
<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/oggi-in-edicola-2659055002.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="particle-1" data-post-id="2659055002" data-published-at="1672620441" data-use-pagination="False">
John Elkann e Marco Tronchetti Provera (Ansa)
La nuova geografia industriale di Stellantis parla arabo e francese. Il gruppo invia lettere ai suoi fornitori: «Investite in Marocco, costa meno». Ci sono numerosi vantaggi in fiscalità, terreni e manodopera.
C’era una volta l’Avvocato che guardava all’America pur restando comuque ancorato all’Italia. Oggi, nell’epopea mutevole della dinastia torinese, siamo all’era di John l’Africano. Non è un soprannome esotico, ma una constatazione: John Elkann ha deciso che il futuro di Stellantis - e soprattutto dei margini - parla arabo e francese.
In una lettera inviata nelle scorse settimane il gruppo invita i fornitori italiani a fare le valigie per trasferirsi in Marocco. «Venite a investire con noi», recita la lettera. L’area industriale di Rabat, spiega la lettera, gode di molti vantaggi: costi più bassi, fiscalità amica, terreni gratis, manodopera giovane e formata.
A raccontare le novità non è un sindacalista nostalgico, ma Carlo Calenda, ex ministro e oggi leader di Azione, che al Messaggero parla apertamente di «fuga dall’Italia» e di «grandi investimenti in Marocco».
Il cuore della nuova geografia industriale di Stellantis, infatti, batte a Kenitra, vicino Rabat. Una fabbrica che nasce Peugeot e per anni ha sfornato la versione più spartana della 208 destinata ai mercati africani. Poi, nel 2023, la svolta: 300 milioni di euro per una seconda piattaforma, elettrificazione, ambizioni globali. Altro che periferia produttiva: Kenitra diventa hub strategico.
Fra qualche mese prenderanno forma due nuovi modelli della famiglia Panda: la Giga Panda (nome ancora ufficioso) e, dal 2027, la Panda Fastback. Cinquantamila unità l’anno ciascuna, con la speranza di arrivare a 75.000. Il futuro della Panda, simbolo popolare dell’italianità automobilistica, passa ormai dallo Stretto di Gibilterra.
I numeri raccontano meglio di qualsiasi slogan cosa sta accadendo. Secondo i programmi a Kenitra saranno prodotti, a regime, 535.000 veicoli l’anno. Oggi tutti gli stabilimenti italiani messi insieme - Mirafiori, Cassino, Pomigliano, Melfi, Modena, Atessa - si fermano a 475.000 unità, furgoni compresi. Il sorpasso è nei fatti. Il piano è imponente: 1,2 miliardi di euro per l’ampliamento del sito marocchino, capacità produttiva raddoppiata, 70.000 quadricicli elettrici, 65.000 veicoli a tre ruote, 204.000 colonnine di ricarica l’anno, 3.100 nuovi addetti. E soprattutto 702 milioni destinati ai fornitori. Ma non quelli italiani, a quanto pare, se prima non accettano il biglietto di sola andata verso Sud.
Come scrive Les Echos, nella zona franca di Kenitra Stellantis gode di un trattamento privilegiato: niente dazi, niente tasse per cinque anni, imposta sulle società all’8,75% per vent’anni, terreni regalati, formazione della manodopera pagata dallo Stato. Con un salario minimo sotto i 300 euro al mese. Altro che incentivi.
E mentre Elkann attraversa il Mediterraneo, Marco Tronchetti Provera fa il viaggio opposto. Camfin ha annunciato che non rinnoverà il patto parasociale con i cinesi di Sinochem per il controllo di Pirelli. Divorzio inevitabile, per adeguare la governance alle regole americane e salvare lo sviluppo della tecnologia Cyber Tyre. La notifica a Palazzo Chigi, il Golden Power, l’assemblea di giugno: tutto ordinato, tutto molto istituzionale. Ma il segnale è chiarissimo. Tronchetti prende le distanze da Pechino per restare agganciato all’Occidente industriale.
Due strategie opposte, due bussole diverse. Da una parte John l’Africano, che trova nel Marocco la nuova frontiera del profitto. Dall’altra Tronchetti, che taglia il cordone con la Cina per difendere l’identità e la tecnologia di Pirelli. In mezzo, l’Italia. Che guarda partire le produzioni, una dopo l’altra. Calenda lo dice senza giri di parole: «Di italiano, l’ex Fiat non ha più nulla. Chiede solo incentivi». In vendita lo stabilimento di Grugliasco dove nascevano le Maserati, Mirafiori che si svuota, fabbriche che diventano cattedrali industriali senza fedeli. E mentre qui si discute di bonus e tavoli ministeriali, Stellantis annuncia 1.400 assunzioni in Francia nel 2026. Non a Torino, non a Cassino ma a Sochaux, storico impianto della Peugeot.
Il finale è affidato, come spesso accade, a chi non fa sconti retorici: le agenzie di rating. La canadese Dbrs ha abbassato il giudizio su Stellantis, portandolo a negativo. Un timbro freddo, burocratico, ma eloquente. Perché puoi anche produrre mezzo milione di auto in Marocco, ma se perdi le radici, il mercato prima o poi presenta il conto.
John l’Africano cavalca il vento del Sud. L’Italia, intanto, resta ferma sulla riva a guardare le navi che salpano. Con il sospetto - sempre meno sospetto - che non tutte faranno ritorno.
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Jared Isaacman, Administrator della Nasa (Ansa)
Il numero uno dell’Agenzia spaziale Jared Isaacman : «Sul nostro satellite servirà una presenza stabile. Così rafforzeremo la leadership Usa».
«Gli americani sono esploratori, costruttori, innovatori, imprenditori e pionieri. Lo spirito della frontiera è scritto nei nostri cuori», dichiarò Donald Trump durante il discorso del suo secondo insediamento alla Casa Bianca. In quell’occasione, il presidente sostenne anche che gli americani avevano «lanciato l’umanità verso il cielo». Del resto, l’attuale inquilino della Casa Bianca non ha mai nascosto di considerare lo Spazio come un settore strategico sia in termini geopolitici che economici. È con questa convinzione che, a dicembre, ha firmato un ordine esecutivo in cui ha stabilito come priorità quella di «riportare gli americani sulla Luna entro il 2028».
In tal senso, agli occhi del presidente, la Nasa riveste un’importanza di primo piano. Per comprendere al meglio le sue intenzioni, La Verità ha intervistato in esclusiva il capo (administrator) dell’agenzia spaziale statunitense: Jared Isaacman. Nominato da Trump a novembre, è stato confermato dal Senato il 17 dicembre. Pilota e astronauta, Isaacman è anche un imprenditore: ha fondato Shift4, società di elaborazione dei pagamenti, e Draken international, azienda attiva nel settore dell’aviazione militare. Considerato vicino a Elon Musk, ha inoltre guidato, nel 2021, Inspiration4: volo spaziale umano, gestito da SpaceX. Era invece il 2024, quando è stato comandante della missione spaziale Polaris Dawn, anch’essa gestita da SpaceX. Isaacman incarna quindi al meglio le caratteristiche che Trump vuole imprimere alla Nasa: efficienza, approccio imprenditoriale, apertura alle aziende private e taglio agli sprechi. Il tutto con un occhio ovviamente rivolto alla competizione geopolitica con Pechino.
Quali sono le priorità spaziali della Nasa e dell’amministrazione Trump?
«La Nasa e l’amministrazione Trump sono allineate su una chiara serie di priorità contenute nella Politica spaziale nazionale. Queste sono il ritorno degli americani sulla Luna, l’istituzione di una presenza stabile sulla Luna e lo sviluppo delle capacità necessarie per le future missioni su Marte. Ci concentriamo sul far progredire Artemis laddove la fisica e la sicurezza lo consentano, investendo in tecnologie abilitanti come l’energia nucleare e la propulsione, e stimolando le economie orbitali e lunari. Continuiamo al contempo a far progredire la scienza e a rafforzare la leadership Usa attraverso partnership commerciali e internazionali».
La Cina è uno dei principali rivali degli Stati Uniti nel settore spaziale. Come intende affrontare la Nasa la concorrenza cinese?
«Il modo migliore per competere è rispettare le priorità della Politica spaziale nazionale. Il ruolo della Nasa è quello di guidare l’esplorazione pacifica, eseguire missioni complesse in modo sicuro e nei tempi previsti, oltre a contribuire a definire gli standard per l’esplorazione e l’utilizzo dello Spazio. Garantiamo che gli Usa rimangano all’avanguardia, agendo con urgenza, lavorando a stretto contatto con i nostri partner commerciali e internazionali e mantenendoci al massimo livello di eccellenza».
Perché l’amministrazione Trump considera prioritario il ritorno sulla Luna e l’invio di astronauti su Marte?
«La Luna è il banco di prova per le capacità di cui avremo bisogno per Marte e oltre. Dare priorità a queste missioni consente agli Stati Uniti di rimanere all’avanguardia tecnologica, rafforzare le partnership e ridurre i rischi strategici a lungo termine. Dal punto di vista economico, questi sforzi contribuiscono alla crescita di nuove industrie e all’espansione della leadership americana. Tutto questo, mentre, dal punto di vista geopolitico, dimostrano credibilità, capacità e determinazione sulla scena mondiale».
La missione Artemis II avrà luogo a febbraio. Qual è la sua importanza?
«Porterà gli esseri umani attorno alla Luna per la prima volta dai tempi dell’Apollo, segnando il ritorno dell’umanità nello Spazio profondo dopo oltre mezzo secolo. Al di là del suo significato storico, questa missione ci permette di mettere alla prova, con un equipaggio a bordo, la navicella spaziale, il sistema di lancio e le operazioni di missione da cui dipenderemo per i futuri allunaggi. Volare in questa missione ci fornisce quell’esperienza e quella fiducia che sono fondamentali, prima di compiere il passo successivo: riportare gli astronauti sulla superficie lunare con Artemis III».
Perché l’amministrazione Trump sostiene così tanto le partnership tra la Nasa e le aziende private?
«Le partnership commerciali consentono alla Nasa di concentrare le proprie risorse sui problemi più complessi che solo questa agenzia è in grado di risolvere. Quando l’industria può fornire capacità in modo efficiente e su larga scala, la Nasa può concentrarsi su problemi che solo questa agenzia è in grado di affrontare, come l’esplorazione dello Spazio profondo, le tecnologie avanzate e le missioni che alzano l’asticella di ciò che è possibile. Questo modello aumenta la velocità, riduce i costi e, in definitiva, rafforza la leadership degli Stati Uniti nello Spazio».
Lei è un astronauta. In che modo questo background influenzerà il suo ruolo di capo della Nasa?
«La mia precedente esperienza di volo spaziale mi ha fatto nutrire un profondo rispetto per le persone che progettano, costruiscono, testano e gestiscono questi sistemi, e per la responsabilità che deriva dal mettere esseri umani al loro comando. Ciò rafforza l’importanza della disciplina, della preparazione e di un processo decisionale chiaro, quando chiediamo alle persone di affidare la propria vita al lavoro che svolgiamo. Questa prospettiva plasma il mio modo di pensare alla prontezza, alla responsabilità e alla necessità di rimuovere gli ostacoli inutili, affinché i team possano concentrarsi sul raggiungimento degli obiettivi della missione».
Lei ha detto di voler rendere la Nasa più sostenibile dal punto di vista finanziario. Come farà?
«Rendere la Nasa più efficiente significa ridurre la burocrazia inutile, avvicinare il processo decisionale al lavoro svolto e concentrare le risorse sulle missioni che fanno la differenza. Quando parlo di sostenibilità, non intendo suggerire che la Nasa debba puntare al profitto, ma che dobbiamo contribuire a dare impulso all’attività commerciale e scientifica in orbita e oltre, in modo che l’esplorazione non dipenda più esclusivamente da modelli impostati dal governo».
La Nasa ha collaborato con l’Agenzia spaziale italiana. Prevede che la partnership tra le due agenzie si rafforzerà in futuro?
«L’Italia è da decenni un partner forte e affidabile nello Spazio, con contributi significativi al volo spaziale umano, alla scienza e all’esplorazione. Mi aspetto che la nostra partnership con l’Agenzia spaziale italiana si rafforzi ulteriormente man mano che ci avviciniamo a operazioni prolungate sulla Luna nel prossimo futuro, nonché allo sviluppo di missioni scientifiche ed esplorative di livello mondiale a vantaggio di entrambe le nazioni. Il ruolo dell’Italia come firmataria degli Accordi Artemis riflette il nostro impegno comune per un’esplorazione pacifica e responsabile. Partnership come questa sono essenziali per realizzare missioni ambiziose e definire le norme che plasmeranno il futuro dello Spazio».
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Volodymyr Zelensky a Davos (Ansa)
Il leader ucraino fa la morale a Bruxelles da cui ha già ricevuto 200 miliardi nella guerra contro Mosca. E per ricostruire il Paese ne serviranno altri 800. Italia rovinata da sanzioni, caro bolletta e inflazione.
Riassunto delle puntate precedenti. Qualche mese fa Trump prende a sberle Zelensky. L’Unione europea corre in soccorso del leader ucraino che, rinfrancato della solidarietà di Bruxelles, ringrazia sentitamente prendendo a sberle pure lui l’Unione europea, ieri, dal palco di Davos. Il tutto dopo che Trump ha ripetutamente preso a schiaffi alcuni Paesi europei. I quali avevano avuto il barbaro coraggio di organizzare una fantozziana gita in Groenlandia con una trentina di uomini in divisa. Per una non meglio precisata esercitazione militare. Che a Trump non è affatto piaciuta.
Risultato? Minaccia di dazi e le Sturmtruppen tedesche rientrano immediatamente con la coda fra le gambe. Insomma, l’Europa prende schiaffi. Una roba che nemmeno nei film di Bud Spencer e Terence Hill. Che arrivino da Mosca, Kiev o Washington poco importa. Sempre schiaffi ci arrivano.
Sia chiaro che il prezzo più alto sul campo di battaglia lo stanno pagando i civili e i militari ucraini assieme ai soldati russi. Oltre un milione i caduti (fra morti e feriti) nelle file russe. Grosso modo la metà in casa Ucraina. E le cifre sono sicuramente sottostimate. Ma l’Unione europea ha pagato un prezzo pesantissimo in termini di soldi buttati senza aver ottenuto nulla in cambio, se non morti, feriti e qualche cesso d’oro nei forzieri dei dirigenti corrotti ucraini.
A detta di Zelensky l’Ue non avrebbe fatto abbastanza. Un abbastanza che a dicembre dello scorso anno il Consiglio europeo quantificava in 193,3 miliardi. Questo è quanto Bruxelles aveva sborsato in favore dell’Ucraina. Di questa cifra 103,3 miliardi sotto forma di supporto finanziario, economico e umanitario. Altri 69,3 miliardi per le armi, quindi 17 miliardi per accogliere i rifugiati, infine 3,7 miliardi di proventi derivanti dagli investimenti russi sequestrati in Ue, stimati in circa 210 miliardi. Il 65% di questa cifra sono sussidi a fondo perduto che Kiev non restituirà mai. Il 35% sono invece prestiti che l’Ucraina non restituirà mai. Ma pareva brutto chiamarli sussidi. E quindi tutti fanno finta che siano prestiti.
Tutto questo prima che l’Ue deliberasse, lo scorso dicembre, un ulteriore prestito, che ovviamente non sarà restituito, pari a 90 miliardi. Soldi che l’Unione europea prenderà a prestito sui mercati finanziari. Ma Bruxelles dovrà restituirli.
Nel complesso, quindi, l’Ue ha sborsato e deve sborsare qualcosa come 280 miliardi di euro. È ragionevole stimare che la quota a carico dell’Italia oscilli fra il 12 ed il 15%. Stiamo parlando di una cifra che varierebbe fra 33 e 42 miliardi. Un importo che fa impallidire quanto stanziato con l’ultima legge di bilancio. Grosso modo la metà.
Gli aiuti all’Ucraina non finiscono qui, però. L’Unione europea ha infatti sospeso l’applicazione di tutta una serie di dazi precedentemente applicati alle importazioni ucraine. È stato infatti sottoscritto in fretta e furia un accordo commerciale denominato Dcfta (Deep and comprehensive free trade area) grazie al quale l’Ue ha importato oltre 200 milioni di tonnellate di prodotti agricoli (97 milioni di tonnellate) e non (108 milioni di tonnellate). L’Unione europea stima che con questo accordo temporaneo siano arrivate merci ucraine per un importo complessivo di 183 miliardi. Prodotti che con ogni probabilità, in situazioni normali, non avrebbero varcato le nostre dogane. Il conto insomma sale a 460 miliardi in favore di Kiev fra sussidi, prestiti che non verranno restituiti e acquisti di favore.
Il punto, però, è che il conto non è ancora finito. Non stiamo tenendo in considerazione il costo in bolletta per il caro energia e ciò che sarà necessario sborsare per ricostruire il Paese una volta che il conflitto sarà terminato. I colloqui sono in corso. E ovviamente, come da tradizione, l’Unione europea a quel tavolo non c’è. Sarà chiamata solo quando dovrà pagare prendendo la solita consueta razione di schiaffi.
Quanto al caro bolletta e ai sussidi, secondo una stima di Confimprenditori resa nota a dicembre dello scorso anno, «il costo complessivo sostenuto dal Paese tra il 2022 e il 2024 si colloca tra gli 85 e i 110 miliardi di euro». Una cifra monstre.
Il costo pagato dal nostro Paese, tenuto conto della nostra quota di aiuti sul bilancio Ue, lievita come un panettone. Considerando la sola quota di questo conto ascrivibile al caro bolletta parliamo di 45-60 miliardi.
A questo deve infine essere aggiunta una cifra spropositata per la ricostruzione dell’Ucraina. Secondo il documento Ue «Roadmap per la prosperità dell’Ucraina: una visione per il 2040», dovranno essere messi sul piatto almeno 800 miliardi per la ricostruzione del Paese. Anche immaginando di utilizzare i fondi russi attualmente nelle nostre disponibilità - cosa che sarà possibile solo nell’ambito di un negoziato di pace a cui al momento, ricordiamolo ancora, Bruxelles non partecipa - qualcuno dovrebbe farsi carico di pagare i rimanenti 600 miliardi. Tutto lascia presagire che questa cifra dovrà essere sborsata dall’Ue. Il che significherebbe che l’Italia potrebbe arrivare a dover tossire altri 90 miliardi. Che sommati al costo prima stimato da Confimprenditori porterebbe il costo a nostro carico a oltre 200 miliardi. Stante questi numeri da capogiro, sarebbe quanto meno doveroso che Zelensky evitasse di fare il gradasso prendendo a schiaffi gli unici che in questo momento lo stanno tenendo in sella. Ammesso e non concesso che legarsi al destino di Zelensky sia la cosa saggia da fare se si vuole arrivare alla fine del conflitto in tempi brevi.
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2026-01-24
Non Sparate sul Pianista | Il Club dei 27: «Nel cuore di Parma, nel nome di Giuseppe Verdi»
La storica «società» di appassionati di Verdi che conserva la memoria del «Cigno di Busseto» nel racconto del suo presidente. I riti, i ritrovi, la promozione dell'opera nelle scuole e le visite nel «covo» verdiano dei più grandi musicisti del mondo.






