Papa Francesco (Imagoeconomica)
Per il ritorno della Tetralogia di Richard Wagner al Teatro alla Scala di Milano, il musicologo Marco Targa ci guida nella trama e nella musica del Ring, dall’Oro del Reno fino al Crepuscolo degli dei, soffermandosi sulla celeberrima Cavalcata delle Valchirie.
Altro convegno del No al referendum, altra gaffe. Ieri abbiamo dato notizia dell’incontro che si dovrebbe tenere a Rieti il 18 marzo con la partecipazione del procuratore del capoluogo laziale Paolo Auriemma e del procuratore aggiunto di Roma Giuseppe Cascini, tutti e due contrari alla riforma. Peccato che Auriemma, in passato, riferendosi a Cascini, avesse chiesto in chat a Luca Palamara se, oltre al Csm e alla sistemazione del fratello non volesse anche «una fetta di culo».
Oggi a Vieste il Pd ha organizzato un convegno ancora più divertente e dal titolo inequivocabile: «Difendere la Costituzione. Le ragioni del No». A organizzare l’incontro è stata la consigliera regionale del Pd Rossella Falcone. Con lei parteciperanno Pierpaolo d’Arienzo, segretario provinciale dem di Foggia, Raffaele Piemontese, assessore regionale alle Infrastrutture e mobilità ed ex assessore alla Sanità, il procuratore foggiano Enrico Infante e il presidente del Tribunale di Bari Alfonso Orazio Maria Pappalardo. Sui social la Falcone spiega che l’incontro è «uno spazio aperto, serio, rispettoso, in cui ragionare insieme su un tema che riguarda tutti. La Costituzione non è qualcosa di distante, è la casa comune che protegge i diritti di ciascuno di noi». La conclusione è scontata: «Votare No significa scegliere di difendere l’equilibrio attuale della Costituzione, mantenere una magistratura unitaria e preservare un sistema di garanzie che negli anni ha tutelato la democrazia del nostro Paese». Con tanto di chiamata alla mobilitazione in stile Zio Sam: «Conta ogni singolo voto. Anche il tuo».
Per questo la Falcone ha messo insieme uomini di partito e uomini di legge. Nel frattempo, il 10 marzo, il Pd, che governa la Regione da circa 20 anni, ha dovuto fare i conti pubblicamente con una notizia ferale: Il disavanzo della sanità in Puglia, relativo al 2025, ammonta a 369 milioni di euro. La cifra è emersa nell’incontro tra i tecnici regionali e i dirigenti del ministero dell’Economia e delle finanze e del ministero della Salute che si è tenuto a Roma quattro giorni fa. La Regione ha evidenziato che sull’aumento della spesa 2025 hanno inciso «prevalentemente la mobilità passiva (pazienti che vanno a curarsi in altre Regioni italiane), la spesa farmaceutica, il costo del personale per i rinnovi contrattuali e le assunzioni».
Bene. Ma chi ha creato questo buco? Probabilmente toccherà alla Procura o alla Corte dei conti scoprirlo. Noi sappiamo solo che proprio nella scheda di Piemontese presente sul sito della Regione, si puntualizza che il politico, da assessore della Sanità (incarico ricoperto a partire dall’ottobre 2024) «ha avviato lo sblocco delle assunzioni dopo anni di fermo, rafforzato la sanità territoriale, finalizzato investimenti sui grandi ospedali per migliorare l’accesso alle cure».
Piemontese, che è anche un avvocato civilista, nel novembre scorso, è stato rieletto con una valanga di preferenze, più di trentamila.
Quando è stato scelto per la Sanità dall’allora governatore Michele Emiliano (un pm prestato alla politica), di cui era vicepresidente, dichiarò: «È un impegno difficile […]. Ringrazio il presidente Michele Emiliano per la fiducia e ce la metterò tutta». Il nuovo governatore Antonio De Caro, nonostante il successo elettorale di Piemontese, ha deciso di non confermarlo nel ruolo e, adesso, ha annunciato che, con l’affiancamento dei ministeri competenti, «saranno individuate le azioni necessarie al ripianamento della spesa pregressa». Oggi, intanto, Piemontese si siederà in mezzo a due magistrati. In veste di relatore. A difendere le ragioni del No e lo status quo. Lo spalleggerà una toga dalla biografia molto interessante. Stiamo parlando di Enrico Infante, procuratore di Foggia, la città di Piemontese. È lui l’uomo che Luca Palamara individuò come segretario ideale per la sua corrente, Unicost, mentre era sotto indagine per corruzione.
GIOCHI DI CORRENTE
L’ex presidente dell’Anm, in quelle ore frenetiche, stava tentando di spostare a destra l’asse del Csm e di scegliere i capi di alcune Procure strategiche. Ma anche di nominare come nuovi vertici del suo gruppo persone di stretta fiducia. Il 29 marzo 2019 Palamara spiega a un collega: «O Caputo o Infante». Il 7 aprile scrive: «Non preoccuparti. Infante segue. Gli altri verranno adeguatamente contenuti». Il 10 aprile Palamara, come riportano i finanzieri del Gico in un’informativa, dice al predestinato di «mantenere la riservatezza» e di «restare tutti uniti». Quindi gli illustra il piano: «Nella mia testa tu devi essere la sintesi e, quindi, tu farai il segretario generale con una segreteria forte composta da quattro […] ritorniamo ad avere un riferimento. Per quanto mi riguarda è come se fossi con voi, quindi per me va bene così, si può ripartire per affrontare (incomprensibile) importanti». Il 15 aprile la collega Pina Casella informa Palamara: «Ho detto a Carmelo di Infante. È d’accordo». Risposta dell’ex ras delle nomine: «Grande!».
Il magistrato radiato rassicura Infante: «Stiamo lavorando per te». Poi i due si mettono d’accordo per un incontro. Il giorno successivo parlano di nuovo. Infante esordisce chiedendo se fosse il caso di avvisare i «leccesi» e Palamara conferma: «Sì, lavorali, lavorali per bene, con la formula che ti ho detto io…». Infante annuisce. Palamara gli dà un ulteriore consiglio: «Non dirgli “io farò il segretario”». E gli suggerisce l’argomento da usare: «Dobbiamo essere partecipi di un’operazione di rilancio della corrente […] tu fai questo discorso, acchiappali così». Infante è entusiasta: «Sì, sì, sì, così non cadono dalle nuvole e non dicono…». Il 7 maggio, al telefono con un altro fedelissimo, Palamara spiega che bisogna «trovare un segretario di mediazione, che è individuabile nella persona di Enrico Infante». Il 22 maggio l’ex presidente dell’Anm manda questo messaggio: «È inevitabile il compromesso: votare Sciacca e Infante come presidente e segretario e abbozzare per segreteria a otto persone». Il 25 maggio Palamara offre la corretta interpretazione della corsa per la segreteria: «Vittoria su Infante, sconfitta su Sabelli (Rodolfo, candidato alternativo, ndr)».
In un’altra comunicazione ribadisce: «La mia partita è vinta su Infante. Ho perso su Sabelli». Quindi annuncia: «Infante segretario».
RIVENDICAZIONE
Lo stesso giorno, in una successiva conversazione, l’ex magistrato rivendica: «Infante è stata una mia vittoria».
Il 26 maggio rimarca: «Per quanto riguarda la corrente l’operazione Infante ci permette controllo». Il giorno successivo un collega chiede a Palamara: «Come vedi elezione Sciacca presidente Unicost e segretario Infante?». E Palamara ha un moto d’orgoglio: «Mia operazione». Quindi confida: «A te dico tutto. Top secret. Infante mio. Sciacca compromesso». Per chi avesse ancora dei dubbi c’è la chat diretta tra Palamara e Infante.
Il 16 aprile 2019 quest’ultimo cerca il primo, che risponde: «Enrico sono in udienza ti chiamo appena finisco. Un abbraccio». Quando Palamara spiega di essere ancora «bloccato», Infante scrive: «Non preoccuparti. Sono a un noioso convegno di Area in Cassazione. Se quando finisci non sarà per te troppo tardi fammi tranquillamente uno squillo. Altrimenti ci possiamo vedere domattina. Io ho Gec (la Giunta esecutiva centrale dell’Associazione nazionale magistrati, ndr) alle 13».
Il giorno dopo Palamara dà appuntamento al suo candidato in piazza Mazzini alle 8.50 del mattino e Infante si mette subito in moto. Quando giunge sul posto scrive: «Caro Luca, quando arrivi fammi sapere in che parte della piazza sei e ti raggiungo. Io sono nei pressi dell’edicola». Nelle ore successive Palamara ha una richiesta: «Enrico aggiornami su clima in giunta». L’argomento deve essere sensibile. E Infante replica: «Proprio ora ne stiamo parlando. È teso. Ti chiamo tra pochissimo». Il 24 maggio Infante spedisce al suo pigmalione lo «schema discorso UpC (Unità per la Costituzione, ovvero Unicost, ndr) 25 maggio 2019». Il futuro segretario cerca consigli: «Ho inviato il possibile schema di un intervento.
Sappimi dire se è troppo teorico, troppo scoperto a sinistra o a destra, troppo generico o impegnativo. Se è da cambiare/cestinare/integrare». Palamara risponde: «Lo leggo e ti richiamo». Il giorno dopo l’ex presidente dell’Anm si complimenta con il suo candidato per l’intervento: «Sei stato fantastico!». A stretto giro Infante risponde: «Caro Luca, sono appena tornato a casa, finalmente solo (nel treno ero in compagnia dei leccesi), a eccezione di moglie e figli, che mi reclamano. Domani ti chiamo e faremo il punto sulla giornata di oggi e sulle prospettive future del gruppo. Per ora, il mio più sentito grazie. Senza di te, ora, non sarei certo dove sono. A domani».
SCOPPIA IL CASO
Il 29 maggio scoppia sui giornali il caso Palamara e la corrente di Unicost è la più coinvolta. A luglio Infante lascia l’incarico di segretario, pur ritenendo di avere «operato bene». Nell’occasione lamenta che alla sua segreteria «è stato impedito di svolgere» l’attività di «direzione e raccordo politico». Infante attacca l’Anm (con cui oggi marcia unito) per «la mancanza di confronto su importanti decisioni»: «Non si è voluto interagire minimamente con la segreteria di Unicost», osserva il magistrato. È arrabbiato anche per essere stato tenuto all’oscuro degli incontri avuti dal sindacato delle toghe con il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. E, a proposito del progetto di riforma del governo dell’epoca, denuncia che «l’interlocuzione con la segreteria su quella che è probabilmente la questione fondamentale per il futuro dell’ordinamento giudiziario non c’è stata». Sette anni dopo Infante è in trincea proprio con l’Anm e con i nemici di allora per difendere l’immutabilità del sistema giudiziario.
Arianna Meloni è reduce dalla manifestazione del comitato per il Sì al referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati al teatro Franco Parenti di Milano. Ha qualche linea di febbre, ma accetta di parlare con La Verità della riforma della giustizia, del rapporto con le opposizioni e dello scenario internazionale.
Arianna Meloni, come andrà il referendum?
«Vincerà il Sì».
Sicura?
«Sono piuttosto ottimista».
Per quali motivi?
«Nonostante il tentativo di fuorviare il dibattito con inutili polemiche, quando si entra nel merito ci si accorge che si tratta di una buona riforma. Una riforma che dà forza alla magistratura, rendendola più libera e indipendente dalla politica e dalle correnti politicizzate. Inoltre, con l’istituzione dell’Alta corte disciplinare, i magistrati pagano per gli errori che commettono. Ogni anno si registrano quasi mille ingiuste detenzioni. Una situazione che pagano prima di tutto i diretti interessati sulla propria pelle, e poi i cittadini tutti attraverso il conseguente e ingente esborso finanziario dello Stato per i risarcimenti».
Fino a qualche giorno fa la vittoria sembrava più sicura mentre ora è tornata in discussione?
«Non mi risulta. Certamente, c’è chi ha trasmesso un messaggio fazioso, spostando il dibattito sul piano politico e contro il governo, più che sul merito della legge».
Qualcosa vi ha convinto a impegnarvi maggiormente nella campagna referendaria?
«La riforma della giustizia è un punto qualificante del programma di governo. È una riforma storica, da 30 anni nessuno è riuscito a realizzarla. Questo governo ci sta riuscendo perché è stabile. Non inventiamo nulla di nuovo, ma realizziamo i punti del programma perché, grazie a questa stabilità, possiamo fare le riforme che gli italiani aspettano da decenni. Questa è una delle più importanti. Credo che gli italiani debbano ricordarsi quanto incide il funzionamento della giustizia sulle loro vite. Coloro che scelgono di votare No non otterranno di sicuro l’effetto di mandare a casa il governo Meloni, ma rischiano solo di tenersi una giustizia che non funziona».
Premesso che per gran parte della sinistra e della magistratura si tratta di un voto contro il governo, l’impegno diretto di Giorgia Meloni e di Alfredo Mantovano, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, può rivelarsi un boomerang?
«Siamo persone molto coraggiose nel rappresentare le nostre idee. Non temiamo boomerang o autogol, anche perché i sondaggi danno Fdi al 30% e Giorgia è tra i leader più amati degli ultimi decenni».
C’è il rischio che si riproduca lo schema visto con il referendum per la riforma del Senato promosso da Matteo Renzi?
«Innanzitutto, bisogna dire che Renzi arrivò al governo senza passare dal voto popolare. In secondo luogo, non godeva di quella fiducia che oggi gli italiani nutrono per l’attuale premier. Infine, come detto, credo che gli elettori sappiano che questo non è un voto sul governo, ma per i cittadini, per rendere l’Italia più moderna, più efficiente e più giusta. Il voto sul governo ci sarà tra un anno, quando gli italiani potranno decidere se Giorgia Meloni ha lavorato bene o no».
A Piazzapulita Renzi ha detto che nel 2027 vincerà il campo largo perché gli italiani si sono accorti che Giorgia Meloni è un bluff.
«Al di là di come la pensa Renzi, credo che, per vincere, il campo largo dovrebbe prima di tutto produrre un programma comune e magari trovare un leader unico e credibile per tutta la coalizione. Frammentato com’è, dubito che ci riesca. Quanto al centrodestra, stiamo realizzando il nostro programma punto per punto».
Lei chiuderà la campagna il 19 a Roma, avete pensato anche a un momento finale di tutta la maggioranza?
«Ci stiamo impegnando tutti molto, stiamo facendo eventi in tutta Italia».
Tutti i partiti della maggioranza sono convinti allo stesso modo dell’importanza di vincere il referendum o da qualcuno vi aspettavate un maggior impegno?
«Mi sembra che stiamo lavorando tutti pancia a terra. Consapevoli che non si tratta di una riforma di partito, ma di un cambiamento fondamentale per gli italiani».
Lo conferma anche il fatto che alla manifestazione di Milano non avete esposto simboli?
«Abbiamo scelto di privilegiare la visibilità del Sì su quella del simbolo di partito».
Come spiega il fatto che il Pd aveva nel suo programma la separazione e l’Alta corte disciplinare fin dalla Bicamerale di D’Alema…
«Fin dal tempo dell’ex partigiano Giuliano Vassalli».
… E ora la segretaria Elly Schlein si schiera con il No?
«Lo spiego con il fatto che per il Pd diventa più importante raggranellare qualche voto di schieramento contro la Meloni piuttosto che fare una riforma che gran parte della sinistra condivide. Tant’è vero che ci sono molte persone intellettualmente oneste di quell’area che stanno facendo campagna per il Sì».
Perché una nutrita schiera di magistrati, da Nicola Gratteri a Nino Di Matteo fino a Henry John Woodcock, in passato favorevoli al sorteggio del Csm, ora contrastano la riforma?
«Perché vogliono difendere lo status quo».
In che modo pensa che questa riforma possa aiutare a superare le sentenze politiche sull’immigrazione e i divieti ai rimpatri?
«Attraverso il sorteggio del Csm che renderà i magistrati liberi dalle logiche delle correnti, mettendoli in grado di rispondere solo allo loro coscienza e a quello per cui hanno studiato. E attraverso l’Alta corte disciplinare, per cui i magistrati che sbagliano risponderanno dei loro errori. Grazie a questi due nuovi strumenti avremo una giustizia giusta e non ideologizzata».
Qual è la sua opinione sulla vicenda della famiglia del bosco?
«Ritengo che sia utile andare a fondo. In uno Stato di diritto la magistratura dovrebbe applicare le leggi in modo uniforme, in questo caso si ha l’impressione di un accanimento ideologico nei confronti di una famiglia solo perché non se ne condivide lo stile di vita. Togliere i figli ai genitori è una misura estrema, che dovrebbe essere applicata solo in casi in cui si siano appurati gravi abusi, ex post e non ex ante».
Anche in questo caso siamo di fronte a un eccessivo interventismo degli apparati sulla vita dei cittadini?
«Altroché. Lo stesso avviene, per esempio, anche quando un magistrato decide di non convalidare la permanenza nei Cpr di immigrati irregolari con procedimenti penali gravissimi come stupro, stupro di gruppo e pedofilia».
L’establishment e i poteri forti vivono il governo Meloni come una parentesi troppo lunga?
«Noi facciamo politica perché siamo al servizio dei cittadini. Ci interessano poco l’establishment, i salotti e i poteri forti».
Quanto lo scenario internazionale con le guerre in Ucraina, in Israele e ora in Iran ha complicato l’azione di governo?
«È chiaramente uno scenario molto complicato che preoccupa tutti. Abbiamo però la fortuna di avere un leader autorevole come Giorgia Meloni che gode di grande stima internazionale. E che sta lavorando su tutti i fronti per una de-escalation del conflitto e mettere in sicurezza gli italiani che vivono in quell’area».
Speravate in un rapporto più lineare e meno turbolento con la nuova amministrazione americana?
«Non siamo qui a misurare simpatie o antipatie. I rapporti sono quelli di un capo del governo con il presidente degli Stati Uniti, nostro storico alleato, eletto da milioni di americani».
Vi aspettavate una maggiore disponibilità dalle opposizioni, oltre a quella di Elly Schlein, all’offerta di una collaborazione sulle questioni internazionali?
«Certamente sì. Noi siamo sempre stati coerenti, perseguiamo le nostre idee, andando oltre le ideologie. Quando ci sono stati fatti allarmanti come l’invasione dell’Ucraina l’allora presidente del Consiglio poté contare sul nostro sostegno anche dai banchi dell’opposizione. Per quanto ci riguarda ci è molto chiaro che l’interesse della nazione è prioritario, purtroppo non è altrettanto chiaro a tutti».
Se fosse confermata dal referendum la riforma della giustizia basterebbe a caratterizzare la legislatura?
«Fortunatamente abbiamo fatto molte altre cose. Nonostante la situazione internazionale sia estremamente complessa la nazione è tornata a crescere. È ripartita l’economia, è ripartita l’occupazione, ci sono 1,2 milioni di nuovi posti di lavoro. L’occupazione è cresciuta al Sud, è cresciuta quella femminile e a tempo indeterminato. Quando ci siamo insediati lo spread era a 230 punti. Ora, con due guerre in atto, è poco sopra 70».
Con la vittoria del Sì, sareste spronati a procedere col premierato?
«Anche se non si vincesse, continueremmo a portare avanti i punti del programma. Il premierato è importante perché dà stabilità e quindi certezza economica alla nazione».
E se vincesse il No che conclusioni politiche tirereste?
«Che gli italiani preferiscono tenersi un giustizia con tante fragilità».
«L’Italia non partecipa e non prenderà parte alla guerra»: è questo il passaggio-chiave del comunicato diramato ieri al termine del Consiglio supremo di Difesa, convocato al Quirinale dal capo dello Stato, Sergio Mattarella. Alla riunione hanno partecipato il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, quello della Difesa, Guido Crosetto, quello dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, il ministro delle imprese e del made in Italy, Adolfo Urso; il capo di Stato maggiore della Difesa, generale Luciano Portolano.
«Il Consiglio supremo di Difesa», esordisce il comunicato ufficiale diffuso al termine della riunione, «ha analizzato lo scenario di crisi che si è determinato con la nuova guerra in corso a seguito dell’azione militare degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran, manifestando grande preoccupazione per i gravi effetti destabilizzanti che questa crisi sta producendo nell’intera regione del vicino medio Oriente e nell’area del Mediterraneo. Il Consiglio ha constatato con preoccupazione che la crisi dell’ordine internazionale, incentrato sull’Onu, con la moltiplicazione delle iniziative unilaterali indebolisce il sistema multilaterale, anche di fronte a sfide comuni come le effettive ragioni di sicurezza legate al rischio di realizzazione di armi nucleari da parte dell’Iran, quelle relative alla sicurezza di Israele e dei suoi cittadini, alla condanna del regime di Teheran e delle sue disumane repressioni». Una bella botta a Donald Trump e Benjamin Netanyahu, e non sarà l’unica.
«Il Consiglio», si legge ancora nel comunicato, «nel pieno rispetto dell’articolo 11 della Costituzione, esprime forte preoccupazione per il moltiplicarsi di conflitti, in particolare nell’area mediterranea e nel Medio Oriente, dove sono in gioco nostri interessi strategici vitali. Attacchi a civili, di cui troppo sovente sono vittime bambini come nel caso della strage della scuola di Minab, sono sempre inaccettabili. Il Consiglio sottolinea come l’estensione del conflitto ad opera dell’Iran rischia anche di aprire spazi a forme di guerra ibrida e a gravissime iniziative di organizzazioni terroristiche. Per l’insieme di queste ragioni l’Italia non partecipa e non prenderà parte alla guerra, come ha ribadito il presidente del Consiglio in Parlamento».
Parole chiare: da una parte la condanna dell’attacco americano alla scuola di Minab, dall’altro quello alla reazione dell’Iran contro i Paesi del golfo e in ultimo, ma non certo per importanza, il serio pericolo che la guerra spalanchi le porte a una recrudescenza del terrorismo islamico. E arriva un’altra bella legnata a Netanyahu: «Il Consiglio», si legge ancora, «ha preso in esame con particolare attenzione anche la situazione in Libano e chiede a Israele di astenersi da reazioni spropositate alle comunque inaccettabili azioni di Hezbollah che hanno trascinato il Libano in un nuovo drammatico conflitto. Come sempre il prezzo più alto lo pagano le popolazioni civili, con numerose vittime e centinaia di migliaia di cittadini evacuati dal Sud del Libano e altrettanti dalle aree sciite di Beirut. Il Consiglio», si legge ancora, «ritiene allarmanti le continue gravi violazioni della risoluzione numero 1701 del 2006 e il ripetersi di inammissibili attacchi da parte israeliana al contingente di Unifil, attualmente a guida italiana».
E le basi? «Il Consiglio ha preso atto favorevolmente che, con propria risoluzione», si legge a questo proposito, «il Parlamento si è già espresso sulla necessità che l’utilizzo delle infrastrutture militari presenti sul territorio nazionale e concesse alle forze statunitensi avvenga nel rispetto del quadro giuridico definito dagli accordi internazionali vigenti che include fra l’altro attività addestrativa e di supporto tecnico-logistico. Il Consiglio ha inoltre preso atto che eventuali richieste che dovessero eccedere il perimetro delle attività già disciplinate dagli accordi citati saranno sottoposte al Parlamento».
Equilibrio e rispetto del diritto internazionale, apprende La Verità da fonti qualificate, sono state le parole d’ordine del Consiglio supremo, che ha espresso anche la condanna per l’aggressione ai militari italiani a Erbil in Iraq. Mentre il sottosegretario alla Difesa, Matteo Perego di Cremnago, ha espresso «Profondo cordoglio per la scomparsa dei sei militari statunitensi che hanno perso la vita nel tragico incidente che ha coinvolto il loro velivolo militare in Iraq».
Dopo alcune ore, altro vertice a Palazzo Chigi, sempre presieduto dalla Meloni, riguardante la nave Lbg Arctic Metagaz, battente bandiera russa, che trasporta consistenti quantitativi di gas, olio pesante e gasolio e che da alcuni giorni si trova alla deriva, senza equipaggio, nel Mar Mediterraneo. «Premesso che l’imbarcazione si trova attualmente all’interno della zona Sar maltese», recita una nota, «e che le autorità di Malta hanno stabilito una distanza di sicurezza minima di 5 miglia nautiche, il governo italiano ha assicurato all’esecutivo de La Valletta la condivisione del monitoraggio avviato fin dal primo momento. L’Italia ha inoltre confermato la propria disponibilità a svolgere attività di supporto».
Infine, in relazione a un articolo del Financial Times, la Farnesina e Palazzo Chigi smentiscono che vi sia in corso alcun negoziato riservato per garantire il passaggio ad Hormuz. Sede del governo e ministero degli Esteri confermano che, nei loro contatti diplomatici, i leader italiani vogliono favorire le condizioni per una de escalation militare generale, ma non esiste alcun «negoziato sottobanco» che punti a preservare soltanto alcuni mercantili rispetto ad altri. In serata, Giorgia Meloni ha ribadito: «L’Italia, al fianco dei partner internazionali, inclusi i Paesi del Golfo maggiormente colpiti, resta fermamente impegnata nel promuovere un allentamento della tensione».
