Toghe (Imagoeconomica)
La separazione delle carriere e il superamento delle correnti sono strumenti di trasparenza. Finora, le lotte tra fazioni delle toghe avevano condannato al precariato i magistrati onorari, sui quali pesa il 50% del lavoro.
Ho scelto di votare Sì alla riforma costituzionale della giustizia non per spirito di contrapposizione, ma per coerenza istituzionale. Chi, come me, ha attraversato più stagioni del processo - prima da avvocato, oggi da magistrato onorario che esercita le funzioni dell’accusa - avverte con particolare nettezza quando un sistema inizia a richiedere una correzione strutturale, non più rinviabile.
La separazione delle carriere e il superamento del correntismo non sono bandiere ideologiche, ma strumenti di chiarezza. Rendono il processo più leggibile, più affidabile, più onesto anche nella sua percezione esterna. Definiscono ruoli, responsabilità e confini, evitando quella sovrapposizione - formale o sostanziale - per cui chi giudica e chi accusa finiscono per condividere non solo, come è giusto, una cultura giuridica, ma talvolta anche percorsi di carriera, valutazioni e dinamiche di potere.
Chi giudica deve essere distinto, anche negli organi di autogoverno, da chi accusa. Non è una scelta «contro» qualcuno, ma «per» il sistema. È una scelta di trasparenza, non di schieramento. Ed è, in ultima analisi, una scelta di rispetto verso i cittadini che al processo affidano libertà, diritti e reputazioni.
In questo quadro, la magistratura onoraria - a lungo vista da quella di carriera come una manovalanza a basso costo o come una sorta di corpo estraneo all’interno dell’ordine giudiziario - diviene una potente lente d’ingrandimento per leggere le storture di un sistema che la riforma costituzionale consentirà di superare con il consenso della maggioranza degli italiani.
Questa sarà la posizione della maggioranza dei magistrati onorari, la cui esperienza quotidiana nelle aule ha generato una sensibilità diffusa a favore di una riforma orientata al funzionamento della giurisdizione e non alla conservazione di assetti corporativi dei quali, va detto senza infingimenti, la magistratura onoraria ha sofferto a lungo le conseguenze.
Negli ultimi venticinque anni, infatti, il correntismo giudiziario, oltre a incrinare la fiducia dei cittadini nei giudici e nei pubblici ministeri, ha inciso - tanto silenziosamente quanto drammaticamente - sulle sorti dei magistrati onorari, favorendo il sistematico rinvio di una loro riforma che solo in questa legislatura ha finalmente ottenuto il via libera del Parlamento.
Tutto ciò non per distrazione, ma per una presunta convenienza che, in realtà, altro non era che il riflesso di una preoccupazione autoconservativa: mantenere l’egemonia sulla giurisdizione, anche a costo di negare ai magistrati onorari prerogative e guarentigie - come il congedo di maternità o gli accantonamenti previdenziali - che li avrebbero collocati su un piano ordinamentale più vicino a quello della magistratura di ruolo.
Questa magistratura precaria, priva di pieno riconoscimento ordinamentale, valutata dall’alto e sprovvista di reale rappresentanza, è stata funzionale a mantenere, all’interno della magistratura di carriera, equilibri interni, tamponandone le carenze di organico senza affrontarne le cause strutturali e rinviando di anno in anno scelte che avrebbero restituito efficienza alla risposta giudiziaria, incidendo al contempo sugli assetti di potere.
Il risultato è noto: una magistratura onoraria chiamata a farsi carico di oltre il 50% della domanda giudiziaria, in assenza di pur minime tutele. Una contraddizione che ha retto finché ha potuto e che oggi non è più sostenibile né sul piano costituzionale né su quello della credibilità del sistema.
La provenienza di molti magistrati onorari dalle fila dell’avvocatura non ha favorito buone relazioni con i colleghi di carriera, sebbene questo ruolo vicario assunto da una componente dell’avvocatura italiana non sia un accidente, ma la conseguenza diretta di un consapevole contingentamento degli organici della magistratura di ruolo e di un deliberato rallentamento delle politiche assunzionali. Una scelta protratta nel tempo, che ha alimentato un ricorso strutturale ai giudici e ai pubblici ministeri onorari e che oggi non può essere liquidata con una battuta.
La stabilizzazione della magistratura onoraria, fortemente voluta dal governo Meloni, va dunque letta insieme alla riforma costituzionale sulla quale si voterà a marzo: entrambe chiariscono ruoli e responsabilità di chi amministra la giustizia italiana.
Naturalmente, occorreranno ulteriori passi: rafforzare le piante organiche della magistratura di ruolo e colmare le scoperture attuali, gestendo con intelligenza le procedure concorsuali già finanziate.
La riforma costituzionale non è una scorciatoia né la panacea di tutti i mali: è la base di lancio per una nuova partenza, che conduce a compimento il disegno iniziato dai padri costituenti, restituendo indipendenza ai magistrati, anche rispetto ai propri colleghi.
Qualcuno obietta che la separazione delle carriere metterebbe in discussione la terzietà dei giudici. L’argomento non convince. Nessuno mette in dubbio la professionalità dei singoli magistrati italiani, molti dei quali hanno aderito al Comitato per il Sì; ciò nondimeno è innegabile che la riforma assecondi anche l’esigenza secondaria - di rango pur sempre costituzionale - di rafforzare la fiducia nella giustizia. Perché nel processo contano i fatti, certo, ma conta anche la percezione che gli utenti della giustizia hanno di chi quei fatti accerta e, senza fiducia, anche la decisione più corretta rischia di apparire opaca o, peggio, «orientata».
A chi teme che separare carriere e organi di autogoverno dei giudici e dei pubblici ministeri li indebolisca, si può rispondere che i magistrati onorari offrono già oggi una rappresentazione anticipata di ciò che potrebbe essere l’intero sistema dopo il Sì. Le loro carriere sono separate da anni, senza che ciò abbia impedito la condivisione di una comune cultura della giurisdizione. La separazione delle carriere non spezza tale cultura né impoverisce il confronto professionale; restituisce piuttosto a ciascuna funzione il proprio perimetro di responsabilità.
In una nazione civile, la distinzione dei ruoli non è una frattura ideologica, ma una garanzia di equilibrio e di valorizzazione della volontà popolare; l’intera Costituzione italiana è, del resto, un esempio di come la distribuzione dei poteri presidi, meglio di qualsiasi formula astratta, la vocazione democratica dell’ordinamento repubblicano.
Eppure, tra gli argomenti del No, rimane trainante quello secondo cui un riparto più chiaro dei ruoli giudicante e requirente indebolirebbe la giurisdizione. Accade esattamente il contrario. La chiarezza non sottrae autorevolezza, la redistribuisce. Gli assetti consolidati hanno il conforto del precedente storico, ma le cronache degli ultimi anni dimostrano che l’attuale modello presenta criticità strutturali.
Da qui il tema del sorteggio negli organi di autogoverno, che introduce una risposta pragmatica a una patologia reale: il lobbismo corrivo di un associazionismo autocratico, che spesso ostacola le carriere dei magistrati poco inclini all’antagonismo correntizio. Quel sistema di relazioni, scambi e appartenenze - emerso anche attraverso le indagini sulle interferenze politiche e giudiziarie che hanno coinvolto il già presidente dell’Anm e poi consigliere del Csm Luca Palamara - ha condizionato per gran parte della storia repubblicana la magistratura, le sue nomine e i relativi percorsi professionali.
Il sorteggio non è una panacea, ma uno strumento per ridurre il peso delle appartenenze e restituire libertà morale ai magistrati e trasparenza agli organi di governo autonomo.
Nessuna riforma è perfetta. Serviranno norme attuative, costruite con attenzione e partecipazione. Ma la direzione è quella giusta. Rimandare ancora significherebbe rallentare un adeguamento costituzionale di cui la comunità nazionale - la cosiddetta società civile - ha un disperato bisogno.
Tra i miei amici magistrati di carriera non mancano quelli favorevoli al Sì. Alcuni guardano alla riforma con curiosità, altri con convinta adesione. Molti, comprensibilmente, mantengono oggi un profilo prudente; ma è interessante notare come il numero dei favorevoli cresca sensibilmente man mano che i sondaggi registrano l’incremento dei Sì, toccando punte ancora più alte tra coloro che, avendo cessato il servizio, sono più liberi di esprimere un pensiero non allineato.
Al di là delle polemiche del momento, spesso pretestuose, occorre votare le nuove norme costituzionali sapendo che sono destinate, per loro natura, a vivere ben oltre la stagione politica in cui prendono forma, e ricordando, al contempo, che sono pur sempre norme modificabili e migliorabili, che dovranno essere valutate per ciò che producono in termini di indipendenza ed efficienza della magistratura e di garanzie per i cittadini, indipendentemente dai mutevoli contesti politici.
Certamente questa riforma renderà l’ordine giudiziario più imparziale, rafforzandone autorevolezza, responsabilità e credibilità pubblica e internazionale, dando nuovo spazio al pensiero critico di figure di grande valore, non allineate.
La lista degli esclusi sarebbe molto lunga; ma ce n’è uno che ogni volta cito con pudore e commozione, che ha pagato più di altri il prezzo del corporativismo, ben prima delle stagioni del Sistema e di vicende come quella dell’Hotel Champagne sulle quali sarebbe auspicabile istituire una commissione parlamentare di inchiesta perché molti profili sono rimasti volutamente nell’oscurità e poi nel dimenticatoio. È un magistrato che provò a cambiare il nostro Paese e le sue logiche politiche e giudiziarie, ma fu messo in disparte proprio dalle correnti: era Giovanni Falcone e, per me, votare Sì, significa anche onorare il suo monito riformatore.
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Riduci
2026-01-28
Pusher ucciso a Rogoredo, il Sap: «Ennesimo caso di un collega indagato fin da subito»
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(Ansa)
«Anche ieri abbiamo visto, per l’ennesima volta, l’ennesimo collega indagato fin dall’inizio della vicenda, ancora prima dell’accertamento dei fatti, per essere intervenuto in difesa di altri colleghi e di sé stesso mentre si procedeva a un’operazione antidroga», ha detto Massimiliano Pirola, segretario regionale del Sindacato Autonomo di Polizia (Sap), all’indomani della sparatoria a Rogoredo, a Milano, che ha portato alla morte di un 28enne marocchino. «Il collega adesso si ritrova a dover affrontare un percorso giudiziale molto pesante e difficile per essere sceso in strada a fare il proprio dovere. Non siamo dalla sua parte senza se e senza ma: il collega ha fatto solo e unicamente il proprio dovere. Serve una legge affinché i colleghi vengano iscritti nel registro degli indagati solo al termine di tutti gli accertamenti, perché questo atto dovuto è davvero una spada di Damocle sul personale che ogni giorno rischia la propria vita per difendere quella degli altri», ha concluso Pirola.
(Guardia Costiera)
La frana di Niscemi vista dall'alto. Fanno davvero impressione le immagini girate a bordo dell'elicottero della Guardia Costiera che riprendono la frana che ha colpito il Comune di Niscemi, in provincia di Caltanissetta. Il cedimento del terreno è cominciato domenica 25 gennaio a causa del ciclone Harry e della violenta ondata di maltempo che si sono abbattuti sulla Sicilia, e la frana ha trascinato via strade, case e terreni per oltre 25 metri.
Domenico Arcuri (Imagoeconomica). Nel riquadro, Luca Di Donna e Giovanni Buini
Giovanni Buini conferma gli scoop della «Verità» in commissione Covid: in due giorni un blitz dei Servizi cambiò la storia delle commesse.
In commissione Covid l’imprenditore umbro Giovanni Buini ha confermato le sue accuse nei confronti degli avvocati «grillini» Gianluca Esposito e Luca Di Donna. E la deputata di Fdi Alice Buonguerrieri, durante l’audizione, ha chiosato: «La Procura di Roma ritiene che questi fatti non siano penalmente rilevanti, noi però presidente (Marco Lisei, ndr) li riteniamo fatti gravi che comprovano che mentre gli italiani morivano c’erano spregiudicati che facevano affari ai danni dello Stato». L’imprenditore, come ha svelato per primo questo giornale, ha confermato quanto riferito ai pm.
Riassumiamo: nell’aprile 2020, con la sua Ares Safety srl, Buini aveva fornito un milione di mascherine alla struttura commissariale guidata da Domenico Arcuri ed era in trattativa per ulteriori commesse (si parlava di un contratto da 160 milioni di euro). A Palazzo San Macuto Buini ha confermato un dato sconcertante: il principale collaboratore di Arcuri, Antonio Fabbroccini, per la prima commessa da 420.000 euro gli avrebbe chiesto di modificare le voci in fattura, abbassando il prezzo delle mascherine da 0,35 euro a 30 e alzando l’incidenza del trasporto da 0,07 a 0,12 euro, così da far risultare più economici i dispositivi, mantenendo, però, invariato il loro costo finale (0,42 euro).
Ieri Buini ha confermato che non riuscendo ad avere un contatto diretto con Arcuri («Avevo capito che c’era un collo di bottiglia proprio sulla sua figura»), su consiglio dell’amico Mattia Fella, si era rivolto agli avvocati Esposito e Di Donna, che gli erano stati presentati come possibili facilitatori. All’epoca Di Donna avrebbe immediatamente confermato le aspettative: «Mi disse di essere il braccio destro del presidente del Consiglio (Giuseppe Conte, ndr) e di avere buoni rapporti con la struttura commissariale». I due legali avrebbero fatto firmare a Buini un accordo per il riconoscimento di provvigioni e poi lo avrebbero convocato nello studio di Guido Alpa (il maestro di Conte). Buini in commissione ha confessato il suo rapido pentimento: «Con qualche anno in più e con il senno di poi mi sarei comportato diversamente. In quella circostanza mi è stato detto: “Guarda che qui possiamo sicuramente agevolare questa cosa, crearti un contatto, ma sarebbe opportuno che ci dessi un mandato per le attività che facciamo” […]. Io mi sono trovato questo foglio davanti e l’ho firmato. Ma se tornassi indietro non lo firmerei. Purtroppo in quella circostanza, introdotto da questo amico, per non fargli fare una figuraccia ho firmato questo foglio». Di cui non avrebbe mai ricevuto una copia. Fella, dopo aver saputo dell’esito dell’incontro, avrebbe messo in guardia Buini: «Ma chi ti ha mandato a firmare? Io non voglio saperne niente, anzi, per quello che mi riguarda rincontrali e lascia perdere tutto, non ti mettere in questioni strane». E così, dopo avere avuto un secondo abboccamento e non essere riuscito a ritornare sui propri passi, il 7 maggio 2020, Buini spedisce, via Pec, la disdetta del contratto. Quattro giorni dopo, l’11 maggio, l’imprenditore riceve una mail che gli annuncia il benservito «per mutate sopravvenute esigenze della struttura commissariale».
Buini ha «la sensazione» di trovarsi di fronte a una sorta di «ritorsione» per la sua decisione di recedere dall’accordo con i due legali vicini a Conte: «È evidente che non esisteva per me un'altra strada per andarmi a presentare in quella struttura, evidentemente la mia presenza lì era già pregiudicata da quanto era successo», ha spiegato in commissione. Già, nel 2021, con noi, l’imprenditore aveva confessato il suo stupore: «Il generale Rinaldo Ventriglia, l’uomo che si occupava della logistica nella struttura commissariale, mi pregò di far partire il carico delle 500.000 mascherine alla sera alle 6 anziché la mattina dopo perché sarebbe stato troppo tardi. Poi quelle stesse 500.000 mascherine, pochi giorni dopo, me le ha rispedite indietro. Sono rimasto esterrefatto». Ieri la senatrice dem Ylenia Zambito ha ricordato a Buini che il 6 e il 7 maggio 2020 la sua azienda aveva ricevuto la visita dei carabinieri del Nas e della Guardia di finanza e che i militari avrebbero accertato irregolarità nelle certificazioni, in particolare nelle procedure di validazione in deroga dei dispositivi con l’Inail.
L’imprenditore ha risposto che il materiale contestato non era quello inviato a Roma, ma era un carico di Ffp2 appena arrivato e non ancora regolarizzato. Quindi sulle mascherine consegnate non erano giunte contestazioni di sorta. La Zambito, a questo punto, ha estratto dal cilindro una mail inviata da Buini ad Arcuri il 5 maggio, in cui l’imprenditore chiedeva «un appuntamento» per sottoporre al commissario una proposta di fornitura da 10 milioni di chirurgiche e da 2 milioni di Ffp2 a settimana «a condizioni vantaggiose». Ricordava anche la partita di dispositivi già consegnata. A stretto giro Arcuri assicurava un ricontatto per verificare «la fattibilità della proposta». Ma dopo sei giorni sarebbe arrivato il benservito. Nella mail Buini specificava anche di essersi già «sentito» con Arcuri «per tramite di Guido Bertolaso», ex capo della Protezione civile.
L’imprenditore ha spiegato in commissione di avere conosciuto Bertolaso sui campi da golf e che questi si sarebbe limitato a indicargli l’indirizzo di posta elettronica del commissario. In conclusione per Buini e la maggioranza a causare l’interruzione dei rapporti dell’imprenditore con Arcuri sarebbe stato l’annullamento del contratto con gli avvocati Esposito e Di Donna, mentre per l’opposizione, sembra di capire, sarebbero state le indagini di Arma e Fiamme gialle, seppur mai contestate ufficialmente. Quello su cui sembrano tutti d’accordo è che Buini non ha versato ai due legali nemmeno un euro, dal momento che la consulenza (di cui non ha saputo indicare l’oggetto) era a suo giudizio nient’altro che una «tangente».
Ma in questa storia c’è anche un altro punto oscuro. Nel secondo incontro con i due legali, quello del 5 maggio, a Buini è stato presentato Enrico Tedeschi, all’epoca capo di gabinetto del direttore dell’Aise (l’Agenzia informazioni e sicurezza esterna) Luciano Carta, in quel momento in uscita (il 16 maggio avrebbe preso il suo posto il generale Giovanni Caravelli). In quel momento Tedeschi ricopriva un incarico importante e delicato e probabilmente, in quella fase di interregno, godeva di una certa autonomia. In Procura, dove è stato sentito come testimone, ha spiegato quale fosse la sua missione e perché fosse finito a discuterne nell’ufficio del pigmalione (Alpa) e del «braccio destro» (Di Donna) del premier: «La ragione era istituzionale. Per le funzioni che svolgo, in quel momento di estrema difficoltà nell’approvvigionamento di dispositivi di protezione individuale, noi come struttura eravamo alla ricerca di forniture di mascherine. Ne avevo parlato con Di Donna, così come, del resto, con altre persone ed egli mi comunicò che doveva incontrare un fornitore di mascherine che poteva essere utile consultare». Il generale ha raccontato anche come fosse entrato in contatto con Di Donna: «L’ho conosciuto a casa della dottoressa Brunella Bruno (giudice amministrativo, ndr), con cui ho rapporti di amicizia, a una cena, alla presenza di magistrati contabili. Il rapporto si è poi evoluto attraverso Giovanni Bruno, professore alla Sapienza e fratello di Brunella Bruno, che credo fosse presente anche alla cena di cui ho parlato». Giovanni Bruno è un altro allievo di Alpa e nell’agosto del 2018 è stato scelto dal ministero guidato da Luigi Di Maio come commissario della società Condotte spa, in amministrazione straordinaria. Con Condotte e con una sua controllata Di Donna ha firmato contratti di consulenza del valore di circa 1 milione di euro, compreso un accordo per una retribuzione fissa biennale da 20.000 euro al mese. In un’informativa agli atti si legge: «Il 30 aprile 2020 Di Donna riceveva un’offerta da parte del generale Tedeschi, verosimilmente afferente al trasporto di mascherine». Il testo del messaggino era il seguente: «Non ho idea se interessa a qualcuno dei tuoi contatti (ho girato anche a Giorgio): 300 metri cubi da Shanghai a Bologna a 440.000 dollari Usa. Sarebbero 8,5 dollari al Kg. Prezzo ottimo». Dunque un alto ufficiale dei nostri servizi segreti, apparentemente, offriva «passaggi» per le mascherine dei clienti del «braccio destro» di Conte.
Ma anche se le cose non sono andate come Buini sperava, quello che pare assodato è che Di Donna ed Esposito erano entrati nel business delle mascherine dalla porta principale e la loro cordata era diversa da quella del giornalista (oggi deceduto) Mario Benotti, il quale aveva fatto fruttare la sua agenda di notista politico per arrivare autonomamente ad Arcuri e ottenere una commessa monstre da 1,2 miliardi di euro. L’ex cronista aveva collaborato con tre ministri Pd (Sandro Gozi, Giuliano Poletti e Graziano Delrio) e aveva agganciato il commissario prima che questi fosse nominato ufficialmente. Ma a un certo punto Benotti cade in disgrazia (sebbene dopo avere incassato personalmente almeno 12 milioni di euro) e ne prende coscienza il 7 maggio 2020. Dietro alla sua caduta ci sarebbe la notizia di un’inchiesta dei servizi segreti. Appena 48 ore prima Di Donna aveva incontrato un importante 007. Si tratta di una semplice coincidenza o c’è un collegamento tra i due episodi? Proviamo ad approfondire.
Benotti, al giudice per le indagini preliminari Paolo Andrea Taviano, ha raccontato come è stato messo alla porta il 7 maggio 2020. A convocarlo urgentemente era stato Mauro Bonaretti, in quel momento uomo di punta della Struttura ed ex «capo» di Benotti al dicastero delle Infrastrutture e dei trasporti con Delrio ministro. All’appuntamento, dietro a Bonaretti «sbucò il dottor Arcuri». Benotti rivela al giudice ciò che avrebbe appreso dal commissario: «Con un certo imbarazzo mi spiegò che a Palazzo Chigi era stato informato che era in corso una non meglio precisata indagine, forse dei servizi, e, quindi, mi pregò di non disturbarlo più. Cosa che ho fatto». Agli inquirenti l’allora indagato specifica che «forse dei servizi» non era una supposizione, ma erano le esatte parole pronunciate da Arcuri: «Era molto imbarazzato e molto agitato, proveniva dalla riunione del Copasir e mi disse che c’era una questione che riguardava gli aerei israeliani». Per far arrivare 800 milioni di mascherine in Italia dalla Cina Benotti & X. utilizzarono 252 voli della compagnia israeliana El Al. Il pm Fabrizio Tucci domanda perché Arcuri gli avesse fatto quella confidenza. Risposta: «Dovrebbe chiederlo al commissario Arcuri […] Io sono rimasto molto perplesso e non feci altre domande». Tucci chiede conferma del fatto che l’indagine dei servizi riguardasse «i voli israeliani». Ma Benotti cincischia: «No, non ho detto questo. Le ho detto che tra le cose che mi disse, fece passare questo concetto». Chi informò Arcuri dell’inchiesta? Davvero le informazioni provenivano dal Comitato parlamentare per sicurezza della Repubblica? O Tedeschi, nei suoi incontri con gli avvocati «grillini», anche in buona fede, si era fatto sfuggire qualcosa, e Di Donna aveva veicolato la preziosa soffiata verso la struttura commissariale, magari con l’obiettivo di disarcionare Benotti? Sino a oggi nessuno è riuscito a capire come siano andate davvero le cose. Alla fine la compagnia di Benotti potrebbe essere stata fregata due volte da quella di Di Donna. Infatti per lo stesso reato (traffico di influenze) la Procura di Roma (procuratore aggiunto Stefano Pesci e pm Tucci), a fine 2024, ha chiesto l’archiviazione di Di Donna ed Esposito sulla base delle modifiche normative introdotte dalla cosiddetta legge Nordio. Invece, nel procedimento contro Benotti & C., lo stesso ufficio giudiziario (procuratore aggiunto Paolo Ielo e pm Tucci) ha formulato eccezione di incostituzionalità della legge Nordio nella parte in cui ha modificato l'articolo 346 bis per «contrasto con l'articolo 117 Costituzione per il tramite dell'articolo 12 della Convenzione di Strasburgo sulla corruzione». Apparentemente due pesi e due misure. Una vicenda su cui Fdi ha annunciato «approfondimenti». Come conferma il presidente Lisei: «Non rifacciamo i processi, ma puntiamo a ricostruire la verità».
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