Papa Francesco (Imagoeconomica)
Ha sfidato i deputati di Fratelli d’Italia ad andare a parlare «in tribunale» della vicenda sulle mascherine che lo riguarda evocando ipotetiche «diffamazioni» ma non intende ricorrere alla soluzione procedurale che gli consentirebbe, intanto, di parlarne in commissione Covid, dove non si presenta dal 2024.
È quantomeno singolare la reazione di Giuseppe Conte alle denunce di Fratelli d’Italia riguardo la vicenda di Luca di Donna, avvocato vicino al leader del Movimento Cinque Stelle (lavorava nello stesso studio del professor Guido Alpa, come l’ex premier) che nelle prime fasi della pandemia si proponeva come «facilitatore» di finanziamenti pubblici e affari con Invitalia e la struttura commissariale di Domenico Arcuri, in cambio di sostanziose provvigioni. Fratelli d’Italia ha chiesto un’informativa urgente al governo e al ministro della Salute e l’esame di tutti i documenti esistenti e relativi ai «fatti gravi che continuano ad emergere sulla vicenda delle mascherine e sulle ipotesi di tangenti richieste dai colleghi di Giuseppe Conte», ha denunciato in Aula la capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione covid, Alice Buonguerrieri. «Più imprenditori sotto giuramento sono venuti a riferire in commissione Covid dell’esistenza di quello che appare come un vero e proprio sistema - ha puntato il dito Buonguerrieri - l’avvocato Luca Di Donna, collega dell’allora Premier in carica Giuseppe Conte, incontrava imprenditori presso lo studio del professor Alpa, mentore di Giuseppe Conte e in quello studio, nel quale lo stesso Giuseppe Conte ha lavorato, chiedeva, per risolvere problemi o agevolare affari con l’amministrazione dello Stato, una percentuale sul fatturato pari a decine di milioni di euro. Noi parliamo di un giro di percentuali dalla dimensione unica nella storia della Repubblica italiana. E chi deve rispondere di queste gravi accuse ha un nome e un cognome, Giuseppe Conte», ha concluso, accusando il leader dei Cinquestelle di «usare la commissione come scudo personale».
Di Donna in effetti condivideva con Conte lo stesso indirizzo professionale a Roma, con lo stesso numero di telefono e fax dell’avvocato di Volturara Appula, prima che questi lo lasciasse per andare a Palazzo Chigi. E sono già tre gli imprenditori che hanno denunciato il medesimo sistema di «provvigioni» in cambio di un (millantato?) canale preferenziale con la presidenza del consiglio per sbloccare gli appalti sulle mascherine, mentre gli italiani morivano.
Conte ha reagito con veemenza alle accuse di Buonguerrieri: «Se avete coraggio rinunciate all’immunità, così ripetete le stesse parole e ce la vediamo in tribunale». Ma, spiegano i deputati coinvolti, «non si capisce in che senso dovremmo rinunciare all’immunità se Conte non ci ha denunciato».
E’ un fatto, intanto, che l’ex presidente del consiglio ha espressamente rifiutato di approfittare della soluzione che gli era stata offerta per fornire la sua versione dei fatti ai membri della commissione parlamentare sul covid, di cui egli stesso fa parte: per regolamento non può farlo in quanto membro (il ruolo di commissario si sovrapporrebbe a quello di «imputato» o quantomeno persona informata sui fatti), ma già a ottobre 2024 il presidente dell’organismo di indagine sulla pandemia, Marco Lisei (FdI), lo aveva invitato a ricorrere a una procedura alternativa, dimettersi pro tempore - il tempo di essere audito dai colleghi della commissione - testimoniare e poi rientrare subito dopo. «I formalismi possono essere superati», lo aveva esortato Lisei e a lui si erano accodati anche altri commissari come Francesco Filini («È una questione procedurale molto semplice») e Buonguerrieri («Non vorrei che tutto questo si traducesse in un “vorrei ma non posso”»), ma Conte era stato irremovibile: «Non intendo dimettermi». Ci teneva moltissimo, insomma, l’ex premier a restare in commissione Covid: eppure ai lavori di quell’organismo ha partecipato soltanto 8 volte su 112 e di una sua testimonianza con quella soluzione procedurale proprio non ne vuol sentir parlare. Conte infatti continua a ripetere alla stampa che lui vorrebbe testimoniare (ha dichiarato di aver scritto, nel 2024, anche ai presidenti di Camera e Senato) ma il regolamento non glielo consente, nonostante le rassicurazioni dei colleghi della commissione. Peccato perché avrebbe potuto, ad esempio, partecipare all’audizione di Giovanni Buini, imprenditore umbro ascoltato lo scorso 27 gennaio in merito alle procedure di fornitura di dispositivi di protezione e ai «contratti» proposti da De Donna nella prima fase pandemica. Nel 2020 Buini aveva stracciato l’accordo per la fornitura di mascherine, ritenendo la richiesta di provvigioni da parte dei mediatori del tutto illecita. Il leader grillino avrebbe anche potuto seguire i lavori della commissione quando recentemente, l’8 aprile, l’imprenditore di JC Electronics Dario Bianchi ha descritto nei dettagli, ai membri della commissione Covid, come funzionava quel sistema. L’occasione sarebbe stata ideale per potersi liberare delle accuse in nome della «trasparenza» che rivendica da quando è arrivato fortunosamente a Palazzo Chigi. «Questi fatti gravi sono nuovi e sono emersi grazie ai lavori della commissione Covid», ha dichiarato Buonguerrieri, mentre Lisei ha detto martedì scorso alla Verità di aspettarsi che le procure riaprano il fascicolo di Buini, che nel 2021 era stato chiuso. C’è poi un terzo caso, fotocopia dei due precedenti, quello dell’imprenditore calabrese Francesco Alcaro, raccontato mercoledì sulla Verità da Giacomo Amadori. Di materiale per avviare nuove indagini, insomma, ce n’è in abbondanza.
Giuseppe Conte è certamente, bisogna dargliene atto, un animale politico multiforme: è svelto come uno scoiattolo, furbo come una volpe, spietato come una belva. Elly Schlein, in vista delle primarie per decidere il candidato premier del centrosinistra, muove qualche passo verso il centro (vedi la solidarietà alla Meloni dopo gli attacchi di Trump) per parare le critiche dei moderati del suo partito? E lui, il policefalo Conte che fa?
Si butta, in questo caso a pesce, a sinistra che più a sinistra non si può, più precisamente su Enrico Berlinguer, bandiera mai ammainata della sinistra italiana. E allora eccolo ieri alla Camera sul tavolo degli oratori al dibattito che è seguito alla proiezione del film «Berlinguer a love story» in compagnia di nuove e vecchie glorie del comunismo, da Luciana Castellina (fondatrice de Il Manifesto) ad Arturo Scotto (Pd), da Elisabetta Piccolotti (Avs) ad Andrea Quartini (M5s).
Cosa c’entra Conte con Berlinguer? Nulla, da nessun punto di vista ma l’occasione di indispettire la Schlein e arruffianarsi quelli di Fratoianni è troppo ghiotta (e qui siamo in versione ghiottone, l’orsetto insaziabile) per lasciarsela sfuggire. Ma se i due, Conte e Schlein, si stanno allontanando sul piano della politica interna, il collante su almeno un punto della politica estera sembra al momento tenere, ed una colla che proprio Enrico Berlinguer aveva scrostato dai muri della sinistra italiana: l’anti atlantismo, l’America come nemico, la Nato come una minaccia. Svolta che nel 1976 culminò nella famosa dichiarazione: «Mi sento più al sicuro nel Patto Atlantico». No, oggi Conte, ma anche la Schlein, cavalcano - al netto delle follie di Donald Trump - il virus della anti occidentalismo che sta infettando l’Europa fino quasi a paralizzarla. Ora, è chiaro a tutti che l’Occidente non è un paradiso terrestre ma, parafrasando la famosa frase di Winston Churchill del 1947 a proposito della democrazia, si potrebbe dire con ragionevole certezza che «l’Occidente è la peggior forma di società, eccezione fatta per tutte le altre forme che si sono sperimentate finora». Trump lo si può e a volte lo si deve mandare a quel paese, ma allontanarsi dall’alleanza politica, militare ed economica con gli Stati Uniti sarebbe una sorta di eutanasia per l’Italia e per l’Europa intera. Eppure Conte, da premier, ci provò a trascinarci nel baratro rinnegando l’Occidente e offrendo l’Italia alla Cina. Ci sono voluti anni per rimediare al disastro, ma alla fine, con discrezione e buon senso, il governo Meloni ha chiuso i rubinetti del folle memorandum firmato a suo tempo da Conte sulla «Via della Seta». Un patto, quello stretto dall’avvocato del popolo col compagno Xi Jinping nel 2019, che è passato alla storia non come una grande opportunità commerciale, ma come il più clamoroso autogol geopolitico del nostro Paese dai tempi del dopoguerra. Vi ricordate le fanfare? Conte, in pompa magna, ci raccontava che saremmo diventati l’hub europeo della Cina, che avremmo venduto arance e navi a Pechino, ignorando - o facendo finta di ignorare - i diktat di Washington e la diffidenza di Bruxelles. Un’intesa «limpida», la definì. In realtà fu una «supercazzola» diplomatica che ci ha isolato nel G7, trasformandoci nel vaso di coccio tra i vasi di ferro. Oggi Conte, con la faccia tosta che lo contraddistingue, si vanta e dice che rifarebbe tutto, criticando l’uscita da quell’accordo. Ma cosa c’è da rifare? Conte ha spalancato le porte ai cinesi in settori strategici, dai porti di Trieste e Genova alle telecomunicazioni, senza ottenere alcuno dei vantaggi commerciali promessi. Al contrario, il saldo commerciale è peggiorato, e gli unici ad aver guadagnato sono stati i mandarini di Pechino. Ecco, per completare lo zoo contiano, il ritorno della sinistra Panda anche no. Per cui attenti a quei due, noi siamo e vogliamo restare occidentali.
Up patriots to arms. Donald Trump sollecita le case automobilistiche a riconvertire a scopi bellici almeno una parte delle loro linee produttive: meno tubi di scappamento, più cannoni.
La notizia l’ha data il Wall Street Journal: il Pentagono è in contatto con i vertici di diverse aziende, alle quali ha chiesto di fabbricare armi e munizioni. Già da mesi - da prima, cioè, che scoppiasse la guerra in Iran - alcuni alti funzionari hanno tenuto una serie di incontri con le società statunitensi, convocando, tra gli altri, gli amministratori delegati di General Motors, Mary Barra, e di Ford, Jim Farley. Ai colloqui hanno partecipato anche Ge Aerospace e, dal mese di novembre, la Oshkosh, compagnia del Wisconsin, che già assembla mezzi per il trasporto delle truppe, ma che ancora trae il grosso dei suoi 10 miliardi e mezzo di dollari di ricavi dal mercato civile. Un rappresentante del ministero di Pete Hegseth, al quotidiano newyorkese, ha detto che il Dipartimento è «impegnato ad allargare rapidamente la base industriale della difesa, facendo leva su tutte le soluzioni commerciali e le tecnologie disponibili, allo scopo di assicurare che i nostri combattenti mantengano un vantaggio decisivo». Di recente, il dicastero della Virginia ha proposto l’approvazione di un bilancio monstre da 1.500 miliardi, giustificandolo con la volontà di investire in munizionamento e droni. Due asset cruciali per i conflitti del futuro, che saranno sempre più automatizzati, ma che - e lo si è visto nell’Est Europa - possono anche inasprirsi lungo linee d’attrito, nelle quali le capacità di rifornire di continuo l’artiglieria fanno la differenza.
In effetti, la mossa del governo Usa si è resa necessaria a causa del progressivo assottigliamento delle scorte, dopo anni di aiuti all’Ucraina, sostegno a Israele e, ovviamente, in seguito ai quaranta giorni di pesanti bombardamenti contro il regime degli ayatollah. Forse è anche per risparmiare risorse che gli Stati Uniti si sono risolti a stabilire una tregua, mentre negoziano con Teheran.
Il fatto che il Pentagono abbia raggiunto le prime imprese verso la fine del 2025 dimostra che gli apparati avevano ben presente il vulnus. Secondo una ricostruzione pubblicata dal New York Times, lo stesso Trump, durante le discussioni nella Situation room sull’invito di Benjamin Netanyahu a unirsi a Tel Aviv contro i pasdaran, sarebbe stato messo in guardia dal generale Dan Caine, il capo dello Stato maggiore congiunto. Quest’ultimo avrebbe segnalato che «una grande campagna contro l’Iran avrebbe ridotto drasticamente le riserve di armamenti americani, compresi i missili intercettori, la cui fabbricazione era stata compromessa da anni di sostengo all’Ucraina e a Israele. Il generale Caine», aggiungeva il giornale della Grande Mela, «non intravedeva alcun percorso chiaro per rimpinguare velocemente queste scorte». Nella sfortunata eventualità in cui si fosse aperto un ulteriore teatro di guerra, quindi, Washington si sarebbe trovata scoperta. Per dire: se domattina la Cina invadesse Taiwan, gli Usa faticherebbero a tenere botta nell’Indo-Pacifico.
L’idea di «precettare» le industrie non è un’esclusiva di The Donald. La Russia e l’Ucraina, per ovvi motivi, hanno messo da tempo gli elmetti sulle catene di montaggio. Anche l’Italia ci aveva fatto un pensierino: giusto un anno fa, il ministro Adolfo Urso aveva proposto di sopperire al calo delle vendite di vetture con la riconversione dell’automotive ai settori della difesa e dell’aerospazio. Gli apripista dovevano essere i tedeschi. A marzo 2025, Rheinmetall aveva manifestato interesse per l’acquisizione dello stabilimento Volkswagen di Osnabrück, da dove sarebbero uscite non più le Golf bensì i carri armati. Non se ne è fatto nulla. Qualche settimana fa, il ceo della casa di Wolfsburg ha quindi annunciato contatti con l’israeliana Rafael advanced defense systems: la Bassa Sassonia sarebbe diventata il sito di produzione di alcuni componenti di Iron dome. La notizia, però, è stata smentita dalla stessa Volkswagen. Passi concreti, invece, li ha compiuti la divisione camion di Daimler, che raddoppierà le dimensioni del suo business militare entro il 2030. Il guaio è che eliminerà 5.000 posti di lavoro, pari al 14% dell’organico: il superiore livello di automazione delle linee belliche non è amico degli operai. Stesso destino toccherà alla Alstom: ci fu un’epoca in cui costruiva treni; adesso ha ceduto l’impianto di Görlitz a Knds, che sforna i tank Leopard 2 e i corazzati Puma. Di 2.000 occupati, al momento della vendita ne erano rimasti 700; Knds ha promesso che ne manterrà solo la metà.
Proprio ieri, peraltro, Ursula von der Leyen si è sentita con il segretario della Nato, Mark Rutte, con il quale ha discusso «di come aumentare la produzione industriale nel settore della difesa in Europa. Dobbiamo investire di più», ha detto la presidente della Commissione Ue, «produrre di più e fare entrambe le cose più rapidamente». A scapito dei lavoratori? Nel frattempo, l’Iran ha comunicato di aver addirittura decuplicato la sua produzione di droni. Se fosse vero, significherebbe che le bombe Usa non sono bastate a tagliare tutte le teste dell’idra islamica.
Chissà se lo svuotamento degli arsenali, oltre alla svolta industriale, favorirà una soluzione diplomatica ai conflitti. Sia in Medio Oriente sia nel Donbass, dove sarebbe vicina un’intesa tra Kiev e gli Usa sulle garanzie di sicurezza. E dove il Cremlino dovrà prendere atto dello stallo sul terreno. Non sarebbe una pace «disarmante», come la vuole Leone XIV, cioè in grado di «aprire i cuori» e di «generare fiducia». Ma di certo, sarebbe «disarmata».
Si preannuncia un’estate di fuoco per i voli. Cresce l’incertezza legata alle prospettive nebulose del conflitto iraniano. Mentre dal presidente degli Stati Uniti arrivano messaggi che sembrano improntati a un cauto ottimismo, alcuni dei settori più esposti cominciano a fare i conti con un quadro in cui alcuni prodotti energetici potrebbero vedere drasticamente ridotta la loro disponibilità. Il caso più eclatante è quello del trasporto aereo.
L’Iea (l’Agenzia internazionale dell’energia), organizzazione intergovernativa fondata da 29 Paesi, ha lanciato l’allarme. Fatih Birol, direttore esecutivo dell’Agenzia, in una intervista ha detto che l’Europa potrebbe trovarsi a breve di fronte a una grave emergenza per il trasporto aereo. Le scorte potrebbero addirittura durare solo 6 settimane a causa del blocco di Hormuz, che fa registrare pesanti ripercussioni sulle forniture di jet fuel. Secondo Birol in assenza di una rapida risoluzione del conflitto le compagnie aeree saranno costrette a introdurre cancellazioni di voli nel medio periodo. Prospettiva che potrebbe avere impatti significativi sulla mobilità dei passeggeri, sul turismo, il commercio e le catene logistiche con un impatto negativo importante su tutta l’economia.
Intanto la Ue è al lavoro per mettere a punto un piano rivolto al carburante per aerei, prodotto che l’Europa importa per circa il 75% dal Medio Oriente con una dipendenza superiore a quella di qualsiasi altro combustibile per trasporto. La Commissione sta elaborando una strategia che dovrebbe essere presentata il 22 aprile basata su tre punti: monitoraggio della capacità di raffinazione per massimizzare la produzione interna; misure per garantire che le raffinerie operino nella massima capacità evitando fermi per manutenzione; infine acquisti congiunti di cherosene. Un altro capitolo riguarderebbe la possibilità di coordinare i membri della Ue per le scorte di jet fuel, un prodotto per il quale non esiste un obbligo di riserve e che quindi vede comportamenti disomogenei tra i vari Stati.
In attesa di Bruxelles, le compagnie cominciano a fare i conti con le difficoltà.
Klm, ad esempio, ha annunciato la cancellazione di 160 voli in Europa nel prossimo mese con la motivazione dei rincari del cherosene ma precisando che non ha problemi di carenza di jet fuel. Peraltro, nonostante i disagi, i voli soppressi rappresentano meno dell’1% dell’offerta della compagnia. Decisione simile anche per l’elvetica Edelweiss che ha modificato il planning relativo agli Stati Uniti e all’Oman, in questo caso a causa del calo della domanda oltre all’aumento del prezzo del carburante. L’adeguamento riguarda in particolare i collegamenti con il Nord America nel programma estivo. I voli verso Denver e Seattle sono stati eliminati completamente, mentre sulla rotta per Las Vegas le frequenze verranno ridotte nella tarda primavera e in autunno. Nel programma invernale 2026/27 verranno cancellati i collegamenti verso Mascate e Salalah, in Oman. I passeggeri già in possesso di biglietti per le destinazioni interessate saranno reindirizzati su collegamenti alternativi, oppure saranno rimborsati.
La crisi energetica sta facendo sentire i suoi effetti sui conti economici di alcuni vettori. La britannica low cost EasyJet ha annunciato una perdita pre tasse tra 540 e 560 milioni di sterline per il semestre ottobre-marzo, a fronte dei 394 milioni di sterline della prima metà del 2024-25 e ha segnalato che il conflitto in Medio Oriente ha causato un aumento dei costi del carburante di 25 milioni nel mese di marzo. Con l’estate alle porte, la situazione già grave, rischia di esplodere. Il ceo, Kenton Jarvis, ha affermato che la domanda resta sostenuta ma i risultati finanziari sono peggiorati. Pesa anche l’atteggiamento prudente dei passeggeri che a fronte della situazione incerta, tendono a posticipare le prenotazioni. Nonostante questo EasyJet dice di aver registrato a Pasqua la sua migliore performance di questo periodo a dimostrazione che la situazione è caratterizzata da estrema volatilità. Secondo quanto riporta The Guardian, EasyJet resta comunque fiduciosa riguardo alle forniture di carburante: sebbene abbia coperto il 70% del proprio fabbisogno per il resto dell’anno fiscale fino a settembre, ha però evidenziato che ogni variazione di 100 dollari nel prezzo spot del carburante per aerei per tonnellata metrica comporta un aumento di 40 milioni di sterline nei costi per le forniture non coperte – e attualmente il prezzo è di circa 800 dollari superiore a quello precedente all’inizio del conflitto. Jarvis, come riferito dal quotidiano londinese, ha definito pura speculazione qualsiasi ipotesi di dover cancellare voli. Una possibilità che invece era stata sollevata dal ceo di Ryanair, Michael O’Leary per la fine dell’estate qualora lo stretto di Hormuz dovesse restare chiuso.
Jarvis ha infine dichiarato: «Abbiamo visibilità fino a metà maggio e non abbiamo preoccupazioni».
