
<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/oggi-in-edicola-2659055002.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="particle-1" data-post-id="2659055002" data-published-at="1672620441" data-use-pagination="False">
Vincenzo De Luca (Ansa)
L’ex governatore campano, che da oltre 30 anni amministra il potere tra Salerno, Parlamento e Regione, è pronto a tornare sindaco. Temperamento vulcanico e tempi comici da professionista, iniziò la sua carriera nel Pci, per poi sposare il dogma ordine e disciplina.
Cognome e nome: De Luca Vincenzo. Nato a Ruvo - «Ruve» per gli autoctoni lucani - del Monte, in quel di Potenza, nel 1949.
Energico ed esuberante politico che si ricarica quando sta in carica (suonando la carica: è bersagliere onorario dal 19 maggio 2013). Un Duracell del potere locale, decentrato ma comunque «di peso», visto che la Campania - di cui VDL è stato governatore fino all’anno scorso - ha un Pil di oltre 111 miliardi di euro (anno 2024), un terzo del Pil di tutto il Sud.
Sindaco di Salerno per complessivi 17 anni. Una prima volta dal 1993 al 2001.
Stante il limite dei due mandati, si parcheggiò in Parlamento, eletto nella lista Ds/Ulivo, venendo riconfermato nel 2006.
Ma a Montecitorio si annoiava: «Mi si anchilosò il dito a forza di schiacciare il pulsante».
Eccolo quindi di nuovo primo cittadino dal 2006 (con una lista propria, senza l’appoggio di Ds e Margherita) al 2010, quando viene candidato dal centrosinistra alla presidenza della Regione, ma perde contro Stefano Caldoro.
Non sapendo che fare, ma sempre con il gradimento dei salernitani (il sindaco più amato del Belpaese, secondo l’annuale classifica del Sole 24 Ore del 2008, con tre cittadini su quattro più che soddisfatti del suo operato), arricchisce il suo curriculum con altri quattro anno da sindaco.
Fino al 2015, quando viene eletto governatore, con tanto di bis nel 2020.
Siccome nel 2025 non ha potuto competere per la terza volta, se n’è fatto una ragione trattando con Elly Schlein l’appoggio al pentastellato Roberto Fico in cambio dell’incarico di segretario del Pd regionale.
Magnanimamente non per sé, ma per il figlio Piero («la famiglia innanzi tutto» è un mantra, a destra come a sinistra).
VDL aveva dunque deciso, a 76 anni, di godersi la meritata pensione e una serena vecchiaia?
Macché.
L’ho immaginato - come Adriano Pappalardo in Ricominciamo - cantare al Pd: «E lasciami gridare / lasciamo sfogare / io senza potere non so stare», intraprendendo la sua ennesima battaglia elettorale, la quinta (si vota il 24 e il 25 maggio), per tornare ad amministrare Salerno.
In realtà, l’appuntamento con le urne era per l’autunno prossimo.
Ma a gennaio sono intervenute le dimissioni-lampo dell’ex sindaco Vincenzo Napoli, proprio per spianare la strada all’ex presidente di regione, desideroso di sedersi subito su quella poltrona.
Risultato? Pd in bambola, e conseguente decisione di non dargli il simbolo (in un clima di apparente condivisione: «È De Luca junior a negarlo al padre, tanto le insegne di partito non ci sono mai state alle Comunali»), più che altro per non compromettere i delicati equilibri della maggioranza in Regione. Dal momento che il M5s ha detto no dal primo momento a un ritorno di De Luca senior a Salerno.
Questo per ricordare come il «campo largo» sia una chimera a Roma come in provincia.
VDL. Riformista pragmatico, ipse dixit.
Capace di volare a Los Angeles nel 2008 per convincere l’architetto Frank Owen Gehry, autore del museo Guggenheim di Bilbao in Spagna, a progettare il termovalorizzatore di Salerno. L’idea si rivelò tuttavia troppo complicata: «Due anni e mezzo solo per il progetto esecutivo, non potevamo aspettare».
Già comunista old school.
«Fece il servizio militare con Fausto Bertinotti, peccato che nessuno sceneggiatore, tipo i Vanzina, se ne sia mai accorto» ha infierito Pino Corrias nel 2020 sul Fatto quotidiano (diretto da quel Marco Travaglio che De Luca, sempre impegnato a difendere «la mia immagine di carogna», spera «di incontrare di notte, al buio», e non pare per un rendez-vous romantico).
«Quando al sindaco De Luca piacevano le fontane, ne fece costruire una per ogni piazza, e la più appariscente di tutti in mezzo al mare, in un tripudio di zampilli. Per questo fu soprannominato dal popolino Vicienzo ’a funtana» annotò Angelo Mastrandrea sul manifesto del 12 settembre 2006.
Articolo che ricordava come la sua parola d’ordine da sindaco fosse «rigore, repressione, ordine e solidarietà» tanto da munire i vigili motociclisti e le pattuglie mobili di agenti municipali di manganelli: “Ma come, proprio lui che quando era un militante comunista li assaggiò sulla propria testa durante un’occupazione di terre a Persano nel 1979 e capì, parole sue, “il senso dell’espressione”, tutta campana, “sentire ’a botta ’ncuorpo”».
Sì, lui, che spiegò come lo sfollagente fosse «uno strumento della solidarietà e della non violenza», e ciccia.
VDL. Politica e commedia dell’arte.
L’Hugo Chavez del Vesuvio, secondo Antonello Caporale, che con Salvatore Merlo ha scritto Destra, sinistra e viceversa (Marsilio, 2024), in cui VDL è dipinto come «l’esponente del Pd che odia il Pd, l’uomo politico che da oltre un ventennio gestisce il potere rinfacciando il potere agli altri, ma poi è il dante causa della scelta monarchica, della trasmissione del potere per via ereditaria, uomo di sinistra che utilizza il linguaggio più trito della destra, un borghese che all’occorrenza si fa proletario, confondendo élite e popolo, progetti e premonizioni», ahpperò.
VDL. Il Mike Tyson del Volturno.
Uno sceriffo dal linguaggio insopportabile, per Roberto Saviano.
De Lucashenko, come Aleksandr Lukashenko, presidente della Bielorussia ma già generale sovietico, per come ha affrontato l’emergenza Covid: «In piena pandemia mi arrivano notizie che qualcuno vorrebbe preparare la festa di laurea. Mandiamo i carabinieri, ma li mandiamo con i lanciafiamme», anche perché «i no-mask non sono un fenomeno, ma imbecilli fenomenali».
Per Carlo Verdone «il più grande attore vivente», con tempi «da grandissimo caratterista della tradizione partenopea, lo invidio, e mi rode perché non riesco ad imitarlo».
VDL ha ricambiato - incontrandolo al Museo Madre dove Verdone espose nel 2020 42 foto, titolo della mostra: Nuvole e colori - definendo il linguaggio comico dell’attore «una felice sintesi di quello di Alberto Sordi e del principe Antonio De Curtis», in arte Totò.
Una soavità quasi inconsueta, tenuto conto dei complimenti rivolti ad amici e avversari da almeno vent’anni a questa parte, da quando cioè deliziava i salernitani ogni venerdì con le dirette attraverso le telecamere di Lira tv: miserabili, poveri uomini, nullità politiche, cialtroni, idioti, dementi, tristi, anime morte, manovali, cafoni, fessi, sfessati, bestie malvissute, farabutti, infami, somari, chiaviche, iettatori, nullità, pippe e mezze pippe.
A Rosy Bindi andò peggio: «Un’infame da uccidere».
Frase captata a intervista finita - con Matrix, Canale 5, novembre 2016 - con quello che VDL bollò come «l’ennesimo atto di delinquenza giornalistica. Non c’era e non c’è alcun problema con l’onorevole Bindi, cui riconfermo, al di là di ogni differenza politica, il mio rispetto oltre ogni volgare strumentalizzazione», che lui stesso però aveva alimentato, avendo presentato una denuncia-querela contro Bindi, presidente della Commissione Antimafia.
Accusandola di aver «danneggiato in maniera pesante e consapevole il Pd a 24 ore da un voto importante (le elezioni regionali del 2015, nda). Nei Paesi civili che si rispettano impresentabili sono coloro che hanno una condanna definitiva, e non quelli che stanno sullo stomaco a qualcuno». Impresentabilità che era collegata a una vicenda giudiziaria (le ipotesi di reati erano concussione, truffa abuso d’ufficio, legate alla vicenda Sea Park, il parco marino mai realizzato di Salerno) da cui nel settembre 2016 De Luca fu assolto, dopo 18 anni (!), «perché il fatto non sussiste».
Nel febbraio 2024, il format «fuori onda» si ripete: mentre è seduto a parlare, su un divanetto della Camera dei deputati, con Francesco Verderami del Corriere della Sera, qualcuno lo registra mentre dà della «str...» a Giorgia Meloni per non aver ricevuto una delegazione dei 550 sindaci sbarcati a Roma per protestare contro l’autonomia differenziata, e averli invitati ad «andare a lavorare». «Ma lavora tu, str...!».
La vendetta della premier si consumò a Caivano a maggio.
Andandogli incontro, Meloni, sguardo saettante, lo inchiodò: «Presidente De Luca, (ecco) quella str... della Meloni. Come sta?».
De Luca rimase fulminato, perdendo il timing per una replica (da lui ci si sarebbe potuti aspettare una cosa tipo: «Via, Presidente, con rispetto parlando: non si sopravvaluti»), risposta - fiacca - che arrivò 48 ore dopo: «Ho visto che Meloni ci ha tenuto a comunicare la sua nuova e vera identità, e noi non possiamo che concordare, ovviamente».
Nel 2007, all’inaugurazione dei lavori del Crescent - un complesso architettonico progettato dall’archistar spagnolo Ricardo Bofill nell’area prospiciente il lungomare di Salerno, in modo da creare un nuovo spazio in forma di semicerchio - esternò il suo proposito finale: «La piazza rappresenterà la liberazione, la vittoria di una battaglia che ha richiesto impegno e sacrificio personale. Per questo mi piace immaginare l’urna con le mie ceneri posta al suo centro».
Per poi aggiungere, non si sa se con scaramantico gesto apotropaico: «Anche se m’aspetto che accada tra moltissimi anni».
Augurio che sinceramente sottoscriviamo.
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Donald Trump prega insieme ai pastori evangelici
Un pezzo dell’amministrazione di Donald Trump considera un obbligo religioso sostenere Israele.
I cattolici presenti nell’attuale amministrazione Usa, probabilmente quella con più cattolici della storia, si stanno trovando in singolare contrapposizione con gli esponenti del «protestantesimo sionista» e non certo per motivi squisitamente religiosi quanto per le implicazioni geopolitiche che le convinzioni basate sul dispensazionalismo generano.
Dopo l’eccellente inquadramento della questione politica fatto da Martino Cervo, potrebbe essere interessante approfondire l’impostazione teologica, e i rischi connessi, che anima questa particolare posizione in seno al movimento evangelico statunitense. Con il termine «dispensazionalismo» si intende una particolare corrente teologica, nata nell’Ottocento in ambito quasi esclusivamente americano, che rappresenta una delle forme più influenti di interpretazione letteralista della Bibbia, con particolare attenzione all’Antico testamento. Fondato da John Nelson Darby, il dispensazionalismo deve il suo nome all’idea secondo la quale la Storia sarebbe divisa in «dispense» (o capitoli): sette periodi distinti in cui Dio tratta l’umanità secondo regole diverse generando così i diversi periodi storici. La novità più radicale è la distinzione netta e permanente tra Israele, cui spetta la promessa di dominio terreno «divina e perciò irrevocabile», e la Chiesa intesa come prefigurazione momentanea ed esemplificativa degli Ultimi tempi.
Quella che nacque come corrente ermeneutica si impose presto presso tutte le principali confessioni protestanti americane come la lettura principale della Bibbia, in particolare dei passi di più difficile interpretazione, sino ad assumere nel Novecento connotati apertamente sionisti in quanto l’istituzione dello Stato d’Israele viene vista come il compimento di una delle «dispense» della Storia. A causa della centralizzazione, tipicamente luterana, della Lettera ai Romani, tutto il protestantesimo americano legge non solo sé stesso come «la nuova Israele» alla conquista della «città sulla collina» ma, in particolare, considera gli ebrei tuttora «popolo eletto» malgrado il non riconoscimento di Cristo e legge tale rifiuto come una necessità provvidenziale in funzione apocalittica.
Su questo punto si gioca tutta la delicata questione del «sionismo evangelico» e cioè dell’idea in base alla quale per ottemperare al proprio ruolo apocalittico i cristiani devono riconoscere a Israele la preminenza nel dominio «su ciò che è stato loro promesso» (la terra) mentre devono tenere per sé l’aspirazione per «il Regno dei cieli». Così facendo, si compirà l’Apocalisse, Israele edificherà il terzo Tempio e Cristo tornerà nella sua seconda e ultima venuta durante la quale anche gli ebrei lo potranno riconoscere come Messia giacché i segni richiesti per tale riconoscimento saranno realizzati dall’avvenuta ricostituzione del Regno d’Israele e nulla si frapporrà più alla «fine dei tempi».
Guardandoci bene dall’affrontare qui gli aspetti scritturistici, ermeneutici e teologici della questione - e limitandoci, in attesa della sua beatificazione prevista per settembre, a citare il vescovo americano Fulton John Sheen: «Grazie a Dio sono cattolico» - non possiamo fare a meno di notare come tale impostazione teologica si sia fatta, in più di un esponente del governo Usa tra cui lo stesso Pete Hegseth, vera e propria motivazione geopolitica. Ritenere, infatti, che sia un obbligo religioso dei cristiani sostenere sempre e comunque Israele nella sua politica estera, corre il rischio di portare ad una sorta di neopelagianesimo, cioè di «autosalvezza». Secondo questa prospettiva, infatti, l’uomo opera la propria redenzione senza attendere la Grazia ma, anzi, imponendo il proprio disegno con la forza, giungendo a considerare il sacrificio degli altri - le vittime dei conflitti bellici - come prezzo necessario per «indurre» la venuta del Messia. In quest’ottica non sarebbe dunque Dio a salvare l’uomo nella storia, ma sarebbe la storia, e la potenza militare, a confermare l’elezione divina.
In questa ennesima riproposizione del messianismo, i fatti del presente sarebbero sempre e comunque giustificati dal futuro, un futuro che, se ancora non si è realizzato, è perché non si è portato sino alle estreme conseguenze basate sui fatti del presente. E non è un caso se a fuoriuscire da questo circolo vizioso la Chiesa cattolica abbia provveduto da tempo non soltanto, con Tommaso e Agostino, riconoscendo alla guerra la natura di «conseguenza del peccato» e mai di «strumento eletto», ma accettando per sé quel ruolo di «trattenitrice del male» di cui si parla nella Seconda lettera di San Paolo agli Efesini e che già Carl Schmitt riconobbe nella sua declinazione politica.
Si spiegano, dunque, così gli attacchi che alcuni esponenti del governo Usa hanno condotto prima al cattolicesimo e poi al Papa, giacché il realismo cattolico non può non porsi naturalmente contro ogni messianismo politico, non può sottrarsi dal riconoscere che ogni salvezza conquistata sulla Terra non è altro che escatologia immanentizzata, cioè il solito tentativo di dire che se non c’è niente oltre il mondo allora la salvezza è la conquista dei beni terreni, del potere e della forza, tutti segni della benedizione di Dio. Lo stesso discorso che qualcuno fece a Cristo dal pinnacolo del Tempio.
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Papa Leone XIV (Ansa)
Giovedì 14 maggio Leone XIV parlerà nell’università che, 18 anni fa, sprangò le porte a Benedetto XVI. Oggi come allora, le autorità della Chiesa vanno bene quando rientrano nei confini del pensiero prevalente, come testimoniano Matteo Zuppi e Vincenzo Paglia.
Chissà se questa sarà la volta buona. Il 14 maggio papa Leone XIV dovrebbe visitare l’Università La Sapienza di Roma, lo stesso ateneo che nel 2008 respinse con rabbia Benedetto XVI offrendo una clamorosa anticipazione della censura woke che sarebbe divenuta prassi circa un decennio dopo. Leone, fanno sapere dalla Sala stampa vaticana, dovrebbe cominciare la visita alle 10.20 dalla cappella universitaria «Divina Sapienza», dove ad accoglierlo ci saranno il cardinale vicario Baldo Reina, la rettrice dell’Università, Antonella Polimeni, e il cappellano don Gabriele Vecchione.
Dopo un momento di preghiera silenziosa, il pontefice dovrebbe spostarsi nel piazzale centrale dell’università per un saluto agli studenti. Alle 10.45 avrà un colloquio con la rettrice, quindi sarà scoperta una targa celebrativa della giornata. Fatti i saluti di rito al personale, alle 11.15 papa Leone sarà accompagnato a visitare le mostra «Sapienza e il Papato». Infine il momento più delicato: un discorso nell’Aula magna a docenti e studenti.
«Papa Leone XIV ha mostrato sempre grande attenzione al mondo giovanile e ha chiesto alla sua diocesi di accompagnare i cammini di crescita nella fede delle nuove generazioni», dice il comunicato ufficiale del cardinale Reina. «La Sapienza Università di Roma è la più grande università d’Europa. Entrare in dialogo con quanti si affacciano al futuro attraverso le varie scienze e la ricerca è di fondamentale importanza. Ci metteremo in ascolto di quanto il Santo Padre dirà durante la visita e ne faremo tesoro per la pastorale universitaria e la pastorale giovanile».
Rispetto al caso di Benedetto XVI si nota una differenza sottile ma determinante. Ratzinger fu invitato dall’allora rettore, Renato Guarini, all’inaugurazione del settecentocinquesimo anno accademico dell’ateneo romano, il 17 gennaio del 2008. Avrebbe dovuto tenere una lectio magistralis, non un semplice discorso. Fu proprio questo a far inviperire alcuni docenti. In 67, tra cui il futuro premio Nobel Giorgio Parisi, scrissero una lettera al rettore contestando duramente la sua decisione di concedere spazio al Papa. Il primo a protestare fu Marcello Cini, fisico e docente emerito della Sapienza, secondo cui la presenza di Ratzinger sarebbe stata «considerata, nel mondo, come un salto indietro nel tempo di 300 anni e più». Cini non ne fece solo una questione di forma, ma soprattutto di sostanza. Egli contestava «la linea politica del papato di Benedetto XVI», che «si fonda sulla tesi che la spartizione delle rispettive sfere di competenza fra fede e conoscenza non vale più».
Il professore insisteva sulla «pericolosità dal punto di vista politico e culturale» di tale visione. «Ci vuole un bel coraggio a sostenere questa tesi e nascondere sotto lo zerbino le Crociate, i pogrom contro gli ebrei, lo sterminio degli indigeni delle Americhe, la tratta degli schiavi, i roghi dell’Inquisizione che i cristiani hanno regalato al mondo», scrisse Cini particolarmente risentito. In realtà, egli - volutamente o meno - aveva profondamente frainteso la posizione di Benedetto XVI pronunciato a Ratisbona e in generale il pensiero del Papa, il quale non voleva sovrapporre la fede alla scienza ma rivendicare il ruolo della ragione umana anche nell’esperienza della fede cristiana. Con tutta probabilità, però, più che le motivazioni filosofiche, a rilevare fu il contesto politico. Ratzinger aveva da poco pronunciato il celeberrimo discorso di Ratisbona e per i laicissimi e tollerantissimi professori italiani risultava inaccettabile ospitare un Papa accusato da sinistra di islamofobia e conservatorismo.
Come si diceva, quel grottesco episodio fu non solo una incredibile dimostrazione di ostilità e di rifiuto del dialogo, ma pure una potente cartina di tornasole del rapporto di buona parte dell’intellighenzia italica con il pensiero cattolico e con la figura del pontefice. Ai nostri illustri pensatori, progressisti ma non soltanto, i Papi, gli altri prelati e i preti vanno bene quando si attengono al copione già scritto, quando rientrano nei ristretti confini del pensiero prevalente.
Va bene il presidente della Cei, Matteo Maria Zuppi, quando tratta con benevolenza più o meno esplicita il fronte del No al referendum. Vanno bene i pensatori come monsignor Vincenzo Paglia quando se la prendono con Peter Thiel ed Elon Musk, accusati l’altro giorno sulla Stampa di essere dei pericolosi transumanisti (ed è curioso che lo stesso Paglia, come molti altri illustri esponenti della gerarchia ecclesiastica, abbia sempre contestato con veemenza populisti e sovranisti che pure si opponevano all’ideologia digitale, al transumanesimo e alla globalizzazione sfrenata sostenuta dalle Big tech).
La cultura cristiana, in sostanza, è sopportata fino a che si mostra addomesticata, finché le tesi che esprime sono profittevoli e utili al discorso politico progressista. Ma se osa alzare la testa, scendere in profondità e sfiorare temi più delicati, suscita immediatamente sdegno e rigetto. Per questo sarà molto interessante ascoltare fra qualche giorno il discorso del Papa, anche se non sarà una lectio magistralis. Anche se ammesso quale visitatore e non docente, e a meno di sorprese, un pontefice entrerà alla Sapienza e si rivolgerà a studenti e docenti. I quali, chissà, potrebbero perfino imparare qualcosa dalle sue parole, ammesso che vogliano ascoltarle.
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Giuseppe Valditara (Ansa)
Una commissione ministeriale propone di spostare la lettura dei «Promessi sposi» di Alessandro Manzoni al quarto anno di liceo. Il motivo? Oggi gli studenti sono abituati alla comunicazione breve e faticano a comprendere i testi lunghi.
«Questa riforma non s’ha da fare». Si potrebbe ricorrere alla parafrasi di una delle battute più celebri de I promessi sposi per sintetizzare l’attuale posizione del ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, rispetto a una delle proposte di revisione dei programmi scolastici liceali avanzate nei giorni scorsi da una commissione ministeriale formata da docenti di scuola superiore e dell’università.
Proposta in base alla quale la lettura del capolavoro ottocentesco di Alessandro Manzoni andrebbe spostata dal secondo al quarto anno dei licei. Valditara si è appunto mostrato scettico: «È una proposta della commissione. Ha una sua ragionevolezza ma ho qualche perplessità, perché ritengo che I promessi sposi siano particolarmente formativi anche per un giovane di 14-15 anni. Penso sia prematuro dare per scontata questa innovazione».
In sé, il cambiamento suggerito dalla commissione non avrebbe nulla di particolarmente traumatico o rivoluzionario e, come osservato dallo stesso Valditara, esso non appare nemmeno privo di una sua ragion d’essere. Ma è proprio questa ragion d’essere a suscitare domande e qualche preoccupata considerazione sull’istruzione italiana nel suo complesso. Per suffragare il differimento di un biennio della lettura del romanzo manzoniano, pietra angolare della letteratura del nostro Paese e testo che - «risciacquando i panni in Arno» - ha posto le fondamenta della lingua italiana odierna, i redattori della bozza delle nuove linee guida per i licei affermano: «Com’è evidente, I promessi sposi non sono più un “classico contemporaneo”. Al secondo anno del biennio, a discrezione dell’insegnante, in alternativa al romanzo di Manzoni sarà pertanto possibile far leggere integralmente agli studenti altri libri meno complessi dal punto di vista linguistico (per esempio quelli elencati nelle righe precedenti), rimandando la lettura de I promessi sposi, in forma integrale o per brani, al quarto anno del percorso di studio».
Si potrebbe intanto obiettare che la definizione «classico contemporaneo» - recuperata dai programmi scolastici di fine Ottocento - è non solo sorpassata ma una contraddizione in termini, dato che un classico è necessariamente e sempre contemporaneo (cioè in grado di parlare a noi come ha fatto con i nostri predecessori), altrimenti classico non sarebbe. Inoltre, molti degli autori che vengono suggeriti come possibili sostituti non risultano affatto linguisticamente meno complessi del Manzoni de I promessi sposi (il che segnala un certo disorientamento da parte dei componenti della commissione): si pensi a nomi come Aldo Palazzeschi, Beppe Fenoglio, Cesare Pavese, Pier Paolo Pasolini, Leonardo Sciascia e Giuseppe Pontiggia, per non parlare di stranieri quali Stendhal, Dickens, Tolstoj, Dostoevskij, Henry James e Kafka.
A destare inquietudine, però, è soprattutto il motivo del rinvio: poiché gli studenti di oggi non hanno confidenza con la lettura di «testi lunghi» (che dunque faticano a comprendere) e viceversa sono «abituati alla comunicazione breve», si ritiene opportuno - anziché provare a mitigarla almeno a scuola - assecondare in tutto e per tutto tale deriva, arrendendosi al fatto che le nuove generazioni dispongano di sempre più limitate capacità cognitive. È un percorso che sembra smentire gli intenti della «scuola del merito» - l’approccio educativo e didattico promosso, sulla carta, dall’attuale governo - e che somiglia piuttosto a una resa a quel livellamento verso il basso che ha caratterizzato, con forti accelerazioni nei tempi più recenti, l’ultimo mezzo secolo d’istruzione in Italia. Peraltro, il fatto che le difficoltà nella comprensione di un testo siano così diffuse e gravi persino fra gli studenti liceali chiama in causa, e pone sotto accusa, l’intero ciclo di studi che questi studenti hanno svolto in precedenza, ossia negli anni della scuola primaria e secondaria di primo grado (elementari e medie); oltre, ovviamente, a evidenziare i limiti - se non proprio a sancire il fallimento - di quell’insegnamento da remoto a cui gli odierni liceali sono stati a lungo costretti durante il periodo della pandemia.
Ieri, su Repubblica, il professor Claudio Giunta, coordinatore della commissione ministeriale per le Indicazioni nazionali di letteratura, ha scritto che «I promessi sposi risultano incomprensibili a molti studenti: incomprensibili, dunque scoraggianti, frustranti, e quindi inutili. Sarà bene che questi studenti comincino la loro carriera di lettori “seri” con un libro oggettivamente molto difficile oppure con un libro più facile, per poi arrivare due anni dopo, adeguatamente maturi, alla difficoltà di Manzoni?».
Ammesso e non concesso che i libri proposti in alternativa - lo si è già detto - siano più «facili», il vero rischio derivante dal considerare I promessi sposi un romanzo «oggettivamente difficile» è ritrovarsi poi con degli studenti che, una volta usciti dal liceo, si domandino: «Manzoni! Chi era costui?». Senza nemmeno immaginare di stare citandolo, Manzoni.
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