Papa Francesco (Imagoeconomica)
Ben due persone mi hanno ringraziato per aver fatto loro scoprire Eugenio Corti, grazie a un articolo sulla Verità. A Eugenio Corti risultano intitolate sostanzialmente zero scuole statali di rilievo nazionale; non emergono istituti scolastici ufficiali che portino stabilmente il suo nome.
A Pier Paolo Pasolini risultano invece intitolate, che io sappia, almeno tre scuole, come riportato anche da varie fonti culturali e giornalistiche: una a Milano, una a Potenza e una a Pordenone.
Questo dato, al di là delle simpatie personali, apre una riflessione interessante sul modo in cui l’Italia costruisce il proprio pantheon culturale. È inevitabile che Pasolini venga celebrato: in quanto cantore del comunismo è considerato un autore enorme, uno dei più influenti del Novecento italiano, capace di attraversare poesia, cinema, saggistica e critica sociale. In realtà è uno scrittore mediocre, nulla di quello che ha scritto è neanche lontanamente avvicinabile a Il cavallo rosso di Eugenio Corti. Come regista Pasolini è semplicemente inguardabile, ma non c’è limite a quanto tu possa essere mediocre: se sei iscritto al Partito comunista, tutto ti sarà perdonato.
Il fratello di Pier Paolo Pasolini, Guidalberto, eroico partigiano della divisione Osoppo, fu massacrato a Porzûs dai partigiani comunisti. Quando Pasolini elogia come forma di «onestà» il Partito comunista italiano, sta elogiando gente che con un attacco di una vigliaccheria ripugnante ha massacrato anche suo fratello: un personaggio di straordinaria etica, Pier Paolo Pasolini. I suoi film alternano primi piani dell’organo sessuale maschile (visto uno, visti tutti) alla straziante recitazione di gente che non sa recitare (ancora più inespressiva del succitato organo sessuale maschile), primo tra tutti Ninetto Davoli con eterno sorriso di ordinanza. Un film come Salò può essere concepito solo da una mente strutturalmente deforme. Ci sono forti sospetti su una predizione di Pasolini per persone molto giovani per atti erotici, ottenuti tramite la corruzione del denaro. È il caso di intitolare una scuola a un individuo su cui aleggino questi sospetti? Il problema nasce quando il criterio della memoria pubblica sembra diventare selettivo non sulla qualità dell’opera, ma sulla conformità ideologica al clima culturale dominante.
Eugenio Corti è stato autore di un romanzo monumentale come Il cavallo rosso, tradotto all’estero, ammirato da critici internazionali, considerato da molti uno dei grandi romanzi europei del secondo dopoguerra. Era un intellettuale rigoroso, con una visione storica fortissima, una prosa ampia, una straordinaria capacità narrativa. Ma era anche apertamente antimarxista, cattolico, critico verso il comunismo novecentesco. Il suo dramma Processo e morte di Stalin mette a fuoco un punto fondamentale: il comunismo non è stato solo feroce, è stato ridicolo. Il comunismo internazionale dell’Unione Sovietica e il nazionalsocialismo della Germania nazista, sono entrambi ridicoli. Il film più lucido sul nazismo è La caduta, gli ultimi giorni di Hitler (2004 diretto da Oliver Hirschbiegel). Nelle prime scene del film, vediamo Hitler, nel suo bunker accerchiato dall’Armata rossa, che fantastica sul contrattacco di divisioni inesistenti, mentre un gruppo di generali resta terrorizzato sull’attenti davanti a questo ometto chiaramente squilibrato. La scena è usata in innumerevoli video comici su Youtube. Si tiene l’originale audio in tedesco, e si cambia il testo dei sottotitoli: Hitler è furibondo perché è uscito greco alla maturità; Hitler è arrabbiato perché la Roma ha perso contro la Lazio; eccetera. In questi video si intuisce la spaventosa valenza comica della scena originale, questo ometto che farnetica idiozie senza che nessuno dei generali che lo circonda tiri fuori la pistola e risolva le sorti di Berlino piantandogli due proiettili nel cranio.
Sulla morte di Stalin esiste un unico film, che io sappia, Morto Stalin se ne fa un altro (2017, diretto da Armando Iannucci), ed è un film di umorismo grottesco, dove però tutta l’idiozia e tutta la ferocia di Stalin saltano fuori. L’idiozia e la ferocia di Stalin, come la nauseante vigliaccheria di tutti coloro che lo circondavano, sono magistralmente descritte nel libro di Corti. Quando parlate con un comunista, chiunque abbia avuto la tessera del Pci, chiunque li abbia votati, ricordatevi che è gente il cui giornale, L’Unità, ha titolato alla morte di Stalin : «È morto il più grande benefattore dell’umanità». Veramente abbiamo lasciato in mano a questi tizi, di cotale capacità cognitiva, la gestione della cultura? Un signore di Arcore, brava persona e per molti versi persona notevole, usava dire: «Siete ancora e sempre dei poveri comunisti», vale a dire delle persone convinte che un sanguinario criminale i cui numeri fanno impallidire quelli di Hitler ( ma non quelli di Mao) fosse un benefattore.
Eugenio Corti, come anche Giovannino Guareschi, osa sottolineare l’assoluta imbecillità del comunismo sovietico, e quindi di tutti i suoi figli e figliastri. E questo, nel sistema culturale italiano nato nel dopoguerra, ha pesato enormemente. Per decenni in Italia la legittimazione culturale è passata attraverso ambienti nei quali l’egemonia marxista o postmarxista era fortissima: università, editoria, giornalismo culturale, cinema, scuola. Non serviva necessariamente essere grandi; bastava stare dentro un certo orizzonte. Al contrario, chi ne stava fuori doveva essere eccezionale per ottenere anche solo una minima attenzione. E a volte non basta nemmeno essere eccezionali . Ora tutto questo è peggiorato, e si è aggiunto anche il delirio woke. Pasolini, comunista, sodomita, e con forti sospetti di tendenze pedofile, risulta essere il meglio del meglio. Così accade che figure di area progressista vengano spesso assolte dalle loro contraddizioni private, morali o intellettuali in nome del loro ruolo simbolico, mentre figure conservatrici o antimarxiste debbano continuamente giustificare la propria esistenza culturale. Pasolini stesso, non sarebbe certo stato insofferente verso questa canonizzazione automatica. Era un intellettuale falsamente scomodo, sempre molto poco critico verso la sinistra italiana, con critiche chiaramente di facciata.
Il sistema culturale ha trasformato il «Pasolini eretico» in un’icona rassicurante, mentre autori come Corti restano confinati in nicchie culturali, nonostante la statura letteraria. Il punto è chiedersi perché in Italia il talento venga sempre filtrato attraverso l’appartenenza ideologica. Perché uno scrittore marxista può essere mediocre senza compromettere la propria reputazione, mentre uno scrittore antimarxista deve essere gigantesco per essere appena tollerato? Questa asimmetria dice molto più delle istituzioni culturali che degli autori stessi.
Eugenio Corti è solidamente assente anche dalle antologie. Molti studenti anche di valore non lo hanno mai sentito nominare. Si chiama censura. Se il signora di Arcore avesse usato un po’ dei suoi giornali e delle sue televisioni per levare la Kultura dalle mani di nipotini di Stalin sarebbe stato un grande. Peccato! Non lo è stato. Resta una brava persona, un ottimo uomo politico, ma come dicono le maestre del ragazzino intelligente che non fa i compiti, poteva fare di più, poteva rifondare la cultura italiana o almeno provarci.
E ora il dato delle scuole intitolate è simbolico: non misura il valore letterario, ma il potere di influenza di una cultura dominante sulla memoria collettiva. E forse proprio qui sta la questione centrale: chi decide quali nomi debbano diventare «educativi» per le nuove generazioni? La qualità dell’opera? L’influenza storica? O la compatibilità ideologica con chi controlla i luoghi della formazione culturale? Pasolini ha assolto la criminale strage di Porzûs.
A scanso di ulteriori problemi, vorrei fare una proposta: vietare nella maniera più assoluta che scuole, strade, camere del Senato siano intitolate a individui morti da meno di un secolo. Così che si abbia il tempo di stabilire se è stata vera gloria. Comunque, se dovessi vivere in via Lenin, massacratore della Russia, in via Che Guevara massacratore di gay, o insegnare nella scuola Pasolini avrei i guai miei con il disgusto o con la collera. Il cittadino non deve essere sottoposto né al disgusto né alla collera.
La corsa dei titoli legati all’Intelligenza artificiale è l’inizio di una nuova era industriale o una bolla destinata a sgonfiarsi? A fine maggio 2026 il dilemma domina i mercati. I semiconduttori hanno generato quasi la metà dei guadagni dell’S&P 500 dalla fine di marzo, arrivando al 18% del paniere: un dato che impone prudenza.
«Guardare alla salita dell’IA solo con la lente del catastrofismo significa dimenticare la storia recente», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf e consulente finanziario indipendente, «poiché anche vent’anni fa gli ingenti investimenti delle Big Tech nel “cloud” venivano criticati come sprechi miliardari difficilmente recuperabili. Poi, quel cloud è diventato la spina dorsale della redditività globale e dell’intera architettura digitale. Oggi le aziende più ricche del pianeta stanno stanziando centinaia di miliardi di dollari: forse non tutte hanno fatto perfettamente i conti sui ritorni immediati, ma sanno che perdere questa corsa agli armamenti tecnologici significa l’estinzione».
Secondo uno studio di AMD, l’IA ha raggiunto un miliardo di utenti in tre anni, contro i dieci richiesti da Internet. Ma la partita cruciale non è l’uso dei chatbot: è l’integrazione nei processi aziendali. La spesa per l’IA vale ancora appena il 4% del budget software globale. «Il mercato si muove a ondate successive», osserva Gaziano, «poiché i modelli di IA si auto-programmano ed evolvono ogni quattro mesi, richiedendo un continuo aggiornamento dell’hardware. Ma se la tesi dei “Pro” poggia su un aumento radicale della produttività e su economie di scala imponenti, i “Contro” ricordano che l’open source e la concorrenza asiatica rischiano di erodere rapidamente il potere di determinazione dei prezzi».
Il collo di bottiglia, intanto, si sposta dalle Gpu e dalle memorie Hbm (le ram superveloci a banda larga) alle infrastrutture: reti elettriche, trasformatori, data center e competenze tecniche. GE Vernova parla di «corsa agli sportelli» per le turbine elettriche. È qui che emerge il rischio: i flussi di cassa liberi degli hyperscaler sarebbero scesi da 224 miliardi di dollari nel 2023 a 65 miliardi nel 2026, mentre il Capex (le spese in conto capitale per acquistare, migliorare o mantenere immobilizzazioni materiali e immateriali (brevetti, software) con utilità pluriennale) sarebbe salito da 200 a 700 miliardi.
«Questa contrazione drammatica della cassa disponibile potrebbe essere un campanello d’allarme per l’investitore», avverte l’esperto, «perché mantenere i ritmi di un Capex passato da 200 a 700 miliardi di dollari non è matematicamente sostenibile all’infinito. E se qualcosa si ingrippasse, i titoli con le valutazioni più tirate subirebbero correzioni anche violente. Come SoldiExpert Scf», conclude Gaziano, «manteniamo un approccio rigidamente laico. Valutiamo l’andamento delle società incrociando i fondamentali di bilancio con la forza relativa del prezzo in Borsa, senza innamorarci delle narrazioni mediatiche».
«La politica è l’arte di impedire alla gente di impicciarsi di ciò che la riguarda», ha scritto in modo fulminante, in uno dei suoi Quaderni, il poeta francese Paul Valéry.
Il provocatorio aforisma si può applicare a molti contesti e molte latitudini, e in Italia il lato rassicurante, protettivo ed elusivo insieme, di molteplici stagioni politiche, sin dall’Unità del nostro Stato, ha raggiunto spesso risultati notevoli, a discapito dello sviluppo reale e moderno del Paese.
Berlusconi probabilmente non aveva letto Valéry, ma giunse alla stessa conclusione. E non era certamente una persona che amava concetti come l’oppio dei popoli; di sicuro non aveva una visione elitaria della politica. Eppure, aveva una predisposizione naturale a far sentire gli elettori, almeno i suoi (e non furono pochi), protetti, in qualche modo accuditi. A discapito dei risultati concreti, anche per questa attitudine il Cavaliere ha raggiunto e mantenuto vette di consenso personale di cui nessun altro politico italiano ha mai goduto. Nel suo Dna meneghino c’era la propensione al «faso tutto me, ghe pensi mi». Non c’era bisogno di affaticare gli italiani con dibattiti sui massimi sistemi. Era solo necessario che avessero fiducia in lui, Presidente faber, manovratore da non disturbare mentre tiene la barra dell’Azienda Italia. E per certificare la narrazione, calzato l’elmetto d’ordinanza, ogni tanto si aggirava per i cantieri di grandi e piccole opere, reali o più spesso solo programmate.
Dall’opposizione replicavano: non è vero, è tutto falso, è un in cantatore di serpenti, un imbonitore da festa paesana, un illusionista, un prestigiatore, non lasciatevi irretire. Ma i telespettatori non si presero la briga di verificare, allo stesso modo in cui accettavano passivamente l’assioma del detersivo che «più bianco non si può».
Della massima di Valéry, Berlusconi in qualche modo aveva fatto un’arte. Ma non in modo subdolo, e senza il fine dell’aforisma francese, piuttosto perché pensava che la gente dovesse sentirsi rassicurata, e dunque anche sollevata, e così tendeva a proporsi come colui che si occupa di tutto. C’era il calcolo, ma c’era anche qualcosa che gli veniva naturale. Tra l’adescamento governativo e la reazione della sinistra, per lungo tempo il primo prevalse, a giudicare dai risultati elettorali.
In fin dei conti l’enorme grado di attrazione, anche personale, che suscitava nei suoi simpatizzanti descriveva un meccanismo di immedesimazione, Berlusconi piaceva a prescindere e questo oscurava molte cose: i gap del suo programma, i gap dei suoi governi, la di stanza fra le tante promesse e le vere, poche, riforme, realizzate. Del resto, in pubblicità Berlusconi era un maestro. Analista per istinto della psicologia di massa sceglieva sempre l’abito giusto, trovava la giusta misura per catturare l’uditorio del momento. Rassicurava gli altri e anche sé stesso. Nonostante i tanti gap, dopo un bagno di folla, all’apice del suo successo, il leader azzurro tornava a casa e nelle mani dei suoi collaboratori svuotava, letteralmente, le tasche: ogni passeggiata, ogni contatto con la gente, equivaleva a decine di bigliettini con tanto di numero di cellulare. C’era di tutto in quegli appelli: un campionario di bisogni, aspirazioni e disperazioni. Ed era un mondo che cercava un contatto, che si offriva o chiedeva, a cui si farebbe un torto riducendolo all’attrazione strumentale che alcune giovani ragazze nutrivano nei confronti del Presidente e delle sue inclinazioni. Dentro quelle tasche e quei bigliettini c’era gente che chiedeva un lavoro, un favore, una casa popolare, un aggancio, una raccomandazione, una speranza, persino una dentiera nuova. Era piuttosto un pezzo d’Italia che riusciva a vedere solo la leadership, il taumaturgo, senza scorgerne i difetti e le omissioni. Ed erano una minoranza, in quelle piazze, coloro che continuavano a credere che i problemi personali andassero risolti all’interno delle istituzioni. Scrive Luigi Crespi nella sua biografia, raccontando della rimonta elettorale del 2001, snodo cruciale della carriera politica del Cavaliere: «Perché a Berlusconi - ogni tanto glielo dico, alla Biagi, quando voglio farlo arrabbiare - per essere una donna mancano solo le tette. Per il suo popolo, il suo ruolo di leader non si svolge nell’area del rigore e della disciplina, a quello ci pensa già la sinistra. Silvio è promessa di benessere e di piacere, è accudimento, è seduzione. E il Paese ha bisogno di questo slancio di positività…».
A sua volta, nonostante l’età, Berlusconi stesso era oggetto di accudimento. È ancora Crespi che lo racconta: «Quando vado a trovarlo a Macherio non ci sono cortigiani, ma solo la madre, la signora Rosa, che arriva puntuale mentre faccio anticamera e mi sottopone a una ramanzina, sempre la stessa: devo stare attento e prendermi cura di suo figlio, questa storia della politica può fargli male…».
Per Berlusconi, quando i sondaggi non lo soddisfacevano, esisteva un espediente che, secondo lui, era infallibile: «Rivolgetevi alle mamme, fate un panel con le sole mamme, se mi votano loro mi votano tutti gli altri membri della famiglia».
«La rivoluzione del modello Meloni è stata far capire che il problema dell’immigrazione va affrontato nella dimensione esterna». Lo ha dichiarato l’eurodeputato di Fratelli d’Italia Nicola Procaccini, commentando l’accordo sulle nuove regole Ue per i rimpatri e rivendicando l’approccio italiano basato su hub nei Paesi terzi, selezione prima delle partenze e contrasto ai trafficanti.
