Papa Francesco (Imagoeconomica)
Stretto di Hormuz inavvicinabile: il Qatar stoppa la produzione di gas e il prezzo fa un balzo del 39%. Forti rialzi anche per petrolio e gasolio. La bolletta energetica rischia di far risalire in fretta l’inflazione, mentre l’incertezza frena voli e navi 9%. La guerra costa 100 milioni al giorno.
L’attacco di Israele e degli Stati Uniti nei confronti dell’Iran, avvenuto sabato 28 febbraio, era atteso, ma, nonostante questo, alla riapertura dei mercati nella notte tra domenica e lunedì gli effetti economici sono stati brutali. Come ovvio, sono soprattutto i mercati energetici a risentire degli avvenimenti.
Il petrolio Brent, dopo aver toccato circa 82 dollari al barile, si è poi attestato attorno ai 77 dollari, mentre il petrolio Wti ha toccato un massimo intorno a 75 per poi assestarsi attorno a 71 dollari al barile, un +6%. Il gas naturale sul mercato europeo di riferimento, il Ttf, ha aperto con un rialzo del 20% attorno a 38 euro/Mwh e poi, con le notizie della giornata, è arrivato a un massimo di 49,14 euro/Mwh, chiudendo poi a 44,51 euro/Mwh (+39%). Il future sul gasolio sul mercato Ice ha quotato ieri attorno a 865 dollari la tonnellata, dalla chiusura di venerdì a 743 dollari/tonnellata (+16,5%).
Riflessi anche sulle valute, con il dollaro statunitense che si è rafforzato nei confronti delle altre divise. L’euro è sceso a 1,1693.
Le cause principali del rialzo delle quotazioni di queste commodity sono diverse. La prima è nota, ovvero la possibilità che l’Iran chiuda il traffico navale nello Stretto di Hormuz, la fascia di mare da cui transita il 20% del petrolio mondiale. Le petroliere e le navi che trasportano il gas naturale liquefatto si sono fermate prima dello Stretto per evitare di subire attacchi. Le grandi compagnie assicurative hanno attivato le salvaguardie che li esentano dal riconoscere i danni in caso di guerra. In effetti, si è verificato almeno un caso di attacco a una petroliera di passaggio. Dunque, nei fatti lo Stretto è bloccato.
L’altro motivo principale è l’attacco che l’Iran ha sferrato contro gli impianti di raffinazione in Arabia Saudita e di liquefazione del gas in Qatar. Il piccolo Paese del Golfo Persico è un grande esportatore di Gnl, rappresentando circa il 20% dell’offerta mondiale. Il Qatar fornisce soprattutto, per prossimità fisica, i mercati dell’Asia (Cina, Giappone, India, Corea del Sud, Pakistan), ma tra i suoi clienti c’è anche l’Italia. Nel 2025 infatti le aziende importatrici italiane hanno comprato da Qatar Energy circa 5 miliardi di metri cubi di gas, pari a un quarto delle forniture di Gnl all’Italia. Ieri Qatar Energy ha fermato la produzione invocando la forza maggiore, dopo che due droni iraniani hanno colpito i maggiori impianti di liquefazione del Paese, a Ras Laffan e Mesaieed. Ieri fonti di stampa riportavano che al momento le consegne di Gnl dal Qatar all’Italia a marzo presso il rigassificatore di Rovigo sono confermate, poiché le navi metaniere hanno già oltrepassato lo Stretto di Hormuz.
Anche la raffineria di Ras Tanura in Arabia Saudita è stata colpita e anche se i danni sono limitati l’impianto è fermo.
È ancora difficile capire quanto durerà la situazione di guerra «calda», né è dato sapere quanto l’Iran sarà in grado di rispondere ancora agli attacchi, colpendo infrastrutture energetiche nei Paesi dell’area. Ma ogni giorno rischia di avere dei costi molto alti per tutti, anche per l’Italia.
A prescindere dalla destinazione del gas e del petrolio, si tratta di quantitativi che a livello mondiale contribuiscono a definire il prezzo dell’energia. Dunque, gas, elettricità, benzina e gasolio sono destinati ad aumentare nel breve termine. In Italia, la benzina al self service ieri ha toccato in molti distributori 1,80 euro al litro, mentre il prezzo spot dell’elettricità è salito a 125 euro/Mwh.
Per mettere le cose in prospettiva, siamo molto lontani dai prezzi visti nel periodo 2021-2022, quando il prezzo del gas in Europa arrivò a 340 euro/Mwh, circa otto volte gli attuali prezzi. Ma anche questa volta, la debolezza della regione è palese. L’Europa dipende ancora in larga parte dalle importazioni di energia dall’estero e non è stata in grado di creare vere alternative. In più, gli stoccaggi di gas in Germania sono ancora una volta il punto centrale della debolezza europea, essendo questi quasi vuoti dopo lo scarso riempimento della scorsa estate. I livelli tedeschi di stoccaggio sono al 20%, mentre l’Italia è al 47%. Ciò significa che i costi del gas estivo salgono per la domanda di gas da stoccare, tenendo alti i prezzi.
I rialzi di ieri possono avere un costo importante per l’Italia. A questi livelli di prezzo, considerando il gas e i suoi effetti sul prezzo dell’energia elettrica, la benzina e il gasolio i costi aggiuntivi per il Paese possono arrivare a 80-100 milioni di euro al giorno. Cifra molto indicativa, che considera anche gli effetti di aumento dei costi incorporati nei prodotti e l’aumento del prelievo fiscale sui consumi. Se si restasse a questi livelli per un mese il conto per l’Italia sarebbe quindi tra i 2 e i 3 miliardi di euro, con un impatto sull’inflazione che può essere dello 0,8%, anche considerando la salita dei costi di trasporto dovuti all’aumento del gasolio. Assium, Associazione italiana degli utility manager, ha stimato un aggravio tra 207 e 378 euro annui per famiglia, e di 585 euro nel caso peggiore. Per il presidente di Assium, Federico Bevilacqua, «il pericolo maggiore, al momento, è rappresentato dai contratti di fornitura gas a prezzo variabile, poiché le condizioni economiche praticate agli utenti sono legate all’andamento delle quotazioni dell’energia sui mercati».
Nessuna guerra è gratis, neppure quelle che non abbiamo dichiarato. Lo abbiamo imparato a nostre spese quattro anni fa, quando Vladimir Putin decise di invadere l’Ucraina. Lo stiamo risperimentando oggi, con l’attacco all’Iran da parte di Stati Uniti e Israele. Il primo effetto dell’intervento militare per eliminare il regime degli ayatollah è un aumento del prezzo europeo del gas: +39% in un solo giorno, mentre le quotazioni del greggio ormai sfiorano gli 80 dollari al barile. Del resto, un quinto del gas naturale liquefatto e pure del petrolio passano dallo Stretto di Hormuz, rotta commerciale che da sabato mattina è meglio non frequentare se non si vuole rischiare di vedere colare a picco la nave e il suo carico.
Risultato, il conflitto, seppure in corso a migliaia di chilometri, avrà un effetto immediato sul nostro portafoglio, perché pagheremo di più sia il gasolio che la benzina, ma le conseguenze le troveremo anche in bolletta, con un rincaro che il nostro Sergio Giraldo stima in 100 milioni al giorno. Nel caso in cui la cifra vi sembri tutto sommato poca cosa, vi invito a fare due conti, moltiplicandola per 365 giorni. Scoprirete così che se le cose non dovessero cambiare in fretta, cioè se il conflitto si prolungasse per un anno, l’Italia - o, meglio, i consumatori - rischierebbe di pagare 36,5 miliardi, ovvero più di una manovra.
Capisco che questi calcoli possano apparire ad alcuni eccessivamente cinici, perché in gioco ci sono gli ideali e le aspirazioni di un popolo che da quasi mezzo secolo vive sotto una tirannide religiosa. Tuttavia, come facemmo ai tempi dell’invasione russa dell’Ucraina, noi non ci mettiamo a discutere se sia meglio l’aria condizionata (o il riscaldamento, vista la stagione) o la libertà, ma ci limitiamo a fare i conti e, soprattutto, a spiegarli a chi li deve pagare. Se la guerra non si risolverà nel giro di un mese, come auspica Donald Trump, per le famiglie sarà una brutta botta e per le imprese pure. Se aumenta il prezzo dell’elettricità, le aziende saranno costrette ad aumentare i prezzi, e questo non soltanto genererà inflazione (che Giraldo stima in uno 0,8 per cento in più), con ricadute sui consumi e sul costo del denaro, ma rallenterà pure le esportazioni, rendendo i nostri prodotti meno convenienti sul mercato rispetto a quelli che non dovranno scontare i rincari.
Ovviamente non voglio dire che questo ci dovrebbe indurre a contestare l’operazione militare contro gli ayatollah: il disordine mondiale non lo stanno portando gli Stati Uniti, c’era già prima, con le trame egemoniche di Khamenei e del clero sciita. E però, dopo l’eliminazione con le bombe della Guida suprema dell’Iran, se il conflitto non si chiuderà in fretta con uncambio di regime a Teheran la situazione rischia di peggiorare.
Tutto ciò dovrebbe indurre delle riflessioni. Innanzitutto, a proposito della dipendenza energetica. Nel 2022 ci siamo ritrovati letteralmente alla canna del gas a seguito della guerra scatenata da Putin, in conseguenza anche delle sanzioni. Per ovviare al problema, abbiamo rinunciato alle forniture russe ricorrendo a quelle qatarine. Ma la nuova guerra rischia di portarci al punto di partenza, come nel gioco dell’oca, lasciandoci senza gas e senza energia. Per di più in un momento in cui le aziende sono sotto stress per le regole ferree imposte dall’Unione europea allo scopo di raggiungere l’obiettivo di emissioni zero. Di fronte a tutto ciò, la Ue che fa? Insiste. Ursula von der Leyen di recente ha esortato ad accelerare gli impegni su rinnovabili e nucleare. Peccato che i diktat per imporre a tappe forzate la diffusione di fonti energetiche «pulite e prodotte internamente» rischi non soltanto di lasciarci senza fonti tradizionali, ma anche di esporci alla dipendenza dalla Cina. Insomma, passiamo da una sottomissione all’altra verso Paesi non proprio liberi. Ma sempre ovviamente in nome della nostra libertà. E sempre senza mai chiedere il permesso a chi dovrà pagare il conto delle decisioni. Lo sappiamo che la guerra in Iran non l’ha scatenata l’Europa. E siamo anche a conoscenza del fatto che oltre a parlare la Ue non farà altro. Però c’è almeno una scelta alla sua portata: fermi il Green deal, almeno eviterà una complicazione che rischia di aggiungere altri costi a quelli dovuti ai conflitti. Perché se la guerra non è gratis, non lo è neppure la transizione ecologica.
La Procura stringe il cerchio sull’autista del tram 9 deragliato il 27 febbraio in viale Vittorio Veneto, schiantatosi contro l’edificio all’angolo con via Lazzaretto e costato la vita a due passeggeri, con una cinquantina di feriti. Nel decreto di sequestro firmato dalla pm Elisa Calanducci, che coordina le indagini con il procuratore Marcello Viola e l’aggiunta Alessandra Dolci, viene contestato a titolo colposo il disastro ferroviario, oltre all’omicidio e alle lesioni. Nel decreto viene richiamato anche l’articolo 116 sul «concorso anomalo», ipotesi che potrebbe portare all’iscrizione di altri indagati tra i dirigenti Atm. Una scelta legata agli accertamenti tecnici, dalla scatola nera alla ricostruzione della dinamica e all’analisi dei documenti aziendali.
Al momento l’unico indagato è Pietro Montemurro, 60 anni, tranviere con una lunga esperienza alle spalle (dal 1991). Secondo quanto emerso nelle prime ore dopo l’incidente, era in servizio da circa un’ora al momento del deragliamento e non stava effettuando straordinari. Nel decreto si legge che, alla guida del Tramlink numero 7707 della linea 9 proveniente da piazza della Repubblica e diretto verso piazza Oberdan, avrebbe omesso «di regolare adeguatamente la velocità del mezzo condotto mentre si trovava in prossimità di una fermata e dell’intersezione stradale fra viale Vittorio Veneto e via Lazzaretto». Con «negligenza, imprudenza e imperizia» non si sarebbe avveduto che «lo scambio ferroviario» era «azionato in direzione “sinistra”» e avrebbe omesso di attivare la direzione «diritto». Così «svoltava a sinistra a velocità talmente elevata da determinare il deragliamento della vettura», che «si schiantava contro l’edificio posto all’angolo fra viale Vittorio Veneto e via Lazzaretto, cagionando un disastro ferroviario». Nel provvedimento viene richiamata la violazione dell’articolo 141 del Codice della strada: la velocità era troppo elevata in quel tratto. La Procura, tuttavia, precisa che «sono attualmente in corso tutti gli accertamenti necessari per ricostruire la dinamica» e «individuare le cause», perché allo stato «non è possibile escludere alcuna delle ipotesi relative alle cause dell’evento, siano esse [...] errori umani o eventuali malfunzionamenti tecnici». Non vi sono, al momento, ipotesi privilegiate. Si sta valutando se vi sia stato realmente un malore del conducente e se sia o meno scattato il sistema frenante di sicurezza «a uomo morto». Nel decreto si dispone appunto di «verificare le condizioni di salute» del tranviere e di accertare se abbia segnalato anomalie alla sala operativa Atm. Montemurro è stato dimesso dal Policlinico con dieci giorni di prognosi per trauma cranico e sincope vasovagale (una breve perdita di coscienza che può essere causata da stress, dolore o altri fattori) dopo aver riferito di essersi sentito male prima di perdere il controllo. Saranno gli accertamenti medico-legali a stabilire se il malore sia compatibile con la dinamica. Intanto la polizia locale ha sequestrato le registrazioni delle comunicazioni tra la Sala operativa e il conducente, insieme ai brogliacci, che - come si legge nel decreto - «risultano registrate e archiviate» e sono ritenute «necessarie al fine di accertare i fatti accaduti nei momenti antecedenti al verificarsi del sinistro». Sequestrate anche informazioni cartacee sulle specifiche tecniche del Tramlink, oltre ai filmati delle telecamere interne ed esterne e ai dati della «scatola nera». Gli accertamenti dovranno spiegare perché il sistema di sicurezza non sia intervenuto e perché, pur a una velocità indicata come sostenuta ma inferiore ai 50 chilometri orari, non sia «scattata» la deviazione. È stato chiarito poi lo scambio di persona: Karim Touré è ricoverato, le vittime sono Ferdinando Favia e Lucky Okon Johnson. Atm ha annunciato un primo indennizzo di 5.000 euro per ciascun coinvolto. Riccardo De Corato (Fdi) accusa il Comune di scarsa manutenzione negli ultimi 15 anni, mentre i comitati chiedono la sospensione dei Tramlink: secondo l’assessore Arianna Censi eventuali provvedimenti li prenderà la magistratura.
Non si fermano all’alt. Accelerano. In quel momento esatto la scelta di chi pensava di farla franca diventa una condanna a morte per una famiglia. La volante della polizia intercetta la Toyota Yaris con a bordo tre uomini di origine sudamericana, tutti irregolari, specializzati, secondo quanto ricostruito, in furti su auto e in appartamenti. Probabilmente erano in zona per qualche sopralluogo.
O, forse, erano già pronti a mettere a segno un colpo. Alla vista della polizia tirano dritto. L’inseguimento parte dal Quarticciolo, zona rossa. Si aggiunge anche una pattuglia dei carabinieri. Che, però, perde il contatto con il veicolo in fuga. La volante resta «in scia», sebbene a distanza, per evitare rischi. Ma quella scia è già un presagio. La Yaris corre verso via Collatina. Velocità sostenuta. Il rischio appare già particolarmente elevato. All’altezza di via dell’Acqua Vergine, il conducente perde il controllo. Invade la corsia opposta, percorre un tratto contromano e si schianta contro la Fiat Punto che arriva in senso contrario. L’impatto è devastante. Un boato secco. Le lamiere si accartocciano. Pezzi delle auto volano ovunque. Uno pneumatico saltato dal cerchione cade in piedi a centro strada, a molti metri di distanza dal punto dell’impatto. Sulla Punto viaggiano Giovanni Battista Ardovini, 70 anni, infermiere in pensione, la moglie Patrizia Capraro, 64, che diventò nota durante la prima fase della pandemia perché si era messa a cucire mascherine per i residenti del quartiere, e il figlio Alessio, 42 anni. I genitori muoiono sul colpo. Il figlio, seduto sul sedile posteriore, viene trasportato in condizioni gravissime al Policlinico Umberto I, dove muore poco dopo. È una cugina, Sabrina, a chiedere ora giustizia: «Erano una famiglia unita e perbene. Alessio si era appena ripreso da una malattia. lavorava al centro commerciale, i miei zii lo avevano accompagnato e lo erano poi andati a riprendere. Ora si indaghi in maniera corretta e non si dia la colpa alla polizia. Chi ha sbagliato deve pagare». Sul posto arrivano Vigili del fuoco, personale del 118, altre pattuglie della polizia e dei carabinieri. Interviene anche la polizia locale del VI Gruppo di Roma Capitale. L’area viene delimitata. La Scientifica effettua i rilievi e raccoglie i reperti dopo averli fotografati. La scena viene filmata. La fase finale dell’inseguimento e l’incidente sono già agli atti, ripresi dalla dashcam della volante dell’inseguimento. Il sostituto procuratore Giulia Guccione, di turno domenica notte in Procura a Piazzale Clodio, dispone subito l’esame tossicologico del conducente sudamericano (i cui risultati sono attesi per oggi) e l’esame autoptico sulle vittime, affidato a un medico legale. L’inchiesta comincia dai dettagli. Dai chilometri di inseguimento e dai metri percorsi contromano. Tutto descritto nella relazione di servizio degli agenti della pattuglia che si è lanciata all’inseguimento. Alla guida della Yaris c’era Julian Ramiro Romero, argentino, classe 2002, con precedenti per maltrattamenti in famiglia e furto. Seduto sul lato passeggero c’era Ignacio Marcelo Ancacura Vasquez, cileno, classe 1998, incensurato. Sul sedile posteriore viaggiava Alver Suniga, cubano, 32 anni, anche lui incensurato. Quando gli agenti inseriscono i loro nomi nel sistema Sdi, la banca dati delle forze di polizia, si accorgono subito di avere davanti degli stranieri irregolari. Accanto ai loro nomi, sui primi atti giudiziari preparati, compare solo il «Cui», letteralmente «Codice univoco identificativo», un numero assegnato ad apolidi o a cittadini extra Ue che non hanno il codice fiscale. Niente permesso di soggiorno. Niente documenti regolari per lo Stato italiano. Due restano feriti e vengono trasportati in ospedale, dove sono piantonati. Il terzo viene bloccato e ammanettato sul posto. La fuga finisce lì. Per loro con le manette. Per la famiglia Ardovini con una tragedia. Per i sudamericani clandestini l’accusa è di concorso in omicidio con dolo eventuale, resistenza a pubblico ufficiale, detenzione di apparecchiature volte a intercettare o impedire comunicazioni telefoniche (nell’auto è stato trovato un jammer, installato e funzionante), possesso ingiustificato di grimaldelli e attrezzi da scasso e la violazione dell’articolo 192 del Codice della strada, introdotto dal decreto sicurezza per chi non si ferma all’alt delle forze dell’ordine. La Yaris, stando alla prima ricostruzione, avrebbe compiuto manovre azzardate e invaso la corsia opposta. Ad avvalorare la ricostruzione della dinamica c’è anche un testimone oculare che ha assistito al drammatico impatto. Gli investigatori non escludono che i tre sudamericani fossero alla ricerca di un obiettivo quando si sono imbattuti nella volante. E, per questo motivo, non si sono fermati. La famiglia Ardovini, invece, stava tornando a casa dopo essere andata al centro commerciale Roma Est, a Ponte di Nona, per riprendere Alessio, dipendente del McDonald’s. Si era sentito male durante il turno. Un tragitto breve. Ordinario. Verso casa. Trasformato in una condanna da chi ha deciso che l’alt della polizia non valeva nulla.
