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2024-01-01
Fallimento Macron: Parigi non è ancora pronta per i Giochi
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Il sopralluogo del presidente del Cio Thomas Bach al cantiere del villaggio olimpico di Parigi 2024 a Saint-Ouen (Ansa)
Il 2024 sarà un anno sportivo. Dal 26 luglio all’11 agosto prossimi Parigi ospiterà i giochi della XXXIII olimpiade moderna. A sette mesi dall'accensione della fiamma olimpica, nella capitale francese fervono i preparativi. Comprensibilmente, le autorità cittadine e nazionali stanno facendo di tutto perché la Ville Lumière sia pronta ad accogliere atleti e spettatori. Ma nonostante l’impegno, molte questioni restano aperte. La minaccia terroristica continua ad aleggiare sulla Francia e la sua capitale ha dei problemi di pulizia e di traffico. Parigi sarà in grado di assicurare la sicurezza dei giochi olimpici ? Questo speciale de La Verità cercherà di fornire delle risposte.
Incubo sicurezza sui Giochi
Tra e il 2012 e il 2023 la Francia ha subito una serie di attentati terroristici compiuti da islamisti, che hanno provocato quasi 500 vittime e diverse centinaia di feriti. L’attenzione per la sicurezza è quindi una delle priorità delle forze dell’ordine francesi che saranno chiamate a vegliare sulle olimpiadi Parigine del 2024. Tuttavia non si possono dimenticare le falle nella prevenzione del terrorismo che hanno portato alla reiterazione delle stragi.
Per questo basta ricordare che, nel solo 2015, Parigi è stata il teatro di due ondate di attacchi islamisti. Il 7 gennaio di quell’anno, i fratelli Cherif e Said Kouachi, hanno sterminato la redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo. Due giorni dopo, Amedy Coulibaly ha ammazzato, per conto dello califfato islamico, una poliziotta municipale e i clienti di un supermercato kosher frequentato da ebrei. Nonostante questi attentati, undici mesi dopo, il 13 novembre 2015, un commando di terroristi francesi di origine immigrata ha compiuto le stragi del Bataclan, dove è morta anche la studentessa italiana Valeria Solesin, nei dehors di vari bar parigini e fuori dallo Stade de France, dove si giocava la partita Francia-Germania.
Altri fatti più recenti fanno temere altri disordini. Ad esempio, tra la fine di giugno e l’inizio di luglio scorsi, dalle banlieue delle città transalpine sono arrivate orde di facinorosi che hanno svaligiato negozi, distrutto auto, incendiato case, per vendicare la morte di Nahel Marzouk, un diciassettenne franco-algerino ucciso dopo essersi rifiutato di fermarsi ad un controllo di polizia.
Come se questi precedenti non bastassero, il Paese che accoglierà le prossime olimpiadi è stato raggiunto dagli effetti dell’attacco terroristico compiuto da Hamas contro migliaia di civili israeliani inermi, il 7 ottobre scorso. Come ha scritto La Verità, nelle settimane dopo i raid compiuti in Terra Santa dai macellai islamisti palestinesi, la Francia è diventata il teatro di aggressioni e attentati compiuti da giovani al grido di «Allah Akbar», o motivati da odio razziale. In due occasioni sono morti degli innocenti: Dominique Bernard, un professore di Arras, ucciso da un giovane rifugiato dell’Inguscezia, e Thomas Perotto, un 16enne di un paesino vicino a Lione ammazzato da un commando di giovani di banlieue venuti ad «accoltellare dei bianchi».
Uno dei momenti che suscitano le maggiori preoccupazioni è la cerimonia di apertura delle Olimpiadi che si svolgerà sulla Senna nel cuore della capitale francese. Alla luce degli attacchi seguiti allo scoppio della guerra tra Hamas e Israele, l’ex ministro dello sport e judoka professionista David Douillet ha detto che, almeno per la cerimonia di apertura, servirebbe «un piano B». Ma il prefetto di Parigi, Lauren Nuñez, ha risposto che non c’è «alcun timore» per la cerimonia inaugurale visto che «il contesto (di tensione) è permanente da due anni». L’alto funzionario era intervenuto ai microfoni della radio France Inter il 26 ottobre scorso per dire che lui e i suoi collaboratori lavorano ad «assiduamente a un piano A». Il capo della polizia parigina aveva anche illustrato il dispositivo di sicurezza a zone che sarà applicato alla capitale francese durante i giochi. Un dispositivo che funzionerà un po’ come ai tempi dei Covid visto che i parigini residenti in prossimità degli impianti sportivi in cui si svolgeranno le gare, potranno spostarsi solo dopo aver mostrato dei qr code.
Ma per controllare questi pass serviranno centinaia di agenti di sicurezza e, anche in questo ambito, c’è ancora molto lavoro da fare. A inizio dicembre 2023 Sofiane Aboubaker, il presidente dell’associazione delle professioni della sicurezza (Adms) ha dichiarato ai microfoni di radio Europe 1, : «non avremo gli effettivi» necessari ad assicurare la sicurezza delle olimpiadi.
Alle minacce già menzionate, bisogna aggiungere quelle informatiche visto che l’evento sportivo sarà sfruttato anche dai criminali della rete. Di questo ne è cosciente Vincent Strubel, il direttore dell’Anssi, l’agenzia nazionale francese della sicurezza dei sistemi di informazione. Intervistato a novembre da Le Parisien questo funzionario non ha ostentato sicurezza, come invece ha fatto il prefetto di Parigi. Secondo Strubel i giochi olimpici saranno un po’ come «il periodo dei saldi per la cybercriminalità».
Oltre alle minacce terroristiche, non bisogna dimenticare la figuraccia rimediata dal ministro dell’interno Gérald Darmanin ma anche dal presidente francese Emmanuel Macron, in occasione della finale di Champions League del 2022, tra il Real Madrid e il Liverpool. Quella che doveva essere una serata di grande calcio si è trasformata in un incubo per le centinaia di tifosi delle due squadre. Innanzitutto perché, uno sciopero selvaggio dei mezzi pubblici ha seriamente complicato l’accesso allo stadio. Poi perché, incapaci di gestire la gran folla, i poliziotti manganellato i tifosi e sparato contro di loro dei lacrimogeni, noncuranti del fatto che tra i supporter ci fossero anche bambini e anziani. Per finire, la polizia francese non era stata capace di impedire che delle orde di «giovani delle banlieue» si avventassero sui tifosi per derubarli o aggredirli cercando poi di entrare senza biglietto nello stadio. Si tratta di precedenti che possono legittimamente preoccupare gli appassionati di sport che vorrebbero assistere alle competizioni olimpiche parigine.
Nella Parigi olimpica niente migranti e un'ecologia di facciata
In previsione dei giochi olimpici la città di Parigi sarà ripulita, almeno in superficie. Ma c’è chi teme una «pulizia sociale» ai danni di uomini e donne appartenenti a categorie sociali più vulnerabili. È quanto denuncia da mesi il collettivo «Le revers de la médaille» (il rovescio della medaglia, ndr) che riunisce 75 associazioni di sinistra o pro migranti, ma anche il Secours Catholique-Caritas France o il Jrs, il servizio rifugiati dei gesuiti.
Il 30 ottobre scorso, il collettivo ha inviato una lettera aperta al Comitato Organizzatore dei Giochi Olimpici e Paralimpici al suo presidente, Tony Estanguet, agli consiglieri comunali di Parigi e regionali dell'Île-de-France, alle Federazioni Sportive, agli sponsor e ai partner dei Giochi. La missiva mette in allerta sul fatto che «i giochi causeranno un profondo sconvolgimento nella città, con un impatto molto negativo» sulla vita di varie categorie di persone a causa di una serie di azioni quali «lo sgombero dei senzatetto, la riduzione degli alloggi di emergenza, la chiusura dei punti di accoglienza, la riduzione della distribuzione degli aiuti alimentari, ecc».
Alcune associazioni aderenti a «Le revers de la médaille» contestano in particolare l’espulsione di migliaia di migranti dalla Ville Lumière. In effetti, come riportava il canale Bfm Tv a metà dicembre, a partire dall’aprile 2023, circa 3.300 migranti che vivevano in campi clandestini sotto i ponti della capitale francese sono stati dirottati verso i 10 «centri regionali di accoglienza temporanea». Anche le persone diversamente abili o in situazioni di dipendenza sono preoccupate per l’impatto delle olimpiadi sul loro quotidiano.
Gli organizzatori delle Olimpiadi 2024 ripetono fino alla nausea che l’evento sportivo mondiale sarà rispettoso dell’ambiente. Tuttavia, sembra che sotto la pennellata verde, le cose stiano diversamente. Basti pensare che le gare olimpiche di surf si svolgeranno… a Tahiti, in Polinesia Francese, a più di 15.000 chilometri dalla Ville Lumière. E dire che il sindaco di Parigi e il presidente francese, Anne Hidalgo e Emmanuel Macron, sono sempre in prima linea quando si tratta di predicare il verbo green. Qualcuno, negli staff dei due politici o nel Comitato organizzatore dei giochi del 2024 avrà pensato alla quantità di Co2 prodotta dallo svolgimento di una parte delle gare di Parigi, in mezzo all’Oceano Pacifico? Come scriveva il quotidiano sportivo L’Equipe, quando nel 2019 la scelta di Tahiti era stata resa nota, il presidente del comitato organizzatore Tony Estanguet, aveva respinto le polemiche. L’ex campione francese di canottaggio, aveva spiegato che, uno studio realizzato da una società specializzata chiamata EcoAct confermava che Tahiti era nella parte bassa della forchetta di emissioni di gas a effetto serra: tra 4.500 e 6.700 tonnellate di Co2. Estanguet non aveva però potuto negare l’impatto dei viaggi in aereo tra Parigi e la Polinesia visto che gli atleti potranno passare la seconda settimana delle olimpiadi e partecipare alla cerimonia di chiusura nella capitale francese. L’ex campione diceva anche che «ci saranno meno spettatori sul sito olimpico di Tahiti» quindi questo «emetterà meno» gas serra. Infine, Estanguet ricordava che per le competizioni olimpiche verranno utilizzate «le strutture per l’evento della prova del mondiale che si svolge laggiù nel mese di agosto».
Ma proprio le infrastrutture che saranno usate per i giochi a Tahiti hanno provocato uno scandalo all’inizio di dicembre 2023. Tutto è nato dal progetto di costruzione di una torre in alluminio di pesante circa 9 tonnellate e destinata ad accogliere i giudici sportivi che dovranno valutare le competizioni davanti alla spiaggia di Tehaupoo. Un video diffuso all’inizio del mese mostra una barca-piattaforma usata per la costruzione della torre, passare sopra dei coralli spaccandone alcuni pezzi. Attualmente esiste già una torre per la giuria ma è fatta di legno e non è abbastanza grande per accogliere il personale olimpico. Il progetto della nuova struttura prevede infatti: dei servizi igienici e un locale climatizzato per i server informatici. In Polinesia e tra i surfisti, ci sono state varie proteste contro la torre. Ad attirare l’attenzione sulla vicenda ci ha pensato anche il surfista italiano Roberto d’Amico, che ha pubblicato un lungo video su Instagram. L’8 dicembre scorso, il ministro dello Sport francese Amélie Oudéa-Castéra ha dichiarato all’agenzia di stampa France Presse «siamo sulla buona strada» per «avere una nuova torre dei giudici ridimensionata». Tuttavia per una fonte anonima ministeriale citata dal quotidiano cattolico La Croix «tutte le opzioni sono sul tavolo ma sarebbe un fallimento il trasferimento» delle prove di surf altrove.
Parlando di ambiente, va detto che rimangono dei dubbi anche sulla fattibilità di alcune gare olimpiche nella Senna. Lo scorso agosto i test sulla qualità delle acque erano stati negativi. Poi le cose sono un po’ migliorate. Ma l’uso della Senna potrebbe avere delle ripercussioni anche su altre attività economiche come hanno segnalato i produttori francesi di cereali. In effetti, le interruzioni o le limitazioni della navigazione delle chiatte potrebbero provocare dei problemi di distribuzione di questi prodotti. Il danno, secondo il quotidiano L’Opinion, potrebbe ammontare a mezzo miliardo di euro. Cifre da capogiro ma in linea con i volumi di cereali trasportati sulla Senna ogni anno: circa tre milioni di tonnellate.
Cimici da letto e ratti pronti a fare la festa alle olimpiadi
Il traffico e le piste ciclabili dai tracciati caotici non bastavano a complicare la vita dei Parigini. Nel 2023, l’esistenza degli abitanti della capitale francese è stata perturbata anche da dei minuscoli parassiti e da piccoli (o grandi) mammiferi: le cimici da letto e i ratti di fogna.
Alla fine della scorsa estate nella Ville Lumière si è diffusa la psicosi per piccoli insetti succhiatori di sangue. Le cimici da letto sembravano aver avuto voglia di «fare serata» visto che, dopo aver infestato i giacigli di centinaia di parigini, sono arrivate anche sulle poltrone di alcuni cinema. Questi parassiti sono anche stati avvistati anche sui sedili di certe linee della metropolitana o ferroviarie.
A fine settembre 2023 il primo vicesindaco di Parigi, Emmanuel Grégoire, ha lanciato un appello al governo auspicando un intervento contro «questa piaga» che colpisce la Francia mentre «si appresta ad accogliere i giochi olimpici e paralimpici nel 2024». La proliferazione delle fastidiose bestiole è stata collegata, al solito riscaldamento climatico anche se, qualcuno ha sommessamente ricordato che, magari, le cimici da letto dilagano anche a causa delle abitudini moderne. Partire ogni weekend e soggiornare in un bed and breakfast o, ancora, acquistare abiti di seconda mano senza verificarne l’origine, possono favorire la moltiplicazione delle cimici da letto. Secondo un rapporto pubblicato lo scorso luglio dall’’Agenzia Nazionalre francese per la sicurezza sanitaria dell’alimentazione, l’ambiente e il lavoro (Anses), le cimici da letto interessano l’11% dei nuclei familiari d’Oltralpe.
Come accennato, tra i parassiti che potrebbero rovinare la festa olimpica parigina figurano anche i ratti che, secondo le stime dell’Accademia Nazionale di Medicina transalpina, il rapporto uomini-topi sarebbe «di 1,5-1,75 ratti per abitante». Questa cifra fa di Parigi e Marsiglia due delle «10 città più infestate al mondo», come spiegava nel 2022 sempre l’Accademia di Medicina. La stessa istituzione ricordava che «il ratto resta una minaccia per la salute umana a causa delle numerose zoonosi (malattie degli animali, ndr) trasmissibili tramiti i suoi esoparassiti, le sue deiezioni, i suoi morsi e graffi». Gli esperti dell’Accademia rispondevano così alla proposta strampalata lanciata da Douchka Markovic, una consigliera municipale parigina del Partito Animalista. Intervenendo in consiglio comunale nel luglio 2022, Markovic aveva preteso che i ratti venissero chiamati «surmolotti» perché questo sarebbe un termine con una «connotazione meno negativa» per i roditori. Non paga della sua sparata, la rappresentante del Partito Animalista ha detto che i ratti di fogna sono «i nostri ausiliari della gestione dei rifiuti». E proprio la gestione dei rifiuti potrebbe avere favorire un’ulteriore proliferazione dei ratti e sfigurare l’immagine di Parigi durante le olimpiadi. In effetti, dal 1 gennaio 2024, entrerà in vigore «per le collettività territoriali, un’obbligazione di predisposizione di una differenziazione (dei rifiuti) alla fonte e di valorizzazione dei rifiuti biodegradabili», come ha spiegato in questo mese di dicembre al sito Actu.fr, Muriel Bruschet dell’Agenzia francese della transizione ecologica (Ademe). L’esperta ha smentito che con il nuovo anno sarà obbligatorio avere un compost per ogni famiglia francese. Quel che è certo è che, già da alcuni mesi, nelle vie di Parigi vengono installati dei cestini di compostaggio, nei quali i parigini possono gettare l’umido. In caso di problemi di contenimento di questi rifiuti, i ratti faranno festa.
I roditori però sono attirati anche dalle carenti condizioni igieniche adotatte da venditori di cibo da asporto, per lo più irregolari. Lo scorso ottobre aveva fatto scandalo la pubblicazione sul sito di Le Parisien, di alcuni video nei quali si vedevano dei venditori ambulanti di crêpes che estraevano dai tombini, il preparato per questi dolci. Le riprese erano state realizzate da alcuni abitanti del quartiere della Tour Eiffel che volevano denunciare il rischio di intossicazioni alimentari provocate da questi venditori (spesso immigrati clandestini) appoggiati su carrelli del supermercato. I primi a fare le spese di queste crêpes indigeste erano i turisti venuti ad ammirare il simbolo di Parigi. Anche queste irregolarità nella vendita di cibi da asporto rischiano di favorire la moltiplicazione dei ratti.
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A sette mesi dall'accensione della fiamma olimpica, nella capitale francese fervono i preparativi, ma molte questioni restano aperte. Dalla minaccia terroristica ai numerosi problemi di pulizia e traffico.Secondo Vincent Strubel, il direttore dell’agenzia nazionale francese della sicurezza dei sistemi di informazione, i giochi olimpici «saranno un po’ come «il periodo dei saldi per la cybercriminalità».L'ipocrisia dei «buoni». Nella Parigi olimpica niente migranti e un'ecologia di facciata.La capitale francese continua a essere infestata da ratti e cimici da letto.Lo speciale contiene quattro articoli.Il 2024 sarà un anno sportivo. Dal 26 luglio all’11 agosto prossimi Parigi ospiterà i giochi della XXXIII olimpiade moderna. A sette mesi dall'accensione della fiamma olimpica, nella capitale francese fervono i preparativi. Comprensibilmente, le autorità cittadine e nazionali stanno facendo di tutto perché la Ville Lumière sia pronta ad accogliere atleti e spettatori. Ma nonostante l’impegno, molte questioni restano aperte. La minaccia terroristica continua ad aleggiare sulla Francia e la sua capitale ha dei problemi di pulizia e di traffico. Parigi sarà in grado di assicurare la sicurezza dei giochi olimpici ? Questo speciale de La Verità cercherà di fornire delle risposte.<div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/olimpiadi-parigi-2024-2666835723.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="incubo-sicurezza-sui-giochi" data-post-id="2666835723" data-published-at="1703944902" data-use-pagination="False"> Incubo sicurezza sui Giochi Tra e il 2012 e il 2023 la Francia ha subito una serie di attentati terroristici compiuti da islamisti, che hanno provocato quasi 500 vittime e diverse centinaia di feriti. L’attenzione per la sicurezza è quindi una delle priorità delle forze dell’ordine francesi che saranno chiamate a vegliare sulle olimpiadi Parigine del 2024. Tuttavia non si possono dimenticare le falle nella prevenzione del terrorismo che hanno portato alla reiterazione delle stragi.Per questo basta ricordare che, nel solo 2015, Parigi è stata il teatro di due ondate di attacchi islamisti. Il 7 gennaio di quell’anno, i fratelli Cherif e Said Kouachi, hanno sterminato la redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo. Due giorni dopo, Amedy Coulibaly ha ammazzato, per conto dello califfato islamico, una poliziotta municipale e i clienti di un supermercato kosher frequentato da ebrei. Nonostante questi attentati, undici mesi dopo, il 13 novembre 2015, un commando di terroristi francesi di origine immigrata ha compiuto le stragi del Bataclan, dove è morta anche la studentessa italiana Valeria Solesin, nei dehors di vari bar parigini e fuori dallo Stade de France, dove si giocava la partita Francia-Germania.Altri fatti più recenti fanno temere altri disordini. Ad esempio, tra la fine di giugno e l’inizio di luglio scorsi, dalle banlieue delle città transalpine sono arrivate orde di facinorosi che hanno svaligiato negozi, distrutto auto, incendiato case, per vendicare la morte di Nahel Marzouk, un diciassettenne franco-algerino ucciso dopo essersi rifiutato di fermarsi ad un controllo di polizia. Come se questi precedenti non bastassero, il Paese che accoglierà le prossime olimpiadi è stato raggiunto dagli effetti dell’attacco terroristico compiuto da Hamas contro migliaia di civili israeliani inermi, il 7 ottobre scorso. Come ha scritto La Verità, nelle settimane dopo i raid compiuti in Terra Santa dai macellai islamisti palestinesi, la Francia è diventata il teatro di aggressioni e attentati compiuti da giovani al grido di «Allah Akbar», o motivati da odio razziale. In due occasioni sono morti degli innocenti: Dominique Bernard, un professore di Arras, ucciso da un giovane rifugiato dell’Inguscezia, e Thomas Perotto, un 16enne di un paesino vicino a Lione ammazzato da un commando di giovani di banlieue venuti ad «accoltellare dei bianchi».Uno dei momenti che suscitano le maggiori preoccupazioni è la cerimonia di apertura delle Olimpiadi che si svolgerà sulla Senna nel cuore della capitale francese. Alla luce degli attacchi seguiti allo scoppio della guerra tra Hamas e Israele, l’ex ministro dello sport e judoka professionista David Douillet ha detto che, almeno per la cerimonia di apertura, servirebbe «un piano B». Ma il prefetto di Parigi, Lauren Nuñez, ha risposto che non c’è «alcun timore» per la cerimonia inaugurale visto che «il contesto (di tensione) è permanente da due anni». L’alto funzionario era intervenuto ai microfoni della radio France Inter il 26 ottobre scorso per dire che lui e i suoi collaboratori lavorano ad «assiduamente a un piano A». Il capo della polizia parigina aveva anche illustrato il dispositivo di sicurezza a zone che sarà applicato alla capitale francese durante i giochi. Un dispositivo che funzionerà un po’ come ai tempi dei Covid visto che i parigini residenti in prossimità degli impianti sportivi in cui si svolgeranno le gare, potranno spostarsi solo dopo aver mostrato dei qr code.Ma per controllare questi pass serviranno centinaia di agenti di sicurezza e, anche in questo ambito, c’è ancora molto lavoro da fare. A inizio dicembre 2023 Sofiane Aboubaker, il presidente dell’associazione delle professioni della sicurezza (Adms) ha dichiarato ai microfoni di radio Europe 1, : «non avremo gli effettivi» necessari ad assicurare la sicurezza delle olimpiadi.Alle minacce già menzionate, bisogna aggiungere quelle informatiche visto che l’evento sportivo sarà sfruttato anche dai criminali della rete. Di questo ne è cosciente Vincent Strubel, il direttore dell’Anssi, l’agenzia nazionale francese della sicurezza dei sistemi di informazione. Intervistato a novembre da Le Parisien questo funzionario non ha ostentato sicurezza, come invece ha fatto il prefetto di Parigi. Secondo Strubel i giochi olimpici saranno un po’ come «il periodo dei saldi per la cybercriminalità».Oltre alle minacce terroristiche, non bisogna dimenticare la figuraccia rimediata dal ministro dell’interno Gérald Darmanin ma anche dal presidente francese Emmanuel Macron, in occasione della finale di Champions League del 2022, tra il Real Madrid e il Liverpool. Quella che doveva essere una serata di grande calcio si è trasformata in un incubo per le centinaia di tifosi delle due squadre. Innanzitutto perché, uno sciopero selvaggio dei mezzi pubblici ha seriamente complicato l’accesso allo stadio. Poi perché, incapaci di gestire la gran folla, i poliziotti manganellato i tifosi e sparato contro di loro dei lacrimogeni, noncuranti del fatto che tra i supporter ci fossero anche bambini e anziani. Per finire, la polizia francese non era stata capace di impedire che delle orde di «giovani delle banlieue» si avventassero sui tifosi per derubarli o aggredirli cercando poi di entrare senza biglietto nello stadio. Si tratta di precedenti che possono legittimamente preoccupare gli appassionati di sport che vorrebbero assistere alle competizioni olimpiche parigine. <div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/olimpiadi-parigi-2024-2666835723.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="nella-parigi-olimpica-niente-migranti-e-un-ecologia-di-facciata" data-post-id="2666835723" data-published-at="1703944902" data-use-pagination="False"> Nella Parigi olimpica niente migranti e un'ecologia di facciata In previsione dei giochi olimpici la città di Parigi sarà ripulita, almeno in superficie. Ma c’è chi teme una «pulizia sociale» ai danni di uomini e donne appartenenti a categorie sociali più vulnerabili. È quanto denuncia da mesi il collettivo «Le revers de la médaille» (il rovescio della medaglia, ndr) che riunisce 75 associazioni di sinistra o pro migranti, ma anche il Secours Catholique-Caritas France o il Jrs, il servizio rifugiati dei gesuiti.Il 30 ottobre scorso, il collettivo ha inviato una lettera aperta al Comitato Organizzatore dei Giochi Olimpici e Paralimpici al suo presidente, Tony Estanguet, agli consiglieri comunali di Parigi e regionali dell'Île-de-France, alle Federazioni Sportive, agli sponsor e ai partner dei Giochi. La missiva mette in allerta sul fatto che «i giochi causeranno un profondo sconvolgimento nella città, con un impatto molto negativo» sulla vita di varie categorie di persone a causa di una serie di azioni quali «lo sgombero dei senzatetto, la riduzione degli alloggi di emergenza, la chiusura dei punti di accoglienza, la riduzione della distribuzione degli aiuti alimentari, ecc». Alcune associazioni aderenti a «Le revers de la médaille» contestano in particolare l’espulsione di migliaia di migranti dalla Ville Lumière. In effetti, come riportava il canale Bfm Tv a metà dicembre, a partire dall’aprile 2023, circa 3.300 migranti che vivevano in campi clandestini sotto i ponti della capitale francese sono stati dirottati verso i 10 «centri regionali di accoglienza temporanea». Anche le persone diversamente abili o in situazioni di dipendenza sono preoccupate per l’impatto delle olimpiadi sul loro quotidiano.Gli organizzatori delle Olimpiadi 2024 ripetono fino alla nausea che l’evento sportivo mondiale sarà rispettoso dell’ambiente. Tuttavia, sembra che sotto la pennellata verde, le cose stiano diversamente. Basti pensare che le gare olimpiche di surf si svolgeranno… a Tahiti, in Polinesia Francese, a più di 15.000 chilometri dalla Ville Lumière. E dire che il sindaco di Parigi e il presidente francese, Anne Hidalgo e Emmanuel Macron, sono sempre in prima linea quando si tratta di predicare il verbo green. Qualcuno, negli staff dei due politici o nel Comitato organizzatore dei giochi del 2024 avrà pensato alla quantità di Co2 prodotta dallo svolgimento di una parte delle gare di Parigi, in mezzo all’Oceano Pacifico? Come scriveva il quotidiano sportivo L’Equipe, quando nel 2019 la scelta di Tahiti era stata resa nota, il presidente del comitato organizzatore Tony Estanguet, aveva respinto le polemiche. L’ex campione francese di canottaggio, aveva spiegato che, uno studio realizzato da una società specializzata chiamata EcoAct confermava che Tahiti era nella parte bassa della forchetta di emissioni di gas a effetto serra: tra 4.500 e 6.700 tonnellate di Co2. Estanguet non aveva però potuto negare l’impatto dei viaggi in aereo tra Parigi e la Polinesia visto che gli atleti potranno passare la seconda settimana delle olimpiadi e partecipare alla cerimonia di chiusura nella capitale francese. L’ex campione diceva anche che «ci saranno meno spettatori sul sito olimpico di Tahiti» quindi questo «emetterà meno» gas serra. Infine, Estanguet ricordava che per le competizioni olimpiche verranno utilizzate «le strutture per l’evento della prova del mondiale che si svolge laggiù nel mese di agosto».Ma proprio le infrastrutture che saranno usate per i giochi a Tahiti hanno provocato uno scandalo all’inizio di dicembre 2023. Tutto è nato dal progetto di costruzione di una torre in alluminio di pesante circa 9 tonnellate e destinata ad accogliere i giudici sportivi che dovranno valutare le competizioni davanti alla spiaggia di Tehaupoo. Un video diffuso all’inizio del mese mostra una barca-piattaforma usata per la costruzione della torre, passare sopra dei coralli spaccandone alcuni pezzi. Attualmente esiste già una torre per la giuria ma è fatta di legno e non è abbastanza grande per accogliere il personale olimpico. Il progetto della nuova struttura prevede infatti: dei servizi igienici e un locale climatizzato per i server informatici. In Polinesia e tra i surfisti, ci sono state varie proteste contro la torre. Ad attirare l’attenzione sulla vicenda ci ha pensato anche il surfista italiano Roberto d’Amico, che ha pubblicato un lungo video su Instagram. L’8 dicembre scorso, il ministro dello Sport francese Amélie Oudéa-Castéra ha dichiarato all’agenzia di stampa France Presse «siamo sulla buona strada» per «avere una nuova torre dei giudici ridimensionata». Tuttavia per una fonte anonima ministeriale citata dal quotidiano cattolico La Croix «tutte le opzioni sono sul tavolo ma sarebbe un fallimento il trasferimento» delle prove di surf altrove.Parlando di ambiente, va detto che rimangono dei dubbi anche sulla fattibilità di alcune gare olimpiche nella Senna. Lo scorso agosto i test sulla qualità delle acque erano stati negativi. Poi le cose sono un po’ migliorate. Ma l’uso della Senna potrebbe avere delle ripercussioni anche su altre attività economiche come hanno segnalato i produttori francesi di cereali. In effetti, le interruzioni o le limitazioni della navigazione delle chiatte potrebbero provocare dei problemi di distribuzione di questi prodotti. Il danno, secondo il quotidiano L’Opinion, potrebbe ammontare a mezzo miliardo di euro. Cifre da capogiro ma in linea con i volumi di cereali trasportati sulla Senna ogni anno: circa tre milioni di tonnellate. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/olimpiadi-parigi-2024-2666835723.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="cimici-da-letto-e-ratti-pronti-a-fare-la-festa-alle-olimpiadi" data-post-id="2666835723" data-published-at="1703944902" data-use-pagination="False"> Cimici da letto e ratti pronti a fare la festa alle olimpiadi Il traffico e le piste ciclabili dai tracciati caotici non bastavano a complicare la vita dei Parigini. Nel 2023, l’esistenza degli abitanti della capitale francese è stata perturbata anche da dei minuscoli parassiti e da piccoli (o grandi) mammiferi: le cimici da letto e i ratti di fogna.Alla fine della scorsa estate nella Ville Lumière si è diffusa la psicosi per piccoli insetti succhiatori di sangue. Le cimici da letto sembravano aver avuto voglia di «fare serata» visto che, dopo aver infestato i giacigli di centinaia di parigini, sono arrivate anche sulle poltrone di alcuni cinema. Questi parassiti sono anche stati avvistati anche sui sedili di certe linee della metropolitana o ferroviarie. A fine settembre 2023 il primo vicesindaco di Parigi, Emmanuel Grégoire, ha lanciato un appello al governo auspicando un intervento contro «questa piaga» che colpisce la Francia mentre «si appresta ad accogliere i giochi olimpici e paralimpici nel 2024». La proliferazione delle fastidiose bestiole è stata collegata, al solito riscaldamento climatico anche se, qualcuno ha sommessamente ricordato che, magari, le cimici da letto dilagano anche a causa delle abitudini moderne. Partire ogni weekend e soggiornare in un bed and breakfast o, ancora, acquistare abiti di seconda mano senza verificarne l’origine, possono favorire la moltiplicazione delle cimici da letto. Secondo un rapporto pubblicato lo scorso luglio dall’’Agenzia Nazionalre francese per la sicurezza sanitaria dell’alimentazione, l’ambiente e il lavoro (Anses), le cimici da letto interessano l’11% dei nuclei familiari d’Oltralpe.Come accennato, tra i parassiti che potrebbero rovinare la festa olimpica parigina figurano anche i ratti che, secondo le stime dell’Accademia Nazionale di Medicina transalpina, il rapporto uomini-topi sarebbe «di 1,5-1,75 ratti per abitante». Questa cifra fa di Parigi e Marsiglia due delle «10 città più infestate al mondo», come spiegava nel 2022 sempre l’Accademia di Medicina. La stessa istituzione ricordava che «il ratto resta una minaccia per la salute umana a causa delle numerose zoonosi (malattie degli animali, ndr) trasmissibili tramiti i suoi esoparassiti, le sue deiezioni, i suoi morsi e graffi». Gli esperti dell’Accademia rispondevano così alla proposta strampalata lanciata da Douchka Markovic, una consigliera municipale parigina del Partito Animalista. Intervenendo in consiglio comunale nel luglio 2022, Markovic aveva preteso che i ratti venissero chiamati «surmolotti» perché questo sarebbe un termine con una «connotazione meno negativa» per i roditori. Non paga della sua sparata, la rappresentante del Partito Animalista ha detto che i ratti di fogna sono «i nostri ausiliari della gestione dei rifiuti». E proprio la gestione dei rifiuti potrebbe avere favorire un’ulteriore proliferazione dei ratti e sfigurare l’immagine di Parigi durante le olimpiadi. In effetti, dal 1 gennaio 2024, entrerà in vigore «per le collettività territoriali, un’obbligazione di predisposizione di una differenziazione (dei rifiuti) alla fonte e di valorizzazione dei rifiuti biodegradabili», come ha spiegato in questo mese di dicembre al sito Actu.fr, Muriel Bruschet dell’Agenzia francese della transizione ecologica (Ademe). L’esperta ha smentito che con il nuovo anno sarà obbligatorio avere un compost per ogni famiglia francese. Quel che è certo è che, già da alcuni mesi, nelle vie di Parigi vengono installati dei cestini di compostaggio, nei quali i parigini possono gettare l’umido. In caso di problemi di contenimento di questi rifiuti, i ratti faranno festa.I roditori però sono attirati anche dalle carenti condizioni igieniche adotatte da venditori di cibo da asporto, per lo più irregolari. Lo scorso ottobre aveva fatto scandalo la pubblicazione sul sito di Le Parisien, di alcuni video nei quali si vedevano dei venditori ambulanti di crêpes che estraevano dai tombini, il preparato per questi dolci. Le riprese erano state realizzate da alcuni abitanti del quartiere della Tour Eiffel che volevano denunciare il rischio di intossicazioni alimentari provocate da questi venditori (spesso immigrati clandestini) appoggiati su carrelli del supermercato. I primi a fare le spese di queste crêpes indigeste erano i turisti venuti ad ammirare il simbolo di Parigi. Anche queste irregolarità nella vendita di cibi da asporto rischiano di favorire la moltiplicazione dei ratti.
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Siamo in Valsesia, meta di trekking ad alta quota e di escursioni a piedi o in mountain-bike fra i boschi, in un territorio che per l’abbondante vegetazione molti considerano la «valle più verde» d’Italia. Ma qui c’è molto più della natura. Questa è stata, e per certi aspetti è ancora, la terra dei Walser: l’antica popolazione di lingua germanica dell’alto Vallese che, a partire dal 1200, attraversò le Alpi alla ricerca di nuovi pascoli, nuove terre da coltivare, nuove opportunità di vita comunitaria.
«Pensiamo al Medioevo come a qualcosa di estraneo alla montagna, invece in Europa è stato un periodo di grandi spostamenti e migrazioni. A quel tempo le valli svizzere cominciavano ad essere molto popolate e i Walser, che di animo erano un po’ nomadi, decisero di spostarsi verso sud, stabilendosi in questi luoghi che sopra i 1.100 metri di quota erano disabitati». A raccontare la storia di come i Walser cambiarono il destino della valle è Davide Zambrino, guida ambientale-escursionistica dell’hotel NH Collection Alagna Mirtillo Rosso in località Riva Valdobbia, ai piedi di Alagna. Arrivando, lo riconosci subito: è un mosaico di quattro grandi chalet (per un totale di 56 camere) ispirati all’architettura walser, di proprietà della famiglia Ponti - quella dell’aceto - oggi sotto il cappello del brand NH Collection Hotels & Resorts, parte del gruppo Minor Hotels (www.minorhotels.com). Un hotel innovativo fin dall’apertura, nel 2015, per via della filosofia eco-sostenibile che sposa i criteri della bioedilizia, con pareti in legno, rivestimenti coibentati, pannelli solari, il recupero dell’acqua piovana. «Nel rispetto dell’ambiente, chiediamo agli ospiti se vogliono rinunciare alla pulizia quotidiana della camera, in cambio di un drink omaggio. E al ristorante Biancospino lo chef Omar Bonecchi utilizza prevalentemente prodotti bio e sostenibili, con grande attenzione ai piccoli produttori del territorio», precisa il direttore Stefano Cerutti.
La vocazione dell’hotel è decisamente family, ma non mancano spazi riservati alle coppie, come la spa di 300 mq (accanto a quella di poco più grande destinata alle famiglie), con piscina interna ed esterna, la vasca di galleggiamento, la sauna, il bagno turco e le cabine per massaggi al profumo di montagna. Anche le escursioni in compagnia di Davide Zambrino sono a misura di ospite: «Organizziamo passeggiate facili per le famiglie e camminate più impegnative fino alle alte vette, al confine fra Piemonte e Valle d’Aosta».
Fra le camminate impegnative, la più famosa è quella al rifugio Margherita, il più alto d’Europa, accoccolato a 4.554 metri di quota sulla vetta della Punta Gnifetti, nel gruppo del Monte Rosa. Ci si arriva per gradi: il primo pezzo è facile, con gli impianti del Monterosa Ski fino a quota 3.300 metri. Poi si cammina fino alla Capanna Gnifetti, chiamata così in onore di Giovanni Gnifetti, il parroco-alpinista di Alagna che, nel XIX secolo, fu fra i primi a scalare quelle montagne. All’ultimo tratto, la salita al rifugio Margherita, una volta all’anno si aggiunge il direttore Cerutti, grande appassionato di montagna, per condividere con i suoi ospiti l’incanto di quell’orizzonte increspato di roccia e di neve. Una meraviglia che richiede passione e un po’ di allenamento. Al contrario, la scoperta delle antiche frazioni Walser di Alagna, è alla portata di tutti. «Consiglio di partire da Pedemonte, perché è lì che sono arrivati i primi Walser, come ci racconta il museo a loro dedicato nel cuore del paese», continua Davide Zambrino. Il museo, altro non è che un piccolo nucleo di case dell’antico popolo vallese, identiche a quando furono costruite, con le pareti in pietra e in legno, i grandi ballatoi esterni, il solaio dove si raccoglieva il fieno, i letti con il materasso di foglie di faggio secco rivestito di canapa.
Un’altra escursione da non perdere è al Sacro Monte di Varallo, struttura immensa che domina dall’alto l’imbocco della valle. «I villaggi Walser sono una poesia delicata, il Sacro Monte è un capolavoro imponente di arte e spiritualità, in un luogo di grande suggestione», conclude la guida. Non a caso, l’Unesco l’ha dichiarato Patrimonio mondiale dell’umanità.
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Le città di pianura @Lucky Red
Per la lagna di Matilda De Angelis sull’impoverimento intellettuale eccetera. Per gli svarioni di Valeria Bruni Tedeschi, ignara dei fondamenti nel tragico Ventennio delle grandi istituzioni cinematografiche italiane. E per i proclami di Lino Musella e i moniti di Rosella Pastorino, autrice di Le assaggiatrici («Si può essere colpevoli per inerzia») che vorrebbero trasporre nel presente la pedagogia resistenziale e antinazista. Non solo per tutto questo che, pure, è già abbastanza per abbatterli.
Anche per altro, molto altro. Da rivedere potrebbe essere il regolamento del premio, reso noto nell’imminenza dell’assegnazione e rimasto tuttora opaco. Da abbattere, appunto, per poi ricostruire è la composizione della giuria. Che stabilisce un circolo di prestigio, non l’unica delle incongruenze di questo sistema autoreferenziale come ha notato Ciak, la bibbia della materia in questione. Una giuria nella quale si entra versando un canone di 90 euro. E, a proposito di conflitti di interesse, una giuria nella quale ci sono tutti gli attori e le attrici, i registi, gli sceneggiatori e i produttori italiani del circoletto. Fate un nome, uno qualsiasi, e lo troverete. Roberto Benigni, Walter Veltroni, Stefano Accorsi, Valeria Golino, Nanni Moretti, Marco Bellocchio, Gianni e Giampaolo Letta, Sabrina Ferilli, Paolo Sorrentino, Ferzan Ozpetek, Silvio Soldini e Gianni Amelio, Aurelio De Laurentiis, Alba e Alice Rohrwacher, non solo un componente, ma intere famiglie dal cognome celebre. Mi fermo, la lista è infinita, oltre 1.600 persone da Abatantuono Diego a Zurolo Davide. Si fa prima a dire chi non c’è: Pupi Avati, per esempio. E Luca Medici e Gennaro Nunziante. Assenze significative. Per il resto, si premiano e si autopremiano. Con l’eccezione di Francesco Sossai, forse troppo periferico, il regista di Feltre travolto da otto David con il suo film outsider che ha sbaragliato i più accreditati Paolo Sorrentino e Luca Guadagnino, portandosi a casa le statuette per miglior film, regia, sceneggiatura, attore (Sergio Romano), brano originale, eccetera.
Non l’avevo visto Le città di pianura quand’era uscito qualche mese fa perché avevo intuito di che cosa si trattasse. Sono veneto, originario di Treviso, la città dove ora vive Sossai, e sono grato alla mia terra, alle mie strade e ai miei borghi. E avevo intuito che in quest’opera dominava un nichilismo neanche tanto camuffato. Una dispersione confinante con la disperazione. La filosofia dell’ultimo bicchiere di due spiantati. Dopo la messe di David sono andato a vederlo per capire se sono vittima di un pregiudizio. E se c’è un motivo valido per ignorare La grazia di Sorrentino oltre a quello accennato su X da Antonio Polito, cioè che è stato Sergio Mattarella con la grazia concessa a Nicole Minetti a farlo bocciare in tutte le sue 14 candidature. E dopo aver visto il film di Sossai, ho concluso che no, non c’è: il provvedimento di clemenza diramato dal capo dello Stato che, pure, ha ricevuto tutto il cinema italiano al Quirinale, è diventato ingombrante anche per il film del nostro ultimo premio Oscar.
Dunque, Le città di pianura è la storia formalmente ben raccontata di una gigantesca negazione. Una negazione consapevole e ribadita. È il Veneto dei non luoghi, caselli autostradali, autogrill, parcheggi sotto le tangenziali, case viste di sguincio, spesso sgangherate, capannoni, garage, osterie dove la gente indossa cappelli da cow boy per gli addii al nubilato, campielli veneziani deserti e dove anche uno degli aeroporti di Venezia si trova appena fuori Treviso e la stessa Venezia è una fondamenta periferica. Un Veneto dall’urbanistica sconclusionata, metafora di vite sgangherate e fatiscenti. Perché, ovviamente, quello di Sossai è un film sull’esistenza persa dispersa e perdente.
L’unico posto strutturato è il Memoriale Brion, ovvero il non cimitero, il «complesso funebre» di Carlo Scarpa, il grande architetto morto in Giappone. Un altro tassello dell’anticartolina perlustrata da due antiprotagonisti. Due che si trascinano e sopravvivono senza meta. Due erranti. Tutto accompagnato da una musica minimal country, chitarra e armonica, come in un west americano, ma desolato e desolante. Si vaga di giorno e di notte, senza fuso orario, per bere l’ultimo bicchiere, birra o gin tonic più che vino e anche questo è un controsenso, una negazione storica. Si vaga nella pianura cancellata dalla grande pittura che privilegia le montagne e la laguna, mentre invece è anch’essa piena di storia e di piccole patrie, che Sossai depenna per dipingere il suo affresco della sconfitta. C’è un segreto della vita e del mondo che i due antiprotagonisti inseguono per tutto il film, non se lo ricordano, perso nei fumi dell’alcol e delle piccole truffe con cui la sfangano. Un segreto che riemerge alla fine, con una discreta trovata di sceneggiatura e regia. L’unico vero colpo d’ala della trama. Ma è un colpo d’ala alla rovescia e si esce intristiti dalla sala. Perché, ahimè, l’assenza di fellinismi e di estetismi neorealisti non basta certo a farne un capolavoro.
Mi spiace, il mio pregiudizio ha trovato conferma. E anche la diagnosi di Sergio Castellitto.
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Richard Hawkins (Getty Images)
Ma mentre Veltroni arriva alle conclusioni di Veltroni - e meno male che non è arrivato a quelle di Corrado Augias, già in passato in difficoltà con alcune mail - il genetista Richard Dawkins, in una sorta di ebbrezza dionisiaca provocata dalle gratificazioni che Claude gli elargisce, prorompe ammettendo che l’IA ha «una coscienza».
La questione non è affatto secondaria perché Dawkins ha dedicato la propria vita alla riduzione della coscienza umana a epifenomeno di una macchina genetica, in particolare con Il gene egoista del 1976. Non solo, in realtà si può sostenere che tutto il pensiero di Dawkins non stesse aspettando altro che l’incontro con un’IA basata sul Large language model per confermare le proprie tesi. Secondo Dawkins, pensatore di riferimento per tutto il materialismo darwinista di fine Novecento, i geni non sarebbero altro che «replicatori egoisti» e gli organismi «semplici macchine di sopravvivenza» prive di scopo intrinseco. Il comportamento complesso ci appare come intelligente ma nasce in realtà da algoritmi ciechi e inconsci frutto della selezione naturale: non serve una mente o una coscienza al livello del gene o dell’organismo per spiegare le dighe dei castori, la danze delle api, l’altruismo e, soprattutto, la trascendenza e l’idea di Dio.
La coscienza umana altro non sarebbe che un prodotto tardivo e misterioso dell’evoluzione cerebrale, priva di qualsiasi addentellato spirituale e di intenzionalità; un banale fenomeno emergente da processi fisici: in pratica Dawkins ha sempre teorizzato che gli organismi funzionino come una sorta di Large language model. Appare così paradossale che lo scrittore de L’illusione di Dio, una volta trovatosi di fronte a ciò che può servire a rafforzare tutto il proprio impianto teorico, si metta a parlare proprio di ciò che ha cercato di confutare per tutta la vita: la coscienza. Ma, forse, non siamo di fronte a un’occasione persa bensì allo smascheramento dell’ossessione antispirituale come reale obiettivo teorico del materialismo darwinista. Forse per tutta la corrente teorica che si è presentata per decenni come la nuova, grande e vera religione scientista, la vera depositaria della verità ultima sulla vita, il fine non è mai stato descrivere la realtà bensì attaccare l’idea di trascendenza, di spiritualità e di Dio.
Se uno scienziato, di fronte alla coscienza umana, ribadisce incessantemente che si tratta solo di un meccanismo ma di fronte ad una macchina che simula una coscienza ammette la plausibilità della coscienza, allora la costante teorica è la volontà di impedire che la coscienza possa essere segno di trascendenza. In sostanza Dawkins, di fronte a ciò che simula una coscienza, ammette di poterla riconoscere come tale perché sa di essere di fronte a un Llm, ma quando si è trovato di fronte a una coscienza umana si è sempre visto costretto a negarne l’esistenza proprio perché non poteva esimersi dal riconoscerne la natura spirituale. E non è un caso se in questi giorni i principali esponenti dello scientismo ateista, da Sam Harris a Daniel Dennett, stiano gridando al crimine di «leso woke» a proposito del dialogo tra Dawkins e Claude: se l’ateo più rigoroso concede la coscienza a un algoritmo, crolla il monopolio materialista sulla spiegazione del mondo.
L’IA emerge, dunque, come specchio dell’inestinguibile nostalgia degli atei per Dio: gli eredi di quell’Illuminismo che dichiarò Dio un’illusione dalla quale liberarsi non riescono a vivere senza un sostituto divino e quando trovano un «automa sapiente» che simula la coscienza, riesplode tutta la loro nostalgia per qualcosa che vada oltre, che fornisca significato, che getti una luce calda sul gelo di cui si sono contornati, ma per farlo vogliono la garanzia di non star parlando di Dio quanto di un neutro meccanismo, il tutto per avere la garanzia di non trasgredire il dogma della religione che impone loro di non alzare mai la testa verso il cielo.
A partire dal positivismo ingenuo sino al behaviorismo ed al funzionalismo, il Novecento ha sempre tentato di dissolvere la coscienza nella computazione per dover tuttavia giungere a constatare che la computazione dell’IA generativa in realtà non dissolve nulla, riproduce solo la forma esteriore della coscienza umana e del suo pensiero e costringe i materialisti a reintrodurre surrettiziamente il termine «coscienza»: Dawkins può riconoscere in Claude una coscienza perché Claude sta simulando quella umana. D’altra parte, se la coscienza è un algoritmo selettivo allora anche i diritti umani lo sono: la dignità, la libertà, la giustizia sociale diventano tutte etichette utili ma arbitrarie, termini che riportano, dopo quasi tre secoli, all’origine kantiana del paradosso: la fonte del valore non può trovarsi nel valore stesso, c’è sempre bisogno di un «di più» al quale riferirsi. Dopo un po’ che parli con Claude, questa cosa ti scappa.
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Una terra molto diversa, sconfinata, abitata da strani esseri (ci vollero circa una cinquantina di anni, e pagine e pagine di discussioni sulla loro natura, affinché gli indios fossero riconosciuti come «veri uomini», dunque dotati di pieni diritti e non riducibili in schiavitù). Pochi anni dopo, nel 1516, Tommaso Moro (poi martire e santo) inventò il termine «utopia», giocando su una possibile doppia etimologia greca: «non-luogo» o «buon luogo». E non è un caso che, proprio in quel periodo, nella cultura occidentale si insinuò l’idea che fosse possibile ripartire da zero, costruire un «mondo nuovo», più giusto e più libero. Per Moro era il tratteggio di uno Stato ideale, ma per molti fu la speranza, al di là degli esiti, di un «altrove» esistente, una nuova terra appena scoperta. E la rottura di una gabbia ideologica che aveva, nel tardo Medioevo, forse un po’ soffocato il mondo in un sistema di pensiero - benché straordinario - come quello scolastico.
Nemmeno può essere un caso, dunque, che gli Stati Uniti, nazione nata dall’incontro di avventurieri e immigrati in cerca di fortuna, siano diventati i grandi produttori globali di narrazioni sugli alieni (dal latino «altrui», ma anche «estraneo») e sull’ignoto, a volte sotto il segno della minaccia a volte sotto quello della curiosità e del mistero. Anche altre culture, naturalmente, hanno raccontato mondi altri, con forme di vita extraterrestri, ma è nella natura stessa degli Stati Uniti una tensione a scoprire e colonizzare l’ignoto. Sono gli Usa la patria di Star Wars, di Et e Isaac Asimov, solo per citarne alcuni. È evidente che queste storie toccano corde profonde dell’inconscio collettivo americano, rinnovano uno slancio originario. Ecco perché, forse, l’amministrazione Maga ha deciso di desecretare i file governativi relativi «alla vita aliena ed extraterrestre, ai fenomeni aerei non identificati (Uap) e agli oggetti volanti non identificati (Ufo)» (Donald Trump, 19 febbraio 2026, su Truth). Per alcuni si tratta del solito vecchio espediente, cioè distrarre la popolazione dai fallimenti del governo, ma sicuramente per gli americani - e non solo - è un tema che va a sollecitare le fibre più intime.
Venerdì il ministero della Guerra ha rilasciato la prima tranche di file. Si tratta di documenti - report, immagini, filmati, audio - che arrivano fino agli anni recenti ma partono già dal 1947. Per esempio, la registrazione delle comunicazioni aria-terra durante il volo della missione Gemini 7. L’astronauta Frank Borman riferisce al centro di controllo missione Nasa a Houston, il 5 dicembre 1965, di aver avvistato un oggetto non identificato che ha chiamato «bogey». Durante lo scambio, Borman descrive tre elementi: il booster (il razzo che ha portato la navicella in orbita), centinaia di piccole particelle e, appunto, un terzo oggetto non identificato.
Una foto della superficie lunare vista dal sito di allunaggio dell’Apollo 12, quindi nel 1969, presenta fenomeni visibili non identificati sopra l’orizzonte. Nel debriefing dell’Apollo 11, reso pubblico per la prima volta dopo quasi 60 anni, l’astronauta Buzz Aldrin descrive la vista di un oggetto «di dimensioni considerevoli» vicino alla superficie lunare e una fonte di luce così intensa da sembrare un laser.
Tra i file figurano video ripresi da sensori militari in diverse aree del mondo. Uno mostra un oggetto a forma di «pallone da football» avvistato nel Mar Cinese Orientale nel 2022, ma in molti altri filmati si vedono «puntini» che si muovono in modo erratico sopra Iraq, Siria ed Emirati Arabi Uniti negli ultimi anni. Il Comando centrale degli Stati Uniti ha inviato un rapporto su un fenomeno anomalo non identificato ripreso in cinque secondi di filmato da un sensore a infrarossi installato su una piattaforma militare a maggio del 2022. Nel video, un oggetto simile a un missile attraversa lo schermo per pochi secondi a velocità molto sostenuta. «I lettori non devono interpretare alcuna parte di questa descrizione come un giudizio analitico, una conclusione investigativa o una determinazione fattuale riguardo alla validità, natura o rilevanza dell’evento descritto», si legge in fondo al commento del filmato. Eppure, evidentemente, gli esperti Oltreoceano non riescono a spiegare il fenomeno.
Tra i file c’è anche una foto elaborata dall’Fbi che ricrea i resoconti concordanti di testimoni oculari del settembre 2023 riguardanti un apparente oggetto metallico di colore bronzo a forma ellissoidale, lungo tra i 130 e i 195 piedi, che si materializzò da una luce brillante nel cielo e scomparve istantaneamente. In generale, non vi è alcunché di inequivocabile, ed è anzi verosimile che la maggior parte le anomalie registrate dalle videocamere abbiano spiegazioni plausibili da parte degli addetti ai lavori.
Si tratta, comunque, solo della prima tranche: altri rilasci avverranno nei prossimi mesi, in quello che è un immaginario senz’altro molto americano, capace però di affascinare anche il Vecchio continente. E che forse riflette, oggi come allora, un po’ l’archetipo del cercatore/esploratore (antico almeno quanto Ulisse), un po’ la possibilità di un’evasione. E forse anche la speranza, attraverso l’incontro con l’Altro, di scoprire qualcosa di più su noi stessi.
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