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2024-09-04
Strage di Paderno, Giuseppe Valditara ne è sicuro: «Ragazzi segnati da Covid e lockdown»
Il ministro dell'Istruzione, Giuseppe Valditara (Ansa)
«Non so darmi una spiegazione, sono molto dispiaciuto, non volevo uccidere. Non so spiegare il perché, vivevo da tempo un disagio, ma non volevo uccidere la mia famiglia, l’idea di ucciderli l’ho maturata solo quella sera. È stato un atto di emancipazione, ma non pensavo a uccidere»: è iniziato così ieri pomeriggio, secondo le parole dell’avvocato difensore Amedeo Rizza, il nuovo interrogatorio di Riccardo C., il diciassettenne accusato di aver ucciso i genitori e il fratello di 12 anni domenica a Paderno Dugnano.
L’interrogatorio, avvenuto nel centro di prima accoglienza del carcere minorile Beccaria di Milano, è stato richiesto dagli stessi magistrati della Procura dei minori che indagano sul caso ed è durato un’ora e mezza. Lo studente è accusato di omicidio volontario pluriaggravato anche dalla premeditazione per aver infierito, a colpi di coltello, contro il fratellino di 12 anni, quindi sulla madre Daniela e infine sul padre, Fabio, 51 anni, compiuti sabato scorso, poche ore prima del triplice omicidio. La dinamica della tragedia, secondo il suo racconta, è questa: ha colpito per primo con «un grosso coltello da cucina» il fratellino che dormiva nella sua stessa stanza, le cui urla hanno richiamato la madre. Appena entrata nella cameretta, la donna è stata a sua volta ferita a morte e, subito dopo, il padre, ucciso mentre stava soccorrendo il bambino di dodici anni. Poi Riccardo ha chiamato il 112 alle due di notte, prima raccontando che era stato il padre a uccidere fratello e madre e che lo aveva fermato accoltellandolo a sua volta. Poi, messo alle strette, si è detto responsabile di tutti e tre i delitti.
Riccardo, sempre secondo il suo difensore, avrebbe parlato ai magistrati di «una cosa sbagliata ma estemporanea, è chiaro che se ci avesse riflettuto non l’avrebbe fatto. Un gesto che non avrebbe mai compiuto. Ora vorrebbe vedere suo nonno». Parole che, secondo la linea difensiva, potrebbero far cadere l’aggravante della premeditazione contestata dalla Procura poiché il giovane, nella sua confessione di domenica pomeriggio, avrebbe parlato di un pensiero covato «da qualche giorno».
Una posizione sulla quale, al momento, i magistrati non intendono fare dietrofront: «Abbiamo deciso di interrogarlo nuovamente per puntualizzare qualche dettaglio sulla premeditazione, ma la nostra ipotesi non cambia. Resta premeditazione. È abbastanza tranquillo, dire “sereno” sarebbe eccessivo. Ha ridimensionato un po’ la premeditazione, rimane un pensiero non immediatamente precedente all’azione. Per il pentimento ci vuole tempo», ha detto Sabrina Ditaranto, procuratrice facente funzione per i minori di Milano e che lavora alle indagini insieme alla pm Elisa Salatino, coordinando il lavoro dei carabinieri di Paderno e Sesto San Giovanni e del reparto operativo di Milano, all’uscita dal carcere. Nel frattempo è stato fissato per giovedì 5 settembre l’interrogatorio di convalida dell’arresto: l’udienza si terrà in mattinata sempre nel carcere Beccaria. Intanto i nonni del minorenne hanno già manifestato l’intenzione di incontrare il nipote ma, almeno fino all’udienza di convalida, questo non potrà avvenire. Proprio la famiglia (oltre ai nonni, pure gli zii paterni che abitano nello stesso complesso dove è avvenuta la strage) hanno fatto sapere di non volere abbandonare Riccardo ma di volerlo, per quanto possibile proteggerlo da quanto ha commesso.
Chi l’ha incontrato in maniera approfondita è il cappellano del carcere Beccaria, don Claudio Burgio che, a Famiglia cristiana, ha raccontato: «Appena mi ha visto, ha voluto subito confessarsi. Ho trovato un ragazzo fragile, chiaramente provato ma molto lucido e in grado di comunicare. Mi ha detto: “Tu sei quello di: non esistono ragazzi cattivi” e poi l’ho confessato. È stato un incontro molto intenso».
Il sacerdote racconta che, dopo la confessione, hanno parlato ancora: «Sui giornali era uscito il ritratto di un adolescente con difficoltà a comunicare, ma io questa difficoltà non l’ho vista. Questa vicenda scuote tutti, compreso me che in vent’anni da educatore a contatto con ragazzi dal vissuto difficile, ne ho viste tante. Si tratta di un ragazzo che, con parola abusata, definirei “normale” all’interno di una famiglia “normale” che non ha nulla a che fare con un vissuto di disagio che può sfociare nel bullismo, nell’uso di stupefacenti o nella violenza, come accade ad altri ragazzi che incontro e che seguo». Sulla questione è intervenuto anche il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara: «Ci sono diverse analisi: c’è un disagio dei nostri giovani, peraltro voglio sottolineare che sui media si rappresentano i giovani italiani come se fossero tutti demotivati, problematici e quant’altro. Io giro le scuole e non è così: vedo tanti giovani meravigliosi con tanto entusiasmo». Però «c’è anche un disagio oggettivo», continua il ministro, «che va affrontato a 360 gradi e che probabilmente è connesso ad alcuni elementi: il primo elemento è il condizionamento dei social e poi le conseguenze dell’isolamento da Covid. Certamente è una società complessa quella che abbiamo di fronte e che quindi dalla scuola chiede risposte sempre più efficaci».
Serve tornare a educare alla realtà
L’assurda strage familiare di Paderno Dugnano accende i riflettori su un aspetto inquietante della società postmoderna. Un diciassettenne ha sterminato i propri cari, - padre, madre e fratellino - senza dare alcuna giustificazione. Il giovane ha parlato solo di un proprio personale «malessere». Apparentemente sembra capace di intendere e di volere e se una perizia psichiatrica confermerà la sua sanità mentale, forse non ci sarà neppure da stupirsi. Semmai, occorrerebbe indagare sul quel «malessere» esistenziale invocato dall’adolescente assassino e comprendere quanto, in realtà, esso sia diffuso fra i coetanei che appartengono alla cosiddetta generazione di cristallo.
Giuridicamente il delitto appare privo di un movente. Sociologicamente, forse, un movente esiste: l’assenza di senso. Quando la propria vita, l’esistenza degli altri, la realtà, il mondo, la storia sono privi di significato, allora a prevalere è la reattività istintiva. Una società che non è più capace di offrire alle giovani generazioni ideali, principi, valori per cui valga la pena vivere, li lascia in balia di una mortale deriva nichilista, il cui tragico epilogo può tradursi nel suicidio o nell’omicidio. Oggi i giovani fanno fatica, nel mondo, a trovare un’autentica e appagante risposta a quella esigenza di verità, di giustizia, di amore, di felicità, di compimento che sentono dentro di sé, nonostante i numerosi tentativi di censurarla. Nessun maestro spiega più ai ragazzi che una vita senza senso è la tortura dell’inquietudine, quel «malessere» di cui ha parlato Riccardo, il giovane omicida di Paderno.
Ecco perché questa strage dovrebbe far interrogare molte istituzioni. A cominciare dalla famiglia. Che tipo di educazione hanno dato al proprio figlio i genitori vittime della strage? Probabilmente non sapremo mai se sono riusciti a offrigli un valido motivo per cui valesse la pena vivere e rispettare la vita degli altri. Segue la scuola: a parte le nozioni necessarie per superare gli esami, gli insegnanti di questo ragazzo sono stati in grado di spiegare che una vita priva di un significato non può essere vissuta?
E, infine, la Chiesa. Dove sono finiti i pastori, i testimoni, i cristiani che per secoli hanno proposto la soluzione ai grandi dilemmi esistenziali dell’uomo, riuscendo a indicare la via per dare un senso pieno ed esaustivo alla vita terrena?
Queste tre istituzioni sembrano aver dimenticato che una delle funzioni fondamentali della stessa educazione sia proprio quella di introdurre alla realtà nella totalità dei suoi fattori, proprio perché è insita nel cuore dell’uomo la domanda di senso totale, che non potrà mai trovare risposta in una ragione dimostrativa o scientifica. Educare davvero significa insegnare che la realtà non si può ridurre solo a ciò che è misurabile, dimostrabile, a razionalità scientifica, come avviene nella prospettiva positivista e materialista. La società moderna ha pensato di liberarsi e progredire eliminando la stessa idea di Dio. Ma il sogno di realizzare il paradiso sulla Terra, semplicemente attraverso la «morte di Dio», si è, in realtà, trasformato in un incubo.
Lo dimostra proprio l’inquietante strage di Paderno. La vita senza Dio, in realtà, come ricorda un celebre verso di William Shakespeare, si reduce a una «favola raccontata da un idiota che grida in un attacco di furore e priva di qualunque significato» (Macbeth, atto V, scena V). La vita sarebbe «una favola», ovvero uno strano sogno, un discorso astratto, un’immaginazione esasperata; «raccontata da un idiota»: perciò senza capacità di nessi, a segmenti spezzati, senza un ordine vero, senza una possibilità di previsione; «in un accesso di furore»: dove, cioè, l’unica metodologia del rapporto è violenza, ossia illusione di possesso. E proprio qui si situa il nostro povero Riccardo di Paderno.
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Il diciassettenne che ha ammazzato genitori e fratello: «È stato un atto di emancipazione». I pm: «Resta la premeditazione».La società moderna vuole realizzare il Paradiso in Terra attraverso la «morte» di Dio. Questa tragedia richiami Chiesa, scuola e cerchia parentale ai propri doveri formativi.Lo speciale contiene due articoli«Non so darmi una spiegazione, sono molto dispiaciuto, non volevo uccidere. Non so spiegare il perché, vivevo da tempo un disagio, ma non volevo uccidere la mia famiglia, l’idea di ucciderli l’ho maturata solo quella sera. È stato un atto di emancipazione, ma non pensavo a uccidere»: è iniziato così ieri pomeriggio, secondo le parole dell’avvocato difensore Amedeo Rizza, il nuovo interrogatorio di Riccardo C., il diciassettenne accusato di aver ucciso i genitori e il fratello di 12 anni domenica a Paderno Dugnano.L’interrogatorio, avvenuto nel centro di prima accoglienza del carcere minorile Beccaria di Milano, è stato richiesto dagli stessi magistrati della Procura dei minori che indagano sul caso ed è durato un’ora e mezza. Lo studente è accusato di omicidio volontario pluriaggravato anche dalla premeditazione per aver infierito, a colpi di coltello, contro il fratellino di 12 anni, quindi sulla madre Daniela e infine sul padre, Fabio, 51 anni, compiuti sabato scorso, poche ore prima del triplice omicidio. La dinamica della tragedia, secondo il suo racconta, è questa: ha colpito per primo con «un grosso coltello da cucina» il fratellino che dormiva nella sua stessa stanza, le cui urla hanno richiamato la madre. Appena entrata nella cameretta, la donna è stata a sua volta ferita a morte e, subito dopo, il padre, ucciso mentre stava soccorrendo il bambino di dodici anni. Poi Riccardo ha chiamato il 112 alle due di notte, prima raccontando che era stato il padre a uccidere fratello e madre e che lo aveva fermato accoltellandolo a sua volta. Poi, messo alle strette, si è detto responsabile di tutti e tre i delitti. Riccardo, sempre secondo il suo difensore, avrebbe parlato ai magistrati di «una cosa sbagliata ma estemporanea, è chiaro che se ci avesse riflettuto non l’avrebbe fatto. Un gesto che non avrebbe mai compiuto. Ora vorrebbe vedere suo nonno». Parole che, secondo la linea difensiva, potrebbero far cadere l’aggravante della premeditazione contestata dalla Procura poiché il giovane, nella sua confessione di domenica pomeriggio, avrebbe parlato di un pensiero covato «da qualche giorno».Una posizione sulla quale, al momento, i magistrati non intendono fare dietrofront: «Abbiamo deciso di interrogarlo nuovamente per puntualizzare qualche dettaglio sulla premeditazione, ma la nostra ipotesi non cambia. Resta premeditazione. È abbastanza tranquillo, dire “sereno” sarebbe eccessivo. Ha ridimensionato un po’ la premeditazione, rimane un pensiero non immediatamente precedente all’azione. Per il pentimento ci vuole tempo», ha detto Sabrina Ditaranto, procuratrice facente funzione per i minori di Milano e che lavora alle indagini insieme alla pm Elisa Salatino, coordinando il lavoro dei carabinieri di Paderno e Sesto San Giovanni e del reparto operativo di Milano, all’uscita dal carcere. Nel frattempo è stato fissato per giovedì 5 settembre l’interrogatorio di convalida dell’arresto: l’udienza si terrà in mattinata sempre nel carcere Beccaria. Intanto i nonni del minorenne hanno già manifestato l’intenzione di incontrare il nipote ma, almeno fino all’udienza di convalida, questo non potrà avvenire. Proprio la famiglia (oltre ai nonni, pure gli zii paterni che abitano nello stesso complesso dove è avvenuta la strage) hanno fatto sapere di non volere abbandonare Riccardo ma di volerlo, per quanto possibile proteggerlo da quanto ha commesso.Chi l’ha incontrato in maniera approfondita è il cappellano del carcere Beccaria, don Claudio Burgio che, a Famiglia cristiana, ha raccontato: «Appena mi ha visto, ha voluto subito confessarsi. Ho trovato un ragazzo fragile, chiaramente provato ma molto lucido e in grado di comunicare. Mi ha detto: “Tu sei quello di: non esistono ragazzi cattivi” e poi l’ho confessato. È stato un incontro molto intenso».Il sacerdote racconta che, dopo la confessione, hanno parlato ancora: «Sui giornali era uscito il ritratto di un adolescente con difficoltà a comunicare, ma io questa difficoltà non l’ho vista. Questa vicenda scuote tutti, compreso me che in vent’anni da educatore a contatto con ragazzi dal vissuto difficile, ne ho viste tante. Si tratta di un ragazzo che, con parola abusata, definirei “normale” all’interno di una famiglia “normale” che non ha nulla a che fare con un vissuto di disagio che può sfociare nel bullismo, nell’uso di stupefacenti o nella violenza, come accade ad altri ragazzi che incontro e che seguo». Sulla questione è intervenuto anche il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara: «Ci sono diverse analisi: c’è un disagio dei nostri giovani, peraltro voglio sottolineare che sui media si rappresentano i giovani italiani come se fossero tutti demotivati, problematici e quant’altro. Io giro le scuole e non è così: vedo tanti giovani meravigliosi con tanto entusiasmo». Però «c’è anche un disagio oggettivo», continua il ministro, «che va affrontato a 360 gradi e che probabilmente è connesso ad alcuni elementi: il primo elemento è il condizionamento dei social e poi le conseguenze dell’isolamento da Covid. Certamente è una società complessa quella che abbiamo di fronte e che quindi dalla scuola chiede risposte sempre più efficaci».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/paderno-valditara-ragazzi-segnati-lockdown-2669122473.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="serve-tornare-a-educare-alla-realta" data-post-id="2669122473" data-published-at="1725394276" data-use-pagination="False"> Serve tornare a educare alla realtà L’assurda strage familiare di Paderno Dugnano accende i riflettori su un aspetto inquietante della società postmoderna. Un diciassettenne ha sterminato i propri cari, - padre, madre e fratellino - senza dare alcuna giustificazione. Il giovane ha parlato solo di un proprio personale «malessere». Apparentemente sembra capace di intendere e di volere e se una perizia psichiatrica confermerà la sua sanità mentale, forse non ci sarà neppure da stupirsi. Semmai, occorrerebbe indagare sul quel «malessere» esistenziale invocato dall’adolescente assassino e comprendere quanto, in realtà, esso sia diffuso fra i coetanei che appartengono alla cosiddetta generazione di cristallo. Giuridicamente il delitto appare privo di un movente. Sociologicamente, forse, un movente esiste: l’assenza di senso. Quando la propria vita, l’esistenza degli altri, la realtà, il mondo, la storia sono privi di significato, allora a prevalere è la reattività istintiva. Una società che non è più capace di offrire alle giovani generazioni ideali, principi, valori per cui valga la pena vivere, li lascia in balia di una mortale deriva nichilista, il cui tragico epilogo può tradursi nel suicidio o nell’omicidio. Oggi i giovani fanno fatica, nel mondo, a trovare un’autentica e appagante risposta a quella esigenza di verità, di giustizia, di amore, di felicità, di compimento che sentono dentro di sé, nonostante i numerosi tentativi di censurarla. Nessun maestro spiega più ai ragazzi che una vita senza senso è la tortura dell’inquietudine, quel «malessere» di cui ha parlato Riccardo, il giovane omicida di Paderno. Ecco perché questa strage dovrebbe far interrogare molte istituzioni. A cominciare dalla famiglia. Che tipo di educazione hanno dato al proprio figlio i genitori vittime della strage? Probabilmente non sapremo mai se sono riusciti a offrigli un valido motivo per cui valesse la pena vivere e rispettare la vita degli altri. Segue la scuola: a parte le nozioni necessarie per superare gli esami, gli insegnanti di questo ragazzo sono stati in grado di spiegare che una vita priva di un significato non può essere vissuta? E, infine, la Chiesa. Dove sono finiti i pastori, i testimoni, i cristiani che per secoli hanno proposto la soluzione ai grandi dilemmi esistenziali dell’uomo, riuscendo a indicare la via per dare un senso pieno ed esaustivo alla vita terrena? Queste tre istituzioni sembrano aver dimenticato che una delle funzioni fondamentali della stessa educazione sia proprio quella di introdurre alla realtà nella totalità dei suoi fattori, proprio perché è insita nel cuore dell’uomo la domanda di senso totale, che non potrà mai trovare risposta in una ragione dimostrativa o scientifica. Educare davvero significa insegnare che la realtà non si può ridurre solo a ciò che è misurabile, dimostrabile, a razionalità scientifica, come avviene nella prospettiva positivista e materialista. La società moderna ha pensato di liberarsi e progredire eliminando la stessa idea di Dio. Ma il sogno di realizzare il paradiso sulla Terra, semplicemente attraverso la «morte di Dio», si è, in realtà, trasformato in un incubo. Lo dimostra proprio l’inquietante strage di Paderno. La vita senza Dio, in realtà, come ricorda un celebre verso di William Shakespeare, si reduce a una «favola raccontata da un idiota che grida in un attacco di furore e priva di qualunque significato» (Macbeth, atto V, scena V). La vita sarebbe «una favola», ovvero uno strano sogno, un discorso astratto, un’immaginazione esasperata; «raccontata da un idiota»: perciò senza capacità di nessi, a segmenti spezzati, senza un ordine vero, senza una possibilità di previsione; «in un accesso di furore»: dove, cioè, l’unica metodologia del rapporto è violenza, ossia illusione di possesso. E proprio qui si situa il nostro povero Riccardo di Paderno.
(Ansa)
Fare in fretta e fare bene: dopo il buon risultato del primo turno delle amministrative, il centrodestra punta tutto sulla legge elettorale per mettere all’angolo gli avversari. Innanzitutto, si obbligherà il centrosinistra a indicare il candidato premier prima delle elezioni, con tutte le conseguenze (nefaste, per loro) del caso. I risultati delle comunali, inoltre, al di là del voto dei centri più importanti, restituiscono una distribuzione dell’elettorato molto frammentata, con Pd, M5s, Avs e alleati che, correndo uniti a differenza del 2022, nei collegi soprattutto al Sud (basta leggere i risultati delle comunali in Campania) potrebbero fare il pieno di uninominali. Proprio gli uninominali, quindi, verranno eliminati nella nuova legge elettorale, che il centrodestra deve però approvare il prima possibile, per non consegnare al centrosinistra l’arma propagandistica del «parlate di cose che non interessano alla gente» e «volete cambiare in corsa le regole».
Alcune modifiche, quindi, verranno apportate al testo originario: le indiscrezioni parlano di un premio di maggioranza più contenuto e di una soglia per ottenerlo leggermente più alta del 40%, per non correre il rischio di una bocciatura da parte della Corte costituzionale. Le preferenze? Falso problema: come già sanno i lettori della Verità, basterà «bloccare» il cappello di lista per garantire l’elezione dei candidati scelti dalle segreterie di partito, lasciando gli altri a battersi per la speranza di un posto al sole. «Ci sono tre disegni di legge», spiega il presidente della commissione Affari costituzionali della Camera, Nazario Pagano di Forza Italia, al termine dei lavori di ieri, «sui quali si è aperta la discussione generale e si sta svolgendo in commissione. Al suo esito, anche sulla scorta di ciò che è emerso dalle audizioni, molto variegate, i relatori trarranno le loro conseguenze ed è probabile che faranno le loro proposte. Delle modifiche saranno proposte, questo sì. A me non risulta che il testo sarà stravolto. C’è sempre stata la intenzione di coinvolgere le opposizioni», aggiunge Pagano, «io ero anche favorevole a un comitato ristretto ma se opponi sempre un niet sovietico a qualunque cose capite che è un problema». In Commissione non è mancata un po’ di bagarre, poiché le opposizioni, prendendo spunto dalle indiscrezioni di stampa su imminenti modifiche al testo in fase di valutazione, hanno chiesto di poter discutere su quello definitivo: «Se c’è un nuovo testo base», chiede il deputato del Pd Gianni Cuperlo, «perché iniziamo la discussione generale su un testo base che di fatto voi stessi dite che non c’è più? Su questo punto c’è stata un’oretta di schermaglie. I relatori sono intervenuti dicendo che ragionevolmente ci sarà un testo modificato ma di fatto ancora non c’è. Il presidente Pagano si è impuntato e ha avviato comunque la discussione generale che, ha detto, servirà a definire il nuovo testo che arriverà successivamente. Ma è un gioco dell’oca: se stanno discutendo sul nuovo testo base ci facciano sapere cosa prevede».
Il gioco delle parti: in realtà l’unica speranza per il centrosinistra è che la maggioranza perda tempo e arrivi «lunga», troppo a ridosso delle elezioni per procedere a modificare la legge. «Se c’è la volontà politica», sottolinea il presidente del Senato, Ignazio La Russa, «ci sono i tempi. Non è un problema di tempi il percorso delle leggi, è sempre figlio della volontà politica». Sembrano invece superate le perplessità di Forza Italia, che non può certo sganciarsi da un’alleanza che sta in piedi, da più di 30 anni, non solo a livello nazionale ma anche in regioni e comuni. Il problema-Roberto Vannacci? Tutta fuffa: Forza Italia alla fine accetterà l’alleanza con chiunque, pur di vincere, incassare la sua quota di premio di maggioranza e restare al governo. Un «accordo sul programma» si trova sempre, come del resto lo troveranno nel centrosinistra, dove certo non mancano le distanze tra le visioni dei vari partiti.
A proposito di Vannacci: il generale non molla sulle preferenze, ma la nuova legge elettorale, manco a dirlo, gli sta benissimo: «A noi non interessano le altre dinamiche», commenta Vannacci, «la soglia di sbarramento la mettano dove vogliono. Ci piace il premio di maggioranza perché consegna governabilità al Paese, ma siamo assolutamente contrari al fatto che non si riprendano in considerazione le preferenze e che le preferenze non vengano reintrodotte. La sinistra, peraltro, deve tacere perché questa legge si chiama Rosatellum, deriva da Rosato che è un loro esimio rappresentante, quindi è stata la sinistra in primis a non volere le preferenze e siamo noi di Futuro nazionale invece ad avanzare questa istanza. Faremo tutti gli emendamenti, tutti gli ordini del giorno per farci ascoltare», aggiunge il leader di Fn, «anche se sappiamo che le dinamiche di potere, di palazzo e le mosse del cavallo delle segreterie dei partiti saranno difficili da superare».
Col pareggio Colle in mano ai cespugli. Ecco perché servono regole diverse
Naturalmente fare previsioni su un voto che arriverà fra un anno, senza sapere se la legge elettorale resterà in vigore oppure verrà modificata, è un esercizio rischioso. Eppure i sondaggi - per quel che valgono -accreditano sempre più uno scenario preciso: dalle elezioni politiche del 2027 potrebbe non uscire una maggioranza chiara. Centrodestra e centrosinistra rischiano di equivalersi. È questo il vero spettro che si aggira nelle stanze della politica italiana: il fantasma del pareggio. Se ne discute nei partiti, nelle coalizioni, nei retroscena parlamentari, nei sondaggi, utili a costruire strategie in vista del voto e sulle pagine dei giornali. Se ne parla soprattutto in relazione al difficile percorso che dovrebbe portare a una nuova legge elettorale, con l’obiettivo dichiarato di garantire una maggioranza stabile e un governo in grado di durare per l’intera legislatura. Ma il tema non riguarda soltanto il governo del Paese. Sullo sfondo c’è già il 2029, anno in cui il prossimo Parlamento sarà chiamato ad eleggere il successore di Sergio Mattarella al Quirinale. È anche in funzione di quell’appuntamento decisivo che i partiti stanno ragionando sugli equilibri parlamentari. Il ricordo della non vittoria corre inevitabilmente al 2013, quando il risultato elettorale impedì a Pier Luigi Bersani di conquistare Palazzo Chigi e aprì una lunga stagione di governi eterogenei e larghe intese, alimentando smarrimento e sfiducia nell’elettorato. Per questo motivo, l’idea stessa di un nuovo pareggio viene letta da molti come il segnale di una crisi dei due poli e di una crescente sfiducia verso l’intero sistema politico. Ma chi spinge per desiderare questo ipotetico risultato? Sono senza dubbio tutte le forze centriste e i partiti di dimensioni minori (Azione, Italia viva, la parte riformista del Pd, ) che sperano di essere determinanti nella formazione di una alleanza di governo. In un Parlamento senza maggioranze autosufficienti, infatti, il loro peso politico potrebbe essere decisivo.
Da qui nasce il dibattito aperto nei diversi schieramenti tra «pareggisti» e «bipolaristi». Uno scontro che attraversa in particolare il centrosinistra. Da una parte c’è chi rifiuta qualsiasi dialogo con il governo Meloni sulla riforma elettorale, dall’altra chi ritiene inevitabile aprire un confronto per impedire una nuova stagione di instabilità.Nel Partito democratico l’arbitro di questa discussione sembra essere ancora Dario Franceschini. Secondo alcuni retroscena, l’ex ministro avrebbe invitato i dirigenti dem a riflettere sul fatto che rifiutarsi oggi di discutere con la Meloni sulla riforma elettorale non metterebbe comunque il Pd al riparo da un confronto con Fratelli d’Italia domani, in caso di pareggio. Una riflessione che non fa una grinza ma il dibattito si complica quando lo sguardo si sposta sul Qurinale.
I «pareggisti», infatti, sostengono che in caso di «non vittoria» dei due schieramenti sarebbe più semplice influire sulla scelta del nuovo presidente della Repubblica. Nel centrosinistra cresce il timore che una vittoria piena del centrodestra possa consegnare a Meloni anche il controllo della partita per il Quirinale. Una posizione questa che sembra comprensibile ma che mostra tutta la sua debolezza. Quasi una rinuncia preventiva a combattere per far prevalere il proprio schieramento politico nella contesa elettorale. È il segnale delle difficoltà e dell’assenza di ambizioni del cosiddetto campo largo. Solo pochi mesi fa, affascinati dall’esito del referendum sulla giustizia, erano pronti a campagne battagliere per scalzare il governo di centrodestra, oggi sembrano meno audaci. Probabilmente si è compreso che non esiste alcuna traslazione automatica dal voto referendario e quello politico, come dimostra del resto il test elettorale amministrativo del fine settimana appena trascorso. Non sappiamo se il messaggio ai duri e puri del centrosinistra, inviato da Franceschini, sia stato recepito. Sappiamo invece che una riforma elettorale appare sempre più necessaria per assicurare, indipendentemente da chi vincerà, un governo stabile e duraturo in una fase storica segnata da sfide economiche, sociali e internazionali sempre più complesse.
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Simone Venturini, nuovo sindaco di Venezia (Ansa)
Sindaco Simone Veturini, una grande vittoria al primo turno se la aspettava?
«Mi aspettavo che il centrodestra avrebbe vinto, ma non in queste dimensioni, soprattutto mi ha stupito il risultato della mia lista. Sapevo però che i sondaggi che faceva girare il centrosinistra che ci davano perdenti senza chances di vittoria non erano aderenti alla realtà. Io sentivo altro girando per la città, parlando con le persone. Infatti, poi i risultati hanno dimostrato che quello che sentivo era vero».
Lei quindi in campagna elettorale aveva capito che tutti i dibattiti e le polemiche cresciute intorno alla Biennale e alla Fenice non stavano influenzando il voto in alcun modo?
«Sentivo che i veneziani volevano scegliere un sindaco vicino a loro, simile a loro, figlio di questa città, che la conoscesse, che avesse esperienza di governo qui, ed effettivamente così poi è stato. L’altro candidato invece era un profilo completamente diverso dal mio».
Per quanto riguarda gli stranieri, ha detto che hanno votato per lei alla fine. Perché?
«Non c’è stato un voto monolitico degli stranieri per il Pd solo perché ha candidato dei bengalesi. Loro speravano che con questa operazione avrebbero ottenuto i 3.000 voti dei bengalesi. Un’operazione semplicistica che evidentemente non ha funzionato e anche offensiva per l’intelligenza delle persone. La cosa che mi ha inquietato di più è stata questa sorta di accordo elettorale che non mi è chiaro in cosa consistesse. Prendiamo i vostri voti e poi? Cosa avrebbero dato in cambio? Questi aspetti non sono mai stati chiariti, nonostante io abbia incalzato il mio avversario più volte su questo punto».
Il centrodestra cosa offre invece agli stranieri?
«Integrazione, che secondo me presuppone la volontà delle persone di voler aderire ai principi, al nostro modo di vivere. Altrimenti non si può parlare di integrazione, ma di creazione di un sottoinsieme di persone che vivono separatamente con regole diverse. Oggi la comunità bengalese ha ancora molta strada da fare in tal senso. L’operazione del Pd, per altro, non ha fatto che acuire tensioni e non ha fatto un regalo al processo di integrazione della città, anzi lo ha danneggiato. Molti voti li avranno ottenuti, ma evidentemente ne hanno persi altrettanti perché l’elettorato ha capito l’operazione e si è sentito preso in giro. Tutti, come me, si sono chiesti: cosa ha barattato il Pd in cambio di questi voti? Ha barattato sui diritti delle donne? Ha offerto nuove moschee in cambio? Qual era la contropartita? E su questo secondo me non hanno ricevuto risposte».
Esiste un tema sulla città di Mestre: insicurezza, degrado. Che piani ha?
«Io prevedo una realizzazione di una mappa delle opportunità come le aree di sviluppo e riqualificazione, Progetti che possano partire velocemente grazie a una serie di investimenti da fare».
Pubblici o privati?
«Di privati, io non sono per fare solamente investimenti pubblici, perché non viviamo in un Paese socialista. Certo che questi investimenti vanno attirati».
E qual è la strategia?
«Prevedo la realizzazione di un board internazionale composto da personalità importanti che vivono a Venezia o che ci passano che, opportunamente motivate, potrebbero mettere al servizio della città una rete importante di relazioni capace di attirare grandi investitori».
Ha in mente una squadra per la sua giunta?
«Fra pochi giorni mi insedierò ufficialmente e sarò eletto ufficialmente. Poi mi incontrerò con le forze politiche della coalizione, sicuramente chiederò a tutti competenza e dedizione. Quindi chiederò una rosa di nomi e farò una valutazione che sarà molto incentrata sul merito».
Qual è la prima cosa che conta di fare appena insediato? Il primo atto politico.
«Sarò un sindaco presente sulla strada, conto di esserlo fin da subito anche nei quartieri difficili, sia per dare un segnale di attenzione sia per dimostrare la volontà di voler risolvere i problemi».
Sul piano della cultura quali sono i suoi progetti?
«Vorrei coordinare e mettere a terra una sorta di regia per coordinare tutte le realtà associative e fondazioni culturali che stanno nascendo. Rafforzare la sinergia con la Biennale che sta facendo un grandissimo lavoro e d’altra parte chiedere alla Fondazione musei civici di effettuare un grande investimento per i giovani che scelgono di vivere a Venezia per un periodo per produrre qui la loro creazione artistica».
Prima di lasciarla: qual è stato il più grave errore del centrosinistra in questa campagna elettorale?
«La tracotanza. Sono partiti con l’idea di essere superiori moralmente, convinti di vincere. E poi la scelta del candidato. Un nome calato dall’alto estraneo alla città».
E tutti quei big dei partiti nazionali secondo lei non hanno aiutato?
«Conte, Schlein e Fratoianni alla fine venendo a Venezia hanno aiutato me. Volevano entusiasmare i loro, ma la gente fuori dai partiti li ha guardati un po’ stralunata. Insomma, effetto opposto a quello desiderato».
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Imagoeconomica
Il suo estremismo religioso è diventato centrale nell’ordinanza di custodia cautelare con cui il gip l’ha privato della libertà. L’indagato, dopo aver gridato per anni «al lupo al lupo» in Germania, con falsi allarmi bomba, minacce di attentati nelle stazioni ferroviarie, lettere dal carcere con riferimenti ad Hamas e Isis, fantasie di ostaggi e martirio e minacce deliranti che gli sono costati l’espulsione verso l’Italia, secondo il giudice avrebbe superato il confine della semplice provocazione entrando in contatto con ambienti capaci di accompagnarlo verso un possibile attentato. Un quadro molto cupo rispetto alla sua radicalizzazione viene segnalato il 26 dicembre 2023. Naggay è nel penitenziario di Adelsheim, in Germania. Parlando con un operatore della struttura, è riportato nel suo curriculum giudiziario, «aveva auspicato la morte per le persone omosessuali, ribadendo che presto il territorio tedesco sarebbe stato occupato dallo Stato islamico». In quello stesso episodio affermò «che era pronto a morire come martire». E anche che «la violenza è un mezzo legittimo per manifestare le sue convinzioni religiose».
Ma c’è anche una frase che sembra uscita da un proclama jihadista: «In nome di Allah il misericordioso. Voglio solo mettervi in guardia, poiché così è scritto nel Corano. Che mettiate in guardia o no i miscredenti, essi non crederanno comunque a nulla». Infine, durante il colloquio con uno psicologo avrebbe manifestato «ammirazione per l’attentatore di Wurzburg (un somalo che il 25 giugno 2021 accoltellò passanti nel centro della città bavarese, provocando tre morti e diversi feriti, ndr)» e spiegato di voler uccidere gli infedeli. Per poi commentare: «Così si può essere grandi come Dio e raggiungere Dio». I tedeschi, a quel punto, gli hanno messo in mano un foglio di via. Lui è quindi tornato dai genitori a Montecchio Emilia. E dalla sua cameretta ha ricominciato a fantasticare. È finito in una chat di Telegram. Lì dentro un contatto (al momento non identificato) dal nome «ForDm» ha cominciato a prendergli le misure. Finché Naggay si propone per «un’operazione». Due parole che gli inquirenti traducono con «un attentato». Naggay in quella chat avrebbe cercato legittimazione, dimostrando di essere pronto. E annunciando: «Registrerò un video in cui confesserò di essere un sostenitore del Daesh». E un attimo dopo: «Organizzerò un’operazione con ostaggi per te». Il tono della conversazione cambia rapidamente. Si parla di soldi, di aiuti, di preparazione tecnica. Naggay chiede denaro: «Mi servono dei soldi». L’interlocutore continua a verificare quanto sia disposto ad andare avanti. A un certo punto usa una definizione che accende un campanello d’allarme: «Lupo solitario». La formula con cui il terrorismo jihadista definisce chi colpisce da solo, usando mezzi rudimentali: coltelli, auto o esplosivi artigianali. Solo un attimo prima l’uomo misterioso si era reso disponibile a fornire a Naggay «dei file su produzione di tossine» e a farlo «entrare» in un «gruppo specializzato». Secondo il gip, Naggay non è più il ragazzo che in Germania telefonava annunciando falsi attentati per vedere le stazioni evacuate e per finire sui giornali. Qui, scrive il giudice, emerge «la concreta disponibilità» dell’indagato «al compimento di atti terroristici». Tutta la conversazione si intreccia con i messaggi mandati alla madre solo poche ore prima del fermo: «Sto veramente male, chiama la polizia, vado a fare una cosa in centro con un coltello». A quel punto gli inquirenti l’hanno preso sul serio. E l’hanno fermato.
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