Papa Francesco (Imagoeconomica)
Italo Balbo eroe cittadino? Per la sinistra di Ferrara sembra andare bene in base al colore dell’amministrazione comunale. Se è rossa si può celebrare la memoria dell’aviatore che trasvolò l’Oceano Atlantico poco meno di 100 anni fa. Ma se la giunta è di destra scatta il riflesso della propaganda antifascista e Balbo diventa un «gerarca» impresentabile.
Almeno così la pensa la Cgil ferrarese, che ritiene «la scelta di ergere Italo Balbo a figura identitaria in un festival dedicato al territorio di Ferrara, rappresenta una precisa operazione culturale in sfregio alla memoria collettiva della nostra città. Il “Festival delle Città Identitarie” in programma a luglio, intende “esaltare le figure e le opere che hanno segnato l’identità ferrarese”, e assegna a Italo Balbo un protagonismo inaccettabile dal punto di vista storico». «Non in nostro nome!», grida quindi, indignata, la Cgil ferrarese, unita in questa protesta, stando alle cronache con le altre forze democratiche e antifasciste della città. Per il sindacato guidato da Maurizio Landini, inoltre, «le trasvolate oceaniche non possono riscattare le responsabilità politiche e personali di Balbo»
Come se non bastasse, quattro giorni fa, le opposizioni in Consiglio comunale (Pd, Civica Anselmo, La Comune e M5s) hanno presentato una mozione che chiede di «ritirare l’adesione della Città di Ferrara dalla Fondazione Città Identitarie» e di togliere qualsiasi sostegno a iniziative ritenute di carattere celebrativo del fascismo.
«La figura storica e politica di Italo Balbo», sostengono i dem, «non può essere celebrata acriticamente come uno dei tanti personaggi che hanno dato identità culturale alla città di Ferrara. La vita di Balbo è e deve restare oggetto di una ponderata, competente e integrale riflessione in sede storiografica, cosa ben diversa da una improvvisata iniziativa pubblica tesa a riabilitare, con intenti celebrativi e toni assolutori, uno dei principali artefici della dittatura fascista».
Ma basta fare un passo indietro di otto anni e tornare al 2018 per trovare una sinistra che vedeva di buon occhio le iniziative legate a Balbo.
All’epoca il sindaco era l’esponente del Pd Tiziano Tagliani, e quando l’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara presenta i risultati del lavoro sulla «Donazione famiglia Paolo Balbo» Tagliani, insieme al consigliere di Stato Daniele Ravenna, ad Angelo Varni, docente emerito dell’Università di Bologna e i curatori, assiste alla stipula dell’atto di donazione del fondo documentario appartenuto a Italo Balbo e conservato per più di mezzo secolo nella casa di famiglia di via Borgo Leoni, 70.
Agli attacchi della sinistra ha risposto con un’intervista al quotidiano locale La Nuova Ferrara Edoardo Sylos Labini, ideatore del festival della Città Identitarie che si terrà proprio a Ferrara dal 2 al 5 luglio.
Per l’attore cinquantaquattrenne, la presa di posizione della sinistra è «un attacco pretestuoso», portato avanti solo «perché la giunta della città è di centrodestra». Ed è proprio Sylos Labini a ricordare come nel 2018, quando «l’allora sindaco Tiziano Tagliani presenziò alla donazione del fondo di Balbo che venne donato alla città dalla famiglia, L’Anpi non disse nulla e quindi considero grave questa protesta, nella quale si vuole zittire chi cerca di fare cultura». La stessa Anpi stavolta ha tuonato, dicendo che c’è solo da vergognarsi parlando di «offesa politica e morale». Anche per questo Sylos Labini ricorda come nei suoi scritti, Pier Paolo Pasolini «parlava di “fascismo degli antifascisti”».
Il neo commissario: «Tante misure sono per la povertà, ora però aiutiamo il ceto medio. Compenso da 500.000 euro? Giusto per le responsabilità. Conosco Salvini da 10 anni, ma sono qui per meriti. Sulle graduatorie è corretta la corsia privilegiata agli italiani».
Felice Squitieri. Romano. Laurea alla Sapienza. Professione: architetto. Specializzazione: bioedilizia, sostenibilità e rigenerazione urbana. Incarichi istituzionali: membro della Commissione Via-Vas del ministero dell’Ambiente (valutazione sull’impatto ambientale delle opere pubbliche) e da qualche giorno commissario straordinario per il Piano casa del governo, uno dei progetti identitari del centrodestra rivendicato a più riprese dal premier Giorgia Meloni. La nomina è freschissima così come le polemiche che ne sono conseguite. Motivo? La sua vicinanza alla Lega. E lo stipendio, che per l’opposizione è eccessivo. E giù illazioni. Alle quali Squitieri replica per la prima volta parlando con La Verità.
Commissario, più del ruolo che andrà a svolgere si parla del suo compenso e di Salvini? La cosa la colpisce?
«No, per niente, è il gioco delle parti e non intendo alimentare sterili polemiche. Da parte mia le posso solo dire che si tratta di un incarico di grandissima responsabilità. Il Piano casa è un intervento che non ha precedenti per dimensioni nella storia recente del nostro Paese, per trovare un termine di paragone dobbiamo fare un ideale “flashback” che ci riporta indietro di decenni, fino al Piano Fanfani».
Qualcuno dall’opposizione pensa che quasi 500.000 euro lordi per un anno e mezzo di lavoro (scadenza fine 2027) siano eccessivi.
«Guardi il mio lavoro sarà retribuito secondo i canoni di legge e risponde a criteri generali e trasparenti, commisurati alla complessità e alla rilevanza dell’incarico».
La stessa sinistra l’accusa per la vicinanza a Matteo Salvini e alla Lega.
«Anche qui. Io sono attivo nel mondo dell’associazionismo fin da giovanissimo. Ho un rapporto con la Lega e Matteo Salvini? Certo. Un rapporto che ha radici profonde e meritocratiche. Da quando nel 2017 la Lega ha attivato il think tank “Punto di Svolta”, un laboratorio di pensiero nato per cercare nella società civile figure che volessero mettere a disposizione tempo, competenze ed esperienza. Da lì è iniziato il mio percorso tecnico-politico al fianco del partito e del ministro. Ed è stato proprio sul tema casa che ho offerto da subito il mio supporto, contribuendo a delineare una visione programmatica che oggi sta diventando realtà».
Ci sono polemiche anche sulla struttura, pare corposa, che l’accompagnerà.
«In questi giorni stiamo definendo la squadra migliore da mettere in campo, sempre nel rigoroso rispetto del quadro normativo. La legge prevede la figura di un sub-commissario e stiamo valutando i profili più idonei per operare con la massima efficienza. Ma se si fa polemica anche su questo mi permetta di dire che forse non si è capita la portata del Piano casa».
Ecco ce la spieghi.
«Il primo traguardo cronologico consiste nel restituire ai Comuni e alle aziende, nel minor tempo possibile, circa 60.000 appartamenti popolari già esistenti che però oggi non sono disponibili. La stragrande maggioranza necessita solo di rapidi interventi di ristrutturazione per essere efficientati e assegnati. Subito dopo, si procederà con i cantieri per le nuove costruzioni».
Ci può dare una tempistica. Quando saranno pronte le prime abitazioni ristrutturate? Possibile già nel 2026?
«Entro un anno sarà sfida».
E lei che ruolo svolgerà? Cosa fa il commissario straordinario?
«In estrema sintesi, le mie funzioni saranno di coordinamento e raccordo tra il governo, in tutte le sue articolazioni, e i territori. In questo contesto, Invitalia giocherà un ruolo cruciale: gestirà il Fondo in cui sono confluite le risorse destinate a dare vita al primo pilastro del piano, ovvero gli interventi di edilizia residenziale pubblica e sociale».
Mi scusi la sintesi, sarà una sorta di facilitatore e velocizzatore dei progetti?
«Da un certo punto di vista sì. Facilitare e rendere più celere l’attuazione del Piano casa è uno dei miei compiti».
Veniamo ai fondi. Chi ce li mette?
«Il ministero delle Infrastrutture ha stanziato 970 milioni a valere sulle risorse disponibili per il Piano Casa Italia. Quindi utilizzeremo una quota pari al 50% delle risorse del Fondo sociale per il clima, destinata al sostegno delle famiglie vulnerabili, quantificabile in circa 700 milioni. Poi ci sarà una quota del fondo del ministero dell’Interno, di concerto con Mef e Mit, dedicato a rigenerazione urbana e housing sociale dei Comuni: parliamo di 500 milioni per ciascuno degli anni 2027 e 2028 e 700 milioni annui dal 2029 al 2034 (per un totale di 4,8 miliardi di euro). Infine ci saranno altre risorse aggiuntive derivanti dai fondi per la “coesione sociale”».
Cdp è coinvolta?
«Sì, attraverso l’attivazione del “fondo dei fondi”, uno strumento finanziario strategico per attrarre investitori e finanziatori privati che opereranno secondo rigorosi criteri di utilità pubblica».
E qui arriviamo all’altro punto di polemica, la partecipazione dei privati.
«Mi verrebbe da dire: assolutamente normale per un progetto di questa portata. La collaborazione con il settore privato e con i fondi di investimento è lo strumento moderno per moltiplicare l’efficacia delle risorse pubbliche: i capitali privati vengono attirati, ma sono vincolati a finalità sociali e a criteri pubblici. Come noto su 100 alloggi realizzati, almeno 70 devono essere in edilizia convenzionata. Inoltre si tratta di alloggi che saranno venduti o affittati con un sconto minimo del 33% rispetto ai valori di mercato».
È vero che il Piano casa aiuta il ceto medio (prof, personale sanitario, forze dell’ordine) più che la fascia meno abbiente della popolazione?
«Da cittadino appassionato alle dinamiche della nostra società, trovo questa analisi cruciale».
Perché?
«Negli ultimi anni il ceto medio italiano è stato schiacciato in una tenaglia. Da un lato, le misure di welfare si sono concentrate quasi esclusivamente sulla povertà assoluta e sulle fasce estremamente fragili; dall’altro, abbiamo assistito a un aumento esponenziale del disagio sociale, alimentato anche dai fenomeni di immigrazione di massa. Se parametriamo tutti gli aiuti sociali solo sul livello di reddito minimo, chi si trova nella fascia grigia – chi lavora, ha un reddito normale ma non riesce a pagare affitti di mercato o ad accendere un mutuo – rischia l’esclusione totale. Se scompare il ceto medio, rischiamo la polarizzazione tipica dei paesi sottosviluppati: un fossato incolmabile tra pochissimi super-ricchi e una massa di super-poveri. Questo piano tutela proprio chi lavora».
Rivendica anche la preferenza per i cittadini italiani nelle graduatorie?
«Anche su questo tema, parliamo di una scelta politica e valoriale compiuta dal Parlamento in sede di conversione del decreto. Credo che sia un principio di profonda equità sociale e di buonsenso garantire una priorità e un’attenzione particolare a quei cittadini che da anni, o da generazioni, contribuiscono con il proprio lavoro e le proprie tasse alla crescita e al welfare della nostra nazione».
Innocenzo Cipolletta, presidente dell’Associazione italiana editori, risponde rapidamente e sorridendo: «E certo!». Lo abbiamo colto alla sprovvista con la nostra telefonata, e gli abbiamo domandato a bruciapelo: «Ma quindi nonostante tutte le polemiche il patentino antifascista per accedere alla fiera Più libri più liberi è ancora in vigore?». La risposta è appunto quella: «E certo». Cipolletta ci dice anche che sull’argomento non vuole intervenire. E rispettiamo la sua volontà, anche perché gli riconosciamo di aver avuto in passato posizioni molto apprezzabili. Mesi fa, quando esplose il delirio perché alla fiera editoriale romana era presente la casa editrice di destra Passaggio al bosco, il presidente tenne il punto, e rifiutò di procedere a epurazioni.
E proprio perché l’ultima volta non è stato possibile censurare, ecco che a questo giro i responsabili della fiera si sono inventati il patentino. Secondo il vertice dell’Aie si tratta del modulo di adesione alla manifestazione, che è stato inviato a tutte le case editrici interessate. Il problema è che di quel modulo, rispetto alle passate edizioni, sono state cambiate alcune parti, e viene fatta esplicita richiesta di «riconoscere e condividere i valori antifascisti alla base dell’ordinamento democratico della Costituzione italiana». Facile: o ti dichiari antifa o resti fuori. Quel passaggio è rimasto identico nonostante numerose voci - a partire da quella della presidente del Consiglio - ne abbiano fatto notare nelle scorse settimane il piglio liberticida e il gusto per la mordacchia.
Cipolletta non vuole commentare, ripete che sul tema, dopo la pioggia di critiche, è stata aperta una riflessione. Anche altri operatori dell’Aie confermano: stiamo riflettendo. E sarà pure. Ma viene da chiedersi: quanto dura questa riflessione? Quanto si devono arrovellare gli editori? Il sospetto è che sperassero nemmeno troppo segretamente che dalla faccenda non si parlasse più. In effetti, dopo qualche giorno di furibonda polemica, altre grane hanno preso il sopravvento, a partire dal polverone sollevato dalle parole di Michele Mari sul torpedone del Premio Strega. Ieri però a riaccendere il fuoco ci ha pensato Marco Travaglio sul Fatto quotidiano. Nell’editoriale di prima pagina ha raccontato che Paper First, la casa editrice legata al giornale, ha ricevuto il famigerato modulo di adesione. Cioè il patentino antifascista.
Travaglio, con gesto che riscuote tutto il nostro apprezzamento, ha fatto sapere che non firmerà. Nel modulo, scrive il direttore del Fatto, si richiede non solo la dichiarazione di antifascismo, ma si impone agli editori di «impegnarsi a rispettare tutte le disposizioni di legge e i regolamenti... inclusi quelli in materia di diritto d’autore, pubblica sicurezza, prevenzione incendi, igiene e sicurezza sul lavoro...». Non è solo un patentino antifascista, dunque, ma pure un patentino antincendio. Travaglio, dunque, non firma per «sacro rispetto del senso del ridicolo». E aggiunge: «Siccome nessuna norma impone a privati cittadini, come gli editori, di essere democratici e antifascisti (e meno male, sennò chi lo è per scelta spontanea verrebbe accomunato a chi finge di esserlo per farla franca), l’obbligo di firma per presentare libri non ha senso. A meno che non miri a discriminare chi non si riconosce nella democrazia e nella Costituzione, cosa del tutto legittima per chi non ricopre né cerca cariche pubbliche». Conclusione feroce: «Era il fascismo che pretendeva dichiarazioni e giuramenti per discriminare gli antifascisti. Una democrazia che usi lo stesso trattamento a chi non vi si riconosce non è più tale: è, appunto, una nuova forma di fascismo».
Più che una nuova forma di fascismo a noi sembra di vedere una vecchia forma di comunismo, ma in fondo si tratta di sottigliezze. Il punto, semmai, è capire come sia possibile che non siano ancora stati presi provvedimenti. Giorgia Meloni è intervenuta due settimane fa circa sulla questione. Da allora alcuni editori coraggiosi, per primo Manuel Grillo di Settecolori, hanno dichiarato pubblicamente che non avrebbero firmato il modulo considerandolo assurdo e discriminatorio. Fior di intellettuali si sono espressi con vigore contro il patentino. Massimo Cacciari ha fatto sapere che non avrebbe più pubblicato per Adelphi se l’editore avesse approvato il modulo. Luciano Canfora ha demolito le tentazioni censorie degli organizzatori della fiera. Giuseppe Iannaccone, vertice del Centro per il libro e la lettura che finanzia con svariate decine di migliaia di euro la fiera ha detto al nostro giornale che se il patentino rimanesse forse si dovrebbe valutare un miglior impiego di quei fondi.
Eppure nulla si è davvero mosso. Giova ricordare che Più libri più liberi, rassegna organizzata dalla Associazione italiana editori, prende fondi pubblici dal ministero della Cultura tramite il suddetto Centro per il libro e la lettura, ma percepisce denaro anche dalla Regione Lazio, da Roma Capitale e dalla Camera di Commercio di Roma. Domandiamo: il Comune di Roma approva il patentino? La Camera di commercio lo gradisce? Soprattutto: il ministero non dovrebbe esprimersi con chiarezza e determinazione? Forse qualche parola del ministro della Cultura sarebbe opportuna, e spingerebbe gli editori a ragionare più rapidamente. La riflessione l’hanno aperta, come no. Ma sarebbe anche ora di chiuderla, e alla svelta. Quel patentino è un insulto alla libertà e all’intelligenza, e che venga pagato con il nostro denaro è una ingiustizia a cui va posto rimedio prima di subito.
Chissà che cosa aveva previsto per Leonardo Maria Del Vecchio l’oroscopo di giugno di Paolo Fox. Difficilmente però gli avrebbe indicato che le sue ambizioni di diventare l’arbitro della finanza italiana sarebbero naufragate in poco più di venti giorni.
Prima l’intervento di Carlo Messina e Carlo Cimbri, rispettivamente a capo di Intesa e di Unipol, che gli hanno tolto centralità nel sistema bancario con l’Opas su Mps. Ora la madre e i fratelli che hanno bloccato il riassetto di Delfin, la holding di famiglia che doveva essere il trampolino di lancio di Leonardo Maria nell’alta finanza. Gli resta la presenza nei giornali. Poca cosa per le sue aspirazioni. Il riassetto di Delfin resta, infatti, impigliato nella tela dei suoi stessi equilibri.
La riunione del consiglio d’amministrazione della holding lussemburghese ha infatti fatto scattare lo stop che pesa più di una semplice frenata tecnica: è il segnale che il progetto di ricomposizione dell’eredità Del Vecchio, a quattro anni dalla scomparsa del fondatore, è ancora lontano da una sintesi condivisa. La proposta di Leonardo Maria di rilevare le quote dei fratelli Luca e Paola e chiudere la lunga stagione dei contenziosi si è arenata proprio sul punto più sensibile: le condizioni legate al prestito da 11 miliardi necessario a finanziare il riassetto. Operazione non semplice: si trattava di dare un prestito alla cassaforte personale di Leonardo che, a sua volta, controllava una finanziaria. Un doppio salto mortale.
Non a caso il nodo della lettera di patronage richiesta alle banche ha fatto da detonatore. Il board di Delfin ha scelto di non firmare, spezzando di fatto l’architettura del cosiddetto «backstop» che avrebbe dovuto blindare l’operazione ed evitare qualsiasi ingresso esterno nel capitale della cassaforte da oltre 40 miliardi di patrimonio. Dentro c’è Essilux, e le partecipazioni in Generali, Unicredit, Mps e Covivio. Una struttura pensata per tenere tutto chiuso dentro il perimetro familiare. Dentro la stanza dei bottoni la frattura è stata netta: favorevoli il presidente Francesco Milleri e il notaio di famiglia Mario Notari, contrari l’amministratore delegato Romolo Bardin e i consiglieri Giovanni Giallombardo e Aloyse May. Una spaccatura che non è solo tecnica, ma politica nel senso pieno del termine: riguarda la governance, la fiducia e soprattutto la sostenibilità del maxi prestito da 11 miliardi.
La conseguenza è immediata: senza quel perno finanziario, il riassetto si allontana e si complica anche l’ipotesi di una chiusura ordinata dei rapporti tra gli eredi. Sul tavolo resta l’alternativa: sarebbe Delfin che liquida direttamente i suoi azionisti. Un’operazione da almeno 20 miliardi, difficilmente digeribile anche per una macchina finanziaria come Delfin, pur ricca di dividendi e linee di credito non utilizzate. Così il risiko si ribalta: da disegno di semplificazione a puzzle. Con un paradosso che aleggia sullo sfondo: la possibilità che il meccanismo si inceppi fino a riaprire scenari estremi, come quello della liquidazione di Delfin. Ipotesi lontana, quasi teorica. Così il risiko familiare assume una dinamica da partita a scacchi: ogni mossa moltiplica le variabili. Con il paradosso che la soluzione «ordinata» diventa, per definizione, la più difficile da mettere in sicurezza. Per ora, dunque, il riassetto resta in stand-by. Così come le ambizioni di Leonardo Maria.
