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Il vicepremier e segretario della Lega Matteo Salvini partecipa al gazebo del partito in via Dante a Milano (Ansa)
Il Carroccio raduna il suo popolo al grido di «Senza paura» davanti al Duomo di Milano (ore 15). Nel mirino la miopia di Bruxelles davanti alla crisi e alla guerra, l’austerity autolesionista e l’immigrazione selvaggia.
«Con noi l’Europa è ferma ai sorrisini della Merkel e Sarkozy». La marcia d’avvicinamento alla manifestazione organizzata dalla Lega per domani (ore 15) in piazza del Duomo a Milano è concentrica, parte da più punti cardinali.
Quello del senatore Claudio Borghi è economico, la sua declinazione di «padroni a casa nostra» (romantico slogan dell’era bossiana recuperato per l’occasione) ha come fulcro la crisi energetica provocata dalla guerra e dalla chiusura ideologica di Bruxelles sul Patto di stabilità. Poi ci sono il tema della sicurezza, della sovranità nazionale, della pace a dare profondità al raduno e a mettere a disagio la sinistra movimentista, convinta di avere l’esclusiva della piazza per decreto. E così infastidita da appiccicare all’evento la parola «remigration» (mai citata da nessuna parte) nel tentativo di dare una spolverata di razzismo al tutto.
La kermesse s’intitola «Senza paura», come stava scritto sulla maglietta che i consiglieri regionali leghisti hanno indossato qualche giorno fa nell’assise lombarda. Ce l’ha anche il presidente regionale Attilio Fontana, al quale l’opposizione aveva chiesto di non partecipare. «E invece ci sarò. Non nel ruolo istituzionale ma da libero cittadino e da militante della Lega. Allo stesso modo in cui i sindaci del Pd partecipano ai cortei organizzati dal loro partito. E parteciperò a una manifestazione che, contrariamente alla strumentalizzazione della sinistra, non ha come tema la “remigrazione” ma una severa critica alle politiche europee, comprese quelle sull’immigrazione. Detto che non c’è nulla di sbagliato nel rimpatriare chi delinque, nel raduno di sabato ci sono tante altre battaglie».
Una in particolare interessa a Fontana, non ha niente di populista e riguarda il supporto alle categorie più fragili, che stanno pagando con tagli lineari la stagione bellicista di Ursula Von der Leyen. «Ormai da mesi mi batto contro una centralizzazione dei fondi di coesione europea che rischia di far perdere alla Lombardia 1 miliardo di euro. Sarebbe il disastro più grande per i territori dopo la distruzione dell’automotive. Noi siamo ancorati a cose concrete, ci battiamo per i nostri cittadini. Perché la sinistra non parla di questo?». Riguardo all’immigrazione incontrollata che fa di Milano un esempio plastico del disastro, lo stesso sindaco Giuseppe Sala - pur prendendo le distanze per ovvie ragioni politiche - è costretto ad ammettere: «La parola “remigration” non mi convince. Peraltro ribadisco che non sono tra quelli che dicono no ai rimpatri. Se qualcuno commette crimini tali da giustificare un rimpatrio, ben venga».
Gli organizzatori assicurano che la manifestazione sarà pacifica, coordinata, nel rispetto delle regole. Unico problema, le provocazioni dei centri sociali che hanno allestito in città alcune «contro-manifestazioni» spot, con lo scopo di fomentare disordini. L’europarlamentare milanese Silvia Sardone richiama «il diritto costituzionale a manifestare pacificamente. Allo stesso modo vedo la necessità di tutelare l’ordine pubblico e di condannare ogni forma di violenza e intimidazione legata a sigle antagoniste, già protagoniste di episodi di aggressione alle forze dell’ordine e danneggiamenti». Massimiliano Romeo, capogruppo in Senato e segretario regionale, mette il punto: «Ci sono temi, come l’Europa, sui quali è giusto alzare la voce. La Lega ha nel suo Dna l’essere un partito di governo, e lo siamo in Italia e in Regione Lombardia, ma anche di lotta, e lo siamo in Europa. Contro le misure di austerity e ideologiche sostenute dal Pd, che vorrebbero impedire ai singoli Stati di attuare politiche economiche per sostenere le famiglie e le imprese».
Senza paura. Non ne ha mai avuta il senatore Claudio Borghi, che punta il dito contro la rigidità di Bruxelles nell’allargare il Patto di stabilità nonostante l’economia di guerra. «Dobbiamo prevenire invece che curare. Dire come fa Von der Leyen che gli aiuti verranno concessi solo se la situazione peggiora, vuol dire essere pazzi; significa essere pronti ad aiutare l’impresa solo dopo che ha tirato giù la saracinesca. La verità è che la vera faccia della Ue è sempre quella del sorrisino di Angela Merkel e Nicolas Sarkozy con Silvio Berlusconi. Il gioco è truccato, è un tavolo di bari come allora. E il pollo che sta al tavolo è sempre l’Italia. Oggi non c’è più lo spread, oggi è la Francia a essere dal lato debole. Ma potendo contare sul nucleare, soffre la guerra energetica meno di noi. E riecco le rigidità, i ricatti, le fregature. Non siamo più padroni a casa nostra e vorremmo tornare a esserlo».
Il cuore della protesta di «Niente paura» è questo, la difesa degli interessi italiani. Per Borghi un esempio lampante è il contributo negato alla Biennale di Venezia per la presenza degli artisti russi. «Penso che fare l’esame del Dna all’arte sia una grande sciocchezza. L’Ue congela i 2 milioni che ci spettano? La risposta migliore sarebbe scalare 2 milioni a fine anno dalla cifra miliardaria che ci chiedono come contributo all’Unione. Voglio vedere cosa dicono».
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Caccia all’uomo alla ricerca dei banditi, almeno tre, che nella giornata di ieri hanno compiuto una clamorosa rapina alla filiale della Crédit Agricole di Piazza Medaglie d'Oro, nel quartiere Vomero a Napoli. I rapinatori, dopo aver scassinato e portato via diverse decine di cassette di sicurezza, si sono dileguati allontanandosi nelle fogne. Venticinque tra dipendenti e clienti sono stati tenuti in ostaggio dai banditi, che avevano il volto coperto da maschere che alcuni hanno ricondotto al volto di attori cinematografici.
I clienti della Crédit Agricole di Piazza Medaglie d'Oro, a Napoli, si sono messi in fila da questa mattina — dopo essere rimasti già fino a notte davanti all’istituto di credito — per fornire al personale i dettagli relativi alle proprie cassette di sicurezza, bottino dei rapinatori che ieri hanno svaligiato la banca. «L’hanno aperta con il cacciavite. È diventato troppo facile rapinare una banca», racconta una donna dopo aver scoperto che la sua cassetta di sicurezza è stata aperta.
Sul luogo della rapina sono presenti anche gli uomini della municipalizzata Abc Napoli. Gli operai dovranno infatti aiutare le forze dell’ordine e gli investigatori a individuare il percorso che i banditi avrebbero seguito per la fuga, riuscendo ad allontanarsi attraverso le fogne. È stato scavato un tunnel, frutto di un lavoro evidentemente minuzioso e particolarmente lungo nel tempo: un’attività condotta con modalità che fanno pensare anche a mani esperte, capaci di effettuare lo scavo senza farsi notare.
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L'identità dell'Occidente si fonda su secoli di storia cristiana, oggi più che mai minata dal diavolo. Quando Trump utilizza l'Ia per raffigurarsi nei panni di Gesù Cristo, attacca papa Leone XIV o si circonda di santoni, pseudosacerdoti e predicatori nello Studio Ovale, quella non è parodia: è blasfemia. L'Europa farebbe bene a risvegliarsi quanto prima dall'ateismo dilagante.
Giuseppe Conte alla Camera dei Deputati durante l'esame della deliberazione in merito alla proposta di elevazione di un conflitto di attribuzione innanzi alla Corte Costituzionale per i reati ministeriali sul caso di Giusi Bartolozzi, Roma, 14 Aprile 2026 (Ansa)
L’«avvocato del popolo» sfida Fratelli d’Italia a discutere del caso mascherine in un’aula di tribunale ma, da due anni, si rifiuta di apparire davanti alla commissione d’inchiesta che tratta questa vicenda. Eppure un modo per farlo ci sarebbe...
Ha sfidato i deputati di Fratelli d’Italia ad andare a parlare «in tribunale» della vicenda sulle mascherine che lo riguarda evocando ipotetiche «diffamazioni» ma non intende ricorrere alla soluzione procedurale che gli consentirebbe, intanto, di parlarne in commissione Covid, dove non si presenta dal 2024.
È quantomeno singolare la reazione di Giuseppe Conte alle denunce di Fratelli d’Italia riguardo la vicenda di Luca di Donna, avvocato vicino al leader del Movimento Cinque Stelle (lavorava nello stesso studio del professor Guido Alpa, come l’ex premier) che nelle prime fasi della pandemia si proponeva come «facilitatore» di finanziamenti pubblici e affari con Invitalia e la struttura commissariale di Domenico Arcuri, in cambio di sostanziose provvigioni. Fratelli d’Italia ha chiesto un’informativa urgente al governo e al ministro della Salute e l’esame di tutti i documenti esistenti e relativi ai «fatti gravi che continuano ad emergere sulla vicenda delle mascherine e sulle ipotesi di tangenti richieste dai colleghi di Giuseppe Conte», ha denunciato in Aula la capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione covid, Alice Buonguerrieri. «Più imprenditori sotto giuramento sono venuti a riferire in commissione Covid dell’esistenza di quello che appare come un vero e proprio sistema - ha puntato il dito Buonguerrieri - l’avvocato Luca Di Donna, collega dell’allora Premier in carica Giuseppe Conte, incontrava imprenditori presso lo studio del professor Alpa, mentore di Giuseppe Conte e in quello studio, nel quale lo stesso Giuseppe Conte ha lavorato, chiedeva, per risolvere problemi o agevolare affari con l’amministrazione dello Stato, una percentuale sul fatturato pari a decine di milioni di euro. Noi parliamo di un giro di percentuali dalla dimensione unica nella storia della Repubblica italiana. E chi deve rispondere di queste gravi accuse ha un nome e un cognome, Giuseppe Conte», ha concluso, accusando il leader dei Cinquestelle di «usare la commissione come scudo personale».
Di Donna in effetti condivideva con Conte lo stesso indirizzo professionale a Roma, con lo stesso numero di telefono e fax dell’avvocato di Volturara Appula, prima che questi lo lasciasse per andare a Palazzo Chigi. E sono già tre gli imprenditori che hanno denunciato il medesimo sistema di «provvigioni» in cambio di un (millantato?) canale preferenziale con la presidenza del consiglio per sbloccare gli appalti sulle mascherine, mentre gli italiani morivano.
Conte ha reagito con veemenza alle accuse di Buonguerrieri: «Se avete coraggio rinunciate all’immunità, così ripetete le stesse parole e ce la vediamo in tribunale». Ma, spiegano i deputati coinvolti, «non si capisce in che senso dovremmo rinunciare all’immunità se Conte non ci ha denunciato».
E’ un fatto, intanto, che l’ex presidente del consiglio ha espressamente rifiutato di approfittare della soluzione che gli era stata offerta per fornire la sua versione dei fatti ai membri della commissione parlamentare sul covid, di cui egli stesso fa parte: per regolamento non può farlo in quanto membro (il ruolo di commissario si sovrapporrebbe a quello di «imputato» o quantomeno persona informata sui fatti), ma già a ottobre 2024 il presidente dell’organismo di indagine sulla pandemia, Marco Lisei (FdI), lo aveva invitato a ricorrere a una procedura alternativa, dimettersi pro tempore - il tempo di essere audito dai colleghi della commissione - testimoniare e poi rientrare subito dopo. «I formalismi possono essere superati», lo aveva esortato Lisei e a lui si erano accodati anche altri commissari come Francesco Filini («È una questione procedurale molto semplice») e Buonguerrieri («Non vorrei che tutto questo si traducesse in un “vorrei ma non posso”»), ma Conte era stato irremovibile: «Non intendo dimettermi». Ci teneva moltissimo, insomma, l’ex premier a restare in commissione Covid: eppure ai lavori di quell’organismo ha partecipato soltanto 8 volte su 112 e di una sua testimonianza con quella soluzione procedurale proprio non ne vuol sentir parlare. Conte infatti continua a ripetere alla stampa che lui vorrebbe testimoniare (ha dichiarato di aver scritto, nel 2024, anche ai presidenti di Camera e Senato) ma il regolamento non glielo consente, nonostante le rassicurazioni dei colleghi della commissione. Peccato perché avrebbe potuto, ad esempio, partecipare all’audizione di Giovanni Buini, imprenditore umbro ascoltato lo scorso 27 gennaio in merito alle procedure di fornitura di dispositivi di protezione e ai «contratti» proposti da De Donna nella prima fase pandemica. Nel 2020 Buini aveva stracciato l’accordo per la fornitura di mascherine, ritenendo la richiesta di provvigioni da parte dei mediatori del tutto illecita. Il leader grillino avrebbe anche potuto seguire i lavori della commissione quando recentemente, l’8 aprile, l’imprenditore di JC Electronics Dario Bianchi ha descritto nei dettagli, ai membri della commissione Covid, come funzionava quel sistema. L’occasione sarebbe stata ideale per potersi liberare delle accuse in nome della «trasparenza» che rivendica da quando è arrivato fortunosamente a Palazzo Chigi. «Questi fatti gravi sono nuovi e sono emersi grazie ai lavori della commissione Covid», ha dichiarato Buonguerrieri, mentre Lisei ha detto martedì scorso alla Verità di aspettarsi che le procure riaprano il fascicolo di Buini, che nel 2021 era stato chiuso. C’è poi un terzo caso, fotocopia dei due precedenti, quello dell’imprenditore calabrese Francesco Alcaro, raccontato mercoledì sulla Verità da Giacomo Amadori. Di materiale per avviare nuove indagini, insomma, ce n’è in abbondanza.
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