(IStock)
Il saggio di Roberto Arditti e Alessio Gallicola fa il ritratto di una generazione persa.
«Maranza»: una parola che abbiamo imparato a conoscere e che, negli ultimi anni, ha subito un cambiamento semantico. Non indica più i tamarri, ma i ragazzi di seconda generazione: i marocchini zanza. Più genericamente, tutti coloro che provengono dal Maghreb e che hanno fatto della criminalità, in particolare furto e rapina, una «professione». Da anni circolavano sui social le immagini di don Alì, l’auto proclamato re dei maranza che è stato arrestato il 22 novembre scorso. Don Alì, il cui vero nome è Said Alì, ha contribuito a creare l’immaginario di questo gruppo. Piumini e catene, come titolano il loro saggio, pubblicato per i tipi di Amando Curcio editore, Roberto Arditti e Alessio Gallicola.
Una carrellata di fatti di cronaca spesso messi da parte ma che, se uniti, descrivono un problema che tocca tutto il Paese, da Torino a Napoli passando ovviamente per Milano.
Il 22 febbraio del 2025 tre studenti spagnoli, impegnati in Erasmus con la Bocconi, stanno tornando a casa. È notte fonda e i locali hanno già chiuso. I tre decidono di prendere prima un taxi e a seguire il filobus 90. Poi, come si legge in Piumini e catene, «salgono quattro ragazzi con i cappucci tirati su. Nessuno dice una parola. Il più alto si sistema il giubbotto, si avvicina agli spagnoli, uno scambio di sguardi, poi un urto. La collanina si spezza, parte una spinta, il coltello lampeggia. Uno dei tre studenti cade, colpito al fianco. Il pavimento si macchia di sangue».
I quattro, maranza appunto, scappano. È a questo punto, sottolineano Arditti e Gallicola, che le forze dell’ordine cominciano a parlare di «“bande fluide”, gruppi che nascono e si sciolgono in poche settimane, collegati fra loro dai social». Branchi che si riuniscono per colpire e poi si lasciano. Non hanno legami. Non hanno rapporti. Hanno solo un obiettivo: rubare e ferire. Non era, questo, l’ultimo caso. E non sarà nemmeno l’ultimo. Sui mezzi pubblici di Milano rapine e attacchi con l’arma bianca sono in netto aumento.
Questi gruppi di déraciné, di senza radici, sono tenuti insieme da poco o nulla. Quel poco, oltre alla violenza, è la musica rap. Baby Gang, il cui vero nome è Zaccaria Mouhib, su tutti. È il «prototipo» del maranza. Infanzia difficile, poi il carcere minorile. «Non ho paura di morire, ho paura di non vivere», canta in Cella 101. Diventa famoso sfruttando Youtube e l’hype che le sue canzoni generano. Ma non è il solo, come notano Arditti e Gallicola. Ci sono anche Rondo Da Sosa, Simba la Rue, Neima Ezza, Vale Pain, Sacky, Touché. «Giovani, figli di migranti o di famiglie modeste, cresciuti nelle stesse piazze e negli stessi cortili. Tutti raccontano la stessa città: Milano come campo di battaglia, come sogno e condanna insieme».
Sono i volti e i canti di una generazione che non si è integrata perché non ha voluto farlo. Che urla un disagio che ha cercato da sé o quantomeno che non ha mai provato a combattere. E che cerca lo scontro, non solo verbale ma soprattutto fisico. Sono i giovani del Maghreb che indossano i piumini e le catene. E che tengono nascosto il coltello. Ma, soprattutto, è la generazione che tinge di sangue le nostre vie. Al ritmo del rap.
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Riduci
Mohammad Hannoun (Ansa). Nel riquadro Abu Rawwa
Le prediche pronunciate in Italia e il sistema di raccolta fondi della società che finanziava Hamas: Abu Rawwa era il vero motore dell’iniziativa «benefica». Sui social post contro Israele, considerato un cancro che sta fermando la diffusione dell’islam.
È stato accolto come un eroe. Applausi, strette di mano, foto e ringraziamenti dal palco. Abu Rawwa, il braccio destro di Mohammad Hannoun - l’uomo che secondo l’inchiesta della Procura di Genova raccoglieva milioni di euro per Hamas - nei giorni scorsi era tra i protagonisti di un evento per la Palestina a Modena. Dopo la sua scarcerazione, nonostante resti indagato per finanziamento al terrorismo, lo sceicco - così lo chiamano i suoi seguaci - torna in pubblico. E viene celebrato. Tra gli ospiti ufficiali dell’evento c’è anche la deputata del M5S Stefania Ascari. Le immagini parlano chiaro. Lei lo saluta con affetto. Lui la ringrazia dal microfono, sorridente: «Grazie alla nostra amica Stefania, Palestina libera!».
Una scena che pesa, perché arriva mentre gli inquirenti lo collocano al centro della raccolta di fondi destinati ad Hamas, con circa un milione di euro messi insieme in pochi mesi, e dopo il ritrovamento da parte della polizia di 560.000 euro in contanti nel suo garage di Sassuolo. Ma sul palco pro-Pal di Modena Abu Rawwa è come una star. Parla di aiuti e buone intenzioni: «Con il nostro amico Hannoun abbiamo fatto tante cose buone. Oggi la speranza vive ancora». Applausi. Nessuna domanda.
Ma c’è un altro Abu Rawwa. Quello dei sermoni nelle moschee italiane, rimasti finora sotto silenzio. Prediche che si collocano nel pieno della sua attività per l’Associazione Benefica per il Popolo Palestinese di Mohammad Hannoun. Abu Rawwa, infatti, lavora per l’Abspp dal 2012 ed esiste anche una foto che lo ritrae insieme a Hannoun durante una missione in Medio Oriente, a conferma di un rapporto stretto e continuativo. È in questo contesto operativo - raccolta fondi, viaggi, attività associative - che maturano e vengono pronunciati i suoi sermoni. Prediche pronunciate mesi prima del 7 ottobre in cui il linguaggio cambia tono e diventa esplicito. Israele viene definito come un cancro da estirpare. «C’è un cancro. E non possiamo fare di più. Non possiamo mandare avanti l’islam finché c’è questo cancro. Questo cancro si trova nel cuore della Umma, a Gerusalemme». Un male che impedirebbe all’Islam di andare avanti. Non una metafora teologica quindi, ma una narrazione di annientamento che sembra preparare il terreno alla violenza. «Chi vuole sostenere la volontà di Allah?». Ed ecco che il sostegno alla Palestina viene presentato come un obbligo salvifico: «Io oggi sono qua per la Palestina», dice. «Allah vuole sapere chi aiuta. Chi aiuta. Chi sostiene. Per Allah questo è un esame». L’Islam, insiste, «non è solo preghiera. L’islam è giustizia». E dunque richiede azione. Poi va oltre: «Chi vuole sostenere la volontà di Dio e sacrificarsi lì? Posso fare il sacrificio in Palestina? Certo». Un linguaggio che richiamerebbe la retorica del martirio. In questo schema anche la donazione diventa redenzione: «Quando diamo soldi otteniamo la vita eterna», «quando io faccio una donazione compro la mia anima e il mio corpo da Allah». Fino a fissare un prezzo preciso: «Il sacrificio per la Palestina costa 120 euro». Un messaggio che alterna in modo studiato italiano e arabo, in cui compaiono termini chiave come ribat - il presidio militante. Il passaggio più inquietante arriva quando lo sceicco di Hannoun richiama senza filtri il jihad, citando il versetto coranico che parla esplicitamente di «combattere, uccidere ed essere uccisi sulla via di Dio» calandolo nella realtà della Palestina.
Una narrazione che glorifica lo scontro armato e presenta la causa come guerra santa, rafforzando ancora di più il sospetto che la beneficenza dell’Abssp fosse in realtà una copertura per il finanziamento al terrorismo di Hamas.
Il collegamento tra predicazione e operatività emerge anche dalle intercettazioni. In una conversazione agli atti, Abu Rawwa fa riferimento alla raccolta per la «Mugawama» - la «resistenza», termine comunemente utilizzato per Hamas - ma subito si corregge: «Non parlare di queste cose». E avverte: «I nostri telefoni al milione per cento sono intercettati».
Anche sui social Abu Rawwa attacca apertamente lo stato ebraico. In un post compare una tomba con una stella di David e la scritta «1948-2028». Sotto i commenti dei suoi seguaci parlano da soli: «Speriamo di assistere a questo evento con i nostri occhi e di averne una parte»; «Non ci saranno più scimmie per grazia di Allah Onnipotente»; «La loro morte è vicina». Messaggi che delineano il clima di odio e violenza dei suoi sermoni. Abu Rawwa oggi è libero. Ma la domanda è una sola: com’è possibile che prediche estremiste di questo tipo siano passate sotto silenzio?
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Riduci
Ansa
All’inaugurazione dell’anno giudiziario il procuratore di Milano, Francesca Nanni, attacca: «La separazione delle carriere è ininfluente». Alfredo Mantovano replica: serve un «confronto civile». Nordio: «Non ci sono effetti politici». Il pg Aldo Policastro: «Accetteremo il verdetto».
L’immagine che più di tutte rappresenta la posizione del governo Meloni nell’ambito dell’inaugurazione dell’anno giudiziario 2026 è quella relativa alla cerimonia di Milano, durante la quale il Guardasigilli, Carlo Nordio, si è unito all’applauso di decine di magistrati. Lo ha fatto quando il presidente della Corte d’appello di Milano, Giuseppe Ondei, ha affermato che è «inaccettabile» sentire che «i giudici oggi non sono sufficientemente terzi e imparziali perché sarebbero appiattiti sulle richieste del “collega” pubblico ministero».
A Milano Nordio si è presentato con l’obiettivo, nemmeno troppo velato, di distendere quella che definisce «atmosfera arroventata» in vista del referendum del 22-23 marzo su separazione delle carriere, doppio Csm, Alta corte disciplinare per i magistrati e sorteggio. Nordio torna sull’argomento a cerimonia finita: «Non ho mai detto e non lo dirò mai che i giudici siano appiattiti sulle tesi del pm». Aggiungendo poi di saperlo «per esperienza» personale, da «ex pm che moltissime volte» ha visto un giudice dargli «torto» e di aver riconosciuto come lo stesso avesse «ragione» e che la sua riforma punta all’esatto contrario: «Abbiamo enfatizzato l’autonomia e l’indipendenza».
Sulla stessa lunghezza d’onda il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano che, concludendo il suo intervento all’inaugurazione dell’anno giudiziario della Corte d’Appello di Napoli, ha dichiarato: «Auspico che la demonizzazione lasci il posto al confronto civile, proprio di una vera democrazia. Il referendum non sarà l’Apocalisse». Per Mantovano «va benissimo il confronto tra argomenti contrari, ma non gli slogan falsi secondo cui i giudici dipenderanno dal governo o il governo pretende l’impunità. Lanciare gli slogan è grave se a farlo è chi nella vita quotidiana rende giustizia». Parole apparentemente accolte in modo positivo dal procuratore generale di Napoli, Aldo Policastro, che rispondendo ai cronisti ha commentato così l’intervento del sottosegretario: «Oggi la parola va al popolo. Su questo sono d’accordo con Mantovano, accetteremo il risultato qualunque esso sia perché il referendum è esercizio di democrazia diretta». La toga ha poi rivendicato la legittimità di «esprimere dubbi e perplessità su questa riforma». Precisando però che «questo non vuol dire fare opposizione, come oggi sembra di aver ascoltato dal sottosegretario Mantovano». Durante il suo intervento, Policastro aveva però attaccato duramente le «martellanti campagne denigratorie contro i magistrati che si trasformano, anche al di là dell’intenzione, velocemente in campagne d’odio».
Duri anche i toni del procuratore generale di Milano, Francesca Nanni, secondo la quale c’è in Italia una «tendenza sempre più marcata» all’utilizzo di reati di nuova creazione e della «legislazione penale» come «strumento di governo di fenomeni sociali eterogenei». Queste «precise scelte di politica criminale», secondo la toga, aumenterebbero i carichi di lavoro dei magistrati e mostrano «numeri» che sono «incompatibili con qualsiasi ipotesi di riorganizzazione del sistema». «È ampiamente riconosciuto dalla letteratura scientifica», ha detto Nanni, «che né l’inasprimento delle pene né l’ampliamento delle fattispecie incriminatrici producono» effetti di «deterrenza» sui crimini. Secondo l’alta magistrata inoltre ne deriva «un’espansione progressiva e spesso disordinata» della normativa «con gravi problemi interpretativi».
In trincea è sembrata anche Lucia Musti, procuratore generale di Torino: «Ritengo che lo scenario di una magistratura separata da una riforma ispirata da meri intenti politici e non di efficienza e miglioramento, da cui conseguirà la sottoposizione del pubblico ministero all’esecutivo, renderà difficile se non impossibile continuare ad applicare la legge e tutelare i diritti, soprattutto dei più fragili».
Più equilibrate le parole del presidente dell’Anm, Cesare Parodi, intervenuto anche lui a Milano: «Noi non siamo qui oggi, né mai, per fare politica e meno che mai politica oppositiva. Siamo qui per richiamare l’attenzione sulla realtà materiale dei nostri uffici perché l’efficienza non sia solo un obiettivo da rendicontare a Bruxelles, ma una garanzia effettiva per tutti i cittadini».
Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto di Nordio, ha invitato poi le toghe alla continenza: «Mi sarei aspettata un appello a tutti a stare nei ruoli: non ho sentito una levata di scudi nei confronti delle dichiarazioni rese da qualche autorevole rappresentante dell'Anm contro l’attività del Parlamento».
Oltre a quello dell’efficienza, in numerose cerimonie le toghe hanno introdotto un argomento destinato a far discutere: quello dell’eccesso di mediatizzazione delle indagini legate ai fatti di cronaca nera. In attesa di capire se arriverà sulla sua scrivania un’istanza di revisione della condanna di Alberto Stasi sul caso Garlasco, il procuratore generale di Brescia, Guido Rispoli, auspica un intervento sui processi mediatici. «Fermo restando l’imprescindibile riconoscimento della libertà di stampa e di opinione», ha affermato il pg, «il principio di rango costituzionale del giusto processo nel contraddittorio delle parti, per non essere nella sostanza svilito, non dovrebbe trovare un qualche riflesso anche rispetto all’informazione che racconta i processi penali e le relative indagini?». «Un intervento del legislatore appare quindi auspicabile», ha sostenuto Rispoli, «per assicurare che le indagini e i processi si svolgano solo nei contesti e nelle aule di giustizia, evitando che tutti i soggetti che ne sono protagonisti - e non solo, paradossalmente, coloro che sono portatori di un interesse pubblico e imparziale - siano tenuti al massimo riserbo».
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Riduci
La manifestazione «No Ice» di ieri a Milano (Ansa)
Manifestazione della sinistra meneghina contro l’Ice: «Non vogliamo squadracce». Ma per le Olimpiadi non verrà nessuna brigata in passamontagna e fucili spianati.
La parola d’ordine è sempre la stessa: «Fascisti». Non sanno che altro dire e, come un disco rotto, la rievocano ad ogni occasione. La sinistra scende in piazza a Milano, manco a dirlo in piazza XXV Aprile, per protestare contro la presenza degli agenti dell’Ice alle Olimpiadi di Milano-Cortina. E lo fa con un presidio dal titolo «Agenti Ice a Milano? No, grazie» e un coro di fischietti, come quelli che gli americani usano per segnalare la presenza degli agenti Ice.
Sventolano bandiere della pace e della Ue. Tanti cartelli, con scritte a pennarello su cartone, per copiare quelli usati nelle manifestazioni Usa: «Abolish Ice», «No Ice in Milano», «No Maga, no Ice, dictators», «No Ice, but italian ice», «Ice out», «Ice = fasciscm». E poi la foto di Trump con la faccia da maiale e di Alex Pretti e Renée Good, le due persone uccise dagli agenti Ice.
Sulla colonna sonora di De Gregori e Guccini e l’immancabile Bella ciao che, come sempre, fanno da sottofondo alle sagre dei rossi, si sono viste bandiere del Pd, del M5s, dei Giovani democratici, dei Sentinelli, di Avs, del Patto civico, di Azione, di Italia viva, di Rifondazione comunista, di Alleanza Verdi Sinistra, di Più Europa. Insomma, la solita cricca. Ma anche rappresentanti della Cgil, Anpi e Arci.
Dopo Pro Pal e Pro Mad, ora anche i fatti di Minneapolis sono negli interessi della sinistra. Basta non occuparsi del proprio Paese. Il segretario metropolitano del Pd Alessandro Capelli: «Milano non sta zitta. Non vogliamo le squadracce dell’Ice nella nostra città». Il presidente provinciale dell’Anpi, Primo Minelli, scatenato: «La presenza dei nazistoidi dell’Ice nel nostro Paese ci indigna. Come l’ennesima resa di un governo che non osa mai tenere la schiena dritta con l’amichetto Trump». Per il capogruppo del Pd in Regione Lombardia, Pierfrancesco Majorino, «il governo è subalterno nei confronti di Trump. Non riescono a dirgli di no».
In piazza non si è visto il sindaco Beppe Sala. In compenso è arrivato il giornalista Mario Calabresi, dato al toto nomi come suo successore. «È il nostro modo di dire che l’Ice è qualcosa di inaccettabile. Il fatto che ci sia una milizia che viaggia a volto coperto e arresta in maniera indiscriminata, uccidendo gente inerme, è qualcosa di terribile. Visto che qualcuno dei suoi uomini arrivano in Italia mi sembra giusto essere qui a dire no». Sulla sua candidatura Calabresi non conferma ma nemmeno smentisce. E venerdì sera, ospite a «Milano ti ascolto», l’evento organizzato dal Pd milanese e dall’eurodeputato Pierfrancesco Maran, ha parlato, come in un comizio, della sua ricetta per una Milano perfetta che appare già come un programma elettorale, perché «Milano è sempre stata attrattiva ma oggi non è più accogliente» e sulla sicurezza ribadisce che «è un diritto. E la sinistra ha a cuore i diritti». Non di tutti però.
Forse non sanno che gli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement non sono, come dicono loro, squadracce inventate da Trump, ma un’agenzia federale responsabile del controllo dell’immigrazione, istituita nel 2003 sotto George W. Bush, che affonda le proprie radici nel 1933 e che ebbe la sua massima operatività con Obama (2,4 milioni di espulsioni). Senza considerare che a venire in Italia non sono gli agenti dell’Ero, coinvolti nelle uccisioni a Minneapolis, ma gli analisti dell’altra branca di Ice, l’Homeland Security Investigations. Forse non sanno neppure che, se l’Italia si è ritrovata a collaborare con l’Ice, è a causa di una legge del 2014, quando a Palazzo Chigi c’era Matteo Renzi, che ratificò un accordo con gli Usa in tema di lotta alla criminalità.
E la premier Giorgia Meloni evidenzia, sul Foglio, questo contrasto: «Polemizzano sull’Ice ma poi chiedono agli Usa di difendere l’Ue». Invece di occuparsi dei tanti problemi in casa loro, i compagni pensano a fischiare.
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Riduci





