Papa Francesco (Imagoeconomica)
Questo libro contiene la scandalosa proposta di discriminare gli appartenenti a una religione sottoponendoli ad un questionario. Questo è considerato scandaloso.
È invece scandaloso che sia considerato scandaloso. Continuamente ci impongono di non discriminare. Discriminare è considerato il massimo dei crimini, il crimine assoluto che genera il secondo crimine assoluto, la non accoglienza indiscriminata di chiunque. La parola «discriminare» viene spesso percepita come qualcosa di negativo, quasi sinonimo di ingiustizia o esclusione. In realtà, il significato originario del termine è molto più neutro: discriminare significa distinguere, riconoscere differenze, scegliere. Ogni giorno compiamo atti di discriminazione nel senso più semplice e naturale del termine. Quando scegliamo un amico, un partner, un libro da leggere o un percorso professionale, stiamo inevitabilmente preferendo un’opzione rispetto ad altre. Se una persona afferma di amare qualcuno, sta implicitamente scegliendo quella persona a scapito delle altre. In questo senso discrimina, cioè distingue e seleziona. Senza la capacità di discriminare non esisterebbero il giudizio, il gusto personale, le preferenze, la libertà di scelta e la libertà di restare vivi. Secondo l’ottica del non discriminare, alla festa di compleanno del bambino occorre invitare non i suoi amici, come sarebbe giusto, ma tutta la classe inclusi i due odiosi bulli che lo martirizzano e che renderanno la festa un incubo. Ciò che deve essere condannato, invece, non è la discriminazione in quanto tale, ma la discriminazione ingiusta, arbitraria o lesiva della dignità e dei diritti delle persone.
Un’altra cosa: la preferenza è un diritto umano e non deve essere giustificata. Preferisco avere vicini di casa con le mie usanze e soprattutto la mia religione, le stesse festività, gli stessi simboli perché mi semplifica la vita e mi dà un forte senso di affiliazione al gruppo. Non devo giustificarlo e non me ne devo scusare. Se accolgo una religione diversa dalla mia, usanze diverse, se accetto di convivere con lingue sconosciute, sto rinunciando al senso di affiliazione al gruppo e sto facendo uno sforzo enorme. Questo sforzo è fatica e in molti casi sofferenza, per esempio, per le persone anziane che si trovano sradicate nei loro stessi quartieri. Si tratta di uno sforzo che non ho nessun dovere di fare e per il quale esigo che mi sia data gratitudine, perché ogni gruppo etnico ha diritto a un luogo di affiliazione al gruppo dove ci siano la sua lingua e le sue usanze, dove la sua religione sia rispettata, e noi non facciamo eccezione. A maggior ragione ho il dovere di scegliere persone - che entrano nel mio paese e che cammineranno nelle strade dove io cammino - che non seguano religioni che contengano linee aggressive per me e per i miei discendenti, perché il mio primo dovere non è l’accoglienza, ma la sicurezza mia, dei miei amici, dei miei vicini di casa, della mia nazione e dei miei discendenti. Confondere ogni forma di scelta con una forma di oppressione significa privare le parole del loro significato e rendere impossibile qualsiasi valutazione. Discriminare, nel suo senso più autentico, è una funzione essenziale dell’intelligenza e della libertà umana. Il nostro diritto (o dovere?) di discriminare non dipende solo da dati statistici, che dimostrano come gli appartenenti alla religione islamica hanno un tasso di aggressività più alto degli altri gruppi: se questo avesse cause di tipo sociologico o economico, avrebbe comunque una serie di soluzioni e dovrebbe attenuarsi con le generazioni successive. Il nostro diritto (o dovere?) di discriminare nasce dall’analisi dei testi della teologia islamica. Nel momento in cui parliamo della violenza costitutiva dei testi islamici ci viene ricordato che la violenza esiste anche nella Bibbia. Ci sono differenze strutturali tra i testi che li rendono non comparabili.
[…] Nel Corano è specificato che ci sono vari modi per raggiungere il Paradiso, e che morire combattendo mentre si sterminano i nemici di Allah è quello che rende il fedele più vicino al cuore di Allah stesso. I musulmani morti curando gratis i lebbrosi, per esempio, sono meno santi di chi muore uccidendo per Allah. Il punto non è che alcuni musulmani siano terroristi (ed altri non lo siano): il punto è che ideologicamente l’islam è una cultura di aggressione, a cominciare dalla disumanizzazione del nemico, che viene equiparato alle scimmie (ebrei) ed ai maiali (cristiani). Ci sono milioni di musulmani non violenti, certo, ma il punto è che un musulmano non violento, secondo il Corano, non è un buon musulmano, come ci ha insegnato Khomeini. La stragrande maggioranza dei musulmani sono persone che non vogliono uccidere nessuno: senz’altro, come la maggioranza dei tedeschi vissuti in Germania tra il ‘35 e il ‘45 non voleva uccidere gli ebrei e soprattutto i bambini ebrei. Questo non ha salvato gli ebrei e nemmeno i loro bambini. La maggior parte dei turchi non voleva lo sterminio degli armeni, e meno che mai delle loro donne: questo non ha salvato gli armeni e nemmeno le loro donne. Perché una popolazione sia pericolosa non ho bisogno che sia costituita da una totalità di persone aggressive, nemmeno da una maggioranza di persone aggressive. Una minoranza del 3 o 4% è più che sufficiente una volta che eista un codice morale (o un libro sacro), che impedisca alla maggioranza pacifica di prendere posizione contro la violenza in maniera energica. La legge islamica, la sharia, è violenza anche se imposta con mezzi pacifici: per esempio votazioni democratiche.
[…] È cruciale assicurarsi che gli stranieri già presenti nel nostro territorio, e quelli che eventualmente arriveranno, non debbano in alcun modo costituire una minaccia all’incolumità dei nostri concittadini nonché ai principali valori della nostra convivenza civile. Negli Stati Uniti d’America si ottiene la residenza permanente - e, successivamente, la cittadinanza - se si sottoscrive un modulo federale, che termina con una dichiarazione giurata, dove si dichiara ad esempio di non essere mai stati condannati nel proprio Paese di origine, di non aver commesso crimini in genere anche se per essi non si è stati condannati, di non aver mai esercitato la prostituzione o la procura di essa, di non essere mai stati membri di un gruppo terrorista oppure iscritti al Partito Comunista e, nonostante sia oggi anagraficamente impossibile, di non aver mai preso parte attiva nello sterminio degli ebrei nella Germania nazista. Qualora, in un momento successivo, si scoprisse che l’applicante, al di là di ogni ragionevole dubbio, ha mentito anche ad una sola delle domande nel modulo federale, esso viene denunciato e condannato per spergiuro, falso ed altri reati, e ad esso viene tolto ogni diritto di risiedere negli Stati Uniti e, se già ottenuta, viene tolta la cittadinanza con divieto perpetuo di ingresso, e viene espulso a fine pena detentiva.
L’iniziativa qui proposta, che consiste in un disegno di legge che introduce un questionario in stile americano ai residenti di fede islamica, vuole aprire una discussione seria, non ideologica. Chiede di affermare che il pluralismo è possibile solo se tutti riconoscono il quadro comune. Nessuna libertà religiosa può trasformarsi in licenza di negare i diritti delle donne, di giustificare la violenza, di subordinare la coscienza individuale a un’autorità religiosa non controllabile. Su questo punto, le istituzioni e la società civile non possono più limitarsi a formule generiche di dialogo: devono esigere una presa di posizione chiara.
Lo scopo del disegno di legge è duplice. Da un lato, esso vuole essere uno strumento di chiarezza amministrativa e politica: chi si rapporta con lo Stato o riceve benefici pubblici deve dichiarare di riconoscere i principii minimi della convivenza democratica. Dall’altro, esso vuole rendere possibile una verifica di coerenza tra ciò che viene affermato pubblicamente e ciò che si insegna o si pratica in sede religiosa e comunitaria. Il questionario, in questa prospettiva, non è una provocazione fine a sé stessa. È un atto di responsabilità istituzionale. Chiede a chi aderisce a una comunità religiosa di dichiarare se accetta o meno punti che, in una Repubblica costituzionale, non possono essere negoziati: la parità di genere, la libertà di apostasia, il rifiuto della violenza come strumento di imposizione religiosa, il rispetto della legge civile come fonte ultima dell’ordine pubblico. Il disegno di legge, quindi, non sostituisce la fede né entra nella sfera delle convinzioni intime. Interviene invece quando la fede si traduce in comportamento pubblico, in organizzazione collettiva, in accesso a risorse o in influenza sui minori. In tali casi, la Repubblica ha diritto di chiedere una dichiarazione formale di adesione ai propri valori fondamentali.
Il look del progressista estivo prevede le birkenstock e la cittadinanza facile. Poiché, senza la seconda, le prime sono semplici ciabatte freak, in questi giorni il dibattito del centrosinistra è tutto teso a enfatizzare il ritorno allo ius soli, allo ius scholae, al santo clandestino.
Lo spunto dell’aggressione social alla deputata Ouidad Bakkali è ghiotto e parte non secondaria del Pd è pronta a lanciare la campagna elettorale per le politiche sul tema più superficiale, identitario (e pericoloso) degli ultimi 20 anni: il ritorno all’accoglienza diffusa.
«Per me chi nasce in un luogo appartiene a quel luogo. Rimpatrio, remigrazione non c’entrano nulla con il modo con cui si ottiene la cittadinanza», è il pensiero del presidente della Regione Emilia Romagna, Michele De Pascale che lancia la sfida politica: «Una parte della società (intende la sua, quella buona, nda) è pronta a confrontarsi sul tema senza cedere alle semplificazioni». Pensa al mondo cattodem, alla sinistra associazionista, al terzomondismo delle Ong; torna a far ribollire a 35 gradi all’ombra il consueto minestrone dal quale (per ora) sembra tenersi alla larga il solo Giuseppe Conte.
Un totale fallimento del terzetto Matteo Renzi - Sergio Mattarella - Luciana Lamorgese, una vecchia storia che oggi mostra i suoi limiti con conseguenze devastanti come lo schiavismo del caporalato (in campagna) e dei rider (in città), come la violenza nelle periferie e la radicalizzazione islamica, mentre l’attentato terroristico di Salim El Koudri a Modena già sfuma, a un mese di distanza, in un peloso dimenticatoio. Nonostante tutto ciò c’è chi intende riproporre dalla finestra ciò che gli italiani hanno fatto uscire dalla porta: tutti gli indicatori e i sondaggi sono contrari; perfino il referendum dello scorso anno fortemente voluto da Elly Schlein e da Maurizio Landini ha sancito con il non quorum che i cittadini non vogliono neppure sentir parlare del grande, soffocante abbraccio senza prudenza e senza regole d’ingaggio certe.
L’occasione per rilanciare il liceale «vietato vietare» è stata la presentazione a Ravenna di un libro, Volti italiani, 15 storie che ci spiegano perché serve una legge sulla cittadinanza, scritto dall’attivista Victoria Karam. E se De Pascale spolvera con la pelle di daino lo specchietto retrovisore, Bakkali ci guarda dentro con entusiasmo: «È una battaglia storica, riprendiamola in mano. E sono sicura che la vinceremo». È già un pezzo di programma elettorale che si appoggia per contrasto al pensiero chiusurista di Roberto Vannacci, utilizzato dalla sinistra come trampolino di lancio. Sottolinea Bakkali: «In un momento storico affogato in un linguaggio razzista ci sono persone che vogliono lottare perché esiste un’altra Europa».
Sarebbe quella infantile e inconsapevole che nel decennio scorso ha aperto ogni frontiera, ha lasciato sole Italia e Grecia a lottare contro l’invasione, ha pagato miliardi per tenere lontani i disperati, ha attuato (come Angela Merkel) la selezione etnico-meritocratica salvo poi ricredersi e rifare accordi di rimpatrio pure con l’Afghanistan. La pulsione piddina del ritorno all’accoglienza diffusa come programma elettorale è così fuori dal tempo che neppure Bruxelles l’abbraccia più. Anzi, il primo giugno ha approvato il nuovo regolamento che stabilisce il «return hub» in Paesi terzi, la detenzione fino a 30 mesi dei clandestini. E chi riceve un foglio di rimpatrio «deve cooperare con le autorità e lasciare il territorio Ue».
Il clima è questo ma il Pd ci riprova malgrado il «ce lo chiede l’Europa», un tempo sacro e inviolabile dogma. Il progetto olezza di autogol lontano un miglio, mentre il turbo-accogliente Keir Starmer esce da Downing Street con lo scatolone di cartone, nonostante negli ultimi mesi si sia rimangiato la sua filosofia; mentre l’altra guida del socialismo continentale Pedro Sánchez è appesa a un filo sempre più sottile. Nel continente domina la prudenza, in Italia valori come identità e tradizione sono tornati ad avere un senso con il governo di Giorgia Meloni.
«Siamo tutti italiani, è una battaglia storica e la vinceremo». È stupefacente che l’enfasi sulla cittadinanza facile diventi punto esclamativo a Ravenna, nella stessa regione di Modena. Dove all’interno di un convegno lo psichiatra ed esperto di migrazioni Tonino Cantelmi ha lanciato l’allarme: «Quell’attentato è un evento sentinella, ci obbliga a riflettere su che tipo di approccio vogliamo avere e su come possiamo intervenire sulle seconde generazioni, che saranno il nodo centrale dei prossimi anni».
Per il Pd di De Pascale e Bakkali c’è un solo modo: tutti insieme appassionatamente. Per la verità il presidente regionale aveva qualche dubbio sui clandestini: «Penso che questa enorme mole di clandestini vada ridotta» ha detto da Lilli Gruber. Ma è stato immediatamente bacchettato dal suo collega di partito, il consigliere comunale di Bologna Siid Negash: «Colpisce che un esponente del centrosinistra usi quel termine che appartiene più alla propaganda che alla realtà». È l’emendamento Nenni: gareggiando a fare i puri, troverai sempre qualcuno più puro che ti epura.
La guerra in Ucraina torna a investire la Crimea. La campagna di bombardamenti ucraini contro il settore energetico russo si è abbattuta con ferocia sulla Crimea occupata, dove cinque persone sono morte nei raid notturni, denunciano le autorità filorusse.
Le autorità russe insediate nella Crimea occupata hanno introdotto una serie di misure straordinarie: stop ai centri estivi per bambini, vendita di carburante limitata ai soli funzionari dell’amministrazione di occupazione, blackout programmati e cancellazione di tutti gli eventi pubblici. Tutti segnali evidenti della crescente pressione esercitata da Kiev sulla regione annessa da Mosca nel 2014.
In particolare, in diverse aree della Crimea occupata sono stati introdotti piani di consumo elettrico a rotazione a causa di problemi di approvvigionamento energetico. Le interruzioni hanno colpito in particolare i distretti nord-occidentali, centrali e della costa meridionale della penisola, dove si registrano danni alle infrastrutture della rete elettrica. Per quanto riguarda, invece, le severe restrizioni alla vendita di carburante: il rifornimento sarà consentito esclusivamente ai rappresentanti dell’amministrazione locale. Alcune zone resteranno anche prive di illuminazione stradale, mentre tutti gli eventi pubblici sono stati annullati.
Ieri gli aeroporti di Mosca sono stati chiusi temporaneamente nella notte, dopo che sono stati intercettati circa 60 droni ucraini. Il sindaco della capitale russa, Sergei Sobyanin, ha pubblicato una serie di aggiornamenti sugli scali e il numero di droni intercettati, affermando che nel giro di un'ora ne erano stati abbattuti 27 droni. Secondo il sindaco in totale sono stati distrutti 70 droni che hanno preso di mira la città. L'esercito ucraino ha dichiarato di aver colpito il centro di comunicazioni satellitari russo di Dubna, nella regione di Mosca.
Mentre sferra massicci attacchi su Mosca, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky parla di pace: «Bisogna porre fine a questa guerra, che ormai da cinque anni miete vittime. Questa guerra su vasta scala dura già da più tempo della Prima guerra mondiale. Forse la Russia vuole aspettare che questa guerra duri ancora più a lungo della Seconda guerra mondiale. Ma il mondo sicuramente non lo vuole e sicuramente può impedirlo. Occorre esercitare pressione su Putin, pressione sulla Russia, affinché tutto questo si concluda con una pace dignitosa e con una protezione reale e garantita per la vita delle persone. L’Ucraina ha avanzato tutte le proposte possibili per la via diplomatica», ha commentato sui social. I droni-bomba di Zelensky continuano a mancare qualche bersaglio: nel Sud dell’Estonia ne è stato rinvenuto un o che trasportava 5 chilogrammi di esplosivo; secondo le autorità, potrebbe essere collegato a un attacco ucraino contro la Russia avvenuto all’inizio di giugno. Estonia che ha ricevuto dalla Germania il primo sistema antiaereo a medio raggio Iris-T. La difesa aerea è considerata un punto debole di Tallinn, che ha deciso di acquistare il sistema Iris-T insieme alla vicina Lettonia. I due Stati baltici si sentono direttamente minacciati dalla guerra della Russia contro l’Ucraina.
Chi sta provando un’azione in solitaria per aprire un canale diplomatico con il Cremlino è António Costa, presidente del Consiglio europeo: «Quando vogliamo parlare con la Russia, dobbiamo ascoltarli direttamente. E quando abbiamo un messaggio da trasmettere, dobbiamo inviarlo direttamente a loro», ha detto Costa, «Purtroppo, però, non si tratta di negoziati, perché finora la Russia non ha dato alcun segno di essere realmente, effettivamente e seriamente intenzionata a intraprendere negoziati».
