Papa Francesco (Imagoeconomica)
Il fagiolo comune è una pianta annuale della famiglia delle Fabaceae (o Leguminose), genere Phaseolus, specie vulgaris, che è originaria del Messico e che da noi è stata importata dopo la scoperta dell’America. Esiste un automatismo di pensiero secondo il quale tutto quello che è stato importato dall’America dopo la sua scoperta non aveva equivalenti o simili, prima, in Europa. Non è così, non è sempre così. Un caso emblematico è proprio quello del fagiolo, consumato già dai popoli antichi nostrani come gli antichi Romani, sulle terre oggi italiane. Gli antichi Romani mangiavano fave (faba), ceci e cicerchie (cicer), piselli (pisum), lenticchie (lens o lentilla), lupini (lupinus), e il phaseolus locale, cioè la vigna unguiculata (il fagiolo dall’occhio). Gli antichi Romani non conoscevano, ovvio, la specie arrivata da noi dopo la scoperta dell’America, ma conoscevano la vigna unguiculata che oggi chiamiamo fagiolo dall’occhio (originaria dell’Africa). Riscuotevano maggior successo gli altri legumi, i quali ispiravano anche i nomi di alcuni Vip dell’epoca, come Cicerone da cicer, Pisone da pisum. I fagioli, invece, erano considerati cibo per il popolo. Virgilio aveva definito questo fagiolo allora noto cioè - ripetiamo - la vigna unguiculata «vilem phaseulum» perché era cibo per la plebe e non per l’aristocrazia. Poi, nel Medioevo, tutti i legumi, elevati dalla Chiesa a simbolo di umiltà e quest’ultima a valore positivo, vennero «riabilitati» in quanto popolari, perché ciò che era umile era buono agli occhi del Signore dei cieli, meno pretenzioso dei signori nobili mondani (cioè terrestri).
Quando con la scoperta dell’America arrivò il fagiolo americano, il Phaseolus vulgaris, di nuovo il fagiolo nostrano sprofondò in serie B e il nuovo fagiolo assurse a sinonimo di nobiltà: i poveri mangiavano il phaseolus locale, la vigna unguiculata, il fagiolo dall’occhio, ricchi aristocratici e pure banchetti papali optavano per i fagioli americani, molto difficili da avere e molto costosi. Oggi che per noi sono fagioli normali e nostri entrambi, alterniamoli per scoprire tutti i gusti del fagiolo. Abbiamo detto che il fagiolo comune arriva in Europa dopo la scoperta dell’America, prima di allora esisteva soltanto il genere Vigna. Col passare dei secoli, il Phaseolus, molto più produttivo, si è diffuso a discapito del Vigna: pensate che la resa per ettaro del Phaseolus è doppia rispetto a quella del Vigna.
Ma i fagioli sono tutti buoni e… eclettici! Il fagiolo infatti si può mangiare con tutto il baccello, nel caso dei fagiolini (sono cultivar precise del Phaseolus vulgaris). Oppure si può aspettare che i semi nel baccello diventino grandi, raccogliere il baccello, estrarne i semi, cucinare e mangiare solo quelli - rigorosamente cucinare, mai mangiare fagioli crudi, poi vedremo perché. Il fagiolo si raccoglie tipicamente in estate. I fagioli sono di raccolta estiva, sì, ma ormai quasi nessuno li acquista freschi in estate e li sgrana. Si commette, non facendolo, un gran peccato, si perde un’esperienza. Esperienza, ribadiamolo in questa epoca in cui si va al ristorante come se si andasse a teatro, non è solo mangiare, lo è anche ciò che lo precede e può esserlo anche mangiando a casa, cucinando noi. È molto bello, è rilassante e connette con la natura, con la stagionalità e con la manualità aprire i baccelli dei fagioli con le proprie mani, uno dopo l’altro, da ognuno tirare fuori i semi, lasciandoli cadere in una boule, far caso al fatto che, cadendo, i semi dei fagioli fanno più rumore di quando si sgranano i piselli freschi e sapete perché? Perché i fagioli sono più grandi dei piselli. Altre modalità di consumo, dicevamo, sono: surgelati, secchi oppure precotti. Ormai pressoché chiunque li consuma più così che freschi, anche perché l’estate col tempo è diventata per noi una stagione che «respinge» il legume dalla nostra tavola. Tra la «fatica» di sgranarli e il tempo e il caldo per cucinarli, sono pochi quelli che cucinano fagioli freschi d’estate con lo stesso entusiasmo con cui mangiano il gelato. In passato, invece, le nostre nonne e mamme mangiavano i fagioli freschi in estate e quelli secchi in inverno. Se erano nonne o mamme contadine, mangiavano - in estate e inverno - i fagioli coltivati con le proprie mani. Oggi, tanti non conoscono nemmeno la stagionalità dei fagioli, non «sospettano» che volendoli acquistare freschi lo si può fare.
Leggete il contenuto calorico quando li acquistate surgelati o in barattolo: i fagioli conservati infatti possono essere sia conservati da freschi, sia da secchi, caso in cui avranno più calorie. I fagioli freschi, per esempio borlotti, hanno circa 145 calorie per 100 grammi. Dopo la cottura, grazie all’assorbimento di acqua, l’apporto calorico scende a circa 80 calorie ogni 100 g di fagioli bolliti (100 g di fagioli cotti da crudi sono meno di 100 g, arrivano a 100 g, da cotti, grazie all’acqua). I borlotti in scatola hanno più o meno le stesse calorie. I borlotti secchi crudi hanno circa 310 calorie. Se siete a dieta o se semplicemente volete «monitorare» le calorie assunte, ricordatevi che il legume secco ha sempre molte più calorie di quello fresco, più del doppio. Un motivo di assunzione dei legumi freschi (quando è stagione, oppure congelati) anziché secchi è anche questo, assicurarsi le proprietà positive dei legumi senza esagerare con le calorie. I fagioli e gli altri legumi si sono sempre seccati, dopo la raccolta estiva, per averli anche durante l’autunno, l’inverno e la primavera successiva, fino alla nuova estate di raccolta. Tuttavia, si conservano anche oltre un anno, se tenuti bene al fresco e all’asciutto, però da più tempo sono stati raccolti e più perdono parte del loro valore nutritivo e anche del loro sapore, inoltre hanno bisogno di tempi di cottura più lunghi. I fagioli secchi vanno sempre ammollati prima di essere bolliti (e l’acqua di ammollo cambiata se l’ammollo è lungo e infine gettata via, mettendoli a bollire in acqua nuova). Ciò riduce i tempi di cottura e alleggerisce il legume, perché ne rimuove dal 5 al 10% degli zuccheri produttori di gas che possono causare flatulenza.
A proposito, ancora, di fagiolo e America. Il fagiolo americano è anche protagonista della tecnica agricola detta tre sorelle, diffusa nell’America settentrionale e centrale. Si tratta di una tecnica che ha storicamente nutrito i nativi americani, che poi affiancavano, quando riuscivano, i prodotti della caccia e della pesca. Si sono nutriti delle tre sorelle anche i Maya e ancor oggi questa tecnica è diffusa nelle milpa, fattorie che coltivano col concetto cosiddetto del companion planting, cioè consociazione sinergica, su appezzamenti di terreno molto ampi. Per acquisire consapevolezza dei vantaggi di questa sinergia ci è voluto molto tempo, dopo di che si è diffusa dal centro al nord America. Prima si è coltivata la zucca, circa 10.000 anni fa, poi il mais e, infine, i fagioli. Le tre sorelle sono infatti fagiolo, mais e zucca, che sono piantate vicine, il mais al centro e fagioli e zucche intorno. Questi ultimi «usano» le piante di mais come sostegno, così non serve inserire nel terreno pali a fare da traliccio. Al contempo, i fagioli azotano il terreno, a giovamento delle altre due colture sorelle, e la zucca protegge la terra dal sole, mantenendola umida e perfetta per sé e per le consorelle. Questo tris di colture è vincente anche dal punto di vista dell’alimentazione: il mais fornisce i carboidrati, la zucca le vitamine e i sali minerali, i fagioli vitamine, sali minerali e proteine vegetali. Proteine vegetali ci sono anche nel mais e, davvero minime, nella zucca, ma l’abbinamento tra cereali come il mais e legumi come i fagioli permette di associare gli amminoacidi degli uni e degli altri: al mais mancano la lisina e il triptofano, posseduti dai fagioli. Spesso si sente dire che per sopperire alle caratteristiche delle proteine animali, che posseggono tutti gli amminoacidi e perciò le carni animali sono fonti di proteine nobili, basta associare carboidrati e legumi, così da avere tutto il ventaglio di aminoacidi forniti dalle proteine nobili animali. Vero, ma anche in questo caso mancano comunque tutte le altre caratteristiche della materia prima carnea animale, inesistenti nei vegetali, per esempio il ferro eme, che si trova nella carne animale e differisce, in meglio, dal ferro non eme dei vegetali (pensate che il ferro eme migliora anche l’assorbimento del ferro non eme, che è davvero molto basso). I fagioli, quindi, nell’arco del menù settimanale sono, per qualche volta a settimana e non tutti i giorni e a tutti i pasti, ci raccomandiamo, una buona alternativa vegetale al secondo piatto di carne: dal punto di vista nutrizionale non possono sostituire sempre la carne. Le calorie dei fagioli provengono per il 55% da carboidrati, per il 27% dalle proteine (vegetali), per il 13% dalle fibre e per il 5% da lipidi. Un’altra importante differenza tra legumi e carne è che la carne, poniamo per esempio la carne di pollo, deriva le sue calorie da queste altre percentuali qui: 94% da proteine, 4% da lipidi. Nessun carboidrato, nessuna fibra. Quanto alle calorie, in 100 g di pollo abbiamo 129 calorie. Quindi, quando leggete che i legumi sono equivalenti alla carne in tutto e per tutto ricordatevi che non è così anche per la ripartizione di calorie e macronutrienti. In 100 grammi di fagioli freschi abbiamo 143 calorie e, nello specifico: 60 g di acqua, 10 g di proteine (vegetali), 0,7 g di lipidi, 22 g di carboidrati di cui 19,5 g di amido e 1,2 g di zuccheri solubili, poi 4,8 g di fibra totale di cui 0,91 solubile e 3,93 insolubile. In 100 g di fagioli secchi abbiamo 310 calorie, 10 g di acqua, 20 g di proteine, 2 g di lipidi, 47,7 g di carboidrati di cui 40,2 da amido, 3,5 zuccheri solubili e poi 17,3 g di fibre, di cui 1,54 g solubile e 15,71 g insolubile. Insomma, l’ideale è fare come si fa con le tre sorelle. Mangiare sia la carne (carne è anche il pesce), sia i legumi freschi, sia i legumi secchi, a rotazione durante la settimana, inserendo anche i formaggi e le uova nell’avvicendamento, sempre con pietanze ad alto contenuto di carboidrati come pane e pasta e vegetali di contorno.
Le fibre dei fagioli sono importantissime per stimolare il corretto funzionamento dell’intestino e aumentare il senso di sazietà. Inoltre, i fagioli sono una buona fonte di sali minerali, in particolare potassio, fosforo, ferro, zinco, selenio e calcio. I legumi contengono anche lecitina (conosciamo la lecitina di soia perché si vende addirittura come integratore, ma tutti i legumi contengono lecitina). La lecitina è un buon aiuto per tenere a bada il colesterolo nel sangue, perché «scioglie» i lipidi e così ne impedisce il deposito nei vasi sanguigni. Non esagerate coi fagioli e in generale coi legumi anche per la presenza di fitoemoagglutinina (PHA), una lectina che si trova in tutte le leguminose e in particolare nel fagiolo. Si tratta di un composto tossico, particolarmente presente nei fagioli rossi (quelli bianchi ne contengono un terzo rispetto ai rossi). La fitoemoagglutinina si inattiva cuocendo i fagioli: la Food and Drug Administration consiglia di far bollire i fagioli per 30 minuti per garantire che raggiungano una temperatura sufficiente per un tempo sufficiente a distruggere completamente la tossina e, per i fagioli secchi, sempre la Fda consiglia anche un ammollo iniziale di almeno 5 ore in acqua che deve poi essere scartata. Non scherziamo coi fagioli crudi: l’avvelenamento da fitoemoagglutinina porta nausea, vomito e diarrea e bastano già 4 o 5 fagioli ammollati e crudi per farci stare male (i fagioli in scatola sono cotti, quindi potete mangiarli tranquillamente). Non esageriamo coi fagioli e in generale coi legumi anche se soffriamo di problemi intestinali. La porzione media da consumare se non si hanno particolari controindicazioni al consumo è di circa 150 g di fagioli freschi e di 50 g di fagioli secchi, ricordandosi, ancora, che i legumi vanno consumati 3-4 volte a settimana, non di più.
Negli ultimi anni, Qui studio a voi stadio ha trovato in Mimmo Pesce - all’anagrafe Domenico Pesacane - uno dei suoi volti più riconoscibili e iconici. Le sue telecronache colorate, il legame diretto con il pubblico e la capacità di raccontare il calcio come se fosse allo stadio o al bar lo hanno reso un punto di riferimento per i tifosi e un fuoriclasse del ruolo. Ma Pesce non è soltanto il personaggio televisivo: è anche padre di Tommaso, un ragazzo autistico, e autore del libro Mio figlio è uno sgusciato.
In questa intervista racconta il suo percorso tra calcio e televisione, mettendo a fuoco anche l’uomo dietro una delle maschere più popolari e apprezzate del tifo italiano.
Nella tua bio su Whatsapp ti definisci «una grandissima testa di calcio».
«Esatto, proprio grandissima. Io credo di essere la più grande vera testa di calcio vivente. Anzi, l’unica. Poi, attenzione: il mondo del calcio è pieno di grandissime teste di calcio, è chiaro. Però ci sono i fuoriclasse e io sono l’esempio vivente».
Quindi non è una definizione casuale.
«Ma sì che è casuale. Le idee vengono così, non è che c’è un motivo. La mia ironia è evidente: io vivo sull’ironia, tutti i giorni. Però è anche una definizione che si presta a tante letture. Ed è questo che mi diverte».
A proposito di fuoriclasse: il direttore Fabio Ravezzani ti ha definito «il personaggio più caratterizzante di tutta la banda». Che effetto ti fa?
«Mi ha sorpreso e mi ha commosso, lo dico sinceramente. Non finirò mai di ringraziarlo, perché è evidente che lui ha saputo tirare fuori il meglio di me. Ha capito che quel tipo di approccio al calcio poteva essere una chiave interessante. E solo una persona intelligente può farlo».
Quanto ha contato il suo modo di lavorare per permetterti di esprimerti senza filtri?
«Tantissimo. Lui è una spalla straordinaria, non ha nulla da invidiare alle grandi spalle della storia televisiva. Sa leggere la situazione, sa stare dentro l’improvvisazione. E con uno come me, che punta tutto su quello, è fondamentale».
Ravezzani ha annunciato che lascerà a fine anno. Come l’hai presa?
«Male, molto male. Con lui ho un rapporto importante, per certi aspetti unico. È una persona che mi piace anche fisicamente - l’ho sempre detto - quindi c’è pure un’attrazione fisica che non nascondo».
Bene. Ho già capito che la difficoltà maggiore di questa intervista sarà far emergere il tuo tono ironico.
«Eh sì è molto difficile. Ma a parte le battute, mi dispiace davvero. Faccio fatica a credere che succederà. Dovrò farmene una ragione. Poi certo, dipenderà anche dal futuro: se dovesse esserci un cambio di linea editoriale, non so se il mio approccio sarà ancora in linea. Io continuerò a fare quello che ho sempre fatto. È una parte del mio essere. E finora ha funzionato».
Una delle cose che ti caratterizzano di più è l’improvvisazione. È davvero tutto non scritto?
«Assolutamente sì. Me lo chiedono spesso quelle tre o quattro persone all’anno che mi fermano per strada - sempre per strada, mai in un luogo chiuso - e pensano che ci sia uno script. Invece no. È tutto improvvisazione ed è legata a come imposto io il personaggio, alla situazione e alla capacità del direttore di capire al volo dove voglio andare a parare».
È una cosa che si può imparare?
«È difficilissima. Devi cogliere tutto in una frazione di secondo. Io dico sempre: o ce l’hai o non ce l’hai. Se ce l’hai sei fortunato, se non ce l’hai fai molta più fatica».
Capita mai che una gag ti resti «in canna»?
«Spessissimo. Magari hai pensato una cosa, poi c’è un gol, un episodio, e quello che avevi in mente diventa irrilevante. Un’altra capacità è capire i momenti: non puoi andare avanti tre ore a fare gag. Ci sono momenti in cui devi stare zitto. E questo lo impari serata dopo serata».
Prima della tv che tipo di gavetta hai fatto? Palco, cabaret?
«No, attenzione. Io non sono un comico. Fare il comico è una cosa seria. Io non ho mai fatto un monologo in vita mia, non ne sarei capace. Per rispetto dei comici, io mi definisco un simpatico cialtrone».
Eppure molti pensano tu abbia studiato recitazione.
«C’è persino una biografia online che dice che ho frequentato il Cta di Milano (Centro teatro attivo, ndr). Mai fatto. Ho fatto le recite in oratorio, quelle sì. E ho fatto il presentatore, la spalla».
E come nasce il Mimmo Pesce che conosciamo oggi in tv?
«In modo del tutto casuale. A un pranzo mi chiesero per che squadra tifassi. Dissi Napoli e mi proposero di fare il tifoso in trasmissione. Poi le telecronache. Sempre caratterizzate, mai classiche. È la mia prerogativa».
Tu hai scelto di raccontare con ironia e leggerezza non solo il calcio, ma anche la storia di tuo figlio autistico.
«Sì, innanzitutto perché non mi piace piangermi addosso. Poi perché ho cercato di dare attraverso questo libro, in cui parlo di mio figlio Tommaso e del suo handicap, una chiave un po’ più leggera che possa in qualche modo sollevare anche me stesso da un’angoscia che comunque c’è. Non è che sorrido tutto il giorno pensando al problema, ci mancherebbe. Ma cerco di viverla in maniera che allevi un po’ il pensiero».
È naturale quindi, per te, riversare questa leggerezza su un argomento come il calcio.
«Assolutamente. È chiaro che per me il calcio diventa un momento ancora più leggero. Soprattutto per chi lo vive quotidianamente come me. E in Italia ci sono più di 600-700.000 famiglie con una persona autistica».
Da telecronista tifoso come hai vissuto la vittoria degli scudetti del Napoli?
«Se me l’avessero detto dieci anni fa avrei fatto una pernacchia. Pensavo di non provare mai più una gioia così. Invece è successo».
Quest’anno c’è margine per rientrare in corsa?
«Assolutamente no».
Scaramanzia?
«No. Non sono scaramantico. Non credo ci siano proprio i presupposti perché questo possa succedere, anche perché i punti di distanza dall’Inter cominciano a essere tanti. D’altronde, vincere due scudetti di fila sarebbe qualcosa di pazzesco. Bisogna sapersi accontentare. Vincerne due in tre anni va benissimo. Ma se per caso, dovessi essere smentito, farò ammenda e sarò l’uomo più felice del mondo».
A proposito, che rapporto hai con la scaramanzia in generale?
«Ma no, queste robe medievali dai. Il cornetto, il sale, il malocchio, il mandolino, sono gli stereotipi del napoletano, Basta con questa cosa. Lasciamole agli altri. Poi certo...».
Cosa?
«Io il cornetto ce l’ho sempre con me. Lo uso eccome. E uso pure il sale. Tanto sale. Tantissimo sale dietro le spalle. Non parliamo poi del gatto nero…».
Ok, ci sono cascato. Me l’hai fatta…
«Ma no, è che sai, se mi attraversa la strada un gatto nero, io cambio strada. Ma queste robe medievali, lasciamole agli altri».
E con i social network che rapporto hai?
«Direi fantastico. Sono un influencer di prima categoria. Basta andare sui miei profili per vedere che numeri incredibili. Ho qualche decina di follower e peraltro ci conosciamo tutti al punto che li ho riuniti in un gruppo Whatsapp».
Quei «ben 78 follouer» che qualche anno fa hai dichiarato di avere su Facebook non sono aumentati?
«No, anzi. Sono addirittura diminuiti perché 7-8 sono purtroppo venuti a mancare per anzianità».
È un mondo che ti piace seguire o preferisci rimanerne fuori?
«Come tutti, mi sono fatto tirare dentro questo vortice dei social. Però, nonostante i miei innumerevoli sforzi di pubblicare, postare storie, vedo che non riesco a sfondare. Peccato, perché sennò io sarei - scrivilo mi raccomando - un grande influencer. Anzi, la più grande testa influencer».
Cosa ti manca per diventarlo?
«Credo sia come con le piante, devi avere il pollice marrone - ehm verde volevo dire - e se non ce l’hai la pianta muore. Mi mancano quei milioni di follower che mi permetterebbero di fare la differenza. Sono stato sollecitato ad aprire un canale Youtube, ma mi rendo conto che con il atteggiamento umoristico e un po’ fuori dagli schemi, non so se potrei fare presa in questo mondo di youtuber. Soprattutto nel calcio, dove la prerogativa è darsi addosso, parolacce, inveire».
C’è un calciatore a cui sei particolarmente affezionato, magari non tanto per un gol, ma per un aneddoto o un soprannome che gli hai dato?
«Certo. Uno che mi ha aiutato tantissimo è Faouzi Ghoulam».
Perché?
«Perché per me è stato un calciatore sfortunato, oltre che un grandissimo laterale sinistro, e il suo soprannome è diventato il mio cavallo di battaglia. Infatti ancora adesso, quando quei 3-4 all’anno che mi fermano per strada una delle cose che mi dicono è “goulammamt”».
È diventato il tuo tormentone quindi.
«Esatto e mi piace molto. Non ha niente a che vedere ovviamente con l’offesa, precisiamo».
Va bene Mimmo, ti ringrazio.
«Posso fare un appello finale?».
Certo, vai.
«A Fabio Ravezzani. Caro direttore, la pensione non fa per lei. Ci ripensi, lei è ancora giovane e ha ancora molto da dare a questo mondo. Che aggiungere? Non è che poi diventa una roba patetica?».
«Ci ripensi», l’hai già detto?
«Ci ripensi, bravo. Non l’avevo detto. Ci ripensi. Non andare in Grecia, la Galizia può aspettare. Ma scrivi che l’ho detto con la voce rotta dalla commozione».
Ma la Galizia è in Spagna.
«Ah, non è in Grecia?».
Stavolta pensavi di fregarmi, eh?
«Eh eh, queste gag sono il mio pane quotidiano».
Ok. Adesso tocca chiudere e, visto che non sei scaramantico, in bocca al lupo per la prossima partita del Napoli.
«E “goulammamt”».
Ecco #DimmiLaVerità del 9 febbraio 2026. Ospite Giorgio Gandola. L'argomento del giorno è: "Le polemiche per il ritiro da Sanremo del comico Andrea Pucci".
Dopo le sei medaglie di domenica, la quarta giornata azzurra si chiude con il sorriso a metà della coppia Constantini-Mosaner: sconfitta 9-8 in semifinale contro gli Usa, ma possibilità di giocarsi il bronzo contro la Gran Bretagna. Bene l'hockey femminile con la vittoria sul Giappone e il passaggio ai quarti di finale. Delusione invece nella combinata maschile di sci con Franzoni e Vinatzer fuori dal podio e nello slopestyle con il decimo posto di Gasslitter. Dopo la brutta caduta Lindsey Vonn è stata sottoposta a una doppia operazione per la riduzione della frattura al femore della gamba sinistra.
La giornata dopo l’exploit. Dovessimo assegnare un titolo al quarto giorno di competizione dei Giochi invernali per quanto riguarda l'Italia, sarebbe proprio questo. All’indomani delle sei medaglie che hanno acceso l’Olimpiade azzurra, il lunedì di Milano-Cortina 2026 ha riportato tutti dentro la normalità della competizione: qualche sorriso, più di una delusione e una serie di risultati che raccontano un’Italia ancora protagonista, ma costretta a fare i conti con la durezza del programma olimpico.
La semifinale del curling ha regalato emozioni fino all’ultimo lancio, ma l’Italia è stata sconfitta 9-8 dagli Stati Uniti, che accederanno alla finale per l’oro contro la Svezia. La coppia azzurra formata da Stefania Constantini e Amos Mosaner ha lottato colpo su colpo: dall’avvio promettente con il 2-0 iniziale, ai momenti di difficoltà durante i vari End, fino a un finale da brividi in cui Constantini ha sfoderato un colpo perfetto che aveva temporaneamente riportato l’Italia avanti 8-7. Tuttavia, l’ultimo lancio americano ha ribaltato il punteggio, concedendo agli azzurri la possibilità di giocarsi il bronzo contro la Gran Bretagna. E dire che la giornata azzurra del curling era cominciata in maniera del tutto positiva. Nel primo pomeriggio, infatti, Constantini e Mosaner avevano chiuso il girone di qualificazione battendo proprio gli Stati Uniti 7-6 all’ultimo end, grazie a un colpo decisivo che ha sigillato una partita combattuta. Un successo che ha permesso agli azzurri di chiudere secondi la prima fase e andare ad affrontare in semifinale proprio la coppia americana.
Tra le notizie più attese di giornata c'era senza dubbio il risultato della combinata a squadre maschile di sci alpino. Giovanni Franzoni ha fatto il suo, chiudendo la discesa con il miglior tempo sulla Stelvio e consegnando ad Alex Vinatzer una chance concreta di medaglia. Lo slalom, però, ha cambiato la storia della gara: Vinatzer non è riuscito a trovare la prova giusta e la coppia azzurra ha chiuso al settimo posto, a 1”22 dal vertice. Poco meglio l’altro duo italiano, Dominik Paris e Tommaso Sala, quinti a 1”12. L’oro è andato alla Svizzera con Von Allmen e Nef, davanti all’Austria di Kriechmayr-Feller e all’altra coppia elvetica Odermatt-Meillard. «Sono un pelo in lutto, ho chiesto scusa a Franzoni», ha ammesso Vinatzer, raccontando il peso della pressione e il rammarico per un’occasione sfumata.
Se dallo sci alpino è arrivata una delusione, dall'hockey su ghiaccio femminile è arrivata invece una gioia. L’Italia ha superato il Giappone 3-2 e ha centrato con un turno d’anticipo la qualificazione ai quarti di finale. Due reti di Fantini e un gol di Della Rovere hanno firmato una vittoria storica per il movimento azzurro. Nello sci acrobatico, nella finale dello slopestyle, Maria Gasslitter ha chiuso al decimo posto al termine delle tre run. L’oro è andato alla svizzera Mathilde Gremaud, davanti alla cinese Gu e alla canadese Oldham. Per l’azzurra, classe 2006, una gara di esperienza in un contesto olimpico di altissimo livello. Nel pomeriggio spazio anche allo slittino femminile, con Sandra Robatscher e Verena Hofer impegnate nella prima manche della finale: Robatscher ha fatto segnare il quarto tempo, Hofer il terzo, restando in piena corsa nelle zone alte della classifica provvisoria.
Intanto prosegue il percorso di avvicinamento alle gare per altre specialità. Nel doppio maschile di slittino, nelle prove, Emanuel Rieder e Simon Kainzwaldner hanno firmato il miglior tempo nella terza manche e il secondo nella quarta, mentre l’altra coppia italiana, Nagler-Malleier, si è messa in evidenza con il terzo crono. Segnali incoraggianti anche dallo skeleton, con Amedeo Bagnis davanti al favorito Matt Weston nella prima manche di allenamento e secondo per un solo centesimo nella seconda.cLa giornata olimpica è stata però segnata anche dalle notizie che arrivano da fuori gara. Lindsey Vonn, che sabato era caduta sulla pista Olympia delle Tofane, è stata trasferita a Treviso e sottoposta a una doppia operazione per la riduzione della frattura al femore della gamba sinistra, con applicazione di un fissaggio esterno. Secondo gli specialisti, prima di rivederla sugli sci serviranno almeno tre mesi, e a 41 anni l’infortunio rappresenta una sfida pesante anche per il futuro della sua carriera.
Dopo l’eccezionale domenica da sei medaglie, come ha ricordato anche il presidente della Fondazione Milano-Cortina Giovanni Malagò, l’Italia vive un’Olimpiade fatta di risultati diffusi e competitività in molti sport. Il lunedì ha riportato equilibrio e misura: qualche occasione persa, qualche passo avanti, e la sensazione che il cammino azzurro, tra alti e bassi, sia ancora tutto da scrivere.
