Papa Francesco (Imagoeconomica)
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 7 maggio con Carlo Cambi
«Liberi e audaci. Sergio Mattarella, il capo dello Stato, ha detto chiaramente ai David di Donatello qual è il mandato del lavoro artistico e culturale: libertà e audacia. Eccoci». È stato uno dei passaggi chiave dell’intervento di Pietrangelo Buttafuoco al Teatro Piccolo dell’Arsenale durante la conferenza stampa della sessantunesima Esposizione internazionale d’arte della Biennale di Venezia.
Un passaggio sagace e imprevedibile, improvvisato a braccio. «Se le autorità politiche fossero ridotte a rango di furerie dove le ingerenze arrivano a piegare la solidità delle istituzioni culturali oggi avremmo un altro esito, magari lo avremo domani o dopo domani, ma il presidente del Consiglio Giorgia Meloni a precisa domanda sulla partecipazione della Russia ha detto: “La Fondazione Biennale di Venezia è autonoma; non sono d’accordo, ma”... E proprio quel “ma”, di cui la ringrazio, ha confermato sgargiante e definitiva la libertà e l’autonomia e quindi la libertà e l’audacia che sono alla radice dello iure, la civiltà del diritto, dottrina di cui Mattarella è maestro».
Lo iure, fondamento di civiltà, del diritto internazionale e della convivenza tra i popoli. Ma anche ieri l’idealismo e l’arguzia di Buttafuoco si sono rapidamente e nuovamente scontrati con le posizioni comprensibilmente radicalizzate di chi da anni patisce le conseguenze di un conflitto ingiusto e atroce. Così, non si è fatta attendere la reazione del ministro ucraino della Cultura, Tetiana Berezhna, che ha letto un accorato documento durante un evento all’Arsenale. «I valori di libertà, dignità umana e democrazia sono gli stessi che l’aggressione russa cerca di distruggere. Uno Stato che muove una guerra di aggressione non può presentarsi come rappresentante della cultura. Riaffermiamo il nostro sostegno alla libertà artistica e di espressione, ma questa libertà non deve essere strumentalizzata per “ripulire” i crimini di Stato o conferire legittimità all’aggressione», ha scandito l’ucraina sottolineando di parlare a nome di partner come Romania, Francia, Lettonia, Lituania e, con un’estensione forse un po’ enfatica, «della comunità internazionale».
Nel pomeriggio, durante l’apertura ufficiale a inviti, si sono registrati momenti di tensione davanti al padiglione russo. Un grande schieramento di polizia ha contenuto l’azione di alcuni manifestanti con bandiere ucraine che hanno gridato: «La Russia è uno Stato terrorista, via dalla Biennale». All’interno del padiglione, invece, è stato subito bloccato un giovane che, durante un’esibizione, aveva lanciato contro il pubblico il contenuto di una bottiglia di latte e un pezzo di parmigiano. «Non siamo interessati alle proteste, ma come in ogni evento pubblico, dev’essere garantita l’incolumità delle persone che vi partecipano. Per questo il padiglione è stato chiuso per qualche momento, ma è stato solo un piccolo incidente che non ha creato problemi», ha spiegato l’ambasciatore russo in Italia Alexey Paramanov. Solidarietà con la protesta dell’Ucraina contro la partecipazione della Russia è arrivata, invece, da Fabio Rampelli di Fratelli d’Italia.
Più folcloristiche erano state, in mattinata, le contestazioni inscenate dalle Pussy Riot sul cui seno scoperto si leggeva «Biennale of devil», forse in riferimento al credo islamico di Buttafuoco. Al contrario, il volto del presidente definito «el patron» era raffigurato sulla t-shirt di un ragazzo rappresentante lo schermo di un cellulare. «Biennale is calling»: tasto rosso per rifiutare, verde per accettare la chiamata.
Ben oltre il folclore, sono quattromila i giornalisti accreditati a questa sessantunesima Biennale, di cui 2.800 stranieri, 100 i Paesi partecipanti, 110 gli artisti selezionati dal team di Koyo Kouoh, la curatrice deceduta nel maggio scorso, che non ha potuto vedere realizzata In Minor Keys, l’esposizione intitolata alle chiavi interpretative delle minoranze. Dopo il prologo di Ottavia Piccolo che ha recitato uno stralcio di Quello che veramente ami rimane del cittadino veneziano Ezra Pound, nell’incipit del suo intervento, Buttafuoco ha ringraziato tutti, cominciando proprio dal ministero della cultura, «nella persona di Alessandro Giuli» (che gli aveva dato del «fratello sbagliato») e tutte le istituzioni del territorio che sostengono le iniziative della Biennale. Un’istituzione che ha 130 anni di storia di confronto e convivenza, una storia che si ribella alle esclusioni preventive, alle sentenze emesse prima dei processi e al tentativo di capovolgere i criteri della democrazia, decidendo chi deve esserci e chi no. «La civiltà del diritto è cosa diversa dagli statuti etici, dalla legge uguale per tutti quelli che la pensano come noi… Se la Biennale cominciasse a selezionare le appartenenze e i passaporti smetterebbe di essere quello che è sempre stata», ha proseguito Buttafuoco. «Non intendiamo barattare per il quieto vivere politicante 130 anni che hanno raccontato sempre così il mondo. La Biennale non è un tribunale, ma un giardino di pace. Alle istituzioni chiediamo dialogo, non carte che girano sottobanco. Qui sono presenti l’Ucraina e la Russia, così come alla Mostra del Cinema ho visto vicine e accostante la bandiera dell’Iran a quella di Israele perché a Venezia noi non imbracciamo le armi: si vis pacem, para pacem».
Tuttavia, parecchio lavoro c’è ancora da fare. Gli attivisti della Global sumud flotilla appena rientrati in Italia, hanno indetto per domani pomeriggio una manifestazione contro la presenza del padiglione di Israele alla quale parteciperanno i centri sociali di Venezia, del Nordest e di altre associazioni studentesche pro Pal.
Voglio fare una proposta: sciogliamo la polizia. E già che ci siamo pure i carabinieri e gli altri corpi di pubblica sicurezza. Risparmieremmo centinaia di milioni di euro, forse addirittura miliardi, e di sicuro avremmo un vantaggio dal punto di vista del numero di processi. Non solo di quelli a carico dei delinquenti, che così potrebbero circolare indisturbati e continuare a delinquere come già fanno, ma pure quelli nei confronti degli uomini delle forze dell’ordine.
I quali ormai sempre più spesso finiscono indagati per aver fatto il proprio dovere e aver difeso i cittadini onesti da ladri, rapinatori, spacciatori, stupratori e così via. Da persone che hanno a cuore la legge, la mia vi sembra una proposta paradossale? Lo è. Ma è anche la reazione spontanea di chi comincia a pensare che in Italia abbiano vinto i malviventi e che, con certa magistratura, non sia più possibile far rispettare il codice.
Come i lettori sanno, su queste pagine ho difeso il vicebrigadiere Emanuele Marroccella, un carabiniere che a Roma è stato condannato a tre anni di carcere e a risarcire con 150.000 euro i parenti di un ladro ucciso dopo che aveva ferito un militare. E sempre sulla Verità ho anche preso le parti della pattuglia che a Milano ha inseguito due fuggiaschi in moto, fino a quando uno dei due si è schiantato contro un palo del semaforo ed è rimasto ucciso: pure in questo caso i militari sono finiti a processo e rischiano una condanna. Sia Marroccella che i colleghi in servizio nel capoluogo lombardo sono stati accusati di aver prestato servizio con troppo zelo, cioè di aver fermato un ladro e di aver inseguito due giovani che non si erano fermati all’alt. Eccesso di uso legittimo dell’arma è la colpa del primo, eccesso colposo nell’adempimento del dovere è la colpa degli altri. Marroccella, in pratica, avrebbe dovuto ignorare il ladro che aveva colpito il collega con un cacciavite. Mentre i carabinieri in servizio nella metropoli lombarda avrebbero dovuto chiudere gli occhi ed evitare di segnalare i due in fuga.
Ma è di ieri la notizia di un altro paradosso: ad Aosta cinque poliziotti sono finiti indagati per aver inseguito un bandito a bordo di un camion. Davide Sevilla, un tizio con una fedina penale macchiata da reati contro il patrimonio e da condanne per spaccio, invece di fermarsi all’alt ha accelerato e, a bordo di un mezzo pesante, ha tentato di sottrarsi all’arresto lungo la statale 26, nella zona di Châtillon. E siccome gli agenti non avrebbero mollato la presa, a un certo punto si sarebbe lanciato dal veicolo in fuga. Non si sa se per l’impatto con l’asfalto, per essere finito sotto le ruote del camion o investito dall’auto della polizia, sta di fatto che Sevilla è morto e i suoi complici, uno è egiziano, che a bordo di un’altra vettura facevano da staffetta, sono stati arrestati. In un’operazione del genere, che ha portato a sgominare una banda specializzata nell’assalto ai Tir, la polizia dovrebbe meritare un encomio. E invece no: gli agenti impegnati nell’operazione sono stati indagati. La magistratura deve accertare come si sono svolti i fatti e dunque i poliziotti dovranno prendersi un avvocato e difendersi dall’accusa di aver provocato, con il loro inseguimento, il decesso del malvivente. Il quale, per inciso, nella fuga avrebbe pure cercato di speronare i veicoli delle forze dell’ordine.
Insomma, siamo alla follia. Da un lato abbiamo chi accetta il rischio di violare la legge e dunque di finire arrestato o peggio di essere «vittima» di un incidente sul «lavoro». Se rapini qualcuno, infatti, ti può capitare che ci sia chi reagisce e il «colpo» non solo vada male, ma finisca anche peggio o con l’arresto o con un «danno collaterale» come in Val d’Aosta. Dall’altro abbiamo uomini delle forze dell’ordine che, per un magro stipendio, fanno rispettare la legge e non soltanto accettano il rischio di essere feriti dai delinquenti, ma corrono pure il pericolo di essere puniti da quello Stato che sono incaricati di difendere. Non vi sembra un paradosso? Di questo passo non ci resta che abolire il codice penale. Ovviamente solo per i malviventi. Per tutti gli altri invece, ovvero per le persone per bene, raddoppiamo le pene. Così impareranno a farsi rapinare senza fiatare e senza chiamare la polizia.
Piove su Pavia mentre Andrea Sempio entra in Procura. Guida lui. Accanto c’è l’avvocato Liborio Cataliotti. Dietro, Angela Taccia. Mancano 15 minuti alle 10. Poco dopo arriva anche Marco Poggi. Quando Sempio esce, quasi 4 ore dopo, c’è un’auto civetta dei carabinieri a proteggerlo dall’assalto di telecamere e microfoni.
Dopo l’interrogatorio, in cui l’indagato si è avvalso della facoltà di non rispondere, sono diventate di pubblico dominio, almeno in parte, le prove che i pm gli avrebbero squadernato davanti nel lungo faccia a faccia. L’asso in mano ai magistrati sarebbe un’intercettazione ambientale. Sempio, come aveva già fatto decine di volte nel 2017, parla da solo in macchina. Una cimice nell’abitacolo capta una serie di frasi che, secondo la Procura di Pavia e i carabinieri di Milano, smentirebbero la versione delle telefonate fatte a casa Poggi alla vigilia dell’omicidio per cercare Marco (che era in vacanza e Sempio lo sapeva). La data della captazione è 14 aprile 2025. Poco più di un anno fa. Sempio sa già di essere nuovamente indagato. Lo sa da circa un mese. E questo diventa un elemento che rende l’intercettazione un importante spunto investigativo, sebbene da chiarire. «Ho visto il video di Chiara e Alberto» è la frase rilanciata dal Tg1 sui suoi canali social.
Ma c’è un passaggio ancora più delicato: quello sul presunto approccio. Sempio avrebbe detto di aver chiamato Chiara prima del delitto e lei avrebbe risposto: «Non ci voglio parlare con te». Poi avrebbe attaccato il telefono. Ed è qui che gli inquirenti ritengono di aver trovato la crepa nella difesa di Sempio. Che per anni aveva assicurato che quelle chiamate sarebbero state fatte «per sbaglio». Una in particolare, rapidissima. Pochi secondi. E aveva aggiunto di non avere avuto nessun rapporto particolare con la ragazza. Ma le parole registrate sembrano raccontare altro. «Lei ha detto... “non ci voglio parlare con te”». Sempio, stando a quanto riportato da alcune agenzie, in questo passaggio avrebbe imitato una voce femminile. Per poi aggiungere: «Era tipo… io ho detto “riusciamo a vederci?”». Un possibile approccio che rappresenterebbe il movente dell’omicidio. Anche perché lei, apprendiamo dal monologo, avrebbe tagliato corto, suscitando il risentimento del respinto («Mi ha messo giù… e ha messo giù il telefono… ah ecco che fai la dura…»). Accanto a quella che appare come una confessione c’è anche una frase che sembra confermare il (tragico) rifiuto: «Ma io non l’ho mai vista in questo modo, l’interesse non era reciproco, cazzo». Un rapporto sbilanciato, un interesse non contraccambiato che sarebbe stato confermato anche dalle testimonianze delle gemelle Paola e Stefania Cappa.
L’intercettazione sembra incastonarsi a perfezione nel capo d’imputazione stampigliato sull’invito a comparire per rendere interrogatorio che la Procura ha fatto notificare a Sempio qualche giorno fa. Perché sembra dimostrare che la relazione tra i due sarebbe stata diversa da quella raccontata fino a ieri. Non una semplice conoscenza indiretta attraverso Marco, con il quale nella narrazione ufficiale giocava alla playstation. La chiave del giallo, a questo punto, sarebbe tutta nel pc di Chiara (ma in uso a tutta la famiglia, Marco compreso e, quindi, probabilmente anche Sempio). Collegata direttamente al mistero dei video intimi di Chiara contenuti nel computer e protetti solo dopo che, probabilmente, era già stati visionati da più persone. Il filmato che potrebbe avere scatenato la fantasia e incoraggiato Sempio a provarci con Chiara è citato più volte nel soliloquio dell’indagato, quando, avrebbe inscenato una specie di botta e risposta: «Lei dice “non l’ho più trovato” il video. Io ho portato il video». E ancora: «Anche lui lo sa… perché ho visto… dal suo cellulare… perché Chiara non… con quel video e io ce l’ho dentro la penna, va bene un cazzo». Frasi spezzate. Piene di interruzioni. Di vuoti. Di parole incomprensibili. Ma il dato investigativo resta. E queste intercettazioni sarebbero state fatte ascoltare anche a Marco Poggi, forse per convincerlo a cercare nei ricordi qualche altro elemento utile alle indagini. Se cercavano conferme da Marco, però, potrebbero non averle trovate. Il fratello di Chiara avrebbe, infatti, ribadito di non aver mai visto insieme a Sempio video della sorella con Alberto Stasi.
Fuori dalla Procura la difesa di Sempio ha provato a contenere l’onda d’urto delle nuove rivelazioni: «Non c’è sostanzialmente nulla di nuovo, è tutto spiegabilissimo. Siamo calmi e lucidi», afferma la Taccia. Ma è soprattutto Cataliotti a mostrare irritazione: «Alla faccia del segreto istruttorio, mi viene da dire». Poi argomenta: «Io ho appena lasciato il mio cliente e avevamo tutti il telefono spento, non può essere trasudato da noi quanto si sta dicendo, tra l’altro in modo non aderente alla realtà». E aggiunge un dettaglio importante: la difesa non ha ancora ascoltato direttamente gli audio. Ieri a Pavia sono state illustrate agli avvocati di Sempio le fonti di prova solo oralmente e senza che sia stata data loro la possibilità di ascoltare le captazioni ambientali e telefoniche. «La Procura», ha spiegato il legale, «ha ritenuto che rappresentare fonti di prova non pregiudichi le indagini, noi non commentiamo». E ha aggiunto: «Ci confronteremo con queste stesse fonti di prova non appena il supporto che le riassume ci verrà consegnato». Cataliotti conclude: «Io non ho sentito le intercettazioni del soliloquio, pieno di nc, cioè di "non comprensibile”». È il punto con il quale la difesa prova a rallentare la corsa dell’accusa. Un uomo che parla da solo in auto non produce automaticamente una confessione. E non produce automaticamente nemmeno una verità lineare. Infatti il legale offre immediatamente più scenari interpretativi: «Vedremo se Sempio commentava il racconto di qualcun altro, se parlava con se stesso o interloquiva con altri».
La permanenza in Procura di Sempio era apparsa subito «incongrua» per un interrogatorio senza risposte. Adesso Cataliotti conferma che il motivo è dovuto solo al lungo rosario di prove snocciolato dagli inquirenti: «L’interrogatorio è durato 2 ore e 40 minuti, noi abbiamo ascoltato passivamente la narrazione che verrà condensata in uno scritto su cui punteremo la nostra attenzione per replicare laddove possibile fin da subito, laddove non possibile più avanti». La Procura, insomma, ha esposto il proprio impianto accusatorio. Di certo gli avvocati qualche valutazione devono averla fatta. Se i magistrati avessero avuto in mano gravi indizi concordanti e precisi avrebbero chiesto una misura cautelare. La convocazione per l’interrogatorio con molta probabilità fa parte di una strategia che mira a mettere Sempio con le spalle al muro. A fargli fare un ultimo passo falso. Magari crollando davanti ai pm.
Di certo il giorno prima dell’interrogatorio la difesa aveva fatto sapere di avere «conferito incarico a uno psicoterapeuta di redigere una consulenza personologica» su Sempio. Un atto che Cataliotti definisce uno dei «presupposti opportuni prima dell’eventuale sottoposizione» del suo assistito a interrogatorio. E, così, 19 anni dopo il delitto di Garlasco, si stringe attorno a tre telefonate, a un’intercettazione ambientale, a un presunto approccio e a un rifiuto. Mentre l’alibi, quello confortato dal ticket del parcheggio di Vigevano, non regge. Soprattutto di fronte a questa frase che ora pesa come un macigno: «L’interesse non era reciproco, cazzo».
