
<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/oggi-in-edicola-2659055002.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="particle-1" data-post-id="2659055002" data-published-at="1672620441" data-use-pagination="False">
Unicredit (Imagoeconomica)
Smentita la trattativa da cinque miliardi con Delfin per il 17,5% del gruppo senese.
Unicredit mette un punto fermo. Nega ogni interesse sulla partecipazione del 17,5% che Delfin, la cassaforte degli eredi Del Vecchio possiede in Mps. Definisce le indiscrezioni «pura invenzione». Piazza Affari risponde con quello che sa fare meglio: separa, pesa, giudica. Con un verdetto immediato. Il titolo di piazza Gae Aulenti sale dell’1,4% a 72,4 euro, quello di Montepaschi scivola dell’1,3% a 9,2 euro.
Il comunicato diffuso da Unicredit prima dell’apertura dei mercati non lascia spazio all’interpretazione. Le voci su un interesse per Mps, alimentate dall’ipotesi di un investimento da 5 miliardi per rilevare la partecipazione di Delfin, vengono archiviate come «speculative e ingiustificate». Non solo. L’istituto guidato da Andrea Orcel si dice «rammaricato di dover nuovamente intervenire per smentire voci che sono pura invenzione».
Certo, Unicredit non rinnega la propria vocazione al risiko bancario. Anzi ribadisce che le operazioni di M&A restano «uno strumento strategico per il gruppo» e il team dedicato è lì per «valutare tutte le opzioni». Ma valutare non significa trattare, analizzare non equivale a comprare».
Peccato, perché l’operazione aveva sedotto più di un analista. Deutsche Bank, per esempio, aveva intravisto nella possibile fusione tra Unicredit e Mps una «consistente logica industriale»: più radicamento in Italia, rafforzamento nel credito al consumo e nel private banking, e soprattutto l’effetto Mediobanca, confluita in Mps dopo la più clamorosa operazione di consolidamento dello scorso anno. Senza dimenticare il capitolo Generali, di cui Mps ha ereditato il 13%. Una partita degna del miglior risiko.
Per Mps, invece, la giornata è più complicata. Non tanto per la smentita di Unicredit, quanto per quello che continua a muoversi sotto la superficie. Secondo il Sole 24 Ore, nel comitato nomine della banca senese sarebbero emerse tensioni significative, con un orientamento critico – se non apertamente contrario – alla riconferma dell’amministratore delegato Luigi Lovaglio. Un segnale che pesa, soprattutto perché arriva dopo che a dicembre 2025 il consiglio di amministrazione aveva espresso fiducia unanime nel manager. Poi, con l’avvio delle procedure per la presentazione della lista per il rinnovo all’inizio del 2026, qualcosa si è incrinato. In questo clima, la smentita di Unicredit finisce per avere un effetto collaterale: spegne una possibile opzione strategica proprio mentre a Siena si apre una fase delicata di governance. Non è un caso che il titolo Mps paghi pegno in Borsa, mentre Unicredit viene premiata per aver rimesso ordine nel racconto.
A guardare il quadro dall’alto, però, la storia non finisce qui. Mirko Sanna, analista del settore finanziario di S&P, lo ha detto all’Italy annual press conference dell’agenzia di rating: il consolidamento bancario «continuerà». L’Italia resta un’anomalia, con Intesa da una parte, Unicredit dall’altra e l’assenza di un vero terzo polo in grado di allineare il sistema a quello di Paesi come Spagna e Francia. Il ritiro dell’offerta di Unicredit per Banco Bpm ha lasciato «un’opportunità» Restano molte banche piccole, spesso guidate da holding familiari o interessi locali che dettano strategie individuali. In definitiva come spesso accade nel grande romanzo bancario italiano, il capitolo più interessante potrebbe essere proprio il prossimo.
Continua a leggereRiduci
2026-01-16
Tivù Verità | La sinistra inglese fa entrare gli stupratori ma mette al bando Eva Vlaardingerbroek
L’attivista Eva Vlaardingerbroek racconta il bando imposto dal governo Starmer, denuncia la repressione della libertà di espressione e avverte l’Europa: immigrazione, sicurezza e controllo statale stanno cambiando il volto delle nostre democrazie.
Elon Musk e Keir Starmer (Ansa)
Elon Musk accetta le regole, ma chi lo critica si dimentica che pure le altre app fanno lo stesso.
C’è sempre il sesso nella guerra senza fine tra Elon Musk e Keir Starmer. Ieri il premier britannico ha segnato un punto a proprio favore costringendo il padrone di X a impegnarsi affinché il suo programma di intelligenza artificiale Grok non possa più spogliare le persone reali. In un primo momento, Musk aveva pensato bene di resistere, minimizzando, ma poi, di fronte alla minaccia concreta di vedersi spegnere i social nel Regno Unito, ha garantito il pieno rispetto della legge. Peccato che Starmer si sia dimenticato che esistono anche altre intelligenze artificiali e decine di bot su Telegram che possono costruire dei nudi con il volto di persone ignare.
A inizio anno, il giorno della Befana, Starmer aveva affrontato duramente l’inviso Mister Tesla con un avvertimento in piena regola: «Basta diffondere bugie e disinformazione contro di me e contro il partito laburista». Ce l’aveva con la campagna, in corso da giorni su X, nella quale si accusava il premier di aver insabbiato un vasto scandalo sessuale dieci anni prima, quando era procuratore generale. E in base a quelle accuse a scoppio ritardato, e nonostante le smentite di Starmer (che aveva fatto riaprire alcuni casi), Musk chiese le sue dimissioni. I colpevoli delle violenze sessuali, che sarebbero stati tollerati, erano di origine pachistana e secondo la destra inglese questo sarebbe successo perché l’ossessione per il politicamente corretto di Starmer (che in effetti, da premier, ha poi varato una serie di provvedimenti censori imbarazzanti per la tradizione giuridica britannica) avrebbe preso il sopravvento sulla gestione della giustizia. Il tutto per il timore che si scatenasse una reazione «razzista» contro i violentatori.
Ora, a una decina di giorni da questo violento scontro, con la scusa di Grok, i due hanno di nuovo incrociato le spade. I fatti sono semplici: nei giorni scorsi OfCom, l’autorità britannica delle telecomunicazioni, ha aperto un’indagine formale su X dopo una serie di segnalazioni sulla possibilità che Grok potesse generare immagini sessualizzate di donne e bambini (i cosiddetti deep nude o deepfake sessuali). Il premier laburista ha immediatamente definito la situazione «vergognosa» e «disgustosa» e ha aggiunto che chi viola la legge perde il diritto all’autoregolamentazione. Musk, dal canto suo, inizialmente ha provato a minimizzare la faccenda. Poi, ieri, ecco la marcia indietro. Il proprietario di X ha fatto sapere che Grok «si rifiuterà di produrre qualsiasi cosa illegale, poiché il principio operativo per Grok è obbedire alle leggi di qualsiasi paese o stato».
Lo scandalo esploso nel Regno Unito rischiava di allargarsi a macchia d’olio, anche perché Musk, che è tornato a muoversi ovunque in piena sintonia con Donald Trump, ormai è una figura decisamente polarizzante anche negli affari. E così, sempre su X, il padrone di Starlink ha aggiunto: «Abbiamo messo in atto misure tecnologiche per impedire al profilo Grok di consentire la modifica di immagini di persone reali con abiti rivelatori, come i bikini»,E ha garantito che «questa restrizione si applica a tutti gli utenti, compresi gli abbonati a pagamento». Una precisazione surreale.
Fine della storia, almeno fino al prossimo match Starmer-Musk. Ma il problema della nudification resta quasi intatto. Al momento esiste una quantità imprecisata di servizi simili, facilmente accessibili con una semplice ricerca online o come bot su Telegram, sia gratis che a pagamento. L’uso di questi servizi, in molte nazioni e anche in Italia, senza il consenso della persona è una violazione della privacy e della dignità personale. Molti di questi servizi sono nati come strumenti per creare immagini innocenti. L’ex procuratore Starmer avrà il suo bel da fare a inseguirli tutti.
Continua a leggereRiduci
2026-01-16
Dimmi La Verità | Federica Onori (Azione ): «I 5s si smarcano sulla risoluzione sull'Iran»
Ecco #DimmiLaVerità del 18 gennaio 2026. La deputata di Azione Federica Onori commenta lo smarcamento del M5s sulla risoluzione sull'Iran.






