Papa Francesco (Imagoeconomica)
L’oscar dei flop non glielo toglie nessuno. Si difenderà dicendo che ha dato spazio ai figli. È la strategia Gianni Zonin, sempre dalle parti del vino siamo: dare tutto ai ragazzi prima che il clima si faccia pessimo. Eh già perché lottare contro il riscaldamento globale comporta dei sacrifici. Lo sa bene Natale Farinetti in arte Oscar che vede naufragare anche la sua ultima meravigliosa idea: il pisello verde detto anche Green Pea che chiude dopo neppure sei anni.
È diventata una costante per Farinetti: dopo aver dovuto cedere per eccesso di debiti la maggioranza di Eataly a Investindustrial di Andrea Bonomi ora contempla le macerie di quello che doveva essere il più Fico di tutti: 25 milioni di debiti accumulati. Le Coop che lo avevano sostenuto sono scappate. Ora non si sa se sia un lunapark con annesso servizio di salamelle alla periferia di Bologna dopo aver avuto generosi sostegni dai «compagni» del Comune e della Regione Emilia Romagna o cos’altro. Gli ha cambiato nome in Grand Tour, ma il risultato non è mutato: altri 4,7 milioni di perdita nel 2025. A Bologna il compagno Farinetti comincia ad avere contro anche i sindacati: a fine aprile licenzia altri quattro dipendenti. Quando aprì aveva promesso sei milioni di visitatori, cento posti di lavoro: mai visto più di mezzo milioni di persone e a lavorarci sono meno di venti. Ora pure il pisello verde gli è rimasto sullo stomaco.
Il profeta del made in Italy buono, pulito e giusto per dirla con Carlin Petrini il guru di Slow Food che dietro pagamento di un po’ di pendenze di Pollenzo ha incoronato Natale ha fatto l’ennesimo flop. Anche stavolta, come tutte le altre volte per gentile e interessata intercessione della politica di sinistra, aveva riempito gli spazi della sua astronave verde accanto al Lingotto a Torino con aziende molte anche a capitale pubblico per far vedere che il futuro è verde. Green Pea sorge nell’ex area della Carpano da sempre appetita da Farinetti. Ci fu un tempo in cui l’allora sindaco comunista Sergio Chiamparino al questuante ex grossista di elettrodomestici che voleva lo spazio in comodato d’uso gratuito rispose «esageruma ne» (non esageriamo).
Altri hanno risposto diversamente, ma il finale di partita è sempre lo stesso: Farinetti apre, raccoglie e poi quando viene Natale smonta. Così due giorni fa Francesco Farinetti, uno dei figli dell’Oscar executive chairman di Green Pea, ha annunciato che si chiude. Quello che doveva essere l’atelier della moda sostenibile, delle energie pulite, dello stile di vita verde diventa un mega loft che sarà occupato da due aziende che ci piazzano gli impiegati e pagano l’affitto. Resta attivo all’ultimo dei cinque piani di questo edificio tutto legno e cristalli che doveva essere la quinta essenza della sostenibilità - evidentemente esclusa quella economica - il cosiddetto Otium lo spazio dove si nuota nella piscina a sfioro, si sorseggiano spumanti nature, si spilucca qualcosa e, per dirla alla Nanni Moretti, si vede gente e si dicono cose.
Hanno provato a mascherare il fallimento dell’idea di Oscar ma non da oscar nascondendosi dietro uno slang bocconiano che poco s’addice a chi viene dalle Langhe e si è auto-proclamato difensore dei contadini. Spiega il giovin Farinetti: «Quando abbiamo aperto nel 2020, il progetto aveva due anime: quella dei servizi e quella del retail; tutta la parte legata ai servizi, soprattutto in chiave green, funziona molto bene, ma per la vendita di prodotti direttamente ai clienti le difficoltà sono maggiori. L'online ha cambiato le abitudini. Inoltre, la nostra proposta era volutamente molto verticale sul green». Capito? I cento negozi di Green pea erano sempre vuoti: chi vendeva abbigliamento, biciclette, bioplastiche se n’è scappato. Erano rimasti a guardia del pisello solo quelli costretti dalla politica: i piazzisti di energia verde assai legati ai contributi per le rinnovabili. Ci sta che una frazione delle nostre bollette sia servita anche a concimare il pisello verde che però è marcito sulla pianta! L’investimento iniziale fu di 50 milioni: Green pea non ha mai chiuso un bilancio in attivo.
All’apertura Farinetti pareva Babbo Natale: aveva promesso 200 posti di lavoro e una verità messianica: «Green pea si pone l’obiettivo di dimostrare che vi è la possibilità, subito, di vivere in armonia con il Pianeta senza rinunciare al bello». È finita che là dove c’era il verde ci sarà una città d’impiegati per dirla col Celentano della via Gluck. Tra un po’ si rivedrà Oscar Natale Farinetti in tivvù, magari a la 7, a raccontare le sue magnifiche sorti e progressive. Del resto è in sintonia con la sinistra: i suoi sogni fatti ad Alba di solito svaniscono smentiti dal mercato (che è roba da capitalisti e se la piglia con lui). Matteo Renzi lo voleva ministro dell’agricoltura. E questo spiega quasi tutto.
Dopo quattro anni di silenzio, il gran ritorno. Euphoria, venticinque nomination agli Emmy e nove vittorie, è pronta a debuttare su Sky, con otto episodi inediti. La terza stagione dello show, incensato unanimemente per la capacità di esporre la realtà dei giovani, quella scomoda e poco patinata, sarà disponibile a partire dalla prima serata di lunedì 13 aprile. Giorno storico che, per chi abbia seguito lo show fin dal principio, legandosi a personaggi che poco hanno di iperbolico o cinematografico.
Rue Bennett, personaggio che ha eletto Zendaya icona globale, è un'adolescente tossica. Sulla carta, dovrebbe rappresentare un'eccezione, diversa dalla miriade di adolescenti che cerca di imbroccare la strada giusta per il mondo dei grandi. Eppure, nelle sue fragilità, opportunamente romanzate per tener viva la narrazione televisiva, riesce a ricalcare le difficoltà dei ragazzi di oggi: la fatica nel costruire un'identità propria, estranea alle pressioni della società e al bisogno quasi epidermico di sentirsi parte di un tutto, le insicurezze, la scarsa fiducia nel domani. Rue Bennett è una tossicodipendente dei sobborghi californiani, figlia di una madre che non ha granché da offrirle. Ed è, però, quel che tanti, tantissimi adolescenti sono.
Euphoria l'ha trovata così, la sua forza: ricalcando con mano pesante la vita vera, le difficoltà comuni a tanti, quelle che, spesso, vengono derubricate a facezie. Ha individuato i problemi dei giovani e, su questi, ha costruito un impianto narrativo che potesse farli sentire visti, ascoltati, capiti. Dunque, mai soli. Anche in età semi-adulta.La terza stagione dello show, difatti, prosegue oltre l'adolescenza, e Rue la trova in Messico, cinque anni più tardi rispetto ai fatti narrati nelle prime stagioni. Cresciuta, ma non cambiata, ha ancora problemi di droga e dipendenza. Ha debiti e una vita segnata dall'improvvisazione, quella che di romantico ha poco. I suoi amici sono cresciuti. Qualcuno sembra avercela fatta, qualcun altro no. Uno è a un passo dalle nozze, un altro iscritto ad una scuola d'arte. Sono distanti, ma chiamati, tutti, a confrontarsi con la fede: non quella religiosa, ma quella che porta a credere che un domani migliore sia cosa possibile e che le risorse per attuarlo siano intrinseche all'essere umano. Anche a Rue, chiamata a scegliere fra paura e coraggio.
Ci voleva la certificazione di un autorevole studio peer-reviewed, realizzato seguendo tutti i dettami della evidence based medicine (Ebm, medicina basata sulle prove scientifiche) per avere, riguardo la cosiddetta «medicina di genere» su bambini e adolescenti, la conferma di ciò che sarebbe stato già comprensibile con il puro buon senso: gli adolescenti sottoposti a procedure di alterazione sessuale manifestano, negli anni successivi ai trattamenti per cambiare sesso, un forte aumento delle gravi malattie psichiatriche.
Lo dice un importante studio finlandese realizzato su più di 2.000 adolescenti, che ha inferto un duro colpo alle promesse dei promotori della transizione di genere in età adolescenziale.
I risultati dello studio, pubblicato questa settimana su Acta Pediatrica e condotto dal professor Riittakerttu Kaltiala-Heino dell’ospedale universitario di Tampere, sono impressionanti: la morbilità psichiatrica degli adolescenti sottoposti ai trattamenti medici è aumentata notevolmente durante il monitoraggio, passando dal 9,8% al 60,7% nella riassegnazione di genere femminilizzante e dal 21,6% al 54,5% nella riassegnazione di genere mascolinizzante. «Ogni sottogruppo di adolescenti riferiti al genere ha affrontato un rischio psichiatrico in corso sostanzialmente elevato», ha evidenziato lo studio, realizzato su una coorte di 2.083 giovani dal 1996 al 2019. «I bisogni psichiatrici non diminuiscono dopo la riassegnazione di genere medico», sostengono gli autori dell’indagine, che descrivono nelle loro analisi un rischio circa cinque volte superiore rispetto ai controlli maschili e tre volte superiore rispetto ai controlli femminili. Gli autori hanno osservato che in alcuni giovani pazienti, i trattamenti medici «sembrano essere collegati a un peggioramento della salute mentale».
I risultati finlandesi arrivano nel mezzo di una fase di profonda revisione, caratterizzata da un passaggio dall’approccio «affermativo» (basato sulla transizione medica rapida), incoraggiato soprattutto dall’onda woke statunitense, a uno più prudente, orientato alla psicoterapia. Negli ultimi 10-15 anni, molti Paesi hanno registrato un incremento esponenziale di adolescenti (soprattutto femmine) con disforia di genere, dovuto anche alla propaganda martellante di alcuni circuiti politici e mediatici.
Che intorno alla disforia ci sia un vero e proprio business, è un dato di fatto: la «gender industry» (l’industria delle cliniche e dei prodotti farmaceutici che lavorano intorno alla transizione di identità di genere, speculando sui dubbi identitari delle giovani generazioni) ha prosperato negli Stati Uniti, almeno fino all’arrivo del presidente Donald Trump, che già a fine 2023 prometteva di «porre fine alle mutilazioni sessuali infantili». La mappa delle cliniche «pediatriche» per cambio di sesso e terapie ormonali dal 2007 al 2023 negli Usa è cresciuta a ritmo incessante. Si è dovuto aspettare il 2026 per vedere la prima grande organizzazione medica statunitense prendere una posizione netta contro la chirurgia sui minori: a febbraio di quest’anno la American Society of Plastic Surgeons (Asps) ha emesso una posizione ufficiale raccomandando che gli interventi chirurgici di affermazione di genere siano posticipati a dopo i 19 anni.
Il dibattito globale si è acceso: diversi governi hanno commissionato studi indipendenti per valutare l’efficacia dei trattamenti. Il più influente è stato il Rapporto Cass (Cass Review, indagine indipendente di quattro anni commissionata dal servizio sanitario nazionale britannico e guidata dalla nota pediatra britannica Hillary Cass), reso pubblico ad aprile 2024, che ha definito le basi della medicina di genere per minori come «sorprendentemente deboli». Risultato: il Regno Unito ha vietato la prescrizione di bloccanti della pubertà ai minori di 18 anni al di fuori dei trial clinici dopo aver chiuso, già nel 2022, il Gender identity development service (Gids) della clinica Tavistock di Londra, l’unico ospedale pubblico britannico dedicato alla disforia di genere dei minori, trattati con farmaci bloccanti della pubertà. Un rapporto pubblicato l’anno precedente ha riscontrato «forti criticità» all’interno del Gids per i metodi di cura adottati. C’è inoltre il sospetto che diversi, giovanissimi pazienti siano stati incoraggiati a intraprendere il percorso di transizione con troppa fretta.
Negli Stati Uniti la situazione è polarizzata: molti stati a guida repubblicana hanno vietato le cure di genere per i minori, mentre organizzazioni vicine ai democratici come la Wpath (World professional association for transgender health), organizzazione che definisce gli standard di cura globali per la salute delle persone transgender e non binarie) continuano a sostenere l’accesso ai trattamenti, pur sottolineando la necessità di valutazioni approfondite. Il famoso Transgender Center della Washington University presso il St. Louis Children’s Hospital ha chiuso, dopo che una legge del Missouri entrata in vigore nel 2023 ha obbligato il centro a sospendere i trattamenti medici per i pazienti minorenni. Anche le linee guida tedesche, adottate formalmente nel marzo 2025, sono significativamente più caute rispetto alle bozze precedenti, riconoscendo che per molti giovani l’insoddisfazione di genere può essere «temporanea».
In Australia, il governo Lnp del Queensland ha sospeso la distribuzione dei farmaci che sopprimono la pubertà e degli ormoni sessuali per i minori almeno fino al 2031. Finlandia, Svezia e Norvegia hanno indicato la psicoterapia come trattamento di prima linea, riservando gli ormoni solo a casi eccezionali o all’interno di protocolli di ricerca. Non manca però la criminalizzazione degli scienziati revisionisti: gli esperti (come la stessa dottoressa Cass) hanno denunciato un clima di discussione «tossico» che impedisce una ricerca serena. Due medici australiani che hanno sollevato preoccupazioni sulla «medicina di genere» infantile hanno dovuto affrontare un’azione giudiziaria, lo psichiatra del Queensland Andrew Amos è stato bandito dall’ordine dei medici (Ahpra) per aver pubblicamente messo in discussione i trattamenti contestati, mentre la psichiatra Jillian Spencer è stata sospesa dal suo ospedale dopo essersi opposta ai trattamenti di genere dei minori. La strada per tutelare gli adolescenti, insomma, appare ancora in salita.
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