Papa Francesco (Imagoeconomica)
I media novecenteschi, quasi tutti schierati convintamente a sinistra, hanno tutto l’interesse a derubricare l’ennesimo tentato omicidio politico avvenuto negli Stati Uniti come qualcosa di usuale, come una parte fisiologica della dialettica politica.
Eppure ancora una volta, dopo la pallottola che aveva colpito di striscio Donald Trump in campagna elettorale e dopo quella che ha ucciso Charlie Kirk, stiamo assistendo allo spettacolo della violenza omicida completamente metabolizzata e resa componente etica da un mondo a se stante che per caratteristiche e dinamiche somiglia sempre più a un manicomio. Ma non a un manicomio criminale con i pazienti idrofobi, sedati e costretti nelle camicie di forza, piuttosto ad uno di quegli istituti di cura così sereni e tranquilli nei quali i pazienti indugiano in attività ricreative insieme alle infermiere.
Occorre prendere atto che ciò a cui si sta assistendo è qualcosa che ormai va oltre la contrapposizione politica e che travalica lo schema di violenza estrema tipicamente novecentesco che vedeva l’analisi marxista-leninista della società centralizzare l’idea di violenza come strumento necessario ai fini rivoluzionari. Secondo lo schema terroristico le forze che facevano uso dell’omicidio politico ne rivendicavano la funzione senza negarne l’essenza problematica: le armi dovevano essere impugnate per mere esigenze rivoluzionarie accettando, allo stesso tempo, di considerare i crimini come passaggi necessari per giungere al bene supremo. Oggi l’esito polarizzante cui è giunta la sinistra statunitense oltrepassa l’idea stessa di «fine rivoluzionario» e stabilisce per la violenza estrema una vera e propria accettazione etica priva di tragicità e priva, soprattutto, di consapevolezza.
La scomparsa o la marginalizzazione delle posizioni di «sinistra civile» ha riscritto i termini del dibattito e della comunicazione rendendo efficaci unicamente gli argomenti che hanno come punto di caduta l’eliminazione fisica del nemico. Questo assetto ha un nome preciso, un nome che già da qualche tempo viene sussurrato ma che ormai raggiunge aspetti di vera a propria evidenza oggettiva: guerra civile. Una guerra civile perpetua a bassa intensità che si nutre, e non è certo un caso, dei sostegni che le stesse Ong di sinistra hanno diretto - come recenti inchieste giudiziarie stanno svelando - alle più estreme e folkloristiche organizzazioni di estrema destra, una su tutte il Ku Klux Klan.
Tale dinamica autoalimentante ha reso impossibile ogni correzione interna e ha reso illegittimo ogni orizzonte di coappartenenza nazionale per tutti coloro che non si schierano attivamente e con la massima violenza, verbale o fisica, dalla parte «giusta». Al punto in cui si è giunti, lo stesso Partito democratico statunitense non può più nemmeno imboccare la strada che scelse il Pci dissociandosi dalle Brigate rosse giacché la netta maggioranza dell’elettorato progressista si percepisce ormai in stato di guerra permanente e il freno non funziona più. Il risultato è una radicalizzazione endogena: ogni critica interna viene letta come tradimento, come concessione al nemico totale, in una spirale che rende impossibile la distinzione tra dissenso e incitazione. La sequenza mentale di Cole Allen, l’attentatore di Washington che ha scritto un «manifesto» per spiegare il proprio gesto, rappresenta il diagramma perfetto della psicosi collettiva progressista. In esso si denuncia il complottismo mentre si costruisce l’intera narrazione sui complotti alimentati dai media nei confronti di Trump riproducendo esattamente quel comportamento patologico che un tempo la psichiatria classificava come «dissociazione». In una sorta di delirio neomanicheo l’attentatore arriva a scrivere che non può tollerare che Trump, con le proprie azioni, «macchi le sue mani» classificandosi così come uno di quei «vendicatori psicotici» una volta casi isolati ma oggi innumerevoli ed immersi in un immenso brodo di coltura alimentato dai media e fatto esplodere dai social.
Nel profilo individuale dell’attentatore si trova tutta l’inquietante documentazione dello stato di conflitto permanente nel quale si trova la società americana: un individuo altamente scolarizzato, non isolato e la cui vita e le affermazioni sui social si sovrappongono perfettamente a quelle di milioni di altri individui a lui simili. Proprio qui, in questa non eccezionalità di un omicida politico, sta il punto della questione che deve indurre necessariamente a due riflessioni ormai ineludibili: la prima, su quali e quante siano le responsabilità di media e figure di vertice che hanno alimentato per anni la narrazione della guerra civile - Cole Allen è anche un attivista «No Kings» - sino a giungere all’ipernormalizzazione delle devianze psichiche intese a volte come ulteriori «nuovi diritti» da proteggere e coltivare.
In secondo luogo, appare ormai ineludibile riflettere sulla deriva di massa, dagli insegnanti ai più innocui bibliotecari, della normalizzazione dell’omicidio politico, non più appannaggio esclusivo di dostoevskijani gruppi terroristici. Tutto ciò sta rendendo la sinistra politica che ha accettato di espellere l’idea stessa di «convivenza civile» non più una forza di compensazione dei conflitti ma un vero e proprio problema sociale.
Bruxelles accusa Meta di consentire a numerosi minori di età inferiore ai 13 anni di accedere a Instagram e Facebook, esponendoli a diversi rischi e violando le normative europee. «Le nostre indagini preliminari dimostrano che Meta non sta facendo praticamente nulla per impedire ai minori di accedere a queste piattaforme», ha dichiarato la vicepresidente della Commissione per gli Affari digitali, Henna Virkkunen. La società respinge con fermezza le accuse.
Da re Mida a re Sfiga è un attimo. A Bruxelles credevano di aver finalmente impresso il loro tocco magico all’Europa orientale, che considerano strategica: le presidenziali ripetute in Romania con il paravento delle ingerenze russe hanno portato alla vittoria di un capo dello Stato - Nicusor Dan - gradito alla Commissione, nonché all’installazione di un esecutivo pro Ue, guidato dal liberale Ilie Bolojan; la Bulgaria ha aderito alla moneta unica; in Ungheria, il babau Viktor Orbán è stato sconfitto dal rivale conservatore Péter Magyar. Per gli strateghi dell’Unione, però, il trionfo si è presto rovesciato in uno smacco: in Romania, il governo pro Ue è a un passo dalla caduta; in Bulgaria, a pochi mesi dall’introduzione dell’euro, alle urne l’ha spuntata un candidato «putiniano»; e in Ungheria sarà pure cambiato il musicista, però non è cambiato lo spartito. A parte lo sblocco del prestito da 90 miliardi all’Ucraina - nel Vecchio continente si stappa champagne, quando si possono sborsare quattrini - non risulta che il nuovo premier magiaro abbia abrogato una sola delle vituperate leggi del predecessore. Nemmeno quella contro i gruppi Lgbt, appena bocciata dalla Corte di giustizia. Quanto alle forniture energetiche, il sovranista atipico ha ottenuto la riparazione dell’oleodotto Druzhba (esattamente ciò che pretendeva Orbán) e ha già messo in chiaro che, con Mosca, si dovrà tornare a dialogare.
Comunque, al capo del Ppe tanto è bastato per invocare un’amnistia: «Il Parlamento», ha detto Manfred Weber, «avrà un ruolo nel ristabilire la fiducia tra Bruxelles e Budapest, quindi va stoppato l’iter per la richiesta dell’articolo 7 nei confronti dell’Ungheria». Il grande burattinaio della politica europea vuole disinnescare l’«opzione nucleare» sulla fiducia: i diritti dell’ex Stato membro ribelle sono salvi non perché esso si sia convertito all’europeismo, bensì perché Magyar non è Orbán.
Il leader dei popolari, però, è «molto preoccupato» per quello che sta succedendo a Bucarest: «Vediamo una collaborazione tra i socialisti e i populisti contro il governo filoeuropeo in carica. La Romania è in una posizione difficile, ha un deficit molto alto e il commissario Valdis Dombrovskis», lo stesso secondo cui il Patto di stabilità non si può sospendere giacché ancora non siamo in recessione, «e altri desiderano che il governo continui le riforme». Ciò che conta è quello che desidera la Commissione. Non quello che pensa il popolo. Al quale la sovranità spetta sempre meno nella sostanza, perché prima delle loro preferenze ci sono i diktat dell’Unione; prima del loro giudizio c’è quello dei mercati.
Se in Romania è in atto una crisi politica, in effetti, è perché l’Ue pretende una terapia intensiva per i conti pubblici. E sia la sinistra sia la destra sovranista vi si oppongono. In ballo c’è un ricattone analogo a quello del caso ungherese: fate i bravi e arriveranno 10 miliardi di fondi, circa il 2,5% del Pil (quelli congelati all’Ungheria erano 37, addirittura il 18% del Pil). Più che una federazione basata sulla solidarietà, l’Europa sembra un piccolo impero fondato sull’estorsione. Nel mondo sottosopra di Bruxelles, il massacro delle nazioni coincide con un trionfo: Mario Monti, l’uomo che elogiava la capacità delle istituzioni Ue di rimanere «al riparo dal processo elettorale», definì le disavventure del debito ellenico e la successiva cura a base di austerità «la manifestazione più concreta del grande successo dell’euro». A Sofia avrebbero dovuto prenderlo sul serio.
Nel frattempo, il Parlamento Ue ha dato luce verde alla posizione sul bilancio 2028-2034, che poi andrà negoziato con i vari Paesi. La relazione è passata in plenaria con 370 voti a favore, 201 contrari e 84 astensioni. Essa invoca un aumento del 10% del budget rispetto a quanto proposto dalla Commissione: il quadro finanziario passerebbe a 1.780 miliardi di euro (2.011 miliardi se si fanno i calcoli a prezzi correnti), con lo scopo di rafforzare voci quali Difesa, competitività, coesione e agricoltura. Ça va sans dire: più dotazioni economiche all’esecutivo significano più centralizzazione, più poteri. È proprio quello che ha lamentato il copresidente di Ecr, Nicola Procaccini, spiegando l’astensione di Fdi: «Siamo contrari a questa spinta centralista: mancano ancora cose importanti sul contrasto all’immigrazione illegale». E a proposito di francesi, è passata la linea di Emmanuel Macron: i deputati hanno sollecitato una discussione sull’ipotesi di escludere dal bilancio il rimborso del Recovery fund e sull’introduzione di 60 miliardi l’anno da risorse proprie - ovvero, denaro raccolto attraverso prelievi fiscali nei singoli Stati. In un contesto in cui l’operato della Commissione è fuori controllo, sarebbe la certificazione che in Europa si è rotto un antico principio: quello per cui non si possono imporre tasse senza adeguata rappresentanza politica.
In compenso, Dombrovskis ieri ha promesso «un nuovo e audace piano d’azione di pulizia profonda» del corpus legislativo Ue, per correggere «la frammentazione delle norme, le incongruenze e le sovrapposizioni delle disposizioni, riducendone la complessità». La sburocratizzazione è una bandiera di Giorgia Meloni e Friedrich Merz. Sarà che a Bruxelles si sono pentiti di aver regolato la lunghezza delle banane e la circonferenza delle vongole. Nell’album di famiglia, fa più bella mostra il «successo» della Grecia affamata.
Bruxelles la pensa come l’internazionale progressista: il reato di stupro sussiste «in assenza del consenso». In teoria, un’ovvietà. Nella pratica, un principio dalla complessa traduzione normativa.
Ieri, a Strasburgo, il Parlamento europeo, in una risoluzione adottata a maggioranza con 447 voti a favore, ha chiesto alla Commissione una proposta legislativa che elabori una definizione comune di stupro, in cui «il consenso libero, informato e revocabile» è il cardine. Si torna così su quel terreno scivoloso, dai contorni ambigui, secondo cui il silenzio o l’assenza di un «no» non significano «consenso». E nel caso di una direttiva, il rischio è che i diktat Ue vengano imposti all’Italia.
Il carattere di urgenza è stato annunciato dal commissario europeo all’Uguaglianza, Hadja Lahbib: «Non c’è più tempo da perdere». Nel suo intervento ha dichiarato: «La Commissione sosterrà le riforme nazionali volte a introdurre definizioni di stupro basate sul concetto di consenso. Condurremo inoltre una mappatura completa della legislazione attuale nell’Ue per individuare ulteriori azioni al fine di garantire che il sesso senza consenso sia definito come stupro in tutta l’Unione».
Il confronto in Aula non si è svolto in un clima costruttivo. «Ho trovato molto stridente il dibattito: si è focalizzato sullo scontro, con toni eccessivi e a tratti è stato violento», ha detto l’eurodeputata di Fratelli d’Italia Elena Donazzan. Che ha precisato: «La votazione finale l’abbiamo rimandata alla sovranità degli Stati membri, dove l’Italia sta già lavorando a un inasprimento delle pene a tutela della donna».
A salire subito sul carro Ue è stato il M5s. Il senatore Pietro Lorefice, difendendo la posizione del Parlamento Ue, ha lamentato che «in Italia la riforma è stata annacquata, tornando a logiche che spostano il peso sul dissenso anziché affermare con chiarezza il principio del consenso». Dello stesso tenore sono state le parole dell’eurodeputato del Pd Alessandro Zan: «Mentre l’Europa va avanti sui diritti, in Italia il governo Meloni vuole riportare indietro le lancette con il ddl Bongiorno». Zan ha poi ricordato l’accordo saltato tra il centrodestra e il centrosinistra: «Giorgia Meloni ha tradito gli accordi presi con la segretaria Pd Elly Schlein».
Ma il testo approvato all’unanimità alla Camera il 18 novembre 2025, secondo cui sarebbe stato stupro qualsiasi atto sessuale compiuto senza «consenso libero e attuale» della donna, creava problemi non di poco conto. Il testo successivo, che poneva l’accento sulla «volontà contraria» della vittima, escludendo la formula vaga di «assenza di consenso», era stato boicottato dalla sinistra. E a nulla sono valsi i tentativi più recenti di compromesso, con il Pd e il Movimento 5 stelle che hanno rifiutato la proposta del presidente della commissione Giustizia del Senato, Giulia Bongiorno, di prevedere il principio del «consenso riconoscibile».
A ripercorrere la vicenda è stata ieri Bongiorno: «L’unanimità era stata trovata alla Camera su un testo che subito dopo i tecnici hanno detto mancare di tassatività. Ci è stato indicato che si poteva prestare a delle strumentalizzazioni. Da qui il centrodestra ha chiesto una diversa formulazione che non è piaciuta al centrosinistra. A questo punto anziché andare avanti a maggioranza siamo tornati in un comitato» in cui «c’è una nuova proposta della senatrice Unterberger e c’è la mia proposta sulla volontà riconoscibile». Bongiorno ha anche lanciato un appello all’unità. Dopo aver dichiarato che «il pronunciamento del Parlamento europeo sembra un’ennesima indicazione ad andare avanti per fare questa legge», ha spiegato: «Credo che sia il momento di trovare una condivisione, ognuno deve lasciare da parte qualcosa. Credo che non dobbiamo dimenticare che la volontà della donna sarà accertata di volta in volta dal giudice».
Che la Cgil si fosse innamorata della Cina l’avevamo capito qualche giorno fa, quando il segretario piemontese Giorgio Airaudo (non uno qualsiasi, ma una colonna storica dei metalmeccanici rossi), di ritorno da un viaggio a Pechino e dintorni, aveva sentenziato giubilante: «Lì è il futuro dell’industria, Cirio (il governatore ndr) proponga Mirafiori (lo stabilimento di Torino ndr) ai cinesi».
Nessuno però avrebbe immaginato che a stretto giro sullo stesso argomento si sarebbe espresso anche Maurizio Landini, il leader maximo. Una riflessione lucida e circostanziata, perché il segretario pone paletti e condizioni occupazionali, ma il concetto lo manifesta senza mezzi termini: «E qui veniamo a un punto per me decisivo», sottolinea l’ex Fiom nel corso di un evento organizzato da SDA Bocconi e ripreso dal giornalista Stefano Feltri nella newsletter Appunti, «Io penso che in Italia ci sia bisogno non solo di una politica diversa di Stellantis, ma di un altro produttore. E visto che oggi il produttore più importante, più forte e più avanzato sono i cinesi, io penso che ci sarebbe bisogno che un produttore cinese venisse a produrre in Italia. Lo dico sapendo bene che questa affermazione suscita obiezioni. C’è chi dice: attenzione, è già successo con la Germania, i cinesi hanno imparato, hanno assorbito tecnologia, poi hanno fatto da soli. È vero, ma il problema è che oggi i cinesi sono già i maggiori produttori mondiali».
E qui l’analisi di Landini si presta alle prime critiche. Ma come, proprio il segretario del sindacato più barricadero che è pronto un giorno sì e l’altro pure a indire scioperi e a portare in piazza i lavoratori a difesa dei propri diritti, indica nella produzione asiatica l’unica soluzione per l’automotive italiana? Passi per il riconoscimento della leadership nelle materie prime e nelle tecnologie innovative, ma un accenno al dumping sulle regole (retributive, di welfare e ambiente) che ha consentito questa escalation sarebbe stato il minimo. Niente. Forse Landini avrebbe dovuto ammettere che a Pechino, una Cgil come quella che lui qui ha dipinto a sua immagine e somiglianza, non sarebbe mai stata tollerata. Meglio soprassedere.
«I cinesi», continua imperterrito, «sono passati in vent’anni da due o tre milioni di auto a più di trenta milioni. Sono leader nell’elettrico, nelle batterie, nella digitalizzazione dei processi. In questi giorni», spiega ancora, «una delegazione della Fiom e della Cgil è in Cina a visitare realtà produttive. Chi va racconta di livelli altissimi di innovazione, di tecnologia, di qualità. La domanda, allora, è molto semplice: vogliamo continuare a stare fermi mentre investono in Ungheria o altrove, oppure vogliamo costruire le condizioni perché investano anche in Italia, con regole precise, con obblighi di produzione, di trasferimento tecnologico, di occupazione, di radicamento industriale?».
Lezione di strategia. Ma siamo sicuri che il primo problema dell’automotive italiana sia quello di aumentare la produzione e di portare un secondo big player nel Paese? O non sia invece prioritario (come lo stesso Landini a dir il vero parzialmente ammette in seguito) ripensare seriamente le regole del gioco a partire dal Green deal? A furia di inserire termini inderogabili sull’addio ai motori a scoppio e paletti improbabili per ridurre le emissioni, le auto (elettriche) sono diventate un prodotto economicamente «insostenibile» per la classe media. E allora se per comprare un veicolo non di lusso ma familiare, bisogna investire due o tre anni di stipendio, il gioco, anche con i minori costi cinesi, resterebbe in perdita.
Forse un sindacato che si dichiara «popolare» avrebbe dovuto insistere da tempo e non da ora, su questi concetti. Perché la rigidità dei progetti ambientalisti europei è uno dei motivi per i quali la delegazione della Cgil che si è recata a Pechino ha scoperto un Eldorado. Non gli è chiaro che quel Bengodi si sarebbe potuto realizzare qui.
