Il dl Sicurezza manda in tilt la sinistra, che si preoccupa dei pusher che potranno finire in carcere. A Padova intanto 40 antagonisti del Pedro attaccano i militari.
È proprio vero. La sinistra non ha ancora fatto pace con il cervello. È la stessa storia successa con Donald Trump. Dopo aver passato un anno a dire che il premier, Giorgia Meloni, doveva prendere le distanze dal presidente Usa, adesso che lo ha fatto, la incolpano di voler interrompere i rapporti con l’America.
Sulla sicurezza solita manfrina. Dopo averla messa in croce sul fatto che le nostre città sono invivibili e di non fare abbastanza per renderle sicure, adesso che il Senato approva il decreto Sicurezza, la sinistra si oppone e invece di preoccuparsi dei criminali che scorrazzano liberi per strada, pensa all’impatto che tale provvedimento avrebbe sulle carceri. In pratica hanno paura che spacciatori e rapinatori possano finire in galera. Poverini.
Solo ieri a Padova sette carabinieri sono rimasti feriti a causa della furia violenta di 40 anarchici del centro sociale Pedro, che li hanno accerchiati a seguito di un controllo antidroga. Ma la sinistra non vede, non parla, non sente. Però critica il dl Sicurezza, mentre poliziotti e carabinieri ogni giorno vengono aggrediti.
Il Senato ieri ha voluto lanciare un segnale forte, approvando gli emendamenti di maggioranza al decreto che introducono correttivi sul porto di coltelli e strumenti atti a offendere. Il Sì è arrivato, in particolare, per tre identici emendamenti presentati da Fdi (a prima firma Lisei), Lega (Dreosto) e Fi (Paroli) e a una riformulazione di due emendamenti del gruppo per le Autonomie (prima firma Durnwalder). Emendamenti che introducono anche una circoscrizione della lieve entità sullo spaccio di strada. Relativamente alla produzione, traffico e detenzione illeciti di sostanze stupefacenti o psicotrope «il fatto non si considera di lieve entità quando [...] le condotte risultano poste in essere in modo continuativo e abituale», si legge nella riformulazione.
Il nuovo decreto vieta di portare con sé, fuori dall’abitazione, qualsiasi coltello dotato di meccanismo di blocco con una lama superiore ai 5 centimetri. Si concentra sui coltelli pieghevoli con meccanismo di blocco della lama, punta acuta e apertura a una mano. Rimane invece consentito portare coltelli a lama fissa fino a 8 centimetri.
La nuova formulazione dell’art. 1 recita: «Chiunque fuori della propria abitazione porta un’arma per cui non è ammessa licenza, compresi gli strumenti con lama a due tagli e a punta acuta, è punito con la reclusione da uno a tre anni».
Il divieto assoluto di porto riguarderà, sempre ammesso che sia dato il via libera anche alla Camera, coltelli a scatto, a farfalla od occultati in altri oggetti con lama di lunghezza superiore a 5 centimetri. Il divieto non riguarda, quindi, i coltelli con lama pieghevole ma non a scatto.
Chi viene sorpreso in possesso di un coltello pieghevole con blocco e lama superiore ai 5 centimetri rischia, oltre alla reclusione fino a 3 anni, un’ammenda da 1.000 a 10.000 euro e la sospensione della patente di guida e del porto d’armi. Per i minori fermati in possesso di questi strumenti, le sanzioni amministrative, che sono comprese tra 200 e 1.000 euro, possono ricadere sui genitori. Il porto di coltelli o strumenti a lama fissa superiore a 8 centimetri è punito con un’ammenda e la reclusione da sei mesi a tre anni.
La maggioranza ha fretta di chiudere in quanto il decreto va convertito in legge entro il 25 aprile, compreso il passaggio alla Camera, pena la decadenza. Ma le opposizioni promettono ostruzionismo, confermando di aver ripresentato i 1.000 emendamenti già depositati in commissione: «È l’ennesimo atto di arroganza istituzionale», tuonano.
Il senatore Andrea Giorgis, capogruppo pd in commissione Affari costituzionali, critica: «Le disposizioni contenute nel decreto sono in vigore da più di un mese e mezzo ma la situazione non migliora. Con l’inasprimento delle pene senza alcun investimento sociale e senza la valorizzazione delle forze dell’ordine, è difficile contrastare le forme di violenza».
Pure per il senatore di Italia viva Ivan Scalfarotto, «sulla sicurezza l’azione del governo è un disastro: i continui decreti di questi anni sono stati inutili, il Paese è più insicuro. Il governo introduce nuovi reati e inasprisce le pene ma sulle cause non agisce. È il governo delle aspirine».
Ma non è solo la sinistra a non essere contenta. «Una misura pensata per contrastare la violenza giovanile e il fenomeno delle baby gang, ma che nella pratica colpisce anche chi usa questi strumenti in contesti del tutto leciti, come boschi, sentieri e ambienti naturali», protestano cacciatori, escursionisti, fungaioli, eccetera. Federcaccia aveva chiesto che fosse inserita la distinzione fra porto e trasporto, alla pari di quanto previsto per le armi da fuoco. Ma non è stata accontentata. Reazioni durissime da parte di associazioni del mondo della montagna. Il presidente del Cai Alto Adige, Carlo Alberto Zanella, si è detto «sconcertato»: «È un’assurdità, questi coltelli sono utilissimi per chi si muove nella natura e possono salvare vite». Ma, a volte, anche toglierle.
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Ansa
Il «colpo di Siena» messo a segno da Luigi Lovaglio è un segnale per il mercato, che scommette su altri movimenti. Delfin protagonista per le scelte lungimiranti di Leonardo Maria Del Vecchio che valgono 10 miliardi di plusvalenze.
Comincia un’altra mano del risiko bancario. Ad aprire i giochi il sorprendente finale dell’assemblea di Mps che ha rimesso in sella Luigi Lovaglio. Un fatto senza precedenti. Non si era mai visto un amministratore delegato sfiduciato dal consiglio tornare in pista e vincere. Una vendetta consumata con il vassoio ancora bollente davanti a commensali che si contendono i piatti migliori cercando di non rovesciare il vino. I numeri, come sempre, fanno da colonna sonora.
Banco Bpm negli ultimi cinque giorni ha messo a segno un più 3% che non farà tremare i polsi, ma racconta di un interesse crescente. Montepaschi ha acceso i riflettori con un balzo del 10%, imitato con perfetto tempismo da Mediobanca, anch’essa in progresso del 10%. Generali, è ferma, ma è quella stabilità che sa di attesa, di leone accucciato.
La vittoria di Lovaglio a Siena non è un colpo di teatro. È un segnale. Una linea tracciata nella pietra del sistema bancario.
In questo scenario i vertici di Banco Bpm si sono mossi con disinvoltura. Hanno votato a sorpresa proprio per Lovaglio e hanno contribuito a bocciare la lista del gruppo Francesco Gaetano Caltagirone, che puntava su Fabrizio Palermo come amministratore delegato. Una scelta che Giuseppe Castagna, confermato ieri al vertice operativo di Banco Bpm, ha spiegato con chiarezza. Il voto è servito a rafforzare i legami industriali con Mps, per proteggere gli accordi di distribuzione dei fondi Anima. Ma perché Lovaglio? Perché è meglio un alleato affidabile oggi che una scommessa domani.
E poi c’è Generali. Il vero oggetto del desiderio, il trofeo che tutti guardano anche quando fanno finta di niente. L’amministratore delegato Philippe Donnet oggi è più saldo in sella: la sconfitta del fronte Caltagirone nella partita Mps gli regala un vantaggio politico e strategico non trascurabile. Il Leone di Trieste resta lì, immobile solo in apparenza, mentre attorno si muovono pedine e strategie. Sul tavolo c’è anche un possibile asse con Mps nel campo della bancassurance. Un’ipotesi tutt’altro che peregrina, soprattutto considerando che l’accordo del gruppo toscano con i francesi di Axa è in scadenza l’anno prossimo.
E il governo in tutta questa partita che ruolo ha assunto? È rimasto a guardare. Ha costruito le condizioni per la realizzazione del famoso terzo polo bancario facilitando la privatizzazione di Mps. Poi ha lasciato libero il mercato.
Ma in questo grande affresco, fatto di mosse tattiche e strategie di lungo respiro, c’è una figura che merita un capitolo a parte ed è quella di Leonardo Del Vecchio scomparso quasi quattro anni fa.
Del Vecchio non è stato soltanto l’imprenditore che ha creato Essilux, una delle poche multinazionali italiane partendo da un laboratorio di occhiali in Veneto. È stato un architetto del destino finanziario.
Ha accumulato partecipazioni in Generali, in Monte dei Paschi di Siena, in Mediobanca e in Unicredit non per semplice diversificazione, ma seguendo un disegno. Un disegno fatto di incastri, di equilibri, di possibilità future. Un mosaico dove ogni tessera aveva un senso preciso: rafforzare le radici in Italia per far crescere il sistema a livello internazionale.
Oggi, a distanza di tempo, quel mosaico restituisce tutta la sua forza: la plusvalenza conservata nei bilanci di Delfin la cassaforte di famiglia si aggira intorno ai dieci miliardi. Ma ridurre tutto a una cifra sarebbe un torto. In realtà è frutto della capacità di vedere ciò che altri non vedevano, di scommettere quando altri esitavano.
Così, mentre oggi i protagonisti del risiko bancario si muovono tra assemblee, alleanze e colpi di scena, c’è da sperare che, da qualche parte, il disegno di Del Vecchio continui a fare scuola. Perché certi investimenti non finiscono con chi li ha fatti: continuano a vivere nei risultati, negli equilibri che hanno creato, nella ricchezza che generano. Ma tra i tanti giocatori, c’è da sperare che qualcuno abbia già scritto la parte decisiva della storia.
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Ansa
Benjamin Netanyahu respinto al telefono dal suo omologo, poi l’accordo. Roma osserva con l’Unifil.
A distanza di due giorni dai primi colloqui diretti tra i funzionari israeliani e libanesi a Washington, è stato raggiunto il cessate il fuoco tra Israele e il Libano. Ad annunciarlo è stato il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, su Truth: «Ho appena avuto delle conversazioni eccellenti con il presidente del Libano, Joseph Aoun, e il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu.
I due leader hanno concordato che per raggiungere la pace tra i loro Paesi inizieranno un cessate il fuoco di dieci giorni». Ha poi aggiunto di aver dato istruzioni «al vicepresidente JD Vance e al segretario di Stato, Marco Rubio, insieme al capo di Stato maggiore congiunto Dan Caine, di lavorare con Israele e con il Libano per raggiungere una pace duratura». E ha invitato i due leader alla Casa Bianca.
La tregua, che sarebbe entrata in vigore nella notte, è stata annunciata nonostante ieri fosse saltato il colloquio telefonico tra Netanyahu e Aoun. Anche in questo caso era stato Trump a comunicare quella che doveva essere l’imminente conversazione tra i due. Da Israele era giunta conferma, ma a confondere le acque erano stati alcuni funzionari libanesi, sostenendo di non essere a conoscenza di alcun colloquio telefonico.
Sta di fatto che Aoun si è tirato indietro. È stato lui stesso a comunicarlo a Rubio, dicendogli che una conversazione con Netanyahu sarebbe stata prematura. A frenare Aoun è stata la spaccatura nel Parlamento libanese, visto che sciiti e drusi non sono favorevoli a contatti diretti con il premier israeliano. A tal proposito, il deputato di Hezbollah, Hussein Hajj Hassan, prima della tregua, ha sostenuto all’Afp che «i negoziati diretti con il nemico sono un grave peccato». Inoltre, se per il Libano il cessate il fuoco era il prerequisito per qualsiasi trattativa, dall’altra parte, il gabinetto di sicurezza israeliano si era riunito mercoledì, senza però prendere una decisione a riguardo.
La svolta è il risultato delle pressioni di Trump su Israele. Peraltro, il tycoon, durante una telefonata nel pomeriggio con Aoun, aveva promesso che si sarebbe impegnato «a soddisfare la richiesta di un cessate il fuoco il prima possibile». Poco dopo è arrivato l’annuncio ufficiale.
Ad accogliere con favore l’esito è stato il primo ministro libanese, Nawaf Salam. E il parlamentare di Hezbollah Ibrahim al-Moussawi ha rivelato all’Afp: «Noi di Hezbollah rispetteremo con cautela il cessate il fuoco a condizione che si tratti di una cessazione completa delle ostilità contro di noi». Tuttavia, Hezbollah ha anche affermato che la tregua non deve permettere a Israele la libertà di movimento sul suolo libanese. Secondo Ynet, però, le Idf manterranno le loro posizioni nel Libano meridionale.
Dall’altra parte, Netanyahu ha riferito di aver accettato la tregua su richiesta della Casa Bianca: «Quando il più grande amico di Israele, il presidente Trump, agisce al nostro fianco in stretto coordinamento, Israele collabora con lui». Tra l’altro, il premier israeliano ha dovuto affrontare la rabbia dei ministri. Il Times of Israel ha svelato che Netanyahu, pochi minuti prima del post di Trump, aveva convocato una teleconferenza urgente con i membri del gabinetto di sicurezza per discutere del cessate il fuoco. I ministri sarebbero stati avvisati con cinque minuti di anticipo e avrebbero appreso dai media la novità.
A congratularsi per il risultato è stato il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, in una nota. Auspicando che «il cessate il fuoco possa creare le condizioni per il successo dei negoziati tra Israele e Libano portando ad una pace piena e duratura», ha spiegato che «l’Italia continuerà a fare la sua parte contribuendo al mantenimento della pace lungo la Linea Blu attraverso il suo contingente militare in Unifil» e «a sostenere la sovranità libanese anche attraverso il rafforzamento delle forze armate libanesi».
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Federico Vecchioni (Ansa)
Il riconoscimento per aver unito strategia a sostenibilità economica e ambientale.
Federico Vecchioni, presidente esecutivo di Bonifiche Ferraresi, il più importante gruppo agroindustriale italiano quotato in Borsa, ha ricevuto ieri il dottorato di ricerca honoris causa in Mediterranean Studies.
History Law & Economics dalla Lumsa, la Libera Università Maria Santissima Assunta. Il conferimento, approvato dal dipartimento di giurisprudenza, economia e comunicazione dell’ateneo - con successiva delibera del Senato Accademico - si deve al fatto che la figura professionale di Vecchioni rappresenta «un punto di riferimento di rilievo nel panorama dell’economia agroalimentare italiana e mediterranea, per la capacità di coniugare visione strategica, innovazione tecnologica e attenzione ai profili di sostenibilità economica, sociale e ambientale».
La cerimonia è stata introdotta dal professor Gabriele Carapezza Figlia, coordinatore del collegio dei docenti del dottorato di ricerca in Mediterranean Studies e la laudatio è stata curata dal professor Giovanni Battista Dagnino, ordinario di economia e gestione delle imprese. A conferire titolo e proclamazione, il professor Francesco Bonini, rettore dell’ateneo. Alla cerimonia è seguita la lectio magistralis di Vecchioni. «Ricevere questo dottorato honoris causa dalla Libera Università Maria Santissima Assunta», le parole pronunciate da Vecchioni, «rappresenta per me un grande onore e una grande responsabilità. Ho sempre creduto nel valore del dialogo tra impresa, istituzioni e mondo accademico come leva per generare sviluppo duraturo. Il Mediterraneo non è soltanto uno spazio geografico, ma un orizzonte culturale ed economico strategico, nel quale l’Italia può e deve esercitare un ruolo da protagonista attraverso innovazione, sostenibilità e cooperazione internazionale». «In quest’ottica», ha proseguito quindi il presidente di Bonifiche Ferraresi, «si inseriscono le iniziative internazionali portate avanti da Bf con l’obiettivo di creare la più importante riserva agricolo alimentare del Mediterraneo».
A completamento delle formalità si pone poi il discorso del rettore della Lumsa, professor Bonini, che ha voluto rimarcare l’importanza del conferimento accademico: «Il dottorato in Mediterranean Studies, basato nel nostro dipartimento di Palermo, traguarda anche l’importante investimento che l’Università Lumsa ha aperto con l’istituzione del nostro University Africa Center. Il conferimento del dottorato a una personalità come quella di Federico Vecchioni vuole essere esemplare per i nostri studenti e studentesse, e per un impegno di ricerca, sviluppo e collaborazione con le realtà vive della società che qualifica l’università e ne conferma l’ispirazione e l’impegno per il bene comune nella grande prospettiva globale».
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