Papa Francesco (Imagoeconomica)
Falsi certificati contro i Cpr. I medici non sono soli: spunta il vademecum per la lotta. Tutta la «rete» che li sostiene.
Ancora non è noto il nome del medico che ha dichiarato Emilio Gabriel Valdez Velazco inidoneo al trattenimento in un Cpr. Di lui sappiamo però che ha contribuito alla liberazione del peruviano e di conseguenza involontariamente anche all’omicidio di Aurora Livoli: violentata e assassinata a 19 anni da un clandestino che senza quel certificato di esenzione avrebbe dovuto essere rinchiuso in un centro per il rimpatrio ed espulso.
Ci auguriamo che la Procura di Milano accerti in fretta se un’incontinenza urinaria sia davvero un problema ostativo all’ingresso in un Cpr di uno stupratore. E soprattutto speriamo che i pm stabiliscano se chi ha firmato l’esenzione al rimpatrio lo abbia fatto in buona fede o per ragioni ideologiche pro migranti. In attesa del chiarimento, ieri abbiamo però scoperto non solo che a Ravenna è stata aperta un’indagine a carico di alcuni medici che per l’accusa sottoscrivevano, senza farsi troppi problemi, certificati per impedire l’espulsione di stranieri clandestini, ma anche che esiste un’associazione che riunisce sanitari a cui stanno a cuore le migrazioni. Dopo i giuristi pro stranieri, gruppo assai caro a George Soros e che ha come missione la causa degli extracomunitari, abbiamo dunque anche i medici pro clandestini.
Ovviamente non c’è nulla di male nel curare un extracomunitario. Anzi, soccorrere chi ha bisogno di assistenza medica è un’opera meritoria e che tiene fede al giuramento di Ippocrate. Tuttavia, una cosa è somministrare farmaci e nel caso disporre un ricovero in ospedale di chi sta male, un’altra è firmare certificati per impedire che uno straniero sia trattenuto in un Cpr e successivamente espulso. Come è di tutta evidenza, nel primo caso si compiono le funzioni dovute, perché per curare le persone il medico non ha bisogno né di vedere il passaporto né di sapere se chi ha davanti abbia o meno un regolare permesso di soggiorno. Però, nel secondo caso, il dottore non si occupa dello stato di salute di un paziente, ma solo di evitare allo straniero di essere rimandato a casa sua. Dunque, anche se indossa un camice bianco, il medico che firma certificati per far liberare un extracomunitario non lo fa per tener fede al giuramento, ma solo per una motivazione ideologica, perché prima della legge e della salute viene la sua appartenenza politica. Insomma, chi firma una esenzione senza ragione non lo fa per curare una persona, ma solo perché è un militante.
La faccenda è talmente chiara, come è chiaro il falso in atto pubblico perpetrato da chi certifica ciò che non c’è, che non ci sarebbe neanche bisogno di discuterne. E invece tocca parlarne, perché ieri sia la Federazione dell’Ordine dei medici che l’associazione dei giuristi pro immigrazione (come dicevo abbiamo magistrati, professori, avvocati e ora anche i medici «democratici», ma sarebbe meglio chiamarli con un aggettivo più appropriato: comunisti) hanno difeso i medici nel mirino della magistratura. Per la Fnomceo, che raggruppa chirurghi e odontoiatri, non tocca ai medici fare i controlli di polizia sui migranti. Ovviamente nessuno chiede ai medici di controllare lo status dello straniero e tantomeno di segnalarlo alle forze dell’ordine. Ai dottori si chiede solo di non certificare il falso per lasciare liberi gli stranieri.
Ma per capire quale sia l’obiettivo di tutto ciò basta leggere il comunicato dell’Asgi, ovvero dei giuristi pro immigrazione. Per loro infatti, i Cpr vanno chiusi. Insomma, ci sono medici e anche magistrati e avvocati che lavorano contro i centri di trattenimento. Per loro sono lager che devono essere chiusi. Per noi, e per la legge, sono invece strutture da incrementare, per poter fermare e poi espellere chiunque non abbia diritto a stare in Italia. Anche perché non ci siano altre Aurora.
Ora basta. I sabotaggi alle linee ferroviarie vanno interrotti immediatamente, con la stessa forza con cui furono sconfitte negli anni Settanta le Brigate rosse. Non di meno, perché il pericolo delle bombe e dei sabotaggi alle centraline elettriche e agli scambi delle linee ferroviarie hanno in sé un potenziale letale nei confronti dei passeggeri. Non pensiate che io stia esagerando per motivi di totale dissenso con quei gruppi, antagonisti o anarchici non importa, che li compiono ormai da troppo tempo e che, per fortuna, fino a oggi non hanno avuto conseguenze letali.
Strani questi difensori del popolo che, agendo in questo modo criminale, alla fine, in caso di una tragedia, coinvolgerebbero il popolo stesso. Non so, ma nella loro mente lucida e malata (le due caratteristiche possono coesistere), reputano un successo bloccare il traffico ferroviario e, in particolare, le linee ad Alta velocità. Nelle loro menti queste linee ferroviarie dell’Alta velocità rappresentano una forma e un’espressione di un capitalismo malato da abbattere e, forse, anche di uno Stato che ha imboccato, secondo loro, una strada repressiva e totalitaria.
A parte l’idiozia sottostante a questa analisi, e sulla quale comunque occorre riflettere perché va diffondendosi come abbiamo visto in altri periodi della nostra storia nazionale, questi difensori del popolo non considerano che, in un giorno come ieri, su quei treni non salgono solo rappresentanti del capitalismo avanzato, presunti seguaci di ideologie totalitarie, fanatici, secondo loro, del fascismo (capite il livello di follia?), ma salgono persone appartenenti a tutti i ceti sociali che, lavorando al Nord, duramente, per tutta la settimana, si affidano alle ferrovie per raggiungere i propri cari e per guadagnare un tempo di affetto e calore ultra meritato insieme a loro. Perché questi signori non sono andati ieri a vedere nelle stazioni chi aspettava i treni? Perché non si sono mischiati a quel popolo che dovrà rinunciare a una fondamentale pausa di riposo in famiglia, con i propri cari, con i propri amici ed amiche, con coloro che stanno a cuore tanto da desiderarne l’incontro, spesso agognato, nel fine settimana? Perché questi difensori del popolo ogni tanto non vanno in mezzo al popolo? Fanno esattamente quello che sosteneva una santa del nostro tempo, Madre Teresa di Calcutta quando affermava che tutti parlano dei poveri, ma in pochi parlano con i poveri. Questi vanno oltre: non solo non parlano con i poveri ma fanno azioni che alla fine vanno contro i poveri perché un ricco se non può prendere il treno noleggia un’auto e raggiunge, legittimamente, in modo anche più comodo, la località che desidera. Il povero no. Se rimane a piedi se ne devi tornare nel suo monolocale al Nord e non raggiungere i propri cari che sono, in molti casi, la maggiore ricchezza di cui dispongono.
Bei difensori del popolo! Complimenti a questa feccia dell’umanità che mostra una preoccupante, squallida, feroce volontà di perseguire i propri ideali malati. Non dimostrano di avere neanche lontanamente in testa un’etica della responsabilità che guarda agli effetti delle proprie azioni considerando, soprattutto, i soggetti che ne subiranno le peggiori conseguenze.
Se prima o poi facessero deragliare un treno, magari un regionale, magari colmo fino allo stremo di pendolari, a chi farebbero male? Al governo che detestano, all’imperialismo internazionale o, piuttosto, a della gente che si fa il mazzo per portare a casa l’indispensabile e a volte, purtroppo, anche meno dell’indispensabile. Ma che razza di gente è questa? Va detto con chiarezza, senza infingimenti e senza indugio, che sono dei criminali che pensano solo a sé stessi, malati di narcisismo ed egocentrismo, nascosti dietro una ideologia contorta, contraddittoria, illogica, violenta e con prezzo della convivenza civile.
Lo ripeto: ora basta. Si deve fare tutto quello che è possibile, soprattutto attraverso i nostri servizi di intelligence che sono i migliori in Europa, nonché le nostre forze dell’ordine, per individuare e assicurare alle patrie galere questi soggetti. Se non si tagliano le radici ora crescerà un albero velenoso e noi, in questo Paese, gli alberi velenosi ne abbiamo conosciuti anche troppi. Qui, in questo caso, non è consentito alcun distinguo, non è consentita alcuna spiegazione di tipo sociologico o giustificazionista, è solo permessa una condanna unanime e fortemente repressiva.
Più si traccheggia e più quei semi si trasformeranno in fiori e frutti velenosi, tanto velenosi da uccidere esseri umani, persone che non hanno alcuna colpa se non di essere cittadini normali che portano con sé un patrimonio di diritti non conciliabili con questi soggetti liberi ed in circolazione nelle nostre città.
Condanna unanime o meno, nutriamo speranza nei nostri servizi di sicurezza e nelle forze dell’ordine e nelle loro capacità dimostrate, provate, consolidate di stanare le parti marce della nostra società perché essa possa vivere nella tranquillità alla quale ha diritto.
Il tempo scorre inesorabile e, a fatica, il cuore del piccolo Tommasino continua a battere attaccato a una macchina. Mentre i riflettori nazionali sono puntati sul caso del «trapianto sbagliato», nei corridoi dell’ospedale Monaldi di Napoli c’è un bimbo di due anni che sta lottando tra la vita e la morte e c’è una famiglia intera che vive ore di angoscia e dolore. Il piccolo, da oltre cinquanta giorni, è collegato a una macchina cuore-polmone dopo aver subito il trapianto di un cuore «bruciato».
Secondo le indagini, il danneggiamento è avvenuto durante il trasporto da Bolzano al Monaldi di Napoli. Il bimbo è ricoverato in coma farmacologico nel reparto di Terapia intensiva dell’ospedale partenopeo. Da giorni si attende un nuovo cuore con ricerche estese anche all’estero, ma ieri è arrivato l’esito di una seconda consulenza richiesta all’ospedale «Bambin Gesù» di Roma. L’avvocato della famiglia, Francesco Petruzzi, nella mattinata di ieri ha fatto sapere che per l’ospedale romano il parere su un altro possibile trapianto è «negativo». Secondo il Bambin Gesù il cuore del bimbo «non è più trapiantabile». Per l’ospedale Monaldi, però, Tommasino «resta in lista di attesa» per un nuovo trapianto. La conferma è arrivata pure dalla Direzione sanitaria dell’Azienda ospedaliera dei Colli, di cui fa parte l’ospedale Monaldi in cui è ricoverato il piccolo: «L’Azienda conferma la decisione assunta da parte Heart Team è stata quella di mantenere il bambino in lista di trapianto, sussistendo ad opinione del medico responsabile le condizioni cliniche».
L’Azienda ospedaliera ha ricostruito gli ultimi sviluppi della situazione. Non appena il Monaldi ha ricevuto il secondo parere dall’ospedale Bambin Gesù ha informato la famiglia e i suoi legali, chiarendo «contestualmente che - così come deciso dal medico responsabile al termine del confronto con l’Heart Team e a meno di eventuali peggioramenti - il bambino sarebbe rimasto in lista trapianto». Da quanto si è appreso, Tommasino dovrebbe rimanere nella lista di attesa per i trapianti almeno fino a domani. La Direzione generale dell’ospedale napoletano, inoltre, ha fatto sapere che le «condizioni del piccolo restano stabili in un quadro di grave criticità». «È essenziale ribadire» - ha precisato il Monaldi in una nota - «che la Direzione generale dell’Azienda ha prontamente e con fermezza adottato tutti i provvedimenti necessari a tutela del piccolo e di tutti i pazienti che afferiscono all’ospedale, che è e resta un presidio di eccellenza e di alta specializzazione, garantendo che non vi fossero ricadute assistenziali.
La Direzione strategica collabora attivamente con gli organi inquirenti e i servizi ispettivi per fare chiarezza su quanto accaduto e per l’individuazione di eventuali responsabilità. Tutta l’Azienda è profondamente addolorata per l’accaduto, confermano la vicinanza alla famiglia». Intanto, l’avvocato Petruzzi che sta seguendo i genitori del bimbo in questa complessa e delicata vicenda, ha precisato di aver presentato un’integrazione di querela in particolare dopo aver saputo del secondo parere del Bambin Gesù. «Ieri (venerdì, ndr) in tarda mattina» - ha spiegato l’avvocato della famiglia - «era stato chiesto alla direzione dell’ospedale Monaldi di avere un secondo parere sulla reale possibilità di poter praticare un altro trapianto. Ci hanno detto che era stato fatto e che l’ospedale Bambino Gesù ha risposto negativamente. Noi abbiamo voluto trasmettere i fatti alla magistratura che poi indagherà. C’è stato detto che il bambino è ancora in lista perché il medico che lo ha operato e che sarebbe sospeso e probabilmente è tra gli indagati, è di altro parere. Noi auspichiamo che il Monaldi abbia ragione, ma ci chiediamo come sia possibile che lo stesso medico, sospeso, condizioni le scelte del Monaldi e che lui sarà il medico che opererà il bambino. Secondo noi non deve essere lui a operare. Secondo noi c’è qualcosa da chiarire».
Per questo motivo, l’avvocato ha chiesto «l’incidente probatorio sulla cartella clinica, e sugli altri documenti, come il parere del Bambino Gesù, con la nomina di un collegio. Noi speriamo che abbia ragione il Monaldi sulla possibilità di fare un altro trapianto, però poi qui le questioni si intrecciano. Si deve capire fino a che punto si deve parlare di medicina o di medicina difensiva. La situazione è stazionaria, dobbiamo sperare che sia stazionario quanto più possibile», ha concluso l’avvocato. Il ministro della Salute, Orazio Schillaci, sta seguendo l’evolversi della situazione e ha assicurato che «sarà fatta chiarezza». Nella giornata di ieri, l’arcivescovo di Napoli, il cardinale Domenico Battaglia, si è recato al Monaldi per incontrare la mamma del piccolo Patrizia Mercolino che ieri, all’ingresso dell’ospedale, ha detto che suo figlio è «un guerriero. E come lui, io non mollo. Deve arrivare un nuovo cuore per farlo tornare a casa». Fonti della Curia, hanno riferito che si è trattato di una visita privata con la quale il cardinale ha voluto esprimere la sua vicinanza alla famiglia. Poi l’arcivescovo si è intrattenuto in preghiera davanti al reparto di Terapia intensiva dove il bimbo è ricoverato. I carabinieri del Nas di Napoli, su delega della Procura, hanno sequestrato il contenitore utilizzato per trasportare il cuore, poi risultato danneggiato da «un’errata conservazione con ghiaccio secco nel trasporto da Bolzano al capoluogo campano».
Il contenitore sarà sottoposto a una perizia da parte dei consulenti nominati dalla Procura. Nei giorni scorsi, sono stati iscritti sul registro degli indagati sei operatori sanitari tra medici e paramedici dell’equipe dell’ospedale Monaldi di Napoli.
«Stranieri irregolari», «rimpatrio», «Cpr», «inidoneità», «certificato», «parere negativo», «patologie acute», «patologie croniche». L’elenco di target da ricercare all’interno del materiale digitale sequestrato ai sei medici del reparto di Malattie infettive dell’ospedale Santa Maria delle Croci di Ferrara, indagati per falso ideologico continuato in concorso, è ampio.
Allo Sco, il Servizio centrale operativo della polizia di Stato, avrebbero incrociato i dati delle mancate espulsioni da inidoneità sanitaria, che a Ferrara sembrano aver prodotto una percentuale rilevante, con le indicazioni contenute in un appello pubblico firmato anche dalla Società italiana di medicina delle migrazioni (la Simm) che conterrebbe una richiesta al personale sanitario rispetto a «una presa di coscienza sulle condizioni e sui rischi per la salute delle persone migranti sottoposte a detenzione amministrativa nei Cpr». La richiesta ai medici chiamati a valutare l’idoneità degli stranieri da espellere rispetto alla loro permanenza in un centro per il rimpatrio sarebbe, nello specifico, «di eseguire la valutazione […] utilizzando, ad eventuale supporto nel procedere all’attestazione dell’inidoneità», un modulo prestampato che sintetizzerebbe le motivazioni di sanità pubblica, di deontologia medica e medico-legali per la valutazione. Gli investigatori della Squadra mobile, insomma, erano a caccia di chat, email, sms ma anche di documentazione che esorterebbe i medici a dare un parere negativo sull’idoneità degli stranieri al trasferimento nei Cpr, prima dell’espulsione, con vademecum o volantini. La ricerca si è estesa a certificati ritenuti incompleti o addirittura del tutto arbitrari. Il presidente della Regione Emilia-Romagna, Michele De Pascale, parla di una comunità sanitaria «profondamente scossa».
E rivendica la presunzione di innocenza: «In questo momento, l’unica cosa certa è che ci sono sei medici, innocenti fino a prova contraria, accusati di aver falsificato delle diagnosi e, senza nemmeno una richiesta di rinvio a giudizio, già attaccati pubblicamente da una delle massime autorità del Paese». Il riferimento è al leader del Carroccio Matteo Salvini, che aveva subito bollato come «da radiazione e da arresto» le accuse, «se confermate», e al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi che venerdì aveva parlato di «posizionamento ideologico, di sabotaggio e di ostruzionismo nei confronti delle iniziative del governo». De Pascale allarga anche il campo: «Oggi la normativa italiana e le direttive ministeriali scaricano sui medici delle Asl italiane una responsabilità enorme, quella di stabilire o meno l’idoneità all’invio al Cpr, peraltro in assenza di linee guida sanitarie chiare e condivise a livello nazionale». Anche il sindaco di Ravenna, Alessandro Barattoni, è intervenuto chiedendo «prudenza e cautela» e denunciando «dichiarazioni improvvide provenienti da alcuni ministri della Repubblica» che «già individuano colpevoli e additano all’opinione pubblica i medici come i responsabili di tutto ciò che non va in tema di rimpatri».
Intanto Alleanza dei Verdi e Sinistra ha presentato un’interrogazione per verificare eventuali ricadute sull’attività del reparto e sul rapporto di supporto sanitario per la verifica preliminare delle condizioni di salute degli stranieri destinati ai Cpr. Lunedì è previsto un flash mob di dieci minuti davanti all’ospedale. I promotori, rispetto alle perquisizioni, parlano di modalità «particolarmente impattanti» e ribadiscono «solidarietà a chi oggi si trova a dover rendere conto» di quelli che definiscono «atti di cura». Falsi, secondo la Procura.
