
<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/oggi-in-edicola-2659055002.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="particle-1" data-post-id="2659055002" data-published-at="1672620441" data-use-pagination="False">
Nel riquadro Carmen Giuffrida, giudice del Tribunale dei minorenni (Imagoeconomica)
In Italia è impossibile per un magistrato avanzare di grado solo per meriti. Separare le carriere è fondamentale. E l’Alta corte può porre fine alla prassi di utilizzare lo strumento disciplinare «allegramente» per colpire i non allineati e graziare i propri adepti.
Si avvicina la data del referendum e, in mezzo a un mare di slogan, se fossi una persona non esperta di diritto probabilmente voterei per tifoseria. Ma il referendum è una cosa seria, è un momento importante in cui chi di solito non ha voce in capitolo può finalmente dire la sua.
Carmen Giuffrida, giudice del Tribunale per i minorenni
I punti oggetto della riforma sono tre: la separazione delle carriere, il sorteggio dei consiglieri del Consiglio superiore della magistratura e la costituzione dell’Alta corte. Nell’attuale sistema, il pubblico ministero e il giudice superano lo stesso concorso, frequentano la stessa scuola, lo stesso Consiglio superiore si occupa delle loro carriere, indossano la stessa toga. Insomma, sono e si definiscono colleghi. Se voi foste imputati in un procedimento penale - e non è un’ipotesi così peregrina perché si può essere imputati anche per un grave incidente stradale o per un decesso durante un intervento chirurgico - come vi sentireste se il vostro accusatore fosse un collega di chi vi deve giudicare? Con questo non voglio dire che il giudice decida in mala fede accordandosi con il pubblico ministero, dico semplicemente che tutti noi vorremmo comunque essere sicuri della sua terzietà rispetto alle parti processuali. E questa è una legittima aspettativa che trova conforto proprio nella Costituzione.
Ci raccontano, però, che, separando le carriere, si rischia di trasformare il pubblico ministero in un superpoliziotto e al contempo ci dicono che verrà sottoposto alla politica. Ed ecco che si entra in confusione. Non si capisce bene: il pubblico ministero si trasforma in Superman con dei superpoteri oppure verrà reso succube dei politici? In realtà non accadrà né una cosa né l’altra. Infatti, i poteri del pubblico ministero sono già ampiamente descritti nel Codice di procedura penale e nessuno di questi viene modificato dalla riforma. Né il pubblico ministero verrà sottoposto al potere esecutivo perché l’articolo 104 della Costituzione è chiarissimo nell’affermare che la magistratura, sia inquirente che requirente, costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere. Infatti, proprio per tutelare tale indipendenza, la riforma prevede l’istituzione di un secondo Consiglio superiore della magistratura, appositamente per i pubblici ministeri, che avrà la stessa identica composizione del Consiglio superiore dei giudici e quindi una composizione maggioritaria della componente togata che garantirà la magistratura da ogni ingerenza esterna.
C’è, poi, la questione del sorteggio. Il Csm è composto, per 2/3, da membri togati (magistrati) eletti dagli stessi magistrati e, per 1/3, da laici (professori universitari di materie giuridiche e avvocati) eletti dal Parlamento in seduta comune. Con la riforma si prevede che, permanendo la composizione maggioritaria dei togati nei due Csm, i membri togati vengano estratti a sorte rispettivamente tra i pubblici ministeri e i giudici e i membri laici vengano estratti a sorte tra una rosa di nomi identificati dal Parlamento.
Sul punto è intervenuto il procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, il quale, forte della sua fama, vi ha detto che questa differenza «è una truffa». Ma lui sa bene che non è una truffa perché è irrealistico prevedere un sorteggio «secco» dei membri laici in quanto il sorteggio dovrebbe essere effettuato tra più di 250.000 avvocati e migliaia di professori, molti dei quali non hanno mai neanche messo piede in un’aula di giustizia. Ed è per questo che è necessaria una «scrematura».
Il sorteggio tra i magistrati è tutt’altra cosa, avviene all’interno di un numero limitato di persone (circa 9.000) tutti altamente qualificati, avendo superato forse il concorso più difficile in Italia, e tutti professionalmente impegnati nella quotidianità con funzioni diverse e di rilievo.
Ma veniamo al perché del sorteggio dei consiglieri del Csm.
In Italia, le correnti della magistratura hanno letteralmente occupato abusivamente il Csm attraverso il cosiddetto correntismo. È praticamente impossibile che un magistrato indipendente venga eletto consigliere. Il risultato è che ogni decisione presa dal Csm è sempre orientata dagli accordi tra le correnti ed è altrettanto impossibile per un magistrato fare carriera solo per meriti, potendo semmai capitare che un simpatizzante di corrente abbia per coincidenza anche dei meriti.
Inorridito al pensiero del sorteggio, il fronte del No ha obiettato che «anche i consiglieri comunali del più sperduto Comune vengono eletti», facendo così leva sul principio di democrazia rappresentativa - che a dir loro verrebbe violato - e inducendo pertanto la gente comune a temere una nuova dittatura.
Ma difendere la rappresentatività politica e ideologica dei singoli magistrati conduce alla paradossale situazione in cui il consigliere che decide della carriera di un magistrato al contempo lo rappresenti. In pratica, con eccessiva semplificazione, è come se un cittadino comune dovesse fare un concorso e potesse scegliersi gli esaminatori. Il Csm è, invece, l’organo che garantisce l’indipendenza dei magistrati da indebite interferenze di altri poteri dello Stato così come da interferenze interne, compito quest’ultimo che non può svolgere se composto dai rappresentanti delle quattro correnti, spesso anche collaterali alla politica.
Inoltre, non scordiamo che la componente togata rimane pur sempre maggioritaria e che i consiglieri togati non hanno il compito di «fare cordate» per difendere i magistrati dai consiglieri laici, ma solo quello di applicare la legge.
Il correntismo, sino a oggi, ha determinato un vero e proprio Sistema che si attiva alla sia pur minima condotta dissenziente dei magistrati. Per sopravvivere non si deve necessariamente essere iscritti a una corrente, basta essere dei simpatizzanti o «non disturbanti». Ciò implica, ad esempio, l’impossibilità di «sfidare» le decisioni del Csm. Se un magistrato ritiene di essere stato ingiustamente escluso, ma vuole conservare la speranza di poter un giorno ottenere il posto a cui ambisce, è meglio che non sfidi il Sistema impugnando il provvedimento ingiusto dinanzi al giudice amministrativo. Iniziativa che, tra l’altro, sarebbe comunque inutile visto che il Csm non adempie quasi mai. Deve solo mettersi in fila e attendere in religioso silenzio che arrivi il tuo turno. Anche perché il Sistema può colpire il collega dissenziente in tanti modi: con la diffusione di una cattiva fama immeritata, con valutazioni professionali negative, con trasferimenti per incompatibilità ambientale o con l’abuso di procedimenti disciplinari e, a volte, addirittura penali. Per quanto si possa amare il proprio lavoro, così non si può lavorare serenamente.
Per comprendere la gravità della situazione, basti pensare che ho invitato tantissimi colleghi - che so per certo voteranno sì - a venire allo scoperto, ma non c’è stato verso di convincerli perché terrorizzati da possibili ripercussioni, avendo peraltro parte di loro già soffertone abbastanza. Solo a titolo di esempio, mentre scrivevo questo articolo, mi è arrivato un messaggio da un collega che diceva «in un momento in cui non posso espormi, sei la mia voce e ti ringrazio per il tuo coraggio». Questo messaggio, prima che lusingarmi, mi ha profondamente rattristato perché mai avrei pensato che in magistratura si potesse arrivare a tanto.
La gente comune potrà pensare che questo non abbia alcuna ripercussione sulla propria vita, ma io credo sia esattamente il contrario, non solo perché è interesse di tutti che i magistrati lavorino serenamente senza doversi occupare di schivare i colpi dei «correntizzati» e senza dover perdere tempo in estenuanti ricorsi, ma anche perché il Sistema si presta a facili abusi che possono, eccome, condizionare il funzionamento della macchina della giustizia. A titolo di esempio, riporto quanto scritto da un procuratore, qualche anno fa, a un suo aggiunto in disaccordo sulla suddivisione dei compiti: «Ricordati che al plenum sei stato nominato aggiunto per un solo voto di scarto e questo è il voto di Magistratura democratica. Avrei potuto dire a uno dei miei che mi rompevi i coglioni e di andare a fare la pipì al momento del voto». Ecco, questa discussione per la suddivisione di compiti avrebbe potuto riguardare un procedimento penale da istruire o non istruire, una persona da indagare o non indagare, un indagato per cui richiedere la misura cautelare o non richiederla. E questo, sì che può avere incidenza sulla vita di ciascuno di noi.
Infine, la riforma prevede l’istituzione di un’Alta corte. Allo stato attuale, lo strumento disciplinare viene usato «allegramente» dalle correnti che ne abusano nei confronti dei non allineati, graziando, invece, i propri. Basti pensare al caso Palamara in cui, a fronte di numerosi magistrati coinvolti, pochissime sono state le sanzioni disciplinari irrogate (le chat tra Luca Palamara e i soggetti coinvolti sono molte e sono pubbliche).
Non pensate che sia opportuno che l’organo che si occupa dei procedimenti disciplinari nei confronti dei magistrati sia diverso da quello che si occupa delle loro carriere? Eppure, anche tale punto della riforma viene considerato come un tentativo di sottoporre la magistratura al governo. Tuttavia, va sottolineato che l’organo sarà composto in maggioranza da magistrati (nove, a cui si aggiungerebbero sei laici), che è previsto un doppio grado di giudizio (oggi ne è previsto solo uno) e che è possibile anche un giudizio di Cassazione. Dunque, non si vede come, in presenza di composizione maggioritaria dei togati, si possa sottomettere la magistratura all’esecutivo.
Per ciò che mi riguarda, io ho ormai fatto la mia dichiarazione pubblica di voto. Ma agli elettori non voglio dire come votare, voglio semmai dire come non votare: non votate per tifoseria, non votate perché lo dice qualcuno che avete identificato come un supereroe, non votate sulla base di slogan falsi che distolgono l’attenzione dal merito della riforma e soprattutto non votate sulla base di chi propone la riforma.
Ascoltate, confrontate ed elaborate criticamente.
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Pina Picierno, tra gli indignati Pd per il post del partito sul referendum, nel riquadro (Ansa)
Grottesco video del partito della Schlein: per colpire Casapound finisce per far inviperire i propri esponenti favorevoli alla riforma.
Non possiamo dire di non averli avvisati: attenti ad accusare gli altri di essere fascisti, perché prima o poi qualcuno accuserà voi. E infatti, puntualmente, è accaduto. Anzi, a dirla tutta è successo qualcosa di persino più patetico: a sinistra, non sapendo più a chi ritirare la patacca nera, hanno cominciato a darsi dei fascisti tra di loro. Segno che davvero, con questi progressisti, nessuno è al sicuro.
La notizia è che il Partito democratico ha pubblicato sui suoi profili social un video decisamente discutibile per sostenere la causa del No al referendum. Può darsi che l’iniziativa sia stata presa dopo che il comitato per il Sì ha diffuso un manifesto che ritraeva i picchiatori di Askatasuna corredato dallo slogan «Loro votano no», messaggio non falso ma forse un po’ brutale o comunque non proprio elegantissimo. I democratici però hanno dato il peggio di sé, toccando abissi finora mai sfiorati.
Il breve filmato diffuso dal Pd mostra immagini in bianco e nero di militanti di destra che fanno il saluto romano durante il rito del presente. Il tutto in bianco e nero perché sembri una adunata del Ventennio. Poi lo slogan: «Loro votano sì». Dove il sì, giusto per non farsi mancare niente, è scritto in caratteri degni di una locandina di un film horror di serie zeta del secolo scorso. Segue breve spiegazione: «Casapound annuncia il sostegno alla riforma del governo Meloni. Loro votano Sì, noi difendiamo la Costituzione: il 22 e 23 marzo vota No». Si potrebbe anche notare che, in realtà, a non rispettare i diritti costituzionali siano stati proprio gli esponenti della sinistra quando hanno impedito ad alcuni militanti di Casapound di parlare di remigrazione in Parlamento, ma sorvoliamo e restiamo sul video del Pd.
L’idea, piuttosto semplice, è che chiunque sia a favore della riforma della giustizia sia un pericoloso fascista (anche se fare il saluto romano a un defunto non è esattamente come tirare martellate a un agente). E se ci pensate è un meraviglioso disvelamento della mentalità sinistrorsa: sei fascista non perché ti proclami tale o perché agisci come un uomo del Ventennio, ma perché non sei d’accordo con ciò che il Pd ha decretato essere buono e giusto. Sei fascista perché non sei d’accordo con loro. E dato che, in questo racconto, il fascismo è ovviamente il male assoluto, allora chi non è fedele alla linea è il male assoluto. Si può anche ritenere che fosse sgradevole il manifesto del comitato per il Sì con i violenti di Torino, ma la differenza con il video del Pd è fondamentale. Nel primo si suggerisce che i manifestanti maneschi di Askatasuna votino No (cosa probabilmente vera, ammesso che votino) e, di conseguenza, si invitano le persone a non unirsi a tale orrenda compagnia. Nel filmato, invece, si afferma che scegliere il Sì sia roba da fascisti, perché si offende la «Costituzione antifascista». Insomma, nel primo caso c’è un accostamento ruvido, nel secondo una scomunica feroce che trasforma l’opinione diversa in inferiorità morale.
L’aspetto grottesco è che il filmato social è riuscito a far indignare persino un po’ di gente di sinistra, a cominciare da Pina Picierno. «La linea comunicativa del Pd che assimila al fascismo chi voterà Sì al referendum del 22-23 marzo è gravemente insultante e svilente», dice quest’ultima. «Da fondatrice e militante del Pd sono colpita e molto addolorata da una deriva comunicativa e politica sempre più polarizzante e populista. La Costituzione si difende soprattutto non violentandone i principi, tra cui quello del referendum confermativo su cui gli elettori devono esprimersi nel merito, senza trasformarlo in una contesa politica sul governo in carica. Per quello ci saranno le elezioni politiche. Io voterò Sì e lo farò in compagnia di molti elettori e militanti del Pd, per i quali chiedo rispetto: basta, vi prego, con accuse infamanti. Dico a tutti: recuperiamo una discussione di merito, serena, rispettosa e centrata: dobbiamo farlo per il bene del dibattito pubblico e della democrazia del nostro Paese».
Che la Picierno se la prenda, intendiamoci, fa sorridere. Dopo tutto lei è la prima ad accusare di putinismo - e, dunque, di fascismo - chiunque la pensi diversamente da lei sull’Ucraina. È la prima a creare spauracchi e a demonizzare il dissenso. Tuttavia questa volta, riguardo ai toni, ha messo il dito nella piaga.
Un pensiero analogo lo esprime Luigi Marattin, non esattamente un meloniano. A suo dire, quel filmato «accomuna chiunque voti Sì a militanti neo-fascisti neo-nazisti dell’estrema destra. Quindi pure Augusto Barbera, Enrico Morando, Claudio Petruccioli, Stefano Ceccanti e decine di dirigenti nazionali e locali dello stesso Pd». Marattin prosegue svelando un po’ di altarini. «In passato (sia lontano, come Massimo D’Alema negli anni Novanta, sia recente, come Debora Serracchiani) erano per la separazione delle carriere: quindi fascisti - forse pentiti- anche loro», afferma. E non ha affatto torto.
Drammatica conclusione: «Io non penso di avere più parole per descrivere la parabola di un partito che era nato per unire i riformismi (e che in almeno due occasioni aveva visto la prevalenza del riformismo liberale) e che ora si riduce a tacciare di fascismo chiunque non la pensi come loro; a invocare la dittatura ogni volta che si ragiona di introdurre modifiche a qualsiasi virgola della Costituzione; a fare clip del genere che scimmiottano nel modo peggiore il populismo del M5s e dell’estremismo che sta uccidendo la politica italiana. Questa riforma, caro Pd, è la semplice conseguenza amministrativa di quella del 1988, in cui il nostro sistema passò da inquisitorio ad accusatorio (cioè uno in cui giudice e pm devono essere figure completamente diverse). Una riforma che fece il ministro Giuliano Vassalli, socialista, medaglia d’argento al valor militare durante la Resistenza».
È tutto meraviglioso: il Pd pubblica un video di propaganda e finisce per offendere militanti e amici. Epilogo triste dei sinistrorsi: sono finiti a darsi dei fascisti fra di loro.
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(Ansa)
Mantovano sale al Quirinale per sciogliere i dubbi del capo dello Stato e conferma il clima di dialogo. Oggi in cdm la stretta sulle armi da taglio. Da superare i rilievi sulle deroghe alle forze dell’ordine e i Daspo.
Sul pacchetto Sicurezza ci sono ancora dubbi e certezze, a poche ore dal Consiglio dei ministri che oggi dovrebbe varare le nuove norme elaborate dal ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, che si compongono di un decreto legge e un disegno di legge.
Partiamo dalle certezze: ok alla stretta sul possesso di armi da taglio e pure a una sorta di blocco navale. In particolare, si prevede il divieto temporaneo, di durata non superiore a 30 giorni, prorogabile fino a sei mesi, di ingresso nelle acque territoriali italiane per specifiche imbarcazioni che rappresentino una minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale. Il blocco può scattare in presenza di un rischio concreto di atti di terrorismo o di infiltrazione di terroristi sul territorio nazionale, o di una pressione migratoria eccezionale, che possa compromettere la gestione sicura dei confini, o di emergenze sanitarie di rilevanza internazionale, oppure ancora di eventi internazionali di alto livello che richiedano l’adozione di misure straordinarie di sicurezza. I migranti eventualmente a bordo di imbarcazioni sottoposte a questa interdizione e quindi bloccate al limite delle acque territoriali potranno essere accompagnati anche in Paesi terzi, diversi da quello di appartenenza o provenienza, con i quali l’Italia ha stipulato appositi accordi o intese che ne prevedono l’assistenza, l’accoglienza o il trattenimento in strutture dedicate. La misura potrebbe essere applicata anche a imbarcazioni delle Ong, oltre naturalmente a quelle che fanno capo ai trafficanti di uomini.
Veniamo ai punti di discussione tra governo e Quirinale. Ieri il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, è stato ricevuto dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. A quanto apprende la Verità da fonti parlamentari, sono due i punti sui quali il Colle avrebbe manifestato perplessità: lo «scudo penale» per le forze dell’ordine e il fermo preventivo per impedire la partecipazione di personaggi potenzialmente pericolosi, in quanto già noti alle forze dell’ordine o con precedenti specifici, alle manifestazioni di piazza. Lo «scudo», ricordiamolo, eviterebbe l’iscrizione automatica nel registro degli indagati nei casi di «evidente» legittima difesa. Secondo il Quirinale, questo tipo di norma non può essere riservata solo alle forze dell’ordine, perché la Costituzione prevede l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. La soluzione? Estenderlo a tutti: anche, ad esempio, a un commerciante che si vede puntata una pistola in faccia e reagisce sparando al rapinatore.
Passiamo al fermo preventivo di 12 ore per le manifestazioni di piazza. In sostanza, il governo ipotizza una norma che obblighi chiunque è sospettato di poter creare disordini in una manifestazione a restare in questura 12 ore per non poter partecipare all’evento. Il problema però non è solo il diritto alla manifestazione, garantito dalla Costituzione, ma la ratio stessa del provvedimento: come si può tenere in questura un libero cittadino, peraltro per un’intera giornata, solo per il «sospetto» che possa creare disordini? A Mantovano è stato fatto notare che occorre almeno qualche elemento fattuale, come ad esempio il possesso di un passamontagna, di una tuta da black bloc, di un bastone o un’arma, per far scattare il fermo, che dovrebbe essere comunque comunicato a un magistrato. Anche le 12 ore di fermo appaiono troppe. Alcuni osservatori continuano a fare l’esempio del Daspo con obbligo di firma, più duro del semplice Daspo, un provvedimento amministrativo emesso dal questore e poi convalidato dal gip che impedisce a chi si è reso protagonista di scontri o tafferugli di entrare allo stadio. I tifosi colpiti da Daspo con obbligo di firma però non vengono sottoposti a fermo preventivo, ma hanno l’obbligo di presentarsi in questura a firmare durante l’orario della partitaa, per essere certi che non cerchino comunque di entrare. Il problema è che lo stadio è un luogo chiuso, l’accesso prevede l’acquisto di un biglietto, mentre le manifestazioni pubbliche si svolgono in luoghi aperti. Riuscirà Mantovano a convincere Giorgia Meloni ad apportare questi correttivi, o si andrà allo scontro? Ieri sera Piantedosi è sembrato conciliante: «Abbiamo fatto un lavoro molto ragionevole ed equilibrato. Altrimenti prenderemo atto dei rilievi fatti».
In serata fonti di governo, come riferisce l’Ansa, fanno sapere che il fermo di prevenzione e il cosiddetto scudo non solo per le forze dell’ordine ma per tutti (accolto quindi il rilievo del Colle), per evitare l’iscrizione automatica nel registro degli indagati di fronte a una causa di giustificazione, come legittima difesa o adempimento di un dovere sono fra le misure destinate a entrare in un dl sulla sicurezza che dovrebbe approdare oggi in cdm assieme a un dl sullo stesso tema. Le stesse fonti sottolineano che l’interlocuzione con il Colle è stata «ottima» come sempre. Fino a tarda sera si sono svolte diverse riunioni tecniche per mettere a punto i testi in vista del cdm. Proprio a seguito di queste si è deciso di inserire gli argomenti riguardanti l’immigrazione in un terzo provvedimento, un disegno di legge dedicato tutto a questo tema. Il «blocco navale», essendo a cavallo tra ordine pubblico e migrazione, apprende La Verità, potrebbe sia restare nel pacchetto Sicurezza che essere spostato nell’apposito ddl.
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La polizia è già al lavoro per la sicurezza informatica dei Giochi Olimpici Invernali Milano Cortina 2026. Già da 10 giorni gli specialisti della polizia postale sono attivi sui principali siti legati all’evento, garantendo sicurezza e controllo, come spiega il direttore Ivano Gabrielli.
Il loro intervento – viene sottolineato – si inserisce in un percorso consolidato volto a proteggere le infrastrutture critiche e monitorare la rete, sia per motivi di ordine pubblico sia per prevenire eventuali minacce di matrice terroristica. Il Technology Operations Centre (Toc), attivo ogni giorno 24 ore su 24, è il cuore delle operazioni. Qui lavorano esperti pronti a individuare anomalie e intervenire subito in caso di incidenti informatici. Il dispositivo operativo coinvolge anche i Centri Operativi per la Sicurezza Cibernetica (Cosc) e le strutture di pronto intervento, con il contributo diretto degli specialisti presenti nelle Sale Operative Interforze (Soi).






