Papa Francesco (Imagoeconomica)
Un asso, un grande collaudatore, un pilota primatista e un eroe che salva un generale. E anche un incallito fumatore.
In Italia, se hai una lunga carriera da delinquente alle spalle, lo Stato può arrivare a risarcirti fino a 700 euro. È il paradosso che emerge dopo la sentenza del Tribunale civile di Roma sul trasferimento nel centro albanese di Gjader, e che ha come protagonista Laaleg Redouane, cittadino algerino (classe 1970) irregolare nel nostro Paese da 30 anni. Non è un irregolare qualunque, ma un uomo il cui nome ricorre da anni negli archivi giudiziari e amministrativi italiani, con una lunga sequenza di almeno 23 condanne, svariati arresti, 11 detenzioni in carcere ma soprattutto espulsioni mai eseguite.
Redouane risulta entrato illegalmente in Italia dalla frontiera di Ventimiglia intorno al 1995. Da allora, secondo gli atti di polizia, ha fornito 13 diverse generalità, senza mai risultare titolare di un permesso di soggiorno regolare né iscritto alle anagrafi o alle liste di collocamento.
A suo carico figurano 23 sentenze di condanna emesse tra il 1999 e il 2023, oltre a numerosi precedenti per reati contro la persona e il patrimonio, tra cui furto aggravato, spaccio di droga, rapina e lesioni, commessi prevalentemente in Liguria. È stato detenuto in almeno undici occasioni in diversi istituti di pena, da ultimo nella casa circondariale di Cuneo tra agosto 2024 e febbraio 2025.
Una data, più di altre, sintetizza il suo curriculum criminale: il 21 settembre 2015. Quel giorno, secondo quanto accertato dal Tribunale di Genova, Redouane aggredì una donna italiana colpendola con calci e pugni alla testa e agli arti superiori, provocandole un trauma cranico e un trauma oculare con una prognosi superiore ai 20 giorni. Per quell’episodio, commesso in regime di recidiva, venne condannato nel 2018 a nove mesi di reclusione. Non è l’unico capitolo rilevante. Nel tempo, l’uomo è stato anche destinatario di provvedimenti dell’autorità giudiziaria minorile: ha perso la potestà genitoriale e i figli sono stati affidati ai nonni, nell’ambito di un percorso di tutela già segnato da limitazioni e controlli.
È questo profilo che conduce Redouane nel circuito dei Cpr e, in particolare, a Gradisca d’Isonzo. Non un centro di prima accoglienza, ma una struttura che ospita prevalentemente stranieri irregolari destinatari di decreti di espulsione, spesso con precedenti penali e valutazioni di pericolosità sociale. Nel maggio 2021 era stato colpito da un decreto di espulsione del prefetto di Alessandria per motivi di sicurezza pubblica, con ordine di lasciare il territorio nazionale entro sette giorni, mai ottemperato. Anche all’ingresso nel carcere di Cuneo, nel 2024, informato della possibilità di chiedere protezione internazionale, dichiarò di non voler presentare domanda d’asilo.
Da Gradisca parte il trasferimento verso Gjader, in Albania. È su quel passaggio che interviene il giudice Corrado Bile (noto per sentenze pro migranti e contro lo Stato italiano) del Tribunale civile di Roma, condannando il ministero dell’Interno al pagamento di 700 euro a titolo di risarcimento. Ma per comprendere davvero la portata della decisione occorre leggere con attenzione le motivazioni. La sentenza non dichiara illegittimo il centro albanese, né mette in discussione il quadro normativo che ne consente l’utilizzo.
Il giudice muove dall’assunto che il ricorrente fosse legittimamente trattenuto ai sensi dell’articolo 14 del Testo unico sull’immigrazione e che il trasferimento si inserisse nell’operatività delle strutture previste dal protocollo Italia-Albania, dalla legge di ratifica e dalla normativa attuativa. Non c’è, in altre parole, una bocciatura del «modello Albania».
La censura riguarda altro. Secondo il Tribunale, il trasferimento sarebbe avvenuto senza un provvedimento scritto e motivato e con una comunicazione non corretta sulla destinazione finale.
È su questo piano che il giudice individua una «condotta colposa» dell’amministrazione e una violazione delle regole di buona gestione amministrativa, ritenendo che le modalità del trasferimento abbiano inciso sulla sfera privata del ricorrente. Non vengono accertate violenze, né dichiarata illegittima la misura di trattenimento in sé. Anzi, la sentenza esclude che l’uso delle fascette o le limitazioni ai contatti possano essere considerate automaticamente illegittime, potendo essere giustificate da esigenze di sicurezza. E non ravvisa una compressione effettiva del diritto di difesa.
Il risarcimento nasce dunque da un vizio procedurale, non dalla scelta di utilizzare il centro di Gjader. È una tutela riconosciuta in via equitativa, ancorata all’idea che anche l’esercizio di un potere legittimo debba avvenire nel rispetto di forme e garanzie. Ma è proprio qui che il paradosso diventa evidente. La sentenza prescinde quasi completamente dalla storia giudiziaria dell’uomo, dalle condanne, dalle espulsioni reiterate, dalla perdita della potestà genitoriale già disposta da altri tribunali. Trasforma un errore procedurale in responsabilità civile, senza misurarsi fino in fondo con un contesto segnato da 30 anni di illegalità e recidiva.
Da ieri c’è un motivo in più per votare Sì alla riforma della giustizia: Massimo D’Alema voterà No.
Spezzaferro (il soprannome gli venne affibbiato nel Sessantotto perché il líder máximo si vantava di riuscire a piegare con due dita i tappi a corona delle bottiglie di birra) ha infatti comunicato la sua decisione al Corriere della Sera, con apposita intervista. Che la legge messa a punto dal ministro Carlo Nordio ricalchi in gran parte le proposte della Bicamerale, di cui lui stesso nel 1997 fu presidente, poco importa. Né conta che, coerentemente con l’impostazione tenuta negli anni passati, la maggior parte dei dalemiani, ossia del gruppo che con lui conquistò Palazzo Chigi, sia favorevole alla riforma.
Da Marco Minniti a Nicola Latorre, da Cesare Salvi a Claudio Velardi, tutti i protagonisti della stagione che per la prima e unica volta nella storia della Repubblica portò a Palazzo Chigi un comunista, si sono da tempo espressi per il Sì alla separazione delle carriere. Salvi, che quando D’Alema guidava la Bicamerale era capogruppo del Pds e che della commissione per le riforme fu anche relatore, dice che la divisione di pm e giudici è coerente con la riforma del codice di procedura penale firmato dal socialista Giuliano Vassali. Ma D’Alema no: lui è convinto che non solo la legge di modifica costituzionale sia inutile, ma anche che sia sbagliata e pericolosa. In che cosa consista la dannosità della legge non è chiaro. L’ex presidente del Consiglio dice che si deve guardare il contesto e a quanto se ne capisce a preoccuparlo è che al governo ci sia Giorgia Meloni e non lui. Infatti, nonostante da tempo (e anche ieri) D’Alema si definisca un pensionato che nella sinistra non ricopre più alcun ruolo, si intuisce come le ambizioni che lo portarono perfino a un soffio dall’essere nominato capo dello Stato (invece toccò a Giorgio Napolitano, che da candidato a perdere finì sul Colle per puro caso) siano tutt’altro che sopite.
Del resto, all’epoca del governo giallorosso guidato da Giuseppe Conte, pur non avendo alcun ruolo, D’Alema brigò a lungo dietro le quinte, non solo per piazzare i suoi uomini ai vertici della struttura anti Covid (tra i quali l’indimenticabile artefice dei banchi a rotelle Domenico Arcuri), ma anche per importare mascherine dalla Cina. Da consigliere occulto si diede perfino da fare per piazzare aerei da combattimento e navi da guerra alla Colombia, un affare da 80 milioni, che - le parole sono sue - avrebbe garantito generosi guadagni a tutti i partecipanti all’affare. Ecco, se uno così, che ci portò in guerra con la Serbia senza dire nulla al Parlamento e abbracciò gli Hezbollah considerandoli compagni che non sbagliano, è contrario alla riforma vuol dire che la legge Nordio è sulla buona strada.
Peraltro, che D’Alema sia in malafede è evidente proprio a partire dalle sue dichiarazioni. Prima lascia intendere che la separazione delle carriere punta a subordinare i magistrati al governo, poi invece parla di super pm fuori controllo. «Il corpo separato dei pubblici ministeri non ha nulla di garantista. Se penso ad alcuni pm… se venissero estratti bisognerebbe fuggire all’estero». Fossi negli esponenti del comitato pro riforma userei le sue parole come manifesto: se lui vota No, democratici e liberali devono votare Sì. Da solo il suo volto e la sua doppiezza sono un buon motivo per credere che separare le carriere e affidare il giudizio sulle toghe a un’alta corte disciplinare sia la cosa giusta.
Ps. Le parole del ministro Nordio che ha parlato di mafia del Csm hanno suscitato scandalo. Ma il guardasigilli non ha fatto altro che ripetere quanto disse tempo fa il pm antimafia Nino Di Matteo. Fu lui a parlare della mafia del Consiglio superiore della magistratura proprio mentre era al Csm. E se lo disse lui, c’è da credergli.
Capo Verde è una destinazione che conquista con discrezione. Non seduce con eccessi, ma con un equilibrio sottile fatto di luce intensa, vento costante e una sensazione di libertà che accompagna il viaggiatore fin dal primo istante. Questo arcipelago atlantico, sospeso tra Africa ed Europa, è il luogo ideale per chi cerca una vacanza di mare autentica, lontana dalla frenesia e dai cliché più rumorosi del turismo di massa. Oltretutto il clima è sempre quello ottimale di una fresca estate con temperature dai 23 ai 29 gradi.
Tra le isole più frequentate, Sal è quella che meglio interpreta l’anima rilassata di Capo Verde. Il suo paesaggio è essenziale e sorprendente allo stesso tempo: ampie distese sabbiose, dune chiare modellate dagli alisei, scogliere nere di origine vulcanica e un oceano che cambia colore nell’arco della giornata, passando dal verde, al turchese e al blu profondo. Il cuore dell’isola è Santa Maria, una cittadina affacciata sull’oceano che conserva un’atmosfera accogliente e informale. Le strade sono animate da piccoli negozi artigianali, caffè all’aperto e ristoranti dove il tempo sembra rallentare. Qui la giornata segue il ritmo del sole: lenta al mattino, vivace al tramonto, quando il pontile diventa il punto d’incontro perfetto per osservare i pescatori rientrare e il cielo tingersi di arancio.
Le spiagge di Sal sono tra le più belle dell’arcipelago: lunghe, luminose, mai soffocanti. Ideali sia per chi desidera semplicemente rilassarsi, sia per gli amanti degli sport acquatici come snorkeling kitesurf, e windsurf , favoriti da vento costante e acque limpide. Da non perdere il giro dell’isola in catamarano, spesso in compagnia dei delfini che giocano intorno alla barca.
Oltre alle avventure acquatiche, nelle zone interne sabbiose o rocciose, si possono fare tour a piedi, a cavallo, in quad o in fuoristrada. A Sal c’è anche un verdissimo campo da golf che contrasta cromaticamente con il deserto circostante. Tra le attrazioni più affascinanti dell’isola spiccano senza dubbio le saline di Pedra de Lume, situate all’interno del cratere di un antico vulcano. Qui si vive un’esperienza quasi surreale: ci si immerge in vasche di acqua salata naturale, dove la densità è così elevata da permettere di galleggiare senza sforzo, in un silenzio interrotto solo dal vento. Le saline raccontano una parte importante della storia economica di Sal, quando l’estrazione del sale rappresentava una delle principali risorse dell’isola. Oggi sono un luogo sospeso nel tempo, dove benessere, natura e memoria storica si incontrano in modo armonioso. Oltre alle saline, Sal offre numerosi angoli da esplorare: piscine naturali scavate nella roccia vulcanica, coste frastagliate battute dall’oceano e vaste aree desertiche che regalano panorami quasi lunari. Non mancano riserve naturali protette, dove è possibile osservare fauna marina e, in alcuni periodi dell’anno, la nidificazione delle tartarughe marine
La cucina di Capo Verde è un mix di influenze africane, portoghesi e brasiliane, con piatti a base di pesce, carne e verdure. Da provare piatti tipici come la cachupa, un sostanzioso stufato di mais, fagioli e carne o pesce, e il pastel com diabo, un delizioso antipasto a base di tonno e verdure. Inoltre, sono molti i ristoranti locali che offrano musica dal vivo e danze tradizionali per vivere appieno l’atmosfera di Capo Verde. Con la sua animazione serale, l’Ocean Cafè è il locale di tendenza dell’isola di Sal dove si può gustare un aperitivo, cenare, ballare e ascoltare ottima musica. Da provare, sempre in pieno centro, il Restaurante Americo’s che offre anche menù con piatti elaborati. Per cenare in spiaggia con piatti di pesce o di cucina creola è perfetto il Restaurante Barracuda.
Sal è particolarmente apprezzata dai turisti italiani grazie alla facilità di collegamento - l’aeroporto internazionale, costruito negli anni ‘30 da Mussolini per facilitare le trasvolate atlantiche è collegato con voli diretti dall’Italia - al clima favorevole tutto l’anno e alla sensazione di sicurezza e accoglienza. I pacchetti turistici sono pensati per offrire comfort e semplicità, ma è altrettanto facile organizzare una vacanza più indipendente, lasciandosi guidare dall’istinto e dalla curiosità. Oltre ai principali tour operator come Alpitour, Veratour e CaboVerdeTime, che offrono voli diretti e soggiorni personalizzati sull’isola, si può acquistare un economico biglietto aereo con Easyjet (www.easyjet.com) da Milano e prenotare l’alloggio on line, anche su Booking: Capo Verde offre, infatti, una vasta gamma di opzioni, dai lussuosi resort ai piccoli hotel e guesthouse familiari.
