Papa Francesco (Imagoeconomica)
La spesa militare mondiale continua a crescere per l’undicesimo anno di fila. E a guidare questo triste primato è l’Europa. A dirlo sono i dati dell’Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma (Sipri), secondo cui gli stanziamenti per la Difesa nel mondo, nel 2025, hanno raggiunto i 2.887 miliardi di dollari, con un aumento del 2,9 per cento rispetto al 2024.
In Europa la spesa ha raggiunto 864 miliardi di dollari, in aumento del 14% sul 2024 e del 102% rispetto al 2016. Si tratta della più forte crescita annuale della spesa nell’Europa centrale e occidentale dalla fine della guerra fredda. «Nel 2025 la spesa militare da parte dei membri europei della Nato è aumentata più velocemente che in qualsiasi momento dal 1953», spiega Jade Guiberteau Ricard, ricercatrice Sipri.
A contribuire a questa impennata sicuramente la guerra tra Russia e Ucraina: nel 2025 la spesa militare della Russia è cresciuta del 5,9% toccando i 190 miliardi di dollari (circa il 7,5% del Pil), mentre l’Ucraina ha aumentato la sua spesa del 20% arrivando a 84,1 miliardi di dollari, ben il 40% del suo Pil. Nello specifico, i 29 membri europei della Nato hanno speso complessivamente 559 miliardi di dollari nel 2025: 22 di essi hanno registrato una spesa militare pari ad almeno il 2% del Pil. A spendere di più sono state Spagna al quindicesimo posto (+50%), che ha raggiunto la fatidica soglia, e Germania (+24% annuo) quarto Paese al mondo per spese militari e prima in Europa, raggiungendo i 114 miliardi di dollari. La spesa della Polonia (al quattordicesimo posto) è cresciuta del 23%, mentre l’Italia è al dodicesimo posto con un totale di 48,1 miliardi di dollari.
La crescita globale è avvenuta nonostante il calo della spesa degli Stati Uniti, i quali restano comunque in testa alla classifica, insieme a Cina e Russia, per un totale complessivo di 1.480 miliardi di dollari di investimenti che equivalgono al 51% del totale globale.
La spesa militare statunitense è diminuita del 7,5% a 954 miliardi di dollari nel 2025 a causa della mancata approvazione da parte di Washington di nuovi aiuti finanziari militari per l’Ucraina. Nei tre anni precedenti, i finanziamenti militari statunitensi a Kiev ammontavano a 127 miliardi di dollari. «È probabile che il calo della spesa militare statunitense nel 2025 sia solo di breve durata», spiegano però dal Sipri. La guerra in Iran, infatti, sarà destinata ad invertire questa tendenza in quanto la spesa approvata dal Congresso degli Stati Uniti per il 2026 è salita a oltre un trilione di dollari e potrebbe salire ulteriormente a 1,5 trilioni di dollari nel 2027 se l’ultima proposta di bilancio del presidente Donald Trump verrà accettata. «La spesa militare globale è aumentata nuovamente nel 2025, poiché gli Stati hanno risposto a un altro anno di guerre, incertezze e sconvolgimenti geopolitici con massicci programmi di riarmo», afferma Xiao Liang, ricercatore del Sipri.
Per quanto riguarda il Medio Oriente, nel 2025 la spesa militare è stata sostanzialmente la stessa dell’anno precedente. In Israele è diminuita del 4,9%, attestandosi a 48,3 miliardi di dollari, a seguito della riduzione dell’intensità del conflitto a Gaza. Ma la spesa militare israeliana è rimasta comunque superiore del 97% rispetto al 2022. Anche l’Iran ha fatto registrare un calo per il secondo anno consecutivo, diminuendo del 5,6% a 7,4 miliardi di dollari nel 2025, a causa però delle difficoltà economiche. Il Giappone ha aumentato le sue spese militari del 9,7%, raggiungendo i 62,2 miliardi di dollari nel 2025. Si tratta dell’1,4% del Pil, la quota più alta dal 1958. Anche Taiwan ha aumentato le sue spese del 14%, arrivando a 18,2 miliardi di dollari. Spese in crescita dell’8% anche per Asia e Oceania. Nel continente africano, la Nigeria ha aumentato le sue spese del 55% nell’ambito degli sforzi per contrastare il dilagante estremismo.
Ma mentre aumenta l’incertezza nel mondo c’è chi grazie alla guerra diventa sempre più ricco.
I bonifici inviati in un arco temporale di quasi dieci anni (tra il 2012 e il 2021) da Silvio Berlusconi a Marcello Dell’Utri «per ragioni di affetto e gratitudine» costeranno un processo al cofondatore di Forza Italia, ex presidente di Publitalia e già senatore. Ieri mattina il giudice dell’udienza preliminare del tribunale di Milano, Giulia Marozzi, ha rinviato a giudizio Dell’Utri e la moglie Miranda Ratti. La prima udienza si terrà il prossimo 9 luglio davanti alla Seconda sezione penale.
La vicenda riguarda donazioni (spesso indicate come «aiuti per spese legali e personali») per circa 42 milioni di euro. Su una parte consistente della cifra, però, è scattata la prescrizione. La somma contestata, infatti, è scesa a poco meno di 11 milioni (cifra che è sotto sequestro). Il fascicolo è approdato a Milano nel marzo dello scorso anno, trasferito da Firenze per competenza territoriale, dopo un’eccezione sollevata dai difensori dei Dell’Utri, con una impostazione giudiziaria condivisa dal pm della Procura antimafia milanese Pasquale Addesso e dal procuratore Marcello Viola (titolari del fascicolo).
Il cuore dell’accusa è tecnico. L’ex senatore di Forza Italia risponde della violazione della legge Rognoni-La Torre, perché non avrebbe comunicato le variazioni patrimoniali, in questo caso superiori a 42 milioni di euro, non rispettando gli obblighi (dieci anni, tra il 2012 e il 2024) legati alla sua condanna definitiva (ed espiata) per concorso esterno in associazione mafiosa. Nei confronti della moglie, invece, è ipotizzata l’intestazione fittizia di beni, perché una parte consistente dei 10.840.000 euro sarebbe transitata sui suoi conti bancari.
Il procedimento ha una storia lunga e si porta dietro un cambio radicale dell’impostazione accusatoria. L’indagine era uno stralcio dell’inchiesta sui mandanti esterni delle stragi commesse da Cosa Nostra nel 1992 e nel 1993. Nel 2017, per la quarta volta in meno di 40 anni, una Procura (prima Firenze, poi Roma e Milano e infine di nuovo Firenze) ha avviato un procedimento su Berlusconi con quella ipotesi. Lì erano state trasmesse le intercettazioni del boss di Cosa Nostra Giuseppe Graviano disposte dai magistrati di Palermo nel carcere di Ascoli (dove Graviano era detenuto), nell’ambito dell’inchiesta sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia. E sempre a Firenze erano state inviate alcune Sos (Segnalazioni di operazioni sospette) dell’Unità di informazione finanziaria di Bankitalia che evidenziavano «anomalie» nella gestione dei flussi finanziari in arrivo sui conti della famiglia Dell’Utri. Uno dei quali, acceso al Monte dei Paschi, era risultato spesso in rosso. Lì, ricostruiva l’Uif, arrivavano di tanto in tanto i sostanziosi bonifici del Cav con causale «prestito infruttifero».
I pm della Procura antimafia fiorentina avevano quindi quantificato in 42 milioni di euro (fra bonifici, prestiti infruttiferi e operazioni immobiliari) il totale dei passaggi finanziari tra Berlusconi e Dell’Utri, contestando anche l’aggravante dell’agevolazione mafiosa, e ipotizzando che la generosità del Cavaliere costituisse il «prezzo» del silenzio mantenuto dal suo braccio destro. Nell’ottobre 2025 la Corte di Cassazione aveva dichiarato inammissibile un ricorso della Procura di Palermo sul sequestro di quegli stessi beni (disposto precedentemente), precisando che il passaggio di denaro non proverebbe il silenzio di Dell’Utri a tutela del Cav. In quel procedimento, coordinato dall’ex pm Antonio Ingroia, l’accusa iniziale a carico di Dell’Utri (anche questa poi trasferita a Milano su disposizione della Procura generale) era di estorsione. L’aggravante mafiosa è quindi caduta definitivamente nel corso dell’udienza preliminare fiorentina (gup Anna Liguori). Senza quel tassello il quadro accusatorio è cambiato e il procedimento si è slegato dalle stragi, diventando di competenza milanese. Qui il primo passaggio è stato il sequestro, validato dal gip Emanuele Mancini, dei quasi 11 milioni di euro (già precedentemente sequestrati anche a Firenze).
La difesa contesta l’impianto: «Confidiamo di dimostrare l’assenza di responsabilità dei nostri assistiti anche nel presente procedimento», affermano gli avvocati Francesco Centonze, Filippo Dinacci, Tullio Padovani e Lodovica Beduschi, che precisano: «Si rileva che la medesima vicenda è già stata esaminata, negli stessi termini, da sei diverse autorità giudiziarie, tra cui per due volte la Cassazione, che hanno escluso la realizzazione di trasferimenti fraudolenti di somme di denaro da parte della signora Ratti e di Dell’Utri». Anche sul merito la linea difensiva è chiara: si tratta di «bonifici effettuati in maniera del tutto lecita e trasparente da Berlusconi per ragioni di affetto e gratitudine verso l’amico Dell’Utri». A Milano il processo, quindi, parte all’interno di un perimetro diverso: niente aggravante mafiosa, niente collegamento diretto con le stragi, ma la contestazione della violazione degli obblighi di rendicontazione previsti dalla legge Rognoni-La Torre. «Con più azioni e omissioni, in tempi diversi, in esecuzione di un medesimo disegno criminoso, pur essendovi tenuto», si legge nel capo d’imputazione, Dell’Utri avrebbe omesso «di comunicare, entro i termini stabiliti dalla legge, le variazioni patrimoniali». È su questo punto che ora si giocherà la partita processuale: non più il «perché» dei finanziamenti, ma la ragione per la quale non sarebbero stati dichiarati.
Una volta si diventava dipendenti dalle sostanze psicotrope. Oggi si diventa dipendenti dallo smartphone. Eseguendo un sillogismo, ne deriva che lo smartphone agisce come una sostanza psicotropa. Infatti è vero e poi vedremo perché. Ma prima, breve parentesi. Cos’è il sillogismo? Il sillogismo è un ragionamento deduttivo teorizzato da Aristotele. Si esplica con tre proposizioni.
Una premessa maggiore, una premessa minore e, assodate queste premesse, una conclusione deduttiva. Il più famoso esempio di sillogismo è il seguente: Tutti gli uomini sono mortali (questa è la premessa maggiore). Socrate è un uomo (questa è la premessa minore). Socrate è mortale (questa è la conclusione, caratterizzata dalla sua necessarietà appurata la verità delle premesse). Va detto che c’è anche chi dipende sia dalle sostanze, sia dallo smartphone, tuttavia tutti o quasi dipendono sicuramente dallo smartphone per lo stesso motivo per cui alcuni dipendono dalle sostanze. Si chiama smartphone addiction, in italiano dipendenza dallo smartphone, o nomofobia, paura di restare senza smartphone, e per capire quanto sia diffusa basta lasciare il proprio smartphone, appunto, e guardarsi intorno: sui mezzi pubblici, passeggiando in strada, in attesa di entrare a visita dal dottore, al ristorante. Intorno a voi vedrete che la maggior parte delle persone, a volte tutte, sono chine a guardare il proprio smartphone o ce l’hanno in mano anche se non lo guardano, o accanto se sono seduti a un tavolo. Un po’ come la palla al piede del prigioniero incatenato.
Come è successo? Il telefono cellulare è entrato nelle nostre vite per permetterci di - attenzione - telefonare fuori casa. Poi, in pochi anni, è diventato altro, una sorta di nostro clone elettronico tanto che ormai ci sono anche le app come Io, l’app dei servizi pubblici sulla quale si ricevono comunicazioni e notifiche ufficiali da parte degli enti pubblici e, in generale, ogni ufficio che prima era solo fisico ora ha anche una app su smartphone o almeno un sito internet da consultare per lo più tramite smartphone, perché non tutti hanno il computer, ma tutti hanno uno smartphone.
Un po’ come quando diamo un dito a qualcuno che poi si prende tutto il braccio, da apparecchio telefonico questo mattoncino che ci portiamo dietro da un quarto di secolo, per chi aveva il cellulare che permetteva solo telefonate e sms a inizio del secondo millennio, è diventato un polo che soprattutto con la sua evoluzione a smartphone con lo schermo grande e connessione ad Internet ha accentrato tutto. Possedendo uno smartphone si può non possedere più: un telefono e un numero di telefono domestici; un computer, personal computer, notebook e tablet che sia; un televisore; un calendario; un orologio; una sveglia; un’agenda; una rubrica; un bloc notes e una penna; libri; dvd o, prima, videocassette; cd musicali o, prima, dischi e musicassette; giochi da tavolo; fotografie e album fotografici; aggiungiamo, in finale, una vita reale e non digitale e una socialità, perché sono molte le persone che vivono solo virtualmente e socializzano soltanto tramite i social network. Abbiamo fatto come Oscar Wilde quando, nel romanzo Il ritratto di Dorian Gray, ideò che a seguito di un patto col demonio il ritratto di Dorian Gray invecchiasse al posto di Dorian. Noi abbiamo permesso, in un certo senso, che lo smartphone vivesse al posto nostro, vampirizzando sempre di più le nostre esistenze reali ed espandendosi, talvolta viene da pensare come un virus, in uno spazio, la nostra vita, che prima era solo nostra e nella quale gli oggetti erano oggetti e non strumenti che ci dominano e decidono al posto nostro. Questa (programmata per guadagnare) intrusività dello smartphone è ciò che ci ha reso dipendenti e che bisogna ribaltare, ricordandoci che noi dobbiamo essere i soggetti che dominano gli oggetti come lo smartphone e non il contrario. Essere oggetti in mano alla soggettività dello smartphone, esattamente come accade per le droghe, vuol dire essere in loro balia, esserne dipendenti.
E questo non va bene. Sempre più persone controllano compulsivamente lo smartphone, aumentano ogni giorno di più il tempo che ci passano attaccati, sottraendolo al resto.
Non sembri azzardato il parallelo tra droghe e smartphone. La dipendenza da smartphone si manifesta come nomofobia, che significa paura di restare senza lo smartphone. Questa paura persiste e ci governa, nonostante sia già chiaro che abbiamo già dato troppo di noi allo smartphone: conosciamo gli effetti nefasti dell’uso del cellulare prima di dormire, a causa della luce blu e della stimolazione intellettiva, eppure continuiamo ad usarlo. Sappiamo del tech neck, i problemi al collo che possono sfociare anche in problemi di postura e ulteriori conseguenze più gravi e più estese, eppure continuiamo a star supini, a sedere e camminare con la testa inclinata anche a 90 gradi sullo schermo che ci rapisce come le gorgoni, in particolare Medusa, rapivano chi malauguratamente le guardava negli occhi. Sappiamo, ci rendiamo conto del fatto che il cellulare ci inchioda a sé impedendoci di fare altro e quindi causa una sedentarietà, che già è negativa di per sé, figuriamoci se diventa la modalità in cui viviamo tutto il tempo che abbiamo libero dal lavoro, come purtroppo accade ormai nell’epoca dello smartphone, eppure continuiamo a sprecare il nostro tempo guardando i social sullo smartphone, per esempio, invece di farci una bella passeggiata nella natura, magari. Percepiamo difficoltà a concentrarci, calo della motivazione, stanchezza, irritabilità, anedonia (incapacità o difficoltà di provare piacere), da quando lo usiamo massivamente, eppure continuiamo.
Perché succede? Perché siamo dipendenti. La dipendenza da qualcosa, infatti, è proprio questa. Essere consapevoli, razionalmente o anche soltanto inconsciamente, di star facendo qualcosa che non ci fa bene, ma non riuscire a smettere di farla. Bambini e adolescenti, poi, sono ancora più a rischio, perché non hanno nemmeno conosciuto un mondo in cui lo smartphone semplicemente non esiste. Gli adulti, almeno, possono ricordarlo e ripristinarlo più facilmente.
La dipendenza da smartphone è pari a quella dal gioco d’azzardo, dall’alcol, dallo shopping, dal sesso, dalle droghe pesanti e leggere, dal cibo ecc., perché si basa su simili processi neurobiologici. Lo smartphone, infatti, attiva il cosiddetto sistema di ricompensa del cervello. Si tratta di meccanismi neurali dipendenti dal rilascio di dopamina, un neurotrasmettitore collegato alle sensazioni di piacere e motivazione. Lo smartphone funziona come se fosse una slot machine. Aprire le notifiche appena comunicate di Whatsapp, di Facebook, di Instagram, di X ecc., come anche entrare dentro questi social network e, come si dice, scrollare cioè far scorrere la home page per caricare i nuovi post, ma anche semplicemente aprire un sito di news alla ricerca di nuove notizie ci fa sentire come quando tiriamo la leva della slot machine o guardiamo gli abiti appesi allo stand mentre facciamo shopping: produciamo dopamina e proviamo piacere. In passato, le notizie ci arrivavano ad orari precisi: quelli del radio e telegiornale, tre volte al giorno. A livello giornalistico, compravamo il giornale al mattino e lo leggevamo nel corso della giornata. Rari, e dedicati a quanto avvenuto durante il giorno, erano i giornali della sera. Il nostro «aggiornamento» col mondo avveniva insomma al ritmo di manciate, più o meno abbondanti, di ore. E sentivamo i parenti al telefono ogni tanto, nessuno passava la giornata a telefonare. Ora abbiamo bisogno di aggiornamenti continui e stiamo continuamente a mandare vocali e messaggi, in contemporanea, a chiunque, col risultato di essere come in una telefonata collettiva (prima impossibile) e continua, quasi h 24. E siamo diventati dipendenti da questo ritmo continuo. Stiamo sempre col telefono in mano passando da una app all’altra, cercando novità, che siano notizie, messaggi, aggiornamenti di status degli amici o delle pagine social che seguiamo. Perché lo facciamo? Quella che è stata definita «l’incertezza del cosa troverò» determina un rilascio di dopamina già solo perché il cervello pensa alla cosiddetta ricompensa rappresentata dalla notifica, dall’aggiornamento social, dal messaggio, dalla notizia. Si chiama meccanismo di anticipazione della ricompensa ed è alla base di tutte le dipendenze. Il cervello, infatti, a un certo punto va cercando come un tossicodipendente la sua droga quella ricompensa, perciò prendiamo in mano lo smartphone e apriamo le app e scrolliamo e scrolliamo e scrolliamo. La notifica di un commento ad un nostro post social, come lo scrolling, attivano la nostra ricerca della gratificazione. La nostra mente, infatti, registra il legame tra rilascio di dopamina e notifica o nuovo contenuto che ci entusiasma trovato scrollando ed è questa «memoria» e la possibilità di ottenere nuova dopamina, la cosiddetta anticipazione della ricompensa, che ci induce a controllare compulsivamente il telefono per ripetere la sensazione.
Come, precisamente, diventiamo dipendenti? Tramite l’esposizione prolungata e ripetuta a un eccesso di stimolazione digitale che è quello che subiamo interagendo con lo smartphone e le sue mille app tutte insieme: questa sovrastimolazione induce il cervello a ridurre la produzione di dopamina naturale e a fargliela però poi cercare nelle esperienze digitali, in maniera sempre più «accanitamente» dipendente. Si tratta di un meccanismo crescente e apparentemente paradossale: il cervello la prima, la seconda, la terza volta che interagisce con uno smartphone è distaccato, poi, dopo un po’ di esposizioni all’iperattivazione dopaminergica digitale, riduce la sensibilità dei recettori, allo scopo di proteggersi dall’iperattivazione, ma così facendo non riesce più ad attivare i recettori da solo e va ricercando l’attivatore artificiale, lo smartphone. Si chiama desensibilizzazione dopaminergica: la desensibilizzazione alla dopamina - anche detta downregulation - consiste in questa indotta diminuzione della risposta dei recettori cerebrali D2 a seguito di una stimolazione eccessiva e continua, causata da attività come uso sempre più intenso di smartphone e app su smartphone, dai social media a quelle di gioco passando per tutte quelle che riguardano temi che danno soddisfazione immediata, pornografia in primo luogo. Per ovviare, il corpo cerca «dosi» di stimolo non naturale della dopamina sempre più frequentemente e ogni «dose» di dopamina ottenuta così soddisfa meno e meno a lungo. Esattamente come è per le droghe, alla fine si usa lo smartphone non per trarne effettivo piacere, ma per ovviare agli effetti collaterali della dipendenza instaurata, sempre più spesso, con sempre maggiore ansia. Quando prendete lo smartphone in mano alla ricerca di qualcosa siete, siamo, semplicemente in astinenza. La dipendenza da smartphone, poi, può essere più marcata in presenza di condizioni psicologiche più delicate, come, per esempio, l’Adhd. Ecco perché va conosciuta e combattuta.
Patrizia Cirulli, milanese, genitori con origini veneto-pugliesi, è una cantautrice originale e raffinata. Le sue creazioni sono frutto di ispirate ricerche personali. È stata quattro volte finalista al premio Tenco e per tre volte ha vinto il premio Lunezia. In un programma su Rai2 Lucio Dalla notò la sua voce, definendola «insolita e straordinaria». Autrice di musica, ha firmato cinque album, tra i quali uno che riscopre un Lucio Battisti poco conosciuto e un altro in cui ha musicato brani di Eduardo De Filippo. L’ultimo, edito da Egea Music, in fisico e in digitale, è Il visionario, reinterpretazione di L’infinitamente piccolo di Angelo Branduardi, raccolta di testi di Francesco d’Assisi e della tradizione francescana. Nel suo prossimo lavoro ascolteremo anche parole sue.
Patrizia, eri una bambina introspettiva e come si è originato il tuo interesse per musica e poesia?
«Ero una bambina introspettiva, riservata. L’interesse per la musica è nato già a 3-4 anni, alla scuola materna. Feci in modo di farmi ritirare dall’asilo perché volevo stare a casa, giocare con i dischi, i miei giocattoli preferiti, e la musica. L’interesse per la poesia è venuto dopo, ma di conseguenza».
La professione svolta dai tuoi genitori?
«Se ne sono andati giovani. Mamma aveva fatto la parrucchiera e da quando siamo nati noi, casalinga. Papà commerciante».
Com’è nato Il visionario, dove musichi e canti testi di Francesco d’Assisi?
«È successo in modo un po’ misterioso perché ho sempre stimato Branduardi e anche questo album. Era circa il 2019 e per gioco, in casa, ho preso la chitarra iniziando a fare Il sultano di Babilonia e la prostituta. Pensai “che bello”, una versione un po’ rallentata, come tendo a fare. L’idea di fare un disco rimase lì. Poi ho conosciuto Mimmo Paganelli, il discografico di Branduardi. Nell’agosto 2023, ecco la parte un po’ misteriosa, continuavano a canticchiare dentro di me canzoni di quell’album a ogni ora del giorno, soprattutto Audite poverelle. Presi coraggio. Per caso, anche se il caso non esiste, dopo qualche giorno abbiamo incontrato Branduardi a un concerto, chiedemmo il permesso e lui rispose “ne sarei onorato”».
Francesco d’Assisi. Nel 2026 ottocento anni dalla morte. Un mistico e un applicatore del cristianesimo. Il suo messaggio potrebbe cambiare le esistenze ma non all’acqua di rose?
«Credo che mettersi in ascolto del messaggio di Francesco, che è quello di Cristo, sia ancora oggi necessario. Lui è stato un essere umano come tutti noi e affinché non sia una cosa all’acqua di rose, come dici tu, bisogna un po’ aprire il cuore, con la volontà nostra di mettere in atto piccole cose quotidiane. Secondo me Francesco è un grande esempio della possibilità del cambiamento».
Abbandonò in piazza le sue vesti, si denudò. Se oggi qualcuno lo facesse?
«Questo è un grande gesto. Lo facessi io oggi mi ricoverano, mi portano via. Potremmo dire che il confine tra l’equilibro mentale e la santità è vicino. C’è da dire che erano altri tempi ma bisogna comprendere il suo gesto simbolico, di grande valore, anche plateale, oggi non posso rifarlo, ma cosa imparo? La sua decisione, la sua coerenza, la rinuncia alla sua famiglia, ma illuminato da una luce divina».
Se tornasse un messia esattamente con le stesse caratteristiche divine di Gesù, quale sarebbe secondo te il suo destino? Internato in una struttura psichiatrica?
«Siccome viviamo in una società molto razionale, tra virgolette molto “scientifica”, se oggi tornasse un messia che facesse i miracoli, magari sarebbe studiato in modo approfondito da questi scienziati, ma rimarrebbero tutti scettici. Infatti la fede non è questione che passa attraverso la scienza. Chi crede non ha bisogno di “vedere”. Dieci giorni fa sono andata a fare un concerto in Abruzzo con il repertorio di Francesco nella bellissima abbazia di San Giovanni in Venere, vicino a Chieti, e il giorno prima a Lanciano, dove c’è stato il primo miracolo eucaristico, un’ostia lì da secoli. In analisi recenti hanno visto che c’è tessuto cardiaco umano, un padre mi ha detto “è un segno, ma noi credenti non abbiamo bisogno di vedere” e per chi non crede non cambia nulla… Tornando alla tua domanda, se arrivasse il messia oggi probabilmente lo porterebbero in un ospedale psichiatrico…».
Massimo Cacciari, non credente, studioso di Francesco, ha fatto notare che il Cantico delle creature è stato ridotto a messaggio quasi folkloristico, il santo che parlava con gli uccellini…
«Il messaggio di Francesco non è ambientalista o ecologista. È vero che amava la natura ma il Cantico delle creature è una lode a Dio attraverso i suoi elementi, per cui è Dio che si rispecchia nelle sue creature e quindi è un ringraziamento all’Altissimo».
La lode di nostra «sorella morte corporale», nocciolo della spiritualità francescana e del cristianesimo. Tuttavia spesso si fa di tutto per rimuovere questo pensiero e non è un atteggiamento cristiano…
«Vero. Francesco è stato il primo ad affrontare in questo modo il tema della morte, conseguenza naturale dell’esistenza. La natura stessa ce lo insegna. Vita-morte-rinascita. È un passaggio. Per Francesco anche la morte è una creatura, una sorella. La morte è ancora un tabù nella società di oggi. Poi ci insegnano che Cristo è risorto, una comunicazione profonda. Certo che la morte non deve diventare il problema della tua esistenza, non devi avere paura di morire».
Canti Audite poverelle, poesia di Francesco indirizzata a santa Chiara e alle sue consorelle. «Non guardate alla vita fora / Quella dello spirito è megliora». Una donna oggi, comunemente, vive in un contesto materialista e competitivo…
«Nel femminile, è evidente che Chiara ha fatto quella scelta consapevole di vita. La frase che hai citato mi emoziona, è magistrale. Io, certo, vivo in questa società, ma cerco di coltivare questo filone interiore e come disse qualcuno diventare “nel mondo senza essere del mondo”. Ci provo. Certo che il modello femminile proposto oggi è diverso, per quanto serva tener conto che storicamente le donne sono state spesso represse ma questo non significa che debbano andare contro sé stesse».
Dal punto di vista sentimentale sei in una relazione?
«Non mi sono mai sposata. Ho un compagno. Ma coltivo questo mio giardino, quello della spiritualità».
Secondo te tra Francesco e Chiara potrebbe esserci stato un principio di amore sentimentale nel senso tradizionale del termine?
«Io non credo. Credo che si siano voluti molto bene. C’era tra l’altro molta differenza di età. Credo si siano riconosciuti, erano anime sorelle, non gemelle. Tra l’altro un amore fraterno, che dura tutta la vita, talvolta può essere migliore di uno passionale».
Come descriveresti la figura di Angelo Branduardi?
«Originale, grande musicista e violinista, questa sua ricerca della poesia, come l’album dedicato a Yeats. Lo stimo molto».
L’album E già di Lucio Battisti, che hai riletto nel tuo Qualcosa che vale. Come potrebbe essere stata la spiritualità di Battisti?
«Ho rifatto quest’album in chiave acustica perché era il primo Battisti senza i testi di Mogol, firmati da sua moglie e da lui. In quell’album ho visto una ricerca spirituale, anche nella meditazione, forse fece uno studio anche a livello di cultura orientale, il brano Rilassati e ascolta sembra un mantra».
Mistero. «Che mistero è la vita / Che mistero sei tu / io ti avevo definita / Ma mi sbagliavo, in te c’è molto di più / Sei profonda / Sei vitale / Non sei mai banale / Io mi ero lasciato affascinare da quel tipo di intellettuale / appariscente / che in fondo non valeva niente».
«Evidentemente aveva avuto a che fare con un tipo intellettuale che all’apparenza sapeva molto ma potrebbe essersi accorto che, da un punto di vista emotivo, non era così ricco… E poi nel brano Scrivi il tuo nome c’è questo verso meraviglioso, “Scrivi il tuo nome su qualcosa che vale”».
Nel tuo album Mille baci hai messo in musica poesie di grandi della letteratura: Salvatore Quasimodo, Alda Merini, Gabriele D’Annunzio, Fernando Pessoa e altri… Vuoi ricordare una poesia con un verso di Pessoa da te ripreso in questo disco?
«Non so se sia amore, (la intona in portoghese, ndr), “non so se è amore che possiedi o che simuli in quello che mi dai, ma dammelo lo stesso perché tanto mi basta”».
Alda Merini…
«Ha avuto questa capacità di un linguaggio che arrivasse a tutti, una poetessa pop diciamo. Lei ha avuto una grande sofferenza - il manicomio, gli elettroshock… - ma è riuscita a trasformare questo dolore in gioia di vivere e creatività attraverso la poesia, amava definirsi la poetessa della gioia. Nell’album ci sono due suoi testi, E più facile ancora e Sono solo una fanciulla».
Sulla Verità del 21 aprile 2026 ho intervistato il teologo e musicologo Pierangelo Sequeri. Sostiene che i testi di canzoni pop proposte nei grandi circuiti sono mediocri. Non è che così, allontanando i giovani dai grandi temi, si finisce per, perdona il termine, rincoglionirli?
«(ride, ndr) Che si sia andati al ribasso è sotto gli occhi di tutti. Se un tempo c’erano De André, Paoli, Battiato… Evidentemente è lo specchio della società, che è cambiata. Un tempo, accanto alla musica pop usa-e-getta questi mostri sacri li potevi ascoltare anche alla radio e adesso non più. Se oggi nascesse un Battiato, un De André, dove lo mandi, al talent show? Ci sono anche cose belle ma esiste un linguaggio omologato per i ragazzi. Non è vero che se sei più esposto hai più valore. Non è così».
