Papa Francesco (Imagoeconomica)
L’agricoltura non può più essere trattata come un settore marginale dell’economia. È una questione di sicurezza, stabilità sociale e politica internazionale. È il messaggio lanciato da Federico Vecchioni, amministratore delegato di BF, intervenuto durante il «Giorno della Verità» dedicato alle grandi sfide del Paese.
L’agricoltura non può più essere trattata come un settore marginale dell’economia. È una questione di sicurezza, stabilità sociale e politica internazionale. È il messaggio lanciato da Federico Vecchioni, amministratore delegato di BF, intervenuto durante il «Giorno della Verità» dedicato alle grandi sfide del Paese.
«Collocare l’agricoltura ai margini dell’economia non è soltanto un errore economico, ma un errore politico», ha affermato Vecchioni. Nel suo ragionamento, il cibo è tornato al centro della scena globale non solo per l’aumento della domanda e per le crisi climatiche, ma anche per il legame diretto tra sicurezza alimentare e tenuta delle comunità. Le tensioni che attraversano il Nord Africa e il Medio Oriente, ha osservato, dimostrano quanto l’accesso alle materie prime agricole possa incidere sulla stabilità di intere aree.
Per questo, secondo il numero uno di BF, l’Europa deve tornare a considerare l’agricoltura in una prospettiva di lungo periodo. Non si tratta, ha precisato, di evocare il sovranismo, ma di costruire una visione industriale e geopolitica. «L’Italia è il più grande hub agricolo e industriale del Mediterraneo», ha sostenuto Vecchioni, indicando nella logistica, nella trasformazione e nella capacità produttiva nazionale gli strumenti per rafforzare il ruolo italiano nel Mediterraneo allargato.
Al centro dell’intervento anche la strategia di BF, gruppo nato dalla storia di Bonifiche Ferraresi. Vecchioni ha rivendicato la scelta di costruire una filiera estesa: dalla genetica delle sementi alla produzione agricola, dalla trasformazione industriale alla distribuzione. Una struttura pensata per controllare gli asset essenziali e ridurre l’esposizione alle vulnerabilità delle catene di approvvigionamento globali, a partire da fertilizzanti e materie prime.
Secondo quanto dichiarato dall’amministratore delegato, il gruppo è passato da circa 10 milioni di euro di fatturato a quasi 3 miliardi, con un aumento degli addetti da 88 nel 2015 a circa 6.000 di oggi. Più che un «modello» rigido, Vecchioni definisce BF un ecosistema flessibile di imprese, con natura privata ma con una responsabilità anche istituzionale nel sostenere l’internazionalizzazione dell’agroindustria italiana.
La proiezione estera, ha spiegato, si fonda sulle cosiddette «model farm»: infrastrutture agroindustriali capaci di replicare nei diversi contesti la filiera «dal genoma allo scaffale». L’obiettivo non è acquistare terreni, ma generare valore attraverso concessioni, tecnologie, formazione e collaborazione con le comunità locali, i piccoli agricoltori e le istituzioni. BF, ha riferito Vecchioni, gestisce oggi circa 175.000 ettari nel mondo attraverso questo approccio.
Il punto decisivo resta però il capitale umano. «Non esiste un tessuto produttivo efficiente se la socialità è pervasa da un’instabilità perenne», ha detto. Da qui l’attenzione verso la formazione e l’occupazione giovanile. Vecchioni ha segnalato il calo di interesse per le facoltà tradizionali di Scienze agrarie e la crescita delle iscrizioni nei percorsi di Ingegneria agraria, letta come segnale della domanda di competenze tecnologiche e applicate.
L’agricoltura, infatti, non è più soltanto produzione primaria. Richiede capacità nella genetica, nell’automazione, nell’uso dei dati, nell’agricoltura di precisione e nella digitalizzazione. «L’agricoltura digitale dieci anni fa non esisteva», ha ricordato Vecchioni, sottolineando come il settore possa offrire nuove opportunità professionali anche ad alta qualificazione.
In questa prospettiva si inserisce l’impegno di BF nell’alta formazione post-universitaria, attraverso stage e percorsi di dottorato collegati alla rete aziendale.
Anche quest’anno il «Giorno della Verità» si è rivelato un’occasione proficua per mettere sul tavolo del dibattito alcune delle sfide che più incidono sul presente e sul futuro del Paese. Nei vari panel dedicati alle aziende, imprenditori e manager dei principali settori produttivi (dall’energia alle infrastrutture, passando per il digitale e il lavoro) sono emersi temi centrali per la competitività italiana ed europea, tra transizione energetica, innovazione tecnologica e trasformazione del mercato del lavoro.
Il filo conduttore della giornata è stato quello della sicurezza energetica e della necessità di accompagnare le imprese in una fase di forti tensioni internazionali. Nel confronto L’energia del potere. La partita decisiva per l’Europa, l’amministratore delegato di Simest, Regina Corradini D’Arienzo, ha ricordato come la risposta al recente choc energetico si sia tradotta in un intervento mirato a evitare rallentamenti del sistema produttivo. Da qui la scelta, condivisa con il governo, di una «iniezione di liquidità immediata» con un contributo a fondo perduto fino al 30%. Il tema dell’export è stato al centro anche del ragionamento sulla resilienza del sistema italiano, capace di reagire alle crisi geopolitiche grazie alla diversificazione produttiva e alla struttura familiare delle imprese. L’obiettivo è ambizioso: raggiungere i 700 miliardi di export entro il 2027, ampliando la platea delle aziende esportatrici oggi ancora limitata a meno del 9% del totale.
Nello stesso solco si sono inseriti gli altri player del mondo industriale ed energetico. Il direttore generale di Enel per gli affari centrali, Edoardo Antonio De Luca, ha evidenziato come, dopo la guerra in Ucraina, l’energia sia diventata una variabile strategica per la sicurezza nazionale. Lorenzo Fiorillo (Eni) ha sottolineato il ruolo del super calcolo nella ricerca industriale, annunciando l’avvio del super computer HPC7, che porta l’Italia «al primo posto in Europa e al quarto nel mondo» nel settore del calcolo ad alte prestazioni. Un passaggio che conferma la centralità dei dati e della capacità computazionale.
A intrecciarsi con il tema dell’energia è stata anche la riflessione sulla competitività. Marco Gay (Unione industriali Torino) ha indicato tre direttrici per ridurre i costi e rafforzare le imprese: innovazione nei consumi, investimenti nelle rinnovabili e una strategia europea su ricerca e tecnologia. Più critico l’intervento di Riccardo Toto (Renexia), che ha richiamato la necessità di superare inefficienze del passato: «107 miliardi spesi negli anni dagli italiani non hanno prodotto nulla», ha osservato, indicando nell’eolico galleggiante una possibile leva industriale e geopolitica per il futuro.
Il tema delle infrastrutture ha dominato il panel Le reti della sovranità, dedicato al ruolo strategico delle reti fisiche e digitali. Andrea Giordano (Aeroporti di Roma) ha descritto la sostenibilità come un approccio strutturale, con investimenti in decarbonizzazione e oltre 55.000 pannelli fotovoltaici già installati a Fiumicino. Sul fronte idrico e digitale, il direttore generale di Acea Acqua, Luis Alejandro Gonzalez Naranjo, ha sottolineato come la sicurezza delle infrastrutture passi sempre più dalla tecnologia: «L’Intelligenza artificiale può aiutarci a passare da un approccio reattivo a uno preventivo». Lorenzo Giussani (A2a) ha posto l’accento sulla necessità di rafforzare il sistema energetico europeo per ridurre la vulnerabilità agli choc esterni e stabilizzare i prezzi. Ampio spazio anche alle grandi infrastrutture di trasporto nel panel La fabbrica del futuro, dove l’ad di Autostrade per l’Italia, Arrigo Giana, ha ribadito il ruolo strategico della rete autostradale: «Investiamo ogni anno 2,5 miliardi di euro tra investimenti e manutenzione». Georg Gufler (Doppelmayr Italia), Fulvio Giuliani (Interporto rivers) e Stefano Paggi (Fibercop) hanno arricchito il confronto sulla trasformazione della competitività italiana tra mobilità sostenibile, infrastrutture digitali e logistica integrata.
Sul tema lavoro e competenze, Daniele Grassucci (skuola.net) ha evidenziato il disallineamento tra aspirazioni giovanili e mercato, sottolineando come molte aspettative siano ancora legate a modelli superati. Andrea Stazi (Università San Raffaele Roma) ha richiamato i rischi dell’Intelligenza artificiale sul mondo delle professioni, avvertendo della possibile polarizzazione tra chi sa utilizzarla e chi ne resta escluso. Mentre secondo Rosario Rasizza (Openjobmetis), oggi è il lavoro a cercare i lavoratori.
La collezione Primavera-Estate 2027 segna una tappa importante per Eleventy: il ventesimo anniversario del marchio fondato da Marco Baldassari insieme ai suoi soci.
Un percorso costruito all’insegna del Made in Italy, della qualità e di un’idea di lusso contemporaneo lontana dall’ostentazione. Per celebrare questo traguardo, la nuova collezione introduce nuove silhouette, colori più sofisticati e due capsule che raccontano da vicino il mondo personale del fondatore: The Indigo Blue e Active Moments. Ne abbiamo parlato con Marco Baldassari.
La Primavera-Estate 2027 coincide col ventesimo anniversario di Eleventy. Che significato ha per lei questo traguardo?
«Rappresenta la realizzazione di un sogno. In vent’anni siamo riusciti a costruire un marchio internazionale restando fedeli ai nostri valori: produzione italiana, qualità, responsabilità e attenzione alle persone. Oggi guardiamo al futuro con la stessa passione, con l’obiettivo di creare qualcosa di duraturo».
Quanto c’è di lei nelle capsule The Indigo Blue e Active Moments?
«Molto. Cerco sempre di raccontarmi attraverso le collezioni. The Indigo Blue nasce dal mio legame con il denim, reinterpretato in chiave sofisticata e contemporanea. Active Moments, invece, riflette il mio stile di vita: sport, benessere e dinamismo. Sono due mondi che mi rappresentano profondamente».
Chi è oggi il cliente Eleventy?
«È una persona che ama la qualità ma non l’ostentazione. Cerca prodotti autentici, ben fatti e dal valore concreto. Apprezza il Made in Italy e riconosce l’equilibrio tra qualità, design e prezzo che caratterizza il nostro marchio».
Come si è evoluto il concetto di smart luxury negli ultimi vent’anni?
«Il principio è rimasto lo stesso: offrire il massimo valore possibile. Oggi, però, lo smart luxury include anche un forte elemento di contemporaneità. Chi sceglie Eleventy cerca qualità e raffinatezza, ma con uno stile più moderno e rilassato».
La collezione introduce volumi più morbidi e nuove interpretazioni della giacca. È cambiato il modo di vivere l’eleganza?
«Sì. Oggi l’uomo desidera capi più confortevoli e versatili. Abbiamo lavorato su nuove proporzioni, nuove tonalità e nuove forme per offrire qualcosa di distintivo, mantenendo sempre coerenza con il nostro Dna».
Come si evolve il concetto di giacca?
«La giacca oggi è più fluida. L’overshirt, per esempio, è diventata una valida alternativa al blazer tradizionale. Abbiamo inoltre reinterpretato modelli ispirati alla tradizione con materiali nobili e costruzioni più contemporanee».
Se dovesse descrivere l’uomo Eleventy della Primavera-Estate 2027?
«Un uomo contemporaneo e sicuro di sé. Lo immagino con una giacca in lino effetto denim della capsule Indigo Blue, pantaloni dai volumi più morbidi e una polo realizzata in filati pregiati. Un guardaroba raffinato ma disinvolto».
Qual è oggi la vostra definizione di eleganza contemporanea?
«È l’incontro tra qualità, discrezione e funzionalità. L’uomo moderno ha bisogno di capi versatili, capaci di accompagnarlo durante tutta la giornata senza rinunciare a comfort ed eleganza».
Quali sono i valori che restano intoccabili?
«La qualità, innanzitutto. Poi la cura artigianale, l’attenzione ai dettagli e la produzione italiana. Sono le fondamenta di tutto ciò che facciamo».
Oggi il prodotto basta ancora?
«Non più. Oggi il prodotto deve essere eccellente, ma da solo non è sufficiente. I clienti cercano esperienze, relazioni e valori condivisi. Per questo stiamo lavorando per costruire una vera community attorno a Eleventy, creando luoghi e occasioni di incontro che vadano oltre l’acquisto. Un primo passo in questa direzione è stato il concept sviluppato a Istanbul, dove abbiamo aperto un flagship store di circa 400 metri quadrati con un caffè integrato. L’idea è offrire ai clienti uno spazio accogliente in cui fermarsi anche senza l’intenzione di acquistare, vivendo l’universo Eleventy attraverso un’esperienza che unisce design, ospitalità e qualità. Il progetto sta dando ottimi risultati e verrà replicato a breve anche a Doha e in Libano. Stiamo inoltre lavorando per arricchire ulteriormente i nostri spazi con contenuti culturali. L’obiettivo è trasformare i negozi in luoghi di ispirazione, dove moda, arte, design e cultura possano dialogare tra loro. A breve presenteremo anche una nuova collaborazione legata al mondo dell’editoria e dei libri, un progetto che contribuirà a rafforzare questa visione».
Quali sono le prossime aperture internazionali?
«Il 2026 è un anno particolarmente importante per il nostro sviluppo internazionale. A fine giugno inaugureremo un nuovo store stagionale a Saint-Tropez, in Place des Lices, una delle location più prestigiose della Costa Azzurra. Per noi rappresenta un traguardo significativo perché ci permette di entrare in contatto con una clientela internazionale molto qualificata e di consolidare ulteriormente il nostro posizionamento nel segmento del lusso contemporaneo. A luglio sarà invece la volta di Chicago, una piazza strategica per il mercato americano, che continua a essere uno dei più dinamici e promettenti per il brand. Gli Stati Uniti rappresentano oggi un’area di forte crescita e un mercato particolarmente ricettivo nei confronti dei valori di Eleventy. Prosegue inoltre il dialogo tra moda e hospitality, un ambito in cui crediamo molto. Siamo recentemente approdati a Santorini all’interno del Sandblu Resort, una delle strutture più esclusive delle isole greche. Essere presenti in contesti di questo livello significa intercettare i clienti nei luoghi che frequentano durante il tempo libero, in un momento in cui sono più disponibili a vivere un’esperienza di brand autentica e rilassata».
presente da diversi decenni nei dibattiti non solo accademici europei, dove ha portato aspetti nuovi e una spregiudicata attenzione critica all’attualità e a suoi temi. Questo ultimo libro: Parlare di Dio. Un dialogo con Simone Weil (nottetempo ed.), rispetta, come si vede fin dal titolo, la cura nel lavoro di Han nel non stare lontani dai temi e dalla zone più osteggiate dalla cultura occidentale tardo moderna: il Dio cristiano, appunto, e uno dei suoi più profondi e originali testimoni, la francese Simone Weil.
Grazie alla quale, dice subito di potere «a quasi cento anni di distanza, fare buon uso dei suoi pensieri per dimostrare che, al di là dell’immanenza della produzione e del consumo, e dell’informazione e comunicazione, vi è un’altra realtà più elevata, una trascendenza, in grado di portarci via, lontano da una vita priva di significato, da una straziante carenza di essere, dalla mera sopravvivenza, offrendoci invece la gioiosa pienezza dell’essere».
Così, tanto per non rendere l’impresa troppo facile, Han, sceglie subito di affrontarla con il tema dell’attenzione, che Simone Weil riteneva fosse «nel suo grado più elevato, la stessa cosa della preghiera». Ricavandone che «la crisi della religione è quindi anche una crisi dell’attenzione, dello scrutare e dell’udire». Dunque: «Dio non è morto. È morto l’uomo al quale Dio si rivelò». Il fatto è che: «la percezione è estremamente ingorda. Le manca qualsiasi ampiezza contemplativa. Non fa che mangiare: il consumo è il suo atteggiamento di base. L’abbuffata di video (binge watching) esprime efficacemente questa ingordigia, binge è: divorare senza freni». Se mangi in continuazione però non puoi più vedere, come appunto diceva Simone Weil, magra come una canna dei marais d’Occitania, specificando: «quaggiù, guardare e mangiare sono due. Bisogna scegliere l’uno o l’altro ma entrambi sono chiamati: amare. Tuttavia solo coloro cui talvolta capita di restare per qualche tempo a guardare invece di mangiare hanno qualche speranza di salvezza». (Simone Weil, Quaderni 4, Adelphi).
«L’anima che continua a mangiare senza scrutare finisce col perdere la capacità di contemplare. Invece dell’autofagia, sviluppa obesità. La sua parte mortale, s’allarga e ingrassa, mentre la parte divina si atrofizza e rimpicciolisce». In Simone Weil, racconta Byung-Chul Han, è l’immaginazione che al servizio dell’Io continua a sognare cibo. Il resto della personalità attivo nel Processo di individuazione viene soffocato dal grasso e da tutti gli elementi di ciò che Simone Weil chiamava «pésanteur» - pesantezza -, che impedisce all’anima di muoversi nella dimensione trascendente. Questo indebolimento degli aspetti spirituali della personalità lacera in profondità l’anima, come ha raccontato Simone Weil in L’ombra e la grazia, tradotto in italiano da Franco Fortini. Solo la pienezza assicurata dall’attenzione dell’intera personalità consente all’essere umano di assicurare la guida agli aspetti più spirituali. «L’attenzione profonda, contemplativa, è rivolta a ciò che persiste, permane tiene il punto. Il vero perdura. Chi è incapace di attenzione contemplativa, incapace di scrutare non ha invece accesso alla verità, al vero, all’ordine perdurante delle cose.
