo Salvini, noi denunciamo questo arresto e affermiamo pubblicamente la nostra solidarietà piena e integrale con coloro che, come Mimmo Lucano, sono entrati in lotta o si apprestano a farlo». Seguiva una lista dei primi firmatari: Mireille Alphonse, vicesindaco di Montreuil, Clémentine Autain, deputata de La France Insoumise, Bally Bagayoko, vicesindaco di Saint Denis, Joel Besse, sindaco di Tarnac Philippe Bouyssou, sindaco d'Ivry-sur-Seine, Elsa Faucillon, deputata del partito comunista, e così via. Alcuni delle città citate, con amministratori così attenti alla cronaca italiana e all'eterno rischio fascismo che incomberebbe sull'Italia, sono peraltro collocate proprio in quelle periferie violente e completamente arabizzate di cui si diceva: pensiamo a Montreuil, a Saint Denis, a Ivry-sur-Seine. Comuni che forse avrebbero bisogno di uscire da questo trip ideologico e cominciare a guardare in faccia i problemi derivanti da quell'immigrazione incontrollata che loro sembrano volere, invece, con ancor meno controlli. Adriano Scianca<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/parigi-e-quasi-araba-e-si-indigna-per-riace-2620115747.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="limam-che-esulto-per-charlie-hebdo-fa-la-star-nelle-moschee-di-torino" data-post-id="2620115747" data-published-at="1768353438" data-use-pagination="False"> L’imam che esultò per Charlie Hebdo fa la star nelle moschee di Torino In Tunisia gli hanno vietato di fare sermoni, in Quebec gli hanno impedito di tenere una conferenza e, dove va a predicare il suo islam radicale, l'imam estremista finito pure in galera? Ma in Italia, ovviamente. E per la precisione a Torino dove, in queste ore Béchir Ben Hassen, l'uomo che nel 2015 giustificò l'attentato a Charlie Hebdo sostenendo, in buona sostanza, che quei giornalisti se l'erano andata a cercare, sta facendo il tour delle moschee per parlare di Maometto, di legge coranica e perché no, per cercare proseliti alla sua visione integralista contraria alla libertà di opinione, all'alcol e ai festeggiamenti di qualsiasi tipo. Non è uno scherzo: due giorni fa, il predicatore, arrivato in città è stato accolto come un divo nella moschea di corso Giulio Cesare, mentre, ieri, avrebbe visitato quella di via Saluzzo, senza che nessuno trovasse nulla di particolarmente strano, nella sua presenza. Eppure Béchir Ben Hassen, membro dell'Unione mondiale degli studiosi dell'Islam, è ben noto per le sue posizioni estremiste. Durante una diretta su internet, seguitissima dai suoi numerosi seguaci (sono più di 50.000 i fanatici che lo seguono sul web) il 10 gennaio del 2015 parlando della strage di Charlie Hebdo sostenne che «la punizione per chiunque insulti il profeta Maometto è la morte e dovrà essere punito». A causa delle sue prediche radicali, persino in Tunisia, Paese a maggioranza musulmana, la sua presenza non è ben tollerata. Già dal 2012 le autorità tunisine lo tenevano d'occhio. A quel tempo l'imam si era avvicinato al capo della Fratellanza musulmana tunisina, Rached Ghannouchi, con il quale, a quanto risulta, avrebbe voluto proporre un referendum per applicare la sharia in Tunisia. E in seguito, anche nei momenti più caldi del terrorismo di matrice islamica, non fece mai segreto delle proprie convinzioni arrivando, in diverse occasioni pubbliche, a professare apertamente l'astinenza dall'alcol, sostenendo che la vendita dovrebbe essere vietata, ad esprimersi contro l'emancipazione femminile e a sostenere che molti festeggiamenti (tra cui quello di San Valentino) andrebbero aboliti. Per questo lo Stato tunisino, lo scorso marzo, accogliendo le proteste dei moderati, ha deciso di vietargli la possibilità di tenere orazioni pubbliche. E in Quebec non gli è andata meglio. Nel marzo del 2015 l'Università di Laval aveva programmato una lezione contro la radicalizzazione islamica che prevedeva anche la sua presenza. Prima dell'evento, però, ci fu una levata di scudi da parte della politica: «Siamo interdetti nell'apprendere che quest'uomo a cui sono vietati i sermoni in Tunisia, che è stato cacciato da una moschea e arrestato dall'Interpol nel 2013 abbia il diritto di venire a spiegare ai nostri studenti come prevenire la radicalizzazione», sostenne pubblicamente la deputata Nathalie Roy, ottenendo la cancellazione di quello e di tutto il ciclo di incontri a cui il predicatore aveva previsto di partecipare. Recentemente, in Francia Ben Hassen è stato condannato a sei mesi di carcere per aver diffamato un professore svizzero, mentre in Marocco è stato pure arrestato, dietro mandato dell'Interpol, per essersi rifiutato di concedere alla ex moglie la custodia dei loro quattro figli. Nonostante questo, lo scorso ottobre, l'imam è stato ospite della comunità musulmana trentina e ha predicato nelle moschee di Trento, già segnalate come possibili focolai di radicalizzazione terroristica, mentre ora è Torino ad accoglierlo a braccia aperte. Alessia Pedrielli
iStock
Tutto nasce dalla volontà, assolutamente legittima, del governo e della Lega calcio di mettere una pezza a una delle piaghe dilaganti del calcio italiano: «Il pezzotto». Migliaia di tifosi che anziché pagare un regolare abbonamento per guardasi comodamente seduti davanti a uno schermo il match della loro squadra del cuore, preferiscono collegarsi a qualche emittente pirata. Tant’è che la legge del 2023 prevede proprio che questi siti debbano essere oscurati entro 30 minuti dal momento in cui vengono colti in flagranza.
Il punto è chi debba farlo. E qui entrano in scena Cloudflare e l’authority che regola, vigila e sanziona su tutto quello succede nel settore delle telecomunicazioni.
L’Agcom ha chiesto al colosso della rete guidato dall’ad Matthew Prince di intervenire per stoppare i collegamenti alle piattaforme illegali. In buona sostanza deindicizzare i siti pirata. Non solo. Perché l’input è quello di fornire i dati relativi ai clienti che si adoperano per bypassare illegalmente gli abbonamenti.
Risposta. Non se ne parla nemmeno. E non da adesso. Il secco diniego è reiterato e non ha mai lasciato trasparire possibilità di ripensamenti.
Motivo? Innanzitutto c’è una questione di merito e di salvaguardia dell’integrità della rete. Censurare dei siti non è il mestiere di Cloudflare che se dovesse acconsentire alle richieste italiane si esporrebbe a potenziali richieste simili anche da parte di governi autoritari. Perderebbe quindi un’arma difensiva fondamentale per garantire la neutralità di Internet. La nostra credibilità - è il concetto espresso dall’amministratore delegato Matthew Prince - deriva proprio dal fatto di non essere influenzati dalle decisioni dei singoli esecutivi.
Poi c’è un problema tecnico non indifferente. L’operazione invocata dall’Agcom potrebbe bloccare centinaia di altre piattaforme assolutamente in regola. Il punto è che si agisce sugli indirizzi IP e non solo sui domini e quindi se dovessero essere oscurate anche le applicazioni digitali perfettamente in regola, la credibilità dell’intermediario ne uscirebbe demolita.
E infine il dilemma economico. Il giro d’affari di Cloudflare in Italia è di circa 7 milioni di euro, che equivale allo 0,5% del fatturato globale dell’azienda. Insomma, è il ragionamento dei vertici del gruppo, ci stanno chiedendo di rivoluzionare un sistema che funziona senza intoppi in tutto il mondo per un mercato marginale e rispetto al quale c’erano anche importanti piani di sviluppo?
Impossibile evitare lo scontro. Che è deflagrato con la multa da circa 14 milioni di euro che ha fatto andare su tutte le furie Prince, il manager del gruppo che ha prima denunciato una deriva da censura. Quindi ha promesso azioni clamorose. Che partono dalla rimozione dei servizi gratuiti alle città italiane e dei progetti di investimento sul nostro Paese e arrivano fino allo stop alle operazioni di cybersecurity legati alle Olimpiadi di Milano-Cortina. Con tanto di coinvolgimento di Musk e Vance.
Insomma, la questione rischia di diventare di politica internazionale. Per Prince infatti sarebbe in gioco la libertà di parola e di espressione che sarebbe attaccata da «un gruppo di decisori politici europei fuori dal mondo e molto disturbati».
Stati Uniti contro Europa. Uno schema che è molto caro all’amministrazione Trump e in particolare al vicepresidente Vance. Diciamo pure che la situazione sta sfuggendo di mano e per evitare che deflagri sarebbero necessari interventi di mediazione a un livello elevato.
Ci sta provando il senatore della Lega Claudio Borghi che nelle ultime ore ha cercato di gettare acqua sul fuoco: «Ho letto il messaggio di Prince con grande preoccupazione. L’Agcom è un’autorità indipendente: la sanzione non è quindi una decisione del governo. È tuttavia possibile che il provvedimento derivi dall’applicazione della normativa antipirateria, pensata per contrastare i siti illegali che replicano piattaforme di pay-TV. È impossibile, per un governo o per il Parlamento, impartire indicazioni operative a un’autorità indipendente. Posso però assicurare che faremo tutto il possibile per verificare se vi siano stati fraintendimenti in merito al ruolo di Cloudflare...». Mentre le verifiche sono in corso però la polemica non si placa. E c’è la quasi certezza che quella descritta sia solo la prima puntata di una serie che nessun sito pirata riuscirà ad oscurare. Con Cloudfare che starebbe valutando diversi scenari di risposta alla multa.
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«I sette quadranti» (Sky)
Eppure, per le ragioni di cui sopra, per il traino che la coppia Chibnall-Christie saprebbe assicurare a qualsivoglia prodotto, non c'è nemmeno un'ombra di noia ad oscurarne l'arrivo. I sette quadranti, al debutto su Sky nella prima serata di giovedì 15 gennaio, è accompagnata dalla promessa di regalare a chiunque, amante del whodunit o meno, una parvenza di felicità. O, senza tanta enfasi e poesia, un po' di intrattenimento degno di questo nome.Lo show, creato ancora una volta da Chibnall e interpretato, tra gli altri, da Helena Bonham-Carter e Martin Freeman, rilegge la storia così come Agatha Christie l'ha scritta.
Torna indietro, dunque, all'Inghilterra ricca e sfarzosa del 1925, ad un'immensa villa di campagna, teatro di una vacanza d'élite. Erano partiti con il solo intento di proseguire la loro vita d'agi altrove, lontano dalla città, i ragazzi protagonisti della serie. Erano ricchi, di nobile lignaggio. Si conoscevano e giocavano. E di giochi avrebbero voluto parlare per l'intera durante del weekend fuoriporta, se solo la morte non avesse fatto irruzione nella villa. Uno dei giovani, preso in giro dal gruppo perché pigro la mattina, viene trovato morto nel suo letto, accanto a lui sette sveglie. I ragazzi inorridiscono. L'amico è morto, circondato dagli stessi orologi con i quali, una di quelle mattine, avrebbero voluto giocargli uno scherzo. Da piani, avrebbero dovuto essere otto. Invece, quella mattina sarebbero state sette.
Perché, per come, è tutto da vedersi.Sulla morte, per nulla accidentale, comincia ad indagare la giovane protagonista de I sette quadranti, versione tv: Lady Eileen Bundle Brent, giovane, brillante e curiosa, dotata di un istinto fuori dal comune. Tocca a lei rivelare che quel delitto non è colposo, ma premeditato, parte di un complotto ben più ampio. Il tutto, mentre segreti, false piste e intrighi politici emergono uno dopo l’altro.
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Maurizio Belpietro commenta la generosità e l’affetto dimostrato dagli italiani nei confronti del vicebrigadiere Emanuele Marroccella. La raccolta fondi della «Verità» ha già raccolto 238.000 euro in quattro giorni.