Papa Francesco (Imagoeconomica)
Via al processo di manutenzione del Giudizio Universale di Michelangelo all’interno della Cappella Sistina. «Ci siamo accorti che c’era uno stato sottilissimo bianco, che si è scoperto essere un sale – il lattato di calcio», ha spiegato Barbara Jatta, direttrice dei Musei Vaticani. «Lo toglieremo con acqua distillata e carta giapponese», ha spiegato il capo restauratore Paolo Violini.
Non si può ancora parlare di scampato pericolo, ma la netta presa di posizione di Giorgia Meloni intacca di sicuro le ambizioni degli eurosaggi, che predicano il superamento del requisito dell’unanimità nel Consiglio Ue. «Non sono d’accordo», ha detto il premier nell’intervista a Bloomberg uscita l’altro ieri. «Non credo che sia quella la soluzione, particolarmente non sulla politica estera, che è uno degli elementi fondamentali della sovranità degli Stati».
Il presidente del Consiglio ha ben chiari quali sono i paletti da fissare alle competenze dell’Unione: «Penso che l’Europa possa più agilmente superare la sua lentezza occupandosi di meno cose, facendolo molto meglio». Profondità del pensiero strategico, oppure semplice senso di realtà. Ma è esattamente questa la formula che ci consentirebbe di uscire da certe grottesche contorsioni: mentre qualcuno bofonchia di «ora dell’Europa», i fatti dimostrano che l’Europa è sempre dieci passi indietro, irrilevante in tutte le partite globali che contano. E - il che è peggio - votata a un masochismo oltranzista, sulla transizione ecologica come sulla reazione ai dazi, che ci sta trascinando verso accordi commerciali raffazzonati e insidiosi.
Fare meno, farlo meglio. Mettere in comune poche materie di importanza cruciale, liberandosi dall’ossessione di legiferare su tutto, che ha reso l’Ue malata cronica della patologia diagnosticata da un aforisma di ispirazione reaganiana: se qualcosa si muove, tassalo; se si muove ancora, regolamentalo; se non si muove più, sussidialo.
«Continuo a credere», ha spiegato la Meloni alla testata americana, «nell’unico principio dell’Unione europea che non è stato realmente costruito, che è il principio della sussidiarietà, cioè non si occupi Bruxelles di quello che Roma può fare meglio, non si occupi Roma da sola di quello che non può fare da sola e per cui ha bisogno di Bruxelles». Il premier segnala, pertanto, che abolire il diritto di veto non è sufficiente a garantire rapidità e qualità delle decisioni dell’Ue, in assenza di un radicale cambiamento della filosofia sulla quale si è basato il suo incompleto e maldestro progetto di integrazione. Archiviare l’unanimità non sarebbe «così risolutivo», ha osservato la Meloni, «rispetto a una dinamica […] nella quale c’è anche, diciamoci la verità, una burocrazia molto, molto, molto invasiva. Molto invasiva anche rispetto alle scelte della politica, perché vedo delle decisioni che vengono prese e poi vengono rallentate da una burocrazia che delle volte sembra avere una propria agenda». Mettere a dieta il Leviatano, peraltro, è uno degli elementi chiave dell’asse con la Germania di Friedrich Merz.
Pure qui, il pragmatismo la fa da padrone: in un contesto in cui sono le cancellerie a orientare l’operato della Commissione, la prospettiva è di sostituire, nel motore europeo, la componente francese con quella italiana, approfittando dell’agonia politica di Emmanuel Macron. Nondimeno, sollecitata da Bloomberg sugli attriti con Parigi, l’inquilina di Palazzo Chigi ha preferito minimizzare, rinfacciando ai media di descrivere i rapporti «con alcuni leader» «in maniera un po’ infantile». Invece, «Italia e Francia sono due grandi nazioni europee che condividono moltissimo, che lavorano insieme su moltissimi dossier e che non sono d’accordo su alcune cose». Conclusione: il vertice intergovernativo, saltato all’indomani della polemica per i commenti del premier sull’uccisione dell’attivista di destra transalpino, Quentin Deranque, ma ufficialmente rinviato «per una questione logistica», si terrà «prima dell’estate».
Se la Meloni non può archiviare la cooperazione con i francesi, sembra evidente che abbia spedito in soffitta il piano di Mario Draghi, l’eforo che fa coppia con Enrico Letta e che invoca da mesi la soppressione del criterio dell’unanimità. Paradossalmente, rimane uno spiraglio per il lodo Prodi: «Chi decide va avanti e gli altri si arrangino», aveva suggerito alla Stampa il Professore. Fintantoché ciò dovesse equivalere al meccanismo della cooperazione rafforzata - la procedura prevista dall’articolo 20 del Trattato sull’Unione europea, che permette a un gruppo di almeno nove Stati membri di collaborare in assenza di un accordo a 27 - la Meloni non si tirerebbe indietro.
Il punto è che, dinanzi a interessi nazionali divergenti, l’unanimità svolge la funzione di un pulsante d’emergenza che, di quando in quando, chiunque può avere necessità di premere.
È vero che se troppi galli cantano, non si fa mai giorno. Ma è vero pure che a nessuno conviene vivere in una fattoria in cui tutti gli animali sono uguali, però alcuni sono più uguali degli altri.
L’uomo zombie (sul divano con il reddito di cittadinanza sul conto corrente) era il sogno di Beppe Grillo. L’uomo senza coscienza, annullato dall’Intelligenza artificiale, è il costante incubo di papa Leone XIV. L’uomo sostituito dall’algoritmo è lo spunto più interessante dell’intervista del presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, a Bloomberg.
Da qualunque angolo la si osservi, la rivoluzione digitale portata al suo estremo dissimula la trappola della marginalizzazione dell’essere umano. Un problema che sorge nella Londra della prima rivoluzione industriale, passa attraverso le fabbriche disumanizzate di Metropolis, precipita nelle aberrazioni ideologiche marxiste, sembra risolto con l’equilibrio fra diritti e doveri nella seconda parte del secolo breve. Ma rispunta, carsico, al culmine del terziario avanzato con la resa dei conti attuale: cervello umano o microchip?
Per il premier Meloni «il rischio è che milioni di persone siano espulse dal mercato del lavoro, e non perché sostituite dalle macchine nel lavoro fisico che servì ad aiutare l’uomo ad elevarsi. Ma perché sostituite nel lavoro intellettuale, quello dei professionisti». Quello di oggi e di domani, con un corto circuito imminente nella società dei consumi senza più il denaro in tasca per consumare. Ci avviciniamo alla resa dei conti. Ed è ancora una volta la realtà a sorpassare le teorie da convegno. Dario Amodei, ceo di Anthropic (creatore dei modelli Claude, secondo lui non disumanizzanti), aveva lanciato un ulteriore allarme: nei prossimi cinque anni «i sistemi avanzati di intelligenza artificiale potrebbero interrompere o eliminare fino al 50% dei posti di lavoro entry level nel mondo forense, con un impatto significativo sulla professione degli avvocati». Se è bene che gli studenti di Giurisprudenza facciano un pensierino alle prospettive a breve termine, ancora più significativa è la notizia che arriva dal Belgio: l’operatore di telecomunicazioni Proximus ha annunciato che procederà a tagli di personale nell’ambito di una strategia di riduzione dei costi guidata dall’intelligenza artificiale. Proximus taglierà 1.200 posti di lavoro entro il 2030 a causa di misure legate all’Ia, pari al 15% della sua forza lavoro. L’ad Stijn Bijnens ha annunciato che «l’azienda mira a ridurre i costi della forza lavoro esterna di 25 milioni entro il 2028, nell’ambito di un più ampio programma di efficienza da 180 milioni di euro, trainato principalmente dal risparmio sul personale».
È il cuore del problema, via gli uomini e pure in fretta. Prima i collaboratori esterni, poi i consulenti, infine una quota di dipendenti. Una strategia che presuppone l’implementazione dell’algoritmo al potere, ritenuta una strada obbligata per continuare a distribuire dividendi agli azionisti, impegnati a moltiplicare i patrimoni e a giocare a golf. Proximus ha infatti annunciato nello stesso contesto di essere pronta a investire 1,25 miliardi in infrastrutture. L’annuncio ha avuto due prevedibili reazioni: il taglio dei dividendi oggi per tornare a scendere nei prossimi anni e il crollo in Borsa (-20%), ritenuto dagli esperti «emotivo», nella certezza che il gruppo - una volta chiusa la stagione degli esuberi - tornerà all’età dell’oro grazie all’Ia.
È la fotografia di una realtà in evoluzione rapidissima, che coinvolge quasi tutti i settori dei servizi. Block (ex Square) del guru in bermuda Jack Dorsey ha annunciato il licenziamento di circa 4.000 dipendenti (una parte significativa della sua forza lavoro) a inizio 2026, con l’obiettivo di diventare un’azienda «più piccola, più veloce e nativa dell’Ia», sfruttando i guadagni di produttività dell’algoritmo, che non ha pretese, rivendicazioni sindacali, ferie pagate. Amazon ha confermato tagli massicci (circa 30.000 posizioni corporate entro il 2026); Jeff Bezos chiama il piano «riduzione degli strati», manco si trattasse di una torta con meno ingredienti. La compagnia telefonica inglese Bt Group ha potato 55.000 posti di lavoro e ha annunciato con orgoglio «di volare in Borsa». Così anche Ibm e Duolingo. Il colosso assicurativo Accenture ha licenziato circa 11.000 dipendenti, citando il potenziale dell’Ia per automatizzare il lavoro. Meta ha mandato a casa centinaia di dipendenti in vari dipartimenti, inclusi curiosamente quelli legati alle infrastrutture Ia: neppure gli ingegneri servono più, l’importante è efficientare. L’esempio principale rimane la fintech svedese Klarna, che ha ridotto la sua forza lavoro del 40% tra il 2022 e il 2024 per investire nell’Ia. Con una conseguenza che resta una speranza: è stata costretta a riassumere personale in carne ed ossa «a causa di un calo della qualità dei servizi».
Mentre tutto ciò accade, la politica è ferma e i sindacati pensano alla Flotilla o all’allarme democratico. Lo ha sottolineato Giorgia Meloni, che già al G7 di due anni fa volle un focus dedicato: «La politica è troppo lenta ed è già costretta a inseguire la rapidità delle trasformazioni. Questo è il rischio più grande». Papa Leone è andato oltre: «La possibilità di accedere a vaste quantità di dati e di conoscenze non va confusa con la capacità di trarne significato e valore. Occorre una profonda inversione di rotta». Il problema è capire chi ha in mano il timone.
