Papa Francesco (Imagoeconomica)
La serie sequel de Il racconto dell'ancella debutta l’8 aprile su Disney+: tre storie intrecciate per esplorare le dinamiche del potere e le origini di Gilead, la teocrazia totalitaria distopica ambientata in un futuro prossimo negli ex Stati Uniti, descritta nel romanzo di Margaret Atwood del 1985.
Il romanzo che Margaret Atwood ha scritto nel 2019, sulla carta, dovrebbe essere un sequel del suo più famoso, Il racconto dell'ancella. Di fatto, The Testaments è ambientato quindici anni dopo le vicende narrate in quel libro, che le ha dato fama. Eppure, non racconta molto oltre il finale noto.
The Testaments, da cui Disney+ ha tratto un'altra serie televisiva, pronta a debuttare sulla piattaforma mercoledì 8 aprile, usa un espediente narrativo per tornare alla fine del ventesimo secolo, nel mezzo della teocrazia totalitaria che ha sovvertito l'ordine degli Stati Uniti d'America. Allora, a fronte di un pianeta devastato dalle guerre e dalle successive difficoltà economiche, difficoltà che hanno portato ad una crescita zero, pochi uomini, pochi potenti hanno deciso di instaurare in America una Repubblica basata sulla religione. Non la religione così come la si è conosciuta, ma una sua lettura forzata e ortodossa, una sorta di fanatismo biblico che ha trasformato gli Usa, un tempo patria della libertà, nella Repubblica di Gilead: una società piramidale, governata da un'oligarchia di privilegiata e popolata, per lo più, di schiavi. Nessuna mobilità sociale, nessuna inclinazione personale. All'interno di Gilead, non ha trovato spazio nulla oltre l'applicazione maniacale dei dogmi ispirati alle sacre scritture. Un Medioevo nuovo ha preso il sopravvento, si è tornati a processore chiunque manifestasse dissenso, a punire la disobbedienza civile e il pensiero critico. Le donne sono state ridotte a macchine riproduttive, e a loro è stata proibita la gioia dell'amore. Per dare a Gilead dei figli e ripopolare così la Terra, gli oligarchi hanno deciso che si sarebbero accoppiati con donne fertili, tenute in cattività. Non sarebbero state mogli, ma incubatrici. Le altre, non più fertili o sterili, sarebbero state eliminate. Il racconto dell'ancella, celebrato urbi et orbi e poi adattato in una serie tv di successo planetario, ha raccontato la silenziosa insurrezione delle ancelle, la loro vita di prigioniere.
The Testaments, con lo stesso impianto produttivo, promette, invece, di raccontare tre storie diverse e interconnesse, storie nuove e vecchie capaci, soprattutto, di spiegare gli antefatti che hanno preceduto l’ascesa al potere degli oligarchi di Gilead. Cos'ha portato dove si è ora, quali alternative possono esistere oltre la costrizione, che costo ha l'obbedienza. Questo si chiedono le trame dello show, deciso a tener vivo l'universo della Atwood.
L’idea che bastino buone leggi per uniformare popoli e culture diverse è il grande inganno del nostro tempo. Senza una popolazione storicamente e culturalmente coesa, la legge diventa impotente e lo Stato perde la sua funzione.
Laos e Cambogia sono due nazioni storicamente legate alla Francia e all’Indocina francese, ma sono anche due realtà vivaci e produttive. Questi due paesi, che nella loro storia hanno spesso vissuto all’ombra del più grande ed importante Vietnam, hanno storie diverse anche se con alcuni punti in comune, soprattutto dopo la guerra del Vietnam. Il Laos resta ancora oggi una Repubblica socialista monopartitica dominata dal Partito Rivoluzionario del Popolo Lao che soltanto dalla metà degli anni 2000 ha cominciato ad aprire agli investimenti stranieri, soprattutto da Cina e dalla confinante Thailandia. Più complicata la storia della piccola Cambogia che ha vissuto negli anni ’70 l’incubo del regime sanguinario dei khmer rossi. Questi pseudo-rivoluzionari hanno massacrato un terzo della popolazione con l’idea della creazione dell’uomo nuovo, fino all’intervento vietnamita che rovesciò il regno del terrore del leader dei khmer rossi di Pol Pot. Dopo anni di una specie di protettorato politico del Vietnam nel 1993 la Cambogia, con un referendum, è tornata ad essere un regno rimettendo sul trono Norodom Sihanouk che aveva già regnato dal 1941 al 1955. Ancora oggi Phnom Penh rimane una monarchia elettiva e da oltre 20 anni è stato scelto come sovrano il figlio di Sihanouk Norodom Sihamoni.
Oggi la Cambogia è una nazione che punta sul turismo, quasi 7 milioni di visitatori nel 2024, e sugli investimenti stranieri grazie alla sua posizione strategica sul Golfo di Thailandia. La crescita di Phnom Penh è stata costante con una media di 6,88% tra il 1994 ed il 2024, dati che gli hanno permesso di diventare una delle economie più dinamiche dell’intero sud-est asiatico. Negli anni la Cambogia è diventata una nazione a reddito medio-basso, lasciando la fascia inferiore grazie, oltre che al turismo, ai settori del tessile e dell’edilizia. Sia il Laos che la Cambogia sono sempre stati guardati con particolare attenzione dalla Cina, anche in funzione anti-vietnamita. I rapporti Pechino-Hanoi sono complicati da decenni e l’avvicinamento agli Stati Uniti del Vietnam ha cambiato gli equilibri geopolitici regionali.
L’interesse cinese appare più forte in Laos dove la ferrovia China-Laos Railway rappresenta un progetto da 5,9 miliardi di dollari, al 70% dei quali finanziati da Pechino e i rimanenti pagati da Vientiane sotto forma di debito con la Cina. Questa infrastruttura dal 2021 ha trasportato oltre 15 milioni di tonnellate di merci per la maggior parte frutta cresciuta del 60%, che ha migliorato le esportazioni agricole laotiane. Pechino si interessa al Laos per la sua posizione nella Belt and Road Initiative, la nuova via della seta, ma anche per le possibilità di crescita della nazione che prevede di superare il 5% nel periodo che va dal 2026 al 2030. Secondo Pechino il paese ha grandi potenzialità che porterebbero il Pil pro capite a 2980 dollari entro il 2030. La Cambogia è stato lo stato più colpito dai dazi di Trump, che l’accusa di fungere da punto di transito per prodotti cinesi da immettere nel mercato. Washington aveva deciso di imporre una tassazione del 49%, la seconda più alta al mondo dopo il Lesotho arrivato al 50%, che andava a colpire le esportazioni cambogiane di abbigliamento e calzature negli Stati Uniti. Come per Vientiane anche per Phnom Penh la Cina è un partner chiave e soprattutto il principale creditore, detenendo oltre il 40% del suo debito estero, stimato in circa 10 miliardi di dollari. Nel regno indocinese Pechino ha costruito un canale fluviale che collega la capitale con la costa della provincia cambogiana di Kep, nel sud del paese, con un costo di circa 1,7 miliardi di dollari e che permetterebbe l’accesso al Mar Cinese Meridionale. In cambio la Cambogia ha ceduto la base navale di Ream, nella provincia di Sihanoukville, alla marina cinese, una struttura in posizione strategica verso territori insulari contesi a Vietnam, Filippine, Malesia e Brunei. Due piccole tigri asiatiche che vogliono imitare la crescita vista negli anni scorsi in Malesia e Thailandia, ma che sono legate a doppio filo alla Cina che ha già preso il controllo delle loro vivaci economie.
Era il 17 aprile 1975 quando i Khmer rossi entrarono a Phnom Penh. La data funesta diede inizio ad un lungo periodo di terrore guidato dalla cieca ideologia maoista che portò al genocidio di circa un quarto della popolazione cambogiana. Il Paese, ex colonia dell’Indocina francese fino al 1953, era stato in seguito retto da un regime autoritario che si era dichiarato neutrale durante la guerra del Vietnam ma aveva ospitato i Vietcong ed aveva subito i bombardamenti americani. Nel 1970 un colpo di Stato guidato dal generale Lon Nol rovesciò il sovrano Sihanouk in accordo con gli Stati Uniti, ma il paese sprofondò nella guerra civile contro i Khmer rossi di Pol Pot appoggiati dalla Cina e dai nordvietnamiti, che ebbero alla fine successo.
Il folle programma di Pol Pot prevedeva la trasformazione della Cambogia in un Paese esclusivamente rurale gestito integralmente dallo Stato (Phnom Penh fu forzatamente spopolata per questo motivo), mentre ogni differenza di classe (anche intellettuale) fu nel mirino dei Khmer rossi, che operarono esecuzioni di massa anche per i più piccoli sospetti. Le banche e il denaro furono aboliti e i funzionari del precedente regno massacrati. Le religioni, che furono bandite integralmente, non fecero eccezione, a partire da quella maggioritaria, il buddhismo. I cattolici erano una minoranza, presenti dai tempi della colonizzazione portoghese con l’opera dei missionari e facevano capo al vicariato della capitale. Erano relativamente pochi, circa 60.000 su un totale di 15 milioni di abitanti, quasi tutti vietnamiti scappati dal Paese in guerra per finire nel braciere della Cambogia. Già dal 1970, per i fedeli e i preti cattolici iniziò il calvario nelle zone già controllate dai Khmer di Pol Pot. Il 24 febbraio 1972 nella provincia di Kampong Chan sulle rive del fiume Mekong il prete cattolico francese Pierre Rapin, già confinato al domicilio coatto dai guerriglieri comunisti, fu fatto oggetto di un attentato. Ferito nell’esplosione di un ordigno, fu trasferito dagli stessi Khmer in ospedale e ritornato cadavere. Le sue ultime parole piene di fede, scritte al vicario che lo supplicava di lasciare la Cambogia, furono: «I cristiani mi hanno chiesto di rimanere. Rimango. Sia fatta la volontà di Dio. Rimarrò finché ci sarà anche uno solo di voi». Assieme a lui perse la vita anche il sacerdote vietnamita Pam Van Than.
Padre Joseph Chhmar Salas tornò in Cambogia nel tragico 1975 dopo un periodo di studi canonici in Francia, chiamato dal vicario di Phnom Penh monsignor Yves Ramousse. L’entrata imminente dei Khmer rossi suggeriva al vicariato apostolico di nominare un cambogiano alla guida della Chiesa cattolica. Fu inviato nella provincia dove morì padre Rapin, dove il prete si offrì volontario per i lavori forzati imposti dagli uomini di Pol Pot nella speranza di organizzare una forma di unione e resistenza tra i cattolici della regione. Morirà di fame e di stenti in una pagoda-ospedale dopo aver passato due anni all’inferno. La sorella, superstite del terrore, racconterà delle messe clandestine celebrate nelle capanne del campo di lavoro dal martire della furia comunista.
Tra le vittime cattoliche del regime di Pol Pot, anche missionari laici tra cui Joseph Ros En, docente universitario a Phnom Penh e Pierre Chhum Somchay, padre di 12 figli tutti uccisi dall’odio Khmer assieme al padre. Tra loro anche due religiose, le suore cambogiane Lydie Nou Savan e Jacqueline Kim Son.
La Chiesa cattolica cambogiana, azzerata dalla ferocia del regime di Pol Pot, rinascerà soltanto negli anni Novanta a piccoli passi, ma determinati. Fondamentale l’apporto dei missionari, tra cui gli italiani Luca Bolelli , Mario Ghezzi, Gianluca Tavola e Antonio Bergamin (scomparso nel 2021) tutti del Pime, il Pontificio Istituto delle Missioni Estere. Si occupano oggi di una comunità di fedeli che oggi conta circa 20.000 persone, tra cui molti giovani.
Nel 2015 Papa Francesco ha istituito la causa di beatificazione di 12 martiri della Chiesa Cambogiana, tra cui Joseph Chhmar Salas. Dopo la raccolta per oltre un decennio di testimonianze di chi conobbe i religiosi in vita, la parte cambogiana del processo si è conclusa il 18 marzo 2026 sotto la guida del vicario apostolico in Cambogia, monsignor Olivier Schmitthaeusler.
Siviglia, Valencia, Lisbona e Atene sono perfette in primavera: clima mite, città vivaci e prezzi ancora accessibili. Tra mare, cultura e tradizioni, quattro destinazioni ideali per vivere la stagione tra sole e vita all’aperto.
C’è un momento, ogni anno, in cui l’Europa ancora dorme sotto cieli grigi, ma a sud la luce cambia già colore. Si riaccendono i giardini, i balconi si riempiono di fiori, e la vita torna a scorrere più lenta e sorridente. La primavera, nel Vecchio Continente, non sboccia ovunque nello stesso momento: ci sono città che la sentono prima, che la accolgono con la grazia di chi vive da sempre a un passo dal mare e dal sole.
Siviglia, Valencia, Lisbona e Atene sono quattro tappe perfette per un viaggio che anticipa la bella stagione: luoghi dove si può già stare all’aperto, pranzare sotto un pergolato o ascoltare una chitarra nell’aria tiepida. E dove il portafoglio, se si viaggia con intelligenza, non si svuota.

Siviglia: la regina del sole andaluso
Visitare Siviglia in primavera è un’esperienza sensoriale totale. A marzo e ad aprile, quando l’arancio dolce inonda l’aria e le giornate superano già i 20 gradi, la città si veste per due degli eventi più belli della Spagna: la Semana Santa e la Feria de Abril, che trasforma le rive del Guadalquivir in una festa di colori, musica e flamenco.
Tra le vie bianche del Barrio de Santa Cruz, si cammina fra patio fioriti, chiese e piccole taverne dove il tempo sembra fluire più lento. L’Alcázar, con i suoi cortili moreschi, è un trionfo di geometrie e luce. E quando il tramonto colora di rosso la Plaza de España, si capisce come mai Siviglia sia considerata una delle città più fotogeniche d’Europa.
Dove mangiare:
Dove dormire: gli hotel boutique di Siviglia sono spesso ospitati in antichi palazzi con patio interno.
La primavera è la stagione perfetta per esplorare l’Andalusia: clima ideale, luce limpida e prezzi ancora fuori dall’alta stagione.

Valencia: il mare, gli aranci e la città che rinasce
Valencia è una delle città spagnole più vivibili e sottovalutate, e in primavera esplode. Il clima è ideale, con 22-23 gradi a marzo-aprile e brezze profumate che arrivano dal mare. È conosciuta per Las Fallas, la festa di marzo durante la quale enormi figure di cartapesta vengono bruciate tra musica e fuochi d’artificio: un mix di arte, ironia e follia tutta valenciana.
Ma Valencia è anche cultura e architettura contemporanea. La Città delle Arti e delle Scienze di Santiago Calatrava stupisce con le sue forme futuristiche, mentre il Mercado Central, sotto una cupola liberty, è il posto perfetto per un pranzo a base di paella autentica e frutti di mare.
Dove mangiare:
Dove dormire:
Valencia è perfetta anche per chi ama le due ruote: le piste ciclabili collegano il centro al mare, seguendo il verde del parco del Turia, un ex letto del fiume trasformato in un giardino urbano tra i più belli d’Europa.

Lisbona: luce d’oceano e malinconia felice
Lisbona in primavera è pura poesia. La città si risveglia prima, sospesa tra la brezza dell’Atlantico e le note malinconiche del fado. Le jacarande fioriscono già a fine marzo colorando le colline di lilla, mentre i tram gialli arrancano sulle salite del Bairro Alto sotto un cielo azzurro che sa già d’estate.
È il momento ideale per scoprire la città senza la folla dei mesi caldi: si può salire al Castelo de São Jorge senza code, camminare per l’Alfama perdendosi tra le case color pastello, o prendere il treno fino a Belém, tra la Torre e il Monastero dos Jerónimos, due capolavori manuelini che brillano al sole.
Dove mangiare:
Dove dormire: Lisbona offre sistemazioni per ogni portafoglio.
La primavera è la stagione ideale per vivere Lisbona in modo autentico: vie fiorite, clima mite e vita culturale in pieno fermento, ma ancora senza la ressa estiva.

Atene: la luce delle origini
Poche città al mondo sanno accogliere la primavera come Atene. La capitale greca, sospesa tra mito e caos, si trasforma da marzo in un regalo di luce: giornate già calde, cieli limpidi e profumo di timo e limoni. L’Acropoli, vista al tramonto, è un’esperienza quasi mistica; ma anche i quartieri più semplici, come Psiri o Koukaki, emanano un’energia vitale e sincera.
Aprile è anche il mese della Pasqua ortodossa, una delle più sentite d’Europa: le processioni, i fuochi e i canti che si levano nelle chiese fino a notte fonda offrono uno spettacolo unico, tra sacro e umano.
Dove mangiare: Atene è sorprendentemente accessibile.
Dove dormire:
Fuori dal centro, il quartiere di Exarchia offre B&B gestiti da artisti, con atmosfere alternative e prezzi più che umani.
Un tour del tepore e della luce
Il filo rosso che lega Siviglia, Valencia, Lisbona e Atene è la luce — quella che arriva presto, accarezza i muri color crema, scalda i caffè all’aperto e invita a restare fuori fino a tardi. In queste città la vita, in primavera, torna a respirare a pieni polmoni.
Non servono grandi budget né itinerari complicati: bastano scarpe comode, curiosità e la voglia di rallentare. Il bello del Sud, in fondo, è proprio questo — l’arte di vivere bene, anche con poco.
Così, mentre il Nord ingrigito aspetta ancora la bella stagione, laggiù gli alberi sono già in fiore, i tavolini si riempiono, e il sole disegna sulle piazze quell’ombra leggera che sa di rinascita.
La primavera in anticipo è un privilegio che vale il viaggio.
