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2018-12-29
Ora Conte ci ha preso gusto: «Fieramente populisti». Botta alla Cgil sulla Fornero
Ansa
Vegliato dal portavoce Rocco Casalino, e strattonato dal presidente dell'Ordine dei giornalisti che - tra una citazione del Papa e una del Quirinale - continuava a bussare a quattrini (pubblici) per l'editoria, Giuseppe Conte ha brillantemente superato la prima conferenza di fine anno da presidente del Consiglio. Una performance comprensibile per il grande pubblico, e democristianamente capace di schivare le insidie. E, tra una negazione e l'altra, si è pure colto il tentativo di ritagliarsi una soggettività politica propria tra i due vicepremier forti, Matteo Salvini e Luigi Di Maio.
Conte ha esordito rivendicando la «natura populista» del governo, e difendendo quello che ha definito il «modus procedendi» del contratto: una novità che «condizionerà il futuro della politica italiana», ha rimarcato.
A proposito dei cittadini, il premier ha detto: «Ricevo regolarmente capi di Stato e di governo in incontri bilaterali», ha detto, «ecco, mi piacerebbe ricevere anche cittadini normali che abbiano compiuto gesti che possano essere d'esempio per tutti, con lo stesso protocollo, con l'onore degli incontri bilaterali».
Poi una lunga pagina dedicata all'editoria, incalzato dalle testate (Il Manifesto, Radio Radicale, Avvenire) testate a vario titolo toccate, insieme ad altre, dalla riduzione dei finanziamenti pubblici. Conte è stato convincente: ha invitato le testate a «stare sul mercato», le ha stimolate a «trovare risorse alternative», difendendo il contenimento dei contributi pubblici («chiediamo un sacrificio che è imposto a tutti»), negando intenti punitivi («Non credo che rivedere il sistema del finanziamento dell'editoria sia un attentato alla libertà d'informazione»), e sottolineando il carattere progressivo del taglio («20% in meno della differenza tra l'importo spettante e 500.000 euro il primo anno, 50% il secondo, 75% il terzo»). In tutta franchezza, i giornali interessati avranno tutto il tempo di riorganizzarsi: e non si vede perché i cittadini debbano continuare a finanziare solo alcune opinioni, incluse quelle che non condividono, generando una disparità di trattamento sul mercato.
La sezione più ampia della conferenza è stata dedicata alla manovra, mentre alla Camera iniziavano le operazioni di voto che si concluderanno oggi con il via libera definitivo. Conte ha negato un ruolo eccessivo di Bruxelles: ha sostenuto che la Commissione, al di là del negoziato sui saldi complessivi, si sia limitata a chiedere «il congelamento di due miliardi di spesa: una somma che sarà sbloccabile dopo una verifica da fare a luglio». Molto meno - secondo il premier - delle misure cautelative che il governo aveva già autonomamente immaginato. Per il resto, «l'interlocuzione ha riguardato i saldi finali, ma mai le misure contenute nella manovra».
Sulla crescita, Conte ha sparso ottimismo: «I fondamentali del sistema economico italiano sono solidissimi. L'1% è la soglia minima: andremo molto oltre».
Sulle tasse, il passaggio centrale, non sempre convincentissimo. Da un lato il professore ha elencato alcune incontestabili riduzioni fiscali (dalle partite Iva alla cedolare secca sulle locazioni commerciali), dall'altro ha sottolineato come gli aumenti riguardino non i cittadini comuni, ma solo alcuni grandi bersagli: banche, assicurazioni, gioco e giganti del Web. Su questo il premier ha però omesso di spiegare come si potrà evitare che gli aumenti siano scaricati dai soggetti colpiti su cittadini e utenti, e non si è impegnato a tornare indietro sul via libera indirettamente concesso ai comuni sull'aumento dei tributi locali. Conte, in questo ammiccando più all'elettorato M5s che a quello leghista, ha apertamente parlato di «un'opera redistributiva, privilegiando alcune fasce sociali».
Notevole la frecciata ai sindacati sulle pensioni: «Abbiamo introdotto un meccanismo di indicizzazione che è un po' raffreddato, ma che non tocca le pensioni fino a tre volte le minime. Forse neppure l'Avaro di Molière nelle fasce più alte si accorgerebbe di qualche euro in meno. Oggi i sindacati sono in piazza a protestare, ma li ricordo silenti quando fu approvata la legge Fornero».
Poi la parte più politica: «Questa esperienza di governo funziona perché si regge su un amalgama perfettamente riuscito del giallo e del verde. Non c'è mescolanza di colori, che restano distinti, ma si è creato un equilibrio chimico al quale contribuisco anch'io. Di Maio e Salvini sono persone molto ragionevoli. Voi giornalisti ci descrivete sempre alle prese con litigi furibondi e invece non c'è mai stato un vertice in cui ci sia stata una seria litigata». Però non ha escluso un «tagliando» del contratto di governo. Quanto a un eventuale rimpasto, ha lasciato la porta aperta: «Se l'esigenza maturerà in una forza politica, sarà comunicata all'altra, in un percorso di razionalità che non destabilizzi l'azione del governo, che durerà cinque anni».
Sulle grandi opere l'assicurazione che la decisione sulla Tav sarà presa prima delle europee: «Questo governo non è contrario ai grandi lavori, valuta le grandi opere». Su reddito e quota 100 conferma della partenza ad aprile per entrambi con un'attenzione alle aziende che assumeranno i percettori dell'assegno sociale. Parlando di sé, Conte ha escluso impegni politici futuri («questa è una parentesi meravigliosa, che mi rende orgoglioso, ma ben determinata»), e ha negato di far campagna per qualcuno alle europee.
Eppure, tra una negazione e un'attenuazione, tra un esercizio di understatement e una propensione naturale a evitare polemiche, ieri si è avuta la sensazione di una più marcata politicità del ruolo di Conte, svelata da un uso più frequente del solito della prima persona singolare («Nel negoziato con Bruxelles non ho consentito alla Commissione di discutere le nostre misure», «andrò a negoziare sull'autonomia con i governatori di Lombardia e Veneto», «sarò garante della coesione nazionale», «ho convocato le aziende di Stato sugli investimenti»). Insomma, si esce con la sensazione di un Conte desideroso di far sapere a tutti (anche alla sua maggioranza) che lui c'è.
Sanatoria alle Entrate un regalo agli evasori
Si sente spesso ripetere che il lavoro nero va combattuto in ogni modo, anche da quanti sono consapevoli che in alcune aree del Paese il lavoro è nero o non c'è. In primo luogo per sopravvivere all'esosità del fisco, ciò che vale anche per il datore di lavoro. Tuttavia è da dimostrare che, per contrastarlo, basterebbe un carico fiscale più equo, ad esempio una flat tax tenuto conto che quell'attività si ricollega a taluni benefici, da ultimo al «reddito di cittadinanza», fidando nella tradizionale inefficienza dei controlli in un Paese nel quale perfino le autocertificazioni, alle luce delle verifiche, risultano spesso false, nonostante le sanzioni penali. Ne è consapevole anche Luigi Di Maio, che minaccia l'intervento della guardia di Finanza per rafforzare i controlli.
Lavoro nero, dunque, con evasione contributiva, che si vorrebbe compensare con l'impiego di migranti, ed evasione fiscale, quest'ultima abbondantemente oltre i 100 miliardi annui, un appetitoso gruzzolo per uno Stato alla disperata ricerca di risorse. Tuttavia nessuno quantifica un possibile recupero del gettito. Per cui ancora una volta si mettono le mani nelle tasche dei pensionati. Per le pensioni superiori a 1.500 euro lordi si riduce la rivalutazione automatica, le altre, le più elevate, si tagliano se non «interamente» liquidate con il sistema contributivo, una ipocrisia, considerato che al contributivo si è passati nel 1994.
Al di là della lesione di diritti maturati, che sarà portata all'attenzione dei giudici, la decisione di colpire le pensioni ha effetti negativi sui consumi e su quella redistribuzione dei redditi interna alle famiglie che trasferisce risorse dai nonni ai figli ed ai nipoti, il contrario di quel che serve in un momento nel quale si registrano segnali recessivi nell'economia. Ciò, mentre nella manovra di bilancio sono assolutamente inadeguate le risorse destinate alle infrastrutture, un settore gravemente carente che, se fosse destinatario di adeguati stanziamenti, potrebbe concorrere alla crescita dell'economia e dell'occupazione.
Ma torniamo ai 100 e più miliardi sottratti dagli evasori. Riccardo Fraccaro, oggi ministro per i Rapporti con il Parlamento, quando parlava da esponente del M5s, invitava i cittadini a ribellarsi al fisco ingiusto e rapace. E denunciava che nelle agenzie fiscali ci sono circa 800 ex funzionari che non hanno vinto un concorso per entrare nella dirigenza, dei quali 340 sarebbero indagati per gravi reati. «Uno scandalo, una schifezza assoluta», aggiungeva. Lo stesso parlamentare, adesso che è al governo, tace, nonostante non possa non percepire che monta la rivolta tra i lavoratori dipendenti e, soprattutto, tra i pensionati ai quali si chiede di nuovo un «contributo di solidarietà» per cinque anni. In pratica per i più anziani fino alla morte.
In tema di funzionalità delle agenzie fiscali Salvatore Giacchetti, presidente aggiunto onorario del Consiglio di Stato, scrive di «mancanza del comune senso del pudore normativo», a proposito dei ripetuti tentativi di sanatorie legislative nell'annosa vicenda delle «posizioni» organizzative (dirigenziali) nell'ambito dell'Agenzia delle entrate, di cui La Verità ha già scritto, e alla ripetuta elusione delle sentenze dei giudici amministrativi e perfino della Corte costituzionale, come denuncia la Cnfedir Dirstat, il sindacato dei funzionari e dei dirigenti dello Stato.
Il fatto è che dalla loro istituzione, nel 2000, nelle agenzie fiscali non si fanno concorsi pubblici e si continua con il balletto degli incarichi provvisori variamente denominati, bocciati dalla Corte costituzionale perché in violazione della regola la quale prevede che «agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge» (art. 97, comma 3, Costituzione).
E poiché in Italia non c'è niente di più definitivo di ciò che è precario, i fortunati «incaricati» sono rimasti al loro posto dal momento che l'ex ministro dell'economia pd Pier Carlo Padoan, titolare dell'alta vigilanza sulle agenzie, non si è dato carico della pronuncia della Corte costituzionale consentendo l'attribuzione agli ex incaricati di «Posizioni organizzative speciali» (Pos) e, nel corso del giudizio di impugnazione, di «Posizioni organizzative a termine» (Pot), altro prodotto della fantasia burocratica. Oggi l'Agenzia inventa ancora una disciplina derogatoria con le «Posizioni organizzative per lo svolgimento di incarichi di elevata responsabilità, alta professionalità o particolare specializzazione» (Poer).
Con questa decisione non si tiene conto neppure della sentenza n. 8990 del 16 agosto 2018 con la quale il Tar del Lazio, Sez. II-ter, ha affermato che l'Agenzia è giuridicamente tenuta «all'espletamento della nuova procedura concorsuale» da prevedere «per soli esami», esclusi quei «titoli» che avrebbero dovuto premiare gli incaricati di funzioni dirigenziali rispetto a coloro i quali accedono dall'esterno ed agli interni privi di incarichi, nell'interesse ancora una volta degli amici del potere. Sicché il Segretario generale aggiunto della Confedir Dirstat, Pietro Paolo Boiano, si è sentito in dovere di invitare il direttore dell'Agenzia delle entrate, Antonino Maggiore, al rispetto della Costituzione, delle leggi e delle pronunce della Corte costituzionale ed a «chiudere definitivamente un circolo vizioso che dura ormai da troppo tempo ed ha fatto male alla massima Agenzia fiscale» perché «nel marasma che regna negli uffici diventa poi proibitivo contrastare efficacemente il diffuso fenomeno della evasione fiscale».
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Nel saluto ai giornalisti il premier difende la finanziaria. Sulle pensioni: «Tagli non ai poveri, sindacati zitti con Monti». Sul governo: «Rimpasto? Vediamo».I 100 miliardi di «nero» sottratti al fisco sono un vulnus per chi paga onestamente le tasse. Ma lo scandalo delle centinaia di funzionari messi in ruolo senza concorso e in barba alla Cassazione mina la fiducia.Lo speciale contiene due articoli.Vegliato dal portavoce Rocco Casalino, e strattonato dal presidente dell'Ordine dei giornalisti che - tra una citazione del Papa e una del Quirinale - continuava a bussare a quattrini (pubblici) per l'editoria, Giuseppe Conte ha brillantemente superato la prima conferenza di fine anno da presidente del Consiglio. Una performance comprensibile per il grande pubblico, e democristianamente capace di schivare le insidie. E, tra una negazione e l'altra, si è pure colto il tentativo di ritagliarsi una soggettività politica propria tra i due vicepremier forti, Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Conte ha esordito rivendicando la «natura populista» del governo, e difendendo quello che ha definito il «modus procedendi» del contratto: una novità che «condizionerà il futuro della politica italiana», ha rimarcato. A proposito dei cittadini, il premier ha detto: «Ricevo regolarmente capi di Stato e di governo in incontri bilaterali», ha detto, «ecco, mi piacerebbe ricevere anche cittadini normali che abbiano compiuto gesti che possano essere d'esempio per tutti, con lo stesso protocollo, con l'onore degli incontri bilaterali».Poi una lunga pagina dedicata all'editoria, incalzato dalle testate (Il Manifesto, Radio Radicale, Avvenire) testate a vario titolo toccate, insieme ad altre, dalla riduzione dei finanziamenti pubblici. Conte è stato convincente: ha invitato le testate a «stare sul mercato», le ha stimolate a «trovare risorse alternative», difendendo il contenimento dei contributi pubblici («chiediamo un sacrificio che è imposto a tutti»), negando intenti punitivi («Non credo che rivedere il sistema del finanziamento dell'editoria sia un attentato alla libertà d'informazione»), e sottolineando il carattere progressivo del taglio («20% in meno della differenza tra l'importo spettante e 500.000 euro il primo anno, 50% il secondo, 75% il terzo»). In tutta franchezza, i giornali interessati avranno tutto il tempo di riorganizzarsi: e non si vede perché i cittadini debbano continuare a finanziare solo alcune opinioni, incluse quelle che non condividono, generando una disparità di trattamento sul mercato. La sezione più ampia della conferenza è stata dedicata alla manovra, mentre alla Camera iniziavano le operazioni di voto che si concluderanno oggi con il via libera definitivo. Conte ha negato un ruolo eccessivo di Bruxelles: ha sostenuto che la Commissione, al di là del negoziato sui saldi complessivi, si sia limitata a chiedere «il congelamento di due miliardi di spesa: una somma che sarà sbloccabile dopo una verifica da fare a luglio». Molto meno - secondo il premier - delle misure cautelative che il governo aveva già autonomamente immaginato. Per il resto, «l'interlocuzione ha riguardato i saldi finali, ma mai le misure contenute nella manovra». Sulla crescita, Conte ha sparso ottimismo: «I fondamentali del sistema economico italiano sono solidissimi. L'1% è la soglia minima: andremo molto oltre». Sulle tasse, il passaggio centrale, non sempre convincentissimo. Da un lato il professore ha elencato alcune incontestabili riduzioni fiscali (dalle partite Iva alla cedolare secca sulle locazioni commerciali), dall'altro ha sottolineato come gli aumenti riguardino non i cittadini comuni, ma solo alcuni grandi bersagli: banche, assicurazioni, gioco e giganti del Web. Su questo il premier ha però omesso di spiegare come si potrà evitare che gli aumenti siano scaricati dai soggetti colpiti su cittadini e utenti, e non si è impegnato a tornare indietro sul via libera indirettamente concesso ai comuni sull'aumento dei tributi locali. Conte, in questo ammiccando più all'elettorato M5s che a quello leghista, ha apertamente parlato di «un'opera redistributiva, privilegiando alcune fasce sociali». Notevole la frecciata ai sindacati sulle pensioni: «Abbiamo introdotto un meccanismo di indicizzazione che è un po' raffreddato, ma che non tocca le pensioni fino a tre volte le minime. Forse neppure l'Avaro di Molière nelle fasce più alte si accorgerebbe di qualche euro in meno. Oggi i sindacati sono in piazza a protestare, ma li ricordo silenti quando fu approvata la legge Fornero». Poi la parte più politica: «Questa esperienza di governo funziona perché si regge su un amalgama perfettamente riuscito del giallo e del verde. Non c'è mescolanza di colori, che restano distinti, ma si è creato un equilibrio chimico al quale contribuisco anch'io. Di Maio e Salvini sono persone molto ragionevoli. Voi giornalisti ci descrivete sempre alle prese con litigi furibondi e invece non c'è mai stato un vertice in cui ci sia stata una seria litigata». Però non ha escluso un «tagliando» del contratto di governo. Quanto a un eventuale rimpasto, ha lasciato la porta aperta: «Se l'esigenza maturerà in una forza politica, sarà comunicata all'altra, in un percorso di razionalità che non destabilizzi l'azione del governo, che durerà cinque anni». Sulle grandi opere l'assicurazione che la decisione sulla Tav sarà presa prima delle europee: «Questo governo non è contrario ai grandi lavori, valuta le grandi opere». Su reddito e quota 100 conferma della partenza ad aprile per entrambi con un'attenzione alle aziende che assumeranno i percettori dell'assegno sociale. Parlando di sé, Conte ha escluso impegni politici futuri («questa è una parentesi meravigliosa, che mi rende orgoglioso, ma ben determinata»), e ha negato di far campagna per qualcuno alle europee. Eppure, tra una negazione e un'attenuazione, tra un esercizio di understatement e una propensione naturale a evitare polemiche, ieri si è avuta la sensazione di una più marcata politicità del ruolo di Conte, svelata da un uso più frequente del solito della prima persona singolare («Nel negoziato con Bruxelles non ho consentito alla Commissione di discutere le nostre misure», «andrò a negoziare sull'autonomia con i governatori di Lombardia e Veneto», «sarò garante della coesione nazionale», «ho convocato le aziende di Stato sugli investimenti»). 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Tuttavia è da dimostrare che, per contrastarlo, basterebbe un carico fiscale più equo, ad esempio una flat tax tenuto conto che quell'attività si ricollega a taluni benefici, da ultimo al «reddito di cittadinanza», fidando nella tradizionale inefficienza dei controlli in un Paese nel quale perfino le autocertificazioni, alle luce delle verifiche, risultano spesso false, nonostante le sanzioni penali. Ne è consapevole anche Luigi Di Maio, che minaccia l'intervento della guardia di Finanza per rafforzare i controlli. Lavoro nero, dunque, con evasione contributiva, che si vorrebbe compensare con l'impiego di migranti, ed evasione fiscale, quest'ultima abbondantemente oltre i 100 miliardi annui, un appetitoso gruzzolo per uno Stato alla disperata ricerca di risorse. Tuttavia nessuno quantifica un possibile recupero del gettito. Per cui ancora una volta si mettono le mani nelle tasche dei pensionati. Per le pensioni superiori a 1.500 euro lordi si riduce la rivalutazione automatica, le altre, le più elevate, si tagliano se non «interamente» liquidate con il sistema contributivo, una ipocrisia, considerato che al contributivo si è passati nel 1994. Al di là della lesione di diritti maturati, che sarà portata all'attenzione dei giudici, la decisione di colpire le pensioni ha effetti negativi sui consumi e su quella redistribuzione dei redditi interna alle famiglie che trasferisce risorse dai nonni ai figli ed ai nipoti, il contrario di quel che serve in un momento nel quale si registrano segnali recessivi nell'economia. Ciò, mentre nella manovra di bilancio sono assolutamente inadeguate le risorse destinate alle infrastrutture, un settore gravemente carente che, se fosse destinatario di adeguati stanziamenti, potrebbe concorrere alla crescita dell'economia e dell'occupazione. Ma torniamo ai 100 e più miliardi sottratti dagli evasori. Riccardo Fraccaro, oggi ministro per i Rapporti con il Parlamento, quando parlava da esponente del M5s, invitava i cittadini a ribellarsi al fisco ingiusto e rapace. E denunciava che nelle agenzie fiscali ci sono circa 800 ex funzionari che non hanno vinto un concorso per entrare nella dirigenza, dei quali 340 sarebbero indagati per gravi reati. «Uno scandalo, una schifezza assoluta», aggiungeva. Lo stesso parlamentare, adesso che è al governo, tace, nonostante non possa non percepire che monta la rivolta tra i lavoratori dipendenti e, soprattutto, tra i pensionati ai quali si chiede di nuovo un «contributo di solidarietà» per cinque anni. In pratica per i più anziani fino alla morte. In tema di funzionalità delle agenzie fiscali Salvatore Giacchetti, presidente aggiunto onorario del Consiglio di Stato, scrive di «mancanza del comune senso del pudore normativo», a proposito dei ripetuti tentativi di sanatorie legislative nell'annosa vicenda delle «posizioni» organizzative (dirigenziali) nell'ambito dell'Agenzia delle entrate, di cui La Verità ha già scritto, e alla ripetuta elusione delle sentenze dei giudici amministrativi e perfino della Corte costituzionale, come denuncia la Cnfedir Dirstat, il sindacato dei funzionari e dei dirigenti dello Stato. Il fatto è che dalla loro istituzione, nel 2000, nelle agenzie fiscali non si fanno concorsi pubblici e si continua con il balletto degli incarichi provvisori variamente denominati, bocciati dalla Corte costituzionale perché in violazione della regola la quale prevede che «agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge» (art. 97, comma 3, Costituzione). E poiché in Italia non c'è niente di più definitivo di ciò che è precario, i fortunati «incaricati» sono rimasti al loro posto dal momento che l'ex ministro dell'economia pd Pier Carlo Padoan, titolare dell'alta vigilanza sulle agenzie, non si è dato carico della pronuncia della Corte costituzionale consentendo l'attribuzione agli ex incaricati di «Posizioni organizzative speciali» (Pos) e, nel corso del giudizio di impugnazione, di «Posizioni organizzative a termine» (Pot), altro prodotto della fantasia burocratica. Oggi l'Agenzia inventa ancora una disciplina derogatoria con le «Posizioni organizzative per lo svolgimento di incarichi di elevata responsabilità, alta professionalità o particolare specializzazione» (Poer). Con questa decisione non si tiene conto neppure della sentenza n. 8990 del 16 agosto 2018 con la quale il Tar del Lazio, Sez. II-ter, ha affermato che l'Agenzia è giuridicamente tenuta «all'espletamento della nuova procedura concorsuale» da prevedere «per soli esami», esclusi quei «titoli» che avrebbero dovuto premiare gli incaricati di funzioni dirigenziali rispetto a coloro i quali accedono dall'esterno ed agli interni privi di incarichi, nell'interesse ancora una volta degli amici del potere. Sicché il Segretario generale aggiunto della Confedir Dirstat, Pietro Paolo Boiano, si è sentito in dovere di invitare il direttore dell'Agenzia delle entrate, Antonino Maggiore, al rispetto della Costituzione, delle leggi e delle pronunce della Corte costituzionale ed a «chiudere definitivamente un circolo vizioso che dura ormai da troppo tempo ed ha fatto male alla massima Agenzia fiscale» perché «nel marasma che regna negli uffici diventa poi proibitivo contrastare efficacemente il diffuso fenomeno della evasione fiscale».
«Il mondo in cui viviamo è un mondo di conflitti, incertezza e instabilità». Lo ha dichiarato il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, all’arrivo al Consiglio Competitività a Bruxelles, criticando l’accavallarsi delle riforme europee e i tempi dell’Industrial Acceleration Act, che a suo giudizio non può entrare in vigore fra tre anni se l’obiettivo è accelerare gli investimenti delle imprese.
Christine Lagarde (Ansa)
Christine Lagarde nel Financial Stability Review – è il bollettino sull’andamento dell’economia che l’Eurotower pubblica due volte l’anno – manda a dire all’Italia di non esagerare con i sostegni a famiglie ed imprese per calmierare gli effetti del caro energia, perché stimoli fiscali finirebbero «mettere ulteriormente sotto pressione i conti pubblici di alcuni Paesi dell’area euro altamente indebitati» e fare alzare lo spread. Quindi Giorgia Meloni è bene non si faccia illusioni anche perché sempre la Lagarde, alla richiesta avanzata dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti di una flessibilità del Patto di stabilità legata al caro energia, ha seccamente risposto: «Ci sono delle regole e quelle si rispettano. Semmai in Europa è importante agire tutti insieme». Ma per ora non s’è fatto nulla.
Nel bollettino della Bce ci sono altre pessime notizie. Ammette la Lagarde che il sistema bancario ha tenuto, ma ci sono rischi di deterioramento del credito – dunque lo sa anche lei che l’economia rallenta – e a fronte di questa impennata d’inflazione l’11 giugno lei rialzerà i tassi. Al contrario di quello che fa la Federal Reserve che li tiene fermi o li abbassa perché sa che in tempi di guerra bisogna far bere il cavallo. È del tutto ovvio che Christine Lagarde dice e fa solo ciò che interessa alla Germania, ma qualcuno deve avvertirla che non tutti godono del suo stipendio. La signora si mette in tasca 726.000 euro l’anno, ma il suo stipendiuccio è soggetto a rivalutazione di circa il 5% annuo come tutti i «dipendenti» del sistema europeo. Allo stipendio base di 430.000 euro assomma 130.000 euro di missione a cui si aggiungono quest’anno 140.000 d’indennità e 26.000 euro di recupero dell’inflazione. Lei ha bisogno solo di stimoli per frequentare la toelette perché la signora che guadagna cinque volte il presidente della Fed ha la paga base rivalutata automaticamente e la piglia anche se da quattro anni la Bce (spera di tornare in utile quest’anno) è in rosso.
Bene fa Matteo Salvini a metterla alla berlina affermando: «La Bce invita a fare attenzione ai singoli éaesi a non spendere troppo per il caro energia: “Mi raccomando Italia, non aiutare troppo le famiglie”. Questa è fuori dal mondo, dal buonsenso e dall’attualità. Avanti con il suicidio tenendo conto di cinque Paesi dell’Ue che comprano petrolio dalla Russia e della Bce che non risponde a niente e nessuno». Come illustrava ieri Il Sole 24 Ore, Francia in testa, Ungheria, Bulgaria e la tanto celebrata Spagna regno delle rinnovabili continuano a comprare gas a mano franca da quel cattivone di Vladimir Putin.
Oltretutto Christine Lagarde, se da una parte fa infuriare chi campa di uno stipendio fisso, anche sul piano tecnico fa un errore madornale. Non dare sostegno ai redditi significa precipitare l’Europa e l’Italia in particolare in stagflazione, che è la peggiore pestilenza economica. Se non sostieni i redditi blocchi la domanda, se blocchi la domanda non fai aumentare il Pil. Per questa via si condanna l’Europa all’immobilismo.
A «governare» l’economia e a dire ai cittadini che devono stringere la cinghia ci sono altre due dame di denari. La prima è Ursula von der Leyen che di allentare il Patto di stabilità non ne vuole sapere, anche perché lei ha un misero salario di 40.000 euro lordi al mese che si rivaluta con un meccanismo automatico applicato a tutti i funzionari dell’Ue. La presidente della Commissione è passata da circa 28.400 euro nel 2020 ai 40.860 di oggi. La terza dama di denari è la direttrice del Fondo monetario internazionale. Kristalina Goergevia – stipendio annuo esentasse di 660.000 euro – che ieri ha pubblicato il suo report sull’Italia e scrive: «La recente riduzione generalizzata delle accise su diesel e benzina dovrebbe essere sostituita da trasferimenti monetari mirati alle famiglie più vulnerabili». Si vede che non fa la spesa perché non ce la fa a capire che se il trasporto costa troppo si scarica sui cartellini dei prezzi. La Goergevia ci fa sapere che «le misure per mitigare l’impatto dell’aumento dei prezzi dell’energia dovrebbero essere neutrali rispetto al bilancio, e qualsiasi nuova spesa, compresa quella per la difesa, dovrebbe essere interamente compensata per salvaguardare la sostenibilità fiscale». I rimedi: non mandare la gente in pensione e rendere più efficiente la spesa pubblica contenendola perché «l’elevato livello di debito dell’Italia e la spesa per l’invecchiamento limitano le opzioni per stimolare la crescita». Parola delle tre Parche con Ursula come Cloto che fila, Kristalina-Lachesi che sorteggia chi deve morire e Christine-Atropo che taglia il filo. Alla francese viene bene ricordare Maria Antonietta. Al popolo voleva offrire le brioche; finì che le tagliarono non il filo, ma la testa.
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L’operazione odierna rappresenta la prosecuzione delle indagini economico-finanziarie condotte dal Nucleo PEF di Aosta, su delega e con il coordinamento della Procura della Repubblica, che avevano fatto emergere un articolato sistema di riciclaggio legato alla casa da gioco valdostana. Le indagini avevano inoltre portato al sequestro di denaro contante, conti correnti, disponibilità finanziarie e immobili per un valore complessivo di circa 5 milioni di euro, nei confronti di oltre trenta persone indagate, a vario titolo, per associazione per delinquere, emissione e utilizzo di fatture per operazioni inesistenti, riciclaggio, ricettazione e corruzione di incaricato di pubblico servizio.
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, tali condotte sarebbero state rese possibili anche dall’inerzia dell’amministratore e di altri dirigenti, che non avrebbero adottato un sistema organizzativo adeguato a prevenire la commissione dei reati contestati. In particolare, sarebbero emerse significative carenze nella struttura organizzativa dell’ente, unite a un atteggiamento sostanzialmente passivo che avrebbe favorito, nel tempo, il consolidarsi di fenomeni illeciti, soprattutto in materia di corruzione e riciclaggio.
I vertici del casinò, pur non risultando direttamente coinvolti nei reati contestati, avrebbero ignorato numerosi segnali d’allarme senza intervenire in modo concreto ed efficace, omettendo di adempiere agli obblighi di controllo e segnalazione previsti anche dalla normativa antiriciclaggio.
Secondo l’impostazione accusatoria, questa condotta configurerebbe la cosiddetta «colpa di organizzazione»: la società, infatti, pur essendosi formalmente dotata di procedure e modelli di prevenzione previsti dal Decreto Legislativo n. 231/2001, non ne avrebbe garantito un’effettiva applicazione.
Alla luce di queste criticità, il Tribunale della prevenzione ha disposto un’attività di «tutoraggio» affidata a due Amministratori giudiziari nominati dalla stessa Autorità. Per un periodo iniziale di un anno, i due professionisti eserciteranno specifici poteri di amministrazione con l’obiettivo di rimuovere le carenze emerse e rafforzare i sistemi di controllo interno.
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(Ansa)
Ma c’è poco da stare allegri. Quello che salterà in aria, infatti, sarà con buona probabilità il primo anticipo d’estate degli italiani, oltre all’importante pezzo di economia italiana che ruota attorno al turismo. E di tutto ciò dovremo ringraziare le Milizie rossoverdi, gli estremisti scioperaioli, i kamikaze della contestazione senza se e senza ma. Ma soprattutto senza senso.
Si comincia stasera alle 21 con uno sciopero di treni, bus e metropolitane che proseguirà fino alle 21 di domani. Ovviamente, come da consuetudine, di venerdì, così da garantire il weekend lunghissimo a chi protesta e rovinarlo a chi deve partire. Ottimo, no? Proprio alla vigilia di quello che è ritenuto da tutti gli operatori del settore uno dei weekend più importanti dell’anno, con il maggior numero di spostamenti, che cosa viene in mente ai sindacati Usi Cit, Cub, Sgb, Adl Varese, Si Cobas (ma, si badi bene, aderiscono anche Usi 1912, Sbm, Fisi, Fi-si)? Di certificare la propria esistenza in vita rompendo l’anima agli italiani. Certo: altrimenti chi si sarebbe mai accorto dell’esistenza di Sgb, Sbm e Adl Varese? Solo il rischio di rimanere con la valigia in mano in stazione davanti alla scritta «treno cancellato» ti fa considerare per un attimo l’esistenza di Usi Cit e Usi 1912, qualsiasi cosa essi siano. Per non dire della fondamentale differenza tra Fisi e Fi-si, su cui occorrerà un apposito trattato di storia del sindacato.
Eppure siamo qui a parlarne. Quindi hanno ottenuto il loro effetto: minacciare la serenità degli italiani che già attraversano un momento duro, tra guerra, benzina alle stelle, inflazioni e allarmismi vari. Perché togliere loro pure il sogno di tre giorni di svago? Il ritorno da mammà? Una passeggiata in montagna? La prima tintarella in spiaggia? Come se non bastasse, alla follia rossa Cub si aggiunge la follia verde degli ambientalisti, in questo caso austriaci, che nella giornata di sabato bloccheranno il Brennero dalle 11 alle 19, con gravi conseguenze sul traffico in Italia. La A22 resterà infatti chiusa da Vipiteno in su dalle 10.30 alle 20 e si prevedono ulteriori blocchi in caso di (probabilissimi) ingorghi. Tanto che il sindaco di Bolzano ha già di «limitare gli spostamenti e l’uso dell’auto privata». Meglio prendere il treno, ovvio. Ammesso che non sia ancora in sciopero.
Riassumendo, nei prossimi due giorni succederà questo:
1 si cercheranno di bloccare treni, bus e metro;
2 in ogni caso si creeranno disagi a chi usa i mezzi;
3 si paralizzerà sicuramente la A22, cioè una delle più importanti autostrade italiane;
4 si renderà off limits una delle zone a più alta intensità turistica, dall’Alto Adige fino a Verona;
5si renderà di fatto impossibile l’uso dell’automobile ai cittadini della zona;
6 si inviteranno i turisti a dirigersi altrove, dove il senno, almeno quello, non è andato in sciopero. E tutto questo perché? Qui viene il bello. Perché, è ovvio, il diritto di manifestare e di protestare è sacrosanto. Ma ci sarà pure un limite alla follia.
Cominciamo dagli ambientalisti. Protestano per l’inquinamento provocato dal traffico. E che fanno? Aumentano l’inquinamento provocato dal traffico. Grazie al loro blocco si creerà un maxi ingorgo transnazionale con effetti devastanti anche sull’ambiente, oltre che sull’economia. Non esiste un’altra forma di protesta? Possibile che le loro menti ecologiche non possano produrre qualcosa di meno dannoso per quell’ambiente che dicono di proteggere? E che non si rendano conto che, in un’Europa che fatica a stare in piedi, bloccare i commerci e il turismo in un modo così rozzo e brutale significa, di fatto, suicidarsi?
Ancor meglio però le motivazioni dello sciopero generale del trasporto di venerdì. Cito testualmente. L’astensione del lavoro viene proclamata «contro la guerra e l’aumento delle spese militari; contro lo sfruttamento sul lavoro, la precarietà e il mancato adeguamento delle retribuzioni dei lavoratori del settore pubblico e del settore privato; contro il genocidio in Palestina e la fornitura di armi a Israele; contro l’assenza di politiche sociali a cominciare dall’emergenza abitativa; contro politiche repressive dei diversi decreti Sicurezza; contro gli abusi della Commissione di garanzia, le delibere che restringono il diritto di sciopero e il tentativo di imbavagliare le lotte nel settore della logistica; contro l’assenza di politiche industriali capaci di affrontare le transizioni in corso; contro le morti sul lavoro». Per l’amore del cielo, tutto legittimo, si capisce: ma perché non metterci dentro anche la solidarietà con Cuba? E i bimbi nelle miniere in Sierra Leone?
Quando ero piccolo mia mamma mi insegnava: se vuoi ottenere qualcosa, chiedi una cosa per volta. Questi sindacalisti non hanno avuto una mamma? Come si fa a mettere insieme i decreti Sicurezza e il genocidio in Palestina, le politiche sulla casa e la guerra? E soprattutto: se si sa che non si riuscirà a ottenere nulla, perché bombardare il ponte degli italiani, insieme agli ambientalisti? Per il gusto di fare i guastafeste? Per vocazione tafazziana? O perché, a forza di bloccare treni e strade, gli si sono bloccati pure i cervelli?
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