Papa Francesco (Imagoeconomica)
Lo ha già cacciato un intero Paese, manca solo qualcuno che gli dia la cattiva notizia. Sfiduciato da 60 milioni di commissari tecnici, Gabriele Gravina resiste in trincea meglio della difesa azzurra in Bosnia. Nessuna presa di coscienza, nessun sussulto di dignità. Per il presidente federale quel bambino che da 12 anni non vede l’Italia ai Mondiali di calcio (scusate per la metafora più stucchevole dell’anno) può anche diventare maggiorenne. Contano solo la sua poltrona e il Millechiodi per incollarci i glutei. Così il giorno dopo somiglia curiosamente al giorno prima: volto di marmo e scaricabarile da satrapo democristiano. «La crisi è grande, bisogna ridisegnare il calcio. Si parla della Figc come unico attore ma ci sono le Leghe, i club, la politica». E poi le gomme bucate, le cavallette come in quella scena con John Belushi.
A buttare la palla in tribuna Gravina è un fuoriclasse. Ma sono trascorse 24 ore dalla disfatta epocale (seconda personale, la Macedonia del Nord è stato l’altro suo capolavoro) e lui è ancora lì. Almeno Carlo Tavecchio dopo il crollo contro la Svezia di otto anni fa se n’era andato a testa più o meno alta. Lui no, rimanda e si appella al Consiglio federale che un anno fa lo rielesse con il 98% dei voti, stile Vladimir Putin. Difficile pensare di rinunciare a 240.000 all’anno dalla Figc e quindi anche ai 250.000 come vicepresidente Uefa.
Questa volta la faccenda è seria e con lui dovrebbe andarsene tutto il cucuzzaro. Ieri la sede della Federcalcio è stata pure vandalizzata: uova marce contro il muro d’ingresso, vicino allo stemma, e aiuole distrutte. Un segnale di insofferenza assoluta. Le pressioni dal mondo sportivo, politico e dai suoi sponsor (Giancarlo Abete prima di tutti) sono forti e già oggi è previsto un summit interno con tagliole sparse nell’erba alta. Il presidente del Napoli, Aurelio De Laurentiis, è il primo a smarcarsi: «Oggi la Nazionale è un giocattolo in mano ai bambini». E lancia la candidatura dell’evergreen Giovanni Malagò.
Il ministro dello Sport, Andrea Abodi, non ha intenzione di fare prigionieri: «Tre Mondiali senza l’Italia, è una sconfitta definitiva. Non è un giorno normale e non può bastare lo scaricabarile. Bisogna rifondare il calcio mettendo in discussione tutto, il vertice della federazione deve assumersi le sue responsabilità. Se non lo fa potrei essere costretto, insieme al Parlamento, a prendere decisioni che vorrei lasciare a loro». Poi il siluro definitivo a Gravina: «Prima ancora del ruolo del Consiglio c’è quello della coscienza individuale, e questo mi sembra non emergere. Tavecchio e Abete ebbero un sussulto di dignità. Chiedergli le dimissioni personalmente? Penso di sì. Al di là del garbo istituzionale quello che ho detto è già abbastanza chiaro». Sintesi da titolo: vattene subito.
A peggiorare la situazione del presidente Gravina è arrivata l’uscita «nonsense» nella conferenza stampa dopo il tracollo. In pieno marasma da eliminazione, alla domanda sul motivo per cui il calcio perde e gli altri sport vincono, aveva dichiarato: «Il calcio è uno sport professionistico, gli altri sono dilettantistici. Sport di Stato, tolta Arianna Fontana sono tutti dipendenti dello Stato». Tecnicamente non fa una piega ma è come spararsi sui piedi, come far sentire di Serie B chi porta l’Italia in trionfo.
La reazione è una valanga. Francesca Lollobrigida, due ori olimpici un mese fa: «Allora sono una dilettante…». Federica Pellegrini: «I veri professionisti siamo noi». Gimbo Tamberi: «Dilettanti allo sbaraglio». Mattia Furlani: «Questo discorso ammazza i valori dello sport. Non è solo un insulto al calcio ma a tutto lo sport italiano». Durissimo Andrea Bargnani, ex cestista Nba: «La massima espressione di professionismo sarebbe la Serie A che ha chiuso il 2025 con un buco di mezzo miliardo… Non mi sono mai sentito più professionista di chi fa salto in alto per le Fiamme Oro allenandosi 8 ore al giorno». Irma Testa, pugile medaglia olimpica a Tokyo: «Guadagno meno dei cuochi e delle tate dei calciatori ma gareggio e vinco, mentre loro fanno brutte figure. Forza Italia, la pasta e Toto Cutugno».
Siamo al teatro delle marionette e Gravina è ancora lì. Incapace di gestire il calcio che cambia, responsabile di due eliminazioni sanguinose, offensivo nei confronti dello sport italiano che conquista ori, coinvolto in inchieste giudiziarie per autoriciclaggio, appropriazione indebita, dossieraggio. E pure insignificante nei palazzi che contano, visto che per la partita della vita l’Italia si è vista assegnare un arbitro antipatizzante come il francese Clément Turpin, che non vedeva l’ora di fischiare chirurgicamente contro gli azzurri. Un disastro.
Con lui dovranno prendere la porta d’uscita i deludenti Gianluigi Buffon e Leonardo Bonucci. Per non parlare del ct Gennaro Gattuso, forse il meno responsabile ma mediocre di suo in panchina. Perché non basta «perdere con umanità». È la fine di un ciclo, è la fine di tutto. L’ha capito perfino Russell Crowe, tifoso dell’Italia, che ha commentato: «È un’alba buia, mi sento male per tutta la nazione». L’hanno capito anche i sassi, tranne il numero uno.
Beppe Dossena, campione del mondo nel 1982, ex centrocampista della Nazionale, non gira intorno al problema. Il nuovo tracollo dell’Italia per lui non è un incidente né una fatalità: è il punto di arrivo di anni di rinvii, riforme annunciate e mai realizzate, errori di sistema e assenza di coraggio politico.
Dossena, il problema del calcio italiano è tecnico, culturale o di sistema?
«Il problema è che abbiamo sempre coperto, diluito, rinviato. Per anni abbiamo pensato che qualche risultato potesse mascherare problemi strutturali profondi. Adesso che quei risultati non ci sono più, siamo costretti a prendere coscienza di quello che sta accadendo. Ma questi problemi erano già lì, latenti».
Quindi il disastro non nasce oggi.
«No. Dopo tre mancate qualificazioni non si può più far finta di niente. Non si può più procrastinare nulla. E adesso, con un Mondiale allargato a 48 squadre, restare ancora fuori è semplicemente imperdonabile».
Imperdonabile per chi?
«Per tutto il sistema, certo. Ma chi guida il sistema ha più responsabilità degli altri».
Lei chiama in causa Gravina.
«Io dico una cosa molto semplice: un presidente federale non può annunciare riforme - dalla riduzione dei campionati ad altri interventi strutturali - e poi non riuscire a portarle a termine. Questa è una responsabilità precisa. Se il governo dice di non essere ascoltato, magari una parte di ragione ce l’ha. Ma se tu non hai la capacità di persuadere, di mediare, di chiudere il cerchio, anche questa è responsabilità tua».
Gravina sostiene che non sia tutta colpa sua.
«Ed è vero: non è tutta colpa sua. Ma lui ha molte responsabilità. È il presidente federale, è lui che deve fare sintesi, trovare soluzioni, assumersi il peso delle decisioni. Non può limitarsi a spiegare perché non si è riusciti a fare qualcosa».
Lei chiede le dimissioni?
«Io mi auguro che all’interno del Consiglio federale ci sia un sussulto di orgoglio e di maturità. Mi auguro che le altre componenti portino argomenti e valutazioni tali da spingere il presidente a fare un passo indietro. Così non si può andare avanti».
Ce l’ha anche con le altre componenti del calcio italiano?
«Sì. Credo che il compito di un manager sia quello di circondarsi di persone responsabili, adulte, capaci di contraddirti quando serve. E invece alcune componenti del nostro calcio, a cominciare dall’Associazione italiana calciatori e dall’Associazione allenatori, negli anni hanno abbandonato questo ruolo. Sono diventate insignificanti».
Sta dicendo che attorno a Gravina è mancato il contraddittorio?
«Sto dicendo che in un sistema serio devono esserci pesi, contrappesi, visione, competenza e coraggio. Se tutto si appiattisce, se tutti si adattano, poi il conto arriva. E oggi il conto è pesantissimo: l’Italia fuori dal Mondiale».
Questa volta la reazione dell’opinione pubblica è diversa?
«Sì, credo che questa volta Gravina non si aspettasse un’ondata così forte, quasi una sollevazione popolare. Possiamo discutere di tutto, ma il calcio in questo Paese resta una cosa seria. E allora servono decisioni serie e azioni responsabili».
Il punto, però, non è solo cambiare il vertice.
«No, infatti. Il punto è rimettere mano alla struttura. Bisogna investire davvero nei settori giovanili, negli educatori, negli allenatori, nei centri federali e regionali».
Che cosa non funziona oggi, nella crescita dei giovani?
«Le risorse sono usate male. Non puoi pagare 400 euro al mese chi lavora coi ragazzi».
E gli stranieri?
«Chi arriva deve essere qualificato e alzare il livello».
Anche perché gli italiani bravi ci sono.
«I Palestra, i Bartesaghi, vanno seguiti e aiutati anche fuori dal campo. Altrimenti li perdiamo».
Da dove si riparte?
«Dall’azzeramento dei vertici e dal ritorno di persone e talenti. Servono scelte, non slogan».
Il «caso» è talmente anomalo che sembra quasi montato ad arte. Il pranzo tra Giuseppe Conte e Paolo Zampolli, rappresentante speciale degli Stati Uniti per le partnership globali, rivelato ieri da Libero, che ha suscitato un vespaio di commenti e polemiche, è avvenuto in un ristorante nel pieno centro di Roma, il Sanlorenzo in via dei Chiavari, frequentato da politici, giornalisti, professionisti. Sarà la tendenza dei retroscenisti politici a cercare sempre una lettura dei fatti diversa da quella che appare, ma la possibilità che Conte non temesse assolutamente di essere visto non può essere esclusa, anzi. Del resto Conte, annusando la possibilità di vincere le primarie e diventare il candidato a premier del centrosinistra, si sta riposizionando in particolare sulla politica estera, il punto sul quale maggiori sono le distanze con il Pd. La Verità lo ha sottolineato lo scorso 29 marzo, riportando le giravolte di Giuseppi sull’Europa («Dovrebbe rafforzare la difesa comune») e sulla guerra in Ucraina («L’aggressione russa va assolutamente sanzionata. Oggi, di fronte all’allettante e conveniente prezzo del gas russo, noi non dobbiamo piegarci. Non dobbiamo acquistarlo fin quando non ci sarà un trattato di pace»). Non a caso Paolo Mieli, sul Corriere della Sera, ha suggerito a Elly Schlein di lasciale la candidatura a premier a Conte «che adesso con ben percettibili scostamenti dal passato (ad esempio le ultime interessanti prese di posizione di contrasto all’aggressione russa all’Ucraina) appare in grado di stabilire una miglior connessione con l’elettorato moderato». Insomma: le elezioni del 2027 sono dietro l’angolo e le piroette politiche sono all’ordine del giorno.
Ma torniamo al pranzetto: la notizia ha suscitato un certo clamore, ed è stata oggetto di un intervento alla Camera del capogruppo di Fratelli d’Italia, Galeazzo Bignami, che ieri in aula ha chiesto un’informativa del ministro della Difesa, Guido Crosetto, per sapere se «dai presidenti del Consiglio precedenti, e non farò il nome di Giuseppe Conte, sono stati disattesi gli accordi del 1954 sull’uso delle basi militari nei rapporti con l’Italia. Assistiamo a un doppio standard, si va in piazza a manifestare contro il governo degli Stati Uniti, contro Trump e contro gli Usa insieme ai pro Pal che sfasciano le vetrine, aggrediscono le forze dell’ordine e poi si va a pranzo, come è accaduto ieri», ha incalzato Bignami, «quando il signor Conte è andato con l’emissario speciale del presidente Trump, ovviamente chiuso in una stanza». La bagarre che ne è seguita ha portato all’espulsione dall’aula del deputato pentastellato Antonino Iaria.
Giuseppi, su Facebook, ha fornito la sua versione del pranzetto a base di pesce con Zampolli: «L’incontro», ha scritto l’ex premier, «è avvenuto su sua precisa richiesta, avanzata con lettera formale nella quale ha esibito le sue credenziali di Special envoy of the president Trump for global partnerships. Quale leader di un partito di opposizione ho ritenuto di accettare l’invito e, non avendo segreti di sorta, ho preferito io stesso che avvenisse in un luogo pubblico, in un ristorante del centro di Roma. Anche al signor Zampolli ho esposto le mie posizioni e quelle del M5s in politica estera. Quindi nessun cambiamento di posizione. Anzi. Massima chiarezza: ho incaricato Zampolli di riferire al presidente Trump da parte mia», ha aggiunto Conte, «che considero questi attacchi all’Iran completamente contrari al diritto internazionale, per cui vanno fermamente condannati e, per quanto sta in me, non potranno mai avere il sostegno dell’Italia. Ho detto che mi batterò perché le nostre basi non siano messe a disposizione non solo dei bombardieri americani di passaggio ma anche per qualsiasi attività logistica di sostegno a questi attacchi illegali. Gli ho esposto la mia convinzione che questa guerra vada immediatamente terminata», ha sottolineato Conte, «anche perché costituisce un completo fallimento in quanto non c’è alcun chiaro obiettivo che possa essere raggiunto. Ho anche precisato che è folle che gli Stati Uniti si lascino trascinare dal governo di Benjamin Netanyahu e ho aggiunto che il presidente Trump, continuando in questo modo, riuscirà ad avere tutta la comunità internazionale contro e a distruggere qualsiasi principio di ordine internazionale».
Lo stesso Zampolli ha confermato: «Con Conte siamo amici da tempo», ha detto l’inviato speciale di Trump all’Adnkronos, «quindi ci siamo visti ed è stato un incontro very easy. Non ci vedevamo da un paio d’anni, ma ogni tanto ci sentiamo. Fa sempre piacere poi vedere chi è stato premier, vorrei dire che è un piacere vedere Giuseppi. Il mio ruolo non è politico, delle cose politiche si occupa l’ambasciatore Fertitta». Conte le ha espresso contrarietà alla guerra? «Guardi», ha risposto Zampolli, «anche Trump pensa che la guerra debba finire. Conte mi ha chiesto di salutargli il presidente e lo farò al più presto».
Tra i tanti commenti, spiritoso quello del senatore pd Filippo Sensi: «Non capisco la sorpresa», ha scritto Sensi su X, «per un leader di un movimento di destra che incontra l’emissario di un presidente di destra». Intanto, Beppe Grillo ha fatto causa a Conte per riprendersi nome e simbolo del M5s.
«Anche stavolta non ci hanno visto arrivare». Le prime parole pronunciate da Elly Schlein, subito dopo la sua elezione a segretaria Pd, valgono anche oggi. Solo che adesso è lei che deve stare attenta a chi arriva.
Prima del referendum i dem lodavano le primarie. Adesso i compagni si sono accorti che se le facessero finirebbero nelle fauci di Giuseppe Conte. Una consapevolezza alimentata dai sondaggi che assegnano la vittoria all’avvocato del popolo.
Il giornale dei poteri forti, attraverso la penna di Paolo Mieli, lo ha già battezzato: «Cara Elly, fai come i tuoi predecessori, quando affidarono lo scettro a Prodi». Tradotto: Schlein fai un passo indietro e lascia il campo (largo) a Conte, già rodato a Palazzo Chigi.
«Le primarie rischiano di diventare una conta sui nomi, la cosa che più allontana le persone», frena Stefano Bonaccini. La prima cittadina di Genova, Silvia Salis, gioca di astuzia e si sfila: “Sono contraria. Creano divisioni durature”. Spaventato dalla forza di Conte, anche Nicola Fratoianni leader di Avs: “Non sono un’urgenza”.
Per dire come Schlein sia messa male basti pensare che le è rimasto un solo alleato: Matteo Renzi, sempre pronto a partecipare alle risse. Solo il leader di Italia viva è a favore della competizione interna. Ma per usare un eufemismo, Renzi non è ben visto nel Pd, trasformato in una melma dove ognuno va per conto suo.
Conte spinge ovviamente per farle (le ha proposte lui addirittura ad urne ancora calde), ossessionato com’è dalla voglia di tornare a Palazzo Chigi, e sta tendendo un trappolone a Schlein. Il professorino di Volturara Appula ha disegnato un modello di primarie a propria immagine che avvantaggerebbero solo lui: aperte a chiunque, online e con un doppio turno. Il M5s si è reso conto di avere in mano la carta vincente: basta aprire la gabbia dei militanti e spingere sulla popolarità dell’ex presidente del Consiglio che sa spacciare per abilità politica la sua innata attitudine trasformistica.
Conte è appoggiato in questo viscido tranello da alcuni traditori del Pd, quell’area grigia che venderebbe la mamma per una poltrona. Uno di questi è Goffredo Bettini, il "principe" di tutte le congiure: con “Giuseppi” a Palazzo Chigi si moltiplicherebbero i ministeri per il Pd. Una suite da sogno con vista Quirinale. «Elly ha fatto un lavoro enorme», dice Bettini scaricandola, “le va riconosciuto. Ma la questione della premiership non va posta oggi. Bisogna pensare al migliore per vincere”. Nei dintorni del Pd si bisbiglia che Elly, per quanto abile a unire il partito, non abbia il quid per battere Meloni.
Conte gongola e si diverte a provocarla: «Il risultato referendario ci dice che il leader va scelto nella maniera più democratica possibile». Schlein ha il fiato sul collo e risponde: «O si fa come la destra, ovvero chi prende un voto in più governa, oppure si fanno le primarie». «Le urne saranno le nostre primarie», la corregge Claudio Mancini, vecchio dalemiano, braccio destro del sindaco di Roma, Roberto Gualtieri.
All’odore di carne fresca, riescono dalla tana i vecchi leoni, feriti ma ancora feroci. Rosy Bindi ha fatto un sogno che somiglia di più a un incubo. Secondo l’ex ministra, né Schlein né Conte sono in grado di costruire quella sintesi politica necessaria a rendere competitivo il campo largo. E su questo ha ragione.
La sua suggestione è un «federatore, facilitatore, grande mediatore», capace di «apparecchiare la tavola» e costringere i due leader a sedersi. Un arbitro, ma anche un regista che metta pace tra la segretaria dem e il leader M5s e che possa anche diventare il candidato premier. Un fantasma, un miraggio, un’apparizione mariana. Uno che non esiste. Senza dirlo, «perché non deve uscire da me», un nome in testa ce l’ha e non è una donna: un Romano Prodi (86 anni) più giovane, tipo Pier Luigi Bersani (74 anni) o Massimo D’Alema (76 anni) o Clemente Mastella (79 anni) o Paolo Gentiloni (71 anni). Più che il programma di governo sembra si stia parlando del programma per una Rsa. Della vecchia guardia comunista, non ci libereremo mai.
Continuano polemiche e discussioni sul caso dello chef Redzepi. Gli abusi in cucina sembrano diventati prerogativa maschile e si parla del patriarcato anche nell'ambiente del food. Ma è davvero così? Che cosa porta a creare condizioni di lavoro sconvenienti?
