Papa Francesco (Imagoeconomica)
L’artista tedesco, ospite fedele, rivelò la collezione di acquerelli dipinta anno dopo anno solo nell’ultimo viaggio a Sirmione. Ora, i suoi disegni tratteggiano il benvenuto d’autore nell’hotel prediletto. Nelle stanze accanto alla sua soggiornano una coppia innamorata dell’Italia da Grand Tour, un manager sportivo impegnato nell’avventura sul lago e una signora brasiliana che insegue le sue radici europee. Sono i viaggiatori che si incrociano tra i viali bianchi, all’ombra del doppio colonnato del portico-facciata palladiano e nell’abbaglio dei lampadari muranesi dei saloni affrescati di Villa Cortine Palace, affiliato a Relais & chteaux.
Sull’estrema propaggine arborea della penisola di Sirmione, fu il dono d’amore alla moglie tubercolotica del conte Von Koseritz, ministro del ducato germanico di Anhalt durante l’occupazione austriaca del Lombardo-Veneto. L’anima romantica della dimora vivacizza dal 1898 la compostezza neoclassica con l’armonia lussureggiante di un parco secolare di cinque ettari di conifere, palme, cipressi, cedri, rose e specchi d’acqua che riflettono il lago e il suo guardiano, il Monte Baldo. Un balsamo di bellezza che protegge l’anima e ricostituisce il fisico, ne era certo tanto il nobile proprietario tedesco, quanto il general manager Giacomo Grossi, che fa tesoro di questo «lusso intimo, personalizzato, autentico, contenuto e intriso di territorio».
La connotazione storica, l’importante presenza dell’enogastronomia e la connessione con il tessuto locale sono le cifre di affiliazione a R&c: «Lavoriamo sui dettagli che cesellano un soggiorno di valore a tutti i livelli dell’albergo e promuoviamo l’interazione con il circondario in modo naturale, dall’universo delle cantine locali, fonte della ricchezza culturale vitivinicola dell’area, al vivere il lago dalla barca», spiega il general manager. Nessuna innovazione roboante, dunque, ma radicamento alla verità locale senza forzature. Come Mina in sottofondo durante il pranzo al sole al Molo grill, sul pontile privato. O le note del pianoforte, che ritmavano le danze delle dame sul lucido marmo rosso veronese nelle soirées aristocratiche, e oggi allietano i brindisi sulle terrazze che riflettono la tavolozza delle onde e del cielo. I cocktail ispirati ai venti del lago e ai colori delle vetrate liberty del Koseritz var & vistrot sono «Ora», mix di gin, zafferano locale, sciroppo di miele, limone e Ferrari Perlé, e «Peler» all’olio del Garda. La premura nutre i desideri culinari degli ospiti nel salone verandato del ristorante Le Gardenie, riletto con grazia moderna dallo studio d’architettura Paterlini. Assomiglia a un museo dalla classicità solida ma ariosa, dove il taglio della luce scolpisce le proporzioni delle teste in gesso, a richiamo delle statue esterne, in dialogo con specchi e tavoli. Chef Mattia Bartoli impiatta la tradizionale pasta fresca e i prodotti di terra e lago con qualche goccia di mare. Gustare i tagliolini all’astice con lime e santoreggia e assistere alla preparazione al tavolo dei classici flambé, come la crêpe suzette all’arancia, significa vivere l’eleganza rituale dell’hôtellerie, scevra di formalità.
Giorno e notte, i protagonisti di affreschi, sculture, leggende e fontane di foggia toscana, come il Dio Nettuno e la personificazione del Monte Baldo, copia dal Colosso dell’Appennino del Giambologna, sussurrano allo staff le intenzioni degli ospiti. Desiderio comune è non interrompere l’idillio tra le mura dell’antica roccaforte romana - il nome Cortine deriva dalle Cortes a difesa della domus del I secolo a.C - prima di recarsi all’Opera, a una colazione veronese con gli attori o a bordo del motoscafo Riva per ammirare i profili scaligeri, le sequenze calcaree e la passeggiata delle Muse fino alle Grotte di Catullo; esperienze organizzate dalla struttura.
Adagiarsi nella contemplazione in un complesso artistico monumentale, che ospita anche un mulino medievale ad acqua in attività, è il vanto dell’albergo. Insieme al piacere di indugiare sul design che riverisce lo stile artigianale italiano, già di per sé un’esperienza culturale: mobili intarsiati, marmi venati policromi, chandelier veneziani, salotti rivestiti in prezioso raso dorato e velluto blu, parati Dedar e stampe degli elementi della villa sono i tesori delle suite recentemente rinfrescate. Info: www.relaischateaux.com.
Una freccia verso il basso sulla partitura, un sibilo che squarcia l’aria in scena. A ogni colpo il coro di suore perde vigore, ma non si smarrisce. Il suono si assottiglia, le voci svaniscono a una a una, fino a quando la preghiera del Salve Regina si dissolve nel silenzio. Quel piccolo simbolo, incastrato tra le note, indica il rumore «sordo e pesante» della ghigliottina, verso la quale le religiose avanzano senza esitare, come pecorelle. Ultimo, potentissimo, quadro che chiude Dialoghi delle carmelitane, capolavoro di Francis Poulenc. Non è un’edificante favola religiosa, ma una pagina di storia.
Parigi, 17 luglio 1794. Il Terrore regna, ma 16 donne che si lasciano decapitare senza un lamento levano il fiato alla folla accorsa per godersi l’ennesima esecuzione offerta dalla Rivoluzione francese. E continuano a interrogare il mondo dell’opera, che però, dal 1997, ha trovato una regia di riferimento. È quella del canadese Robert Carsen (classe 1954) che martedì 31 marzo, per la prima volta, la porterà al Regio di Torino, il teatro reduce dal trionfo del Macbeth di Giuseppe Verdi diretto da Riccardo Muti. Questa volta toccherà alla bacchetta franco-canadese di Yves Abel, mentre nel cast brilla il ritorno del soprano russo Ekaterina Bakanova (repliche fino al 12 aprile). «Per me è come se quella scena riaccadesse in questo momento», ci confida il regista durante una pausa. «È un lavoro del 1957, ma lo guardo come se fosse stato appena scritto. Il mio compito è far rivivere lo choc originale, non esporre un reperto da museo».
Il libretto è tratto dall’omonimo testo postumo di Georges Bernanos, inizialmente pensato per il cinema e a sua volta ispirato da L’ultima al patibolo di Gertrud von Le Fort. Lei da cosa iniziò a lavorare quasi 30 anni fa?
«Indagare sulla genesi è il primo passo. Cerco sempre le motivazioni profonde di chi ha scritto il testo e il background personale e storico di chi ha composto la musica. Poi però provo a dimenticare tutto. È l’unico modo per costruire un ponte tra l’opera e il pubblico del nostro tempo».
Dopo il successo degli esordi, Dialogues des carmélites finì nell’ombra, affossata dalla nomea di pagina «reazionaria», sia per il tema, sia per il linguaggio musicale che andava in direzione contraria alle avanguardie.
«Non ho mai pensato che fosse reazionaria, anzi fui io a farmi avanti con Pierre Audi quando guidava la Dutch National Opera di Amsterdam. È un’opera sulla fede, non c’è dubbio, ma non è necessario provenire dalla tradizione cristiano-cattolica per apprezzarla. Parla a tutti: a un islamico, a un ebreo, a un ateo... E ci conduce in un viaggio profondo nel travaglio interiore di Poulenc. Oltre alla strada accidentata che dovette percorrere per portare a termine questo lavoro, il compositore parigino affrontò una lotta durissima tra ciò in cui credeva e l’amore per il suo compagno, poi colpito da una terribile malattia che lo avrebbe condotto alla morte. Tutto questo scatenò nel compositore una crisi violenta che lo portò a identificarsi con la figura di Blanche».
La più piccola e indifesa delle martiri di Compiègne, l’unico personaggio di fantasia della vicenda. È lei l’«ultima al patibolo», Bianca dell’Agonia di Gesù, che prima fugge davanti al pericolo e poi, inaspettatamente, si presenta al cospetto del boia. Ogni volta che vede riaccadere questo sacrificio riesce a trovarne il senso?
«Blanche modifica la traiettoria della sua vita unendosi alle sorelle che stanno trasformando la loro esecuzione in un’offerta a Dio, per la Chiesa e per la Francia. È una scelta toccante anche per me. Dopo un’esistenza passata a scappare, qualcosa in lei cambia nel profondo».
Cosa intende dire?
«La Chiesa, che fino a quel momento era stata il suo rifugio dai pericoli, diventa il posto meno sicuro al mondo. Eppure in essa alla fine trova misteriosamente un luogo di pace. Senza la fede tutto questo non sarebbe spiegabile. Per quanto mi riguarda, mi ripeto spesso una domanda: perché andiamo a teatro a vedere delle persone che muoiono di continuo?».
Che risposta si dà?
«Ci aiuta a riflettere sulle nostre stesse vite, nelle quali è già implicita una condanna. La gioia dell’esistenza sta nel fatto che sicuramente ci verrà strappata. Non possiamo farci nulla, ma le esperienze altrui ci donano conforto».
Una testimonianza di fede riesce ancora a dire qualcosa all’uomo contemporaneo?
«Fede e santità, non dimentichiamoci che papa Francesco nel 2024 ha canonizzato le carmelitane scalze di Compiègne. Io credo che l’arte - in ogni sua forma - sia ciò che di divino abita nel nostro animo. Grazie a essa possiamo diventare parte di quel fiume di creatività che ci ha preceduto. Quella dell’uomo, in questo senso, è una sorta di meta-creazione. Parlando di Dialoghi delle carmelitane, amo l’idea di un’opera che non si concentri su emozioni di portata colossale, ma che sia più sottile».
Mi spieghi meglio.
«Il convenzionale elemento dell’amore erotico, che contraddistingue tutto il teatro musicale, per una volta è del tutto assente. C’è l’agape, l’amore per Dio, per la comunità e per il prossimo, ma non l’eros. Eppure Poulenc riesce a forgiare una forma musicale di straordinaria intensità passionale per indagare questi dialoghi e questi conflitti. Dai disaccordi nella famiglia di Blanche, alle prese con una giovane terrorizzata dalla realtà, alla comunità di suore dove convivono sensibilità diverse, fino alla totale incomprensione della folla e dei rivoluzionari nei confronti di questa esperienza religiosa, che viene annientata per rimuovere ogni traccia dell’ancien régime. Trovo che la struttura sia assolutamente moderna».
Le sue scelte registiche partono da qui?
«L’opera è analitica, sobria, astratta. Ho capito fin da subito che serviva una rappresentazione “a vista”, senza elementi scenografici che salgono e scendono, o che scorrono dentro e fuori dal palcoscenico. L’altro intento che avevo a cuore in questo allestimento è stato quello di rifuggire ogni forma di teatralità fine a sé stessa».
In scena non si vedono simboli religiosi.
«L’iconografia tipica di una chiesa o di un convento, se viene trasposta sul palco, perde la sua essenza e si riduce a elemento scenico. Non volevo nulla che potesse interferire con la manifestazione autentica e concreta della fede di queste sorelle: la loro dedizione a Dio, al lavoro e alla preghiera. È questo l’aspetto fondamentale che il pubblico deve percepire, cercando di condividere, almeno per un istante, l’esperienza di questa comunità».
C’è un passaggio del libretto che secondo lei è illuminante per capire tutto il resto?
«Bernanos mette in dialogo Constance e Blanche. La prima ha un approccio alla vita gioioso, quasi ingenuo nella sua semplicità, ma che possiede al contempo una visione affascinante. È lei a chiedersi se la morte della Madre superiora sia avvenuta affinché qualcun altro potesse affrontare una fine più serena».
Bianca non capisce.
«All’inizio ne rimane profondamente inorridita, non comprende come si possa morire per gli altri. Eppure Constance le sta indicando ciò che Gesù Cristo ha fatto per l’umanità».
La Lombardia rafforza il proprio ruolo di locomotiva industriale e politica in Europa consolidando un asse strategico con la Catalogna per il rilancio della manifattura continentale. Al centro dell’iniziativa, l’azione dell’assessore allo Sviluppo economico, Guido Guidesi, che negli ultimi anni ha promosso una rete articolata di alleanze istituzionali e industriali.
Il percorso lombardo si è sviluppato attraverso piattaforme europee come Automotive Regions Alliance, European Chemical Regions Network e European Semiconductor Regions Alliance, oltre a intese territoriali che spaziano dal Nordovest italiano fino alle principali regioni industriali europee. In questo contesto si inserisce il rafforzamento del legame con Barcellona, evoluzione concreta della storica cooperazione dei Quattro Motori per l’Europa.
L’intesa tra Lombardia e Catalogna punta a costruire una vera e propria «lobby europea» delle regioni ad alta intensità produttiva, capace di incidere sulle scelte strategiche di Bruxelles e difendere le filiere industriali. Settore chiave è quello chimico, considerato infrastruttura essenziale per l’intero sistema manifatturiero: in Lombardia, infatti, il 98% delle produzioni dipende da questa filiera, che alimenta comparti come farmaceutica, automotive ed edilizia sostenibile. Proprio nella chimica la Lombardia ha consolidato una leadership riconosciuta, guidando negli ultimi anni l’European Chemical Regions Network e contribuendo ad ampliarne la base e i progetti. Ora, con la presidenza passata alla Catalogna, la regione mantiene un ruolo centrale nelle alleanze strategiche, partecipando anche alla Critical Chemicals Alliance e rafforzando la propria capacità di influenza sulle politiche industriali ed energetiche europee.
«Lombardia e Catalogna», ha detto Guidesi, «sono due Regioni affini dal punto di vista economico e sociale e contribuiscono in maniera determinante al Pil europeo. Collaborare in modo strutturale significa potenziare il sostegno ai rispettivi comparti della chimica, settore vitale per la manifattura e in generale per la competitività internazionale dei nostri territori». «L’intesa con la Lombardia è strategica perché permette di rafforzare le sinergie e di promuovere il settore della chimica, che è di grande importanza per l’economia industriale della Catalogna. E lo è più, in particolare, nell’attuale contesto geopolitico. Dal governo accompagniamo l’insieme del tessuto economico catalano di fronte al momento di incertezza internazionale che stiamo vivendo, con misure volte a favorire la sua resilienza», ha sottolineato il ministro alle Imprese e al Lavoro della Generalitat de Catalunya, Miquel Sàmper.
L’asse lombardo-catalano si sviluppa lungo tre direttrici principali: innovazione, con progetti condivisi su chimica verde e materiali avanzati finanziati da programmi europei; formazione, attraverso la mobilità di talenti tra università e imprese; sostenibilità, con modelli produttivi orientati alla decarbonizzazione e al riciclo.
Ovviamente però l’accordo assume anche una valenza politica: la Lombardia punta a diventare un punto di riferimento nei tavoli decisionali europei, costruendo un blocco di regioni capace di orientare le scelte continentali.
Il problema delle grandi narrazioni progressiste è che sulla carta possono perfino sembrare coerenti e attuabili, ma prima o poi, quando sono costrette a scontrarsi con la realtà, prima o poi presentano il conto e comportano conseguenze non sempre di piccolo calibro. A tale proposito c’è un piccolo episodio piuttosto indicativo che riguarda la città di Roma. Nel 2004 l’allora sindaco Walter Veltroni ebbe una idea geniale: far entrare in Campidoglio, oltre ai consiglieri comunali regolarmente eletti, anche dei «consiglieri aggiunti», cioè dei rappresentanti delle comunità extra-comunitarie di Roma che potessero entrare nell’assemblea cittadina anche se senza diritto di voto. I primi consiglieri stranieri rimasero in carica fino al 2007, poi furono sostituiti e ne furono scelti altri durante la giunta Alemanno. Ma dall’elezione di Virginia Raggi a oggi non ce ne sono stati più.
Ma ecco che ora le comunità straniere sono venute a battere cassa. In particolare a guidare la protesta è MuRo 2027, gruppo dei Musulmani per Roma che scenderanno in campo alle amministrative del prossimo anno. Francesco Tieri, il portavoce, dice a Roma Today che «quello del consigliere aggiunto è per noi un tema centrale, anche se non l’unico. Chiediamo al sindaco Gualtieri di rispettare il regolamento, indicendo subito le elezioni. Quale momento storico migliore, tra le altre cose, per farlo? Ci sono partiti che parlano di remigrazione, la sinistra ha un’occasione per rispondere concretamente». Ieri si è tenuta una assemblea sul tema, e le associazioni minacciano di inviare una diffida al Comune se non verranno subito indette elezioni.
Certo, si potrebbe liquidare il tutto a piccola baruffa per un posto tutto sommato ininfluente. Dal canto loro, tuttavia, le associazioni islamiche hanno ragione: se prometti una cosa, devi poi farla. Solo che far entrare in comune un consigliere, anche se non vota, non è operazione da poco. Gli si dona visibilità, gli si regala un po’ di esperienza, si favoriscono future iniziative politiche. Si comincia oggi con un consigliere aggiunto e si finisce domani con un partito musulmano ben strutturato, capace di attirare i voti degli stranieri. La sinistra pensa di poter controllare i voti degli immigrati, ma non ha capito che questi non sono scemi: più prima che poi si organizzeranno da soli e faranno a meno dei loro volonterosi sponsor progressisti. Assisteremo così al paradosso: non ci saranno partiti dichiaratamente cattolici, ma avremo il partito islamico. E i musulmani, sia chiaro, faranno benissimo a costituirlo e a pretendere tutto ciò che desiderano. Il problema non sono loro: siamo noi, totalmente incapaci di preservare un minimo di dignità e di rispetto di noi stessi e del nostro passato.
Da anni ormai in nome della incisività e della difesa delle minoranze consentiamo agli stranieri e a vari gruppi di attivisti di ottenere vantaggi, facilitazioni e agibilità politica. Ma quando a rivendicare le stesse condizioni sono realtà cristiane o in odore di conservatorismo, apriti cielo. Questa tendenza prosegue anche oggi, anche con la destra al governo e con la crisi del cosiddetto woke. Prendiamo un altro caso emblematico. A Chiusi, in Toscana, l’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti (Uaar) ha diffidato l’Istituto Comprensivo Graziano da Chiusi in cui dirigenti avevano acconsentito a fare entrare un prete all’asilo, alle elementari e alle medie per il giro di benedizioni pasquali. Non che i bambini siano obbligati a farsi benedire: si tratta semplicemente di una tradizione che non fa male a nessuno e può fare bene a molti. Ma niente da fare: l’azione legale degli atei è andata a buon fine e al prete sarà impedito l’ingresso. Un po’ come avvenuto a Bologna dove è stato vietato l’ingresso nel piazzale di una scuola alla processione della Madonna di San Luca. Una grande vittoria dei laicissimi toscani, Senza dubbio. Intanto, però, Firenze pure l’ufficio scolastico regionale consente a un istituto di allestire una sala di preghiera musulmana per il ramadan, con tanto di divisorio per separare maschi e femmine. Quello va bene, il prete che benedice no.
Badate bene però: non è colpa dei musulmani, manco per sogno. Loro fanno bene a chiedere, anche perché spesso ottengono. A censurare e ostacolare i cristiani sono sempre altri italianissimi e laicissimi progressisti, a cui vanno bene tutte le fedi tranne quella (ancora per poco) prevalente in Europa. La qual cosa non è soltanto un offesa ai fedeli cristiani, ma è soprattutto una feroce lesione dell’identità nazionale (che è di tutti) in nome di presunti valori laici. Sfugge, ai valorosi avversari delle benedizioni, che ottenere uno spazio pubblico neutro non significa creare libertà: significa soltanto imporre il vuoto.
Un vuoto che presto qualcuno riempirà, con le buone o meno.
