Papa Francesco (Imagoeconomica)
Ci sono figure ambasciatrici del miglior made in Italy, fatto di talento e passione, in questo caso culinaria e non solo, molto conosciute nella loro nuova patria adottiva ma praticamente sconosciute nella loro terra d’origine.
Una di queste è Marta Sgubin, la cuoca personale di Jacqueline Kennedy Onassis. È una storia che parte da lontano, negli anni Cinquanta, con le origini in quel di Fiumicello, piccolo borgo udinese di poche centinaia di anime. L’Italia usciva dalle devastazioni della guerra e molti giovani dovevano lasciare gli affetti familiari e le loro comunità per cercare di realizzare altrove i loro sogni, sostenuti da talento e passione conseguenti. Marta, sin da piccola, sognava di scoprire le bellezze del mondo, frenata solo da un timore, come riuscire poi a tornare a casa. Si fa coraggio e, dal suo Friuli, sbarca a Venezia, dove già lavorava una sorella.
Viene assunta dai Gaussen, lui ambasciatore francese in Italia che aveva bisogno di una brava tata (oggi baby sitter) per seguire la quinta figlia della nidiata. Marta è brava, segue la famiglia adottiva nelle varie tappe, la prima a Parigi. Talmente presa dalla sua missione «che correvo come una trottola da una stanza all’altra» tanto che, con tatto diplomatico, le spiegarono come «dovevo imparare a camminare». Mentre la piccola Gaussen cresce, Marta ha la possibilità di coltivare un’altra delle sue passioni, il teatro, oltre che la cultura transalpina, tanto da diplomarsi in letteratura francese alla Sorbona. Da Parigi a Boston, poi ancora a Parigi, infine quattro anni a Washington dove riesce a coltivare la sua passione per il teatro presso un circolo francese, la Marotte. Ed è proprio qui che le capiterà l’incontro che le cambierà la vita.
Ne annusa il talento, non solo teatrale, madame Janet Lee Bouvier, madre di Jacqueline Kennedy. Le domande passano progressivamente dalla condivisione per la passione teatrale e una strategia sempre più mirata, con un fine ben preciso. «Quando lascerai i Gaussen?». La sua Jacqueline, da poco vedova del presidente John Kennedy, aveva i due piccoli John Jr e Caroline bisognosi di chi li sapesse affiancare per crescere con la serenità che meritavano. In casa Gaussen, Marta si era sdoganata dal ruolo di tata e aveva cominciato ad affiancare il cuoco dell’ambasciata nell’organizzazione e realizzazione dei numerosi banchetti.
Il dubbio è grande. Lasciare una certezza, che la occupava con passione, per intraprendere un nuovo percorso, con numerose incognite. Tornata a Parigi, sono gli stessi Gaussen a incoraggiarla a fare il nuovo passo. Nel frattempo, Jacqueline sposa Onassis, siamo nel 1968. Un giorno suona il campanello Aristotele Onassis, che si intrattiene con lei per circa due ore. Promossa a pieni voti, ma il dubbio rimane. La nuova famiglia si nuove tra New York, la residenza di Martha’s Vineyard, sulla costa atlantica, e l’isola di Skorpios nell’Egeo. Poco dopo si presenta a casa Gaussen la stessa Jacqueline. Colloquio di meno di un’ora, assunta all’istante. Un cambio di passo non solo geografico, ma anche professionale. I ragazzi crescono, Marta sa destreggiarsi bene, non solo come degna spalla a Jacqueline nei vivaci ritmi familiari, ma anche come sempre più affidabile regista dei fornelli, che poi diventerà la sua missione definitiva. Da queste premesse nasce il bel libro Cucinando per Madam in cui Marta Sgubin ha raccontato alla brava Nancy Nicholas le sue avventure ai fornelli in quel mondo che mai avrebbe immaginato nei suoi sogni a Fiumicello, dove le sorelle maggiori erano brave cuoche e il compito che le veniva affidato era al massimo quello di pelapatate, anche se mamma sua la rimproverava ogni volta di consegnarle poi troppo piccole.
Tra Rita e Jackie si stabilisce subito un rapporto speciale, anche se l’esordio un po’ rischioso. Abituata ai rituali dell’ambasciata francese, dove le madame erano trattate come regine, le viene naturale chiederle se può chiamarla «madam», una traduzione anglofona apparentemente coerente. Jackie la guarda sorridente: «Marta, sai cosa vuol dire veramente madam in inglese?». Sempre al femminile, ma di ben altro livello. Nello scorrere il libro di memorie di Marta Sgubin si ha conferma di come si possano conciliare le proprie radici native con le contaminazioni più diverse, trovando una sintesi fatta di piacevole equilibrio.
Ad esempio, Jackie era molto golosa del suo minestrone friulano, dove la semplicità raggiungeva l’eccellenza, di gusti e profumi: fagioli, patate, carote, sedano, su di un soffritto di pancetta suina. John e Caroline apprezzavano molto le scaloppine di vitello ripiene di salsiccia abbinate poi con le fettuccine, una classica contaminazione italoamericana. Nonostante all’inizio Jackie fosse molto attenta a fornirle i dovuti testi di alfabetizzazione culinaria internazionale, Marta in breve tempo riuscì a dimostrare di saper navigare di suo, che si trattasse dell’ucraino pollo alla Kiev come del britannico roast beef con lo Yorkshire pudding (una pastella cotta al forno). Il diario gastrogoloso di Marta è molto eclettico. Scopriamo così gli oeufs toupinel, piatto amatissimo da John Jr. Delle patate cotte al forno, poi svuotate e con la buccia a fare da piatto. Una base di besciamella con cubetti di prosciutto e qualche cucchiaino di purè, il tutto per accogliere poi debite uova in camicia. Una delle specialità di Marta era il gelato al mango, con panna, succo di lime messicano, ideale prima di una serata a teatro. Immancabile il bigliettino che Jackie le faceva scorrere sotto la porta: «È un dessert così incredibile che nessun grande chef avrebbe potuto eguagliare il suo aspetto, il suo gusto, il suo sapore». Quando, nei weekend, erano nella tenuta di Martha’s Vineyard, non mancavano mai le frittelle alle melanzane. Tagliate a listarelle, salate e messe sotto una pressa per asciugare, poi impanate e fritte nel grasso bollente. Da far concorrenza alle migliori patatine fritte. Divertente il passaggio su braciole e dintorni: «La carne preferisco toglierla dal frigorifero almeno un’ora prima di cuocerla», così da portarla a temperatura ambiente in quanto «non può essere cotta quando è troppo fredda, altrimenti trema. Fa come noi, anche se è carne macellata».
Nella tenuta di Vineyard c’era anche un piccolo orto. Tra le specialità di Marta, l’insalata di barbabietole, la preferita di Ted Kennedy che veniva in cucina apposta per sgranocchiarsela tra una chiacchiera e l’altra, tanto che non sempre, poi, il piatto riusciva ad arrivare in tavola. Tra Madam e Marta si era creato un rapporto di stima e fiducia ben ricambiato ma con alcuni paletti. Dopo un’ottima cena, poteva capitare che Jackie avesse la curiosità di chiedere: «Quel piatto era buonissimo, ma come hai fatto?». La riposta conseguente, ovviamente con il dovuto rispetto: «… Non le serve saperlo». Gli aneddoti lungo il libro dei ricordi culinari di Marta Sgubin a casa Kennedy Onassis sono un’antologia divertente e curiosa. Ad esempio, quando Madam veniva in cucina per verificare che tutto fosse pronto per la cena a seguire, se trovava dei piselli appena colti se li sgranocchiava tutti un po’ alla volta, senza se e senza ma. Marta era pronta a ogni sfida, come quella volta che, per il pranzo di Natale, arriva dal pasticcere di fiducia un gigantesco croquembouche, ovvero una montagna di bignè, che però erano stati decorati come un albero di Natale. L’esatto contrario di quanto si aspettava Madam. Marta smonta tutto in un battibaleno, giusta e riaggiusta improvvisandosi pasticcera da pronto soccorso. Un rapporto tale, sul piano umano, oltre che professionale, che quando Jacqueline giunse ai suoi ultimi giorni Marta Sgubin fu l’unica persona, al di là dell’ambiente familiare, a essere ammessa al suo capezzale.
Non è semplice raccogliere l’eredità di un fondatore e trasformarla senza snaturarla. Alessandro Saviola ci è riuscito ripensando in profondità il modello industriale costruito dal padre Mauro Saviola, portandolo ben oltre i confini di un’azienda tradizionale del legno. Oggi il Gruppo Saviola è una realtà internazionale da oltre 800 milioni di fatturato (15 stabilimenti, 2.000 collaboratori, 10.000 alberi salvati ogni giorno), ma soprattutto un caso industriale che ha fatto della sostenibilità una scelta radicale, prima ancora che una tendenza. La sua è stata una trasformazione progressiva ma decisa: riorganizzazione interna, integrazione tra business diversi e una visione chiara, quella di un’industria capace di rigenerare materia, valore e impatto. Un percorso che oggi trova una vetrina naturale al Salone del Mobile, dove il gruppo porta non solo prodotti, ma un’idea precisa di futuro. Lo abbiamo incontrato per capire cosa significa, oggi, guidare un’azienda che ha scelto di stare un passo avanti.
Quando avete capito che la sostenibilità sarebbe stata una leva strategica e non solo etica?
«Per Gruppo Saviola la sostenibilità è stata una risposta industriale a un problema concreto. Negli anni Ottanta il gap competitivo con i produttori del Nord Europa, avvantaggiati dal basso costo della materia prima legnosa, ha spinto mio padre a intuire che il riciclo del legno post-consumo potesse diventare il nostro vantaggio strutturale. Da allora, la sua visione è diventata metodo e oggi questo modello si traduce in investimenti continui su filiera, processi e persone. La sostenibilità è sempre una parte integrante delle nostre decisioni strategiche, non un tema accessorio».
Raccogliere l’eredità di Mauro Saviola: quanto è stato difficile innovare senza tradire l’identità?
«L’eredità di mio padre è tuttora un patrimonio di visione e la sfida è stata trasformare quell’intuizione pionieristica in un’organizzazione capace di crescere e strutturarsi negli anni. Abbiamo lavorato su governance, management e cultura organizzativa, mantenendo intatto il Dna industriale. Innovare, per noi, significa rendere attuale un’identità forte, senza snaturarla».
Il Pannello Ecologico® è ancora un vantaggio competitivo reale?
«È il nostro prodotto di punta, vanta un articolato sistema di certificazioni ed è a tutti gli effetti un brand che porta con sé il valore competitivo del nostro modello circolare. Oggi non basta dichiarare di essere sostenibili: servono filiere controllate. Noi produciamo da quasi 40 anni pannelli esclusivamente con legno post-consumo, riciclando ogni anno una quantità di legno superiore a 30 volte le dimensioni del Colosseo e salviamo una foresta grande quanto il Comune di Roma».
Come si distingue un’azienda realmente eco-ethical dal greenwashing?
«La differenza è nella capacità di rendicontare le proprie performance. Un’azienda davvero eco-ethical ha processi verificabili e si pone obiettivi di lungo periodo. Noi rendicontiamo, certifichiamo e integriamo la sostenibilità anche attraverso documentazioni tecniche come il Bilancio e il Piano di sostenibilità che sono coordinati da un Comitato Esg di gruppo.
La comunicazione è importante, ma arriva dopo, come informazione agli stakeholder di un impegno reale e misurabile».
Crescita e sostenibilità possono davvero andare di pari passo?
«Sì, se la sostenibilità è industriale e non ideologica. La crescita del Gruppo sta dimostrando che economia circolare e solidità finanziaria possono rafforzarsi a vicenda. Certo, soprattutto all’inizio, ha richiesto un grande sforzo culturale, oltre che economico, ma oggi ci accorgiamo che essere sostenibili significa essere più competitivi».
Un modello che integra legno, chimica, arredo e life science è una forza o una complessità?
«È una complessità che abbiamo trasformato in forza. Integrare più business ci consente di governare l’intera filiera e controllarla in modo trasversale. Questa struttura ci permette di ridurre sprechi, valorizzare tutte le materie e sviluppare nuove applicazioni. Richiede un coordinamento interno molto forte, ma genera valore industriale e ambientale».
Quanto pesa oggi essere sostenibili rispetto ai competitor meno attenti?
«Nel breve periodo può pesare di più, perché la transizione ha costi significativi. Ma nel medio-lungo termine essere sostenibili riduce il rischio industriale e reputazionale. Il mercato e i clienti sono sempre più attenti alla qualità delle filiere. Oggi non rappresenta un costo, ma una condizione per restare competitivi».
Come mantenere standard ambientali e sociali uniformi con 15 stabilimenti nel mondo?
«La chiave è una governance chiara e condivisa. Abbiamo definito standard comuni e investiamo molto nella formazione delle persone. Il controllo dei processi e il monitoraggio continuo ci permettono di mantenere coerenza anche in contesti diversi. La sostenibilità, per noi, è un linguaggio industriale globale che supera i confini nazionali.
Le imprese italiane sono pronte alla sfida della green economy?
«L’Italia è certamente al primo posto nelle classifiche legate ai dati di riciclo con performance importanti già da alcuni anni. Ci sono eccellenze imprenditoriali straordinarie, ma servono visione industriale, politiche di supporto e investimenti a lungo termine. La sostenibilità non può essere affrontata da soli o perché oggi è un trend. È una trasformazione strutturale che richiede coraggio imprenditoriale, snellimento della burocrazia e chiarezza a livello normativo».
Una scelta che farà la differenza per il futuro del Gruppo Saviola?
«Continuare a investire in innovazione industriale e nelle persone. Stiamo lavorando su nuove tecnologie e sul potenziamento dei nostri impianti per l’efficientamento dei processi. La vera sostenibilità è creare valore duraturo, economico e sociale. Questo è l’approccio che guiderà le nostre scelte nei prossimi anni».
Non è stata un’audizione qualunque. Davanti alla commissione Covid del Parlamento italiano sono arrivate parole destinate a riaprire un fronte mai davvero chiuso sulla gestione della pandemia, in Italia e negli Stati Uniti così come in tutto il pianeta. Mary Holland e Brian Hooker, tra i principali esponenti di Children’s health defense, l’associazione presieduta dal 2015 al 2023 dall’attuale segretario alla Salute americano Robert F. Kennedy Jr., lo scorso martedì hanno portato in Senato una lettura radicale e per molti controversa di quegli anni.
Il vicedirettore della Verità Francesco Borgonovo li ha intervistati su Tivù Verità (il video integrale è disponibile sul canale YouTube), non solo per raccogliere la loro testimonianza sulla gestione della pandemia, ma anche per entrare nel merito degli attacchi che continuano a subire dalla stampa mainstream, tra accuse di essere una «associazione no vax» e «divulgatori di fake news». Un confronto che prova anche a indicare cosa andrebbe evitato, domani, per non ripetere gli stessi errori.
«È stato un onore parlare alla commissione bicamerale del Parlamento italiano», spiega Holland. Il punto da cui parte è netto e non lascia spazio a sfumature: «Secondo le conclusioni della commissione Covid del Congresso americano, i lockdown sono stati dannosi. Il danno ha superato qualsiasi beneficio». Una valutazione che ribalta la narrazione dominante costruita nel tempo e che si accompagna a un’altra tesi destinata a far discutere: «La probabile origine del virus è un laboratorio di Wuhan. Non si è trattato di un salto di specie naturale». Ma è sul tema della libertà di informazione che il racconto si fa più duro. «Negli Stati Uniti c’è stata una grave censura», sostiene Holland, ricordando la rimozione dai social della loro organizzazione e dello stesso Kennedy Jr. «Durante il Covid è stata intentata una causa da due Stati americani, il Missouri e la Louisiana, e in tale contenzioso è stato dimostrato che la Casa Bianca dava istruzioni alle piattaforme social per oscurare contenuti specifici». Un’accusa che, secondo Holland, avrebbe mostrato il ruolo diretto dell’amministrazione Biden nel filtrare il dibattito pubblico su informazioni accurate e veritiere sul Covid, sulle cure efficaci e sui danni derivanti dalle iniezioni, dai test e dalle mascherine.
Il terreno più scivoloso resta appunto quello dei vaccini. Children’s health defense respinge con forza l’etichetta di movimento «no vax», ma contesta l’impianto della risposta globale. «La nostra associazione non assume una posizione contraria a tutti i vaccini; ne sostiene invece una a favore della vera scienza», chiarisce Holland. Nel mirino finiscono l’Organizzazione mondiale della sanità e la scelta di puntare su un vaccino sperimentale con tecnologia mRna, insieme agli obblighi: «Senza obbligatorietà e senza protezione legale per le aziende, la vaccinazione non sarebbe così diffusa. A nostro parere, l’Oms ha svolto un ruolo molto dannoso durante il Covid. Ha promosso la narrazione secondo cui l’unica cosa da fare fosse aspettare un vaccino sperimentale con la tecnologia mRna, che non era mai stata utilizzata ampiamente in nessuna popolazione sana».
Hooker sposta poi il discorso su un piano più ampio, che va oltre la sola sanità. «Non è solo una questione di legami tra industria farmaceutica e governo. L’industria farmaceutica è il governo». Una lettura che chiama in causa anche altri aspetti: «Il Covid è stato gestito tanto come operazione militare quanto sanitaria». Da qui, spiega, la durezza della censura: «Se critichi la politica sanitaria, vieni considerato un nemico dello Stato. Eravamo preoccupati che al pubblico venisse negato l’accesso a informazioni accurate su cure, test e vaccini». Nelle parole di Hooker al Senato non c’è solo denuncia. C’è anche un messaggio politico preciso. «La democrazia richiede libertà di parola. Senza libertà di parola non c’è democrazia». Da qui la richiesta di trasparenza totale sui dati, dalla mortalità agli effetti avversi, e di un confronto scientifico aperto, «senza censure». Sui lockdown la posizione resta tranchant: «Sono stati un danno al 100% con lo 0% di benefici».
In chiusura di audizione, Hooker ha spiegato quali misure pratiche può adottare l’Italia in futuro per prevenire e non ripetere gli errori commessi nel 2020: «Deve esserci piena trasparenza. Senza trasparenza le persone non possono compiere scelte informate per se stesse o per le proprie famiglie. Non deve mai più esserci un lockdown totale. Le buone pratiche standard nella sanità pubblica prevedono di isolare solo gli individui malati e non quelli sani. Vanno evitate restrizioni generalizzate e occorre garantire sempre la possibilità di discutere e verificare i dati». Ed è proprio su questo punto che la testimonianza dei due collaboratori di Kennedy Jr. assume un peso più ampio. «Gli italiani meritano politiche basate su dati trasparenti, non sulla paura», ha detto Hooker alla commissione. Un passaggio che chiude l’audizione, ma che di fatto riapre un dibattito infinito.
Questione di marchio, questione di logo. Quando c’è quello, la qualità passa in secondo piano. Si va sul sicuro e si compra a scatola chiusa. Walter Veltroni un marchio lo è di sicuro. Un brand, direbbe lui, ricorrendo al british come nei suoi romanzi. Dai quali, in perfetta linea TeleMeloni, la Rai e la Palomar di Carlo Degli Esposti traggono, per ora, una miniserie in due serate (Rai 1, 7 e 14 maggio), intitolata Buonvino - Misteri a Villa Borghese. Del resto, negli anni, il fondatore e primo segretario del Pd, vicepremier del governo Prodi e sindaco di Roma, è stato saggista, romanziere, autore di varietà televisivi, documentarista e regista cinematografico. Nella fiction, invece, non si era ancora cimentato. «Veltroni è un network»: ha ragione Andrea Minuz. Un ipertesto, si potrebbe anche dire, con numerosi link. E così, qui, oltre a fornire la base ispiratrice, i gialli del «ciclo del commissario Buonvino» pubblicati da Marsilio, eccolo comparire come consulente editoriale. Altro che oscurarlo, come si è scritto nel tentativo d’innescare la polemica. «Mi spiace che Il Fatto quotidiano abbia voluto trovare qualcosa che non c’è», chiarisce Maria Pia Ammirati, direttore di Rai Fiction, durante la presentazione alla stampa. «Non riesco a capire perché la Rai che fa una serie tratta dai libri di Veltroni poi debba oscurarlo. Per cortesia», taglia corto, «parliamo di cose che esistono e non di cose che non esistono. Veltroni è felicissimo del trattamento di questa serie, che firma come consulente e supervisore».
Il primo episodio è «Il caso del bambino scomparso», secondo di sei racconti. Siamo a Villa Borghese, piccola patria di gioventù dell’autore, l’elemento meglio ritratto nella storia. Il parco, i viali alberati, il lago, le fontane: una Roma quasi inedita in mezzo alle solite suburre. Il secondo profilo ben definito è quello del protagonista (Giorgio Marchesi). Al quale, dopo un grave errore in un’indagine, si presenta l’agognata seconda possibilità non in un commissariato di montagna del Molise, ma appunto a Villa Borghese, a capo di una specie di «armata Brancaleone». E anche qui siamo in piena mielosità veltroniana. Nella prima scena il poliziotto raccoglie due gattini abbandonati dentro uno scatolone in un’aiuola e nella seconda chiede «un caffè, per favore» al barista che contraccambia il garbo praticandogli uno sconto. Poi scopriamo che Buonvino si è da poco separato dalla moglie, che si sposta su una Triumph decapottabile, altro che la Tipo malandata di Montalbano, che ascolta musica su ellepì in vinile e fa jogging sull’asfalto indossando vecchie Clarks modello desert boot. Insomma, un commissario buono, gentile e che incarna alcuni cliché. Un uomo che esprime «una leadership dolce», «incapace di arrabbiarsi, non un maschio alfa, ma un po’ controtempo», lo descrive Marchesi. Altrettanto di maniera è la composizione della squadra di agenti. C’è la belloccia, l’ispettrice Veronica Viganò (Serena Iansiti) con la quale Buonvino ha un passato da rinfrescare e, prevedibilmente, un futuro da costruire. C’è la nera che si chiama Ginevra (Daniela Scattolin) e non riesce a trovare casa perché gli immobiliaristi, gentili al telefono, frenano alla vista del colore della sua pelle. Poi Portanova, l’ispettore un po’ frustrato e dall’aria ambigua (Francesco Colella), Cecconi, l’agente scelto, ma presuntuoso (Matteo Olivetti) e, infine, l’agente semplice e sempliciotto Gozzi (Ivan Zerbinati). Le figurine Panini dei commissariati di polizia. Una squadra che, «come il Verona di Osvaldo Bagnoli che vinse lo scudetto nel 1985 con gli scarti delle big», con l’arrivo del nuovo capo si trasforma in un team dell’Fbi capace di risolvere un caso dimenticato che riaffiora dopo il ritrovamento di un cadavere nel parco. Il fuoriclasse della formazione, però, è lui che, mentre flirta con l’ispettrice, congiunge inaspettatamente tutti i puntini, trovando, una quadratura quanto meno inverosimile.
Ma tant’è. Il marchio vince su tutto e il prodotto arriva infiocchettato al pubblico di Rai 1. Il ciclo del Commissario Buonvino è stato pensato così fin dall’origine. Basta provare a leggere i gialli ispiratori per accorgersi che, come la sceneggiatura televisiva, anch’essi forse necessitavano di un editing più vigile. E magari un po’ di burocratese - «il caso che era riuscito a sbrogliare aveva un elevato grado di complessità» o «i giornali e i siti faticavano a remunerare i dipendenti» - sarebbe stato emendato. Così come sarebbe stata sfrondata la folla di citazioni mainstream che ne intarsia la prosa dalle prime pagine.
Ma, realisticamente, non si può chiedere troppo perché l’operazione è chiara: trovare finalmente il personaggio che, dopo tante ricerche, dovrebbe sostituire Il Commissario Montalbano. Non a caso, per la produzione sono stati scelti Palomar, che aveva portato in tv i romanzi di Andrea Camilleri per Sellerio, e Salvatore De Mola uno degli sceneggiatori di quella serie fortunata. Il quale confessa: «Sono cresciuto con le iniziative di Veltroni, le figurine Panini e le videocassette di cinema, quando era direttore dell’Unità». Tutto torna, dunque. «Partiamo con questo assaggio per verificare se aumentare il dosaggio», confida Degli Esposti. E Ammirati: «Siamo abituati a verificare la tenuta della serialità. Se dovessero andare bene i primi episodi, proseguiremmo di corsa. I racconti sono tanti». Del resto, qual è l’editore, il produttore, il regista che può dire di no a Veltroni? O che può prendersi la briga di aprire la scatola prima di metterla sul mercato?
