Petardo su Audero: stop trasferte ma il Viminale risparmia il derby

C’è una linea comune nelle decisioni di ordine pubblico che rischia di creare qualche polemica: si colpiscono le trasferte, non i derby. È accaduto con l’Inter, sanzionata dopo i fatti di Cremona - il lancio di materiale pirotecnico in campo contro il portiere grigiorosso Emil Audero, per cui ieri è stato arrestato un diciannovenne legato agli ultras interisti, diverso dal soggetto che ha perso tre dita nell’esplosione di un altro ordigno - con divieto di trasferta fino al 23 marzo 2026 e limitazioni alla vendita dei biglietti ai residenti in Lombardia. Una misura temporanea, decisa dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, che però non riguarda il derby di Milan-Inter dell’8 marzo, escluso dal provvedimento perché non comporta spostamenti organizzati di tifosi. La stessa logica è stata applicata a Roma. Per Lazio e Roma, dopo gli scontri sull’autostrada A1 con le tifoserie di Napoli e Fiorentina, il Viminale ha disposto divieto di trasferta fino al termine della stagione. Anche qui, però, il derby Roma-Lazio non è stato toccato. La stracittadina, in calendario per il 17 maggio, si giocherà regolarmente allo Stadio Olimpico.
Una scelta coerente con l’impostazione del Viminale: il derby è considerato un evento ad altissimo rischio ma territorialmente confinato, gestibile con un controllo urbano rafforzato. Le trasferte, invece, soprattutto quelle organizzate con furgoni e mezzi privati difficili da monitorare, rappresentano un rischio meno controllabile. La linea è dunque costante: per l’Inter lo stop è a tempo, per romani e laziali fino a fine stagione ma i derby restano. Il punto centrale è che per il Viminale la vera variabile è il movimento dei tifosi. Le trasferte sono diventate negli anni un problema sempre più difficile da governare. Non parliamo soltanto dei pullman ufficiali, scortati e censiti, ma di una galassia di spostamenti paralleli: van a noleggio, furgoni privati, auto che viaggiano in piccoli gruppi, spesso senza segni di riconoscimento evidenti. Mezzi che partono a orari diversi, cambiano percorso, si fermano negli autogrill «giusti», seguono logiche che sfuggono alla pianificazione classica delle forze dell’ordine.
Dentro questo sistema, raccontano da tempo fonti investigative, si inseriscono anche interessi opachi. Non è un mistero che una parte della logistica - dai mezzi ai biglietti, fino all’organizzazione dei viaggi - possa finire sotto il controllo di ambienti vicini alla criminalità organizzata, soprattutto quando si parla di grandi numeri e di trasferte ripetute. Non serve immaginare scenari cinematografici: basta pensare a furgoni intestati a prestanome, noleggiati in blocco, difficili da tracciare in tempo reale. Per chi deve garantire l’ordine pubblico, è un problema operativo. Il derby è diverso. Non genera flussi in uscita dalla città interessata. Non tange stazioni ferroviarie, non riempie aree di servizio lungo le autostrade, non costringe a inseguire colonne di veicoli che possono incrociarsi «per caso» con tifoserie rivali. Tutto resta dentro un perimetro urbano mappato, presidiabile. Gli accessi allo stadio possono essere separati, i quartieri sensibili cinturati, i percorsi scaglionati. È un lavoro enorme, certo, ma è un lavoro statico, non itinerante.
C’è poi un altro elemento, meno dichiarato ma decisivo: al derby meglio avere 10.000 persone rumorose e arrabbiate dentro uno stadio che 1.000 sparse fuori nel piazzale. Dentro l’impianto ci sono tornelli, steward, telecamere, reparti mobili pronti a intervenire. Fuori sarebbe il caos.






