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Christine Lagarde (Ansa)
La Bce resta al 2% e il presidente fa capire che non ci sono spazi per tagli, anzi: «Siamo ben posizionati e lo è anche l’inflazione» Poi esonda nella politica: «Invierò ai leader europei una check list per le riforme. Crolla di un altro 7% il Bitcoin: in un mese -25%.
C’è chi entra in una stanza e abbassa la voce per non disturbare. Christine Lagarde, invece entra in conferenza stampa e abbassa le Borse. Lo farà anche in maniera inconsapevole ma diciamo che ha una certa propensione a seminare il panico. Come dimenticare la conferenza stampa di esordio quando scatenò uno tsunami sui listini annunciando che non era compito della Bce chiudere gli spread. Così quando dice che sui tassi «siamo ben posizionati», i mercati capiscono subito che non c’è spazio per sconti, saldi o tagli di stagione. Viceversa coglie sensazioni negative.
Con tutta probabilità il prossimo movimento sarà al rialzo. Per il momento, comunque, i tassi restano fermi al 2%. Infatti l’ inflazione è «in una buona posizione», l’economia europea – parole sue – regge meglio del previsto ai venti contrari della geopolitica, alle tensioni commerciali e al solito catalogo di incertezze globali.
Traduzione simultanea per Piazza Affari e dintorni: rassegnatevi, perché tanto non arriverà nessun sostegno monetario.
Così l’Europa della finanza si veste di rosso. Non quello elegante delle grandi occasioni, ma il colore cupo delle giornate storte. Madrid si prende la maglia nera con un sonoro -2,15%, Milano segue a ruota a -1,75%. Francoforte perde lo 0,63%, Londra lo 0,98%, Parigi prova a limitare i danni ma cede comunque lo 0,29%. Wall Street spinge giù il pedale del pessimismo.
Il messaggio è chiaro: Lagarde non taglia i tassi, e i mercati tagliano le gambe al rialzo. Ma il vero nervo scoperto, quello che fa arricciare il sopracciglio alla Bce, è il cambio. L’euro che gira stabilmente attorno a quota 1,20 sul dollaro comincia a pesare. Ufficialmente la banca centrale non persegue un livello di cambio – lo ripete come un mantra – ma ufficiosamente lo monitora con attenzione quasi affettuosa. Perché un euro troppo forte raffredda troppo l’inflazione, facendola scivolare sotto il target del 2% che a Francoforte guardano con la stessa espressione con cui si parla di una buca improvvisa sull’autostrada.
Christine Lagarde rassicura: il dollaro è debole da marzo 2025, quindi è già nei conti. Tutto incorporato. Tutto previsto. Ma poi ammette che un ulteriore rafforzamento della moneta unica potrebbe costringere la Bce a reagire. Non oggi, non domani. «Ma siamo agili» ripete. Agili come può esserlo una banca centrale che non è esattamente un ginnasta olimpico. Ma il concetto passa.
E mentre i mercati provano a capire se «agile» significhi colomba o falco con scarpe da corsa, Lagarde esonda nella politica. Annuncia che invierà ai leader europei un elenco di riforme indispensabili ad aumentare la competitività del sistema. Non sarà pubblica – perché le cose serie si fanno sempre lontano dai riflettori – ma dentro ci sarà tutto il catalogo dei sogni europei incompiuti: unione del mercato dei capitali, euro digitale, innovazione, autonomia strategica, semplificazione delle regole, rafforzamento delle istituzioni. Insomma, il grande romanzo europeo in versione promemoria.
A Piazza Affari, intanto, si consumano drammi più concreti. Stellantis crolla del 5,71%, trascinata giù dall’intero settore auto europeo, con Volvo che fa da apripista al tonfo. Le banche non se la passano meglio: i «campioni» del credito finiscono sotto pressione, segno che tassi alti sì, ma senza crescita esuberante diventano un’arma a doppio taglio.
E poi c’è lui, il termometro dell’umore globale, il barometro dell’azzardo, il Bitcoin. Che non gradisce per niente l’aria da falco della Bce, né il clima generale di paura. Scende sotto i 67.000 dollari, livello che non vedeva dalla vittoria elettorale di Donald Trump nel novembre 2024. Solo ieri ha perso un altro 7%. Nel giro di un mese il conto è salatissimo: -25%. Più che una correzione, una dieta forzata.
Nel finale, Lagarde si concede una nota diplomatica: benvenuto Kevin Warsh alla guida della Fed, vecchia conoscenza dai tempi della grande crisi finanziaria. Toni cordiali, sorriso istituzionale. Ma il messaggio resta quello: la politica monetaria non farà regali.
E così, mentre l’Europa ufficiale si dice solida, robusta e ben posizionata, l’Europa dei mercati prende appunti, conta le perdite e guarda l’orologio. Perché Lagarde avrà anche detto che l’inflazione è «in una buona posizione», ma a giudicare dalle Borse, gli investitori non lo sono affatto.
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«Cerchiamo, con un’attività di prevenzione, di evitare che quei tristi momenti si ripetano». Così il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, nella conferenza stampa al termine del Cdm, riferendosi alle norme introdotte con il decreto sicurezza e al fenomeno delle Brigate rosse.
Nordio ha definito il fenomeno delle Br come «nato per una insufficiente attenzione, anche da parte dello Stato, verso queste forme di aggressività odiosa nei confronti delle forze dell’ordine. Ricordiamo le espressioni “compagni che sbagliano” e “sedicenti Brigate rosse”». La nuova norma introdotta dal decreto sicurezza «non è uno scudo penale, che invece vuol dire impunità: qui l’impunità non c’è per nessuno, quindi è una parola impropria», ha aggiunto in merito al nuovo provvedimento contenuto nel decreto, che istituisce un registro separato per i reati commessi con «causa di giustificazione».
Ansa
Dalla commistione giudici-pm all’autonomia «minacciata»: serve cambiare il sistema.
Audiatur et altera pars: ascolta anche l’altra parte. Seguire l’ammonimento, qui alla Verità, è la nostra buona azione quotidiana. Non c’è, però, buona azione che non resti impunita e così siamo stati additati di negazionismo climatico, stare al soldo delle multinazionali del petrolio, di essere No-vax e di essere putiniani per il solo fatto di aver osato ascoltare le ragioni dell’altro.
Incassiamo le punizioni, ma andiamo avanti lo stesso: anche sul referendum costituzionale vogliamo ascoltare le ragioni del Sì e quelle del No. Per le prime, basta confrontare i due articoli della Costituzione prima e dopo la modifica e lo abbiamo fatto anche nel mio articolo di giovedì 29 gennaio.
Quanto alle seconde, i sostenitori del No adducono cinque ragioni, la prima delle quali è stata discussa nel detto articolo: non può essere vero che, con la riforma, la politica avrebbe maggiori ingerenze sulla formazione del Csm perché la composizione di questo avverrebbe per sorteggio (e non più per votazione) tra i qualificati a farvi parte. E sono le votazioni a essere passibili di ingerenze esterne, mentre un sorteggio ne è certamente esente.
Vogliamo ora ascoltare l’altra parte anche sui restanti quattro motivi per votare No (potete leggerli nel sito del Comitato per il No, www.cgil.it).
Il secondo motivo sarebbe che «la riforma costituzionale non risolve tutti i problemi della giustizia italiana». Ma la riforma non ha questa pretesa. Però, almeno, un problema lo risolve: la commistione tra giudici e pubblica accusa, che lascia inapplicato il principio del giusto processo sancito dall’articolo 111 della Costituzione, secondo il quale «ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale». Invece, attualmente, giudici e pm condividono gli stessi spazi di lavoro, si parlano tra loro e fanno capo a uno stesso ordine di controllo: insomma, i pm tengono coi giudici rapporti non possibili agli avvocati. A proposito dell’ultima cosa detta, vorrei osservare che a volte si dice che le due entità devono non solo essere ma anche apparire separate. Io direi, piuttosto, che, invece, non è che le due entità sono separate e non appaiono tali; ma, al contrario, esse appaiono separate (e lo appaiono per via dell’articolo 111, ancora non compiuto), ma di fatto non lo sono.
Motivo tre. «L’alta percentuale di processi che termina con l’assoluzione (cioè il giudice che rifiuta le richieste del pubblico ministero) mostra che, con l’attuale sistema, il giudice è già terzo e imparziale». Logica stravagante quella che frulla nella testa di quelli del Comitato per il No: vera o no che sia la cosa - ma lo dicono loro del Comitato per il No, quindi la diamo per buona -, «l’alta percentuale di processi che termina con l’assoluzione» mostra tutt’altra cosa. Mostra che v’è un’alta percentuale di processi che non avrebbero dovuto neanche cominciare. Se sono cominciati per iniziativa del pm e son finiti con l’assoluzione, c’è da chiedersi come la cosa abbia finora inciso sulla valutazione professionale del pm. La risposta sembrerebbe essere che non vi abbia influito in alcun modo, visto che solo la riforma costituzionale parla di valutazione personale (l’attuale ordinamento prevede solo «promozioni»). Se, invece, «l’alta percentuale di processi finiti con l’assoluzione» sono cominciati col concorso del gip (per la fase istruttoria) o del gup (per l’udienza preliminare), allora la cosa evidenzia la viziosa commistione tra pm e giudici, ove questi ultimi tenderebbero più a favorire i loro colleghi e concorrere nel proseguimento di un processo che non avrebbe dovuto neanche cominciare.
Motivo quattro. «La procedura adottata è stata affrettata (sic!): esattamente il contrario di quella auspicata da padri e madri (sic!) costituenti». La separazione delle carriere - auspicata da ben trent’anni - è attuata con la dichiarazione in Costituzione secondo cui la magistratura «è composta dai magistrati della carriera giudicante e della carriera requirente»: le 11 parole più lente della storia del diritto, direi. In ogni caso, non dello stesso avviso è stato il Tar che, come ci ha informato su queste pagine Gianluigi Paragone, ha ritenuto di non dover perdere altro tempo.
Motivo numero 5. «Le dichiarazioni pubbliche del governo confermano le preoccupazioni sull’autonomia della magistratura». Il Comitato per il No si riferisce a Giorgia Meloni che aveva mostrato disappunto per il fatto che la Corte dei Conti avesse avuto da ridire a proposito del Ponte sullo Stretto. Ora, a parte il fatto che, seguendo la stravagante logica del Comitato per il No, si potrebbe specularmente ritenere minata l’autonomia dell’esecutivo da parte della Corte dei Conti, non si capisce che relazione possa mai esserci tra le dichiarazioni di chiunque con la valutazione della bontà o meno di una legge.
In conclusione, a far fede le ragioni del No, non c’è alcun motivo per votare No. La riforma attuerebbe pienamente il principio del giusto processo.
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Nel decreto sicurezza «viene introdotta la previsione del fermo di prevenzione. Preciso che l’interlocuzione con il Quirinale è stata sempre molto proficua, da ultimo ieri, ma è stata sempre molto proficua. Ci sono state giuste sottolineature ma il testo esce come era stato proposto sin dall’inizio».
Lo ha detto il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, in conferenza stampa al termine del Consiglio dei ministri. Il fermo di prevenzione «Non è una misura liberticida, in molti ordinamenti è presente, e c’è il rapporto con l’autorità giudiziaria, a cui viene comunicato che la persona è accompagnata in un ufficio di polizia e trattenuta fino a due ore. Se poi dovesse ravvisare che non ci sono le condizioni può disporre la liberazione: è stato sempre così nella nostra formulazione, conosciamo i limiti fissati dalla Costituzione sulla limitazione della libertà personale».






