Surreale «inaugurazione» all’Istituto tecnologico superiore di Grosseto, alla presenza dell’assessore regionale all’Istruzione: arriva la toilette «gender neutral» con l’adesivo «inclusivo» che umilia le persone in carrozzina, associandole a sirene e alieni.
I care. La lunga onda obamiana (molto lunga, un decennio) è arrivata anche in una scuola di Grosseto, dove inclusione significa prendersi cura delle funzioni corporali del robottino Ambrogio, della sirenetta Ariel e di E.T. telefono casa. Per non sbagliarsi con questi «personaggini» (direbbe Vincenzo De Luca) dal sesso incerto, sulle porte delle «gender neutral toilet» - sarebbero i servizi igienici - dell’Istituto tecnologico superiore Eat sono comparse 11 icone, compresi i simboli di Batman, dell’alieno con gli occhi a palla, della donna-pesce. Anche loro hanno facoltà di entrare per espletare i loro bisogni accanto a banali persone binarie, a disabili in carrozzina e signore gravide.
Le foto stanno facendo il tour dei social con una velocità superiore a quella del cronoman Filippo Ganna. Ed escludendo l’autoironia (difficile trovarne qualche grammo su questi temi), indicano tante cose insieme: il delirio fuori scala di chi ha avuto la pensata, la volontà di abbracciare la moda woke ormai fuori tempo massimo e la dimostrazione di insensibilità nell’accostare il mondo fantasy a quello reale. Perché vedere la sedia a rotelle (con tutto ciò che presuppone in termini di dolore e di coraggio) accanto a un droide da Star Wars farebbe sobbalzare anche il più cinico dei leoni da tastiera di X.
Quello grossetano nella Cittadella dello studente dev’essere un istituto davvero fortunato. Mentre gli altri, in tutta Italia, sono preoccupati dalla dispersione scolastica, dall’uso indiscriminato dell’Intelligenza artificiale, dalle sacche di violenza al loro interno, ecco la paradisiaca Eat dove c’è la possibilità per i ragazzi di incontrare Robin mentre fa asciugare i guanti verdi sotto il getto di aria calda. È l’invasione dell’ultra-woke. Non fa una piega l’assessore regionale toscano alla Scuola, Alessandra Nardini (Pd), orgogliosa di mostrare l’opera su Facebook nella speranza che sia un viatico per decollare verso il Nazareno. Si sa che Elly Schlein è molto sensibile alle pulsioni radical da terza liceo «sull’accessibilità universale» che arriva ad abbracciare il transgenderismo planetario. Anzi galattico. Anzi a fumetti.
Così l’istituto dedicato a enogastronomia, accoglienza (nel senso di hospitality) e turismo deve fare i conti con i bagni più inclusivi dell’universo interstellar. Non vorremmo deludere chi ha avuto la pensata, ma è arrivato ultimo. Alcune università italiane, mosse dall’urgenza di adeguarsi ai dogmi del fanatismo Lgbtq+ da campus californiano, da tempo hanno ricavato servizi igienici per il presunto terzo sesso, destinati a rimanere deserti o ad attrarre superflue polemiche. Come quella avvampata due anni fa alla Bocconi di Milano, allorché tre studenti sono stati sospesi per sei mesi dalle lezioni per aver pubblicato sui social media commenti a loro dire goliardici, ma ritenuti «transfobici» dal consiglio di disciplina dell’ateneo. Un provvedimento molto severo, rigorosamente in linea con la polizia del pensiero e della parola.
I bagni di Guerre Stellari (noi boomer di periferia eravamo fermi al bar) stanno facendo discutere. Il parlamentare di Fratelli d’Italia, Fabrizio Rossi, ha commentato: «Direbbe il poeta, Non so se il riso o la pietà prevale. Ecco come le porte di un gabinetto diventano una crociata». È bastata la frase perché si autoproducesse come un blob una task force molto seria e molto presa dall’argomento, capitanata dall’assessora Nardini, pronta a far divampare lo scontro ideologico: «L’attacco di Rossi è l’ennesima prova dell’ossessione della destra. Io sto dalla parte di chi realizza spazi accoglienti, non di chi agita fantasmi woke. Davvero il problema sarebbero bagni pensati per riconoscere ogni persona? Penso che tutte le iniziative che consentono a ogni persona, ogni corpo e ogni identità, di essere riconosciuta, siano le benvenute». Se c’erano dubbi sulla mancanza di autoironia e di profondità morale del progressismo radical, questi evaporano. Perché sarebbe interessante definire l’identità e il perimetro sociale del robottino Ambrogio e della sirenetta Ariel. E capire le profonde motivazioni filosofiche che consentono di accostare nella stessa frase, con la stessa sensibilità, dentro lo stesso perimetro di dignità civile Batman e una mamma incinta, i Minions e una persona disabile. Anche il presidente provinciale Francesco Limatola (ovviamente piddino pure lui) non si è risparmiato qualche grammo di indignazione: «L’onorevole Rossi dovrebbe preoccuparsi un po’ di più di dare risposte ai territori e un po’ di meno di inseguire un maldestro tentativo di fare il fenomeno sui social». È noto che il presidente di una Provincia, al contrario, possa mettersi alle spalle le tematiche che riguardano i cittadini per baloccarsi a piacere dentro un cartoon. Undici icone, zero autocritica, una difesa d’ufficio da far cascare le braccia. Non resta che un consiglio: controllate spesso la carta igienica.
Continua a leggereRiduci
Zaker Choudry (Ansa)
La seduta del City council di Birmingham inaugurata dalla preghiera islamica. E fa scalpore l’assassinio di un diciottenne, ucciso con il pugnale rituale da un sikh.
Nel nostro Stato laico, apparirebbe già strano se la cerimonia di insediamento di un sindaco venisse accompagnata dalla preghiera benaugurante di un parroco, direttamente dagli scranni del Consiglio comunale. Figuriamoci cosa potremmo pensare se, al posto del prete, ci fosse un imam.
È proprio quello che è successo a Birmingham, la seconda città più popolosa del Regno Unito dopo Londra: l’altro giorno, al giuramento del nuovo Lord mayor di origini pakistane, Zaker Choudry, il City council è stato allietato dal canto di un celebrante musulmano, con barbone nero e turbante. A completare il quadro della sottomissione, il discorso del primo cittadino, pronunciato in un inglese da gran bazar di Islamabad.
È la nuova normalità ai tempi dell’invasione. E infatti nessuno ha fatto un plissé, anche perché, nell’assemblea, siedono parecchi consiglieri di origine straniera. Tanto che un gruppo di 13 indipendenti di religione islamica potrebbe diventare politicamente determinante: ha offerto il suo appoggio alla coalizione di verdi e libdem per tentare di costituire una maggioranza, in seno a un Consiglio che le elezioni del 7 maggio scorso hanno terremotato. Guarda caso, nella metropoli in cui i bianchi sono diventati una minoranza (48% della popolazione) e i cristiani sono in ritirata (sono ancora il 34%, ma l’islam ha raggiunto quota 30%), il partito sovranista di Nigel Farage, Reform, è passato da zero a 23 seggi. Al contrario, i laburisti ne hanno persi 34, in parte in favore degli ecologisti, che da tempo strizzano l’occhio agli elettori musulmani e che hanno guadagnato 17 posti. Gli indipendenti maomettani, per allearsi con i progressisti, hanno dovuto giurare che non si opporranno alle politiche Lgbt del Comune. Se non altro, a Birmingham hanno chiare le priorità…
La Gran Bretagna è in una fase politica turbolenta. Le recenti amministrative sembrano aver assestato il colpo di grazia al gabinetto di Keir Starmer, il quale, nonostante la clamorosa batosta in Galles e la sfilza di risultati deludenti del suo partito, non vuole mollare il numero 10 di Downing street. A insidiare la sua leadership ci sono l’ex ministro della Salute, Wes Streeting, e Andy Burnham, sindaco della Grande Manchester, che ieri ha lanciato la sua campagna per rientrare in Parlamento, nel seggio di Makerfield, una storica roccaforte rossa, alle suppletive del 18 giugno. Ma il vero convitato di pietra, in caso di elezioni anticipate (la scadenza naturale della legislatura è fissata al 2029), è appunto Farage: se si votasse oggi, stando agli ultimissimi sondaggi Deltapoll, Reform otterrebbe 304 seggi a Westminster. Sarebbe letteralmente a un passo dalla maggioranza assoluta di 326, che supererebbe agevolmente grazie ai 54 scranni che le rilevazioni attribuiscono ai Tories. L’immigrazione, insieme ai trucchetti con cui la sinistra sta provando ad aggirare la Brexit, è di sicuro uno degli argomenti che trascinano la crescita dei populisti.
L’ultimo fattaccio ad aver destato scalpore riguarda gli sviluppi giudiziari dell’omicidio di Henry Nowak, un diciottenne dell’Essex ucciso dopo una serata al pub a Southampton, il 3 dicembre 2025. L’uomo accusato dell’assassinio è Vickrum Digwa, 23 anni, di etnia sikh: ha assestato cinque fendenti fatali al ragazzo, utilizzando il coltello tradizionale, il kirpan, una lama di 21 centimetri che le leggi inglesi, di solito molto restrittive in materia di armi, consentono ai seguaci del sikhismo di portare in giro. A processo è finita anche la mamma del presunto killer, Kiran Kaur, per aver rimosso dalla scena del crimine il pugnale. Digwa, davanti ai giudici, ha sostenuto di aver reagito a un’aggressione da parte di Nowak, che sarebbe stato ubriaco: legittima difesa, insomma, in virtù delle norme multiculturali che danno ai sikh la facoltà di girare armati. Secondo il procuratore, invece, il giovane inglese, appena prima di incrociarsi con l’assalitore, stava inviando dei video su Snapchat agli amici, era sulla strada verso casa e aveva un tasso alcolemico inferiore al limite permesso per mettersi alla guida.
La vicenda presenta un risvolto ulteriore: la polizia avrebbe gestito il caso con imperizia. Anziché aiutare il ragazzo colpito, gli agenti si sarebbero preoccupati di ammanettarlo, non prestando attenzione alle ferite da taglio sul suo corpo; solo quando ha perso i sensi si sarebbero decisi a chiamare i soccorsi. Ma era ormai troppo tardi. E c’è un dettaglio ancora più inquietante. Secondo alcuni media, dal materiale mostrato alla giuria risulterebbe che, mentre spirava, Nowak avrebbe sussurrato: «I can’t breathe», «Non riesco a respirare». Esattamente le stesse parole che a Minneapolis, il 25 maggio 2020, George Floyd disse a Derek Chauvin, il poliziotto che gli stava premendo il ginocchio sul collo, togliendogli il fiato. La morte dell’afroamericano innescò le proteste del movimento Black lives matter. Lo stesso moto di indignazione ha contagiato adesso Dublino: davanti al Parlamento, si sono radunate centinaia di manifestanti, dopo che Yves Sakila, un immigrato congolese, immobilizzato dalle guardie private di un centro commerciale in quanto sospettato di un furto, è morto soffocato.
Il particolare ha acceso anche Elon Musk, che ha rilanciato su X una serie di post contro i politici che si inginocchiarono per Floyd, ma ora ignorano il diciottenne ucciso a Southampton. Il magnate rinfaccia pure a Starmer di non essersi mai pronunciato sui delitti degli immigrati. A giudicare dai risultati alle urne, nascondere la polvere sotto al tappeto non gli è servito a niente.
Continua a leggereRiduci
iStock
Su indicazione dell’Europa attivate 762 cattedre per insegnare il nostro idioma agli studenti immigrati nelle classi dove gli extracomunitari sono oltre il 20%. In Emilia-Romagna sono più della metà del totale.
Pochi giorni fa, la commissione consiliare dell’Unione Terre d’Argine, l’ente che in Emilia Romagna aggrega i Comuni di Campogalliano, Carpi, Novi di Modena e Soliera, si è riunita per discutere di «Scuola e contesti migratori nei servizi educativi e nel primo ciclo di istruzione».
Nella Regione rossa, con la più alta incidenza di cittadini stranieri (12,9% contro il 9,2% nazionale), la presenza di studenti che non parlano l’italiano come prima lingua sta aumentando velocemente. La normativa prevede un limite del 30% di stranieri per classe, ma nella sola Carpi si è passati da 27 su 144 classi (18,75%) che superavano la soglia nell’anno scolastico 2018/2019, a 51 classi su 136 (37,50%) dell’anno in corso. Una percentuale di studenti stranieri che è quasi la metà dell’intera scolaresca.
Non è certo un caso isolato. Nel 2022-23, l’Emilia-Romagna, con 40.442 alunni stranieri (23,2% sul totale regionale) aveva oltre la metà (4.721, 54,4%) delle classi di scuola primaria che superavano il 20%, e questo voleva dire che 29.815 (73,7%) di questi studenti senza cittadinanza italiana erano in classi con forte presenza di alunni con ridotta conoscenza dell’italiano.
Anche la Lombardia aveva 9.551 classi (47,9%) con percentuale di alunni stranieri oltre il 20%; i dati sulla Liguria erano di 1.205 classi (44,2%); il Veneto 4.053 (39,6%); la Toscana 2.602 (37,1%); il Piemonte 3.081 (35,3%). Questo significa difficoltà di adattamento e di apprendimento per gli stranieri, problemi per gli studenti italiani che si vedono rallentare l’avanzamento dei programmi e grande affanno per gli insegnanti che non riescono a svolgere il loro progetto educativo.
Il ministero dell’Istruzione e del Merito, dallo scorso anno assegna docenti di sostegno, una sorta di facilitatori della nostra lingua, proprio nelle classi con almeno il 20% di studenti stranieri «che si iscrivono per la prima volta al sistema nazionale di istruzione», o che comunque non raggiungono un livello A2 di conoscenza dell’italiano. Anche per il 2026-2026, i posti di potenziamento sono 762 a cui si può accedere con la classe di concorso A-23, dedicata all’insegnamento della lingua italiana «per discenti di lingua straniera».
Definito anche italiano L2 per indicare la lingua non materna (Lm) o lingua prima (L1), di fatto è l’italiano «come seconda lingua». Paradossalmente, una lingua di socializzazione secondaria e di scolarizzazione, che viene insegnata a stranieri nelle nostre scuole per favorire il loro apprendimento e l’integrazione. Mettendo a disposizione altri 762 docenti, che non bastano considerato l’alto numero di non madrelingua italiana nelle classi, ma che è l’Unione europea a imporci.
Il piano di potenziamento, stabilito con decreto, è infatti nell’ambito del Programma nazionale «Pn Scuola e competenze 2021-2027», rivolto alle scuole dell’infanzia, alle scuole del I e del II ciclo d’istruzione e ai Centri provinciali per l’istruzione degli adulti (Cpia) di tutto il territorio nazionale, in attuazione del regolamento Ue 2021/1060 per «Un’Europa più sociale».
Il decreto ministeriale parla espressamente di «percorsi formativi» che devono prevedere «un potenziamento della lingua italiana personalizzato che tenga conto delle esigenze di ciascuno per una efficace e completa integrazione», nelle istituzioni scolastiche statali primarie e secondarie di primo e di secondo grado inserite in un apposito elenco.
A ciascuna scuola, che abbia classi con oltre il 20% di presenza di studenti stranieri, sono assegnate risorse in misura proporzionale e «sulla base dei progetti presentati dalle istituzioni scolastiche in base al livello di conoscenza della lingua italiana da parte degli studenti stranieri», per complessivi 12.817.500 euro. I destinatari delle iniziative sono le studentesse e gli studenti stranieri delle scuole individuate, con la precisazione che «le attività previste devono potenziare le competenze di base e, in particolare, la lingua italiana, perseguire la personalizzazione degli apprendimenti, rafforzando le inclinazioni e i talenti degli studenti, indipendentemente dalle condizioni di partenza».
Un lavoraccio non da poco, comunque con poche risorse e pochi insegnanti «di sostegno».
Secondo il Portale unico dei dati della scuola italiana, nel 2024/2025, gli alunni con cittadinanza non italiana hanno raggiunto la cifra di 911.578 unità: quasi il 12% della presenza totale nelle classi, italiana e straniera. L’anno precedente erano 910.984. E cinque anni prima, nel 2019/2020, erano 827.743. Nel 2024/2025, quasi 82 alunni su cento tra quelli non italiani arrivano da nazioni africane, asiatiche o extra Ue.
Anche il Regno Unito, dove l’inglese non è la prima lingua di 1,8 milioni di alunni, o uno su cinque, secondo il censimento scolastico 2024/25, è alle prese con i diktat dell’inclusione attraverso corsi a bambini stranieri che non possiedono le competenze linguistiche. Le scuole hanno ricevuto un record di 539 milioni di sterline quest’anno per soddisfare gli alunni che imparano «l’inglese come lingua aggiuntiva (Eal)» e per il prossimo anno scolastico si prevede che arrivino a 572 milioni di sterline, come segnala il Daily Mail. Il malcontento però dilaga, si chiedono maggiori interventi anche per studenti non stranieri che appartengono a classi sociali disagiate.
Continua a leggereRiduci
Immagini dell'attentato al Bataclan, del 13 novembre 2015 (Ansa). Nel riquadro, Mohamed Bakkali, uno degli uomini condannati per il massacro
Mohamed Bakkali, condannato a 30 anni per gli attentati del 13 novembre 2015 e a 25 per un altro attacco, godrà di sei permessi della durata di 36 ore ciascuno.
«E quindi hai partecipato al secondo attacco terroristico più mortifero della storia europea?». «Sì, ma niente di serio». Si ride per non piangere, parafrasando una celebre battuta di Tre uomini e una gamba. La notizia che Mohamed Bakkali, uno degli uomini condannati per il massacro del 13 novembre 2015, ha ottenuto il diritto a un permesso di uscita dal carcere in cui è detenuto, in Belgio, lascia in effetti spazio a poche altre reazioni possibili.
L’uomo potrà temporaneamente uscire dal carcere di Ittre, a Sud di Bruxelles, dove sta scontando una condanna a 30 anni. «Il tribunale ha preso questa decisione nonostante l’opposizione dell’accusa», ha affermato la procura della capitale, «l’accusa non ha diritto di appello e la decisione è quindi definitiva. Spetta al direttore del carcere attuarla». La decisione consentirà all’uomo di uscire dal carcere sei volte per 36 ore ciascuna.
Eppure, Bakkali non è uno sprovveduto capitato per sbaglio in un gioco più grande di lui. Degli attentati del Bataclan è stato organizzatore attivo. E non è l’unico attentato in cui è coinvolto.
Nato il 10 aprile 1987 a Verviers, nella provincia di Liegi, in Belgio, Bakkali cresce in una famiglia marocchina ben integrata. Ottiene un diploma professionale e lavora nella carrozzeria del padre. Nessuno contesto di degrado, quindi. Eppure, secondo una parabola abbastanza tipica degli jihadisti, ben presto Mohamed viene iniziato alla delinquenza comune, cominciando a compiere piccoli reati. Uno dei suoi soci commerciali in quel periodo è Khalid El Bakraoui, che insieme al fratello Ibrahim commetterà poi gli attentati suicidi del 22 marzo 2016 nella metropolitana e all’aeroporto di Bruxelles.
Anche Bakkali entra ben presto nelle maglie della rete islamista. Prima del Bataclan, è tra gli organizzatori dell’attentato al treno Amsterdam-Parigi del 21 agosto 2015. L’assalto, progettato e messo in atto da Ayoub El Khazzani, viene scongiurato da tre passeggeri statunitensi. In vista di quell’attacco, Bakkali aveva portato in auto dall’Ungheria a Bruxelles Abdelhamid Abaaoud, il coordinatore dell’assalto al treno e poi degli attentati parigini di pochi mesi successivi.
Durante la preparazione degli attacchi del 13 novembre allo Stade de France, ai dehors del centro e al Bataclan (132 morti e 413 feriti), Bakkali trasporta in auto diversi terroristi, trova loro dei veicoli e degli appartamenti, oltre a intrattenere costanti contatti telefonici con loro. Quando Salah Abdeslam fallisce la propria missione suicida-omicida e si avventura nella sua rocambolesca fuga nel cuore dell’Europa, fra errori marchiani delle forze dell’ordine mobilitate dopo la mattanza, alla fine si rifugia in una casa al terzo piano del civico 86 di rue Henri Bergé, a Schaerbeek, nella città metropolitana di Bruxelles. L’appartamento è stato affittato a settembre da Fernando Castillo, nome fittizio dietro cui si cela per l’appunto Bakkali. Il quale viene arrestato il 26 novembre 2015 ad Anderlecht e condannato, il 17 dicembre 2020, a 25 anni di reclusione per l’attentato al treno e a 30 anni per il Bataclan. Durante il processo, il fratello Abdelmajid, ascoltato come testimone, si permette persino una lamentela, avendo «l’impressione di scontare un pregiudizio, di essere già condannati in anticipo».
Un’accorata richiesta di garantismo che ora trova finalmente soddisfazione. Il permesso di cui godrà Bakkali, in accordo con la legge belga, consente ai detenuti di lasciare la prigione per un massimo di 36 ore per prepararsi al monitoraggio elettronico o persino alla libertà vigilata. A seguito di questa procedura, Bakkali dovrà comparire davanti ai tribunali belgi a settembre per un’udienza sulla sua richiesta di libertà vigilata, possibile dopo aver scontato un terzo della pena. Contattata dalla radio France Inter, la Procura nazionale antiterrorismo ha dichiarato di «riconoscere» il tribunale di Bruxelles come «indipendente e sovrano» nelle sue decisioni, ma ha dichiarato anche di «condividere la preoccupazione che tali decisioni hanno suscitato, in particolare nei confronti delle vittime». Ricordiamo: 132 morti e 413 feriti. Ma niente di serio.
Continua a leggereRiduci







