Papa Francesco (Imagoeconomica)
Il settore farmaceutico in Borsa vive un paradosso: la domanda di cure esplode per l’invecchiamento della popolazione, ma i margini evaporano sotto i colpi della politica. Il vero «virus» per le Big Pharma ha un nome preciso: pressione sui prezzi.
Gli Stati Uniti, storico bancomat delle multinazionali del farmaco, hanno cambiato musica. «La determinazione del presidente statunitense Donald Trump a ridurre drasticamente i costi del sistema sanitario americano sta pesando sul sentiment e sui prezzi delle azioni europee, poiché gli Stati Uniti rappresentano uno dei mercati di bocca più importanti per molte di queste aziende», sintetizza Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, società di consulenza finanziaria indipendente.
Ma c’è di più: il settore affronta il cosiddetto «patent cliff» (il dirupo dei brevetti). I farmaci che oggi generano miliardi stanno per perdere la protezione legale, diventando preda dei generici a basso costo. Entro il 2030, si stima che 61 miliardi di dollari di vendite annue andranno in fumo. Per le aziende «vulnerabili», che non hanno innovato, il destino è segnato.
Molti risparmiatori e investitori istituzionali sono caduti nella trappola del «recency bias»: la tendenza a credere che ciò che è accaduto di recente continuerà all’infinito. Durante il Covid il settore sanitario era l’eroe globale; gli investitori hanno proiettato quell’entusiasmo, comprando titoli a multipli elevati e ipotizzando crescita continua di fatturato e margini. «Il ritardo pluriennale del settore è il risultato di una combinazione di dinamiche di mercato e pressioni specifiche: l’eccesso di offerta post Covid e l’ottimismo eccessivo hanno creato un effetto “postumi” con lo spostamento di capitali lontano dai titoli difensivi verso il comparto tecnologico e l’Ia», spiega Gaziano, analista finanziario di lungo corso e consulente finanziario indipendente.
Il simbolo è Novo Nordisk. Fino a giugno 2024 era l’azienda più preziosa d’Europa, spinta dai farmaci per la perdita di peso. Poi il crollo: il titolo ha perso quasi i due terzi dal picco e, su tre anni, segna circa -50%. Il mercato aveva già scontato uno scenario di perfezione che i fondamentali non potevano sostenere, mentre cresceva la concorrenza. «La crescita organica derivante dallo sviluppo interno richiede troppo tempo per compensare le perdite immediate causate dalla scadenza dei brevetti», sottolinea Gaziano. «Ciò lascia le aziende a caccia di soluzioni biotecnologiche con prodotti in fase avanzata o già approvati».
Se il farmaceutico tradizionale rallenta, il biotech mostra segnali di risveglio. Ma è un mercato intricato: nel 2021 bastava una slide per raccogliere capitali, oggi sopravvive solo chi ha farmaci in fase 3 o già approvati. Il 2026 potrebbe segnare un ritorno grazie a nuove fusioni e progressi su Alzheimer e demenza, oltre all’uso più mirato dell’intelligenza artificiale. Il rischio però resta elevato: senza metodo e selezione rigorosa, è poco più che una scommessa.
Il primo a invitare in Parlamento Nathan Trevallion e Catherine Birmingham, i genitori della cosiddetta «famiglia nel bosco», era stato il presidente del Senato, Ignazio La Russa, poco meno di un mese fa.
Allora l’incontro mirava a stemperare le tensioni e a favorire il ricongiungimento familiare. Ma l’evento organizzato ieri nella sala stampa della Camera da Michela Vittoria Brambilla, presidente della Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza, ha avuto tutt’altro significato. «Non avrò pace finché questa famiglia non sarà riunita. Oggi sono la voce di questi bambini, che non sono mai presenti nelle aule dei tribunali né nei salotti televisivi. Non hanno modo di essere ascoltati da nessuno», ha esordito la Brambilla in apertura dell’incontro coi genitori, presso la sala stampa di Montecitorio. «Questa vicenda è iniziata male e sta proseguendo peggio. È violenza di Stato. Il sistema con cui i minori vengono tolti alle famiglie va riformato. In questa Italia moralizzatrice si giudica con arroganza modi di vivere diversi dal proprio. Le autorità riuniscano questa famiglia, non continuiamo a sbagliare come Paese: vi chiedo di mettere a posto le cose», ha aggiunto Brambilla, prima di dare la parola a Nathan e Catherine, che visibilmente emozionati, per la prima volta dopo molto tempo, hanno parlato in pubblico leggendo un testo in inglese, alternato a qualche parola in italiano.
Il primo a intervenire è stato il padre, che ha espresso l’amore per la sua famiglia e il dolore di questi mesi. «Non avrei mai potuto immaginare il dolore e la sofferenza che abbiamo vissuto come famiglia, soprattutto i bambini», ha esordito il padre dei piccoli Trevallion. «Prima la separazione dalla loro casa, dai loro animali, dal loro padre. Poi la separazione dalla loro madre. La paura, l’ansia, lo stress, il trauma sono stati terribili per loro, mentalmente ed emotivamente. La loro gioia e la loro felicità sono state distrutte», ha aggiunto con gli occhi lucidi, sottolineando come lui e la moglie siano oggi «ancora più uniti di prima nell’amore, nel nostro amore reciproco e nell’amore per i nostri figli». «Il nostro più grande desiderio è essere riuniti come una famiglia amorevole», ha concluso. Parole a cui fanno eco quelle della moglie Catherine, anche lei con la voce rotta dalle lacrime che le sono scese più volte dagli occhi nel corso dell’incontro con la stampa: «Siamo distrutti al pensiero che i nostri figli stiano soffrendo e di non poterli riportare a casa, al sicuro, per prenderci cura di loro e amarli». «Voglio solo svegliarmi da questo incubo orribile che non finisce», ha detto, raccontando di aver visto «la sofferenza dei nostri bambini mentre vivevo nella struttura» e di svegliarsi «sentendo Nathan lamentarsi e piangere nel sonno». «Questo è straziante, non solo come madre e moglie, ma per una persona che ha passato tutta la vita ad aiutare gli altri e che ora non può aiutare i propri figli», ha proseguito. Quindi la denuncia finale: «Se mi è concesso dire la mia verità, mi dispiace molto affermare che questo è stato di gran lunga l’atto più crudele che abbia mai vissuto e visto fare ai bambini in tutta la mia vita». Nel corso dell’incontro, Catherine ha letto la lettera che Utopia, la più grande dei tre bambini, le ha scritto per il compleanno: «Mamma, ti auguro buon compleanno insieme a tutti i nostri animali. Vorrei tanto essere lì, ti vogliamo bene, mi manchi moltissimo ma ci stiamo facendo forza per uscire da qua».
Un viaggio a puntate attraverso gli 80 anni della Vespa, tra guerra, ricostruzione e mito industriale italiano. Il 23 aprile 1946 la Piaggio depositava il brevetto del modello. L’idea nasceva nel 1944, durante lo sfollamento degli stabilimenti a Biella, quando l’ingegnere Renzo Spolti realizzò il prototipo «Paperino», ispirandosi agli scooter dei parà americani. Sarà poi Corradino D’Ascanio a rielaborarne il progetto, fino a definirne la forma definitiva dello scooter più famoso del mondo.
Lo stabilimento Piaggio di Pontedera (Pisa) era diventato un obiettivo strategico per i bombardieri anglo-americani, perché lì era cominciata la produzione dell’unico bombardiere quadrimotore italiano, il P-108. Il 21 gennaio 1944, poco dopo che la fabbrica fu occupata dai tedeschi, i B-24 del 449th Bomb Group rasero al suolo lo stabilimento del marchio fondato nel 1884 a Genova.
Enrico Piaggio, allora alla guida dell’azienda, decise il trasferimento della produzione superstite a Biella, dove le maestranze e i macchinari trovarono ospitalità presso lo storico cotonificio Poma. Qui fu trasferito l’ingegnere milanese Renzo Spolti, che venne incaricato da Piaggio di «pensare al futuro», considerando la fine delle commesse per l’aviazione militare a guerra finita.
In contatto con il conte biellese Carlo Felice Trossi di Pian Villar, ex corridore automobilistico e appassionato di motori, Spolti pensò a uno scooter per tutte le tasche, semplice e maneggevole. Sembra che l’ispirazione fosse venuta da uno scooter usato dai paracadutisti americani anche in Italia, il Cushman «Model 53», di cui il conte possedeva un esemplare. Trossi possedeva anche un miniscooter italiano prodotto negli anni '40 in pochi esemplari, il «Volugrafo» della Simat di Torino, da cui derivò la primitiva idea del futuro scooter Piaggio. A Biella nacque il prototipo della Vespa, il Piaggio Mp-5. Completamente carenato, lo scooter era caratterizzato dal motore centrale Sachs da 98cc che Spolti, anticipando di molto i tempi, pensò di accoppiare ad un cambio automatico. Furono gli operai a ribattezzarlo «Paperino» per le sue forme che ricordavano il volatile acquatico.
Il progetto tuttavia non piacque ad Enrico Piaggio, che nel 1945 coinvolse l’ingegnere Corradino D’Ascanio. Le motivazioni del patron erano valide. L’Mp-5 presentava un tunnel centrale di alloggiamento del propulsore che rendeva difficoltoso l’accesso e l’avviamento era previsto solo a spinta. Con lungimiranza, Piaggio pensò alla clientela femminile che non avrebbe gradito tali difetti in termini di praticità, in previsione di una prima motorizzazione popolare dell’Italia.
D’Ascanio modificò radicalmente il progetto del 1944 eliminando il tunnel che non piaceva a Piaggio e alloggiando il motore alla destra della ruota posteriore. La soluzione, pur sacrificando la stabilità del mezzo, permise un accesso ottimale e la possibilità di ricavare spazio per le gambe e per uno scudo protettivo. L’Mp-6 del 1945, dotato di cambio manuale e avviamento a pedale, era di fatto il prototipo della Vespa. Il nome che accompagnerà lo scooter più famoso del mondo venne dallo stesso Enrico Piaggio che, alla vista dell’Mp-6, esclamò: «Sembra una vespa!» per la forma che ricordava l’insetto dalla vita stretta e dall’addome bombato.
Dopo gli ultimi ritocchi al prototipo, la prima Vespa, poi nominata «98» dalla cilindrata del motore, era pronta per la produzione. Ma i danni della guerra rallentarono la fabbricazione per la mancanza di presse, tanto che i primi esemplari furono realizzati artigianalmente battendo la lamiera manualmente (chiamati poi «Serie Zero»). Solo con l’aiuto dell’Alfa Romeo fu possibile per Piaggio ricevere i primi lotti di telai stampati. La Vespa fu presentata in anteprima alla Mostra della meccanica e metallurgia che si svolse a Torino dal 24 marzo al 7 aprile 1946. Il brevetto fu registrato alcuni giorni più tardi, il 23 aprile. Una data che segnò l’inizio di un mito, che tuttavia stentò a decollare inizialmente a causa della gravissima crisi economica che colpì l’Italia appena finita la guerra. La possibilità del pagamento rateale venne incontro alla Piaggio, avvicinando le tasche degli italiani al sogno della rinascita a motore. Un problema fu la produzione della «98», per la cronica scarsità di materie prime, che creò lunghe liste di attesa. Il prezzo era importante per le possibilità dei lavoratori italiani del 1946, 55.000 lire per la «normale» (senza cromature e con sella in pegamoide, la famosa finta pelle in nitrocellulosa) e 61.000 per la «lusso» con sellino in pelle e manubrio cromato. Ma il sogno a due ruote fu più forte del carovita. Tra il 1946 e il 1947 furono circa 15.000 le «98» vendute, anche all’estero (in Sud America e Svizzera). Nel 1948 un nuovo modello da 125cc entrò in produzione. Migliorata nelle sospensioni e nell’efficienza di un motore più affidabile nel raffreddamento, la nuova Vespa guadagnerà nei primi mesi altre migliorie come il cavalletto centrale al posto del piccolo laterale della «98» perdendo il delicato e costoso cambio «a bacchetta» per il sistema a cavi «Teleflex», adottato nel 1949. Capace di sfiorare i 70 km/h, la «125» poteva superare in prima marcia pendenze fino al 22%.
Lo stampaggio delle lamiere fu ancora a carico di Alfa Romeo e Nuovo Pignone di Firenze, ma gli effetti del Piano Marshall cominciarono a dare sollievo anche alla Piaggio che, a partire dal 1950, acquistò nuove presse per stampare i telai a Pontedera. Il rumore dei macchinari sostituì quello delle bombe che 6 anni prima avevano raso al suolo la storica azienda aeronautica. Le ali lasciavano così il posto a due piccole ruote, che avrebbero messo l’Italia ancora in movimento.
Daniela Chieffo è direttrice dell’unità operativa di psicologia clinica presso l’università Cattolica-Fondazione Policlinico Agostino Gemelli. Esperta stimata, ieri ha partecipato all’evento a sostegno della famiglia nel bosco organizzato alla Camera da Michela Vittoria Brambilla.
Ed è inevitabile iniziare la conversazione chiedendole quali traumi abbiano riportato in questi mesi i tre figli di Nathan e Catherine Trevallion. «Questi bambini sono stati allontanati dai genitori e sono stati di fatto sradicati da un ambiente di vita a contatto con la natura per essere trasferiti in una condizione ambientale molto diversa», dice la dottoressa. «In questo modo è avvenuta una frattura molto brusca, quindi c’è stato un trauma ambientale oltre che relazionale. Di solito si pensa sempre che i bambini si adattino, perché apparentemente dimostrano di avere delle risorse e di mantenere serenità. Ma quella serenità nasconde anche una memoria traumatica importante. In questo caso abbiamo dei traumi che riguardano un vissuto di perdita legato sia alla famiglia sia all’ambiente».
Insomma, oltre alla separazione dai genitori anche quella dall’ambiente in cui hanno vissuto per anni è un trauma per i tre bambini Trevallion.
«Questi bambini ricevevano degli stimoli neurosensoriali ambientali, educativi e pure nutritivi di un certo tipo. Poi sono stati posti in un’altra realtà molto diversa rispetto a quella a cui erano abituati».
Una realtà che, sia concesso dirlo, non sembra poi migliore rispetto a quella che hanno lasciato. A quanto pare fanno poche ore di lezione, non hanno grande socialità perché in casa protetta ci sono ragazzi di età diverse... In compenso possono vedere i cartoni animati e mangiare dolci e cibi processati.
«Questo è un tema molto importante. I bambini in questo momento vivono in una realtà che non è stimolante come quella che hanno lasciato. Possiamo parlare di deprivazione ambientale. Le istituzioni devono garantire delle alternative valide, anche in linea con quello che potremmo chiamare il mito familiare».
Il mito familiare sarebbe il legame con la natura?
«Sì. Ci sono perfino delle scuole che prevedono questo contatto. Ebbene io credo che i bambini, nel momento in cui vengono allontanati e posti in un altro ambiente, debbano avere in qualche modo un rifornimento».
Cioè dovrebbero in qualche maniera rimanere in linea con la visione in cui sono cresciuti.
«Certo, assolutamente sì. Pure il cibo con cui oggi si stanno alimentando è un cibo molto dissonante da quello a cui sono stati abituati. Il cibo non è solo apporto calorico e proteico, ma qualcosa di più. Il cibo a cui loro sono stati abituati l’hanno perduto per acquisire uno stile alimentare diverso, che potrebbe essere anche tossico per certi aspetti. Non c’è continuità su questo tema, come sui temi educativi, con quello che hanno vissuto in precedenza».
Secondo lei ora sarebbe importante riunire la famiglia anche per non danneggiare ulteriormente questi bambini?
«In quest’epoca abbiamo tutti gli strumenti e i professionisti in grado di aiutare questa famiglia. Questa è una famiglia che ha dimostrato una forte sintonizzazione affettiva ed emotiva tra i genitori e i bambini. I bambini sono risultati sani dal punto di vista cognitivo e emotivo, e riavvicinarli in qualche modo potrebbe garantire un aiuto, una promozione alla salute di questi bambini. Io credo che sia fondamentale una cooperazione, una forma di dialogo tra la famiglia e le istituzioni».
Dialogo che però per ora è stato piuttosto carente. Eppure dovrebbero essere soprattutto le istituzioni a promuoverlo.
«Assolutamente sì. L’istituzione deve in qualche modo creare una forma di sintonizzazione con questi genitori, sempre avendo in mente i bambini e i loro diritti».
A volte si notano atteggiamenti contraddittori da parte delle istituzioni. Abbiamo casi come questo in cui i bambini vengono tolti a genitori non abusanti. E altri casi in cui invece i bambini vengono lasciati con dei genitori che arrivano addirittura a ucciderli. Da cosa dipende questa disparità secondo lei?
«Noi vediamo tanti bambini e ragazzi che sviluppano una psicopatologia perché vivono in ambienti tossici, e mi chiedo come mai appunto ci siano delle situazioni che non vengono attenzionate o altre che vengono attenzionate troppo. Alcuni casi rimangono al buio, altri sono illuminati con degli abbaglianti. Per questo credo che sia importante riflettere sull’idea di un collegio tecnico multidisciplinare, un insieme di persone che lavorino in concerto su queste situazioni. E poi bisogna lavorare sui servizi sociali che a volte sono carenti. È fondamentale che chi lavora con i bambini abbia competenze adeguate, addirittura una sorta di patentino, per capire quale sia davvero il bambino in pericolo».
Se ho capito bene lei parla di un patentino per gli assistenti sociali e di un gruppo di esperti che valuti i vari casi prima che si proceda agli allontanamenti.
«Sì, bisogna avere un team esperto in questo campo che possa coordinare un percorso preventivo. Parliamo della casa nel bosco ma siamo pieni di famiglie che possono avere in mente progetti diciamo così non adeguati, non per mancanza di amore o di generosità ma per altre ragioni».
E secondo lei si potrebbero prevenire allontanamenti o lavorare su potenziali rischi se le famiglie incontrassero prima questo gruppo di esperti? Questo si sarebbe potuto fare anche con i Trevallion. Si sarebbe potuto modulare un percorso senza arrivare all’allontanamento dei figli.
«Sì, anche perché quei genitori in qualche modo si sono messi in discussione... E poi le dirò di più. Si è parlato tanto della mamma Catherine, si è detto che nella casa famiglia aveva un atteggiamento un po’ ostile... Ma quando una mamma ha paura che i figli le possano essere sottratti, cosa può provare? Le manca l’aria solo al pensiero di sapere che un figlio potrebbe anche perderlo. Il timore di perdere un figlio ti mette in una condizione di incertezza, anche di rabbia. Perché la rabbia parte da una paura profonda».
Un’ultima domanda, a proposito di madri. Abbiamo visto la terribile storia di una donna di Catanzaro che si è gettata dal balcone assieme ai figli. Che cosa può spingere una donna a fare una cosa del genere?
«Gesti così sono legati alla liberazione da una sofferenza diventata cronica, da cui rappresentano una tragica via di uscita. È quasi un gesto di libertà, per alcune donne paradossalmente è quasi una scelta di salvezza quella di sacrificare i propri figli di fronte alla paura che non possa esserci una soluzione al dolore».
