Papa Francesco (Imagoeconomica)
Che cosa farà Volodymyr Zelensky quando finirà la guerra con la Russia e ci saranno libere elezioni in Ucraina? Niente. Probabilmente tornerà a vestire abiti civili e basta. È questo l’epilogo che suggerisce il risultato di un sondaggio ucraino reso noto ieri, dove il presidente in mimetica, nella fiducia popolare, viaggia intorno al 62%, sopravanzato da Valery Zaluzhny (72%) e Kyrylo Budanov (70%).
Entrambi i personaggi in vantaggio, almeno se si votasse oggi, sono espressione degli apparati militari e di sicurezza. Insomma, a quasi quattro anni dall’invasione russa, il popolo ucraino sembra chiedere politici con l’elmetto. Per davvero, visto che Zelensky è un ex attore comico prestato alla politica. La rilevazione è stata condotta dal Kiis (Kiev institute international of sociology), ente privato e indipendente specializzato in ricerche di mercato. Le domande che riguardano lo stato maggiore attuale hanno confermato che Zelensky (62%) è il più convincente dei suoi, visto che nella classifica della fiducia precede di molto Mykhailo Fedorov (38%), attuale ministro della Difesa ed ex vicepremier, e Serhiy Prytula (46%), un altro ex attore e volto noto della tv che ha messo su una grande organizzazione di sostegno economico alle forze armate. Il problema di Zelensky è che se si votasse oggi salirebbe sul podio, ma in terza posizione. Il sondaggio Kiis dà infatti in vantaggio Zaluzhny (72%) e Budanov (70%). I profili di entrambi aiutano a capire che cosa chiederebbero gli ucraini se potessero votare.
Zaluzhny, 52 anni, è l’ex comandante in capo delle Forze armate e oggi è ambasciatore in Gran Bretagna. Alle sue spalle spunta il generale Budanov, quarant’anni appena compiuti, ruolo di prima fila nell’esercito e nei servizi, medaglia d’oro al valor militare. Per la propaganda Russia, ovviamente, è solo un criminale di guerra.
Il direttore generale del Kiis, Anton Hrushetsky, commentando i risultati del sondaggio, ha spiegato che «la fiducia nei politici «vecchi» è bassa e c’è un’ovvia domanda di una una nuova generazione di leader, di «facce nuove» che si sono messe alla prova con profitto durante questa guerra su vasta scala». Certo, Zelensky ha solo 48 anni (li compie domenica prossima), ma appare usurato e i vari Zaluzhny, Budanov e Prytula sono giovani e sono visti come più energici.
In una situazione ancora di piena guerra, con le trattative di pace che non decollano e con i continui scandali finanziari che hanno indebolito il governo di Kiev, il presidente Zelensky appare dunque in difficoltà, specie se paragonato a dei generali.
Sempre ieri, l’agenzia Reuters ha intervistato Oleh Didenko, a capo della commissione centrale ucraina per le elezioni, che ha messo le mani avanti sull’enorme difficoltà che incontrerà ad organizzare il voto. Perché si svolgano le elezioni politiche in Ucraina, ha ricordato Didenko, saranno necessari il cessate il fuoco e condizioni di assoluta sicurezza. E tra i maggiori problemi ci sarà come far votare i milioni di cittadini che sono all’estero o al fronte, visto che sono state distrutte tante infrastrutture e molti registri elettorali non sono aggiornati. Non solo, ma l’alto funzionario ha ammesso che «non era facile votare prima della guerra, in Ucraina, e lo sarà ancor meno dopo, se non si risolvono velocemente questi problemi». Le ultime elezioni parlamentari e presidenziali sono state nel 2019, quando Zelensky ha vinto a mani basse. Il suo mandato di cinque anni sarebbe finito lo scorso anno e la sensazione è che più passa il tempo e più il suo carisma sia logorato.
Si aggravano le tensioni già presenti tra gli Stati Uniti e l’Europa sul dossier Groenlandia dopo che il presidente americano, Donald Trump, ha annunciato i dazi verso quei Paesi europei che «hanno messo in gioco un livello di rischio che non è sostenibile».
Che una de-escalation non sia dietro l’angolo è evidente dalle parole del tycoon. «Considerando che il vostro Paese ha deciso di non darmi il Premio Nobel per la Pace per aver fermato otto guerre in più, non mi sento più in dovere di pensare esclusivamente alla pace», ha scritto Trump in una lettera indirizzata al primo ministro della Norvegia, Jonas Gahr Store. E pur precisando che la pace «sarà sempre predominante», ha annunciato che ora penserà «a ciò che è buono e giusto per gli Stati Uniti d’America». Ha poi rincarato la dose, affermando che la Danimarca non «dovrebbe avere un diritto di proprietà» dato che «non ci sono documenti scritti». Ma, Premio Nobel a parte, Trump, in un’intervista rilasciata a Nbc news ha invitato l’Europa «a concentrarsi sulla guerra tra Russia e Ucraina» e «non sulla Groenlandia». Non si è voluto esprimere, invece, sull’eventuale uso della forza militare, rispondendo con un secco «no comment».
A prendere una posizione netta contro la linea adottata dall’amministrazione americana sono stati tre cardinali americani vicini al pontefice. Nella dichiarazione, rilanciata dall’Osservatore romano, si legge che «il ruolo morale degli Stati Uniti nell’affrontare il male nel mondo» è «sotto esame» e che «la costruzione di una pace giusta viene ridotta a categorie partigiane che incoraggiano la polarizzazione e politiche distruttive».
Certamente è prioritario per Bruxelles mantenere un canale di dialogo aperto con la Casa Bianca per scongiurare i dazi. Dunque, stando a quanto rivelato dal Financial Times, è probabile che il tycoon incontri domani a Davos alcuni leader europei, tra cui il presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen. Pare però che non ci sarà alcun faccia a faccia con i funzionari della Danimarca: secondo Bloomberg, Copenaghen non manderà alcun rappresentante al World economic forum. Però ha inviato ieri truppe aggiuntive in Groenlandia per le esercitazioni militari. A parlare della necessità di «trovare una soluzione costruttiva per andare avanti» è stato il commissario Ue all’Economia, Valdis Dombrovskis, che ha aggiunto: «Minacciare dazi non è accettabile».
Ma oltre al dialogo, Bruxelles sta pensando agli strumenti con cui rispondere a Washington. La questione è stata affrontata nella riunione del Coreper domenica, ma è stata anche sbandierata dall’Ue ieri. Il portavoce della Commissione Ue, Olof Gill, ha commentato che qualora Trump dovesse procedere con i dazi, Bruxelles «sarebbe pronta a rispondere utilizzando gli strumenti a sua disposizione e farà tutto il necessario per proteggere i suoi interessi economici».
Lo stesso è stato annunciato dall’Alto rappresentate Ue, Kaja Kallas: «L’Europa ha una serie di strumenti per proteggere i propri interessi». Le sue parole arrivano dopo l’incontro con il ministro della Difesa danese, Troels Lund Poulsen, e con il ministro degli Esteri della Groenlandia, Vivian Motzfeldt. Anche il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha visto Poulsen e Motzfeld per discutere «dell’importanza dell’Artico, inclusa la Groenlandia, per la nostra sicurezza collettiva e di come la Danimarca stia intensificando gli investimenti in capacità chiave». Nel frattempo, due dei Paesi su cui incombe la minaccia dei dazi hanno adottato un approccio diverso. Il premier britannico, Keir Starmer, ha ammesso che «il modo giusto per affrontare una situazione di questa gravità è attraverso una discussione calma tra alleati». Decisamente meno morbida è stata la linea della Francia: il ministro delle Finanze, Roland Lescure, ha invitato l’Ue a utilizzare «tutti gli strumenti che ha a disposizione» incluso quello anti-coercizione. Tra l’altro, la reazione francese si estende al Medio Oriente: l’Eliseo ha affermato che non è sua intenzione aderire al Board of peace di Gaza, visto che «suscita importanti interrogativi circa il rispetto dei principi e della struttura delle Nazioni Unite».
In attesa giovedì del vertice straordinario dei leader dell’Ue, il presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, ha voluto sottolineare la visione unanime dell’Europa: «L’Ue sta con la Danimarca e con la Groenlandia e lo fa in maniera unita e determinata». Tuttavia, a prendere le distanze è Budapest: «Consideriamo questa una questione bilaterale che può essere risolta tramite colloqui tra le due parti. Non credo che sia una questione dell’Ue», ha sentenziato il ministro degli Esteri ungherese, Peter Szijjarto. E mentre il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha reso noto che «l’Italia sta parlando a testa alta con gli Stati Uniti», c’è chi intravede nell’atteggiamento americano una minaccia per il territorio italiano. «Continuando di questo passo, a qualcuno potrebbe venire in mente di far diventare la Sicilia il 51esimo Stato americano per un controllo strategico del Mediterraneo», ha dichiarato Patto per il Nord.
L’incontro alla Casa Bianca tra Trump e Maria Corina Machado riaccende i riflettori sul Venezuela. Tra gesti simbolici, dichiarazioni incrociate, accuse al regime e divisioni nell’opposizione, mentre il fronte bolivariano difende Delcy Rodríguez, il quadro politico resta complesso e aperto.
L’incontro alla Casa Bianca fra Donald Trump e Maria Corina Machado ha riportato l’attenzione del mondo su cosa sta accadendo in Venezuela. La leader dell’opposizione del paese sudamericano ha consegnato al presidente statunitense il premio Nobel per la Pace, un gesto che ha favorevolmente colpito il tycoon americano.
La Machado ha definito l’incontro come un dialogo molto positivo ed eccellente, ricevendo dall’inquilino della Casa Bianca molti complimenti, ma poca concretezza. Del resto Trump aveva spesa parole molto lusinghiere sulla nuova presidente Delcy Rodríguez, che Maria Corina Machado ha pubblicamente definito come una comunista, principale alleata del regime russo, cinese e iraniano, ribadendo di essere convinta che in Venezuela ci sarà presto una transizione ordinata. La Nobel per la Pace ha continuato sostenendo che Caracas sta vivendo una fase in cui il cartello della droga si contrappone alla giustizia, e la figura di Rodríguez rappresenterebbe la continuità di un sistema illegittimo.
Nonostante la pubblica soddisfazione da parte della Machado, alcuni importanti rappresentanti dell’opposizione restano dubbiosi sul futuro venezuelano. Delsa Solorzano è leader del partito Encuentro Ciudadano, che fa parte della coalizione Plataforma Unitaria che ha sostenuto la candidatura di Edmundo Gonzalez Urrutia alle presidenziali. «Il ritorno di Maria Corina Machado non credo che sarà imminente, in troppi in Venezuela hanno interesse a tenerla lontana. La situazione rimane molto complicata, noi stiamo lottando per la liberazione di tutti i prigionieri politici. Attivisti e rappresentanti dei nostri partiti restano in carcere e per ora sono stati liberati soprattutto gli stranieri per accontentare le nazioni estere, ma serve un cambiamento radicale. Gli Usa non possono fare affari con una persona sulla quale hanno messo una taglia da 50 milioni di dollari come il ministro degli Interni Diosdado Cabello».
Andres Avelino Alvarez è un deputato del Partito socialista unito del Venezuela, che aveva come leader Nicolas Maduro, ed è vicepresidente dell’assemblea parlamentare di Caracas. «Noi vogliamo l’immediata liberazione di Nicolas Maduro e di sua moglie Cilia Flores che sono stati rapiti dagli statunitensi. Noi deputati abbiamo votato una risoluzione che condanna l’atto violento e terroristico che è costato la vita a centinaia di nostri concittadini e ha portato via il presidente del Venezuela. Le elezioni dell’estate del 2024 si erano svolte regolarmente e io lo so bene avendo partecipato attivamente» spiega Alvarez. «Tuttavia devo ammettere che il presidente ultimante era cambiato ed era diventato un problema per i nostri rapporti con tante nazioni, compresi gli Stati Uniti. Washington è uno storico partner commerciale del Venezuela e adesso abbiamo semplicemente riattivato vecchi accordi. Tutti i parlamentari venezuelani hanno appoggiato Delcy Rodriguez come nuova presidente perché la nazione ha bisogno di una guida. La nostra nuova presidente è riconosciuta dal popolo venezuelano come una donna intelligente, capace, una manager di alto livello e un simbolo delle donne venezuelane che gode di un ampio sostegno, con un indice di gradimento superiore al 90% tra il popolo venezuelano. La presidente ha subito destituito Alex Saab dall'incarico di ministro delle Industrie e della Produzione Nazionale, già arrestato negli Stati Uniti e personaggio controverso». Secondo il deputato del Partito socialista unito del Venezuela «Maduro aveva voluta la Rodriguez come vicepresidente per otto anni e lei rappresenta la continuità con la rivoluzione bolivariana. Il nostro governo ha commesso degli errori, ma stiamo ponendo rimedio agli eccessi che ci sono stati. La violenza non è mai la soluzione, nemmeno quella di Washington che ha bombardato una nazione sovrana come il Venezuela».
Il deputato bolivariano ci tiene a sottolineare come i recenti fatti non abbiano sconvolto l’ordine della sua nazione. «Il governo resta ancora operativo e la nuova presidente sta amministrando molto bene, molti prigionieri politici sono stati già liberati e adesso dobbiamo parlare anche con l’opposizione. Il rilascio dei prigionieri politici, non solo di quelli condannati per atti terroristici, fa parte di un percorso e dimostra che la Rivoluzione Bolivariana è stata molto benevola e ha sempre operato in un quadro di ricerca della pace e di vera democrazia mantenendo una porta aperta al dialogo. Questa porta è stata aperta per oltre 25 anni e oggi rimane più aperta che mai».
A un certo punto la realtà si mescola con la fantasia rendendo possibile qualsiasi ipotesi. Anche la più ardita. Anche la più impensabile. Anche quella che, fino a ieri, si sarebbe liquidata con un’alzata di sopracciglio e un «ma per favore». Ecco, quel momento per l’Italia è adesso. E l’ipotesi è semplice, lineare, quasi banale nella sua audacia: uscire dall’Unione europea e diventare la stella numero 51 della bandiera americana. Quella in alto: la più luminosa. Calma. Nessuna invasione, nessuna portaerei al largo di Civitavecchia con gli F-35 che scaldano i motori. Nessun cowboy che porta il cavallo a bere nelle fontane di San Pietro (come un tempo avrebbero potuto fare i cosacchi). Solo una domanda, maliziosa quanto basta: ma siamo proprio sicuri che sarebbe una cattiva idea?
Cominciamo dai numeri, che sono noiosi ma fanno miracoli. Con i suoi 60 milioni di abitanti, l’Italia diventerebbe lo Stato più popoloso degli Stati Uniti d’America. Altro che California, Texas o Florida. Noi, da soli, con il nostro voto da Capo Passero a Vipiteno potremmo fare la differenza nelle elezioni per la Casa Bianca. I candidati, invece di farsi fotografare nei diner dell’Iowa, verrebbero a mangiare la carbonara a Trastevere. Gli elettori di Campobasso non sarebbero meno importanti di quelli di Minneapolis. E come la mettiamo sul derby al Meazza fra l’Inter FC di Milano e l’Inter Miami? Certo ci sarebbe sempre il rischio che qualche tifoso in delirio calcistico si possa mettere a tifare per la squadra sbagliata?
Il presidente degli Stati Uniti, qualunque sia il suo nome, non potrebbe ignorarci. Dovrebbe pronunciare «Italia» correttamente e magari imparare che Napoli non è la marca di pizza surgelata. Finalmente conteremmo qualcosa, non perché lo «prevede il Trattato» , ma perché i numeri - quelli veri - contano. Poi c’è la finanza. Qui smettiamo di scherzare. O forse no. Piazza Affari, sventolando la bandiera a stelle e strisce, diventerebbe una destinazione molto sexy. Basta con questi snobismi delle aziende italiane che vanno a quotarsi a Wall Street. Altro che spread, altro che vigilanza arcigna: gli investitori globali smetterebbero di chiederci se siamo affidabili e inizierebbero a chiedersi quanto rendiamo. E vogliamo parlare del dollaro? Addio ansie da euro malaticcio, addio vertici notturni, addio riunioni dell’Eurogruppo concluse con un «abbiamo deciso di non decidere». L’euro andrebbe in crisi? Pazienza. Noi avremmo il dollaro, e con esso una moneta che non chiede permesso per farsi rispettare. Capitolo regolamenti europei: qui la liberazione avrebbe un segno quasi mistico. Fine dell’utopia green obbligatoria, quella che ti spiega come devi scaldarti, che auto devi guidare, quanto devi inquinare e persino come devi sentirti in colpa. Fine delle direttive scritte in burocratese stretto da persone che non hanno mai visto una caldaia accesa né una fabbrica vera.
E soprattutto: addio al feticcio del 3% deficit/Pil, davanti al quale tutti i governi italiani nell’ultimo quarto di secolo sono stati costretti a genuflettersi. Un numero magico, scolpito nella pietra, che nessuno sa spiegare: (perché il 3% e non il 4 o il 2?) ma tutti devono rispettare. Negli Usa il deficit non è un peccato mortale: è uno strumento. A volte si esagera, certo. Ma almeno senza ipocrisia.
Resta il tema della lingua. È vero: passare dall’italiano all’inglese non è una passeggiata. Ma diciamocelo: l’inglese si impara. Soprattutto quando serve per lavorare, investire, sopravvivere. E poi, dopo anni di «recovery fund» di «green deal», «spending review» e «fiscal compact», siamo già linguisticamente pronti.
Al massimo nascerà un nuovo dialetto: l’italoamericano, con accento romano e gestualità obbligatoria. Non diversamente dai nonni che dopo lo sbarco a New York parlavano il «broccolino», varietà linguistica degli italiani di Brooklyn.
Se però tutto questo dovesse sembrare troppo radicale, troppo destabilizzante, troppo «fuori protocollo», esiste una soluzione diplomatica elegante e geniale. Un compromesso territoriale degno di una formidabile trattativa internazionale: Trump rinuncia alla Groenlandia e si prende la Sicilia. Sono entrambe isole, d’accordo. Ma qui il confronto è impietoso. Una è un frigorifero naturale, l’altra è baciata dal sole assai più della Florida. Una offre iceberg, l’altra arancini. Una ha l’orso polare, l’altra il tonno rosso e il cannolo. Vogliamo davvero discutere? La Sicilia, peraltro, è già mezza americana per vocazione, storia, destino. Gli antichi legami tra le famiglie siciliane e gli Stati Uniti non si contano: storie di partenze, ritorni, rimesse, sogni diventati grattacieli. Traffici commerciali della cui origine non val la pena perdere tempo. Così come sarebbe tedioso occuparsi di Michele Sindona e dei suoi amici. Non a caso si parla di ripristinare il volo diretto Palermo-New York. Non è un collegamento aereo: è uno strappo che si ricompone.
In fondo, questa provocazione serve a dire una cosa semplice: l’Italia è molto più grande di come viene trattata. Più popolosa, più centrale, più strategica. E forse, ogni tanto, avrebbe bisogno di guardarsi allo specchio e chiedersi se il recinto europeo in cui si trova è davvero quello giusto.
Da quando Donald Trump ha minacciato di imporre dazi pesantissimi ai Paesi europei che hanno inviato soldati in Groenlandia, le cancellerie del Vecchio continente sono andate in fibrillazione. Anche perché si parla di aliquote del 10 e del 25%. E per Bruxelles, com’è noto, il mercato americano è di vitale importanza. Questo giovedì, pertanto, i capi di Stato e di governo dell’Unione europea si incontreranno in un vertice speciale per discutere quale risposta recapitare al tycoon.
Per adesso sembra prevalere la strategia del compromesso. Eppure Emmanuel Macron - come suo solito - ha ventilato l’ipotesi di una reazione muscolare, agitando lo spauracchio delle contro-sanzioni. In maniera tutt’altro che sorprendente, tuttavia, Friedrich Merz ha sostenuto la necessità di riappianare gli attriti con Washington. Non è un mistero, infatti, che Francia e Germania non riescano più a trovare un punto d’incontro sui principali dossier all’ordine del giorno: l’asse di Aquisgrana è ormai un lontano ricordo.
Il cancelliere tedesco, dopotutto, ha miliardi di motivi per puntare alla de-escalation: sono i miliardi che andrebbero in fumo qualora gli Stati Uniti punissero la Germania con sanzioni economiche in doppia cifra. L’Unione dell’industria automobilistica tedesca (Vda) - settore strategico, anzi vitale per Berlino - ha fatto sapere ieri che i dazi americani avrebbero «costi enormi» per l’intera filiera, dal prezzo finale delle vetture fino ai componenti e ai semilavorati: un vero e proprio bagno di sangue per un ramo industriale già duramente provato dalla transizione all’elettrico e dalle imposizioni green di Bruxelles. Aggiungere i dazi sul florido mercato americano vorrebbe dire compromettere seriamente l’intero settore automobilistico. Non solo tedesco, ma anche europeo.
Non a caso, capita la mal parata, Merz ha prontamente fatto rientrare i 15 soldati tedeschi inviati in Groenlandia. Berlino ha cercato di giustificare questa ritirata come una mossa già programmata: i militari sono tornati a casa, ha detto il governo in camera caritatis, non appena è finita l’esercitazione. Ma diversi media internazionali hanno già fatto notare che, con ogni probabilità, le minacce di Trump hanno avuto successo nel ridurre Merz a più miti consigli.
Eppure, non sarà facile per il cancelliere tedesco tenere la barra dritta sulla via della pacificazione. A intralciarlo c’è, infatti, il suo alleato di governo, Lars Klingbeil, che sulla Groenlandia ha scelto una linea decisamente più rigida. Il leader socialdemocratico ha parlato apertamente di «ricatto» da parte di Washington, invitando Berlino e Bruxelles a non piegarsi alle minacce sui dazi e a preparare una risposta europea compatta. Una posizione che, appunto, stride con l’approccio prudente di Merz e che riporta alla luce le tensioni strutturali all’interno dell’esecutivo teutonico.
Non è la prima volta, in questi primi mesi di governo, che Unione e Spd finiscono ai ferri corti: dalla riforma dell’imposta di successione al freno al debito, fino alle priorità di politica industriale, i dossier su cui la coalizione ha mostrato crepe non mancano. La crisi groenlandese rischia così di trasformarsi nell’ennesimo terreno di scontro, mettendo in difficoltà un esecutivo già sorretto da una maggioranza risicata e da equilibri interni precari. Tra l’esigenza di evitare una guerra commerciale con gli Stati Uniti e la tentazione socialdemocratica di alzare il tiro in nome dell’orgoglio europeo, la stabilità del governo tedesco appare oggi tutt’altro che granitica. Siamo ancora ben lontani da una crisi aperta, beninteso. Ma la sintesi politica tra Unione e Spd non può certo limitarsi alla pura e semplice volontà di rimanere incollati alla poltrona.
