Giorgia Meloni con il presidente degli Emirati Arabi Mohammed bin Zayed (Ansa)
Grazie al rapporto di fiducia del governo con gli Emirati, il fondo sovrano Mubadala investirà con Cdp nel progetto da 20 miliardi che garantirà abitazioni a prezzi calmierati a 300.000 persone. Pronti altri grandi finanziatori. Centrale il ruolo di Confindustria.
Era il 24 febbraio del 2025 e il premier, Giorgia Meloni, incontrava a Palazzo Chigi il Presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohamed bin Zayed Al Nahyan. Il capo del governo descriveva l’incontro come una «giornata storica», come «la prima visita di Stato» dell’Emiro di Abu Dhabi nel Belpaese. Evidenziava la firma di 40 intese bilaterali, facendo capire però che il meglio dovesse ancora arrivare: siamo nel pieno di un «work in progress», perché dei partner potenzialmente lontani hanno deciso di «condividere un importantissimo pezzo del loro cammino insieme».
Quelle che un anno fa potevano sembrare delle dichiarazioni «pompose» e di «circostanza», le iniziamo a capire meglio solo adesso. O meglio le capiremo meglio tra qualche settimana (aprile-maggio) quando verrà presentato il nuovo piano casa che vedrà coinvolta la nostra Cassa Depositi e Prestiti con alcuni dei principali fondi internazionali compreso, come anticipato dal Messaggero, Mubadala, la società statale degli Emirati Arabi Uniti.
Sotto la regia di Confindustria, che dovrebbe avere un ruolo consultivo anche nell’individuazione delle aree geografiche dove realizzare il progetto, si prevede infatti di creare nei prossimi 10 anni circa 100.000 abitazioni, tra strutture familiari e immobili di piccolo taglio, che potrebbero coinvolgere tra le 250.000 e le 300.000 persone.
L’obiettivo è duplice: da un lato raggiungere a prezzi calmierati tutta quella fascia di popolazione che pur non versando in una condizione di povertà o difficoltà, non riesce ad acquistare casa. E dall’altra fare da argine all’impazzimento dei costi nelle città a più alta densità lavorativa (da qui l’importanza del ruolo di advisor di Confindustria). Parliamo di Milano, Roma, Venezia (soprattutto per gli studenti), Genova, Firenze, Napoli ma non solo. Perché nel progetto che comunque è ancora in fieri dovrebbero entrare anche centri di media dimensione.
Centrale il coinvolgimento dell’associazione degli industriali e del presidente Emanuele Orsini che avrebbe avuto un ruolo importante nell’individuare in Mario Abbadessa l’uomo giusto per portare avanti un piano che prevede forti agganci con gli investitori internazionali. E chi meglio del manager che arriva da 10 anni alla guida di Hines, una nella principali società immobiliari al mondo?
Come senior managing director & country head Hines Italy, Abbadessa ha chiuso operazioni per circa 10 miliardi di euro con un focus importante su studentati, abitazioni per anziani, giovani coppie e logistica urbana. Milano l’epicentro, ma anche Bologna, Firenze e da poco Roma con un’attenzione particolare ai data center per l’Ia. Insomma la figura ideale anche per i rapporti con fondi internazionali e fondi pensione che potrebbero essere centrali nel progetto per la casa con Cdp. Tanto per capirci, nel capoluogo lombardo il colosso immobiliare americano ha gestito la riqualificazione della Torre Velasca e la rigenerazione dell’ex Trotto di San Siro con la costruzione di circa 700 appartamenti a canone convenzionato che copriranno circa 3.000 persone.
Il nuovo progetto prevede la nascita di un fondo immobiliare chiuso costituito da Cdp, Mubadala Investment e altri soggetti che sono in procinto di siglare accordi vincolanti. Il capitale iniziale raggiungerà quota 10 miliardi e con la leva (cioè l’indebitamento) raddoppierà a quota 20.
Nonostante il coinvolgimento di Cassa Depositi e Prestiti, si tratta di un progetto che avrà un preponderante coinvolgimento dei privati. Di Mubadala si è detto, ma chi è vicino al dossier evidenzia come ci siano diversi investitori internazionali con lo stesso standing del fondo sovrano degli Emirati Arabi che contribuiranno con risorse molto rilevanti.
E qui torniamo al ruolo fondamentale del presidente del Consiglio nell’intrecciare relazioni internazionali che hanno creato un rapporto di fiducia con interlocutori che non sempre hanno visto nell’Italia un partner amico.
Da chiarire che il progetto che vede come protagonista Cassa Depositi e Prestiti e il fondo sovrano degli Emirati Arabi Uniti non ha nulla a che vedere con il famoso piano casa di cui più volte ha parlato il ministro dei Trasporti Matteo Salvini che invece sarà finanziato soprattutto con fondi pubblici e punterà su quella che viene definita edilizia popolare.
Parliamo di due strategie che viaggiano in parallelo e che avranno anche target ed evidentemente protagonisti differenti.
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Riduci
Cristiano Fini, presidente di Cia (Imagoeconomica)
E il presidente di Cia, Cristiano Fini, rincara: «In Europa standard qualitativi e sanitari più alti».
Confindustria scende in campo contro chi contesta l’accordo sul Mercosur così come è stato concepito, ovvero in modo squilibrato senza quelle reciprocità che dovrebbero tutelare il mondo agricolo. L’associazione delle imprese ne sta facendo una battaglia di bandiera sostenendo che il No della Lega e dei 5 stelle rischia di far perdere al sistema Paese 14 miliardi di euro. Il presidente degli industriali, Emanuele Orsini, sollecita «l’applicazione immediata dell’accordo provvisorio perché sospenderlo sarebbe una pazzia».
E in modo provocatorio ha detto: «Allora eliminiamo le differenze tra industria e agricoltura», sottolineando che gli agricoltori «pagano accise ridotte sul gasolio, hanno agevolazioni sull’Imu e una lista di altri sgravi». A sostegno del settore ci sarebbero misure pari a 13,5 miliardi l’anno come indicato dal Crea, il Consiglio per le ricerche in agricoltura, tra cui l’aliquota media del 15% sui redditi ottenuti dalla vendita dei prodotti agricoli e del 25% sui servizi.
Ma per Coldiretti il tema chiave è la reciprocità e l’assoluta uguaglianza di regole. Il presidente Ettore Prandini, in un lungo articolo per l’Informatore zootecnico, sottolinea che «l’export è la locomotiva dell’agroalimentare made in Italy che ha chiuso il 2025 a 73 miliardi. Ma non possiamo accettare scelte che possano mettere nell’angolo le nostre produzioni e penalizzino i consumatori. Siamo favorevoli alle aperture commerciali con tutti i Paesi del mondo a condizione che le regole ferree imposte dalla Ue su agrofarmaci, sostenibilità e rispetto dei diritti del lavoro siano richiesti a tutti quei Paesi che vogliono esportare sul territorio europeo. Assistiamo, invece, a una deregulation su deforestazione e sistemi di allevamento nei Paesi terzi».
Secondo Prandini è quanto avviene «in particolare in Brasile e Argentina. In Brasile sono applicati oltre 37 fitofarmaci con principi vietati in Europa, così come negli allevamenti è consentito l’uso di ormoni e antibiotici messi al bando da anni nelle stalle europee». L’obiettivo è uno solo, dice Prandini, «fermare le importazioni sleali» e richiama ai controlli. «Attualmente solo il 3% di quello che passa le frontiere europee viene fisicamente verificato».
Nel merito delle politiche di sostegno all’agricoltura, interviene il presidente della Cia, Cristiano Fini: «Il settore agricolo non è come altri. Non percepisce una adeguata remunerazione rispetto ai prodotti che vende sul mercato perch,é a livello europeo, abbiamo standard qualitativi e sanitari diversi dagli altri Paesi e costi energetici e di manodopera più alti». Fini, poi, contesta la tesi che gli agricoltori statunitensi ricevano meno sostegni: «Negli Usa c’è la Farm Bill che è l’equivalente della Pac e sostegni per la transizione green. Quando i prezzi dei fertilizzanti sono schizzati facendo aumentare i costi di produzione, il governo è intervenuto a suon di miliardi. In Sudamerica, hanno costi di manodopera un decimo del nostro, ci manca pure che abbiano contributi generosi».
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Riduci
Ansa
Il capo della Casa Bianca vuole impedire la convergenza tra il Dragone e Mosca. E per riuscirci ha bisogno di alleati più vigili. Non è più il tempo degli imperi solitari.
La conduzione degli Stati Uniti da parte di Donald Trump è certamente un’anomalia in relazione al passato, includendo anche la sua prima presenza alla Casa Bianca nel 2016-2020. Nella seconda spinge con discontinuità politiche interne e geopolitiche esterne, le seconde con impatto molto sfidante nei confronti degli alleati tradizionali, in particolare gli europei. Ma è sbagliato sia demonizzarlo sia utilizzare questa anomalia per prevedere/invocare un distacco totale tra Usa e Ue.
Mentre è giusto, sul piano del realismo e dell’interesse nazionale, capire, negoziare e salvaguardare la convergenza euroamericana puntando a un futuro rafforzamento dell’alleanza globale delle democrazie, configurata concretamente in un formato espansivo G7+: durante l’amministrazione Trump sarà difficile strutturare un G7+, ma nel prossimo triennio va salvaguardata la possibilità di farlo mantenendo l’inclusione di Washington in questo progetto globale che potrà decollare solo con un forte pilastro euroamericano. Devo esplicitare il mio pregiudizio analitico come atto dovuto, in quanto professore/ricercatore e suggeritore di strategie in geopolitica economica e finanziaria: io perseguo il dominio delle democrazie alleate sul pianeta combinato con una loro configurazione interna che faciliti il capitalismo di massa e che, grazie a tale modello internazionale/nazionale, la democrazia conquisti sempre più nazioni, anche perché aiutata da un potere prevalente, cioè un mercato internazionale a integrazione crescente tra democrazie.
Chi desidera criticarmi, mi attacchi per la mia adesione a questo disegno strategico ispirato dal liberalismo che vuole fornire a ogni individuo più libertà e opportunità di ricchezza. Nel mondo c’è un conflitto tra nazioni autoritarie, guidato dalla Cina, e democrazie guidate dall’America. Ma questa, pur restando superpotenza, è ormai troppo piccola per gestire un presidio mondiale da sola. Lo scrissi nel libro La grande alleanza (Angeli, 2006) e presentai la versione in inglese a Washington sostenendo la necessità di una strutturazione più forte del G8 dei tempi, anche per evitare la convergenza tra Russia e Cina. A porte chiuse ricevetti consenso, ma i politici presenti, repubblicani e democratici (con l’eccezione di alcuni collaboratori di John McCain che nella campagna presidenziale del 2008 contro Barack Obama presentò il progetto di «Lega delle democrazie»), mi avvertirono che un’alleanza necessariamente portatrice di limitazioni della sovranità difficilmente riceverebbe consenso da un elettorato convinto dell’eccezionalismo americano.
Nei primi anni Settanta, Henry Kissinger formulò la dottrina della transizione dell’America da gestore singolo del pianeta a collettivo: percepiva già allora un’America troppo piccola per gestire lo sforzo planetario economico e militare da sola. Saltiamo nel presente: Trump ha preso atto che, senza azioni forti sia di supremazia nazionale sia di imposizione agli alleati di maggiori costi per la loro sicurezza, l’America non poteva reggere lo sforzo dopo aver tentato di condividerlo senza successo con gli alleati stessi per quasi 50 anni. Da un lato Trump ha usato un metodo troppo aggressivo per il ribilanciamento del dare e avere tra alleati, sul lato economico anche tecnicamente molto discutibile. Dall’altro, la sua azione è stata ed è una risposta agli alleati che l’America perseguiva da decenni. Quindi l’anomalia è stata nello stile non conforme alla diplomazia, ma la sostanza era una necessità: America troppo piccola per pagare il conto per tutti. Capire questo punto è essenziale: Trump va criticato per gli eccessi caratteriali, ma ricordando che sta gestendo un vero problema di scala contro la Cina e altre complicazioni. Infatti sta cercando di staccare la Russia dalla Cina perché se convergono sarebbe difficile sconfiggerle. Da un lato, è criticabile per la compressione del giusto diritto dell’Ucraina; dall’altro sta cercando uno scambio con Mosca usando bastone e carota. Qui un’altra critica: non ha abbastanza bastone perché non vuole usarlo fino in fondo, e spera che basti la deterrenza in quanto non ha consenso interno sufficiente per segnali bellici più impegnativi. Appunto, lo slogan «fare l’America di nuovo grande» implica la percezione che sia troppo piccola. Lo stile di Trump è deprecabile, ma ciò non deve oscurare la sua difficoltà di trovare la soluzione per un’America rimpicciolita, ma ancora eccezionalista nel consenso, di fronte a un gigante emergente come la Cina comunista capace di elaborare strategie furbe, puntute e silenziose di dominio. Si consideri che anche l’Ue ha lo stesso problema nei confronti di Pechino. Pertanto è razionale sia mantenere un dialogo con Trump sia convergere, pur con tentativi di correzione, nelle azioni di pacificazione in corso che in realtà tentano di arginare l’influenza cinese sul mondo.
In conclusione, ritengo sbagliato criticare il governo italiano perché cerca di mantenere una convergenza con l’America. Certamente l’Ue dovrà fare un grande cambiamento sul piano militare e mostrare espansione dei suoi trattati doganali con il resto del mondo compatibile, per esempio a breve quello con l’India è fondamentale. Ma cercando una Nova Pax che integri la Pax Americana cedente, mantenendo inclusa l’America.
Prima o poi anche Washington si accorgerà che le è più utile un impero condiviso che uno solitario.
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Riduci
Ansa
Il Dipartimento di Sicurezza Usa: «Vittima armata, ha opposto violenta resistenza». Il Pentagono vara una nuova strategia.
Torna a salire la tensione a Minneapolis. Ieri, un uomo è rimasto ucciso a seguito di una sparatoria con le forze federali preposte al controllo dell’immigrazione. Secondo il Dipartimento per la sicurezza interna, la vittima sarebbe stata armata e avrebbe opposto violentemente resistenza ai tentativi di disarmo condotti dagli agenti. «Temendo per la sua vita e per quella dei suoi colleghi, un agente ha sparato per difendersi», ha affermato il dipartimento in una nota. La polizia locale, dal canto suo, ha riferito che l’uomo ucciso era un cittadino statunitense con regolare porto d’armi. Così come ci sono polemiche per l’arresto insieme al padre di una bimba di due anni. Entrambi sono stati subito trasferiti in una struttura in Texas.
Nel frattempo, il Pentagono ha pubblicato la nuova Strategia di difesa nazionale che, secondo una parte della stampa americana, avrebbe ammorbidito la linea di Washington sulla Cina. Secondo alcuni media, nel nuovo documento la minaccia cinese non verrebbe più considerata una priorità assoluta, come invece accadeva nella strategia del 2022, redatta dall’amministrazione Biden. In realtà, a ben vedere, la situazione appare più complessa. Certo, nel nuovo documento si afferma che Washington deve «svolgere attività di deterrenza verso la Cina con la forza e non con lo scontro». La strategia precisa inoltre che l’obiettivo americano «non è dominare la Cina, né strangolarla o umiliarla». Tuttavia, il documento aggiunge anche che bisogna «impedire a chiunque, Cina inclusa, di dominare noi o i nostri alleati».
È inoltre vero che la nuova strategia considera assolutamente prioritaria la difesa del suolo statunitense. Ma questa difesa, si legge, sarà portata avanti nell’ottica del cosiddetto «Corollario Trump» alla Dottrina Monroe: vale a dire, estromettendo le potenze ostili, come la Cina, dall’Emisfero occidentale. «Proteggeremo i confini e gli accessi marittimi dell’America, e difenderemo i cieli della nostra nazione attraverso il Golden Dome for America. Manterremo un deterrente nucleare robusto e moderno, in grado di affrontare le minacce strategiche al nostro Paese», recita il documento, che aggiunge: «Garantiremo l’accesso militare e commerciale degli Stati Uniti a territori chiave, in particolare il Canale di Panama, il Golfo d’America e la Groenlandia». «Ci impegneremo in buona fede con i nostri vicini, dal Canada ai nostri partner in America Centrale e Meridionale, ma ci assicureremo che rispettano e facciano la loro parte per difendere i nostri interessi comuni», si legge ancora.
È quindi evidente come, nel promuovere la difesa dell’Emisfero occidentale, il documento si riferisca implicitamente al contrasto dell’influenza cinese in loco. Ciò non toglie poi che emergano ulteriori aspetti come la lotta al narcotraffico e all’immigrazione clandestina. La strategia evidenzia infatti che il Pentagono condurrà degli «sforzi per sigillare i nostri confini, respingere forme di invasione e rimpatriare gli immigrati clandestini in coordinamento con il Dipartimento della Sicurezza interna».
Particolarmente interessante è anche la parte dedicata ai vicini degli Stati Uniti: vicini che, come abbiamo visto, Washington si aspetta che «facciano la loro parte». Ed ecco che, il giorno dopo la pubblicazione del documento, è tornata a salire la tensione tra Trump e il premier canadese, Mark Carney, proprio sul dossier cinese. Il presidente americano ha infatti minacciato di imporre a Ottawa dazi al 100%, qualora dovesse firmare un’intesa commerciale con Pechino. La Casa Bianca teme del resto che le aperture canadesi a Pechino possano inficiare il rilancio della Dottrina Monroe. E questo traspare dalla strategia del Pentagono.
Strategia che punta a mettere alle strette il Dragone anche in Medio Oriente. «Il presidente Trump ha sempre chiarito che all’Iran non sarà consentito acquisire armi nucleari», recita il documento che rivendica anche gli attacchi americani di giugno ai siti atomici iraniani. Vale a tal proposito la pena di ricordare che Teheran è uno dei principali punti di riferimento della Cina a livello mediorientale. Certo, qualcuno potrebbe obiettare che il documento punta a conferire a Seul un ruolo primario nella deterrenza verso Pyongyang, riducendo l’azione statunitense in questo quadro. Ma anche qui, bisogna fare attenzione. I rapporti tra Cina e Corea del Nord sono meno idilliaci di quanto venga ufficialmente proclamato. Xi Jinping teme l’iperattivismo nucleare di Kim Jong-un e non vede affatto di buon occhio i suoi stretti legami con Mosca nel settore della Difesa. Passando alla Russia, la situazione non cambia. La strategia del Pentagono definisce Mosca una «minaccia persistente ma gestibile alla Nato», ribadendo inoltre che Washington continuerà a mantenere un «ruolo vitale» in seno all’Alleanza atlantica. Al contempo, però, si sottolinea che gli Usa delegheranno maggiormente agli alleati europei la gestione del dossier russo. Viene infatti precisato che la priorità americana è quella di «difendere il territorio nazionale e di esercitare la deterrenza nei confronti della Cina».
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