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2024-09-30
Tutte le ombre del piano Oms per eradicare l’Hiv
Il nuovo mantra dell’Organizzazione mondiale della sanità, per fermare la diffusione dell’Hiv ed eradicare il virus entro il 2030, è rendere «ampiamente disponibili» farmaci long acting, cioè a lunga durata d’azione, come profilassi pre-esposizione (Prep) nei soggetti sani che abbiano rapporti sessuali a rischio. Nelle ultime settimane, anche alla Camera dei deputati si è tenuto un evento dedicato alle nuove opportunità di gestione e prevenzione per «l’emergenza sanitaria silente». Nella lotta all’infezione va certamente segnalato che terapie innovative hanno reso questa malattia molto più gestibile, tanto che attualmente una persona con Hiv, quando segue il trattamento, arriva ad avere una carica virale non rilevabile (Undetectable) e quindi non è più in grado di trasmettere l’infezione (Untrasmittable), da cui l’equazione U=U. Inoltre, per curarsi, queste persone, non solo possono assumere una sola pillola al giorno, invece delle 15-20 di trent’anni fa, ma hanno a disposizione anche trattamenti iniettivi long acting che si somministrano ogni due mesi. Recentemente l’agenzia americana Fda ha approvato anche una nuova formulazione che dura sei mesi. Ovviamente, con l’innovazione, i costi dei farmaci tendono ad aumentare, ma per la sanità potrebbero abbassarsi, dato che, controllando meglio la malattia si ridurrebbero accessi all’ospedale, visite ed esami. La cosa non è detto sia uguale nel caso dell’uso di questi farmaci come Prep. Da un anno, la terapia orale preventiva è rimborsata e viene erogata dalla farmacia ospedaliera su ricetta dello specialista di malattie infettive, on demand, cioè da assumere in occasione di un possibile rapporto a rischio o, in base alle abitudini sessuali, in maniera continuativa.
In osservanza all’Oms, la comunità scientifica e la community dei pazienti ritengono insufficiente questa misura e chiedono all’Agenzia del farmaco (Aifa) l’approvazione del rimborso della formulazione long acting della Prep, che ha avuto l’ok in Europa, per questa indicazione, nel 2023. L’appello è emerso ultimamene all’Icar, Italian conference on Aids and antiviral research, il convegno di riferimento per il settore. Sicuramente, come afferma il direttore scientifico della Simit, Società italiana di malattie infettive e tropicali, Massimo Andreoni, la Prep long acting «amplia l’offerta complessiva delle diverse modalità di prevenzione per un virus per cui non esiste un vaccino» ma, anche ammettendo che questa sia davvero un’emergenza sanitaria, è davvero l’unica soluzione?
Negli ultimi vent’anni il numero di persone con diagnosi di Hiv è quasi raddoppiato, passando da circa 70.000 casi nel 2000 a oltre 120.000 nel 2023. Il notiziario dell’Istituto superiore di sanità del 2022 segnala che in Italia sono state effettuate 1.888 nuove diagnosi di infezione da Hiv, pari a 3,2 nuovi casi per 100.000 residenti. Certo, sono numeri importanti, ma nemmeno lontanamente paragonabili a quelli di cancro, diabete o di altre malattie autoimmuni. Per la prevenzione dell’Hiv, al di là dello stile di vita, c’è il condom. Infatti la Prep, in base ai dati epidemiologici, è usata principalmente da maschi che fanno sesso con maschi (Msm), donne ad alto rischio, transgender e sex worker che non usano il preservativo. Comunque, a un anno dalla rimborsabilità, l’indagine Pride, che ha coinvolto 62 centri Icona e 3 checkpoint, tra dicembre 2023 e gennaio 2024, registra 11.675 consumatori di Prep orale di cui il 50,1% in Lombardia e il 17,9% nel Lazio. In particolare, emerge che il rapporto tra le persone con Hiv e gli utilizzatori di Prep orale non è omogeneo nelle varie regioni italiane (Lombardia 6,84; Lazio 9,60). Si evince quindi una scarsa diffusione della stessa Prep orale dovuta probabilmente ai pochi centri di riferimento, alla limitata erogazione sul territorio, ai rischi legati all’aderenza e allo stigma. La long acting sembra in grado di risolvere solo uno di questi problemi: l’aderenza. Certo, dopo la rimborsabilità, «gli utenti sono più che raddoppiati», commenta Antonella Cingolani, copresidente Icar. Una recente indagine diffusa su canali digitali specifici della popolazione Lgbtqia+ su 1.419 soggetti mostra che solo il 27% assume la Prep orale. Un altro questionario su 1.056 utenti di Prep orale di Milano, ha segnalato che il 27,8% ha problemi di aderenza e tossicità con la prevenzione orale e preferirebbe la long acting. Un’altra survey dello scorso marzo 2024, sugli utilizzatori di Prep orale sempre a Milano, mostra che, dei 419 intervistati (98% maschi e 70% laureati) il 74,9% ha interesse per la long acting perché oltre la metà, oltre a dichiarare una scarsa informazione, si dice stanco di assumere delle compresse e di non poterne più di essere dipendente da una pillola per fare attività sessuale in libertà. Certo, quest’ultimo aspetto forse è meglio non compararlo ai bisogni di chi si trova, suo malgrado, dipendente dalle medicine per vivere. In ogni caso è chiaro che a questa community manchi molto più della long acting, a partire dall’informazione, e non solo sulla Prep, ma anche sulla prevenzione di altre infezioni a trasmissione sessuale. La pillola infatti protegge solo da una delle infezioni collegate a questi comportamenti a rischio: tutte le altre restano acquisibili. «In Inghilterra», spiega Marco Cusini, responsabile del centro Mts, Malattie a trasmissione sessuale del Policlinico di Milano, «dove è diffusa la Prep, soprattutto in ambienti con alta promiscuità, dove il più delle volte si fa sesso omosessuale, andate a vedere i dati di aumento di sifilide e gonorrea in queste sacche di popolazione ad elevata promiscuità. Sentirsi garantiti dalla Prep porta ad altre, gravi conseguenze», sottolinea l’esperto ricordando l’importanza del condom per prevenire tutte queste infezioni. Si deve inoltre considerare che, «la sifilide si trasmette una volta su due. La gonorrea praticamente una volta su uno. La clamidia una volta su tre. Il papilloma quasi sempre», mente «l’Hiv, invece, ha un indice di trasmissione molto più basso: un rapporto ogni cento», anche se causa una malattia più grave.
Ci sono poi altre emergenze su cui lavorare, prima della Prep long acting. I dati del Centro operativo Aids dell’Iss, evidenziano che, nel 2022 il 58,8% delle persone che hanno ricevuto una diagnosi per Hiv era già in Aids o prossimo a questa fase. La maggioranza delle nuove diagnosi di infezione da Hiv è attribuibile a rapporti sessuali, che costituiscono l’83,9% di tutte le segnalazioni: 40,9% di Msm; 25,1% eterosessuali maschi e 17,9% eterosessuali femmine.
«Così si toglierebbero risorse a chi ha necessità più urgenti»

Giovanni Di Perri (Ansa)
In un servizio sanitario lontano dall’ideale, contro l’Hiv, in presenza di altre possibili soluzioni, la Prep, prevenzione pre esposizione, in persone sane non è sostenibile dal punto di vista etico ed economico. Da medico, Giovanni Di Perri, direttore del dipartimento di Malattie Infettive dell’ospedale Amedeo di Savoia e della Scuola di specializzazione in Malattie infettive dell’Università di Torino, risponde alla Verità sulla Prep, «un trattamento che può essere richiesto o proposto dallo specialista a soggetti che hanno una vita sessuale ad alto rischio di contrarre l’Hiv e non usano o usano in maniera incostante metodi di protezione tradizionali, come il preservativo».
Attualmente in Italia si usa la Prep in pillole, che è rimborsata. Come funziona?
«È composta da due farmaci, tenofovir ed emtricitabina, che sono generici, quindi a basso costo. Si possono assumere quotidianamente o on demand, ovvero solo in prossimità di un rapporto sessuale a rischio. I costi dipendono dalla frequenza con cui si assume il farmaco. Il costo a terapia è sui 50-60 euro. Siamo su cifre decisamente più basse rispetto alla Prep iniettabile, che copre per due mesi».
Proprio su quest’ultima formulazione, definita long acting che è stata approvata in Europa un anno fa, con costi tra i 500 e i 1.000 euro a iniezione, ultimamente, si moltiplicano le istanze per il suo rimborso. Serve davvero?
«È una grande innovazione. Si tratta di un’iniezione che si fa ogni due mesi. Questo riduce enormemente i problemi legati all’aderenza al trattamento, rispetto alla pillola da prendere quotidianamente o su richiesta. È un farmaco, il cabotegravir, che in Italia non è ancora rimborsato in profilassi. È lo stesso principio che stiamo già usando in terapia per l’Hiv in associazione con rilpivirina. La novità della Prep long acting sta proprio nella sua formulazione iniettabile e nel fatto che è un farmaco singolo e che dura per due mesi».
Ultimamente la Fda ha approvato una nuova molecola per la Prep e che dà una copertura per 6 mesi, a circa 40.000 euro l’anno. Al di là del costo dei farmaci, ha senso trattare come se fossero malate persone che sono, di fatto, sane?
«Questo è un dibattito importante. La Prep, di per sé, previene solo l’Hiv e non le altre infezioni sessualmente trasmissibili, come gonorrea o clamidia. Tuttavia, dal punto di vista della salute pubblica, prevenire nuovi casi di Hiv può essere comunque un risparmio a lungo termine, poiché il trattamento dell’Hiv è per tutta la vita. Il problema etico e finanziario si pone però quando ci si chiede se la collettività debba sostenere i costi di una profilassi per persone sane che potrebbero proteggersi in altri modi, come con il preservativo».
A proposito di altre infezioni sessualmente trasmissibili, quanto è comune contrarle tra i soggetti che usano la Prep?
«È un dato significativo. Tra le persone che usano la Prep, circa il 50% sviluppa regolarmente infezioni sessualmente trasmissibili, proprio perché non usano il preservativo. Questo rappresenta un impegno per i servizi sanitari, sia in termini di diagnostica che di cura».
Oltre al danno la beffa. La collettività, oltre a pagare una terapia per prevenire solo l’Hiv, deve sostenere anche i costi sanitari per le altre infezioni. Il tutto in presenza di un’alternativa, il condom, che potrebbe ridurre anche l’impatto delle altre. Non un grande investimento per un servizio sanitario a corto di risorse. Chi ha consapevolmente comportamenti sessuali promiscui ha solo diritti e nessun dovere?
«Qui tocchiamo un tema molto delicato. Il problema sui diritti, è un ragionamento che fa parte del concetto di libertà di questi ultimi anni. La richiesta della Prep rientra nelle libertà che una società evoluta offre ai propri cittadini. Tuttavia, è vero che dobbiamo anche fare i conti con le risorse disponibili. Da medico, vedo molte malattie gravi e dolorose che necessitano di risorse e, personalmente, sarei propenso a dare priorità a chi ha necessità più urgenti. Si tratta comunque di un discorso che dovrebbe coinvolgere anche giuristi, economisti e, ovviamente, i cittadini. Il punto è che, in ogni caso, si può ovviamente prevenire l’Hiv come si faceva fin dall'inizio, con il preservativo. Con la Prep si resta comunque a rischio di altre infezioni che si presentano a intervalli regolari e che vanno a impattare su un servizio sanitario in carenza di risorse economiche e di personale».
La collettività paga per trattare da malato uno che è sano, un po’ come con il vaccino per il Covid nei giovani adulti. Che senso ha?
«È un problema di coerenza. Se a un certo punto si ammette che la Prep deve essere rimborsata dallo Stato, la Prep avrà la sua evoluzione. A questo punto si ragiona in termini di innovatività, che è reale per l’iniettabile: anziché prendere una pillola ogni volta che sono esposto al rischio, con l’altra, per due mesi, sto tranquillo. Il nuovo farmaco è anche più efficace del precedente. Giustamente, alla luce di questi vantaggi aggiuntivi, il prezzo aumenta. Il punto è che quando il Servizio sanitario ha risolto i bisogni primari dei cittadini e avanzano risorse, allora posso dedicarne a questo tipo di interventi, ma quando ho una realtà in cui per una ecografia posso aspettare anche 9 mesi, sono ben lontano da aver risposto alle esigenze di base dei cittadini. Rispetto alla Prep, da medico, certamente, vedrei una priorità altrove».
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L’obiettivo è offrire a soggetti sani (soprattutto maschi omosessuali) farmaci preventivi gratuiti da prendere prima di rapporti a rischio. Ma è giusto che la collettività se ne sobbarchi il costo?L’esperto Giovanni Di Perri: «La profilassi pre esposizione non copre da infezioni sessuali come gonorrea o clamidia. In una sanità in cui per un’ecografia si devono aspettare anche nove mesi, le priorità devono essere altre».Lo speciale contiene due articoli.Il nuovo mantra dell’Organizzazione mondiale della sanità, per fermare la diffusione dell’Hiv ed eradicare il virus entro il 2030, è rendere «ampiamente disponibili» farmaci long acting, cioè a lunga durata d’azione, come profilassi pre-esposizione (Prep) nei soggetti sani che abbiano rapporti sessuali a rischio. Nelle ultime settimane, anche alla Camera dei deputati si è tenuto un evento dedicato alle nuove opportunità di gestione e prevenzione per «l’emergenza sanitaria silente». Nella lotta all’infezione va certamente segnalato che terapie innovative hanno reso questa malattia molto più gestibile, tanto che attualmente una persona con Hiv, quando segue il trattamento, arriva ad avere una carica virale non rilevabile (Undetectable) e quindi non è più in grado di trasmettere l’infezione (Untrasmittable), da cui l’equazione U=U. Inoltre, per curarsi, queste persone, non solo possono assumere una sola pillola al giorno, invece delle 15-20 di trent’anni fa, ma hanno a disposizione anche trattamenti iniettivi long acting che si somministrano ogni due mesi. Recentemente l’agenzia americana Fda ha approvato anche una nuova formulazione che dura sei mesi. Ovviamente, con l’innovazione, i costi dei farmaci tendono ad aumentare, ma per la sanità potrebbero abbassarsi, dato che, controllando meglio la malattia si ridurrebbero accessi all’ospedale, visite ed esami. La cosa non è detto sia uguale nel caso dell’uso di questi farmaci come Prep. Da un anno, la terapia orale preventiva è rimborsata e viene erogata dalla farmacia ospedaliera su ricetta dello specialista di malattie infettive, on demand, cioè da assumere in occasione di un possibile rapporto a rischio o, in base alle abitudini sessuali, in maniera continuativa. In osservanza all’Oms, la comunità scientifica e la community dei pazienti ritengono insufficiente questa misura e chiedono all’Agenzia del farmaco (Aifa) l’approvazione del rimborso della formulazione long acting della Prep, che ha avuto l’ok in Europa, per questa indicazione, nel 2023. L’appello è emerso ultimamene all’Icar, Italian conference on Aids and antiviral research, il convegno di riferimento per il settore. Sicuramente, come afferma il direttore scientifico della Simit, Società italiana di malattie infettive e tropicali, Massimo Andreoni, la Prep long acting «amplia l’offerta complessiva delle diverse modalità di prevenzione per un virus per cui non esiste un vaccino» ma, anche ammettendo che questa sia davvero un’emergenza sanitaria, è davvero l’unica soluzione? Negli ultimi vent’anni il numero di persone con diagnosi di Hiv è quasi raddoppiato, passando da circa 70.000 casi nel 2000 a oltre 120.000 nel 2023. Il notiziario dell’Istituto superiore di sanità del 2022 segnala che in Italia sono state effettuate 1.888 nuove diagnosi di infezione da Hiv, pari a 3,2 nuovi casi per 100.000 residenti. Certo, sono numeri importanti, ma nemmeno lontanamente paragonabili a quelli di cancro, diabete o di altre malattie autoimmuni. Per la prevenzione dell’Hiv, al di là dello stile di vita, c’è il condom. Infatti la Prep, in base ai dati epidemiologici, è usata principalmente da maschi che fanno sesso con maschi (Msm), donne ad alto rischio, transgender e sex worker che non usano il preservativo. Comunque, a un anno dalla rimborsabilità, l’indagine Pride, che ha coinvolto 62 centri Icona e 3 checkpoint, tra dicembre 2023 e gennaio 2024, registra 11.675 consumatori di Prep orale di cui il 50,1% in Lombardia e il 17,9% nel Lazio. In particolare, emerge che il rapporto tra le persone con Hiv e gli utilizzatori di Prep orale non è omogeneo nelle varie regioni italiane (Lombardia 6,84; Lazio 9,60). Si evince quindi una scarsa diffusione della stessa Prep orale dovuta probabilmente ai pochi centri di riferimento, alla limitata erogazione sul territorio, ai rischi legati all’aderenza e allo stigma. La long acting sembra in grado di risolvere solo uno di questi problemi: l’aderenza. Certo, dopo la rimborsabilità, «gli utenti sono più che raddoppiati», commenta Antonella Cingolani, copresidente Icar. Una recente indagine diffusa su canali digitali specifici della popolazione Lgbtqia+ su 1.419 soggetti mostra che solo il 27% assume la Prep orale. Un altro questionario su 1.056 utenti di Prep orale di Milano, ha segnalato che il 27,8% ha problemi di aderenza e tossicità con la prevenzione orale e preferirebbe la long acting. Un’altra survey dello scorso marzo 2024, sugli utilizzatori di Prep orale sempre a Milano, mostra che, dei 419 intervistati (98% maschi e 70% laureati) il 74,9% ha interesse per la long acting perché oltre la metà, oltre a dichiarare una scarsa informazione, si dice stanco di assumere delle compresse e di non poterne più di essere dipendente da una pillola per fare attività sessuale in libertà. Certo, quest’ultimo aspetto forse è meglio non compararlo ai bisogni di chi si trova, suo malgrado, dipendente dalle medicine per vivere. In ogni caso è chiaro che a questa community manchi molto più della long acting, a partire dall’informazione, e non solo sulla Prep, ma anche sulla prevenzione di altre infezioni a trasmissione sessuale. La pillola infatti protegge solo da una delle infezioni collegate a questi comportamenti a rischio: tutte le altre restano acquisibili. «In Inghilterra», spiega Marco Cusini, responsabile del centro Mts, Malattie a trasmissione sessuale del Policlinico di Milano, «dove è diffusa la Prep, soprattutto in ambienti con alta promiscuità, dove il più delle volte si fa sesso omosessuale, andate a vedere i dati di aumento di sifilide e gonorrea in queste sacche di popolazione ad elevata promiscuità. Sentirsi garantiti dalla Prep porta ad altre, gravi conseguenze», sottolinea l’esperto ricordando l’importanza del condom per prevenire tutte queste infezioni. Si deve inoltre considerare che, «la sifilide si trasmette una volta su due. La gonorrea praticamente una volta su uno. La clamidia una volta su tre. Il papilloma quasi sempre», mente «l’Hiv, invece, ha un indice di trasmissione molto più basso: un rapporto ogni cento», anche se causa una malattia più grave. Ci sono poi altre emergenze su cui lavorare, prima della Prep long acting. I dati del Centro operativo Aids dell’Iss, evidenziano che, nel 2022 il 58,8% delle persone che hanno ricevuto una diagnosi per Hiv era già in Aids o prossimo a questa fase. La maggioranza delle nuove diagnosi di infezione da Hiv è attribuibile a rapporti sessuali, che costituiscono l’83,9% di tutte le segnalazioni: 40,9% di Msm; 25,1% eterosessuali maschi e 17,9% eterosessuali femmine.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/ombre-piano-oms-eradicare-hiv-2669294336.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="cosi-si-toglierebbero-risorse-a-chi-ha-necessita-piu-urgenti" data-post-id="2669294336" data-published-at="1727689789" data-use-pagination="False"> «Così si toglierebbero risorse a chi ha necessità più urgenti» Giovanni Di Perri (Ansa) In un servizio sanitario lontano dall’ideale, contro l’Hiv, in presenza di altre possibili soluzioni, la Prep, prevenzione pre esposizione, in persone sane non è sostenibile dal punto di vista etico ed economico. Da medico, Giovanni Di Perri, direttore del dipartimento di Malattie Infettive dell’ospedale Amedeo di Savoia e della Scuola di specializzazione in Malattie infettive dell’Università di Torino, risponde alla Verità sulla Prep, «un trattamento che può essere richiesto o proposto dallo specialista a soggetti che hanno una vita sessuale ad alto rischio di contrarre l’Hiv e non usano o usano in maniera incostante metodi di protezione tradizionali, come il preservativo». Attualmente in Italia si usa la Prep in pillole, che è rimborsata. Come funziona? «È composta da due farmaci, tenofovir ed emtricitabina, che sono generici, quindi a basso costo. Si possono assumere quotidianamente o on demand, ovvero solo in prossimità di un rapporto sessuale a rischio. I costi dipendono dalla frequenza con cui si assume il farmaco. Il costo a terapia è sui 50-60 euro. Siamo su cifre decisamente più basse rispetto alla Prep iniettabile, che copre per due mesi». Proprio su quest’ultima formulazione, definita long acting che è stata approvata in Europa un anno fa, con costi tra i 500 e i 1.000 euro a iniezione, ultimamente, si moltiplicano le istanze per il suo rimborso. Serve davvero? «È una grande innovazione. Si tratta di un’iniezione che si fa ogni due mesi. Questo riduce enormemente i problemi legati all’aderenza al trattamento, rispetto alla pillola da prendere quotidianamente o su richiesta. È un farmaco, il cabotegravir, che in Italia non è ancora rimborsato in profilassi. È lo stesso principio che stiamo già usando in terapia per l’Hiv in associazione con rilpivirina. La novità della Prep long acting sta proprio nella sua formulazione iniettabile e nel fatto che è un farmaco singolo e che dura per due mesi». Ultimamente la Fda ha approvato una nuova molecola per la Prep e che dà una copertura per 6 mesi, a circa 40.000 euro l’anno. Al di là del costo dei farmaci, ha senso trattare come se fossero malate persone che sono, di fatto, sane? «Questo è un dibattito importante. La Prep, di per sé, previene solo l’Hiv e non le altre infezioni sessualmente trasmissibili, come gonorrea o clamidia. Tuttavia, dal punto di vista della salute pubblica, prevenire nuovi casi di Hiv può essere comunque un risparmio a lungo termine, poiché il trattamento dell’Hiv è per tutta la vita. Il problema etico e finanziario si pone però quando ci si chiede se la collettività debba sostenere i costi di una profilassi per persone sane che potrebbero proteggersi in altri modi, come con il preservativo». A proposito di altre infezioni sessualmente trasmissibili, quanto è comune contrarle tra i soggetti che usano la Prep? «È un dato significativo. Tra le persone che usano la Prep, circa il 50% sviluppa regolarmente infezioni sessualmente trasmissibili, proprio perché non usano il preservativo. Questo rappresenta un impegno per i servizi sanitari, sia in termini di diagnostica che di cura». Oltre al danno la beffa. La collettività, oltre a pagare una terapia per prevenire solo l’Hiv, deve sostenere anche i costi sanitari per le altre infezioni. Il tutto in presenza di un’alternativa, il condom, che potrebbe ridurre anche l’impatto delle altre. Non un grande investimento per un servizio sanitario a corto di risorse. Chi ha consapevolmente comportamenti sessuali promiscui ha solo diritti e nessun dovere? «Qui tocchiamo un tema molto delicato. Il problema sui diritti, è un ragionamento che fa parte del concetto di libertà di questi ultimi anni. La richiesta della Prep rientra nelle libertà che una società evoluta offre ai propri cittadini. Tuttavia, è vero che dobbiamo anche fare i conti con le risorse disponibili. Da medico, vedo molte malattie gravi e dolorose che necessitano di risorse e, personalmente, sarei propenso a dare priorità a chi ha necessità più urgenti. Si tratta comunque di un discorso che dovrebbe coinvolgere anche giuristi, economisti e, ovviamente, i cittadini. Il punto è che, in ogni caso, si può ovviamente prevenire l’Hiv come si faceva fin dall'inizio, con il preservativo. Con la Prep si resta comunque a rischio di altre infezioni che si presentano a intervalli regolari e che vanno a impattare su un servizio sanitario in carenza di risorse economiche e di personale». La collettività paga per trattare da malato uno che è sano, un po’ come con il vaccino per il Covid nei giovani adulti. Che senso ha? «È un problema di coerenza. Se a un certo punto si ammette che la Prep deve essere rimborsata dallo Stato, la Prep avrà la sua evoluzione. A questo punto si ragiona in termini di innovatività, che è reale per l’iniettabile: anziché prendere una pillola ogni volta che sono esposto al rischio, con l’altra, per due mesi, sto tranquillo. Il nuovo farmaco è anche più efficace del precedente. Giustamente, alla luce di questi vantaggi aggiuntivi, il prezzo aumenta. Il punto è che quando il Servizio sanitario ha risolto i bisogni primari dei cittadini e avanzano risorse, allora posso dedicarne a questo tipo di interventi, ma quando ho una realtà in cui per una ecografia posso aspettare anche 9 mesi, sono ben lontano da aver risposto alle esigenze di base dei cittadini. Rispetto alla Prep, da medico, certamente, vedrei una priorità altrove».
Papa Leone XIV. Nel riquadro, Kiko Argüello (Ansa)
Nato agli inizi degli anni Sessanta in Spagna, ad opera di due laici spagnoli, Kiko Argüello e Carmen Hernández con il sostegno dell’allora arcivescovo di Madrid, Casimiro Morcillo González, il Cammino si è diffuso in tutti i cinque Continenti ed è presente in più di 1.000 diocesi di 105 nazioni. Il carisma, la specificità, del Cammino neocatecumenale, è di non dare per scontata la fede; anzi di essere un percorso graduale di iniziazione alla fede e alla vita cristiana, che insegna ad incarnare la fede in ogni fatto e gesto della vita quotidiana, partendo proprio da eventi di dolore e sofferenza di fronte ai quali la ragione si perde e non ha parole di senso. Quando San Giovanni Paolo II lanciò il forte appello alla «nuova evangelizzazione», nel 1979, nello storico discorso tenuto a Nowa Huta, in Polonia, come risposta alla sfide del mondo sempre più secolarizzato, invitando a ripartire dall’annuncio pasquale della morte e Resurrezione di Gesù Cristo con un nuovo slancio missionario, il Cammino accolse l’appello e diede inizio a una stagione di missio ad gentes con presbiteri, laici e intere famiglie, itineranti in ogni angolo della Terra, dalla sperduta Siberia alla Terra del Fuoco. In particolare, le famiglie neocatecumenali hanno dato vita a una nuova, vera e propria implantatio ecllesiae, scegliendo di lasciare la propria città, per vivere in paesi stranieri, profondamente scristianizzati, come cellule vive di vita cristiana, nella certezza che «vedere la fede, invita alla fede».
Fu proprio papa Giovanni Paolo II a inviare in missione le prime famiglie, nel 1983, con il mandato che la Chiesa ha ricevuto dal suo stesso «fondatore»: «Andate e fate discepole tutte le genti, annunciando loro il Vangelo». A loro si è rivolto papa Leone, esprimendo il suo grazie: hanno lasciato «le sicurezze della vita ordinaria» e sono partite «con l’unico desiderio di annunciare il Vangelo ed essere testimoni dell’amore di Dio».
Negli stessi anni, cominciarono a nascere seminari per la «nuova evangelizzazione», a partire da Roma, sotto il titolo e la protezione della Redemptoris Mater. Ora se ne contano più di 100 in tutto il mondo. Un segno speciale della vitalità dell’esperienza neocatecumenale è proprio la presenza di numerose vocazioni alla vita sacerdotale, religiosa e consacrata, sia maschili che femminili, confermata anche dall’ultima chiamata vocazionale in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù di Tor Vergata: 130.000 giovani del Cammino, con 10.000 circa disposti a iniziare il percorso verso la definitiva consacrazione. In conclusione, papa Leone ha esortato a vivere in pienezza la comunione nella Chiesa: «La Chiesa vi accompagna, vi sostiene, vi è grata per ciò che fate, per il vostro impegno, per la vostra gioiosa testimonianza, per il servizio che svolgete nella Chiesa e nel mondo».
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(IStock)
Consiglio a tutti i genitori dei bambini deportati dai servizi sociali e ai loro avvocati la lettura di questo testo, così potranno rendersi conto di quanto sia granitico, ideologizzato e strutturalmente marcio il sistema che hanno di fronte. È ancora rintracciabile su Internet l’audizione fatta in Senato da Federica Anghinolfi, l’assistente sociale che ha spaccato famiglie e distrutto vite a Bibbiano: assolutamente da leggere. Abbattere la struttura sociale basata sulla famiglia è la missione ideologica degli assistenti sociali, ufficialmente dichiarata. Non sono onesti funzionari statali che si guadagnano lo stipendio svolgendo il compito di aiutare le persone socialmente in difficoltà, sono un movimento eversivo, hanno il compito di cambiare il mondo, cioè noi. Così come siamo gli facciamo letteralmente schifo. Siamo troppo cristiani, trappo patriarcali, troppo attaccati a un’idea di famiglia «che è e deve essere superata».
Forti di una laurea che altro non è che indottrinamento postmarxista, con una particolare attenzione alla parte più tragicamente scema del marxismo, quella di Alessandra Kollontay e Simone de Boauvoir, con in aggiunta l’ideologia Lgbt e le fesserie degli studi gender di Judy Butler, le assistenti sociali si ritengono in grado di capire le storture della società e di raddrizzarle, secondo un loro modello di società «buona» che è un inferno in Terra. Sono una cellula eversiva estremamente politicizzata, che usa il denaro dei contribuenti per distruggere famiglie, finanziare straordinarie e intricate filiere multimilionarie fatte di cooperative, comunità, sovvenzioni alle famiglie affidatarie, e orfanotrofi di Stato, che non sono né casa né famiglia, chiamati «case famiglia» con un’ironia in nulla inferiore alla scritta all’ingresso del gulag delle isole Solovki «Il lavoro fortifica anima e corpo». Hanno potere infinito di distruggere vite, ferire e portare all’inferno se non al suicidio e soprattutto traumatizzare in maniera atroce e irreversibile i bambini.
Il trauma della deportazione è talmente violento da causare un congelamento emotivo del bambino, un danno che candida il bambino a future malattie neoplastiche e degenerative, e che lo rende particolarmente malleabile. Nel linguaggio deforme dei cosiddetti servizi sociali questo annientamento emotivo si chiama resettare. I bambini deportati piangono ininterrottamente per la prima notte, a volte per un paio di giorni, poi «si calmano». Quelle che gli assistenti sociali fanno sono deportazioni. Una persona tolta da un istante all’altro dalla sua famiglia, dal suo vissuto, dalla sua casa, dal suo cane o dal suo gatto se ce li ha, dai suoi amici, dagli zii e dai nonni, dai suoi libri, i suoi giocattoli è deportato: una violenza inaudita che lo Stato italiano continua a permettere e a finanziare con cifre folli sottratte ai cittadini e alle famiglie dei bambini disabili. Questa violenza causa il congelamento emotivo che rende particolarmente vulnerabili all’abuso. I bambini non reagiscono, non parlano. Se anche avessero il coraggio di parlare, a chi parlano? Alla madre che non possono vedere? Al padre? Tuo padre non esiste più, ha sibilato una psicologa a uno dei bambini deportati a Bibbiano, tolti alle loro famiglie per essere consegnati agli amici degli amici insieme al sussidio per l’affidamento, un secondo stipendio. Un bambino deportato a chi parla? Alla stessa assistente sociale che lo ha deportato?
Ogni volta che un bambino è in un luogo a contatto con persone che non sono sue parenti, il rischio di abuso sessuale aumenta. Succedeva nei college inglesi, volete che non succeda nelle non case non famiglie? I bambini deportati in congelamento emotivo sono le vittime perfette dell’abuso sessuale, abuso che è spaventosamente sottostimato. Se digitate su Google le parole «casa famiglia e abuso sessuale» scoprirete che nelle case famiglia, cito testualmente «il quantitativo di abusi sessuali è preoccupante». Non abbastanza preoccupante perché qualcuno faccia qualcosa, per esempio lasciare i bambini a casa loro invece che deportarli nelle non-case-non-famiglie.
Un buon numero di abusi avviene ad opera di altri utenti della struttura, e resta ignoto. In effetti è oggettivamente a rischio il bambino carino di 7/8 anni messo di fianco al dodicenne, magari non tanto carino perché arriva da un campo rom o è un minore non accompagnato di un metro e 90 per un metro di spalle. L’abuso sessuale commesso da un minore lascia un trauma lo stesso, ma non è considerato un reato, perché il minore non è imputabile, e quindi scompare, non è presente nelle statistiche, non fa notizia, è solo presente in una psiche devastata, forse in una patologia proctologica e una malattia sessualmente trasmissibile. L’abuso sessuale può essere fatto dagli stessi operatori, in condizioni semplici o all’interno di riti satanici. Non è una battuta: è già successo. A Taviano (Lecce), nell’aprile 2013 ben sette bambini sono stati abusati all’interno di una rito satanico. Per una persona che abbia tendenze pedofile, quale situazione migliore che fare il corso di operatore e farsi assumere dove i bambini sono deportati?
I servizi sociali si sono precipitati a deportare bambini, a distruggere famiglie, mandare a processo padri innocenti che poi sono stati assolti per dei disegni. Chiunque vi spieghi che da un disegno di un bambino si può dedurre un abuso, vi sta dicendo fesserie. I bambini di oggi, con pochi lodevoli e geniali eccezioni come i bambini del bosco, crescono in mezzo alla follia di cinema e televisione, il fratello maggiore guarda film horror o spaventosi video musicali, per non parlare del nonno che ogni tanto guarda i porno dimenticandosi di chiudere la porta. Migliaia di immagini scolano nel subconscio del bambino ed escono in disegni da cui non si deve dedurre un accidente di niente.
I disegni dei bambini acquistano significato solo se ripetuti, ripetitivi, sistematicamente angoscianti, osservati nel tempo, in tempi lunghi e in ambienti molto sereni. Innumerevoli volte per un disegno sospetto, fatto a scuola e segnalato dalla maestra - che è un’esperta perché ha seguito il corso serale in due lezioni da 45 minuti ognuna sui disegni dei bambini - poliziotti sono piombati nel soggiorno di una madre che stava preparando il pranzo e hanno deportato i due bambini. È successo a Basiglio (2008-2011). Dopo anni di indagini, perizie grafiche e psicologiche, i genitori sono stati assolti con formula piena e i due fratellini deportati sono tornati a casa, e nessuno ha pagato per le loro vite traumatizzate e riempite di dolore. Lo stesso è successo a Ceccano nel 2020, dove tre figli sono stati tolti alla famiglia, per poi scoprire che le accuse di maltrattamento erano infondate. Il caso più tragico è quello di Angela, che ha fatto a scuola un disegno che, secondo lei, rappresentava il fantasma Casper, secondo la maestra un pene. Senza nessuna verifica, tramite l’articolo 403 del codice civile, con una fede cieca nell’interpretazione soggettiva di un disegno infantile, il 24 novembre del 1995 Angela è stata strappata alla sua famiglia. Un’assistente sociale e due carabinieri la prelevano a scuola. Ha sei anni. È terrorizzata. Piange e supplica che papà e mamma vadano a prenderla. Gli interrogatori nel centro di affido sono durissimi, durano ore, se dici che papà ti ha fatto male ti lascio andare a casa. Una volta che il bambino è stato deportato, non si può più dire che è stato un errore. La bambina farfuglia di un abuso che non c’è stato. Il padre condannato in primo grado farà due anni di prigione prima di essere assolto in appello. Ma nel frattempo Angela è stata data in adozione a un’altra famiglia che ora è la «sua famiglia» e non sarà restituita ai suoi genitori perché, «non si può levare un bambino alla sua famiglia», spiegano i servizi. Il padre non molla, impiegherà undici anni, ma ritroverà la sua bambina, ormai diciottenne, finalmente libera. Nessuno ha pagato. Nessuno paga mai.
Leggi da fare immediatamente: assistenti sociali e giudici devono pagare sia civilmente che penalmente per le conseguenze disastrose di eventuali scelte senza senso. In ogni istante deve esserci la presenza dell’avvocato di famiglia.
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(IStock)
Il padre dei piccoli ne detiene l’affido esclusivo. «Non voglio vedere i miei bambini così», ripete Giovanna. «Dovrei fare incontri alla presenza dei servizi sociali di Venezia, gli stessi che affermavano che Marco stava bene invece era già sofferente; e dichiaravano che i miei figli non andavano a scuola, quando proprio in classe furono prelevati una seconda volta il 14 ottobre 2024, senza avvisarmi, per collocarli nuovamente in casa famiglia. Almeno devono cambiare servizi sociali, per molto meno lo fanno ma la mia richiesta viene ignorata».
Come raccontato a dicembre dalla Verità, ricordando l’allontanamento molto violento dei piccoli una prima volta l’8 novembre 2022, con massiccio intervento di forze dell’ordine e addirittura pompieri documentato dalla trasmissione Fuori dal coro di Mario Giordano su Rete 4, questi bambini stanno soffrendo le conseguenze di un complesso iter giudiziario di separazione.
Ad aggravare e rendere inaccettabile la situazione è che Marco non vede la mamma da mesi. Non l’ha potuta avere accanto durante l’intervento e la successiva chemio. «Con i miei genitori, assieme ai quali ho cresciuto i bambini dal 2020 all’ottobre del 2024, avevamo chiesto a Natale di poter vedere in videochiamata Marco e Luca o di sentirli telefonicamente, ma il padre si è rifiutato», spiega sconcertata Giovanna.
La signora, uno dei 36 casi esemplari di vittimizzazione secondaria denunciati nel 2022 dalla Commissione parlamentare d’inchiesta del Senato sul femminicidio, sconta la scelta di aver portato via nel 2019 i figli dalla casa dell’ex compagno a Venezia, sospettando abusi sulle creature. «La causa penale e quella civile sono state archiviate», dice. Solo nel 2025 ha potuto avere un riscontro ai suoi timori: «I bambini sono stati visti da due psicologi e psicoterapeuti che dichiarano che hanno probabilmente subìto abusi sessuali e sono in uno stato di rischio pericolo», documento della Neuropsichiatria della Aulss3 di Venezia mai segnalato né alla Procura né alla Corte d’Appello territoriale.
Giovanna sta soffrendo decisioni gravi e scorrettezze inaudite. Basti pensare che né l’avvocato del padre dei bimbi né la curatrice speciale dei minori le avevano notificato il decreto di fissazione dell’udienza in cui si discuteva se toglierle la responsabilità genitoriale. Udienza che nel 2024 si svolse così senza la madre dei bambini e senza nessun legale per essa, in violazione del contradditorio.
«Mi hanno addebitato presunte inadempienze scolastiche e ostatività materna verso la figura paterna, mentre ci sono tutte le pagelle consultabili. Quando al padre, i bambini temevano la figura paterna. Proprio per questo motivo mi sono sempre opposta agli incontri liberi fra di loro, continuando a chiedere che i piccoli venissero sottoposti ad accertamenti da parte dell’autorità giudiziaria, accertamenti da sempre negati».
Per l’avvocato Simona Donati, legale di Giovanna, la signora vive un’indubbia ingiustizia «ma allo stato attuale può vedere i figli solo se acconsente a incontri protetti. La mia assistita ne chiede l’immediata ricollocazione presso l’abitazione materna e il ripristino della responsabilità genitoriale, ma l’udienza è fissata dinanzi al Tribunale di Venezia il prossimo 16 aprile. Si prevedono tempi lunghi».
Giovanna ha presentato anche atto di citazione per querela di falso, chiedendo la nullità totale di tutti i decreti emanati dal pm. «L’unico decreto valido in 5 anni di giudizio risulterebbe essere quello di primo grado del 20 marzo 2020 che aveva disposto l’affidamento dei minori ad entrambi i genitori, con collocazione prevalente presso la madre, in quanto tutto quello che è avvenuto dal decreto del 21 luglio 2020 in avanti è da considerarsi nullo per via della costituzione del magistrato in giudizio quando lo stesso era già stato trasferito ufficialmente presso un’altra Procura», precisa l’avvocato Donati.
Con i tempi della giustizia nel frattempo i figli, uno dei quali malato, stanno lontani dalla mamma? «Il piccolo è stato portato in pronto soccorso con urgenza lo scorso 16 dicembre ma il padre l’ha comunicato solo in data 1 gennaio 2026 con pec inoltrata alla sottoscritta, al Tribunale ed al servizio sociale di Venezia. Come posso essere tranquilla?», chiede la mamma.
Aggiunge: «Più volte ho domandato una registrazione degli incontri, perché di nulla mi si possa accusare. Sono anche in causa con questi servizi sociali, pensiamo solo che è stato occultato per mesi un grave problema neurologico con effetti avversi sulla salute di Marco», esclama esasperata. «I miei bambini con me stavano bene, come certificato. Eppure io mi ritrovo senza responsabilità genitoriale».
Marina Terragni, Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, aveva chiesto «che si accerti se vi siano effettivamente stati negligenze e ritardi nell’intervento medico, se i servizi sociali e la struttura in cui il bambino era collocato abbiano efficacemente tutelato la sua salute - e così il padre, presso il quale i minori risiedono da luglio 2025 - e se l’iter giudiziario presenti eventuali irregolarità». A tutt’oggi, dice Terragni alla Verità, «non ho ricevuto nessun riscontro». Questo è l’interesse che si ha per i minori.
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