Guardie della Rivoluzione (Ansa)
Friedrich Merz evoca la fine del regime. L’Ue però glissa sull’idea di definire terroristi i pasdaran.
A Bruxelles l’Unione europea continua a muoversi con passo esitante di fronte a una scelta che da mesi divide i 27: inserire o meno i pasdaran, le Guardie della Rivoluzione iraniane, nella lista delle organizzazioni terroristiche. Una proposta rilanciata con forza dal ministro degli Esteri Antonio Tajani e che oggi, dopo molte resistenze, registra aperture significative da parte di Francia e Spagna, ma resta ostaggio dei veti incrociati e della tradizionale prudenza europea.
La discussione sulla designazione dei pasdaran come organizzazione terroristica «è in corso», ma il quadro resta frammentato. «Ci sono Paesi favorevoli, altri che hanno riserve e altri contrari. Non c’è consenso», ha spiegato un alto diplomatico europeo citato dall’Ansa, chiarendo che alla riunione dei ministri degli Esteri non sono attese decisioni su questo punto. La scelta richiederebbe infatti l’unanimità dei 27, una soglia politica che al momento appare irraggiungibile. In assenza di una decisione netta, Bruxelles si prepara ad annunciare nuove sanzioni contro Teheran, legate alle violazioni dei diritti umani e destinate a colpire anche esponenti delle Guardie della Rivoluzione.
Misure che rischiano però di avere un impatto limitato. I pasdaran sono già sottoposti a sanzioni europee e, come ammettono fonti diplomatiche, un’eventuale designazione come organizzazione terroristica avrebbe soprattutto «una natura simbolica». «Etichettare un apparato statale come terrorista non è qualcosa che si fa ogni giorno», spiegano a Bruxelles, sottolineando come una decisione del genere non possa essere presa «alla leggera». Dietro questa cautela emergono una serie di timori: le possibili ripercussioni sulla sicurezza dei cittadini europei detenuti in Iran e l’impatto sui delicati dossier diplomatici, a partire dal programma nucleare iraniano. Una prudenza che nei fatti si traduce in immobilismo, mentre il regime continua a reprimere nel sangue le proteste interne.
Sul fronte Usa-Iran, ieri Donald Trump è tornato a minacciare apertamente Teheran dell’invio di una «massiccia “armada”»: «Ci auguriamo che l’Iran si sieda presto al tavolo dei negoziati e accetti un accordo equo (niente armi nucleari) un’intesa che vada a beneficio di tutti. Il tempo sta per scadere. L’ho detto all’Iran già una volta: fate un accordo. Non l’hanno fatto, e c’è stata l’Operazione Midnight Hammer, con distruzioni massive. Il prossimo attacco sarebbe molto peggiore». Eppure, sul piano giuridico, le obiezioni tradizionali sembrano indebolirsi. L’Iran ha risposto che reagirà «come mai prima d’ora» in caso di attacco.
Un’analisi del servizio giuridico del Consiglio Ue individua come possibile base legale una sentenza del 2023 della Corte d’appello di Düsseldorf, che ha accertato il coinvolgimento di un ente statale iraniano in un tentato attentato incendiario contro una sinagoga a Bochum. Un precedente che supera la linea finora sostenuta dalle istituzioni europee, secondo cui l’inserimento di apparati del regime iraniano nella lista nera non fosse possibile senza una decisione di un tribunale nazionale.
La resistenza politica resta forte. Sotto osservazione c’è in particolare la posizione della Germania, impegnata nel tentativo di costruire un consenso europeo. Da parte sua, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha dichiarato che «il regime iraniano ha i giorni contati». Altri Paesi continuano a esprimere riserve, pur senza escludere formalmente alcuna opzione. Alla vigilia della riunione dei ministri degli Esteri, il portavoce del governo francese Maud Bregeon ha parlato di una «riflessione in corso» sulla designazione dei pasdaran, denunciando una repressione in Iran «di una violenza senza eguali». Anche la Spagna si è pronunciata a favore dell’inclusione delle Guardie della Rivoluzione nella lista nera, allineandosi alla proposta italiana.
Una posizione che ha irritato Teheran, arrivata a definire «irresponsabile» l’iniziativa e a convocare l’ambasciatrice italiana. Resta però il paradosso europeo: l’obiettivo dichiarato di inviare a Teheran «un messaggio di fermezza», ma l’incapacità di tradurlo in una scelta politica coerente.
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Riduci
2026-01-29
Il «ferro di Calabria» e le ultime armi dei Borbone: la storia della fabbrica di Mongiana
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La fabbrica d'armi di Mongiana oggi restaurata. Nel riquadro dettaglio di un fucile prodotto dal 1854 (Ansa)
La siderurgia calabrese, attiva dal XVIII secolo, fu alla base dello sviluppo di una moderna fabbrica di armi i cui fucili equipaggiarono l'esercito borbonico negli ultimi anni di vita del Regno delle Due Sicilie. Fu abbandonata nel 1864 per una scelta del governo postunitario.
Acqua e legno di bosco: due elementi chiave che sino dai tempi più remoti costituiscono i requisiti necessari allo sviluppo dell’industria del ferro. Mongiana, piccolo centro del massiccio delle Serre calabre, li possedeva entrambi. Il terzo elemento per lo sviluppo di un’industria siderurgica era naturalmente la disponibilità di ferro, ed i rilievi dell’entroterra calabro ne erano ricchi.
L’«età del ferro» in Calabria ha radici millenarie, che risalgono ai Micenei. Ritrovamenti archeologici hanno rilevato la presenza di armi in ferro (punte di lancia, spade) attribuite ai tempi della polis greca di Kaulònia, mentre dal Cinquecento in poi negli atti del Regno di Napoli sono presenti atti che testimoniano una consistente attività estrattiva nella Locride interna, proseguita per tutto il secolo successivo. La vera industrializzazione della zona di Mongiana avverrà alla metà del XVIII secolo. L’industria estrattiva della Calabria sarà interessata dalla spinta all’industrializzazione (sebbene l’economia del territorio rimanesse prevalentemente agricola) scaturita dalle riforme promosse dal regno «illuminato» di Carlo III di Borbone e quindi del figlio Ferdinando IV, asceso al trono nel 1751. Vent’anni più tardi iniziò la costruzione del primo vero polo siderurgico calabrese, le Reali Ferriere ed Officine di Mongiana, gestite dalla famiglia Conty proveniente dalla Spagna. Fu Francesco Conty a modernizzare le arretrate ferriere sparse nella zona e a creare un moderno polo siderurgico. Lo stabilimento di Mongiana passò l'occupazione napoleonica senza danni. Fu addirittura modernizzato, con migliorie tecnologiche e nuovi altiforni che saranno sfruttati al ritorno dei Borbone dal 1816, con l’unione delle corone e la nascita del Regno delle Due Sicilie. L’unificazione, nata in un periodo particolarmente turbolento per la Penisola italiana preunitaria, significò la necessità di riorganizzazione di quello che diventò l’esercito più numeroso d’Europa, ma non certo il più efficiente. Per quanto riguardava l’armamento individuale, il Regno era stato costretto sino ad allora a dipendere fortemente dalle forniture estere, in particolare da quelle francesi. L’esigenza di armare un corpo militare pressoché raddoppiato fu alla base della nascita della Reale Fabbrica d’armi di Mongiana, attiva dal 1852. Sotto Ferdinando II il regno delle Due Sicilie viveva tensioni sia all’estero che all’interno. Isolato diplomaticamente, il sovrano era in quel periodo impegnato in una dura repressione dei moti liberali scoppiati nel 1848. L’esigenza di armare l’esercito sia in funzione di difesa dei confini che per il mantenimento dell’ordine pubblico, fece da volano al periodo più fecondo della produzione di armi a Mongiana. In particolare i fucili moderni fecero la parte del leone tra i prodotti del polo siderurgico calabrese.
Nacque così sulle alture tra la Sila e l’Aspromonte il «Mongiana», il fucile da fanteria che fu l’arma individuale dei soldati borbonici negli ultimi anni di vita del Regno. Si trattava di un’arma fortemente ispirata al modello 1842 francese, prodotto dalla fabbrica St.Etienne, che inviò in Calabria alcuni consulenti per fornire le indicazioni tecniche per la produzione. Era un fucile ad avancarica con sistema a percussione, più efficiente dei precedenti a pietra focaia. Il calibro era di 17,5 mm con canna della lunghezza di circa 1 metro. Pesante 4,5 kg, la sua gittata massima era di circa 700 metri, di cui 150 di tiro utile (saliti a 300 con l’adozione successiva della canna rigata). Le officine di Mongiana riuscirono a produrre circa 7-8.000 pezzi all’anno soprattutto attorno al 1859-60, quando le ferriere contavano all’incirca 2.000 addetti. Furono gli eventi bellici a segnare le sorti della fabbrica calabrese a partire dall’autunno 1860 fino all’assedio piemontese di Gaeta che segnò la fine dei Borbone sul trono delle Due Sicilie. L’Unità d’Italia segnò per la Reale Fabbrica di Armi di Mongiana l’inizio di una fine rapida, decretata soprattutto dalla scelta del nuovo governo unitario di privilegiare le fabbriche del Nord come Torino e Brescia, puntando contemporaneamente sullo sviluppo del polo siderurgico di Terni. Non solo spinti da ragioni politiche ma anche economiche, i governanti di Torino giudicarono antieconomico mantenere in vita uno stabilimento che, pur moderno ed efficiente, era reso non competitivo a causa delle fortissime carenze infrastrutturali dell’area, con strade impervie, sconnesse e non praticabili ai carichi pesanti, con conseguente aumento dei prezzi legati alla produzione. Mongiana terminò l'attività ufficialmente nel 1864 e dieci anni dopo dovette subire una seconda fine ingloriosa: nel 1874 la fabbrica fu venduta all’asta e acquistata dall’ex garibaldino Achille Fazzari, che ottenne finanziamenti per un rilancio che non avverrà mai, dal momento che l’operazione fu coinvolta nel crack della Banca Romana del 1893. Mongiana, spogliata dei macchinari trasferiti al Nord, diventò un sito fantasma fino al recente recupero e restauro, ed è oggi visitabile grazie all’opera dell’Ecomuseo delle Fonderie e Ferriere di Calabria.
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Riduci
Industria bellica tedesca (Ansa)
Furbata dei tedeschi: siccome hanno dato più fondi alla resistenza, pretendono che un’ampia quota dei 90 miliardi per l’Ucraina sia usata per comprare loro armi. Marco Rubio: «Progressi nelle trattative». Volodymyr Zelensky pronto a vedere lo zar. I russi: «Venga a Mosca».
Dopo che i leader europei hanno approvato il prestito da 90 miliardi di euro all’Ucraina, la Germania cerca di mettere sotto scacco i Paesi dell’Ue, facendo uno sgambetto soprattutto all’Italia e alla Francia.
Berlino ha infatti proposto di vincolare l’acquisto di armi di Kiev, che sarebbe finanziato proprio con parte del prestito, all’entità dei contributi bilaterali che gli Stati hanno erogato all’Ucraina. Ergo, Kiev indirizzerebbe i suoi acquisti verso i Paesi che l’hanno più aiutata. La mossa andrebbe quindi tutta a vantaggio della Germania e delle sue industrie della difesa: secondo il Kiel Institute, Berlino ha contribuito con 19,7 miliardi di euro in aiuti militari diventando il maggior donatore europeo dell’Ucraina.
Se il piano tedesco dovesse andare in porto, a rimetterci sarebbero soprattutto l’Italia e la Francia che sosterrebbero l’onere del debito comune, ricevendo un limitato ritorno industriale. Roma, stando ai dati del Kiel Institute, ha stanziato 1,7 miliardi di euro per aiuti militari, mentre Parigi ha fornito 5,9 miliardi. Va da sé, quindi, che le aziende della difesa italiane e francesi sarebbero quasi fuori dai giochi con una gran fetta di business che finirebbe in mani tedesche.
A ciò si aggiunge un ulteriore grattacapo: decidere se obbligare o meno Kiev ad acquistare le armi dalle industrie della difesa dell’Ue. La Francia è tra i sostenitori del «comprare europeo», mentre ad aver abbracciato una posizione diametralmente opposta sono sempre la Germania e altri 18 Stati, tra cui i Paesi Bassi. Nella loro visione, all’Ucraina dovrebbe essere consentito comprare armi da Paesi terzi qualora non ci fosse la disponibilità in Europa. Già lunedì, il segretario generale della Nato, Mark Rutte, aveva affermato al Parlamento europeo: se Kiev «può acquistare in Europa, fantastico. Ma sappiamo tutti che senza questo flusso di armamenti dagli Stati Uniti, non possiamo mantenere l’Ucraina in combattimento». Però nella proposta originaria della Commissione è già inclusa la clausola che consente a Kiev di rivolgersi a Washington. Inoltre, alcuni Stati membri, tra cui i Paesi Bassi, vorrebbero che anche il Regno Unito partecipasse ai contratti finanziati dal prestito dell’Ue. In ogni caso, se non ci fosse il vincolo a «comprare europeo», la Germania resterebbe in vantaggio. Guardando ai dati del Kiel Institute, il Regno Unito ha contribuito con 13,7 miliardi di euro in aiuti militari.
Gli ambasciatori dell’Ue sono stati chiamati ieri a esprimersi sui criteri di ammissibilità del prestito. Nel momento in cui scriviamo non è ancora nota la posizione, ma stando a quanto riferito da Politico la manovra a tenaglia tedesca potrebbe non ricevere il via libera. Invece, la proposta di aprire le porte alle aziende britanniche potrebbe essere accolta.
Al di là delle dinamiche europee, gli occhi sono puntati sulle trattative di pace, con l’ipotesi di un faccia a faccia tra il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, e l’omologo russo, Vladimir Putin che è tornata sul tavolo. La necessità di un incontro, più volte sottolineata da Kiev, è stata ribadita ieri anche dal ministro degli Esteri ucraino, Andrii Sybiha. In un’intervista rilasciata a European Pravda ha dichiarato che «per risolvere le questioni più delicate» Zelensky «è pronto a incontrare Putin». Mosca, almeno dalle parole rilasciate dal consigliere dello zar, Yuri Ushakov, sembra aver accettato. Ricordando che l’ipotesi di un summit «è stata discussa più volte durante le conversazioni telefoniche» tra Trump e Putin, Ushakov ha sottolineato che se il leader di Kiev «è pronto», lo zar lo aspetta a Mosca. È necessario però che «questi contatti siano ben preparati» e «orientati al raggiungimento di risultati positivi concreti». Dall’altra parte, la Russia garantirà «la sicurezza» di Zelensky e «le condizioni necessarie per lavorare».
Di certo il nuovo round del trilaterale tra gli Stati Uniti, l’Ucraina e la Russia si terrà domenica ad Abu Dhabi. A confermare l’incontro è stato anche il Cremlino. Il suo portavoce, Dmitry Peskov, ha precisato: «Il fatto che tutta una serie di questioni complesse relative alla risoluzione siano discusse a livello di esperti può già essere considerato un progresso» però «tutto dipenderà dall’approccio costruttivo degli interlocutori». Il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha ribadito: «C’è ancora distanza, ma almenosiamo riusciti a ridurre l’insieme delle questioni a una sola, centrale: la rivendicazione territoriale sul Donetsk». Nel frattempo, il leader ucraino ha comunicato che il suo team negoziale ha «individuato gli aspetti dell’accordo con gli Stati Uniti sulla ripresa postbellica che necessitano di essere approfonditi». A lanciare un monito verso l’Europa è stato il presidente del Consiglio europeo, António Costa: «Ora dobbiamo evitare di ostacolare gli sforzi del presidente Trump per raggiungere la pace» in Ucraina.
E mentre Kiev deve far fronte all’emergenza energetica, dall’Italia è già arrivato il primo aiuto. In una nota di Palazzo Chigi è stato annunciato che «l’Italia consegna all’Ucraina il primo lotto di forniture». Si tratta di «un sostegno concreto, attraverso la consegna di caldaie industriali e generatori elettrici». Il primo lotto consegnato riguarda «78 caldaie industriali e ulteriori 300 saranno consegnate nelle prossime settimane». Anche la Francia si prepara a «inviare generatori per aiutare la popolazione a superare l’inverno», ha dichiarato il presidente francese, Emmanuel Macron. Che ha anche promesso a Zelensky l’invio di «aerei, missili per sistemi di difesa aerea e bombe aeree».
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In questa puntata di «Tutta la Verità» il direttore Maurizio Belpietro commenta l'episodio accaduto a Milano al Boschetto di Rogoredo, in cui un agente ha ucciso un irregolare armato di pistola che lo stava aggredendo durante un'operazione, e confronta quello che accade in Italia con i tumulti a Minneapolis.





