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2021-05-13
Quarant'anni fa l'attentato a Giovanni Paolo II
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Piazza san Pietro, 13 maggio 1981: Karol Wojtyla colpito dalla pistola di Alì Agca (Getty Images)
I colpi esplosi a distanza ravvicinata (3,5 metri) da una Browning calibro 9 colpirono il pontefice all'addome, provocando una grave ferita addominale che trapassò il corpo uscendo dalla zona sacrale con il proiettile che terminò la sua corsa sul sedile della papamobile, una Fiat Campagnola aperta e senza alcuna protezione. Un altro proiettile lo colpirà di striscio al braccio destro, ferendo di rimbalzo due donne di cittadinanza statunitense, Ann Orde e Rose Hall. L'attentatore, capelli corti scuri e pelle olivastra, è braccato pochi istanti dopo, mentre il Papa si accasciava sul sedile della Campagnola in corsa verso il Policlinico Gemelli. Si trattava di Mehmet Alì Agca, un cittadino turco di 23 anni affiliato al gruppo terroristico di estrema destra "Lupi Grigi" da poco evaso dal carcere in Turchia per l'assassinio nel 1979 del giornalista del quotidiano Milliyet Abdi Ipecki. Portato in carcere e interrogato mentre Karol Woytila lottava tra la vita e la morte, Agca fornirà subito dichiarazioni contraddittorie dichiarandosi filocomunista. Il giallo si infittiva già nelle ore immediatamente successive all'attentato, quando dalle dichiarazioni dei molti testimoni che si trovavano a poca distanza dal Pontefice emersero divergenze e contraddizioni soprattutto sul numero dei colpi esplosi (secondo alcuni tre o addirittura quattro) e sulla presenza di uno o più complici. La tesi che avrebbe messo in dubbio fin da subito l'azione di un "lupo solitario" fu supportata da una fotografia scattata da un corrispondente televisivo di una rete di Detroit affiliata alla ABC. Presente in Piazza San Pietro durante un periodo di vacanza, Lowell Newton riuscì a fotografare pochi istanti dopo la sparatoria, un uomo di spalle con una pistola in mano intento alla fuga.
La condanna di Agca all'ergastolo sarà veloce, la sentenza pronunciata dalla Corte d'Assise già il 22 luglio successivo (senza appello da parte della difesa dell'imputato) ma da quel momento in poi la grande sfida sarebbe stata quella di individuare complici e soprattutto i mandanti dell'attentato a quel Papa che stava cambiando gli equilibri del mondo. La prima ipotesi ad emergere dalle indagini e dagli interrogatori dell'attentatore in carcere fu forse la più logica ed ipoteticamente più credibile vista la situazione internazionale nel 1981 e l'appoggio del Papa polacco al sindacato cattolico Solidarnosc. Quella che si delineò per prima, era una pista che passava dalla Bulgaria, e fu percorsa durante la prima fase delle indagini coordinate dal giudice istruttore Ilario Martella. L'idea di fondo era che il mandante finale fosse il KGB, il servizio segreto sovietico, che avrebbe agito tramite l'intelligence del paese satellite Bulgaria. Un' ipotesi supportata anche dal fatto che la capitale Sofia era nota per essere un punto nevralgico della mafia turca per il traffico di droga proveniente da oriente. Qui sarebbero stati reclutati Agca e gli ipotetici complici, riforniti di armi e di appoggi a Roma per compiere l'attentato del secolo. Ali Agca, interrogato in carcere, fece il nome di due cittadini bulgari residenti nella Capitale: si trattava di Sergej Antonov, caposcalo della compagnia aerea Balkan Air, e di Jelo Vassilev, addetto militare dell'ambasciata bulgara. Il killer turco li avrebbe incontrati a Roma dopo un breve soggiorno di copertura all'università per stranieri di Perugia. Durante il periodo degli interrogatori e dell'ipotesi della pista bulgara Agca mantenne sempre un atteggiamento ambiguo e spesso contraddittorio, indicando durante l'iter processuale l'esistenza di una rete di complici appartenenti ai Lupi Grigi ed alla mafia turca. Tra di essi figurava il presunto complice Oral Celik ritratto in piazza San Pietro dal giornalista americano anche lui membro di spicco dei Lupi Grigi. Assieme ad Agca aveva passato un periodo di latitanza in Iran e successivamente in Bulgaria, dove la rete dei terroristi panturchi latitanti aveva trovato una base sicura, con collegamenti con le associazioni nazionalistiche degli emigrati turchi anche in Germania occidentale. Tra i complici dell'attentato del 13 maggio oltre a Celik, l'imputato indicherà agli inquirenti i nomi di Bekir Celenk (deceduto in carcere nel 1985) Omer Bagci (che avrebbe fornito in Svizzera la pistola Browning) e Musa Serdar Celebi (ai vertici dell'associazione panturca in Germania Ovest). La pista bulgara, seguita fino alla metà degli anni ottanta, non mancava tuttavia di mostrare ombre che minacciavano di minarne le fondamenta. Una di queste fu l'ipotesi che il depistaggio verso le responsabilità di Mosca e dei servizi bulgari (e della Stasi tedesco-orientale) fossero state suggerite ad Agca dopo l'omicidio, durante la carcerazione ad Ascoli Piceno. Il killer turco aveva infatti condiviso la cella con uno degli esponenti più feroci e potenti delle Brigate Rosse, Giovanni Senzani (autore dell'omicidio del fratello del pentito Patrizio Peci) il quale, oltre ad insegnare l'italiano ad Agca, si pensò avesse potuto costruire ad hoc la pista bulgara come depistaggio per coprire ipotetiche responsabilità altrui, che emergeranno più tardi. Uno degli aspetti più controversi della vicenda giudiziaria riguardava l'appartamento romano di Sergej Antonov, che Agca descrisse minuziosamente fornendo addirittura una piantina della casa. Dalla descrizione dell'interno, tuttavia, emerse una contraddizione in quanto l'imputato insistette di avere notato una porta a soffietto tra due stanze, che in realtà non esisteva. La porta in questione era in realtà presente nell'appartamento al piano inferiore dello stabile, abitato da Padre Felix Morlion, un prete messicano presente in Italia sin dal dopoguerra e noto come confidente della CIA tramite l'associazione "Pro Deo" da lui fondata. La conferma venne successivamente da Giulio Andreotti che conosceva l'abitazione del prete anticomunista durante una delle udienze del processo. Proseguendo nel proprio comportamento camaleontico, Agca montava e smontava in breve tempo le indagini, facendo dichiarazioni che si intrecciavano col caso della sparizione di Emanuela Orlandi, che secondo il turco sarebbe stata rapita dai servizi occidentali per ottenere la sua scarcerazione. In quel periodo emerse anche l'ipotesi che l'attentatore del Papa fosse entrato in contatto con il SISMI nella persona di Francesco Pazienza, che secondo Agca avrebbe insistito sull'attribuzione dell'attentato ai servizi segreti dei Paesi dell'Est, idea apertamente supportata da Michael Ledeen l'accademico e consigliere della Difesa Usa che nei giorni dell'attentato a Wojtyla si trovava di stanza a Roma e a stretto contatto con i servizi segreti italiani. Durante la lunga fase processuale che vide la carcerazione del solo Ali Agca, il detenuto fece ulteriori dichiarazioni sulle presunte responsabilità che coinvolgevano il cardinale Agostino Casaroli così come l'Ayatollah Khomeini. Nel 2000 la domanda di grazia fu firmata da Carlo Azeglio Ciampi con il nulla osta del Vaticano e il killer fu estradato in Turchia per terminare di scontare la pena per l'assassinio del giornalista Ipecki. Verrà scarcerato definitivamente nel 2010.
Accanto all'inchiesta giudiziaria sull'attentato a Wojtyla si sono affiancate ipotesi di origine religiosa, principalmente legati al terzo mistero di Fatima e a San Pio da Pietrelcina. Nel primo caso la premonizione dell'attentato al Papa fu il risultato di una delle visioni della Vergine trascritta solo nel 1944 dall'unica pastorella sopravvissuta e divenuta suor Lucia. La visione, svelata poi dallo stesso Wojtyla nel Giubileo del 2000, mostrò un vescovo vestito di bianco trascinarsi verso la sommità di un monte per essere poi ucciso barbaramente dalla soldataglia. Giovanni Paolo II, molto devoto alla Madonna di Fatima, volle donare come ex voto il proiettile che lo aveva trapassato che sarà incastonato nella corona della Vergine nel santuario della cittadina portoghese. Per quanto riguarda invece la preveggenza di Padre Pio, questa fu rivelata dal frate allo stesso futuro Pontefice durante una visita nel 1948. In quell'occasione il Santo si rivolse a Wojtyla anticipandogli la propria elezione a Sommo Pontefice (una cosa impensabile per un non italiano in quegli anni) e che l'avvenimento sarebbe stato funestato successivamente dallo scorrere del sangue.
Ad oggi, quarant'anni dopo l'attentato, non è stato identificato alcun mandante certo.
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Era mercoledì 13 maggio 1981. Erano le ore 17:17. Gli estremi temporali dell'attentato subito da Papa Giovanni Paolo II in piazza San Pietro quarant'anni fa sembrano usciti dalla cabala. Due, forse tre, colpi di pistola furono esplosi da distanza ravvicinata al Pontefice durante il bagno di folla nel corso dell'udienza generale del mercoledì. I colpi esplosi a distanza ravvicinata (3,5 metri) da una Browning calibro 9 colpirono il pontefice all'addome, provocando una grave ferita addominale che trapassò il corpo uscendo dalla zona sacrale con il proiettile che terminò la sua corsa sul sedile della papamobile, una Fiat Campagnola aperta e senza alcuna protezione. Un altro proiettile lo colpirà di striscio al braccio destro, ferendo di rimbalzo due donne di cittadinanza statunitense, Ann Orde e Rose Hall. L'attentatore, capelli corti scuri e pelle olivastra, è braccato pochi istanti dopo, mentre il Papa si accasciava sul sedile della Campagnola in corsa verso il Policlinico Gemelli. Si trattava di Mehmet Alì Agca, un cittadino turco di 23 anni affiliato al gruppo terroristico di estrema destra "Lupi Grigi" da poco evaso dal carcere in Turchia per l'assassinio nel 1979 del giornalista del quotidiano Milliyet Abdi Ipecki. Portato in carcere e interrogato mentre Karol Woytila lottava tra la vita e la morte, Agca fornirà subito dichiarazioni contraddittorie dichiarandosi filocomunista. Il giallo si infittiva già nelle ore immediatamente successive all'attentato, quando dalle dichiarazioni dei molti testimoni che si trovavano a poca distanza dal Pontefice emersero divergenze e contraddizioni soprattutto sul numero dei colpi esplosi (secondo alcuni tre o addirittura quattro) e sulla presenza di uno o più complici. La tesi che avrebbe messo in dubbio fin da subito l'azione di un "lupo solitario" fu supportata da una fotografia scattata da un corrispondente televisivo di una rete di Detroit affiliata alla ABC. Presente in Piazza San Pietro durante un periodo di vacanza, Lowell Newton riuscì a fotografare pochi istanti dopo la sparatoria, un uomo di spalle con una pistola in mano intento alla fuga.La condanna di Agca all'ergastolo sarà veloce, la sentenza pronunciata dalla Corte d'Assise già il 22 luglio successivo (senza appello da parte della difesa dell'imputato) ma da quel momento in poi la grande sfida sarebbe stata quella di individuare complici e soprattutto i mandanti dell'attentato a quel Papa che stava cambiando gli equilibri del mondo. La prima ipotesi ad emergere dalle indagini e dagli interrogatori dell'attentatore in carcere fu forse la più logica ed ipoteticamente più credibile vista la situazione internazionale nel 1981 e l'appoggio del Papa polacco al sindacato cattolico Solidarnosc. Quella che si delineò per prima, era una pista che passava dalla Bulgaria, e fu percorsa durante la prima fase delle indagini coordinate dal giudice istruttore Ilario Martella. L'idea di fondo era che il mandante finale fosse il KGB, il servizio segreto sovietico, che avrebbe agito tramite l'intelligence del paese satellite Bulgaria. Un' ipotesi supportata anche dal fatto che la capitale Sofia era nota per essere un punto nevralgico della mafia turca per il traffico di droga proveniente da oriente. Qui sarebbero stati reclutati Agca e gli ipotetici complici, riforniti di armi e di appoggi a Roma per compiere l'attentato del secolo. Ali Agca, interrogato in carcere, fece il nome di due cittadini bulgari residenti nella Capitale: si trattava di Sergej Antonov, caposcalo della compagnia aerea Balkan Air, e di Jelo Vassilev, addetto militare dell'ambasciata bulgara. Il killer turco li avrebbe incontrati a Roma dopo un breve soggiorno di copertura all'università per stranieri di Perugia. Durante il periodo degli interrogatori e dell'ipotesi della pista bulgara Agca mantenne sempre un atteggiamento ambiguo e spesso contraddittorio, indicando durante l'iter processuale l'esistenza di una rete di complici appartenenti ai Lupi Grigi ed alla mafia turca. Tra di essi figurava il presunto complice Oral Celik ritratto in piazza San Pietro dal giornalista americano anche lui membro di spicco dei Lupi Grigi. Assieme ad Agca aveva passato un periodo di latitanza in Iran e successivamente in Bulgaria, dove la rete dei terroristi panturchi latitanti aveva trovato una base sicura, con collegamenti con le associazioni nazionalistiche degli emigrati turchi anche in Germania occidentale. Tra i complici dell'attentato del 13 maggio oltre a Celik, l'imputato indicherà agli inquirenti i nomi di Bekir Celenk (deceduto in carcere nel 1985) Omer Bagci (che avrebbe fornito in Svizzera la pistola Browning) e Musa Serdar Celebi (ai vertici dell'associazione panturca in Germania Ovest). La pista bulgara, seguita fino alla metà degli anni ottanta, non mancava tuttavia di mostrare ombre che minacciavano di minarne le fondamenta. Una di queste fu l'ipotesi che il depistaggio verso le responsabilità di Mosca e dei servizi bulgari (e della Stasi tedesco-orientale) fossero state suggerite ad Agca dopo l'omicidio, durante la carcerazione ad Ascoli Piceno. Il killer turco aveva infatti condiviso la cella con uno degli esponenti più feroci e potenti delle Brigate Rosse, Giovanni Senzani (autore dell'omicidio del fratello del pentito Patrizio Peci) il quale, oltre ad insegnare l'italiano ad Agca, si pensò avesse potuto costruire ad hoc la pista bulgara come depistaggio per coprire ipotetiche responsabilità altrui, che emergeranno più tardi. Uno degli aspetti più controversi della vicenda giudiziaria riguardava l'appartamento romano di Sergej Antonov, che Agca descrisse minuziosamente fornendo addirittura una piantina della casa. Dalla descrizione dell'interno, tuttavia, emerse una contraddizione in quanto l'imputato insistette di avere notato una porta a soffietto tra due stanze, che in realtà non esisteva. La porta in questione era in realtà presente nell'appartamento al piano inferiore dello stabile, abitato da Padre Felix Morlion, un prete messicano presente in Italia sin dal dopoguerra e noto come confidente della CIA tramite l'associazione "Pro Deo" da lui fondata. La conferma venne successivamente da Giulio Andreotti che conosceva l'abitazione del prete anticomunista durante una delle udienze del processo. Proseguendo nel proprio comportamento camaleontico, Agca montava e smontava in breve tempo le indagini, facendo dichiarazioni che si intrecciavano col caso della sparizione di Emanuela Orlandi, che secondo il turco sarebbe stata rapita dai servizi occidentali per ottenere la sua scarcerazione. In quel periodo emerse anche l'ipotesi che l'attentatore del Papa fosse entrato in contatto con il SISMI nella persona di Francesco Pazienza, che secondo Agca avrebbe insistito sull'attribuzione dell'attentato ai servizi segreti dei Paesi dell'Est, idea apertamente supportata da Michael Ledeen l'accademico e consigliere della Difesa Usa che nei giorni dell'attentato a Wojtyla si trovava di stanza a Roma e a stretto contatto con i servizi segreti italiani. Durante la lunga fase processuale che vide la carcerazione del solo Ali Agca, il detenuto fece ulteriori dichiarazioni sulle presunte responsabilità che coinvolgevano il cardinale Agostino Casaroli così come l'Ayatollah Khomeini. Nel 2000 la domanda di grazia fu firmata da Carlo Azeglio Ciampi con il nulla osta del Vaticano e il killer fu estradato in Turchia per terminare di scontare la pena per l'assassinio del giornalista Ipecki. Verrà scarcerato definitivamente nel 2010.Accanto all'inchiesta giudiziaria sull'attentato a Wojtyla si sono affiancate ipotesi di origine religiosa, principalmente legati al terzo mistero di Fatima e a San Pio da Pietrelcina. Nel primo caso la premonizione dell'attentato al Papa fu il risultato di una delle visioni della Vergine trascritta solo nel 1944 dall'unica pastorella sopravvissuta e divenuta suor Lucia. La visione, svelata poi dallo stesso Wojtyla nel Giubileo del 2000, mostrò un vescovo vestito di bianco trascinarsi verso la sommità di un monte per essere poi ucciso barbaramente dalla soldataglia. Giovanni Paolo II, molto devoto alla Madonna di Fatima, volle donare come ex voto il proiettile che lo aveva trapassato che sarà incastonato nella corona della Vergine nel santuario della cittadina portoghese. Per quanto riguarda invece la preveggenza di Padre Pio, questa fu rivelata dal frate allo stesso futuro Pontefice durante una visita nel 1948. In quell'occasione il Santo si rivolse a Wojtyla anticipandogli la propria elezione a Sommo Pontefice (una cosa impensabile per un non italiano in quegli anni) e che l'avvenimento sarebbe stato funestato successivamente dallo scorrere del sangue. Ad oggi, quarant'anni dopo l'attentato, non è stato identificato alcun mandante certo.
Donald Trump (Ansa)
Donald Trump rilancia la pressione su Teheran minacciando nuove azioni in caso di mancato accordo e lasciando aperta l’ipotesi di una breve proroga dell’ultimatum legato allo Stretto di Hormuz. L’Iran replica duramente, accusando Washington di «crimini di guerra» e respingendo ogni ultimatum. Sullo sfondo, l’Opec+ aumenta le quote di produzione di petrolio di 206.000 barili al giorno.
Lo Stretto di Hormuz resta il punto più sensibile del conflitto tra Stati Uniti e Iran, mentre sul terreno si moltiplicano attacchi, ritorsioni e messaggi incrociati che mantengono alta la tensione nel Golfo Persico e oltre. La giornata di domenica si è aperta con la conferma del recupero del secondo pilota americano disperso dopo l’abbattimento dell’F-15E avvenuto nei giorni scorsi in territorio iraniano. L’operazione, condotta da forze speciali statunitensi con il supporto di un dispositivo aereo, si è conclusa con il rientro del militare e senza ulteriori perdite tra i commando, secondo quanto riferito da fonti americane.
Il presidente Donald Trump ha rivendicato il successo dell’intervento, parlando di un’azione seguita direttamente dalla Situation Room e definendola «tra le più audaci». La missione ha però lasciato dietro di sé un ulteriore elemento di frizione: Teheran sostiene infatti che durante le operazioni di ricerca sarebbero stati abbattuti mezzi militari statunitensi, mentre Washington non ha confermato questa ricostruzione.
Sul piano politico e diplomatico, la linea dello scontro resta netta. Trump ha rilanciato la pressione su Teheran, lasciando intendere che la scadenza dell’ultimatum per una soluzione negoziata o per la riapertura dello Stretto potrebbe essere oggetto di una breve proroga, come suggerito da un messaggio pubblicato su Truth con riferimento a martedì sera. In parallelo, la Repubblica islamica ha risposto con toni durissimi. Il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha scritto su X che «non otterrete nulla commettendo crimini di guerra», accusando gli Stati Uniti di trascinare la regione verso un’escalation più ampia e indicando come unica via possibile il rispetto dei diritti iraniani e la fine della pressione militare ed economica.
Il nodo strategico resta Hormuz. Le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno ribadito che lo stretto «non tornerà mai più al suo stato precedente», lasciando intendere un cambiamento strutturale nella gestione di una delle principali rotte mondiali del petrolio. La dichiarazione si inserisce in un quadro già segnato da transiti irregolari e interruzioni parziali del traffico navale, con ripercussioni immediate sul mercato energetico globale.
Sul fronte economico, l’Opec+ ha deciso un aumento teorico della produzione di 206.000 barili al giorno a partire da maggio. La misura, confermata da diverse fonti dell’organizzazione, arriva in un contesto in cui la capacità reale di incremento appare limitata dalle tensioni militari e dalle difficoltà operative in diversi Paesi produttori. L’Opec+ ha inoltre espresso preoccupazione per gli attacchi alle infrastrutture energetiche e per l’instabilità delle rotte marittime, sottolineando come tali fattori stiano contribuendo a una maggiore volatilità dei mercati.
La dinamica militare resta diffusa su più fronti. In Israele, un missile iraniano ha colpito un edificio a Haifa causando feriti e gravi danni strutturali. In Libano, nuovi raid israeliani nei pressi di Beirut hanno provocato vittime e feriti, mentre l’Unifil ha avvertito del rischio di ulteriori rappresaglie lungo la linea di contatto tra Hezbollah e Israele. Nel Golfo, i pasdaran hanno rivendicato anche un attacco contro una nave legata a Israele nei pressi degli Emirati Arabi Uniti, episodio non ancora confermato dalle autorità locali.
In questo quadro, anche le grandi potenze cercano di mantenere aperti canali diplomatici. La Russia, attraverso il ministro degli Esteri Sergej Lavrov, ha invitato Washington ad «abbandonare il linguaggio degli ultimatum» per favorire un ritorno ai negoziati, mentre ha ribadito la richiesta di cessare gli attacchi contro infrastrutture civili, inclusa la centrale di Bushehr dove operano tecnici russi. La giornata si chiude quindi con un equilibrio ancora instabile: da un lato la pressione militare e le operazioni mirate sul terreno, dall’altro tentativi di gestione diplomatica e contenimento degli effetti economici del conflitto. Ma lo Stretto di Hormuz, più di ogni altro elemento, continua a rappresentare la variabile che può spostare rapidamente lo scenario da una crisi regionale a un confronto più ampio.
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Un aereo, la guerra, un tesoro e un uomo misterioso. Un giallo che oggi potrebbe vivere in un film. Una storia due minuti più lunga del solito ma che vale la pena conoscere.
Ansa
Il presidente Domenico Centrone ha detto che «alcune norme sono direttamente connesse con quelle appena sottoposte alla volontà popolare». Fa riferimento al divieto di trasferimento da una funzione all'altra, dalla giudicante alla inquirente, che per la magistratura ordinaria è stato appena bocciato e che invece è qui disposta per la contabile. Al centro delle loro preoccupazioni c'è soprattutto il meccanismo del silenzio-consenso che secondo loro mina l'efficienza dei controlli sulla spesa pubblica. Infine non piace che si dia potere al procuratore generale.L'Anm dei magistrati contabili lancia un appello a governo e parlamento per cambiare o abolire la riforma provando a sfruttare il gancio del referendum. Chiedono si rinunci alla riforma che porta il nome del ministro Tommaso Foti, FdI (era capogruppo alla Camera). Non era una riforma di rango costituzionale, per questo bastava una maggioranza semplice per approvarla e da gennaio è legge. «La recente legge di riforma della Corte dei Conti contiene disposizioni di delega al Governo che mirano a introdurre misure simili a quelle non approvate dal Referendum costituzionale». Le toghe contabili percepiscono la riforma Foti come una diminutio del loro lavoro. Le pubbliche amministrazioni potranno rivolgersi alla Corte dei Conti per un parere sulle procedure da loro avviate e se non dovesse arrivare una risposta entro un determinato periodo di tempo, si darà per buona la procedura. La pubblica amministrazione potrà procedere senza paura di dover rispondere di danni erariali. Alla Corte dei Conti spaventa la mole di lavoro che dovranno sbrigare in poco tempo. Costretti a lavorare di più e velocemente per permettere allo stato di lavorare per il Paese. Proprio come chiede l'Unione europea.
Con la riforma cambiano i limiti al quantum del danno che può essere posto a carico del singolo. Salvo i casi di dolo o illecito arricchimento, la Corte dei conti deve: ridurre l’addebito, ponendo a carico del responsabile non più del 30% del danno accertato; verificare che la condanna non superi il doppio della retribuzione lorda annua (nell’anno di inizio della condotta, o in quello precedente/successivo) oppure il doppio del corrispettivo o dell’indennità percepiti per la funzione che ha generato il danno.
Poi si inseriscono regole più precise sulla prescrizione. Per la responsabilità per colpa grave, il termine decorre dal momento in cui il danno si è verificato (condotta ed evento), non dalla data in cui l’amministrazione o la Procura contabile ne hanno avuto effettiva conoscenza. In caso di occultamento doloso, la prescrizione decorre dal momento della scoperta, ma l’occultamento deve consistere in comportamenti attivi o nella violazione di specifici obblighi di comunicazione.
Il giudice contabile avrà un nuovo potere sanzionatorio: oltre alla condanna al risarcimento, si potrà disporre, nei casi più gravi, la sospensione dalla gestione di risorse pubbliche per un periodo tra sei mesi e tre anni.
La riforma tipizza anche la colpa grave, stabilendo che ricorre quando si verifica: violazione manifesta delle norme di diritto applicabili; travisamento del fatto; affermazione di un fatto la cui esistenza è incontrovertibilmente esclusa dagli atti; negazione di un fatto la cui esistenza risulta incontrovertibilmente dagli atti. Infine si prevede l'obbligo di copertura assicurativa e presunzione di non responsabilità per gli organi politici. La responsabilità contabile tende così a concentrarsi su dirigenti, funzionari e soggetti che hanno un ruolo operativo, mentre si attenua il coinvolgimento diretto di sindaci, assessori e altri organi di vertice politico. Nei fatti, chi firma tecnicamente l’atto diventa il principale soggetto esposto, specie negli enti locali, nelle società partecipate e nei settori a forte rilevanza finanziaria.
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Getty Images
Visitare questa località austriaca in estate significa immergersi in un’atmosfera dove il lusso discreto incontra la tradizione contadina, creando un mix unico, perfetto per chi cerca sport, piaceri raffinati e del sano relax .
Il cuore pulsante dell'estate è il monte Hahnenkamm. Salire con la celebre funivia Kitz bühel Cable Cars non è solo un modo per raggiungere la quota, ma è anche un viaggio panoramico sulla valle. In cima, i sentieri si snodano tra malghe fiorite e punti di sosta iconici come il Berghaus Tirol, dove la vista spazia dalle Alpi di Kitzbühel agli Alti Tauri.
Per chi ama le due ruote, la regione è un punto di riferimento mondiale per l’e-bike. Grazie ai servizi di noleggio e alla vasta rete di sentieri segnalati, è possibile esplorare vette e vallate senza necessariamente avere il fiato di un atleta olimpico. Le pendenze diventano un piacere e le distanze si accorciano, lasciando più tempo per ammirare il paesaggio. Kitzbühel è anche una mecca per gli appassionati di mountain bike. Sentieri immersi nei boschi, percorsi tecnici per esperti e itinerari panoramici per e-bike permettono a tutti di trovare la propria dimensione. Gli impianti di risalita funzionano anche nei mesi estivi, facilitando l’accesso ai tracciati in quota e regalando discese spettacolari tra radure e single track. Eventi sportivi e competizioni animano la stagione, richiamando biker da tutta Europa. Anche chi è alle prime armi può affidarsi a guide esperte o partecipare a tour organizzati per scoprire gli angoli più suggestivi della regione in totale sicurezza.
Con oltre mille chilometri di sentieri segnalati, Kitz bühel è una destinazione ideale per chi ama camminare. I percorsi si snodano tra dolci colline alpine, boschi ombrosi e pascoli punteggiati di baite tradizionali. Per chi cerca un itinerario più rilassante, i sentieri intorno al lago Schwarzsee offrono passeggiate facili, ideali anche per famiglie. Qui è possibile alternare trekking leggero a soste rigeneranti sulle rive del lago, magari con un tuffo nelle sue acque limpide. Se si viaggia in famiglia, il Parco faunistico di Aurach è una tappa imperdibile. A pochi chilometri dal centro, è possibile camminare tra cervi, daini e mufloni in un ambiente naturale protetto: un'esperienza che incanta grandi e piccini.
Kitzbühel non è solo sport. Il centro, con le sue facciate colorate, ospita il Museo di Kitzbühel, dove scoprire la storia locale e le opere di Alfons Walde, l'artista che ha immortalato l'anima invernale della città.
Il centro storico, poi, è un piccolo gioiello architettonico: case color pastello, balconi fioriti e boutique di alta gamma convivono armoniosamente. La via principale è un susseguirsi di negozi esclusivi, atelier artigianali e marchi internazionali. Qui lo shopping diventa un’esperienza piacevole, tra moda sportiva di lusso, oggetti di design e specialità gastronomiche locali. Una tappa obbligatoria per gli acquisti è da Frauenschuh. Non è un semplice negozio, ma l'essenza dello stile alpino contemporaneo: materiali pregiati e design funzionale che incarnano il «Kitz-look».
Caffè all’aperto e ristoranti gourmet invitano a prendersi una pausa, assaporando piatti della tradizione tirolese rivisitati in chiave contemporanea. L’atmosfera è sofisticata ma mai ostentata, perfetta per chi cerca una vacanza attiva senza rinunciare al comfort.
La proposta gastronomica della città è altrettanto variegata e profonda, partendo dall'esperienza culinaria offerta dal ristorante Das Mocking, situato proprio alla base della Streif, che propone una cucina moderna capace di valorizzare i prodotti del territorio con un tocco creativo. Per chi cerca l'accoglienza più genuina, il ristorante Zum Rehkitz offre i grandi classici della tradizione tirolese in un'atmosfera calda e autentica, mentre una sosta all'Hallerwirt ad Aurach permette un'immersione totale nella storia e nella genuinità contadina. Nel cuore pulsante della città, il ristorante Das Reisch completa l'offerta con un ambiente raffinato dove la cucina internazionale si fonde sapientemente con i sapori del luogo.
Informazioni: www.kitzbuehel.com.
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