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2021-04-26
Tassi, ricomincia la spremuta. Ma ora i mutui convengono
Ai più inesperti potrà sembrare un paradosso, ma anche il denaro contante ha un valore che può salire o scendere, al pari di un'auto usata. Così, se il cash non è più un bene di valore, alle banche non conviene più che i risparmiatori tengano liquidità parcheggiata sul conto. Risultato? Per non perdere ricavi, le banche stanno alzando a dismisura i costi dei conti correnti. Ed è solo l'inizio.
Di fatto, la Bce ha abbassato i tassi interbancari a tal punto (con l'obiettivo di favorire la circolazione di denaro e dunque la crescita economica) che gli istituti pagano per depositare il denaro in eccesso presso la Bce. Quello che avviene, infatti, è che la liquidità dei clienti viene normalmente depositata a Francoforte a tassi positivi per cui gli istituti percepiscono ricavi. Di questi tempi, però, il tasso è negativo (-0,50%) e così le banche devono pagare per la liquidità dei loro clienti. Gli istituti, però, non hanno certo intenzione di sobbarcarsi certi costi e preferiscono riversarli sui risparmiatori.
La prima a rompere il ghiaccio è stata Fineco, annunciando a marzo la possibilità di chiudere il conto a tutti i correntisti con oltre 100.000 euro di liquidità non investita. Il gruppo Unicredit ha scelto una strada più morbida, ma ugualmente dolorosa. Invece di «accanirsi» solo sui clienti con molta liquidità investita, ha preferito alzare i canoni mensili a tutti perché «si è verificato un peggioramento delle condizioni economiche di gestione della liquidità di conto corrente, legato principalmente al persistente andamento negativo dei valore dell'Euribor 3 mesi, che ha raggiunto stabilmente valori negativi».
Il problema vero è che la situazione non pare affatto transitoria e che, con molta probabilità, diversi altri istituti si accoderanno alle scelte di Fineco e Unicredit. Anche perché, ironia della sorte, la pandemia del Covid-19 ha fatto salire i depositi degli italiani a quasi 1.700 miliardi. Del resto, con molti esercizi chiusi, spendere non è così facile e la liquidità lievita.
Ad accendere un faro sulla questione è la stessa Bankitalia, secondo cui nel 2020 il costo annuo per mantenere un conto è aumentato mediamente di 88,5 euro rispetto al 2019. L'incremento ha interessato principalmente le spese fisse (canone annuo, bonifici, prelievi allo sportello, assegni), mentre poco meno di un terzo è relativo a quelle variabili. Si tratta esattamente della conferma che le banche stanno facendo di tutto per disincentivare la giacenza di denaro alzando i costi fissi e non quelli variabili. Via Nazionale ha messo sotto la lente, ad esempio, i costi dei prelievi allo sportello o al Bancomat. La norma che, a partire da gennaio 2022, impedirà, il pagamento in contanti oltre la soglia dei mille euro, porterà a un aumento esponenziale del numero di transazioni, ancora una volta comportando maggiori esborsi per i risparmiatori. Inoltre, pagamenti più ridotti possono voler dire, per chi non ha dimestichezza con la moneta elettronica, prelievi più frequenti il che, a sua volta, significa più costi. E chi non usa i contanti? Se aumentano le commissioni su bonifici e assegni, la musica non cambia. C'è poi il tema dei bollettini. Si pensi al pagamento di Tari, bollo auto ed altre tasse: le commissioni allo sportello nel 2020 sono salite in media da 1,50 a 3,50 euro.
C'è poi un vero e proprio paradosso: lo Stato, per favorire il pagamento delle imposte e delle tasse, sta incoraggiando sempre di più l'utilizzo di carte elettroniche o, più in generale, a evitare il ricorso al contante. Peccato che per usare la moneta elettronica serva un conto corrente che lo alimenti, uno strumento che ogni giorno (e con l'economia italiana che crolla) è sempre più caro.
In parole povere la Bce, con la sua politica, ha introdotto a tutti gli effetti una «nuova tassa» che le banche hanno intenzione di scaricare sulle spalle dei risparmiatori. Una cosa è certa, mal comune, mezzo gaudio. Anche al di fuori dei confini italiani la solfa appare la medesima. Anzi, in alcuni casi, già da tempo alcuni istituti hanno iniziato a buttare sui risparmiatori il peso dei tassi interbancari negativi.
A Berlino alcune realtà regionali tedesche come la Berliner Volksbank oppure la Raiffeisenbank im Oberland da tempo stanno facendo pagare i tassi negativi ai risparmiatori.
Perché dunque la Bce ha imposto tassi così bassi? Il motivo è chiaro: con il costo del denaro così basso si favorisce l'economia: in particolar modo i prestiti alle imprese che, se solventi, possono così garantirsi nuova liquidità a prezzi di saldo. La questione vale anche per i privati che, a questi livelli, possono chiedere finanziamenti a costi contenuti, il tema è di particolare interesse per i mutui, prodotti che non sono mai stati così a buon mercato.
Il problema è che gli italiani si sentono sempre meno fiduciosi a investire i propri risparmi in banca dopo scandali che hanno raso al suolo le fatiche di molti italiani. Purtroppo, però, l'amara verità è che l'unico modo per non pagare costi troppo salati è quella di investire il proprio denaro. Anche perché, va detto, è sempre stata una buona norma quella di non tenere troppa liquidità sul conto. Ricordiamoci sempre che il Fondo interbancario di tutela dei depositi risarcisce i correntisti fino a un massimo di 100.000 euro in caso di crack bancario. Oltre quella soglia, un risparmiatore naviga comunque in acque molto turbolente. A questo si aggiunga che le difficoltà nel reperire nuove fonti di reddito ha spinto le banche a fare non poche pressioni commerciali sul personale per spingere i clienti a investire.
Da tempo i maggiori sindacati del comparto bancario come Fabi, First Cisl, Fisac Cgil, Uilca e Unisin si stanno battendo per evitare che i 300.000 dipendenti del settore subiscano pressioni commerciali fuori dal comune. Due sono i pericoli lamentati dalle sigle sindacali: il moltiplicarsi delle campagne prodotto e l'innalzamento dei budget individuali, oltre rischio di pratiche poco trasparenti nei confronti della clientela come l'offerta a distanza di prodotti non finanziari collegati a un finanziamento.
«Costi dei conti in aumento. E con un paradosso: i più solventi pagano di più»
I costi dei conti correnti sono destinati a schizzare verso l'alto. La liquidità non investita costa troppo per via dei tassi interbancari negativi imposti dalla Bce. Le associazioni di consumatori sul tema sono già sul piede di guerra perché, secondo loro, non è corretto che gli istituti bancari decidano di far pagare il problema ai risparmiatori. La Verità ne ha parlato con l'avvocato Antonella Nanna, responsabile della consulta giuridica di Federconsumatori.
Avvocato, cosa sta succedendo?
«Per via dei costi troppo elevati le banche si stanno avvalendo del diritto di recesso per le giacenze elevate. La prima è stata Fineco che, con una lettera, ha comunicato ai risparmiatori l'eventualità di chiudere il conto per chi ha più di 100.000 euro non investiti. Va detto, si tratta di un diritto di cui le banche si possono avvalere. Non c'è nulla di scorretto in questo. L'articolo 118 del Testo unico bancario prevede che la banca, dandone corretta comunicazione, abbia facoltà di recedere o modificare il contratto con il cliente quando crede. Dal canto suo, il cliente deve avere il tempo di fare la sua scelta e accettare le modifiche contrattuali o recedere senza costi aggiuntivi».
Cosa temete?
«Il timore che abbiamo noi di Federconsumatori è che le banche possano fare cartello e iniziare tutte di concerto a recedere o, più probabilmente, a modificare il contratto alzando sensibilmente i costi del conto corrente. Così facendo il risparmiatore non avrebbe scampo e si troverebbe obbligato a pagare per qualcosa che prima aveva gratuitamente. Noi questo lo abbiamo già segnalato all'Autorità garante della concorrenza e del mercato. Il problema è che le banche, forti della loro posizione, stanno cercando di spalmare questi aumenti sui correntisti. Per noi è assurdo. Il rischio di impresa non può cadere sulla clientela».
Che rischi ci sono per chi tiene troppi soldi in banca?
Questa non è una scelta a costo zero per i risparmiatori. In primis, il consumatore, tenendo liquidità non investita, paga l'inflazione che giorno dopo giorno erode il potere d'acquisto. Ma il problema principale è quello delle frodi informatiche: tenere i soldi sul conto oggi non è così sicuro. O quantomeno ci sono dei rischi. Ci sono persino istituti che fanno leva sulla frode per spiegarti che non è il caso di tenere liquidità sul conto. Oggi, quindi, prima le banche ti chiedono una radiografia completa per aprire un conto corrente e capire se non hai problemi. Poi ti disincentivano se sei troppo capiente. Cosa deve fare un consumatore?».
Cosa fare dunque per ovviare al problema?
«Se da un lato è vero che la banca può comunicare di modificare o chiudere il conto perché si tratta di un rapporto commerciale tra privati, dall'altro noi troviamo ingiusto che un correntista venga messo in difficoltà perché ha troppa liquidità. Non può essere un problema che si deve sobbarcare il consumatore finale. Per ora l'unica opzione è cambiare conto migrando verso un prodotto dai costi più contenuti. Ma quello che si deve combattere è il fatto di essere penalizzati perché troppo solventi. Non può essere un concetto sostenibile questo».
Le banche, dunque, dovrebbero contrattare con la Bce per ovviare al problema?
«Gli istituti dovrebbero fare la voce grossa o quantomeno farsi carico del costo. Parliamo sempre di situazioni in cui c'è la banca forte contro il piccolo risparmiatore. Poi, io seguo questo mondo da molti anni, c'è il timore che vengano proposti investimenti troppo rischiosi perché si è rotto il rapporto di fiducia tra banca e correntista. Quindi la gente non investe perché ha paura di veder andare in fumo i propri risparmi».
Investire, poi, non è gratis.
«Per nulla. Per una banca il servizio di gestione patrimoniale o di risparmio amministrato è ben più redditizio rispetto a tenere soldi sul conto. Quindi ancora una volta, spingendo il risparmiatore a investire, lo si spinge a spendere ancora di più nei servizi della banca. Senza pensare che oggi tutti cercano di favorire l'utilizzo di carte di credito, di debito o, più in generale, il ricorso alla moneta elettronica. In poche parole, si costringe il risparmiatore a spendere per via telematica obbligando di fatto ad avere un conto, lo stesso che la banca ti spinge ad avere con poca liquidità. È chiaro con queste premesse il risparmiatore si trovi come minimo disorientato. Temiamo, inoltre, che le banche possano arrivare a imporre un limite sulla liquidità non investita. Se così fosse il consumatore si potrebbe trovare obbligato ad avere più conti aumentando ancora di più i costi da sostenere».
Ma fare un mutuo oggi resta conveniente
Tra i vantaggi di avere tassi di interesse voluti dalla Bce così bassi c'è sicuramente quello di poter accedere a muti i cui costi sono oggi impensabili, se paragonati anche solo a qualche anno fa. Del resto, l'obiettivo di Francoforte era proprio questo: abbassare i livelli per far girare l'economia. A tutto vantaggio del mercato immobiliare italiano, anch'esso da tempo traballante a fronte di una crisi economica che ha colpito le transazioni soprattutto fuori dai grandi centri abitati come Roma e Milano.
«Nel corso del primo trimestre le banche non solo hanno continuato ad offrire condizioni favorevoli, ma hanno anche mantenuto una certa elasticità nei criteri di valutazione del merito creditizio dei richiedenti», dice Ivano Cresto, responsabile mutui di Facile.it. «Tutto questo ha contribuito a sostenere la domanda in un periodo comunque ancora molto influenzato dagli effetti della pandemia», spiega.
Ad ogni modo, sebbene le condizioni applicate dalle banche siano rimaste estremamente favorevoli, qualcosa sul fronte degli indici si è mosso e questo ha prodotto, in particolare, un lieve aumento dei tassi fissi.
Il rincaro è dovuto alle aspettative di inflazione: le previsioni di crescita dell'economia americana dovuta alle vaccinazioni di massa e, di riflesso, la possibile ripartenza dell'economia europea e dei prezzi al consumo, hanno determinato un aumento dell'Irs (l'indice che guida il tasso dei mutui fissi), con conseguente rincaro dei tassi offerti alla clientela.
I valori restano tuttora comunque molto convenienti. Secondo le simulazioni di Facile.it, per un finanziamento da 126.000 euro da restituire in 25 anni, ad aprile 2021 il Taeg medio (il tasso annuo effettivo globale) rilevato online è salito all'1,37%, vale a dire il 10,5% in più rispetto a febbraio 2021.
Ancora molto basso, invece, il tasso variabile: ad aprile 2021, sempre secondo la simulazione di Facile.it, il Taeg medio era pari all'1,03%. Torna quindi ad allargarsi la forbice tra tassi fissi e tassi variabili; secondo la simulazione di Facile.it, la differenza media è di circa 18 euro sulla singola rata iniziale, ma sebbene la distanza sia cresciuta, ad oggi non si è registrata un'inversione di tendenza e più di 9 aspiranti mutuatari su 10 optano ancora per il fisso.
Certo, l'aumento dei tassi di interesse ha avuto però un primo effetto; il calo delle richieste di surroga. Chi, in pratica, passa per il mutuo da una banca all'altra con l'obiettivo di spendere meno.
Secondo l'analisi di Facile.it e Mutui.it, nel primo trimestre 2021 il peso percentuale di questo tipo di finanziamento è diminuito, passando dal 37% dello scorso anno al 22%.
Per una lettura corretta del fenomeno, però, va considerato che a marzo 2020 il settore immobiliare e quello dei mutui hanno vissuto un vero e proprio stop, soprattutto per quanto riguarda la richiesta di nuovi finanziamenti; inoltre, un calo del peso delle surroghe è fisiologico se si considera che i tassi di interesse sono bassi da tempo e che, negli scorsi anni, tantissimi italiani hanno già approfittato una, se non più volte, di questa opportunità.
Addio alla surroga dunque? Niente affatto, almeno per ora; nonostante gli aumenti, i tassi odierni sono ancora nettamente inferiori rispetto agli indici rilevati pre-pandemia. Un esempio: surrogando oggi un finanziamento a tasso fisso da 126.000 euro in 25 anni sottoscritto con il tasso medio rilevato a gennaio 2020 si potrebbero risparmiare oltre 4.000 euro di interessi calcolati sull'intera durata del mutuo.
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La politica della Bce di tenere bassi i tassi ha spinto gli istituti a scaricare sulle spalle dei correntisti una «nuova tassa». La giacenza di denaro è penalizzata e chi ha più di 100.000 euro è spinto a investirli per non perderci.La responsabile giuridica di Federconsumatori, Antonella Nanna: «Sembra assurdo ma il problema sta diventando avere troppa liquidità. Chi ha maggiori disponibilità viene penalizzato».Sebbene di recente ci siano stati dei rincari, è ancora vantaggioso chiedere un finanziamento o una surroga.Lo speciale contiene tre articoli.Ai più inesperti potrà sembrare un paradosso, ma anche il denaro contante ha un valore che può salire o scendere, al pari di un'auto usata. Così, se il cash non è più un bene di valore, alle banche non conviene più che i risparmiatori tengano liquidità parcheggiata sul conto. Risultato? Per non perdere ricavi, le banche stanno alzando a dismisura i costi dei conti correnti. Ed è solo l'inizio. Di fatto, la Bce ha abbassato i tassi interbancari a tal punto (con l'obiettivo di favorire la circolazione di denaro e dunque la crescita economica) che gli istituti pagano per depositare il denaro in eccesso presso la Bce. Quello che avviene, infatti, è che la liquidità dei clienti viene normalmente depositata a Francoforte a tassi positivi per cui gli istituti percepiscono ricavi. Di questi tempi, però, il tasso è negativo (-0,50%) e così le banche devono pagare per la liquidità dei loro clienti. Gli istituti, però, non hanno certo intenzione di sobbarcarsi certi costi e preferiscono riversarli sui risparmiatori. La prima a rompere il ghiaccio è stata Fineco, annunciando a marzo la possibilità di chiudere il conto a tutti i correntisti con oltre 100.000 euro di liquidità non investita. Il gruppo Unicredit ha scelto una strada più morbida, ma ugualmente dolorosa. Invece di «accanirsi» solo sui clienti con molta liquidità investita, ha preferito alzare i canoni mensili a tutti perché «si è verificato un peggioramento delle condizioni economiche di gestione della liquidità di conto corrente, legato principalmente al persistente andamento negativo dei valore dell'Euribor 3 mesi, che ha raggiunto stabilmente valori negativi». Il problema vero è che la situazione non pare affatto transitoria e che, con molta probabilità, diversi altri istituti si accoderanno alle scelte di Fineco e Unicredit. Anche perché, ironia della sorte, la pandemia del Covid-19 ha fatto salire i depositi degli italiani a quasi 1.700 miliardi. Del resto, con molti esercizi chiusi, spendere non è così facile e la liquidità lievita.Ad accendere un faro sulla questione è la stessa Bankitalia, secondo cui nel 2020 il costo annuo per mantenere un conto è aumentato mediamente di 88,5 euro rispetto al 2019. L'incremento ha interessato principalmente le spese fisse (canone annuo, bonifici, prelievi allo sportello, assegni), mentre poco meno di un terzo è relativo a quelle variabili. Si tratta esattamente della conferma che le banche stanno facendo di tutto per disincentivare la giacenza di denaro alzando i costi fissi e non quelli variabili. Via Nazionale ha messo sotto la lente, ad esempio, i costi dei prelievi allo sportello o al Bancomat. La norma che, a partire da gennaio 2022, impedirà, il pagamento in contanti oltre la soglia dei mille euro, porterà a un aumento esponenziale del numero di transazioni, ancora una volta comportando maggiori esborsi per i risparmiatori. Inoltre, pagamenti più ridotti possono voler dire, per chi non ha dimestichezza con la moneta elettronica, prelievi più frequenti il che, a sua volta, significa più costi. E chi non usa i contanti? Se aumentano le commissioni su bonifici e assegni, la musica non cambia. C'è poi il tema dei bollettini. Si pensi al pagamento di Tari, bollo auto ed altre tasse: le commissioni allo sportello nel 2020 sono salite in media da 1,50 a 3,50 euro.C'è poi un vero e proprio paradosso: lo Stato, per favorire il pagamento delle imposte e delle tasse, sta incoraggiando sempre di più l'utilizzo di carte elettroniche o, più in generale, a evitare il ricorso al contante. Peccato che per usare la moneta elettronica serva un conto corrente che lo alimenti, uno strumento che ogni giorno (e con l'economia italiana che crolla) è sempre più caro. In parole povere la Bce, con la sua politica, ha introdotto a tutti gli effetti una «nuova tassa» che le banche hanno intenzione di scaricare sulle spalle dei risparmiatori. Una cosa è certa, mal comune, mezzo gaudio. Anche al di fuori dei confini italiani la solfa appare la medesima. Anzi, in alcuni casi, già da tempo alcuni istituti hanno iniziato a buttare sui risparmiatori il peso dei tassi interbancari negativi. A Berlino alcune realtà regionali tedesche come la Berliner Volksbank oppure la Raiffeisenbank im Oberland da tempo stanno facendo pagare i tassi negativi ai risparmiatori. Perché dunque la Bce ha imposto tassi così bassi? Il motivo è chiaro: con il costo del denaro così basso si favorisce l'economia: in particolar modo i prestiti alle imprese che, se solventi, possono così garantirsi nuova liquidità a prezzi di saldo. La questione vale anche per i privati che, a questi livelli, possono chiedere finanziamenti a costi contenuti, il tema è di particolare interesse per i mutui, prodotti che non sono mai stati così a buon mercato.Il problema è che gli italiani si sentono sempre meno fiduciosi a investire i propri risparmi in banca dopo scandali che hanno raso al suolo le fatiche di molti italiani. Purtroppo, però, l'amara verità è che l'unico modo per non pagare costi troppo salati è quella di investire il proprio denaro. Anche perché, va detto, è sempre stata una buona norma quella di non tenere troppa liquidità sul conto. Ricordiamoci sempre che il Fondo interbancario di tutela dei depositi risarcisce i correntisti fino a un massimo di 100.000 euro in caso di crack bancario. Oltre quella soglia, un risparmiatore naviga comunque in acque molto turbolente. A questo si aggiunga che le difficoltà nel reperire nuove fonti di reddito ha spinto le banche a fare non poche pressioni commerciali sul personale per spingere i clienti a investire. Da tempo i maggiori sindacati del comparto bancario come Fabi, First Cisl, Fisac Cgil, Uilca e Unisin si stanno battendo per evitare che i 300.000 dipendenti del settore subiscano pressioni commerciali fuori dal comune. Due sono i pericoli lamentati dalle sigle sindacali: il moltiplicarsi delle campagne prodotto e l'innalzamento dei budget individuali, oltre rischio di pratiche poco trasparenti nei confronti della clientela come l'offerta a distanza di prodotti non finanziari collegati a un finanziamento.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ora-i-mutui-convengono-2652772508.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="costi-dei-conti-in-aumento-e-con-un-paradosso-i-piu-solventi-pagano-di-piu" data-post-id="2652772508" data-published-at="1619367260" data-use-pagination="False"> «Costi dei conti in aumento. E con un paradosso: i più solventi pagano di più» I costi dei conti correnti sono destinati a schizzare verso l'alto. La liquidità non investita costa troppo per via dei tassi interbancari negativi imposti dalla Bce. Le associazioni di consumatori sul tema sono già sul piede di guerra perché, secondo loro, non è corretto che gli istituti bancari decidano di far pagare il problema ai risparmiatori. La Verità ne ha parlato con l'avvocato Antonella Nanna, responsabile della consulta giuridica di Federconsumatori. Avvocato, cosa sta succedendo? «Per via dei costi troppo elevati le banche si stanno avvalendo del diritto di recesso per le giacenze elevate. La prima è stata Fineco che, con una lettera, ha comunicato ai risparmiatori l'eventualità di chiudere il conto per chi ha più di 100.000 euro non investiti. Va detto, si tratta di un diritto di cui le banche si possono avvalere. Non c'è nulla di scorretto in questo. L'articolo 118 del Testo unico bancario prevede che la banca, dandone corretta comunicazione, abbia facoltà di recedere o modificare il contratto con il cliente quando crede. Dal canto suo, il cliente deve avere il tempo di fare la sua scelta e accettare le modifiche contrattuali o recedere senza costi aggiuntivi». Cosa temete? «Il timore che abbiamo noi di Federconsumatori è che le banche possano fare cartello e iniziare tutte di concerto a recedere o, più probabilmente, a modificare il contratto alzando sensibilmente i costi del conto corrente. Così facendo il risparmiatore non avrebbe scampo e si troverebbe obbligato a pagare per qualcosa che prima aveva gratuitamente. Noi questo lo abbiamo già segnalato all'Autorità garante della concorrenza e del mercato. Il problema è che le banche, forti della loro posizione, stanno cercando di spalmare questi aumenti sui correntisti. Per noi è assurdo. Il rischio di impresa non può cadere sulla clientela». Che rischi ci sono per chi tiene troppi soldi in banca? Questa non è una scelta a costo zero per i risparmiatori. In primis, il consumatore, tenendo liquidità non investita, paga l'inflazione che giorno dopo giorno erode il potere d'acquisto. Ma il problema principale è quello delle frodi informatiche: tenere i soldi sul conto oggi non è così sicuro. O quantomeno ci sono dei rischi. Ci sono persino istituti che fanno leva sulla frode per spiegarti che non è il caso di tenere liquidità sul conto. Oggi, quindi, prima le banche ti chiedono una radiografia completa per aprire un conto corrente e capire se non hai problemi. Poi ti disincentivano se sei troppo capiente. Cosa deve fare un consumatore?». Cosa fare dunque per ovviare al problema? «Se da un lato è vero che la banca può comunicare di modificare o chiudere il conto perché si tratta di un rapporto commerciale tra privati, dall'altro noi troviamo ingiusto che un correntista venga messo in difficoltà perché ha troppa liquidità. Non può essere un problema che si deve sobbarcare il consumatore finale. Per ora l'unica opzione è cambiare conto migrando verso un prodotto dai costi più contenuti. Ma quello che si deve combattere è il fatto di essere penalizzati perché troppo solventi. Non può essere un concetto sostenibile questo». Le banche, dunque, dovrebbero contrattare con la Bce per ovviare al problema? «Gli istituti dovrebbero fare la voce grossa o quantomeno farsi carico del costo. Parliamo sempre di situazioni in cui c'è la banca forte contro il piccolo risparmiatore. Poi, io seguo questo mondo da molti anni, c'è il timore che vengano proposti investimenti troppo rischiosi perché si è rotto il rapporto di fiducia tra banca e correntista. Quindi la gente non investe perché ha paura di veder andare in fumo i propri risparmi». Investire, poi, non è gratis. «Per nulla. Per una banca il servizio di gestione patrimoniale o di risparmio amministrato è ben più redditizio rispetto a tenere soldi sul conto. Quindi ancora una volta, spingendo il risparmiatore a investire, lo si spinge a spendere ancora di più nei servizi della banca. Senza pensare che oggi tutti cercano di favorire l'utilizzo di carte di credito, di debito o, più in generale, il ricorso alla moneta elettronica. In poche parole, si costringe il risparmiatore a spendere per via telematica obbligando di fatto ad avere un conto, lo stesso che la banca ti spinge ad avere con poca liquidità. È chiaro con queste premesse il risparmiatore si trovi come minimo disorientato. Temiamo, inoltre, che le banche possano arrivare a imporre un limite sulla liquidità non investita. 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A tutto vantaggio del mercato immobiliare italiano, anch'esso da tempo traballante a fronte di una crisi economica che ha colpito le transazioni soprattutto fuori dai grandi centri abitati come Roma e Milano. «Nel corso del primo trimestre le banche non solo hanno continuato ad offrire condizioni favorevoli, ma hanno anche mantenuto una certa elasticità nei criteri di valutazione del merito creditizio dei richiedenti», dice Ivano Cresto, responsabile mutui di Facile.it. «Tutto questo ha contribuito a sostenere la domanda in un periodo comunque ancora molto influenzato dagli effetti della pandemia», spiega. Ad ogni modo, sebbene le condizioni applicate dalle banche siano rimaste estremamente favorevoli, qualcosa sul fronte degli indici si è mosso e questo ha prodotto, in particolare, un lieve aumento dei tassi fissi. Il rincaro è dovuto alle aspettative di inflazione: le previsioni di crescita dell'economia americana dovuta alle vaccinazioni di massa e, di riflesso, la possibile ripartenza dell'economia europea e dei prezzi al consumo, hanno determinato un aumento dell'Irs (l'indice che guida il tasso dei mutui fissi), con conseguente rincaro dei tassi offerti alla clientela. I valori restano tuttora comunque molto convenienti. Secondo le simulazioni di Facile.it, per un finanziamento da 126.000 euro da restituire in 25 anni, ad aprile 2021 il Taeg medio (il tasso annuo effettivo globale) rilevato online è salito all'1,37%, vale a dire il 10,5% in più rispetto a febbraio 2021. Ancora molto basso, invece, il tasso variabile: ad aprile 2021, sempre secondo la simulazione di Facile.it, il Taeg medio era pari all'1,03%. Torna quindi ad allargarsi la forbice tra tassi fissi e tassi variabili; secondo la simulazione di Facile.it, la differenza media è di circa 18 euro sulla singola rata iniziale, ma sebbene la distanza sia cresciuta, ad oggi non si è registrata un'inversione di tendenza e più di 9 aspiranti mutuatari su 10 optano ancora per il fisso. Certo, l'aumento dei tassi di interesse ha avuto però un primo effetto; il calo delle richieste di surroga. Chi, in pratica, passa per il mutuo da una banca all'altra con l'obiettivo di spendere meno. Secondo l'analisi di Facile.it e Mutui.it, nel primo trimestre 2021 il peso percentuale di questo tipo di finanziamento è diminuito, passando dal 37% dello scorso anno al 22%. Per una lettura corretta del fenomeno, però, va considerato che a marzo 2020 il settore immobiliare e quello dei mutui hanno vissuto un vero e proprio stop, soprattutto per quanto riguarda la richiesta di nuovi finanziamenti; inoltre, un calo del peso delle surroghe è fisiologico se si considera che i tassi di interesse sono bassi da tempo e che, negli scorsi anni, tantissimi italiani hanno già approfittato una, se non più volte, di questa opportunità. Addio alla surroga dunque? Niente affatto, almeno per ora; nonostante gli aumenti, i tassi odierni sono ancora nettamente inferiori rispetto agli indici rilevati pre-pandemia. Un esempio: surrogando oggi un finanziamento a tasso fisso da 126.000 euro in 25 anni sottoscritto con il tasso medio rilevato a gennaio 2020 si potrebbero risparmiare oltre 4.000 euro di interessi calcolati sull'intera durata del mutuo.
Giovanni Tria (Ansa)
Esiste un gruppo di 20 Paesi che puntano a togliere poteri a Bruxelles e a trasformare l’Europa?
«Sì, gli Stati europei si muovono singolarmente e l’Unione non è più compatta. Non è chiaro cosa questi governi vogliano fare, sicuramente cercano accordi tra di loro, nelle maglie delle istituzioni europee e, più che a cambiare le regole, mirano ad aggirarle. Come dire, le nazioni pensano a sé stesse e non mi sembra credano ancora nell’Unione europea, come se da questo momento ci fosse l’intenzione di agire da soli. D’altronde la storia dei Volenterosi sull’Unione europea ha aperto una strada, io lo definirei quasi un punto di non ritorno. Perché è vero che c’è stato lo stanziamento collettivo dei 90 miliardi da parte dell’Ue, ma poi? In quel caso si è sfaldata la compattezza dell’Unione. Ora sembra che per ciascuno Stato sia quasi più facile muoversi senza Ue, scardinando l’istituzione».
Le istituzioni europee andrebbero cambiate?
«Sì e se non si riesce a cambiare in fretta l’apparato, si rischia di far saltare l’Unione europea. C’è un attivismo dei singoli Paesi ma non credo che questo sia il modo migliore per arrivare a una soluzione coesa, piuttosto questo atteggiamento porterà a una frammentazione e non a un cambiamento come andrebbe fatto. I Paesi si alleano in squadre, gruppi di governi che così non fanno bene l’uno all’altro. Noi abbiamo bisogno di una politica monetaria perché non abbiamo una vera politica di bilancio. Il Patto di stabilità pone regole che devono essere rispettate dai singoli Paesi. Ma questo viene visto non in un’ottica complessiva europea. Non esiste un fisco europeo e soprattutto si impone la riduzione del decifit a prescindere».
Riuscirà Giorgia Meloni con il documento scritto con il cancelliere Merz a ridisegnare le procedure dell’Unione?
«Fa parte del necessario nuovo attivismo delle nazioni: poiché è tutto paralizzato, ci sono i vari assi, tra cui anche questo. Ma da soli è impossibile ridisegnare le linee complessive. Non vedo un vero accordo sulle questioni essenziali».
Esiste un potenziale motore italo-tedesco quindi?
«Esiste ed è importante per cambiare le regole su concorrenza e aiuti di Stato, per permettere il rafforzamento delle imprese, soprattutto. La regolamentazione antitrust non è più adeguata alla visione mondiale: per esempio, perché vietare la nascita di grandi imprese che potrebbero far concorrenza a quelle di Cina e Usa? Sono regole vecchie, nate per evitare che ci fossero realtà prevaricanti dei singoli Stati nei confronti degli altri. Le regole contro gli aiuti di Stato sono obsolete perché bisogna concorrere con Usa e Cina che hanno grandi aiuti pubblici. Quando non c’era l’Europa le grandi aziende partecipate sono nate anche grazie al capitale pubblico».
La provoco: si stava meglio prima?
«No, dico che l’Unione è nata in un momento in cui non c’era il mercato globale: pensate a un condominio, il problema di Bruxelles è sempre stato quello di fare andare d’accordo gli inquilini. Ma c’è una città che va avanti e si ingrandisce, mentre noi litighiamo e perdiamo occasioni di crescita e miglioramento. Le regole fiscali europee sono fatte soltanto per impedire che le singole politiche fiscali creino problemi agli altri Stati e bloccano la possibilità di avere un mercato europeo forte e competitivo con gli altri continenti. Siamo privi di uno strumento di politica economica forte».
Ma c’è la possibilità che l’Italia in qualche modo possa sostituire la Francia nell’asse con i tedeschi?
«Ci vorrebbe un asse tra i grandi Paesi, servono tutti all’appello. La Germania fino a oggi ha impedito l’introduzione del debito europeo, per esempio. In pratica nessuno vede l’interesse complessivo: se la Germania inizia a correre più dell’Italia, è un vantaggio anche per noi perché si traina l’economia del nostro Paese. L’importante è la non paralisi, altrimenti meglio essere liberi e senza vincoli. L’Europa così non ha senso. Italia e Germania hanno in comune l’industria manifatturiera, in questo campo c’è grande interesse tra i due Paesi. In altri settori c’è più sintonia tra Germania e Francia, penso al settore automobilistico. Ma va bene così, è normale».
Perché gli eurobond sono uno scoglio? Si tratta di un elemento divisivo?
«Gli eurobond sono il punto centrale della questione europea: sono divisivi perché ci sono Paesi come la Germania che hanno paura della mutualizzazione, ovvero della condivisione dei debiti. Ma l’emissione di debito europeo non serve solo a finanziare i grandi programmi di sviluppo: si tratterebbe di titoli sicuri, safe asset globali su cui la finanza mondiale può investire, dando più importanza all’euro. Oggi, per esempio, c’è un problema di minore fiducia nel dollaro. Il bilancio americano è finanziato da tutto il mondo, perché la maggior parte dei risparmi globali vanno lì. Gli eurobond potrebbero attrarre risparmio in modo da diventare concorrenziali con gli Stati Uniti: il debito europeo, in modo massiccio, e non come per il Pnrr in modo frazionato, potrebbe restituire un ordine globale. Nascerebbe una terza gamba, vicina a quelle di Usa e Cina».
Mentre resta un tabù?
«Sì, perché c’è questa idea per cui ci si indebita per coprire spese nazionali: in realtà il debito comune sarebbe la scelta regina per rilanciare l’Europa. Ma purtroppo i Paesi del Nord non lo vedono di buon occhio, dando vita a una spaccatura mediterranea: pensiamo ancora al Pnrr, l’Italia aveva le risorse però non è stata in grado di sfruttarle. Questa è una triste verità per tutti».
Insomma, l’Unione europea così può andare avanti o a forza di cooperazioni rafforzate va a disgregarsi per tornare a formule pre Maastricht?
«Non si può andare avanti così, l’Europa ne esce frammentata e massacrata. Se restiamo con queste regole in ogni caso ci disgregheremmo. Le cooperazioni possono essere dei singoli esperimenti, ma le piccole unioni dentro l’Unione sarebbero limitanti. Finirebbe per esserci un timone di comando di pochi Paesi, perdendo il significato dell’Ue. Non credo che questo possa essere un assetto istituzionale sostenibile».
Ha ragione Trump a indicare in Pechino il problema sistemico? L’Italia che margini di movimento ha?
«Pechino non è un problema sistemico, Trump vuole agire in modo unilaterale nella sua sfera di interessi: ovvero, America First. A questo punto il presidente Usa non è neanche interessato ad andare allo scontro con Pechino perché la Cina è diventata una grande potenza economica. Il problema è la necessità di un nuovo accordo globale, con tutti, inclusi Europa e Cina. Lo sviluppo della Cina diventerebbe un problema in caso di conflitto, ma non lo è a prescindere: pensiamo all’importanza dell’importazione a basso costo. Si deve calcolare anche quanto i prodotti cinesi incidono sulla produzione italiana e rappresentino un valore. Non si può vedere soltanto il problema dal punto di vista del consumatore, c’è anche quello di chi produce. Il margine del movimento deve essere per forza europeo: ma finché c’è la guerra in Ucraina, l’Europa non può “disubbidire” agli Stati Uniti per via dell’ombrello di difesa americano. Solo la fine della guerra consentirà di ristabilire una possibile negoziazione tra Europa e Cina: diciamolo, la pressione americana tarpa lo sviluppo di qualsiasi nostro rapporto con la Cina».
Un anno di dazi: il bilancio è meno catastrofico del previsto? E perchè?
«Non abbiamo ancora avuto gli effetti veri e propri della guerra dei dazi, si tratta di una politica conservativa che danneggia tutti: i dazi sono stati imposti dagli Usa in modo diversificato e quindi è presto per fare un bilancio anche perché c’è una mutazione sulle stesse imposte. Il vero problema è proprio l’incertezza, e ricordiamoci che l’incertezza è la più grande nemica dell’economia. Restiamo a guardare, anche negli Usa l’effetto inflazionistico è limitato ma sicuramente si sono rotte le regole globali liberali, perciò diventa innegabile che un Paese come gli Usa, per motivi economici o punitivi, sta generando disordine. E il disordine non conviene a nessuno».
Rifarebbe il ministro in futuro? Ci fa un bilancio tra ricordi migliori o peggiori?
«Non mi pongo il problema perché non so chi mi chiamerebbe mai oggi, io sono stato a disposizione. Il mio è un bilancio positivo, vi ricordo che ottenni il deficit più basso degli ultimi 20 anni… Lo ritengo un risultato più che buono. Come adesso è positivo che il governo Meloni stia comprimendo il deficit e stabilizzando la finanza pubblica. A parte questo governo che è stabile e durerà, gli ultimi esecutivi sono stati brevi e traballanti. Se proprio devo proprio elencare un aspetto tra i peggiori del mio mandato… quello di aver ho dovuto agire in difesa e non avere avuto il tempo di imporre il mio pensiero. E perché no, il tempo anche di imparare, perché quando ho capito il mestiere di ministro al 100% sono dovuto andare via».
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Nino Di Matteo (Imagoeconomica)
Il Fronte del No al referendum pensava di avere fatto 1-1. Dopo la bufera causata dalle parole pronunciate dal procuratore di Napoli Nicola Gratteri sugli elettori del Sì «indagati» o legati a centri di potere come la «massoneria deviata», ieri, i nemici della riforma hanno cercato di pareggiare il conto utilizzando un’intervista rilasciata dal Guardasigilli Carlo Nordio al Mattino di Padova.
Per il ministro, Gratteri «avrebbe superato tutti i limiti della decenza». E sulla presunta precisazione del procuratore è stato ancora più duro: «Peggio el tacon del sbrego. Un’uscita di senno. Ripeto che è necessario l’esame psico attitudinale e psichiatrico non solo per chi entra in magistratura, ma anche per chi sta per uscirne».
Quindi il Guardasigilli ha demolito il sistema delle correnti con un esempio efficace: «Il giudice “terzo e imparziale” quando ci sono le scelte di carriera chiama il vostro accusatore (il sostituto procuratore, ndr) e gli dice: “Caro amico, ti ricordi di me? Mi dai il tuo voto?”. E il pm fa la stessa cosa: “Dai il voto al mio amico?”. E voi vi affidereste serenamente a una giustizia così? È una consorteria autoreferenziale che solo il sorteggio può eliminare». Ed eccoci alla frase che ha creato più scompiglio: «Il sorteggio rompe questo meccanismo “para-mafioso”, questo verminaio correntizio come l’ha definito l’ex procuratore antimafia Benedetto Roberti, poi eletto con il Pd al Parlamento europeo. Un mercato delle vacche».
Se ai lettori queste possono sembrare parole di buon senso, sappiano che, ieri, hanno scatenato un putiferio. Infatti sono state numerosissime le reazioni furibonde dettate alle agenzie da politici e magistrati.
Da Bari la segretaria del Pd Elly Schlein, in Puglia per una manifestazione a favore del No, ha dichiarato: «Questa mattina ci siamo svegliati con un’intervista del ministro Nordio che assimilava i magistrati ai mafiosi». E, severa, ha aggiunto: «E io credo che sia inaccettabile. Pretendiamo che Giorgia Meloni prenda le distanze da quello che in campagna elettorale il suo ministro ha detto, dimostrandosi ancora una volta inadeguato al suo ruolo e che lui si scusi». Non è stato da meno, sui social, il presidente del M5S Giuseppe Conte: «Il ministro Nordio addirittura accosta il funzionamento della giustizia con tutti i giudici che ci lavorano a dinamiche “para-mafiose”. Succede dopo che per giorni la maggioranza ha gettato fango su Gratteri, un magistrato che rischia la vita per la lotta contro le mafie, nonostante avesse ben chiarito il suo pensiero». Anche l’ex premier ha invocato pentimenti: «Dovrebbero solo chiedere scusa ai tanti che lavorano nel nostro sistema di giustizia, alla memoria dei tanti giudici che hanno perso la vita per combattere la mafia, quella vera». Quindi ha invitato a fermare il governo, votando no.
Sulla stessa linea i vertici di Avs: Nicola Fratoianni ha parlato di «nuova inaccettabile e sgangherata esternazione di Nordio» e si è chiesto che cosa abbiano «fatto di male gli italiani per meritarsi un simile ministro della giustizia», mentre il suo gemello diverso Angelo Bonelli ha definito il Guardasigilli «indecente».
Ovviamente non l’ha toccata piano nemmeno il sindacato delle toghe, l’Associazione nazionale magistrati: «Il ministro Nordio ha deciso di avvelenare i pozzi accusando i magistrati di usare metodi para-mafiosi, paragonando l’elezione dei componenti del Csm ai comportamenti della criminalità organizzata», si legge in un comunicato. Con cui vengono subito gettati nell’agone politico i martiri della causa: «Le sue parole offendono la memoria di chi ha perso la vita per lottare contro la mafia nella storia d’Italia e mortificano il lavoro di chi, sul territorio, ogni giorno, mette a rischio la propria incolumità personale per contrastare la criminalità organizzata, a difesa della collettività».
A questi signori bisognerebbe ricordare che Giovanni Falcone, che era stato uno dei fondatori della corrente dei Verdi, nella corsa al Csm era stato «tradito da qualche Giuda», per dirla con le parole di Paolo Borsellino. Il capogruppo di Fratelli d’Italia Galeazzo Bignami ha accusato Schlein e Conte e tutto il campo largo di cercare «maldestramente di distrarre l’attenzione dalle gravissime dichiarazioni del procuratore Gratteri», mentre altri suoi compagni di partito e di coalizione hanno estratto dal cilindro il pm Nino Di Matteo, «che il Pd e la sinistra tutta hanno preso come modello» ha sottolineato la deputata di Fdi Alice Buonguerrieri. Paladino del No, magistrato noto, al pari di Gratteri, per la lotta alla mafia e per l’essere, a sua volta, stato condannato a morte dalle cosche, nel 2019 ha fatto dichiarazioni praticamente sovrapponibili a quelle di Nordio.
L’occasione era stata la presentazione dei programmi dei 16 pm che si erano candidati alle elezioni suppletive del Csm del 6 e 7 ottobre di sette anni fa. I discorsi «elettorali» furono pronunciati pochi giorni prima, il 15 settembre, davanti all’assemblea (con diretta streaming) di quell’Anm che oggi tanto si scalda. I 16 «competitor» erano in lizza per i due posti rimasti liberi dopo l’inchiesta di Perugia sul cosiddetto caso Palamara che aveva sconvolto Palazzo Bachelet.
Di Matteo, giacca grigia e camicia azzurra senza cravatta, si alzò e davanti al leggio precisò di «non essere mai stato iscritto a una corrente e di non essere intenzionato a farlo in futuro» e pronunciò queste parole durissime sullo stato di salute della magistratura: «In questi ventotto anni e in particolare questa è la mia convinzione negli ultimi quindici anni è cambiata la magistratura stanno riuscendo purtroppo a cambiare il Dna anche di molti giovani magistrati è come se fossimo pervasi da un cancro che lentamente si sta espandendo e mettendo in pericolo tutto il corpo. I sintomi a mio parere sono evidenti: la burocratizzazione, legata a una logica perversa delle “carte a posto” e dei numeri, delle statistiche; la gerarchizzazione degli uffici; il collateralismo politico che si manifesta nel privilegiare scelte di opportunità piuttosto che di doverosità; una degenerazione clamorosa del correntismo». E qui, immaginiamo, fece saltare più di un collega sulla sedia: «Oggi», disse, «è così purtroppo, ce lo dobbiamo dire colleghi e non servono espressioni timide rispetto a questo fenomeno, l’appartenenza ad una corrente o a una cordata di magistrati è diventata l’unica possibilità di sviluppo di carriera e di tutela nei momenti di difficoltà, di isolamento e di pericolo che il nostro mestiere inevitabilmente ci presenta, un criterio molto vicino purtroppo alla mentalità e al metodo mafioso». Avete letto bene. Disse che l’appartenenza alle correnti seguiva logiche mafiose e puntualizzò di essersi candidato «per dare una spallata al sistema». Ma nel video di quel giorno, che i lettori possono vedere sul sito della Verità, nell’immediatezza, nessuno alzò la voce per protestare, Di Matteo non venne interrotto, anzi poté proseguire il suo discorso tranquillamente.
Le correnti progressiste, che oggi marciano a braccetto con Di Matteo nella campagna referendaria, impiegarono qualche ora a reagire. Dopo la lettura dei giornali, Md diffuse un comunicato che paventava «un’inaccettabile equiparazione tra la scelta di appartenenza dei singoli magistrati ai gruppi associativi dell’Anm e l’affiliazione a gruppi criminali mafiosi» e definiva quelle di Di Matteo «dichiarazioni generiche “a effetto”», ma non gli contrapponeva i magistrati uccisi dalle cosche. Ancora più sfumato il comunicato della corrente Area che si limitò a definirsi «colpita» da «chi è arrivato a equiparare il consenso elettorale a quello mafioso».
Nelle elezioni del 5 e del 6 ottobre 2019, Di Matteo prese una messe di voti, ben 1184 voti, risultando eletto e secondo solo ad Antonio D’Amato.
Il pm della trattativa Stato-mafia, da dentro il Palazzo, non arretrò di un passo e, il 14 giugno 2020, rilasciò alla Repubblica un’intervista in cui ripropose esattamente gli stessi concetti espressi nove mesi prima: «Lo dissi, lo ridirei e lo affermo anche oggi e cioè che privilegiare nelle scelte che riguardano la carriera di un magistrato il criterio dell’appartenenza a una corrente o a una cordata di magistrati è molto simile all’applicazione del metodo mafioso».
L’anno successivo, sulla 7, intervistato da Andrea Purgatori, andò oltre e attaccò, oltre alle correnti «le cordate» che si formano intorno a toghe «particolarmente autorevoli», cordate formate «da ufficiali di polizia giudiziaria e da esponenti estranei alla magistratura» e ribadì: «La logica dell’appartenenza è molto simile alle logiche mafiose». Un argomento ripetuto pure nel libro scritto con Saverio Lodato, I nemici della Giustizia. Come abbiamo ricordato nelle scorse ore anche Gratteri in passato non ha usato giri di parole per attaccare il correntismo. Ma oggi, sia lui che Di Matteo, non di certo due toghe progressiste, sono diventati funzionali alla buona battaglia per il No al referendum e per questo le loro uscite anti sistema sono finite nel dimenticatoio.
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Stefano Ceccanti (Ansa)
Professor Stefano Ceccanti, costituzionalista ed ex parlamentare Pd, lei è a favore della riforma della giustizia. Il dibattito è ridotto allo scontro tra due tifoserie?
«L’errore è stato fatto in Parlamento, perché il clima sbagliato è nato lì, da parte di tutti. Tanto più che, essendo questa riforma la conseguenza logica di quella dell’articolo 111 della Costituzione fatta insieme nel 1999, si sarebbe potuti arrivare tranquillamente a un voto di due terzi, senza referendum».
I giudici in Italia sono neutrali, come impone la Costituzione?
«Il cambiamento col nuovo processo accusatorio e poi col nuovo articolo 111 è radicale, di modello. Non si cambia un modello radicato solo con un nuovo codice perché le persone possono continuare inerzialmente come prima. Per questo i parlamentari, rispetto a tante resistenze, vollero il giusto processo anche in norma costituzionale. Riprendiamo il nuovo 111: “Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale.” La Costituzione, e non più solo il codice, lo impone dal 1999: purtroppo allora, a causa delle polemiche tra i pm di Milano e Berlusconi, non si fece subito il passaggio ulteriore sul Csm».
Il punto principale è il doppio Csm. Ma in tanti sostengono che le carriere dei magistrati siano già «separate».
«Certo che il punto centrale è lo sdoppiamento del Csm, perché separare le carriere non vuol dire tanto impedire i salti dall’una all’altra, ma non avere più un organo di governo del sistema dove siede una sola delle due parti e il giudice terzo. Quest’ultimo deve essere equidistante, e quindi non può stare in un organo con una sola delle due parti».
Tra giudici e pm esiste «contiguità»?
«Sì: nelle fasi preliminari i giudici che intervengono (i gip e i gup) sentono la pressione dei media giustizialisti, dall’altro lato ancora temono i possibili riflessi negativi sulle proprie carriere da parte del Csm unico, dove siedono anche i pm. Così, nel 95-100% dei casi, finiscono col dare lassenso alle richieste dei pm, con grave danno per i cittadini. Molti rinvii a giudizio di cause che dovrebbero fermarsi subito, sono il frutto di questa commistione. È vero che alla fine le assoluzioni superano il 40%, ma intanto il processo lo subisci».
L’altro tema è quello delle sanzioni per gli errori giudiziari. L’Alta Corte sarà la soluzione?
«È dal 1991 che la Commissione Paladin propose di superare il doppio ruolo del Csm, per un verso di alta amministrazione e per un altro di giurisdizione, creando un organo ad hoc. È una riforma che da allora è stata largamente condivisa. Stava nel programma Pd delle politiche 2022. La cosa importante, per non essere un organo punitivo, è che i magistrati abbiamo una maggioranza, che qui è di tre quinti».
Lo strumento del sorteggio non minerà la credibilità dei due Csm?
«Credo che sarebbero stati preferibili i collegi uninominali (rifiutati dall’Anm quando furono proposti), ma che il sorteggio, rendendo più liberi i singoli dalle appartenenze, sia comunque un miglioramento. Non spariranno le correnti, utili come luoghi di elaborazione, ma sparirà la loro attuale tendenza a comportarsi come partititi che ne ha fatto il centro decisionale nel Csm a danno dell’autonomia dei singoli magistrati. Accanto all’indipendenza esterna, c’è il problema di tutelare quella interna».
Gli avversari della riforma dicono: la magistratura, se passa il Sì, non sarà più indipendente.
«La riforma rende più liberi i giudici rispetto ai pm, non cambia i rapporti tra giustizia e politica».
Cosa pensa dell’Anm, che si è schierato in blocco per il No?
« Mi preoccupano gli effetti per il dopo referendum. I cittadini si saranno abituati a vedere i magistrati come una parte».
Il procuratore Gratteri sostiene che la riforma sia una «vendetta della politica per Tangentopoli» e che a votare Sì «saranno gli imputati e la massoneria deviata».
«Penso che il vostro quotidiano, che è sempre stato critico nei confronti del presidente Napolitano, dovrebbe fare autocritica almeno su un punto, e cioè sul suo rifiuto di nominare il procuratore Gratteri ministro della Giustizia, quando glielo propose Renzi».
Pensa che il centrosinistra dovrebbe ripensare la sua filosofia sui temi inerenti alla giustizia?
«Penso che dovrebbe cambiare linea sulle questioni istituzionali, esattamente come dovrebbe cambiarla la maggioranza di governo. Nessuno dei due schieramenti sembra capace in questa legislatura di accogliere l’invito del presidente Mattarella: distinguere le materie ordinarie su cui essere alternativi da quelle che toccano le regole del gioco in cui è conveniente per tutti, specie per il Paese, cercare convergenze».
Ci saranno defezioni nel Pd?
«Molte defezioni pubbliche si vedono, da parte di persone che privilegiano il merito della riforma; se ce ne saranno altre nel segreto del voto non sono sicuro, ma penso di sì».
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa del 16 febbraio con Flaminia Camilletti