True
2018-12-29
Ora Conte ci ha preso gusto: «Fieramente populisti». Botta alla Cgil sulla Fornero
Ansa
Vegliato dal portavoce Rocco Casalino, e strattonato dal presidente dell'Ordine dei giornalisti che - tra una citazione del Papa e una del Quirinale - continuava a bussare a quattrini (pubblici) per l'editoria, Giuseppe Conte ha brillantemente superato la prima conferenza di fine anno da presidente del Consiglio. Una performance comprensibile per il grande pubblico, e democristianamente capace di schivare le insidie. E, tra una negazione e l'altra, si è pure colto il tentativo di ritagliarsi una soggettività politica propria tra i due vicepremier forti, Matteo Salvini e Luigi Di Maio.
Conte ha esordito rivendicando la «natura populista» del governo, e difendendo quello che ha definito il «modus procedendi» del contratto: una novità che «condizionerà il futuro della politica italiana», ha rimarcato.
A proposito dei cittadini, il premier ha detto: «Ricevo regolarmente capi di Stato e di governo in incontri bilaterali», ha detto, «ecco, mi piacerebbe ricevere anche cittadini normali che abbiano compiuto gesti che possano essere d'esempio per tutti, con lo stesso protocollo, con l'onore degli incontri bilaterali».
Poi una lunga pagina dedicata all'editoria, incalzato dalle testate (Il Manifesto, Radio Radicale, Avvenire) testate a vario titolo toccate, insieme ad altre, dalla riduzione dei finanziamenti pubblici. Conte è stato convincente: ha invitato le testate a «stare sul mercato», le ha stimolate a «trovare risorse alternative», difendendo il contenimento dei contributi pubblici («chiediamo un sacrificio che è imposto a tutti»), negando intenti punitivi («Non credo che rivedere il sistema del finanziamento dell'editoria sia un attentato alla libertà d'informazione»), e sottolineando il carattere progressivo del taglio («20% in meno della differenza tra l'importo spettante e 500.000 euro il primo anno, 50% il secondo, 75% il terzo»). In tutta franchezza, i giornali interessati avranno tutto il tempo di riorganizzarsi: e non si vede perché i cittadini debbano continuare a finanziare solo alcune opinioni, incluse quelle che non condividono, generando una disparità di trattamento sul mercato.
La sezione più ampia della conferenza è stata dedicata alla manovra, mentre alla Camera iniziavano le operazioni di voto che si concluderanno oggi con il via libera definitivo. Conte ha negato un ruolo eccessivo di Bruxelles: ha sostenuto che la Commissione, al di là del negoziato sui saldi complessivi, si sia limitata a chiedere «il congelamento di due miliardi di spesa: una somma che sarà sbloccabile dopo una verifica da fare a luglio». Molto meno - secondo il premier - delle misure cautelative che il governo aveva già autonomamente immaginato. Per il resto, «l'interlocuzione ha riguardato i saldi finali, ma mai le misure contenute nella manovra».
Sulla crescita, Conte ha sparso ottimismo: «I fondamentali del sistema economico italiano sono solidissimi. L'1% è la soglia minima: andremo molto oltre».
Sulle tasse, il passaggio centrale, non sempre convincentissimo. Da un lato il professore ha elencato alcune incontestabili riduzioni fiscali (dalle partite Iva alla cedolare secca sulle locazioni commerciali), dall'altro ha sottolineato come gli aumenti riguardino non i cittadini comuni, ma solo alcuni grandi bersagli: banche, assicurazioni, gioco e giganti del Web. Su questo il premier ha però omesso di spiegare come si potrà evitare che gli aumenti siano scaricati dai soggetti colpiti su cittadini e utenti, e non si è impegnato a tornare indietro sul via libera indirettamente concesso ai comuni sull'aumento dei tributi locali. Conte, in questo ammiccando più all'elettorato M5s che a quello leghista, ha apertamente parlato di «un'opera redistributiva, privilegiando alcune fasce sociali».
Notevole la frecciata ai sindacati sulle pensioni: «Abbiamo introdotto un meccanismo di indicizzazione che è un po' raffreddato, ma che non tocca le pensioni fino a tre volte le minime. Forse neppure l'Avaro di Molière nelle fasce più alte si accorgerebbe di qualche euro in meno. Oggi i sindacati sono in piazza a protestare, ma li ricordo silenti quando fu approvata la legge Fornero».
Poi la parte più politica: «Questa esperienza di governo funziona perché si regge su un amalgama perfettamente riuscito del giallo e del verde. Non c'è mescolanza di colori, che restano distinti, ma si è creato un equilibrio chimico al quale contribuisco anch'io. Di Maio e Salvini sono persone molto ragionevoli. Voi giornalisti ci descrivete sempre alle prese con litigi furibondi e invece non c'è mai stato un vertice in cui ci sia stata una seria litigata». Però non ha escluso un «tagliando» del contratto di governo. Quanto a un eventuale rimpasto, ha lasciato la porta aperta: «Se l'esigenza maturerà in una forza politica, sarà comunicata all'altra, in un percorso di razionalità che non destabilizzi l'azione del governo, che durerà cinque anni».
Sulle grandi opere l'assicurazione che la decisione sulla Tav sarà presa prima delle europee: «Questo governo non è contrario ai grandi lavori, valuta le grandi opere». Su reddito e quota 100 conferma della partenza ad aprile per entrambi con un'attenzione alle aziende che assumeranno i percettori dell'assegno sociale. Parlando di sé, Conte ha escluso impegni politici futuri («questa è una parentesi meravigliosa, che mi rende orgoglioso, ma ben determinata»), e ha negato di far campagna per qualcuno alle europee.
Eppure, tra una negazione e un'attenuazione, tra un esercizio di understatement e una propensione naturale a evitare polemiche, ieri si è avuta la sensazione di una più marcata politicità del ruolo di Conte, svelata da un uso più frequente del solito della prima persona singolare («Nel negoziato con Bruxelles non ho consentito alla Commissione di discutere le nostre misure», «andrò a negoziare sull'autonomia con i governatori di Lombardia e Veneto», «sarò garante della coesione nazionale», «ho convocato le aziende di Stato sugli investimenti»). Insomma, si esce con la sensazione di un Conte desideroso di far sapere a tutti (anche alla sua maggioranza) che lui c'è.
Sanatoria alle Entrate un regalo agli evasori
Si sente spesso ripetere che il lavoro nero va combattuto in ogni modo, anche da quanti sono consapevoli che in alcune aree del Paese il lavoro è nero o non c'è. In primo luogo per sopravvivere all'esosità del fisco, ciò che vale anche per il datore di lavoro. Tuttavia è da dimostrare che, per contrastarlo, basterebbe un carico fiscale più equo, ad esempio una flat tax tenuto conto che quell'attività si ricollega a taluni benefici, da ultimo al «reddito di cittadinanza», fidando nella tradizionale inefficienza dei controlli in un Paese nel quale perfino le autocertificazioni, alle luce delle verifiche, risultano spesso false, nonostante le sanzioni penali. Ne è consapevole anche Luigi Di Maio, che minaccia l'intervento della guardia di Finanza per rafforzare i controlli.
Lavoro nero, dunque, con evasione contributiva, che si vorrebbe compensare con l'impiego di migranti, ed evasione fiscale, quest'ultima abbondantemente oltre i 100 miliardi annui, un appetitoso gruzzolo per uno Stato alla disperata ricerca di risorse. Tuttavia nessuno quantifica un possibile recupero del gettito. Per cui ancora una volta si mettono le mani nelle tasche dei pensionati. Per le pensioni superiori a 1.500 euro lordi si riduce la rivalutazione automatica, le altre, le più elevate, si tagliano se non «interamente» liquidate con il sistema contributivo, una ipocrisia, considerato che al contributivo si è passati nel 1994.
Al di là della lesione di diritti maturati, che sarà portata all'attenzione dei giudici, la decisione di colpire le pensioni ha effetti negativi sui consumi e su quella redistribuzione dei redditi interna alle famiglie che trasferisce risorse dai nonni ai figli ed ai nipoti, il contrario di quel che serve in un momento nel quale si registrano segnali recessivi nell'economia. Ciò, mentre nella manovra di bilancio sono assolutamente inadeguate le risorse destinate alle infrastrutture, un settore gravemente carente che, se fosse destinatario di adeguati stanziamenti, potrebbe concorrere alla crescita dell'economia e dell'occupazione.
Ma torniamo ai 100 e più miliardi sottratti dagli evasori. Riccardo Fraccaro, oggi ministro per i Rapporti con il Parlamento, quando parlava da esponente del M5s, invitava i cittadini a ribellarsi al fisco ingiusto e rapace. E denunciava che nelle agenzie fiscali ci sono circa 800 ex funzionari che non hanno vinto un concorso per entrare nella dirigenza, dei quali 340 sarebbero indagati per gravi reati. «Uno scandalo, una schifezza assoluta», aggiungeva. Lo stesso parlamentare, adesso che è al governo, tace, nonostante non possa non percepire che monta la rivolta tra i lavoratori dipendenti e, soprattutto, tra i pensionati ai quali si chiede di nuovo un «contributo di solidarietà» per cinque anni. In pratica per i più anziani fino alla morte.
In tema di funzionalità delle agenzie fiscali Salvatore Giacchetti, presidente aggiunto onorario del Consiglio di Stato, scrive di «mancanza del comune senso del pudore normativo», a proposito dei ripetuti tentativi di sanatorie legislative nell'annosa vicenda delle «posizioni» organizzative (dirigenziali) nell'ambito dell'Agenzia delle entrate, di cui La Verità ha già scritto, e alla ripetuta elusione delle sentenze dei giudici amministrativi e perfino della Corte costituzionale, come denuncia la Cnfedir Dirstat, il sindacato dei funzionari e dei dirigenti dello Stato.
Il fatto è che dalla loro istituzione, nel 2000, nelle agenzie fiscali non si fanno concorsi pubblici e si continua con il balletto degli incarichi provvisori variamente denominati, bocciati dalla Corte costituzionale perché in violazione della regola la quale prevede che «agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge» (art. 97, comma 3, Costituzione).
E poiché in Italia non c'è niente di più definitivo di ciò che è precario, i fortunati «incaricati» sono rimasti al loro posto dal momento che l'ex ministro dell'economia pd Pier Carlo Padoan, titolare dell'alta vigilanza sulle agenzie, non si è dato carico della pronuncia della Corte costituzionale consentendo l'attribuzione agli ex incaricati di «Posizioni organizzative speciali» (Pos) e, nel corso del giudizio di impugnazione, di «Posizioni organizzative a termine» (Pot), altro prodotto della fantasia burocratica. Oggi l'Agenzia inventa ancora una disciplina derogatoria con le «Posizioni organizzative per lo svolgimento di incarichi di elevata responsabilità, alta professionalità o particolare specializzazione» (Poer).
Con questa decisione non si tiene conto neppure della sentenza n. 8990 del 16 agosto 2018 con la quale il Tar del Lazio, Sez. II-ter, ha affermato che l'Agenzia è giuridicamente tenuta «all'espletamento della nuova procedura concorsuale» da prevedere «per soli esami», esclusi quei «titoli» che avrebbero dovuto premiare gli incaricati di funzioni dirigenziali rispetto a coloro i quali accedono dall'esterno ed agli interni privi di incarichi, nell'interesse ancora una volta degli amici del potere. Sicché il Segretario generale aggiunto della Confedir Dirstat, Pietro Paolo Boiano, si è sentito in dovere di invitare il direttore dell'Agenzia delle entrate, Antonino Maggiore, al rispetto della Costituzione, delle leggi e delle pronunce della Corte costituzionale ed a «chiudere definitivamente un circolo vizioso che dura ormai da troppo tempo ed ha fatto male alla massima Agenzia fiscale» perché «nel marasma che regna negli uffici diventa poi proibitivo contrastare efficacemente il diffuso fenomeno della evasione fiscale».
Continua a leggereRiduci
Nel saluto ai giornalisti il premier difende la finanziaria. Sulle pensioni: «Tagli non ai poveri, sindacati zitti con Monti». Sul governo: «Rimpasto? Vediamo».I 100 miliardi di «nero» sottratti al fisco sono un vulnus per chi paga onestamente le tasse. Ma lo scandalo delle centinaia di funzionari messi in ruolo senza concorso e in barba alla Cassazione mina la fiducia.Lo speciale contiene due articoli.Vegliato dal portavoce Rocco Casalino, e strattonato dal presidente dell'Ordine dei giornalisti che - tra una citazione del Papa e una del Quirinale - continuava a bussare a quattrini (pubblici) per l'editoria, Giuseppe Conte ha brillantemente superato la prima conferenza di fine anno da presidente del Consiglio. Una performance comprensibile per il grande pubblico, e democristianamente capace di schivare le insidie. E, tra una negazione e l'altra, si è pure colto il tentativo di ritagliarsi una soggettività politica propria tra i due vicepremier forti, Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Conte ha esordito rivendicando la «natura populista» del governo, e difendendo quello che ha definito il «modus procedendi» del contratto: una novità che «condizionerà il futuro della politica italiana», ha rimarcato. A proposito dei cittadini, il premier ha detto: «Ricevo regolarmente capi di Stato e di governo in incontri bilaterali», ha detto, «ecco, mi piacerebbe ricevere anche cittadini normali che abbiano compiuto gesti che possano essere d'esempio per tutti, con lo stesso protocollo, con l'onore degli incontri bilaterali».Poi una lunga pagina dedicata all'editoria, incalzato dalle testate (Il Manifesto, Radio Radicale, Avvenire) testate a vario titolo toccate, insieme ad altre, dalla riduzione dei finanziamenti pubblici. Conte è stato convincente: ha invitato le testate a «stare sul mercato», le ha stimolate a «trovare risorse alternative», difendendo il contenimento dei contributi pubblici («chiediamo un sacrificio che è imposto a tutti»), negando intenti punitivi («Non credo che rivedere il sistema del finanziamento dell'editoria sia un attentato alla libertà d'informazione»), e sottolineando il carattere progressivo del taglio («20% in meno della differenza tra l'importo spettante e 500.000 euro il primo anno, 50% il secondo, 75% il terzo»). In tutta franchezza, i giornali interessati avranno tutto il tempo di riorganizzarsi: e non si vede perché i cittadini debbano continuare a finanziare solo alcune opinioni, incluse quelle che non condividono, generando una disparità di trattamento sul mercato. La sezione più ampia della conferenza è stata dedicata alla manovra, mentre alla Camera iniziavano le operazioni di voto che si concluderanno oggi con il via libera definitivo. Conte ha negato un ruolo eccessivo di Bruxelles: ha sostenuto che la Commissione, al di là del negoziato sui saldi complessivi, si sia limitata a chiedere «il congelamento di due miliardi di spesa: una somma che sarà sbloccabile dopo una verifica da fare a luglio». Molto meno - secondo il premier - delle misure cautelative che il governo aveva già autonomamente immaginato. Per il resto, «l'interlocuzione ha riguardato i saldi finali, ma mai le misure contenute nella manovra». Sulla crescita, Conte ha sparso ottimismo: «I fondamentali del sistema economico italiano sono solidissimi. L'1% è la soglia minima: andremo molto oltre». Sulle tasse, il passaggio centrale, non sempre convincentissimo. Da un lato il professore ha elencato alcune incontestabili riduzioni fiscali (dalle partite Iva alla cedolare secca sulle locazioni commerciali), dall'altro ha sottolineato come gli aumenti riguardino non i cittadini comuni, ma solo alcuni grandi bersagli: banche, assicurazioni, gioco e giganti del Web. Su questo il premier ha però omesso di spiegare come si potrà evitare che gli aumenti siano scaricati dai soggetti colpiti su cittadini e utenti, e non si è impegnato a tornare indietro sul via libera indirettamente concesso ai comuni sull'aumento dei tributi locali. Conte, in questo ammiccando più all'elettorato M5s che a quello leghista, ha apertamente parlato di «un'opera redistributiva, privilegiando alcune fasce sociali». Notevole la frecciata ai sindacati sulle pensioni: «Abbiamo introdotto un meccanismo di indicizzazione che è un po' raffreddato, ma che non tocca le pensioni fino a tre volte le minime. Forse neppure l'Avaro di Molière nelle fasce più alte si accorgerebbe di qualche euro in meno. Oggi i sindacati sono in piazza a protestare, ma li ricordo silenti quando fu approvata la legge Fornero». Poi la parte più politica: «Questa esperienza di governo funziona perché si regge su un amalgama perfettamente riuscito del giallo e del verde. Non c'è mescolanza di colori, che restano distinti, ma si è creato un equilibrio chimico al quale contribuisco anch'io. Di Maio e Salvini sono persone molto ragionevoli. Voi giornalisti ci descrivete sempre alle prese con litigi furibondi e invece non c'è mai stato un vertice in cui ci sia stata una seria litigata». Però non ha escluso un «tagliando» del contratto di governo. Quanto a un eventuale rimpasto, ha lasciato la porta aperta: «Se l'esigenza maturerà in una forza politica, sarà comunicata all'altra, in un percorso di razionalità che non destabilizzi l'azione del governo, che durerà cinque anni». Sulle grandi opere l'assicurazione che la decisione sulla Tav sarà presa prima delle europee: «Questo governo non è contrario ai grandi lavori, valuta le grandi opere». Su reddito e quota 100 conferma della partenza ad aprile per entrambi con un'attenzione alle aziende che assumeranno i percettori dell'assegno sociale. Parlando di sé, Conte ha escluso impegni politici futuri («questa è una parentesi meravigliosa, che mi rende orgoglioso, ma ben determinata»), e ha negato di far campagna per qualcuno alle europee. Eppure, tra una negazione e un'attenuazione, tra un esercizio di understatement e una propensione naturale a evitare polemiche, ieri si è avuta la sensazione di una più marcata politicità del ruolo di Conte, svelata da un uso più frequente del solito della prima persona singolare («Nel negoziato con Bruxelles non ho consentito alla Commissione di discutere le nostre misure», «andrò a negoziare sull'autonomia con i governatori di Lombardia e Veneto», «sarò garante della coesione nazionale», «ho convocato le aziende di Stato sugli investimenti»). Insomma, si esce con la sensazione di un Conte desideroso di far sapere a tutti (anche alla sua maggioranza) che lui c'è. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ora-conte-ci-ha-preso-gusto-fieramente-populisti-botta-alla-cgil-sulla-fornero-2624601430.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sanatoria-alle-entrate-un-regalo-agli-evasori" data-post-id="2624601430" data-published-at="1777435337" data-use-pagination="False"> Sanatoria alle Entrate un regalo agli evasori Si sente spesso ripetere che il lavoro nero va combattuto in ogni modo, anche da quanti sono consapevoli che in alcune aree del Paese il lavoro è nero o non c'è. In primo luogo per sopravvivere all'esosità del fisco, ciò che vale anche per il datore di lavoro. Tuttavia è da dimostrare che, per contrastarlo, basterebbe un carico fiscale più equo, ad esempio una flat tax tenuto conto che quell'attività si ricollega a taluni benefici, da ultimo al «reddito di cittadinanza», fidando nella tradizionale inefficienza dei controlli in un Paese nel quale perfino le autocertificazioni, alle luce delle verifiche, risultano spesso false, nonostante le sanzioni penali. Ne è consapevole anche Luigi Di Maio, che minaccia l'intervento della guardia di Finanza per rafforzare i controlli. Lavoro nero, dunque, con evasione contributiva, che si vorrebbe compensare con l'impiego di migranti, ed evasione fiscale, quest'ultima abbondantemente oltre i 100 miliardi annui, un appetitoso gruzzolo per uno Stato alla disperata ricerca di risorse. Tuttavia nessuno quantifica un possibile recupero del gettito. Per cui ancora una volta si mettono le mani nelle tasche dei pensionati. Per le pensioni superiori a 1.500 euro lordi si riduce la rivalutazione automatica, le altre, le più elevate, si tagliano se non «interamente» liquidate con il sistema contributivo, una ipocrisia, considerato che al contributivo si è passati nel 1994. Al di là della lesione di diritti maturati, che sarà portata all'attenzione dei giudici, la decisione di colpire le pensioni ha effetti negativi sui consumi e su quella redistribuzione dei redditi interna alle famiglie che trasferisce risorse dai nonni ai figli ed ai nipoti, il contrario di quel che serve in un momento nel quale si registrano segnali recessivi nell'economia. Ciò, mentre nella manovra di bilancio sono assolutamente inadeguate le risorse destinate alle infrastrutture, un settore gravemente carente che, se fosse destinatario di adeguati stanziamenti, potrebbe concorrere alla crescita dell'economia e dell'occupazione. Ma torniamo ai 100 e più miliardi sottratti dagli evasori. Riccardo Fraccaro, oggi ministro per i Rapporti con il Parlamento, quando parlava da esponente del M5s, invitava i cittadini a ribellarsi al fisco ingiusto e rapace. E denunciava che nelle agenzie fiscali ci sono circa 800 ex funzionari che non hanno vinto un concorso per entrare nella dirigenza, dei quali 340 sarebbero indagati per gravi reati. «Uno scandalo, una schifezza assoluta», aggiungeva. Lo stesso parlamentare, adesso che è al governo, tace, nonostante non possa non percepire che monta la rivolta tra i lavoratori dipendenti e, soprattutto, tra i pensionati ai quali si chiede di nuovo un «contributo di solidarietà» per cinque anni. In pratica per i più anziani fino alla morte. In tema di funzionalità delle agenzie fiscali Salvatore Giacchetti, presidente aggiunto onorario del Consiglio di Stato, scrive di «mancanza del comune senso del pudore normativo», a proposito dei ripetuti tentativi di sanatorie legislative nell'annosa vicenda delle «posizioni» organizzative (dirigenziali) nell'ambito dell'Agenzia delle entrate, di cui La Verità ha già scritto, e alla ripetuta elusione delle sentenze dei giudici amministrativi e perfino della Corte costituzionale, come denuncia la Cnfedir Dirstat, il sindacato dei funzionari e dei dirigenti dello Stato. Il fatto è che dalla loro istituzione, nel 2000, nelle agenzie fiscali non si fanno concorsi pubblici e si continua con il balletto degli incarichi provvisori variamente denominati, bocciati dalla Corte costituzionale perché in violazione della regola la quale prevede che «agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge» (art. 97, comma 3, Costituzione). E poiché in Italia non c'è niente di più definitivo di ciò che è precario, i fortunati «incaricati» sono rimasti al loro posto dal momento che l'ex ministro dell'economia pd Pier Carlo Padoan, titolare dell'alta vigilanza sulle agenzie, non si è dato carico della pronuncia della Corte costituzionale consentendo l'attribuzione agli ex incaricati di «Posizioni organizzative speciali» (Pos) e, nel corso del giudizio di impugnazione, di «Posizioni organizzative a termine» (Pot), altro prodotto della fantasia burocratica. Oggi l'Agenzia inventa ancora una disciplina derogatoria con le «Posizioni organizzative per lo svolgimento di incarichi di elevata responsabilità, alta professionalità o particolare specializzazione» (Poer). Con questa decisione non si tiene conto neppure della sentenza n. 8990 del 16 agosto 2018 con la quale il Tar del Lazio, Sez. II-ter, ha affermato che l'Agenzia è giuridicamente tenuta «all'espletamento della nuova procedura concorsuale» da prevedere «per soli esami», esclusi quei «titoli» che avrebbero dovuto premiare gli incaricati di funzioni dirigenziali rispetto a coloro i quali accedono dall'esterno ed agli interni privi di incarichi, nell'interesse ancora una volta degli amici del potere. Sicché il Segretario generale aggiunto della Confedir Dirstat, Pietro Paolo Boiano, si è sentito in dovere di invitare il direttore dell'Agenzia delle entrate, Antonino Maggiore, al rispetto della Costituzione, delle leggi e delle pronunce della Corte costituzionale ed a «chiudere definitivamente un circolo vizioso che dura ormai da troppo tempo ed ha fatto male alla massima Agenzia fiscale» perché «nel marasma che regna negli uffici diventa poi proibitivo contrastare efficacemente il diffuso fenomeno della evasione fiscale».
«Quando ci si adopera per una cura adeguata della nostra Casa comune e di tutti, deve essere considerato un approccio integrale», scrivono i cardinali Michael Czerny e Kevin Joseph Farrell - prefetti rispettivamente dei due citati dicasteri - nell’introduzione al testo dove, peraltro, non manca una citazione di papa Benedetto XVI.
Certo, ci sono pure vari richiami a papa Francesco, com’è inevitabile avendo egli dedicato all’ecologia un’intera enciclica, la Laudato si' (2015). Tuttavia, il testo è del tutto coerente con la linea di papa Leone XIV, il quale, pur citando spesso papa Bergoglio, guida ora la Chiesa su acque dottrinalmente ben più tranquille. Prova ne è il fatto che L’ecologia integrale nella vita della famiglia non si limita, si potrebbe ironizzare, a invitare a fare la raccolta differenziata, ma dedica più passaggi a richiamare il ruolo stesso di quella che, per i cattolici, è la cellula fondamentale della società. Il documento infatti non parla genericamente di famiglia, ma lo fa sempre in riferimento al sacramento matrimoniale; non è un caso che il termine «matrimonio» ricorra ben dieci volte.
A tal proposito, sovvengono le parole di papa Prevost, che nell’omelia in occasione della Messa per il giubileo delle Famiglie, nelle prime settimane del suo pontificato, aveva precisato, esprimendo una linea cristallina, che «il matrimonio non è un ideale ma il canone del vero amore». Non stupisce, allora, che nelle pagine del documento appena pubblicato la famiglia fondata sul sacramento del matrimonio sia richiamata così spesso. Ma c’è più. In un testo che si presenta come di «ecologia integrale», con cioè una prospettiva che si prende cura del creato nel suo insieme, traspare con forza l’idea che non esista cura dell’ambiente senza quella dell’uomo, tanto che viene sottolineata con forza la necessità di far «rispettare la vita umana dal concepimento alla morte naturale dicendo no all’aborto, all’eutanasia, alla maternità surrogata e alle tecniche di fecondazione assistita e alla loro promozione» (p. 34).
Poco prima, anche una condanna all’ideologia antinatalista: «Oggi c’è la tendenza a considerare la crescita demografica come la principale minaccia per l’umanità» (p. 29). A seguire, un ammonimento ai governi che «operano attivamente per la diffusione dell’aborto, promuovendo talvolta l’adozione della pratica della sterilizzazione» e impongono «un forte controllo delle nascite» (p. 30).
Anche le proposte educative alle giovani generazioni, sia pure calibrate sul tema ambientale, sposano sempre un’antropologia cristiana. Così, nelle pagine dedicate all’istruzione, troviamo sì riferimenti all’importanza di «chiedere alla scuola di aggiornare le proprie attività e manuali didattici in materia di ecologia» e a quella di «educare a non sprecare il cibo» (p. 58); ma quest’ultimo impegno arriva comunque dopo l’esortazione a «parlare in maniera adeguata all’età della necessità di proteggere la vita umana da aborto, maternità surrogata ed eutanasia» (p. 57). Il solco tra l’ecologia integrale cristiana e l’ambientalismo caro al mainstream è davvero lampante.
Continua a leggereRiduci
iStock
Il professor Pier Luigi Petrillo ha dato l’anima per questo traguardo. Ieri 27 aprile s’è scoperto grazie alla mobilitazione della Coldiretti - ha portato al passo del Brennero 10.000 agricoltori - che alcuni piatti simbolo di questa cucina sono fatti con ingredienti che d’italiano hanno solo l’etichetta. Una rivelazione scioccante riguarda le mozzarelle campane della serie «tu vulive a pizza c’ha mozzarella e a pummarola in coppa e niente chiù». Secondo l’analisi di Coldiretti e Centro Studi Divulga su dati del ministero della Salute, «l’Italia ha importato nel 2025 circa 1,5 milioni di quintali di cagliate su un totale di 6,4 milioni di quintali di formaggi che arrivano nel nostro Paese (+9% rispetto al 2024)». Passano quasi tutti dal Brennero e «oltre la metà delle cagliate importate finiscono a Napoli (306.000 quintali) a Benevento (183.000 quintali), Campobasso (134.000) e Salerno (92.000)». Due terzi delle cagliate tedesche e polacche sono lavorate al Sud con la Campania che ne assorbe il 46,7%. Ieri al Brennero – Coldiretti aveva il supporto della Guardia di Finanza - hanno scoperto i «Tir dell’orrore». Correva il 9 gennaio 2026 quando sempre il ministro Francesco Lollobrigida annunciava che contrariamente a quanto sostenuto per anni l’Italia diceva sì al Mercosur - il trattato commerciale col Sud America – perché si erano ottenute da Ursula von der Leyen stringenti garanzie sulle clausole di reciprocità, sull’applicazione dell’etichetta d’origine e sullo stabilire in Italia l’autorità doganale europea visto che nessuno si fida dei controlli che fanno gli olandesi. La dogana europea ora sta Lille in Francia che ha detto no al Mercosur. Ursula forse s’è distratta. Al Brennero sono saltati fuori kiwi cileni (l’Italia è il primo produttore al mondo di questi frutti avendo superato anche la Nuova Zelanda) fettine di pollo sudamericano che diventano crocchette italiane, carciofi egiziani, lavorati e venduti come sottaceto italiani, arance sudafricane che diventano succhi di frutta italiani, grano canadese trasformato in pasta italiana. Tutta roba che passa da Rotterdam mentre i nostri partner europei ci danno le cosce di maiale fresche – sono le più «spacciate» al Brennero - che arrivano dalla Germania, dall’Olanda, dalla Danimarca, dalla Francia e diventano prosciutti italiani, così come tonnellate di miele tedesco, centinaia di migliaia di litri di latte francese e polacco e le mozzarelle tedesche già confezionate col tricolore. Un danno enorme alla nostra agricoltura, ma anche alla nostra reputazione commerciale dovuto al codice doganale europeo che consente di etichettare come italiano il prodotto che subisce in Italia anche solo il confezionamento.
«Al centro della mobilitazione che da mesi ha coinvolto almeno 100.000 agricoltori e ha la sua tappa finale qui al Brennero», spiega il segretario generale di Coldiretti Vincenzo Gesmundo, «c’è la battaglia per la revisione della normativa sull’ultima trasformazione che penalizza il lavoro agricolo nazionale e altera profondamente la trasparenza del mercato. E poi vogliamo l’etichetta di origine». Ettore Prandini, che di Coldiretti è il presidente, ribadisce: «L’agroalimentare rappresenta una filiera strategica per il Paese, che vale 707 miliardi di euro e garantisce 4 milioni di posti di lavoro, assistiamo a meccanismi che alterano la concorrenza, comprimono il reddito degli agricoltori e compromettono l’immagine del vero Made in Italy. Vogliamo un intervento europeo immediato. A partire da tre elementi: la sicurezza alimentare, la salute dei consumatori, il reddito degli agricoltori». E giovedì in Coldiretti si replica. A Roma si parla di cibo e salute con il commissario europeo Olivér Várhelyi.
Continua a leggereRiduci
Matteo Salvini e coniugi Trevaillon (Ansa)
Dopo un colloquio di un’ora nel Municipio dove ha incontrato il sindaco Giuseppe Masciulli, Salvini si è recato nella casa nel bosco dove tutto ha avuto inizio. E dove, dopo la scadenza del contratto con il B&B che la ospitava, la coppia ha fatto ritorno proprio in questi giorni. Ma senza figli. «Ci sono i pannelli solari, il bosco, il fiume, le piante, l’asino. È stato chiesto loro di sistemare casa, fatto. La questione sanitaria, c’è il pediatra, le vaccinazioni, fatto. Sistemate le domande educative, c’è l’insegnante pronta. Non capisco cosa si deve aspettare!», ha detto ancora Salvini. «Io sono sicuro che tutti hanno agito in buona fede ma probabilmente qualcuno ha sbagliato valutazione», ha proseguito riferendosi alla decisione del tribunale per i minorenni dell’Aquila dello scorso 20 novembre con cui aveva sospeso la responsabilità genitoriale della coppia sui tre figli. E all’odissea che ne è seguita. Come l’allontanamento di mamma Catherine dalla casa famiglia deciso lo scorso 6 marzo, in quanto ritenuta un possibile ostacolo al percorso educativo dei minori.
Da allora gli incontri sono stati limitati al massimo. Solo negli ultimi giorni è arrivata la concessione di una videochiamata, forse un piccolo segnale di riavvicinamento, mentre per un incontro in presenza si dovranno attendere ulteriori sviluppi nel percorso stabilito dal tribunale. Che ancora non è chiaro. Come ha sottolineato il sindaco, che ha puntato il dito contro l’assenza di un programma che faccia intravedere un esito finale positivo della vicenda. Una lacuna inaccettabile, spiega, a cinque mesi dall’ordinanza e dopo la soluzione di gran parte delle criticità. Anche perché la gestione dell’intera vicenda è costata al Comune di 850 abitanti già 50.000 euro. Una spesa che, in assenza di un percorso definito, potrebbe raddoppiare.
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 28 aprile 2026. Il nostro Alessandro Da Rold ci spiega perché giovedì sarà il giorno cruciale per l'inchiesta su Rocchi e gli arbitri.