Papa Francesco (Imagoeconomica)
Non è una rissa degenerata, né un regolamento di conti.
Questa volta i baby latinos avrebbero colpito solo per dimostrare superiorità, per sbandierare la loro forza. Avevano il volto in parte coperto. E dopo l’aggressione sono spariti saltando su un treno diretto fuori città.
Sono dieci i ragazzi ricercati per la morte di Gianluca Ibarra Silvera, il ventiduenne accoltellato tra i binari della stazione Certosa, alla periferia nord di Milano. Le immagini delle telecamere, che gli investigatori della Squadra mobile e della Polfer stanno analizzando fotogramma per fotogramma, raccontano la fuga sotto i neon sporchi della stazione, proprio pochi istanti dopo la caccia collettiva e l’aggressione. Secondo una prima ricostruzione investigativa, Gianluca era insieme al fratello e al cugino quando il gruppo li ha circondati. E dopo l’accerchiamento sono volate bottiglie, sono spuntati coltelli, sono stati sferrati colpi in rapida sequenza. E alla fine, il fendente che ha trasformato il pestaggio in un omicidio. Arteria femorale recisa. Tecnicamente, sarebbe emerso dagli accertamenti medico-legali, non sarebbe stata una ferita «in sé potenzialmente mortale». Ma nel giro di pochi minuti l’emorragia è diventata inarrestabile, trasformando quel colpo in una condanna. Gianluca si è accasciato sulla banchina del binario sei ed è rimasto a terra mentre gli aggressori fuggivano verso i treni. Secondo gli investigatori gli aggressori avrebbero «agito come degli animali», poi avrebbero «gettato» il ragazzo «su un binario», come un oggetto di cui disfarsi. Gianluca morirà poco dopo all'Ospedale Fatebenefratelli senza mai riprendere conoscenza. Sulla fuga si è subito concentrata l’inchiesta, guidata dal procuratore aggiunto Elio Ramondini e dalla pm Bruna Albertini (coordinati dal procuratore Marcello Viola). La caccia è partita da lì. Ma anche da alcune deduzioni. Non sarebbero emersi elementi rispetto a «uno scontro tra gang», né di relazioni della vittima con gruppi criminali giovanili. Gianluca era incensurato. Seconda generazione ecuadoriana cresciuta a Milano. Ma senza contatti con quel mondo parallelo che ha incrociato martedì alle 22.30. Fuori dalla stazione, nel punto in cui il figlio è stato ucciso, il papà della vittima pronuncia parole che riportano Milano indietro di anni, nell’oscuro universo delle «pandillas» latinoamericane. «Ero qua prima che succedesse e ho riconosciuto uno di loro dai tatuaggi, è il capo dell’MS13». Il riferimento è alla Mara Salvatrucha, la gang salvadoregna diventata uno dei simboli mondiali della violenza urbana latinoamericana. Una sigla che a Milano era già emersa in passato nelle indagini sulle bande giovanili e che molti ricordano anche per la brutale aggressione a un capotreno avvenuta nel 2015. Poi aggiunge che il gruppo era armato: «Bottiglie e coltelli». E soprattutto pronuncia la frase che più ha creato interesse negli investigatori: «Questo è il loro territorio». La stazione.
Un confine da presidiare e da controllare. Un pezzo di periferia in cui il branco detta le regole. Poi arriva il dolore puro: «Vorrei che li prendessero quei bastardi». Il fratello di Gianluca e il cugino, finiti pure loro al centro del pestaggio, hanno assunto il ruolo di testimoni oculari. Il fratello, in particolare, avrebbe riferito agli investigatori della Squadra mobile di non conoscere gli aggressori, precisando che erano persone ignote anche a Gianluca. Parole che avrebbero trovato conferme nei terminali delle forze di polizia.
Il vicepremier e ministro dei Trasporti Matteo Salvini ha subito fatto sapere che il governo è «al lavoro per raddoppiare la presenza di militari, forze dell’ordine e personale di Fs Security che opera sui treni e nelle stazioni». Secondo il leader della Lega, «questa presenza va almeno raddoppiata, per stroncare una violenza quotidiana ormai diventata intollerabile». L’assessore lombardo alla Sicurezza, Romano La Russa, propone invece metal detector nelle stazioni, nelle metropolitane e nelle aree della movida. Una misura che servirebbe a contrastare «il fenomeno delle gang di sudamericani dedite a rapine violente, spaccio e aggressioni a coltellate o machete». Il sindaco di Milano, Beppe Sala, invece, continua a mantenere la sua posizione morbida e boccia l’idea come «una reazione buttata lì», chiedendosi «come si fa a non pensare cosa vuol dire nelle nostre stazioni mettere la gente in fila e impiegare 30-40 secondi per ogni persona che entra». E cerca di spostare l’attenzione: «È un problema non solo di Milano, c’è nel nostro mondo e c’è nel nostro Paese».
Solo qualche ora dopo è scoppiata una maxi-rissa alla stazione di Garbagnate Milanese. Due gruppi di nordafricani si sono fronteggiati a bastonate. Poi è partita una sassaiola contro un treno fermo in banchina. Un sasso ha ferito un giovane al volto, un altro ha mandato in frantumi un finestrino. La Polfer ha identificato 13 ragazzi tra i 19 e i 24 anni. Due i feriti non gravi e 5 contusi, tra cui un bambino di 9 anni.
Nel corpo a corpo tra avvocatura e pm del distretto di Napoli, il primo gol lo hanno messo a segno i legali.
La storia è quella che abbiamo raccontato in prima pagina domenica: la Procura partenopea ha chiesto di far entrare in un processo di camorra (l’imputato Salvatore Puzio è accusato di omicidio in uno scontro tra clan) un’informativa dei carabinieri in cui sono stati video ripresi fuori dall’aula della terza Corte d’assise alcuni avvocati dai carabinieri, che stanno indagando su alcune presunte testimonianze mendaci all’autorità giudiziaria con l’aggravante del favoreggiamento dell’associazione criminale. Nell’annotazione sono ritratti anche i difensori di Puzio, Raffaele Esposito e Salvatore Pettirossi, osservati e ascoltati dagli investigatori. E le parole del primo sono state anche trascritte. Il 29 aprile la pm Giorgia De Ponte ha chiesto l’acquisizione da parte della Corte d’Assise dei documenti contestati.
Una scelta che ha scatenato, a livello locale, la protesta dell’Ordine degli avvocati e dell’Unione delle Camere penali. Ieri mattina c’è stato anche flash mob davanti al Tribunale. E, alla fine, i giudici non hanno accolto la richiesta della Procura e hanno restituito alla pm gli atti, ritenendoli «irrilevanti». La vittoria dei legali la riassume il segretario dell’associazione dei penalisti, Maurizio Capozzo: «Riteniamo che la Corte d’Assise abbia rimesso ordine in una vicenda estremamente delicata. Sin dal primo momento, al di là del merito della indagine in corso, abbiamo stigmatizzato il ricorso a intercettazioni audio e video di avvocati con i loro clienti fuori dall’aula di udienza, in palese violazione della legge e dei diritti costituzionali. Fatto gravissimo se unito a quanto accaduto a Perugia (una settantina di intercettazioni illegittime tra avvocati e detenuti all’interno del carcere cittadino, ndr) e per il quale le Camere penali hanno proclamato cinque giorni di astensione dalle udienze. Prendiamo atto che la Corte abbia nell’udienza di ieri tenuto fuori dal processo atti che risultavano realizzati in violazione delle prerogative difensive e dell’onorabilità degli avvocati».
Ieri mattina Esposito, 89 anni, iscritto all’albo d’onore delle toghe napoletane, ha partecipato alla manifestazione di protesta davanti al Palazzo di giustizia: «Siamo stati spiati e temiamo che siano stati intercettati anche i nostri colloqui difensivi» ha ribadito. E, come aveva già scritto nel suo esposto all’Ordine, ha sottolineato che si tratterebbe di «un fatto inedito»: «In tutta la storia della nostra pratica giudiziaria è la prima volta che si scattano foto nei confronti degli avvocati con commenti calunniosi, denigratori e diffamatori. Noi abbiamo una libertà e una funzione di difensori sancite a livello costituzionale e processuale e siamo decisi a fare le nostre battaglie per non perdere neppure un millimetro della libertà della nostra toga».
I colleghi presenti fuori dal Tribunale, quasi un centinaio, hanno successivamente assistito all’udienza al fianco di Esposito. Una simile partecipazione ha fatto comprendere ai giudici che non stavano assistendo a una scontata attestazione di solidarietà corporativa, ma a una convinta presa di posizione susseguente a un passo falso dei pm. Insomma, a questione di principio.
Il procuratore Nicola Gratteri, attraverso un articolato comunicato, ha respinto l’accusa di avere fatto spiare i difensori: «Nessuna attività di intercettazione o di pedinamento è stata dunque disposta nei confronti di difensori, né è stata indicata nell’informativa alcuna conversazione attinente al mandato difensivo. L’attività d’indagine è consistita esclusivamente nell’osservazione delle condotte dei testimoni di lista del pm e degli eventuali contatti di questi con terzi», ha puntualizzato. Quindi ha rivendicato la bontà dell’iniziativa investigativa: «Le intercettazioni disposte si sono rivelate di grandissima utilità in quanto hanno confermato il clima di paura e di intimidazione in cui sono state rese buona parte delle testimonianze. A conferma di ciò la Corte d’Assise ha deciso di disporre la trasmissione del verbale di udienza del 15 aprile 2026 in Procura per ipotesi di falsa testimonianza».
E a proposito delle immagini e dei commenti sui legali, ha specificato: «I fotogrammi dell’informativa dei carabinieri che ritraggono i testimoni all’esterno dell’aula inevitabilmente riportano la mera presenza di legali, le cui immagini venivano commentate dalla polizia giudiziaria solo in maniera descrittiva». Esposito ha contestato tale ricostruzione: «Gratteri è una persona autorevole, però, io non sono d’accordo quando dice che i commenti nei confronti degli avvocati hanno carattere descrittivo, ma non è così. Ci sono dei commenti che sono per noi devastanti e che ledono il prestigio, l’etica e la funzione degli avvocati». Poi ha aggiunto: «Mi risulta che la nostra doglianza sia giunta anche al ministro della Giustizia e che la questione sia al vaglio del Csm».
La vicenda non ha tolto al decano dell’avvocatura il gusto per la battuta sarcastica: «Quello che è triste è che hanno fotografato persino i miei figli che non sono difensori in questo processo: a questo punto voglio che nell’album fotografico ci sia anche mia moglie, vorrei un trattamento paritario». L’avvocato ha comunicato ai media che i vertici del Consiglio dell’Ordine e della Camera penale di Napoli si sarebbero già messi in contatto con il procuratore generale presso la Corte d’Appello di Napoli, Aldo Policastro, per discutere della questione. All’uscita dall’aula, dopo la decisione dei giudici di non ammettere agli atti del dibattimento l’informativa contestata, Esposito non ha nascosto la propria soddisfazione: «Ringrazio tutti i 90 avvocati che sono stati presenti in udienza per esprimermi la loro solidarietà. Ringrazio le associazioni forensi che mi hanno sostenuto ed esprimo soddisfazione per l’ordinanza della Corte che ha restituito la nota dei carabinieri al pubblico ministero, ritenendola irrilevante». Nei prossimi giorni saranno rese note le motivazioni della decisione.
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Non si tratta di arroganza ma di idiozia e sono due cose molto diverse: l’arroganza proviene dall’eccesso di confidenza mentre l’idiozia dall’incapacità di comprendere le cose.
Il sindaco di Seattle, la socialista dichiarata Katie Wilson, quando ha saputo che Jeff Bezos e tutto l’indotto di Amazon si sarebbero trasferiti in Florida a causa dell’aumento delle tasse «contro i ricchi», ha fatto un discorso alla Seattle University per dire che nessuno sentirà la loro mancanza: «Ciao ciao Jeff, vai pure». La base imponibile a bilancio, in una città con un debito di 500 milioni di dollari, è ora sovrastimata del 30%, il 36% degli uffici sono attualmente sfitti, si sono persi in un giorno 2.400 posti di lavoro, le licenze commerciali sono in calo del 40% e le persone in stato di povertà aumentate del 26%. Lo stesso esodo di ricchi si sta verificando nella New York di Zohran Mamdani il quale ha pensato bene di attuare la politica di «tolleranza sociale» nei confronti del crimine diffuso e, allo stesso tempo, ha aperto due enormi supermercati comunali a prezzi calmierati; il risultato è stata la fuga sia dei piccoli negozi, per l’impennata di furti, sia delle grandi catene che non ritengono più New York una città sostenibile.
Da anni le aziende della Silicon Valley stanno abbandonando la California di Gavin Newsom per il Texas e le ultime proposte di considerare «ad alto reddito» persone con un patrimonio personale complessivo di un milione di dollari ha provocato addirittura la protesta di alcune star di Hollywood. I casi citati non sono casuali: essi rappresentano le tre aree storicamente amministrate dalla sinistra, una volta liberal e oggi woke, dalle quali gli americani se ne stanno andando per dirigersi in stati governati dai repubblicani.
Questo fenomeno caratterizza da sempre la società americana e prende il nome di «votare con le ruote»: nella nazione della «nuova frontiera», le persone ritengono fondamentale il poter scegliere il luogo migliore dove vivere senza indulgere eccessivamente nell’idea di radici territoriali. Ci troviamo, però, di fronte non solo a una forte accentuazione del fenomeno bensì a un vero e proprio cambio del suo significato. Nell’attuale assetto postdemocratico, le istituzioni formali persistono ma il potere decisionale effettivo si mostra in maniera sempre più immediata nelle élite che detengono il reale potere. In questo quadro il meccanismo di partecipazione perde di significato non solo reale ma anche simbolico e diviene, così, centrale il ricorso a una scelta che sappia fornire al cittadino un tangibile risultato politico.
Secondo il modello di Albert O. Hirschman, quando la credibilità si erode e la partecipazione si rivela inefficace, gli attori razionali scelgono l’«uscita», cioè il disimpegno, la delusione, il distacco, la disillusione, in una sola parola: l’astensione. Ma i corpi elettorali ridotti alla metà degli aventi diritto avevano senso quando ancora nell’elettorato esisteva la fiducia in una sorta di «rete costituzionale» o culturale che garantiva gli elementi minimi di appartenenza alla società. Se l’imposizione fiscale diviene talmente pesante da rendere impossibile il proseguimento della propria attività ecco che anche l’ultima fiducia alla base della coesione sociale viene meno ed il cittadino ricorre all’unico atto realmente politico a sua disposizione: se ne va. Lo spostamento geografico, residenziale o aziendale, diviene così il vero voto, l’unico segnale capace di produrre conseguenze immediate sulla propria vita, superando di fatto i limiti intrinseci del circuito rappresentativo democratico di tipo novecentesco. Di fronte a una prospettiva politica che si rifà in pratica al socialismo reale, basata sull’odio dei ricchi e tassazioni dichiaratamente punitive, il clima ideologico percepito diviene quello dell’esproprio proletario e dell’abolizione della proprietà privata, tutte cose, del resto, di cui Mamdani ha parlato in campagna elettorale.
In assenza di coercizione totalitaria, tuttavia, in assenza di un «muro di Berlino» che impedisca la messa in salvo, ecco che i cittadini semplicemente esercitano l’unica arma politica rimasta a loro disposizione, quella dello spostamento. Apparentemente non si tratta di una novità, da sempre le persone si sono spostate per cercare migliori condizioni fiscali, solo che si è sempre trattato dei ricchi. La grande novità sta, oggi, nell’estensione a tutte le fasce popolari di questa opzione: il livello raggiunto dall’ideologia progressista ha esteso l’arma dello spostamento ben oltre la sfera economica. Scuole permeate da priorità woke e gender, con programmi scolastici che condannano le competenze cognitive a favore di approcci inclusivi, politiche «a favore delle minoranze» che altro non sono che discriminazione antibianca, tolleranza selettiva della criminalità e dinamiche di immigrazione di massa vissute come sostituzione demografica e culturale, obbligano chiunque, a prescindere dal proprio ceto, a valutare lo spostamento verso contesti semplicemente «normali».
Ancora una volta assistiamo alle dinamiche dei due mondi: dopo l’instaurazione e il riconoscimento ci troviamo ora nella fase della separazione grazie alla quale vedremo quale dei due mondi è destinato a sopravvivere.
