
<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/oggi-in-edicola-2659055002.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="particle-1" data-post-id="2659055002" data-published-at="1672620441" data-use-pagination="False">
iStock
Clandestino muore a Ravenna dopo una rissa con un maliano. Era tra i beneficiari dei certificati contestati dalla Procura.
Prima di terminare la sua vita sulla pista ciclabile della Darsena di Ravenna, area urbana marginale tutta capannoni dismessi ed ex strutture industriali, Moussa Cisse, il senegalese di 29 anni trovato con la gola tagliata, era passato per il reparto di Malattie infettive del Santa Maria delle Croci.
Qui, quando ancora tre degli otto medici poi indagati non erano stati sospesi dal giudice e agli altri non era stato impedito di occuparsi della burocrazia migratoria (per dieci mesi), era entrato in una lista speciale. Cisse era uno degli stranieri che avrebbe beneficiato di quei 34 certificati al centro dell’indagine della Procura sui medici anti Cpr. Documenti ritenuti falsi in base alle verifiche degli investigatori della Squadra mobile all’interno di un’inchiesta coordinata dai pm Daniele Barberini e Angela Scorza. Quando Cisse, immigrato da trattenere in un Cpr in attesa della sua espulsione, fu sottoposto alle analisi del sangue e del torace non saltarono fuori patologie. Nessun elemento clinico significativo. Il medico che si occupò della sua posizione, però, emise una valutazione di inidoneità. Con una decisione motivata in modo generico (l’incompletezza degli esiti, il tempo ritenuto insufficiente per un approfondimento clinico), Cisse è stato sottratto dal trattenimento in Cpr ma non tolto dalla strada. «L’indisponibilità di dati sanitari per omesso espletamento dei dovuti accertamenti», è stata la ramanzina del gip per i dottori anti-sistema, «non giustifica l’emissione di un certificato d’inidoneità», dato che «il compito del medico è proprio quello di accertare l’esistenza di patologie incompatibili con la vita in comunità ristretta». E il mancato approfondimento delle visite non può essere giustificato con la mancanza di tempo «atteso che nessuna disposizione ha introdotto un termine perentorio entro il quale il sanitario deve emettere la valutazione». Quel certificato ha lasciato Cisse nella sua zona grigia da clandestino in fase di espulsione, irrimediabile dal punto di vista burocratico e caratterizzata da precarietà e abbandono. Una condizione nella quale il disagio si accumula e può esplodere. Ma erano i giorni della protesta, suggerita dalla Società italiana di medicina delle migrazioni, che a Malattie infettive del Santa Maria delle Croci aveva conquistato quasi tutto il reparto. I certificati, ha ricostruito l’inchiesta, venivano stilati «in un’ottica di aperta contestazione del sistema di gestione dell’immigrazione clandestina».
Chi ha firmato il certificato, però, non deve essersi chiesto se Cisse, invece di seguire il regolare iter disposto dalle autorità, sarebbe poi finito tra altri senza dimora che trovano riparo nei dormitori improvvisati della Darsena. Rifugi. Ma anche punti di incontro e di tensione. Gli stessi davanti ai quali l’altra notte è cominciata la colluttazione. L’altra figura di questa storia è un trentaseienne del Mali, Dambelé Kedjougou Madi. È ricoverato con ferite da arma da taglio. I carabinieri del nucleo investigativo, coordinati dal pm di turno Ylenia Barbieri, sospettano che sia l’autore dell’accoltellamento. E ieri gli hanno notificato un provvedimento giudiziario di fermo con l’accusa di omicidio volontario aggravato dai futili motivi. Madi rimarrà piantonato nella sua stanza d’ospedale. Poi, come disposto dall’autorità giudiziaria, quando le sue condizioni lo permetteranno, verrà accompagnato in carcere. A differenza della vittima risulterebbe regolare sul territorio italiano. Avrebbe colpito Cisse al collo con un oggetto tagliente, forse un coltello (che al momento non è stato trovato). E mentre la vittima, dopo essersi trascinata per alcune centinaia di metri lungo via Antico Squero, si è accasciata vicino alla cancellata dell’Autorità portuale, Madi, ferito alla testa con un corpo contundente, è stato trovato poco più avanti, proprio alla fine della Darsena. L’ipotesi più accreditata è quella di un litigio. Un contrasto nato tra due uomini che frequentavano gli stessi edifici abbandonati. Una tensione cresciuta dentro uno spazio senza regole, senza protezioni e senza mediazioni. Le «minuziose attività di sopralluogo e repertamento», fanno sapere i carabinieri, avrebbero permesso di ricostruire la dinamica, indirizzando le indagini verso il sospettato. Entrambi, stando ai testimoni, venivano visti al «servizio docce e ristoro» dell’Opera di Santa Teresa. Quello era l’unico luogo in cui Cisse aveva piccoli momenti di vita sociale. Tanto che ieri una ragazza italiana che lo conosceva è arrivata sulla Darsena per lasciare dei fiori e un biglietto. Lì, però, ha trovato il suo ex, un ventiseienne senegalese indagato per stalking, con divieto di avvicinamento e braccialetto elettronico. È scattato un arresto per violazione della misura cautelare e una denuncia per gli oggetti atti a offendere che lo straniero aveva nello zaino. Lo stesso spazio marginale, la Darsena, si conferma un punto che raccoglie storie diverse, ma segnate dal disagio.
Continua a leggereRiduci
Giorgio Gandola ospita il senatore Claudio Borghi (Lega) per un’analisi senza filtri sulla tempesta che minaccia l’Italia. Tra venti di guerra, crisi energetica e la rigidità glaciale di Ursula von der Leyen, il quadro che emerge è quello di un'Europa a due velocità che gioca con le carte segnate e in cui il nostro Paese è tenuto volutamente in svantaggio. Intanto a Trump non basta più attaccare l'Iran: ora se la prende pure con papa Leone XIV.
Alessandro Morelli (Ansa)
Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio spiega la manifestazione di sabato: «Immigrazione e Patto di stabilità: o l’Europa asseconda gli interessi nazionali o faremo da soli. I movimenti in Fi? Non andranno a sinistra. Se lo fanno, con noi han chiuso».
«La Lega riparte dalla piazza con le proprie proposte per rilanciare l’Italia». Questo lo spirito con cui il sottosegretario a Palazzo Chigi Alessandro Morelli si avvicina alla manifestazione di sabato 18 convocata dalla Lega a Milano. «In Italia ci sono tante proteste ma poche proposte. Noi, come siamo abituati a fare, dalla piazza lanceremo o rilanceremo le nostre proposte nell’ambito del governo e in vista della prossima campagna elettorale. Il partito antidemocratico ancora una volta ha calato la maschera cercando di boicottare la manifestazione qui a Milano, ma per fortuna non ci sono riusciti».
Cosa chiedete, sottosegretario?
«La manifestazione ha un titolo: Padroni a casa nostra. E uno degli argomenti cardine è la rivisitazione di questa Europa: o inizia a fare gli interessi nazionali o troveremo il modo per fare da soli e andare incontro alle esigenze delle nostre comunità. L’immigrazione è un tema, non il solo, ma è importante perché ha la capacità di cambiare i nostri modelli sociali. Dall’altra parte c’è il fronte economico con la Lega che propone il tema degli aiuti di Stato e quello della sospensione del patto di stabilità che per noi è una priorità».
In questo senso come avete preso le parole del presidente della Commissione Ursula von der Leyen? Dice che è ancora presto per sospendere il patto di stabilità…
«Von der Leyen vuole accertarsi che il paziente sia in coma per cercare di fare un miracolo. Io eviterei di arrivare al coma dei vari pazienti europei per dare prova a questa Europa che non ha buoni medici evidentemente. Lo ha dimostrato nel corso dei decenni. Per me prevenire è meglio che curare e quindi bisogna permettere gli aiuti di Stato e rivedere il Patto di Stabilità».
Rivedere non abolire?
«Iniziamo a rivederlo intanto, ma è chiaro che con una maggioranza diversa in Europa si potrebbe anche pensare di abolirlo».
Per quanto riguarda gli Ets?
«Una delle tante follie green europee. Bruxelles dimostra di voler proseguire con l’ideologia ambientalista. Ideologia che la Lega con coerenza ha sempre criticato e mi duole constatare che ancora una volta la Lega aveva ragione. Quando dicevamo queste cose dieci o 15 anni fa ci chiamavano negazionisti del clima. Ora sono tutti sul carro del vincitore, una vittoria di Pirro».
Restando sugli esteri, la Lega è stata la prima a condannare l’attacco di Donald Trump al Papa. Come si riallacciano i rapporti?
«Sono gli Stati Uniti a dover riallacciare i rapporti con il Vaticano. Trump ha sbagliato. Noi non possiamo non condannare la dura posizione di un Paese amico e alleato nei confronti di un potere religioso che rappresenta la nostra sensibilità e anche quella del 90% del popolo italiano».
In questo le parole di Vance correggono il tiro?
«Non posso giudicare quale sia il modo migliore per riparare la frattura che si è creata ma mi auguro che nel periodo più breve possibile si prenda coscienza del ruolo del Papa. Non si può pensare che possa approvare alcun tipo di utilizzo delle armi. Sarebbe impensabile».
Sul fronte interno ci si avvicina al voto e tutti i partiti sono in fermento, chi più chi meno. A dar segnale di grande movimento c’è soprattutto Forza Italia con le dimissioni di Maurizio Gasparri da capogruppo in Senato e quelle di Paolo Barelli a Montecitorio. Al posto di quest’ultimo è stato nominato Enrico Costa, da poco entrato nel gruppo. Per alcuni è un segnale di riposizionamento e c’è chi pensa che Marina Berlusconi potrebbe decidere di rivolgersi anche al centro che guarda più a sinistra. Se così fosse l’elettore di centrodestra cosa dovrebbe aspettarsi? Questa maggioranza, fin qui solida, reggerebbe?
«Per noi le tesi liberali all’interno del centrodestra sono sempre un arricchimento, ma se questo dovesse significare aprire alla sinistra significherebbe rivolgersi a chi in 15 anni di governo non ha fatto altro che distruggere il Paese. Hanno portato milioni di immigrati clandestini, hanno devastato sanità e servizi sociali anche grazie all’ingresso di stranieri che hanno usufruito del nostro welfare senza essere “risorse” come le hanno sempre definite. E poi il fronte del gender, che ha l’obiettivo di disintegrare il nucleo fondamentale della nostra società: la famiglia. Le scelte sbagliate nelle politiche industriali e molto altro. Questi sono gli obiettivi della sinistra italiana ed europea».
Quindi se Fi aprisse ai riformisti del Pd sarebbe un errore? Potrebbero ancora essere alleati?
«Per me è impossibile, ma se così fosse non sarebbe centro, sarebbe sinistra. Significherebbe rinnovare quel logorio che appartiene alla sinistra europea che ha l’obiettivo di costruire una nuova popolazione europea».
Continua a leggereRiduci
A destra Giuseppe Pignatone (Ansa)
I pm di Caltanissetta danno credito a chi sostiene che la toga fosse «a disposizione» di imprenditori malavitosi. Avrebbe pure affondato il dossier «Mafia e appalti» isolando Falcone e Borsellino. Eppure i media sorvolano.
Per anni i magistrati della Procura di Roma, che oggi indagano sui rapporti economici tra l’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e Mauro Carroccia, ristoratore e presunto prestanome del clan Senese, sono stati guidati da un procuratore che gli inquirenti di Caltanissetta accusano di avere favorito la mafia e aver contribuito a quel clima di isolamento che ha portato all’uccisione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Alla vigilia del referendum una manina ha fatto circolare una foto di Delmastro con Carroccia, ma è finito sui giornali anche un selfie con Giorgia Meloni di un peone collegato alla criminalità organizzata e, sembra, frequentatore di politici locali di Fratelli d’Italia. Giusto fare le pulci al potere. Ciò che stupisce è che sulle presunte relazioni pericolose, anzi pericolosissime, di colui che è stato per quasi tre lustri il magistrato più potente d’Italia (con la benedizione del presidente Giorgio Napolitano) e del Vaticano (Francesco lo volle come presidente del Tribunale della Santa sede) giornali e trasmissioni tv non si scaldano. Preferiscono sorvolare. Forse perché per troppo tempo la stampa progressista (su cui Pignatone firmava dotti editoriali) si è ben guardata dal metterne in discussione il lavoro, a partire dai tempi gloriosi di Mafia Capitale, che mafia non era. E anche quando scoppiò il caso di Luca Palamara, di cui Pignatone era una sorta di fratello maggiore, i cronisti tennero ben distinte le due posizioni.
Ma a tirare giù dal piedistallo il magistrato siciliano ci stanno pensando i colleghi della Procura di Caltanissetta. Per esempio con le 385 pagine di richiesta di archiviazione della Procura di Caltanissetta del 10 aprile 2026 del fascicolo contro ignoti che ha investigato la causa delle stragi del 1992, giungendo alla conclusione che, tra queste, ci sia anche la cattiva gestione del procedimento Mafia e appalti. Nel riferire l’altro ieri in Commissione Antimafia il procuratore di Caltanissetta Salvatore De Luca ha parlato di «un gravissimo errore» commesso dall’allora sostituto procuratore di Palermo Pignatone, ammesso da lui stesso, che avrebbe «vanificato l’80% dell’indagine Mafia e appalti». Per coloro che conoscono gli atti è ben chiaro che De Luca abbia fatto riferimento all’omessa iscrizione di indagati eccellenti (sentiti come semplici testimoni) riferita dai pubblici ministeri Ilde Boccassini e Roberto Saieva.
Oggi gli inquirenti hanno maturato la convinzione che non di «errore» si sia trattato, ma di atti ben ponderati al punto che gli stessi pubblici ministeri nisseni hanno sottolineato «alcune contiguità» di Pignatone «con soggetti appartenenti al mondo mafioso/imprenditoriale dell’epoca», evidenziando come «questo elemento ha certamente inciso rispetto alla sovraesposizione dei magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino», considerata prodromica alla loro eliminazione da parte della Piovra mafiosa. Una vicinanza che sarebbe dimostrata non solo dagli «errori» compiuti da Pignatone nel più importante procedimento di mafia a lui assegnato, ma anche dai 24 immobili acquistati dalla famiglia Pignatone nella palermitana via Turr dalla società Raffaello degli imprenditori mafiosi Vincenzo Piazza, Francesco Bonura e Salvatore Buscemi.
La Procura evidenzia che «Piazza, suo cognato Aurelio Giovanni Chiovaro, i fratelli Salvatore e Antonino Buscemi e Bonura sono stati, negli anni, tutti condannati per associazione mafiosa con pene definitive» e che Piazza, Bonura e Salvatore Buscemi erano massoni della loggia Dante Alighieri. Sui legami tra Pignatone e questi signori gli inquirenti valorizzano le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Angelo Siino, Giovanni Brusca (lodato, per il suo ruolo, da Pignatone sulla Repubblica) e Salvatore Cancemi che, a partire dagli anni Novanta, hanno iniziato a riferire ai magistrati che l’ex giudice del Papa era «a disposizione» dei fratelli Buscemi o «nelle mani» di Vincenzo Piazza. Un’ipotesi negata con forza dalla difesa di Pignatone, ma ritenuta attendibile da De Luca e dai suoi colleghi. Nella richiesta di archiviazione si legge che «non si può in alcun modo convenire sul fatto che gli accertamenti svolti abbiano smentito le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia» e ciò perché «non soltanto sono stati acclarati rapporti patrimoniali di Giuseppe Pignatone sia con i Buscemi che con Piazza, ma le contiguità del nucleo familiare del magistrato con quest’ultimo soggetto iniziano ben prima dell’acquisto dell’immobile di via Turr, atteso che […] fin dal 1964, il nucleo familiare di Francesco Pignatone, padre di Giuseppe, ha vissuto in un immobile costruito da Rosolino Piazza, padre di Vincenzo». Una questione che approfondiremo tra breve.
La Procura di Caltanissetta, come in tutte le indagini di mafia, ha svolto investigazioni sulla famiglia di origine di Pignatone accertando che alle nozze del padre Francesco, celebratesi a San Cataldo il 12 novembre 1947, era stato testimone di nozze Calogero Volpe futuro deputato della Democrazia cristiana per circa un ventennio e definito da Wikipedia «politico, medico e mafioso italiano». La Procura di Caltanissetta ricorda che nella relazione d’opposizione del 4 febbraio 1976 in Commissione parlamentare Antimafia «Calogero Volpe veniva indicato come estremamente vicino a contesti mafiosi» e veniva definito «il cervello politico del sistema di potere mafioso in provincia di Caltanissetta». Tra i grandi elettori del parlamentare ci sarebbe stato anche il boss di Riesi Giuseppe Di Cristina, morto ammazzato nel 1978. Nel documento veniva anche puntualizzato che Volpe «sarebbe stato presente a un comizio tenuto dall’onorevole Pignatone e voluto da don Calò Vizzini, perché si celebrasse l’ideale e le virtù della mafia-politica».
Nel 1964, quando Pignatone ha 15 anni, la sua famiglia si trasferisce a Palermo, nella palazzina dei Piazza. Dei 14 appartamenti divisi su sette piani quattro risultavano di pertinenza della famiglia Pignatone, sei della famiglia Piazza e soltanto i restanti quattro appartenevano a soggetti diversi. Quasi una comune politico-mafiosa. Nel 1980 i Pignatone si spostano in via Turr. In un’intercettazione del 2024 Bonura ha esclamato: «Se ne sono comprate proprietà da Piazza, da noi…ma proprio un mare! Oltre l’appartamento che aveva Pignatone c’ha magazzini, c’ha uffici, ha tante cose!». Confutando la difesa di Pignatone, i pm nisseni annotano che già all’epoca degli acquisti «era evidente che le figure di Vincenzo Piazza e dei soci Francesco Bonura e Salvatore Buscemi, fossero, già al tempo, accostate alla criminalità organizzata». Per quelle compravendite, alla fine degli anni Novanta, Pignatone è stato indagato e archiviato. Anche grazie alla consegna delle matrici degli assegni con cui avrebbe effettuato il pagamento del suo immobile (un pentito aveva parlato di regalo della mafia). Dopo oltre 25 anni i magistrati nisseni non sembrano condividere la scelta del gip che aveva archiviato il caso: «Non si comprende la ragione per la quale Pignatone abbia conservato documentazione totalmente non probante, come le matrici, e non, invece, copia dei titoli che a esse corrispondono o, addirittura, una quietanza dei pagamenti effettuati». E sottolineano «le discrasie tra gli importi delle fatture» emesse dalla società immobiliare Raffaello, controllata dalla mafia, e «le somme indicate nelle matrici», quasi sempre diverse. Addirittura per due assegni da 14 e 6 milioni non si sono trovati i corrispondenti documenti contabili. Senza contare che alcuni pagamenti sarebbero stati emessi in favore di Salvatore Buscemi e non della società venditrice.
Una scelta così stigmatizzata nella richiesta di archiviazione: «Non si comprende a che titolo 2 dei 7 assegni emessi a saldo del prezzo pattuito dovessero essere intestati a Salvatore Buscemi, se si considera che la società venditrice degli immobili era una società di capitali che, come tale, è un soggetto giuridico diverso sia dal suo amministratore che dai soci che ne detengono il capitale». Secondo una consulenza ordinata dalla Procura, alla fine, «Pignatone avrebbe pagato, per l’appartamento acquistato in via Turr, un prezzo sensibilmente inferiore (di circa un terzo) a quello di mercato» e una parte, come ammesso dallo stesso Pignatone nell’interrogatorio, di tale incongruo prezzo sarebbe stata versata in nero.
L’indagato, a verbale, ha dichiarato: «È stato, quindi, pagato un prezzo complessivo di 76.700.000 lire; nell’atto pubblico, stipulato solo a nome di mia moglie, fu indicato, per ben note ragioni fiscali, un prezzo di 55.000.000 (comprensivo della quota di mutuo)». Una scelta borderline che secondo i magistrati avrebbe portato a conseguenze nefaste per il buon nome dell’ex collega: «Pignatone ammette, palesemente, di essersi prestato a consentire un’evasione fiscale ad una società la cui compagine e i cui rappresentanti erano da anni considerati “in odore di mafia”; evasione fiscale concordata con Salvatore Buscemi, capo mandamento di Passo di Rigano. La circostanza assume sicuramente estremo rilievo in relazione all’immagine del dottor Pignatone “agli occhi di Cosa nostra”, con tutto ciò che ne poteva conseguire circa le “chiacchiere” che circolavano sul suo conto in ambito mafioso». Ma da Caltanissetta altre bordate sono state riservate alla gestione del procedimento Mafia e appalti.
L’aspetto forse più inquietante emerso è la disposizione di smagnetizzare le intercettazioni e di distruggere i brogliacci impartita da Pignatone e da Gioacchino Natoli (i due restano indagati per favoreggiamento della mafia in un fascicolo stralciato da quello per cui è stata chiesta l’archiviazione) nel procedimento relativo alle infiltrazioni del clan Buscemi/Bonura nella gestione della cave di marmo di Carrara. La Procura di Caltanissetta in questi mesi ha accertato che, in realtà, l’ordine di distruzione di Pignatone e Natoli, per un caso fortuito, non è stato eseguito dagli uffici e ciò ha consentito il riascolto di quelle conversazioni che fornivano elementi utili perfino alla ricostruzione di un duplice omicidio che coinvolgeva Bonura, vale a dire l’uomo che aveva venduto 24 immobili ai Pignatone.
Gli inquirenti sono arrivati alla conclusione che la distruzione delle intercettazioni per liberare spazio sulle bobine non fosse una prassi consolidata e che, comunque, per farlo sarebbe bastato distruggere il materiale collegato a fascicoli passati in giudicato e proveniente da procedimenti ordinari. Invece a Palermo il solo Pignatone in tutta la Procura del capoluogo siciliano, tra il 1991 e il 1993, avrebbe fatto distruggere prove di inchieste di mafia archiviate e non concluse in modo definitivo.
Nella richiesta di archiviazione la preoccupante ricostruzione viene suggellata con le dichiarazioni rilasciate nel giugno 1992 dalla giornalista Liana Milella. Falcone, prima di morire, le aveva consegnato i suoi diari «per dimostrare il suo “isolamento” nel periodo di permanenza alla Procura di Palermo» dove non poteva più «lavorare efficacemente […] a causa della contrapposizione che si era venuta a creare con il procuratore Giammanco e con i sostituti procuratori più vicini a quest’ultimo, tra i quali in particolare il dottor Lo Forte e il dottor Pignatone».
Tutto questo non è bastato a evitare che Pignatone diventasse, per usare le parole di un suo giovane collega perugino, «un monumento della magistratura italiana».
Continua a leggereRiduci






