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2024-09-04
Strage di Paderno, Giuseppe Valditara ne è sicuro: «Ragazzi segnati da Covid e lockdown»
Il ministro dell'Istruzione, Giuseppe Valditara (Ansa)
«Non so darmi una spiegazione, sono molto dispiaciuto, non volevo uccidere. Non so spiegare il perché, vivevo da tempo un disagio, ma non volevo uccidere la mia famiglia, l’idea di ucciderli l’ho maturata solo quella sera. È stato un atto di emancipazione, ma non pensavo a uccidere»: è iniziato così ieri pomeriggio, secondo le parole dell’avvocato difensore Amedeo Rizza, il nuovo interrogatorio di Riccardo C., il diciassettenne accusato di aver ucciso i genitori e il fratello di 12 anni domenica a Paderno Dugnano.
L’interrogatorio, avvenuto nel centro di prima accoglienza del carcere minorile Beccaria di Milano, è stato richiesto dagli stessi magistrati della Procura dei minori che indagano sul caso ed è durato un’ora e mezza. Lo studente è accusato di omicidio volontario pluriaggravato anche dalla premeditazione per aver infierito, a colpi di coltello, contro il fratellino di 12 anni, quindi sulla madre Daniela e infine sul padre, Fabio, 51 anni, compiuti sabato scorso, poche ore prima del triplice omicidio. La dinamica della tragedia, secondo il suo racconta, è questa: ha colpito per primo con «un grosso coltello da cucina» il fratellino che dormiva nella sua stessa stanza, le cui urla hanno richiamato la madre. Appena entrata nella cameretta, la donna è stata a sua volta ferita a morte e, subito dopo, il padre, ucciso mentre stava soccorrendo il bambino di dodici anni. Poi Riccardo ha chiamato il 112 alle due di notte, prima raccontando che era stato il padre a uccidere fratello e madre e che lo aveva fermato accoltellandolo a sua volta. Poi, messo alle strette, si è detto responsabile di tutti e tre i delitti.
Riccardo, sempre secondo il suo difensore, avrebbe parlato ai magistrati di «una cosa sbagliata ma estemporanea, è chiaro che se ci avesse riflettuto non l’avrebbe fatto. Un gesto che non avrebbe mai compiuto. Ora vorrebbe vedere suo nonno». Parole che, secondo la linea difensiva, potrebbero far cadere l’aggravante della premeditazione contestata dalla Procura poiché il giovane, nella sua confessione di domenica pomeriggio, avrebbe parlato di un pensiero covato «da qualche giorno».
Una posizione sulla quale, al momento, i magistrati non intendono fare dietrofront: «Abbiamo deciso di interrogarlo nuovamente per puntualizzare qualche dettaglio sulla premeditazione, ma la nostra ipotesi non cambia. Resta premeditazione. È abbastanza tranquillo, dire “sereno” sarebbe eccessivo. Ha ridimensionato un po’ la premeditazione, rimane un pensiero non immediatamente precedente all’azione. Per il pentimento ci vuole tempo», ha detto Sabrina Ditaranto, procuratrice facente funzione per i minori di Milano e che lavora alle indagini insieme alla pm Elisa Salatino, coordinando il lavoro dei carabinieri di Paderno e Sesto San Giovanni e del reparto operativo di Milano, all’uscita dal carcere. Nel frattempo è stato fissato per giovedì 5 settembre l’interrogatorio di convalida dell’arresto: l’udienza si terrà in mattinata sempre nel carcere Beccaria. Intanto i nonni del minorenne hanno già manifestato l’intenzione di incontrare il nipote ma, almeno fino all’udienza di convalida, questo non potrà avvenire. Proprio la famiglia (oltre ai nonni, pure gli zii paterni che abitano nello stesso complesso dove è avvenuta la strage) hanno fatto sapere di non volere abbandonare Riccardo ma di volerlo, per quanto possibile proteggerlo da quanto ha commesso.
Chi l’ha incontrato in maniera approfondita è il cappellano del carcere Beccaria, don Claudio Burgio che, a Famiglia cristiana, ha raccontato: «Appena mi ha visto, ha voluto subito confessarsi. Ho trovato un ragazzo fragile, chiaramente provato ma molto lucido e in grado di comunicare. Mi ha detto: “Tu sei quello di: non esistono ragazzi cattivi” e poi l’ho confessato. È stato un incontro molto intenso».
Il sacerdote racconta che, dopo la confessione, hanno parlato ancora: «Sui giornali era uscito il ritratto di un adolescente con difficoltà a comunicare, ma io questa difficoltà non l’ho vista. Questa vicenda scuote tutti, compreso me che in vent’anni da educatore a contatto con ragazzi dal vissuto difficile, ne ho viste tante. Si tratta di un ragazzo che, con parola abusata, definirei “normale” all’interno di una famiglia “normale” che non ha nulla a che fare con un vissuto di disagio che può sfociare nel bullismo, nell’uso di stupefacenti o nella violenza, come accade ad altri ragazzi che incontro e che seguo». Sulla questione è intervenuto anche il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara: «Ci sono diverse analisi: c’è un disagio dei nostri giovani, peraltro voglio sottolineare che sui media si rappresentano i giovani italiani come se fossero tutti demotivati, problematici e quant’altro. Io giro le scuole e non è così: vedo tanti giovani meravigliosi con tanto entusiasmo». Però «c’è anche un disagio oggettivo», continua il ministro, «che va affrontato a 360 gradi e che probabilmente è connesso ad alcuni elementi: il primo elemento è il condizionamento dei social e poi le conseguenze dell’isolamento da Covid. Certamente è una società complessa quella che abbiamo di fronte e che quindi dalla scuola chiede risposte sempre più efficaci».
Serve tornare a educare alla realtà
L’assurda strage familiare di Paderno Dugnano accende i riflettori su un aspetto inquietante della società postmoderna. Un diciassettenne ha sterminato i propri cari, - padre, madre e fratellino - senza dare alcuna giustificazione. Il giovane ha parlato solo di un proprio personale «malessere». Apparentemente sembra capace di intendere e di volere e se una perizia psichiatrica confermerà la sua sanità mentale, forse non ci sarà neppure da stupirsi. Semmai, occorrerebbe indagare sul quel «malessere» esistenziale invocato dall’adolescente assassino e comprendere quanto, in realtà, esso sia diffuso fra i coetanei che appartengono alla cosiddetta generazione di cristallo.
Giuridicamente il delitto appare privo di un movente. Sociologicamente, forse, un movente esiste: l’assenza di senso. Quando la propria vita, l’esistenza degli altri, la realtà, il mondo, la storia sono privi di significato, allora a prevalere è la reattività istintiva. Una società che non è più capace di offrire alle giovani generazioni ideali, principi, valori per cui valga la pena vivere, li lascia in balia di una mortale deriva nichilista, il cui tragico epilogo può tradursi nel suicidio o nell’omicidio. Oggi i giovani fanno fatica, nel mondo, a trovare un’autentica e appagante risposta a quella esigenza di verità, di giustizia, di amore, di felicità, di compimento che sentono dentro di sé, nonostante i numerosi tentativi di censurarla. Nessun maestro spiega più ai ragazzi che una vita senza senso è la tortura dell’inquietudine, quel «malessere» di cui ha parlato Riccardo, il giovane omicida di Paderno.
Ecco perché questa strage dovrebbe far interrogare molte istituzioni. A cominciare dalla famiglia. Che tipo di educazione hanno dato al proprio figlio i genitori vittime della strage? Probabilmente non sapremo mai se sono riusciti a offrigli un valido motivo per cui valesse la pena vivere e rispettare la vita degli altri. Segue la scuola: a parte le nozioni necessarie per superare gli esami, gli insegnanti di questo ragazzo sono stati in grado di spiegare che una vita priva di un significato non può essere vissuta?
E, infine, la Chiesa. Dove sono finiti i pastori, i testimoni, i cristiani che per secoli hanno proposto la soluzione ai grandi dilemmi esistenziali dell’uomo, riuscendo a indicare la via per dare un senso pieno ed esaustivo alla vita terrena?
Queste tre istituzioni sembrano aver dimenticato che una delle funzioni fondamentali della stessa educazione sia proprio quella di introdurre alla realtà nella totalità dei suoi fattori, proprio perché è insita nel cuore dell’uomo la domanda di senso totale, che non potrà mai trovare risposta in una ragione dimostrativa o scientifica. Educare davvero significa insegnare che la realtà non si può ridurre solo a ciò che è misurabile, dimostrabile, a razionalità scientifica, come avviene nella prospettiva positivista e materialista. La società moderna ha pensato di liberarsi e progredire eliminando la stessa idea di Dio. Ma il sogno di realizzare il paradiso sulla Terra, semplicemente attraverso la «morte di Dio», si è, in realtà, trasformato in un incubo.
Lo dimostra proprio l’inquietante strage di Paderno. La vita senza Dio, in realtà, come ricorda un celebre verso di William Shakespeare, si reduce a una «favola raccontata da un idiota che grida in un attacco di furore e priva di qualunque significato» (Macbeth, atto V, scena V). La vita sarebbe «una favola», ovvero uno strano sogno, un discorso astratto, un’immaginazione esasperata; «raccontata da un idiota»: perciò senza capacità di nessi, a segmenti spezzati, senza un ordine vero, senza una possibilità di previsione; «in un accesso di furore»: dove, cioè, l’unica metodologia del rapporto è violenza, ossia illusione di possesso. E proprio qui si situa il nostro povero Riccardo di Paderno.
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Il diciassettenne che ha ammazzato genitori e fratello: «È stato un atto di emancipazione». I pm: «Resta la premeditazione».La società moderna vuole realizzare il Paradiso in Terra attraverso la «morte» di Dio. Questa tragedia richiami Chiesa, scuola e cerchia parentale ai propri doveri formativi.Lo speciale contiene due articoli«Non so darmi una spiegazione, sono molto dispiaciuto, non volevo uccidere. Non so spiegare il perché, vivevo da tempo un disagio, ma non volevo uccidere la mia famiglia, l’idea di ucciderli l’ho maturata solo quella sera. È stato un atto di emancipazione, ma non pensavo a uccidere»: è iniziato così ieri pomeriggio, secondo le parole dell’avvocato difensore Amedeo Rizza, il nuovo interrogatorio di Riccardo C., il diciassettenne accusato di aver ucciso i genitori e il fratello di 12 anni domenica a Paderno Dugnano.L’interrogatorio, avvenuto nel centro di prima accoglienza del carcere minorile Beccaria di Milano, è stato richiesto dagli stessi magistrati della Procura dei minori che indagano sul caso ed è durato un’ora e mezza. Lo studente è accusato di omicidio volontario pluriaggravato anche dalla premeditazione per aver infierito, a colpi di coltello, contro il fratellino di 12 anni, quindi sulla madre Daniela e infine sul padre, Fabio, 51 anni, compiuti sabato scorso, poche ore prima del triplice omicidio. La dinamica della tragedia, secondo il suo racconta, è questa: ha colpito per primo con «un grosso coltello da cucina» il fratellino che dormiva nella sua stessa stanza, le cui urla hanno richiamato la madre. Appena entrata nella cameretta, la donna è stata a sua volta ferita a morte e, subito dopo, il padre, ucciso mentre stava soccorrendo il bambino di dodici anni. Poi Riccardo ha chiamato il 112 alle due di notte, prima raccontando che era stato il padre a uccidere fratello e madre e che lo aveva fermato accoltellandolo a sua volta. Poi, messo alle strette, si è detto responsabile di tutti e tre i delitti. Riccardo, sempre secondo il suo difensore, avrebbe parlato ai magistrati di «una cosa sbagliata ma estemporanea, è chiaro che se ci avesse riflettuto non l’avrebbe fatto. Un gesto che non avrebbe mai compiuto. Ora vorrebbe vedere suo nonno». Parole che, secondo la linea difensiva, potrebbero far cadere l’aggravante della premeditazione contestata dalla Procura poiché il giovane, nella sua confessione di domenica pomeriggio, avrebbe parlato di un pensiero covato «da qualche giorno».Una posizione sulla quale, al momento, i magistrati non intendono fare dietrofront: «Abbiamo deciso di interrogarlo nuovamente per puntualizzare qualche dettaglio sulla premeditazione, ma la nostra ipotesi non cambia. Resta premeditazione. È abbastanza tranquillo, dire “sereno” sarebbe eccessivo. Ha ridimensionato un po’ la premeditazione, rimane un pensiero non immediatamente precedente all’azione. Per il pentimento ci vuole tempo», ha detto Sabrina Ditaranto, procuratrice facente funzione per i minori di Milano e che lavora alle indagini insieme alla pm Elisa Salatino, coordinando il lavoro dei carabinieri di Paderno e Sesto San Giovanni e del reparto operativo di Milano, all’uscita dal carcere. Nel frattempo è stato fissato per giovedì 5 settembre l’interrogatorio di convalida dell’arresto: l’udienza si terrà in mattinata sempre nel carcere Beccaria. Intanto i nonni del minorenne hanno già manifestato l’intenzione di incontrare il nipote ma, almeno fino all’udienza di convalida, questo non potrà avvenire. Proprio la famiglia (oltre ai nonni, pure gli zii paterni che abitano nello stesso complesso dove è avvenuta la strage) hanno fatto sapere di non volere abbandonare Riccardo ma di volerlo, per quanto possibile proteggerlo da quanto ha commesso.Chi l’ha incontrato in maniera approfondita è il cappellano del carcere Beccaria, don Claudio Burgio che, a Famiglia cristiana, ha raccontato: «Appena mi ha visto, ha voluto subito confessarsi. Ho trovato un ragazzo fragile, chiaramente provato ma molto lucido e in grado di comunicare. Mi ha detto: “Tu sei quello di: non esistono ragazzi cattivi” e poi l’ho confessato. È stato un incontro molto intenso».Il sacerdote racconta che, dopo la confessione, hanno parlato ancora: «Sui giornali era uscito il ritratto di un adolescente con difficoltà a comunicare, ma io questa difficoltà non l’ho vista. Questa vicenda scuote tutti, compreso me che in vent’anni da educatore a contatto con ragazzi dal vissuto difficile, ne ho viste tante. Si tratta di un ragazzo che, con parola abusata, definirei “normale” all’interno di una famiglia “normale” che non ha nulla a che fare con un vissuto di disagio che può sfociare nel bullismo, nell’uso di stupefacenti o nella violenza, come accade ad altri ragazzi che incontro e che seguo». Sulla questione è intervenuto anche il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara: «Ci sono diverse analisi: c’è un disagio dei nostri giovani, peraltro voglio sottolineare che sui media si rappresentano i giovani italiani come se fossero tutti demotivati, problematici e quant’altro. Io giro le scuole e non è così: vedo tanti giovani meravigliosi con tanto entusiasmo». Però «c’è anche un disagio oggettivo», continua il ministro, «che va affrontato a 360 gradi e che probabilmente è connesso ad alcuni elementi: il primo elemento è il condizionamento dei social e poi le conseguenze dell’isolamento da Covid. Certamente è una società complessa quella che abbiamo di fronte e che quindi dalla scuola chiede risposte sempre più efficaci».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/paderno-valditara-ragazzi-segnati-lockdown-2669122473.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="serve-tornare-a-educare-alla-realta" data-post-id="2669122473" data-published-at="1725394276" data-use-pagination="False"> Serve tornare a educare alla realtà L’assurda strage familiare di Paderno Dugnano accende i riflettori su un aspetto inquietante della società postmoderna. Un diciassettenne ha sterminato i propri cari, - padre, madre e fratellino - senza dare alcuna giustificazione. Il giovane ha parlato solo di un proprio personale «malessere». Apparentemente sembra capace di intendere e di volere e se una perizia psichiatrica confermerà la sua sanità mentale, forse non ci sarà neppure da stupirsi. Semmai, occorrerebbe indagare sul quel «malessere» esistenziale invocato dall’adolescente assassino e comprendere quanto, in realtà, esso sia diffuso fra i coetanei che appartengono alla cosiddetta generazione di cristallo. Giuridicamente il delitto appare privo di un movente. Sociologicamente, forse, un movente esiste: l’assenza di senso. Quando la propria vita, l’esistenza degli altri, la realtà, il mondo, la storia sono privi di significato, allora a prevalere è la reattività istintiva. Una società che non è più capace di offrire alle giovani generazioni ideali, principi, valori per cui valga la pena vivere, li lascia in balia di una mortale deriva nichilista, il cui tragico epilogo può tradursi nel suicidio o nell’omicidio. Oggi i giovani fanno fatica, nel mondo, a trovare un’autentica e appagante risposta a quella esigenza di verità, di giustizia, di amore, di felicità, di compimento che sentono dentro di sé, nonostante i numerosi tentativi di censurarla. Nessun maestro spiega più ai ragazzi che una vita senza senso è la tortura dell’inquietudine, quel «malessere» di cui ha parlato Riccardo, il giovane omicida di Paderno. Ecco perché questa strage dovrebbe far interrogare molte istituzioni. A cominciare dalla famiglia. Che tipo di educazione hanno dato al proprio figlio i genitori vittime della strage? Probabilmente non sapremo mai se sono riusciti a offrigli un valido motivo per cui valesse la pena vivere e rispettare la vita degli altri. Segue la scuola: a parte le nozioni necessarie per superare gli esami, gli insegnanti di questo ragazzo sono stati in grado di spiegare che una vita priva di un significato non può essere vissuta? E, infine, la Chiesa. Dove sono finiti i pastori, i testimoni, i cristiani che per secoli hanno proposto la soluzione ai grandi dilemmi esistenziali dell’uomo, riuscendo a indicare la via per dare un senso pieno ed esaustivo alla vita terrena? Queste tre istituzioni sembrano aver dimenticato che una delle funzioni fondamentali della stessa educazione sia proprio quella di introdurre alla realtà nella totalità dei suoi fattori, proprio perché è insita nel cuore dell’uomo la domanda di senso totale, che non potrà mai trovare risposta in una ragione dimostrativa o scientifica. Educare davvero significa insegnare che la realtà non si può ridurre solo a ciò che è misurabile, dimostrabile, a razionalità scientifica, come avviene nella prospettiva positivista e materialista. La società moderna ha pensato di liberarsi e progredire eliminando la stessa idea di Dio. Ma il sogno di realizzare il paradiso sulla Terra, semplicemente attraverso la «morte di Dio», si è, in realtà, trasformato in un incubo. Lo dimostra proprio l’inquietante strage di Paderno. La vita senza Dio, in realtà, come ricorda un celebre verso di William Shakespeare, si reduce a una «favola raccontata da un idiota che grida in un attacco di furore e priva di qualunque significato» (Macbeth, atto V, scena V). La vita sarebbe «una favola», ovvero uno strano sogno, un discorso astratto, un’immaginazione esasperata; «raccontata da un idiota»: perciò senza capacità di nessi, a segmenti spezzati, senza un ordine vero, senza una possibilità di previsione; «in un accesso di furore»: dove, cioè, l’unica metodologia del rapporto è violenza, ossia illusione di possesso. E proprio qui si situa il nostro povero Riccardo di Paderno.
Dietro i risultati economici ci sono investimenti continui nelle persone, nei servizi, nell’innovazione e nel territorio: una strategia che ha permesso all’azienda di consolidare il proprio ruolo di riferimento nel panorama automotive italiano, affrontando con fiducia le sfide di un settore in profonda trasformazione.
Parole che diventano realtà guardando i numeri: il 2025 si è, infatti, chiuso con un fatturato globale di 478 milioni di euro, in crescita del 13% rispetto all’anno precedente. Un risultato che conferma la traiettoria di sviluppo del dealer. Ma è il 2026 ad accendere davvero l’entusiasmo: nel solo primo trimestre, il fatturato è cresciuto del 42% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, segnando uno dei migliori avvii nella storia dell’azienda.
Il comparto Service - spesso il vero termometro della fiducia del cliente - ha raggiunto 26,3 milioni di euro nel 2025, con una crescita del 6%. Un trend confermato nel primo trimestre 2026, con un ulteriore +8,31%. «Questi risultati confermano la solidità del nostro modello di business e la capacità di Fratelli Giacomel di generare crescita anche in un contesto di mercato in continua evoluzione. L’ottimo avvio del 2026 rafforza la nostra fiducia e ci spinge a proseguire con determinazione nel percorso di sviluppo e innovazione che abbiamo intrapreso», ha spiegato Alberto Giacomel, direttore generale Fratelli Giacomel. Nei primi tre mesi del 2026 sono state consegnate 4.242 vetture nuove: 1.478 unità in più rispetto allo stesso periodo del 2025, con una crescita superiore al 50%. Un’accelerazione trainata in modo decisivo dal canale flotte aziendali.
Questo comparto, infatti, è passato da oltre il 50% nel 2025 al 70% del primo trimestre 2026, per un totale di circa 3.000 vetture consegnate. Un dato che non è solo la fotografia di un trimestre eccezionale: è il segnale di una trasformazione strutturale del mercato, con le aziende che scelgono sempre più motorizzazioni sostenibili - plug-in hybrid ed elettriche - spinte da vantaggi fiscali significativi sui fringe benefit.
Nel 2025, le vendite di vetture usate sono cresciute del 17%, quelle del nuovo del 5,5%. Il post-vendita ha confermato il proprio ruolo strategico con un +6% di fatturato e un +3% dei contatti d’officina. L’usato continua a rappresentare uno dei pilastri della strategia di Fratelli Giacomel, non come alternativa al nuovo, ma come una scelta sempre più consapevole da parte dei clienti. Nel 2025 oltre il 60% delle vetture ritirate è stato destinato al mercato dei privati, mentre il restante 40% è stato gestito attraverso canali professionali B2B.
A fare la differenza è soprattutto la qualità dell’offerta: oltre il 90% delle vetture vendute ai clienti privati è certificato secondo i programmi ufficiali delle Case rappresentate dal dealer e può beneficiare di estensioni di garanzia fino a 48 mesi.
Un livello di controllo, trasparenza e tutela che consente di affrontare l’acquisto di un’auto usata con la stessa serenità e affidabilità che si ricerca nel nuovo, trasformando questo comparto in uno dei principali punti di forza dell’azienda. «Il settore sta vivendo una trasformazione senza precedenti. I costruttori europei dovranno essere sempre più rapidi e flessibili. Tuttavia disponiamo di un vantaggio competitivo straordinario: una rete di distribuzione fatta di competenze, relazioni e professionalità costruite nel tempo. Sarà questo patrimonio umano a fare la differenza anche in futuro», conclude Alberto Giacomel.
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Mentre molti costruttori riducono progressivamente l’offerta di motorizzazioni a gasolio, la Casa di Stoccarda continua a credere nelle potenzialità del diesel, soprattutto quando abbinato a sistemi elettrificati capaci di migliorarne efficienza e fluidità. Il risultato? Un suv premium che, come nello stile della casa, coniuga prestazioni elevate e comfort. E, in questo caso, consumi tutto sommato contenuti. L’abbiamo provata.
Partiamo dal design. Dagli esterni. A guardarla, la Glc 450 d trasmette una sensazione di solida eleganza. Le proporzioni sono equilibrate. Riesce ad essere perfino sinuosa. La sua presenza su strada è importante ma mai eccessiva. Il frontale è dominato, come ormai abitudine, dalla grande calandra Mercedes. I gruppi ottici affilati e le superfici pulite contribuiscono a creare un design moderno e raffinato. Anche in questo caso, puro stile Mercedes.
Saliamo a bordo. Nel nostro caso, l’auto era dotata di interni chiari. Una volta entrati nell’abitacolo, si viene accolti dalla pure tradizione Mercedes nel segmento premium, soprattutto nel caso in cui si possa scegliere la versione Amg. La qualità percepita è elevata, grazie a materiali accuratamente selezionati, assemblaggi precisi e una cura dei dettagli che emerge in ogni elemento. La plancia è dominata dal grande display centrale verticale del sistema Mbux, intuitivo e ricco di funzionalità, mentre il quadro strumenti digitale offre numerose possibilità di personalizzazione.
In quest’auto stanno comodi sia chi si trova nei sedili anteriori sia chi si trova in quelli posteriori. Questi ultimi, infatti, possono contare su una buona abitabilità anche nei lunghi viaggi, mentre il bagagliaio si dimostra adeguato alle esigenze di una famiglia. Tutto è progettato per garantire comfort e praticità, senza rinunciare a quell’atmosfera tecnologica che caratterizza le Mercedes più recenti.
Il vero protagonista, come sempre per la casa di Stoccarda, è il motore. Sotto il cofano troviamo un sei cilindri in linea diesel da 3,0 litri abbinato alla tecnologia mild hybrid a 48 volt. Una configurazione sempre più rara sul mercato che, però, continua a offrire parecchi vantaggi. La potenza è abbondante e la coppia disponibile praticamente a ogni regime, consentendo accelerazioni brillanti e riprese immediate.
Alla guida, la Glc 450 d sorprende soprattutto per la fluidità di funzionamento. Il sei cilindri lavora con una regolarità quasi impercettibile, tanto che in molte situazioni è facile dimenticare di essere al volante di un diesel. L’assistenza elettrica contribuisce a rendere le partenze più dolci e le transizioni ancora più lineari, mentre il cambio automatico 9G-Tronic gestisce i rapporti con rapidità e precisione. Lo abbiamo provato sia su strade urbane sia extraurbane.
In città questo suv si muove con una disinvoltura superiore rispetto a quanto le dimensioni potrebbero far pensare. Lo sterzo è leggero nelle manovre, la visibilità è buona e i numerosi sistemi di assistenza aiutano a gestire traffico e parcheggi. È però sulle strade extraurbane e in autostrada che emergono le sue qualità migliori. A velocità di crociera la Glc 450 d mostra una notevole capacità di isolamento acustico. Fruscii aerodinamici e rumori di rotolamento sono praticamente inesistenti, creando un ambiente rilassante anche dopo molte ore al volante. Le sospensioni assorbono efficacemente le irregolarità dell’asfalto, mentre la trazione integrale 4Matic garantisce sempre elevati livelli di sicurezza e stabilità.
Nonostante il peso e la vocazione turistica, il comportamento dinamico risulta convincente anche tra le curve. Il telaio è ben bilanciato e il controllo dei movimenti della carrozzeria è efficace. Non si tratta di un suv sportivo in senso stretto, ma la precisione dell’avantreno e la generosa spinta del sei cilindri permettono di affrontare i percorsi più guidati con soddisfazione. Ma non solo. È anche possibile utilizzare la trazione integrale, andando così ovunque. Uno degli aspetti più interessanti riguarda i consumi. Pur disponendo di prestazioni di alto livello, la Glc 450 d riesce a mantenere valori parecchio contenuti. Nei lunghi trasferimenti autostradali è possibile percorrere distanze importanti senza frequenti soste al distributore, confermando uno dei tradizionali punti di forza della tecnologia diesel. Sul fronte tecnologico, la dotazione è ricca e comprende sistemi avanzati di assistenza alla guida, con funzioni di mantenimento della corsia, cruise control adattivo e monitoraggio dell’ambiente circostante. Il sistema Mbux continua inoltre a rappresentare uno dei riferimenti del segmento per qualità grafica, rapidità di risposta e integrazione dei comandi vocali.
In un panorama automobilistico dominato dall’elettrificazione, la Glc 450 d dimostra che il diesel ha ancora molto da dire quando viene sviluppato con competenza e integrato con le tecnologie più avanzate. Forse non sarà questo il futuro a lungo termine dell’automobile, ma oggi rappresenta una delle proposte più convincenti per chi cerca un suv premium capace di macinare chilometri nel massimo comfort, senza sacrificare piacere di guida ed efficienza.
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Leone XIV (Ansa)
Peraltro, rimarcando un caposaldo della dottrina sociale della Chiesa cattolica che aveva già richiamato anche nel suo importante discorso al Parlamento spagnolo a Madrid martedì scorso. Ma deve esserci un qualche riflesso pavloviano che scatta inesorabile nelle redazioni quando si pensano i titoli sul Papa che parla di migranti.
Il quotidiano Repubblica nella sua homepage titolava ieri sul grido morale del Papa che richiama l’Europa a non abituarsi «a un Mediterraneo cimitero dei migranti», così allo stesso modo il Corriere della Sera. E il quotidiano devi vescovi italiani Avvenire altrettanto, pur ponendo l’accento sul fatto sacrosanto che «nessuno ha il diritto di disprezzarli». Tutto vero, ma anche parziale.
Perché se il Papa alle Canarie nel suo sesto giorno di viaggio apostolico in Spagna ha certamente detto che «l’Europa […] non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi», lo ha fatto però in un ragionamento molto più ampio, che chi ha letto il testo integrale non può ignorare. Infatti, il Papa ha chiamato in causa tutti: i Paesi di origine, quelli di transito, l’Europa e l’intera comunità internazionale, ciascuno con responsabilità precise. Non è un dettaglio: è la struttura stessa del discorso. Una complessità che troppo spesso passa in secondo piano, perché si vuole fare dell’accoglienza un assoluto dal sapore politico, finendo per avere una lettura distorta come quella di chi è animato da odio. Semplificazioni.
Nella dottrina sociale della Chiesa, infatti, il diritto a emigrare è inseparabile dal diritto a non emigrare. La persona ha diritto a cercare altrove condizioni di vita dignitose, ma ha anche diritto a non essere costretta a farlo. E questo implica un dovere politico preciso: creare condizioni di giustizia, pace e sviluppo nei Paesi di origine. Non solo. Lo stesso papa Leone nel novembre scorso, nell’ormai consueto passaggio con i giornalisti uscendo da Villa Barberini a Castelgandolfo, mentre commentava la dichiarazione del 13 novembre della Conferenza episcopale degli Stati Uniti su migranti e richiedenti asilo, richiamava alla necessità di trattare le persone con dignità, aggiungendo: «Penso che ogni Paese abbia il diritto di determinare chi, come e quando le persone entrano». È ancora una volta un richiamo alla dottrina sociale della Chiesa che appunto riconosce alle autorità politiche il diritto di porre condizioni al fenomeno migratorio per preservare il bene comune, controllare le frontiere e regolare i flussi. Questi sono i punti che di solito spariscono dai titoli, eppure aiutano a comprendere veramente la posizione della Chiesa e del Papa.
È una linea che tiene insieme due principi che nel dibattito pubblico vengono sistematicamente separati: sovranità e dignità. Eppure, nei titoli, resta quasi sempre solo uno dei due. Il risultato è un cortocircuito: il Papa viene arruolato a forza dentro categorie che non sono le sue. Diventa, a seconda dei casi, un campione dell’accoglienza senza limiti o un moralista che ignora la realtà. Ma nessuna delle due caricature regge al discorso pronunciato ieri a Gran Canaria o a quanto detto dal Papa davanti ai Parlamentari spagnoli martedì.
Il Papa fa il Papa e tiene insieme accoglienza e responsabilità, diritti dei migranti e doveri delle istituzioni, solidarietà immediata e giustizia strutturale. Dire che il Mediterraneo non può essere un cimitero non significa ignorare il problema dei flussi. Significa rifiutare che la soluzione sia la morte. Così porre domande sulle possibilità e modalità di accoglienza non può significare che chi le fa sia una qualcuno che si gira dall’altra parte di fronte alle persone che chiedono aiuto. Dare letture parziali al fenomeno dei migranti, magari utilizzando il Papa, è un altro modo per calare l’ideologia sulla realtà.
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Fin qui nulla da dire, anzi ben venga, tanto più di questi tempi, che la proposta educativa oratoriale risulti sia attiva e partecipata. In effetti, tante sono le attività, dal basket al rugby fino appunto ai laboratori durante la fase estiva, che la parrocchia milanese - preparata anche ad accogliere i bambini con disabilità - offre; e di questo non si può che esser grati.
Il punctum dolens dell’attività di tale oratorio sta nella decisione presa dal parroco, don Giovanni Salatino, di renderlo «inclusivo e aperto al dialogo» fino al punto di concedere anche ai ragazzi musulmani un loro momento di preghiera. A questo verranno riservati spazi, momenti di preghiera per l’appunto, e perfino animatori del Grest…già islamici. Nessuna esagerazione, è lo stesso don Salatino - intervistato sul sito diocesano ChiesadiMilano.it - a dichiarare di avere «la fortuna di avere alcuni animatori, già grandi, di fede islamica: saranno loro, quindi, a guidare la preghiera con i ragazzi, in un luogo separato». Da quanto è dato capire anche i giovani islamici seguiranno, con altri, un percorso di condivisione fatto di riflessione sul tema di volta in volta al centro delle singole giornate, seguendo la storia dell’anno, sulla vita di San Francesco.
Poi però a questi ragazzi, guidati lo si ripete da animatori anch’essi musulmani, sarà concesso di appartarsi per propri momenti di preghiera. «Immagino che la preghiera si possa concludere con la formula islamica del Bismillah», è al riguardo il commento del parroco, secondo cui «è sempre meglio aiutare i ragazzi a pregare» dato che, prosegue don Salatino, «preghiamo lo stesso Dio, certamente all’interno di tradizioni religiose differenti. E riconoscere all’altro la propria identità è nello spirito del Vangelo». Ora, senza minimamente dubitare delle ottime intenzioni del sacerdote, sono diversi i profili, rispetto a questa iniziativa, che destano qualche perplessità. A partire dal fatto, come lo stesso articolo di ChiesadiMilano.it riporta, che «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» nel quartiere di Baggio.
Non che una più sostanziosa presenza musulmana avrebbe reso meno singolare l’iniziativa in parola, ovviamente; ma il fatto che questa presenza, se non esigua, risulti comunque quanto meno contenuta, ecco, alimenta ancor più un certo stupore. In effetti, andando a leggere i commenti sui social, ci si imbatte nelle perplessità di non pochi fedeli che, con toni pacati, manifestano imbarazzo e incredulità. Sotto il post Facebook della diocesi di Milano, per esempio, un utente afferma che «la Chiesa deve accogliere, aiutare e amare tutti, rompendo ogni barriera. Quindi è giusto che le parrocchie, le mense per i poveri e la Caritas aiutino tutti al di là della religione». «Ma», aggiunge questa stessa persona, «momenti di preghiera islamica - o di qualsivoglia altra religione - in oratorio no. Questo è sbagliato».
Un altro utente con toni egualmente pacati ha lasciato un commento simile: «Si può fare tutto, ma la preghiera musulmana in oratorio anche no, come dicevate crea confusione, trovate un posto fuori dell’oratorio!». C’è perfino chi, conoscendo e stimando molto don Giovanni Salatino («ci metto la mano sul fuoco, ho fiducia e rispetto. Dio lo benedica sempre!»), lascia trasparire un certo disappunto: «Far pregare i musulmani in oratorio non mi è mai andato a genio».
Dulcis in fundo, non ci si può non chiedere - dato che la sala di preghiera musulmana verrà concessa durante un’«estate francescana», come si legge su ChiesadiMilano.it - cosa penserebbe di tutto questo lui, il santo di Assisi. Che nel 1219, al cospetto del sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo ad oltranza non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio». «Proprio per questo», concludeva, «i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».
Erano tutt’altri tempi, certo: ma san Francesco quello era, quello pensava e diceva. E colpisce che, in nome del dialogo - anche dove «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» - spazi di oratori che pure, repetita iuvant, svolgono molte attività lodevoli, finiscano con l’essere appaltati ad altre fedi; con l’amaro risultato di lasciare di sale anche quei fedeli che faticano a riconoscere l’ambiente parrocchiale in cui sono cresciuti e a cui, come tantissimi, si sentono ancora legati.
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