Papa Francesco (Imagoeconomica)
Ecce Beppe: «Il mio tempo non è ancora venuto, io sono postumo», scrive Grillo in un post pubblicato sulla sua pagina Facebook e sul blog la sera del 31 dicembre. La citazione da Ecce Homo di Friedrich Nietzsche è praticamente letterale: «Anche per me», scrive il filosofo di Rocken nell’opera realizzata a Torino nel 1888, «non è ancora venuto il tempo. Ci sono uomini che nascono postumi».
Il post di Grillo è, in un certo senso, assai nietzschiano, quanto meno nichilista, politicamente una fotografia della politica attuale, con un accenno di grande sofferenza per la condanna del figlio Ciro e la constatazione amara che la sua creatura, quel M5s che nacque per scardinare il sistema della partitocrazia, si è fatto a sua volta sistema, ne ha assunto tutte le caratteristiche più odiose, dai privilegi della casta alla spartizione delle poltrone. «In questo momento dell’anno», scrive Beppe Grillo, «tutti fanno finta di tirare una riga, una riga immaginaria come quelle che si tracciano sulla sabbia con un dito, sapendo benissimo che basta un’onda per cancellarla. Io questa riga non la vedo, vedo invece un accumulo di parole sprecate, usate come coriandoli, e di responsabilità lasciate cadere per terra come scontrini vecchi. Vedo un Paese che si è abituato a tutto, all’ingiustizia che diventa una procedura, al dolore che diventa una pratica amministrativa e al silenzio che viene scambiato per equilibrio».
Beppe ricorda con malinconia i tempi in cui, insieme a Gianroberto Casaleggio, si ritrovò l’Italia in pugno con i suoi «vaffa» e il famoso «uno vale uno»: «Ho parlato tanto», continua Grillo, «ho urlato, riso e insistito. Ho detto cose scomode quando era sconveniente dirle e cose impopolari quando forse conveniva starsene zitti, ma poi sono rimasto in silenzio perché arriva un punto in cui le parole rischiano di diventare parte del rumore. Mi sento in uno stato in cui non esiste noia, tristezza, né dolore fisico e morale. Un bozzolo dalle dimensioni infinite. La mia immagine si rispecchia e posso vederla senza sapere dove ho gli occhi. Sembra un sogno ma dare ai sogni il loro giusto posto sarà la sfida degli anni a venire. Questo è stato un anno di sottrazione», aggiunge, «che ha tolto più di quanto abbia dato. Ha tolto senso alle parole, voglia di spiegare; non c’è più neanche il senso del pudore, che una volta almeno ti costringeva ad abbassare gli occhi, oggi si guarda dritto in camera e si mente senza battere ciglio. E poi c’è la giustizia, quella parola «solenne» agitata da tutti come una bandiera e usata come una clava».
E la politica? «E la politica», sottolinea ancora Grillo, «continua a recitare, cambiano le sigle, i simboli, gli accordi, e le facce sono sempre le stesse, che come zombie si trascinano con la scorta tra i palazzi». Una stoccata, l’ennesima, alla generazione di politici che all’ombra di Grillo si sono assicurati il loro posto al sole, e che poi hanno tradito, accoltellato politicamente alla schiena chi li aveva creati, pur di starsene comodi sulle poltrone vellutate delle istituzioni.
«Il mio tempo non è ancora venuto, io sono postumo. Resto qui, a guardare e a pensare. In silenzio», conclude Grillo, “perché è la forma più elevata di presenza».
In quelle stesse ore Roberto Fico, che di Beppe Grillo era uno dei fedelissimi, forse il prediletto, varava la giunta regionale della Campania, Regione della quale è diventato presidente contraddicendo tutti, ma proprio tutti, i principi sui quali si era fondato il M5s, movimento grazie al quale era diventato presidente della Camera. Il 3 dicembre 2024, in un video, Grillo aveva amaramente preso in giro proprio Fico, chiamandolo «Robertino c’aggia fa»: «Io ti appoggio il candidato Pd in Liguria e in Emilia-Romagna e tu mi appoggi il caggia fa con l’autobus e la scorta in Campania», aveva profetizzato Grillo, anticipando tra l’altro di un anno l’argomento principe della campagna elettorale (fallimentare) del centrodestra in Campania, tutta basata sulla barca e sulla scorta del successore di Vincenzo De Luca e sulla contraddizione con quella foto di Fico mentre andava in autobus a presiedere la Camera dei deputati.
Una giunta, quella varata l’ultimo giorno dell’anno da Fico, nella quale hanno trovato posto tra gli altri i signori delle tessere del Pd (il vice di Fico è Mario Casillo, vero e proprio principe della preferenza organizzata), insieme al vice di De Luca, Fulvio Buonavitacola, agli assessori indicati da Clemente Mastella e Matteo Renzi. Una giunta frutto della più rigorosa logica spartitoria, l’esatto contrario di quella che fu la mentalità del M5s prima che Giuseppe Conte trasformasse il movimento in un vero e proprio partito e estromettesse il fondatore.
C’è chi dice che per avere Fico dalla sua parte, al momento della rottura definitiva, Conte gli promise la presidenza della Campania. A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca, stavolta quasi certamente.
Il grande pianista jazz presenta il suo primo album senza compagni di viaggio, che arriva dopo 45 anni di carriera. Svela alcuni segreti al pianoforte e racconta il progetto Eklektik, protagonista dell’ultima edizione di Umbria Jazz Winter a Orvieto.
Fabrizio Corona non solo è sopravvissuto alla sua turbolenta carriera di re dei paparazzi (che per anni ha assoldato) e alle relative conseguenze giudiziarie, ma sta trasformando tutta quella saga in un prodotto di consumo: con Falsissimo sul suo canale YouTube e su Netflix (che ha prodotto una serie su di lui) con Io sono notizia. È stato tra i pochi «giornalisti» (anche se non è iscritto all’albo) a trasformare se stesso in un brand. Prima con le mutande e i profumi, adesso con le notizie più o meno verificate. Un marchio che ora passa per le più moderne piattaforme online. Il suo quartier generale è in zona stazione Centrale a Milano. Tavolo quadrato pieno di appunti, otto enormi schermi alla parete. Sempre connesso. Sempre al telefono. I suoi collaboratori, che ribattezza tutti con un nomignolo, faticano a stargli dietro. «Ama», che martellava durante i video, da qualche puntata è sparito. Al suo posto ora c’è «Ben». Nella società Atena, piccola Srl con 1.000 euro di capitale sociale, il 99% appartiene a mamma Gabriella e l’1% a Francesca Persi, che finì in carcere con lui per aver nascosto nel controsoffitto di casa 1,7 milioni di euro in contanti e che ora - con 10 euro di capitale - fa l’amministratrice. Lui non compare, ma è chiaro chi sia il capitano della ciurma del veliero pirata. Un po’ Capitan Harlock e un po’ personaggio dei romanzi dello scrittore australiano James Roy. Sempre al limite. Sempre da vita spericolata. Uno che, a sentire chi lo frequenta, ha una fissa: «Superare suo padre». Vittorio, giornalista di razza (come il fratello Puccio) che, nel 1993, da vicedirettore di Studio aperto, voleva rivoluzionare il tg, facendo arrabbiare non poco Emilio Fede. L’imprinting, quindi, arriva in casa. E Fabrizio il giornalista provò a farlo. «Ma erano stipendi da fame e io volevo guadagnare», ammette in una puntata di Falsissimo. Allora punta sull’immagine e la sceglie come campo d’azione. Prima come fotomodello, periodo che risale agli anni Novanta e durante il quale sostiene di aver conosciuto Melania Trump, indossatrice anche lei che, «all’epoca», racconta durante un siparietto con l’avvocato Ivano Chiesa, suo storico difensore, «alloggiava all’Hotel Pola, una sola stella, era l’albergo delle modelle scappate di casa». È durante la vita notturna milanese che comincia a costruire la sua rete di relazioni che diventeranno la base per il suo ingresso nel mondo del gossip. Nel quale entra dalla porta principale, grazie a un amico, Lele Mora, in quel momento tra gli agenti più influenti dell’industria televisiva italiana. Fonda l’agenzia di paparazzi Corona’s, che diventa presto centrale in quello che è passato alla storia come lo scandalo dei fotoricatti ai vip, deflagrato a Potenza nel 2007. Il pm Henry John Woodcock lo fa arrestare. Corona trascorre 33 giorni in carcere a Potenza, altri 44 a Milano, dove riesce perfino a scattarsi un selfie con una macchina fotografica usa e getta. Viene indagato, prosciolto, poi di nuovo indagato, poi processato, poi a volte assolto e a volte condannato. Come nel caso della bancarotta per il fallimento della Corona’s: 46 mesi di carcere. Nel 2015 ha già un cumulo di pene che supera i 13 anni e per un po’ è stato anche latitante. E dopo altri 823 giorni di carcere ottiene l’affidamento alla prova. Ma fioccano altre condanne: 1 anno per evasione dai domiciliari, 7 mesi per resistenza (mentre i poliziotti provano a riportarlo dentro lui protesta, si provoca delle lesioni in diretta Instagram).
Nel settembre 2023 termina di scontare il suo debito con lo Stato e torna libero. Per la Questura di Milano è un soggetto da «sorveglianza speciale», ma i giudici rigettano la proposta, ritenendo che non sia pericoloso. E poco tempo dopo gli restituiscono il passaporto. In quel periodo, con poca fortuna, lancia una Academy in cui, con il suo solito piglio, elargisce lezioni su come fare soldi con le criptovalute. Finché non arriva Falsissimo. Che non è un programma. E non è un format televisivo. Non è neppure una Web-serie. È la presa di controllo del racconto. Qui c’è il salto vero: da uomo inseguito dalla cronaca a uomo che la racconta. Ogni puntata (sono già 20 quelle caricate, e a volte ricaricate dopo essere state abbattute dai controlli di YouTube) è costruita come un episodio di una saga trash, tra rivelazioni e attacchi frontali. Recita, fa le facce, imita le voci. Si piace. Indossa polo che esaltino la sua fisicità. Si mette in posa come un bodybuilder davanti allo specchio. Il linguaggio è greve, a volte sgrammaticato, a tratti violento. Nella ricostruzione della cronaca giudiziaria non mancano gli strafalcioni giuridici, ma il copione nell’insieme tiene. Il leitmotiv è sempre lo stesso: «Queste notizie ve le do solo io, non credete alle favole». È lo stesso meccanismo della stagione dei paparazzi, ma traslato nel digitale. Prima c’erano le foto. Ora c’è lui, l’affabulatore digitale. Con due abilità particolari: quella di trasformare i protagonisti di un fatto di cronaca in personaggi (l’avvocato Massimo Lovati in Gerry La Rana) e quella di farsi raccontare le storie dal suo giro ristretto, da amici, conoscenti, persone che gli parlano perché si fidano, perché vogliono sfogarsi, perché cercano sponda o protezione. Lui ascolta. Registra mentalmente e non solo. Accumula. Poi, quelle vicende che nascono come vicende private (separazioni, tradimenti, conflitti, rancori, fragilità), vengono trasformate in casi pubblici. È accaduto con Fedez e Angelica. Corona succhia le storie, le riorganizza, le ribattezza e le drammatizza. La confidenza diventa narrazione e la storia personale un episodio. Con qualche incidente di percorso per chi decide di affidargli le proprie confidenze o il proprio materiale. È accaduto ai due che volevano segnalargli una storia di calcio scommesse cercando di vendergli un video. Sono diventati parte della storia. Una cosa è certa, la volta seguente Corona riesce comunque a conquistare altra fiducia. È accaduto quando si è presentato, con tanto di telecamera nascosta, a casa di Ciro Grillo e ha ripreso anche Beppe alle prese con la lettura. Con Corona, Ciro, che si è chiuso nel silenzio durante tutto il processo, si è lasciato andare: «I magistrati ormai sono detentori della morale sessuale… sono detentori dell’etica pubblica». E ha incassato fiducia anche con il blitz a casa di Eva, tentatrice di Temptation island. Dopo aver fatto il piacione con la mamma ha incastrato la ragazza, portandola su una spiaggia per una lunghissima intervista. In studio ha fatto ascoltare un paio di volte un messaggio audio che le avrebbe mandato Raoul Bova: «Una delle cose più strane che ho ascoltato durante la mia pazza vita», commenta, prima di fare un pistolotto all’attore su come dovrebbe comportarsi un personaggio famoso con «una ragazzina». È stato «sedotto» e abbandonato da Corona persino uno sgamato uomo di legge come Lovati. E infine c’è Alfonso Signorini, terminale, un tempo, di molti degli scoop fotografici di Corona. Uno che per anni ha deciso chi raccontare e come. Oggi viene raccontato proprio da Corona, senza regole e su un palco che nessuno controlla. È il passaggio di consegne più crudele del gossip.
Antonio Medugno, l’ex concorrente del Grande Fratello Vip che ha denunciato il giornalista e conduttore del reality Alfonso Signorini ha rotto il silenzio e in due video su Instagram ha raccontato il percorso che lo ha portato a denunciare il conduttore e il suo ingresso nella casa: «Per anni ho provato a seppellire tutto», spiega nel primo video, pubblicato il 31 dicembre. «Quando vivi dinamiche di vergogna e paura spesso non denunci subito: ti chiudi, ti colpevolizzi e temi di non essere creduto. Soprattutto temi l’impatto sulla tua vita e sul lavoro». L’ex gieffino ammette l’esistenza di messaggi ambigui, già rivelati dal difensore di Signorini, Domenico Aiello, ma sottolinea il contesto: «Col senno di poi riconosco che avrei dovuto mettere un confine prima. Ma quando sei giovane, hai tante pressioni lavorative e temi di bruciarti opportunità, non ragioni sempre in modo lucido».
E ieri, nella seconda puntata del suo racconto, Medugno ha svelato come sarebbe approdato nel cast della trasmissione condotta da Signorini: «Al Grande Fratello sono entrato dopo avere passato una notte con una delle ex partecipanti al Grande Fratello di quell’anno».
«A lei», prosegue il racconto, «raccontai del provino e del fatto che non mi avessero ammesso all’interno della casa e che ci fossi rimasto male. Lei ne parla con Alfonso (Signorini, ndr). Non ho idea di cosa scatti nella testa di Alfonso ma lui subito dopo mi propone un secondo provino, stavolta da fare in videochiamata. Quindi io non lo vedo una seconda volta neanche per fare il provino. Di conseguenza io una cosa devo toglierla, una volta per tutte: l’idea che io abbia fatto sesso per lavorare è completamente falsa. Non c’è stato alcun secondo incontro (con Alfonso Signorini, ndr) e nel primo come sapete io ho rifiutato qualsiasi tipo di contatto fisico».
Inoltre ieri, in perfetto stile Me too, Cristina Morrone e Giuseppe Pipicella, legali dell’ex concorrente del Grande Fratello Vip che ha denunciato il giornalista e conduttore del reality, hanno puntato il dito sulle parole con cui Aiello ha apostrofato l’ex gieffino.
Il tono della nota diffusa dai legali di Medugno ricorda le prese di posizione di loro colleghi che rappresentavano donne vittime in altri casi di presunti abusi sessuali. E anche se l’espressione non viene usata esplicitamente, l’argomento è quello della vittimizzazione secondaria. «Le affermazioni volte a screditare il signor Antonio Medugno, definendolo “balordo” e attribuendogli condotte preordinate al solo fine di ottenere visibilità», scrivono i legali, «sono di una gravità inaudita oltre ad essere diffamatorie e del tutto estranee al tono e al rispetto che dovrebbe dimostrare un avvocato». E ancora: «È doveroso ricordare», prosegue la nota, «che un avvocato, per primo, dovrebbe astenersi da qualsiasi affermazione idonea a screditare pubblicamente una presunta vittima di violenza sessuale, evitando ogni forma di ulteriore vittimizzazione e dimostrando rispetto per la delicatezza della materia».
Le notizie che arrivano di continuo dallo Stato del Minnesota mostrano un quadro di eccezionale gravità. Le autorità federali hanno individuato almeno tre reti criminali distinte, tutte impegnate nello sfruttamento sistematico dei programmi di assistenza pubblica. Il bilancio giudiziario parla chiaro: 59 condanne in sede federale, 86 persone incriminate e una sottrazione di risorse ai contribuenti che supera il miliardo di dollari. Un dato colpisce più di altri: solo otto degli imputati non hanno origini somale.
Il contesto demografico è noto. Il Minnesota ospita oggi la più numerosa comunità somala degli Stati Uniti, frutto di una traiettoria iniziata nei primi anni Novanta, quando il collasso dello Stato somalo e la guerra civile spinsero decine di migliaia di persone a fuggire, in particolare da Mogadiscio. I programmi federali di reinsediamento indirizzarono una parte consistente dei rifugiati verso il Midwest, dove il Minnesota offriva opportunità occupazionali, un sistema di welfare accessibile e un costo della vita relativamente contenuto. Oggi la presenza somala, stimata in circa 80.000 persone, è una componente stabile del tessuto sociale, economico e politico dello Stato. È proprio all’interno di questo contesto che esplode uno scandalo rapidamente divenuto nazionale, mettendo sotto pressione il governatore Tim Walz, candidato a un terzo mandato.
Le indagini descrivono un sistema di frodi condotto con modalità grossolane, privo di reali contromisure, inserito in un ambiente caratterizzato da politiche permissive in materia di immigrazione, integrazione e accesso ai sussidi. La vicenda ha assunto un rilievo politico immediato. Nel corso di una riunione di gabinetto, il presidente Donald Trump ha adottato toni durissimi, chiamando in causa la deputata di origine somala Ilhan Omar (punto di riferimento dei Fratelli Musulmani negli Usa) e «chi le sta attorno», sostenendo che «non dovrebbero stare nel nostro Paese» e invitandoli a «tornare indietro a risolvere i problemi da cui provengono». Trump ha affermato che «gran parte delle frodi in Minnesota, fino al 90%, è causata da persone arrivate illegalmente dalla Somalia», rinnovando gli attacchi a Ilhan Omar e definendola «una delle tante truffatrici». «Rimandateli indietro da dove sono venuti, dalla Somalia, forse il Paese peggiore e più corrotto della terra», ha scritto.
Ora l’amministrazione Usa ha deciso di congelare 185 milioni di dollari in sussidi federali destinati all’assistenza all’infanzia a basso reddito, in seguito alle accuse di frode che coinvolgono asili nido gestiti da cittadini somali americani a Minneapolis. Sul piano istituzionale, il portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha dichiarato a Fox News che l’amministrazione «sta valutando» la possibilità di revocare la cittadinanza ai cittadini somali americani condannati per frode, precisando che la denaturalizzazione resta «uno strumento a disposizione del presidente e del segretario di Stato». Una misura giuridicamente possibile, ma rara, che richiede un elevato onere probatorio.
Intanto, le verifiche stanno assumendo dimensioni sempre più vaste. Gli investigatori segnalano che la quasi totalità dei centri formalmente destinati alla comunità somala risulta fittizia, vuota o abbandonata, pur avendo incassato fondi pubblici. Emergono reti di enti non profit solo sulla carta, utilizzati – secondo l’accusa – come veicoli per drenare risorse statali e federali. Indagini analoghe sono in corso anche in Ohio, California e Nebraska, dove affiorano schemi identici: strutture registrate, progetti rendicontati e servizi mai erogati.
