Papa Francesco (Imagoeconomica)
La paura si mescola alla rabbia e al dolore di una mattinata «tragica». In via Montello, a Lonate Pozzolo (Varese), si respira un’aria triste e anche piena di tensione perché c’è chi ha paura delle «ritorsioni dei rom» nei confronti della famiglia di Jonathan Maria Rivolta, il giovane di 33 anni che martedì ha reagito nei confronti di due ladri che si erano introdotti nella sua villa, uccidendone uno. Adamo Massa, un cittadino rom di 37 anni, è deceduto nell’ospedale di Magenta dove i suoi complici lo hanno scaricato poco dopo la rapina in villa. Adesso, tutti hanno paura.
I residenti di via Montello stanno monitorando la zona perché temono che «i rom» si possano vendicare. Ma il giorno dopo la rapina finita in tragedia, sul piano investigativo gli inquirenti stanno cercando prima di tutto di individuare l’altro rapinatore che assieme alla vittima ha fatto irruzione nella villa dove abitano Jonathan e i suoi genitori e si cerca anche l’altro componente della banda che faceva da «palo» in auto e che poi ha accompagnato e lasciato il trentasettenne in ospedale, scappando.
I carabinieri della compagnia locale e i colleghi del nucleo investigativo di Varese stanno passando al setaccio ogni zona della città, ma stanno cercando anche altrove dal momento che, da quanto è stato ricostruito, la vittima risiedeva in un campo rom di Torino. Le indagini proseguono e la Procura di Busto Arsizio è al lavoro per cercare di ricostruire l’esatta dinamica della rapina e stabilire le responsabilità del giovane proprietario di casa. Il pm Nadia Calcaterra ha disposto l’autopsia sul corpo della vittima. Mentre i carabinieri stanno provando a ricostruire il percorso fatto dall’Audi, auto sulla quale si trovava la vittima con i due complici, grazie al supporto delle immagini delle telecamere di videosorveglianza. Al momento, la Procura ha aperto un fascicolo solo per «tentata rapina» perché per gli inquirenti, la versione dei fatti di Jonathan Maria Rivolta risulta «molto credibile» e il giovane avrebbe agito esclusivamente per «legittima difesa». Il padre del ragazzo e gli altri familiari lo ripetono in continuazione agli investigatori e ai giornalisti ribadendo che il trentatreenne ha agito «solo per difendersi».
In zona tutti conoscono questo giovane «brillante» con due lauree, una in Scienze della comunicazione e una in Economia, che mai pensava di poter vivere un incubo. Era al piano di sopra della sua villa, quando all’improvviso ha sentito dei rumori ed è sceso in cucina: lì ha sorpreso la vittima e l’altro complice a rubare, ma i due immediatamente - ha raccontato il proprietario - si sono fiondati su di lui aggredendolo e prendendolo a pugni. L’uomo ha avuto «paura di morire» e si è difeso prendendo un pugnale conservato nel kit di sopravvivenza da trekking che aveva lì nelle vicinanze e si è difeso. Il suo colpo ha ferito uno dei due ladri, che subito sono scappati. Poi, Massa è stato «scaricato» dai suoi complici in ospedale e lì i medici hanno provato a salvarlo, ma è deceduto. Intanto, Jonathan Maria Rivolta è rimasto pietrificato dalla paura nella sua casa, con l’angoscia che i rapinatori potessero tornare e uccidere i suoi genitori.
Mentre proseguono le indagini, i riflettori della politica sono nuovamente accesi sulla spinosa questione della legittima difesa. Il vicepremier Matteo Salvini , su Instagram, ha espresso «solidarietà a chi è stato aggredito in casa sua e si è difeso». Anche Romano La Russa, assessore regionale alla Sicurezza, ha voluto far sentire la sua vicinanza al «trentatreenne che si è semplicemente difeso dall’assalto dei rapinatori rom che si sono introdotti nella sua abitazione e lo hanno malmenato. Come Regione Lombardia siamo disponibili, come già accaduto in passato, a pagare le spese legali dello sfortunato Rivolta se, come appare evidente e mi auguro, verrà riconosciuta la legittima difesa». L’assessore regionale spera che quanto accaduto possa non avere conseguenze ulteriori: «La difesa in casa propria è un atto legittimo e chi delinque deve sapere a cosa va incontro e quali possono essere le gravi conseguenze dei propri gesti violenti. Mi auguro che l’aggredito di Lonate Pozzolo non debba subire, come è già accaduto in passato ad altri nella sua stessa posizione, lunghi procedimenti penali tramutandosi da vittima a carnefice». La Russa ha auspicato «che la famiglia del criminale deceduto non adduca scuse sostenendo tesi innocentiste che giustifichino odiose ritorsioni. L’assalto al pronto soccorso dell’ospedale di Magenta, come loro abitudine, è già un segnale del loro sentirsi al di sopra della legge e padroni del mondo». L’assessore regionale ha rivolto un pensiero all’uomo deceduto: «Dispiace per la giovane vittima, figlio di un ambiente e di un clima sbagliato dove non esiste la legge e che non ha messo in preventivo le tragiche conseguenze che avrebbe potuto avere il suo gesto illegale e violento. Confido, e spero, che la magistratura faccia il proprio dovere secondo coscienza».
C’è molta preoccupazione per eventuali «ritorsioni o vendette dei rom». «Abbiamo paura anche di stare nella nostra casa», è stato il commento di alcuni abitanti di via Montello. E il dibattito politico torna ad accendersi pure sulla pericolosità dei campi rom, trasformati in ritrovi di «violenza e illegalità».
I punti chiave del nuovo decreto in materia di sicurezza, elaborato dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, stanno provocando una inspiegabile reazione negativa da parte della sinistra, che continua a non capire che proprio su questo tema è più evidente lo scollamento tra i leader di partito e l’elettorato. Paradosso dei paradossi, quando Giorgia Meloni, nella conferenza stampa di inizio anno, ha ammesso che sulla sicurezza occorre fare di più, il Pd l’ha attaccata sostenendo in estrema sintesi che aveva ammesso un fallimento.
Ora che si procede a varare nuove e più stringenti regole, i dem cambiano di nuovo posizione e giudicano i provvedimenti sbagliati perché «repressivi». Una posizione strumentale, pregiudiziale e puramente propagandistica che produce effetti grotteschi. Leggete quanto dichiarato ieri dalla eurodeputata del Pd Cecilia Strada: «Piantedosi lo chiama pacchetto sicurezza ma forse sarebbe meglio chiamarlo pacchetto repressione. Sarebbe più onesto e coerente con l'idea che tanto piace alla destra italiana di uno Stato di polizia. La verità è che il governo Meloni sogna un Paese illiberale», argomenta la Strada, «fatto di fermi preventivi, trattenimenti discrezionali di cittadine e cittadini che manifestano, scudo penale per gli agenti, divieto di scendere in piazza per chi è stato anche solo denunciato, ammende esorbitanti per chi urla slogan contro le autorità. Sulle migrazioni poi il governo prova a realizzare il suo vero sogno: certificare per legge che i diritti delle persone migranti sono sempre più comprimibili con l’interdizione per ragioni di sicurezza fino a sei mesi delle acque territoriali e dei porti italiani per le Ong che salvano persone in mare, con espulsioni sempre più facili e ricongiungimenti familiari sempre più difficili». Se non sorprendono le levate di scudi di parte di forze politiche come Avs, fa veramente impressione la posizione dei dem, il cui elettorato è assolutamente sensibile al tema della sicurezza. Misure come lo stanziamento di nuovi fondi per aumentare la sicurezza nelle stazioni, il fermo preventivo fino a 12 ore per manifestanti con volto coperto, casco o armi nelle strade, la tolleranza zero sul porto di coltelli, espulsioni più facili per gli immigrati che delinquono, maggiori tutele per le forze dell’ordine che si ritrovano sotto inchiesta per fatti compiuti nell’adempimento del loro dovere o per legittima difesa, sono provvedimenti di buon senso che, non crediamo di esagerare, saranno accolti positivamente dalla quasi totalità della popolazione italiana. Qualche perplessità suscita l’introduzione negli impianti sportivi di sistemi di identificazione biometrica remota a posteriori, con riconoscimento facciale attivabile dopo la commissione di un reato: si dovrà trovare un punto di equilibrio tra la necessità di garantire la sicurezza negli stadi e il sacrosanto diritto dei tifosi che non commettono alcun illecito di veder tutelata la propria privacy.
A proposito di sicurezza, l’operazione Strade sicure, quella che vede l’impiego di militari dell’Esercito nelle strade e nelle piazze, resterà operativa, e sarà anche potenziata: lo dice alla Verità il deputato della Lega Eugenio Zoffili, componente della commissione Difesa della Camera dei deputati: «Strade sicure non terminerà alla scadenza attualmente prevista, quella del 31 dicembre 2027», spiega Zoffili, «ma verrà prorogata. Non solo: come Lega abbiamo proposto un aumento dei militari impiegati di 3.000 unità, che porterà così a un totale di 10.000 militari impegnati». La seduta della Commissione Difesa di Montecitorio, in calendario ieri, è stata rinviata proprio per questo motivo: «La commissione Difesa», scrivono i componenti del Carroccio Anastasio Carrà e Fabrizio Cecchetti «è stata sconvocata per essere, semplicemente, rimandata alla prossima settimana. Una prassi comune che gli addetti ai lavori conoscono bene. La Lega non arretrerà di un millimetro sulla sua richiesta di aumentare il numero di militari impegnati in Strade sicure». L’operazione, varata nel 2008 dal governo guidato da Silvio Berlusconi, su proposta del ministro dell’Interno Roberto Maroni, prevede l’impiego dei militari come strumento per rafforzare la presenza dello Stato sul territorio, portando i militari stessi a collaborare con le forze di polizia per garantire maggiore sicurezza nelle aree urbane aumentando la percezione e il controllo della sicurezza nelle città, specialmente in aree ad alta densità di criminalità. Il ministro della Difesa Guido Crosetto, da parte sua, è convinto della necessità di uscire da una logica emergenziale e ha infatti annunciato «il rifinanziamento di Strade sicure nell'attuale configurazione» chiedendo «di implementare il numero dei carabinieri». Al di là delle valutazioni della politica, va detto con chiarezza che la presenza dei militari nelle strade, nelle piazze, nei quartieri, è diventata familiare agli italiani, e contribuisce certamente a aumentare la percezione di sicurezza degli italiani e a fungere da deterrente per i criminali.
Giuseppe Cruciani interviene sul caso del carabiniere condannato dopo aver sparato durante un’aggressione: una decisione che ha acceso il dibattito su giustizia, uso delle armi da parte delle forze dell’ordine e rapporto tra sicurezza e libertà. Secondo Cruciani, lo Stato non può punire chi agisce per difendere colleghi e cittadini.
«Mi immedesimo nelle tantissime persone che hanno versato quei 350 e passa mila euro a favore del carabiniere. Un carabiniere, un uomo dello Stato che spara dopo l’aggressione a un collega da parte di un pregiudicato - al di là delle circostanze e dei tecnicismi - e viene punito dallo Stato è un’assurdità totale. È un follia». Giuseppe Cruciani sostiene la causa di Emanuele Marroccella: anche lui, come tantissimi lettori della Verità che hanno donato a favore del carabiniere condannato, ritiene che questa vicenda sia allucinante. «È una follia a cui però è difficile porre rimedio», continua. «C’è l’appello, d’accordo. Ma che cosa dovrebbe fare lo Stato adesso? Non si può fare una legge retroattiva che protegge i carabinieri, so che il governo in qualche modo ci sta pensando, ma mi pare difficile immaginare che si possa tornare indietro, soprattutto riguardo ai risarcimenti. Una volta che paghi...».
Già, è difficile tornare indietro. Però intanto si può ragionare sulle motivazioni di una sentenza del genere e capire che cosa non vada in questa vicenda per cercare dei rimedi.
«Qui c’è un misto di ragioni. Nella nostra cultura giuridica c’è un’attenzione al formalismo e soprattutto alla protezione della vita umana, che in linea generale è un bene, naturalmente. Però qui non si sta parlando della vita umana di una persona qualsiasi. Qui si sta parlando del fatto che c’è un signore che ha 56 anni, è un siriano pregiudicato, è uno che mi risulta irregolare, il quale in combutta con un altro aggredisce un carabiniere. Vogliamo che la polizia o i carabinieri e in generale le forze dell’ordine siano delle comparse? Vogliamo che negli inseguimenti si gettino ad accalappiare un ladro, un aggressore, un malvivente a mano nude?».
Direi di no.
«Bene, se non vogliamo arrivare a questo significa che le forze dell’ordine devono usare tutti i mezzi possibili. E certo la pistola è l’extrema ratio, ma bisogna in qualche modo consentire ai poliziotti, ai tutori dell’ordine, di utilizzare le armi. Hanno il monopolio della forza. E se uno di loro spara e il malvivente muore perché lo sparo colpisce il petto invece delle gambe, io dico amen».
Non è un po’ spietato?
«No, è qualcosa che nella dinamica del rapinatore ci sta, fa parte del gioco. Per cui io penso che i giudici dovrebbero fare più attenzione quando ci sono di mezzo le forze dell’ordine. Ma che cosa doveva fare quel carabiniere?».
Non è l’unico caso, del resto. Pensiamo alla vicenda di Ramy.
«Esattamente. Il lavoro delle forze dell’ordine viene messo in discussione continuamente. Si discetta su quello che il carabiniere poteva fare o non poteva fare, se doveva avvicinarsi o rimanere a distanza, oppure se può urtare o meno una moto... A un certo punto ci sta che uno si chieda: ma a noi chi ce lo fa fare? Legittimamente questi agenti si chiedono: ma se io devo stare lì a razionalizzare, a pensare “questa cosa non la posso fare altrimenti finisco sul banco degli imputati”, come posso operare? Noi chiediamo agli agenti una proporzionalità che non può esistere, chiediamo ragionamenti che in certe situazioni sono impossibili da fare. Questa è una cosa assurda».
Quello che solitamente si dice è: si tratta di professionisti, che devono anche sapere ragionare e calibrare la forza.
«Per carità, il poliziotto deve agire pensando certamente al fatto che ci sono altri metodi per bloccare una persona che non siamo sparare. Ma nel caso di questo carabiniere non parliamo di un inseguimento in cui la prima cosa che ha fatto è stata aprire il fuoco e uccidere il siriano. Stiamo parlando di una situazione in cui questo siriano aveva da poco aggredito un altro carabiniere, e mi risulta che Marroccella abbia sparato alle gambe. Ma io vado persino oltr».
Cioè?
«Io dico: se anche non avesse sparato alle gambe, se avesse sparato alla figura per fermarlo, beh, le forze dell’ordine devono avere in alcuni casi il diritto di farlo. Soprattutto nel caso in cui ci sia stata un’aggressione appena compiuta».
Di certo una condanna a tre anni fa arrabbiare, soprattutto quando si scopre che un immigrato in un centro di accoglienza violenta una bambina di dieci anni e prende una condanna a cinque anni.
«Sì. Sono casi diversi ovviamente, lo so. E di solito quando fai paragoni di questo tipo ti dicono che sei un populista, e che appunto sono cose diverse. Certo che sono cose diverse, però oggettivamente un carabiniere spara a un pregiudicato irregolare in fuga che ha appena colpito un suo collega, tre anni e risarcimento. Un signore che ha violentato e messo incinta una bambina di 10 anni, cinque anni.... Oggettivamente c’è una sproporzione tra i due casi che è incredibile se ci pensi, è spaventosa. Una condanna quasi uguale ma da una parte c’è lo stupro di una bambina di 10 anni, dall’altra c’è un signore che fa il suo mestiere e dunque può utilizzare la pistola diversamente da quanto che possiamo fare noi».
Cruciani è noto per essere un libertario. Ma come si conciliano libertà e sicurezza? Io non vorrei vivere in uno Stato di polizia, ci tengo alle garanzie per i cittadini, alla libertà personale e ai diritti dei singoli.
«L’idea del libertario, se vogliamo metterla su questo piano, è quella di avere uno Stato minimo, uno Stato che interviene poco nella vita del singolo. Io, come voi della Verità, sto facendo una battaglia di principio, ad esempio, sulla questione della famiglia del bosco. In quel caso rimproveriamo fondamentalmente allo Stato di impicciarsi dell’educazione dei bambini, ed è una battaglia sacrosanta, di principio, che in pochi stanno facendo nella indifferenza generale. Siamo in presenza di due genitori un po’ bizzarri che hanno la loro idea della vita e dell’educazione, e che vengono tenuti lontani dai figli perché secondo le istituzioni rappresentano per questi un pericolo, siamo alla follia totale».
Appunto, in un caso come questo lo Stato dovrebbe arretrare e concedere libertà.
«Sì, io penso che l’intervento dello Stato debba essere minimo. C’è un settore tuttavia che è fondamentale affinché la libertà della singola persona possa dispiegarsi: quello della sicurezza. Io posso essere libero al cento per cento se viene acquisita una premessa fondamentale: la sicurezza. Io devo essere libero di dire quello che voglio, devo essere capace di muovermi sul territorio nazionale come e quando mi pare, e certo non mi piace lo stato di polizia di cui abbiamo avuto un assaggio ai tempi del Covid. Però la sicurezza mi deve essere garantita perché altrimenti la stessa libertà non riesce a dispiegarsi in maniera compiuta. Mi sembra che sia una posizione perfettamente coerente».
