Papa Francesco (Imagoeconomica)
A quanto pare il trappolone ordito da Matteo Renzi per fare cadere Giorgia Meloni sta funzionando alla grande. Il leader di Italia viva ieri è andato in onda su Pulp Podcast, il format di Fedez e Davide Marra, insieme al leader di Futuro nazionale, Roberto Vannacci. Due ore di battute e attacchi, anche duri, su diversi temi: guerra, immigrazione, sicurezza.
Venerdì aveva già punzecchiato l’ex generale sulla sua eNews: «Se Vannacci crede in quello che dice, deve rompere con Meloni». È l’asso nella manica che serve alla sinistra per tornare in partita.
Sulla sicurezza, Renzi apre il discorso dicendo: «Io gioco all’attacco, non sono in difesa». Vannacci replica che le problematiche che ci sono oggi sono «figlie dei governi precedenti» e di «quella mentalità di sinistra del giustificazionismo in nome della giustizia sociale, del “facciamoli entrare tutti perché poverini”».
Renzi risponde che negli ultimi 25 anni al governo «c’è stata molto più la destra che la sinistra e Meloni è stata al governo sette anni, quattro anni da premier e tre da ministra».
Vannacci manda un alert al governo Meloni: «Ho tracciato delle linee rosse belle chiare, da destra pura… Una volta che si è stabilito che quelle non sono valicabili o sono d’accordo con me o me ne vado da solo. Se non seguiranno la linea di Futuro nazionale su sicurezza e immigrazione, correremo da soli». E chiede «più poteri alle forze dell’ordine, revisione della legittima difesa, uso meno vincolato della forza e rimpatri più rapidi. Gli esponenti di questo governo hanno agito con timidezza».
Renzi è in un brodo di giuggiole e si comporta come un comico sul palco di Zelig: «Generale, sei un doroteo. Anzi: un paraculo. La verità è che se vai da solo, la destra perde». Vannacci lo sa e ribatte: «Vedi? Hai capito». E l’ex premier replica: «Sembro scemo, ma non sono mica come tutti quelli che frequenti tu. O molli la destra e la destra perde le elezioni. O stai con la destra e perdi la faccia».
Il generale (in pensione) ribadisce: «Io voglio far vincere la destra, c’è una destra forte che però si è slavata, è sbiadita, allora bisogna riportare la barra dritta». Renzi pungola: «Prima tu sei l’invincibile Hulk, non ne sbagli mezza. Io ero così, ve lo ricordate, prima del referendum? Poi sbagli la prima e ti fanno un mazzo tanto, ti accoltellano alle spalle, soprattutto quelli che ti erano più vicini. Alla Meloni sta accadendo la stessa cosa. Meloni non è più invincibile. Vannacci fa un’operazione intelligente: li costringe o a spostarsi a destra o a perdere quel pezzo di destra incazzato nero con Meloni su sicurezza e immigrazione. Vuole essere quello che sposta a destra l’alleanza, così come io voglio spostare al centro la mia. Io faccio la scommessa che alla fine al generale converrà andare da solo».
Il punto è se il centrodestra sceglierà di allearsi con Vannacci, e viceversa. La strana coppia fa ridere, ma non troppo. Renzi rivendica il ruolo del centro per la vittoria alle prossime elezioni, «con opposizioni unite alle prossime elezioni, Meloni va a casa», mentre Vannacci, tronfio di ego, dice di «sognare la doppia cifra, intercettando un elettorato critico nei confronti di questo governo», con la possibilità di «correre anche fuori dalle logiche di coalizione. Sono stupefatto perché il nostro è un partito che è nato 45 giorni fa e siamo oggi a 26.000 iscritti, con sondaggi che ci danno al 4%».
Su Donald Trump sono tutti e due d’accordo. Viene indicato da Renzi come «una variabile negativa capace di ribaltare gli equilibri politici globali. Ne combina una più di Bertoldo. Trump ha fatto vincere la sinistra anche in Canada, Australia e Groenlandia. Se riesce a fare anche il miracolo di far vincere la sinistra in Italia, Donald santo subito». Anche Vannacci critica il presidente americano, affermando che: «Non mi innamoro delle persone ma dei principi, dei valori. A me andava bene il Trump sovranista del “Make America great again”, non mi piace il Trump che fa il gendarme del mondo».
Talmente diversi che sembrano uguali.
Mentre il Papa torna a essere l'unica autorità morale che parla di pace e teologia, per il tycoon esiste un solo "scelto da Dio" che non siede a Roma ma nello Studio Ovale.
Sarà italiana la futura serra per coltivare piante nello spazio. A lavorarci è Franco Malerba, primo astronauta italiano e oggi imprenditore con la startup Space V.
L’obiettivo è ambizioso: sviluppare una serra multipiano adattiva capace di funzionare sia su stazioni orbitali sia sulla Luna. «Entro maggio concluderemo lo studio di fattibilità», ha spiegato Malerba.
Le piante, ha sottolineato, saranno fondamentali per il futuro dell’esplorazione spaziale: non solo per migliorare la dieta degli astronauti nelle missioni di lunga durata in orbita terrestre, ma soprattutto per garantire autonomia nelle missioni lunari.
«Sulla Luna non avremo a disposizione il fruttivendolo — ha osservato — quindi ci converrà portare dei semi, farli crescere gradualmente e costruire una forma di sostenibilità anche in un ambiente così difficile».
Il progetto punta dunque a rendere più autosufficienti le missioni spaziali, integrando produzione alimentare e supporto alla vita in condizioni estreme.
Sono passati pochi giorni dall’esito delle elezioni ungheresi, che hanno visto l’ex premier Viktor Orbán sconfitto da un politico membro della famiglia dei Popolari europei, Péter Magyar, inspiegabilmente acclamato dai progressisti. Ieri mattina, sul tavolo della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen al tredicesimo piano del palazzo Berlaymont a Bruxelles, è atterrato un altro spinoso dossier dall’area dell’ex cortina di ferro, quello bulgaro.
L’ex presidente della repubblica Rumen Radev, sostenuto dal nuovo partito Bulgaria Progressista (Progresivna Bulgariya - Pb, fondato a marzo), ha infatti vinto le elezioni parlamentari di domenica, ottenendo la maggioranza assoluta con il 44,7% dei voti (130 seggi sui 240 totali): 30 punti percentuali in più rispetto al partito conservatore Gerb di Boyko Borissov, che ha riscosso il consenso di appena il 13% degli elettori, dopo una legislatura che ha visto ben otto cambi di governo.
Non è sicuro, per usare un eufemismo, che la vittoria di Radev sia una buona notizia per Von der Leyen, la presidente che, dopo una prima legislatura orientata a sinistra, dopo le elezioni europee del 2024 ha cercato di barcamenarsi virando il timone del suo esecutivo più verso il centrodestra. Di fatto, la vittoria del neo premier bulgaro rappresenta un cortocircuito per Bruxelles, essendo stata accolta con favore sia dalla Russia che dall’Unione europea. Il Cremlino ha definito «positive» le dichiarazioni di Radev a favore del dialogo con la Russia. Ma anche donna Ursula gli ha espresso le sue vive congratulazioni, facendo buon viso a cattivo gioco: «La Bulgaria è un membro orgoglioso della famiglia europea e svolge un ruolo importante nell’affrontare le nostre sfide comuni. Non vedo l’ora di collaborare con lui (Radev, ndr) per la prosperità e la sicurezza della Bulgaria e dell’Europa». Quasi le stesse parole usate dal presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, che su X ha scritto: «Congratulazioni a Rumen Radev per la sua vittoria. Non vedo l’ora di lavorare assieme a voi nel Consiglio sulla nostra agenda condivisa per un’Europa prospera, autonoma e sicura».
Non vedranno l’ora, ma l’elezione di Radev rischia di essere una bella patata bollente per Von der Leyen e tutta l’eurocrazia europea, che temono più della morte l’avvento di un nuovo Orbán e di nuovi veti al Consiglio: non così improbabili, dato che il vincitore delle elezioni ha espressamente manifestato idee euroscettiche e non ostili a Mosca nel corso della campagna elettorale.
Il neo premier ha auspicato infatti il ripristino di relazioni «pratiche e pragmatiche» con la Russia, basate sul rispetto reciproco e sul libero flusso di gas e petrolio russo verso l’Europa, che passa proprio per il territorio bulgaro. Ha ripetutamente dichiarato che le sanzioni europee contro Putin sono «inefficaci» e dannose per l’economia Ue, definendo «immorale», da parte dell’Europa, la pressione sull’Ucraina per il proseguimento della guerra. «Queste politiche stanno portando l’Ucraina al disastro e l’Europa a un vicolo cieco», ha detto.
Ma il fattore forse decisivo che ha condotto alla vittoria di domenica è stata l’ondata di proteste, per tutto il 2025, all’adesione, fortemente sostenuta dalla Bce e dalla Commissione, della Bulgaria alla zona euro, scattata a gennaio 2026: anche Radev, che all’epoca era presidente della repubblica, si è schierato contro, chiedendo che la voce del popolo fosse ascoltata. Il 9 maggio dello scorso anno, data simbolica per l’Europa, il neo premier ha proposto, inascoltato, di indire un referendum per decidere l’ingresso nell’eurozona. Sulla notizia è caduto l’occhio attento dell’economista Alberto Bagnai, deputato e responsabile economico della Lega che, affiancando i dati del Pil pro capite di Bulgaria e Italia rispetto alla media europea dal 2000 ad oggi (in euro e a parità di potere d’acquisto), ha osservato che la percentuale bulgara è andata in costante aumento, mentre quella italiana in declino. È vero che il lev bulgaro era già agganciato all’euro da tempo ma, ha commentato Bagnai sul suo blog goofynomics, «quanto può far schifo il “progetto europeo” se perfino quelli che ne hanno tratto un discreto vantaggio fanno così tanta resistenza a un definitivo ingresso in esso? Di cosa hanno paura i bulgari? Sospetto che temano che l’entrata nell’euro interrompa la fase di catch-up, di recupero di posizioni rispetto alla media. Sarà un timore fondato, o è un’ondata di irrazionalità fomentata dai soliti populisti irresponsabili?», ha ironizzato il deputato leghista.
Toccherà a Ursula & Co. sbrogliare la matassa. Le elezioni di domenica, che hanno riunito sotto lo stesso tetto un pot-pourri di elettori di diversa estrazione politica (socialisti anti-sistema ma anche sovranisti), accomunati dal malcontento, stanno riposizionando Sofia anche sul piano geopolitico: pur mantenendo formalmente gli impegni dell’Ue e della Nato, Radev cerca relazioni equilibrate sia con l’Occidente che con Mosca, con buona pace della vacuità bruxellese.
