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2018-12-29
Ora Conte ci ha preso gusto: «Fieramente populisti». Botta alla Cgil sulla Fornero
Ansa
Vegliato dal portavoce Rocco Casalino, e strattonato dal presidente dell'Ordine dei giornalisti che - tra una citazione del Papa e una del Quirinale - continuava a bussare a quattrini (pubblici) per l'editoria, Giuseppe Conte ha brillantemente superato la prima conferenza di fine anno da presidente del Consiglio. Una performance comprensibile per il grande pubblico, e democristianamente capace di schivare le insidie. E, tra una negazione e l'altra, si è pure colto il tentativo di ritagliarsi una soggettività politica propria tra i due vicepremier forti, Matteo Salvini e Luigi Di Maio.
Conte ha esordito rivendicando la «natura populista» del governo, e difendendo quello che ha definito il «modus procedendi» del contratto: una novità che «condizionerà il futuro della politica italiana», ha rimarcato.
A proposito dei cittadini, il premier ha detto: «Ricevo regolarmente capi di Stato e di governo in incontri bilaterali», ha detto, «ecco, mi piacerebbe ricevere anche cittadini normali che abbiano compiuto gesti che possano essere d'esempio per tutti, con lo stesso protocollo, con l'onore degli incontri bilaterali».
Poi una lunga pagina dedicata all'editoria, incalzato dalle testate (Il Manifesto, Radio Radicale, Avvenire) testate a vario titolo toccate, insieme ad altre, dalla riduzione dei finanziamenti pubblici. Conte è stato convincente: ha invitato le testate a «stare sul mercato», le ha stimolate a «trovare risorse alternative», difendendo il contenimento dei contributi pubblici («chiediamo un sacrificio che è imposto a tutti»), negando intenti punitivi («Non credo che rivedere il sistema del finanziamento dell'editoria sia un attentato alla libertà d'informazione»), e sottolineando il carattere progressivo del taglio («20% in meno della differenza tra l'importo spettante e 500.000 euro il primo anno, 50% il secondo, 75% il terzo»). In tutta franchezza, i giornali interessati avranno tutto il tempo di riorganizzarsi: e non si vede perché i cittadini debbano continuare a finanziare solo alcune opinioni, incluse quelle che non condividono, generando una disparità di trattamento sul mercato.
La sezione più ampia della conferenza è stata dedicata alla manovra, mentre alla Camera iniziavano le operazioni di voto che si concluderanno oggi con il via libera definitivo. Conte ha negato un ruolo eccessivo di Bruxelles: ha sostenuto che la Commissione, al di là del negoziato sui saldi complessivi, si sia limitata a chiedere «il congelamento di due miliardi di spesa: una somma che sarà sbloccabile dopo una verifica da fare a luglio». Molto meno - secondo il premier - delle misure cautelative che il governo aveva già autonomamente immaginato. Per il resto, «l'interlocuzione ha riguardato i saldi finali, ma mai le misure contenute nella manovra».
Sulla crescita, Conte ha sparso ottimismo: «I fondamentali del sistema economico italiano sono solidissimi. L'1% è la soglia minima: andremo molto oltre».
Sulle tasse, il passaggio centrale, non sempre convincentissimo. Da un lato il professore ha elencato alcune incontestabili riduzioni fiscali (dalle partite Iva alla cedolare secca sulle locazioni commerciali), dall'altro ha sottolineato come gli aumenti riguardino non i cittadini comuni, ma solo alcuni grandi bersagli: banche, assicurazioni, gioco e giganti del Web. Su questo il premier ha però omesso di spiegare come si potrà evitare che gli aumenti siano scaricati dai soggetti colpiti su cittadini e utenti, e non si è impegnato a tornare indietro sul via libera indirettamente concesso ai comuni sull'aumento dei tributi locali. Conte, in questo ammiccando più all'elettorato M5s che a quello leghista, ha apertamente parlato di «un'opera redistributiva, privilegiando alcune fasce sociali».
Notevole la frecciata ai sindacati sulle pensioni: «Abbiamo introdotto un meccanismo di indicizzazione che è un po' raffreddato, ma che non tocca le pensioni fino a tre volte le minime. Forse neppure l'Avaro di Molière nelle fasce più alte si accorgerebbe di qualche euro in meno. Oggi i sindacati sono in piazza a protestare, ma li ricordo silenti quando fu approvata la legge Fornero».
Poi la parte più politica: «Questa esperienza di governo funziona perché si regge su un amalgama perfettamente riuscito del giallo e del verde. Non c'è mescolanza di colori, che restano distinti, ma si è creato un equilibrio chimico al quale contribuisco anch'io. Di Maio e Salvini sono persone molto ragionevoli. Voi giornalisti ci descrivete sempre alle prese con litigi furibondi e invece non c'è mai stato un vertice in cui ci sia stata una seria litigata». Però non ha escluso un «tagliando» del contratto di governo. Quanto a un eventuale rimpasto, ha lasciato la porta aperta: «Se l'esigenza maturerà in una forza politica, sarà comunicata all'altra, in un percorso di razionalità che non destabilizzi l'azione del governo, che durerà cinque anni».
Sulle grandi opere l'assicurazione che la decisione sulla Tav sarà presa prima delle europee: «Questo governo non è contrario ai grandi lavori, valuta le grandi opere». Su reddito e quota 100 conferma della partenza ad aprile per entrambi con un'attenzione alle aziende che assumeranno i percettori dell'assegno sociale. Parlando di sé, Conte ha escluso impegni politici futuri («questa è una parentesi meravigliosa, che mi rende orgoglioso, ma ben determinata»), e ha negato di far campagna per qualcuno alle europee.
Eppure, tra una negazione e un'attenuazione, tra un esercizio di understatement e una propensione naturale a evitare polemiche, ieri si è avuta la sensazione di una più marcata politicità del ruolo di Conte, svelata da un uso più frequente del solito della prima persona singolare («Nel negoziato con Bruxelles non ho consentito alla Commissione di discutere le nostre misure», «andrò a negoziare sull'autonomia con i governatori di Lombardia e Veneto», «sarò garante della coesione nazionale», «ho convocato le aziende di Stato sugli investimenti»). Insomma, si esce con la sensazione di un Conte desideroso di far sapere a tutti (anche alla sua maggioranza) che lui c'è.
Sanatoria alle Entrate un regalo agli evasori
Si sente spesso ripetere che il lavoro nero va combattuto in ogni modo, anche da quanti sono consapevoli che in alcune aree del Paese il lavoro è nero o non c'è. In primo luogo per sopravvivere all'esosità del fisco, ciò che vale anche per il datore di lavoro. Tuttavia è da dimostrare che, per contrastarlo, basterebbe un carico fiscale più equo, ad esempio una flat tax tenuto conto che quell'attività si ricollega a taluni benefici, da ultimo al «reddito di cittadinanza», fidando nella tradizionale inefficienza dei controlli in un Paese nel quale perfino le autocertificazioni, alle luce delle verifiche, risultano spesso false, nonostante le sanzioni penali. Ne è consapevole anche Luigi Di Maio, che minaccia l'intervento della guardia di Finanza per rafforzare i controlli.
Lavoro nero, dunque, con evasione contributiva, che si vorrebbe compensare con l'impiego di migranti, ed evasione fiscale, quest'ultima abbondantemente oltre i 100 miliardi annui, un appetitoso gruzzolo per uno Stato alla disperata ricerca di risorse. Tuttavia nessuno quantifica un possibile recupero del gettito. Per cui ancora una volta si mettono le mani nelle tasche dei pensionati. Per le pensioni superiori a 1.500 euro lordi si riduce la rivalutazione automatica, le altre, le più elevate, si tagliano se non «interamente» liquidate con il sistema contributivo, una ipocrisia, considerato che al contributivo si è passati nel 1994.
Al di là della lesione di diritti maturati, che sarà portata all'attenzione dei giudici, la decisione di colpire le pensioni ha effetti negativi sui consumi e su quella redistribuzione dei redditi interna alle famiglie che trasferisce risorse dai nonni ai figli ed ai nipoti, il contrario di quel che serve in un momento nel quale si registrano segnali recessivi nell'economia. Ciò, mentre nella manovra di bilancio sono assolutamente inadeguate le risorse destinate alle infrastrutture, un settore gravemente carente che, se fosse destinatario di adeguati stanziamenti, potrebbe concorrere alla crescita dell'economia e dell'occupazione.
Ma torniamo ai 100 e più miliardi sottratti dagli evasori. Riccardo Fraccaro, oggi ministro per i Rapporti con il Parlamento, quando parlava da esponente del M5s, invitava i cittadini a ribellarsi al fisco ingiusto e rapace. E denunciava che nelle agenzie fiscali ci sono circa 800 ex funzionari che non hanno vinto un concorso per entrare nella dirigenza, dei quali 340 sarebbero indagati per gravi reati. «Uno scandalo, una schifezza assoluta», aggiungeva. Lo stesso parlamentare, adesso che è al governo, tace, nonostante non possa non percepire che monta la rivolta tra i lavoratori dipendenti e, soprattutto, tra i pensionati ai quali si chiede di nuovo un «contributo di solidarietà» per cinque anni. In pratica per i più anziani fino alla morte.
In tema di funzionalità delle agenzie fiscali Salvatore Giacchetti, presidente aggiunto onorario del Consiglio di Stato, scrive di «mancanza del comune senso del pudore normativo», a proposito dei ripetuti tentativi di sanatorie legislative nell'annosa vicenda delle «posizioni» organizzative (dirigenziali) nell'ambito dell'Agenzia delle entrate, di cui La Verità ha già scritto, e alla ripetuta elusione delle sentenze dei giudici amministrativi e perfino della Corte costituzionale, come denuncia la Cnfedir Dirstat, il sindacato dei funzionari e dei dirigenti dello Stato.
Il fatto è che dalla loro istituzione, nel 2000, nelle agenzie fiscali non si fanno concorsi pubblici e si continua con il balletto degli incarichi provvisori variamente denominati, bocciati dalla Corte costituzionale perché in violazione della regola la quale prevede che «agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge» (art. 97, comma 3, Costituzione).
E poiché in Italia non c'è niente di più definitivo di ciò che è precario, i fortunati «incaricati» sono rimasti al loro posto dal momento che l'ex ministro dell'economia pd Pier Carlo Padoan, titolare dell'alta vigilanza sulle agenzie, non si è dato carico della pronuncia della Corte costituzionale consentendo l'attribuzione agli ex incaricati di «Posizioni organizzative speciali» (Pos) e, nel corso del giudizio di impugnazione, di «Posizioni organizzative a termine» (Pot), altro prodotto della fantasia burocratica. Oggi l'Agenzia inventa ancora una disciplina derogatoria con le «Posizioni organizzative per lo svolgimento di incarichi di elevata responsabilità, alta professionalità o particolare specializzazione» (Poer).
Con questa decisione non si tiene conto neppure della sentenza n. 8990 del 16 agosto 2018 con la quale il Tar del Lazio, Sez. II-ter, ha affermato che l'Agenzia è giuridicamente tenuta «all'espletamento della nuova procedura concorsuale» da prevedere «per soli esami», esclusi quei «titoli» che avrebbero dovuto premiare gli incaricati di funzioni dirigenziali rispetto a coloro i quali accedono dall'esterno ed agli interni privi di incarichi, nell'interesse ancora una volta degli amici del potere. Sicché il Segretario generale aggiunto della Confedir Dirstat, Pietro Paolo Boiano, si è sentito in dovere di invitare il direttore dell'Agenzia delle entrate, Antonino Maggiore, al rispetto della Costituzione, delle leggi e delle pronunce della Corte costituzionale ed a «chiudere definitivamente un circolo vizioso che dura ormai da troppo tempo ed ha fatto male alla massima Agenzia fiscale» perché «nel marasma che regna negli uffici diventa poi proibitivo contrastare efficacemente il diffuso fenomeno della evasione fiscale».
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Nel saluto ai giornalisti il premier difende la finanziaria. Sulle pensioni: «Tagli non ai poveri, sindacati zitti con Monti». Sul governo: «Rimpasto? Vediamo».I 100 miliardi di «nero» sottratti al fisco sono un vulnus per chi paga onestamente le tasse. Ma lo scandalo delle centinaia di funzionari messi in ruolo senza concorso e in barba alla Cassazione mina la fiducia.Lo speciale contiene due articoli.Vegliato dal portavoce Rocco Casalino, e strattonato dal presidente dell'Ordine dei giornalisti che - tra una citazione del Papa e una del Quirinale - continuava a bussare a quattrini (pubblici) per l'editoria, Giuseppe Conte ha brillantemente superato la prima conferenza di fine anno da presidente del Consiglio. Una performance comprensibile per il grande pubblico, e democristianamente capace di schivare le insidie. E, tra una negazione e l'altra, si è pure colto il tentativo di ritagliarsi una soggettività politica propria tra i due vicepremier forti, Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Conte ha esordito rivendicando la «natura populista» del governo, e difendendo quello che ha definito il «modus procedendi» del contratto: una novità che «condizionerà il futuro della politica italiana», ha rimarcato. A proposito dei cittadini, il premier ha detto: «Ricevo regolarmente capi di Stato e di governo in incontri bilaterali», ha detto, «ecco, mi piacerebbe ricevere anche cittadini normali che abbiano compiuto gesti che possano essere d'esempio per tutti, con lo stesso protocollo, con l'onore degli incontri bilaterali».Poi una lunga pagina dedicata all'editoria, incalzato dalle testate (Il Manifesto, Radio Radicale, Avvenire) testate a vario titolo toccate, insieme ad altre, dalla riduzione dei finanziamenti pubblici. Conte è stato convincente: ha invitato le testate a «stare sul mercato», le ha stimolate a «trovare risorse alternative», difendendo il contenimento dei contributi pubblici («chiediamo un sacrificio che è imposto a tutti»), negando intenti punitivi («Non credo che rivedere il sistema del finanziamento dell'editoria sia un attentato alla libertà d'informazione»), e sottolineando il carattere progressivo del taglio («20% in meno della differenza tra l'importo spettante e 500.000 euro il primo anno, 50% il secondo, 75% il terzo»). In tutta franchezza, i giornali interessati avranno tutto il tempo di riorganizzarsi: e non si vede perché i cittadini debbano continuare a finanziare solo alcune opinioni, incluse quelle che non condividono, generando una disparità di trattamento sul mercato. La sezione più ampia della conferenza è stata dedicata alla manovra, mentre alla Camera iniziavano le operazioni di voto che si concluderanno oggi con il via libera definitivo. Conte ha negato un ruolo eccessivo di Bruxelles: ha sostenuto che la Commissione, al di là del negoziato sui saldi complessivi, si sia limitata a chiedere «il congelamento di due miliardi di spesa: una somma che sarà sbloccabile dopo una verifica da fare a luglio». Molto meno - secondo il premier - delle misure cautelative che il governo aveva già autonomamente immaginato. Per il resto, «l'interlocuzione ha riguardato i saldi finali, ma mai le misure contenute nella manovra». Sulla crescita, Conte ha sparso ottimismo: «I fondamentali del sistema economico italiano sono solidissimi. L'1% è la soglia minima: andremo molto oltre». Sulle tasse, il passaggio centrale, non sempre convincentissimo. Da un lato il professore ha elencato alcune incontestabili riduzioni fiscali (dalle partite Iva alla cedolare secca sulle locazioni commerciali), dall'altro ha sottolineato come gli aumenti riguardino non i cittadini comuni, ma solo alcuni grandi bersagli: banche, assicurazioni, gioco e giganti del Web. Su questo il premier ha però omesso di spiegare come si potrà evitare che gli aumenti siano scaricati dai soggetti colpiti su cittadini e utenti, e non si è impegnato a tornare indietro sul via libera indirettamente concesso ai comuni sull'aumento dei tributi locali. Conte, in questo ammiccando più all'elettorato M5s che a quello leghista, ha apertamente parlato di «un'opera redistributiva, privilegiando alcune fasce sociali». Notevole la frecciata ai sindacati sulle pensioni: «Abbiamo introdotto un meccanismo di indicizzazione che è un po' raffreddato, ma che non tocca le pensioni fino a tre volte le minime. Forse neppure l'Avaro di Molière nelle fasce più alte si accorgerebbe di qualche euro in meno. Oggi i sindacati sono in piazza a protestare, ma li ricordo silenti quando fu approvata la legge Fornero». Poi la parte più politica: «Questa esperienza di governo funziona perché si regge su un amalgama perfettamente riuscito del giallo e del verde. Non c'è mescolanza di colori, che restano distinti, ma si è creato un equilibrio chimico al quale contribuisco anch'io. Di Maio e Salvini sono persone molto ragionevoli. Voi giornalisti ci descrivete sempre alle prese con litigi furibondi e invece non c'è mai stato un vertice in cui ci sia stata una seria litigata». Però non ha escluso un «tagliando» del contratto di governo. Quanto a un eventuale rimpasto, ha lasciato la porta aperta: «Se l'esigenza maturerà in una forza politica, sarà comunicata all'altra, in un percorso di razionalità che non destabilizzi l'azione del governo, che durerà cinque anni». Sulle grandi opere l'assicurazione che la decisione sulla Tav sarà presa prima delle europee: «Questo governo non è contrario ai grandi lavori, valuta le grandi opere». Su reddito e quota 100 conferma della partenza ad aprile per entrambi con un'attenzione alle aziende che assumeranno i percettori dell'assegno sociale. Parlando di sé, Conte ha escluso impegni politici futuri («questa è una parentesi meravigliosa, che mi rende orgoglioso, ma ben determinata»), e ha negato di far campagna per qualcuno alle europee. Eppure, tra una negazione e un'attenuazione, tra un esercizio di understatement e una propensione naturale a evitare polemiche, ieri si è avuta la sensazione di una più marcata politicità del ruolo di Conte, svelata da un uso più frequente del solito della prima persona singolare («Nel negoziato con Bruxelles non ho consentito alla Commissione di discutere le nostre misure», «andrò a negoziare sull'autonomia con i governatori di Lombardia e Veneto», «sarò garante della coesione nazionale», «ho convocato le aziende di Stato sugli investimenti»). 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Tuttavia è da dimostrare che, per contrastarlo, basterebbe un carico fiscale più equo, ad esempio una flat tax tenuto conto che quell'attività si ricollega a taluni benefici, da ultimo al «reddito di cittadinanza», fidando nella tradizionale inefficienza dei controlli in un Paese nel quale perfino le autocertificazioni, alle luce delle verifiche, risultano spesso false, nonostante le sanzioni penali. Ne è consapevole anche Luigi Di Maio, che minaccia l'intervento della guardia di Finanza per rafforzare i controlli. Lavoro nero, dunque, con evasione contributiva, che si vorrebbe compensare con l'impiego di migranti, ed evasione fiscale, quest'ultima abbondantemente oltre i 100 miliardi annui, un appetitoso gruzzolo per uno Stato alla disperata ricerca di risorse. Tuttavia nessuno quantifica un possibile recupero del gettito. Per cui ancora una volta si mettono le mani nelle tasche dei pensionati. Per le pensioni superiori a 1.500 euro lordi si riduce la rivalutazione automatica, le altre, le più elevate, si tagliano se non «interamente» liquidate con il sistema contributivo, una ipocrisia, considerato che al contributivo si è passati nel 1994. Al di là della lesione di diritti maturati, che sarà portata all'attenzione dei giudici, la decisione di colpire le pensioni ha effetti negativi sui consumi e su quella redistribuzione dei redditi interna alle famiglie che trasferisce risorse dai nonni ai figli ed ai nipoti, il contrario di quel che serve in un momento nel quale si registrano segnali recessivi nell'economia. Ciò, mentre nella manovra di bilancio sono assolutamente inadeguate le risorse destinate alle infrastrutture, un settore gravemente carente che, se fosse destinatario di adeguati stanziamenti, potrebbe concorrere alla crescita dell'economia e dell'occupazione. Ma torniamo ai 100 e più miliardi sottratti dagli evasori. Riccardo Fraccaro, oggi ministro per i Rapporti con il Parlamento, quando parlava da esponente del M5s, invitava i cittadini a ribellarsi al fisco ingiusto e rapace. E denunciava che nelle agenzie fiscali ci sono circa 800 ex funzionari che non hanno vinto un concorso per entrare nella dirigenza, dei quali 340 sarebbero indagati per gravi reati. «Uno scandalo, una schifezza assoluta», aggiungeva. Lo stesso parlamentare, adesso che è al governo, tace, nonostante non possa non percepire che monta la rivolta tra i lavoratori dipendenti e, soprattutto, tra i pensionati ai quali si chiede di nuovo un «contributo di solidarietà» per cinque anni. In pratica per i più anziani fino alla morte. In tema di funzionalità delle agenzie fiscali Salvatore Giacchetti, presidente aggiunto onorario del Consiglio di Stato, scrive di «mancanza del comune senso del pudore normativo», a proposito dei ripetuti tentativi di sanatorie legislative nell'annosa vicenda delle «posizioni» organizzative (dirigenziali) nell'ambito dell'Agenzia delle entrate, di cui La Verità ha già scritto, e alla ripetuta elusione delle sentenze dei giudici amministrativi e perfino della Corte costituzionale, come denuncia la Cnfedir Dirstat, il sindacato dei funzionari e dei dirigenti dello Stato. Il fatto è che dalla loro istituzione, nel 2000, nelle agenzie fiscali non si fanno concorsi pubblici e si continua con il balletto degli incarichi provvisori variamente denominati, bocciati dalla Corte costituzionale perché in violazione della regola la quale prevede che «agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge» (art. 97, comma 3, Costituzione). E poiché in Italia non c'è niente di più definitivo di ciò che è precario, i fortunati «incaricati» sono rimasti al loro posto dal momento che l'ex ministro dell'economia pd Pier Carlo Padoan, titolare dell'alta vigilanza sulle agenzie, non si è dato carico della pronuncia della Corte costituzionale consentendo l'attribuzione agli ex incaricati di «Posizioni organizzative speciali» (Pos) e, nel corso del giudizio di impugnazione, di «Posizioni organizzative a termine» (Pot), altro prodotto della fantasia burocratica. Oggi l'Agenzia inventa ancora una disciplina derogatoria con le «Posizioni organizzative per lo svolgimento di incarichi di elevata responsabilità, alta professionalità o particolare specializzazione» (Poer). Con questa decisione non si tiene conto neppure della sentenza n. 8990 del 16 agosto 2018 con la quale il Tar del Lazio, Sez. II-ter, ha affermato che l'Agenzia è giuridicamente tenuta «all'espletamento della nuova procedura concorsuale» da prevedere «per soli esami», esclusi quei «titoli» che avrebbero dovuto premiare gli incaricati di funzioni dirigenziali rispetto a coloro i quali accedono dall'esterno ed agli interni privi di incarichi, nell'interesse ancora una volta degli amici del potere. Sicché il Segretario generale aggiunto della Confedir Dirstat, Pietro Paolo Boiano, si è sentito in dovere di invitare il direttore dell'Agenzia delle entrate, Antonino Maggiore, al rispetto della Costituzione, delle leggi e delle pronunce della Corte costituzionale ed a «chiudere definitivamente un circolo vizioso che dura ormai da troppo tempo ed ha fatto male alla massima Agenzia fiscale» perché «nel marasma che regna negli uffici diventa poi proibitivo contrastare efficacemente il diffuso fenomeno della evasione fiscale».
Volodymyr Zelensky (Ansa)
Poiché il nodo della difesa aerea è fra i più importanti, l’Unione europea ha aperto al finanziamento dell’acquisto di missili antiaerei e antimissile americani Patriot, stando al portavoce della Commissione europea, Balazs Ujvari: «Se c’è interesse per attrezzature che vanno oltre i droni, siano sistemi antimissile o da difesa aerea, è una possibilità da mettere sul tavolo». A monte, i ripetuti appelli del presidente Volodymir Zelensky per aiuti in difesa aerea.
Fa pensare che, dopo i 6 miliardi di euro per i droni, l’Ue si prepari a pagare nuovi costosi Patriot, sebbene scarsi essendo dirottati nel Golfo Persico per contrastare i missili iraniani. Ma Kiev guarda anche a missili europei, come l’Aster 30 di fabbricazione franco-italiana, coprodotto da industrie fra cui Mbda e la nostra Avio. Un missile con raggio d’azione di 120 km e quota massima di 22 km, imbarcato anche su navi della Marina italiana.
Ne hanno parlato ieri il ministro della Difesa ucraino Mykhailo Fedorov e la ministra francese delle Forze armate, Catherine Vautrin. L’Ucraina, dalla notte all’alba, ha affrontato incursioni di 221 droni e due missili balistici Iskander lanciati dai russi. La difesa avrebbe «abbattuto 195 droni», ma molti dei velivoli telecomandati russi non erano Shahed d’attacco, ma tipi usati come esca, dunque per distrarre le difese, come Parodia e Italmas. Inoltre non sono stati intercettati i missili Iskander, che essendo balistici ipersonici sono ardui da fermare. Fra i bersagli, un deposito di locomotive nella regione di Sumy, dove il bombardamento ha ucciso una ferroviera e ha ferito quattro suoi colleghi. I russi affermano di aver conquistato due villaggi, Okhrimivka, nella regione di Kharkiv, e Rozkishne, in quella del Donetsk già per la maggior parte annessa alla Russia. Il sito di mappatura ucraino Deep State non ha finora confermato queste avanzate russe ed è difficile discriminare fra la vera occupazione integrale di un territorio e l’infiltrazione di avanguardie.
L’Ucraina ha colpito con droni l’ennesima raffineria russa, ad Afipsky, dove è scoppiato un incendio. Altri droni hanno ucciso due persone nella parte occupata dai russi della regione di Zaporizhzhia. Altro obiettivo è stato un convoglio di 50 camion militari russi carichi di carburante e munizioni ad Armyansk, in Crimea, dove le forze di Mosca hanno gettato ponti galleggianti. Kiev ha celebrato ieri per la prima volta una festa istituita da Zelensky, la Giornata delle Forze dei Sistemi a pilotaggio remoto. Per l’occasione il presidente ucraino ha affermato che «il 90% delle perdite russe sul campo di battaglia è dovuto ai droni».
E secondo il comandante della Forza droni ucraina, Robert Brovdi, detto «Madyar» («magiaro») perché d’origine ungherese, «dall’inizio del 2026 la forza droni ha ucciso 50.900 militari russi e colpito 176.500 obbiettivi». Brovdi ha spiegato alla Reuters che si sta bombardando l’autostrada Novorossiya per isolare la Crimea dalla Russia: «La campagna ha ridotto di due terzi, nell’ultimo mese, il traffico sull’autostrada Novorossiya, via di rifornimento russa che traversa l’Ucraina meridionale occupata fino alla Crimea. Entro un mese, l’Ucraina avrà il controllo della strada. Isoleremo la Crimea. Colpire i veicoli è facile come sparare alle pernici in un campo aperto». Se i droni sono l’ultimo grido, i vecchi razzi Grad di origine sovietica vengono ancora usati dai soldati di Zelensky, come ieri sul villaggio russo di Belaya Berezka, nella regione di Bryansk, dove è stato ucciso un civile. Installazioni della Marina Russa a Sebastopoli sono stati invece colpiti con missili Neptune di fabbricazione ucraina.
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Donald Trump (Ansa)
Nelle prime ore di giovedì, le forze armate americane hanno lanciato una nuova ondata di bombardamenti contro obiettivi militari iraniani, la seconda nel giro di 48 ore, alimentando il timore che la guerra a bassa intensità che da mesi coinvolge Washington, Teheran e Israele possa trasformarsi in un conflitto regionale aperto. Secondo il Comando centrale statunitense (Centcom), l’operazione è iniziata poco dopo la mezzanotte, ora di Teheran, e si è conclusa circa quattro ore più tardi. Nel mirino sono finiti sistemi radar, reti di comunicazione militare e batterie di difesa aerea distribuite in diverse aree del Paese. Washington ha definito l’azione una misura di autodifesa e una risposta diretta alle attività ostili attribuite alla Repubblica islamica.
Le esplosioni sono state segnalate soprattutto nelle province meridionali iraniane, nelle vicinanze dello Stretto di Hormuz. Trump ha successivamente rivelato che gli Stati Uniti hanno impiegato 49 missili Tomahawk contro infrastrutture militari iraniane, alcune situate a circa 65 chilometri da Teheran. Per il Wall Street Journal, Washington avrebbe comunicato a Teheran, attraverso la mediazione del Qatar, che l’operazione rappresenta una risposta limitata e non l’inizio di una guerra su vasta scala. Trump, tuttavia, ha ulteriormente alzato il livello dello scontro. In un’intervista a Fox News ha sostenuto che l’Iran sarebbe ormai privo di reali capacità difensive e che gli Usa potrebbero, se lo volessero, «conquistare l’intero Paese». Ancora più pesante il messaggio pubblicato su Truth. «Stanotte gli Stati Uniti colpiranno l’Iran con la massima durezza», ha scritto Trump, minacciando anche di assumere il controllo di infrastrutture energetiche strategiche. Nel messaggio ha indicato esplicitamente l’isola di Kharg, principale terminal petrolifero dell’Iran e snodo essenziale per le esportazioni di greggio. «Questa notte prenderemo l’isola», ha affermato.
Teheran ha reagito respingendo le dichiarazioni americane e negando l’esistenza di nuovi negoziati con Washington. Un duro avvertimento è arrivato da Mohammad Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano, che ha affermato che «eventuali decisioni impulsive» da parte degli Stati Uniti rischierebbero di destabilizzare ulteriormente la regione, colpire i mercati energetici globali e trascinare Washington in una crisi prolungata. «Vedrete un Iran diverso», ha dichiarato. Le Guardie rivoluzionarie hanno annunciato la chiusura completa dello Stretto di Hormuz, mentre l’Autorità dello Stretto del Golfo Persico ha confermato il blocco «fino a nuovo avviso», invitando tutte le navi autorizzate al transito ad attendere nuove istruzioni. Il Centcom ha invece ribadito che l’Iran non controlla il passaggio marittimo strategico e che le rotte restano accessibili alle imbarcazioni che rispettano le sanzioni statunitensi contro Teheran. Il comandante delle forze aerospaziali dei Pasdaran, il generale Seyed Majid Mousavi, ha minacciato direttamente Washington. «Faremo di questa regione un inferno per voi», ha dichiarato, mentre la Marina delle Guardie rivoluzionarie ha avvertito che qualsiasi imbarcazione si avvicinerà allo Stretto potrà «essere sottoposta a misure decisive». Le autorità iraniane hanno inoltre ampliato la lista dei bersagli in caso di nuove escalation, includendo interessi economici riconducibili a Elon Musk in Medio Oriente.
Poi in serata è arrivata l’ennesima svolta inattesa. Il presidente degli Stati Uniti ha annunciato di aver sospeso gli attacchi contro l’Iran e che il regime di Teheran avrebbe accettato un accordo per porre fine alla guerra. «Considerato che le discussioni con la Repubblica islamica dell’Iran sono state portate ai massimi livelli della leadership iraniana e approvate, io, in qualità di presidente degli Stati Uniti d’America, ho annullato gli attacchi e i bombardamenti programmati contro l’Iran per questa sera. Le discussioni e i punti finali sono stati approvati, sia a livello concettuale che nei dettagli, da tutte le parti coinvolte, inclusi Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia, Pakistan, Bahrein, Kuwait, Giordania, Egitto e altri. Il blocco navale rimarrà in vigore fino al completamento di questa transazione: data e luogo della firma saranno annunciati a breve», ha scritto Trump su Truth. Non solo, secondo Axios, Qatar e Teheran avrebbero già un testo comune. Si attenderebbe l’ok di Khamenei (e degli Usa).
Sul fronte israeliano, il premier Benjamin Netanyahu ha convocato una riunione straordinaria con i principali ministri e i responsabili della sicurezza. Il leader israeliano ha dichiarato che le forze armate stanno «colpendo duramente Hezbollah» e che «centinaia di terroristi vengono eliminati ogni settimana». Nel frattempo, l’Idf ha annunciato di aver assunto il controllo operativo dell’area a Nord del fiume Saluki, nel Libano meridionale. Secondo l’esercito israeliano, nel corso dell’operazione sono stati eliminati miliziani di Hezbollah e smantellate infrastrutture utilizzate dal movimento sciita filo-iraniano. L’operazione conferma l’intensificazione delle attività militari israeliane lungo il fronte settentrionale e il tentativo di creare una fascia di sicurezza contro le minacce provenienti dal Libano.
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Andrea Bocelli e EJAE si esibiscono alla cerimonia di apertura dei Mondiali 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Il Messico apre il Mondiale 2026 superando 2-0 il Sudafrica nello stadio che ha ospitato la «partita del secolo» e le magie di Maradona. Dalla cerimonia con Shakira e Bocelli alle proteste per i desaparecidos, fino al primo annuncio Var della storia del torneo e alle tre espulsioni. Nella notte la Corea del Sud rimonta e batte 2-1 la Repubblica Ceca. Stasera Canada-Bosnia e Usa-Paraguay.
Il Mondiale 2026 è ufficialmente cominciato e lo ha fatto nel segno del Messico. Davanti agli oltre 80.000 spettatori dello stadio Azteca El Tricolor ha battuto 2-0 nella gara d'esordio il Sudafrica e ha conquistato i primi tre punti del Gruppo A. Una partita inaugurale che è già passata alla storia per il primo annuncio Var della storia dei Mondiali, diventato virale per l'incertezza linguistica dell'arbitro brasiliano Wilton Sampaio, il record di tre espulsioni e per l'Azteca diventato il primo stadio ad aver ospitato tre gare d’apertura della Coppa del Mondo.
Per inaugurare il primo Mondiale a 48 squadre non poteva esserci, infatti, scenario più adatto dello stadio Azteca. Uno degli impianti più iconici del calcio mondiale dove la Coppa del Mondo è tornata quarant'anni dopo l'ultima volta. Era già accaduto nel 1970 e nel 1986; con questa edizione l'Azteca diventa il primo stadio della storia ad aver ospitato tre partite inaugurali del torneo. Un dettaglio statistico che racconta bene il valore simbolico di questo luogo per intere generazioni di appassionati.
L'Azteca, infatti, è molto più di un semplice stadio. Qui il 17 giugno 1970 andò in scena quella che è passata alla storia come la «partita del secolo», il 4-3 con cui l'Italia di Ferruccio Valcareggi eliminò la Germania Ovest conquistando la finale mondiale. Pochi giorni dopo, sempre su questo prato, Pelé segnò di testa nella finale contro gli azzurri, sovrastando un gigante come Tarcisio Burgnich nel gol che aprì il successo del Brasile. Ma è soprattutto il Mondiale del 1986 ad aver consegnato definitivamente l'Azteca alla leggenda. Nei quarti di finale tra Argentina e Inghilterra, Diego Armando Maradona realizzò nel giro di quattro minuti due reti destinate a entrare nella storia per motivi opposti: la prima, segnata con la mano e poi ribattezzata Mano de Dios; la seconda, frutto di una straordinaria azione personale iniziata nella propria metà campo e conclusa dopo aver superato mezza squadra inglese, passata agli annali come il «gol del secolo». In quello stesso Mondiale e sempre all'Azteca, nell'ottavo di finale tra Messico e Bulgaria, il gol dei padroni di casa segnato in sforbiciata da Manuel Negrete fece registrare il boato più potente del pubblico mai ascoltato in uno stadio. Insomma, a queste altitudini - all'Estadio Azteca si gioca a 2.240 metri sopra il livello del mare - si respira storia del calcio a pieni polmoni. Una storia che il popolo messicano custodisce orgogliosamente e che, prima ancora del fischio d'inizio, è stata celebrata attraverso una cerimonia inaugurale pensata per raccontare al mondo l'identità e la tradizione del Paese ospitante.
La cerimonia di apertura della Coppa del Mondo Fifa 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Un gigantesco pallone dorato, poi diventato una Coppa del Mondo al centro del campo, ha accompagnato uno spettacolo costruito attorno alla cultura messicana e alla celebrazione del torneo. Ad aprire la serata sono stati i Manà, seguiti da J Balvin e da altri artisti latinoamericani. Il boato più forte è stato però riservato a Shakira, tornata protagonista di un Mondiale sedici anni dopo il successo di Waka Waka, questa volta con Dai Dai, interpretata insieme a Burna Boy. A chiudere la cerimonia ci hanno pensato Andrea Bocelli ed EJAE con Dna (More Than A Game), mentre sul terreno di gioco sfilavano le bandiere delle 48 nazionali partecipanti. L'apertura ufficiale della competizione è stata affidata al presidente della Fifa, Gianni Infantino, accompagnato dall'attrice messicana Salma Hayek. Fuori dall'impianto, intanto, alcuni manifestanti hanno protestato per chiedere giustizia per i desaparecidos, dando vita a momenti di tensione con le forze dell'ordine nei pressi dello stadio.
Poi finalmente palla al campo, dove il Messico ha confermato i favori del pronostico, sbloccando il risultato appena dopo 9' grazie a Julián Quiñones, capocannoniere dell'ultima Saudi Pro League con 33 gol. El Tricolor, sfruttando anche la superiorità numerica causata dall'espulsione di Sithole a inizio ripresa, ha continuato a spingere trovando il raddoppio con un colpo di testa di Raúl Jiménez, al 47° centro in nazionale, secondo miglior marcatore nella storia messicana alle spalle del solo Chicharito Hernández. Il finale è stato caratterizzato da altri due cartellini rossi: quello diretto a Zwane, dopo la revisione al Var, e quello mostrato nel recupero al messicano Montes. Un record per una partita inaugurale di un Mondiale. Proprio l'espulsione del sudafricano Zwane ha dato vita a uno degli episodi più curiosi della serata. Chiamato a comunicare la decisione al pubblico attraverso il nuovo sistema di annunci arbitrali introdotto dalla Fifa, il brasiliano Wilton Sampaio si è inceppato nell'inglese prima di riuscire a spiegare il provvedimento disciplinare. Le immagini dei giocatori sudafricani intenti a cercare di interpretare le sue parole hanno fatto rapidamente il giro del web, trasformando il primo annuncio Var della storia dei Mondiali in un inatteso momento virale.
Themba Zwane del Sudafrica viene espulso dall'arbitro Wilton Sampaio (Getty Images)
Nell'altra partita del Gruppo A, disputata nella notte italiana a Guadalajara, la Corea del Sud ha superato 2-1 in rimonta la Repubblica Ceca, agganciando così il Messico in testa alla classifica del girone. Dopo un primo tempo senza reti, sono stati i cechi a passare in vantaggio al 58' con Ladislav Krejci. La reazione asiatica, però, è stata immediata: In-Beom Hwang ha ristabilito la parità al 67'. Dieci minuti più tardi Tomas Soucek aveva riportato avanti la Repubblica Ceca, ma il Var ha annullato la rete per fuorigioco. A decidere l'incontro è stato quindi Hyeon-Gyu Oh, che all'81' ha firmato il definitivo 2-1.
Oggi si prosegue con l'esordio delle altre due nazioni ospitanti. Alle 21 italiane, a Toronto, il Canada affronterà la Bosnia-Erzegovina nella prima sfida del Gruppo B. Nella notte tra venerdì e sabato, alle 3 italiane, toccherà invece agli Stati Uniti, impegnati a Los Angeles contro il Paraguay nel match inaugurale del Gruppo D. Dopo la serata dell'Azteca, la Coppa del Mondo entrerà così definitivamente nel vivo, coinvolgendo tutti e tre i Paesi organizzatori della rassegna.
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Silvia Slis (Ansa)
Nel giorno del bilancio del suo primo anno da sindaco di Genova, Silvia Salis tenta l’approccio da leader nazionale più che da sindaco: sicurezza, immigrazione, rimpatri, campo largo. Tutto, rigorosamente, con il governo nel mirino.
Da giorni la strategia dell’ex campionessa di lancio del martello per mettere in difficoltà l’esecutivo è quella di insistere sulle presunte promesse disattese in materia di espulsioni. Ma dal Viminale hanno provato a rovinarle la passeggiata sul tappeto rosso steso per la liturgia della conferenza stampa organizzata nei minimi dettagli (dal Comune hanno persino provato a chiedere ai cronisti di conoscere le domande in anticipo).
Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha annunciato la sua visita nel capoluogo ligure per affrontare alcune questioni spinose del dossier sicurezza: taser, videosorveglianza, organici e, soprattutto, rimpatri. Mercoledì, in aula, Piantedosi aveva snocciolato qualche dato, che si è rivelato diametralmente opposto alla lettura della Salis: dal 2023 al 2025 «il numero totale dei rimpatri è cresciuto di oltre il 40%» e nei primi mesi del 2026 il dato sarebbe «ancora in crescita, superando del 30% il dato dello stesso periodo dell’anno precedente».
Ma soprattutto, secondo il ministro, sarebbe aumentato il rapporto tra immigrati irregolari sbarcati e immigrati rimpatriati: «Dal 3% del 2023 al 10% dell’anno scorso e addirittura al 31 dall’inizio dell’anno». Ma il dato politico di giornata è un altro. Il Viminale si è detto pronto ad accogliere quella che appare come un’implicita richiesta della nuova Salis ultrà dei rimpatri, con la realizzazione di un Cpr proprio a Genova. E, così, mentre il sindaco scarica sul governo il caos sicurezza, il governo trova la soluzione facendola passare proprio da Genova. Una mossa a sorpresa che ha subito ridotto l’impatto della conferenza autocelebrativa di Palazzo Tursi. Sulla sicurezza il sindaco ha insistito sul tema delle volanti insufficienti, che «se insistono in un quartiere ne lasciano scoperto un altro».
Salis ha rivendicato «294 delibere in un anno», ha parlato di «città che si prende cura» di grandi eventi, cultura, verde e riqualificazioni. Ma fuori dalla sala stampa il centrodestra organizzava una contro-conferenza accusando la giunta di governare una «città immobile e poco sicura». L’ex sindaco reggente Pietro Piciocchi ha parlato di «narrazione stucchevole». Secondo il capogruppo di Vince Genova, la giunta avrebbe ereditato «un Comune con un avanzo consistente e un debito ridotto», ritrovandosi, invece, oggi con «le tasse comunali più alte d’Italia e con l’aliquota massima applicata sull’Irpef». Ma la vera ferita politica si chiama Amt.
La municipalizzata dei trasporti è stata raccontata dalla stessa giunta come un malato in terapia intensiva. Il vicesindaco Alessandro Terrile ha ammesso «errori», ha parlato di un’azienda «inseguita dai creditori» e di un servizio che «non sarà all’altezza per diversi mesi». La Salis ha ringraziato sindacati, lavoratori e cittadini «pazienti». Tutti, tranne la Regione del governatore Marco Bucci. Nessun grazie per gli anticipi milionari e, soprattutto, per i 40 milioni di euro a fondo perduto che hanno consentito alla municipalizzata di continuare a pagare stipendi e servizi e la sua ricapitalizzazione. Nessun riconoscimento politico a chi, secondo l’opposizione, avrebbe materialmente evitato il collasso immediato dell’azienda.
Ma ha continuato a ripetere che farà «la sindaca per cinque anni» e che non cambierà idea. Nonostante la postura da leader nazionale che cerca di darsi. Lo dimostra anche il passaggio sul campo largo: «È imprescindibile». Anche se un giornalista l’ha ricondotta alla realtà ricordandole che a Venezia non è andata così bene. Ma c’è stato anche il momento in cui ha rivendicato di essere stata «scandagliata» più di ogni altro sindaco perché Genova starebbe facendo «qualcosa di importante anche in opposizione al governo». Un attivismo che il centrodestra liquida, invece, come propaganda permanente.
La leghista Paola Bordilli ha ricordato la concretezza dei risultati delle giunte di centrodestra, confrontandola con l’attuale stato di abbandono del centro storico. Mario Mascia, capogruppo di Forza Italia, ha parlato di una «proliferazione preoccupante» di studi e consulenze su verde, rifiuti e cabinovia, accusando la giunta di non avere «il coraggio di affrontare i temi da un punto di vista politico». Un argomento sul quale durante la conferenza stampa si è innestata la domanda di Giulia Mietta, giornalista di Genova24 e Ansa, moglie del portavoce del sindaco, Simone D’Ambrosio.
La risposta è stata prontissima: con Salis le consulenze costano meno rispetto all’era Bucci. Il sindaco non è quasi mai stata sorpresa dalle domande che, anzi, le hanno dato la possibilità di decantare l’operato della sua giunta. Uno dei pochi momenti fuori copione è arrivato quando un cronista del Fatto quotidiano le ha chiesto conto dei servizi comunicativi dell’agenzia Jump di Matteo Agnoletti, ex spin-doctor di Matteo Renzi (ricordiamo che proprio il fu Rottamatore è stato l’ideatore della discesa in campo della Salis) e oggi regista dell’immagine pubblica e mediatica della Salis.
Una domanda su costi e finanziatori alla quale la prima cittadina ha provato a sottrarsi così: «È una cosa personale, questa è una domanda che riguarda solo me. E avevamo chiesto di restringere le domande all’amministrazione della città». Una risposta che ha finito inevitabilmente per alimentare altri quesiti, soprattutto dopo una conferenza stampa costruita sul controllo preventivo dei temi da affrontare. Resta da capire se l’arrivo di Piantedosi metterà in discussione una narrazione che in pochi in città provano a smontare.
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