True
2024-09-04
Strage di Paderno, Giuseppe Valditara ne è sicuro: «Ragazzi segnati da Covid e lockdown»
Il ministro dell'Istruzione, Giuseppe Valditara (Ansa)
«Non so darmi una spiegazione, sono molto dispiaciuto, non volevo uccidere. Non so spiegare il perché, vivevo da tempo un disagio, ma non volevo uccidere la mia famiglia, l’idea di ucciderli l’ho maturata solo quella sera. È stato un atto di emancipazione, ma non pensavo a uccidere»: è iniziato così ieri pomeriggio, secondo le parole dell’avvocato difensore Amedeo Rizza, il nuovo interrogatorio di Riccardo C., il diciassettenne accusato di aver ucciso i genitori e il fratello di 12 anni domenica a Paderno Dugnano.
L’interrogatorio, avvenuto nel centro di prima accoglienza del carcere minorile Beccaria di Milano, è stato richiesto dagli stessi magistrati della Procura dei minori che indagano sul caso ed è durato un’ora e mezza. Lo studente è accusato di omicidio volontario pluriaggravato anche dalla premeditazione per aver infierito, a colpi di coltello, contro il fratellino di 12 anni, quindi sulla madre Daniela e infine sul padre, Fabio, 51 anni, compiuti sabato scorso, poche ore prima del triplice omicidio. La dinamica della tragedia, secondo il suo racconta, è questa: ha colpito per primo con «un grosso coltello da cucina» il fratellino che dormiva nella sua stessa stanza, le cui urla hanno richiamato la madre. Appena entrata nella cameretta, la donna è stata a sua volta ferita a morte e, subito dopo, il padre, ucciso mentre stava soccorrendo il bambino di dodici anni. Poi Riccardo ha chiamato il 112 alle due di notte, prima raccontando che era stato il padre a uccidere fratello e madre e che lo aveva fermato accoltellandolo a sua volta. Poi, messo alle strette, si è detto responsabile di tutti e tre i delitti.
Riccardo, sempre secondo il suo difensore, avrebbe parlato ai magistrati di «una cosa sbagliata ma estemporanea, è chiaro che se ci avesse riflettuto non l’avrebbe fatto. Un gesto che non avrebbe mai compiuto. Ora vorrebbe vedere suo nonno». Parole che, secondo la linea difensiva, potrebbero far cadere l’aggravante della premeditazione contestata dalla Procura poiché il giovane, nella sua confessione di domenica pomeriggio, avrebbe parlato di un pensiero covato «da qualche giorno».
Una posizione sulla quale, al momento, i magistrati non intendono fare dietrofront: «Abbiamo deciso di interrogarlo nuovamente per puntualizzare qualche dettaglio sulla premeditazione, ma la nostra ipotesi non cambia. Resta premeditazione. È abbastanza tranquillo, dire “sereno” sarebbe eccessivo. Ha ridimensionato un po’ la premeditazione, rimane un pensiero non immediatamente precedente all’azione. Per il pentimento ci vuole tempo», ha detto Sabrina Ditaranto, procuratrice facente funzione per i minori di Milano e che lavora alle indagini insieme alla pm Elisa Salatino, coordinando il lavoro dei carabinieri di Paderno e Sesto San Giovanni e del reparto operativo di Milano, all’uscita dal carcere. Nel frattempo è stato fissato per giovedì 5 settembre l’interrogatorio di convalida dell’arresto: l’udienza si terrà in mattinata sempre nel carcere Beccaria. Intanto i nonni del minorenne hanno già manifestato l’intenzione di incontrare il nipote ma, almeno fino all’udienza di convalida, questo non potrà avvenire. Proprio la famiglia (oltre ai nonni, pure gli zii paterni che abitano nello stesso complesso dove è avvenuta la strage) hanno fatto sapere di non volere abbandonare Riccardo ma di volerlo, per quanto possibile proteggerlo da quanto ha commesso.
Chi l’ha incontrato in maniera approfondita è il cappellano del carcere Beccaria, don Claudio Burgio che, a Famiglia cristiana, ha raccontato: «Appena mi ha visto, ha voluto subito confessarsi. Ho trovato un ragazzo fragile, chiaramente provato ma molto lucido e in grado di comunicare. Mi ha detto: “Tu sei quello di: non esistono ragazzi cattivi” e poi l’ho confessato. È stato un incontro molto intenso».
Il sacerdote racconta che, dopo la confessione, hanno parlato ancora: «Sui giornali era uscito il ritratto di un adolescente con difficoltà a comunicare, ma io questa difficoltà non l’ho vista. Questa vicenda scuote tutti, compreso me che in vent’anni da educatore a contatto con ragazzi dal vissuto difficile, ne ho viste tante. Si tratta di un ragazzo che, con parola abusata, definirei “normale” all’interno di una famiglia “normale” che non ha nulla a che fare con un vissuto di disagio che può sfociare nel bullismo, nell’uso di stupefacenti o nella violenza, come accade ad altri ragazzi che incontro e che seguo». Sulla questione è intervenuto anche il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara: «Ci sono diverse analisi: c’è un disagio dei nostri giovani, peraltro voglio sottolineare che sui media si rappresentano i giovani italiani come se fossero tutti demotivati, problematici e quant’altro. Io giro le scuole e non è così: vedo tanti giovani meravigliosi con tanto entusiasmo». Però «c’è anche un disagio oggettivo», continua il ministro, «che va affrontato a 360 gradi e che probabilmente è connesso ad alcuni elementi: il primo elemento è il condizionamento dei social e poi le conseguenze dell’isolamento da Covid. Certamente è una società complessa quella che abbiamo di fronte e che quindi dalla scuola chiede risposte sempre più efficaci».
Serve tornare a educare alla realtà
L’assurda strage familiare di Paderno Dugnano accende i riflettori su un aspetto inquietante della società postmoderna. Un diciassettenne ha sterminato i propri cari, - padre, madre e fratellino - senza dare alcuna giustificazione. Il giovane ha parlato solo di un proprio personale «malessere». Apparentemente sembra capace di intendere e di volere e se una perizia psichiatrica confermerà la sua sanità mentale, forse non ci sarà neppure da stupirsi. Semmai, occorrerebbe indagare sul quel «malessere» esistenziale invocato dall’adolescente assassino e comprendere quanto, in realtà, esso sia diffuso fra i coetanei che appartengono alla cosiddetta generazione di cristallo.
Giuridicamente il delitto appare privo di un movente. Sociologicamente, forse, un movente esiste: l’assenza di senso. Quando la propria vita, l’esistenza degli altri, la realtà, il mondo, la storia sono privi di significato, allora a prevalere è la reattività istintiva. Una società che non è più capace di offrire alle giovani generazioni ideali, principi, valori per cui valga la pena vivere, li lascia in balia di una mortale deriva nichilista, il cui tragico epilogo può tradursi nel suicidio o nell’omicidio. Oggi i giovani fanno fatica, nel mondo, a trovare un’autentica e appagante risposta a quella esigenza di verità, di giustizia, di amore, di felicità, di compimento che sentono dentro di sé, nonostante i numerosi tentativi di censurarla. Nessun maestro spiega più ai ragazzi che una vita senza senso è la tortura dell’inquietudine, quel «malessere» di cui ha parlato Riccardo, il giovane omicida di Paderno.
Ecco perché questa strage dovrebbe far interrogare molte istituzioni. A cominciare dalla famiglia. Che tipo di educazione hanno dato al proprio figlio i genitori vittime della strage? Probabilmente non sapremo mai se sono riusciti a offrigli un valido motivo per cui valesse la pena vivere e rispettare la vita degli altri. Segue la scuola: a parte le nozioni necessarie per superare gli esami, gli insegnanti di questo ragazzo sono stati in grado di spiegare che una vita priva di un significato non può essere vissuta?
E, infine, la Chiesa. Dove sono finiti i pastori, i testimoni, i cristiani che per secoli hanno proposto la soluzione ai grandi dilemmi esistenziali dell’uomo, riuscendo a indicare la via per dare un senso pieno ed esaustivo alla vita terrena?
Queste tre istituzioni sembrano aver dimenticato che una delle funzioni fondamentali della stessa educazione sia proprio quella di introdurre alla realtà nella totalità dei suoi fattori, proprio perché è insita nel cuore dell’uomo la domanda di senso totale, che non potrà mai trovare risposta in una ragione dimostrativa o scientifica. Educare davvero significa insegnare che la realtà non si può ridurre solo a ciò che è misurabile, dimostrabile, a razionalità scientifica, come avviene nella prospettiva positivista e materialista. La società moderna ha pensato di liberarsi e progredire eliminando la stessa idea di Dio. Ma il sogno di realizzare il paradiso sulla Terra, semplicemente attraverso la «morte di Dio», si è, in realtà, trasformato in un incubo.
Lo dimostra proprio l’inquietante strage di Paderno. La vita senza Dio, in realtà, come ricorda un celebre verso di William Shakespeare, si reduce a una «favola raccontata da un idiota che grida in un attacco di furore e priva di qualunque significato» (Macbeth, atto V, scena V). La vita sarebbe «una favola», ovvero uno strano sogno, un discorso astratto, un’immaginazione esasperata; «raccontata da un idiota»: perciò senza capacità di nessi, a segmenti spezzati, senza un ordine vero, senza una possibilità di previsione; «in un accesso di furore»: dove, cioè, l’unica metodologia del rapporto è violenza, ossia illusione di possesso. E proprio qui si situa il nostro povero Riccardo di Paderno.
Continua a leggereRiduci
Il diciassettenne che ha ammazzato genitori e fratello: «È stato un atto di emancipazione». I pm: «Resta la premeditazione».La società moderna vuole realizzare il Paradiso in Terra attraverso la «morte» di Dio. Questa tragedia richiami Chiesa, scuola e cerchia parentale ai propri doveri formativi.Lo speciale contiene due articoli«Non so darmi una spiegazione, sono molto dispiaciuto, non volevo uccidere. Non so spiegare il perché, vivevo da tempo un disagio, ma non volevo uccidere la mia famiglia, l’idea di ucciderli l’ho maturata solo quella sera. È stato un atto di emancipazione, ma non pensavo a uccidere»: è iniziato così ieri pomeriggio, secondo le parole dell’avvocato difensore Amedeo Rizza, il nuovo interrogatorio di Riccardo C., il diciassettenne accusato di aver ucciso i genitori e il fratello di 12 anni domenica a Paderno Dugnano.L’interrogatorio, avvenuto nel centro di prima accoglienza del carcere minorile Beccaria di Milano, è stato richiesto dagli stessi magistrati della Procura dei minori che indagano sul caso ed è durato un’ora e mezza. Lo studente è accusato di omicidio volontario pluriaggravato anche dalla premeditazione per aver infierito, a colpi di coltello, contro il fratellino di 12 anni, quindi sulla madre Daniela e infine sul padre, Fabio, 51 anni, compiuti sabato scorso, poche ore prima del triplice omicidio. La dinamica della tragedia, secondo il suo racconta, è questa: ha colpito per primo con «un grosso coltello da cucina» il fratellino che dormiva nella sua stessa stanza, le cui urla hanno richiamato la madre. Appena entrata nella cameretta, la donna è stata a sua volta ferita a morte e, subito dopo, il padre, ucciso mentre stava soccorrendo il bambino di dodici anni. Poi Riccardo ha chiamato il 112 alle due di notte, prima raccontando che era stato il padre a uccidere fratello e madre e che lo aveva fermato accoltellandolo a sua volta. Poi, messo alle strette, si è detto responsabile di tutti e tre i delitti. Riccardo, sempre secondo il suo difensore, avrebbe parlato ai magistrati di «una cosa sbagliata ma estemporanea, è chiaro che se ci avesse riflettuto non l’avrebbe fatto. Un gesto che non avrebbe mai compiuto. Ora vorrebbe vedere suo nonno». Parole che, secondo la linea difensiva, potrebbero far cadere l’aggravante della premeditazione contestata dalla Procura poiché il giovane, nella sua confessione di domenica pomeriggio, avrebbe parlato di un pensiero covato «da qualche giorno».Una posizione sulla quale, al momento, i magistrati non intendono fare dietrofront: «Abbiamo deciso di interrogarlo nuovamente per puntualizzare qualche dettaglio sulla premeditazione, ma la nostra ipotesi non cambia. Resta premeditazione. È abbastanza tranquillo, dire “sereno” sarebbe eccessivo. Ha ridimensionato un po’ la premeditazione, rimane un pensiero non immediatamente precedente all’azione. Per il pentimento ci vuole tempo», ha detto Sabrina Ditaranto, procuratrice facente funzione per i minori di Milano e che lavora alle indagini insieme alla pm Elisa Salatino, coordinando il lavoro dei carabinieri di Paderno e Sesto San Giovanni e del reparto operativo di Milano, all’uscita dal carcere. Nel frattempo è stato fissato per giovedì 5 settembre l’interrogatorio di convalida dell’arresto: l’udienza si terrà in mattinata sempre nel carcere Beccaria. Intanto i nonni del minorenne hanno già manifestato l’intenzione di incontrare il nipote ma, almeno fino all’udienza di convalida, questo non potrà avvenire. Proprio la famiglia (oltre ai nonni, pure gli zii paterni che abitano nello stesso complesso dove è avvenuta la strage) hanno fatto sapere di non volere abbandonare Riccardo ma di volerlo, per quanto possibile proteggerlo da quanto ha commesso.Chi l’ha incontrato in maniera approfondita è il cappellano del carcere Beccaria, don Claudio Burgio che, a Famiglia cristiana, ha raccontato: «Appena mi ha visto, ha voluto subito confessarsi. Ho trovato un ragazzo fragile, chiaramente provato ma molto lucido e in grado di comunicare. Mi ha detto: “Tu sei quello di: non esistono ragazzi cattivi” e poi l’ho confessato. È stato un incontro molto intenso».Il sacerdote racconta che, dopo la confessione, hanno parlato ancora: «Sui giornali era uscito il ritratto di un adolescente con difficoltà a comunicare, ma io questa difficoltà non l’ho vista. Questa vicenda scuote tutti, compreso me che in vent’anni da educatore a contatto con ragazzi dal vissuto difficile, ne ho viste tante. Si tratta di un ragazzo che, con parola abusata, definirei “normale” all’interno di una famiglia “normale” che non ha nulla a che fare con un vissuto di disagio che può sfociare nel bullismo, nell’uso di stupefacenti o nella violenza, come accade ad altri ragazzi che incontro e che seguo». Sulla questione è intervenuto anche il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara: «Ci sono diverse analisi: c’è un disagio dei nostri giovani, peraltro voglio sottolineare che sui media si rappresentano i giovani italiani come se fossero tutti demotivati, problematici e quant’altro. Io giro le scuole e non è così: vedo tanti giovani meravigliosi con tanto entusiasmo». Però «c’è anche un disagio oggettivo», continua il ministro, «che va affrontato a 360 gradi e che probabilmente è connesso ad alcuni elementi: il primo elemento è il condizionamento dei social e poi le conseguenze dell’isolamento da Covid. Certamente è una società complessa quella che abbiamo di fronte e che quindi dalla scuola chiede risposte sempre più efficaci».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/paderno-valditara-ragazzi-segnati-lockdown-2669122473.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="serve-tornare-a-educare-alla-realta" data-post-id="2669122473" data-published-at="1725394276" data-use-pagination="False"> Serve tornare a educare alla realtà L’assurda strage familiare di Paderno Dugnano accende i riflettori su un aspetto inquietante della società postmoderna. Un diciassettenne ha sterminato i propri cari, - padre, madre e fratellino - senza dare alcuna giustificazione. Il giovane ha parlato solo di un proprio personale «malessere». Apparentemente sembra capace di intendere e di volere e se una perizia psichiatrica confermerà la sua sanità mentale, forse non ci sarà neppure da stupirsi. Semmai, occorrerebbe indagare sul quel «malessere» esistenziale invocato dall’adolescente assassino e comprendere quanto, in realtà, esso sia diffuso fra i coetanei che appartengono alla cosiddetta generazione di cristallo. Giuridicamente il delitto appare privo di un movente. Sociologicamente, forse, un movente esiste: l’assenza di senso. Quando la propria vita, l’esistenza degli altri, la realtà, il mondo, la storia sono privi di significato, allora a prevalere è la reattività istintiva. Una società che non è più capace di offrire alle giovani generazioni ideali, principi, valori per cui valga la pena vivere, li lascia in balia di una mortale deriva nichilista, il cui tragico epilogo può tradursi nel suicidio o nell’omicidio. Oggi i giovani fanno fatica, nel mondo, a trovare un’autentica e appagante risposta a quella esigenza di verità, di giustizia, di amore, di felicità, di compimento che sentono dentro di sé, nonostante i numerosi tentativi di censurarla. Nessun maestro spiega più ai ragazzi che una vita senza senso è la tortura dell’inquietudine, quel «malessere» di cui ha parlato Riccardo, il giovane omicida di Paderno. Ecco perché questa strage dovrebbe far interrogare molte istituzioni. A cominciare dalla famiglia. Che tipo di educazione hanno dato al proprio figlio i genitori vittime della strage? Probabilmente non sapremo mai se sono riusciti a offrigli un valido motivo per cui valesse la pena vivere e rispettare la vita degli altri. Segue la scuola: a parte le nozioni necessarie per superare gli esami, gli insegnanti di questo ragazzo sono stati in grado di spiegare che una vita priva di un significato non può essere vissuta? E, infine, la Chiesa. Dove sono finiti i pastori, i testimoni, i cristiani che per secoli hanno proposto la soluzione ai grandi dilemmi esistenziali dell’uomo, riuscendo a indicare la via per dare un senso pieno ed esaustivo alla vita terrena? Queste tre istituzioni sembrano aver dimenticato che una delle funzioni fondamentali della stessa educazione sia proprio quella di introdurre alla realtà nella totalità dei suoi fattori, proprio perché è insita nel cuore dell’uomo la domanda di senso totale, che non potrà mai trovare risposta in una ragione dimostrativa o scientifica. Educare davvero significa insegnare che la realtà non si può ridurre solo a ciò che è misurabile, dimostrabile, a razionalità scientifica, come avviene nella prospettiva positivista e materialista. La società moderna ha pensato di liberarsi e progredire eliminando la stessa idea di Dio. Ma il sogno di realizzare il paradiso sulla Terra, semplicemente attraverso la «morte di Dio», si è, in realtà, trasformato in un incubo. Lo dimostra proprio l’inquietante strage di Paderno. La vita senza Dio, in realtà, come ricorda un celebre verso di William Shakespeare, si reduce a una «favola raccontata da un idiota che grida in un attacco di furore e priva di qualunque significato» (Macbeth, atto V, scena V). La vita sarebbe «una favola», ovvero uno strano sogno, un discorso astratto, un’immaginazione esasperata; «raccontata da un idiota»: perciò senza capacità di nessi, a segmenti spezzati, senza un ordine vero, senza una possibilità di previsione; «in un accesso di furore»: dove, cioè, l’unica metodologia del rapporto è violenza, ossia illusione di possesso. E proprio qui si situa il nostro povero Riccardo di Paderno.
Ecco #DimmiLaVerità del 15 maggio 2026. Il deputato del M5s Marco Pellegrini commenta gli sviluppi della guerra in Iran e la crisi economica in Italia.
Istock
Con il bando delle auto con il motore a scoppio dal 2035 (poi inutilmente annacquato) Bruxelles ha invece direttamente spalancato tutte le porte all’industria automobilistica cinese. Del resto, dato il quadro di ciò che è possibile fare, le case automobilistiche si organizzano. La globalizzazione consente ai capitali di muoversi attorno al globo a seconda della convenienza, per sfruttare le migliori condizioni di mercato. L’abbraccio della Germania alla Cina, che risale a qualche decennio fa, ha man mano sancito un’alleanza tra l’industria automobilistica tedesca e quella cinese. Una coalizione che oggi è sfociata nel dominio cinese del settore dell’auto elettrica e ibrida, con i tedeschi in grave crisi nel mercato cinese tanto da minacciare i livelli occupazionali in patria. Tutta l’industria europea dell’auto è stata travolta dalla capacità produttiva cinese, in termini di costi, produttività e persino qualità. Nonostante i dazi e i prezzi minimi che l’Ue ha imposto sulle auto fabbricate in Cina, le quote di mercato che i marchi del Dragone stanno conquistando in Europa sono significative. Forse anche per via dei dazi, ora i cinesi stanno iniziando a stabilirsi direttamente in Europa.
Gli esempi sono moltissimi. Byd ha già investito circa 4 miliardi di euro a Szeged, in Ungheria, dove la fabbrica entrerà in produzione nel 2026 con la piccola Dolphin Surf, per poi arrivare a regime con una capacità di 300.000 unità annue. Parallelamente, Byd sta negoziando con Stellantis e altri produttori europei per rilevare stabilimenti sottoutilizzati, con l’Italia esplicitamente nel mirino come obiettivo di acquisizioni. Il nome che circola con più insistenza sul fronte italiano è Cassino, dove lo stabilimento Stellantis ha prodotto appena 19.000 vetture nel 2025, il 28% in meno rispetto all’anno precedente. Il candidato all’acquisto sarebbe la casa cinese Dongfeng, che potrebbe puntare su una auto elettrica da città sotto i 20.000 euro, un segmento nel quale il mercato italiano è molto sensibile. Non è ancora chiaro se Stellantis venderà o si limiterà ad affittare gli impianti, e i tempi non sono ancora noti. Per un passaggio completo però potrebbero volerci un paio d’anni. Sul fronte sindacale l’ipotesi è stata accolta con favore, ma a scatola chiusa, dato che le intenzioni dei possibili nuovi padroni potrebbero non essere così favorevoli, né c’è stato ancora un confronto sui temi della produttività.
In Spagna c’è ancora più affollamento. Chery è già operativa a Barcellona nell’ex stabilimento Nissan della Zona Franca, con 17.300 veicoli prodotti nel 2025 e un obiettivo di 50.000 nel 2026, puntando a 150.000 entro il 2029. Geely è in trattativa avanzata per acquisire il reparto Body 3 della fabbrica Ford di Almussafes, vicino Valencia, un’area oggi inattiva dopo il pensionamento di Mondeo, Galaxy e S-Max, mentre Ford continua a produrre la sua Kuga su altre linee. Le parti starebbero anche valutando se Geely possa produrre un modello per conto di Ford. Saic, il gruppo proprietario di MG, ha lasciato trapelare che nelle prossime settimane potrebbe arrivare un annuncio su espansioni in Spagna. Le indiscrezioni indicano Ferrol, in Galizia, come sede di un nuovo impianto con una capacità fino a 120.000 veicoli annui. Non è un caso che il presidente di quella regione si sia recato personalmente in Cina per incontrare il vertice del gruppo.
Il marchio Changan sta effettuando sopralluoghi nel nord della Spagna, con l’Aragona tra le opzioni, valutando sia la costruzione di un nuovo impianto sia l’acquisizione di strutture esistenti. Leapmotor, in partnership con Stellantis, si prepara a produrre il Suv elettrico B10 a Saragozza, dove CATL e Stellantis stanno costruendo una gigafactory da 4,1 miliardi di euro per batterie, con produzione attesa entro fine 2026. La scelta della Spagna da parte di così tanti operatori non è casuale. Lì vi sono impianti moderni ma sottoutilizzati, cioè esattamente il tipo di asset che i cinesi cercano, con infrastrutture collaudate, indotto già formato e costi del lavoro più bassi.
Se è vero che i sindacati pensano che l’arrivo dei capitali cinesi sia una buona notizia per i livelli occupazionali, potrebbero andare incontro ad un amaro risveglio. Le manifattura cinese, in qualunque settore, costruisce il proprio vantaggio competitivo su una esasperata efficienza di costo, innanzitutto, e su una produttività a base di robotica e IA. Chiunque non stia al passo dello standard asiatico sarà tagliato fuori.
Come questo giornale ha scritto sin dal 2021, il Green deal non è mai stata una rivoluzione industriale a favore dell’Europa, ma un vincolo esterno industriale disegnato a Berlino e impacchettato a Bruxelles. Dietro la retorica del «fare la nostra parte» per salvare il pianeta (sic) si nascondeva la necessità di ridare fiato al morente settore automobilistico tedesco riscrivendo per legge le regole dell’intero mercato europeo. Un affare gigantesco, come forse mai nella storia si era prospettato. Solo che l’affarone si è involato e da Berlino è atterrato a Pechino. La «vera e propria rivoluzione industriale» annunciata trionfalmente sette anni fa da Frans Timmermans è effettivamente in corso. Semplicemente, non è la nostra.
Continua a leggereRiduci
iStock
Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
Continua a leggereRiduci
Ansa
Per Keir Starmer, già travolto dal disastroso risultato delle amministrative e dall’avanzata di Nigel Farage, si tratta probabilmente del momento più difficile da quando è arrivato a Downing Street. Anche perché Streeting non è un oppositore interno qualsiasi: appartiene, infatti, alla stessa ala moderata e «blairiana» del premier. E proprio per questo il suo attacco rischia di essere devastante.
Nella lunga lettera inviata a Starmer, l’ormai ex ministro della Sanità ha spiegato di avere «perso fiducia» nella sua leadership e, quindi, di non poter restare nel governo «per questione di principio e di onore». Non solo: «Dove servirebbe una visione, abbiamo il vuoto. Dove servirebbe una direzione, siamo alla deriva», ha scritto Streeting, attribuendo direttamente all’impopolarità dell’esecutivo le pesanti sconfitte subite dai laburisti in Inghilterra, Scozia e Galles. Ancora più clamoroso il passaggio finale della lettera: «È ormai chiaro che non sarai tu a guidare il Partito laburista alle prossime elezioni». Un necrologio anticipato.
Streeting, inoltre, ha attaccato duramente la gestione dell’immigrazione da parte del premier, citando polemicamente il controverso discorso sull’«isola di stranieri», con cui Starmer aveva inaugurato la linea dura del Labour (più a parole, invero, che nei fatti), nel tentativo di fermare l’emorragia di consensi verso Reform Uk. Secondo l’ex ministro, però, quella strategia avrebbe contribuito a lasciare il Paese «senza capire chi siamo e che cosa rappresentiamo davvero». In pratica, il premier è riuscito in un colpo solo a non sottrarre voti a Farage e ad alienarsi una parte della propria base progressista.
Per scalzare di Starmer, tuttavia, non basteranno le sole dimissioni dei ministri, seppur eccellenti. Le regole del partito, infatti, prevedono che, per candidarsi alla leadership, serve il sostegno del 20% dei deputati laburisti: oggi significa almeno 81 parlamentari. Solo dopo scatterebbe il voto degli iscritti e dei sindacati. Ed è proprio qui che iniziano i problemi dei possibili successori. Lo stesso Streeting, che presto dovrebbe annunciare formalmente la propria candidatura, ha sì acceso la miccia della rivolta interna, ma non sembra avere numeri sufficienti per conquistare davvero il partito: molti iscritti continuano a considerarlo troppo vicino alla stessa linea moderata che oggi viene contestata a Starmer.
Più insidiosa potrebbe rivelarsi, invece, la candidatura di Angela Rayner, ex vicepremier ed esponente dell’ala sindacale del Labour, appena scagionata nell’inchiesta fiscale che l’aveva costretta alle dimissioni lo scorso anno. Il vero e più credibile antagonista di Starmer, tuttavia, resta Andy Burnham, il popolarissimo sindaco di Manchester soprannominato «il re del Nord». Secondo diversi sondaggi interni, sarebbe proprio Burnham l’unico in grado di battere nettamente Starmer tra gli iscritti del partito. Il problema è che, per candidarsi, dovrebbe prima tornare ai Comuni attraverso un’elezione suppletiva, dato che attualmente non è deputato.
A Westminster, insomma, regna ancora la massima incertezza. Nessuno sa davvero se Starmer riuscirà a resistere o chi, eventualmente, riuscirà a prenderne il posto. Ma una cosa appare ormai chiara a tutti: la partita per il dopo-Starmer è ufficialmente iniziata.
Continua a leggereRiduci