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2018-12-29
Ora Conte ci ha preso gusto: «Fieramente populisti». Botta alla Cgil sulla Fornero
Ansa
Vegliato dal portavoce Rocco Casalino, e strattonato dal presidente dell'Ordine dei giornalisti che - tra una citazione del Papa e una del Quirinale - continuava a bussare a quattrini (pubblici) per l'editoria, Giuseppe Conte ha brillantemente superato la prima conferenza di fine anno da presidente del Consiglio. Una performance comprensibile per il grande pubblico, e democristianamente capace di schivare le insidie. E, tra una negazione e l'altra, si è pure colto il tentativo di ritagliarsi una soggettività politica propria tra i due vicepremier forti, Matteo Salvini e Luigi Di Maio.
Conte ha esordito rivendicando la «natura populista» del governo, e difendendo quello che ha definito il «modus procedendi» del contratto: una novità che «condizionerà il futuro della politica italiana», ha rimarcato.
A proposito dei cittadini, il premier ha detto: «Ricevo regolarmente capi di Stato e di governo in incontri bilaterali», ha detto, «ecco, mi piacerebbe ricevere anche cittadini normali che abbiano compiuto gesti che possano essere d'esempio per tutti, con lo stesso protocollo, con l'onore degli incontri bilaterali».
Poi una lunga pagina dedicata all'editoria, incalzato dalle testate (Il Manifesto, Radio Radicale, Avvenire) testate a vario titolo toccate, insieme ad altre, dalla riduzione dei finanziamenti pubblici. Conte è stato convincente: ha invitato le testate a «stare sul mercato», le ha stimolate a «trovare risorse alternative», difendendo il contenimento dei contributi pubblici («chiediamo un sacrificio che è imposto a tutti»), negando intenti punitivi («Non credo che rivedere il sistema del finanziamento dell'editoria sia un attentato alla libertà d'informazione»), e sottolineando il carattere progressivo del taglio («20% in meno della differenza tra l'importo spettante e 500.000 euro il primo anno, 50% il secondo, 75% il terzo»). In tutta franchezza, i giornali interessati avranno tutto il tempo di riorganizzarsi: e non si vede perché i cittadini debbano continuare a finanziare solo alcune opinioni, incluse quelle che non condividono, generando una disparità di trattamento sul mercato.
La sezione più ampia della conferenza è stata dedicata alla manovra, mentre alla Camera iniziavano le operazioni di voto che si concluderanno oggi con il via libera definitivo. Conte ha negato un ruolo eccessivo di Bruxelles: ha sostenuto che la Commissione, al di là del negoziato sui saldi complessivi, si sia limitata a chiedere «il congelamento di due miliardi di spesa: una somma che sarà sbloccabile dopo una verifica da fare a luglio». Molto meno - secondo il premier - delle misure cautelative che il governo aveva già autonomamente immaginato. Per il resto, «l'interlocuzione ha riguardato i saldi finali, ma mai le misure contenute nella manovra».
Sulla crescita, Conte ha sparso ottimismo: «I fondamentali del sistema economico italiano sono solidissimi. L'1% è la soglia minima: andremo molto oltre».
Sulle tasse, il passaggio centrale, non sempre convincentissimo. Da un lato il professore ha elencato alcune incontestabili riduzioni fiscali (dalle partite Iva alla cedolare secca sulle locazioni commerciali), dall'altro ha sottolineato come gli aumenti riguardino non i cittadini comuni, ma solo alcuni grandi bersagli: banche, assicurazioni, gioco e giganti del Web. Su questo il premier ha però omesso di spiegare come si potrà evitare che gli aumenti siano scaricati dai soggetti colpiti su cittadini e utenti, e non si è impegnato a tornare indietro sul via libera indirettamente concesso ai comuni sull'aumento dei tributi locali. Conte, in questo ammiccando più all'elettorato M5s che a quello leghista, ha apertamente parlato di «un'opera redistributiva, privilegiando alcune fasce sociali».
Notevole la frecciata ai sindacati sulle pensioni: «Abbiamo introdotto un meccanismo di indicizzazione che è un po' raffreddato, ma che non tocca le pensioni fino a tre volte le minime. Forse neppure l'Avaro di Molière nelle fasce più alte si accorgerebbe di qualche euro in meno. Oggi i sindacati sono in piazza a protestare, ma li ricordo silenti quando fu approvata la legge Fornero».
Poi la parte più politica: «Questa esperienza di governo funziona perché si regge su un amalgama perfettamente riuscito del giallo e del verde. Non c'è mescolanza di colori, che restano distinti, ma si è creato un equilibrio chimico al quale contribuisco anch'io. Di Maio e Salvini sono persone molto ragionevoli. Voi giornalisti ci descrivete sempre alle prese con litigi furibondi e invece non c'è mai stato un vertice in cui ci sia stata una seria litigata». Però non ha escluso un «tagliando» del contratto di governo. Quanto a un eventuale rimpasto, ha lasciato la porta aperta: «Se l'esigenza maturerà in una forza politica, sarà comunicata all'altra, in un percorso di razionalità che non destabilizzi l'azione del governo, che durerà cinque anni».
Sulle grandi opere l'assicurazione che la decisione sulla Tav sarà presa prima delle europee: «Questo governo non è contrario ai grandi lavori, valuta le grandi opere». Su reddito e quota 100 conferma della partenza ad aprile per entrambi con un'attenzione alle aziende che assumeranno i percettori dell'assegno sociale. Parlando di sé, Conte ha escluso impegni politici futuri («questa è una parentesi meravigliosa, che mi rende orgoglioso, ma ben determinata»), e ha negato di far campagna per qualcuno alle europee.
Eppure, tra una negazione e un'attenuazione, tra un esercizio di understatement e una propensione naturale a evitare polemiche, ieri si è avuta la sensazione di una più marcata politicità del ruolo di Conte, svelata da un uso più frequente del solito della prima persona singolare («Nel negoziato con Bruxelles non ho consentito alla Commissione di discutere le nostre misure», «andrò a negoziare sull'autonomia con i governatori di Lombardia e Veneto», «sarò garante della coesione nazionale», «ho convocato le aziende di Stato sugli investimenti»). Insomma, si esce con la sensazione di un Conte desideroso di far sapere a tutti (anche alla sua maggioranza) che lui c'è.
Sanatoria alle Entrate un regalo agli evasori
Si sente spesso ripetere che il lavoro nero va combattuto in ogni modo, anche da quanti sono consapevoli che in alcune aree del Paese il lavoro è nero o non c'è. In primo luogo per sopravvivere all'esosità del fisco, ciò che vale anche per il datore di lavoro. Tuttavia è da dimostrare che, per contrastarlo, basterebbe un carico fiscale più equo, ad esempio una flat tax tenuto conto che quell'attività si ricollega a taluni benefici, da ultimo al «reddito di cittadinanza», fidando nella tradizionale inefficienza dei controlli in un Paese nel quale perfino le autocertificazioni, alle luce delle verifiche, risultano spesso false, nonostante le sanzioni penali. Ne è consapevole anche Luigi Di Maio, che minaccia l'intervento della guardia di Finanza per rafforzare i controlli.
Lavoro nero, dunque, con evasione contributiva, che si vorrebbe compensare con l'impiego di migranti, ed evasione fiscale, quest'ultima abbondantemente oltre i 100 miliardi annui, un appetitoso gruzzolo per uno Stato alla disperata ricerca di risorse. Tuttavia nessuno quantifica un possibile recupero del gettito. Per cui ancora una volta si mettono le mani nelle tasche dei pensionati. Per le pensioni superiori a 1.500 euro lordi si riduce la rivalutazione automatica, le altre, le più elevate, si tagliano se non «interamente» liquidate con il sistema contributivo, una ipocrisia, considerato che al contributivo si è passati nel 1994.
Al di là della lesione di diritti maturati, che sarà portata all'attenzione dei giudici, la decisione di colpire le pensioni ha effetti negativi sui consumi e su quella redistribuzione dei redditi interna alle famiglie che trasferisce risorse dai nonni ai figli ed ai nipoti, il contrario di quel che serve in un momento nel quale si registrano segnali recessivi nell'economia. Ciò, mentre nella manovra di bilancio sono assolutamente inadeguate le risorse destinate alle infrastrutture, un settore gravemente carente che, se fosse destinatario di adeguati stanziamenti, potrebbe concorrere alla crescita dell'economia e dell'occupazione.
Ma torniamo ai 100 e più miliardi sottratti dagli evasori. Riccardo Fraccaro, oggi ministro per i Rapporti con il Parlamento, quando parlava da esponente del M5s, invitava i cittadini a ribellarsi al fisco ingiusto e rapace. E denunciava che nelle agenzie fiscali ci sono circa 800 ex funzionari che non hanno vinto un concorso per entrare nella dirigenza, dei quali 340 sarebbero indagati per gravi reati. «Uno scandalo, una schifezza assoluta», aggiungeva. Lo stesso parlamentare, adesso che è al governo, tace, nonostante non possa non percepire che monta la rivolta tra i lavoratori dipendenti e, soprattutto, tra i pensionati ai quali si chiede di nuovo un «contributo di solidarietà» per cinque anni. In pratica per i più anziani fino alla morte.
In tema di funzionalità delle agenzie fiscali Salvatore Giacchetti, presidente aggiunto onorario del Consiglio di Stato, scrive di «mancanza del comune senso del pudore normativo», a proposito dei ripetuti tentativi di sanatorie legislative nell'annosa vicenda delle «posizioni» organizzative (dirigenziali) nell'ambito dell'Agenzia delle entrate, di cui La Verità ha già scritto, e alla ripetuta elusione delle sentenze dei giudici amministrativi e perfino della Corte costituzionale, come denuncia la Cnfedir Dirstat, il sindacato dei funzionari e dei dirigenti dello Stato.
Il fatto è che dalla loro istituzione, nel 2000, nelle agenzie fiscali non si fanno concorsi pubblici e si continua con il balletto degli incarichi provvisori variamente denominati, bocciati dalla Corte costituzionale perché in violazione della regola la quale prevede che «agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge» (art. 97, comma 3, Costituzione).
E poiché in Italia non c'è niente di più definitivo di ciò che è precario, i fortunati «incaricati» sono rimasti al loro posto dal momento che l'ex ministro dell'economia pd Pier Carlo Padoan, titolare dell'alta vigilanza sulle agenzie, non si è dato carico della pronuncia della Corte costituzionale consentendo l'attribuzione agli ex incaricati di «Posizioni organizzative speciali» (Pos) e, nel corso del giudizio di impugnazione, di «Posizioni organizzative a termine» (Pot), altro prodotto della fantasia burocratica. Oggi l'Agenzia inventa ancora una disciplina derogatoria con le «Posizioni organizzative per lo svolgimento di incarichi di elevata responsabilità, alta professionalità o particolare specializzazione» (Poer).
Con questa decisione non si tiene conto neppure della sentenza n. 8990 del 16 agosto 2018 con la quale il Tar del Lazio, Sez. II-ter, ha affermato che l'Agenzia è giuridicamente tenuta «all'espletamento della nuova procedura concorsuale» da prevedere «per soli esami», esclusi quei «titoli» che avrebbero dovuto premiare gli incaricati di funzioni dirigenziali rispetto a coloro i quali accedono dall'esterno ed agli interni privi di incarichi, nell'interesse ancora una volta degli amici del potere. Sicché il Segretario generale aggiunto della Confedir Dirstat, Pietro Paolo Boiano, si è sentito in dovere di invitare il direttore dell'Agenzia delle entrate, Antonino Maggiore, al rispetto della Costituzione, delle leggi e delle pronunce della Corte costituzionale ed a «chiudere definitivamente un circolo vizioso che dura ormai da troppo tempo ed ha fatto male alla massima Agenzia fiscale» perché «nel marasma che regna negli uffici diventa poi proibitivo contrastare efficacemente il diffuso fenomeno della evasione fiscale».
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Nel saluto ai giornalisti il premier difende la finanziaria. Sulle pensioni: «Tagli non ai poveri, sindacati zitti con Monti». Sul governo: «Rimpasto? Vediamo».I 100 miliardi di «nero» sottratti al fisco sono un vulnus per chi paga onestamente le tasse. Ma lo scandalo delle centinaia di funzionari messi in ruolo senza concorso e in barba alla Cassazione mina la fiducia.Lo speciale contiene due articoli.Vegliato dal portavoce Rocco Casalino, e strattonato dal presidente dell'Ordine dei giornalisti che - tra una citazione del Papa e una del Quirinale - continuava a bussare a quattrini (pubblici) per l'editoria, Giuseppe Conte ha brillantemente superato la prima conferenza di fine anno da presidente del Consiglio. Una performance comprensibile per il grande pubblico, e democristianamente capace di schivare le insidie. E, tra una negazione e l'altra, si è pure colto il tentativo di ritagliarsi una soggettività politica propria tra i due vicepremier forti, Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Conte ha esordito rivendicando la «natura populista» del governo, e difendendo quello che ha definito il «modus procedendi» del contratto: una novità che «condizionerà il futuro della politica italiana», ha rimarcato. A proposito dei cittadini, il premier ha detto: «Ricevo regolarmente capi di Stato e di governo in incontri bilaterali», ha detto, «ecco, mi piacerebbe ricevere anche cittadini normali che abbiano compiuto gesti che possano essere d'esempio per tutti, con lo stesso protocollo, con l'onore degli incontri bilaterali».Poi una lunga pagina dedicata all'editoria, incalzato dalle testate (Il Manifesto, Radio Radicale, Avvenire) testate a vario titolo toccate, insieme ad altre, dalla riduzione dei finanziamenti pubblici. Conte è stato convincente: ha invitato le testate a «stare sul mercato», le ha stimolate a «trovare risorse alternative», difendendo il contenimento dei contributi pubblici («chiediamo un sacrificio che è imposto a tutti»), negando intenti punitivi («Non credo che rivedere il sistema del finanziamento dell'editoria sia un attentato alla libertà d'informazione»), e sottolineando il carattere progressivo del taglio («20% in meno della differenza tra l'importo spettante e 500.000 euro il primo anno, 50% il secondo, 75% il terzo»). In tutta franchezza, i giornali interessati avranno tutto il tempo di riorganizzarsi: e non si vede perché i cittadini debbano continuare a finanziare solo alcune opinioni, incluse quelle che non condividono, generando una disparità di trattamento sul mercato. La sezione più ampia della conferenza è stata dedicata alla manovra, mentre alla Camera iniziavano le operazioni di voto che si concluderanno oggi con il via libera definitivo. Conte ha negato un ruolo eccessivo di Bruxelles: ha sostenuto che la Commissione, al di là del negoziato sui saldi complessivi, si sia limitata a chiedere «il congelamento di due miliardi di spesa: una somma che sarà sbloccabile dopo una verifica da fare a luglio». Molto meno - secondo il premier - delle misure cautelative che il governo aveva già autonomamente immaginato. Per il resto, «l'interlocuzione ha riguardato i saldi finali, ma mai le misure contenute nella manovra». Sulla crescita, Conte ha sparso ottimismo: «I fondamentali del sistema economico italiano sono solidissimi. L'1% è la soglia minima: andremo molto oltre». Sulle tasse, il passaggio centrale, non sempre convincentissimo. Da un lato il professore ha elencato alcune incontestabili riduzioni fiscali (dalle partite Iva alla cedolare secca sulle locazioni commerciali), dall'altro ha sottolineato come gli aumenti riguardino non i cittadini comuni, ma solo alcuni grandi bersagli: banche, assicurazioni, gioco e giganti del Web. Su questo il premier ha però omesso di spiegare come si potrà evitare che gli aumenti siano scaricati dai soggetti colpiti su cittadini e utenti, e non si è impegnato a tornare indietro sul via libera indirettamente concesso ai comuni sull'aumento dei tributi locali. Conte, in questo ammiccando più all'elettorato M5s che a quello leghista, ha apertamente parlato di «un'opera redistributiva, privilegiando alcune fasce sociali». Notevole la frecciata ai sindacati sulle pensioni: «Abbiamo introdotto un meccanismo di indicizzazione che è un po' raffreddato, ma che non tocca le pensioni fino a tre volte le minime. Forse neppure l'Avaro di Molière nelle fasce più alte si accorgerebbe di qualche euro in meno. Oggi i sindacati sono in piazza a protestare, ma li ricordo silenti quando fu approvata la legge Fornero». Poi la parte più politica: «Questa esperienza di governo funziona perché si regge su un amalgama perfettamente riuscito del giallo e del verde. Non c'è mescolanza di colori, che restano distinti, ma si è creato un equilibrio chimico al quale contribuisco anch'io. Di Maio e Salvini sono persone molto ragionevoli. Voi giornalisti ci descrivete sempre alle prese con litigi furibondi e invece non c'è mai stato un vertice in cui ci sia stata una seria litigata». Però non ha escluso un «tagliando» del contratto di governo. Quanto a un eventuale rimpasto, ha lasciato la porta aperta: «Se l'esigenza maturerà in una forza politica, sarà comunicata all'altra, in un percorso di razionalità che non destabilizzi l'azione del governo, che durerà cinque anni». Sulle grandi opere l'assicurazione che la decisione sulla Tav sarà presa prima delle europee: «Questo governo non è contrario ai grandi lavori, valuta le grandi opere». Su reddito e quota 100 conferma della partenza ad aprile per entrambi con un'attenzione alle aziende che assumeranno i percettori dell'assegno sociale. Parlando di sé, Conte ha escluso impegni politici futuri («questa è una parentesi meravigliosa, che mi rende orgoglioso, ma ben determinata»), e ha negato di far campagna per qualcuno alle europee. Eppure, tra una negazione e un'attenuazione, tra un esercizio di understatement e una propensione naturale a evitare polemiche, ieri si è avuta la sensazione di una più marcata politicità del ruolo di Conte, svelata da un uso più frequente del solito della prima persona singolare («Nel negoziato con Bruxelles non ho consentito alla Commissione di discutere le nostre misure», «andrò a negoziare sull'autonomia con i governatori di Lombardia e Veneto», «sarò garante della coesione nazionale», «ho convocato le aziende di Stato sugli investimenti»). Insomma, si esce con la sensazione di un Conte desideroso di far sapere a tutti (anche alla sua maggioranza) che lui c'è. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ora-conte-ci-ha-preso-gusto-fieramente-populisti-botta-alla-cgil-sulla-fornero-2624601430.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sanatoria-alle-entrate-un-regalo-agli-evasori" data-post-id="2624601430" data-published-at="1781022261" data-use-pagination="False"> Sanatoria alle Entrate un regalo agli evasori Si sente spesso ripetere che il lavoro nero va combattuto in ogni modo, anche da quanti sono consapevoli che in alcune aree del Paese il lavoro è nero o non c'è. In primo luogo per sopravvivere all'esosità del fisco, ciò che vale anche per il datore di lavoro. Tuttavia è da dimostrare che, per contrastarlo, basterebbe un carico fiscale più equo, ad esempio una flat tax tenuto conto che quell'attività si ricollega a taluni benefici, da ultimo al «reddito di cittadinanza», fidando nella tradizionale inefficienza dei controlli in un Paese nel quale perfino le autocertificazioni, alle luce delle verifiche, risultano spesso false, nonostante le sanzioni penali. Ne è consapevole anche Luigi Di Maio, che minaccia l'intervento della guardia di Finanza per rafforzare i controlli. Lavoro nero, dunque, con evasione contributiva, che si vorrebbe compensare con l'impiego di migranti, ed evasione fiscale, quest'ultima abbondantemente oltre i 100 miliardi annui, un appetitoso gruzzolo per uno Stato alla disperata ricerca di risorse. Tuttavia nessuno quantifica un possibile recupero del gettito. Per cui ancora una volta si mettono le mani nelle tasche dei pensionati. Per le pensioni superiori a 1.500 euro lordi si riduce la rivalutazione automatica, le altre, le più elevate, si tagliano se non «interamente» liquidate con il sistema contributivo, una ipocrisia, considerato che al contributivo si è passati nel 1994. Al di là della lesione di diritti maturati, che sarà portata all'attenzione dei giudici, la decisione di colpire le pensioni ha effetti negativi sui consumi e su quella redistribuzione dei redditi interna alle famiglie che trasferisce risorse dai nonni ai figli ed ai nipoti, il contrario di quel che serve in un momento nel quale si registrano segnali recessivi nell'economia. Ciò, mentre nella manovra di bilancio sono assolutamente inadeguate le risorse destinate alle infrastrutture, un settore gravemente carente che, se fosse destinatario di adeguati stanziamenti, potrebbe concorrere alla crescita dell'economia e dell'occupazione. Ma torniamo ai 100 e più miliardi sottratti dagli evasori. Riccardo Fraccaro, oggi ministro per i Rapporti con il Parlamento, quando parlava da esponente del M5s, invitava i cittadini a ribellarsi al fisco ingiusto e rapace. E denunciava che nelle agenzie fiscali ci sono circa 800 ex funzionari che non hanno vinto un concorso per entrare nella dirigenza, dei quali 340 sarebbero indagati per gravi reati. «Uno scandalo, una schifezza assoluta», aggiungeva. Lo stesso parlamentare, adesso che è al governo, tace, nonostante non possa non percepire che monta la rivolta tra i lavoratori dipendenti e, soprattutto, tra i pensionati ai quali si chiede di nuovo un «contributo di solidarietà» per cinque anni. In pratica per i più anziani fino alla morte. In tema di funzionalità delle agenzie fiscali Salvatore Giacchetti, presidente aggiunto onorario del Consiglio di Stato, scrive di «mancanza del comune senso del pudore normativo», a proposito dei ripetuti tentativi di sanatorie legislative nell'annosa vicenda delle «posizioni» organizzative (dirigenziali) nell'ambito dell'Agenzia delle entrate, di cui La Verità ha già scritto, e alla ripetuta elusione delle sentenze dei giudici amministrativi e perfino della Corte costituzionale, come denuncia la Cnfedir Dirstat, il sindacato dei funzionari e dei dirigenti dello Stato. Il fatto è che dalla loro istituzione, nel 2000, nelle agenzie fiscali non si fanno concorsi pubblici e si continua con il balletto degli incarichi provvisori variamente denominati, bocciati dalla Corte costituzionale perché in violazione della regola la quale prevede che «agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge» (art. 97, comma 3, Costituzione). E poiché in Italia non c'è niente di più definitivo di ciò che è precario, i fortunati «incaricati» sono rimasti al loro posto dal momento che l'ex ministro dell'economia pd Pier Carlo Padoan, titolare dell'alta vigilanza sulle agenzie, non si è dato carico della pronuncia della Corte costituzionale consentendo l'attribuzione agli ex incaricati di «Posizioni organizzative speciali» (Pos) e, nel corso del giudizio di impugnazione, di «Posizioni organizzative a termine» (Pot), altro prodotto della fantasia burocratica. Oggi l'Agenzia inventa ancora una disciplina derogatoria con le «Posizioni organizzative per lo svolgimento di incarichi di elevata responsabilità, alta professionalità o particolare specializzazione» (Poer). Con questa decisione non si tiene conto neppure della sentenza n. 8990 del 16 agosto 2018 con la quale il Tar del Lazio, Sez. II-ter, ha affermato che l'Agenzia è giuridicamente tenuta «all'espletamento della nuova procedura concorsuale» da prevedere «per soli esami», esclusi quei «titoli» che avrebbero dovuto premiare gli incaricati di funzioni dirigenziali rispetto a coloro i quali accedono dall'esterno ed agli interni privi di incarichi, nell'interesse ancora una volta degli amici del potere. Sicché il Segretario generale aggiunto della Confedir Dirstat, Pietro Paolo Boiano, si è sentito in dovere di invitare il direttore dell'Agenzia delle entrate, Antonino Maggiore, al rispetto della Costituzione, delle leggi e delle pronunce della Corte costituzionale ed a «chiudere definitivamente un circolo vizioso che dura ormai da troppo tempo ed ha fatto male alla massima Agenzia fiscale» perché «nel marasma che regna negli uffici diventa poi proibitivo contrastare efficacemente il diffuso fenomeno della evasione fiscale».
Papa Leone XIV (Ansa)
«Matematico» anche nel gestire le citazioni di Benedetto XVI e Francesco, il Papa squaderna una visione del diritto naturale che tocca aborto, eutanasia, migrazioni, concezione della libertà e origine dei diritti. Un discorso accolto da una standing ovation promossa con particolare convinzione soprattutto dal Partito popolare.
Prevost tesse una lode storico-culturale della Spagna, poggiando su citazioni di Cervantes (1547-1616, da cui pesca l’inno alla libertà del Don Chisciotte), Santa Teresa d’Avila (1515-1582, prima donna proclamata Dottore della Chiesa) e Miguel de Unamuno (1864-1936, autore del Sentimento tragico della vita). Ma è sulla «scuola di Salamanca» che il Papa si dilunga per entrare nel vivo dell’intervento. La grande ondata di studiosi salita sotto il regno di Isabella e Fernando circa mezzo secolo fa è ritenuta una delle vette filosofiche nella riflessione pre-moderna sul diritto internazionale. «Alcuni maestri», spiega Leone riferendosi a frate Francisco de Vitoria (1483?-1546) e ai suoi allievi e colleghi, «compresero che la ragione non poteva essere invocata per rivestire di legittimità ciò che la forza o l’interesse presentavano come conveniente. Introdussero così [...] la domanda sul valore irriducibile di ogni essere umano e sui limiti del potere».
Da questa premessa, il pontefice desume i giudizi sull’attualità: «Tale dignità precede ogni concessione dello Stato e non può essere subordinata a consensi sociali mutevoli o alle fluttuazioni delle maggioranze»: e qui incastra un riferimento diretto a un discorso analogo per peso, quello di Ratzinger al Bundestag del 22 settembre 2011. Non è da meno la successiva puntualizzazione: «La fede cristiana la proclama (la dignità, ndr) a partire dalla Rivelazione; la ragione umana può riconoscerla come esigenza inscritta nella verità dell’uomo». Arriva il colpo più deciso su aborto ed eutanasia: «Se la vita cessa di essere riconosciuta come un valore fondamentale, quale futuro possono avere le nostre società? Può dirsi pienamente giusta una comunità che lascia nell’ombra il bambino non ancora nato, l’anziano, il malato, chi soffre in silenzio o chi dipende interamente dalla cura degli altri?».
Non scontata la definizione di bene comune (che non è «mera somma di interessi particolari»), così come il vallo invocato a tutela della famiglia, che passa dal «diritto primario e inalienabile dei genitori di scegliere il tipo di istruzione e formazione da impartire ai figli, coerentemente alle proprie convinzioni morali, culturali e religiose». Sul «dramma migratorio», Leone XIV al dovere dell’accoglienza fa precedere un approccio che «affronti le cause che costringono a partire», promuovendo «il diritto di rimanere nella propria terra»: e lo ha detto a un Paese che ha appena regolarizzato centinaia di migliaia di migranti. «Nessuna nazione», aggiunge, «può affrontare da sola una sfida di questa portata». L’invocazione della pace in un mondo che «sta attraversando una profonda crisi spirituale e culturale» ha toccato anche una nota cara a questo Papa: il linguaggio, capace di «instaurare e tutelare» la pace stessa dando forma e forza alla diplomazia e al dialogo.
Dopo l’affondo sull’aborto, altre parole saranno suonate aspre per un premier socialista, ma anche a diverse latitudini politiche: Prevost indica come «questione decisiva per ogni società veramente democratica la libertà di pensiero, di coscienza e di religione. La libertà su cui si fonda lo Stato contemporaneo, se è autentica, riconosce la dimensione religiosa dell’essere umano, la rispetta e la tutela giuridicamente». Questa libertà non è né creata né concessa dallo Stato: «Essere liberi non significa solo disporre di possibilità di scelta ma poter riconoscere il bene e aderirvi: ogni società libera richiede anche una giusta delimitazione del potere pubblico. [...] La fede non può essere relegata al silenzio come fosse irrilevante per la vita pubblica». Altro affondo diretto a Macron e Sànchez, che a diverso titolo hanno messo in discussione il vincolo del segreto confessionale: «Il sigillo sacramentale della confessione si inserisce nel contesto più ampio della libertà religiosa».
La giornata è proseguita con l’incontro coi vescovi iberici, l’omaggio alla Vergine dell’Almudena, una drammatica visita ad alcune vittime di abusi commessi da preti e un incontro con la comunità diocesana. Ma l’eco più forte risuona sulla libertà: «Quella moderna è stata preparata anche da una luna educazione alla coscienza profondamente segnata dalla tradizione cristiana».
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Francesca Michielin (Getty Images)
Ne hanno tutto il diritto, intendiamoci: ciascuno si impegna per le battaglie in cui crede e, se è davvero motivato, fa bene a sostenerle perché la democrazia funziona bene proprio grazie all’impegno dei singoli e appassisce nell’indifferenza. Il problema, però, è nella gran parte delle «lotte per i diritti» della sinistra odierna c’è ben poco di alato ideale e molto di concreto tornaconto. Più che l’onor, insomma, può il digiuno o il timore del digiuno, cioè la paura di restare senza soldi.
Assistiamo in queste ore alla mobilitazione del consueto gruppo di artisti, Vip e presunti intellettuali contro il ddl Valditara sul consenso informato, una norma sacrosanta che introduce per i genitori la possibilità di difendersi da intrusioni ideologiche di varia natura nelle classi dei loro figli. L’esercito degli impegnati non ha perso un momento, è subito sceso in campo con furore.
La fondazione «Una nessuna centomila» ha inviato al ministro una lettera di protesta firmata da Fiorella Mannoia, Anna Foglietta, Vittoria Puccini, Pierfrancesco Favino, Noemi, Tosca, Lino Guanciale, Gigi D’Alessio, Ermal Meta, l’immancabile Piero Pelù, Caterina Caselli, Ferzan Özpetek, Carolina Crescentini, Francesca Michielin (quella che voleva lasciare l’Italia per colpa dei fascisti), Giuliano Sangiorgi, Paola Turci, Sonia Bergamasco, Fabrizio Gifuni, Claudia Pandolfi, Edoardo Leo, Brunori Sas, Cristina Comencini, Serena Dandini e ci fermiamo qui per evitare svenimenti. Sono sempre i soliti, quelli che militano per tutte le buone cause, i travet della firma e della mobilitazione politica.
«Nei giorni scorsi abbiamo assistito all’ennesimo passo indietro del nostro Paese su uno strumento fondamentale per la prevenzione della violenza di genere, l’eduzione sessuoaffettiva», dicono gli eroici combattenti. E spiegano che «ostacolare il cambiamento culturale significa rallentare un processo di trasformazione che ha l’obiettivo di contrastare la violenza prima che si manifesti».
Inutile stare a spiegare che nella scuola italiana esistono già miriadi di progetti di educazione sessuale, affettiva, ai diritti... Inutile pure ribadire che è un diritto consentire alle famiglie di esprimersi sull’educazione dei figli. La verità è che ai nostri Vip della firma pronta non interessano realmente né i cambiamenti culturali né la libertà di espressione né tantomeno il benessere di questo o quell’altro. La ragione della protesta è una sola: i soldi.
Il ddl Valditara di certo non danneggia i ragazzi e nemmeno impedisce che siano trattati a scuola argomenti delicati. Rischia, però, di fare perdere a qualche associazione e cooperativa incarichi remunerativi. Ecco perché suscita tanta rabbia: perché qualche attivista finora abituato a entrare nelle classi col generoso finanziamento degli istituti pubblici potrebbe vedersi tagliato il budget. Per questo ogni volta, attorno ai temi dell’educazione, si sviluppa tanta accorata attenzione: perché c’è in ballo il grano che foraggia gli amichetti del quartierino.
Tra coloro che in queste ore si scagliano contro Valditara c’è Silvia Salis, sindaco di Genova. Dura e un po’ destrorsa in materia di sicurezza (come ha notato ieri Giacomo Amadori), ma sempre bene attenta a garantirsi l’appoggio arcobaleno. La giunta genovese, infatti, ha annunciato lotta dura senza paura: «Non cancelliamo nulla: se il ddl Valditara vieta l’educazione sessuo-affettiva negli asili, le cambieremo nome, ma porteremo avanti questa battaglia di educazione ai diritti: ce lo chiedono le famiglie, gli insegnanti, è un nostro impegno», dichiara Rita Bruzzone, assessore al Diritto all’istruzione, alle pari opportunità e alle politiche di genere. «Ora interpelleremo il Garante dei diritti dell’infanzia, sia comunale che regionale, e ovviamente l’ufficio scolastico regionale, ma non abbandoneremo il nostro percorso».
L’iniziativa che il Comune intende difendere a ogni costo è una sperimentazione partita all’inizio dell’anno scolastico in quattro scuole dell’infanzia che coinvolge 300 bambini tra i 3 e i 6 anni. Non ci sarebbe nemmeno da perdere tempo a commentarla: parlare di educazione sessuo-affettiva a bambini di 3 o 4 anni è una totale assurdità, una idiozia dolosa che va fermata. E se nel progetto non c’è «niente di sessuale», come ribadisce l’assessore Bruzzone, una ragione in più per non farlo. A insegnare ai bambini le «competenze relazionali» basta quel che già si fa normalmente nelle scuole italiane, senza stravaganti integrazioni utili a compiacere questa o quella associazione di pedagogisti.
In fondo, è sempre la solita vecchia storia, già ampiamente vista ai tempi del ddl Zan. Anche allora il vero tema non era tanto la difesa delle minoranze quanto, piuttosto, la possibilità per attivisti e sedicenti formatori di ottenere preziose prebende dagli istituti. Non c’entrano la libertà e i diritti, ma il potere e il denaro. L’egemonia culturale tanto discussa, dopo tutto, è solo il corollario di una più profonda e pervasiva egemonia senza cultura basata sull’occupazione degli spazi e l’utilizzo dei fondi.
A questo punto, tanto varrebbe che i progressisti lasciassero perdere l’educazione affettiva per concentrarsi sull’educazione finanziaria: mostrerebbero maggiore onestà intellettuale.
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