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Il presidente dell’Associazione magistrati di categoria, Claudio Cottatellucci, ribatte al Garante dell’infanzia sul tema dei figli allontanati: «Il potere insindacabile dei genitori ci riporta alla logica del padre padrone. Noi una tutela». Ma il caso di Palmoli rivela il contrario.
È orrendo persino a scriversi, ma dobbiamo prendere atto che questi sono i fatti: i magistrati italiani vogliono continuare a togliere i figli alle famiglie. E lo vogliono fare, con tutta evidenza, nel modo in cui si fa ora, con il bel corredo di scene raccapriccianti in cui fanciulli urlanti vengono strappati ai genitori della forza pubblica. Questo evinciamo dalla lunga intervista che ieri Claudio Cottatellucci, presidente dell’Associazione magistrati per i minori e per la famiglia (Aimmf), ha concesso ad Avvenire.
«Il caso di Palmoli segnala un dato culturale preoccupante», dice il magistrato. «C’è una tendenza diffusa, di cui alcuni media si sono fatti portavoce, che vorrebbe limitare le possibilità di intervento di protezione dei minori a pochi casi estremi. Ma questo abbassa il livello di tutela sia da parte del sistema giudiziario sia da parte del welfare, ed espone bambini e ragazzi a gravi rischi. Per questo noi magistrati minorili diciamo no. Si tratta di una china pericolosa».
Potremmo chiuderla qui, perché la frase è semplicemente allucinante. Per il magistrato è inaccettabile che i bambini si tolgano ai genitori solo in casi estremi. Tale prospettiva è per lui talmente inaccettabile che ha voluto rilasciare robuste dichiarazioni per rispondere a un corposo documento presentato giovedì dal Garante per l’infanzia Marina Terragni. Il report si intitola Prelevamento dei minori. Facciamo il punto e giunge a una conclusione più che condivisibile: «L’allontanamento di un minore dalla famiglia deve tornare a essere una misura eccezionale, da adottare solo in situazioni di grave pericolo».
Passate poche ore appena, l’associazione dei magistrati minorili ha deciso di mostrarsi fermamente contraria. Non vuole nemmeno provare a discutere l’argomento. Certo, Cottatellucci vuole mostrarsi dialogante: «Non si può che essere d’accordo con lei», dice. Ma poi aggiunge: «Abbiamo già detto, e concordiamo sul fatto che l’allontanamento deve rappresentare l’extrema ratio, e va deciso solo dopo aver cercato un’alleanza possibile con i genitori. Ma direi che questo rientra già nelle buone prassi adottate dai tribunali per i minorenni e dai servizi sociali. Il problema, come detto, è stabilire la soglia della cosiddetta extrema ratio». Dietro le belle parole, in sostanza, il rifiuto è granitico: «Se viene limitata la nostra possibilità di intervento, i minori saranno meno tutelati», spiega il magistrato. «Diciamolo più chiaramente. Si sta introducendo un modo di pensare per cui tutto quello che riguarda la famiglia deve rimanere nell’ambito della famiglia senza alcuna possibilità di intervento da parte di chi è chiamato proprio a tutelare i membri più deboli della famiglia stessa». Secondo il magistrato, coloro che difendono la «famiglia nel bosco» rischiano addirittura di favorire il ritorno del padre padrone: «Il potere insindacabile dei genitori sui figli rischia di riportarci alla logica della vecchia patria potestà. Ma oggi noi parliamo di responsabilità genitoriale proprio per sottolineare che i minori sono portatori di diritti che i genitori non possono limitare».
Quanto ai Trevallion non c’è nemmeno da discutere. I figli andavano tolti e basta. «I genitori possono scegliere lo stile di vita che preferiscono», dice Cottatellucci. «Ma se questo stile di vita lede uno o più diritti dei figli siamo di fronte a un abuso. Qui c’è stata da parte del tribunale per i minorenni un’ingerenza finalizzata alla protezione. Ai figli veniva imposta una vita di segregazione tale per cui questi ragazzi sarebbero arrivati all’età dell’adolescenza senza contatti significativi con i coetanei. E questo si configura come grave negazione di un diritto». Che poi le evidenze mostrino una realtà diversa, al nostro non sembra importare.
Per i magistrati, insomma, l’importante è che nessuno tocchi il loro potere e le loro prerogative. Come spiega Avvenire, oggi «in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, nelle diverse sedi di Corte d’appello verrà letto un comunicato in cui sono sintetizzate le ragioni di una preoccupazione diffusa e condivisa. A parere dei giudici minorili, il caso della famiglia nel bosco rischia di diventare il paradigma di un revisionismo culturale che vorrebbe cancellare mezzo secolo di riflessioni giuridiche e di ricerche scientifiche nell’ambito della pedagogia e della psicologia».
È tutto davvero molto curioso. Sconcerta la rigidità dei magistrati e sconcerta ancora di più che Avvenire, quotidiano cattolico, si schieri così violentemente contro le famiglie. Viene quasi il sospetto che vi sia un interesse dei vescovi a lasciare il sistema minorile così com’è.
Stupita è anche Marina Terragni. «Mi ha sorpreso che il giornale della Cei sembri tenere alle famiglie meno di quanto ci tenga io, questa è una novità, una grande novità. Io sono sempre stata una donna tendenzialmente di sinistra, ho vissuto anche le fasi di forte critica della famiglia. E mi sembra strano trovarmi oggi in una posizione molto diversa, persino contraria, rispetto a quel giornale da cui mi aspettavo un’attenzione maggiore ai nuclei famigliari». Terragni si dice stupita anche dalle dichiarazioni di Cottatellucci e dalla rigidità della risposta dei magistrati al documento del Garante. «Non capisco perché non si voglia abbattere il numero di minori allontanati», spiega. «Se calasse ci sarebbero infinitamente meno traumi e questo è il superiore interesse del minore, che magari viene già da una situazione traumatizzante e gliene si infligge un’altra».
L’interesse dei minori, purtroppo, in questo meccanismo atroce di allontanamenti è lungi da essere il principale interesse. Anzi, sembra venire per ultimo. E il fatto che i magistrati alzino barricate non appena qualcuno propone di aprire una discussione sul tema significa che c’è decisamente qualcosa che non va.
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Riduci
Manfred Weber, capo del Ppe, torna a invocare l’eliminazione dell’unanimità. Romano Prodi non va per il sottile: senza manco cambiare i Trattati, li vuole aggirare. Ciò significa che la presunta cura per l’Ue, in realtà, è il suo funerale.
L’Unione europea non funziona. Vero. Ma se cambiarla equivale, di fatto, a smontarla, tanto vale raccontarsi la verità e compiere un passetto in più. Abolendola. Da fronti diversi, ma con scopi simili, prima Romano Prodi sulla Stampa e poi, ieri, Manfred Weber sul Corriere della Sera, hanno ripreso l’assedio al principio dell’unanimità.
Il fondatore dell’Ulivo ha sposato l’idea dell’«Europa a più velocità», che si è vista di nuovo all’opera qualche giorno fa, con il vertice E6 dei ministri delle Finanze di Germania, Italia, Spagna, Francia, Polonia e Paesi Bassi. Il capo del Ppe, che da teutonico è più ligio alle forme di noi mediterranei, è scettico rispetto all’espediente delle convergenze a progetto: «Non è “Europa”», ha osservato sul quotidiano di via Solferino. «Sono singoli Paesi». Il leader dei popolari crede che si debbano fondere in un’unica figura i presidenti della Commissione e del Consiglio, sottoponendola al vaglio dei cittadini. Sorvoliamo sugli aspetti irrealistici di una campagna elettorale che andrebbe condotta in lingue diverse, in 27 Paesi con storia, cultura e interessi differenti. Molti di essi, per di più, sarebbero condannati all’irrilevanza dal vero obiettivo dei riformatori. Sia Prodi sia Weber, infatti, concordano sul punto fondamentale: il diritto di veto va abolito. Adesso, ha osservato il tedesco, per colpa di quel cavillo, «nessuno prende sul serio la posizione dell’Ue e si cercano altri formati». «Chi decide va avanti e gli altri si arrangino», ha tagliato corto il Professore. Il quale, in attesa che ci si trovi costretti a registrare ufficialmente lo scardinamento dei Trattati, propone di aggirarli attraverso l’artificio dei binari plurimi.
Giorgia Meloni è sempre stata perplessa dall’ipotesi di eliminare il freno d’emergenza. Di quanto ciò sarebbe pericoloso, ce ne siamo accorti con il negoziato sul sequestro degli asset russi: con un cavillo, Ursula von der Leyen era riuscita a imporre una decisione a maggioranza qualificata. E solo la sensatezza delle obiezioni belghe, unita al lavorio di Roma e Parigi, hanno permesso di evitare il suicidio finanziario dell’Ue. Ora, Antonio Tajani si è fatto promotore del superamento del veto negli indirizzi di politica estera. Non a caso, è agli azzurri che si aggrappa chi vorrebbe sopprimerlo, pur di neutralizzare l’opposizione della destra.
Sarebbe interessante sapere cosa pensa il principale rappresentante di Berlino, Friedrich Merz, dei progetti del suo connazionale e compagno di partito. Il cancelliere, non esattamente in sintonia con Weber e con la baronessa, sta battendo la strada dei bilaterali con i Paesi amici. Compreso il nostro.
Inoltre, è lecito porsi qualche domanda sul pretesto cui ci si sta ancorando per invocare la trasformazione dell’Ue: la presunta inaffidabilità degli Usa. O si sta commettendo l’errore di schiacciarli su Donald Trump, che non è eterno e potrebbe essere sostituito da un presidente più benevolo verso il Vecchio continente; oppure ci si è resi conto che la storia è cambiata, che per Washington la priorità non è il contenimento della Russia bensì il teatro asiatico e che è questo il motivo per cui gli americani ci snobbano. Ma allora si dovrebbe ammettere che il problema non è Trump. È almeno dal pivot to Asia di Barack Obama che l’ottica degli Stati Uniti si è evoluta. Prodi, ad esempio, ha riconosciuto che Joe Biden ha temperato l’ostilità del tycoon «sul piano politico, ma non su quello economico».
Il nodo, però, è che qualunque sia la via d’uscita dall’impasse dell’Europa - il Ppe sogna in grande, il padre del centrosinistra si accontenterebbe di cominciare con un sotterfugio - ogni soluzione ne implica la dissoluzione.
L’esistenza, in varie materie cruciali, di un potere di blocco concesso anche agli Stati membri meno influenti, è una garanzia di equipollenza in seno a un’Unione che non è - e non può essere - una federazione né una confederazione. Senza di esso, quale attrattiva costituirebbe il club, al netto dei sussidi che si potrebbe sperare di ricevere dai contributori netti al bilancio comune? E dell’ombrello militare previsto dall’articolo 42 del Trattato Ue? All’Ucraina è stata offerta questa modalità d’ingresso di serie B. Sarebbe un privilegio o un’umiliazione?
Dall’altro lato, il lodo Prodi equivale, sì, alla vanificazione del requisito dell’unanimità, ma è anche un ritorno ai prodromi dell’Ue. All’epoca in cui pochi grossi Paesi, tra cui l’Italia, si accordavano su alcune questioni cruciali - materie prime, energia, persino un programma nucleare bellico, che saltò soltanto quando la Francia di Charles de Gaulle diede forfait per costruirsi la sua nazionalissima force de frappe - e stabilivano che la cooperazione conveniva di più della competizione. Per inciso: alla Meloni e ai sovranisti, almeno quelli dotati di pensiero strategico, potrebbe non dispiacere. Ma si tratta di scenari che ci allontanano anni luce da quel che l’Ue è oggi e dal modo in cui è stata congegnata. Ciò che ci viene venduto come una cura per l’Europa, in verità, è il suo funerale. Dopodiché, non è detto che non possa risorgere trasfigurata. Lo si legge sul logo dell’editore Loescher: «È bello doppo il morire vivere anchora».
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Riduci
La Commissione ordina a Roma un accordo con Francoforte: i dipendenti italiani chiedono di trasferire all’ente i contributi Inps, per godere di privilegi pensionistici.
Da una parte c’è la Commissione europea che ha avviato una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia, dall’altra c’è il Tar che nel 2025, con una sentenza, ha già dato ragione al nostro Paese. La questione complessa da dirimere si trascina da circa vent’anni e nemmeno Mario Draghi, che pure era stato alla guida della Bce, quando ricoprì l’incarico di primo ministro, affrontò il problema.
Stiamo parlando della richiesta dei dipendenti italiani presso la Banca centrale europea affinché l’Inps trasferisca al fondo pensione dell’istituto di Francoforte i diritti pensionistici, ovvero i contributi attualizzati che quegli stessi lavoratori avevano versato all’ente di previdenza italiano per precedenti attività svolte in Italia. A fronte del silenzio da parte italiana, la Commissione europea ha inviato al governo una lettera di messa in mora, primo stadio della procedura di infrazione, per «violazione del principio di leale cooperazione» previsto dal diritto dell’Ue. In sostanza il nostro Paese avrebbe «ostacolato» l’accordo». La violazione, scrive la Commissione, «riguarda l’incapacità dell’Italia di negoziare in buona fede un accordo con la Bce sul trasferimento dei diritti pensionistici dei funzionari dell’Ue». Un accordo tra lo Stato membro e l’istituzione Ue è necessario per consentire ai funzionari Ue di trasferire i propri diritti pensionistici nazionali. L’Italia ha ora due mesi di tempo per rispondere e adottare le misure necessarie; in caso contrario, la procedura d’infrazione potrà passare al secondo stadio, il parere motivato.
Siamo di fronte a un altro caso di disallineamento tra quanto prevede la normativa europea e quella italiana. Anche perché il Tar del Lazio ha respinto il ricorso proposto da 78 dipendenti della Bce, facendo riferimento a una pronuncia della Corte di giustizia europea. Questa affermava che dall’insieme delle norme in vigore non si ricavasse «l’obbligo per uno Stato membro di prevedere in favore di un membro del personale di una organizzazione internazionale il trasferimento del capitale che rappresenta i suoi diritti a pensione precedentemente maturati presso l’istituzione di un altro Stato membro, né l’obbligo di concludere una convenzione internazionale a tale fine». Secondo i giudici del Tar, l’Italia non è «obbligata» a provvedere. Il principio di leale cooperazione, comporta per lo Stato membro esclusivamente un obbligo «positivo» di partecipazione ai negoziati e non di concludere un accordo.
La Bce ha raggiunto un accordo con diversi Paesi europei ma non con l’Italia, il che può porre problemi ai dipendenti italiani di Francoforte quando terminata la loro vita professionale, chiederanno di ottenere contemporaneamente i diritti pensionistici da regimi diversi. Siccome ora la Commissione parla di violazione del dovere di lealtà, sarebbe interessante sapere cosa ne pensa a riguardo Mario Draghi, che non ha affrontato il tema quando era a Palazzo Chigi, dopo la sua presidenza alla Bce. Avrebbe potuto aiutare a spingere le parti a cooperare ma non ha ritenuto di dover intervenire.
Va detto che il sistema previdenziale della Bce è più favorevole. Innanzitutto, per l’età di uscita, che in Italia è fissata a 67 anni con progressione negli anni a venire, mentre in Bce è inferiore, con la possibilità di ritirarsi già a 60 anni con una riduzione dell’assegno. Poi c’è il diverso meccanismo di rivalutazione, che in Italia è basato sull’inflazione e spesso ha visto tagli ai trattamenti più elevati nelle varie leggi di Bilancio. Al contrario, nella Bce, il meccanismo di adeguamento automatico per preservare il potere d’acquisto è in base all’inflazione registrata e agli aumenti salariali dei dipendenti in attività. Quindi la fiscalità: in Italia la pensione Inps è considerata reddito da lavoro dipendente e tassata con aliquota Irpef, mentre le pensioni Bce sono soggette all’imposta comunitaria, generalmente più bassa delle aliquote nazionali, e sono esenti dalle imposte sul reddito nazionali in Italia.
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Guido Guidesi (Ansa)
L’assessore: «Il costo della vita non è uguale ovunque, le soluzioni nazionali non sono eque. Se non si differenziano salari e strumenti a livello regionale, il rischio è una contrazione dei consumi e meno crescita. Ci vuole un dibattito al governo».
Il costo della vita a Milano è maggiore del 10% rispetto a quello di Roma e Firenze, mentre rispetto a Palermo e Napoli la differenza supera il 50%. A dirlo è un recente studio dell’Osservatorio Conti Pubblici dell’Università Cattolica di Milano, firmato da Carlo Cottarelli. Numeri che spingono l’assessore allo Sviluppo economico di Regione Lombardia a lanciare un vero e proprio allarme: «Bisogna differenziare gli stipendi in base al territorio o si rischia un calo dei consumi generale e quindi meno produzione e meno Pil».
Assessore Guidesi, i contratti nazionali non bastano più per rispondere all’aumento dell’inflazione?
«Il primo passo è fare una segnalazione chiara, ed è il ruolo che sto cercando di svolgere come “ambasciatore del territorio”. Oggi si utilizzano strumenti e soluzioni omogenee su tutto il territorio nazionale, ma l’impatto dell’inflazione e il costo della vita non sono uguali ovunque. Questo rende quelle soluzioni, nei fatti, non eque. È una questione che deve diventare oggetto di un vero dibattito politico nazionale».
Il governo è intervenuto sul cuneo fiscale. Non è sufficiente?
«Sono molto d’accordo sull’intervento sul cuneo fiscale, è un passo nella giusta direzione. Ma dobbiamo essere onesti: la diminuzione del cuneo ha un impatto diverso sull’aumento del potere d’acquisto a seconda dei territori. Se il costo della vita è più alto, il beneficio reale per famiglie e lavoratori è minore. L’omologazione delle misure produce effetti molto diversi».
Può fare un esempio concreto?
«Il buono pasto, per esempio, ha un potere “disciplinare” e un valore reale molto diverso da zona a zona. In alcune aree copre un pasto, in altre solo una parte. È evidente che questi strumenti andrebbero calibrati tenendo conto delle differenze territoriali».
Quanto pesa ancora l’inflazione sull’economia reale?
«Siamo molto preoccupati. È vero che l’inflazione si è stabilizzata, ma il picco c’è stato e resta. Gli aumenti dei prezzi, a partire dai costi energetici, non sono scomparsi. Il costo della vita rimane elevato e temiamo una contrazione dei consumi nei prossimi mesi, con conseguenze dirette sull’economia».
Bisogna tornare alle vecchie gabbie salariali?
«Questo non sta a me deciderlo. Le soluzioni tecniche - che siano contratti territoriali, indicizzazioni o altri strumenti - devono emergere da un dibattito politico serio e responsabile. Io non propongo scorciatoie ideologiche, ma la presa d’atto di una realtà economica diversa da territorio a territorio».
La contrattazione di secondo livello nel privato non risponde già a questa esigenza?
«In parte funziona, ma non basta. È spesso legata alla singola azienda, alla sua capacità e sensibilità, e interviene su servizi o benefit specifici. Il tema del costo della vita, però, resta aperto. Per questo chiedo che la questione rientri nella discussione nazionale, non solo aziendale».
Ma le Regioni possono intervenire direttamente?
«No, non abbiamo la leva fiscale. Non possiamo affrontare da soli il tema del costo della vita più alto. Anche il welfare aziendale dipende dalla forza delle singole imprese, che fanno già molto e di cui siamo orgogliosi. O si consente alle Regioni di intervenire attraverso l’autonomia e il federalismo fiscale oppure se ne occupi lo Stato a livello nazionale».
Cosa rischia il Paese se non si interviene?
«Il rischio è una compressione dei consumi. E quando i consumi si fermano, ci sono conseguenze economiche dirette, anche sul Pil. La Lombardia contribuisce in modo determinante al Pil italiano: metterla nelle condizioni di continuare a farlo conviene a tutti».
Gli imprenditori cosa vi dicono?
«Che stanno già facendo la loro parte, ma i costi delle imprese sono cambiati radicalmente. Penso all’energia: prima poteva incidere per il 10% sul bilancio, oggi anche per il 40%. Continueranno a fare il possibile, ma serve un’azione pubblica e politica di accompagnamento».
Cercherà una sponda anche con le parti sociali?
«Porterò il tema al tavolo della competitività lombardo. Al di là delle appartenenze politiche, è evidente che scelte diverse producono risultati diversi. Qui non si tratta di bandiere, ma di realismo economico».
Pnrr e federalismo fiscale possono essere una risposta?
«Entro giugno ci sono scadenze importanti, anche sul Pnrr e sul federalismo fiscale. Se questi strumenti serviranno a dare risposte concrete ai territori, bene. Altrimenti è indispensabile che il Governo si occupi direttamente del tema. Non si può far finta che questa situazione non esista. Noi continueremo ad alimentare il dibattito, come un vero “sindacato del territorio”».
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