Fincantieri (Imagoeconomica)
L’ipotesi arriva dal presidente del colosso dell’aerospazio, Stefano Pontecorvo, che si è rivolto a un manager dell’azienda navale: «Spero che un giorno sia pensabile che noi due ci fondiamo». Il settore è in grande fermento: nascerebbe un gruppo da 40 miliardi.
Non è stata una dichiarazione. Solo una frase lasciata cadere quasi per caso anche se in certi contesti, le parole pesano più dei documenti. Aula della Bocconi, accademia e industria che si parlano. Stefano Pontecorvo, presidente di Leonardo, guarda tra i presenti Claudio Cisilino, Executive Vice President Operations di Fincantieri, e dice: «Spero che un giorno sia pensabile che noi due ci fondiamo». Perché «questo è il secolo delle grandi potenze e per essere una grande potenza bisogna investire in Difesa. La deterrenza è il modo più economico per mantenere l’indipendenza e il modo più efficace per mantenere un posto nel mondo».
Nessun dettaglio, nessun piano, nessuna slide. Ma abbastanza per riaprire il dossier sull’integrazione tra il colosso dell’aerospazio e della difesa e il campione della cantieristica. Claudio Cisilino, top manager di Fincantieri, cui sembra rivolta la provocazione ci tiene a precisare: «Il consolidamento dell’industria europea della difesa si fa prima di tutto se si consolidano i programmi altrimenti si fanno sostanzialmente joint venture che poi rimangono delle scatole vuote». Infine ha ribadito che «Noi speriamo veramente che siano una miccia che innesti prima di tutto lo sviluppo industriale».
In questo momento l’unione tra i due campioni nazionali appare soprattutto come una suggestione. Resta il fatto che se Leonardo e Fincantieri unissero le forze, nascerebbe un gruppo da oltre 21 miliardi di ricavi, circa 40 miliardi di capitalizzazione di Borsa, un portafoglio ordini che sfiora i 72 miliardi, quasi 71 mila dipendenti. Una presenza internazionale robusta, soprattutto tra Regno Unito e Stati Uniti. Un campione europeo a tutti gli effetti, saldamente tra i primi dieci nel mondo.
Non è un’idea nuova. Come certi fiumi carsici della: scompaiono, riemergono, ma non smettono di scorrere. Leonardo - un tempo Finmeccanica - e Fincantieri si parlano da sempre. Né è venuta meno la collaborazione, come dimostra l’alleanza in Orizzonti Sistemi Navali, che vede Fincantieri al 51 per cento e Leonardo al 49 per cento. Si occupa programmi di sviluppo per fregate, unità anfibie, cacciamine. Ma un conto è un patto finalizzato a una singola operazione; ben altre complessità rivelerebbe il matrimonio tra i due gruppi. Del resto, nemmeno a livello societario la fusione appare come una passeggiata. È vero che Leonardo e Fincantieri sono entrambe a controllo pubblico, ma entrambe sono quotate in Borsa. Per Fincantieri non ci sarebbero problemi, considerato che per il 71 per cento è nel portafoglio di Cassa depositi e prestiti. Non lo stesso vale per Leonardo: il Tesoro ne detiene il 32 per cento, una quota che potrebbe essere non sufficiente ad aggregare in una assemblea straordinaria la maggioranza dei voti.
Ma anche tutto già visto. Ai tempi di Pier Francesco Guarguaglini e Giuseppe Bono, quando Finmeccanica era ancora un conglomerato onnivoro e Fincantieri un campione navale in cerca di un perimetro più largo, si era persino ragionato su una scissione-fusione: una Fin-militare e una Fin-civile. Un’operazione di ingegneria finanziaria poi accantonata. Definitivamente, si disse allora. Oggi il contesto è cambiato. Nel suo ultimo piano quinquennale Fincantieri ha chiarito di voler spingere con decisione sulla difesa. Leonardo è già un attore globale. Le tensioni geopolitiche, la corsa al riarmo europeo, la richiesta di piattaforme integrate – navi, sensori, sistemi, cyber, spazio – rendono sempre meno sostenibile la frammentazione. Non basta più essere eccellenti in un segmento: bisogna presidiare la catena del valore.
Non è un caso che il tema sia tornato anche nel dibattito politico. Giancarlo Giorgetti ha invitato a pensare a «un polo militare italiano».
Il modello francese insegna: un’offerta industriale capace di parlare al mondo intero. Non solo tecnologie di punta, ma anche prodotti di fascia media, esportabili, competitivi, appetibili oltre l’Europa e il Golfo.
In questo quadro, le parole di Pontecorvo non sono una boutade. Sono un segnale. Forse un provocazione buttata sul tavolo per vedere gli effetti. Fincantieri frena. Il matrimonio non sarebbe solo una grande operazione societaria. Sarebbero la risposta a una domanda che l’Italia si pone da anni: vogliamo davvero essere un attore industriale strategico, o preferiamo continuare a immaginarlo a voce bassa, sperando che qualcun altro lo faccia per noi? La suggestione, questa volta, somiglia molto a una possibilità. E in certi momenti della storia industriale, le possibilità contano più dei bilanci.
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Agricoltori in protesta (Ansa)
All’Eurocamera mozione per chiedere l’intervento della Corte di giustizia contro il trattato. Riunione Ursula von der Leyen - Ppe.
Lo grideranno migliaia di agricoltori stamane a Strasburgo «assaltando» la sede dell’Eurocamera sostenuti dalla voce dei trattori: «Von der Leyen vattene». Un’anteprima c’è stata ieri in tutta Italia – con particolari concentramenti nel veronese, a Roma e nel Lazio, lungo l’Adriatico – con i blocchi organizzati dal Cra (agricoltori traditi) e dal Co.api (coordinamento agricoltori e pescatori italiani). La baronessa può anche minacciare i controdazi per 90 miliardi di euro a Donald Trump, può anche mostrare i muscoli per difendere la Groenlandia, che fino a ieri per Bruxelles era «l’isola che non c’è», ma ha un problema: rischia di interpretare un’Europa che davvero non c’è. Il presidente americano, come del resto Xi Jinping e Vladimir Putin, lo sa. Torna stamani in auge un’antica attualissima battuta di Henry Kissinger: «Se devo telefonare all’Europa che numero faccio?».
Mentre il presidente della Commissione pensa di essere alla testa di un contingente anti Trump, la contestazione diventa feroce contro quell’accordo – il trattato di libero scambio col Mercosur – che lei ha firmato con due obbiettivi: fare un favore alla sua Germania e dimostrare che l’Ue non è come gli Usa, crea il più ampio libero mercato del mondo ed è ancora protagonista della globalizzazione. Domani però il Mercosur rischia di saltare: avrebbe ballato solo una novantina di ore perché il Parlamento europeo potrebbe decidere di far giudicare il comportamento della baronessa dalla Corte di giustizia e dopodomani votarle la sfiducia. Quella che stamani gli agricoltori che arrivano da Francia, Belgio, Spagna, Grecia, Polonia, Italia le grideranno in faccia scaricando tonnellate di letame per le strade dell’Alsazia. Peraltro l’Europa i dazi li mette – li sta usando come arma di pressione proprio sugli Usa, cerca d’imporli alla Cina arrivata a un surplus commerciale di 1.200 miliardi di dollari di cui 400 in Ue con un aumento del 5,5% – soprattutto al suo interno, e il Mercosur segna una frattura profonda nell’Ue. Emmanuel Macron che si agita per Trump è il primo ad opporsi alla Von der Leyen sul terreno agricolo, la Polonia – la più intransigente nel chiedere il sostegno all’Ucraina – sfiducia la Commissione sull’accordo commerciale, e così fa l’Irlanda che predica moderazione nei rapporti con l’Usa e l’Austria che mette in crisi l’asse con la Germania.
È un’Europa che si sfalda di fronte alla protesta degli agricoltori. I cantori dell’Ue si sforzano di dire che il Mercosur è una grande opportunità – lo ha fatto ieri il Corriere con Milena Gabanelli – ma raccontano solo un pezzo di verità. I numeri certificano come Ursula von der Leyen abbia lavorato alla distruzione della sovranità alimentare del continente in dispregio della Pac – fu la prima delle politiche comuni – che lei voleva ulteriormente tagliare e che invece avrebbe bisogno di una radicale riforma visto che ai 23 milioni di piccole imprese dell’Ue arrivano solo le briciole. I dati delle importazioni agroalimentari in Europa sono una sentenza. Nei primi dieci mesi del 2025 sono aumentate di 15,5 miliardi di euro (più 11%) peggiorando di quasi 13 miliardi il saldo. Dal Mercosur abbiamo comprato il 14% del totale, è il nostro secondo fornitore dopo il vicino Oriente, Turchia compresa.
Altre cifre raccontano che l’agricoltura è stata sacrificata sull’altare dell’industria tedesca: la Germania esporta verso il Mercosur per 15 miliardi di euro con una crescita del 40% nell’ultimo decennio. A Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay i tedeschi vendono auto, meccanica e chimica che sono oltre il 70% del totale delle esportazioni. In compenso arriveranno senza controlli e a prezzi di dumping 3 milioni di tonnellate di carne di manzo e di pollo dagli allevamenti dove si usano antibiotici vietati in Europa, 600.000 tonnellate di riso coltivato con l’uso di pesticidi proibiti in Ue (il potenziale di coltivazione è sei volte quello europeo), oltre a 180.000 tonnellate di zucchero prodotto anche attraverso lo sfruttamento dei lavoratori. Ma che gli fa, l’importante è che la baronessa sia contenta.
Fino a domani che avrà un alba di tensione per la contestazione degli agricoltori con Coldiretti in testa, ma anche per il voto del Parlamento. Sono 145 gli eurodeputati di Ppe, S&D, Renew, Verdi e The Left che hanno presentato la mozione che chiede alla Corte di giustizia di verificare la compatibilità dell’accordo con i trattati Ue. Fatti i conti, visto che tutti i francesi e tutti i polacchi votano per bloccare il Mercosur, il rinvio ai giudici è sulla carta maggioranza anche perché almeno 50 popolari votano contro il Mercosur. Per questo ieri la Von der Layen ha fatto una riunione «riservata» dei popolari minacciando: «Se il Mercosur fallisce, possiamo dimenticarci l’Ue come attore globale». Il Ppe da sempre si proclama il partito degli agricoltori e per evitare di essere smascherato sembra che chiederà il voto segreto. Tuttavia l’insoddisfazione dei contadini – come fa notare Ettore Prandini, presidente di Coldiretti – non è solo per il Mercosur; è la mancanza dei controlli doganali, dell’etichetta di origine, è il denominare i prodotti come europei in base all’ultima lavorazione, è la mancanza di clausole di reciprocità, ma soprattutto è «l’aver emarginato l’agricoltura scegliendo di finanziare le armi, svendendo come merce diplomatica la sovranità alimentare e questo riguarda tutta la politica di questa Commissione». Dopodomani c’è un altro voto: la sfiducia alla Von der Layen. Lo hanno promosso i francesi di Jordan Bardella, ma il consenso è ampio e divide anche gli schieramenti italiani: 5 stelle, Lega e Avs da una parte, Pdi, Forza Italia e Fdi a sostegno della baronessa. C’è il rischio concreto che vi sia una inedita saldatura: estrema destra ed estrema sinistra più i vari sovranismi per mandare a casa questa Commissione. Per questo Ursula von der Leyen ha fretta di menare le mani; non sa se può dire, come invece l’americana Rossella Hoara di Via col vento, «domani è un altro giorno».
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(Arma dei Carabinieri)
Individuata un’organizzazione con base nel quartiere di Arghillà: auto rubate, smontate in poche ore o restituite con il «cavallo di ritorno». Sequestrate anche armi e molti pezzi di ricambio grazie al successo dell'operazione «Car-cash».
Questa mattina, i Carabinieri della Compagnia di Reggio Calabria, assieme al personale di supporto del 14° Battaglione Carabinieri «Calabria» di Vibo Valentia e della Stazione di Senago (MI) hanno dato esecuzione all’ordinanza emessa dal Gip del Tribunale di Reggio Calabria con la quale è stata disposta l’applicazione della custodia cautelare in carcere nei confronti di 7 indagati e degli arresti domiciliari nei confronti di altri 10 per reati di furto aggravato, ricettazione, estorsione aggravata, detenzione e porto abusivo di armi.
L'attività investigativa - avviata nell’ottobre 2024 e conclusa nell’aprile 2025 – è stata condotta dalla Sezione Operativa della Compagnia Carabinieri di Reggio Calabria con il supporto dei militari della Stazione Carabinieri di Reggio Calabria – Catona sotto il coordinamento della Procura della Repubblica.
Durante il corso dell’indagine si è proceduto ad un’articolata e costante attività di monitoraggio e controllo del quartiere Arghillà di Reggio Calabria, teatro, negli ultimi anni, di una recrudescenza criminale.
Grazie all’indagine è stata scoperta la pratica di reati contro il patrimonio nel quartiere di Arghillà secondo uno schema operativo sostanzialmente identico e ripetuto nel tempo. Alcuni degli indagati individuavano e successivamente sottraevano dalle vie della città uno o più veicoli di interesse, che venivano poi subito portati ad Arghillà. Come ricostruito dal Gip una volta trasferiti i veicoli rubati venivano sottoposti ad una rapidissima e professionale attività di cannibalizzazione. In almeno due casi si è assistito in diretta (grazie alle telecamere) ad episodi cosiddetti di «cavallo di ritorno», in cui gli indagati hanno praticato l'estorsione per costringere i proprietari delle auto rubate a pagare un compenso per ottenerne la restituzione.
È inoltre stato riconosciuto dal Gip come alcuni indagati adottassero costantemente contromisure per eludere controlli di polizia nel corso delle operazioni di ricettazione, informandosi a vicenda sulla presenza delle Forze dell'ordine in vari punti del quartiere o sui controlli subiti dai co-indagati.
Si è ritenuto degno di particolare allarme sociale il fatto che gli indagati abbiano commesso i reati per cui si procede con cadenza quotidiana anche durante le festività natalizie, sia di giorno che di notte. Si aggiunga che alcuni episodi hanno inoltre interessato i veicoli in sosta presso i parcheggi di ospedali e che, in un caso, ad essere vittima dei reati è stata una troupe televisiva intenta a realizzare un servizio giornalistico nel quartiere di Arghillà.
Nell’ordinanza è inoltre ben evidenziato come la costante cannibalizzazione dei mezzi rubati rappresenti sicuramente un impatto ambientale, per la creazione di una discarica di carcasse di veicoli a cielo aperto in un quartiere ad altissima densità abitativa.
Si sottolinea, inoltre, come le molte attività di riscontro compiute nel corso del periodo di monitoraggio hanno portato al ritrovamento di più autovetture oggetto di furto, di molte parte di ricambio e anche al reperimento ad al sequestro di armi.
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Matteo Piantedosi (Ansa)
Direttiva ai prefetti: «Vigilate anche sul rispetto delle regole per i fuochi artificiali».
La tragedia di Crans-Montana spinge il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, a a emanare una direttiva per intensificare i controlli di sicurezza dei pubblici esercizi e delle attività di intrattenimento e di pubblico spettacolo. Il documento, inviato ai prefetti e per conoscenza al capo della polizia e ai capi dipartimento dei vigili del fuoco, del soccorso pubblico e della difesa civile, ricorda come «la tragedia di Crans-Montana ha riproposto all’attenzione il tema della sicurezza nei pubblici esercizi e nei locali di pubblico spettacolo.
Il nostro sistema di safety, come noto», sottolinea Piantedosi, «imperniato su regole e procedure molto rigorose, ha mostrato nel tempo grande affidabilità, costituendo un modello di riferimento anche all’estero». Eppure, quando si parla di sicurezza, alla luce della strage di Crans-Montana, una maggiore stretta è necessaria: «Quanto verificatosi nel piccolo centro montano in Svizzera», sottolinea Piantedosi, «impone a tutte le componenti del nostro sistema di sicurezza, in via precauzionale, di intensificare al massimo, soprattutto in chiave preventiva, l’attività di controllo sulle attività di intrattenimento, al fine di tutelare la pubblica incolumità sia del lavoratori che degli avventori. A questo fine», scrive il ministro dell’Interno agli intestatari della direttiva, «vorranno convocare specifiche riunioni del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica con la presenza dei Comandanti provinciali dei Vigili del fuoco e la partecipazione delle associazioni rappresentative dei pubblici esercenti e dei referenti dell’Ispettorato del lavoro per un’analisi di contesto della situazione a livello provinciale».
Piantedosi prescrive in particolare di «intensificare i dispositivi di controllo sui locali di pubblico spettacolo e sui pubblici esercizi per verificare il pieno rispetto della normativa di settore e contrastare eventuali forme di esercizio abusivo. Andrà verificata, in particolare, la conformità dell’attività alle misure di prevenzione incendi, di gestione dell’esodo e dell’emergenza, la congruenza tra l’assetto strutturale dei locali, i materiali e le installazioni presenti, la capienza autorizzata e l’affollamento effettivo, nonché il rispetto delle disposizioni disciplinanti l’uso di fuochi d’artificio e fiamme libere all’interno delle medesime». Infine, Piantedosi chiede ai prefetti e agli altri destinatari della direttiva «di richiamare l’attenzione delle associazioni rappresentative dei pubblici esercenti sull’esigenza di svolgere una capillare attività di sensibilizzazione nei confronti dei propri aderenti».
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