Papa Francesco (Imagoeconomica)
Bruxelles accusa Meta di consentire a numerosi minori di età inferiore ai 13 anni di accedere a Instagram e Facebook, esponendoli a diversi rischi e violando le normative europee. «Le nostre indagini preliminari dimostrano che Meta non sta facendo praticamente nulla per impedire ai minori di accedere a queste piattaforme», ha dichiarato la vicepresidente della Commissione per gli Affari digitali, Henna Virkkunen. La società respinge con fermezza le accuse.
Da re Mida a re Sfiga è un attimo. A Bruxelles credevano di aver finalmente impresso il loro tocco magico all’Europa orientale, che considerano strategica: le presidenziali ripetute in Romania con il paravento delle ingerenze russe hanno portato alla vittoria di un capo dello Stato - Nicusor Dan - gradito alla Commissione, nonché all’installazione di un esecutivo pro Ue, guidato dal liberale Ilie Bolojan; la Bulgaria ha aderito alla moneta unica; in Ungheria, il babau Viktor Orbán è stato sconfitto dal rivale conservatore Péter Magyar. Per gli strateghi dell’Unione, però, il trionfo si è presto rovesciato in uno smacco: in Romania, il governo pro Ue è a un passo dalla caduta; in Bulgaria, a pochi mesi dall’introduzione dell’euro, alle urne l’ha spuntata un candidato «putiniano»; e in Ungheria sarà pure cambiato il musicista, però non è cambiato lo spartito. A parte lo sblocco del prestito da 90 miliardi all’Ucraina - nel Vecchio continente si stappa champagne, quando si possono sborsare quattrini - non risulta che il nuovo premier magiaro abbia abrogato una sola delle vituperate leggi del predecessore. Nemmeno quella contro i gruppi Lgbt, appena bocciata dalla Corte di giustizia. Quanto alle forniture energetiche, il sovranista atipico ha ottenuto la riparazione dell’oleodotto Druzhba (esattamente ciò che pretendeva Orbán) e ha già messo in chiaro che, con Mosca, si dovrà tornare a dialogare.
Comunque, al capo del Ppe tanto è bastato per invocare un’amnistia: «Il Parlamento», ha detto Manfred Weber, «avrà un ruolo nel ristabilire la fiducia tra Bruxelles e Budapest, quindi va stoppato l’iter per la richiesta dell’articolo 7 nei confronti dell’Ungheria». Il grande burattinaio della politica europea vuole disinnescare l’«opzione nucleare» sulla fiducia: i diritti dell’ex Stato membro ribelle sono salvi non perché esso si sia convertito all’europeismo, bensì perché Magyar non è Orbán.
Il leader dei popolari, però, è «molto preoccupato» per quello che sta succedendo a Bucarest: «Vediamo una collaborazione tra i socialisti e i populisti contro il governo filoeuropeo in carica. La Romania è in una posizione difficile, ha un deficit molto alto e il commissario Valdis Dombrovskis», lo stesso secondo cui il Patto di stabilità non si può sospendere giacché ancora non siamo in recessione, «e altri desiderano che il governo continui le riforme». Ciò che conta è quello che desidera la Commissione. Non quello che pensa il popolo. Al quale la sovranità spetta sempre meno nella sostanza, perché prima delle loro preferenze ci sono i diktat dell’Unione; prima del loro giudizio c’è quello dei mercati.
Se in Romania è in atto una crisi politica, in effetti, è perché l’Ue pretende una terapia intensiva per i conti pubblici. E sia la sinistra sia la destra sovranista vi si oppongono. In ballo c’è un ricattone analogo a quello del caso ungherese: fate i bravi e arriveranno 10 miliardi di fondi, circa il 2,5% del Pil (quelli congelati all’Ungheria erano 37, addirittura il 18% del Pil). Più che una federazione basata sulla solidarietà, l’Europa sembra un piccolo impero fondato sull’estorsione. Nel mondo sottosopra di Bruxelles, il massacro delle nazioni coincide con un trionfo: Mario Monti, l’uomo che elogiava la capacità delle istituzioni Ue di rimanere «al riparo dal processo elettorale», definì le disavventure del debito ellenico e la successiva cura a base di austerità «la manifestazione più concreta del grande successo dell’euro». A Sofia avrebbero dovuto prenderlo sul serio.
Nel frattempo, il Parlamento Ue ha dato luce verde alla posizione sul bilancio 2028-2034, che poi andrà negoziato con i vari Paesi. La relazione è passata in plenaria con 370 voti a favore, 201 contrari e 84 astensioni. Essa invoca un aumento del 10% del budget rispetto a quanto proposto dalla Commissione: il quadro finanziario passerebbe a 1.780 miliardi di euro (2.011 miliardi se si fanno i calcoli a prezzi correnti), con lo scopo di rafforzare voci quali Difesa, competitività, coesione e agricoltura. Ça va sans dire: più dotazioni economiche all’esecutivo significano più centralizzazione, più poteri. È proprio quello che ha lamentato il copresidente di Ecr, Nicola Procaccini, spiegando l’astensione di Fdi: «Siamo contrari a questa spinta centralista: mancano ancora cose importanti sul contrasto all’immigrazione illegale». E a proposito di francesi, è passata la linea di Emmanuel Macron: i deputati hanno sollecitato una discussione sull’ipotesi di escludere dal bilancio il rimborso del Recovery fund e sull’introduzione di 60 miliardi l’anno da risorse proprie - ovvero, denaro raccolto attraverso prelievi fiscali nei singoli Stati. In un contesto in cui l’operato della Commissione è fuori controllo, sarebbe la certificazione che in Europa si è rotto un antico principio: quello per cui non si possono imporre tasse senza adeguata rappresentanza politica.
In compenso, Dombrovskis ieri ha promesso «un nuovo e audace piano d’azione di pulizia profonda» del corpus legislativo Ue, per correggere «la frammentazione delle norme, le incongruenze e le sovrapposizioni delle disposizioni, riducendone la complessità». La sburocratizzazione è una bandiera di Giorgia Meloni e Friedrich Merz. Sarà che a Bruxelles si sono pentiti di aver regolato la lunghezza delle banane e la circonferenza delle vongole. Nell’album di famiglia, fa più bella mostra il «successo» della Grecia affamata.
Bruxelles la pensa come l’internazionale progressista: il reato di stupro sussiste «in assenza del consenso». In teoria, un’ovvietà. Nella pratica, un principio dalla complessa traduzione normativa.
Ieri, a Strasburgo, il Parlamento europeo, in una risoluzione adottata a maggioranza con 447 voti a favore, ha chiesto alla Commissione una proposta legislativa che elabori una definizione comune di stupro, in cui «il consenso libero, informato e revocabile» è il cardine. Si torna così su quel terreno scivoloso, dai contorni ambigui, secondo cui il silenzio o l’assenza di un «no» non significano «consenso». E nel caso di una direttiva, il rischio è che i diktat Ue vengano imposti all’Italia.
Il carattere di urgenza è stato annunciato dal commissario europeo all’Uguaglianza, Hadja Lahbib: «Non c’è più tempo da perdere». Nel suo intervento ha dichiarato: «La Commissione sosterrà le riforme nazionali volte a introdurre definizioni di stupro basate sul concetto di consenso. Condurremo inoltre una mappatura completa della legislazione attuale nell’Ue per individuare ulteriori azioni al fine di garantire che il sesso senza consenso sia definito come stupro in tutta l’Unione».
Il confronto in Aula non si è svolto in un clima costruttivo. «Ho trovato molto stridente il dibattito: si è focalizzato sullo scontro, con toni eccessivi e a tratti è stato violento», ha detto l’eurodeputata di Fratelli d’Italia Elena Donazzan. Che ha precisato: «La votazione finale l’abbiamo rimandata alla sovranità degli Stati membri, dove l’Italia sta già lavorando a un inasprimento delle pene a tutela della donna».
A salire subito sul carro Ue è stato il M5s. Il senatore Pietro Lorefice, difendendo la posizione del Parlamento Ue, ha lamentato che «in Italia la riforma è stata annacquata, tornando a logiche che spostano il peso sul dissenso anziché affermare con chiarezza il principio del consenso». Dello stesso tenore sono state le parole dell’eurodeputato del Pd Alessandro Zan: «Mentre l’Europa va avanti sui diritti, in Italia il governo Meloni vuole riportare indietro le lancette con il ddl Bongiorno». Zan ha poi ricordato l’accordo saltato tra il centrodestra e il centrosinistra: «Giorgia Meloni ha tradito gli accordi presi con la segretaria Pd Elly Schlein».
Ma il testo approvato all’unanimità alla Camera il 18 novembre 2025, secondo cui sarebbe stato stupro qualsiasi atto sessuale compiuto senza «consenso libero e attuale» della donna, creava problemi non di poco conto. Il testo successivo, che poneva l’accento sulla «volontà contraria» della vittima, escludendo la formula vaga di «assenza di consenso», era stato boicottato dalla sinistra. E a nulla sono valsi i tentativi più recenti di compromesso, con il Pd e il Movimento 5 stelle che hanno rifiutato la proposta del presidente della commissione Giustizia del Senato, Giulia Bongiorno, di prevedere il principio del «consenso riconoscibile».
A ripercorrere la vicenda è stata ieri Bongiorno: «L’unanimità era stata trovata alla Camera su un testo che subito dopo i tecnici hanno detto mancare di tassatività. Ci è stato indicato che si poteva prestare a delle strumentalizzazioni. Da qui il centrodestra ha chiesto una diversa formulazione che non è piaciuta al centrosinistra. A questo punto anziché andare avanti a maggioranza siamo tornati in un comitato» in cui «c’è una nuova proposta della senatrice Unterberger e c’è la mia proposta sulla volontà riconoscibile». Bongiorno ha anche lanciato un appello all’unità. Dopo aver dichiarato che «il pronunciamento del Parlamento europeo sembra un’ennesima indicazione ad andare avanti per fare questa legge», ha spiegato: «Credo che sia il momento di trovare una condivisione, ognuno deve lasciare da parte qualcosa. Credo che non dobbiamo dimenticare che la volontà della donna sarà accertata di volta in volta dal giudice».
Che la Cgil si fosse innamorata della Cina l’avevamo capito qualche giorno fa, quando il segretario piemontese Giorgio Airaudo (non uno qualsiasi, ma una colonna storica dei metalmeccanici rossi), di ritorno da un viaggio a Pechino e dintorni, aveva sentenziato giubilante: «Lì è il futuro dell’industria, Cirio (il governatore ndr) proponga Mirafiori (lo stabilimento di Torino ndr) ai cinesi».
Nessuno però avrebbe immaginato che a stretto giro sullo stesso argomento si sarebbe espresso anche Maurizio Landini, il leader maximo. Una riflessione lucida e circostanziata, perché il segretario pone paletti e condizioni occupazionali, ma il concetto lo manifesta senza mezzi termini: «E qui veniamo a un punto per me decisivo», sottolinea l’ex Fiom nel corso di un evento organizzato da SDA Bocconi e ripreso dal giornalista Stefano Feltri nella newsletter Appunti, «Io penso che in Italia ci sia bisogno non solo di una politica diversa di Stellantis, ma di un altro produttore. E visto che oggi il produttore più importante, più forte e più avanzato sono i cinesi, io penso che ci sarebbe bisogno che un produttore cinese venisse a produrre in Italia. Lo dico sapendo bene che questa affermazione suscita obiezioni. C’è chi dice: attenzione, è già successo con la Germania, i cinesi hanno imparato, hanno assorbito tecnologia, poi hanno fatto da soli. È vero, ma il problema è che oggi i cinesi sono già i maggiori produttori mondiali».
E qui l’analisi di Landini si presta alle prime critiche. Ma come, proprio il segretario del sindacato più barricadero che è pronto un giorno sì e l’altro pure a indire scioperi e a portare in piazza i lavoratori a difesa dei propri diritti, indica nella produzione asiatica l’unica soluzione per l’automotive italiana? Passi per il riconoscimento della leadership nelle materie prime e nelle tecnologie innovative, ma un accenno al dumping sulle regole (retributive, di welfare e ambiente) che ha consentito questa escalation sarebbe stato il minimo. Niente. Forse Landini avrebbe dovuto ammettere che a Pechino, una Cgil come quella che lui qui ha dipinto a sua immagine e somiglianza, non sarebbe mai stata tollerata. Meglio soprassedere.
«I cinesi», continua imperterrito, «sono passati in vent’anni da due o tre milioni di auto a più di trenta milioni. Sono leader nell’elettrico, nelle batterie, nella digitalizzazione dei processi. In questi giorni», spiega ancora, «una delegazione della Fiom e della Cgil è in Cina a visitare realtà produttive. Chi va racconta di livelli altissimi di innovazione, di tecnologia, di qualità. La domanda, allora, è molto semplice: vogliamo continuare a stare fermi mentre investono in Ungheria o altrove, oppure vogliamo costruire le condizioni perché investano anche in Italia, con regole precise, con obblighi di produzione, di trasferimento tecnologico, di occupazione, di radicamento industriale?».
Lezione di strategia. Ma siamo sicuri che il primo problema dell’automotive italiana sia quello di aumentare la produzione e di portare un secondo big player nel Paese? O non sia invece prioritario (come lo stesso Landini a dir il vero parzialmente ammette in seguito) ripensare seriamente le regole del gioco a partire dal Green deal? A furia di inserire termini inderogabili sull’addio ai motori a scoppio e paletti improbabili per ridurre le emissioni, le auto (elettriche) sono diventate un prodotto economicamente «insostenibile» per la classe media. E allora se per comprare un veicolo non di lusso ma familiare, bisogna investire due o tre anni di stipendio, il gioco, anche con i minori costi cinesi, resterebbe in perdita.
Forse un sindacato che si dichiara «popolare» avrebbe dovuto insistere da tempo e non da ora, su questi concetti. Perché la rigidità dei progetti ambientalisti europei è uno dei motivi per i quali la delegazione della Cgil che si è recata a Pechino ha scoperto un Eldorado. Non gli è chiaro che quel Bengodi si sarebbe potuto realizzare qui.
Basta salari inadeguati e contratti pirata. Il governo accelera sul decreto Primo maggio con nuove misure contro lo sfruttamento del lavoro e intermediazione illecita tramite piattaforme digitali.
Il decreto varato ieri dal Consiglio dei ministri si configura come una risposta forte alla questione del salario minimo. Il testo, proposto dal ministro del Lavoro, Marina Calderone, e al quale il premier Giorgia Meloni, stanca di continui rinvii e dispute tra le parti ha voluto mettere mano, prova a spingere sull’occupazione femminile, giovanile e sul Mezzogiorno, tramite dei bonus che prevedono esoneri contributivi su Zes e under 35, e affronta anche il caporalato digitale con una misura in favore dei rider. Il valore complessivo del provvedimento raggiunge quota 934 milioni.
Si punta al «salario giusto», legando gli incentivi a «chi lo applica». In conferenza stampa il premier Meloni ha affermato che «la disoccupazione è ai minimi e che abbiamo 1,2 milioni di occupati in più. Con questo decreto abbiamo voluto sostenere il potere di acquisto dei lavoratori e interesserà quattro milioni di occupati. Chi sottopaga o farà contratti pirata non avrà diritto agli incentivi pubblici sul lavoro. Siamo aperti però a raccogliere richieste di miglioramento delle parti sociali». Il ministro Calderone aggiunge: «Sosteniamo la contrattazione di qualità».
Il «salario giusto» è determinato dal trattamento economico definito dai contratti collettivi nazionali stipulati dalle associazioni datoriali e dai sindacati comparativamente più rappresentativi. La misura prova così a intervenire su uno dei punti più controversi del mercato del lavoro: la distanza tra occupazione formale e qualità effettiva del lavoro. Perché avere un contratto non sempre significa avere una retribuzione sufficiente.
Sul fronte dell’occupazione giovanile, il decreto punta a prorogare e riscrivere il bonus per gli under 35, in scadenza domani. La misura prevede un esonero contributivo del 100% per le assunzioni a tempo indeterminato effettuate fino al 31 dicembre 2026, per un massimo di 24 mesi e nel limite di 500 euro mensili per ciascun lavoratore. Nelle aree Zes l’importo salirebbe a 650 euro.
Tra le novità compare anche un esonero per la trasformazione dei contratti a termine in rapporti a tempo indeterminato. Il beneficio sarebbe riconosciuto ai datori di lavoro privati che stabilizzano lavoratori under 35 con rapporti a termine di durata complessiva non superiore a dodici mesi. L’esonero sarebbe pari al 100% dei contributi, fino a 500 euro mensili, per un massimo di 24 mesi. La finestra prevista va dal primo agosto al 31 dicembre 2026 e riguarda trasformazioni senza soluzione di continuità di contratti instaurati entro il 30 aprile 2026. Il senso della misura è spingere le imprese a trasformare contratti brevi in rapporti stabili.
Salta la retroattività automatica degli aumenti per i contratti scaduti, una delle norme più delicate sulla contrattazione. Non c’è più l’obbligo secco di far decorrere gli incrementi retributivi dalla scadenza naturale del vecchio contratto. Al suo posto entra una formula più aperta all’autonomia delle parti: saranno sindacati e imprese, in sede di rinnovo, a definire decorrenze, eventuali una tantum e strumenti per coprire il periodo rimasto scoperto.
Resta però una penalizzazione per i rinnovi lumaca. Se il contratto non viene rinnovato entro dodici mesi dalla scadenza, le retribuzioni saranno adeguate alla variazione dell’Ipca, ma solo nella misura del 30%. Nella prima bozza si ipotizzava il 50%.
Il pacchetto comprende anche il rafforzamento degli incentivi per l’occupazione femminile. Per le assunzioni a tempo indeterminato di donne svantaggiate, effettuate nel corso del 2026, è previsto un esonero totale dei contributi per un massimo di 24 mesi, entro il limite di 650 euro mensili. L’importo salirebbe a 800 euro per le lavoratrici residenti nelle regioni della Zes unica. «Supporti anche alla maternità e alla genitorialità. Congedi parentali a tre mesi coperti all’80%», dice il ministro per le Pari opportunità, Eugenia Maria Roccella.
Poi c’è il problema del caporalato digitale. Il decreto interviene sul lavoro mediato da piattaforme digitali, a partire dai rider. La misura più immediata riguarda l’accesso agli account: il lavoratore potrà entrare nella piattaforma attraverso Spid, Carta d’identità elettronica, Carta nazionale dei servizi oppure con un account rilasciato dalla stessa piattaforma e collegato a un singolo codice fiscale. L’obiettivo è contrastare la cessione degli account e rendere identificabile chi svolge effettivamente la prestazione. La piattaforma non potrà rilasciare più di un account per codice fiscale né assegnare allo stesso lavoratore consegne o attività temporalmente incompatibili. Sanzioni fino a 1.500 euro a chi trasgredisce. Ai rider viene estesa la detassazione delle mance al 5%.
La Cisl esprime soddisfazione: «Il primo passo di un Patto sociale per rilanciare retribuzioni, tutele e occupazione di qualità», afferma Daniela Fumarola, leader della Cisl.
