Papa Francesco (Imagoeconomica)
Nella specie umana, la menopausa rappresenta un fenomeno biologico peculiare, caratterizzato dalla cessazione della fertilità femminile in età relativamente precoce rispetto alla durata complessiva della vita. Questo evento, unico tra i primati, suggerisce un vantaggio legato alla cosiddetta «ipotesi della nonna» (grandmother hypothesis). Secondo tale teoria, la perdita della capacità riproduttiva consentirebbe alle donne anziane di investire risorse, tempo ed energie nella sopravvivenza e nel benessere della prole e dei nipoti, incrementando così il benessere complessivo del gruppo familiare. I nonni, liberati dagli oneri della genitorialità diretta, svolgono un ruolo essenziale nel lungo periodo di dipendenza tipico dell’essere umano, contribuendo alla cura, alla trasmissione culturale e alla coesione sociale. In situazioni di difficoltà, possono sostituire i genitori, garantendo continuità affettiva e supporto educativo, elementi cruciali per la sopravvivenza e lo sviluppo equilibrato della specie.
I nonni sono meglio di un orfanatrofio di Stato, e i nonni sono gratis, non costano un centesimo all’esausto contribuente italiano. C’è un paradosso italiano di quelli che fanno sorridere solo chi non ne è coinvolto: per «salvare» i bambini dal disagio, li si toglie alla famiglia causando un trauma atroce e irreversibile, un’attivazione cronica degli ormoni da stress che sulle lunghe distanze causeranno problematiche fisiche. Per inciso, l’assistenza ai bambini che li assiste mediante deportazione (unico termine corretto che indicare un bambino prelevato da un istante all’altro, spaccando i suoi legami con la mamma, il papà, i nonni, i fratellini se ne ha, gli amichetti che sicuramente aveva) è un affare che sottrae fiumi di denaro agli esausti contribuenti italiani per investirli in dolore, traumi non superabili e bambini chiusi di notte a chiave in una stanza dove la mamma non può raggiungerli anche se li sente piangere disperati, come la mamma dei bimbi della casa del bosco.
L’assistente sociale deve saper riconoscere i segnali di disagio, individuare le cause reali dei problemi e proporre soluzioni concrete, non limitandosi a gestire l’emergenza. Togliere un bambino alla propria famiglia non può e non deve essere lo strumento privilegiato d’intervento. La sottrazione deve rappresentare l’ultima ratio, dopo aver esaurito ogni tentativo di recupero del contesto familiare originario. Gli assistenti sociali, sulla carta, dovrebbero essere il perno di un sistema di sostegno, non di sottrazione. Dovrebbero entrare in punta di piedi nelle vite ferite, e provare, nei limiti del possibile, a guarirle. Invece, troppo spesso, il «progetto» che viene attuato è la rimozione del piccolo paziente, non la cura della malattia. Parliamo delle famiglie oggettivamente fragili, non quindi la famiglia del bosco che era solidissima e non aveva bisogno di niente. Molte famiglie fragili non sono irrecuperabili. Hanno solo bisogno di qualcuno che le aiuti a respirare, a capire, a ripartire. Una madre spaesata, un padre in difficoltà non si risanano con una sottrazione. Si accompagnano, si sorreggono, si educano. Ed è qui che il sistema mostra il suo essere patogeno: si distrugge la famiglia sprofondando sia i genitori che il bambino in un’angoscia senza possibilità di risoluzione. Il bambino è spostato altrove. «Altrove», molto spesso, significa una casa famiglia, un orfanatrofio statale, con cibo statale, una qualche cooperativa che fornisce cosiddetti educatori che si alternano nei turni e per i quali i bambini sono lavoro. I bambini vi trascorrono mesi, talvolta anni, con lo sguardo perso dietro finestre protette da sbarre, in nome della sicurezza, naturalmente. Ma chi li protegge dal senso di abbandono? Chi restituisce loro la voce, l’odore, la lingua dei propri cari? Una creatura umana stabilisce il senso del proprio valore attraverso le attenzioni che padre e soprattutto madre elargiscono. Ove queste attenzioni non ci siano perché le assistenti sociali impediscono visite, telefonate, consegna di regali anche per Natale, la fede in sé stesso del bambino si spegne per sempre, spesso diventa docile e malleabile, in caso contrario ci sono sempre gli psicofarmaci.
Molte volte i disagi genitoriali non derivano da cattiva volontà, ma da difficoltà economiche, sociali, relazionali o psicologiche che possono essere affrontate con un sostegno mirato. Quando una madre o un padre non riescono temporaneamente a garantire tutto ciò che serve al figlio, la prima strada da percorrere dovrebbe essere quella della famiglia allargata: nonni, zii, parenti disponibili e idonei. È meglio un bambino accolto da una nonna affettuosa, dinamica e collaborativa, anche sotto monitoraggio, che uno sradicato dal proprio ambiente e affidato a estranei, spesso costretto a un percorso psichiatrico o educativo forzato. Le reti familiari sono, o dovrebbero essere, una risorsa preziosa e, in molti casi, possono offrire al minore continuità affettiva, identitaria e culturale. O, meglio, potrebbero offrire continuità se fossero prese in considerazione.
I regolamenti regionali sul tema degli affidi e della tutela dei minori parlano di «progetti personalizzati di intervento». Un progetto, tuttavia, non può consistere nella mera sottrazione del minore. Salvare un bambino da una situazione di disagio non significa isolarlo, ma rimuovere le cause del disagio stesso. Gli assistenti sociali, in base alle norme vigenti, possono disporre l’affido ai nonni senza dover ricorrere automaticamente a un iter giudiziario complesso, quando questo risponde all’interesse superiore del minore. È fondamentale, inoltre, non estendere le carenze genitoriali dei genitori ai nonni, colpevolizzandoli per eventuali conflitti familiari. Le tensioni, inevitabili in ogni nucleo, vanno gestite con equilibrio, distinguendo le responsabilità e cercando di ricomporre il dialogo. Un litigio tra madre e nonna, per quanto spiacevole, non può essere considerato motivo sufficiente per allontanare un bambino dal suo mondo. Meglio un dissidio temporaneo tra familiari che il vuoto che spesso accompagna la vita in una casa famiglia.
Il problema degli affidi e delle adozioni in Italia non è nuovo. I casi sono circa 25.000 ogni anno. Le origini di questa situazione risalgono al 1993, quando fu istituita la figura professionale dell’assistente sociale con il compito di sostenere le famiglie in difficoltà. Tuttavia, quella riforma nacque in un periodo politicamente instabile e con tempi troppo brevi per una reale costruzione di un sistema solido. In Italia, ogni governo dispone di pochi anni di mandato e troppo spesso le riforme vengono avviate, modificate o abbandonate senza una visione di lungo periodo. Creare una legge «per il bene dei bambini» non basta: bisogna prevedere come le norme verranno applicate nella realtà quotidiana, anticipare gli effetti e garantire continuità formativa agli operatori. Gli assistenti sociali devono ricevere preparazione, aggiornamento e supervisione costanti, come avviene nei Paesi scandinavi, da sempre modelli d’eccellenza nel campo del welfare. Solo così potranno diventare veri mediatori del benessere familiare, non semplici esecutori di provvedimenti. Rifondare l’assistenza sociale significa quindi rimettere al centro la persona, la famiglia e la comunità, adottando un approccio umano, competente e proattivo. Perché ogni bambino ha il diritto di crescere circondato dall’affetto dei suoi cari, non dietro le sbarre di una finestra di casa famiglia. Imperdibile su questo argomento è il libro di Cinzia Battistini Diritto alla verità, un caso di affido a Fandogna. Un libro che racconta una storia dolente con una documentazione formidabile e che interessa tutti, non solo addetti ai lavori, non solo genitori, ma ogni singolo cittadino.
Dagli ori di Federica Brignone e della «mamma volante» Francesca Lollobrigida ai gesti di fairplay nel biathlon, dai trionfi storici alle lacrime dei delusi, passando per dediche a chi non c'è più, sprint improvvisati per l'ultimo posto e persino un cane lupo in pista. L'Olimpiade diffusa è stata un mix di momenti indimenticabili.
Si sono concluse ieri, con la maestosa cerimonia dell'Arena di Verona, le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026. Un successo per l'Italia sotto tutti i punti di vista: non solo sportivo, con il quarto posto nel medagliere e ogni record precedente spazzato via, ma anche logistico, organizzativo, economico e se vogliamo anche politico. Ma è stata soprattutto l'Olimpiade degli atleti, delle imprese, delle gioie e, talvolta, dei dolori. Dei gesti di fair play e delle storie dietro ogni medaglia. Momenti indimenticabili che rimangono nella storia.
Tra i fotogrammi più belli lasciati in eredità da Milano-Cortina 2026, impossibile non cominciare da Federica Brignone. La Tigre di La Salle si è presentata a questi Giochi con mille incognite, dubbi e preoccupazioni legate alle sue condizioni fisiche, dopo il grave infortunio subito il 3 aprile 2025 - a meno di un anno dall'appuntamento a cinque cerchi - durante una gara di gigante ai campionati italiani Assoluti all'Alpe Lusia nelle Dolomiti. Quel giorno la diagnosi fu tremenda: frattura scomposta del piatto tibiale, della testa del perone della gamba sinistra con rottura del legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro. Le lacrime, l'operazione, la riabilitazione, un secondo intervento e il tempo che scorreva inesorabilmente come un countdown verso l'inizio dell'Olimpiade casalinga, quella che ogni atleta sogna di vivere da protagonista, a maggior ragione se coltiva legittime ambizioni di medaglia per pedigree e talento. Quel talento unito alla tenacia e alla fiducia in se stessa, ma anche alla pazienza e a un'incredibile forza mentale, che hanno permesso a Federica Brignone non solo di presentarsi ai blocchi di partenza di Milano-Cortina, ma anche di farlo da assoluta regina delle nevi, con i due magnifici ori conquistati nello slalom gigante e nel supergigante di quella domenica 15 febbraio che entra di diritto nella storia dello sport azzurro.
Un po' come era successo nel 2021, quando il 1° agosto, anche quel giorno era domenica, ai Giochi di Tokyo arrivarono nel giro di 16 minuti le due incredibili medaglie d'oro vinte da Gianmarco Tamberi nel salto in alto e da Marcell Jacobs nei 100 metri. Otto giorni fa, invece, a Milano-Cortina è andata esattamente così: alle 14.28 Federica Brignone conquista il secondo oro della sua Olimpiade. Alle 14:59 la coppia dello snowboard cross formata da Michela Moioli e Lorenzo Sommariva vince l'argento. Alle 15:15 una leggendaria Lisa Vittozzi sale sul gradino più alto del podio nell'inseguimento del biathlon. 47 minuti di pura adrenalina e goduria sportiva per i nostri colori.
A proposito del biathlon, dalla disciplina che riunisce lo sci di fondo con il tiro a segno con la carabina, è arrivato uno dei momenti più belli e apprezzati, caratterizzato da un enorme gesto di fair play. Durante una prova che vedeva impegnata proprio Lisa Vittozzi, l'avversaria francese Julia Simon ha perso un bastoncino e dargliene uno di scorta è stato proprio il coach azzurro a bordo pista. E che dire dell'arrivo fianco a fianco, tra gli applausi, ad Anterselva di due colossi biathlon come l'italiana Dorothea Wierer e la tedesca Franziska Preuss, giunte all'ultima danza sulla neve. Sempre nell'inseguimento del biathlon, ma al maschile, toccante ed emozionate è stato il momento in cui il francese Emilien Jacquelin, dopo aver tagliato il traguardo al terzo posto e aver conquistato la medaglia di bronzo, ha dedicato il successo a Marco Pantani indicando l'orecchino che gli era stato regalato dalla mamma del Pirata e la bandana che porta in segno di omaggio al ciclista scomparso nel 2004. Nella mass start, invece, scena pazzesca quella che ci hanno regalato l'italiano Nicola Romanin, il francese Fabien Claude e l'americano Campbell Wright. Questi ultimi due, fuori dalla zona medaglia e nelle ultime posizioni, si fermano a pochi metri dal traguardo per aspettare l'azzurro. I tre si allineano, confabulano un paio di secondi e danno vita a uno sprint con una volata sul rettilineo finale per evitare l'ultima posizione.

Tra le emozioni intense vissute a Milano-Cortina c'è senz'altro quella vissuta da Federico Tomasoni che dopo l'argento conquistata a Livigno nello ski cross ha mostrato il sole disegnato sul suo casco e dedicato la medaglia a Matilde Lorenzi, la sua fidanzata scomparsa il 28 ottobre 2024 dopo una terribile caduta sugli sci.
Storie di sport che si intrecciano a momenti di vita che ognuno di noi può sentire più o meno vicino e farci vivere l'evento oltre la pura competizione sportiva. Come per esempio il primo oro nella storia dei Giochi invernali per il Brasile conquistato da Lucas Braathen e l'emozione dello sciatore appena finita la gara nella telefonata in vivavoce con una leggenda mondiale di questo sport come Alberto Tomba che si congratula e lui che si commuove. Nello sport, il momento che separa un'atleta da un trionfo a una sconfitta può essere invisibile, incalcolabile, ed è quel preciso istante in cui si realizza di non avercela fatta. È quanto è accaduto ad Atle Lei MCGrath. Lo sciatore norvegese, nella prima manche dello slalom maschile, si trovava a condurre in testa davanti a tutti. Aveva la medaglia d'oro praticamente in pugno. Poi sul più bello si è trovato a fare i conti con un errore che gli è costato quattro anni di duro lavoro e sacrifici: l'inforcata, l'uscita fuori pista e il sogno che svanisce mentre tutto il mondo ti osserva e una reazione tanto impulsiva quanto significativa: l'urlo, il lancio al cielo dei bastoncini, i parastinchi slacciati e la camminata solitaria veso il bosco per trovare un rifugio lontano dalle telecamere e fare i conti con se stesso. «Volevo prendermi un po' di tempo per me» - ha raccontato dopo la gara - «Non conosco nessun altro sport in cui ci sia una distanza così breve tra la cosa più bella che puoi realizzare e la cosa peggiore che puoi vivere». Lo stesso ha vissuto il fenomeno mondiale del pattinaggio artistico, Ilia Malinin. L'americano di origini uzbeke, si era presentato come favorito assoluto ma nella finale olimpica non ha performato come avrebbe potuto e voluto e ha chiuso con un deludente e inaspettato ottavo posto. Un flop che lo straordinario pubblico del Forum di Assago ha saputo mitigare con una calorosa standing ovation durante l'esibizione al Galà del 21 febbraio e a cui il fenomeno del salto quadruplo ha risposto con le lacrime. Emozionante anche la vittoria di Elana Meyers-Taylor che alla quinta partecipazione ai Giochi e all'età di 41 anni ha vinto la medaglia d'oro nel mono-bob e ha festeggiato abbracciando i suoi due bimbi, nati entrambi sordi prematuri e uno con la sindrome di Down, ai quali ha comunicato attraverso il linguaggio dei segni la frase: «La mamma ha vinto».
Tra i momenti più divertenti e suggestivi nell'album dei ricordi di Milano-Cortina 2026 va inserito senza alcun dubbio Nazgul. Il bellissimo cane lupo che ha invaso la pista di Tesero durante la gara di qualificazioni dello sprint femminile a squadre e ha tagliato il traguardo davanti agli sguardi increduli e divertiti degli spettatori e delle atlete.
La Turchia continua a guardare al Corno d’Africa. La settimana scorsa, Recep Tayyip Erdogan si è recato in Etiopia: era dal 2015 che il presidente turco non visitava il Paese.
Nell’occasione, il presidente turco ha incontrato il primo ministro etiope, Abiy Ahmed, celebrando il centenario dell’avvio delle relazioni diplomatiche tra Ankara e Addis Abeba. Secondo l’agenzia di stampa turca Anadolu, “i leader hanno discusso dell'ampliamento delle relazioni commerciali e i funzionari etiopi hanno affermato che entrambe le parti vogliono aumentare gli scambi commerciali fino ad almeno un miliardo di dollari”. Non solo. Le due parti hanno anche rafforzato i legami sul fronte energetico. Inoltre, un aspetto significativo risiede nel fatto che Ahmed abbia chiesto a Erdogan sostegno diplomatico per far sì che l’Etiopia possa conseguire un accesso sul mare.
Sempre durante la visita, il presidente turco è tornato a criticare Israele per aver riconosciuto formalmente il Somaliland lo scorso dicembre. “Vorrei ribadire che il riconoscimento del Somaliland da parte di Israele non gioverebbe né al Somaliland né al Corno d'Africa”, ha dichiarato. Il sultano teme che il riconoscimento del Somaliland da parte dello Stato ebraico possa incrementare la tensione nel Corno d’Africa. La mossa di Gerusalemme, oltre che da Ankara, è stata del resto criticata sia da Mogadiscio che da Riad. Erdogan vuole che l’area resti complessivamente stabile, per garantire alla Turchia una rilevante influenza geopolitica ed economica in loco. Non dimentichiamo d’altronde che, tra il 2024 e il 2025, il sultano si è ritagliato il ruolo di mediatore tra Etiopia e Somalia.
Il punto è che questa questione ha delle ripercussioni dirette anche sugli equilibri mediorientali. Come detto, Riad, differentemente da Abu Dhabi e Gerusalemme, ha una linea assai fredda nei confronti del Somaliland. Il che ha ovviamente contribuito ad alimentare le tensioni tra sauditi ed emiratini. Nel frattempo, sullo scacchiere mediorientale, Riad continua ad allontanarsi dallo Stato ebraico, per avvicinarsi al regime filoturco di Damasco. Tutto questo per dire che le dinamiche del Corno d’Africa si stanno intrecciando con la diplomazia collegata al tentativo di rilancio americano degli Accordi di Abramo.
Ecco #DimmiLaVerità del 23 febbraio 2026. Il deputato della Lega Paolo Formentini smonta tutte le falsità sul Board of Peace organizzato da Donald Trump e sulla partecipazione dell'Italia.
