Papa Francesco (Imagoeconomica)
Prima Pio XII e poi Paolo VI, consapevoli che sotto l’altare pontificale giacessero tomba e spoglie mortali del primo dei loro predecessori, l’apostolo Pietro, le fecero cercare dagli archeologi nelle profondità della terra, annunciandone il loro ritrovamento dopo quasi 2.000 anni di silenzio. Così, sotto le sacre grotte, fu scoperta una necropoli, ossia una «città dei morti».
Nel 2026 scoccano due ricorrenze, quella della posa della prima pietra della Basilica, centro simbolico della cristianità, al cui progetto concorsero Bramante, Raffaello e Michelangelo, e quello della sua dedicazione. Con la prima (520 anni) si torna al 18 aprile 1506, pontificato di papa Giulio II Della Rovere. Con la seconda (400 anni), al 18 novembre 1626, regno di Urbano VIII Barberini, benché la costruzione, pressoché ultimata, non fosse ancora attorniata dalla celebre piazza disegnata da Gian Lorenzo Bernini, su disposizione di Alessandro VII Chigi. Il sepolcro del pescatore che seguì il Maestro e ne portò a Roma il rivoluzionario messaggio, guidando la prima comunità cristiana e subendo, per sua stessa richiesta, il crudele supplizio della crocefissione a testa in giù, forse per sensi di colpa legati al triplice rinnego, si trova qui sotto e anche parte di quelli che tutto fa supporre siano suoi resti ossei. Con Pietro Zander, romano, classe 1964, docente di archeologia alla Pontificia Università Gregoriana, da 27 anni responsabile della sezione Beni artistici della Fabbrica di San Pietro, intraprendiamo un viaggio underground nella città funeraria, tra i 3 e i 7 metri di profondità rispetto alla basilica.
Quando sorse il sepolcreto sottostante?
«La necropoli nasce sulle pendici meridionali del Colle Vaticano dopo la metà del I secolo d.C. Siamo nella quattordicesima regione augustea, un’area periferica rispetto alla città. Il primo nucleo è costituito dal cosiddetto Campo P (Campus Petri), un fazzoletto di terra destinato alla sepoltura dei defunti. Qui venne sepolto San Pietro. Cento anni dopo la sua morte, durante l’impero di Traiano e Adriano, qui si costruirono sepolcri in muratura, simili alle nostre cappelle gentilizie (o tombe di famiglia, ndr.). Questa necropoli, che si trovava sotto la luce del sole, a partire dal 319 fu interrata dall’imperatore Costantino e da papa Silvestro per la costruzione della prima grande basilica di San Pietro, in gran parte demolita».
Pertanto San Pietro fu martirizzato qui nei pressi?
«San Pietro è stato sepolto vicino al luogo del martirio, avvenuto in prossimità del circo di Caligola e di Nerone. All’epoca esistevano campi funerari umili e modesti. La più antica testimonianza del martirio di San Pietro è nel Vangelo di Giovanni, composto probabilmente a Efeso sul finire del I secolo: “[…] quando sarai vecchio stenderai le tue mani (sarai crocifisso) e un altro (Nerone) ti cingerà i fianchi e ti condurrà dove tu non vuoi”».
Come fu seppellito?
«La nascente comunità cristiana di Roma ottenne dalle autorità imperiali il suo corpo straziato. Fu portato sulle pendici meridionali del Colle Vaticano e lì pietosamente sepolto in una fossa scavata nella nuda terra, coperta da due tegole messe a contrasto, a doppio spiovente come il tetto di una casa. Quell’umile fossa sopravvive, a 3 metri di profondità, sotto l’altare maggiore dell’attuale basilica vaticana».
Si può ipotizzare la data della morte di Pietro?
«In base a una serie di studi è verosimile pensare che Pietro sia stato crocifisso nell’autunno del 64 e, con ogni probabilità il 13 ottobre, data che coincide con il Dies imperii, ovvero il giorno del decimo anniversario dell’inizio del principato di Nerone, come indica un testo apocrifo cristiano dell’inizio del II secolo».
È certo che l’apostolo sia deceduto per crocifissione e appeso a una croce a testa in giù per sua volontà?
«Dopo l’incendio di Roma, avvenuto nella notte tra il 18 e il 19 luglio dell’anno 64, Nerone, secondo la testimonianza di Tacito negli Annali, fece condannare a morte nel circo vaticano numerosi cristiani accusati di “odium humani generis”, “odio verso il genere umano”, per distogliere da sé le accuse di molti che lo ritenevano mandante dell’incendio che distrusse la città. Insieme a quella moltitudine di uomini sottoposta agli atroci supplizi, San Pietro fu crocifisso con il capo rivolto verso il basso (Eusebio di Cesarea, San Girolamo). Negli apocrifi Atti di Pietro, databili intorno alla fine del II secolo, emerge che l’apostolo, non ritenendosi degno di subire il medesimo martirio del Salvatore, chiede di essere così immolato: “Vi prego, o carnefici, crocifiggetemi con la testa in giù e non diversamente”. Il filosofo Seneca, contemporaneo di Nerone, ricorda questa forma di martirio parlando delle crocifissioni destinate agli schiavi».
Fin dalla sepoltura di Pietro la Chiesa ha sempre avuto memoria di questo luogo?
«La Chiesa l’ha tramandata da sempre. Basti pensare alla straordinaria successione dei monumenti eretti sopra il suo sepolcro. Sepoltura di Pietro (64 d.C.), Trofeo di Gaio (II secolo), Muro dei graffiti (III secolo), Memoria costantiniana (IV secolo), Altare di Gregorio Magno (VI secolo). Altare di Callisto II (1123), Cupola della Basilica (1593), Altare di Clemente VIII (1594), Baldacchino (1633)».
Nella città dei morti sono inumati anche defunti non cristiani?
«Decorazioni parietali e iscrizioni indicano che all’interno della stessa famiglia convivevano persone di religioni diverse. Vi sono tombe dichiaratamente pagane, con affrescate divinità egizie o del Pantheon greco-romano, e tombe con iscrizioni cristiane».
Quando fu scoperta la necropoli sotto la basilica?
«Fu rinvenuta durante le celebri esplorazioni archeologiche del secolo scorso, 1941-1949».
Il ruolo di papa Pacelli, Pio XII.
«La scoperta di questo sito risale ai primi anni del suo pontificato. Coraggiosamente, dal 1941, volle intraprendere esplorazioni archeologiche nell’area della Confessione Vaticana e nella parte centrale delle sacre grotte. Prima di allora un senso di religioso rispetto e una sorta di timore reverenziale aveva impedito, in ogni epoca, di scavare sotto il pavimento dell’antica chiesa. Altre importanti ricerche furono eseguite in seguito, tra il 1953 e il 1958, dall’ingegnere Adriano Prandi e dalla professoressa Margherita Guarducci. Fu un’impresa senza precedenti che consentì di individuare, sotto l’altare maggiore della basilica, la tomba di Pietro, rimasta inaccessibile e inviolata per quasi 2.000 anni. Una modesta sepoltura sulla quale, 100 anni dopo il martirio dell’apostolo, fu costruita una piccola edicola funeraria chiamata Trofeo di Gaio. Essa indicò ai primi cristiani la tomba di Pietro ed è un’evidenza archeologica perché, negli scavi, emerse una sepoltura più importante delle altre, tanto da attrarne attorno a sé altre, cristiani che volevano essere sepolti vicino a San Pietro».
Nel radiomessaggio natalizio del 1950 Eugenio Pacelli disse: «È stata veramente ritrovata la tomba di San Pietro? A tale domanda la conclusione dei lavori e degli studi risponde con un chiarissimo sì». Sulla questione dei resti ossei aggiunse: «Al margine del sepolcro furono ritrovati resti di ossa umane dei quali però non è possibile provare con certezza che appartenessero alla spoglia mortale dell’apostolo». Un reperto murario è particolarmente importante…
«Su un piccolo frammento d’intonaco, di 3,2 x 5,8 centimetri, proveniente dal cosiddetto “muro rosso” sul quale si addossò l’edicola, furono incise le seguenti lettere greche: Petr[...] Eni[...]. Il graffito è stato interpretato con la frase “Pétr[os] enì” (“Pietro è qui”), oppure con un’invocazione a lui rivolta, “Pétr[os] en i[réne]”, ossia “Pietro in pace”. All’epoca dei primi scavi, sotto Pio XII, non trovarono un corpo composto, ossia uno scheletro. Si capì dopo che Costantino, quando costruì la prima Basilica, fece prelevare le ossa dalla tomba terragna, avvolgendole in un panno di porpora, e portarle a un livello più alto, un muro da cui fu ricavato un loculo dove queste ossa furono deposte. Furono poi ritrovate negli anni Cinquanta da Margherita Guarducci, analizzate e ritenute di un uomo anziano di corporatura robusta, compatibile con San Pietro».
Nel 1968 papa Paolo VI comunicò il ritrovamento dei resti scheletrici di Pietro…
«All’inizio del IV secolo, sullo spessore del “Muro G”, fu ricavato un loculo rivestito internamente di sottili lastre marmoree. Il 27 giugno 1968 furono qui collocate 19 teche trasparenti, legate con filo di rame argentato e sigillate con piombo, con un cospicuo quantitativo di ossa attribuite a San Pietro sulla base delle ricerche di Margherita Guarducci, che il professor Venerando Correnti (1909-1991) riferì a un uomo robusto di età matura, ritrovate con residui di terra che indagini scientifiche riferirono provenienti dal Campo P o «Campus Petri». Paolo VI dispose inoltre che nove frammenti di quelle ossa venissero collocate in un reliquiario d’argento - custodito nella cappella papale del Palazzo apostolico - con inciso «Beati Petri Apostoli esse putantur, “ossa che si ritiene essere dell’apostolo Pietro”. Il 29 giugno 2019 papa Francesco lo ha donato a Bartolomeo I, patriarca di Costantinopoli, come segno di unità».
Negli anni Sessanta nacque un acceso dibattito archeologico. La Guarducci avrebbe recuperato i resti ossei del Santo attraverso la testimonianza di un operaio che aveva lavorato nei primi scavi mettendole in una cassetta di legno finita nei magazzini. Siamo certi che queste reliquie siano del santo?
«Nei tempi concitati delle prime esplorazioni purtroppo non fu raccolta un’adeguata e completa documentazione di scavo, per cui sull’attribuzione delle reliquie resta un margine di cautela. Tuttavia, le diverse informazioni acquisite concorrono nel dirci che le ossa individuate nel secolo scorso siano da riferire, esse putantur, all’apostolo. Qui negli scavi vaticani “saxa loquuntur”, le pietre parlano e ci dicono con forza “Pétr[os] enì”, Pietro è qui».
Il Settimo rapporto annuale sul lavoro domestico, curato dall’Osservatorio Domina e presentato oggi al Senato, evidenzia il peso economico del lavoro domestico e le sue fragilità: oltre 3,3 milioni di persone coinvolte e un tasso di sommerso vicino al 50%. Proposte di incentivi fiscali e contributivi per far emergere il nero.
Il lavoro domestico resta uno dei pilastri più fragili del mercato del lavoro italiano. Secondo il Settimo rapporto annuale sul lavoro domestico, curato dall’Osservatorio Domina e presentato oggi al Senato, il settore coinvolge oltre 3,3 milioni di persone, ma continua a essere segnato da un livello di irregolarità molto elevato, pari al 48,8%.
Nel 2024 le famiglie che hanno assunto regolarmente una colf o una badante sono state 902.000, in calo di 16.000 unità rispetto all’anno precedente. I lavoratori regolari censiti dall’Inps sono 817.000, anche questi in diminuzione (-2,7%). Numeri che, sommati alla vasta area del sommerso, confermano il peso economico e sociale del comparto, ma anche la sua vulnerabilità strutturale.
Dal punto di vista geografico, la maggiore concentrazione di datori di lavoro si registra in Lombardia e nel Lazio. A prevalere sono le donne, che rappresentano il 58% dei datori, mentre quasi tutte le famiglie sono di origine italiana. Colpisce soprattutto il dato anagrafico: quasi il 38% dei datori ha almeno 80 anni, segno di un progressivo invecchiamento della domanda di assistenza domestica. Anche tra i lavoratori emergono tendenze consolidate. Il settore resta a forte prevalenza femminile, con quasi il 90% di donne, e a maggioranza straniera, che rappresenta circa il 70% del totale. Tuttavia, cresce la componente italiana, che nel 2024 supera un terzo della forza lavoro complessiva. Cambia anche la tipologia di impiego: per la prima volta le badanti superano le colf, arrivando a rappresentare oltre il 50% dei lavoratori domestici regolari. Più del 60% ha almeno 50 anni, con una concentrazione significativa nella fascia 50-59.
Sul piano economico, il lavoro domestico genera un valore aggiunto di 17,1 miliardi di euro, pari allo 0,9% del Pil. Le famiglie italiane spendono complessivamente 13,4 miliardi, includendo sia il lavoro regolare sia quello irregolare. Le retribuzioni restano prevalentemente basse: quasi un quarto dei lavoratori dichiara un reddito annuo inferiore ai 3.000 euro, una quota superiore a quella di chi supera i 12.000 euro l’anno. Il rapporto evidenzia anche il beneficio indiretto per lo Stato. Nel solo 2024, il lavoro domestico ha consentito un risparmio stimato di oltre 6 miliardi di euro, evitando l’assistenza istituzionalizzata per più di 800.000 anziani non autosufficienti. I lavoratori regolari hanno garantito entrate fiscali e contributive per oltre 1,3 miliardi di euro. Se emergesse la quota di lavoro sommerso, il gettito potrebbe salire fino a 2,5 miliardi.
Proprio per contrastare l’irregolarità, Domina propone una serie di misure mirate. Tra queste, un meccanismo di cash back sui contributi Inps per i datori che assumono e mantengono regolarmente colf, badanti e baby-sitter; il trasferimento parziale e differito di una mensilità di Naspi come incentivo all’assunzione stabile; e una detrazione fiscale del 10% dei costi sostenuti per il lavoro domestico. Secondo il segretario generale di Domina, Lorenzo Gasparrini, il lavoro sommerso resta uno dei principali ostacoli allo sviluppo di un mercato equo e sostenibile. Incentivare la regolarità, conclude, significherebbe tutelare famiglie e lavoratori e rendere la legalità una scelta davvero conveniente.
SIMEST mette in campo oltre 300 milioni di euro per aiutare le imprese italiane a investire e crescere negli Stati Uniti. La società del gruppo Cassa Depositi e Prestiti per l’internazionalizzazione ha annunciato l’avvio della nuova Misura Stati Uniti, un pacchetto di strumenti finanziari pensato per rafforzare la presenza del sistema produttivo nazionale nel primo mercato extra Ue e secondo mercato di export per l’Italia.
L’iniziativa rientra nel Piano d’Azione per l’Export promosso dal ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e utilizza risorse proprie di SIMEST insieme ai fondi pubblici del Fondo 394, gestito in convenzione con la Farnesina.
Una prima tranche, pari a oltre 100 milioni di euro, è destinata agli investimenti diretti in equity negli Stati Uniti. SIMEST potrà entrare nel capitale di società controllate americane di imprese italiane, sostenendo sia nuovi insediamenti sia lo sviluppo di joint venture con partner locali. Gli interventi potranno essere costruiti su misura in base alle caratteristiche delle aziende e alle loro esigenze di consolidamento sul mercato statunitense. A questi si aggiungono ulteriori risorse del Fondo 394 dedicate a start-up e Pmi innovative che puntano a svilupparsi negli Usa. Accanto agli investimenti in equity, la Misura Stati Uniti prevede 200 milioni di euro di finanza agevolata per sostenere l’insediamento diretto e lo sviluppo commerciale delle imprese italiane negli Stati Uniti. Le agevolazioni includono un cofinanziamento a fondo perduto fino al 10%, l’aumento al 50% della quota di finanziamento erogata in anticipo e una maggiore flessibilità nella durata dei prestiti, che può arrivare fino a otto anni. È inoltre previsto un rafforzamento degli strumenti a supporto della capitalizzazione delle controllate statunitensi per le imprese già presenti o interessate a investire nel Paese.
La misura valorizza anche le sinergie con gli altri strumenti del gruppo Cdp e si inserisce in un’azione coordinata del Sistema Italia, che coinvolge Farnesina, Cassa Depositi e Prestiti, SIMEST, Sace e Ice, con l’obiettivo di rafforzare il supporto pubblico all’internazionalizzazione. Con questo intervento, SIMEST punta a consolidare il proprio ruolo di partner strategico delle imprese italiane, sostenendo la competitività del Made in Italy in uno dei mercati più rilevanti a livello globale.
Il colpo di grazia al protocollo «Tachipirina e vigile attesa» è arrivato direttamente dai produttori della Tachipirina stessa.
Martedì è infatti stato audito dalla commissione d’inchiesta sul Covid Sergio Marullo di Condojanni, amministratore delegato di Angelini Holding e di Angelini Pharma, ovvero la casa farmaceutica produttrice del medicinale protagonista della circolare sulla «Gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-CoV-2» del 30 novembre 2020. Il ministero della Salute, allora guidato da Roberto Speranza, indicava per i «soggetti a domicilio asintomatici o paucisintomatici (cioè con sintomi lievi, ndr)», misure come la «vigile attesa», la «misurazione periodica della saturazione dell’ossigeno tramite pulsossimetria» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)».
Un protocollo dimostratosi inefficace, ma che l’ex titolare della Salute ha strenuamente difeso, anche davanti al Consiglio di Stato. Ma sul quale non erano mai stai condotti studi, né era stato chiesto un parere alla casa farmaceutica. Come confermato in audizione dal manager dell’azienda. Alla domanda «Il gruppo Angelini ha mai preso posizione pubblica con riferimento alla raccomandazione “tachipirina e vigile attesa?”», Marullo di Condojanni ha infatti risposto negativamente: «No, mai, e diciamo che ne siamo stati anche un po’ vittime, è una cosa che abbiamo “subito”, perché c’è stato quello che io giudico un errore di comunicazione, poiché la raccomandazione era sul paracetamolo, che in Italia è identificato con la Tachipirina, ma in realtà noi siamo stati “spettatori” di quello che è successo. Non ne sapevamo nulla, il brand è nostro e c’è stata pubblicità del brand, e noi abbiamo osservato quello che accadeva».
Sul punto è tornata Alice Buonguerrieri: «Il gruppo Angelini ha mai commissionato o sovvenzionato studi sull’efficacia del paracetamolo sui malati di Covid?», ha chiesto la deputata durante l’audizione. E anche qui, la risposta è stata negativa. Inoltre, ha fatto notare la Buonguerrieri, una dichiarazione presente sul sito di Angelini Pharma datata 31 gennaio 2022 chiariva che «il paracetamolo, commercializzato dall’azienda con il nome di Tachipirina, è un trattamento sintomatico del dolore della febbre associata all’infezione, non un trattamento curativo del Covid».
Il protocollo era già stato fatto a pezzi da diversi medici, anche davanti alla stessa commissione d’inchiesta. Lo scorso ottobre, per esempio, di fronte alla bicamerale, Nicola Petrosillo, ex direttore del Dipartimento clinico e di ricerca in malattie infettive dello Spallanzani, aveva dichiarato che «il protocollo non cura il Covid e il Cts l’ha sempre saputo».
«La circolare del 30 novembre 2020 del ministero della Salute guidato da Speranza, che nel dibattito è sempre stata ribattezzata “tachipirina e vigile attesa” seppur impropriamente in quanto era più corretto il termine “paracetamolo”, è attualmente oggetto di approfondimento da parte della commissione d’inchiesta proprio perché da molte parti è stata criticata», ha commentato ieri il presidente della commissione, il senatore di Fdi, Marco Lisei. «Certo, mi ha sorpreso che non sia stato fatto nessuno studio sull’efficacia del paracetamolo nella cura del Covid dal Gruppo Angelini. Non che fosse di loro responsabilità essendo un soggetto privato, ma viste le indicazioni ministeriali e, immagino, il picco di vendite che hanno avuto, sarebbe stato normale». Sulla stessa scia la deputata Bonguerrieri: «Fanno sorridere le parole dell’ex ministro Speranza che poco tempo fa ha avuto il coraggio di negare la circolare sul paracetamolo e la vigile attesa, quella circolare fu uno dei tenti errori commessi dall’allora governo Conte. Di tutti gli scienziati che abbiamo sentito non uno ci ha detto che il paracetamolo fosse una terapia utile alla cura del Covid o che venisse somministrata. Con l’audizione di Angelini abbiamo certificato che non lo era, per loro stesse parole e tanto è vero che neppure si son presi la briga di fare studi, un altro contributo alla verità che abbiamo raggiunto con il lavoro della commissione Covid».
Cinque anni dopo quella mattina di primavera del 2021, la vicenda che aveva fatto il giro dei telegiornali come un incidente incredibile, quasi surreale, torna nelle aule di giustizia con una condanna che chiude solo una delle tante pieghe di un caso di cronaca di un periodo ancora considerato buio. Ieri il Tribunale di Massa ha emesso la sentenza di primo grado nei confronti dell’infermiera che, il 9 maggio di cinque anni fa, somministrò per errore sei dosi di vaccino Pfizer a una giovane di 23 anni nell’ospedale Noa di Massa Carrara. Per la giudice Antonella Baldasseroni si tratta di lesioni gravissime: la professionista è stata condannata a due mesi di reclusione, mentre il medico e gli altri sanitari coinvolti sono stati assolti con formula dubitativa.
L’episodio era nato come un errore tecnico, uno di quei casi che, in piena campagna vaccinale, sembravano difficili da immaginare: anziché una singola dose, alla giovane venne iniettata l’intera fiala del vaccino Pfizer-BioNTech, corrispondente a sei somministrazioni distinte. Il personale si accorse dell’errore solo dopo che il liquido era già entrato nel braccio, privo della diluizione fisiologica richiesta dal protocollo. All’epoca, gli allarmi iniziali su allergie o effetti collaterali gravi furono rapidamente smentiti dai medici che la monitorarono: la ragazza non sviluppò febbre né crisi immunitarie acute e rimase sotto osservazione per 24 ore prima di essere dimessa.
Ma quello che poteva apparire come un aneddoto si trasformò presto in un’odissea giudiziaria e umana. La giovane e la sua famiglia scelsero di denunciare l’accaduto, dando il via a un iter processuale costoso e prolungato. Ancora oggi, a distanza di anni, la madre esprime un rammarico profondo: nessuno ha risarcito un euro per le lesioni gravissime subite dalla figlia, nonostante le richieste avanzate nel corso del dibattimento.
La sentenza di primo grado ha stabilito una responsabilità penale per l’infermiera, ma ha rimandato a un giudizio civile la valutazione dell’eventuale risarcimento danni. La legale della giovane ha dichiarato di attendere il deposito delle motivazioni della sentenza prima di decidere se presentare ricorso in appello. Sul piano sanitario, la ragazza continua a sottoporsi a controlli medici periodici, mentre restano al centro dell’attenzione pubblica le preoccupazioni e le incertezze legate all’impatto psicologico e personale vissuto dopo l’episodio.
La vicenda solleva interrogativi più profondi sulla gestione della sanità pubblica in momenti di emergenza, sull’affaticamento delle strutture e sulle responsabilità individuali in ambienti di lavoro sotto pressione. L’errore, ormai, non può essere derubricato a semplice disattenzione: sei dosi in un’unica iniezione non sono un fenomeno che rientra nei margini della normalità, né possono essere liquidate come circostanze eccezionali dovute al caos vaccinale.
In Italia, casi di sovradosaggio accidentale di vaccini anti-Covid non sono stati isolati. Gli interrogativi restano sospesi: quali sono gli effetti a lungo termine di un’esposizione così atipica? La giovane di Massa Carrara, allora ventitreenne, non ha mai smesso di sottoporsi a controlli e i timori sul suo sistema immunitario e neurologico restano parte della narrazione pubblica della vicenda.
Qualcuno ricorderà quel giorno di maggio 2021 come la storia di una paziente «troppo vaccinata». Per lei, però, è diventato un lungo tunnel di accertamenti medici, ansie e iter legali. Per il sistema sanitario è un monito sulla necessità di procedure rigorose e controlli senza cedimenti. Per la giustizia italiana è la dimostrazione che anche un errore può tradursi in una responsabilità penale con conseguenze personali dure per chi lo commette.
E mentre la comunità scientifica continua a spiegare come la giovane non abbia riportato danni immediati, resta aperta la discussione su come il sistema debba rispondere non solo in termini di responsabilità individuali, ma anche di prevenzione e tutele future.
