Papa Francesco (Imagoeconomica)
I numerosi esponenti di sinistra che continuano a insistere sulle condizioni difficili della sanità italiana e che in colpano il governo per le liste di attesa smisurate e tutti i problemi che affliggono i nostri ospedali - problemi che di sicuro esistono e di cui troppi fanno le spese - prima di berciare inutilmente dovrebbero dare una scorsa alla robusta inchiesta pubblicata dall’Economist sull’ultimo numero ora in edicola.
Si tratta di un lungo e approfondito servizio in cui il settimanale britannico indaga le cause del collasso dei sistemi ospedalieri di varie nazioni occidentali. Le quali hanno sistemi sanitari molto diversi eppure presentano analoghe criticità (e già questo è un bel tema su cui ragionare). E la conclusione è chiara quanto drammatica: «Nei primi mesi del 2020, gli ospedali hanno sospeso le normali attività per liberare posti letto in previsione di un’ondata di pazienti affetti da Covid-19. La strategia si è rivelata utile in un momento di crisi. Ma, a distanza di diversi anni, sta diventando chiaro che tali misure hanno causato danni duraturi ai sistemi sanitari. [...] Dal ricovero alla dimissione, l’assistenza ospedaliera è ora più difficile da ottenere, richiede più tempo ed è di qualità inferiore. Il bilancio che ne deriva include morti evitabili. Quasi tutti ne sono colpiti: in 18 democrazie ricche, la soddisfazione per la qualità dell’assistenza sanitaria è diminuita drasticamente dopo la pandemia e rimane ben al di sotto della norma pre-pandemia. [...] Un numero record di malati e feriti semplicemente si arrende e lascia i pronto soccorso prima di essere visitato dal personale».
In buona sostanza, il modo in cui è stata gestita la pandemia ha procurato danni a lungo termine che ancora stiamo pagando, derivanti per lo più dal fatto - da noi ampiamente criticato - che l’intero sistema sanitario si è concentrato esclusivamente sul Covid trascurando tutto il resto. I risultati sono visibili: «Milioni di persone sono bloccate nelle liste d’attesa. I tempi di attesa per le protesi d’anca, per fare un esempio, erano superiori ai livelli pre-pandemia nel 2024 in nove degli 11 Paesi Ocse per i quali esistono dati. Il Canada è forse il più colpito. Il tempo di attesa mediano per il trattamento specialistico era di 29 settimane nel 2025, oltre un terzo in più rispetto al dato di riferimento del 2019, secondo il Fraser Institute, think tank di Vancouver. Questo è il secondo peggior risultato da quando è iniziato il sondaggio nel 1993, il record di 30 settimane è stato stabilito nel 2024. Il principale sindacato ospedaliero francese afferma che l’accesso all’assistenza sanitaria nel Paese sta subendo un deterioramento senza precedenti».
A quanto pare, dunque, il caso italiano non è certo isolato e i guai della nostra sanità, per quanto pesanti, non sono tra i peggiori in Occidente. Ma ecco un altro punto centrale che l’Economist mette in luce: «In molti Paesi le criticità degli ospedali sono viste come il prodotto di scelte politiche interne. Il governo britannico, come quello di Giorgia Meloni in Italia, è stato eletto in parte con la promessa di ridurre le liste d’attesa, gli elettori australiani hanno punito i politici per le ambulanze in ritardo fuori dal pronto soccorso; e in Francia, dove la carenza di personale ha costretto alla chiusura di alcune cliniche, si parla di déserts médicaux. Ma gli effetti a lungo termine della pandemia sugli ospedali sono uniformi in tutti i Paesi. Un articolo pubblicato a gennaio da Luigi Siciliani dell’Università di York e dai suoi coautori non rileva alcuna relazione tra le caratteristiche di un sistema sanitario, pubblico o privato che sia, e l’effetto del Covid sul suo funzionamento. La quantità di finanziamenti di un sistema, la sua capacità di posti letto e il numero di medici impiegati hanno avuto poca o nessuna relazione con i forti aumenti delle liste d’attesa per gli interventi chirurgici elettivi tra il 2020 e il 2023, che si sono verificati in tutti i Paesi».
Il fatto è che «gli ospedali sono sovraffollati nonostante dispongano di risorse adeguate. I finanziamenti per l’assistenza sanitaria sono ai massimi storici, al di fuori del periodo Covid. Dopo essersi stabilizzata negli anni 2010, la spesa nell’Ocse è salita a quasi il 10% del Pil in seguito alla pandemia. La spesa media pro capite in Europa è aumentata del 13% a prezzi costanti dal 2019. Ci sono anche più persone disposte ad aiutare. Gli ospedali hanno aggiunto quasi 140.000 posti di lavoro in America lo scorso anno, più di tutto il resto dell’economia. Le assunzioni da parte del Servizio sanitario nazionale inglese sono aumentate notevolmente: il suo organico è cresciuto del 25% dal 2019, arrivando a impiegare circa 1,4 milioni di persone, ovvero il 2% della popolazione».
Il dato sconcertante è che più si stanziano risorse, più alcuni sistemi sanitari sembrano andare peggio. Quali sono le cause di questo malfunzionamento? Sono varie e complesse, a quanto sembra.
«Gli ospedali, in quanto sistemi grandi e complessi, non si sono mai completamente ripresi. Una spiegazione risiede nella forza lavoro ospedaliera. Circa la metà della crescita dello scorso anno delle spese operative degli ospedali americani è derivata da fattori come i costi del lavoro, che sono cresciuti del 5,6% in termini nominali. Lo stress dell’era pandemica ha aumentato il turnover, poiché medici e infermieri si sono dimessi o sono andati in pensione anticipatamente. Coloro che sono rimasti hanno ridotto il loro “sforzo discrezionale” durante gli straordinari volontari che hanno aiutato i sistemi sanitari fragili, che subiscono un’impennata nei periodi di picco. Il burnout rimane elevato. Entrambi i fattori hanno creato un bisogno acuto di personale, e ha stimolato una grande campagna di assunzioni. L’effetto a catena è che gli operatori sanitari oggi sono meno esperti e forse meno produttivi. [...] Inoltre, sebbene medici e infermieri siano stati assunti rapidamente, in alcuni Paesi le assunzioni per altri lavori vitali per la produttività, come assistenti di sala operatoria e direttori ospedalieri, non hanno tenuto il passo. L’altra metà dei costi in rapido aumento deriva dall’avere più pazienti e pazienti più malati. Quattro fattori si applicano a tutti i Paesi ricchi: i tempi di attesa più lunghi hanno reso i pazienti più malati, i pazienti più malati richiedono più tempo per essere curati, i trattamenti più lunghi intasano la capacità, la capacità ridotta crea tempi di attesa più lunghi. È un circolo vizioso».
Il fatto di aver costretto, in tempi di pandemia, numerosi pazienti a rimandare le cure (cosa che si sarebbe potuta evitare con scelte politiche e gestionali differenti, e che è stata favorita dalla psicosi pandemica) ha creato una massa di malati più complicata da gestire. E l’intasamento non si è mai risolto del tutto. «Le lunghe attese per le cure hanno reso le condizioni dei pazienti più complesse. Alcune malattie, come i tumori, sono rimaste non diagnosticate più a lungo perché le persone hanno evitato ospedali e cliniche durante la pandemia. Inoltre, le popolazioni sono più anziane rispetto a prima della pandemia. Le malattie croniche, come malattie cardiache, cancro e malattie del fegato, sono in aumento come quota del carico di lavoro ospedaliero. I tassi di mortalità sono più alti rispetto a prima della pandemia».
In buona sostanza siamo di fronte a una cascata di problemi tutti correlati fra loro: «I pazienti che rimangono più a lungo occupano preziosi posti letto. L’occupazione dei posti letto è ulteriormente gonfiata da servizi di medicina generale inefficienti e case di cura per anziani sovraffollate, entrambi fattori che convogliano un numero crescente di malati e infermi negli ospedali».
Ovvio: non tutto dipende dal Covid. L’invecchiamento della popolazione produce conseguenze nefaste e appesantisce tutti i sistemi sanitari. Ma la gestione scriteriata della pandemia (il grande nodo che l’Economist si limita a lambire) ha fatto precipitare tutto molto più rapidamente del previsto. Chi di quella gestione è responsabile oggi, prima di parlare, dovrebbe farsi un nell’esame di coscienza. Per quel tipo di analisi, se non altro, non ci sono lunghe liste di attesa.
Magistrato penale
Nel 2010 la Corte Suprema Usa (caso Citizen united vs Federal election commission) abolì qualsiasi tetto ai finanziamenti delle corporation nelle campagne elettorali. La sentenza di fatto escluse milioni di cittadini americani dalla partecipazione politica, visto che a quel punto nessun candidato «normale» poteva sperare di avere chance reali di affermazione rispetto ai candidati iper finanziati. Da alcuni osservatori (Joseph Stiglitz, per esempio, o Paul Krugman) quella sentenza è considerata il punto di avvio del processo crescente di sfiducia popolare nel sistema giudiziario Usa e del progressivo astensionismo elettorale.
Evidente il cortocircuito: i candidati finanziati dalle grandi holding, una volta (facilmente) eletti, potevano poi favorire a loro volta la nomina di giudici contigui, che dal canto loro potevano poi garantire gli interessi dei grandi enti finanziatori. È da quel momento che le elezioni Usa sono diventate definitivamente affare di ceti molto ricchi ed elitari.
Ma se il 2010 è l’anno cruciale della perdita di verginità della politica, ma anche della giustizia Usa, in Italia la giustizia è incappata in due anni peggio che bisestili: uno è il 2019, con la vicenda dell’hotel Champagne e delle chat, che ha disvelato chiaramente ciò che si agita nella faccia buia del correntismo giudiziario. L’altro anno - super crucialissimo - è il nostro 2026, dove l’entrata a gamba tesa del correntismo medesimo nella competizione politico-referendaria ha definitivamente cantato la messa funebre all’immagine di certa magistratura come organismo di neutralità politica e di garanzia, con la foto dei magistrati «Bella Ciao» bene in vista sulla lapide, ad imperitura immagine simbolo.
Dopo una scivolata simile, ogni sentenza, ogni atto giudiziario, perfino il più onesto, rischia di essere visto solo come un atto politico di appartenenza. Insomma: una doppia sentenza Citizen. Ma ai vertici associativi poco importa. Nei giorni immediatamente dopo l’insperata vittoria, lo champagne dei «Bella Ciao» è andato giù liscio che era una meraviglia, mentre si sentiva il dolce canto di pubblici ufficiali che irridevano apertamente altre figure istituzionali.
Eppure, qualche dubbio i festeggianti farebbero bene ad avercelo: in un articolo sulla Verità del 10 gennaio avevamo scritto che la vittoria del Sì era molto probabile, salvo che non si profilasse uno scenario di guerra o una crisi economica. Sarà che forse portiamo sfiga noi, ma ecco l’Iran prima e l’aumento della benzina dopo. In più, la mobilitazione al rallentatore della stessa maggioranza politica che pure aveva proposto la riforma.
Ma c’è soprattutto un punto che è emerso plateale: lo slogan che ha mosso gli eserciti non è stato «politica cattiva - magistratura eroica», bensì «riforma chissenefrega, buttiamo giù il governo Meloni». Insomma: la marcia vittoriosa del No è stata frutto soprattutto di congiunture astrali favorevoli, di ritardi altrui, di tattiche mediatiche opportunistiche.
Facciamo i rosiconi? Forse sì e forse no. Di certo, la narrazione titanistica «politica corrotta - magistratura eroica», che era stata dominante ed egemonica all’epoca di Mani Pulite, oggi è caduta e il messaggio che ha smosso il voto è stato completamente differente. Che la campagna del correntismo abbia dovuto ricorrere ad armi chimiche proibite (vedi le interviste fake di Falcone et similia) dimostra, paradossalmente, che in una disfida ad armi pari e senza le interferenze guerresche altrui l’esito del voto sarebbe stato molto diverso.
Se così è, vuol dire che la fiaba del correntismo immacolato portato in trionfo dalle folle adoranti è finita. Ed è finita anche all’interno, come dimostra ampiamente il fenomeno dei magistrati del Sì, più esteso di quanto ci abbiano voluto far credere. Oltretutto, la rivendicazione di protagonismo politico del correntismo togato rischia di essere una mina vagante anche per la stessa opposizione politica che, per restare al passo dei magistrati «Bella Ciao», ha dovuto perfino abiurare quelle posizioni riformiste che pure erano presenti nei suoi stessi programmi politici, collocandosi quindi in posizione debitoria.
E i debiti, in questo caso, rischiano di pagarsi con un ulteriore arretramento della politica democratica rispetto ad ordini tecnocratici che non rispondono al controllo popolare. Il che è un problema per la destra, certo, ma anche per la sinistra. Esattamente ciò che voleva dire il ministro Nordio quando dichiarava che la riforma «conveniva» anche alla sinistra. Una riflessione ampiamente condivisibile, che la demagogia ha immediatamente voluto tradurre come una specie di invito a «rubare» tutti insieme, in barba al controllo giudiziario.
Insomma: ha davvero stravinto il correntismo? Ai posteri l’ardua sentenza. Salvo che i posteri non arrivino prima e non facciano notare un’altra cosa: Claudio Galoppi, noto esponente delle correnti «moderate», non ha partecipato alla festa dei «Bella Ciao» e si è dimesso, parlando di «mancanza di trasparenza, carrierismi, personalismi e attaccamento alle cariche» (Il Foglio, 30 marzo 2026). E su Repubblica del 31 marzo ha evocato «dinamiche distorsive di localismi e tentativi di carrierismo».
Lui lo ha detto un minuto dopo. Noi del Sì lo avevamo detto fino a un minuto prima. Idem il consigliere del Csm Bernadette Nicotra, altrettanto critica nei confronti della propria corrente, Magistratura indipendente, la stessa del suo collega Galoppi. Ecco una bomba a miccia lunga per la Anm «compattissima» e «trionfante»: l’assoluta inconsistenza delle cosiddette correnti «moderate», schiacciate completamente su quelle oltranziste. Stessi slogan, stessa strategia, interviste tutte uguali, stesse dinamiche interne.
Tutto prevedibile, però, per chi è buon osservatore: pochi anni fa la stessa corrente di Magistratura indipendente, quella «moderata», aveva organizzato a Reggio Calabria un piccolo convegno in salsa woke, in cui alcune giovani leve «moderate», ma molto alla moda, si erano fatte portavoce delle istanze LGBTQQIAPK (eccetera), con la singolare giustificazione che quelle rivendicazioni non potevano essere appannaggio solo delle varie magistrature democratiche et similia. Episodio rivelatore e poco noto, ma significativo. Passato inosservato perfino fra i «moderati», il che è tutto dire.
Perfettamente in linea il nuovo presidente Anm, il «moderato» Antonio Tango, quello che denunciava la «deriva autoritaria» del governo, ha oggi pensato bene di parlare inclusivamente di «padri e madri costituenti». Stessi concetti, stesso linguaggio alla moda.
Insomma: con questo andazzo, che fine faranno i cosiddetti «magistrati moderati»? Reagiranno o si afflosceranno definitivamente? O migreranno in blocco verso le correnti «Bella Ciao», abbandonando quelle fotocopia? Intanto registriamo che, in una intervista su Il Dubbio, uno dei leader Md torna a parlare di «pluralismo delle idee» in seno alla Anm e propone l’ennesimo arzigogolo elettoralistico: «voto di lista e preferenza unica con collegio unico nazionale» (15 aprile u.s.).
Insomma: tarapia tapioco, come se fosse Antani. In attesa di Tognazzi e Monicelli, è ricominciata la cantilena. L’eterno ritorno dell’uguale, che si divide fra Frattocchie e parrocchie associative dall’architettura desolatamente simile. Come si fa a non vedere che è soltanto un piccolo mondo in decadenza, dove l’incipriatura del naso nasconde le rughe profonde di un sottopotere vecchio e stracotto, del conformismo sottoculturale, dei «localismi, personalismi e tentativi di carrierismo» di cui parla Galoppi?
In questo scenario confuso e mortuario la magistratura vera è l’unica e sola vittima della irresponsabile deriva autoreferenziale dell’oligarchia associativa, che ha preteso di difendere l’indifendibile in nome del totem della «libertà di opinione politica».
E qui torniamo all’inizio, perché le dinamiche del referendum hanno espresso esattamente lo stesso meccanismo distorsivo alla base della sentenza Citizen: in quel caso la Corte Suprema, rifacendosi al Primo emendamento e, peraltro, a strettissima maggioranza, pretese di riconoscere alle corporations miliardarie lo stesso diritto alla partecipazione politica dei semplici individui o di quelle aggregazioni di individui che sono le associazioni o i partiti politici.
Nel 2026, in Italia, è stato lo stesso correntismo giudiziario che si è auto-riconosciuto manu militari lo stesso diritto, al pari - appunto - di una qualsiasi persona fisica. Il risultato è stato identico: la difesa ottusa di un concetto di eguaglianza astratta che produce una concretissima diseguaglianza di fatto.
La verità vera è che né le grandi concentrazioni di ricchezza né il correntismo giudiziario italiano possono essere collocati sullo stesso piano degli individui o delle loro associazioni, per la semplice ed indiscutibile ragione che non sono individui, ma Po-te-ri. E mettere in competizione dei Po-te-ri con delle persone fisiche, più o meno aggregate, è un fattore alterante del gioco democratico sotto qualsiasi latitudine storica: quale partito tradizionale può competere con corporation dotate di riserve illimitate di denaro? O con gruppi di pubblici ufficiali che hanno il controllo dell’azione penale e che godono del privilegio indiscusso di non dover mai sottoporsi alla verifica periodica della fiducia popolare?
In un articolo sulla Verità del 18 marzo abbiamo scritto che «la democrazia è incompatibile con i centri di potere che non rispondono mai al controllo popolare. Il contrasto prescinde dalle volontà individuali ed è destinato ad aumentare comunque, non a ridursi». Il conflitto riprenderà, stiamone certi, e forse prima di quanto possiamo immaginare.
Certo, non subito. Ora, per un po’, il tema sarà rimosso dall’agenda politica. Troppa la delusione per una sconfitta evitabilissima. E poi ora ci sono altre urgenze. Però Babbo Natale non esiste, purtroppo, e l’abbiamo scoperto tutti, anche quelli che hanno votato No.
Nei Quaderni dal carcere Gramsci spiega che il potere si conserva non tanto con la forza, ma soprattutto con la «egemonia culturale», cioè attraverso una sorta di consenso collettivo indotto, in virtù del quale i sudditi accettano spontaneamente simboli, costruzioni teoriche e linguaggi trendy sollecitati dai tenutari del potere.
La costruzione mitologica della magistratura associata come «pluralismo democratico», come «unità nelle differenze», è stata per anni il terreno su cui si è sviluppata l’egemonia interna delle correnti: un racconto fantastico, in virtù del quale un 30% di correntizzati ha potuto dominare su 9.000 magistrati. Ma ora che l’immagine della magistratura associata è quella di un soggetto platealmente partigiano che fa blocco con uno specifico complesso editoriale, ora che il racconto mitologico si è rotto perfino all’interno dello schieramento vincitore, ora che per la prima volta si parla di una seconda Anm in opposizione alla prima, sul terreno restano i cocci.
E sono cocci su cui rischiano di farsi male tutti, anche i vincitori. E infatti il primo lamento è venuto proprio dai magistrati cosiddetti «moderati», sedicenti vincitori anche loro, ma che nella foto dei trionfatori sono finiti in ultima fila e si vedono poco.
Ad ogni modo, inutile parlare di queste cose. Perché sciupare il dopo-festa? Dolce è stato lo champagne. Allegra la tarantella napoletana. Al sicuro il sottopotere di sempre. Per un po’ sarà così. Poi, si vedrà. Ora, in alto i calici. Ad maiora.
Due sue assistite hanno appena ottenuto il riconoscimento del nesso di causalità tra vaccino anti Covid e danno, ma per l’avvocato Renato Mattarelli, 62 anni, di Latina, è una soddisfazione parziale. Anzi, è un tormento interiore. «Mi si è aperto un mondo di storie tremende, di salute compromessa al punto che giovani sono costretti a vivere sulla carrozzella o soffrono patologie destinate ad aggravarsi. Mai avrei immaginato che gli effetti avversi fossero così tanti e considerati con indifferenza dal ministero della Salute», esordisce il legale. Da trent’anni esperto in danni alla salute, durante la pandemia si era fatto somministrare tre dosi convinto che «se il vaccino veniva fortemente raccomandato, non avevo motivo di dubitare. Il diritto trasforma lo Stato in un alleato e quando l’autorità sanitaria ha detto “vaccinatevi”, mi sono fidato. Dall’altra parte, quella dei no vax, non vedevo scienza ma solo complottismo».
L’avvocato, però, è anche convinto che come esiste il «diritto di avere dei diritti, esiste pure il dovere di avere dei doveri», quindi ha sostenuto l’obbligatorietà «laddove è necessaria per proteggere altre persone, ma mi oppongo all’assenza di tutela compensativa sotto forma di indennizzo e risarcimento. Nel momento in cui mi sottopongo diligentemente a un trattamento sanitario obbligatorio, lo Stato non può poi lavarsi le mani e “inventare scuse” per non pagare».
Mattarelli cita uno dei due ultimi casi. Mentre una danneggiata da AstraZeneca ha avuto l’indennizzo a vita pari a 850 euro al mese, per l’altra assistita si è trovato davanti un muro di gomma. «Si tratta di una dottoressa cinquantenne del Pronto soccorso di uno degli ospedali Pontini, che ha ottenuto il riconoscimento del nesso di causalità con il vaccino Pfizer ma non della gravità della patologia, perché il danno non sarebbe così importante. Eppure è un medico che soffre di miocardite e pericardite persistenti, possibile che si debba fare ricorso per ottenere una somma di denaro che tenti di compensare quanto subìto?».
L’avvocato spiega che da dieci giorni a questa parte sta «scoprendo» il mondo dei danneggiati. «Quando hanno saputo dei due casi di Latina, da tutta Italia sto ricevendo mail e telefonate, almeno un centinaio. Mi espongono storie strazianti, una quantità di patologie, di conseguenze pesantissime. Altro che “qualche miocardite o pericardite” come va ancora ripetendo Roberto Burioni. Purtroppo, per la maggior parte si tratta di persone che mai hanno segnalato l’evento avverso perché non credevano di essere tutelati contro i danni da vaccino Covid. Dopo tre anni dal momento in cui si è avuta conoscenza del danno, non si può più presentare domanda. Questi sono “dannati” in cerca di ascolto e di cure».
Mattarelli snocciola numeri che fanno impressione, 80% di under 50 con problemi gravi «che con buona probabilità sono dovuti alla vaccinazione», eppure «un danneggiato su 50 arriva a fare il ricorso giudiziario dopo il parere negativo sulla correlazione delle Cmo, le commissioni medico ospedaliere militari, e dopo che il ministero della Salute non avrà risposto al ricorso nei termini di legge, come accade nel 90% dei casi. I pochissimi che possono pagarsi l’avvocato e andare in tribunale, a quel punto si troveranno davanti un giudice del lavoro che non sa nulla di danni da vaccino Covid anche perché la scienza ne capisce ancora ben poco. Conclusione, è quasi impossibile spuntarla».
Le persone gli segnalano trombosi all’ovaio destro, dopo la prima dose, attacchi epilettici, sindrome neurologica con mutazione genetica, patologie cardiovascolari, «una ex miss Italia ora ha la leucemia. L’elenco è lungo e angosciante. In molti soggetti il vaccino sembra aver devastato il sistema immunitario», dichiara l’avvocato. Dice di essere «indignato, so che un medico può sbagliare, ma mi preoccupa l’atteggiamento del ministero della Salute nei confronti dell’indennizzo, malgrado siano quattro soldi al mese. Ancor più, la resistenza a riconoscere un risarcimento che non è solo per la salute fisica compromessa, ma per il danno sociale, morale relazionale, per i disturbi emotivi, l’impossibilità di lavorare, le famiglie che si sfasciano».
Il ministro della Salute Orazio Schillaci aveva promesso una commissione di studio sulle reazioni avverse ai vaccini anti Covid, ma dopo due anni non ha presentato nemmeno la bozza di un progetto. «Mi chiedo quali siano le direttive, quanto mai rigide, che dà alle Cmo per rigettare le domande», riflette l’avvocato, che critica il «criterio cronologico di medicina legale che non può funzionare con un vaccino a mRna, i cui danni si possono manifestare nel tempo. Le persone non si possono catalogare sulla base di un algoritmo».
Conclude: «Come è accaduto per le trasfusioni di sangue infetto, da poche persone che si pensava i risarcimenti furono per centinaia di migliaia di soggetti colpiti. Il ministro credo stia a guardare, per valutare l’impatto dell’ondata richiesta danni da vaccino Covid».
La Commissione europea ha presentato la revisione della direttiva sulle accise sul tabacco (Ted) con un obiettivo ambizioso: armonizzare la fiscalità tra gli Stati membri, ridurre i consumi e sottrarre terreno ai mercati illegali. Eppure i dati più recenti - lo studio Ipsos Doxa commissionato da Logista e il rapporto Euromonitor International - suggeriscono che l’effetto potrebbe essere esattamente opposto: più tasse, più illegalità, meno gettito. Non è un paradosso teorico. È già accaduto.
In Italia, secondo lo studio Ipsos Doxa presentato qualche giorno fa, il mercato illegale dei prodotti da fumo vale circa 1,2 miliardi di euro, pari al 4,8% del totale. La quota di consumatori che ricorre a canali non ufficiali è cresciuta costantemente: dall’11,5% nel 2023 al 13,8% nel 2025, per un totale di 1,8 milioni di persone. Le mancate entrate erariali ammontano a 690 milioni di euro, con un impatto su 5.900 posti di lavoro e 630 milioni di fatturato perso lungo la filiera. Numeri tutt’altro che marginali, soprattutto considerando che il danno all’erario si suddivide ormai equamente tra tabacco tradizionale e sigarette elettroniche, a seguito dell’aumento della tassazione su queste ultime nel 2025.
Il quadro europeo è ancora più allarmante. Tra il 2015 e il 2024, secondo Euromonitor, il volume di sigarette contraffatte nell’Ue è più che triplicato: da 4,1 a 13,4 miliardi di unità, arrivando a rappresentare circa un terzo dell’intero mercato illecito europeo. Il fenomeno si concentra in Francia, Ungheria, Repubblica Ceca, Romania e Paesi Bassi - Paesi accomunati da aumenti fiscali aggressivi o forti differenziali di prezzo rispetto ai vicini. Il caso francese è il più istruttivo: tra il 2018 e il 2020, Parigi ha imposto rincari superiori all’11% annuo. Il risultato non è stata una riduzione dei consumi, ma un’esplosione del mercato illecito e della produzione locale di contraffatti. La logica è semplice e brutale: quando il tabacco legale diventa troppo caro rispetto ai redditi reali, una parte dei consumatori non smette di fumare - smette di comprare nei canali ufficiali. Reti criminali organizzate hanno nel frattempo sviluppato capacità produttive sofisticate direttamente all’interno dell’Ue, approfittando di lacune nei controlli sulle filiere postali e online.
In questo contesto arriva la proposta di revisione della Ted, con aumenti sostanziali delle aliquote minime su tutti i prodotti del tabacco. L’obiettivo - ridurre i differenziali di prezzo tra Paesi e scoraggiare i consumi - è in sé legittimo. Nella pratica, però, i dati smentiscono l’ottimismo. La ricerca Ipsos Doxa ha chiesto direttamente agli intervistati cosa farebbero in caso di ulteriori rincari: uno su dieci ha dichiarato che si sposterebbe verso canali non ufficiali. Applicata alla platea attuale dei consumatori, è una percentuale tutt’altro che trascurabile. Logista ha quantificato il rischio per l’Italia: solo gli aumenti previsti sul tabacco tradizionale potrebbero costare oltre 1 miliardo di entrate erariali in meno e mettere a rischio 6.400 posti di lavoro lungo la filiera.
C’è poi il nodo strutturale che la Ted non risolve: la profonda disomogeneità fiscale tra gli Stati membri. Il peso complessivo di accise e Iva sul prezzo finale varia già oggi dal 67,5% in Germania fino al 110% nei Paesi Bassi. Un aumento generalizzato delle aliquote minime, senza una vera convergenza dei sistemi fiscali nazionali, non elimina questi differenziali: li sposta semplicemente verso l’alto. Chi acquista sigarette di contrabbando perché costano la metà di quelle legali non cambierà comportamento solo perché il prezzo legale è aumentato ulteriormente. Il negoziato è ancora aperto e un approccio realmente efficace richiederebbe aumenti graduali per evitare shock di prezzo, un rafforzamento deciso dei controlli sulle filiere digitali e postali, e una differenziazione fiscale basata sul profilo di rischio del prodotto. Dove 1,8 milioni di italiani acquistano già fuori dai canali ufficiali e l’Europa ha visto triplicare in un decennio il volume di contraffatti, aumentare le tasse senza rafforzare i controlli equivale a versare benzina su un incendio che si vorrebbe spegnere.
