Papa Francesco (Imagoeconomica)
È ancora nell’aria l’eco del trionfale collocamento del Btp a 15 anni di martedì scorso: 14 miliardi con rendimento lordo del 3,99%, incassati dal Tesoro con un’unica emissione a fronte di una domanda per ben 157 miliardi, proveniente da 380 investitori istituzionali, di cui quelli stranieri hanno assorbito l’84% del collocamento.
Una lezione per chi vagheggia mitologiche emissioni di debito comune dell’Unione europea, prive prima di tutto di qualsiasi fondamento giuridico, prima ancora che economico-finanziario, essendo l’Ue sprovvista di una propria autonoma e significativa capacità impositiva.
Un successo che offre l’occasione per mettere in prospettiva gli eventi degli ultimi 6-12 mesi e per comprendere pienamente le molte dimensioni della solidità dei nostri titoli pubblici e le cause che ne sono alla base.
Cominciamo dallo spread tra il nostro decennale e quello tedesco, che oscilla da circa un mese tra 60 e 65 punti. Un livello mai così basso dagli inizi del 1999, agli albori dell’euro. Di rilievo anche la scarsissima volatilità del rendimento: nelle ultime settimane, quello del titolo italiano si è mosso in un canale molto ristretto, tra 3,45% e 3,50%, con oscillazioni giornaliere di pochi punti base. Mentre tutto intorno imperversava una discreta bufera, con i titoli nipponici (secondo debito pubblico al mondo in valore assoluto) che salivano di 20-30 punti base in pochi giorni, il decennale Usa che passava da un minimo del 4,14% a un massimo del 4,18% e lo stesso Bund tedesco in salita di 10 punti, poi in parte recuperati.
Mettiamo quindi un primo punto fermo: la riduzione dello spread è prevalentemente imputabile al relativo rialzo del rendimento del titolo tedesco, dato segnaletico del sospetto con cui gli investitori vedono i recenti programmi di spesa, più annunciati che eseguiti, del governo di Berlino.
La relativa stabilità del Btp trova precedenti simili solo nel periodo 2016-2017, successivamente all’avvio del massiccio programma di acquisto di titoli pubblici da parte della Bce, all’epoca guidata da Mario Draghi. E qui veniamo alla prima sorprendente differenza rispetto a quell’epoca. Da novembre 2025, l’Italia è stata il Paese che ha eseguito i più elevati rimborsi di titoli pubblici alla Bce, ben più che proporzionalmente alla base di ripartizione degli acquisti.
Su 62 miliardi di rimborsi complessivi dei due programmi Pepp e Pspp, il nostro Paese ha pesato per 21 miliardi (34%), la Francia per 19 miliardi (31%) e la Germania per soli 6 miliardi (9%).
Da notare che lo stock di debito pubblico tuttora nelle mani di Francoforte è pari a 3.486 miliardi, di cui 555 di titoli italiani (16%), 663 francesi (19%) e 809 tedeschi (23%). Emerge quindi chiaramente la maggiore velocità - probabilmente dettata dal diverso calendario delle scadenze - con cui l’Italia sta rimborsando il debito, rispetto alla Francia e alla Germania, i cui rimborsi negli ultimi mesi sono stati insolitamente bassi.
Oscillazioni mensili molto pronunciate - anche la Francia ne ha beneficiato nei mesi estivi del 2025, i più acuti della crisi politica - su cui a Francoforte non sono prodighi di spiegazioni.
Ciononostante, il Btp è rimasto immobile come una sfinge. Ci saremmo aspettati, per fronteggiare i rimborsi verso la Bce, un maggiore livello di emissioni lorde del Tesoro. Invece anche su questo fronte, i dati sono sorprendenti: nel secondo semestre 2025, le emissioni lorde e nette dell’Italia sono state chiaramente inferiori a quelle tedesche e francesi (rispettivamente, le emissioni lorde 244, 259 e 502 miliardi e le emissioni nette 30, 65 e 36 miliardi). È un fatto che la Repubblica italiana, soprattutto a causa del minor fabbisogno pubblico nel secondo semestre - che è la determinante principale per ricorrere al mercato - abbia offerto agli investitori importi nettamente inferiori rispetto anche al recente passato. E la domanda ha apprezzato, non richiedendo ulteriori premi al rischio. Ma questa dinamica tra domanda e offerta giustifica solo in minima parte l’attuale livello e la relativa stabilità dei rendimenti. Infatti, anche nel 2018-2019 - con deficit pubblico ai minimi del decennio - il Btp veniva venduto fino a portare lo spread oltre i 300 punti.
Servono altri due tasselli per comporre e completare il puzzle. Il primo è la fiducia e il secondo è la relativa stabilità politica rispetto ai nostri due principali punti di riferimento: Francia e Germania.
Non può sfuggire il fatto banale che, quando si vende uno strumento finanziario, il denaro non finisce in fumo ma in un altro strumento finanziario. Ora, più che mai, il Bund tedesco non è più il tradizionale bene rifugio per gli investitori e men che meno i titoli francesi. Sono infatti sotto gli occhi di tutti le enormi difficoltà di Parigi e Berlino nel gestire le finanze pubbliche e, soprattutto, nell’avere a monte una stabilità politica che riesca ad esprimere degli indirizzi di politica economica ben focalizzati ed efficaci.
In entrambe le capitali si naviga a vista e spesso si prendono scogli. Esattamente il contrario di quanto sta accadendo a Roma ormai da tre anni e mezzo. Oggi nessun investitore sano di mente si metterebbe a vendere allo scoperto Btp - attività che è stata lucrosa in certi mesi del 2011 e del 2018 - quando i propri radar sono puntati su Germania e Francia.
C’è un ultimo dato a sostegno di queste spiegazioni: a fine ottobre il debito pubblico italiano era pari a 3.132 miliardi, in aumento di 69 miliardi rispetto a fine aprile. Ben 60 di quei miliardi sono arrivati da investitori esteri, 19 da banche e altre istituzioni finanziarie italiane, 18 da famiglie e imprese italiane e ne sono avanzati pure 28 da restituire alla Bce.
Il rischio Italia non è più in primo piano e i sorrisini di Angela Merkel e Nicolas Sarkozy sono solo un triste ricordo.
Sarà pure una citazione abusata, ma visto quello che sta succedendo nelle ultime ore in casa Stellantis, mai come adesso l’avvertimento di Sergio Marchionne del 2017 sui rischi legati alle auto elettriche suona come una profezia rimasta colpevolmente inascoltata. L’ex amministratore delegato non era contrario ai veicoli a batteria a priori, ma esprimeva un paio di concetti che potrebbero sembrare addirittura banali.
Da una parte spiegava che imporre la transizione senza prima aver risolto i problemi strutturali (colonnine di ricarica, materie prime, costi di produzione) sarebbe stata un’arma a doppio taglio. Dall’altra che serviva andare a fondo e analizzare l’origine dell’elettricità e l’impatto ambientale della produzione delle batterie perché si sarebbe scoperto che se l’obiettivo era salvare il Pianeta non era quello il modo.
Parole che grondavano buonsenso, ma che evidentemente prima i decisori europei che hanno elaborato le follie tassative del Green deal e poi i manager di quella che nel 2021 è diventata Stellantis (il nuovo ad Filosa, peraltro un Marchionne boys, ha chiaramente accusato la gestione Tavares) non hanno neanche preso in considerazione. E oggi si vedono le conseguenze. Dopo una due giorni che potrebbe segnare una svolta nel futuro dell’automotive in Europa. Venerdì l’annuncio che l’abbaglio green ha un costo preciso e che sul bilancio 2025 di Stellantis peserà per circa 22,2 miliardi di euro. L’ammissione, in buona sostanza, di aver sbagliato tutto. Di aver «cannato» qualsiasi previsione rispetto all’impatto e alle vendite delle auto a spina. E della necessità di fare retromarcia. Morale della favola: niente dividendo (una bella mazzata anche per John Elkann ed Exor che negli ultimi anni grazie alle cedole di Stellantis aveva portato a casa circa 2 miliardi) e tracollo in Borsa. Meno 25% in una seduta.
Ma è solo l’inizio. Perché ieri è arrivata un’altra mazzata. Prevista, certo, ma non per questo meno dolorosa. Acc, la joint venture tra Stellantis, Mercedes e Total, ha annunciato che nell’ambito della riorganizzazione industriale, non si prevede che saranno soddisfatti i prerequisiti per riavviare i progetti in Germania e in Italia, che sono in stand-by ormai da maggio 2024. Morale della favola niente gigafactory (e del resto se le elettriche non si vendono a cosa servono le batterie) e circa 1.800-2.000 lavoratori a rischio. Stellantis rassicura: garantiamo un futuro a Termoli. I sindacati pressano: chiediamo azioni concrete. Insomma è iniziato il solito balletto che di solito non ha mai un happy end.
E del resto che l’annuncio di Acc sia arrivato a pochi minuti di distanza dalla svalutazione monstre non è un caso. Vuol dire che siamo solo all’inizio di una rivoluzione che non riguarda solo Stellantis, ma che sul gruppo italo-francese impatterà di più.
E adesso cosa succede? Qualche accenno alle future strategie lo troviamo nel comunicato di venerdì che cercava di ammorbidire il colpo delle svalutazioni. «Nel corso degli ultimi cinque anni», si leggeva, «Stellantis è diventata un leader nei veicoli elettrici e continuerà a essere all’avanguardia nel loro sviluppo. Questo percorso proseguirà a un ritmo dettato dalla domanda e non per imposizione. Stellantis si impegna a essere un punto di riferimento per la libertà di scelta, includendo quei clienti che, per stile di vita e necessità di lavoro, possono trovare nella crescente gamma di veicoli ibridi e con motori termici avanzati dell’azienda, la soluzione giusta per loro».
In quel «ritmo dettato dalla domanda e non per imposizione» c’è tanto della critica al Green deal e del cambio di passo che si intendere «mettere a terra». Ma ora alle parole dovranno seguire i fatti. E dalle indiscrezioni che circolano da giorni, sembra che il tanto ambientalmente bistrattato motore diesel sia destinato ad avere un ruolo non marginale nel futuro del gruppo. C’è chi indica nella fonderia di Carmagnola a una trentina di chilometri da Torino (notizia rilanciata da Terzo Garage) il sito per lo sviluppo del nuovo motore diesel 1.6 che potrebbe essere destinato all’Alfa Romeo Tonale. Ma non basta, perché nella stessa fabbrica si starebbero elaborando nuovi propulsori a benzina destinati alla futura Fiat 500 Abarth. Conferme ufficiali non ce ne sono, ma anche negli incontri degli scorsi giorni con i sindacati qualcosa di concreto è emerso sulla volontà di produrre una nuova generazione di motori a gasolio conformi alla normativa Euro 7.
«Non sono a conoscenza dei dettagli», spiega alla Verità il coordinatore nazionale automotive della Cisl Stefano Boschini, «ma sono settimane che se ne parla e anche nel recente vertice al Mimit (quello del 30 gennaio alla presenza del responsabile Europa Emanuele Cappellano, ndr) l’azienda ci ha confermato che è al lavoro per la produzione di un nuovo motore diesel 1.600».
Anche perché, val la pena ricordarlo, a differenza per esempio di Volkswagen, le vetture ibride del gruppo italo-francese prevedono solo la versione a benzina e hanno praticamente abbandonato il gasolio. Un’altra evidenza di quanto la trappola del Green deal abbia condizionato le strategie del gruppo fino a gettarla fuori dal mercato. Ora la retromarcia, sperando che non sia troppo tardi
«Il simbolo per la registrazione è stato depositato il 24 gennaio scorso – ha detto Vannacci– oggi abbiamo registrato lo statuto del partito presso il notaio». «Ci sono tante persone – prosegue – che vengono da qualsiasi orientamento, sia ideologico che politico, ci sono tanti curiosi, tanti entusiasti che credono nell’Italia e vedono in Vannacci e in Futuro Nazionale la risposta alle loro aspettative». «Facciamo crescere Futuro Nazionale e rendiamolo grande insieme – ha risposto a chi gli chiedeva se nel futuro si vedesse presidente del Consiglio –. Come ho sempre detto occupiamoci di quello che dobbiamo fare oggi. Quello che succederà in futuro dipende da quello che facciamo oggi».
Si dice che il pianista globale di bianco vestito, protagonista insieme alla diva dell’Opera Cecilia Bartoli del momento musicalmente più alto nella notte olimpica di San Siro, abbia almeno 40 milioni di figli. Artisticamente parlando, ça va sans dire. Lang Láng - rispettivamente «luce del sole» e «gentiluomo istruito», perché in Cina basta spostare un accento e scoppia la rivoluzione - a 43 anni continua a incantare legioni di bambini e appassionati di ogni età in tutti i cinque Continenti, come un pifferaio buono che non conduce alla sventura, ma a quegli 88 tasti bianchi e neri ai quali è stato consegnato fin da piccolissimo.
Il giorno dopo l’inaugurazione di Milano-Cortina 2026 - genere nel quale è assoluto specialista (Giochi di Pechino 2008, Expo Dubai 2020, riapertura della cattedrale Notre-Dame de Paris 2024) - ci riceve nel quartier generale di Steinway & Sons, a pochi minuti a piedi dal Teatro alla Scala. Mentre si rilassa circondato da gran coda e cioccolatini di pasticceria, scorrono nella mente le scene chiave della sua biografia feroce: il comandamento inesorabile del padre che non lo abbandonerà dai 2 anni fino al successo («Devi diventare il numero uno al mondo»); l’addio straziante alla madre in lacrime (che non smuoverà il capofamiglia: «Torna a esercitarti, non c’è tempo per piangere»); lo studio disperato al gelo di Pechino con gli spartiti mangiati dai topi; le apparizioni nelle notti da incubo di un Bach che parla cinese e il beffardo cane giallo di pezza, crudele premio d’umiliazione per i piccoli sconfitti ai concorsi all’ombra del Dragone. Fino al precipizio: il giorno in cui papà Lang Guoren disse al figlio sul quale aveva scommesso tutto: «Hai fallito, la tua via d’uscita è la morte. Buttati dal balcone!».
A proposito di queste Olimpiadi, sulla cui spettacolare apertura resterà anche la sua firma: nella prima parte della vita per lei suonare era diventata un’ossessione per le vittorie, i premi e le medaglie. Quando l’uomo trasforma la musica in una gara sfrenata rischia di sciuparla?
«Negli anni in cui ho iniziato, la competizione nel mio Paese rappresentava l’unica strada per diventare un pianista. La musica non dovrebbe essere ridotta a questo, è una forma d’arte che ha il potere di celebrare l’umanità e di connettere le persone, ma il sistema all’epoca era quello. Senza i trionfi ai concorsi non sarebbero mai arrivati i concerti. La mia è stata una gavetta molto dura, ma ripensandoci ha avuto anche qualche lato positivo».
Quale?
«Prepararsi a essere giudicati da una giuria ti obbliga ad allargare il repertorio, a saper affrontare un palco, a lavorare duro, tralasciando tutto ciò che non è necessario e a migliorare. Poi è ovvio che la rivalità estrema, il voler sempre primeggiare può condurti alla follia…» (ride).
Nella sua carriera c’è un momento in cui si è accorto di cambiare mentalità in questo senso?
«L’incontro con Gary Graffman è stato decisivo. Non era solo un insegnante di pianoforte, ma un solista immenso e soprattutto un grande educatore. Guarda caso veniva dalla scuola di Vladimir Horowitz, un gigante che non ha costruito il suo percorso vincendo gare, tutt’altro».
Il sistema discografico e concertistico attuale rischia di trasformare gli artisti in atleti?
«Beh, qualcosa in comune con gli sportivi ce l’abbiamo. Dobbiamo rispettare la nostra routine di studio e di esercizio, dalla quale non si scappa. E poi siamo responsabili della nostra, chiamiamola così, condizione. Le sfide sono continue: puoi ad esempio essere stravolto e torturato dal jet lag, ma quando entri in scena non puoi permetterti che il pubblico se ne accorga. Non è concesso, in qualche modo devi fare...».
E come?
«Caffè! Espresso italiano!» (ride). «C’è un altro ostacolo. Un pianista professionista deve garantire stabilità e costanza. Non può suonare divinamente una sera e male quella dopo. Certo, non è facile, soprattutto se si fanno troppi concerti. Non dobbiamo scordarci che siamo esseri umani e non macchine. Se si fanno male questi conti si rischia il burnout. Soprattutto da giovani, quando non si è abbastanza maturi per gestire il successo e tutto ciò che ne deriva, da un punto di vista fisico e mentale».
Lei ha appena inciso per Deutsche Grammophon l’album Piano Book 2, che insieme al lavoro precedente forma una grande antologia. Sembra quasi che abbia voluto creare un’oasi di bellezza pescando dai compositori della sua vita (Bach, Chopin, Liszt, Rachmaninoff, ma anche Morricone e molti altri), nella quale giovani e meno giovani possano trovare una ragione per innamorarsi della musica. Davanti a tutto non ha messo la tecnica o la voglia di dimostrare quanto si è bravi alla tastiera.
«È un lavoro che voglio dedicare a tutti coloro che amano o ameranno il pianoforte. Non importa che abbiano fatto della musica il loro lavoro o che siano all’inizio di un percorso. Vanno bene anche i curiosi».
Con questo progetto, ma anche con la Lang Lang International Music Foundation, lei parla a milioni di bambini (Piano Book 1 ha superato il miliardo di stream). Molti di loro sognano di diventare come lei e la statistica ci dice che la stragrande maggioranza di loro non ce la farà. Che messaggio vuole dare a un ragazzo che viene bocciato a un concorso pianistico o che si accorge di non avere abbastanza talento?
«Primo: chi non ci prova non saprà mai di averne uno. Secondo: al di là del livello che riuscirai a raggiungere, la musica sarà tua amica per sempre. Ti aiuterà nella creazione, nell’immaginazione, nella concentrazione, ti donerà una mente e un cuore aperto».
Che tipo di insegnante augura di incontrare ai ragazzi che si avvicinano allo strumento: qualcuno simile all’amorosa signora Zhu Ya-Fen, che lei descrive con affetto nella sua autobiografia (La mia storia, Feltrinelli), la terribile professoressa «Rabbia» o l’illuminato Graffman, che le aprì le porte della dimensione spirituale dell’arte.
«A ogni bambino del mondo auguro di incontrare qualcuno come la professoressa Zhu. Era gentile e paziente, sapeva comprendere i bambini. Oggi purtroppo non c’è più. E non riesco ancora a credere che anche Gary (Graffman, ndr) ci abbia lasciato così presto. La sua anima però è rimasta con tutti quelli che l’hanno conosciuto».
Il rapporto con suo padre è stato segnato da una continua lotta. Per certi versi l’ha torturata, fissandole fin da piccolo degli obiettivi che da fuori possono sembrare disumani. Per altri l’ha costretta a tirare fuori il meglio di sé. Con il senno di poi chi aveva ragione dei due?
«Da un lato papà era nel giusto, perché desiderava il mio successo e il mio bene e ha dedicato tutta la sua vita a questo. Dall’altro ha sicuramente esagerato nello spingere così tanto».
Lei racconta che a un certo punto si era quasi convinto di essere simile al padre di Wolfgang Amadeus Mozart: il genitore-manager di un genio, a cui gestire la vita, senza limiti. Forse però somigliava più al papà-tiranno del campione di tennis Andre Agassi, torturato con un mostruoso robot sparapalline, di cui parla la biografia-capolavoro Open.
«Nella mia storia in effetti c’è qualcosa di simile a quella di Agassi, ma forse anche della carriera sportiva del golfista Tiger Woods. Il mio mito però è Michael Jordan».
Ma ha mai perdonato suo padre per averle chiesto di togliersi la vita in un momento di disperazione?
«Sì, l’ho fatto. La distanza ci ha dato una mano. Da quando non è più attaccato a me in ogni singolo istante della giornata siamo addirittura diventati amici».
