Papa Francesco (Imagoeconomica)
Si è ribaltato il mondo: anziché essere i Paesi occidentali ad aver paura degli estremisti provenienti dai Paesi islamici, sono i Paesi islamici ad aver paura che i loro cittadini vengano a radicalizzarsi in Occidente. Lo «strano ma vero» l’ha segnalato il Financial Times. E lo ha notato anche il vicepresidente Usa, JD Vance, che su X l’ha definito un «titolo assolutamente pazzesco»: gli Emirati Arabi Uniti hanno tagliato i fondi agli studenti di Abu Dhabi che intendono frequentare l’università nel Regno Unito, poiché temono l’influsso della propaganda dei Fratelli musulmani negli atenei britannici. Nel cuore dell’Europa ex cristiana, dove, invece, la sharia soverchia spesso il common law. Altro che Siria e Afghanistan: i foreign fighters vengono a formarsi nel Vecchio continente.
Già lo scorso giugno, segnalava il quotidiano di Londra, il ministero della Ricerca emiratino aveva pubblicato una lista delle università sparse in giro per il mondo, per le quali avrebbe offerto borse di studio finanziate dalle casse pubbliche e garantito l’equiparazione dei titoli di studio in patria. Ebbene: dall’elenco, che includeva Stati Uniti, Australia, Francia e persino Israele, erano invece assenti le istituzioni educative inglesi. Meglio mandare i ragazzi da Benjamin Netanyahu, o magari a stretto contatto con i miliziani antisionisti, piuttosto che a casa di Keir Starmer, nonostante egli abbia bandito alcune Ong pro Palestina, attirandosi le critiche di Human rights watch?
Quando i funzionari del governo di sua maestà hanno interrogato gli omologhi arabi sui motivi dell’esclusione, questi ultimi hanno dichiarato apertamente che la loro non era una «svista», bensì una scelta deliberata: «Gli Emirati non vogliono che i loro figli vengano radicalizzati nei campus», ha spiegato una fonte al giornale della City. Proprio l’ondata di proteste seguita alla guerra a Gaza, peraltro, ha accresciuto le preoccupazioni.
I dati più recenti, riferiti all’anno accademico 2023-2024, parlano di una settantina di studenti dal profilo ideologico considerato meritevole delle attenzioni dello Stato e del suo programma per prevenire il fondamentalismo. Cifre piccole in assoluto, se si considera che la platea totale di iscritti agli atenei è di 3 milioni di persone. Fatto sta che, nell’anno accademico terminato a settembre 2025, nelle università del Regno Unito risultavano presenti 213 emiratini, il 22% in meno rispetto all’anno concluso nel settembre 2024 e il 55% in meno rispetto a quello culminato a settembre 2022.
Sono anni, in effetti, che Abu Dhabi, sotto la guida del presidente Mohamed bin Zayed al-Nahyan, rinfaccia a Londra di non aver voluto mettere fuorilegge la Fratellanza musulmana, protagonista del gigantesco equivoco delle primavere arabe: i movimenti che, alle nostre latitudini, vennero interpretati come un anelito alla libertà e alla democrazia, in realtà si trasformarono in un pretesto per la conquista del potere da parte degli estremisti. Starmer aveva assicurato che la faccenda era sotto «stretta revisione», ma non è stato compiuto alcun passo avanti, a fronte della relazione di undici anni fa, secondo la quale la Fratellanza non era collegata a nessun attacco terroristico e a nessuna attività eversiva sul suolo britannico.
Solo Nigel Farage - il leader del partito sovranista Reform Uk, la cui visita nel Paese del Golfo, lo scorso dicembre, secondo il Financial Times, è stata pagata proprio dal governo emiratino - si è impegnato a vietare l’organizzazione. È anche vero che, tra Emirati e Regno Unito, da un po’ non corre buon sangue. Pure il calcio ha contribuito ad aggravare le fratture: ad esempio, sono piovute accuse di «sportwashing» (il tentativo di sfruttare un’attività ludica molto popolare per lavare l’immagine di una nazione) su Khaldun al-Mubarak, patron del Manchester City.
Gli Emirati non sono gli unici a tenere le antenne dritte sulla Fratellanza musulmana: mentre Londra cincischia, ad esempio, la Giordania, nel 2025, ha chiuso la branca locale della fazione islamista, ha proibito di aderirvi e ha posto agli arresti alcuni membri, accusati di aver collaborato alla preparazione di potenziali attentati.
Anche l’Egitto - al Cairo lo sanno bene, dopo i disordini che portarono alla caduta di Muhammad Mubarak - considera la Fratellanza una fonte di destabilizzazione. E insieme ad Arabia Saudita, Tunisia e Algeria, ha adottato provvedimenti per impedire infiltrazioni di attivisti radicalizzati e scongiurare il reclutamento di combattenti, anche all’interno di scuole e università, sia in patria sia all’estero.
Il Regno Unito, all’opposto, ormai da tempo accetta che, sul suo territorio, corti parallele amministrino il diritto di famiglia basato sul Corano; e solo di recente ha accettato di affrontare le conseguenze dello scandalo delle «grooming gang», gli abusi sessuali di massa sui minori, perpetrati tra il 1990 e il 2010 in varie cittadine, ad opera di immigrati pakistani. Troppo a lungo coperti, in nome dell’antirazzismo e della lotta all’islamofobia. Si possono forse considerare islamofobe pure le monarchie del Golfo? Non sarà mica che chi conosce i Fratelli musulmani li evita?
Il Mercosur s’ha da fare e Ursula von der Leyen non si cura di avere contro tutta l’Europa dei campi, di aver spaccato il consiglio: ha soddisfatto chi vende auto, macchinari, chimica e farmaci. Tutto per un risparmio in dazi di 4 miliardi attraverso l’accordo commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay, Paraguay con estensione alla Boliva che aspetta di essere varato da un quarto di secolo. Ieri nel Consiglio dei 27 ambasciatori ha incassato il sì della maggioranza europea. Ha però un blocco di Paesi che le votano contro: Francia, Austria, Ungheria, Irlanda (il Belgio si è astenuto, la Grecia ci sta pensando) e la Polonia che ha già fatto ricorso alla Corte di giustizia europea. Se accolto il Parlamento non voterà l’accordo prima di un anno.
La «baronessa» ha forzato la mano per renderlo operativo provvisoriamente in modo da poter andare il 12 o al massimo il 14 gennaio in Paraguay a firmare. Per lei è un successo personale: può tacitare i malumori dell’industria che ha massacrato con il Green deal e può far finta che l’Europa stia battendo Donald Trump nel giardino di casa degli Usa e dove la Cina sta facendo il bello e il cattivo tempo. Ma il rischio politico è altissimo. Deve averlo messo in conto anche Giorgia Meloni che ha convertito la posizione italiana dal no del 15 dicembre al sì di ieri peraltro determinante. Da Palazzo Chigi ha detto: «Non ho mai avuto una preclusione ideologica sul Mercosur, ho sempre posto una questione pragmatica che non riguarda solo il Mercosur: la strategia europea di iper-regolamentare al suo interno aprendo, al contempo, ad accordi di libero scambio è suicida. Io sono per gli accordi di libero scambio, ma anche per deregolamentare. Il sì all’accordo lo abbiamo dato alla luce delle garanzie ottenute per i nostri agricoltori». Sono l’aver limato al 5% per tre mesi il ribasso dei prezzi che fa scattare il blocco dell’import, una quasi reciprocità sui fitofarmaci, un modesto aumento dei controlli doganali, 6,3 miliardi per le emergenze e una mitigazione per 45 miliardi dei tagli sulla futura Pac. Non è tutto ma è molto, almeno a giudizio del ministro agricolo Francesco Lollobrigida e del capo degli eurodeputati di FdI Carlo Fidanza. Ma il prezzo politico è alto. La Lega ha già dichiarato che voterà – a Roma come a Bruxelles – contro il Mercosur. Ursula von der Leyen l’accordo se lo può spendere, ma è da vedere se lo possa praticare. In tutta Europa gli agricoltori stanno paralizzando i Paesi e il 20 gennaio arriveranno a decine di migliaia con altrettanti trattori carichi di letame ad assediare Bruxelles. Ieri Milano era «invasa» da centinaia di trattori «convocati» da Riscatto Agricolo e Coapi e Gian Marco Centinaio – vicepresidente del Senato - accompagnato da Silvia Sardone - vicesegretaria della Lega ed eurodeputata - ha portato la solidarietà agli agricoltori e ha scandito: «Ero contrario al Mercosur da ministro dell’Agricoltura e sono oggi ancora più contrario». Gli agricoltori hanno bloccato le strade e riversato migliaia di litri di latte davanti al Pirellone. Nulla a confronto di ciò che succede in Francia, in Spagna, in Belgio, in Grecia, in Polonia, in Ungheria dove i contadini stanno paralizzando i Paesi. In Francia Jordan Bardella ha costretto Emmanuel Macron al no e ha già annunciato due mozioni di sfiducia contro la Von der Leyen. Le possibilità che passino ci sono. Infine c’è la complessità dell’iter. Strada facendo le garanzie promesse potrebbero attenuarsi e dunque in sede parlamentare – è l’Eurocamera che deve ratificare – potrebbero esserci delle sorprese. Così il Mercosur resta un «accordo in attesa di giudizio». Ed in crisi il consenso verso l’Europa. Il presidente di Coldiretti Ettore Prandini lo ha detto chiaro: «Della Von der Leyen non ci fidiamo; c’è un miglioramento delle clausole di salvaguardia grazie al governo italiano, ma quelle di reciprocità sono insufficienti: l’accordo non ci soddisfa». Luigi Scordamaglia (Filiera Italia): «Ci sono gravi lacune: dalla tutela inadeguata alle indicazioni geografiche, alla mancata reciprocità». Cristiano Fini di Cia-agricoltori: «Sulla reciprocità ci sono solo promesse, la qualità del made in Italy non si baratta».
Sarebbe utile sapere se i contadini dell’Amazonia o della Pampa lasceranno «almeno il 4% della superfice non coltivata per salvaguardare l’ambiente» o se hanno «un protocollo del benessere animale» o «tengono le siepi incolte per consentire la nidificazione dei migratori». Questo sono regole imposte dall’Ue ai nostri agricoltori. Lamberto Frescobaldi, presidente dell’Unione Italiana vini, però è soddisfatto. Ci sono sconti del 27% dei dazi sui vini. Al netto di considerare che il Brasile continuerà a fare il suo Prosecco e che un Chianti (tanto per dirne una) arriverà in Argentina non più a 25 dollari a bottiglia, ma a 18, un Malbec argentino però verrà da noi a 6 dollari. Ma la narrazione dell’eurocrazia è che il Mercosur costituisce una zona di libero scambio con oltre 700 milioni di consumatori. Un miracolo formato Ursula von der Leyen.
Il tentativo dell’Associazione nazionale magistrati e delle sinistre di rinviare alle calende greche il referendum sulla Giustizia c’è stato ed è tuttora in corso. Parola di Giorgia Meloni che ieri, rispondendo alle domande dei giornalisti durante la tradizionale conferenza stampa di inizio anno, ha annunciato che il governo tira diritto: «Vedo anche io un intento dilatorio, ma mi sentirei di dire che il prossimo consiglio dei ministri confermerà la data del 22 e 23 marzo».
A chi sostiene, in malafede, che il tempo per fare campagna elettorale sia poco, basterebbe ricordare che è maggiore di quello che gli italiani hanno avuto a disposizione per fare le loro valutazioni, per esempio, alle ultime elezioni politiche (Mario Draghi si dimise il 21 luglio 2022 e si andò a votare il 25 settembre), che per oltre un anno se ne è discusso in Parlamento con ampia eco mediatica, e che da trent’anni il tema è - ahimè - la colonna sonora del Paese. Se proprio il fronte del No ritiene di avere troppi argomenti da spiegare bene agli italiani in soli 70 giorni, mi permetto di suggerirgli delle priorità. Piccolo promemoria: spiegare come mai ogni anno circa mille persone finiscono agli arresti per errori giudiziari (risposta giusta: combine tra pm e giudici che devono convalidare i loro atti); spiegare perché, di fronte a tanto scempio, in sei anni, dal 2018 al 2024 (ultimi dati disponibili) solo 89 magistrati sono finiti davanti alla commissione disciplinare e perché 44 di loro sono stati prosciolti, 28 assolti, otto censurati, uno trasferito (risposta giusta: perché gli errori dei magistrati, a differenza dei nostri, restano impuniti); spiegare perché un importante pm di Milano, Fabio De Pasquale, sia ancora al suo posto e nel pieno dei suoi poteri nonostante condannato sia in primo grado sia in appello a otto mesi di reclusione per aver truccato il processo ai vertici Eni (poi tutti assolti) con grave danno all’immagine dell’Italia (risposta giusta: è protetto dalle correnti); spiegare come mai, a proposito di relazioni pericolose tra magistratura e politica, gli ultimi tre Procuratori della direzione antimafia - Federico Cafiero De Raho, Franco Roberti e Pietro Grasso - finito il loro incarico sono finiti a fare i senatori e i deputati nelle file di Pd e Cinque stelle (risposta giusta: perché sinistra e magistrati oggi si aiutano e proteggono a vicenda); spiegare come mai è ancora al suo posto il pm di Perugia che durante un interrogatorio si sarebbe inginocchiato di fronte al faccendiere pregiudicato e millantatore che stava interrogando pregandolo di dirgli qualche cosa per incastrare colui che stava indagando (risposta giusta: perché «colui» era Luca Palamara, che ha denunciato tutte le schifezze della magistratura).
Non credo che avremo mai le risposte a questi semplici quesiti. Per il fronte del No meglio buttare la palla in tribuna. «Vorresti giudici che dipendono dalla politica? No», è il testo del manifesto-poster truffaldino - nella riforma non si parla di giudici, semmai di pm che è tutt’altra cosa - che l’Associazione nazionale magistrati ha fatto esporre in bella vista in alcune stazioni ferroviarie, invitando così a votare No alla riforma. Giorgia Meloni, interpellata ieri sull’argomento durante la conferenza stampa di fine anno, non ha usato giri di parole: «Sapete cosa delegittima i magistrati? La campagna fatta dall’Anm nelle stazioni. Chi ha un ruolo di responsabilità lo deve ricoprire con dignità». L’avessero chiesto a me avrei aggiunto: anche io, come l’Anm, mai vorrei giudici che dipendono dalla politica, e proprio per questo al referendum voterò convintamente Sì.
