Papa Francesco (Imagoeconomica)
In tutto fanno 13 titoli d’opera nel cartellone 2026/27 del teatro (più 7 balletti e altrettanti concerti): tre mai eseguiti a Milano, otto debutti (quattro per la direzione e quattro per la regia). Il Cigno di Busseto sarà in buone mani (il baritono Luca Salsi, che in queste sere furoreggia nel Nabucco, sarà Iago, nella sua sesta Prima delle prime, per poi sfoggiare la corona del sanguinario re fantoccio shakespeariano). Torna La bohème di Giacomo Puccini secondo Franco Zeffirelli (leggenda datata 1963), con il soprano Carolina López Moreno (che già aveva raccontato al Podcast Non sparate sul pianista la sua Mimì tutt’altro che vittima: bit.ly/4u4FfEi), ma anche il Don Giovanni mozartiano di Robert Carsen (acclamata regia del 7 dicembre 2011). Mentre a Chiara Muti - reduce da un illuminante Macbeth al Regio di Torino, visto con l’occhio di Caino (bit.ly/4u4KDY2) - toccherà Anna Bolena di Donizetti. Impossibile non citare in questo veloce excursus l’attualità di Nixon in China di John Adams e i Puritani di Bellini (che al Piermarini definiscono la gemma «più rischiosa» ).
La Scala quindi annuncia l’arrivo della bella stagione - sulla carta senza dubbio lo è - mentre Milano ha già i bollori di Ferragosto. A certificare questo piccolo sfasamento temporale ci ha pensato lo stesso Chung, con un pizzico di inaspettato umorismo sudcoreano. «Forse è un po’ tardi», ha scherzato, ricordando a tutti che il suo «debutto» arriva a 73 candeline già spente. E la stessa impressione di essere leggermente in differita rispetto a ciò che accade fuori si è avuta quando il sovrintendente, Fortunato Ortombina - che ieri, per la prima volta, ha potuto presentare un progetto di livello con la sua sola firma in calce - ha annunciato, come se fosse una svolta, che per fortuna «Otello non sarà dipinto di nero». Cosa che, ad esempio, al Metropolitan di New York è legge dal 2015, perché la pratica del blackface ricorda gli eccessi del minstrel show ed è ormai sinonimo di razzismo.
Non è il caso di stracciarsi le vesti per una pratica che ha fatto il suo tempo, ma le infinite discussioni sulle contraddizioni drammaturgiche del politicamente corretto a questo punto sembrano del tutto inutili. Ormai il «danno è tratto», come ha scritto Valerio Cappelli su Musipaper. Sì perché puoi anche sbiancare Otello, ma nel libretto di Arrigo Boito resterà «il Moro» e in Shakespeare addirittura il «vecchio caprone nero». E, come faceva notare persino Corrado Augias su Repubblica, «con quale gradazione di scuro si può discutere, resta che il protagonista della tragedia è sicuramente meno pallido di un inglese o d’una veneziana».
QUELLI DI DARTMOUTH
John McCarthy (Stati Uniti, 1927-2011)
Tanto brillante nell’insegnamento della matematica - disciplina che ha trasmesso ai suoi studenti per quarant’anni all’Università di Stanford - quanto sgargiante nell’abbigliamento. Coniò l’espressione «intelligenza artificiale» e organizzò la prima conferenza sul tema, al college di Dartmouth nel 1956. Per lui, l’intelligenza umana era come un puzzle, fatta di molte tessere; sarebbe bastato insegnare a una macchina tutti i passaggi e le regole per completarlo per ottenere l’intelligenza artificiale.
Ray Solomonoff (Stati Uniti, 1926-2009)
Matematico geniale, sempre scarruffato, tra i partecipanti più assidui alla conferenza di Dartmouth. Per quanto i numeri fossero il suo elemento, era convinto che nella vita non tutto si potesse calcolare: l’incertezza era il suo tormento. Bisognava dunque insegnare alle macchine anche a dubitare. Così inventò la grammatica della probabilità, un sistema che assegna valori numerici alle parole e alle frasi, stabilendo qual è probabilità che vengano usate nella realtà.
Marvin Minsky (Stati Uniti, 1927-2016)
Matematico e informatico, docente per oltre cinquant’anni al Massachusetts Institute of Technology (MIT), dove fondò insieme a McCarthy un laboratorio dedicato all’informatica e all’intelligenza artificiale. Era ferrato nella fantascienza, tanto che fu consulente scientifico del film di Stanley Kubrick 2001: Odissea nello spazio.
Claude Shannon (Stati Uniti, 1916-2001)
Ingegnere, matematico e giocoliere, coordinò i lavori della conferenza di Dartmouth. Ricercatore nei Bell Labs, poi professore al Mit; padre della teoria matematica della comunicazione, la scienza che spiega come i messaggi possono viaggiare da un posto all’altro senza intrecciarsi né perdersi. Il nome del chatbot Claude si ispira a lui.
IL PRECURSORE
Alan Turing (Regno Unito, 1912-1954)
Matematico e logico straordinario, nonché esperto di crittografia. Decifrò Enigma, la macchina usata dai nazisti per cifrare le comunicazioni militari. Fu uno dei primi a porsi la domanda: «Le macchine possono pensare?». Per rispondere, ideò il cosiddetto test di Turing.
QUELLI DELLE RETI NEURALI
Warren Sturgis McCulloch (Stati Uniti, 1898-1969)
Di professione medico, per diletto poeta, nella vita reale geniale studioso. Invitato alla conferenza di Dartmouth, non si presentò quasi mai. Detestava chi ragiona a compartimenti stagni: per lui tutto era collegato. È il padre delle reti neurali artificiali, il primo a intuire che l’intelligenza artificiale doveva ispirarsi a quella umana, e dunque alla struttura del cervello. Era il gioco dell’imitazione.
Geoffrey Hinton (Regno Unito, 1947)
Formalmente psicologo, nella sua vita è stato di tutto e potrebbe riservarci ancora delle sorprese: falegname negli anni settanta, premio Nobel per la fisica nel 2024 con John Hopfield grazie alle sue scoperte fondamentali sulle reti neurali e l’apprendimento automatico. Sulla scia di McCulloch, si è concentrato - e tutt’oggi continua - a perfezionare le reti neurali artificiali. Ragionando profondamente, ha avuto un’intuizione: la nostra attività cerebrale è molto complessa, dunque le reti neurali artificiali devono essere profonde, cioè formate da vari strati (come le lasagne), ciascuno responsabile di elaborare informazioni con un diverso grado di profondità. Dice che il suo segreto è sapersi scegliere gli allievi: infatti, proprio grazie ai suoi studenti dell’Università di Toronto, Alex Krizhevsky e Ilya Sutskever, ha «scatenato» nel 2012 il Big Bang dell’intelligenza artificiale.
I VISIONARI
Fei-Fei Li (Cina, 1976)
La «madre della vista» dell’intelligenza artificiale, oggi professoressa di informatica a Stanford. Nata in Cina (il suo nome in mandarino significa «volare»), cresciuta fra i panda di Chengdu, a 16 anni si trasferisce a Parsippany, negli Stati Uniti. Là, come si confà al mondo americano, fonda la sua prima start-up: una lavanderia. Studia a Princeton, dove viene ammessa con suo immenso stupore, dato il suo inglese stentato. Il suo obiettivo era «far vedere» un gatto a un computer, e ci è riuscita, catalogando grazie al suo Imagenet 15 milioni di immagini in 22.000 categorie.
Alex Krizhevsky (ex Urss, 1986) e Ilya Sutskever (ex Urss,1986)
Entrambi informatici nati nell’ex Unione Sovietica emigrati in Canada con le loro famiglie, e allievi di Geoffrey Hinton. Sono balzati alle cronache scientifiche per aver vinto la gara lanciata da Fei-Fei, la Imagenet large scale visual recognition challenge (Ilsvrc). L’obiettivo era presentare l’algoritmo migliore per il riconoscimento delle immagini, e loro vinsero con Alexnet, un sistema che usava le reti neurali profonde e che consentì a un computer di riconoscere un gatto tra molti altri animali. Sutskever sarebbe diventato, qualche anno più tardi, uno dei fondatori di Openai, la casa madre di Chatgpt.
L’UOMO CON
IL GIUBBOTTO IN PELLE
Jensen Huang (Taiwan, 1963)
Ha creato Nvidia, l’azienda più grande al mondo per capitalizzazione, e oggi è fra gli uomini più ricchi del pianeta. Ma la sua storia comincia da lontano, e dal basso. Nato a Tainan, Taiwan, immigrato con i genitori in Thailandia, piombato a soli 9 anni nel bel mezzo del Kentucky senza conoscere l’inglese. Bullizzato, si è riscattato pulendo bagni, servendo hamburger alla tavola calda Denny’s e facendo cento flessioni al dì. Un giorno ha capito che le Gpu utilizzate per i videogiochi potevano essere usate per fornire potenza di allenamento e calcolo all’intelligenza artificiale. Da allora indossa un giubbotto in pelle. È il direttore d’orchestra dei «ragazzi di Taiwan», che costruiscono la struttura materiale dell’intelligenza artificiale.
IL GIOCATORE DI SCACCHI
Demis Hassabis (Regno Unito, 1976)
Ha cofondato l’azienda Deepmind, poi acquisita da Google, con un unico obiettivo: creare l’intelligenza artificiale generale, inizialmente per applicarla al gioco. Demis è prima di tutto uno scacchista superlativo, e infatti ha cominciato inventando un computer capace di battere il campione mondiale di scacchi. Poi ha deciso di dedicarsi a sfide più importanti, e ha vinto il premio Nobel per la chimica con John Jumper e David Baker nel 2024 per aver creato Alphafold, uno strumento in grado di predire la struttura delle proteine proprio grazie all’IA.
I DUELLANTI DI CHATGPT
Elon Musk (Sudafrica, 1971)
Arriva nella Silicon Valley per dei tirocini e da lì in avanti la sua carriera è un’accelerazione continua. Fonda e guida aziende molto diverse tra loro, tra cui SpaceX, che ha l’obiettivo di portare l’uomo su Marte, e Tesla, per diffondere le auto elettriche. È stato consigliere del presidente americano Donald Trump; quasi per gioco ha comprato Twitter, ribattezzandolo «X», e ha introdotto Grok, un chatbot simile a Chatgpt ma più irriverente. Genio o folle? Difficile dirlo.
Sam Altman (Stati Uniti, 1985)
È uno dei fondatori di Openai, la casa madre di Chatgpt, e uno dei pochi a esservi rimasto, anche se, nel 2023, è stato licenziato per alcuni giorni (non chiedetegli il perché). Non ha mai terminato la facoltà di informatica ma, a soli 19 anni, ha creato Loopt, un’app che permetteva di condividere con gli amici la propria posizione. Se oggi farlo vi sembra normale, è anche grazie a questo. È stato presidente di Y combinator, una sorta di palestra per start-up. Ha una qualità chiave: una grande visione commerciale e finanziaria.
I FRATELLI RESPONSABILI
Dario (Stati Uniti, 1983) e Daniela Amodei (Stati Uniti, 1987)
Due fratelli di origini italiane (il padre era toscano) che sembrano usciti da una storia di opposti che si completano: il sole e la luna, lo yin e lo yang. Dario ama i numeri, il calcolo infinitesimale e i problemi complicati: studia a Stanford, si laurea in fisica, specializzandosi in biotecnologie, prima di approdare alla Silicon Valley come sviluppatore. Daniela, invece, è attratta dalle parole, dalle storie: sceglie le materie umanistiche, si laurea in letteratura inglese e poi unisce il pensiero umanistico al mondo del business e dell’innovazione. Nel 2016 Dario entra in Openai, affascinato dall’idea di un laboratorio non profit che promette di sviluppare l’intelligenza artificiale tenendo al centro l’etica. Due anni dopo lo raggiunge anche Daniela. Con il tempo i due fratelli, d’accordo fra loro ma in disaccordo con la direzione dell’azienda, fondano Anthropic, una start-up dedicata alla ricerca e alla sicurezza dell’intelligenza artificiale, con un’idea chiara fin dal nome (rimettere l’essere umano al centro), ma sempre mossa da fini commerciali.
QUELLO DI DEEPSEEK
Liang Wenfeng (Cina, 1985)
È il fondatore di Deepseek, l’azienda cinese di intelligenza artificiale che ha una balena come logo e che, con la stessa irruenza, un bel giorno è comparsa sul mercato mondiale. Ha studiato informatica e ha fondato una società finanziaria, High-flyer, con cui ha ottenuto le risorse per il suo laboratorio di intelligenza artificiale, chiamato appunto Deepseek. Attraverso Deepseek ha voluto mostrare che i ricercatori cinesi, presenti in molte aziende tecnologiche degli Stati Uniti, possono ottenere ottimi risultati anche quando rimangono in Cina.
QUELLO DEI ROBOT
Jim Fan (Cina)
È un ricercatore trentenne di Nvidia e guida l’iniziativa sugli agenti IA, quei sistemi che non si limitano a risponderci, ma sanno anche fare delle cose. La sua missione è creare dei robot intelligenti tuttofare, capaci di muoversi nel mondo reale - immaginate robot che cucinano, camminano e non inciampano - e in quello virtuale, come giochi e videogiochi. Appassionato di visione artificiale, ha conseguito il dottorato allo Stanford Vision Lab sotto la supervisione di Fei-Fei Li. Nel 2016 è stato il primissimo stagista di Openai, quando Chatgpt era ancora fantascienza e nessuno immaginava che un giorno avrebbe quasi fatto i compiti al posto degli studenti.
Nel suo famoso saggio Che cos’è l’arte, Tolstoj esprime lo scopo dell’esperienza artistica: «Risuscitare in sé stessi un sentimento già provato per trasfonderlo negli altri col soccorso di moti, di linee, di colori, di suoni, d’immagini orali: ecco il vero oggetto dell’arte».L’«arte» prodotta attraverso l’IA generativa può essere interessante o impressionante, ma senza nessun sentimento originale che crei l’impulso di creare, e perché mai, in mancanza di un’intenzione che guidi la creazione, dovremmo attribuirle un significato?Nel 2016, quando al regista di animazione Hayao Miyazaki, dello Studio Ghibli, vennero mostrate alcune immagini generate dall’IA nello stile di un suo film, il classico La città incantata, egli le definì: «un insulto alla vita stessa». Il rifiuto di Nick Cave di una «canzone» alla Nick Cave generata dall’IA, che definì una «grottesca contraffazione», mi sembra un atto di resistenza necessaria e di principio, se consideriamo l’intenzionalità e l’espressività umane al centro della creazione artistica. [...] Se davvero consideriamo la comunicazione e lo scambio di idee parte integrante della lettura, della scrittura e dell’istruzione, dovremmo opporci anche alla «necromanzia» digitale incorporata nell’interfaccia Khanmigo, che permette agli studenti di «chattare» con avatar che rappresentano personaggi storici, come Martin Luther King Jr o Thomas Jefferson. Evocare un Martin Luther King generato dall’IA, che risponda a domande sui diritti civili, potrà sembrare strano o futuristico ma, in termini di qualità e profondità delle conversazioni possibili, è decisamente inferiore al leggere le parole di King e reagirvi con idee personali. La nostra storia - i nostri pensatori, la nostra cultura - non è fissata per sempre. Viene riplasmata da ogni successiva intelligenza individuale che vi si confronti. [...] Tutto questo vale in particolare quando si tratta di come insegniamo a scrivere. La valutazione automatica degli scritti scolastici è diventata da decenni una sorta di miraggio per gli specialisti dell’apprendimento robotizzato, un problema fondamentale che, se risolto, aprirebbe la strada a una nuova comprensione non dell’istruzione, ma piuttosto di come funzionino gli algoritmi. I grandi modelli linguistici hanno cancellato tutti i precedenti tentativi, avendo dimostrato di poter generare plausibili risposte scritte, dietro suggerimenti minimi e del tutto diversi dal pre-addestramento richiesto dai precedenti approcci.Il Texas è passato a giudicare una quantità significativa degli scritti studenteschi ottenuti nei test valutativi servendosi di algoritmi. Gli studenti ottengono un buon punteggio se si avvicinano allo scritto giudicato in precedenza più che sufficiente. Consideriamo i valori soggiacenti a questa scelta: la scrittura non deve essere interessante, originale o comunicativa. Lo «scritto» migliore, secondo l’algoritmo, è quello che più assomiglia a quanto è venuto prima. Una ben misera griglia di valutazione, se lo scopo è trasformare i discenti in abili scrittori e in liberi pensatori.[...] Il mio giudizio definitivo sulle valutazioni e sulle stime algoritmiche della scrittura scolastica è semplice. Si scrive per essere letti. Ottenere che qualcosa che non sa leggere generi risposte alla scrittura è sbagliato. È un tradimento morale delle nostre responsabilità nei confronti degli alunni. Capisco benissimo le ragioni per cui si è tentati di delegare questo tipo di lavoro all’IA, soprattutto perché le ho vissute sulla mia pelle nella mia carriera d’insegnante - troppi studenti, tempo insufficiente, pressioni per ottenere risultati - però non sono altro che indici di problemi sottostanti che dovrebbero essere affrontati, invece di servirsi dell’IA per mascherarli.I grandi modelli linguistici sono meravigliosi risultati tecnologici che non c’entrano niente con la scuola e con le situazioni di apprendimento, quando si tratta di valutare o di dare giudizi sugli scritti degli studenti. Non possiamo chiedere ai ragazzi di comunicare con i lettori attraverso la scrittura facendo valutare il loro lavoro da qualcosa che non sa comunicare.
In queste pagine, sofferte, appassionate ed entusiasmanti, Catherine apre il suo cuore a tutti. Con generosità e senza difese. Certo, gli ipocriti benpensanti, i borghesi appesantiti e gli schiavi della postmodernità tecnoliquida non andranno oltre il «dito».
Ma molti sapranno guardare alla «Luna», cioè al cuore del potente messaggio di liberazione che Catherine regala a tutte le persone di buona volontà. Catherine racconta il suo percorso verso la «Luna», cioè verso la pace e la libertà. Non nasconde le contraddizioni, le incompiutezze, le difficoltà e la consapevolezza che il percorso non è concluso. Ma la meta è ben definita: il pacifismo estremo e la rinuncia al conflitto come forma di autoaffermazione, l’ambientalismo radicale vissuto in prima persona e senza proclami, la ricerca dell’armonia e del rispetto totale della natura, la lotta allo spreco delle risorse e dell’acqua, la totale rinuncia allo sfruttamento della Terra, la scelta di costruire relazioni compassionevoli e non giudicanti, l’unità della famiglia, l’amore per i figli, il digital detox e la rinuncia a modelli educativi fondati sullo schema giudizio-punizione-ricompensa, la non sottomissione alla schiavitù del danaro, del profitto, dell’effimero e del successo, l’aiuto reciproco, la ricchezza dei legami e delle relazioni, la cooperazione, la consapevolezza informata, la libertà di scelta, la spiritualità e la scintilla del divino. Catherine e Nathan hanno scelto questa meta e la loro vita familiare era, prima dell’intervento clamoroso dei servizi sociali, un laboratorio, ancora imperfetto, ma un laboratorio coraggioso verso una nuova umanità, verso quella meta che abbiamo appena sintetizzato. Un laboratorio che andava rispettato, compreso, sostenuto, incoraggiato e accompagnato. Un laboratorio per nulla improvvisato. Se la sua straordinaria storia fosse stata ascoltata, avremmo difeso quel laboratorio. Ma la sua storia non fu ascoltata. Oggi però possiamo almeno leggerla. Catherine condivide con noi la sua vita che si delinea attraverso maestri, incontri, riflessioni, letture, maneggi, esperienze e viaggi che solcano il mondo: Australia, Germania, Giappone, Danimarca, Malesia, Belgio, Singapore, Bali, Italia. Anche il percorso di Nathan è altrettanto intenso. Due percorsi che si incontrano, si incrociano e si uniscono. Una storia ricca di umanità, che dobbiamo guardare con rispetto. È una storia che come al solito genererà reazioni opposte: per leggerla nel modo giusto dobbiamo con coraggio toglierci gli occhiali del pregiudizio ed entrare nel flow narrativo. Quelli che non vorranno togliersi gli occhiali del pregiudizio giudicheranno le singole frasi, non coglieranno la profondità del processo umano e si concentreranno sui dettagli, cercheranno l’errore, la frase ingenua, l’affermazione dissonante. A loro il «dito». Ma coloro che si toglieranno gli occhiali del giudizio scopriranno che la potenza del messaggio non sta nelle singole idee, giuste o sbagliate, ma nel modo in cui Catherine le intreccia dando vita ad una visione unica, con la quale vale la pena confrontarsi. E rispetto alle scelte educative verso i figli, i lettori che sapranno mettere da parte ipocrisie e pregiudizi, non potranno non vederne la profonda verità: crescere bimbi gentili, empatici, sicuri e liberi. Liberi di pensare, di immaginare e di mettere in discussione il mondo, dando così vita ad una generazione nuova, fondata sulla libertà, la ricerca della verità, la compassione e l’amore. Questa è la meta educativa esplicitata con forza nel libro e raccontata attraverso l’esperienza vissuta. Un laboratorio, si diceva prima. La famiglia di Nathan e Catherine deve essere intesa come un laboratorio, dove si cercava di sperimentare il pieno recupero dell’umano nel totale rispetto della Terra. La pietra angolare è la scelta, a fondamento dell’amore, di non giudicare niente e nessuno. Amare significa non giudicare. E questo richiede un percorso interiore per niente facile e mai concluso. Questo percorso interiore è il cuore del racconto di Catherine. Ma quello che colpisce è che il percorso interiore di Catherine non è solipsistico, ma è costellato di incontri con persone, animali, maestri, culture, paesaggi, religioni, cucine, tradizioni e saggezze. È un mix di passione, confronto, riflessione, esperienza, coraggio, sofferenza, lacrime e vitalità. E persino comicità: l’incontro fra Nathan, Catherine e il guaritore balinese è esilarante. «Per me», conclude Catherine, «l’Italia e la bellissima regione dell’Abruzzo rappresentavano due cose: cuore e natura. Nei miei viaggi avevo visto intere zone del Pianeta distrutte, impoverite di foreste, animali, empatia e legami familiari. L’Italia, a giudicare dalle persone che avevo conosciuto, possedeva in abbondanza queste due qualità: cuore e natura. Inoltre, mi sentivo a casa perché non ero l’unica a parlare con le mani!». E in Italia si è aperta una stagione della vita di Catherine particolarmente dolorosa. Ma anche «nei periodi più difficili della mia vita o delle vite degli altri», scrive Catherine, «nel profondo sono certa che riusciremo ad innalzarci al di sopra dei tempi bui e vedremo sorgere per noi tutti una nuova alba, fatta di bontà e di amore verso l’umanità, e tutto ciò che è nascosto nell’ombra sarà illuminato».
I tagli ai volumi produttivi previsti per l’Europa non riguarderanno l’Italia. Le regole europee sulla CO2 preoccupano. Nel nostro Paese saranno costruiti nuovi modelli.
Ma a Mirafiori una ripresa sostenuta della capacità produttiva della mastodontica fabbrica ancora non c’è. E forse mai ci sarà. Ieri mattina Emanuele Cappellano, responsabile Stellantis in Europa, ha incontrato i giornalisti per approfondire alcuni punti del piano industriale FastLane 2030, presentato una settimana fa a Detroit. E chiaramente la parte del leone l’ha fatta la presenza e il futuro dell’ex Fiat in Italia.
Cappellano è partito dalle certezze. A Melfi nel 2028 ci sarà la produzione di una vettura Alfa Romeo. Sarà un suv che riporterà il Biscione a presidiare il segmento C. «Non era prevista nel Piano Italia, è un modello aggiuntivo», ha spiegato l’alto dirigente Stellantis, annunciando che potrebbe prendere il posto della Tonale. Alfa sarà contraddistinta anche da un altro modello compatto, sempre di segmento C (l’erede della Giulietta e della 147), e da un progetto speciale, «sulla linea della 33 Stradale». Pezzi quasi da collezione. Continuità prevista anche per Giulia e Stelvio, i modelli più anziani del listino. Avranno un erede («Non abbiamo intenzione di ridurre la gamma», ha spiegato Cappellano), ma ancora non si sa come saranno e dove verranno prodotti.
La sensazione è che, dopo anni di mazzate sui denti, Stellantis abbia ripreso a guardare con favore all’Italia. La conferma di tutti gli investimenti nel nostro Paese parrebbe andare proprio nella direzione di una pax automobilistica con Roma. Anche la temuta scure sulla capacità produttiva del costruttore in Europa, che il ceo Antonio Filosa aveva quantificato in 800.000 vetture in meno per adeguarsi al ridimensionamento delle vendite globali e alle difficoltà di esportazione, causa dazi, negli Stati Uniti e in Cina, non toccherà l’Italia. Insomma, a Torino hanno preparato un mazzo di ramoscelli di ulivo in vista dell’incontro, in agenda il 17 giugno, di Filosa in Parlamento. Un’audizione che sarà preceduta, il 15, da un vertice tra Cappellano e le sigle sindacali, sempre a Roma. «Con il governo il dialogo è essenziale», ha detto Cappellano, «Vogliamo rafforzare questi legami dopo in periodo di cui, come impresa, non siamo stati molto aperti al dialogo».
«Guardando i dati attuali, secondo le nostre previsioni la produzione in Italia del 2026 sarà più alta del 2025», ha specificato Cappellano. Lo scorso anno erano uscite dalle fabbriche tricolore meno di 400.000 vetture. E il milione di vetture tricolori fatto balenare qualche tempo addietro? «Non l’abbiamo mai ufficializzato», taglia corto il manager. Oltre al già citato modello Alfa di Melfi, Cappellano ha confermato la nuova generazioni di furgoni nello stabilimento di Atessa e l’arrivo, nel 2028, della doppia E-car 100% elettrica made in Pomigliano. Una uscirà con il marchio Citroen e dovrebbe essere l’erede della2 Cv. L’altra, marchiata Fiat, raccoglierà l’eredità della Pandina (Cappellano ha, però, confermato che l’attuale modello continuerà a essere prodotto e venduto finché le norme lo consentiranno). Queste due vetture saranno messe in vendita a un prezzo inferiore ai 15.000 euro.
Ma non ci sono rose senza spine. La prima si chiama Fiat 500. «Non so se riusciremo a raggiungere la produzione di 100.000 Fiat 500 ibride a Mirafiori», ha detto il dirigente, snocciolando un dato: nei primi tre mesi ne sono state assemblate appena 15.000. «E siamo in crescita», ha continuato, evitando di fissare un obiettivo di produzione dell’erede dell’iconico modello a causa della «volatilità del mercato». A Mirafiori, dunque, oltre alla 500 elettrica e a quella ibrida, non è previsto lo sbarco di altri modelli. «È un hub con circular economy, Battery tech hub e cambi E-Dct per l’Europa», ha proseguito. Della Fabbrica italiana automobili Torino resta ormai ben poco. E infatti i sindacati promettono battaglia. La seconda spina è il costo dell’energia: in Italia è intorno ai 200 euro kW, contro circa 100 euro in Francia e 40-50 euro in Spagna, un divario che «pesa» sulla competitività produttiva del Paese, per Cappellano.
Infine, c’è, la spina (floreale ed elettrica) Europa. Stellantis spera una revisione delle regole europee sulle emissioni. A preoccupare è il mercato dei veicoli commerciali, dove la domanda di elettrico resta lontana dai target Ue («Le vendite di veicoli commerciali elettrici si attestano all’11%, secondo le regole Ue dovremmo già essere sopra al 20%», ha commentato Cappellano), con il rischio di «dover accantonare nuove risorse per le multe per lo sforamento dei target CO2». I veicoli alla spina vengono addirittura proposti allo stesso prezzo di quelli diesel. Ma nessuno li vuole. Non è, dunque, un problema di prezzo, ma di clienti. Chi lavora, ha bisogno del furgone subito. Non dopo una «comoda» ricarica.
