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2024-09-30
Tutte le ombre del piano Oms per eradicare l’Hiv
Il nuovo mantra dell’Organizzazione mondiale della sanità, per fermare la diffusione dell’Hiv ed eradicare il virus entro il 2030, è rendere «ampiamente disponibili» farmaci long acting, cioè a lunga durata d’azione, come profilassi pre-esposizione (Prep) nei soggetti sani che abbiano rapporti sessuali a rischio. Nelle ultime settimane, anche alla Camera dei deputati si è tenuto un evento dedicato alle nuove opportunità di gestione e prevenzione per «l’emergenza sanitaria silente». Nella lotta all’infezione va certamente segnalato che terapie innovative hanno reso questa malattia molto più gestibile, tanto che attualmente una persona con Hiv, quando segue il trattamento, arriva ad avere una carica virale non rilevabile (Undetectable) e quindi non è più in grado di trasmettere l’infezione (Untrasmittable), da cui l’equazione U=U. Inoltre, per curarsi, queste persone, non solo possono assumere una sola pillola al giorno, invece delle 15-20 di trent’anni fa, ma hanno a disposizione anche trattamenti iniettivi long acting che si somministrano ogni due mesi. Recentemente l’agenzia americana Fda ha approvato anche una nuova formulazione che dura sei mesi. Ovviamente, con l’innovazione, i costi dei farmaci tendono ad aumentare, ma per la sanità potrebbero abbassarsi, dato che, controllando meglio la malattia si ridurrebbero accessi all’ospedale, visite ed esami. La cosa non è detto sia uguale nel caso dell’uso di questi farmaci come Prep. Da un anno, la terapia orale preventiva è rimborsata e viene erogata dalla farmacia ospedaliera su ricetta dello specialista di malattie infettive, on demand, cioè da assumere in occasione di un possibile rapporto a rischio o, in base alle abitudini sessuali, in maniera continuativa.
In osservanza all’Oms, la comunità scientifica e la community dei pazienti ritengono insufficiente questa misura e chiedono all’Agenzia del farmaco (Aifa) l’approvazione del rimborso della formulazione long acting della Prep, che ha avuto l’ok in Europa, per questa indicazione, nel 2023. L’appello è emerso ultimamene all’Icar, Italian conference on Aids and antiviral research, il convegno di riferimento per il settore. Sicuramente, come afferma il direttore scientifico della Simit, Società italiana di malattie infettive e tropicali, Massimo Andreoni, la Prep long acting «amplia l’offerta complessiva delle diverse modalità di prevenzione per un virus per cui non esiste un vaccino» ma, anche ammettendo che questa sia davvero un’emergenza sanitaria, è davvero l’unica soluzione?
Negli ultimi vent’anni il numero di persone con diagnosi di Hiv è quasi raddoppiato, passando da circa 70.000 casi nel 2000 a oltre 120.000 nel 2023. Il notiziario dell’Istituto superiore di sanità del 2022 segnala che in Italia sono state effettuate 1.888 nuove diagnosi di infezione da Hiv, pari a 3,2 nuovi casi per 100.000 residenti. Certo, sono numeri importanti, ma nemmeno lontanamente paragonabili a quelli di cancro, diabete o di altre malattie autoimmuni. Per la prevenzione dell’Hiv, al di là dello stile di vita, c’è il condom. Infatti la Prep, in base ai dati epidemiologici, è usata principalmente da maschi che fanno sesso con maschi (Msm), donne ad alto rischio, transgender e sex worker che non usano il preservativo. Comunque, a un anno dalla rimborsabilità, l’indagine Pride, che ha coinvolto 62 centri Icona e 3 checkpoint, tra dicembre 2023 e gennaio 2024, registra 11.675 consumatori di Prep orale di cui il 50,1% in Lombardia e il 17,9% nel Lazio. In particolare, emerge che il rapporto tra le persone con Hiv e gli utilizzatori di Prep orale non è omogeneo nelle varie regioni italiane (Lombardia 6,84; Lazio 9,60). Si evince quindi una scarsa diffusione della stessa Prep orale dovuta probabilmente ai pochi centri di riferimento, alla limitata erogazione sul territorio, ai rischi legati all’aderenza e allo stigma. La long acting sembra in grado di risolvere solo uno di questi problemi: l’aderenza. Certo, dopo la rimborsabilità, «gli utenti sono più che raddoppiati», commenta Antonella Cingolani, copresidente Icar. Una recente indagine diffusa su canali digitali specifici della popolazione Lgbtqia+ su 1.419 soggetti mostra che solo il 27% assume la Prep orale. Un altro questionario su 1.056 utenti di Prep orale di Milano, ha segnalato che il 27,8% ha problemi di aderenza e tossicità con la prevenzione orale e preferirebbe la long acting. Un’altra survey dello scorso marzo 2024, sugli utilizzatori di Prep orale sempre a Milano, mostra che, dei 419 intervistati (98% maschi e 70% laureati) il 74,9% ha interesse per la long acting perché oltre la metà, oltre a dichiarare una scarsa informazione, si dice stanco di assumere delle compresse e di non poterne più di essere dipendente da una pillola per fare attività sessuale in libertà. Certo, quest’ultimo aspetto forse è meglio non compararlo ai bisogni di chi si trova, suo malgrado, dipendente dalle medicine per vivere. In ogni caso è chiaro che a questa community manchi molto più della long acting, a partire dall’informazione, e non solo sulla Prep, ma anche sulla prevenzione di altre infezioni a trasmissione sessuale. La pillola infatti protegge solo da una delle infezioni collegate a questi comportamenti a rischio: tutte le altre restano acquisibili. «In Inghilterra», spiega Marco Cusini, responsabile del centro Mts, Malattie a trasmissione sessuale del Policlinico di Milano, «dove è diffusa la Prep, soprattutto in ambienti con alta promiscuità, dove il più delle volte si fa sesso omosessuale, andate a vedere i dati di aumento di sifilide e gonorrea in queste sacche di popolazione ad elevata promiscuità. Sentirsi garantiti dalla Prep porta ad altre, gravi conseguenze», sottolinea l’esperto ricordando l’importanza del condom per prevenire tutte queste infezioni. Si deve inoltre considerare che, «la sifilide si trasmette una volta su due. La gonorrea praticamente una volta su uno. La clamidia una volta su tre. Il papilloma quasi sempre», mente «l’Hiv, invece, ha un indice di trasmissione molto più basso: un rapporto ogni cento», anche se causa una malattia più grave.
Ci sono poi altre emergenze su cui lavorare, prima della Prep long acting. I dati del Centro operativo Aids dell’Iss, evidenziano che, nel 2022 il 58,8% delle persone che hanno ricevuto una diagnosi per Hiv era già in Aids o prossimo a questa fase. La maggioranza delle nuove diagnosi di infezione da Hiv è attribuibile a rapporti sessuali, che costituiscono l’83,9% di tutte le segnalazioni: 40,9% di Msm; 25,1% eterosessuali maschi e 17,9% eterosessuali femmine.
«Così si toglierebbero risorse a chi ha necessità più urgenti»

Giovanni Di Perri (Ansa)
In un servizio sanitario lontano dall’ideale, contro l’Hiv, in presenza di altre possibili soluzioni, la Prep, prevenzione pre esposizione, in persone sane non è sostenibile dal punto di vista etico ed economico. Da medico, Giovanni Di Perri, direttore del dipartimento di Malattie Infettive dell’ospedale Amedeo di Savoia e della Scuola di specializzazione in Malattie infettive dell’Università di Torino, risponde alla Verità sulla Prep, «un trattamento che può essere richiesto o proposto dallo specialista a soggetti che hanno una vita sessuale ad alto rischio di contrarre l’Hiv e non usano o usano in maniera incostante metodi di protezione tradizionali, come il preservativo».
Attualmente in Italia si usa la Prep in pillole, che è rimborsata. Come funziona?
«È composta da due farmaci, tenofovir ed emtricitabina, che sono generici, quindi a basso costo. Si possono assumere quotidianamente o on demand, ovvero solo in prossimità di un rapporto sessuale a rischio. I costi dipendono dalla frequenza con cui si assume il farmaco. Il costo a terapia è sui 50-60 euro. Siamo su cifre decisamente più basse rispetto alla Prep iniettabile, che copre per due mesi».
Proprio su quest’ultima formulazione, definita long acting che è stata approvata in Europa un anno fa, con costi tra i 500 e i 1.000 euro a iniezione, ultimamente, si moltiplicano le istanze per il suo rimborso. Serve davvero?
«È una grande innovazione. Si tratta di un’iniezione che si fa ogni due mesi. Questo riduce enormemente i problemi legati all’aderenza al trattamento, rispetto alla pillola da prendere quotidianamente o su richiesta. È un farmaco, il cabotegravir, che in Italia non è ancora rimborsato in profilassi. È lo stesso principio che stiamo già usando in terapia per l’Hiv in associazione con rilpivirina. La novità della Prep long acting sta proprio nella sua formulazione iniettabile e nel fatto che è un farmaco singolo e che dura per due mesi».
Ultimamente la Fda ha approvato una nuova molecola per la Prep e che dà una copertura per 6 mesi, a circa 40.000 euro l’anno. Al di là del costo dei farmaci, ha senso trattare come se fossero malate persone che sono, di fatto, sane?
«Questo è un dibattito importante. La Prep, di per sé, previene solo l’Hiv e non le altre infezioni sessualmente trasmissibili, come gonorrea o clamidia. Tuttavia, dal punto di vista della salute pubblica, prevenire nuovi casi di Hiv può essere comunque un risparmio a lungo termine, poiché il trattamento dell’Hiv è per tutta la vita. Il problema etico e finanziario si pone però quando ci si chiede se la collettività debba sostenere i costi di una profilassi per persone sane che potrebbero proteggersi in altri modi, come con il preservativo».
A proposito di altre infezioni sessualmente trasmissibili, quanto è comune contrarle tra i soggetti che usano la Prep?
«È un dato significativo. Tra le persone che usano la Prep, circa il 50% sviluppa regolarmente infezioni sessualmente trasmissibili, proprio perché non usano il preservativo. Questo rappresenta un impegno per i servizi sanitari, sia in termini di diagnostica che di cura».
Oltre al danno la beffa. La collettività, oltre a pagare una terapia per prevenire solo l’Hiv, deve sostenere anche i costi sanitari per le altre infezioni. Il tutto in presenza di un’alternativa, il condom, che potrebbe ridurre anche l’impatto delle altre. Non un grande investimento per un servizio sanitario a corto di risorse. Chi ha consapevolmente comportamenti sessuali promiscui ha solo diritti e nessun dovere?
«Qui tocchiamo un tema molto delicato. Il problema sui diritti, è un ragionamento che fa parte del concetto di libertà di questi ultimi anni. La richiesta della Prep rientra nelle libertà che una società evoluta offre ai propri cittadini. Tuttavia, è vero che dobbiamo anche fare i conti con le risorse disponibili. Da medico, vedo molte malattie gravi e dolorose che necessitano di risorse e, personalmente, sarei propenso a dare priorità a chi ha necessità più urgenti. Si tratta comunque di un discorso che dovrebbe coinvolgere anche giuristi, economisti e, ovviamente, i cittadini. Il punto è che, in ogni caso, si può ovviamente prevenire l’Hiv come si faceva fin dall'inizio, con il preservativo. Con la Prep si resta comunque a rischio di altre infezioni che si presentano a intervalli regolari e che vanno a impattare su un servizio sanitario in carenza di risorse economiche e di personale».
La collettività paga per trattare da malato uno che è sano, un po’ come con il vaccino per il Covid nei giovani adulti. Che senso ha?
«È un problema di coerenza. Se a un certo punto si ammette che la Prep deve essere rimborsata dallo Stato, la Prep avrà la sua evoluzione. A questo punto si ragiona in termini di innovatività, che è reale per l’iniettabile: anziché prendere una pillola ogni volta che sono esposto al rischio, con l’altra, per due mesi, sto tranquillo. Il nuovo farmaco è anche più efficace del precedente. Giustamente, alla luce di questi vantaggi aggiuntivi, il prezzo aumenta. Il punto è che quando il Servizio sanitario ha risolto i bisogni primari dei cittadini e avanzano risorse, allora posso dedicarne a questo tipo di interventi, ma quando ho una realtà in cui per una ecografia posso aspettare anche 9 mesi, sono ben lontano da aver risposto alle esigenze di base dei cittadini. Rispetto alla Prep, da medico, certamente, vedrei una priorità altrove».
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L’obiettivo è offrire a soggetti sani (soprattutto maschi omosessuali) farmaci preventivi gratuiti da prendere prima di rapporti a rischio. Ma è giusto che la collettività se ne sobbarchi il costo?L’esperto Giovanni Di Perri: «La profilassi pre esposizione non copre da infezioni sessuali come gonorrea o clamidia. In una sanità in cui per un’ecografia si devono aspettare anche nove mesi, le priorità devono essere altre».Lo speciale contiene due articoli.Il nuovo mantra dell’Organizzazione mondiale della sanità, per fermare la diffusione dell’Hiv ed eradicare il virus entro il 2030, è rendere «ampiamente disponibili» farmaci long acting, cioè a lunga durata d’azione, come profilassi pre-esposizione (Prep) nei soggetti sani che abbiano rapporti sessuali a rischio. Nelle ultime settimane, anche alla Camera dei deputati si è tenuto un evento dedicato alle nuove opportunità di gestione e prevenzione per «l’emergenza sanitaria silente». Nella lotta all’infezione va certamente segnalato che terapie innovative hanno reso questa malattia molto più gestibile, tanto che attualmente una persona con Hiv, quando segue il trattamento, arriva ad avere una carica virale non rilevabile (Undetectable) e quindi non è più in grado di trasmettere l’infezione (Untrasmittable), da cui l’equazione U=U. Inoltre, per curarsi, queste persone, non solo possono assumere una sola pillola al giorno, invece delle 15-20 di trent’anni fa, ma hanno a disposizione anche trattamenti iniettivi long acting che si somministrano ogni due mesi. Recentemente l’agenzia americana Fda ha approvato anche una nuova formulazione che dura sei mesi. Ovviamente, con l’innovazione, i costi dei farmaci tendono ad aumentare, ma per la sanità potrebbero abbassarsi, dato che, controllando meglio la malattia si ridurrebbero accessi all’ospedale, visite ed esami. La cosa non è detto sia uguale nel caso dell’uso di questi farmaci come Prep. Da un anno, la terapia orale preventiva è rimborsata e viene erogata dalla farmacia ospedaliera su ricetta dello specialista di malattie infettive, on demand, cioè da assumere in occasione di un possibile rapporto a rischio o, in base alle abitudini sessuali, in maniera continuativa. In osservanza all’Oms, la comunità scientifica e la community dei pazienti ritengono insufficiente questa misura e chiedono all’Agenzia del farmaco (Aifa) l’approvazione del rimborso della formulazione long acting della Prep, che ha avuto l’ok in Europa, per questa indicazione, nel 2023. L’appello è emerso ultimamene all’Icar, Italian conference on Aids and antiviral research, il convegno di riferimento per il settore. Sicuramente, come afferma il direttore scientifico della Simit, Società italiana di malattie infettive e tropicali, Massimo Andreoni, la Prep long acting «amplia l’offerta complessiva delle diverse modalità di prevenzione per un virus per cui non esiste un vaccino» ma, anche ammettendo che questa sia davvero un’emergenza sanitaria, è davvero l’unica soluzione? Negli ultimi vent’anni il numero di persone con diagnosi di Hiv è quasi raddoppiato, passando da circa 70.000 casi nel 2000 a oltre 120.000 nel 2023. Il notiziario dell’Istituto superiore di sanità del 2022 segnala che in Italia sono state effettuate 1.888 nuove diagnosi di infezione da Hiv, pari a 3,2 nuovi casi per 100.000 residenti. Certo, sono numeri importanti, ma nemmeno lontanamente paragonabili a quelli di cancro, diabete o di altre malattie autoimmuni. Per la prevenzione dell’Hiv, al di là dello stile di vita, c’è il condom. Infatti la Prep, in base ai dati epidemiologici, è usata principalmente da maschi che fanno sesso con maschi (Msm), donne ad alto rischio, transgender e sex worker che non usano il preservativo. Comunque, a un anno dalla rimborsabilità, l’indagine Pride, che ha coinvolto 62 centri Icona e 3 checkpoint, tra dicembre 2023 e gennaio 2024, registra 11.675 consumatori di Prep orale di cui il 50,1% in Lombardia e il 17,9% nel Lazio. In particolare, emerge che il rapporto tra le persone con Hiv e gli utilizzatori di Prep orale non è omogeneo nelle varie regioni italiane (Lombardia 6,84; Lazio 9,60). Si evince quindi una scarsa diffusione della stessa Prep orale dovuta probabilmente ai pochi centri di riferimento, alla limitata erogazione sul territorio, ai rischi legati all’aderenza e allo stigma. La long acting sembra in grado di risolvere solo uno di questi problemi: l’aderenza. Certo, dopo la rimborsabilità, «gli utenti sono più che raddoppiati», commenta Antonella Cingolani, copresidente Icar. Una recente indagine diffusa su canali digitali specifici della popolazione Lgbtqia+ su 1.419 soggetti mostra che solo il 27% assume la Prep orale. Un altro questionario su 1.056 utenti di Prep orale di Milano, ha segnalato che il 27,8% ha problemi di aderenza e tossicità con la prevenzione orale e preferirebbe la long acting. Un’altra survey dello scorso marzo 2024, sugli utilizzatori di Prep orale sempre a Milano, mostra che, dei 419 intervistati (98% maschi e 70% laureati) il 74,9% ha interesse per la long acting perché oltre la metà, oltre a dichiarare una scarsa informazione, si dice stanco di assumere delle compresse e di non poterne più di essere dipendente da una pillola per fare attività sessuale in libertà. Certo, quest’ultimo aspetto forse è meglio non compararlo ai bisogni di chi si trova, suo malgrado, dipendente dalle medicine per vivere. In ogni caso è chiaro che a questa community manchi molto più della long acting, a partire dall’informazione, e non solo sulla Prep, ma anche sulla prevenzione di altre infezioni a trasmissione sessuale. La pillola infatti protegge solo da una delle infezioni collegate a questi comportamenti a rischio: tutte le altre restano acquisibili. «In Inghilterra», spiega Marco Cusini, responsabile del centro Mts, Malattie a trasmissione sessuale del Policlinico di Milano, «dove è diffusa la Prep, soprattutto in ambienti con alta promiscuità, dove il più delle volte si fa sesso omosessuale, andate a vedere i dati di aumento di sifilide e gonorrea in queste sacche di popolazione ad elevata promiscuità. Sentirsi garantiti dalla Prep porta ad altre, gravi conseguenze», sottolinea l’esperto ricordando l’importanza del condom per prevenire tutte queste infezioni. Si deve inoltre considerare che, «la sifilide si trasmette una volta su due. La gonorrea praticamente una volta su uno. La clamidia una volta su tre. Il papilloma quasi sempre», mente «l’Hiv, invece, ha un indice di trasmissione molto più basso: un rapporto ogni cento», anche se causa una malattia più grave. Ci sono poi altre emergenze su cui lavorare, prima della Prep long acting. I dati del Centro operativo Aids dell’Iss, evidenziano che, nel 2022 il 58,8% delle persone che hanno ricevuto una diagnosi per Hiv era già in Aids o prossimo a questa fase. La maggioranza delle nuove diagnosi di infezione da Hiv è attribuibile a rapporti sessuali, che costituiscono l’83,9% di tutte le segnalazioni: 40,9% di Msm; 25,1% eterosessuali maschi e 17,9% eterosessuali femmine.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/ombre-piano-oms-eradicare-hiv-2669294336.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="cosi-si-toglierebbero-risorse-a-chi-ha-necessita-piu-urgenti" data-post-id="2669294336" data-published-at="1727689789" data-use-pagination="False"> «Così si toglierebbero risorse a chi ha necessità più urgenti» Giovanni Di Perri (Ansa) In un servizio sanitario lontano dall’ideale, contro l’Hiv, in presenza di altre possibili soluzioni, la Prep, prevenzione pre esposizione, in persone sane non è sostenibile dal punto di vista etico ed economico. Da medico, Giovanni Di Perri, direttore del dipartimento di Malattie Infettive dell’ospedale Amedeo di Savoia e della Scuola di specializzazione in Malattie infettive dell’Università di Torino, risponde alla Verità sulla Prep, «un trattamento che può essere richiesto o proposto dallo specialista a soggetti che hanno una vita sessuale ad alto rischio di contrarre l’Hiv e non usano o usano in maniera incostante metodi di protezione tradizionali, come il preservativo». Attualmente in Italia si usa la Prep in pillole, che è rimborsata. Come funziona? «È composta da due farmaci, tenofovir ed emtricitabina, che sono generici, quindi a basso costo. Si possono assumere quotidianamente o on demand, ovvero solo in prossimità di un rapporto sessuale a rischio. I costi dipendono dalla frequenza con cui si assume il farmaco. Il costo a terapia è sui 50-60 euro. Siamo su cifre decisamente più basse rispetto alla Prep iniettabile, che copre per due mesi». Proprio su quest’ultima formulazione, definita long acting che è stata approvata in Europa un anno fa, con costi tra i 500 e i 1.000 euro a iniezione, ultimamente, si moltiplicano le istanze per il suo rimborso. Serve davvero? «È una grande innovazione. Si tratta di un’iniezione che si fa ogni due mesi. Questo riduce enormemente i problemi legati all’aderenza al trattamento, rispetto alla pillola da prendere quotidianamente o su richiesta. È un farmaco, il cabotegravir, che in Italia non è ancora rimborsato in profilassi. È lo stesso principio che stiamo già usando in terapia per l’Hiv in associazione con rilpivirina. La novità della Prep long acting sta proprio nella sua formulazione iniettabile e nel fatto che è un farmaco singolo e che dura per due mesi». Ultimamente la Fda ha approvato una nuova molecola per la Prep e che dà una copertura per 6 mesi, a circa 40.000 euro l’anno. Al di là del costo dei farmaci, ha senso trattare come se fossero malate persone che sono, di fatto, sane? «Questo è un dibattito importante. La Prep, di per sé, previene solo l’Hiv e non le altre infezioni sessualmente trasmissibili, come gonorrea o clamidia. Tuttavia, dal punto di vista della salute pubblica, prevenire nuovi casi di Hiv può essere comunque un risparmio a lungo termine, poiché il trattamento dell’Hiv è per tutta la vita. Il problema etico e finanziario si pone però quando ci si chiede se la collettività debba sostenere i costi di una profilassi per persone sane che potrebbero proteggersi in altri modi, come con il preservativo». A proposito di altre infezioni sessualmente trasmissibili, quanto è comune contrarle tra i soggetti che usano la Prep? «È un dato significativo. Tra le persone che usano la Prep, circa il 50% sviluppa regolarmente infezioni sessualmente trasmissibili, proprio perché non usano il preservativo. Questo rappresenta un impegno per i servizi sanitari, sia in termini di diagnostica che di cura». Oltre al danno la beffa. La collettività, oltre a pagare una terapia per prevenire solo l’Hiv, deve sostenere anche i costi sanitari per le altre infezioni. Il tutto in presenza di un’alternativa, il condom, che potrebbe ridurre anche l’impatto delle altre. Non un grande investimento per un servizio sanitario a corto di risorse. Chi ha consapevolmente comportamenti sessuali promiscui ha solo diritti e nessun dovere? «Qui tocchiamo un tema molto delicato. Il problema sui diritti, è un ragionamento che fa parte del concetto di libertà di questi ultimi anni. La richiesta della Prep rientra nelle libertà che una società evoluta offre ai propri cittadini. Tuttavia, è vero che dobbiamo anche fare i conti con le risorse disponibili. Da medico, vedo molte malattie gravi e dolorose che necessitano di risorse e, personalmente, sarei propenso a dare priorità a chi ha necessità più urgenti. Si tratta comunque di un discorso che dovrebbe coinvolgere anche giuristi, economisti e, ovviamente, i cittadini. Il punto è che, in ogni caso, si può ovviamente prevenire l’Hiv come si faceva fin dall'inizio, con il preservativo. Con la Prep si resta comunque a rischio di altre infezioni che si presentano a intervalli regolari e che vanno a impattare su un servizio sanitario in carenza di risorse economiche e di personale». La collettività paga per trattare da malato uno che è sano, un po’ come con il vaccino per il Covid nei giovani adulti. Che senso ha? «È un problema di coerenza. Se a un certo punto si ammette che la Prep deve essere rimborsata dallo Stato, la Prep avrà la sua evoluzione. A questo punto si ragiona in termini di innovatività, che è reale per l’iniettabile: anziché prendere una pillola ogni volta che sono esposto al rischio, con l’altra, per due mesi, sto tranquillo. Il nuovo farmaco è anche più efficace del precedente. Giustamente, alla luce di questi vantaggi aggiuntivi, il prezzo aumenta. Il punto è che quando il Servizio sanitario ha risolto i bisogni primari dei cittadini e avanzano risorse, allora posso dedicarne a questo tipo di interventi, ma quando ho una realtà in cui per una ecografia posso aspettare anche 9 mesi, sono ben lontano da aver risposto alle esigenze di base dei cittadini. Rispetto alla Prep, da medico, certamente, vedrei una priorità altrove».
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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