Papa Francesco (Imagoeconomica)
Le polemiche sulla mancanza di sicurezza a Genova hanno trasformato la sindaca Silvia Salis in un’aspirante sceriffa. Se non addirittura nel clone in gonnella del viceré di Salerno, Vincenzo De Luca. La città è sempre più preda di bande di maranza e stranieri irregolari e, il 30 maggio, uno di questi, il senegalese Cissé Camara, ha ucciso in modo ferino il quarantottenne milanese Pietro Alberto Paolo Signor. A distanza di sette giorni la prima cittadina è corsa ai ripari e ha lanciato l’operazione «Largo raggio», con cui 25 agenti della polizia municipale, nella notte tra il 6 e il 7 giugno, hanno intensificato i controlli sul lungomare cittadino e nelle zone limitrofe per provare a limitare i mugugni dei genovesi sempre più infastiditi dal senso di insicurezza che si sta diffondendo nel capoluogo ligure.
È la prova che, quando si vuole, anche la polizia municipale può essere impiegata per garantire la sicurezza e non solo per dare multe ai cittadini che portano i cani a fare la pipì senza la bottiglietta dell’acqua. Ieri le agenzie di stampa hanno diffuso questa dichiarazione della Salis: «Per tutta la stagione la nostra attenzione si concentrerà in modo capillare anche sulle zone nevralgiche della movida estiva, per garantire a genovesi e turisti un divertimento sicuro e nel pieno rispetto delle regole di convivenza». La prima cittadina, ringraziando i vigili, ha mandato un messaggio al governo: «I nostri agenti operano con grande professionalità, trovandosi sempre più spesso a far fronte a necessità di presidio e sicurezza che spingono il loro raggio d’azione ben oltre le tradizionali competenze municipali. […] Ma la polizia locale, anche per una questione di competenze, non può arrivare ovunque: è il motivo per cui da quando mi sono insediata ho chiesto più risorse al governo sulla sicurezza per i Comuni e rinnovo ancora una volta l’invito a sottoscrivere il prima possibile nuovi Patti per la sicurezza cittadina». Nel corso del servizio sono state controllate 78 persone, tra cui numerosi giovani, cittadini stranieri e minorenni. Due extracomunitari hanno provato a fuggire a bordo di un motorino rubato, ma sono stati fermati. Pure l’assessora a Polizia locale e Sicurezza, Arianna Viscogliosi, autorevole esponente di Italia viva (come la Salis è considerata una «creatura» di Matteo Renzi), ha mostrato un cipiglio da amministratrice di un Comune di centrodestra (e in effetti era già stata in giunta con l’ex sindaco Marco Bucci). Giovedì in Consiglio comunale ha attaccato il governo per i mancati rimpatri e, a proposito di Camara, ha detto: «L’autore del reato era una persona irregolare sul territorio nazionale da anni, con precedenti penali, già nota alle forze dell’ordine e alla polizia locale e che da tempo non avrebbe dovuto trovarsi in Italia». In versione ultrà della remigrazione, ha domandato: «Quali strumenti mette in campo lo Stato per espatriare soggetti come questo?». Ma ancor prima di ricevere la risposta ha decretato che tali «strumenti evidentemente non funzionano».
In tv ha rincarato la dose: «Il governo è il principale responsabile delle politiche di sicurezza che dovrebbe lavorare per creare degli accordi che permettano rimpatri veloci». E ha rimarcato, citando il Senegal, che la loro mancanza «non consente il rimpatrio dei cittadini che vengono ritrovati a delinquere sul nostro territorio».
Una voglia di Cpr e di rimpatri che era stata anticipata dalla Salis in un’intervista televisiva quando aveva detto: «Il 70 per cento degli irregolari che vengono fermati nella nostra città poi rimangono sul territorio perché non esistono dei protocolli di espulsione che funzionino; poi ogni anno riceviamo centinaia di minori non accompagnati che spesso sono molto difficili da gestire».
Su Instagram, poche settimane fa, aveva anticipato il cambio di linea: «La sicurezza è un diritto. Di tutte e tutti. La sinistra ha regalato il tema alla destra ed è arrivato il momento di riprendercelo».
La Salis sceriffa sembra una lontana parente di quella che, l’anno scorso, concionava di «sicurezza integrata» con «l’aspetto sociale, sanitario e comunitario» e regalava supercazzole come questa: «Spesso la percezione di insicurezza non corrisponde alla realtà dei reati, ma è influenzata dal degrado urbano».
Nel frattempo, probabilmente per far digerire la svolta securitaria a una maggioranza di cui fa parte Avs, la giunta Salis ha annunciato proprio ieri «la resistenza» contro il ddl Valditara che prescrive il consenso informato da parte delle famiglie sull’educazione affettiva nelle scuole medie e superiori, escludendola in quelle primarie e dell’infanzia.
A Genova, come riportato dal sito de La Repubblica, l’assessora al Diritto all’istruzione e alle pari opportunità, Rita Bruzzone, ha annunciato le barricate, difendendo quel tipo di educazione, già garantita in quattro scuole comunali dell’infanzia: «Se il ddl vieta l’educazione sessuo-affettiva negli asili, le cambieremo nome, ma porteremo avanti questa battaglia» ha anticipato la Bruzzone.
Ma torniamo alla sicurezza. Ilaria Cavo, la consigliera comunale più votata e deputata di Noi moderati, sottolinea lo scaricabarile della giunta, dopo l’omicidio di Signor, oltre che l’improvvisa passione per i rimpatri veloci: «La maggioranza comunale di centrosinistra, molto sbilanciata a sinistra, ha attaccato in ogni modo e in ogni dibattito in Consiglio comunale i provvedimenti del governo sulla sicurezza, la scelta di identificare i Paesi sicuri per velocizzare e assicurare i rimpatri di chi non ha diritto di restare, e adesso fa la giravolta?».
La Cavo ricorda che la sua parte politica «crede che in questo Paese ci debba essere inclusione e lavoro per gli immigrati che hanno diritto a rimanere», ma che «ci vuole coerenza e, appunto, chiarezza». Quindi aggiunge: «Il tema della sicurezza è una cosa seria e ben vengano le posizioni di buon senso, persino il ravvedimento della giunta Salis, purché ci sia linearità e coerenza. Ammettano di aver sbagliato, criticando la politica del centrodestra sull’immigrazione e smettano di attaccare le norme in materia di immigrazione». Infine, la parlamentare punzecchia anche l’assessora («Nell’elenco dei Paesi sicuri rientra anche il Senegal, che tanto preoccupa la Viscogliosi») e si augura che il tema della sicurezza venga affrontato nella conferenza stampa che la Salis ha indetto per giovedì, in occasione del primo anniversario della sua giunta. La Cavo, nota giornalista tv, conclude commentando la polemica sulla presunta volontà della prima cittadina di mettere il bavaglio ai cronisti: «Nonostante il tentativo evidente della sindaca di conoscere in anticipo i temi delle domande, c’è stata la rassicurazione dell’Ordine dei giornalisti che le domande saranno libere per tutti».
La richiesta arrivata dal Comune di conoscere in anticipo i quesiti dei cronisti ha fatto infuriare la Lega.
La capogruppo in Comune Paola Bordilli e il consigliere Alessio Bevilacqua, ieri, hanno attaccato: «Silvia Salis scappa dal confronto aperto perché terrorizzata dalle domande libere. Ma chi governa una città straordinaria come Genova ha il dovere di rispondere a viso aperto, non il diritto di imporre il copione ai giornalisti per evitare le domande scomode».
Dopo le polemiche dell’anno scorso, poi smentite dai dati, si apre una nuova stagione turistica. Gianluca Caramanna è responsabile del turismo di Fratelli d’Italia e consigliere del ministro del Turismo per i rapporti istituzionali. Onorevole, è passato ormai un anno: come è andata davvero la scorsa stagione turistica?
«Nel 2025 abbiamo assistito a polemiche inutili, che poi sono state contraddette dai numeri su arrivi e presenze. Sicuramente abbiamo avuto un dato che ha premiato le politiche del governo perché abbiamo avuto il tutto esaurito sia nei borghi sia nelle aree interne, dando ragione a quelle politiche di delocalizzazione messe in campo dal ministero del Turismo e dal governo Meloni».
Quali sono i primi dati di quest’anno?
«Abbiamo già visto anche nel 2026, soprattutto nel primo trimestre, un incremento rispetto al 2025. Abbiamo avuto dei dati previsionali che danno anche per questa stagione estiva un incremento. Ma soprattutto il dato positivo è quello che vede gli italiani in aumento in vacanza in Italia. Quindi il turismo straniero tiene - con ovviamente i Paesi per noi strategici come Germania, Francia, Svizzera e Spagna in testa - ma con un turismo extraeuropeo che continua a crescere, come gli Stati Uniti e il Canada».
Qual è il dato che l’ha colpita di più?
«Quello dei borghi e delle aree interne che hanno sostenuto il Pil e contribuito per 5 miliardi. Abbiamo avuto più di 100 milioni di presenze soltanto nei piccoli comuni a vocazione turistica, aree interne e, come dicevamo prima, le destinazioni turisticamente meno note. Nel 2025 il turismo ha registrato l’ennesimo record con 476 milioni di presenze. Un record storico che ci vede superare anche la Francia e quindi tallonare per poco la Spagna».
Cos’ha fatto il governo per cercare di tutelare il turismo?
«Col governo Meloni il ministero del Turismo è stato il primo a redigere un piano strategico del turismo interamente fatto dal ministero. Con dei punti strategici come la formazione e l’accessibilità. La digitalizzazione ovviamente è ormai diventata un punto fermo in quelli che sono i nuovi mestieri del turismo, ma soprattutto per quello che può essere in particolare la promozione e la pianificazione turistica sul territorio. E poi c’è l’intelligenza artificiale, che è stata aggiunta in seguito nel piano strategico proprio per l'importanza che ormai riveste per quanto riguarda anche la gestione dei flussi turistici».
E poi, diceva, c’è la formazione...
«Il governo l’ha finanziata inizialmente con 21 milioni di euro e resta centrale perché oggi la qualità dei servizi che realmente può farci vincere la sfida con i Paesi concorrenti nel turismo la si vince con un’adeguata formazione. Più il personale è qualificato, più la nostra offerta turistica sarà superiore alle altre».
Come migliorare quindi la formazione?
«Dobbiamo lavorare per rafforzare anche il rapporto con le università, con gli istituti alberghieri E con i corsi di specializzazione affinché la nostra qualità del servizio sia sempre migliore».
E poi c’è la sostenibilità.
«Uno dei comparti che abbiamo seguito di più è stato quello del turismo all’aria aperta, che è stato adeguatamente sostenuto, valorizzato come forse non era mai stato fatto in passato. E anche questo ha contribuito enormemente a far crescere flussi turistici. Noi sappiamo che alcune nazioni, soprattutto del nord Europa e anche extraeuropee, preferiscono questo modello di turismo. Un turismo spesso all’aria aperta, a contatto con la natura. Un turismo sostenibile che ovviamente in questo momento viene spesso preferito. Abbiamo sostenuto anche il turismo delle ciclovie, quindi il cicloturismo, un altro modello di turismo green».
E poi c’è un grande connubio, tra Italia e enogastronomia...
«Non dimentichiamoci che la cucina italiana è diventata patrimonio immateriale dell’Unesco e questo ovviamente ha dato una spinta in più ad alcune destinazioni nel nostro Paese. Sei turisti su dieci scelgono l’Italia per la cucina e poi a quest’ultima legano altre esperienze che possono essere culturali, religiose e sportive. Ma la cucina resta centrale nella scelta della nostra destinazione e questo è un valore aggiunto sul quale dobbiamo lavorare anche in futuro».
Quali sono le priorità per il governo oggi?
«Bisogna creare una fortissima sinergia tra tutti gli interlocutori e tutta la filiera del turismo. In passato ci sono state grandissime difficoltà proprio nella gestione dei vari livelli di turismo. Ma quest’ultimo parte dalle Pro loco di un piccolissimo territorio e passa per il Comune, per la Regione e per il Ministero. Mettere insieme tutta questa filiera è una grande missione. E poi bisognerebbe tenere maggiormente conto che il turismo oggi incide in modo importante per tre milioni di occupati. Soltanto l’anno scorso abbiamo avuto 500.000 contratti di lavoro a tempo indeterminato in più. Quindi il turismo sta contribuendo al mondo del lavoro, e dobbiamo fare in modo di far crescere ancora di più, dato che in alcuni settori manca ancora personale».
Lei prima ha parlato di delocalizzazione e dell’importanza dei borghi. Ci può anche qui spiegare un po’ meglio gli obiettivi? Perché si è scelta questa strada?
«Come detto, i borghi incidono per oltre 5 miliardi di contributi al Pil. Il turismo nei borghi contribuisce ogni anno non soltanto con quei soldi, ma anche con oltre 2,3 miliardi di euro di entrate fiscali per le casse dello Stato. E quindi la ricaduta occupazionale, soprattutto in questi centri, è superiore ai 90.000 occupati complessivi tra diretti, indiretti e indotto. Nel 2025 i piccoli comuni rappresentano circa il 68% dei comuni italiani che registrano flussi turistici e contribuiscono a circa il 20% delle presenze turistiche complessive. Sono numeri importanti, che possono aiutare economicamente alcune aree del nostro territorio».
Come farlo?
«I borghi, oltre ad essere promossi, devono essere adeguatamente digitalizzati, devono essere raggiungibili e, infine, devono essere promossi. Proprio a partire da queste necessità abbiamo iniziato a lavorare anche sui cammini».
Ci spieghi meglio...
«La riqualificazione dei cammini diventa strategica per attraversare alcuni territori unici. Faccio un esempio su tutti: la Via Lauretana, che unisce Loreto ad Assisi, due città che hanno un grande valore artistico e religioso. Quello era un cammino ormai quasi dimenticato che abbiamo riqualificato e messo a sistema, promuovendolo adeguatamente. Come il cammino di San Francesco, quello di San Benedetto e la Via Francigena. Decisioni che sono state messe in campo per offrire sempre più opportunità al turista che arriva in Italia».
Non di soli cammini o di mare vive l’uomo. Che cosa si è fatto per la montagna?
«Questo settore continua a crescere e questo governo ha investito 480 milioni per la montagna per fare in modo che anche la montagna possa destagionalizzarsi, soprattutto nell’Appennino, e che quindi dia un’offerta di livello che sia legata al wellness, al turismo sportivo, non soltanto d’inverno ma anche d’estate. Questo ovviamente favorisce il lavoro stagionale, facendolo diventare un impiego per tutto l’anno e non soltanto legato ad alcuni mesi dell’anno».
Il governo però ha chiesto anche all’Unione europea di fare qualcosa di più e di creare un fondo ad hoc per il turismo.
«Lo abbiamo chiesto più volte. Io, in prima persona, ho partecipato a diversi meeting europei dove abbiamo chiesto di inserire il turismo all’interno del fondo temporaneo, come si fa anche per altre materie, come l'agricoltura, proprio per poter aiutare in questo momento di difficoltà internazionale alcuni settori del turismo come le agenzie di viaggio e i tour operator. Nello stesso tempo sarebbe opportuno creare un fondo ad hoc, a prescindere dalla situazione che abbiamo nel Golfo, di sostegno urgente al turismo. Perché abbiamo visto che, nel corso degli anni, il turismo può subire contraccolpi legati una volta al Covid e un’altra alle tensioni internazionali».
Chiamatelo Ayrton Antonelli. Oggi Kimi è troppo poco, il nomignolo va a picco nel porto di Montecarlo mentre il baby fenomeno italiano conquista tre volte in meno di 24 ore il gran premio più prestigioso, difficile e folle del mondo. Prima la pole, poi la partenza da missile, infine la ripartenza sontuosa dopo safety car che annichilisce definitivamente Lewis Hamilton (Ferrari) e Isak Hadjar (Red Bull).
È il bimbo che vinse tre volte, il più giovane della storia nel principato. E lo fa come solo il più grande di tutti sapeva farlo, Ayrton Senna; domina dal primo giro, prende a schiaffi avversari e destino impiccione, guarda nello specchietto retrovisore l’intero circo della F1 che arranca incapace di tenergli la scia.
Quella di Montecarlo è una cavalcata, è una sinfonia, è il punto esclamativo su una sensazione: abbiamo visto nascere un genio italiano. Lui, cresciuto nell’Emilia dei motori, lasciato andare al suo destino lontano da Maranello da quel talent scout al contrario che si chiama John Elkann. Nel momento della decisione, il numero uno della Rossa ha preferito ingaggiare Hamilton per 50 milioni piuttosto che bloccare per 4 il ragazzo della porta accanto. Una scelta di marketing. Un califfo.
A 19 anni Andrea Antonelli da Bologna si mette la mano sul cuore ascoltando l’inno di Mameli, avvolto nel tricolore. L’ultima volta era risuonato da queste parti per un pilota italiano 22 anni fa con Jarno Trulli. E Kimi non era ancora nato. Per riascoltare la penultima serve una musicassetta: Riccardo Patrese 44 anni fa. Sorriso pulito come la guida, sguardo da imbucato «che ci faccio qui?», Antonelli ha fatto il vuoto ma non sembra sorpreso: «È solo un grande momento». Fa il timido anche se in gara mostra tutt’altro: la precisione di Alain Prost, il piede pesante di Jacques Villeneuve, la cattiveria da cannibale di quell’Ayrton che lui celebra in ogni gran premio con il numero 12 sulla sua Mercedes.
Cinque vittorie nelle ultime sei gare, in testa al Mondiale con 156 punti, 66 di vantaggio su nonno Hamilton e 68 sul compagno George Russel che in teoria sarebbe la prima guida della squadra tedesca. Lui galoppa, gli altri camminano. Anche perché lui cavalca un’astronave perfetta, gli altri macchine normali e qualche camion. È ciò che pensa Charles Leclerc della sua Ferrari, che lo tradisce mandandolo contro il muro quando è terzo. Alla fine è furibondo: «Fottuti freni. Non sono uno che si nasconde dietro scuse e più volte mi sono preso la fottuta colpa anche quando c’erano piccole cose non ottimali. In più mi hanno richiamato ai box quando dovevo rimanere in pista».
Leclerc è una furia rossa, non riesce a calmarsi, in casa sua pensava di salire almeno sul podio. «Ho appena toccato il freno, è una pressione che non si può neppure definire “frenare”. Quello dietro come se non ci fosse, quello davanti ti dà il doppio della coppia. E questo perché la temperatura non è giusta. Qui ci sarà da parlare». Nero come lui è Max Verstappen, per un giorno niente Superman: il motore lo tradisce alla partenza, mai stato in gara.
Ben diverso il clima in casa Antonelli. Il baby è raggiante ma con i piedi piantati per terra. «È stata una gara incredibile ma tutto il weekend è stato grandioso grazie al lavoro del team. Il passo era formidabile, è venuto tutto naturale. Ma dobbiamo stare calmi, non c’è nulla di finito, bisogna alzare l’asticella e continuare a spingere. Non volevo ripartire dopo la bandiera rossa, ma è andata bene». Quello è stato un momento difficile, frustrante, da vivere in presa diretta. Lui sta galoppando verso il trionfo con un vantaggio da toast e birretta. Li ha già messi in fila tutti quando, a dieci giri dalla fine, prima l’incidente di Lance Stroll, poi quello di Leclerc rimettono in gioco la vittoria.
Gruppone e i primi due quasi appaiati dopo due ore di battaglia. Allora Kimi ricorda ciò che Toto Wolff, patron della Mercedes e suo padre putativo in pista, gli aveva detto al via per esorcizzare la voglia di strafare. «Ragazzo devi solo partire pulito, qui non c’è bisogno di fare qualcosa di magico». Ma l’attesa è snervante, mentre gli addetti aprono un cantiere surreale stile tangenziale per rattoppare in tutta fretta l’asfalto danneggiato nel punto d’uscita della Ferrari. Al secondo via Antonelli brucia di nuovo Hamilton e va, imprendibile nel vento, mentre il sette volte campione del mondo (chiuderà a oltre sei secondi) già pensa al premio di consolazione di Kim Kardashian in una suite dell’Hotel de Paris.
È nata una stella, questa è la conferma nella gara più psichiatrica del Pianeta. Dove al primo errore sei fuori, dove se non hai cuore non vedi mai il traguardo. Antonelli ha una cassetta degli attrezzi immensa e dopo Montecarlo l’orizzonte infinito dipende da lui. Ora il Mondiale italiano non è più una parola da esorcizzare ma un obiettivo da raggiungere. In faccia anche alla Ferrari che poteva essere sua. Ma Elkann ha preferito il vecchio cimelio con i dreadlock e il progetto perdente della saponetta elettrica. Come dice Leclerc, ci sarà da parlare.
«L’Europa parla solo di armi, e intanto ci condanna alla dipendenza industriale dagli altri Paesi. Solo il nucleare può garantire la sicurezza energetica del Paese e la sopravvivenza delle famiglie italiane».
Riccardo Molinari, capogruppo della Lega alla Camera, rilancia la necessità di uno scostamento di bilancio per affrontare l’impennata dei prezzi energetici: «Non escludiamo tasse sui profitti delle banche e delle aziende di energia, che macinano utili mentre gli italiani arrancano». E sullo scontro interno alla Lega con il governatore Zaia: «Vedrete, marceremo compatti. Vannacci? Mai più con lui. Uno che inneggia alla Decima Mas è incompatibile con la Lega».
L’Unione europea ha detto sì alla richiesta dell’Italia di avere maggiore flessibilità di bilancio per far fronte alla crisi energetica. Ma non si tratta esattamente di un assegno in bianco.
«Questa apertura rappresenta un successo della Lega e del ministro Giorgetti. Certamente non basta e non risolve i nostri problemi, perché riguarda soltanto gli investimenti in energie rinnovabili, un po’ come il Pnrr. Abbiamo bisogno di una deroga sulla spesa corrente, per affrontare il caro energia che travolge famiglie e aziende».
Dunque?
«L’Europa insiste con la sua visione ideologica. L’Italia dipende energeticamente da Paesi terzi, e pensare di risolvere tutto con le rinnovabili significa prendere in giro i cittadini. Una potenza industriale come la nostra non ci permette di sostituire l’energia fossile con il green. Per questo dobbiamo sperimentare il nucleare».
La sicurezza energetica passa da lì?
«Aver approvato il disegno di legge delega sul nucleare non vuol dire che domani avremo le centrali. Ma stiamo lavorando per essere più autonomi, con bollette più basse nei prossimi anni. È una tecnologia nuova, più sicura, un modello completamente diverso dal passato».
Non teme un referendum sul nucleare?
«Spiegheremo i benefici di questa tecnologia. Si aprirà un dibattito serio. Abbiamo i migliori ingegneri e fisici, le migliori aziende del settore, che vanno in giro per il mondo a costruire centrali nucleari. Bisogna utilizzare queste grandi professionalità al servizio del Paese».
L’opposizione farà le barricate?
«Viste le posizioni della sinistra estrema, una cosa è certa: se vince il campo largo, dimentichiamoci la sicurezza energetica. Bloccheranno il nucleare, e ci renderanno ancora più dipendenti da altri Paesi per gas, petrolio ed energia elettrica prodotta col nucleare».
Le rinnovabili dunque non sono la cura?
«I dati europei sul calo della produzione industriale sono drammatici proprio per colpa delle politiche green, che ci hanno reso dipendenti dalle altre potenze. Abbiamo appaltato all’estero la produzione di materiali fondamentali. Ci sorprendiamo perché il settore degli elettrodomestici si trasferisce in Turchia, ma è perché da quelle parti non hanno i vincoli ambientali che abbiamo noi. Per non parlare dell’automotive, che ci vede succubi della Cina. C’è una volontà di affossare l’industria europea, e adesso anche Confindustria ci dà ragione».
Si cerca l’autonomia europea nel campo della difesa militare, ma non nell’industria?
«Sì, ed è un atteggiamento schizofrenico. Si mette l’accento sugli armamenti solo per spingerci lontano dagli Stati Uniti. E invece il legame con gli Usa deve restare solido, perché se devo decidere da che parte stare, non ho dubbi. Preferisco dipendere dagli Stati Uniti piuttosto che dai cinesi. Per questo, è stato un bene che il premier Meloni non abbia partecipato al vertice con Starmer, Macron e Merz».
E il gas russo?
«Se lo acquistano Macron e Sánchez, non si capisce perché non dovremmo farlo noi. Ungheria e Slovacchia non hanno mai interrotto il flusso. L’obiettivo dev’essere quello di diversificare, per evitare gli shock».
Salvini ha palesato la possibilità di una tassa sui profitti delle banche. Possiamo confermare che vi batterete per questo?
«In questi quattro anni grazie al ministro Giorgetti abbiamo, come Paese, recuperato credibilità finanziaria, lo spread si è ridotto, paghiamo meno interessi sul debito e siamo quasi fuori dalla procedura d’infrazione. Per questo stiamo cercando una mediazione con l’Ue per avere l’autorizzazione a derogare al patto di stabilità potendo spendere così per tagliare i costi delle bollette e dei carburanti, ma se non arriverà l’autorizzazione saremo costretti a farlo lo stesso. Se dobbiamo trovare le risorse, anche un’eventuale tassazione degli utili delle banche dev’essere messa all’ordine del giorno. Stesso discorso per le società energetiche».
Il governo ha dato il via libera al decreto legge per l’ attuazione del Patto europeo su migrazione e asilo. Adesso si attendono le norme sul blocco navale.
«Intanto ricordiamo che, grazie al mix di leggi che abbiamo messo in campo nel tempo, abbiamo ridotto del 60% gli sbarchi dei clandestini. Gli accordi con i Paesi di partenza, in particolare la Tunisia e la Libia, hanno drasticamente ridotto i flussi da quei Paesi, anche se sono stati duramente contrastati dalla sinistra, ma alla fine funzionano. E all’interno dei confini, abbiamo affrontato il problema “maranza” dando più poteri a polizia e magistratura, e a Milano secondo la questura sono cresciuti del 40% gli arresti di minorenni. Continueremo su questa linea».
L’omicidio di Henry Nowak ha fatto esplodere scontri in Inghilterra. Qual è il messaggio secondo lei?
«Ci vedo il solito doppiopesismo, il razzismo al contrario, una tendenza che si vede anche in Italia. Ogni volta che un reato è commesso da uno straniero, parte il giustificazionismo. E chi non è d’accordo è tacciato di razzismo, non si vuole guardare in faccia la realtà. Basta guardare la popolazione carceraria del nostro Paese, per metà composta da stranieri: è evidente che esiste un problema di mancata integrazione e di devianza in alcune comunità».
La Lega diventerà un partito sul modello bavarese, come chiede Luca Zaia?
«Questo non posso saperlo, è una decisione che dovrà prendere il segretario, immagino che avremo modo di parlarne, magari non sui giornali ma nelle sedi di partito. Troppe chiacchiere a mezzo stampa sulle dinamiche interne non fanno bene al movimento».
Una ventata di federalismo interno può essere salutare per la Lega?
«La Lega è nata per rappresentare le esigenze del Nord, è nata al Nord e deve continuare a valorizzare quello che è uno dei suoi asset più forti: il radicamento territoriale, la difesa dagli assalti dello Stato centrale. È quello che ci differenzia da tutti gli altri partiti, essere il sindacato del territorio, il partito degli amministratori, il partito dei ceti produttivi, dei lavoratori. È quello il nostro punto di forza, al di là delle alchimie organizzative del partito».
Il summit leghista di Treviso, tra qualche settimana, sarà una resa dei conti con l’ex governatore del Veneto, oppure immagina già un compromesso?
«Non esiste alcuna resa dei conti da fare con Zaia, Luca è uno degli uomini di punta della Lega e va valorizzato, non contrastato, il merito dello straordinario risultato in Veneto di pochi mesi fa è soprattutto suo. Per il resto credo che i dirigenti della Lega debbano avere tutti quanti ben presente una cosa: in questo partito si è sempre discusso sulla linea politica, nelle sedi opportune, salvo poi marciare sempre compatti. Se questo vale nei momenti in cui le cose vanno bene, deve valere soprattutto nei momenti di difficoltà. Partendo da un vantaggio, in vista delle prossime politiche: la classe dirigente di questo partito, i dirigenti, gli amministratori, sono i migliori in assoluto».
Come farete a disinnescare l’ascesa di Vannacci, quotato intorno al 4%?
«La Lega non ha bisogno di ragionamenti su come arginare Vannacci. Anzi, la sua uscita dalle nostre file ha fatto chiarezza sulla linea politica del partito. Su di lui ho sempre avuto un’opinione chiara, mentre altri gli stendevano i tappeti rossi: Vannacci porta un messaggio antitetico ai valori storici della Lega».
Quindi?
«Quindi chi in questi giorni sta lasciando la Lega per inseguire Vannacci – e non sono così tanti – evidentemente si trovava nel posto sbagliato fin dal principio. Insomma, per noi è l’occasione per ricordare chi siamo: non un partito di estrema destra nazionalista, ma un partito federalista, autonomista, presente nei territori, che mantiene alta l’attenzione soprattutto sul nord del Paese».
Dunque possiamo dire «mai con Vannacci», oppure, in qualche modo, bisognerà tenere i rapporti con lui e cercare di inglobare anche quel mondo? «Nessun nemico a destra»?
«Per quanto mi riguarda, non può esserci alcuna apertura per chi tradisce un partito che gli ha dato tutto. Ma al di là di questo, c’è l’ostacolo politico: il programma di Vannacci, uno che inneggia alla Decima Mas, è incompatibile con la Lega. Sono due mondi che non si toccano».
