Papa Francesco (Imagoeconomica)
Nel 1492 un evento inatteso stravolse la storia dell’Occidente: la cosiddetta «scoperta» dell’America da parte di Cristoforo Colombo. Quell’anno, senza saperlo, l’Europa divenne il Vecchio continente, mentre schiere di uomini si lanciarono, come dei novelli Ulisse, alla scoperta del «nuovo mondo».
Una terra molto diversa, sconfinata, abitata da strani esseri (ci vollero circa una cinquantina di anni, e pagine e pagine di discussioni sulla loro natura, affinché gli indios fossero riconosciuti come «veri uomini», dunque dotati di pieni diritti e non riducibili in schiavitù). Pochi anni dopo, nel 1516, Tommaso Moro (poi martire e santo) inventò il termine «utopia», giocando su una possibile doppia etimologia greca: «non-luogo» o «buon luogo». E non è un caso che, proprio in quel periodo, nella cultura occidentale si insinuò l’idea che fosse possibile ripartire da zero, costruire un «mondo nuovo», più giusto e più libero. Per Moro era il tratteggio di uno Stato ideale, ma per molti fu la speranza, al di là degli esiti, di un «altrove» esistente, una nuova terra appena scoperta. E la rottura di una gabbia ideologica che aveva, nel tardo Medioevo, forse un po’ soffocato il mondo in un sistema di pensiero - benché straordinario - come quello scolastico.
Nemmeno può essere un caso, dunque, che gli Stati Uniti, nazione nata dall’incontro di avventurieri e immigrati in cerca di fortuna, siano diventati i grandi produttori globali di narrazioni sugli alieni (dal latino «altrui», ma anche «estraneo») e sull’ignoto, a volte sotto il segno della minaccia a volte sotto quello della curiosità e del mistero. Anche altre culture, naturalmente, hanno raccontato mondi altri, con forme di vita extraterrestri, ma è nella natura stessa degli Stati Uniti una tensione a scoprire e colonizzare l’ignoto. Sono gli Usa la patria di Star Wars, di Et e Isaac Asimov, solo per citarne alcuni. È evidente che queste storie toccano corde profonde dell’inconscio collettivo americano, rinnovano uno slancio originario. Ecco perché, forse, l’amministrazione Maga ha deciso di desecretare i file governativi relativi «alla vita aliena ed extraterrestre, ai fenomeni aerei non identificati (Uap) e agli oggetti volanti non identificati (Ufo)» (Donald Trump, 19 febbraio 2026, su Truth). Per alcuni si tratta del solito vecchio espediente, cioè distrarre la popolazione dai fallimenti del governo, ma sicuramente per gli americani - e non solo - è un tema che va a sollecitare le fibre più intime.
Venerdì il ministero della Guerra ha rilasciato la prima tranche di file. Si tratta di documenti - report, immagini, filmati, audio - che arrivano fino agli anni recenti ma partono già dal 1947. Per esempio, la registrazione delle comunicazioni aria-terra durante il volo della missione Gemini 7. L’astronauta Frank Borman riferisce al centro di controllo missione Nasa a Houston, il 5 dicembre 1965, di aver avvistato un oggetto non identificato che ha chiamato «bogey». Durante lo scambio, Borman descrive tre elementi: il booster (il razzo che ha portato la navicella in orbita), centinaia di piccole particelle e, appunto, un terzo oggetto non identificato.
Una foto della superficie lunare vista dal sito di allunaggio dell’Apollo 12, quindi nel 1969, presenta fenomeni visibili non identificati sopra l’orizzonte. Nel debriefing dell’Apollo 11, reso pubblico per la prima volta dopo quasi 60 anni, l’astronauta Buzz Aldrin descrive la vista di un oggetto «di dimensioni considerevoli» vicino alla superficie lunare e una fonte di luce così intensa da sembrare un laser.
Tra i file figurano video ripresi da sensori militari in diverse aree del mondo. Uno mostra un oggetto a forma di «pallone da football» avvistato nel Mar Cinese Orientale nel 2022, ma in molti altri filmati si vedono «puntini» che si muovono in modo erratico sopra Iraq, Siria ed Emirati Arabi Uniti negli ultimi anni. Il Comando centrale degli Stati Uniti ha inviato un rapporto su un fenomeno anomalo non identificato ripreso in cinque secondi di filmato da un sensore a infrarossi installato su una piattaforma militare a maggio del 2022. Nel video, un oggetto simile a un missile attraversa lo schermo per pochi secondi a velocità molto sostenuta. «I lettori non devono interpretare alcuna parte di questa descrizione come un giudizio analitico, una conclusione investigativa o una determinazione fattuale riguardo alla validità, natura o rilevanza dell’evento descritto», si legge in fondo al commento del filmato. Eppure, evidentemente, gli esperti Oltreoceano non riescono a spiegare il fenomeno.
Tra i file c’è anche una foto elaborata dall’Fbi che ricrea i resoconti concordanti di testimoni oculari del settembre 2023 riguardanti un apparente oggetto metallico di colore bronzo a forma ellissoidale, lungo tra i 130 e i 195 piedi, che si materializzò da una luce brillante nel cielo e scomparve istantaneamente. In generale, non vi è alcunché di inequivocabile, ed è anzi verosimile che la maggior parte le anomalie registrate dalle videocamere abbiano spiegazioni plausibili da parte degli addetti ai lavori.
Si tratta, comunque, solo della prima tranche: altri rilasci avverranno nei prossimi mesi, in quello che è un immaginario senz’altro molto americano, capace però di affascinare anche il Vecchio continente. E che forse riflette, oggi come allora, un po’ l’archetipo del cercatore/esploratore (antico almeno quanto Ulisse), un po’ la possibilità di un’evasione. E forse anche la speranza, attraverso l’incontro con l’Altro, di scoprire qualcosa di più su noi stessi.
Il prossimo anno scolastico, molte prime classi di scuola primaria non si potranno formare. Mancano bambini e il calo demografico rende impossibile assicurare l’istruzione a classi con meno di 15 bambini, secondo quanto stabilisce il decreto del presidente della Repubblica del 2009, sulla riorganizzazione della rete scolastica.
Fanno eccezioni le scuole in situazioni disagiate, come nelle piccole isole, nei Comuni montani, nelle zone abitate da minoranze linguistiche dove possono essere costituite classi uniche con un numero di alunni inferiori.
Il problema è che in tutta Italia nascono sempre meno bimbi, da 576.659 del 2008 siamo passati a 355.000 del 2025; il numero medio di figli per donna è sceso da 2,34 del 2008 a 1,14 del 2025 e la soglia d’obbligo della normativa vigente ostacola di fatto l’avvio del ciclo d’istruzione.
Come accade nelle frazioni romagnole di Macerone e Ponte Pietra. «Nell’arco di dieci anni a Cesena abbiamo perso il 33% delle nascite», ha spiegato l’assessore comunale alla Scuola, Elena Baredi, ricordando sul Resto del Carlino che «nel 2020 i nuovi nati erano 624, nel 2025 sono scesi a 471: 153 bambini in meno, un dato pesante se pensiamo agli effetti che avrà sulle scuole primarie nei prossimi anni».
A sedere a settembre sui banchi della prima elementare saranno i bambini nati nel 2020, inizio Covid, e dopo quello che hanno passato tra restrizioni nei giochi all’aria aperta e socialità ridotta per non dire assente, si vedono negare pure il diritto di andare a scuola nel proprio Comune. A Montesicuro, frazione di Ancona, malgrado le rassicurazioni dell’assessore comunale alle Politiche educative, Antonella Andreoli, i genitori non sono ancora certi che partirà la prima elementare. Le domande di iscrizione si sono fermate a quota 8 e rimane il rischio di dover spostare i bambini su altri plessi, con grande disagio delle famiglie malgrado sia stato promesso il trasporto scolastico.
In Toscana, sulle colline della Valdinievole, nel Comune di Massa e Cozzile, con soli 11 bambini iscritti l’Ufficio scolastico regionale potrebbe non attivare la classe prima. I cittadini hanno promosso una raccolta firme, segnalando che il Comune ha investito nel recupero di cinque appartamenti nel centro storico per attirare nuove famiglie e sarebbe un controsenso tagliare i servizi scolastici. Secondo l’associazione Gilda degli insegnanti di Lucca e Massa Carrara, la stima del calo delle iscrizioni 2026-2027 nella scuola primaria è del - 6,8% rispetto al 2025, con conseguente mancata attivazione delle classi prime.
La Puglia registra -950 iscrizioni nella scuola primaria, con perdite più importanti a Taranto (-6,76%), oltre a prevedere una diminuzione di 3.080 studenti considerando anche la secondaria di primo e secondo grado. In Sardegna, Regione col tasso di fecondità più basso in Italia per il sesto anno consecutivo (0,85 figli per donna), nel 2025 si registrarono circa 2.000 iscrizioni in meno, rispetto al 2024. La scuola elementare di Villa Carcina, frazione di Brescia, chiuderà a settembre perché non ci sono bambini, non è possibile formare le classi. Stessa sorte subiranno le elementari «Aldo Moro» di Fontana e «Giovanni Paolo II» di Rossaghe; incerta anche la sorte della scuola primaria di Temù, nell’Alta Val Camonica, dove cinque dei sette bambini che la frequentano andranno alle medie a settembre e nessuno entrerà in prima. Lo scorso settembre era stata chiusa la scuola elementare «Gianni Rodari» di Gazzolo, frazione di Lumezzane, sempre nel Bresciano.
«Stimiamo circa 420-440 nuovi iscritti in prima, contro i 600 dei primi anni 2000: una riduzione che supera il 30%», ha dichiarato Piervincenzo Di Terlizzi, dirigente scolastico dell’istituto tecnico Kennedy di Pordenone, Friuli-Venezia Giulia. In un’intervista a Tecnica della scuola ha ricordato: «Settembre 2026 segna anche l’ingresso nella scuola primaria dei bimbi nati nel 2020, anno del Covid. È un momento simbolico e concreto: questi bambini sono nati in uno dei periodi più difficili del dopoguerra, in un anno in cui le nascite in provincia hanno toccato uno dei valori più bassi degli ultimi decenni. Non è solo statistica; è la conseguenza di scelte fatte anni fa che ora si manifestano nelle nostre aule».
A febbraio, Marcello Pacifico, presidente nazionale di Anief, Sssociazione professionale e sindacale del mondo dell’Istruzione, aveva dichiarato: «Salvaguardare l’attivazione delle classi prime nei piccoli comuni significa tutelare il diritto allo studio, ma anche la coesione territoriale e la vitalità delle comunità». Secondo Anief, serve rivedere la norma del 2009 includendo le realtà demograficamente critiche nelle deroghe alla formazione delle classi per le quali non è vincolante il numero minimo di 15 alunni. Sarebbe un segnale importante, di attenzione alle politiche familiari.
Non dimentichiamo, inoltre, che il nuovo Fondo per le attività socioeducative territoriali a favore dei minori, 60 milioni di euro annui a decorrere dal 2026, (decreto firmato il 7 maggio) vedrà le sue risorse ripartite tra i Comuni tenendo conto dei dati Istat relativi alla popolazione minorile residente risultante dall’ultimo censimento. I finanziamenti calano, con il calo della natalità.
«Wagner veniva finanziato da Hitler». C’è un’installazione itinerante alla Biennale di Venezia, forse la più originale e disturbante di un’edizione già di per sé scossa, profanata, perfino valorizzata da polemiche culturali e politiche che la stanno trasformando in uno sgargiante happening social.
L’installazione artistica è Mirella Serri in persona, docente, scrittrice, studiosa del Novecento, progressista d’elezione (ça va sans dire) che percorre come una madonna pellegrina i talk show televisivi intervenendo con eloquio e fantasia senza confini. Mercoledì scorso a L’Aria che tira (La7), con l’intento di dimostrare che la tesi del presidente Pietrangelo Buttafuoco sulla libertà dell’arte sarebbe un obbrobrio, ha tuonato in studio: «Ma quando mai? Wagner appoggiava il nazismo e veniva finanziato da Hitler».
Forse si riferiva a Gustav Wagner, vicecomandante del lager di Sobibor e soprannominato «la bestia». O ad Adolf Wagner, gauleiter di Monaco e ministro degli Interni della Baviera a quel tempo. Ma è improbabile, sia perché costoro di artistico non avevano nulla, sia perché il tono di voce dell’affermazione sottintendeva personaggi di ben altro lignaggio, gente da sinfonia o almeno da ouverture.
Allora l’obiettivo di Serri era proprio Richard, il gigante della musica, che per proprietà transitiva avrebbe fatto outing in camicia bruna e si sarebbe fatto comprare per finanziare, chissà, il Parsifal. Vuoi vedere che L’oro del Reno era in Reichsmark?
La tesi suggestiva dell’immaginifica ex docente de La Sapienza pone un problemino da terza elementare peraltro risolvibile googlando su Wikipedia: Richard Wagner e le sue oniriche basette erano stati seppelliti a Bayreuth nel 1883, 50 anni (non 50 minuti) prima dell’ascesa al potere del nazismo, sei anni prima della nascita dell’aspirante pittore che - dopo essere stato per due volte bocciato all’Accademia d’arte di Vienna perché disegnava figure scadenti - incendiò il secolo breve. Peraltro quel Wagner morì proprio a Venezia, a Cà Vendramin Calergi, dopo aver eletto la città come buen retiro creativo, trovando ispirazione per il secondo atto del Tristano e Isotta. Celebri le sue passeggiate fra le calli ottocentesche con la moglie Cosima e Franz Liszt.
Poco prima della squassante gaffe, Mirella Serri aveva dottamente spiegato che «questa destra è spaccata in correnti, il ministro Alessandro Giuli è evoliano mentre Buttafuoco ha posizioni diverse e si è convertito all’islam». E poi per contrapposizione: «Altra cosa era Renato Guttuso, che dipingeva i politici di governo con facce da maiale. L’arte è dissenso, è contrasto, è opposizione». Per concludere con gli ottoni spiegati: «La destra è sempre la destra e non sa gestire la cultura». E meno male che l’egemomia culturale rimane solidamente imbullonata a sinistra. Dove Wagner viene ancora confuso dopo un secolo e mezzo con la leggenda dei Tiger lanciati verso la piana ucraina di Kursk (per una delle ultime battaglie di carri armati della Storia) sulla colonna sonora della Cavalcata delle Valkirie, manco fosse un prequel di Apocalypse Now.
Forse spiazzati dall’autogol (di solito quelli clamorosi sorprendono sia attaccanti, sia difensori) o forse convinti che la scrittrice studiosa degli anni 30 e del fascismo avesse confuso Wagner con la Brigata Wagner, David Parenzo e gli altri ospiti hanno lasciato correre. Nessuno, nei 36 minuti di trasmissione successivi allo sfondone, ha eccepito. È la forza evocativa della Biennale, è la potenza dell’arte astratta. Con una conseguenza: la clip serriana è diventata virale e ha superato in tromba gli altri exploit della signora, distintasi in passato per l’indignazione a senso unico contro la cultura Maga («È nazionalista, razzista e Giorgia Meloni ha un forte legame con quella realtà trumpiana»), per «I muscoli pacifisti di Salvini», per «il clima di grande ristrettezza dei confini alla libertà di espressione».
Una ristrettezza tale che consente di spostare di mezzo secolo la morte di un musicista per sostenere una tesi a comando. È il bello della diretta e alla fine è un peccato. Perché nella sua corposa produzione saggistica dentro il lungo fiume navigabile del conformismo politicamente corretto, Serri si era guadagnata anche un paio di medaglie.
La prima con Bambini in fuga sui giovani ebrei braccati dai nazisti e dai fondamentalisti islamici, accomunati senza timore di ritorsioni in keffiah La seconda con il coraggioso: Un amore partigiano. Storia di Gianna e Neri, eroi scomodi della Resistenza, che aveva fatto tremare la cupola degli intoccabili, visto che illuminava (sulla scia dell’operazione-verità di Giampaolo Pansa) l’oscura vicenda dell’oro di Dongo razziato dai vincitori con una lunga scia di sangue.
Wagner finanziato da Hitler, ce ne faremo una ragione. Per fortuna l’egemonia culturale è in buone mani e la nuova icona della sinistra tv può dormire tranquilla. Da allora è in silenzio. Sta verificando.
Confondere il sintomo con l’origine della malattia. È successo al Corriere della Sera, dove Paolo Lepri, ieri, si è sforzato di elaborare il malessere per la batosta elettorale rimediata da Keir Starmer nel Regno Unito, ricorrendo a una «ipotesi suggestiva»: «E se […] fosse proprio la Brexit ad essere la causa dei mali […]?». Quello di dieci anni fa, dunque, sarebbe stato il primo «strappo», che ha legittimato una serie di tesi masochiste: il «meglio fare da soli», l’«ossessione contro gli “altri”», l’«illusione di un radioso avvenire che non si è concretizzato», ovviamente solo perché le «promesse del leave», fallaci dall’inizio, «non sono state mantenute».
L’«ipotesi suggestiva», però, avrebbe bisogno di riscontri nella realtà. Il cui quadro mal si concilia con quella cornice, salvo che il sottinteso non sia sempre il solito: che la gente non ha capito e ha votato male.
A vincere le ultime elezioni è stato il partito di Nigel Farage, che propone più sovranismo, quindi più Brexit; a perdere sono stati i laburisti, i quali hanno cercato escamotage per aggirare i risultati del referendum del 2016 e per promuovere qualche forma di reintegro nell’Ue; a rallentare l’ascesa sono stati i Verdi, interpreti di un populismo di sinistra che rimane impantanato in una fatale contraddizione, bene illustrata da Giovanni Orsina nel suo recente saggio Controrivoluzione: denunciano le ingiustizie della struttura sociale, ma soltanto perché ne vorrebbero inverare le potenzialità liberatorie e palingenetiche. Così, laddove i conservatori ripropongono, magari semplicisticamente, le coordinate di un mondo di tradizioni e principi che alle persone suonano ancora familiari, questi altri si incartano nel vortice dei gerghi intersezionalisti e negli onanismi mentali woke.
Sono difficoltà che, nello sviluppo del suo ragionamento, percepisce lo stesso Lepri. Che infatti, a un certo punto, suggerisce di «mettere da parte la Brexit» e inizia a rimproverare la «litigiosità del campo progressista».
Il vero problema, nel dì in cui si è celebrata la Giornata dell’Europa, con la letizia artificiosa di Ursula von der Leyen a offrirci il volto rispettabile della mesta parata di Vladimir Putin, è un altro. Chi osserva i barbari non più soltanto alle porte, ma ormai nel salotto di casa, continua a essere vittima degli strascichi di un pensiero magico tardonovecentesco, sicuro che le sorti magnifiche dell’umanità occidentale, anzi, dell’umanità intera, si sarebbero sviluppate, per logica interna, nella direzione di una crescente interdipendenza, di una più uniforme diffusione delle stesse regole istituzionali, della stessa grammatica economico-giuridica. Non sarà un caso se, tra i personaggi che incarnarono quella fede ottimista nell’avvenire, ci sia stato un ex premier inglese: a Tony Blair, almeno, oggi è rimasta la possibilità di lucrare sul progressismo tecnofilo.
Insomma, dal Corriere in giù - o in su - il limite sta negli occhi di guarda. E fatica ad accettare che la Storia, anziché finire, sia ricominciata, non solo per colpa dei geni maligni - la Russia, la Cina, il narcisista patologico della Casa Bianca - ma pure per colpa del collasso del sistema che doveva essere il migliore possibile. Un tracollo innescato sia dal montante disagio dei popoli, segnatamente le classi medie spodestate, per le promesse di prosperità e autorealizzazione - queste sì! - che sono state tradite; sia per il clamoroso errore di valutazione nei confronti delle cosiddette potenze revisioniste. Ricordate? Quando Bill Clinton propiziò l’ingresso di Pechino nel Wto, tutti pensavano che, dove sarebbero passati i commerci, non sarebbero passate le armi; gli eventi ci hanno dimostrato, invece, che persino i commerci sono diventati un’arma.
Un po’ per riflessi anagrafici, un po’ per genuino senso etico, Sergio Mattarella è uno dei più pervicaci interpreti di questo rifiuto preconcetto di comprendere la genesi del caos. E di immaginare quale nuovo assetto possa sorgere da esso, al netto del frustrante tentativo di resuscitare quello defunto.
Il discorso che il capo dello Stato ha pronunciato ieri è la quintessenza dell’euronecessitarismo, restio ad ammettere che non ha superato la verifica dei fatti sui quali si erano già schiantate, notò Augusto Del Noce, le profezie millenaristiche del socialismo. Gli ingredienti del dogma vi erano tutti ottimamente amalgamati: il sussulto moralistico che si compiace della seduzione esercitata dell’Unione sul blocco orientale; il convincimento che il vecchio ordine globale sia minacciato da sabotatori alieni, non dal proprio fallimento; la speranza che l’Avversario si possa ricacciare indietro e la barra si possa raddrizzare; il conseguente appello a lavorare insieme per riguadagnare quell’orizzonte, giacché, in fondo, esso è il nostro unico destino possibile.
Ora, è crudo cinismo segnalare che «la forza attrattiva» dell’Europa dipende dai finanziamenti elargiti dai contributori netti, soldi che peraltro Bruxelles ha imparato a sfruttare senza scrupoli per ricattare i Paesi percettori recalcitranti? È egoismo nazionalista ritenere che, dando più di quanto riceve ed essendo strangolata dai vincoli esterni, l’Italia, al contrario di quanto sostiene il presidente della Repubblica, «dalla sua partecipazione al progetto comunitario», ha tratto l’opposto di «crescita, coesione sociale e fiducia nel futuro»?
La «forza attrattiva» dell’Ue è così intensa, che le famose «piazze europee» ieri erano mezze vuote: a Milano, Carlo Calenda ha arringato un drappello di aedi di Ventotene; e chissà se, nella capitale belga, qualcuno ha risposto all’invito della Commissione ad andare a «festeggiare» a Palazzo Berlaymont. Una delle cattedrali laiche innalzate dai burosauri, a spese di contribuenti che l’Eurobarometro immagina ancora attaccati al sogno dell’Ue, mentre virano su candidati euroscettici. L’orchestrina del Titanic ha suonato alla sconfitta di Viktor Orbán, ma il Financial Times se n’è già reso conto: i «necrologi per il populismo» sono stati «prematuri».
Ciò significa che si possa innestare la retromarcia e tornare, sic et simpliciter, a «fare da soli»? No. Ma la nuova sfida non la possiamo affrontare né rinunciando a quel che di buono avevamo, né illudendoci di poterlo ripristinare. Non si deve rinnegare, non si può restaurare. Soprattutto, non bisogna crogiolarsi nell’utopia del bene perduto. È saggio cominciare da piccoli passi pragmatici: il primo, il più scaltro, sarebbe recuperare il senso della realtà.
