Papa Francesco (Imagoeconomica)
È durata poche ore la polemica sull’Albania, che si è trasformata presto nell’ennesima figuraccia per la sinistra. Neanche il tempo di rilasciare dichiarazioni ed emettere comunicati contro il governo, che ci ha pensato il premier albanese Edi Rama a mettere un punto.
«A tutti i giornalisti italiani e non solo che ci hanno contattato in merito a una citazione fuorviante riportata da un organo di stampa a seguito di un’intervista con il ministro degli Esteri albanese, vorrei ribadire, in modo chiaro e, spero, una volta per tutte, che il nostro protocollo con l’Italia è destinato a durare, fintanto che l’Italia lo vorrà». Insomma più chiaro di così non poteva essere. Il ministro degli Esteri albanese Ferit Hoxha in un’intervista a Euractiv, aveva detto: «L’accordo ha una durata di cinque anni e non sono sicuro che ci sarà un rinnovo», precisando: «Non ci sarà alcun rinnovo perché saremo membri dell’Ue». Parole che il Fatto quotidiano ha tradotto così: «L’Albania non ha intenzione di rinnovare l’intesa sui Cpr con l’Italia». Traduzione sulla quale le opposizioni hanno ricamato e speculato.
Pierfrancesco Majorino, responsabile Politiche migratorie del Pd ha commentato: «Il governo di Tirana ha assestato un colpo ulteriore ad un modello totalmente fallimentare confermando l’intenzione di non proseguire su quella strada, assolutamente folle e odiosa, oltre il 2029. Giorgia Meloni aveva spiegato che “fun-zio-ne-ran-no!”, e ancora una volta prendeva in giro gli italiani». Stessa linea tenuta da Avs che con Filiberto Zaratti, capogruppo di Avs in commissione Affari costituzionali della Camera, è uscita così: «Sono diventati il simbolo di una destra incapace di governare: anche l’Albania prende ora le distanze dai Cpr extraterritoriali, rendendo ufficiale un fallimento ampiamente preannunciato. Dovevano essere il modello per l’Unione europea, sono oggi l’imbarazzante testimonianza di accordi che hanno fatto spendere milioni al nostro Paese. Meloni ora si scusi per l’arroganza con cui hanno imposto questa follia».
Speculazione pura, come chiarito dal premier Edi Rama, e dall’incontro tra il ministro degli Interni albanese Besfort Lamallari, e il ministro degli Interni Matteo Piantedosi a Tirana, in cui ieri si sono rinnovati stima reciproca: «I due ministri si sono confrontati soprattutto sugli sviluppi futuri del protocollo Italia-Albania, anche in vista dell’entrata in vigore dei nuovi regolamenti europei in materia di migrazione e asilo, condividendo l’opportunità di proseguire sulla cooperazione avviata, che ha costituito un modello innovativo apprezzato dai principali Paesi europei, e che costituisce un elemento caratterizzante dell’amicizia tra i due Paesi», ha fatto sapere il Viminale.
L’analisi di quanto accaduto l’avevano già chiarita perfettamente alcuni esponenti di Fratelli d’Italia. Il capogruppo di Fdi alla Camera dei deputati, Galeazzo Bignami ha puntualizzato: «Le dichiarazioni del ministro degli Esteri albanese, su cui le opposizioni stanno montando le solite pretestuose polemiche, sono ovvie e scontate. È risaputo che nel 2030 l’Albania entrerà nell’Unione europea e quindi quel Protocollo che l’Italia aveva firmato con un Paese Terzo, quale è attualmente l’Albania, potrà divenire un accordo tra due Paesi ma stavolta appartenenti all’Unione europea. E tutto questo è confermato dalla presenza proprio a Tirana del ministro Piantedosi, che si è incontrato con il suo omologo albanese per lavorare sulla prosecuzione della collaborazione avviata». Così anche la deputata Sara Kelany, responsabile dipartimento immigrazione di Fdi: «Le dichiarazioni del ministro albanese sul protocollo Italia-Albania sono state strumentalizzate da parte della sinistra, il contenuto era evidente e sarebbe stato facilmente comprensibile se si fosse letto non solo il titolo». L’ennesima figuraccia della sinistra nell’ultimo di trovare argomenti per fare l’opposizione che sui temi in quattro anni ancora non è riuscita a creare.
Nell’inchiesta di Pavia ci mancava solo l’accusa di sessismo tra magistrati. È messa nero su bianco nel verbale di assunzione di informazioni di Giulia Pezzino, l’ex pm (ha lasciato su propria richiesta l’ordinamento giudiziario nel febbraio 2025) che, insieme con l’ex procuratore di Pavia Mario Venditti, coordinò l’indagine del 2016-2017 su Andrea Sempio (poi chiusa con un’archiviazione).
Nell’inchiesta di Pavia ci mancava solo l’accusa di sessismo tra magistrati. È messa nero su bianco nel verbale di assunzione di informazioni di Giulia Pezzino, l’ex pm (ha lasciato su propria richiesta l’ordinamento giudiziario nel febbraio 2025) che, insieme con l’ex procuratore di Pavia Mario Venditti, coordinò l’indagine del 2016-2017 su Andrea Sempio (poi chiusa con un’archiviazione). L’ex toga è stata sentita lo scorso 20 novembre a Brescia nell’ambito dell’inchiesta per corruzione avviata proprio per quell’archiviazione. E ha spiegato perché abbia lasciato l’ufficio giudiziario pavese con una motivazione che lascia sconcertati. I colleghi bresciani le hanno chiesto se, dopo l’addio a Pavia, avesse avuto contatti con Venditti, «magari in occasione della riapertura del caso» e la Pezzino ha risposto: «Ho interrotto i rapporti con lui nel 2018. Tra i motivi che mi hanno portata ad andarmene dalla Procura di Pavia vi era anche l’invidia dei colleghi per il rapporto fiduciario che si è creato con il dottor Venditti. Ero diventata una sorta di punto di riferimento, con cui si relazionava più frequentemente rispetto ad altri, come del resto ero stata per il procuratore Gustavo Cioppa, anche perché ero tra le più anziane». Ed eccoci al punto cruciale: «C’erano battutine e commenti anche di tipo sessista e questo era per me motivo di disagio». Voci malevole avevano riguardato anche una sua presunta relazione con un investigatore che lavorava in Procura. Ma su questa relazione i pm bresciani non le hanno chiesto chiarimenti. La Pezzino si è anche lamentata di non avere ricevuto solidarietà dal suo vecchio capo per quelle chiacchiere: «Ho interrotto i rapporti con Venditti perché, a fronte di questa situazione, lui non mi ha mai tutelata». Anche se, successivamente, i due si sarebbero incrociati in almeno un’occasione: «Dopo che sono andata in Procura minori a Milano, ricordo che ci siamo visti una volta per pranzo a Milano, ma ho capito che lui era interessato solo ad avvalersi del mio supporto in ambito professionale finché sono stata in Procura a Pavia». Accuse pesanti.
La donna non fa sconti neppure al suo vecchio procuratore: «Ho bloccato tutti i numeri anche di Cioppa perché dopo la pensione è andato a fare il consulente di Maroni (Roberto, ex governatore della Lombardia, ndr) in Regione e ritenevo inopportuno continuare a ricevere telefonate da lui».
Nel verbale la Pezzino ricorda che il procedimento era coassegnato a lei e a Venditti e sottolinea: «Non ho mai sottovalutato la rilevanza dell’indagine». Spiega anche di aver affidato le investigazioni all’aliquota di polizia giudiziaria dei carabinieri, la ormai tristemente nota Squadretta di Pavia, per evitare «ogni possibile fuga di notizie»: «Avevo necessità di massima sicurezza sulla serietà dell’attività, anche perché dieci anni prima le indagini erano state caratterizzate da rilevanti omissioni». Poi, però, dopo questo attacco, l’ex pm ammette quella che sembra essere stata una clamorosa lacuna nelle indagini. Domanda: «Avete acquisito anche gli atti d’indagine di Vigevano?». Risposta: «A mio ricordo no, perché gli uffici giudiziari erano stati chiusi e non era facile andare a recuperare gli atti ivi conservati». L’indagine che nel 2016 rimetteva in discussione il delitto di Garlasco (con Alberto Stasi già condannato in via definitiva) si è, dunque, sviluppata senza la previa acquisizione del fascicolo completo del procedimento originario.
Per fortuna della Pezzino, parte del materiale, però, sarebbe stata messa a disposizione dalla dottoressa Laura Barbaini della Procura generale: «Abbiamo acquisito tanta documentazione, ma ora non ricordo quale», ha riferito la testimone. Un altro passaggio interessante del verbale riguarda la richiesta di archiviazione e il mistero delle bozze finite nelle mani sbagliate. Pezzino spiega di avere predisposto personalmente l’istanza: «Ho poi condiviso il file della bozza con Venditti». Gli inquirenti bresciani la incalzano: «Risulta che qualcuno oltre al personale della sezione abbia avuto accesso agli atti? Perché emerge che Pappalardo (il maggiore Maurizio, alla sbarra a Pavia in tre diversi processi, ndr) avesse visionato gli atti». La risposta è netta: «Assolutamente no». I magistrati non sembrano convinti e le chiedono se lei o Venditti abbiano mai mostrato il fascicolo all’ufficiale in congedo. E la Pezzino ribadisce: «Escludo di avere dato accesso agli atti a Pappalardo perché non ne aveva motivo». A questo punto le viene mostrata «una nota manoscritta». L’ex pm spiega subito: «Non ho mai visto questo scritto». Quindi aggiunge: «Guardando la pagina successiva, riconosco la mia richiesta di archiviazione». A quanto risulta alla Verità, tale documento era presente nel fascicolo di Sempio presso il Nucleo informativo, all’epoca guidato da Pappalardo, del comando provinciale di Pavia. Continua la Pezzino: «Può darsi sia la mia bozza rivista dal dottor Venditti. Io gli avevo mandato il file». La testimone conferma di avere mandato la richiesta solo a Venditti e si mostra spiazzata per quella fuga di notizie: «Non so spiegarmela, io non ho dato la bozza a nessun altro». Nel verbale emerge anche il rapporto costante con l’avvocato Gian Luigi Tizzoni, legale della famiglia Poggi: «Mi sono confrontata varie volte con lui. […] Era per me normale condividere con lui i passi delle indagini».
Con il legale ci sarebbe stato anche uno scambio di atti: Tizzoni avrebbe avuto accesso a quelli nuovi e avrebbe fornito alla Procura vecchi documenti del processo contro Stasi. Dal verbale emergono anche altre criticità nella conduzione delle indagini. Per esempio scopriamo che il maresciallo Giuseppe Spoto «ha dichiarato» a Brescia che «non aveva curato con particolare attenzione l’ascolto delle intercettazioni e che Venditti gli aveva dato incarico di trascrivere in fretta per archiviare». Per questo gli inquirenti hanno chiesto alla Pezzino: «Come se lo spiega?». Risposta: «Mi sembra molto strano perché per me era un’indagine molto importante e di particolare delicatezza, in cui ho profuso ogni sforzo. Non nego che volevo chiarire velocemente le posizioni sia di Sempio, che era sotto i riflettori, sia di Stasi, anche per rispetto della famiglia Poggi». Alla Pezzino è stato domandato se avesse mai dato indicazioni al comandante della squadra di investigatori che conduceva le indagini, il luogotenente Silvio Sapone, di contattare, come è in effetti avvenuto, l’indagato Sempio. La risposta è categorica: «Non ricordo assolutamente di avere dato questo incarico». Quando la testimone viene a sapere che Sapone ha riferito di aver ricevuto proprio da lei l’ordine di chiamare Sempio per invitarlo in Procura, salvo poi revocare quella delega, replica decisa: «Escludo categoricamente di avere dato alcuna indicazione di convocare l’indagato per un contatto antecedente all’interrogatorio». E definisce «francamente inverosimile una dinamica del genere». I pm la mettono di fronte a un dato incontrovertibile: «Dai tabulati di Sempio ci risultano una ventina di contatti con Sapone». E la Pezzino sembra restare di stucco: «Se me l’avessero detto, avrei dato indicazione di dare atto dei contatti e di riferirne il motivo».
Nel frattempo la Procura generale di Milano, guidata da Francesca Nanni, sarebbe pronta a chiedere ulteriori atti ai pm di Pavia prima di decidere se presentare una richiesta di revisione della sentenza di condanna definitiva a 16 anni per Stasi. Al momento la Procura di Pavia ha inviato nel capoluogo meneghino solo la documentazione contestata a Sempio nel suo recente interrogatorio. I tempi per arrivare a una determinazione, nonostante la sollecitazione arrivata da Pavia, non saranno brevi, anche perché la Procura generale è febbrilmente impegnata a valutare la regolarità degli atti alla base della concessione della grazia a Nicole Minetti.
Per settimane la consulenza medico-legale di Cristina Cattaneo è stata raccontata come una possibile svolta capace di riscrivere il delitto di Garlasco: un allungamento dei tempi dell’aggressione, una nuova lettura della difesa di Chiara Poggi, indicazioni sull’arma e, soprattutto, un possibile effetto sulla posizione di Alberto Stasi.
Alcune ricostruzioni, soprattutto nei talk show televisivi, hanno parlato di un documento capace di «scagionarlo». Altre hanno sostenuto che un’aggressione «più lunga e articolata» potesse rendere meno compatibile la sua presenza sulla scena.
Lette le carte, però, la relazione Cattaneo dice qualcosa di più tecnico e meno assoluto. Non assolve Stasi, non lo colloca fuori dalla villetta, ma soprattutto non attribuisce l’omicidio ad Andrea Sempio. Fa un’operazione diversa: allarga l’incertezza, chiarisce alcuni aspetti medico-legali, ma non produce da sola la nuova verità giudiziaria che era stata anticipata.
Il perimetro dell’incarico è il primo limite da ricordare. Alla consulente viene chiesto di valutare le lesioni di Chiara, l’eventuale attività di difesa, gli strumenti compatibili, il range temporale del decesso e, solo con integrazione successiva, le misure antropometriche di Sempio. Non le viene chiesto di stabilire chi fosse l’assassino, né di escludere Stasi dalla scena.
Il nodo dell’orario è il più delicato. La relazione scrive che «l’epoca della morte può essere stimata con la massima precisione entro un intervallo compreso in via di elevatissima probabilità tra le 7 e le 12.30 del 13/8/2007». È una finestra ampia, ma non una finestra liberatoria. Dentro resta anche la fascia 9.12-9.35, quella che negli anni ha retto una parte centrale della ricostruzione contro Stasi. I cosiddetti metodi «ancillari» (livor e rigor mortis) possono far «stringere» verso la parte più recente del range, cioè 10-12. Ma la stessa Cattaneo avverte che «sul piano rigorosamente scientifico» bisogna restare ancorati al range più ampio.
Anche il contenuto gastrico non mette un punto definitivo. La consulenza lo considera coerente con quanto trovato sul divano e compatibile con una morte tra 30 minuti e 2-3 ore dall’ingestione della colazione. Ma aggiunge che, senza un momento esatto di inizio della colazione, quel dato non può restringere le lancette dell’orologio in cui è avvenuta la morte. In sostanza, la conferma del pasto mattutino aiuta a ricostruire la mattina di Chiara, non a fissare l’ora del delitto. Lo stesso accade per la difesa messa in atto dalla ragazza. La Cattaneo valorizza un dato importante. Chiara, nei primi momenti dell’aggressione, era «molto probabilmente nelle piene capacità di reagire». E indica numerosi segni riconducibili a una «difesa passiva» - compatibile con una prevalenza di lesioni su avambracci e dorso delle mani - e colloca la durata dell’aggressione «tra i 15 e i 20 minuti massimo». Ma anche questo non identifica l’autore. Dice che Chiara subì una violenza veemente e in più fasi, ma non dice che quell’aggressore fosse Sempio, né che non potesse essere Stasi.
Sull’arma, poi, la relazione resta prudente. Le lesioni sono compatibili con «uno strumento produttivo contundente, con superficie piana, margini e spigoli, composto da metalli»: un martello a testa squadrata, una mazzetta, il retro di una piccola accetta o un oggetto simile. Ma l’arma non è stata trovata e non è stato individuato con certezza nemmeno il tipo. La frase decisiva è un’altra: «Tutte le lesioni sono coerenti con l’ipotesi di utilizzo di un unico strumento». Dunque, non si tratta di una svolta definitiva, come avevano lasciato intendere alcune anticipazioni, ma una compatibilità medico-legale con uno strumento comune.
Nel frattempo, il fronte difensivo lavora a una contro-lettura medico-legale e di scena. Questa è stata affidata anche ad Armando Palmegiani, ex poliziotto della Scientifica, criminologo e consulente nominato dalla difesa dopo la rinuncia di Luciano Garofano. Palmegiani porta nel caso un profilo tecnico particolare: nel suo curriculum figurano rilievi planimetrici e ricostruzioni tridimensionali per determinare la traiettoria del colpo che uccise Marta Russo alla Sapienza nel maggio 1997; nel 1999, inoltre, compaiono rilievi in via Carini per la ricostruzione dell’omicidio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa nel processo contro i mandanti. È, dunque, un consulente abituato a lavorare proprio sul punto che oggi diventa centrale a Garlasco: la traduzione della scena del crimine in geometria e traiettorie.
Sentito dalla Verità, Palmegiani conferma che il range dell’epoca della morte resta ampio e che il contenuto gastrico non consente di fissare con precisione l’orario della colazione. Se gli inquirenti restringessero quel tempo, ha detto, sarebbe «qualcosa di non scientifico nella ricostruzione della Cattaneo». Quindi la relazione non esclude Stasi dalla scena, ma rende più fragile ogni ricostruzione che pretenda di fissare l’orario del delitto con certezza.
Anche il trascinamento resta un punto aperto. La Bpa del colonnello del Ris Andrea Berti ipotizza che Chiara sia stata trascinata «verosimilmente per le caviglie». La consulenza Cattaneo, però, rileva segni soprattutto alla caviglia sinistra e non li interpreta in modo univoco: potrebbero dipendere da un afferramento, ma anche dal tentativo di bloccare un calcio o da urti contro superfici della casa.
La differenza è importante. Se una persona viene trascinata per entrambe le caviglie, il corpo tende a muoversi in modo più dritto e controllato. Se invece viene tirata da una sola caviglia, il corpo ruota, si torce, cambia posizione, e anche le tracce di sangue possono distribuirsi in modo diverso.
Per la difesa di Sempio questo è un punto utile. Se non è certo come Chiara sia stata trascinata, allora non è certa nemmeno la ricostruzione dei movimenti dell’aggressore. Tirarla per due caviglie avrebbe prodotto un movimento più lineare, mentre tirarla per una sola avrebbe potuto far ruotare il corpo e lasciare tracce diverse. Quindi la scena non permette una conclusione definitiva: offre solo ipotesi.
Per di più, proprio Palmegiani contesta anche la rappresentazione 3D della Procura. L’avatar, sostiene, sarebbe troppo suggestivo perché somigliante a Sempio («La prima cosa che insegnano nei modelli 3D è di essere il più possibile semplici, qui ci sono anche gli occhi…», dice alla Verità), mentre «chiunque scenda quella scala appoggia la mano». La difesa, dunque, non nega la centralità della scena, ma contesta il salto da modello grafico a identificazione personale.
In questo senso, la relazione è meno spettacolare delle anticipazioni. Non dice chi ha ucciso Chiara Poggi. Sostiene che, dal punto di vista medico-legale, alcune certezze costruite negli anni non erano certezze. Erano stime, compatibilità, intervalli, ma anche margini d’errore. Ed è dentro quel margine, oggi, che si gioca la nuova battaglia su Stasi e Sempio.
Un nuovo terremoto scuote i vertici politici di Kiev. Le autorità ucraine hanno accusato l’ex capo di gabinetto di Volodymyr Zelensky, Andriy Yermak, di riciclaggio di denaro. È in questo quadro che, ieri, il diretto interessato è comparso davanti all’Alta corte anticorruzione dell’Ucraina.
In particolare, l’ufficio nazionale anticorruzione (Nabu) e la Procura specializzata anticorruzione (Sapo) ritengono che Yermak abbia riciclato circa 10 milioni di dollari attraverso il progetto di costruzione di un complesso residenziale di lusso nei pressi di Kiev. Secondo il Kyiv Independent, Yermak avrebbe utilizzato «una rete di società di comodo, transazioni in contanti e documenti finanziari fittizi». Un’accusa che l’avvocato dello stesso Yermak, Ihor Fomin, ha respinto. «Posso affermare che la questione del riciclaggio di denaro, a mio parere, è infondata», ha affermato, per poi aggiungere: «Tutta questa situazione è stata provocata dalla pressione dell’opinione pubblica». Come che sia, ieri, il capo della Procura specializzata anticorruzione, Oleksandr Klymenko, oltre a negare esplicitamente che Zekensky sia coinvolto nell’indagine, ha chiesto la custodia cautelare per Yermak o, in alternativa, la libertà su cauzione per un importo di 4 milioni di dollari. L’udienza è stata tuttavia sospesa e rinviata a oggi per permettere intanto alla difesa di esaminare gli atti processuali.
Ricordiamo che l’ex capo di gabinetto di Zelensky è sotto inchiesta nell’ambito di un’indagine per corruzione dal valore complessivo di 100 milioni di dollari relativa all’azienda statale Energoatom: un’indagine, battezzata «Midas», che ha già portato all’incriminazione di vari collaboratori del presidente ucraino, tra cui l’ex vicepremier, Oleksiy Chernyshov, e l’ex ministro della Giustizia, Herman Halushchenko. È in questo contesto che, lo scorso 28 novembre, Yermak si dimise da capo di gabinetto: un passo indietro avvenuto dopo che le autorità anticorruzione avevano fatto perquisire la sua abitazione. Si trattò, all’epoca, di un vero e proprio scossone ai vertici del governo ucraino.
Nominato da Zelensky proprio capo di gabinetto nel 2020, Yermak era diventato una delle figure più potenti (e controverse) dell’ecosistema politico ucraino. Politico, nel 2023, lo definì il «cardinale verde», in virtù della sua considerevole influenza e per la tendenza a vestirsi con abiti militari di color oliva. Inoltre, secondo il Kyiv Independent, sarebbe stato proprio lui a spingere Zelensky a sostenere la norma, poi ritirata, che avrebbe indebolito l’indipendenza delle autorità anticorruzione ucraine.
Non solo. A marzo dell’anno scorso, il presidente ucraino aveva anche messo Yermak a capo della delegazione che avrebbe dovuto negoziare con Washington e Mosca per porre fine alla guerra in Ucraina. La sua caduta fu quindi particolarmente fragorosa. E lui stesso lasciò intendere, in alcune dichiarazioni rilasciate al New York Post dopo le dimissioni, di essersi sentito abbandonato. «Sono stato dissacrato e la mia dignità non è stata tutelata, nonostante sia a Kiev dal 24 febbraio 2022. Pertanto, non voglio creare problemi a Zelensky; andrò al fronte», affermò.
Il ritorno di Yermak sotto i riflettori indebolisce il presidente ucraino. Pur non essendo coinvolto nell’inchiesta, Zelensky si ritrova infatti ad affrontare un duplice problema politico. Innanzitutto, il nodo della corruzione potrebbe complicare il già accidentato percorso di Kiev verso l’adesione all’Unione europea: percorso che, anche in considerazione della recente sconfitta elettorale di Viktor Orbán in Ungheria, la Commissione Ue ha recentemente cercato di rilanciare ma che, adesso, potrebbe impelagarsi di nuovo a causa dell’inchiesta sul caso Energoatom.
In secondo luogo, non è detto che la questione non abbia indirettamente un impatto anche sul fronte diplomatico e geopolitico. Come detto, fino a novembre, Yermak era stato il capo negoziatore di Kiev nel processo diplomatico relativo alla crisi ucraina. In questo quadro, a giugno, Politico riportò che l’amministrazione Trump fosse particolarmente irritata con lui. Non è inoltre un mistero che l’attuale Casa Bianca auspichi dall’anno scorso che l’Ucraina tenga al più presto delle nuove elezioni presidenziali. Non dimentichiamo poi che, all’inizio del 2026, a lasciare l’amministrazione Trump, dopo aver perso decisamente influenza, è stato il generale Keith Kellogg: uno dei principali punti di riferimento di Zelensky a Washington. A questo si aggiunga che, nonostante abbia reso noto che i rappresentanti americani visiteranno Kiev a cavallo tra primavera ed estate, il presidente ucraino è attualmente in rapporti problematici con Trump. Irritato dall’attenzione che la Casa Bianca sta riservando al dossier iraniano, Zelensky, secondo The Atlantic, starebbe cercando delle sponde alternative agli Stati Uniti. Il punto è che difficilmente il leader ucraino potrà fare realmente a meno di Washington, soprattutto qualora il processo diplomatico dovesse ripartire. Ed è qui che la questione Yermak potrebbe pesare negativamente su Zelensky.
Ieri, il ministero degli Esteri russo non ha perso tempo e ha cercato di cavalcare questo caso giudiziario per screditare Kiev: un caso giudiziario che, secondo Reuters, potrebbe complicare un domani la rielezione del presidente ucraino, oltre a creargli imbarazzo sul fronte dei rapporti internazionali.
Consapevole che l’Ucraina non si trovi in una posizione di vantaggio, Mosca tiene il punto sulla sua disponibilità a sedersi al tavolo delle trattative.
La conferma è arrivata dal portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, che ha commentato le recenti dichiarazioni del presidente russo, Vladimir Putin, sulla fine del conflitto. Il portavoce ha infatti spiegato che la guerra «può finire in qualsiasi momento, non appena il regime di Kiev e Volodymyr Zelensky si assumeranno la responsabilità e prenderanno le decisioni necessarie», alludendo al Donbass. Un indicatore che confermerebbe la possibilità della fine delle ostilità è «il lavoro svolto nel formato trilaterale». Quanto all’eventuale faccia a faccia tra il leader ucraino e il presidente russo Putin, il portavoce ha affermato che lo zar è pronto «in qualsiasi momento» all’incontro «per dei negoziati», purché sia nella Capitale russa. Un’altra sede «avrebbe senso solo per finalizzare il processo di regolamento», ma prima serve «molto lavoro preliminare».
Mosca, nel frattempo, resta «aperta ai contatti». Anche perché il portavoce del Cremlino ha ribadito che la Russia «accoglie con favore gli sforzi di mediazione degli Stati Uniti». Che Washington sia indispensabile nel contesto degli sforzi di pace ne è convinto anche il ministro degli Esteri ucraino, Andrii Sybiha: «Abbiamo bisogno del coinvolgimento degli Usa, ma allo stesso tempo abbiamo anche bisogno della loro influenza e della pressione che esercitano sulla Russia».
Al contrario, l’Europa resta ancora in panchina. Dopo che l’Alto Rappresentante dell’Ue, Kaja Kallas, ha bocciato il ruolo di negoziatore dell’ex cancelliere tedesco Gerhard Schroeder, definendolo un «lobbista russo», Mosca è tornata a mettere i puntini sulle i riguardo al coinvolgimento europeo. Il viceministro degli Esteri russo, Alexander Grushko, ha chiarito che è esclusa «al momento qualsiasi partecipazione costruttiva dell’Unione europea agli sforzi volti a incanalare il conflitto in una dimensione politico-diplomatica». Mentre «la retorica» europea sbandiera la volontà di raggiungere la pace, secondo Grushko, Bruxelles «sta facendo tutto il possibile per protrarre il conflitto il più a lungo possibile».
Future trattative a parte, ieri è scaduta la breve tregua tra la Russia e l’Ucraina, con decine di droni russi che sono tornati a colpire Kiev. La ripresa dei combattimenti è stata poi confermata dal ministero della Difesa russo, mentre lo zar annunciava tra l’altro che Mosca schiererà il suo nuovo missile nucleare strategico Sarmat alla fine dell’anno. Dall’altra parte, Sybiha ha riferito che Kiev ha «proposto a Mosca di estendere il cessate il fuoco parziale, ma la Russia ha lanciato oltre 200 droni, colpendo infrastrutture civili, incluso un asilo nido, ferendo almeno sei persone e uccidendone almeno una». A suo dire, «Putin deve rendersi conto che per lui le cose andranno solo peggio». Sulla stessa linea anche il ministro della Difesa tedesco, Boris Pistorius, che intravede una presunta posizione di forza di Kiev sul fronte. Dopo aver visitato le regioni di Zaporizhzhia e Dnipro, ha infatti sentenziato: «Credo che gli ucraini abbiano effettivamente un momento favorevole. La Russia sta attraversando una fase di debolezza, sia dal punto di vista economico che politico interno, nonché sul campo di battaglia». Peraltro, la Germania ha dichiarato che darà un contributo di oltre 10 milioni di euro al progetto europeo per creare centri di addestramento militare in Ucraina. Gli aiuti a Kiev annunciati ieri riguardano anche i velivoli senza pilota: Kallas ha reso noto che a «giugno» il primo esborso del prestito di 90 miliardi sarà destinato «all’acquisto di droni». E con l’obiettivo di «sviluppare l’Intelligenza artificiale» per intercettare i droni russi, Zelensky ha incontrato Alex Karp, Ceo di Palantir Technologies, colosso americano specializzato in sicurezza e intelligence.
