Papa Francesco (Imagoeconomica)
Domanda asiatica in calo. Teheran colpisce infrastrutture energetiche. Shipping globale nel caos. La guerra aiuta la Russia. Shock energetico prolungato? I sauditi temono petrolio a 180$.
Durante la campagna referendaria in corso abbiamo ascoltato, per la verità da entrambi i fronti, affermazioni non pertinenti ai quesiti referendari e francamente infelici, talvolta disdicevoli. Richiamo per tutte, sul Fronte del No, quanto affermato da un noto procuratore della Repubblica circa l’elettorato calabro, laddove si è affermato che gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e i centri di potere voteranno Sì. Un’affermazione che è sembrata riguardare tutti gli elettori e non semplicemente una parte, operando una summa divisio tra le persone per bene, che voteranno No, e le altre che voteranno Sì.
Ciò che, però, mi ha suscitato maggiore indignazione e tristezza è stato quello che definisco il «furto» della Costituzione da parte del fronte del No, in particolare dall’Associazione nazionale magistrati (si intende furto in senso allegorico, non essendo la Costituzione un bene mobile). Si è assistito, in particolare, da parte di magistrati a sventolii di Costituzioni cartacee, spesso accompagnati da spille orgogliosamente ostentate, a far intendere che la riforma costituzionale oggetto del referendum sia un attentato alla nostra Legge fondamentale, di cui il fronte del No sarebbe, invece, impavido e strenuo difensore, erede della Resistenza (quella con la R maiuscola). Mi permetto di dire che è proprio questa sua difesa a oltranza a offendere la Costituzione (che, non dimentichiamolo è stata anche il frutto di faticosi compromessi tra le forze politiche che avevano animato la Resistenza), cristalizzandola e costringendola in una dimensione atemporale e astratta, quasi che la Costituzione, come originariamente concepita, segnasse, sul piano dell’architettura istituzionale, la fine della storia, per mutuare il titolo di un libro del politologo Francis Fukuyama contenente la profezia, rivelatasi tragicamente errata, che con il crollo dell’Unione sovietica i principi liberali e capitalistici si sarebbero gradualmente affermati in tutto il pianeta.
Il fatto è che la Costituzione - definita da alcuni la «più bella» di tutte con un giudizio di tipo estetico che non appare pertinente, prevede la possibilità di una revisione delle sue norme, disciplinando il relativo procedimento (articolo 138), a eccezione della forma repubblicana dello Stato (articolo 139), evidentemente sul presupposto che tali norme possano essere adeguate o modificate tenendo conto, tra l’altro, di nuove esigenze e dell’evoluzione del tessuto sociale ed economico della nazione. La stessa previsione, contenuta nell’articolo 138, di maggioranze per la revisione costituzionale o per l’emanazione di leggi costituzionali, dimostra a evidenza l’inconsistenza dell’argomento secondo il quale ogni intervento in materia dovrebbe essere condiviso da tutte le forze politiche e sociali, cosa che condurrebbe a un acritico immobilismo. È poi vero che la Corte costituzionale ha chiarito che «la Costituzione, pur considerando la magistratura come un unico “ordine”, soggetto ai poteri dell’unico Consiglio superiore (articolo 104), non contiene alcun principio che imponga o al contrario precluda la configurazione di una carriera unica o di carriere separate fra i magistrati».
Tali nozioni giuridiche, al pari della Grundorm (norma fondamentale) di kelseniana memoria e della distinzione tra costituzioni rigide e flessibili, sono sicuramente sconosciute alla pletora di attori, comici e cantanti che ci deliziano con le loro boutade a favore del No, prive di ogni valore giuridico, e ad antagonisti, pro Pal e sigle varie, scesi in piazza a favore del No, forse convinti, ma a torto, che la Costituzione vigente (cioè quella non riformata) consenta loro non solo di manifestare liberamente e lecitamente il loro pensiero e di riunirsi pacificamente, ma anche di occupare immobili, di impedire di parlare a chi non la pensa come loro, di bruciare effigi di politici e di devastare beni pubblici e privati.
A proposito di vizi logici, è da porre attenzione anche a quello che consiste nell’opporsi alla riforma solo perché proveniente dall’attuale maggioranza parlamentare, non guardando, dunque, al merito della riforma stessa, ma a chi ne è stato promotore; vizio logico che è probabilmente alla base dell’altrimenti inspiegabile presa di posizione di procuratori della Repubblica e di giornalisti che, dopo il cosiddetto scandalo Palamara, si erano schierati a favore del sorteggio dei componenti del Csm e che ora rinnegano quelle prese di posizione con argomenti apparentemente sofisticati, ma in realtà speciosi (sorteggio secco, sorteggio temperato e altri di tale natura).
Se dunque il primo auspicio è quello che Dio, o la Provvidenza, o la sorte benigna (scegliete voi) o, più concretamente, il voto del 22 e del 23 marzo ci salvi da questi difensori del No e dalla loro appropriazione indebita della Costituzione, attuata attraverso argomenti volti a suscitare emozioni, ma privi di razionalità e di valore giuridico, mi permetto di formulare alcuni «avvisi ai naviganti», rectius elettori.
Ho già detto, richiamando concetti espressi dalla Corte costituzionale, che la separazione delle carriere non è contraria ai supremi principi della Costituzione; anzi, aggiungo, tale separazione è tale da rendere effettivo e percepibile, in particolare da indagati e imputati, il principio della terzietà del giudice previsto dall’articolo 111 della Costituzione, riformato negli anni Novanta senza che nessuno in quella occasione, come in numerose altre, invocasse l’intangibilità della Costituzione.
Quanto alla istituzione di due Csm (uno per la giudicante e l’altro per la requirente) si tratta di una conseguenza inevitabile della separazione delle carriere tra giudice e pubblico ministero, mentre l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare e l’introduzione del metodo del sorteggio per i componenti dei due Csm e di parte dell’Alta Corte appaiono, a loro volta, un necessario rimedio al fallimento della giurisdizione disciplinare esercitata dal Csm e al modo in cui sono state spesso operate da tale organo le scelte relative alla carriera dei magistrati. Ciò a cui si vuole porre rimedio è il fenomeno che è stata definito, non a torto, la degenerazione delle correnti. È indubbio che le correnti, inizialmente sorte quali portatrici di idealità e di visioni culturali diverse all’interno della magistratura, si siano trasformate in centri di potere, funzionali anche alla nomina dei consiglieri del Csm, condizionandone poi le scelte, come testimoniato, tra l’altro, dalle visite nei tribunali, prima delle elezioni, da parte di capi o di rappresentanti delle correnti, dirette ad acquisire consenso e voti, di cui si terrà poi conto nelle decisioni, trasformando impropriamente il Csm in un organo di rappresentanza di tipo politico dei magistrati elettori.
Tale fenomeno ha avuto inevitabili riflessi sulla giurisdizione disciplinare, evidentemente condizionata dalle correnti, con la conseguenza che - come ciascuno può constatare agevolmente leggendo le chat tra Luca Palamara e vari magistrati - molti incarichi sono stati conferiti anche a magistrati adusi a utilizzare in maniera massiccia tali chat, il tutto favorito da un editto dell’allora procuratore generale della Cassazione che ha ritenuto lecita l’autopromozione (rectius autoraccomandazione) dei magistrati, senza denigrazione degli altri concorrenti ai posti ambiti.
Quanto al sorteggio si tratta di un metodo che, oltre a evitare le avvilenti, per la magistratura, campagne elettorali che precedono la nomina dei componenti del Csm, appare improntato a trasparenza.
Non va dimenticato che impropriamente, quanto ai componenti laici dei Consigli superiori della magistratura e dell’Alta Corte disciplinare, viene operata, per ignoranza o per astuto calcolo dialettico, una confusione tra governo e Parlamento, dimenticando che anche nella Costituzione vigente i componenti laici del Csm sono nominati dal Parlamento in seduta comune, senza che mai tale prerogativa sia stata riferita, neppure per fini polemici, al governo.
Tralasciando problematiche ulteriori, capziosamente sollevate in ordine alle modalità del sorteggio senza neppure attendere le leggi ordinarie che dovranno adeguare le leggi sul Csm, sull’ordinamento giudiziario e sulla giurisdizione disciplinare alla legge costituzionale oggetto del referendum, mi limito a richiamare alcuni principi fondamentali, spesso non considerati nel dibattito referendario:
1 la magistratura non è un potere dello Stato, ma un ordine autonomo e indipendente (articolo 104 Costituzione) e il potere giudiziario e giurisdizionale appartiene ai singoli magistrati (giudicanti e requirenti), trattandosi di potere cosiddetto diffuso, cioè attribuito non a una corporazione, ma ai singoli magistrati quando esercitano le loro funzioni;
2 il Csm non è un potere dello Stato, ma un organo, di rilevanza costituzionale, di alta amministrazione (si parla di amministrazione della giurisdizione), sia pure dotato di importanti funzioni, attinenti in particolare allo status dei magistrati (promozioni, trasferimenti, incarichi) e non è, come si è visto, un organo di rappresentanza politica dei magistrati; tantomeno è un potere dello Stato l’Associazione nazionale magistrati, onde impropriamente si evoca un conflitto tra poteri dello Stato con riferimento alle polemiche, spesso suscitate dall’Anm, tra quest’ultima e il governo o il parlamento in carica. Corollario di ciò e che la vera domanda da porsi è se la riforma costituzionale oggetto del referendum possa condizionare o influenzare i singoli giudici e i singoli pubblici ministeri nell’esercizio delle loro funzioni.
La risposta a tale domanda è sicuramente negativa, alla luce di una piana lettura delle disposizioni della legge costituzionale; solo in malafede e con un indebito processo alle intenzioni numerosi sostenitori del No fanno riferimento, come comodo antidoto a una discussione sul merito, a ipotizzate e non meglio precisate future iniziative della maggioranza parlamentare che in alcun modo sono insite nella riforma o preannunciate dalla stessa.
Spero, con questi «avvisi ai naviganti» e con queste brevi considerazioni, di contribuire a una vittoria referendaria del Sì che, lungi dall’indebolirla, consenta di cogliere un’occasione forse irripetibile per regalare all’Italia una magistratura più trasparente, indipendente anche da condizionamenti interni e più vicina alle esigenze dei cittadini.
La «tesi» di Gratteri sbugiardata da Piercamillo Davigo: l’ex procuratore ha preso un anno e 3 mesi in Cassazione ed è in prima fila contro la legge Nordio. Ma finalmente abbiamo la possibilità di smontare le loro bugie con un Sì.
È finita e finalmente si vota. Una campagna referendaria tra le più brutte e menzognere della storia. Dove invece che del merito, ovvero della riforma della giustizia, si è discusso di tutt’altro, con un processo alle intenzioni più che alle decisioni, e soprattutto con la volontà di colpire il governo più che migliorare l’efficienza di Procure e tribunali. A simboleggiare la conclusione dello scontro, il dibattito a Milano fra due ex magistrati: Piercamillo Davigo e Antonio Rinaudo, il primo a favore del No alla legge voluta dal governo, il secondo sostenitore del Sì.
Quest’ultimo ha alle spalle una lunga carriera da pubblico ministero e, per ricordare le principali inchieste, è sufficiente citare le indagini sul movimento No Tav e quelle sulla tragedia di piazza San Carlo, a Torino, dove morirono tre persone e 1.600 rimasero ferite. Oltre a questo di lui si sa poco, ma del suo avversario invece si sa molto, perché per oltre 30 anni ha incarnato l’immagine di un giustizialismo senza confini e, talvolta, anche senza ragioni. Piercavillo, così lo soprannominarono i cronisti nell’epoca di Tangentopoli, era uno dei quattro moschettieri di Mani Pulite che si opposero al decreto Biondi: Antonio Di Pietro, Gherardo Colombo, Francesco Greco e lui. Tutti uniti contro la limitazione della carcerazione preventiva. A Davigo il Pool aveva affidato il compito di trovare la formulazione corretta per motivare le imputazioni da rivolgere agli indagati. E di questo suo ruolo di fine accusatore, l’ex pm per anni si è fatto vanto, diventando un testimonial delle Procure in molti talk show. Un eloquio da giurista e uno sproloquio da novello Torquemada.
Restano famose alcune sue frasi. La più celebre è la promessa che pronunciò all’inizio dell’inchiesta milanese: «Rivolteremo l’Italia come un calzino». E che cosa intendesse con quel proponimento lo si capì dopo poco, quando aggiunse: «Non esistono innocenti, esistono solo colpevoli non ancora scoperti». Le massime di Davigo pronunciate in maniera perentoria davanti alle telecamere erano sentenze inappellabili: «Non abbiamo eliminato la corruzione», disse qualche anno dopo: «abbiamo solo selezionato la specie». E tanto per far capire come fosse cambiato il Paese, aggiunse: «I politici non hanno smesso di rubare, hanno smesso di vergognarsi». E a proposito dell’immagine da lui percepita dell’Italia, spiegò: «Non ci sono troppi prigionieri, ci sono troppo poche prigioni». Insomma, più che una Repubblica fondata sul lavoro, una nazione che si regge sul furto, sull’abuso e la corruzione.
In questo furore giustizialista però, a un certo punto Davigo è incespicato. È accaduto quando, lasciata la Procura e raggiunta la Cassazione, decise di intraprendere anche la carriera di sindacalista delle toghe, fondando una corrente e poi addirittura facendosi eleggere segretario dell’Anm, l’associazione di categoria, una scelta che lo portò anche a farsi nominare nel Consiglio superiore della magistratura. Ecco, questo è stato l’ultimo atto del Grande accusatore, perché giunto alla fine della carriera e alle soglie della pensione è incappato in un guaio. Nel 2020, il pm di Milano Paolo Storari gli consegnò gli atti di un’indagine su una presunta loggia massonica denominata Ungheria. Non si sa che fine fecero quelle carte, ma una manina le recapitò, invece che davanti a un giudice, alla redazione del Fatto quotidiano. Risultato, l’uomo che voleva rivoltare l’Italia come un calzino e teorizzava l’inesistenza di innocenti ma solo di colpevoli ancora non scoperti, è stato condannato a un anno e tre mesi di reclusione per rivelazione del segreto d’ufficio, sentenza confermata in secondo grado e pure in Cassazione, dove addirittura per ricorso pretestuoso l’ex pm è stato costretto a pagare una multa, oltre a dover risarcire un collega con 20.000 euro.
Ecco, lui venerdì sera a Milano ha rappresentato i sostenitori del No alla riforma. Il personaggio perfetto per smentire la tesi di Nicola Gratteri, il quale per giustificare il suo sostegno alla campagna contro la separazione delle carriere ha detto che condannati e massoni avrebbero votato Sì. Ma il Davigo condannato è testimonial del No. E, a quanto pare, anche altri pregiudicati.
Nel complesso scacchiere mediorientale la Siria sembra sempre più vicina ad essere coinvolta negli scontri. Israele ha attaccato alcuni obiettivi militari nella Siria meridionale, precisamente nel governatorato di Suwayda, con il dichiarato intento di difendere la minoranza drusa.
Nel luglio scorso Tel Aviv aveva ripetutamente colpito il Sud della nazione confinante e diversi obiettivi nella capitale Damasco, prendendo per la prima volta le difese dei drusi, un gruppo etno-religioso che vive in Siria, Libano, Giordania e anche in Israele. I drusi israeliani sono parte integrante della società e prestano servizio nell’esercito, con un battaglione dedicato. Sono cittadini perfettamente inseriti e come i loro fratelli oltre frontiera non hanno nessuna rivendicazione territoriale o nazionalista. In Siria però tutte le minoranze sono sotto attacco da quando Ahmad al Shara ha preso il potere abbattendo il regime di Bashar al Assad. Prima gli alawiti, colpevoli di essere ancora fedeli alla famiglia Assad, poi i drusi, contro i quali sono stati usati i beduini del deserto e anche la minoranza cristiana, ridotta ad un quinto della popolazione originaria, vive nella preoccupazione. Asaad al Shaibani è il ministro degli Esteri di Damasco da quando gli ex miliziani di al Qaeda hanno preso il potere. Vecchio sodale e compagno d’armi dell’attuale presidente, al Shaibani ha cercato di cambiare la politica estera della sua nazione aprendo ai Paesi del Golfo, alla Turchia, visitando Russia e Cina e creando un canale anche con Israele.
Ministro al Shaibani, Israele ha attaccato ancora una volta il Sud della Siria, accusando l’esercito nazionale di aver ucciso alcuni membri della minoranza drusa.
«Il governo siriano si è impegnato a difendere tutte le minoranze che compongono il mosaico della nostra nazione. I fatti avvenuti con gli alawiti erano giustificati perché stavano organizzando un colpo di Stato, mentre con i drusi, gli armeni, i circassi e i cristiani vogliamo convivere pacificamente. Nella scorsa estate la violenza è scoppiata per questioni di pascolo con alcune tribù beduine ed è falso che l’esercito li avesse armati per uccidere i drusi. Oggi la situazione è sotto controllo e Israele deve cessare immediatamente ogni tipo di attacco. L’aggressione israeliana è in flagrante violazione del diritto internazionale e della sovranità siriana».
Una milizia drusa indipendente ha parlato di nove morti, arresti e addirittura di rapimenti, accusando le forze armate di Damasco.
«Si tratta di propaganda fatta da chi ha soltanto interesse a spaccare la Siria. Questi sedicenti miliziani sono dei criminali senza nessuna credibilità e lo dimostra il fatto che nessun leader druso ha appoggiato le loro dichiarazioni. Stiamo ricostruendo il paese dopo decenni di dittatura e in troppi hanno interessi a dividerci per mantenerci deboli».
A luglio scorso ha avuto un incontro con alcuni funzionari israeliani, mediato dall’inviato speciale di Washington Tom Barrack. Quali sono i rapporti con Tel Aviv oggi?
«Il meeting serviva ad aprire una trattativa per pacificare il confine meridionale, ma gli equilibri restano estremamente precari. In Israele c’è chi non crede alla buona fede del nostro governo, ma noi siamo disposti a parlare anche delle alture del Golan, una questione che rimane in sospeso dal 1967».
In molti dicono che la vostra politica estera sia mediata dalla Turchia che ha enormi interessi in Siria
«La Turchia è una nazione amica che ha accettato di addestrare le nostre forze armate. Ankara ha il secondo esercito più grande della Nato e una grande esperienza militare. Ma la Siria resta indipendente e sovrana, senza essere subalterna a nessuno. Non prendiamo ordini e confermo quello che ha detto l’ambasciatore Tom Barrack sul nostro coinvolgimento in Libano, nessuno ce lo ha chiesto e nessuno può imporcelo».
