Dopo aver chiesto di abolire il carcere e «okkupare» le case, l'eurodeputata Avs palpita per Askatasuna.
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Ansa
Il 15% del nostro metano è a rischio in seguito agli attacchi. I prezzi volano, compresi quelli dell’elettricità. Dopo il taglio delle accise, tocca intervenire sulle bollette. A Bruxelles, invece di aprire il portafogli, difendono le tasse green. E la Lagarde medita di alzare i tassi.
L’altra mattina, su Canale 5, mi è capitato di discutere con un giornalista ucraino della situazione creata dal blocco dello Stretto di Hormuz e delle ricadute che potrebbe avere sulla guerra in Ucraina. Come i lettori sanno, dopo l’attacco all’Iran da parte di Stati Uniti e Israele penso che sia meglio rivedere lo stop all’importazione di gas e petrolio da Mosca. Se lo scopo dell’Europa è non avvantaggiare Vladimir Putin, confermare le sanzioni sulle forniture russe rischia non solo di essere inutile, ma anche di trasformarsi in un boomerang, perché gli stessi Paesi Ue stanno pagando a caro prezzo la crisi energetica.
«Tornare ad acquistare combustibili russi equivale non soltanto a finanziare la guerra, provocando nel giro di un anno la sconfitta dell’Ucraina», ha ribattuto Vladislav Maistrouk, «ma anche a favorire un esodo di milioni di profughi, che inevitabilmente si riverserebbero alle frontiere europee». E per rendere meglio il concetto, il collega ucraino ha citato un vecchio aforisma attribuito a Lenin (ma anche a Marx e a Stalin): «L’ultimo capitalista sarà impiccato con la corda che lui stesso venderà ai propri aguzzini». Morale della favola, comprare greggio e gas dalla Russia equivale a impiccarsi e la corda sarebbe l’onda migratoria che si abbatterebbe sull’Europa. Lasciamo perdere il fatto che 6 o 7 milioni di ucraini sono scappati quattro anni fa, allo scoppio della guerra e l’Europa li ha accolti, offrendo loro ospitalità e spesso un lavoro. E lasciamo pure perdere che, visti gli aiuti ricevuti da Kiev e pagati dai contribuenti europei, minacciare un’invasione per convincere la Ue a non cambiare strategia è un bell’esempio di quanto gli ucraini siano grati per il sostegno ricevuto. Dimentichiamo insomma ciò che finora hanno fatto l’Italia e i suoi partner per difenderli e concentriamoci sul tema principale: conviene o no ripensare le sanzioni? È utile o inutile insistere con lo stop ai combustibili fossili di Mosca?
La risposta è semplice, perché basta osservare la realtà senza pregiudizio. Dopo il blocco dello Stretto di Hormuz, la fiammata dei prezzi di greggio e gas dovuta allo stop delle esportazioni sta facendo incassare a Putin 150 milioni in più al giorno. Nell’arco di un mese l’extragettito che la Russia potrebbe guadagnare potrebbe sfiorare i 5 miliardi. Dunque, se persisterà la chiusura al passaggio delle petroliere in uscita dal Golfo Persico, la decisione della Ue di non rifornirsi da Mosca per evitare di finanziare l’invasione dell’Ucraina si rivelerà inutile. Anche perché, come è noto, ci sono Paesi che continuano a fare affari con la Russia, in barba alle sanzioni. La Cina è sicuramente uno di questi. La guerra, infatti, ha consentito a Pechino, proprio a seguito delle misure adottate da Bruxelles, di beneficiare di combustibili a un prezzo più basso per l’eccesso di offerta. Secondo alcune stime, le «riserve» galleggianti della flotta ombra di Putin ammontano a centinaia di milioni di barili, messi in commercio attraverso raffinerie compiacenti che riciclano il greggio russo. Dunque, l’Europa continua la politica inflessibile di contrasto a Mosca e gli altri ne traggono beneficio, lasciando alle industrie della Ue i costi del rigore.
E però non è tutto. Perché mentre da un lato Bruxelles fa la faccia feroce, dall’altro continua sottobanco ad acquistare gas naturale liquefatto, importando tutto il Gnl estratto nella penisola russa di Yamal. Non ci credete? A gennaio, come ha scritto Mattia Feltri sulla Stampa, aveva comprato il 93 per cento della produzione. Del resto, l’export russo di prodotti petroliferi è in continuo aumento: 21 milioni di tonnellate nel gennaio 2025, 22 in agosto, 23 a settembre. Nel 2025 l’Unione europea ha importato dalla Russia quasi 41 milioni di metri cubi di gas. Tanto per intenderci dall’Azerbaijan abbiamo acquistato 12,4 miliardi di metri cubi e dal Qatar 12. Greggio e gas che non sono commercializzati di nascosto ma sotto gli occhi di tutti, senza che nessuno provveda a fermare petroliere o gasdotti. Insomma, tanto vale togliere le sanzioni, mettendo fine a una grande ipocrisia. A maggior ragione se chi diciamo di voler aiutare, a prezzo di sacrifici della nostra industria e delle nostre famiglie, minaccia di invaderci con 10 milioni di profughi, provando a intimorirci con l’idea che se cediamo a Putin saremo impiccati con la nostra stessa corda.
Aggiungo un’ultima annotazione: meglio avere a che fare con 10 milioni di profughi ucraini che con 10 milioni di altri profughi difficilmente integrabili in arrivo dall’Africa o dal Far East.
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Antonio Di Pietro (Imagoeconomica)
Spesso l’accusa sceglie chi indagare mossa dall’ideologia e in base all’esposizione mediatica dei target. Ma questo non è lo Stato di diritto, semmai di polizia. Voterò Sì per una magistratura di nuovo credibile.
La prima ragione per cui mi sono sentito in dovere di impegnarmi quotidianamente a girare per le città, le piazze, gli eventi e parlare ai cittadini è stata una frase di mia sorella Concettina, 91 anni.
La scrivo in italiano, ma lei ovviamente l’ha detta in dialetto. Ha la terza elementare, però vuole prendere ogni decisione con scienza e coscienza. Si informa e vuole essere informata. Chiaramente, ha chiesto a suo fratello notizie sul referendum e a un certo punto, mentre le davo spiegazioni, dice: «Ma io ho visto in televisione parlare un politico e parlare un magistrato, ma avrà sicuramente più ragione il magistrato». E ha pure aggiunto: «C’ha sempre più ragione lu prete che lu sacrestano». Ha sempre più ragione il prete che il sacrestano.
Il senso era questo: io non ci capisco nulla di questa storia, ma il magistrato avrà ragione se dice che con il Sì la magistratura finirebbe sotto la politica. In Italia i politici di destra e di sinistra non vengono creduti dagli elettori che la pensano diversamente da loro. Ma il magistrato, il notaio e il prete sono figure che, per la loro storia, vengono credute a priori della gente semplice, che poi rappresenta il 90% delle persone.
Allora ho sentito il dovere di reagire perché un magistrato non può indurre in errore i cittadini raccontando cose false, portandoli a votare diversamente da come potrebbero fare se fossero correttamente informati. Non si può dire che la riforma, con il Sì, metterebbe la magistratura sotto la politica, perché questo nella norma non c’è scritto.
Io, a mia sorella, ho fatto questo esempio: «Hai presente il nostro vicino di casa, quel signore che è calvo? Ecco, di quel signore tu puoi dire che è brutto o bello, ma non puoi dire che sia capellone».
Un fatto raccontato da un magistrato in modo falso è doppiamente grave e direi che è un peccato, non solo una scorrettezza, è proprio un peccato, perché induce in errore i cittadini che credono a quella funzione in quanto tale, per merito di tanti altri magistrati che ci hanno rimesso pure la vita per dare credibilità alla magistratura. È un tradimento che mi ha offeso.
Perciò mi sono detto: «Nel mio piccolo voglio andare in giro a spiegare che anche i magistrati mentono quando si tratta di interessi personali, ideologici, di corrente, insomma di parte». Anche il magistrato è un peccatore.
Questa campagna non la sto facendo per conto del partito A, del partito B o del partito C, la sto facendo come persona informata sui fatti.
In questi 40 anni ho avuto modo di assistere e condividere tutti i ruoli, ad eccezione di quella di condannato. Ho fatto il poliziotto, il pubblico ministero, l’indagato, l’imputato, la parte lesa, la parte civile, il testimone.
Sono riuscito a non farmi condannare perché ho fatto il magistrato e quindi avevo strumenti tecnici, economici e conoscenza effettiva delle procedure per riuscire a non essere condannato, perché altrimenti un cittadino normale non poteva uscire dall’inferno in cui ero stato spedito io.
In Mani Pulite, come tutte le persone che fanno qualcosa, posso aver sbagliato ma in buona fede. Io sicuramente ho sbagliato, ho ancora sulla coscienza il suicidio di Raul Gardini, l’ho scritto nel recente libro La giustizia vista da vicino (Edizioni Piemme).
Ho sempre paragonato l’attività del pubblico ministero all’attività del becchino che arriva quando qualcuno è morto. Il pubblico ministero per legge non può arrivare prima che un reato sia stato commesso.
Prima deve arrivare il reato e poi il pubblico ministero. Che ha un solo compito: verificare se il fatto sia effettivamente un reato e chi l’abbia commesso. Ma negli ultimi 40 anni, si è via via distorta la funzione del pubblico ministero, sicché ce lo siamo trovati sempre più spesso come il becchino fuori dalla porta prima che ci fosse il morto.
Invece di cercare chi abbia commesso il reato, sempre più spesso il pubblico ministero cerca se una persona esposta (sui media, in politica, economicamente o finanziariamente) abbia commesso reati; si è passati dallo Stato di diritto allo Stato di polizia, perché lo scopo non è più cercare chi ha commesso il reato ma, diciamo così, cercare la realizzazione del pm facendo vedere che è riuscito a spogliare una persona per vedergli il pelo fuori posto.
Vanno di moda le cosiddette pesche a strascico. Alla fine il pm dice: «Cavolo, hai visto? Ne ho presi un centinaio». Ma ai dieci innocenti che gli andiamo a raccontare? Ormai si va a caccia per gruppi familiari, per area territoriale, per legami d’amicizia, ma la responsabilità penale è personale. È un po’ come quando mi accusavano di non indagare sul Partito comunista. A parte il fatto che ne ho presi 500-600, io rispondevo: «Pci, nato a…? Il…?», perché l’indagine penale deve avere un nome, un cognome e un nesso di causalità fra fatto commesso e persona che l’ha commesso.
Invece, sempre più spesso, assisto a indagini, come ho detto, avviate per capire se qualcuno mediaticamente esposto possa avere commesso un reato. In questi anni ho assistito a una grande degenerazione del ruolo del pm.
La caratteristica principale del sistema accusatorio è che si tratta di una partita in due tempi. Tutti ci focalizziamo sul secondo tempo, che è il dibattimento, ma in realtà il risultato si decide in gran parte nel primo tempo e nel secondo si va soltanto a certificare ciò che si è fatto nel primo.
Il primo tempo è quello delle indagini preliminari. Lì non c’è l’avvocato difensore. C’è soltanto un cacciatore, il pm, che cerca chi ha commesso il reato e deve esserci un guardacaccia che gli dice «attenzione che stai andando fuori strada, stai facendo intercettazioni che non devi fare, stai chiedendo misure cautelari che non puoi domandare, stai usando una norma di legge che non puoi applicare».
Nel sistema accusatorio il ruolo del giudice dell’indagine preliminare è fondamentale. Il gip è una specie di semaforo per le investigazioni. In 40 anni di esperienza di giudizio accusatorio mi sono reso conto che il rosso non ha funzionato bene, anzi per niente. Il giallo così così, mentre il verde è praticamente sempre acceso.
Il fatto che quasi il 50% dei processi finiscano con assoluzioni dimostra che il filtro, in assenza dell’avvocato, non funziona quasi mai. A decidere in beata solitudine sono soltanto due fratelli di sangue, il pm e il gip, che fanno il concorso insieme e insieme stabiliscono le rispettive carriere, destinazioni e promozioni, le valutazioni disciplinari.
Quello che dovrebbe fare il guardacaccia, diventa l’accompagnatore. Il giudice, in questi 40 anni, si è quasi sempre sentito in dovere di appoggiare il pm nella ricerca del colpevole, ma il suo ruolo dovrebbe essere di garante.
Ma questo è il compito esclusivo del pm, mentre il gip dovrebbe controllare che l’accusa rispetti le leggi e le regole d’ingaggio.
Qualcuno dice che le assoluzioni sarebbero lì a dimostrare che il sistema funziona e che lo Stato è capace di riconoscere all’imputato che è stato vittima di una violenza, al punto da prevedere i risarcimenti.
Sì, magari ho avuto la soddisfazione di essere riconosciuto come vittima di violenza, ma nel frattempo l’ho presa nel c…o, Ok, alla fine mi dai ragione, però la coltellata me l’ha già data.
Separare la carriera di giudici e pm significa tagliare quel cordone ombelicale e culturale che ha portato il gip a non essere il guardalinee di questa partita, in cui, nel primo tempo, c’è in campo una sola squadra che indaga e non c’è neanche l’arbitro, ma solo il gip che non alza la bandierina per il fuorigioco.
Poi quando si va a dibattimento il risultato è in gran parte deciso, perché le prove principali sono state già raccolte.
Il mio Sì è proprio per ridare credibilità alla magistratura nel suo complesso e per stabilire una distinzione fisica, tagliare quel cordone ombelicale fra magistrati che al momento si associano nella caccia al colpevole. Si tratta di cambiare un modello culturale sbagliato.
In questi ultimi due mesi, per il solo fatto che se ne parla, abbiamo avuto gip più attenti. Ciò vuol dire che prima lo erano meno.
Le parti si devono trovare davanti a un giudice terzo. Questo dice l’articolo 111 e questo succede nel secondo tempo. Ma è nel primo che, spesso, si decide la partita, quando si gioca a una sola porta. E, per di più, non funziona il semaforo.
Per quanto riguarda l’Alta Corte, bisogna ammettere che nel settore disciplinare, sino a oggi, abbiamo assistito troppo spesso a errori e omissioni marchiani dei magistrati puniti in modo blando, dal momento che i magistrati tendono a proteggersi reciprocamente. Al punto che chi viene condannato per avere nascosto prove favorevoli agli imputati, come è successo nel caso del processo Eni, viene lasciato al suo posto a fare lo stesso lavoro che faceva prima.
Questo è un dramma che ho sperimentato sulla mia pelle. Mi sono trovato inquisito decine di volte da un pubblico ministero che non poteva indagare su di me perché io stavo per arrestare suo fratello. Eppure lui si è intestardito e io sono stato prosciolto, ma quando l’ho segnalato al Csm gli hanno dato il buffetto della censura.
C’è una copertura reciproca che induce alla sfiducia il cittadino.
Mi indispone che nel dibattito referendario certi professoroni, soprattutto del centrosinistra, buttino sempre la palla fuori campo. Io, invece, ho fatto una scelta di campo. Fra il testo e il contesto loro scelgono il contesto, del testo non gliene frega niente.
Dicono che il magistrato non potrebbe più fare l’indagine per mafia, per corruzione e io rispondo che il magistrato ha una forza tale, visto che sopra di sé ha solo la legge, che se vuole indagare, può farlo a tutti i livelli. Se non vuole non ha bisogno di questa riforma per riuscirci. Ma a mia sorella resta il dilemma, che è lo stesso di tante sorelle d’Italia: «Se lo dice il magistrato sarà vero…».
E io rispondo sempre che a volte ha più ragione il sacrestano del prete.
In tanti dibattiti mi chiedono conto anche del sorteggio. Il Fronte del No dice: «Così ci togliete il diritto di sceglierci i nostri rappresentanti al Csm». Dice anche: «Scegliereste il vostro amministratore di condominio tramite sorteggio?». Il problema di fondo è che ci si confonde su chi siano i condomini dell’Italia. I condomini di cui si deve occupare il Csm non sono i magistrati, ma noi cittadini. Scegliere il procuratore di Roma o il procuratore di Milano significa scegliere chi dovrà fare o non fare indagini sulla l’economia o sulla politica.
Quando le correnti scelgono procuratori e presidenti di Tribunali su base ideologica impongono una politica giudiziaria di un certo tenore.
Non vi è dubbio che la legge vada interpretata, ma va fatto secondo legge. Sempre più spesso ci si affida alla cosiddetta giurisprudenza creativa: a volte si dà alle norme un’interpretazione che stravolge il senso della legge, applicandola in modo opposto rispetto al senso letterale del testo. In questo modo la magistratura, come ha evidenziato su questo giornale ieri il professor Augusto Barbera, si fa legislatore. La Costituzione ci ha detto che i tre poteri dello Stato sono sullo stesso piano, ma se il magistrato diventa legislatore andiamo verso una dittatura della magistratura.
Non può essere un Tribunale a decidere se una nave possa o non possa attraccare nei porti italiani. Se il governo, nel suo insieme, ha deciso che quel natante non attracca, non può diventare un reato, questa è una valutazione politica.
Si può essere d’accordo o meno, ma saranno i cittadini a decidere se confermare o mandare a casa il governo che non vuole accogliere le navi con i clandestini.
Se l’esecutivo sceglie di aprire un centro d’espulsione in Albania è la decisione di un potere dello Stato diverso dalla magistratura. Non c’azzecca niente con il reato, perché altrimenti facciamo diventare delitti le scelte politiche. Io la penso così e per questo voterò Sì.
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L'amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi (Ansa)
Nel piano 2030 previsti investimenti per 5 miliardi, un’extra cedola «di guerra» e il potenziamento delle operazioni di riacquisto di titoli propri fino a 4 miliardi. L’ad Descalzi: «Mai stati così forti, non abbiamo carichi bloccati per Hormuz». Più 3,75% in Borsa.
Eni mette il turbo alla remunerazione degli azionisti partendo da conti 2025 solidi, ma soprattutto da un Capital Markets Day che cambia il perimetro della discussione: non più solo risultati annuali, ma capacità di generare più cassa e di restituirla in modo più importante al mercato.
Nel Capital Markets Update 2026-2030, Eni lega in modo esplicito crescita industriale, disciplina finanziaria e ritorno ai soci. Il gruppo parla chiaramente del «migliore portafoglio di progetti Exploration & Production nella storia della società», di business della transizione costruiti come piattaforme autonome e autofinanziate e di un modello finanziario basato su società satellite in grado di aumentare la generazione di cassa mantenendo l’indebitamento su livelli minimi. Claudio Descalzi lo sintetizza così: «Il caposaldo strategico di Eni rimane la coerenza, determinante in un contesto di mercato incerto e volatile. La nostra attività esplorativa, eccellenza a livello mondiale, la nostra grande capacità di realizzazione dei progetti, le nostre tecnologie all’avanguardia e una strategia finanziaria chiara e definita sono i pilastri che in modo sinergico alimentano la nostra crescita, garantiscono resilienza e una politica di remunerazione altamente attrattiva per i nostri azionisti».
Al 2030 il gruppo prevede un flusso di cassa operativo di circa 17 miliardi, una sua crescita media per azione del 14% e un free cash flow cumulato per oltre 40 miliardi nel periodo 2026-2030, valore che sale a oltre 45 miliardi includendo le operazioni di portafoglio, e un indebitamento tra il 10 e il 15%. Anche gli investimenti vengono ottimizzati: meno di 6 miliardi l’anno lungo tutto il piano, circa 5 miliardi netti considerando il contributo del portafoglio. In parallelo, Eni stima una crescita della produzione del 3-4% annuo fino al 2030, un tasso medio di rimpiazzo delle riserve sopra il 140% e un portafoglio di sviluppo che implica 850 mila barili equivalenti al giorno nel 2030.
Anche i business della transizione vengono chiamati a sostenere questa direzione. Eni ricorda che Plenitude ed Enilive hanno già ottenuto una valorizzazione complessiva superiore a 23 miliardi da parte di investitori finanziari. Per Plenitude è previsto il deconsolidamento, accompagnato da un aumento di capitale non proporzionale da 1,5 miliardi, con l’obiettivo di sostenerne la crescita in modo più efficiente. Al 2030 Plenitude punta a 15 Gw di capacità rinnovabile installata e a oltre 11 milioni di clienti; Enilive conferma 5 milioni di tonnellate di capacità produttiva nei biocarburanti entro fine decennio.
Su questa base Eni alza il payout complessivo al 35-45% del flusso di cassa operativo, dal precedente 35-40%, e per il 2026 indica un dividendo di 1,10 euro per azione, in aumento di circa il 5%, insieme a un buyback iniziale da 1,5 miliardi. Inoltre, in caso di risultati o scenario migliori del piano, il 60% dei flussi di cassa incrementali verrà destinato a ulteriori riacquisti di azioni proprie. «Per scenari di prezzo del greggio particolarmente elevati (cioè superiori a 90 dollari al barile; oppure per incrementi del 50% del prezzo del gas o del margine di raffinazione), prevediamo di distribuire il 100% del cash flow addizionale in forma di dividendo straordinario», ha detto Descalzi. È qui che, insomma, prende forma l’extradividendo «di guerra».
Il consiglio di amministrazione ha già tradotto questa impostazione in una proposta concreta da portare all’assemblea del 6 maggio 2026: nuovo buyback fino alla fine di aprile 2027, per 1,5 miliardi iniziali ma incrementabile fino a 4 miliardi; tetto massimo di 303 milioni di azioni, circa il 10% del capitale, di cui fino a 297,9 milioni destinabili alla remunerazione degli azionisti. Inoltre, Eni chiederà l’autorizzazione ad annullare le azioni proprie acquistate con questa finalità, fino a 297,9 milioni, entro luglio 2027 e senza riduzione del capitale sociale.
«Garantiremo una crescita della produzione al top dell’industria grazie a una serie straordinaria di progetti in sviluppo», ha concluso Descalzi. «La combinazione dei volumi e del valore di questi progetti, insieme alla quota crescente di commercializzazione delle nostre produzioni equity, genereranno flussi di cassa progressivamente più elevati, una significativa flessibilità nell’esecuzione dei progetti e rendimenti più importanti nell’upstream. Il successo della nostra strategia è confermato dal valore finanziario riconosciuto a questi business da investitori finanziari leader a livello internazionale, con un ritorno importante per gli azionisti che rende possibile un’ulteriore crescita sostenibile e restituisce a Eni ancor più equilibrio e resilienza. Mai stati così forti, non abbiamo carichi bloccati per Hormuz». La Borsa apprezza: il titolo sale del 3,75%.
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Umberto Bossi (Ansa)
È morto a Varese il fondatore della Lega Nord, un uomo che con la voce roca e un modo schietto ha saputo interpretare il malessere della parte più produttiva del Paese. È stato il primo politico postmoderno della storia d’Italia, grande picconatore della Casta e della Ue.
Il Gran ciambellano Bruno Vespa quel giorno di primavera del 1996 è particolarmente eccitato; dopo trattative di settimane è riuscito a mettere insieme Ciriaco De Mita e Umberto Bossi per un faccia a faccia a Porta a porta. L’intellettuale della Magna Grecia (così Gianni Agnelli aveva soprannominato Ciriaco per il suo vaporoso nulla) attacca un pontificale senza fine spaziando a volo d’uccello sui problemi del Paese con improbabili e polverose ricette per risolverli. Quando la parola passa al Visigoto, tutto lo studio ha la palpebra reclinante. Lui sta qualche secondo assorto, poi si rivolge al gran visir di Nusco e dice: «Ma tàches al tram». In quel preciso istante, mentre milioni di italiani esplodono idealmente in un boato di approvazione da stadio, finisce la Prima repubblica.
Con quel motto da osteria di porta Cicca, il leader della Lega manda in pensione un mondo. Un rivoluzionario. È il primo a capire che oltre all’annosa questione meridionale, negli anni Ottanta del benessere comincia a svilupparsi una questione un po’ più ostica perché riguarda il forziere d’Italia: quella settentrionale. Tartassati dallo Stato, schiavi d’una burocrazia borbonica, abbandonati dal Pci - e in generale dai partiti di sinistra che non hanno capito nulla del declino delle grandi fabbriche e dell’esplosione delle partite Iva -, quegli italiani di Lombardia, Piemonte, Veneto, Liguria, Emilia avvertono il bisogno fisico di meno Stato e di più autonomia. Davanti al fallimento del moloch centralista, vorrebbero poter volare da soli, competere sui mercati internazionali senza lacci e balzelli. Pretendono di reinvestire le ricchezze pubbliche nelle loro terre per costruire strade, ponti, aeroporti, ma anche ripulire fiumi, realizzare parchi, lasciare ai figli qualcosa di meglio di ciò che era stato riservato ai padri. «Padroni a casa nostra».
Umberto Bossi è morto a 84 anni nella sua Varese, all’ospedale di Circolo. Era nato il 19 settembre 1941 a Cassano Magnago dove le valli varesine diventano pianura, e lì è riuscito a intercettare le ragioni del postfordismo senza sapere cosa fosse. E neppure poteva saperlo, perché non era un intellettuale. Finì inchiodato a una definizione lapidaria come quella che gli avrebbe riservato un giorno il professor Gianfranco Miglio: «Bossi è uno che non legge niente, non ha mai letto una riga. Non che sia ignorante, ma le cose che esterna le orecchia». Eppure possedeva due doti ancora più importanti per un politico di successo: il fiuto per gli argomenti da trattare e la capacità immediata di entrare in sintonia con il popolo.
Parliamone al presente, dunque: fonda un movimento, gli crea un’identità forte attorno ad Alberto da Giussano, gli piazza un fazzoletto verde nel taschino, infine lo convoca sul pratone di Pontida che secondo la leggenda era stato teatro del giuramento dei primi indipendentisti contro l’imperatore Federico Barbarossa. E sintetizza il tutto con lo slogan supremo: «Roma ladrona, la Lega non perdona».
Nelle valli di quel Nord scambiato per una mucca da mungere non serve altro e alle politiche del 1987, pur non andando oltre l’1% a livello nazionale, nei piccoli Comuni di Lombardia e Veneto la Lega guadagna percentuali vicino al 10. Pazzesco. Nelle sedi dei grandi partiti morenti nessuno ci fa caso, così tre anni dopo, alle regionali, il movimento di Bossi arriva al 19 per cento. Secondo partito dopo la Dc, stracciato il Pci. Basterebbe poco a capire che dietro quel successo c’è il popolo, ci sono i numeri, c’è la forte identità di gente che vuole dare una spallata al sistema. Un grillismo da strada con 30 anni di anticipo. Il Palazzo si limita ad alzare il sopracciglio, un po' irritato, e poi scatena i giornaloni nell’operazione di demolizione di quegli elettori, definiti «razzisti, barbari, gentaglia». E più quelli picchiano giudizi feroci, più Bossi serra le file e prende consensi. Alle politiche del 1992, mentre infuria Tangentopoli con la Lega a sostenere la rivoluzione giudiziaria, quei barbari felici arrivati da Varese, da Bergamo, da Brescia, portano a casa 6 milioni di voti, 80 fra deputati e senatori, diventati 177 dopo l’alleanza con Forza Italia di Silvio Berlusconi.
Tutto questo mentre lui un giorno spiega il suo nebuloso passato: «Mi allontanai dall’etica severa dei miei genitori e dalla Weltanschauung del mondo agricolo». E il giorno dopo attacca il capo dello Stato, l’arcivescovo Oscar Luigi Scalfaro, con la delicata frase: «Scalfaro lo mandiamo via. Se resiste, gli sbianchiamo i capelli con una scoreggia».
La Lega è il capolavoro di un uomo con la voce roca e gli occhiali Rayban a 26 pollici, con il trench stropicciato del tenente Colombo o la canottiera a vista (così si presenta a Porto Cervo e scandalizza pure il Cavaliere). Un tipo ruvido che tiene le riunioni strategiche in una pizzeria di Ponte di Legno, trasforma Va’ pensiero nell’inno del partito e spiega serio col toscano fra le labbra: «Giulio Cesare è stato il primo leghista, per questo l’hanno ucciso. Voleva sostituire la classe politica e militare romana con i Galli. Meglio ancora, con la sua terza legione, che poi erano i Lombardi». Umberto Bossi, ovvero il primo politico postmoderno della storia d’Italia era uno showman. Ancora più di Berlusconi perché per tenere insieme la sua gente deve inventarsi una terra promessa, la Padania, con l’acqua del Po raccolta nell’ampolla al Monviso e sparsa a Venezia. Un po' collante, molto folclore.
Qui, all’apice del suo successo, vale la pena fare un passo indietro e cogliere quelle fragilità e quelle furbizie giovanili che fanno di Umberto Bossi un personaggio che danza fra le contraddizioni. Del resto, diceva Indro Montanelli: il ritratto è come un quadro fiammingo, esige il chiaroscuro. La più evidente incoerenza: colui che a pranzo e a cena «manda a lavorare» l’intera Italia del Sud non ha mai avuto particolare affinità con il verbo sgobbare. Spiegò sua sorella Angela: «Dice che sono buona solo a fare bistecche. Se le ricorda bene quelle bistecche, perché per anni solo quelle ha mangiato, quel mantegnù. Stiamo parlando di uno che ha organizzato tre feste di laurea senza essersi mai laureato». L’Umberto si arrabattava, cantava nelle balere l’hit Caterpillar, studiava medicina e si definiva «esperto di elettronica applicata in sala operatoria». Usciva di casa con la valigetta da medico, ma quando la prima moglie Gigliola Guidali si accorse che non andava a esercitare in ospedale, lo lasciò. L’ex ambasciatore Sergio Romano l’avrebbe definito: «Un carisma in cerca di impiego».
Una volta al governo, Bossi mostra di avere quintali di carisma, ma non ancora esperienza di manovra. Dopo meno di un anno di alleanza con Berlusconi sfascia tutto per la felicità di Massimo D’Alema e Rocco Buttiglione che lo avevano convinto a dare la spallata nel famoso «Patto della sardina». È il Ribaltone, è l’inizio di una stagione di assestamento che non porta successi, anzi annuncia il declino nell’urna. Ma proprio in quegli anni il capo costruisce la sua creatura preferita, quella che lo porterà ad essere ministro delle Riforme Istituzionali: la Lega bifronte di lotta e di governo. Nasce una classe politica. Roberto Maroni è più volte ministro, Roberto Calderoli presidia le istituzioni, Giancarlo Giorgetti entra nei cda che contano. E lui, il leader in canottiera, è libero di svolgere il ruolo che predilige, quello di capopopolo dalle mani libere. Tra un dito medio e un fremito di celodurismo. Ma la gente comincia a capire che il federalismo è un pasticcio, la secessione una favola, le tasse una cattiva compagnia sempre più invadente. E il Bossi grida per niente.
La svolta decisiva avviene nel 2004, quando il numero uno della Lega è colpito da un ictus pesantissimo e rimane a lungo in clinica per una riabilitazione molto faticosa. «Dopo la malattia mi sono spaventato così tanto che sono diventato più buono». Sono le parole che definiscono una stagione più fragile, intimista, trascorsa accanto alla seconda moglie Manuela Marrone, ai figli Renzo detto il Trota, Roberto Libertà ed Eridano Sirio e a quel cerchio magico di amici che lo avvolge nelle sue spire. È un Bossi diverso, sa che la vita da condottiero sta finendo, che la Padania è un’ipotesi e che la Lega può fare persino a meno di lui. L’inchiesta del 2012 è il colpo finale: i leghisti convinti d’essere diversi scoprono che il tesoriere del partito Francesco Belsito usava i soldi dei rimborsi elettorali per fare investimenti in Tanzania, a Cipro, in Norvegia. Li passava alla famiglia del capo, comprava la laurea in Albania (70.000 euro) al rampante Renzo, consentiva a tutti loro di fare la bella vita. Il resto è oggi, è la notte delle ramazze alla Fiera di Bergamo dove lo slogan fu: «È ora di pulire il pollaio». Il resto è Matteo Salvini.
Umberto Bossi ha vinto o ha perso? Ha certamente perso perché non è riuscito a dare forma alla protesta di milioni di persone e a incanalarla verso riforme istituzionali decisive per modernizzare un Paese immobile. Ha certamente vinto perché, cavalcando lo spirito del tempo, ha dato i primi colpi di piccone all’allora inavvicinabile casta della Prima repubblica. Oggi non è più tempo di gladiatori, e chi si aspettava di più era un romantico. Onore a Umberto Bossi, alla sua canottiera liberatoria, alla sua spontaneità da uomo della strada. Imperfetto, ambiguo, qualche volta crudele e qualche altra debole come tutti gli uomini.
Il blues del Braveheart di Varese, che sognava una Lombardia ordinata come la Svizzera, ricca come la Baviera e orgogliosa come i Paesi Baschi, ora si affievolisce sino a diventare silenzio. E nell’ultima ora rimane dentro i timpani quella voce roca, ruvida e in fondo saggia, dello zio eccentrico che si presenta al pranzo della domenica con mille idee e una bottiglia di vino. Ha una risposta per tutto, l’ascella pezzata e il toscano fra le labbra. Se lo contraddici se ne sta assorto per qualche secondo. Poi, accompagnando le parole con un largo gesto del braccio, ti urla ridendo: «Ma tàches al tram».
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