Papa Francesco (Imagoeconomica)
Stoico Enrico Mentana. Anche l’altro ieri sera, lunedì 4 maggio, ha dato puntuale lettura - in verità, con l’aria di chi sbrigava una pratica più per dovere che per piacere (ma forse andava di fretta perché era in ritardo sui tempi della scaletta) - dei risultati del sondaggio settimanale che per il TgLa7 realizza Swg.
Tutto un balletto di zeri. +0 virgola, -0 virgola. Forza Italia di Antonio Tajani perde lo 0,2% planando al 7,5. Avs, l’Alleanza Verdi e Sinistra del Gatto & il Gatto, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, conquista uno 0,2 salendo al 6,9. E i partiti più grandi? Fratelli d’Italia è sempre primo con il 28,8%, in discesa di uno 0,3 rispetto al 27 aprile. La Lega di Matteo Salvini cala meno, di uno 0,1, al 6,1%. Noi moderati di Maurizio Lupi è invece l’unico partito di governo che negli ultimi sette giorni è salito: di uno 0,1, arrivando all’1,2%. Il Pd di Elly Schlein resta sempre la principale forza d’opposizione, con il 21,8 % (+0,2). Mentre il M5S di Giuseppe Conte perde lo 0,1%, scendendo al 12,4. I rimanenti «cespugli» sono sempre sotto il 4%. Azione di Carlo Calenda e +Europa crescono entrambi dello 0,1%, rispettivamente al 3,5% e all’1,6%. Italia viva di Matteo Renzi guadagna nientepopodimeno che lo 0,2 toccando il 2,5%. Mentre è stabile il Futuro nazionale di Roberto Vannacci, al 3,6%. So what, chioserebbero a questo punto gli analisti anglosassoni. Embè?, commenterebbero a Trastevere.
Che senso ha questa tarantella di mini-frane e di mini-avanzate? Quale fotografia delle intenzioni di voto degli italiani (almeno di quelli «sondati») ci restituisce un appuntamento che registra capillarmente ogni settimana le loro variazioni, con micro-spostamenti in cui l’unico dato che raggiunge la soglia dell’1% è quello relativo a chi «non si esprime», passato dal 29 al 28%?
Il monitoraggio permanente non è una abitudine (legittima) solo del TgLa7. Solo negli ultimi cinque giorni sono arrivate anche le rilevazioni del Tg3, alle 19 di giovedì 30 aprile. E quella Ipsos/Doxa del Corriere della Sera, con le riflessioni di Nando Pagnoncelli, venerdì primo maggio. Senza dimenticare la Supermedia Agi/Youtrend del 30 aprile, che non è una semplice media aritmetica dei sondaggi che vengono pubblicati, ma «una media “ragionata”, cioè con diversi tipi di ponderazione, che serve a restituire un quadro quanto più realistico possibile delle intenzioni di voto».
Un quadro politico piuttosto stagnante rispetto al quale sembra però emergere una certa qual soddisfazione di poter annunciare che «il centrosinistra ha superato il centrodestra». E finalmente, verrebbe da aggiungere: dopo quattro anni di storytelling apocalittico, con «disastri» uno via l’altro, con l’Italia fatta precipitare nel «baratro» economico, con l’esplosione di «scandali» a ripetizione, la «corruzione galoppante», le «camicie nere dilaganti», e altre calamità da far invidia alle piaghe d’Egitto, solo oggi le forze di opposizione sono arrivate al sorpasso. Di quanto? Di un punticino, per Youtrend.
Ma il dato striminzito consente per esempio a Repubblica di titolare «Il campo largo aumenta il vantaggio sul centrodestra», con «lo scarto più ampio in questa legislatura». Non diversamente dal Corriere: «Il centrodestra (Vannacci incluso) in discesa, per la prima volta è dietro al campo largo». Solo che poi uno legge l’articolo e scopre che la situazione è meno definita (e definitiva) di quanto sembri. Intanto, scrive Pagnoncelli, «i risultati delle coalizioni possibili sono molto vicini». Il centrodestra nel suo insieme - Fdi, Fi, Lega, Nm e Fn vannacciano - arriva al 46,1%. Il centrosinistra - Pd, M5s, Avs, +Europa, Iv - al 46,6%. Quindi il punto in più di Youtrend qui si dimezza.
Ma curiosamente il partito di Giorgia Meloni è in ogni rilevazione sempre quello più «scelto». E se anche cala, come segnala il Corriere, al 26,2%, che è più basso della percentuale (su voti veri) del 28,8% alle Europee, è ancora sopra al 26% preso alle Politiche. Non solo: il gradimento nei confronti dell’esecutivo è risalito dal 40 di fine marzo, cioè a ridosso della scoppola rimediata al referendum sulla giustizia, al 41 di oggi.
Stessa musica per Meloni: il gradimento nei suoi confronti è salito addirittura di 2 punti da fine marzo, dal 40 al 42%. Eppure, il messaggio che si sta facendo passare è quello di un deciso cambio di umori dell’opinione pubblica.
Lo stesso Tg3, nel pubblicizzare i risultati del sondaggio Emg (che si apre con una domanda: «Nell’ipotesi si torni a votare, lei pensa di recarsi alle urne?», ha risposto sì il 62%), ha dato conto di quella successiva, «Se sì, per quale partito voterebbe?», assemblando maliziosamente i dati. Così, anche graficamente, il centrosinistra appare soverchiante con il 45,6%, ma anche qui la «forbice» è minima, stante il 45% della maggioranza di governo, cioè dei quattro partiti che la compongono. Ma attenzione: senza Vannacci, che in questa rilevazione è quotato al 3,2%. Dettaglio tutt’altro che marginale. C’è di che rimanere disorientati. Proprio come davanti alle interpretazioni sui numeri del referendum. «L’Italia volta pagina, l’Italia archivia la parentesi del governo della peggior destra di sempre» etc, i commenti a botta calda.
Con l’autorevole distinguo di Nicola Gratteri, uno dei vincitori della consultazione, che il 9 aprile, ospite su La7, ha spiegato: «Tutti quei voti al No non sono al centrosinistra; ci sono almeno 3 milioni di voti che arrivano dal centrodestra». E qui il mio spaesamento ha avuto un’impennata. Perché se è corretto osservare che i 14.462.758 milioni di voti per il No non sono tutti da accreditare al centrosinistra, meno comprensibile risulta il calcolo sui cosiddetti «flussi» che avrebbero spostato 3 milioni di voti dal Sì al No. Perché i 12.447.077 presi dal Sì sono addirittura superiori ai 12.305.014 voti incassati dai quattro partiti di governo alle elezioni del 2022. Se dunque tre milioni di elettori di centrodestra si sono espressi a favore del No, ciò significa che quel «buco» è stato coperto da altrettanti consensi provenienti da sinistra per il fronte del Sì. O no? Si dirà: ma è un ragionamento «spannometrico». Può darsi. Ma non è tanto dissimile da quello di chi, da sinistra, sta suonando la grancassa della palingenesi prossima ventura, ciurlando nel manico e sperando in una profezia che si autoavveri.
Avevano tanto brigato per far vincere in Romania il «loro» candidato europeista e ostile a Putin, e ora i socialisti europei devono ricominciare daccapo: il liberale Ilie Bolojan è stato sfiduciato ieri dal Parlamento con una maggioranza assolutamente trasversale formata da forze di destra e dai socialisti democratici che pure erano nella maggioranza.
La colpa? Le politiche del governo all’insegna dell’austerità, esattamente come voleva Bruxelles. Peccato che la cura da cavallo stesse già facendo montare la protesta dei lavoratori: e così, prima di vedere la Romania paralizzata da scioperi e proteste di piazza, la democrazia parlamentare ha sfiduciato il premier e tutto il governo dopo nemmeno un anno di operatività. Decisivo è stato il Partito socialista che pure aveva già «avvisato» il premier chiedendo poco tempo fa le sue dimissioni e ritirando i propri ministri in polemica con le «riforme» economiche che stavano aggravando le condizioni del Paese. Intanto nei sondaggi avanza Alleanza per l’Unione dei rumeni (Aur) di George Simion, che spera di guidare il governo di Bucarest.
Forse proprio per questo i socialisti del Pse provano a difendere il risultato delle elezioni: «Subito un governo europeista con un nuovo leader del Partito socialista democratico», hanno dichiarato per scongiurare l’ipotesi - mai avvenuta precedentemente - di elezioni anticipate, e puntando a un governo di minoranza per fermare l’avanzare della destra. Qualcuno ricorderà che a Bruxelles avevano brigato parecchio per arrivare all’esito di un governo filo Ue e che rompesse i legami con la Russia. Così, una sentenza senza precedenti della Corte costituzionale romena aveva cancellato l’esito del primo turno delle elezioni presidenziali del 2024, vinto dal candidato Calin Georgescu, considerato di estrema destra e filoputinano. Dopo quella clamorosa decisione, Georgescu (che, ribadiamo, era stato scelto dal popolo) venne arrestato e liberato solo quando ebbero la certezza di averlo estromesso dalle elezioni bis. Eliminato il competitor, fu agevole per Bolojan vincere le elezioni contro il delfino di Georgescu, Simion, e governare. Peccato per lui che la cura imposta da Bruxelles non coincidesse con gli interessi nazionali e il sentimento popolare: così una duplice mozione di sfiducia ha messo premier ed Europa in fuorigioco.
Sarà interessante vedere cosa s’inventeranno le Von der Leyen e i Dombrovskis della situazione, pretoriani convinti delle ricette della euro-casa, le stesse che stanno impedendo per esempio al governo italiano quella elasticità che servirebbe per aiutare famiglie e imprese. Il Pse, dicevamo, spinge per riaffidare il governo a «mani amiche», ammesso che riesca a superare l’esame del Parlamento e soprattutto il malcontento dei romeni. «La Romania ha bisogno di chiarezza, stabilità e una leadership che dia risultati ai suoi cittadini», ha dichiarato il segretario generale del Pse, Giacomo Filibeck. «Un governo pienamente operativo è essenziale per garantire i finanziamenti europei, assicurare la continuità istituzionale, proteggere i posti di lavoro, salvaguardare la coesione sociale e rispondere alle continue pressioni sul costo della vita». Vedremo se l’indicazione che arriva dall’Unione basterà a trovare un’intesa. O se invece il clima contro Bruxelles in Romania rimetterà in pista la destra, come abbiamo visto recentemente in Bulgaria, dove ha trionfato l’ex presidente bulgaro Rumen Radev con il 44,7%, puntando su un programma in opposizione alle indicazioni della Commissione Von der Leyen e con aperture, specie sull’energia, alla Russia di Putin. Una vittoria che ha mobiliato un numero enorme di elettori. Radev, al contrario di Bolojan, si è opposto fin da subito alle indicazioni della Ue proponendo, oltre al contrasto alla corruzione, protezione per le fasce più deboli dall’inflazione e opposizione al sostegno militare ed economico all’Ucraina: «Ogni risorsa serve al mio popolo». Durerà? Il consenso è indubbio, bisogna vedere se dall’Europa non partiranno macchinazioni. A maggior ragione ora che in Romania tutto è tornato in alto mare.
Quel che è accaduto servirà da campanello d’allarme sull’efficacia sociale del rigorismo miope della Commissione? Vale soprattutto in questi giorni di grande difficoltà per i conflitti: come si fa a pensare che i cittadini possano accettare un indebitamento degli Stati membri per comprare armi ma non per far fronte ai rincari energetici? Persino un realista come il nostro ministro Giorgetti spinge per uno scostamento di bilancio: figuriamoci se i cittadini ancor più in difficoltà di Romania e Bulgaria non premiano programmi euroscettici. L’affanno di Bruxelles affinché a Bucarest arrivasse un filo-europeista contro quel «fascista» di Georgescu non ha garantito il risultato: oggi in Romania quella destra che cacciata dalla porta può rientrare dalla finestra.
Mentre tratta con Washington sui dazi e rivendica una sempre più urgente autonomia tecnologica, l’Unione europea apre un canale diretto con una delle aziende simbolo dell’Intelligenza artificiale americana (peraltro «nemica» di Donald Trump).
E il paradosso è evidente: Bruxelles rischia di trasformarsi in una cavia per tecnologie sviluppate Oltreoceano proprio mentre prova, almeno sulla carta, a emanciparsene. In queste ore, infatti, sono in corso contatti con Anthropic per sottoporre banche e imprese europee ai test del suo nuovo modello. «In effetti ci sono contatti con Anthropic», ha confermato il commissario europeo all’Economia, Valdis Dombrovskis, spiegando che la società americana ha già illustrato alla Commissione Ue le «capacità e i rischi informatici» dello strumento. L’obiettivo dichiarato è offrire alle aziende europee «la possibilità di effettuare questi test di resilienza informatica». Ma dietro la formula tecnica affiora una questione ben più politica: chi controlla davvero le tecnologie che garantiscono la sicurezza del sistema finanziario? Il modello in questione, noto come Mythos, è in grado di individuare vulnerabilità anche sconosciute nei sistemi informatici, le cosiddette «falle zero-day». Una capacità che lo rende prezioso per rafforzare la cybersicurezza delle banche, ma anche estremamente pericoloso. Non a caso, lo stesso Dombrovskis ha ammesso che «esistono preoccupazioni circa un potenziale uso improprio» di Mythos e che «l’utilizzo di questo modello è strettamente controllato».
È proprio questo il nodo: l’accesso limitato al sistema e la concentrazione della tecnologia nelle mani di pochi attori americani alimentano i timori delle autorità europee. Il rischio è che, senza un coinvolgimento diretto, il sistema finanziario del Vecchio continente resti esposto a minacce difficili da prevedere. Da qui la spinta dei ministri dell’Eurogruppo ad aprire un dialogo, anche a costo di accettare una posizione di evidente subordinazione. «Non credo che possiamo permetterci il lusso di non cercare di stabilire canali di comunicazione con gli Stati Uniti», ha ammesso il presidente dell’Eurogruppo, Kyriakos Pierrakakis, sottolineando come tecnologie di questo tipo richiedano «quadri di governance internazionale» proprio mentre il multilateralismo appare sempre più fragile. Tradotto: l’Europa non è in grado, almeno per ora, di fare da sola. Tra l’altro, proprio mentre discute con una big tech americana per testare la sicurezza delle proprie infrastrutture, Bruxelles porta avanti un ambizioso piano da 20 miliardi di euro per costruire gigafactory dedicate all’Intelligenza artificiale, con l’obiettivo dichiarato di creare un ecosistema autonomo. Un progetto che, però, sconta ritardi, incertezze e soprattutto l’assenza di veri campioni industriali in grado di competere con i colossi statunitensi. È un bel cortocircuito strategico: da un lato, si investono risorse ingenti per inseguire una sovranità tecnologica che, però, appare ancora lontana; dall’altro, si finisce per affidarsi proprio a quelle tecnologie straniere da cui ci si vorrebbe affrancare.
La questione, in ogni caso, resta aperta. I ministri delle Finanze torneranno a discuterne nei prossimi incontri, consapevoli che «i modelli di intelligenza artificiale di frontiera si stanno evolvendo rapidamente e potrebbero presto presentare sfide di natura potenzialmente sistemica», come ha avvertito ancora Pierrakakis. La partita, insomma, è appena iniziata. Ma il rischio è che l’Europa la giochi, ancora una volta, più da spettatrice - o da cavia - che da protagonista.
È morto a 69 anni Evaristo Beccalossi, simbolo nerazzurro tra anni Settanta e Ottanta. Talento puro e uomo autentico, non il più vincente né il più celebrato, Brera lo soprannominò «Driblossi», mentre l'avvocato Prisco disse che «il pallone giocava con lui». Iconico l'episodio del doppio rigore sbagliato con lo Slovan Bratislava.
Bandiera dell’Inter e icona del calcio italiano fra gli anni Settanta e Ottanta. Nella notte tra martedì 5 maggio e mercoledì 6, Evaristo Beccalossi se n’è andato. Aveva 69 anni, e ne avrebbe compiuti 70 tra pochi giorni.
Un'emorragia cerebrale a gennaio 2025, con 47 giorni di coma e una lunga riabilitazione a Brescia, nella sua città, protetto dai familiari, dagli amici e da qualche compagno di squadra che non l’ha mai abbandonato. Come Alessandro Altobelli, sempre presente anche nei momenti più difficili.
Era uno dei numeri 10 più amati, e non solo dai tifosi nerazzurri. Non uno dei più vincenti né uno dei più celebrati dalla critica. Ma un calciatore di indubbio talento, e un uomo di straordinaria simpatia e autenticità.
Alcuni calciatori si ricordano per i trofei. Altri, invece, per quello che erano e per le emozioni che trasmettevano. Il Becca – così veniva chiamato – faceva parte della seconda categoria, anche se di trofei ne aveva vinti, eccome. Con l'Inter dal 1978 al 1984 216 presenze, 37 reti, uno scudetto nel 1979-80 sotto la guida tecnica di Eugenio Bersellini, una Coppa Italia nel 1981-82, le semifinali di Coppa dei Campioni nel 1980-81. I tifosi dell’Inter ricordano in particolare una doppietta nel derby vinto 2-0 il 28 ottobre 1979, decisivo per l’esito finale vittorioso di quel campionato. Lo incitavano, cantando a squarciagola: «Evaristo, Evaristo, non lo ferma neanche Cristo». Il mitico giornalista sportivo Gianni Brera lo aveva spiritosamente soprannominato «Driblossi», a testimonianza delle sue rare doti tecniche. Persino l’avvocato Peppino Prisco, storico dirigente e vicepresidente dell’Inter, lo aveva così poeticamente elogiato: «Lui non giocava con il pallone, era il pallone che giocava con lui. Lui non lo calciava, l'accarezzava riempiendolo di coccole».
Ma la scena che lo ha reso immortale non è una rete o un trofeo, quanto piuttosto un curioso aneddoto di una domenica di Coppa delle Coppe. 15 settembre 1982, l’Inter affrontava a San Siro lo Slovan Bratislava. Durante la partita, Beccalossi sbagliò un rigore. Poi, sette minuti dopo, altro rigore per i nerazzurri. Il Becca si presentò di nuovo sul dischetto, pensando di rimediare all’errore. Il comico Paolo Rossi, grande tifoso nerazzurro, ha fatto di questo episodio un monologo che il tempo non ha consumato. «Lo tiro io», disse fieramente Beccalossi. E risbagliò. Era quello, il Becca. Un uomo capace di prendersi le responsabilità, di sbagliare due volte di fila davanti a tutto uno stadio e di non spostarsi di un centimetro.
«Ci sembra impossibile, Evaristo era uno di noi»: comincia così il comunicato dell'Inter, che lo saluta a pochi giorni dalla conquista del 21° scudetto. Il club ricorda i riccioli che ciondolavano sulle spalle, l'era Bersellini, il tifo che lo aveva eletto a simbolo di quegli anni. La sua incrollabile fede nerazzurra è tutta racchiusa in questa frase, che risale a una recente intervista: «La cosa più bella era che il popolo interista si identificava in noi».
Dopo il calcio, aveva lavorato come opinionista televisivo, poi come capo delegazione delle giovanili della Federcalcio. È sempre rimasto nel mondo che lo aveva reso grande, e che lui amava alla follia. Fino al triste e prematuro epilogo, che non ne cancella la grandezza ma ne rafforza il ricordo.
