Papa Francesco (Imagoeconomica)
È in Europa che il governo sta cercando risposte per la grave situazione economica ed energetica globale scatenata dalla guerra. Giorgia Meloni, a margine del vertice informale Ue di Cipro, è stata chiara: «Sarebbe un errore se credessimo di dover seriamente affrontare queste questioni solo quando siamo arrivati “oltre”, come in passato; perché quando ci si muove troppo tardi, il prezzo che si paga è più alto».
Il presidente del Consiglio fa riferimento alla sospensione del Patto di stabilità, negata per il momento dalla Commissione europea che considera lo scenario non sufficientemente grave. Eppure la questione è diventata ancora più urgente almeno per l’Italia, dal momento che si è appreso che non uscirà dalla procedura d’infrazione, nonostante tutti gli sforzi, per un banale 0,1%. «Nella proposta della Commissione si parla di una flessibilità sugli aiuti di Stato», ha detto Meloni commentando, «ok, ragionevole, corretto. Ma noi sappiamo che quando si parla di aiuti di Stato lo spazio fiscale non è lo stesso per tutti e quindi, ovviamente, in quel caso bisogna ragionare su un modello per cui anche queste spese non vengano conteggiate, per esempio come si fa con il Safe sulle spese di Difesa».
Meloni ha chiarito che l’emergenza, almeno in Italia, è legata all’autotrasporto: «Tutti capiscono, ovviamente, che di fronte a una situazione che sfugge di mano su quel settore, noi ci ritroviamo con un aumento che rischia di impattare su tutti i beni di consumo e quindi diventa un problema di inflazione». Qui il ragionamento: «Tenere a bada l’inflazione non era una priorità dell’Unione europea? Perché se non si risponde per tempo su questi temi, rischia di farci molto male». Meloni sul punto si mostra decisa e a chi le chiede se andrà avanti a chiedere lo scostamento di bilancio risponde: «A oggi non stiamo escludendo niente, ovviamente la nostra priorità è dare delle risposte, però preferiremmo farlo in una cornice, diciamo, più confortevole». Anche perché, «abbiamo oggettivamente la priorità delle spese energetiche, ho la priorità di dare risposta ai bisogni dei cittadini. Poi chiaramente vogliamo mantenere tutti i nostri impegni e fare un lavoro che abbiamo sempre considerato importante e che consideriamo importante, dipende però da quali sono le priorità che dobbiamo affrontare».
Infine, sui conti pubblici italiani ha chiarito che «sono molto in ordine», al contrario di quello che vogliono far intendere le opposizioni. «Quando ci siamo insediati avevamo un deficit all’8,1%, oggi ce l’abbiamo al 3,1%. La previsione del governo era il 3,3%, abbiamo fatto meglio delle nostre stesse previsioni. Avrei voluto scendere sotto il 3%? Certo, avrei voluto fare ancora meglio, ma nessuno può dire che l’Italia oggi non ha i conti in ordine».
C’è da mettere in evidenza infatti che l’Istat ha mostrato una ingiustificata rigidità, pur sapendo quanto avvenuto negli anni passati con le prime stime del Pil. Infatti, secondo l’Osservatorio sui sonti pubblici italiani (Ocpi), think tank indipendente dell’università Cattolica del Sacro Cuore di Milano diretto da Carlo Cottarelli, l’Istat ha mostrato, dati alla mano, una tendenza a sottostimare che è aumentata negli ultimi anni. Così anche nell’ultimo anno perché nel 2025 il Pil è stato stimato in 2.258 miliardi. Sarebbero stati sufficienti poco più di 20 miliardi in più per avere un rapporto deficit/Pil che avrebbe consentito all’Italia di uscire dalla procedura d’infrazione. 20 miliardi che corrispondono allo 0,9% del Pil. «Finirò di pagare i debiti del Superbonus alle Politiche. E quindi qualcuno ha lasciato dei debiti che il governo successivo doveva per cinque anni ripagare, e questo purtroppo pesa. Un impatto di 140 miliardi è un impatto importante, perché sono 40 miliardi l’anno, 38 miliardi l’anno, 35 miliardi l’anno... e impattano. Certo, io faccio leggi di bilancio da 18 miliardi...». E qui il riferimento a Giuseppe Conte non è affatto casuale.
L’Europa dei servizi s’inceppa. L’indice pmi dei servizi dell’Eurozona di aprile si è attestato a 47,4 punti, come ha comunicato ieri S&P Global, segnando il livello più basso in oltre cinque anni. Una caduta brusca in un settore che fino a marzo reggeva (50,2). In Germania l’attività è diminuita per la prima volta in undici mesi, mentre in Francia la contrazione è la più marcata da febbraio 2025.
La causa principale del calo è la guerra in Iran. I nuovi ordini crollano, la fiducia delle imprese tocca il minimo da novembre 2022, e le stime indicano un Pil dell’Eurozona in calo dello 0,1% nel secondo trimestre. Il manifatturiero tiene (anzi, segna un sorprendente massimo da 47 mesi a 52,2) ma si tratta probabilmente di una crescita gonfiata dall’accumulo preventivo di scorte.
Il conflitto sta colpendo in ordine sparso, ma uno dei servizi più battuti è quello dell’aviazione civile. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha fatto più che raddoppiare il prezzo del carburante per aerei, da circa 100 dollari al barile di fine febbraio ai 209 di inizio aprile. Alcune stime dicono che l’Europa dispone di circa sei settimane di jet fuel, prospettando possibili cancellazioni di voli. Lufthansa ha annunciato la soppressione di 20.000 voli a corto raggio fino a ottobre, ha chiuso definitivamente la sussidiaria regionale Cityline e i suoi 27 aeromobili, e ha già rimosso 120 voli giornalieri dal programma. Klm ha cancellato 160 voli nelle prossime settimane. Sas ha soppresso circa 1.000 voli in aprile, Norse Atlantic ha eliminato la rotta Londra-Los Angeles e Ryanair ha avvertito di possibili nuovi tagli da maggio.
Molto legato ai voli è il turismo, naturalmente. I viaggiatori asiatici hanno cancellato molte prenotazioni già a marzo, colpiti dalla chiusura degli hub di transito mediorientali come Dubai. La Gran Bretagna vede precipitare del 50% le prenotazioni aeree dall’Asia occidentale e di un terzo quelle dall’India, con luglio ancora largamente al di sotto dei livelli dell’anno scorso.
In Italia il quadro inizia a preoccupare Confindustria Alberghi, che già nel monitoraggio di metà marzo registrava una flessione della domanda extra-europea, che colpisce soprattutto le città d’arte e il lusso. A pesare c’è anche una dichiarazione esplicita del portavoce dell’esercito iraniano, il generale Shekarchi, che già a marzo avvertiva su X che «i parchi e le destinazioni turistiche di tutto il mondo non saranno più al sicuro per i nemici di Teheran». Una minaccia dal peso soprattutto psicologico, ma che in un momento di prenotazioni già frenate ha ulteriormente scoraggiato i viaggiatori internazionali.
Anche con la fine della guerra, il ritorno alla normalità richiederà mesi. La compagnia Emirates ha comunicato una ripresa graduale delle operazioni, offrendo cambi di prenotazione gratuiti fino al 15 giugno, segno che l’incertezza si estende almeno fino all’estate. Gli hub del Golfo sono da anni il cuore del traffico intercontinentale e ricostruire rotte, recuperare carburante e riconquistare la fiducia dei passeggeri non è questione di settimane.
Eppure, qualche spiraglio c’è. Oxford Economics prevede che destinazioni come Italia, Spagna, Grecia e Portogallo potrebbero beneficiare di una regionalizzazione dei flussi, con i turisti europei che restano più vicino a casa.
Su questo Claudio Visentin, che insegna storia del turismo all’università della Svizzera italiana, è d’accordo: «Il turismo è molto flessibile e si riposiziona. Se un italiano non può prendere l’aereo per fare una vacanza all’estero quest’estate, lo farà l’estate prossima e quest’anno andrà in vacanza in Italia». Prosegue Visentin: «Nella stagione entrante avremo più turismo nazionale e più turismo di prossimità, più tedeschi e svizzeri». Insomma, non è detto che per il turismo italiano le cose vadano male, anche se i visitatori extra-europei hanno di solito una maggiore capacità di spesa.
Il settore farmaceutico in Borsa vive un paradosso: la domanda di cure esplode per l’invecchiamento della popolazione, ma i margini evaporano sotto i colpi della politica. Il vero «virus» per le Big Pharma ha un nome preciso: pressione sui prezzi.
Gli Stati Uniti, storico bancomat delle multinazionali del farmaco, hanno cambiato musica. «La determinazione del presidente statunitense Donald Trump a ridurre drasticamente i costi del sistema sanitario americano sta pesando sul sentiment e sui prezzi delle azioni europee, poiché gli Stati Uniti rappresentano uno dei mercati di bocca più importanti per molte di queste aziende», sintetizza Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, società di consulenza finanziaria indipendente.
Ma c’è di più: il settore affronta il cosiddetto «patent cliff» (il dirupo dei brevetti). I farmaci che oggi generano miliardi stanno per perdere la protezione legale, diventando preda dei generici a basso costo. Entro il 2030, si stima che 61 miliardi di dollari di vendite annue andranno in fumo. Per le aziende «vulnerabili», che non hanno innovato, il destino è segnato.
Molti risparmiatori e investitori istituzionali sono caduti nella trappola del «recency bias»: la tendenza a credere che ciò che è accaduto di recente continuerà all’infinito. Durante il Covid il settore sanitario era l’eroe globale; gli investitori hanno proiettato quell’entusiasmo, comprando titoli a multipli elevati e ipotizzando crescita continua di fatturato e margini. «Il ritardo pluriennale del settore è il risultato di una combinazione di dinamiche di mercato e pressioni specifiche: l’eccesso di offerta post Covid e l’ottimismo eccessivo hanno creato un effetto “postumi” con lo spostamento di capitali lontano dai titoli difensivi verso il comparto tecnologico e l’Ia», spiega Gaziano, analista finanziario di lungo corso e consulente finanziario indipendente.
Il simbolo è Novo Nordisk. Fino a giugno 2024 era l’azienda più preziosa d’Europa, spinta dai farmaci per la perdita di peso. Poi il crollo: il titolo ha perso quasi i due terzi dal picco e, su tre anni, segna circa -50%. Il mercato aveva già scontato uno scenario di perfezione che i fondamentali non potevano sostenere, mentre cresceva la concorrenza. «La crescita organica derivante dallo sviluppo interno richiede troppo tempo per compensare le perdite immediate causate dalla scadenza dei brevetti», sottolinea Gaziano. «Ciò lascia le aziende a caccia di soluzioni biotecnologiche con prodotti in fase avanzata o già approvati».
Se il farmaceutico tradizionale rallenta, il biotech mostra segnali di risveglio. Ma è un mercato intricato: nel 2021 bastava una slide per raccogliere capitali, oggi sopravvive solo chi ha farmaci in fase 3 o già approvati. Il 2026 potrebbe segnare un ritorno grazie a nuove fusioni e progressi su Alzheimer e demenza, oltre all’uso più mirato dell’intelligenza artificiale. Il rischio però resta elevato: senza metodo e selezione rigorosa, è poco più che una scommessa.
Il primo a invitare in Parlamento Nathan Trevallion e Catherine Birmingham, i genitori della cosiddetta «famiglia nel bosco», era stato il presidente del Senato, Ignazio La Russa, poco meno di un mese fa.
Allora l’incontro mirava a stemperare le tensioni e a favorire il ricongiungimento familiare. Ma l’evento organizzato ieri nella sala stampa della Camera da Michela Vittoria Brambilla, presidente della Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza, ha avuto tutt’altro significato. «Non avrò pace finché questa famiglia non sarà riunita. Oggi sono la voce di questi bambini, che non sono mai presenti nelle aule dei tribunali né nei salotti televisivi. Non hanno modo di essere ascoltati da nessuno», ha esordito la Brambilla in apertura dell’incontro coi genitori, presso la sala stampa di Montecitorio. «Questa vicenda è iniziata male e sta proseguendo peggio. È violenza di Stato. Il sistema con cui i minori vengono tolti alle famiglie va riformato. In questa Italia moralizzatrice si giudica con arroganza modi di vivere diversi dal proprio. Le autorità riuniscano questa famiglia, non continuiamo a sbagliare come Paese: vi chiedo di mettere a posto le cose», ha aggiunto Brambilla, prima di dare la parola a Nathan e Catherine, che visibilmente emozionati, per la prima volta dopo molto tempo, hanno parlato in pubblico leggendo un testo in inglese, alternato a qualche parola in italiano.
Il primo a intervenire è stato il padre, che ha espresso l’amore per la sua famiglia e il dolore di questi mesi. «Non avrei mai potuto immaginare il dolore e la sofferenza che abbiamo vissuto come famiglia, soprattutto i bambini», ha esordito il padre dei piccoli Trevallion. «Prima la separazione dalla loro casa, dai loro animali, dal loro padre. Poi la separazione dalla loro madre. La paura, l’ansia, lo stress, il trauma sono stati terribili per loro, mentalmente ed emotivamente. La loro gioia e la loro felicità sono state distrutte», ha aggiunto con gli occhi lucidi, sottolineando come lui e la moglie siano oggi «ancora più uniti di prima nell’amore, nel nostro amore reciproco e nell’amore per i nostri figli». «Il nostro più grande desiderio è essere riuniti come una famiglia amorevole», ha concluso. Parole a cui fanno eco quelle della moglie Catherine, anche lei con la voce rotta dalle lacrime che le sono scese più volte dagli occhi nel corso dell’incontro con la stampa: «Siamo distrutti al pensiero che i nostri figli stiano soffrendo e di non poterli riportare a casa, al sicuro, per prenderci cura di loro e amarli». «Voglio solo svegliarmi da questo incubo orribile che non finisce», ha detto, raccontando di aver visto «la sofferenza dei nostri bambini mentre vivevo nella struttura» e di svegliarsi «sentendo Nathan lamentarsi e piangere nel sonno». «Questo è straziante, non solo come madre e moglie, ma per una persona che ha passato tutta la vita ad aiutare gli altri e che ora non può aiutare i propri figli», ha proseguito. Quindi la denuncia finale: «Se mi è concesso dire la mia verità, mi dispiace molto affermare che questo è stato di gran lunga l’atto più crudele che abbia mai vissuto e visto fare ai bambini in tutta la mia vita». Nel corso dell’incontro, Catherine ha letto la lettera che Utopia, la più grande dei tre bambini, le ha scritto per il compleanno: «Mamma, ti auguro buon compleanno insieme a tutti i nostri animali. Vorrei tanto essere lì, ti vogliamo bene, mi manchi moltissimo ma ci stiamo facendo forza per uscire da qua».
