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2021-04-26
Tassi, ricomincia la spremuta. Ma ora i mutui convengono
Ai più inesperti potrà sembrare un paradosso, ma anche il denaro contante ha un valore che può salire o scendere, al pari di un'auto usata. Così, se il cash non è più un bene di valore, alle banche non conviene più che i risparmiatori tengano liquidità parcheggiata sul conto. Risultato? Per non perdere ricavi, le banche stanno alzando a dismisura i costi dei conti correnti. Ed è solo l'inizio.
Di fatto, la Bce ha abbassato i tassi interbancari a tal punto (con l'obiettivo di favorire la circolazione di denaro e dunque la crescita economica) che gli istituti pagano per depositare il denaro in eccesso presso la Bce. Quello che avviene, infatti, è che la liquidità dei clienti viene normalmente depositata a Francoforte a tassi positivi per cui gli istituti percepiscono ricavi. Di questi tempi, però, il tasso è negativo (-0,50%) e così le banche devono pagare per la liquidità dei loro clienti. Gli istituti, però, non hanno certo intenzione di sobbarcarsi certi costi e preferiscono riversarli sui risparmiatori.
La prima a rompere il ghiaccio è stata Fineco, annunciando a marzo la possibilità di chiudere il conto a tutti i correntisti con oltre 100.000 euro di liquidità non investita. Il gruppo Unicredit ha scelto una strada più morbida, ma ugualmente dolorosa. Invece di «accanirsi» solo sui clienti con molta liquidità investita, ha preferito alzare i canoni mensili a tutti perché «si è verificato un peggioramento delle condizioni economiche di gestione della liquidità di conto corrente, legato principalmente al persistente andamento negativo dei valore dell'Euribor 3 mesi, che ha raggiunto stabilmente valori negativi».
Il problema vero è che la situazione non pare affatto transitoria e che, con molta probabilità, diversi altri istituti si accoderanno alle scelte di Fineco e Unicredit. Anche perché, ironia della sorte, la pandemia del Covid-19 ha fatto salire i depositi degli italiani a quasi 1.700 miliardi. Del resto, con molti esercizi chiusi, spendere non è così facile e la liquidità lievita.
Ad accendere un faro sulla questione è la stessa Bankitalia, secondo cui nel 2020 il costo annuo per mantenere un conto è aumentato mediamente di 88,5 euro rispetto al 2019. L'incremento ha interessato principalmente le spese fisse (canone annuo, bonifici, prelievi allo sportello, assegni), mentre poco meno di un terzo è relativo a quelle variabili. Si tratta esattamente della conferma che le banche stanno facendo di tutto per disincentivare la giacenza di denaro alzando i costi fissi e non quelli variabili. Via Nazionale ha messo sotto la lente, ad esempio, i costi dei prelievi allo sportello o al Bancomat. La norma che, a partire da gennaio 2022, impedirà, il pagamento in contanti oltre la soglia dei mille euro, porterà a un aumento esponenziale del numero di transazioni, ancora una volta comportando maggiori esborsi per i risparmiatori. Inoltre, pagamenti più ridotti possono voler dire, per chi non ha dimestichezza con la moneta elettronica, prelievi più frequenti il che, a sua volta, significa più costi. E chi non usa i contanti? Se aumentano le commissioni su bonifici e assegni, la musica non cambia. C'è poi il tema dei bollettini. Si pensi al pagamento di Tari, bollo auto ed altre tasse: le commissioni allo sportello nel 2020 sono salite in media da 1,50 a 3,50 euro.
C'è poi un vero e proprio paradosso: lo Stato, per favorire il pagamento delle imposte e delle tasse, sta incoraggiando sempre di più l'utilizzo di carte elettroniche o, più in generale, a evitare il ricorso al contante. Peccato che per usare la moneta elettronica serva un conto corrente che lo alimenti, uno strumento che ogni giorno (e con l'economia italiana che crolla) è sempre più caro.
In parole povere la Bce, con la sua politica, ha introdotto a tutti gli effetti una «nuova tassa» che le banche hanno intenzione di scaricare sulle spalle dei risparmiatori. Una cosa è certa, mal comune, mezzo gaudio. Anche al di fuori dei confini italiani la solfa appare la medesima. Anzi, in alcuni casi, già da tempo alcuni istituti hanno iniziato a buttare sui risparmiatori il peso dei tassi interbancari negativi.
A Berlino alcune realtà regionali tedesche come la Berliner Volksbank oppure la Raiffeisenbank im Oberland da tempo stanno facendo pagare i tassi negativi ai risparmiatori.
Perché dunque la Bce ha imposto tassi così bassi? Il motivo è chiaro: con il costo del denaro così basso si favorisce l'economia: in particolar modo i prestiti alle imprese che, se solventi, possono così garantirsi nuova liquidità a prezzi di saldo. La questione vale anche per i privati che, a questi livelli, possono chiedere finanziamenti a costi contenuti, il tema è di particolare interesse per i mutui, prodotti che non sono mai stati così a buon mercato.
Il problema è che gli italiani si sentono sempre meno fiduciosi a investire i propri risparmi in banca dopo scandali che hanno raso al suolo le fatiche di molti italiani. Purtroppo, però, l'amara verità è che l'unico modo per non pagare costi troppo salati è quella di investire il proprio denaro. Anche perché, va detto, è sempre stata una buona norma quella di non tenere troppa liquidità sul conto. Ricordiamoci sempre che il Fondo interbancario di tutela dei depositi risarcisce i correntisti fino a un massimo di 100.000 euro in caso di crack bancario. Oltre quella soglia, un risparmiatore naviga comunque in acque molto turbolente. A questo si aggiunga che le difficoltà nel reperire nuove fonti di reddito ha spinto le banche a fare non poche pressioni commerciali sul personale per spingere i clienti a investire.
Da tempo i maggiori sindacati del comparto bancario come Fabi, First Cisl, Fisac Cgil, Uilca e Unisin si stanno battendo per evitare che i 300.000 dipendenti del settore subiscano pressioni commerciali fuori dal comune. Due sono i pericoli lamentati dalle sigle sindacali: il moltiplicarsi delle campagne prodotto e l'innalzamento dei budget individuali, oltre rischio di pratiche poco trasparenti nei confronti della clientela come l'offerta a distanza di prodotti non finanziari collegati a un finanziamento.
«Costi dei conti in aumento. E con un paradosso: i più solventi pagano di più»
I costi dei conti correnti sono destinati a schizzare verso l'alto. La liquidità non investita costa troppo per via dei tassi interbancari negativi imposti dalla Bce. Le associazioni di consumatori sul tema sono già sul piede di guerra perché, secondo loro, non è corretto che gli istituti bancari decidano di far pagare il problema ai risparmiatori. La Verità ne ha parlato con l'avvocato Antonella Nanna, responsabile della consulta giuridica di Federconsumatori.
Avvocato, cosa sta succedendo?
«Per via dei costi troppo elevati le banche si stanno avvalendo del diritto di recesso per le giacenze elevate. La prima è stata Fineco che, con una lettera, ha comunicato ai risparmiatori l'eventualità di chiudere il conto per chi ha più di 100.000 euro non investiti. Va detto, si tratta di un diritto di cui le banche si possono avvalere. Non c'è nulla di scorretto in questo. L'articolo 118 del Testo unico bancario prevede che la banca, dandone corretta comunicazione, abbia facoltà di recedere o modificare il contratto con il cliente quando crede. Dal canto suo, il cliente deve avere il tempo di fare la sua scelta e accettare le modifiche contrattuali o recedere senza costi aggiuntivi».
Cosa temete?
«Il timore che abbiamo noi di Federconsumatori è che le banche possano fare cartello e iniziare tutte di concerto a recedere o, più probabilmente, a modificare il contratto alzando sensibilmente i costi del conto corrente. Così facendo il risparmiatore non avrebbe scampo e si troverebbe obbligato a pagare per qualcosa che prima aveva gratuitamente. Noi questo lo abbiamo già segnalato all'Autorità garante della concorrenza e del mercato. Il problema è che le banche, forti della loro posizione, stanno cercando di spalmare questi aumenti sui correntisti. Per noi è assurdo. Il rischio di impresa non può cadere sulla clientela».
Che rischi ci sono per chi tiene troppi soldi in banca?
Questa non è una scelta a costo zero per i risparmiatori. In primis, il consumatore, tenendo liquidità non investita, paga l'inflazione che giorno dopo giorno erode il potere d'acquisto. Ma il problema principale è quello delle frodi informatiche: tenere i soldi sul conto oggi non è così sicuro. O quantomeno ci sono dei rischi. Ci sono persino istituti che fanno leva sulla frode per spiegarti che non è il caso di tenere liquidità sul conto. Oggi, quindi, prima le banche ti chiedono una radiografia completa per aprire un conto corrente e capire se non hai problemi. Poi ti disincentivano se sei troppo capiente. Cosa deve fare un consumatore?».
Cosa fare dunque per ovviare al problema?
«Se da un lato è vero che la banca può comunicare di modificare o chiudere il conto perché si tratta di un rapporto commerciale tra privati, dall'altro noi troviamo ingiusto che un correntista venga messo in difficoltà perché ha troppa liquidità. Non può essere un problema che si deve sobbarcare il consumatore finale. Per ora l'unica opzione è cambiare conto migrando verso un prodotto dai costi più contenuti. Ma quello che si deve combattere è il fatto di essere penalizzati perché troppo solventi. Non può essere un concetto sostenibile questo».
Le banche, dunque, dovrebbero contrattare con la Bce per ovviare al problema?
«Gli istituti dovrebbero fare la voce grossa o quantomeno farsi carico del costo. Parliamo sempre di situazioni in cui c'è la banca forte contro il piccolo risparmiatore. Poi, io seguo questo mondo da molti anni, c'è il timore che vengano proposti investimenti troppo rischiosi perché si è rotto il rapporto di fiducia tra banca e correntista. Quindi la gente non investe perché ha paura di veder andare in fumo i propri risparmi».
Investire, poi, non è gratis.
«Per nulla. Per una banca il servizio di gestione patrimoniale o di risparmio amministrato è ben più redditizio rispetto a tenere soldi sul conto. Quindi ancora una volta, spingendo il risparmiatore a investire, lo si spinge a spendere ancora di più nei servizi della banca. Senza pensare che oggi tutti cercano di favorire l'utilizzo di carte di credito, di debito o, più in generale, il ricorso alla moneta elettronica. In poche parole, si costringe il risparmiatore a spendere per via telematica obbligando di fatto ad avere un conto, lo stesso che la banca ti spinge ad avere con poca liquidità. È chiaro con queste premesse il risparmiatore si trovi come minimo disorientato. Temiamo, inoltre, che le banche possano arrivare a imporre un limite sulla liquidità non investita. Se così fosse il consumatore si potrebbe trovare obbligato ad avere più conti aumentando ancora di più i costi da sostenere».
Ma fare un mutuo oggi resta conveniente
Tra i vantaggi di avere tassi di interesse voluti dalla Bce così bassi c'è sicuramente quello di poter accedere a muti i cui costi sono oggi impensabili, se paragonati anche solo a qualche anno fa. Del resto, l'obiettivo di Francoforte era proprio questo: abbassare i livelli per far girare l'economia. A tutto vantaggio del mercato immobiliare italiano, anch'esso da tempo traballante a fronte di una crisi economica che ha colpito le transazioni soprattutto fuori dai grandi centri abitati come Roma e Milano.
«Nel corso del primo trimestre le banche non solo hanno continuato ad offrire condizioni favorevoli, ma hanno anche mantenuto una certa elasticità nei criteri di valutazione del merito creditizio dei richiedenti», dice Ivano Cresto, responsabile mutui di Facile.it. «Tutto questo ha contribuito a sostenere la domanda in un periodo comunque ancora molto influenzato dagli effetti della pandemia», spiega.
Ad ogni modo, sebbene le condizioni applicate dalle banche siano rimaste estremamente favorevoli, qualcosa sul fronte degli indici si è mosso e questo ha prodotto, in particolare, un lieve aumento dei tassi fissi.
Il rincaro è dovuto alle aspettative di inflazione: le previsioni di crescita dell'economia americana dovuta alle vaccinazioni di massa e, di riflesso, la possibile ripartenza dell'economia europea e dei prezzi al consumo, hanno determinato un aumento dell'Irs (l'indice che guida il tasso dei mutui fissi), con conseguente rincaro dei tassi offerti alla clientela.
I valori restano tuttora comunque molto convenienti. Secondo le simulazioni di Facile.it, per un finanziamento da 126.000 euro da restituire in 25 anni, ad aprile 2021 il Taeg medio (il tasso annuo effettivo globale) rilevato online è salito all'1,37%, vale a dire il 10,5% in più rispetto a febbraio 2021.
Ancora molto basso, invece, il tasso variabile: ad aprile 2021, sempre secondo la simulazione di Facile.it, il Taeg medio era pari all'1,03%. Torna quindi ad allargarsi la forbice tra tassi fissi e tassi variabili; secondo la simulazione di Facile.it, la differenza media è di circa 18 euro sulla singola rata iniziale, ma sebbene la distanza sia cresciuta, ad oggi non si è registrata un'inversione di tendenza e più di 9 aspiranti mutuatari su 10 optano ancora per il fisso.
Certo, l'aumento dei tassi di interesse ha avuto però un primo effetto; il calo delle richieste di surroga. Chi, in pratica, passa per il mutuo da una banca all'altra con l'obiettivo di spendere meno.
Secondo l'analisi di Facile.it e Mutui.it, nel primo trimestre 2021 il peso percentuale di questo tipo di finanziamento è diminuito, passando dal 37% dello scorso anno al 22%.
Per una lettura corretta del fenomeno, però, va considerato che a marzo 2020 il settore immobiliare e quello dei mutui hanno vissuto un vero e proprio stop, soprattutto per quanto riguarda la richiesta di nuovi finanziamenti; inoltre, un calo del peso delle surroghe è fisiologico se si considera che i tassi di interesse sono bassi da tempo e che, negli scorsi anni, tantissimi italiani hanno già approfittato una, se non più volte, di questa opportunità.
Addio alla surroga dunque? Niente affatto, almeno per ora; nonostante gli aumenti, i tassi odierni sono ancora nettamente inferiori rispetto agli indici rilevati pre-pandemia. Un esempio: surrogando oggi un finanziamento a tasso fisso da 126.000 euro in 25 anni sottoscritto con il tasso medio rilevato a gennaio 2020 si potrebbero risparmiare oltre 4.000 euro di interessi calcolati sull'intera durata del mutuo.
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La politica della Bce di tenere bassi i tassi ha spinto gli istituti a scaricare sulle spalle dei correntisti una «nuova tassa». La giacenza di denaro è penalizzata e chi ha più di 100.000 euro è spinto a investirli per non perderci.La responsabile giuridica di Federconsumatori, Antonella Nanna: «Sembra assurdo ma il problema sta diventando avere troppa liquidità. Chi ha maggiori disponibilità viene penalizzato».Sebbene di recente ci siano stati dei rincari, è ancora vantaggioso chiedere un finanziamento o una surroga.Lo speciale contiene tre articoli.Ai più inesperti potrà sembrare un paradosso, ma anche il denaro contante ha un valore che può salire o scendere, al pari di un'auto usata. Così, se il cash non è più un bene di valore, alle banche non conviene più che i risparmiatori tengano liquidità parcheggiata sul conto. Risultato? Per non perdere ricavi, le banche stanno alzando a dismisura i costi dei conti correnti. Ed è solo l'inizio. Di fatto, la Bce ha abbassato i tassi interbancari a tal punto (con l'obiettivo di favorire la circolazione di denaro e dunque la crescita economica) che gli istituti pagano per depositare il denaro in eccesso presso la Bce. Quello che avviene, infatti, è che la liquidità dei clienti viene normalmente depositata a Francoforte a tassi positivi per cui gli istituti percepiscono ricavi. Di questi tempi, però, il tasso è negativo (-0,50%) e così le banche devono pagare per la liquidità dei loro clienti. Gli istituti, però, non hanno certo intenzione di sobbarcarsi certi costi e preferiscono riversarli sui risparmiatori. La prima a rompere il ghiaccio è stata Fineco, annunciando a marzo la possibilità di chiudere il conto a tutti i correntisti con oltre 100.000 euro di liquidità non investita. Il gruppo Unicredit ha scelto una strada più morbida, ma ugualmente dolorosa. Invece di «accanirsi» solo sui clienti con molta liquidità investita, ha preferito alzare i canoni mensili a tutti perché «si è verificato un peggioramento delle condizioni economiche di gestione della liquidità di conto corrente, legato principalmente al persistente andamento negativo dei valore dell'Euribor 3 mesi, che ha raggiunto stabilmente valori negativi». Il problema vero è che la situazione non pare affatto transitoria e che, con molta probabilità, diversi altri istituti si accoderanno alle scelte di Fineco e Unicredit. Anche perché, ironia della sorte, la pandemia del Covid-19 ha fatto salire i depositi degli italiani a quasi 1.700 miliardi. Del resto, con molti esercizi chiusi, spendere non è così facile e la liquidità lievita.Ad accendere un faro sulla questione è la stessa Bankitalia, secondo cui nel 2020 il costo annuo per mantenere un conto è aumentato mediamente di 88,5 euro rispetto al 2019. L'incremento ha interessato principalmente le spese fisse (canone annuo, bonifici, prelievi allo sportello, assegni), mentre poco meno di un terzo è relativo a quelle variabili. Si tratta esattamente della conferma che le banche stanno facendo di tutto per disincentivare la giacenza di denaro alzando i costi fissi e non quelli variabili. Via Nazionale ha messo sotto la lente, ad esempio, i costi dei prelievi allo sportello o al Bancomat. La norma che, a partire da gennaio 2022, impedirà, il pagamento in contanti oltre la soglia dei mille euro, porterà a un aumento esponenziale del numero di transazioni, ancora una volta comportando maggiori esborsi per i risparmiatori. Inoltre, pagamenti più ridotti possono voler dire, per chi non ha dimestichezza con la moneta elettronica, prelievi più frequenti il che, a sua volta, significa più costi. E chi non usa i contanti? Se aumentano le commissioni su bonifici e assegni, la musica non cambia. C'è poi il tema dei bollettini. Si pensi al pagamento di Tari, bollo auto ed altre tasse: le commissioni allo sportello nel 2020 sono salite in media da 1,50 a 3,50 euro.C'è poi un vero e proprio paradosso: lo Stato, per favorire il pagamento delle imposte e delle tasse, sta incoraggiando sempre di più l'utilizzo di carte elettroniche o, più in generale, a evitare il ricorso al contante. Peccato che per usare la moneta elettronica serva un conto corrente che lo alimenti, uno strumento che ogni giorno (e con l'economia italiana che crolla) è sempre più caro. In parole povere la Bce, con la sua politica, ha introdotto a tutti gli effetti una «nuova tassa» che le banche hanno intenzione di scaricare sulle spalle dei risparmiatori. Una cosa è certa, mal comune, mezzo gaudio. Anche al di fuori dei confini italiani la solfa appare la medesima. Anzi, in alcuni casi, già da tempo alcuni istituti hanno iniziato a buttare sui risparmiatori il peso dei tassi interbancari negativi. A Berlino alcune realtà regionali tedesche come la Berliner Volksbank oppure la Raiffeisenbank im Oberland da tempo stanno facendo pagare i tassi negativi ai risparmiatori. Perché dunque la Bce ha imposto tassi così bassi? Il motivo è chiaro: con il costo del denaro così basso si favorisce l'economia: in particolar modo i prestiti alle imprese che, se solventi, possono così garantirsi nuova liquidità a prezzi di saldo. La questione vale anche per i privati che, a questi livelli, possono chiedere finanziamenti a costi contenuti, il tema è di particolare interesse per i mutui, prodotti che non sono mai stati così a buon mercato.Il problema è che gli italiani si sentono sempre meno fiduciosi a investire i propri risparmi in banca dopo scandali che hanno raso al suolo le fatiche di molti italiani. Purtroppo, però, l'amara verità è che l'unico modo per non pagare costi troppo salati è quella di investire il proprio denaro. Anche perché, va detto, è sempre stata una buona norma quella di non tenere troppa liquidità sul conto. Ricordiamoci sempre che il Fondo interbancario di tutela dei depositi risarcisce i correntisti fino a un massimo di 100.000 euro in caso di crack bancario. Oltre quella soglia, un risparmiatore naviga comunque in acque molto turbolente. A questo si aggiunga che le difficoltà nel reperire nuove fonti di reddito ha spinto le banche a fare non poche pressioni commerciali sul personale per spingere i clienti a investire. Da tempo i maggiori sindacati del comparto bancario come Fabi, First Cisl, Fisac Cgil, Uilca e Unisin si stanno battendo per evitare che i 300.000 dipendenti del settore subiscano pressioni commerciali fuori dal comune. Due sono i pericoli lamentati dalle sigle sindacali: il moltiplicarsi delle campagne prodotto e l'innalzamento dei budget individuali, oltre rischio di pratiche poco trasparenti nei confronti della clientela come l'offerta a distanza di prodotti non finanziari collegati a un finanziamento.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ora-i-mutui-convengono-2652772508.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="costi-dei-conti-in-aumento-e-con-un-paradosso-i-piu-solventi-pagano-di-piu" data-post-id="2652772508" data-published-at="1619367260" data-use-pagination="False"> «Costi dei conti in aumento. E con un paradosso: i più solventi pagano di più» I costi dei conti correnti sono destinati a schizzare verso l'alto. La liquidità non investita costa troppo per via dei tassi interbancari negativi imposti dalla Bce. Le associazioni di consumatori sul tema sono già sul piede di guerra perché, secondo loro, non è corretto che gli istituti bancari decidano di far pagare il problema ai risparmiatori. La Verità ne ha parlato con l'avvocato Antonella Nanna, responsabile della consulta giuridica di Federconsumatori. Avvocato, cosa sta succedendo? «Per via dei costi troppo elevati le banche si stanno avvalendo del diritto di recesso per le giacenze elevate. La prima è stata Fineco che, con una lettera, ha comunicato ai risparmiatori l'eventualità di chiudere il conto per chi ha più di 100.000 euro non investiti. Va detto, si tratta di un diritto di cui le banche si possono avvalere. Non c'è nulla di scorretto in questo. L'articolo 118 del Testo unico bancario prevede che la banca, dandone corretta comunicazione, abbia facoltà di recedere o modificare il contratto con il cliente quando crede. Dal canto suo, il cliente deve avere il tempo di fare la sua scelta e accettare le modifiche contrattuali o recedere senza costi aggiuntivi». Cosa temete? «Il timore che abbiamo noi di Federconsumatori è che le banche possano fare cartello e iniziare tutte di concerto a recedere o, più probabilmente, a modificare il contratto alzando sensibilmente i costi del conto corrente. Così facendo il risparmiatore non avrebbe scampo e si troverebbe obbligato a pagare per qualcosa che prima aveva gratuitamente. Noi questo lo abbiamo già segnalato all'Autorità garante della concorrenza e del mercato. Il problema è che le banche, forti della loro posizione, stanno cercando di spalmare questi aumenti sui correntisti. Per noi è assurdo. Il rischio di impresa non può cadere sulla clientela». Che rischi ci sono per chi tiene troppi soldi in banca? Questa non è una scelta a costo zero per i risparmiatori. In primis, il consumatore, tenendo liquidità non investita, paga l'inflazione che giorno dopo giorno erode il potere d'acquisto. Ma il problema principale è quello delle frodi informatiche: tenere i soldi sul conto oggi non è così sicuro. O quantomeno ci sono dei rischi. Ci sono persino istituti che fanno leva sulla frode per spiegarti che non è il caso di tenere liquidità sul conto. Oggi, quindi, prima le banche ti chiedono una radiografia completa per aprire un conto corrente e capire se non hai problemi. Poi ti disincentivano se sei troppo capiente. Cosa deve fare un consumatore?». Cosa fare dunque per ovviare al problema? «Se da un lato è vero che la banca può comunicare di modificare o chiudere il conto perché si tratta di un rapporto commerciale tra privati, dall'altro noi troviamo ingiusto che un correntista venga messo in difficoltà perché ha troppa liquidità. Non può essere un problema che si deve sobbarcare il consumatore finale. Per ora l'unica opzione è cambiare conto migrando verso un prodotto dai costi più contenuti. Ma quello che si deve combattere è il fatto di essere penalizzati perché troppo solventi. Non può essere un concetto sostenibile questo». Le banche, dunque, dovrebbero contrattare con la Bce per ovviare al problema? «Gli istituti dovrebbero fare la voce grossa o quantomeno farsi carico del costo. Parliamo sempre di situazioni in cui c'è la banca forte contro il piccolo risparmiatore. Poi, io seguo questo mondo da molti anni, c'è il timore che vengano proposti investimenti troppo rischiosi perché si è rotto il rapporto di fiducia tra banca e correntista. Quindi la gente non investe perché ha paura di veder andare in fumo i propri risparmi». Investire, poi, non è gratis. «Per nulla. Per una banca il servizio di gestione patrimoniale o di risparmio amministrato è ben più redditizio rispetto a tenere soldi sul conto. Quindi ancora una volta, spingendo il risparmiatore a investire, lo si spinge a spendere ancora di più nei servizi della banca. Senza pensare che oggi tutti cercano di favorire l'utilizzo di carte di credito, di debito o, più in generale, il ricorso alla moneta elettronica. In poche parole, si costringe il risparmiatore a spendere per via telematica obbligando di fatto ad avere un conto, lo stesso che la banca ti spinge ad avere con poca liquidità. È chiaro con queste premesse il risparmiatore si trovi come minimo disorientato. Temiamo, inoltre, che le banche possano arrivare a imporre un limite sulla liquidità non investita. 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A tutto vantaggio del mercato immobiliare italiano, anch'esso da tempo traballante a fronte di una crisi economica che ha colpito le transazioni soprattutto fuori dai grandi centri abitati come Roma e Milano. «Nel corso del primo trimestre le banche non solo hanno continuato ad offrire condizioni favorevoli, ma hanno anche mantenuto una certa elasticità nei criteri di valutazione del merito creditizio dei richiedenti», dice Ivano Cresto, responsabile mutui di Facile.it. «Tutto questo ha contribuito a sostenere la domanda in un periodo comunque ancora molto influenzato dagli effetti della pandemia», spiega. Ad ogni modo, sebbene le condizioni applicate dalle banche siano rimaste estremamente favorevoli, qualcosa sul fronte degli indici si è mosso e questo ha prodotto, in particolare, un lieve aumento dei tassi fissi. Il rincaro è dovuto alle aspettative di inflazione: le previsioni di crescita dell'economia americana dovuta alle vaccinazioni di massa e, di riflesso, la possibile ripartenza dell'economia europea e dei prezzi al consumo, hanno determinato un aumento dell'Irs (l'indice che guida il tasso dei mutui fissi), con conseguente rincaro dei tassi offerti alla clientela. I valori restano tuttora comunque molto convenienti. Secondo le simulazioni di Facile.it, per un finanziamento da 126.000 euro da restituire in 25 anni, ad aprile 2021 il Taeg medio (il tasso annuo effettivo globale) rilevato online è salito all'1,37%, vale a dire il 10,5% in più rispetto a febbraio 2021. Ancora molto basso, invece, il tasso variabile: ad aprile 2021, sempre secondo la simulazione di Facile.it, il Taeg medio era pari all'1,03%. Torna quindi ad allargarsi la forbice tra tassi fissi e tassi variabili; secondo la simulazione di Facile.it, la differenza media è di circa 18 euro sulla singola rata iniziale, ma sebbene la distanza sia cresciuta, ad oggi non si è registrata un'inversione di tendenza e più di 9 aspiranti mutuatari su 10 optano ancora per il fisso. Certo, l'aumento dei tassi di interesse ha avuto però un primo effetto; il calo delle richieste di surroga. Chi, in pratica, passa per il mutuo da una banca all'altra con l'obiettivo di spendere meno. Secondo l'analisi di Facile.it e Mutui.it, nel primo trimestre 2021 il peso percentuale di questo tipo di finanziamento è diminuito, passando dal 37% dello scorso anno al 22%. Per una lettura corretta del fenomeno, però, va considerato che a marzo 2020 il settore immobiliare e quello dei mutui hanno vissuto un vero e proprio stop, soprattutto per quanto riguarda la richiesta di nuovi finanziamenti; inoltre, un calo del peso delle surroghe è fisiologico se si considera che i tassi di interesse sono bassi da tempo e che, negli scorsi anni, tantissimi italiani hanno già approfittato una, se non più volte, di questa opportunità. Addio alla surroga dunque? Niente affatto, almeno per ora; nonostante gli aumenti, i tassi odierni sono ancora nettamente inferiori rispetto agli indici rilevati pre-pandemia. Un esempio: surrogando oggi un finanziamento a tasso fisso da 126.000 euro in 25 anni sottoscritto con il tasso medio rilevato a gennaio 2020 si potrebbero risparmiare oltre 4.000 euro di interessi calcolati sull'intera durata del mutuo.
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Giorgia Meloni (Ansa)
Ieri la pantomima sulla Groenlandia, che Donald Trump ha eletto a checkpoint Charlie del nuovo ordine mondiale, ha toccato l’apice. Gli europei hanno inviato sull’isola un contingente militare di svedesi, francesi e tedeschi. Poche centinaia di soldati, con un ufficiale belga, che hanno fatto arricciare il naso a Vladimir Putin che se dice che la Danimarca è Europa però mette sull’avviso la Nato: manovre vicine a noi provocheranno una reazione. Perciò Copenaghen si è affrettata a sostenere che la missione Artic Endurance, già in ritirata, va allargata agli Usa: finita la guerra in Ucraina prevedendo un espansionismo di Mosca dovranno garantire con gli europei la sicurezza nell’Artico. Ieri mentre il presidente del Ppe Manfred Weber, accodandosi a Pse e Renew, ha sentenziato che «si sospendono gli accordi commerciali tra Usa e Ue finché resta la minaccia dei dazi aggiuntivi», il cancelliere tedesco Friedrich Merz faceva ritirare, dopo 24 ore, le truppe tedesche dalla Groenlandia perché «fa troppo freddo», ma ribadiva: «Siamo a fianco di Danimarca e isolani, come Nato ci impegniamo a garantire la sicurezza nell’Artico e avvertiamo che le minacce tariffarie compromettono le relazioni transatlantiche e comportano il rischio di un’escalation». Qualcosa però non torna. A fine novembre - rivela Die Welt - la Nato ha deciso il trasferimento top secret della difesa dei Paesi nordici dal comando di Brunnsum (Paesi Bassi) a quello di Norfolk (Stati Uniti) e riguarda Danimarca, Finlandia e Svezia. Perciò il comandante della Seconda Flotta Usa di Norfolk, Douglas G. Perry, sarebbe responsabile della difesa della Groenlandia, potenzialmente contro un ordine militare del suo stesso comandante in capo, il presidente americano.
A Bruxelles hanno deciso di sfidare oltre a Donald Trump anche il ridicolo. Stamane il segretario generale della Nato vede il ministro della Difesa della Danimarca, Troels Lund Poulsen, e il ministro per gli Affari esteri della Groenlandia, Vivian Motzfeldt. Ieri Mark Rutte col presidente americano ha discusso i piani di difesa Nato per la sicurezza nell’Artico. Se questo è il quadro sul terreno resta la disperata ricerca di pretesti per farsi vedere. Emmanuel Macron - scavalcando i tedeschi - chiede «l’attivazione dello strumento anticoercizione dell’Ue qualora venissero messe in atto le minacce di Trump relative a nuovi dazi». Significa di fatto interrompere ogni rapporto economico con Washington. È lo stesso strumento invocato da Paolo Gentiloni che alla Stampa accusa: quello di Trump «è l’annuncio di un atto di guerra economica ai propri alleati: il rischio è che in Groenlandia oltre ai ghiacciai si sciolga anche la Nato». E poi aggiunge che la posizione «attendista italiana non giova perché il nostro è il governo più trumpiano d’Europa». Peccato che l’Irlanda col primo ministro Micheal Martin dica che «una guerra commerciale Usa-Ue sarebbe dannosa per tutti e va trovata un’intesa». Non la pensano così Ursula von der Leyen - «si rischia una spirale pericolosa» - e Antonio Costa, presidente del Consiglio europeo, che come già col Mercosur sperano nella crisi groenlandese per evitare che si liquefaccia l’Europa. Per il Financial Times la Ue starebbe valutando l’ipotesi di controdazi per 93 miliardi. Dà una mano il britannico Keir Starmer che critica i dazi, ma vuole vedersela a tu per tu con Trump.
La posizione italiana - ribadita dal ministro degli Esteri Antonio Tajani: «La nostra capacità di mediare proverà a evitare guerre commerciali e contrasti, vogliamo trovare accordi che non penalizzino nessuno» - è quella di Giorgia Meloni che condivide la preoccupazione di Trump sull’Artico ma stigmatizza: «La previsione di un aumento di dazi nei confronti di quelle nazioni che hanno scelto di contribuire alla sicurezza della Groenlandia è un errore e non la condivido. C’è bisogno di riprendere il dialogo ed evitare l’escalation».
Come già sulla prima partita dei dazi finirà che la Von der Leyen dovrà chiedere aiuto alla Meloni perché - come sostiene Nicola Procaccini di Ecr - «siamo per la distensione, lo strumento anticoercizione invocato da Macron non va in quella direzione, si guardi invece all’accordo sui dazi con gli Usa che tiene e ha dato frutti».
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Il presidente americano ha detto che qualora venissero inviati dei soldati in Groenlandia, gli Stati Uniti metterebbero dazi sui Paesi che partecipassero all’operazione con loro uomini sul terreno. In pratica, più che a un conflitto vero e proprio con Bruxelles, siamo di fronte a una nuova guerra commerciale con gli Stati Uniti. Il problema è che da Macron alla Von der Leyen (Merz si è subito adeguato ordinando la retromarcia delle sue truppe), in molti in Europa sembrano non capire che l’Unione non può permettersi di innescare un’altra battaglia con l’America sul tema dei dazi. Come abbiamo già visto lo scorso anno, la Ue ha tutto da perdere in un braccio di ferro con Washington, prova ne sia che, dopo aver minacciato sfracelli, di fronte alle pretese di Trump di riequilibrare la bilancia commerciale, ha accettato un accordo che ha fatto sparire le tariffe sui prodotti Usa, concordando per di più acquisti di prodotti petroliferi e forniture militari. Che altro può mettere in campo dunque Bruxelles per arginare le pretese americane? A mio parere solo la demagogia. E infatti in queste ore, dal piccolo Napoleone dell’Eliseo alla baronessa che guida l’Unione, se ne sta spargendo a piene mani. Invece di comprendere quali siano le ragioni geopolitiche dello scontro in atto e come cercare di raggiungere un’intesa, l’Europa si appresta a una mossa che non ha alcuna valenza militare ma solo d’immagine. I 100 o 200 militari che si vogliono inviare in Groenlandia non hanno alcuna capacità difensiva, ma il loro schieramento rischia di innescare un conflitto commerciale che la Ue potrebbe pagare a caro prezzo. E non soltanto perché, come spesso abbiamo spiegato a proposito dei dazi, quando si introducono delle tariffe come rappresaglia nei confronti di un Paese, l’arma dalla parte del manico è impugnata dall’acquirente, non certo dal venditore. Giocando con le tasse sui prodotti importati dagli Usa, usandole come strumento di coercizione, l’economia dei Paesi europei rischia non soltanto di farsi molto male, ma di finire definitivamente tra le braccia della Cina, divenendone praticamente un satellite, come già è accaduto ad altri.
Vale la pena di rompersi l’osso del collo per la Groenlandia o non sarebbe il caso di capire perché Trump insiste tanto a volerla? È evidente che ci sono ragioni strategiche dietro alla sua insistenza. Questioni che riguardano i commerci internazionali, le rotte artiche, ma che hanno anche a che fare con gli approvvigionamenti di materie prime. E probabilmente molti di questi punti potrebbero essere risolti con un negoziato che consentisse una maggiore presenza e penetrazione degli Stati Uniti sull’isola.
Tuttavia, il braccio di ferro che potrebbe innescarsi fra America ed Europa non tocca soltanto la possibilità di quest’ultima di resistere a un’offensiva sulle esportazioni, con l’aggravio delle tariffe per le merci Ue. Ha influenza anche sugli schieramenti. Siamo sicuri che una Ue già impegnata sul fronte orientale, già incapace di fronteggiare le minacce russe, sarebbe in grado di reggere anche uno sforzo - se non bellico, probabilmente commerciale - sul fronte occidentale?
Parliamoci chiaro una volta per tutte: oggi, nonostante la prosopopea di qualche suo leader, la Ue è un vaso di coccio fra vasi di ferro. La sua economia è in ritirata da tempo e i troppi sistemi di regolamentazione frenano qualsiasi possibile recupero. Senza dire che invece di pagare il welfare a cui la popolazione si è ormai abituata, la forte immigrazione rischia di mandarlo in bancarotta, aumentando anche i problemi di sicurezza. Detto in altre parole, davvero siamo in grado, noi europei, di dichiarare guerra - per lo meno commerciale - agli Usa? Io credo di no e penso che se lo facessimo, con buona pace dei molti Gentiloni che dopo aver trascorso una vita a fare da scendiletto dei potenti oggi si scoprono un animo da guerrieri, sarebbe un suicidio. Volete un consiglio? Visto che l’Europa, nonostante sia affetta da un complesso di superiorità, è inferiore all’America, chiediamo di aderire agli Stati Uniti. Se entrassimo separati, cioè aderendo ogni Stato per conto proprio, gli Usa avrebbero 67 Stati, ma avrebbero anche 900 milioni di abitanti. Se poi, oltre alla Costituzione americana (la Ue non ne ha una) adottassimo pure le politiche liberiste d’Oltreoceano, non solo sarebbe risolto il problema della Groenlandia e quello dei dazi, ma probabilmente porremmo anche fine al declino europeo. È un’idea folle la mia? Può darsi, ma certo fa meno ridere di quella di mandare 100 o 200 militari a Nuuk scatenando una guerra con gli Usa.
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Giorgia Meloni e Tetsuo Hara (Ansa)
La frase del premier è peraltro significativa. Due parole risaltano: «crescita» e «immaginario». Nata nel 1977, la Meloni si è sicuramente trovata, da bambina, al centro dello tsunami giapponese che travolse un’intera generazione, la prima che ha vissuto la televisione come una esperienza formativa autonoma, oltre e spesso contro la vigilanza dei genitori. Nel libro Mia figlia, la filosofia, Simone Regazzoni ha dedicato a questo argomento alcune pagine ispirate: «Siamo alla fine degli anni Settanta e anch’io come milioni di altri bambini e bambine prendo parte a un evento inaudito, a un rito collettivo che provoca la reazione allarmata di genitori, intellettuali, uomini politici che portano Goldrake sui giornali e in Parlamento lanciando allarmi contro l’eccesso di violenza della religione delle macchine». Lo sbarco dei tecnomostri nipponici era avvenuto il 4 aprile 1978 quando, su Rai 2, era andata in onda la prima puntata di Goldrake. Grazie a lui, l’Italia scopriva finalmente il mondo eroico del Sol Levante. Da lì in poi sarebbe stato un diluvio di cartoni animati giapponesi, distribuiti per lo più su reti locali, in un’anarchia di traduzioni, censure e salti narrativi a casaccio.
Per i bambini di allora, il salto culturale fuori dall’universo Disney fu abbacinante: di punto in bianco un prodotto per ragazzini (o quanto meno qui percepito come tale) mescolava ironia surreale, parentesi poetiche, ammiccamenti erotici, tensione tragica. Gli adulti non si accorsero subito del fenomeno. E quando lo fecero, fu immediatamente moral panic. Silverio Corvisieri denunciava ad esempio su Repubblica «l’orgia della violenza annientatrice, il culto della delega al grande combattente, la religione delle macchine elettroniche, il rifiuto viscerale del “diverso”». Ken il guerriero, poi, ci mise il carico.
In Giappone, l’anime (e prima ancora il manga) comparve in un contesto contrassegnato da storie sempre più edonistiche ed eroticizzate. Kenshiro rappresentò un brutale richiamo all’ordine, grazie anche alla penna di Buronson, al secolo Yoshiyuki Okamura, lo sceneggiatore del fumetto disegnato per l’appunto da Tetsuo Hara. Buronson proveniva dal mondo militare e si ispirava a Mad Max e Sergio Leone. Nulla a che vedere con i nuovi autori fighetti che si affacciavano sulla scena. Arrivato in Italia nel 1987, l’anime vedeva il protagonista, Kenshiro, erede di una delle più importanti scuole di arti marziali del Giappone, attraversare un mondo post apocalittico popolato di bande di predoni. Nel cartone non c’erano i classici robottoni, ma c’era di peggio: una violenza smisurata. Ken sapeva come far, letteralmente, esplodere i suoi nemici toccando specifici punti di pressione. Di punto in bianco, l’Italia si popolò di bambini che tentavano, con risultati dubbi, di far esplodere fratelli minori e compagni di giochi.
Ma non c’era solo violenza bruta. Come gli eroi omerici, Ken era un eroe capace di alternare stragi di nemici e lacrime sincere. Era poi un eroe che non combatteva più «per l’umanità» o per ideali astratti, come Mazinga e gli altri, bensì per la sua famiglia, per l’amicizia, per legami concreti e solidi. Come educatore di una generazione, ci poteva capitare di peggio.
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