Papa Francesco (Imagoeconomica)
Ex consigliere della Corte d’Appello di Torino
Ho vissuto le vicende dell’Associazione nazionale magistrati fin dai tempi del cosiddetto «caso Palamara». Già pm al tempo della Brigate rosse, quando prendevo il tram tutti i giorni, senza scorta, ho poi proseguito la mia carriera come giudice penale. Avendo la specializzazione in prevenzione infortuni e tutela del lavoro, spesso mi son trovata a giudicare amministratori pubblici, sindaci e assessori.
Ai giornalisti che mi chiedevano se sapessi il loro colore politico, ho sempre risposto che non mi interessava, così sono stata definita a volte come estremista di destra o di sinistra, secondo i casi. Non mi son mai occupata di politica, perché amministrare la giustizia vuol dire offrire un servizio alla collettività, non ricercare potere o visibilità. Questo è uno dei motivi per cui mi sono schierata da tempo per il sorteggio dei giudici che devono esser componenti del Consiglio superiore della magistratura e, oggi, per il Sì al referendum. Il fatto che già quattro anni prima di ogni elezione le varie correnti abbiano i loro candidati «in pectore» porta a ritenere di tutta evidenza che esiste una forma di «mandato diretto» dalle singole correnti ai componenti che verranno eletti. Questa osmosi può essere eliminata attraverso il sorteggio.
Quale il vantaggio? Finisce la cooptazione e si inserisce un elemento di democrazia, già ritenuto indispensabile da Aristotele, fino a Rousseau e Montesquieu, per rendere effettiva la separazione dei poteri, indispensabile per la democrazia stessa. Questo renderà più liberi i magistrati, specie i più giovani, evitandogli di doversi inserire in una corrente per poter avere sicurezza di una carriera serena e consentendogli di gestire finalmente in piena autonomia la giurisdizione loro attribuita. Il criterio per l’attribuzione di incarichi direttivi, che prevedeva come preferenziale l’unico effettivamente oggettivo, «l’anzianità senza demerito», è stato abolito consentendo in tal modo alle correnti di promuovere coloro che erano ideologicamente più vicini e affidabili, aumentando la discrezionalità delle correnti e la spartizione delle influenze. Con il sorteggio si viene a sminuire in modo significativo il legame diretto fra correnti e Csm, dando respiro a quei giudici indipendenti che si battono per una magistratura veramente terza e garante di equidistanza ed equilibrio per tutti i cittadini. Nel 2022 un referendum interno all’Anm aveva certificato che il 42% dei magistrati era favorevole al sorteggio e, in passato, numerosi governi di sinistra hanno inserito nel proprio programma elettorale il sorteggio.
Qualcuno ha affermato che potrebbe essere rischioso affidare a giudici «non qualificati» l’attività svolta nel Csm, tuttavia occorre fare due osservazioni. Quale garanzia dà un giudice scelto da una corrente più per le sue qualità «comunicative» e di «buon soldatino» che per competenza e terzietà? I giudici che possono esser nominati o scelti per il Csm devono avere un’anzianità di almeno 12 anni e questa mi pare una garanzia di competenza nell’organizzazione interna del sistema giustizia, certamente maggiore rispetto a quella ideologica. Un giudice che può interferire pesantemente nella vita di imputati, parti lese e rapporti fra i cittadini può essere definito incapace di gestire la carriera dei colleghi con raziocinio e obiettività? Se un giudice sorteggiato non si sente all’altezza, potrà non accettare l’incarico, mentre chi viene scelto e sponsorizzato nella propria campagna elettorale da una corrente, può essere veramente terzo, dovendo decidere fra più aspiranti a una promozione o avanzamenti di carriera?
Negli anni passati non sono mancati gli scambi di favori fra gli aderenti alle correnti, secondo il principio sempre valido «io faccio un favore a te e tu ne fai uno a me», ma anche le bocciature eccellenti come quella di Giovanni Falcone, sconfitto e isolato dal punto di vista professionale dal Csm nel 1988, nonostante fosse un pioniere del pool Antimafia. Da qui le conseguenti limitazioni per il suo metodo investigativo. Le sue idee furono definite come «antidemocratiche» dalla stessa Anm e fu ostacolata e criticata la sua nomina a Procuratore nazionale antimafia fino alla sua tragica scomparsa nel 1992. Non pare sufficiente il mea culpa odierno per ritenere che il metodo correntizio sia terminato e l’attuale presa di posizione dell’Anm sulla normativa appare ispirata alla strenua conservazione del potere para-politico acquisito più che volta alla difesa effettiva dei principi democratici della Costituzione.
Interessante è in particolare il richiamo fatto dal nuovo articolo 105 della Costituzione alla «valutazione di professionalità» in sostituzione della dizione «promozioni», che sottende una disamina approfondita dei provvedimenti del singolo magistrato non solo numerica, ma anche e soprattutto di aderenza alle norme, come maggior tutela del cittadino di fronte alla legge.
L’articolo 111, riformato nel 1999, sancisce il principio del giusto processo, affermando che occorre il contraddittorio delle parti in condizioni di parità davanti a un giudice terzo e imparziale. L’attuale riforma viene a dar concretezza a questa affermazione separando l’accusa dal giudicante. Troppo spesso, per esperienza personale, specie in secondo grado, ho constatato, nelle sentenze dei giudici di merito, un appiattimento sulle argomentazioni dei pubblici ministeri, motivando anche solo con stralci delle conclusioni dell’accusa, senza nessun ragionamento e motivazione propria sulla scelta fra condanna o assoluzione. A questo punto appare chiaro che un giudice terzo è importante, come lo è l’arbitro in una partita di calcio, che non è il dodicesimo uomo, a seconda delle simpatie o convenienze, ma colui che decide secondo equità senza far il tifo per l’amico di corrente.
In più, il sorteggio non è estraneo al nostro ordinamento: viene utilizzato per scegliere i giudici che devono valutare il presidente della Repubblica in caso di messa in stato d’accusa, per selezionare i membri del tribunale dei ministri, per comporre la giuria popolare della Corte d’Assise, per individuare i revisori dei conti o formare le commissioni dei concorsi pubblici, le commissioni d’esame dei futuri magistrati, dei concorsi universitari, quelle aggiudicatrici degli appalti. Tutti sanno che il sorteggio, per assegnare cariche pubbliche o formare organi deliberativi, ha l’obiettivo di ridurre la corruzione e le lobby e viene descritto infatti, come una forma di «igiene istituzionale».
Al proposito ricordo un episodio personale, quantomeno singolare. Avendo dato disponibilità per esser nominata nella rosa dei candidati fra cui scegliere con sorteggio gli esaminatori e avendo tutti i titoli per tale nomina, come risultava dal mio curriculum, mi veniva comunicato dalla segreteria di un componente del Csm che ero stata inserita nell’elenco. Ma il giorno successivo il mio nome era stranamente scomparso. Lo stesso membro del Csm, da me interpellato, mi assicurò che il giorno prima lo aveva visto sicuramente. Lascio a chi legge ipotizzare che cosa possa essere accaduto. Con tutta evidenza il mio era un nome sgradito e poco adatto a giudicare i giovani magistrati secondo specifici orientamenti che, con la giustizia, temo, abbiano poco da spartire.
Passando al tema dell’Alta Corte di giustizia, la riforma non tocca le percentuali di membri togati e non togati, sotto la direzione imparziale del presidente della Repubblica, cui spetta la nomina di tre giudici. Avere un organismo diverso da quello che decide sulle carriere è importante per ottenere un’effettiva responsabilizzazione dei magistrati riguardo alle proprie sentenze, che devono essere frutto di ragionamenti lineari, esenti da protagonismo o da ispirazioni politiche. Spesso abbiamo visto come campagne di accusa prima hanno squassato la vita dei cittadini e poi, in anni successivi, sono finite nel nulla (il caso di Enzo Tortora è l’emblema di questo malcostume), senza che siano seguite le giuste sanzioni. I magistrati che hanno giudicato Tortora hanno fatto tutti splendide carriere, quelli che si intrattenevano con Palamara, fra autorizzazioni a procedere negate e aut aut all’uso di intercettazioni o interrogatori e testimonianze, hanno proseguito la carriera sotto l’ala protettrice delle correnti. Additando Palamara come unico responsabile e capro espiatorio, pur avendone condiviso l’opera, sono stati nominati al Csm o hanno intrapreso la carriera politica.
Occorre porre fine a questo malvezzo di proteggersi all’interno di una professione, purtroppo comune a troppi Ordini, specie in un settore così delicato come la magistratura, che giudica e influisce pesantemente con le proprie decisioni sulla vita non solo di imputati, ma di famiglie, della collettività, lasciando negletta la giustizia spicciola che non fa notizia, pur essendo quella che la gente comune vuole: un giudizio giusto, equo e imparziale, con un giudice che svolge un servizio: rendere a ciascuno il suo, anche nei processi che danno poca visibilità. Conosco tanti magistrati, di cui non sentirete mai il nome al di fuori delle aule di tribunale, che lavorano quotidianamente con abnegazione perché, come me, credono nella giustizia. Potete chiamarli «peones» e si distinguono da quelli che, invece, privilegiano al lavoro le pubbliche relazioni, trovando ampio spazio nelle correnti dell’Anm. I giovani giudici, lungi dall’aver timore per questa riforma come ipotizzato da una collega, saranno finalmente liberi di render giustizia secondo le norme e la propria coscienza e non per compiacere coloro da cui dipende la loro carriera.
Non sono pochi i magistrati che sono favorevoli al Sì: la verità è che molti, come tanti mi hanno confidato, non osano dichiararsi apertamente per paura di ritorsioni. Purtroppo, oggi, se non si è simpatizzanti o iscritti a una corrente, più facilmente si viene attaccati nella propria professionalità, anche attraverso monitoraggi nascosti dei provvedimenti dei magistrati sgraditi.
Questo referendum, quindi, non tradisce i Padri costituenti, ma attua il giusto processo accusatorio, con una netta separazione dei ruoli, riscontrabile in ben 23 Stati della Comunità europea, senza dovere evocare Putin o altri dittatori. Nella nuova dizione non vengono toccati gli articoli che confermano che la magistratura è un organo autonomo e indipendente da ogni altro potere, i magistrati sono inamovibili e il pubblico ministero gode delle garanzie stabilite dalle norme sull’ordinamento giudiziario. Di fronte a queste considerazioni, appare evidente come debba essere espresso un Sì convinto alle norme modificate, per una giustizia equilibrata e rispondente alle aspettative di tutti coloro che, per qualsiasi motivo, non solo come imputati, debbono ricorre al tribunale per avere quella giustizia, rappresentata, è vero, come cieca, ma con una bilancia in mano, simbolo della sua equidistanza dalle parti.
Lo ha detto il capo delegazione della Lega al Parlamento europeo Paolo Borchia in un'intervista a margine della plenaria di Strasburgo.
Stiamo passando giorni a raccontare la devastazione delle vite di innocenti compiute da taluni magistrati: i giorni in carcere (per alcuni mesi o addirittura anni); lo spettro di un buco nero contro il quale non vedi altra via d’uscita se non la voglia di farla finita perché tutto attorno a te crolla; la montagna di soldi spesi per contrastare un’accusa che ti sommerge con intercettazioni e quant’altro. Storie di innocenti considerati già colpevoli per effetto dei processi mediatici, la cui eco proseguirà anche dopo che un magistrato veramente terzo vede la tua innocenza, dopo che altri si erano appiattiti sulle tesi del pubblico ministero.
In questo contesto, il procuratore Nicola Gratteri ricorda ai giornalisti del Foglio i tempi che i codici prevedono per promuovere un’azione penale e un’azione civile: «Tanto dopo il referendum con voi faremo i conti, tireremo su una rete». È un suo diritto, per carità, come lo è per tutti i cittadini; ma Gratteri è anche un magistrato e quindi dovrebbe sapere benissimo che il peso di un avvertimento lasciato in sospeso così è differente. Quella sottolineatura temporale - «Dopo il referendum» - potrebbe sottintenderne anche una ipotetica che si appiccica alla ratio della riforma, ossia la separazione delle carriere: dovesse vincere il No, ci rivediamo con le regole vecchie. Non è così? Meglio, ma il dubbio c’è eccome.
Il procuratore Gratteri, dopo aver messo nello stesso sottoinsieme delle «persone non per bene», indagati e imputati come se già fossero colpevoli, oggi ci avvisa che è meglio stargli alla larga anche quando c’è, scherzosamente, di mezzo Sal Da Vinci. Non sono al corrente delle «speculazioni» che avrebbero compiuto i colleghi del Foglio, ma la risposta ci induce a supporre che egli voglia parlare solo con certi giornalisti e non con altri. Eh no, non funziona così, signor giudice.
Al capo dello Stato, sempre così attento ai toni e agli equilibri tra poteri, va bene questo andazzo? Va bene che un procuratore possa pre-avvertire dei giornalisti di future azioni legali? O di non chiare «reti» da tirare? Sì, lo so che a questo punto devo scrivere che anche il capo di gabinetto del ministro Nordio, Giusi Bartolozzi, ha pronunciato parole gravissime e non ho problemi a ripetere quel che ho già detto l’altra mattina a Omnibus (e cioè che non c’è contesto che regga: un capo di gabinetto non dovrebbe nemmeno andare in tv a fare campagna elettorale), ma in questo caso il peso dei poteri e delle funzioni di un magistrato e quello di un alto dirigente ministeriale sono differenti. Dunque, quei retroscena che dal Quirinale finiscono quotidianamente sui giornali non ci riferiscono alcuna voce, alcuna indiscrezione, alcuno spazientirsi da parte del presidente Mattarella?
Da qui al voto del 22 e 23 marzo mancano esattamente i giorni più caldi, la campagna elettorale si infiammerà sempre di più, per questo non mi pare un caso - mi sbaglierò - che Gratteri abbia avvisato il Foglio per avvisare tutti: state attenti perché «dopo il referendum» lui compilerà la lista dei cattivi, al netto del clima di una campagna referendaria che anch’egli ha contribuito a scaldare. Che egli subisca minacce da parte delle mafie lo sappiamo e mai una volta ci siamo permessi di fargli venire meno il sostegno e la vicinanza, ma queste minacce non possono essere messe sullo stesso piano di un dibattito dove non ci sono criminali ma giornalisti che fanno domande, magari urticanti ma sempre e solo domande. Così come anche tra i giornalisti ci sono opinioni forti, radicali, a sostegno delle ragioni del Sì che pertanto divergono nettamente dal pensiero di Gratteri: se ne faccia una ragione perché non siamo in un dibattimento processuale.
Aggiungo infine che sarebbe stato un segnale positivo se anche i giornalisti che «coccolano» il procuratore capo oggi in forza a Napoli si fossero esposti criticamente e nettamente nei riguardi di Gratteri: davvero si può sentire dire da un magistrato «Tanto dopo il referendum, con voi del Foglio faremo i conti»? Davvero quel «tireremo su una rete» può essere liquidata come frase innocente? Ricordo che in certe Procure d’Italia per frasi del genere si sono montate indagini con accuse pesantissime, costate persino il carcere preventivo.
Non ho mai avuto particolari dubbi sulle ragioni del Sì, ma oggi più che mai spero fortissimamente che i magistrati dell’accusa siano ben separati e ben distinti dai giudici giudicanti, che abbiano carriere separatissime, Csm autonomi e differenziati.
Ps. Dottor Gratteri, spero che non ritenga questo articolo offensivo, perché altrimenti la democrazia sarebbe molto ma molto a rischio.
Le Fiamme gialle del Comando provinciale Udine e Verona, nel corso del costante controllo economico del territorio e delle principali arterie ferroviarie, hanno sottoposto ad ispezione alcuni vagoni ferroviari «tank container» adibiti al trasporto di sostanze chimiche e destinati verso il sud Italia.
I successivi approfondimenti compiuti dai militari del Nucleo di Polizia Economico Finanziaria di Udine, con la collaborazione dei colleghi veronesi, hanno permesso di accertare come alcuni di questi, in particolare due, fossero accompagnati da documentazione che, genericamente, evidenziava il trasporto di olio lubrificante proveniente dall’est Europa e destinato presso un non meglio specificato cliente bulgaro ma con luogo di consegna nella penisola.
Attese le varie anomalie riscontrate, i finanziari hanno deciso di verificare il contenuto dei «tank container» accertando come il prodotto contenuto presentasse le medesime caratteristiche del gasolio per autotrazione, noto come «Designer Fuel», commercializzato illecitamente in evasione d’imposta.
L’attività ha permesso quindi di sequestrare 64.000 litri di prodotto – di fatto gasolio idoneo all’autotrazione - fraudolentemente sottratto al pagamento delle imposte.
Le attività d’indagine adesso proseguono al fine di ricostruire l’intera filiera illecita ed individuare quello che doveva essere il reale destinatario del carico illecito.
Il risultato conseguito, dimostra l’impegno del Corpo della Guardia di Finanza profuso nel contrasto alle frodi nel settore delle accise, che arrecano gravi danni alle entrate dello Stato e comportano effetti distorsivi alle regole della libera concorrenza a tutela dei cittadini onesti, considerando, inoltre, che i prodotti energetici chimicamente alterati possono determinare rischi sia per l’ambiente che per la sicurezza della circolazione stradale.
