Papa Francesco (Imagoeconomica)
A Istanbul i Villans dominano 3-0 il Friburgo e conquistano l’Europa League sotto gli occhi del principe William. Decidono Tielemans, Buendia e Rogers. Sogno sfumato per il capitano dei tedeschi, Vincenzo Grifo. Quinta Europa League in carriera per il tecnico spagnolo, vero artefice della rinascita del club di Birmingham.
Quando in panchina siede (per modo di dire, visto che si è fatto tutta la partita in piedi) un allenatore che ha un rapporto privilegiato con una competizione come l’Europa League e un curriculum di altissimo livello, il risultato non può che essere uno solo: riportare l’Aston Villa sul tetto d’Europa dopo 44 anni. Allora, era il 1992, un altro calcio, un altro mondo, un altro tutto e la squadra di Birmingham sollevava al cielo di Rotterdam la Coppa dei Campioni battendo in finale il Bayern Monaco. Oggi, il trofeo non è la coppa dalle grandi orecchie, ma la pur sempre prestigiosa Uefa Europa League. Un titolo a cui Unai Emery è particolarmente affezionato e che nella sua personalissima bacheca ci è finito cinque volte. Dopo la tripletta consecutiva alla guida del Siviglia (2014, 2015, 2016) e il successo con il Villarreal nel 2021, l’allenatore spagnolo è riuscito a fare cinquina con l’Aston Villa. Parliamo di un tecnico che ha preso l’Aston Villa nell’ottobre del 2022 nei bassifondi della Premier League e l’ha portato a fine stagione alla qualificazione in Conference League, per poi centrare in quella successiva lo storico ritorno, dopo 41 anni, dei Villans in Champions.
La finale di Istanbul ha chiaramente espresso sul campo una differenza netta non solo tra le due squadre, ma anche tra il sempre più ricco e competitivo campionato inglese e quello tedesco, che eccezion fatta per lo strapotere del Bayern Monaco e qualche exploit di Borussia Dortmund, Eintracht Francoforte e Leverkusen, non è ancora all’altezza della situazione. È vero, probabilmente il Friburgo ha pagato a caro prezzo la poca, se non nulla, esperienza a questi livelli; mentre la squadra di Birmingham è già da qualche stagione che bazzica i palcoscenici più importanti d’Europa e ha tra le fila giocatori con un certo pedigree internazionale, a cominciare dal portiere Emiliano Martinez, campione del mondo con l’Argentina. Per non parlare poi della profondità di rosa, visto che Emery può permettersi il lusso di lasciare in panchina giocatori che sono transitati dalla Serie A o cercati dai nostri club, come l’ex juventino Douglas Luiz, l’ex Roma e Milan Tammy Abraham, Leon Bailey, che dopo una prima parte di stagione anonima in giallorosso ha deciso di tornare a Birmingham, o quel Jadon Sancho più volte cercato da Juventus e Roma e stasera campione d’Europa guardando l’intero match dalla panchina.
Il 3-0 racconta dunque un divario troppo netto tra la quarta in classifica della Premier e la settima della Bundesliga. L’approccio della squadra tedesca, almeno nei primi minuti, non era stato neppure timido. Il Friburgo aveva provato a partire con coraggio, cercando subito Matanovic e tentando di tenere il baricentro abbastanza alto. Ma è bastato poco per capire che il piano partita dell’Aston Villa fosse di tutt'altro tenore. Ogni recupero palla degli inglesi dava la sensazione di poter trasformarsi in una potenziale occasione da gol, soprattutto grazie alla qualità di Tielemans e alla capacità di Rogers di muoversi tra le linee. Proprio Rogers è stato uno dei grandi protagonisti della serata di Istanbul. Già nei primi minuti aveva impegnato Atubolu con un destro ben calibrato e per tutto il primo tempo è stato il giocatore che più ha creato problemi alla difesa tedesca. Il Friburgo, invece, ha vissuto soprattutto di iniziative isolate e dei tentativi di Vincenzo Grifo, italiano e capitano della squadra tedesca, di accendersi tra le linee. Spesso costretto ad abbassarsi per ricevere palloni giocabili, ha provato a dare ordine e fantasia a una squadra che però faticava tremendamente ad arrivare nell’ultimo terzo di campo con lucidità. La partita si è definitivamente indirizzata poco prima dell’intervallo. A rompere l’equilibrio è stato Tielemans, probabilmente il migliore in campo insieme a Rogers e Buendia. Il belga ha trovato il vantaggio con una conclusione al volo di grande qualità sugli sviluppi di un corner, premiando il momento migliore dei Villans. Da lì in avanti il Friburgo si è completamente disunito, accusando il colpo anche dal punto di vista mentale. Il 2-0 arrivato nei minuti di recupero del primo tempo, con il sinistro a giro di Buendia sotto l’incrocio, ha di fatto tolto ogni margine di rimonta alla squadra di Schuster. Nel secondo tempo l’Aston Villa ha fatto esattamente quello che serviva fare in una finale: controllo dei ritmi, gestione del possesso e ripartenze continue negli spazi lasciati dal Friburgo. Emery dalla panchina ha continuato a guidare ogni movimento dei suoi, chiedendo attenzione anche sul doppio vantaggio. Il terzo gol, firmato da Rogers dopo una bellissima azione sviluppata sulla destra, è stato la fotografia della differenza tecnica e atletica vista in campo per tutta la serata.
Da quel momento in poi, il Besiktas Park si è trasformato in una festa inglese. I tifosi del Villa hanno accompagnato gli ultimi minuti tra cori e bandiere, mentre il Friburgo ha lentamente accettato un risultato che non è mai sembrato realmente in discussione dopo l’intervallo. In tribuna, ad assistere al trionfo dei Villans, c’era anche il principe William, tifoso dichiarato dell’Aston Villa. Emery ha così potuto gestire le energie nel finale, inserendo giocatori di qualità ed esperienza come Douglas Luiz e Tyrone Mings a partita ormai chiusa. Per l’Aston Villa questo successo rappresenta molto più di una semplice vittoria europea. È la conferma definitiva del salto di dimensione compiuto dal club negli ultimi anni sotto la guida di Emery. Una squadra che fino a poco tempo fa lottava nelle zone basse della Premier oggi torna a vincere in Europa e lo fa mostrando solidità, qualità e una mentalità ormai da grande squadra. Per il Friburgo resta invece una finale storica raggiunta con merito, ma anche la sensazione di aver incontrato un avversario semplicemente superiore sotto ogni aspetto.
L’episodio di Modena ha tutte le caratteristiche per rappresentare un punto di svolta nell’immaginario italiano. Nell’immediatezza del fatto l’utilizzo politico delle circostanze ha già scavato il solco, ha già indicato i ruoli di «buoni» e «cattivi» e ciò che pare essere venuto ormai meno è non solo la riflessione pacata ma l’interesse per le posizioni altrui.
Malgrado la sinistra provi a dire il contrario, gli «sciacalli» non sono quelli che indicano nell’immigrazionismo e nel fallimento dell’idea di integrazione il problema, gli «sciacalli» sono quelli che di fronte a una tentata strage secondo modalità oggettivamente «terroristiche» - che poi siano religiosamente ispirate o frutto soltanto di «frustrazione sociale» questo lo indagheranno i tribunali - si precipitano ad affermare che il colpevole è cittadino italiano, è laureato, aveva «problemi psichici» e che quindi è colpa del governo che non stanzia abbastanza fondi per le strutture di sostegno ai numerosi e sempre nuovi disagi che ogni giorno vengono scoperti.
I fondi pubblici non bastano mai, le strutture non bastano mai, l’integrazione non basta mai e se qualcosa capita che dimostra il fallimento di queste strutture allora «ci vogliono più strutture». Mentre la Casa Bianca ha adottato dichiaratamente la politica della «Remigrazione» - come attestato dal comunicato ufficiale del Dipartimento di Stato dell’11 maggio 2026 («Our goal is not to “manage” migration, but to foster remigration») e dalla riorganizzazione del Bureau of population, refugees, and migration con la creazione di un apposito «Office of remigration», mostrando risultati concreti di oltre 2,5 milioni di rimpatri totali (più di 605.000 deportazioni forzate e 1,9 milioni di auto-rimpatri) e il primo saldo migratorio negativo negli Stati Uniti dal Dopoguerra - l’Unione europea rimane l’ultima grande entità occidentale prigioniera del dogma immigrazionista, isolandosi di fatto dal resto del mondo e confermando la propria sudditanza ideologica a un globalismo postnazionale che la trascina nell’irrilevanza esemplarmente descritta dall’incontro a Bruxelles tra la Ue e i Talebani afghani mentre Donald Trump e Xi Jinping si incontrano per riscrivere gli equilibri globali.
E provando la sensazione di abitare la retroguardia del mondo, l’episodio di Modena si pone come rivelatore ontologico di una vera e propria frattura in seno alla società. Il fatto che si stiano contrapponendo due narrazioni inconciliabili - una basata sull’ideale della povera vittima che vuole investire i passanti perché «non siamo stati in grado di integrarlo» e l’altra fondata sull’idea che un attestato di cittadinanza non trasforma automaticamente un soggetto culturalmente incompatibile in un italiano - dimostra che il fenomeno migratorio ha ormai superato il piano sociologico, assumendo un peso esistenziale che rende sterile ogni mediazione. L’idea stessa del «poteva capitare a chiunque» in base alla quale saremmo di fronte a un soggetto neutro, impersonale, il quale inspiegabilmente vuole uccidere qualcuno e per il quale ogni altra considerazione e valutazione sarebbe indice di «razzismo», non si concilia con l’impostazione esattamente opposta, impersonata quando si tratta, ad esempio, di «patriarcato», un fenomeno che i sociologi definiscono inesistente ma per il quale, invece, quando viene evocato partono le fiaccolate e la pretesa che tutti gli italiani maschi si sentano in colpa e chiedano espiazione. Ebbene, di fronte a una contrapposizione così frontale occorre prendere atto dell’inefficacia del processo dialettico basato su una società che condivide se non altro l’idea elementare di «accaduto». Venuto a mancare un orizzonte nazionale comune non esiste più sintesi, non esiste più un «terzo elemento superatore» tra chi imputa agli autoctoni la mancata integrazione degli immigrati e chi subisce i danni casuali della violenza. La tesi e l’antitesi restano irriducibili perché fondate su due ontologie politiche antitetiche: universalismo astratto da una parte ed empirismo concreto dall’altra. L’immigrazionismo cessa così di essere un problema amministrativo, umanitario o genericamente gestionale, ma diviene un conflitto permanente nel quale il nemico non è negoziabile dialetticamente e dove ogni pretesa di confronto tende in realtà a un’espulsione dell’altro dal contesto sociale. Ci troviamo dunque un passo oltre il confronto, un passo oltre il dibattito, ci troviamo nella condizione in cui ogni ulteriore sforzo di ricomposizione della questione assume i contorni dell’abbandono al demone della dialettica e forse, per non esacerbare ulteriormente lo scontro, occorrerà semplicemente prendere atto dell’esistenza di tale irriducibilità.
Ed è proprio qui, però, che deve agire la politica, se ancora non è diventata pura tecnocrazia: se esiste ancora l’idea di «ricomposizione democratica» allora chi ha ottenuto la maggioranza anche e soprattutto per affrontare i danni dell’immigrazionismo deve, con semplicità ed efficacia, procedere al taglio dei fondi che sostengono un sistema in costante e inesorabile espansione, consapevole del fatto che questa è l’unica strada pacifica e legittima per contrapporsi a un parastato gramsciano la cui costante espansione obbligata ha ormai superato i limiti di sostenibilità.
Può la crisi mediorientale trasformarsi in una crisi finanziaria? È ancora presto per dirlo, ciò che è certo, invece, è che la chiusura di Hormuz sta mettendo sotto forte pressione le monarchie del Golfo Persico, le cosiddette petromonarchie; che in questi mesi hanno visto le loro esportazioni energetiche dimezzarsi o praticamente azzerarsi. Eppure questi Regni rivestono un ruolo molto importante all’interno dell’economia del «dollaro», la principale valuta di riserva globale.
È soprattutto per questo motivo che quando il governo degli Emirati Arabi Uniti ha presentato una richiesta ufficiale di scambio di valute (dollari americani agli Emirati per dirham emiratini agli Stati Uniti), lo scorso aprile, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha risposto celermente in maniera affermativa. La posta in gioco è altissima, e Washington non può permettere che i Paesi del Golfo vendano petrolio in valute diverse dal dollaro.
Il motivo è semplice, per spiegarlo al meglio, tuttavia, dobbiamo fare un salto indietro al 1974. Nel luglio di quell'anno, in un contesto segnato dalla crisi petrolifera del 1973 e dalla fine del sistema di Bretton Woods, il Segretario al Tesoro statunitense William Simon intraprese una missione diplomatica cruciale in Arabia Saudita. L'obiettivo era stabilizzare i prezzi del petrolio e, soprattutto, assicurare il dominio del dollaro nel commercio energetico mondiale. L'accordo che ne scaturì, sebbene mai formalmente divulgato nei suoi dettagli più intimi, gettò le basi per quello che sarebbe diventato noto come il sistema del «petrodollaro».
I termini essenziali dell'intesa prevedevano che l'Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, avrebbe prezzato le sue esportazioni di greggio esclusivamente in dollari statunitensi. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero garantito supporto militare e protezione al Regno Saudita. Ma l'aspetto più innovativo e strategicamente rilevante dell'accordo riguardava il riciclo dei petrodollari. I vasti surplus di dollari accumulati dall'Arabia Saudita grazie alle vendite dell’oro nero non sarebbero rimasti inattivi, ma sarebbero stati reinvestiti in asset denominati in dollari, in particolare in Titoli del Tesoro statunitensi. Questo meccanismo, noto come «petrodollar recycling», divenne un pilastro fondamentale per l'economia americana e per la stabilità del dollaro.
Attraverso questo sistema, i dollari guadagnati dalle petromonarchie venivano e vengono tutt'ora reinvestiti in una vasta gamma di strumenti finanziari statunitensi, che vanno dai bond governativi al mercato azionario, passando per investimenti immobiliari e acquisizioni aziendali. Questo flusso costante di capitali esteri ha avuto un impatto profondo, contribuendo a finanziare il debito pubblico americano a tassi d'interesse più bassi, sostenendo la domanda di asset statunitensi e rafforzando la posizione del dollaro come valuta di riserva globale.
Tuttavia, questo equilibrio storico sta affrontando sfide senza precedenti. La rapida risposta affermativa del Segretario Bessent alla richiesta di currency swap degli Emirati Arabi Uniti è stata infatti una mossa difensiva. Gli Emirati, pur essendo un alleato strettissimo degli Stati Uniti nell'attuale conflitto con l'Iran, hanno fatto della diversificazione economica e finanziaria una delle loro massime priorità strategiche. Un segnale inequivocabile di questa tendenza è l'adesione di Abu Dhabi al Project mBridge. Si tratta di un'iniziativa all'avanguardia, sviluppata in collaborazione tra la Banca dei Regolamenti Internazionali e le banche centrali di Thailandia, Hong Kong, Emirati Arabi Uniti e l'Istituto di Valuta Digitale della Banca Popolare Cinese. Il progetto ha portato alla creazione di un sistema di pagamento transfrontaliero digitale basato su tecnologia blockchain, che consente transazioni dirette tra le valute locali bypassando di fatto i sistemi di messaggistica tradizionali dominati dall'Occidente, come lo SWIFT, e riducendo la dipendenza dal dollaro. A giugno del 2024 anche l'Arabia Saudita si è unita a questa piattaforma, aggiungendosi al coro crescente di nazioni aperte a esplorare alternative al biglietto verde.
Se a questa infrastruttura tecnologica emergente si uniscono i dati commerciali reali, il quadro diventa ancora più complesso per Washington. Secondo i media cinesi, nel 2024 circa il 45% del greggio saudita esportato verso la Cina è stato pagato in renminbi. Siamo quindi alla tanto chiacchierata «de-dollarizzazione»? Nient’affatto, semplicemente, gli alleati americani del Golfo stanno di fatto alzando il prezzo della loro fedeltà. Attraverso queste mosse di diversificazione, stanno ricordando a Washington quanto sia cruciale il loro ruolo nel mantenere il dollaro come valuta di riserva e, di conseguenza, nel preservare il «privilegio esorbitante» americano.
A livello globale, le transazioni petrolifere condotte in valute diverse dal dollaro hanno raggiunto circa il 20% nel 2023, segnando il livello più alto da decenni. Tuttavia, questo significa che l'80% del commercio globale di petrolio è ancora saldamente denominato in dollari statunitensi. Allo stesso modo, la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali delle banche centrali, sebbene in costante calo dal 71% registrato nel 2000 al 58% nel 2024, rimane assolutamente predominante rispetto a qualsiasi altra valuta concorrente. Insomma, è ancora presto per parlare di de-dollarizzazione.
Ecco #DimmiLaVerità del 20 maggio 2026. Il segretario della Lega Emilia, Matteo Rancan, svela l'ipocrisia della sinistra sull'attentato di Modena.
