Papa Francesco (Imagoeconomica)
A dicembre 2025, l’East Lake Laboratory (Cina) ha inaugurato un treno capace di raggiungere 800 km/h in soli 5,3 secondi, utilizzando la levitazione e la propulsione elettromagnetica.
Un risultato che apre scenari inediti per il futuro dei trasporti, specialmente per le applicazioni aerospaziali. Il veicolo sperimentale, del peso di circa una tonnellata, è alimentato da un sistema a levitazione magnetica (Maglev) ed è stato lanciato su una pista di prova lunga 400 metri. L’esperimento è un precedente storico per i sistemi di trasporto a levitazione magnetica ad alta velocità e i sistemi di lancio elettromagnetici per applicazioni spaziali. Il risultato giunge dopo dieci anni di ricerca, nel corso dei quali sono state affrontate e risolte sfide tecnologiche estremamente complesse: dalla propulsione elettromagnetica ad altissima velocità alla stabilità delle sospensioni elettriche, fino alla gestione di enormi flussi di energia in tempi brevissimi e all’impiego di magneti superconduttori ad alto campo.
La portata di questo traguardo va oltre il record in sé, dimostrando la maturità di una tecnologia pronta per il futuro. L’idea non è nuova e il principio è semplice: invece di usare razzi, un acceleratore elettromagnetico imprime al carico una velocità sufficiente per raggiungere l’orbita lunare o per essere trasferito verso altre destinazioni. La scommessa in gioco è ampiamente alla portata dell’Europa e in particolare dell’Italia. Pochi mesi fa è stato presentato Hyper Transfer, progetto basato sulla tecnologia dell’Hyperloop di Elon Musk, il primo treno a levitazione magnetica che collegherà Milano-Venezia in meno di 15 minuti. Il treno viaggerà a 1.000 km/h, e la Regione Veneto ha molto investito sul progetto presentato 2025 al salone Transport Logistic di Monaco. In questo modello le capsule (equivalenti dei vagoni dei treni) grazie alla repulsione/attrazione magnetica si muovono in condotti sopraelevati e vengono spinte fino a 1.000 km orari grazie a motori elettrici lineari. Dato che il convoglio non tocca le rotaie, l’unica forza che si oppone al suo moto è l’attrito dell’aria e l’interno del tubo è tenuto a bassa pressione per minimizzarne l’effetto. Il consumo di energia e l’inquinamento ambientale vengono ridotti.
Permangono criticità, in particolare quelle che riguardano la necessità di disporre di adeguato spazio (rettilineo), senza il quale non è possibile raggiungere le velocità previste. Analogo progetto è quello della IronLev di Treviso, che sfrutta la levitazione magnetica su binari già esistenti. A differenza del progetto di Elon Musk che prevede di utilizzare apposite strutture da realizzare ex novo, la levitazione magnetica passiva ideata in Italia può essere applicata a qualunque binario ferroviario, senza bisogno di modifiche alle infrastrutture già in uso. Il principio della levitazione magnetica passiva è quello di creare un cuscino d’aria che separi fisicamente il veicolo dalla pista, con forti vantaggi in termini di attrito, efficienza, rumore e vibrazioni.
Chiudiamo il cerchio con un terzo esempio, offerto dalla Genergo, società italiana di Como, che sta sviluppando un sistema di propulsione elettromagnetica in cui il sistema trasforma l’energia elettrica in propulsione. La tecnologia è stata testata in orbita per oltre 700 ore complessive di funzionamento nell’arco di tre missioni lanciate tra il 2022 e il 2023. Ci si attende una conferma non appena la società pubblicherà il principio fisico su una rivista peer-rewied con dati aperti alla comunità.
Altro settore in cui l’Italia potrebbe assumere una posizione rilevante è quello dell’In-Orbiting-Service, con lo sviluppo di satelliti (settore in cui eccelliamo) finalizzati a specifici compiti, da collocare su orbite suscettibili di riposizionamento sulla base delle esigenze. Il settore si sta evolvendo da semplici missioni di prolungamento della vita operativa a capacità complete di manutenzione e aggiornamento. Le nuove capacità includono l’assemblaggio in orbita di grandi strutture, riparazioni a livello di componenti tramite tecnologia di stampa 3D e la capacità di aggiornare i sistemi hardware dei satelliti.
Le opportunità di sviluppo di nuove tecnologie connesse allo Spazio non si fermano qui; abbiamo le applicazioni inerenti l’osservazione della terra (inestimabili per settori chiave come agricoltura e ambiente), la prevenzione delle emergenze ambientali (inclusi i terremoti), i programmi per lo sfruttamento dell’energia solare, nucleare o dell’elio-3 (ricchi giacimenti lunari), le tecnologie per estrazione di minerali dagli asteroidi, le soluzioni abitative concepite per la Luna, le nuove frontiere della medicina. Già da oggi esistono quindi innumerevoli potenzialità, in cui gli investimenti possono avere ritorni straordinari. Dopo un cinquantennio di studi e sperimentazioni per lo sviluppo di tecnologie che hanno visto l’Italia in pressoché perenne condizione di subalternità, dove la nostra presenza è stata bene accetta solo quando abbiamo portato rilevanti contributi economici, è arrivato il momento di cambiare spartito.
Il supporto istituzionale dovrebbe per questo essere riversato su progetti che producano tecnologie realmente abilitanti seguite da uno sviluppo tecnico e commerciale effettivo e credibile (non solo tecnico ma anche finanziario e di mercato). Il supporto pubblico non può essere considerato un bancomat per l’erogazione di una sorta di reddito industriale, ma deve fare da levatrice anche per un diverso spirito imprenditoriale. Dobbiamo ritagliarci una fetta tecnologica realmente utile se vogliamo rimanere nello Spazio da protagonisti, rendendo lo Spazio una infrastruttura abilitante integrata con altri domini economici e strategici. Altrimenti tanto vale pagare per «affittare» servizi prodotti da terzi.
Il tedesco si impone 6-1 4-6 6-4 6-7 6-1 dopo 4 ore e 16 minuti e conquista il primo Slam in carriera. Cobolli lotta fino al quinto set e sfiora l’impresa: per l’azzurro una finale storica che conferma la sua crescita ai massimi livelli e l'ingresso in top ten.
«Comunque vada Flavio ha già vinto» si diceva alla vigilia del match. Un italiano diverso da Jannik Sinner a giocarsi la finale di uno Slam era addirittura impensabile soltanto fino a pochi giorni fa. Soprattutto se lo Slam in questione è il Roland Garros e l'ultimo italiano a vincerlo è stato Adriano Panatta nel 1976.
Flavio Cobolli ha comunque vinto perché è arrivato a tanto così dal compiere un'impresa che avrebbe scritto un'altra pagina indelebile del tennis azzurro. E se è vero che nello sport arrivarci vicino conta relativamente, è altrettanto vero che sulla terra rossa del Court Philippe-Chatrier il tennista romano ha gettato il cuore oltre l'ostacolo rendendo la vita complicatissima ad Alexander Zverev, numero 3 al mondo con tutto da perdere visto che a 29 anni, dopo 3 finali perse, non era ancora riuscito a vincere uno Slam e per riuscirci ha dovuto faticare non poco. Significative le lacrime del tedesco al momento del secondo match point concretizzato che ha sancito una vittoria inseguita per anni e sempre sfuggita. Una vittoria tanto desiderata quanto sofferta. Merito di un Cobolli a tratti leggendario, rimasto in partita fino all'inizio del quinto set. Poi la partita ha preso la direzione definitiva. Zverev è partito forte nel parziale decisivo, salendo rapidamente 3-0 con due break di vantaggio. Cobolli ha provato a restare agganciato, ma la distanza si è allargata subito e il tedesco ha trovato anche il terzo break nel settimo game, chiudendo di fatto i conti. L’azzurro ha comunque continuato a giocare ogni punto, provando a restare dentro la finale fino all’ultimo scambio.
Il punteggio finale è stato 6-1 4-6 6-4 6-7 (5) 6-1 dopo 4 ore e 16 minuti di gioco. Nel quinto set Cobolli ha avuto anche qualche occasione in risposta, senza però riuscire a concretizzare le palle break. Zverev ha gestito con maggiore solidità i propri turni di servizio, mentre l’italiano ha iniziato a perdere brillantezza negli spostamenti laterali, pagando la fatica di una partita giocata ad altissima intensità.
La finale si era aperta nel segno del tedesco. Primo set a senso unico, con Zverev subito avanti di un break e poi capace di allungare fino al 6-1, approfittando delle difficoltà di Cobolli negli scambi prolungati e al servizio. Il secondo parziale ha invece raccontato un’altra partita: più equilibrio, più lotta, e un Cobolli cresciuto soprattutto nella gestione dei punti importanti. Il break decisivo è arrivato nel settimo game e ha riportato la sfida in parità. Nel terzo set Zverev ha ritrovato ordine nei propri turni di battuta, mentre Cobolli ha avuto due palle break nel quarto game senza sfruttarle. Il tedesco ha poi colpito nel momento chiave, strappando il servizio nel decimo game e portandosi avanti due set a uno. Il quarto parziale è stato il più equilibrato e il più lungo sul piano emotivo. Cobolli ha avuto un primo break di vantaggio, poi è stato ripreso e superato, quindi ha nuovamente ribaltato l’andamento del set fino al 5-3. Zverev ha reagito ancora e si è arrivati al tie-break. Qui l’azzurro ha tenuto meglio la tensione: avanti 6-4, ha chiuso alla seconda occasione utile con un passante di dritto che ha portato il match al quinto set. Nel set decisivo però la partita si è spostata subito verso il tedesco. Zverev ha preso il controllo con un avvio aggressivo e ha sfruttato gli errori di Cobolli nei momenti chiave. L’italiano ha avuto alcune chance in risposta, ma non è riuscito a trasformarle e il divario si è ampliato fino al 6-1 finale.
Al momento del punto decisivo Zverev si è lasciato andare in lacrime, disteso sulla terra rossa del Philippe-Chatrier. Per lui è il primo titolo Slam della carriera, dopo tre finali perse. Cobolli, invece, lascia Parigi con una finale che segna comunque un passaggio importante: il primo grande appuntamento giocato fino in fondo e la sensazione di poter stare stabilmente ad alto livello.
Orazio Schillaci dispensa fragili sicurezze e smonta granitiche certezze. «La riforma della medicina generale è un’occasione unica che non possiamo lasciarci sfuggire. Io sono ottimista e sono convinto che si troverà una soluzione», ha dichiarato ieri alla Festa dell’Innovazione del Foglio, parlando di un decreto in realtà affossato.
Poi, con noncuranza mette in discussione una scelta del governo Meloni. «L’astensione sull’accordo pandemico dell’Oms non è un no definitivo. Il piano pandemico non è stato approvato, è ancora sotto discussione perché mancano tutti quanti gli allegati, che sono la parte essenziale. È stato rinviato nell’ultima seduta dell’Oms e verrà credo riproposto nel prossimo maggio. Quindi c’è tempo per vedere cosa ci sarà all’interno del piano pandemico», ha fatto sapere durante il suo intervento.
Ma che cosa fa il ministro del centrodestra, apre all’accordo adottato dall’Assemblea mondiale della sanità? Dopo che nel maggio dello scorso anno l’Italia si era astenuta, intendendo così «ribadire la propria posizione in merito alla necessità di riaffermare la sovranità degli Stati nell’affrontare le questioni di salute pubblica». Quale altra posizione contraria all’esecutivo intende prendere, il professor Schillaci?
Il decreto, sul quale a Lungotevere Ripa stava lavorando d’intesa con le Regioni si è arenato: sono le stesse associazioni di categoria dei medici di medicina generale a parlare di fallimento annunciato, eppure il ministro della Salute deve dimostrare di tenere la barra dritta.
«La quadra va trovata nell’interesse dei cittadini, io difendo solo la salute pubblica e i cittadini e in particolare difendo le persone più deboli e più fragili. Questa è una rivoluzione dalla quale noi non possiamo tirarci indietro e credo che nessuno si tirerà indietro capendo quanto sia importante la salute pubblica per tutti e quanto sia importante dotare il Servizio sanitario nazionale di una visione più moderna che è quella della medicina territoriale», ha detto tutto d’un fiato.
Schillaci sa bene che, in base al Pnrr, a fine giugno devono aprire almeno 1.038 Case di comunità, per la cui organizzazione sono arrivati dall’Europa 2 miliardi di euro. Devono entrare a regime, ci saranno i controlli di Bruxelles, ma senza personale medico come possono funzionare? Perché diventino operative, la riforma Schillaci ridisegna la medicina del territorio intervenendo sulle norme che regolano il rapporto dei medici di medicina generale e il Servizio sanitario nazionale (Ssn).
I medici di famiglia però non vogliono saperne che si metta mano sulla loro convenzione con il Ssn di cui alcuni diventerebbero dipendenti con il cosiddetto doppio binario dell’assistenza primaria. I sindacati avevano osteggiato la riforma e minacciato scioperi, quindi la trattativa resta impossibile se non c’è «negoziato», come continua a chiedere Silvestro Scotti, segretario della Federazione italiana medici di medicina generale (Fimmg). «No alla retribuzione per obiettivi. Sì al rilancio della medicina dei servizi», sostiene Pina Onotri, segretario generale del sindacato medici italiani (Smi).
Il flop della riforma viene attribuito a Schillaci. «Dopo quasi quattro anni di governo Meloni sembra di ascoltare un ministro appena arrivato, non chi ha avuto il compito di guidare per quasi quattro anni il Servizio sanitario nazionale», ha commentato ironico Francesco Boccia, presidente dei senatori del Pd. «Oggi il ministro parla di una rivoluzione indispensabile. Ma quella rivoluzione avrebbe dovuto essere già in corso».
Nel 2024, mentre il governo Meloni lasciava scadere la Decontribuzione Sud, Giuseppe Provenzano - ex ministro per il Mezzogiorno nel Conte II e padre politico di quella misura - tuonava da Repubblica.
Parlava di «furia ideologica e iconoclasta», di un «Sud condannato alla marginalità», di una norma bandiera smantellata per pura ostilità ideologica. «Stanno cancellando tutto», accusava, rivendicando il Piano 2030 come un’architettura coerente per il Mezzogiorno produttivo.
A distanza di quasi due anni, la Banca d’Italia ha pubblicato uno studio che vale più di mille dichiarazioni. Si intitola The effects of a large place-based reduction of social security employers’ contributions: the case of Decontribuzione Sud ed è firmato da cinque ricercatori dell’istituto. La conclusione è sobria e impietosa: la decontribuzione non ha creato occupazione. Non ha aumentato i salari. Non ha stimolato gli investimenti. Ha migliorato la liquidità delle imprese - cioè ha messo soldi in tasca agli imprenditori - ma non ha trasformato il tessuto produttivo del Sud.
Il cuore della polemica di Provenzano era questo: senza lo sgravio del 30% sui contributi sociali, le aziende meridionali avrebbero ridotto le assunzioni. La decontribuzione era presentata come lo strumento per «massimizzare l’impatto degli investimenti» e costruire un «Sud produttivo». I ricercatori di Bankitalia hanno analizzato l’effetto della misura su circa 140.000 piccole e medie imprese, usando un disegno a discontinuità geografica che confronta le imprese situate ai due lati del confine amministrativo Nord-Sud, per isolare l’effetto della policy dal boom edilizio post-pandemia e dalle assunzioni nel pubblico impiego. Il risultato è netto: effetto sull’occupazione pari a zero. Effetto sui salari medi: zero. Effetto sugli investimenti: anch’esso statisticamente indistinguibile da zero.
Lo sgravio ha ridotto i costi del lavoro di circa il 4,2% - in linea con le attese - e ha migliorato la redditività delle imprese. Ma quei margini in più non sono stati reinvestiti in macchinari, stabilimenti o nuovi dipendenti. Sono stati accumulati come riserva di cassa. Le imprese, di fronte a una misura rinnovata di sei mesi in sei mesi dalla Commissione europea nell’ambito dei cosiddetti Temporary Frameworks, hanno razionalmente scelto di non scommettere su di essa per pianificare il futuro. Hanno incassato, non investito.
L’aspetto più scomodo per chi ha gestito quella politica è che la decontribuzione è nata, come ricordava Provenzano, grazie alla trattativa con l’allora commissario Nicolas Schmit. Ma è nata con un difetto originale: il suo inquadramento come aiuto di Stato temporaneo l’ha condannata a una vita precaria, scandita da rinnovi annuali. Le imprese lo sapevano, e lo studio lo certifica: è stata proprio l’instabilità del quadro regolatorio - non la sua assenza - a vanificare gli effetti potenziali sulla crescita. Un incentivo che può sparire da un momento all’altro non può essere la base di una decisione di investimento pluriennale.
C’è un altro dato illuminante. Nonostante la generosità della misura - 41,7 miliardi stanziati su undici anni - la percentuale di lavoratori che ne ha effettivamente beneficiato si è fermata intorno al 60% degli aventi diritto. Il motivo principale non è la burocrazia generica: è la non conformità contributiva. Circa il 23% delle imprese del Sud, secondo i dati Inps citati nello studio, non è in regola con i contributi e non può quindi accedere alla misura. Il sommerso, il lavoro irregolare, l’economia informale hanno eroso dall’interno l’efficacia di uno strumento costruito per aziende che già funzionano secondo le regole.
Questo non è un fallimento della decontribuzione in sé: è la prova che interventi di fiscalità di vantaggio orizzontali - validi per tutti i datori di lavoro del Sud indipendentemente dal settore o dal progetto imprenditoriale - non riescono a raggiungere proprio quella parte del tessuto economico che ne avrebbe più bisogno, perché quella parte vive ai margini della legalità contributiva.
Insomma, la decontribuzione era, nelle parole di Provenzano, «un tassello della strategia in quattro pilastri». Ma lo studio di Bankitalia dimostra che quel tassello, nella sua applicazione concreta, non ha spostato di un millimetro gli indicatori che davvero contano per lo sviluppo: occupazione, salari, investimenti produttivi. Ha aumentato i profitti delle imprese già sane, ha lasciato fuori le micro-imprese irregolari, ha generato zero posti di lavoro aggiuntivi misurabili. Le Pmi beneficiarie hanno usato i risparmi per rafforzare la propria solidità finanziaria - scelta razionale, ma lontanissima dagli obiettivi prefissati.
Ah, per non dimenticare: da quando è stato mandato in soffitta il piano Provenzano gli occupati al Sud sono da record. Questo perché gli incentivi sono andati agli investimenti, non nelle tasche di qualcuno.
