
La vittoria dei talebani rischia di creare un processo di emulazione da parte delle sigle jihadiste operanti in alcuni Paesi dell'Asia meridionale. Un problema che riguarda soprattutto il Bangladesh.
La caduta di Kabul minaccia infatti di produrre effetti nefasti per il Paese, dove si teme che l'esempio dei talebani possa ispirare una recrudescenza islamista. A sottolineare questo rischio è stata, negli scorsi giorni, soprattutto la testata The Diplomat, che ha puntato l'attenzione sul gruppo radicale Hifazat-e-Islam: questa formazione controlla numerose madrasse e, negli ultimi due anni, ha scatenato svariate proteste violente nel Paese (una delle quali contro la visita in Bangladesh del premier indiano, Narendra Modi). In particolare, The Diplomat ha sottolineato che "come i talebani, i leader dell'Hifazat-e-Islam si oppongono all'emancipazione delle donne e chiedono l'emanazione di leggi sulla blasfemia e una politica guidata dalla sharia". Essi risultano inoltre feroci oppositori del primo ministro bangladese, Sheikh Hasina, e intrattengono legami con gruppi jihadisti a loro volta collegati ai "barbuti" afghani (come, per esempio, Harkat Ul Jihad al Islami).
Alla luce di tutto questo, il governo di Dacca teme che questo gruppo, sostenuto da altre sigle islamiste locali, possa tentare un'emulazione di quanto attuato dai talebani in Afghanistan. E i rischi sono molteplici. L'intelligence bengalese sostiene che alcuni radicali locali si siano uniti ai talebani e che ora, dopo la caduta di Kabul, potrebbero far ritorno in patria con intenzioni minacciose. Sembra inoltre che, all'indomani della vittoria talebana, soggetti radicali bangladesi abbiano inneggiato all'evento attraverso i social network. Questa situazione di forte preoccupazione si sta del resto riversando sulla politica estera bangladese: almeno finora il governo di Dacca ha infatti mantenuto un atteggiamento particolarmente cauto nei confronti del nuovo regime afghano. Tra l'altro, un'eventuale recrudescenza dell'islamismo locale rischia di avere degli effetti pericolosi anche al di fuori del Paese. Ricordiamo, sotto questo aspetto, che quella bangladese è per esempio la seconda nazionalità più numerosa tra le persone che quest'anno sono sbarcate illegalmente in Italia. Il che dovrebbe forse indurre Roma (e Bruxelles) a una tempestiva riflessione.
Ma i problemi non riguardano soltanto il Bangladesh e l'Asia meridionale. Anche il Sudest asiatico appare infatti in allerta da quando Kabul è caduta lo scorso 15 agosto. Secondo quanto recentemente riferito da Nikkei Asia, le forze antiterrorismo indonesiane stanno monitorando attentamente proprio i social network, per scovare post inneggianti ai talebani. In questo contesto, poco prima che si verificassero gli attentati dell'Isis-K all'aeroporto di Kabul, il ministro degli Esteri, Retno Marsudi, aveva incontrato a Doha l'alto funzionario talebano, Sher Mohammad Abbas Stanekzai, chiedendo che l'Afghanistan "non diventasse un terreno fertile per l'organizzazione e le attività terroristiche". Tutto ciò, mentre tra il 12 e il 20 agosto, le forze dell'ordine locali hanno arrestato 58 membri dell'organizzazione islamista Jemaah Islamiyah, che erano sospettati di voler eseguire un attentato. Un certo grado di allarme si registra anche nelle Filippine e in Malesia.
In questo caso, il rischio di una recrudescenza islamista nel Sudest asiatico potrebbe avere degli effetti perniciosi anche per Stati Uniti e Cina: quell'area è infatti notoriamente contesa dai due giganti, in termini economici e geopolitici. Dovesse la conquista talebana innescare (più o meno indirettamente) un rafforzamento delle sigle jihadiste locali, l'Indo-Pacifico finirebbe con l'infiammarsi. Uno scenario dalle conseguenze pericolosamente imprevedibili.



Casablanca, Marocco. Vista frontale della moschea di Hassan II e del minareto più alto del mondo (iStock)
Sakura in Giappone (iStock)
L'Avana, Cuba skyline del centro (iStock)
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