Papa Francesco (Imagoeconomica)
Il gip del tribunale di Ravenna, Federica Lipovscek, ha sciolto la riserva sulla decisione comunicata al termine degli interrogatori di garanzia di giovedì mattina (l’udienza è durata circa due ore) e accolto parzialmente le richieste della Procura, disponendo l’interdizione dalla professione medica per 10 mesi per tre degli indagati nell’ambito dell’inchiesta sui certificati antirimpatrio.
Per gli altri cinque indagati sempre del reparto delle malattie infettive dell’ospedale di Ravenna (più, di recente, una dottoressa si è trasferita a Forlì), è scattato, anche in questo caso per 10 mesi, il divieto di occuparsi dei certificati per l’idoneità ai Cpr, centri di permanenza per i rimpatri.
Sulla base delle verifiche della polizia, i pm Daniele Barberini e Angela Scorza, titolari del fascicolo, avevano chiesto per tutti gli otto sanitari indagati (accusati di falso ideologico continuato e di interruzione di pubblico servizio) l’interdizione per un anno dalla professione. Anche se il gip ha disposto per cinque indagati una misura più lieve di quella richiesta, dalla decisione di emettere provvedimenti cautelari per tutti gli indagati emerge il fatto che la toga abbia fondato il quadro di gravi indizi e confermato il pericolo di reiterazione del reato.
A rafforzare la posizione dell’accusa è anche il fatto che il gip ha disposto i provvedimenti sebbene l’Ausl Romagna avesse fatto sapere, alla vigilia dell’interrogatorio di garanzia di giovedì mattina, di avere già escluso tutti i medici indagati dalla mansione di certificazione per i Cpr. Una sconfitta per la linea dei difensori, gli avvocati Carlo Alberto Baruzzi, Francesca Cancellaro, Sonia Lama, Marco Martines, Maria Elena Monaco, Salvatore Tesoriero e Maria Virgilio che, in una nota congiunta, avevano sottolineato come, secondo loro, «il provvedimento di esonero dell’Ausl dalle specifiche attività faceva venire meno «i presupposti per l’applicazione di una misura interdittiva che, in assenza di concrete esigenze cautelari, sarebbe inutilmente afflittiva e sproporzionata». Ma di fronte al gip, il pm Scorza aveva obiettato che l’esonero disposto dall’Ausl appariva essere generico e che il pericolo di reiterazione sussisteva in quanto il falso contestato è ideologico: potrebbe cioè riverberarsi anche su altri tipi di certificati oltre a quelli per i Cpr. Davanti al gip, tutti gli indagati si erano avvalsi della facoltà di non rispondere limitandosi ad alcune dichiarazioni sulla «totale correttezza» del loro operato svolto «con professionalità e dedizione, ponendo al centro la tutela della salute e della dignità delle persone, conformemente alla deontologia medica», avrebbero poi precisato i legali, che nei giorni scorsi avevano comunicato la rinuncia al ricorso al Riesame in relazione ai sequestri svolti durante le perquisizioni. I difensori dei sanitari indagati avevano presentato ricorso in relazione al sequestro del un computer aziendale e del telefonino di una delle indagate in quel momento non presente in Italia.
Sul tavolo poteva finire anche la complessa questione dell’acquisizione delle chat, ottenute degli investigatori senza sequestrare i telefonini degli altri sette sanitari coinvolti. Gli agenti che hanno effettuato la perquisizione hanno infatti filmato il contenuto delle chat con il proprietario del telefonino presente. Si tratta, dunque, di materiale informatico «virtuale», ma in alcuni casi la Cassazione lo considerato materia che può essere oggetto di ricorso al Riesame. Ma la rinuncia dei difensori ha messo la parola fine su tutti gli argomenti.
Sulla base delle informative di Sco e Squadra mobile e di parte delle chat sequestrate nella perquisizione informatica del 12 febbraio scorso, la Procura ha ipotizzato che gli otto, in maniera preordinata e ideologica, abbiano attestato false non idoneità alla detenzione amministrativa nei Cpr per diversi stranieri irregolari, perlopiù arrestati dopo avere commesso reati.
Durante l’indagine, partita nel luglio 2025 è emerso che, dei 64 stranieri accompagnati in reparto a Ravenna tra settembre 2024 e gennaio 2026, 34 erano stati ritenuti non idonei e 10 si erano rifiutati di sottoporsi a visita. E che, secondo il quadro accusatorio sottoposto dai pm al gip Lipovscek, dei 44 stranieri irregolari così tornati liberi, 10 avevano poi commesso una ventina di reati. Una decina di giorni fa una delle dottoresse indagate era stata soccorsa dai sanitari del 118 dopo che si era procurata alcune ferite compatibili con un tentativo di suicidio.
Secondo i quotidiani locali Il Resto del Carlino e Corriere di Romagna, la donna avrebbe detto ai soccorritori intervenuti presso la sua abitazione «dovete fare sapere ai media che ho fatto questo gesto perché mi hanno indagato».
Stando alle ricostruzioni trapelate dopo il fatto, a lanciare l’allarme sarebbe presumibilmente stata la stessa dottoressa, che già all’indomani della perquisizione informatica della Squadra mobile del 12 febbraio, aveva minacciato una prima volta un gesto estremo, chiamando in quell’occasione un collega che aveva poi allertato le forze dell’ordine di quanto stava accadendo.
Piero Calamandrei, insigne giurista, antifascista e tra i padri della Costituzione, lo aveva intuito con largo anticipo. Nei lavori preparatori dell’Assemblea costituente, nell’autunno del 1947, si trova una chiave di lettura ancora oggi attuale del dibattito sulla riforma della giustizia.
Durante la discussione sulla composizione del Consiglio superiore della magistratura, l’organo di autogoverno della magistratura previsto dall’articolo 104 della Costituzione, Calamandrei espresse forti perplessità sull’idea di affidare ai magistrati l’elezione dei membri del Consiglio. «Io temo che con questo sistema si introducano nella magistratura le competizioni elettorali, con candidature, programmi e propaganda. Si rischia che anche nella magistratura sorgano gruppi organizzati che si contendano i voti», avvertì nel corso del dibattito. E spiegò con chiarezza la ragione della sua preoccupazione: «La magistratura deve restare fuori dalla lotta politica; non sarebbe opportuno abituare i magistrati a formare gruppi elettorali».
All’interno della Costituente esistevano posizioni diverse su come individuare i membri del Consiglio superiore della magistratura. Alcuni costituenti sostenevano il sistema dell’elezione, altri preferivano la designazione o meccanismi diversi di selezione. Alla fine, prevalse l’opzione elettiva: il rischio paventato da Calamandrei fu ritenuto remoto e difficilmente realizzabile. La storia, però, ha mostrato uno scenario diverso. Nel tempo, si è sviluppato un sistema di correnti organizzate all’interno della magistratura che ha inciso profondamente sul funzionamento del Csm. Un fenomeno che gli osservatori più attenti indicano come una delle cause dell’alterazione dell’equilibrio istituzionale immaginato e voluto dai Costituenti.
Quando si parla di «deriva correntizia», infatti, non ci si riferisce soltanto a episodi tristemente simbolici come quello dell’Hotel Champagne (in cui si riunirono Luca Palamara, magistrati e politici per discutere di nomine, ndr), ma a una trasformazione più profonda. Per effetto di questa stortura, l’idea della magistratura come potere diffuso e indipendente ha progressivamente lasciato spazio a un sistema di gruppi organizzati e spesso ideologicamente caratterizzati. Il risultato è stato un indebolimento dell’equilibrio tra i poteri, disegnato dalla Costituzione. Una questione seria che rischia, però, di essere ridotta a semplice scontro politico o a terreno di contrapposizione ideologica.
Eppure lo stesso Calamandrei, nei suoi scritti e nei suoi interventi, aveva ricordato che la Costituzione non è un meccanismo automatico: «Non è una macchina che, una volta messa in moto, va avanti da sola», ammoniva. Per funzionare, infatti, ha bisogno di responsabilità, lungimiranza e partecipazione civica. La sfida, oggi come allora, è capire se il sistema istituzionale sia in grado di correggere le proprie distorsioni e recuperare lo spirito originario della Carta costituzionale. La posta in gioco è enorme e non riguarda soltanto l’organizzazione della giustizia, ma la tenuta complessiva dell’equilibrio democratico del Paese. La Carta fondamentale respira e può essere modificata seguendo lo schema che essa stessa si è data all’articolo 138. È successo già più di 40 volte.
Quello che è immorale e ignobile è usarla come arma di propaganda, trasformando il referendum in un plebiscito pro o contro Giorgia Meloni, svuotandolo di ogni contenuto giuridico. È vergognoso e, a tratti, ridicolo agitare lo spettro del fascismo, quando votano Sì un presidente emerito della Corte costituzionale, un esercito di costituzionalisti e metà della classe dirigente del Partito democratico degli ultimi trent’anni.
Chi vuole mettere la Costituzione sotto una lastra di vetro non intende proteggerla. La soffoca. La lascia com’è, pur essendo consapevole dei sopravvenuti limiti, solo perché gli conviene ed è funzionale ai propri interessi. Quei padri e quelle madri costituenti non volevano adoratori. Volevano figli capaci di fare ciò che loro stessi fecero: guardare la realtà e avere il coraggio di cambiarla.
Anna Gallucci, pm di Pesaro
Io, da pubblico ministero, voterò Sì alla riforma, perché voglio una giustizia davvero uguale per tutti e una magistratura libera da qualsiasi condizionamento, reale o anche solo apparente. Il magistrato, infatti, non deve solo essere imparziale: deve anche apparire tale. Durante questa campagna referendaria la magistratura si è espressa con slogan, con toni forti, con attacchi alla politica.
Vi chiedo: vi è sembrata davvero terza? Vi sentireste tranquilli a entrare in un’aula di giustizia dopo aver sostenuto il referendum, di fronte a una campagna così massiccia da parte della magistratura per il No? Vi sentireste sicuri dopo che alcuni sostenitori del No hanno portato avanti una vera e propria campagna d’odio contro chi, legittimamente e democraticamente, ha espresso una semplice opinione? Molti magistrati del Sì sono stati pesantemente attaccati. A una collega è stato detto «Dimettiti». Solo perché ha avuto il coraggio di raccontare come stiano le cose e di dire Sì. E allora mi chiedo: è questa l’indipendenza della magistratura che i sostenitori del No dicono di voler difendere?
La campagna per il No si è basata spesso su un pregiudizio: un giudizio negativo formulato prima ancora di leggere il testo della riforma e ripetuto nonostante la riforma chiarisca espressamente, tramite l’articolo 104 della Costituzione, che la magistratura resta un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere, composto da magistrati della carriera giudicante e della carriera requirente. Trovo allarmante e pericoloso che durante questa campagna referendaria siano stati usati toni di disprezzo e siano state rivolte minacce, anche nei confronti di alcuni giornali, proprio da parte di coloro che dovrebbero essere i primi tutori della legalità. Ho sentito dire dai fautori del No che, con questa riforma, il pubblico ministero non svolgerà più indagini anche a favore della difesa.
Permettetemi una domanda: cittadini che siete entrati in un processo come indagati o imputati, quante indagini a vostro favore avete visto davvero fare dal pubblico ministero? Con la riforma, invece, questo potrà accadere maggiormente. Il pm svolge un mestiere diverso da quello del giudice: la riforma va nella direzione della specializzazione. A mio giudizio, un magistrato requirente più specializzato e responsabilizzato sentirà l’esigenza, ancor più di oggi, di valorizzare davvero anche gli elementi portati dalla difesa. E, a maggior ragione, dovrà essere sanzionato se non li considera.
Ho sentito dire anche che l’estrazione a sorte dei consiglieri del Consiglio superiore della magistratura sarebbe umiliante. Io rispondo che un po’ di umiltà non farebbe male a nessuno. La vera mortificazione della magistratura è un’altra: essere costretti a fare campagne elettorali per diventare membri del Csm; essere costretti a lunghe e faticose attività all’interno delle correnti per ottenere una candidatura. La vera mortificazione è che tutte le correnti, anche Magistratura indipendente, alla quale mi sono iscritta proprio perché colpita da quella parola, «indipendente», si siano allineate nel fare opposizione senza sé e senza ma a questa riforma.
Una riforma che, storicamente, nasce a sinistra e viene portata a compimento da un governo di destra. Purtroppo, oggi, alcuni esponenti progressisti, coerentemente con il loro ruolo di oppositori della maggioranza, sostengono il contrario pensando di danneggiare l’esecutivo, ma finendo per danneggiare i cittadini. La sinistra politica si è divisa. Le correnti dell’Associazione nazionale magistrati, invece, no. Da iscritta all’Anm ho potuto constatare direttamente cosa significhi fare campagne elettorali all’interno della magistratura associata. Sono esperienze che possono anche arricchire sul piano personale: si costruiscono rapporti umani, ci si confronta su temi importanti. Ma devo dire con sincerità che l’attività associativa e le campagne elettorali nulla hanno a che vedere con la nostra funzione di magistrati. Si vota sulla base della conoscenza e dell’appartenenza correntizia. Esattamente come accade nelle elezioni politiche o amministrative: si sceglie sulla base del partito o dei rapporti personali.
Quando i sostenitori del No sostengono che oggi al Csm entrano i più meritevoli, bisognerebbe ricordare loro che anche le fake news dovrebbero avere un limite di decenza. Meritevoli in base a quali criteri? Non esiste alcun concorso per entrare al Csm: entrano i più votati, non necessariamente i più bravi, esattamente come succede in politica.
Ho deciso di scendere in campo in questa campagna referendaria perché sono profondamente convinta che i cittadini vadano rispettati e non intimiditi, né ingannati con bugie sistematiche. Fin dalla mia prima intervista ho sentito il dovere di raccontare la verità. All’inizio ero sola. Poi una collega mi ha contattata via mail per sapere se volessi unirmi ad altri magistrati per il Sì. Magistrati che neppure si conoscevano tra loro. La cosa sorprendente è che, senza coordinarci e spesso senza neppure esserci mai visti, abbiamo iniziato a dire le stesse cose.
Questo significa una cosa sola: che stiamo semplicemente raccontando la verità. E lo facciamo assumendoci tutti i rischi, perché siamo stati delegittimati da alcuni quotidiani ed esposti alla gogna mediatica. C’è chi si è messo a scavare nelle nostre vite private. Come se parlare fosse un privilegio riservato solo ai sostenitori del No. Durante la campagna referendaria sono stata spesso attaccata e offesa sui social, ma non dagli inevitabili leoni da tastiera, bensì da profili fake creati appositamente per screditare l’avversario. Uno strumento a cui ricorre chi non ha argomentazioni per sostenere un vero dibattito. Eppure questa campagna referendaria mi ha anche restituito qualcosa di molto importante: tantissime attestazioni di solidarietà. Da colleghi, che magari preferiscono non esporsi pubblicamente, ma soprattutto da tanti cittadini. Cittadini che non hanno nulla a che fare con i palazzi di giustizia, ma che da sempre percepiscono che qualcosa nella magistratura non funzioni e che hanno capito che ora abbiamo l’occasione di cambiare le cose.
Ho incontrato persone di ogni orientamento politico, di sinistra e di destra, unite solo dal desiderio di informarsi e capire. Quando si dice che questa riforma è troppo tecnica e difficile da spiegare ai cittadini, si dice una cosa falsa. La riforma non è incomprensibile. Se viene spiegata in modo complicato è perché qualcuno preferisce tenere all’oscuro i cittadini, invece di raccontare la verità in modo chiaro. Cari lettori, per tutte queste ragioni e per contrastare questa deriva antidemocratica, vi chiedo, il 22 e 23 marzo, di andare a votare e di scegliere il Sì.
Ma che significa: «Non diamo vantaggio a Putin?». A furia di andar dietro all’Unione europea il governo si sta avvitando in una situazione che non capiamo. Onestamente non credo che l’Italia debba dare ulteriori «prove d’amore» all’Ucraina. Credo chela solidarietà sincera al popolo ucraino non sia mai mancata, idem per quel che riguarda i finanziamenti a Zelensky necessari a non soccombere di fronte all’invasione russa.
Ora però vediamo di non perdere di vista la situazione più generale e non sacrificare gli interessi nazionali sull’altare dell’Europa. L’opinione pubblica non ha più alcuna intenzione di veder indebolito ulteriormente il proprio potere d’acquisto: il caro petrolio non è soltanto lo sciacallaggio di alcuni alla pompa di benzina ma è pure l’incremento dei prezzi nei prodotti che mettiamo nel carrello della spesa.
Se l’America ha deciso di allargare le maglie verso la Russia rispetto alle sanzioni energetiche, non si capisce l’intransigenza europea nel tenerle strette. Non credo che l’Europa sia nelle condizioni di giocare una partita energetica con la forza negoziale degli States, quindi invitiamo il governo italiano a differenziarsi rispetto alla strategia di Bruxelles. Di sicuro l’atteggiamento ostile che il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha verso il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco non ci fanno ben sperare. La Biennale parla un linguaggio che è «oltre» la politica, è un ponte o se volete un by-pass che la politica usa per negoziare con registri differenti.
Se dall’inizio della guerra in Medio Oriente la Russia ha incassato 150 milioni di dollari in più al giorno dalla vendita di petrolio, non possiamo non considerare il peso del petrolio sugli scenari globali (alla faccia delle rivoluzioni green della Ue). Non so cosa vogliano fare a Bruxelles, ma so cosa vorrei che facesse questo governo di centrodestra: fare gli interessi degli italiani! Ecco perché lascerei perdere sbandamenti del tipo «Non diamo vantaggi a Putin»: se la Russia racimola poco meno di due miliardi nel giro di 14 giorni, è evidente che non ha bisogno di noi. Al limite siamo noi che tra poco faremo i conti con l’ammutinamento degli italiani spazientiti.
Ora, il ministro Giuli può anche giocare a indignarsi ma qui il gioco non regge: prima dell’attacco all’Iran e dopo l’invasione russa in Ucraina, fior di multinazionali (americane ed europee, anche italiane) non hanno mai smesso di operare sul mercato russo, lo sa? E hanno generato circa 41,4 miliardi di dollari di tasse versate all’erario russo tra il 2022 e il 2023, cioè una cifra equivalente a circa un terzo dell’intero bilancio militare della Russia per il 2025? Se volete qualche nome eccolo: la britannica Unilever, le francesi Total, Auchan, Leroy Merlin. Nell’elenco non mancano le italiane Ferrero, Barilla, Fenzi e Calzedonia tanto per fare qualche nome. Fanno bene? Assolutamente sì e infatti nessuno si sognerebbe di puntare l’indice contro di loro. A voler essere precisi - caro Giuli - quando si parlò di usare gli asset finanziari russi congelati in Belgio per finanziare la resistenza ucraina, il nostro presidente del Consiglio si oppose anche per difendere le aziende italiane in Russia. Ma andiamo oltre, facciamo sempre parlare i numeri, invece di una retorica che francamente mi ha anche stancato. Ebbene i numeri dicono che, a fronte dei vari pacchetti di sanzioni, l’Europa compra ancora direttamente o indirettamente energia da Mosca. Prendo per buono ciò che ha scritto Mattia Feltri pochi giorni fa sulla Stampa a proposito dell’acquisto europeo di gas russo, alla faccia dei venti pacchetti: «Dal nemico irriducibile, secondo logica, non dovremmo più acquistare nemmeno un barattolo di caviale da un triennio. E invece va così. Ma restate seduti perché non è finita. Tutto il gas naturale liquefatto estratto a febbraio nella penisola russa di Yamal è stato trasportato nei terminali dell’Unione europea. Non un po’, non tanto: tutto. Un milione e mezzo di tonnellate. E, già a gennaio, proprio tutto no, ma il 93 per cento ce lo eravamo accaparrati. E cioè: si è stabilito di non comprare più gas dalla Russia? Bene, nel frattempo compriamone più che si può». Non vi basta? Ecco cosa scriveva Federico Fubini qualche tempo fa sul Corriere della Sera: «Lo stretto fra la Danimarca e la Svezia in entrata e uscita dal Baltico misura appena quattro chilometri nel suo punto più stretto, tutto in acque della Nato e dell’Unione europea e dunque in teoria è controllato dalle organizzazioni più ricche e potenti che la storia abbia mai visto. Eppure continuiamo a far passare esportazioni di petrolio russo per decine di miliardi di euro all’anno: l’equivalente di quanto stiamo pagando ogni anno per cercare di difendere l’Ucraina dall’aggressione della Russia stessa, finanziata con quei fondi. […] Il risultato è che l’export di greggio e prodotti petroliferi, con cui Mosca sostiene la guerra, in volume sta aumentando: 21 milioni di tonnellate di export in gennaio scorso, 22 milioni in agosto, 23 a settembre e probabilmente ancora di più ottobre. La chiave è nel Mar Baltico». Prima dell’attacco americano e israeliano in Iran e prima della scelta Usa di allentare le sanzioni.
A fronte di questi dati vogliamo ancora giocare a fare i duri e puri con Buttafuoco, il quale almeno ha il merito di giocare a carte scoperte in nome del dialogo culturale?
