Papa Francesco (Imagoeconomica)
A quanto pare, il derby Roma-Lazio si giocherà lunedì sera alle 20.45. Lo dicono fonti Ansa, che confermano la volontà della Prefettura di restare sulle proprie posizioni. La faccenda somiglia a un «gnommero», formulazione simbolica dialettale tutta romana per definire un groviglio inestricabile, un pasticciaccio brutto.
E a farne le spese, tanto per cambiare, sono i tifosi di calcio, già frastornati dagli insuccessi della Nazionale e, al momento in cui questo giornale va in stampa, ancora senza informazioni su quando si disputerà il derby Roma-Lazio, dopo 48 ore di rimpiattino tra Lega Serie A, Prefettura di Roma e Federtennis, attore incolpevole ma chiamato in causa obtorto collo. Ma il problema non riguarda solo il derby. A Roma-Lazio si deve per forza abbinare il pacchetto di sfide Pisa-Napoli, Juventus-Fiorentina Genoa-Milan e Como-Parma nel medesimo orario. Sono match che coinvolgono compagini impegnate nel conquistarsi un posto in Champions League e il regolamento specifica come negli ultimi due turni di stagione sia obbligatorio che le squadre impegnate a conseguire gli stessi obiettivi scendano in campo agli stessi orari. Solo che nessuno aveva considerato la concomitanza della finale degli Internazionali di tennis. Per evitare incidenti analoghi alla guerriglia urbana tra tifosi dell’aprile 2025, in cui rimasero contusi 14 agenti, il Viminale aveva vietato alle due formazioni di affrontarsi in orario serale, impedendo una collocazione della partita alle 20.45 di domenica.
La Lega di Serie A aveva proposto di disputare le sfide alle 12.30, vale a dire nel cosiddetto orario di «lunch match», incontrando però il diniego della Prefettura e della questura di Roma: «Siamo attrezzati per gestire qualsiasi cosa, anche eventi difficili in concomitanza, ma sarebbe più sensato non far giocare un derby nello stesso giorno degli Internazionali di tennis, oggi diventati un evento mondiale di pari importanza», era stata la motivazione, seguita da una nota che ufficializzava lo slittamento del derby a lunedì alle 20.45, in orario sì serale, ma il giorno dopo rispetto all’evento tennistico. Decisione però rifiutata dalla Lega di Serie A. Piccolo particolare: la sovrapposizione potenziale dei due eventi, quello di pallone e quello di tennis, era nota già da tempo, ma nessuno si è preoccupato di prendere le logiche contromisure. La pezza che salvasse capra, cavoli e palinsesti televisivi (non bisogna dimenticare il ruolo decisivo degli editori tv che detengono i diritti sulle partite di calcio) trovata dalla Lega era spostare la lancetta degli orologi di mezz’ora avanti e di mezz’ora indietro: derby domenica alle 12 insieme con le altre quattro partite abbinate, finale del Foro Italico alle 17, per consentire lo svolgimento autonomo delle due manifestazioni e un controllo adeguato dell’ordine pubblico. «Abbiamo sbagliato, ma chiediamo di venirci incontro», ha dichiarato il presidente di Lega Ezio Simonelli, «Forse non è stato tenuto conto del fatto che il rinvio del derby coinvolgesse altre quattro città e 300.000 tifosi. Alla luce di questo, dando noi disponibilità ad anticipare di mezz’ora, mi auguro che la stessa disponibilità la dia la Federtennis nel posticipare». Continuando: «Prendiamo atto della decisione del Prefetto di far giocare il derby e le altre quattro partite lunedì sera, ma non la condividiamo. Abbiamo fatto una proposta formale al Viminale per trovare una soluzione. Se non dovessimo trovarla, presenteremo ricorso al Tar».
Il ricorso al Tar peraltro sta diventando sport nazionale al pari del pallone. Al caos organizzativo si è poi aggiunta la finaIe di Coppa Italia tra Lazio e Inter di ieri, che ha reso impervie le comunicazioni tra i protagonisti della vicenda, non consentendo ancora una soluzione. La faccenda è spinosa: giocare le partite di lunedì sera comporterebbe uno stravolgimento impraticabile per molti tifosi che non riuscirebbero a sostenere un viaggio in trasferta in un giorno feriale. La petizione di alcuni gruppi ultras che circola da marzo per un calcio «più giusto e popolare» è anche una reazione a pasticci del genere: «Vogliamo dire basta al calcio con orari spezzatino, subordinato a decisioni dell’ultimo minuto», sostengono i tifosi. Il numero uno del Coni Giovanni Malagò ha stigmatizzato la vicenda con una stilettata ovattata: «Non ho alcuna carica o ruolo per parlare dell’argomento. Mi auguro che possano trovare una soluzione in grado di accontentare tutti. Non è certo una bella cosa questa diatriba». Bella non lo è, e al momento una soluzione ufficiale non c’è ancora. Ma la diatriba aiuta a comprendere sia il significato autentico dell’espressione «decidere in zona Cesarini», sia il motivo per cui il calcio italiano è prigioniero di sé stesso, forse troppo occupato a pensare ai ricorsi al Tar e poco ai ricorsi (e ai corsi) della sua travagliata storia recente.
Al declino del calcio italiano, fa da contraltare il successo negli altri sport. Sinner domina nel tennis, Antonelli irrompe nella Formula Uno, Bezzecchi nella MotoGp. E sono molte le stelle del futuro.
Il cuore sportivo degli italiani ha battuto per decenni all’impazzata, accelerato all’inverosimile da quella febbre calcistica che nessuna disciplina ha mai eguagliato a livello nazionale.
Quattro Mondiali, una bacheca di trofei continentali delle squadre di club che fa invidia a quasi tutte le rivali europee, e una galleria di leggende - Buffon, Maldini, Baresi, Baggio, Totti - che appartengono non soltanto alla storia dello sport mondiale, ma a quella della cultura popolare, con tutto ciò che questo comporta in termini di mitologia collettiva, di identità, di appartenenza. Ma oggi, senza troppi giri di parole, quel calcio è ai minimi storici. L’ultima partecipazione italiana alla Coppa del Mondo risale (ahinoi) al 2014, con una mestissima eliminazione ai gironi. Basta questo per relegare lo sport nazionale storicamente più seguito a trofei «preistorici» o «impagliati»? No, certamente no. Eppure, nel frattempo, l'orgoglio sportivo di un Paese che non sa stare senza eroi ha trovato nuovi vettori, in questo momento straordinariamente più fecondi nei risultati.
Il tennis ha avuto in passato i suoi momenti di luce brillante - Pietrangeli, signore della terra rossa a cavallo fra gli anni Cinquanta e Sessanta, e poi Panatta, emozionante nel trionfo a Parigi del 1976 - ma mai, fino ad oggi, un numero uno mondiale. Mai un Sinner, insomma. A sua volta, la Formula Uno ha conosciuto la sua stagione aurea agli albori, con Nino Farina e Alberto Ascari campioni mondiali, poi ottimi piloti - Alboreto, Trulli, Fisichella -, senza tuttavia quel «cannibalismo» necessario a mordere il titolo. La MotoGp vanta invece una storia ben più gloriosa: i leggendari Valentino Rossi e, più anticamente, Giacomo Agostini, rispettivamente 9 e 15 titoli. Fino ai talenti contemporanei.
Jannik Sinner lo conosciamo ormai tutti. Ne ammiriamo la precisione, la mentalità vincente, l’eleganza dentro e fuori dal campo. E pensare che da bambino sognava la Formula Uno, ma i go-kart costavano troppo per i suoi genitori. A tre anni e mezzo ha cominciato dunque con lo sci - a sette vinceva il Gran Premio Giovanissimi in slalom gigante, a 12 era campione italiano di categoria. Ha scelto il tennis molto tardivamente, Jannik, a 13 anni, perché gli allenamenti sulle nevi gli sembravano sproporzionati rispetto alla brevità delle gare. Una scelta che ad oggi si è rivelata vincente, alla luce dei quattro titoli del Grande Slam - due Australian Open, un Wimbledon, un US Open - 28 titoli nel circuito maggiore, nove Masters 1000 di cui cinque consecutivi, due Coppe Davis. Il primo italiano nella storia a occupare il primo posto della classifica Atp. Non è soltanto il più forte tennista italiano di sempre: è uno dei più grandi sportivi che questa nazione abbia mai prodotto.
Kimi Antonelli ha scelto il numero 12 per il suo esordio in Formula Uno nel 2025, in onore di Ayrton Senna, da sempre il suo idolo. Un primo anno di assestamento, con alti e bassi, in cui appare nettamente inferiore al suo – già ampiamente rodato – compagno di scuderia George Russell. Poi, nel 2026, avviene il cambio regolamentare, e la Mercedes si trasforma nella squadra da battere, con Antonelli che ne diviene rapidamente il simbolo più luminoso. Prima pole position in Cina a 19 anni - record assoluto, battendo il precedente di Vettel - poi vittoria, poi Giappone e infine Miami, dove ha dedicato la terza pole consecutiva ad Alex Zanardi morto 24 ore prima. Tre vittorie consecutive nelle prime tre gare in cui parte dalla pole, tutte mantenendo la testa dall'inizio alla fine: nessun pilota, in tutta la storia della Formula Uno, aveva mai fatto altrettanto. Insomma, ci sono tutte le carte in regola per qualcosa di speciale, magari nel segno del suo idolo Ayrton Senna. Restiamo aperti a sogni e speranze, senza mettere pressione a questo ragazzo giovane e coraggioso.
E come non citare Marco Bezzecchi, riminese classe 1998, che ha saputo attendere con rara pazienza il suo momento. Approdato all’Aprilia lo scorso anno, nel 2026 sembra essere finalmente riuscito a sfondare, con quella maturità che gli ha permesso di ottenere tre vittorie consecutive nelle prime cinque gare stagionali, tutte conducendo dall'inizio alla fine - 120 giri di fila al comando, record assoluto, superando il precedente di un mostro sacro come Jorge Lorenzo. Un gruppo ristrettissimo di piloti ha vinto cinque gare di fila nella storia della MotoGp: Márquez, Rossi, Doohan, Agostini, Surtees, Hailwood, Duke. Adesso anche Bezzecchi. Con vista sul primo titolo mondiale di MotoGp.
Ma il potenziale azzurro non si esaurisce in questi tre nomi. Giovani italiani che uniscono il talento all’ambizione stanno popolando le discipline più disparate, coltivando la speranza di un futuro dell’Italia dello sport degno del glorioso passato. Sara Curtis, classe 2006, detiene i record italiani sui 50 e sui 100 metri stile libero e punta con precisione chirurgica ai Giochi di Los Angeles 2028. Kelly Doualla, nata a Pavia nel 2009, è campionessa europea Under 20 sui 100 metri con tre primati italiani di categoria: a 16 anni, è già convocata ai Mondiali. Giovanni Franzoni, bresciano classe 2001, ha vinto l'argento olimpico nella discesa libera a Milano-Cortina 2026, risollevando uno sci maschile lasciato in ombra per molto tempo dall’eccellenza femminile. Tommaso Menoncello, trevigiano classe 2002, è un potente centro del Benetton e presto passerà allo Stade Toulousain, club di livello mondiale: simbolo di un rugby italiano che torna a credersi capace di storia. Flora Tabanelli, bolognese classe 2007, cresciuta in un rifugio appenninico senza televisione né smartphone, ha già conquistato bronzo olimpico, oro agli X Games e Coppa del Mondo di freestyle.
L'Italia sportiva, nel 2026, non ha il suo acmè nel calcio, non più. Lo ha distribuito, con eccezionale generosità, tra discipline che un tempo si accontentavano di stare sullo sfondo, quasi dimenticate nel panorama nazionale. Anche il calcio deve trarne linfa vitale per ripartire al meglio e tornare agli antichi fasti. Nel frattempo, godiamoci Sinner, Antonelli, Bezzecchi e guardiamo al futuro con rinnovata fiducia e con la solita, incrollabile, passione.
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I numeri che accompagnano questa ambizione sono solidi. Con oltre il 23% del Pil nazionale e più di un quarto dell'export italiano, la Lombardia è già il principale motore economico del Paese. Dal 2021 al 2025 ha attratto 448 progetti su 1.158 complessivi in Italia, mantenendo una quota costante tra il 35% e il 45% del totale nazionale, con una crescita di 85-90 investimenti diretti esteri all’anno - il 35% in più rispetto al quinquennio precedente (lo dice il Financial Times). Dati ancora più significativi se confrontati con lo scenario globale: tra il 2023 e il 2024 i flussi internazionali di investimenti sono calati dell’11% e quelli europei del 5%, mentre la Lombardia ha segnato un +6%.
Nel periodo 2020-2025, grazie al progetto “Invest in Lombardy” – sviluppato in collaborazione con Milano & Partners – la Regione ha supportato oltre 1.400 aziende estere interessate a insediarsi sul territorio. Solo nel 2025, 34 di queste hanno già avviato o annunciato progetti concreti, con un impatto stimato di 2,8 miliardi di indotto e 6.200 nuovi posti di lavoro. Attualmente sono 428 i progetti in gestione attiva, concentrati nei settori a più alto valore aggiunto: manifattura avanzata (semiconduttori, Industria 4.0), Scienze della Vita (biotecnologie, farmaceutico), Clean Tech e IT/ICT.
«I numeri confermano il nostro primato italiano rispetto all’attrazione investimenti esteri: valiamo il 40% degli investimenti esteri che arrivano in Italia. Ma non possiamo però fermarci al primato nazionale, possiamo e dobbiamo migliorarci», ha dichiarato l’assessore allo Sviluppo economico Guido Guidesi, presentando la nuova strategia regionale.
«Questo è l’obiettivo della nuova strategia di attrazione degli investimenti in cui si evidenzia un ruolo più da protagonista e attivo di Regione Lombardia al fine di cogliere opportunità di nuovi investimenti presentandoci con ecosistemi completi: dalla ricerca, ai fornitori, alle competenze. Proviamo a giocarci la partita dell’attrazione in un campionato più difficile e maggiormente competitivo; alziamo il livello, proviamo a migliorarci; vogliamo essere meta internazionale e hub europeo», ha aggiunto Guidesi, sottolineando che con la nuova direttiva «andremo anche a cercarci gli investitori rispetto alle esigenze che abbiamo dal punto di vista della partecipazione ai nostri ecosistemi».
Tre le direttrici del piano di Guidesi. La prima è la qualità degli investimenti: la Regione punta sui settori ad alto valore aggiunto: ICT, scienze della vita, elettronica, aerospazio, chimica e agroalimentare avanzato. La seconda è la valorizzazione degli ecosistemi territoriali e in questo quadro si inseriscono le Zone di Innovazione e Sviluppo (ZIS), la Zona Logistica Semplificata di Cremona e Mantova, e l'iniziativa “Talenti – Trasferimento delle conoscenze”, che favorisce l’ingresso di dottori di ricerca e professionisti altamente qualificati nelle pmi lombarde. La terza direttrice è la semplificazione e la velocità dei processi, attraverso il rafforzamento del modello one-stop-shop per rendere più rapidi e prevedibili i percorsi di insediamento.
Per Giovanni Rossi, direttore generale di Promos Italia, «l'approccio internazionale è rafforzato da attività promozionali e roadshow nei principali mercati esteri, con “value proposition” focalizzate su settori ad alto valore aggiunto. La “business intelligence” permette di intercettare investitori qualificati e accompagnarli efficacemente nel percorso di insediamento. L'aftercare è considerato strategico per valorizzare le imprese già insediate e favorirne la crescita”, ha concluso Rossi.
Centrale nella strategia è il potenziamento di «Invest in Lombardy» come punto unico di accesso per gli investitori internazionali, capace di accompagnare le imprese lungo l'intero ciclo dell'investimento: dalla valutazione iniziale all'insediamento, fino ai servizi di aftercare.
Un riconoscimento al valore dell’ecosistema lombardo arriva dalle testimonianze delle imprese internazionali già presenti sul territorio. «Regione Lombardia ha accompagnato il nostro percorso di insediamento, supportandoci nel dialogo con il territorio e nello sviluppo delle competenze necessarie. La Lombardia si distingue per un ecosistema industriale solido e collaborativo, favorevole allo sviluppo di nuovi investimenti», ha evidenziato Carina Solsona Garriga, Coo di Affinity Petcare.
«Abbiamo scelto la Lombardia per la sua posizione strategica, la qualità delle infrastrutture e un ecosistema industriale unico a livello europeo, che consente di ottimizzare efficienza, sostenibilità e sviluppo produttivo», ha aggiunto Federico Castelli, amministratore delegato di Rockwool Italia.
«La Lombardia è più attrattiva di molte regioni europee grazie a una filiera industriale avanzata, competenze di altissimo livello e un forte orientamento all’export. Qui troviamo un luogo dove produrre, innovare e costruire valore nel lungo periodo», ha concluso Paolo Bertuzzi, Ceo & Managing Director di Turboden.
