
<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/oggi-in-edicola-2659055002.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="particle-1" data-post-id="2659055002" data-published-at="1672620441" data-use-pagination="False">
Manifestazione di Coldiretti contro i rincari e per la tutela delle filiere agroalimentari italiane.
«Siamo qui oggi in diecimila per chiedere trasparenza sulle filiere agroalimentari, cancellando tutto ciò che riguarda il codice doganale e l’ultima fase di trasformazione, una norma europea che permette di trasformare e poi vendere come italiano sui mercati internazionali ciò che italiano non è. Ciò diventa una sottrazione di valore ai nostri agricoltori: 20 miliardi che potrebbero entrare direttamente nelle loro tasche in un momento particolarmente difficile, anche legato agli scontri bellici», ha detto il presidente nazionale di Coldiretti, Ettore Prandini, in occasione della maxi-manifestazione al passo del Brennero. Presenti migliaia di agricoltori provenienti da tutta Italia per protestare contro i rincari e chiedere misure più incisive a tutela del Made in Italy.
Ansa
A Bari una decina di persone si riunisce davanti a una clinica per recitare il rosario. Un giornale scrive che l’iniziativa ha spaventato le donne, che adesso temono «future» aggressioni. È un modo per suggerire l’arresto dei pro life, come già avviene in altri Paesi.
Il femminismo misandrico odia la nascita, la vita, odia la gravidanza, odia le donne e la potenza ancestrale del loro diventare madri, odia il bambino, odia chi lo difende, odia l’amore tra un uomo e una donna, che avvelena con eterno vittimismo e criminalizzazione degli uomini della civiltà occidentale cristiana, l’unica dove la donna possa vivere in pace, salvo poi precipitarsi appena possibile a inondare di affetto stupratori di Hamas e impiccatori di donne della Repubblica islamica dell’Iran. Chiunque cerchi di difendere la vita dei bambini che le donne fanno smembrare da vivi nel loro ventre, a spese della comunità, per il femminismo misandrico è un carnefice non solo della delicata anima della donna che abortisce, ma della delicatissima anima di tutte le donne, angeliche vittime di ogni sopruso. Il sopruso dei soprusi, ben più grave delle lapidazioni iraniane e degli stupri di Hamas, è dichiarare che quello che viene bestialmente assassinato nelle nostre cliniche ostetriche è un bambino, e che questo è un crimine che grida vendetta a Dio secondo il cristianesimo. La colpa è dire alle donne che quello che uccidono è il loro bambino, un bambino che aveva nella madre, anzi nella proprietaria dell’utero, colei che doveva essere il suo primo angelo protettore, e invece ha trovato il suo carnefice, un bambino che doveva trovare schiere di paladini in tutti noi, appartenenti alla civiltà che lo ha ridotto a poltiglia in un aspiratore. E invece ha trovato dei complici che con le loro tasse pagano il suo assassinio.
L’aborto è una pratica violentemente antifisiologica, al punto che è sufficiente che qualcuno preghi davanti alle cliniche dove si uccidono i bimbi per diminuire il numero degli assassinati del 70/80%. Il 70/80% delle proprietarie dell’utero che vogliono svuotare il loro utero, vedendo che qualcuno prega per loro e per il loro piccolo, si risveglia bruscamente dall’eclissi della ragione che è l’aborto, per tornare all’umanità di essere madre. Quindi coloro che pregano, che parlano del bimbetto, che parlano del diventare madri, sono «il nemico» da abbattere. L’odio contro l’associazione Pro vita e famiglia si esplica con sedi vandalizzate, bombe incendiarie, e scritte che augurano che le sedi possano bruciare con gli attivisti dentro. I cartelloni di Pro vita e famiglia sono tolti dai sindaci perché «offendono» la delicata sensibilità e «sono violenti». C’erano fino a 16 uomini della polizia, tre camionette, a proteggere le mie conferenze dalle esagitate fanciulle dell’associazione Non una di meno, che dimostrano il loro affetto alle donne adorando i migranti islamici, gruppo etnico con maggiore percentuali di stupri contro le donne italiane. Gianluca Martone, che distribuisce volantini davanti alle cliniche abortiste, quando li ha distribuiti davanti ai licei è stato fisicamente aggredito e ha dovuto salvarlo la polizia. L’ultimo episodio riguarda l’associazione Ora et Labora in Difesa della vita. Dal maggio 2025, a Bari, si è costituito un gruppo di volontari di Ora et Labora con lo scopo di pregare davanti ai tanti ospedali abortisti di Bari e scuotere le coscienze sui temi della difesa della vita e della famiglia naturale attraverso convegni, conferenze o giornate di ritiro. Recentemente si sono tenuti due momenti di preghiera nei pressi dell’entrata dell’ospedale San Paolo di Bari, il 20 marzo e il 18 aprile, sempre segnalati alla Questura. Una decina di volontari circa hanno partecipato ai singoli momenti di preghiera che consistono nella recita del santo rosario e di preghiere per la vita e in riparazione al delitto dell’aborto. I volontari indossano pettorine con immagini sacre e frasi sulla vita, attraverso le quali vogliono testimoniare la loro contrarietà all’aborto e al suicidio assistito. Dato il freddo, tutti avevano sciarpe e berretti, pur essendo ovviamente a volto scoperto. Una volontaria ha appoggiato un cartello a favore della vita sulla grata della recinzione dell’ospedale rendendo poco leggibile un cartello sulla viabilità. È stato chiesto di spostare il cartello che è stato prontamente spostato. Tutto qui. Questo è stato «il filo d’erba», di cui poi è stata fatta «una montagna». Dopo un altro momento di preghiera del sabato scorso, lunedì 20 aprile veniva pubblicato un articolo della Gazzetta del Mezzogiorno con una foto ambigua che dava l’impressione di un volto coperto nel quale si menzionava la presenza di «donne a volto coperto», falso, che affiggono cartelloni antiabortisti la cui presenza costituisce una «pressione sui sanitari e sulle donne che accedono all’ospedale, temendo per future aggressioni fisiche». Sul cartello era scritto: «Avrà il tuo sguardo… il tuo sorriso… e sarà coraggioso perché tu lo sei stata». In effetti può fare pressione su chi vuole uccidere il proprio bambino.
«Future aggressioni fisiche» è un processo alle non intenzioni. L’assoluta gentilezza è un caposaldo di queste associazioni. I volontari si impegnano ad ascoltare chi avesse dubbi sull’aborto, offrendo alternative con aiuti concreti, indirizzandoli ad altre associazioni a tutela della vita. L’articolo dimostra tutta la desolante pochezza dello scrivente con la geniale operazione di screditamento degli uomini e delle donne che pregano davanti ai luoghi dove vengono macellati i bambini tacciandoli con appellativi come «fanatici oltranzisti» che operano sull’«onda dell’ignoranza». I medici sono in grande maggioranza obiettori perché un aborto è ripugnante, non c’è bisogno di essere fanatici di nessuna religione per trovare mostruosa la boccia dell’aspiratore che si riempie di sangue e pezzi di piccoli corpi, e quale sarebbe l’ignoranza? Queste persone ignorano che la piccola figuretta che nell’ecografia cerca disperatamente di allontanare la sonda che sta per smembrarla deve essere considerato un «ammasso di cellule», perché così lo ha definito seduto alla sua scrivania un qualche imbecille che non ha mai visto un aborto in vita sua e non sa un accidente del feto. In realtà, la maggior parte dei presenti sono professionisti. Gli attivisti sono accusati di mancanza di «empatia», sono indelicati verso chi smembra i bambini senza anestesia. Al contrario: gli abortisti non solo calpestano il diritto alla vita e alla non sofferenza della più indifesa delle creature, ma calpestano il dolore di tutte le donne che soffrono per aver abortito, un aborto involontario o un aborto volontario seguito dal rimpianto.
L’ articolo parla di «un clima pesante»: chi smembra i bambini con l’aspiratore deve poterlo fare serenamente, senza che l’attivista con il suo cartello che ricorda che ha appena ucciso una creatura umana gli rovini la pausa caffè. Ora et Labora in Difesa della Vita ha diffuso un comunicato per smentire con fermezza quanto riportato dall’articolo della Gazzetta del Mezzogiorno, e chiarire che tutto questo non è un caso, fa parte di una strategia per distruggere anche in Italia ogni diritto di critica all’orrore dell’aborto volontario. In altre nazioni gli attivisti che pregano sono arrestati. Perché le loro preghiere funzionano e salvano. Le nostre élite sono neomalthusiane e adorano l’aborto, unico «diritto» riconosciuto alle donne. Un donna non può scegliere di non vaccinare il suo bambino, di allevare i suoi bambini in un bosco. Ma può abortire, sempre, gratis, comodamente, vicino casa. Perché l’aborto è la chiave di tutto: se un bambino può essere assassinato a spese dello Stato, zittendo chi prega per lui, può essere anche venduto, deportato, abusato, smembrato per trasformarlo in linee cellulari di ricerca. Noi vogliamo che l’aborto diventi impensabile. Chi prega davanti alle cliniche è la soluzione, la soluzione perché l’aborto, che è l’eclissi della ragione, dell’etica dell’umanità, scompaia. È scritto nel Vangelo: «In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me». Il fratellino più piccolo è quello che deve ancora nascere.
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Carlo Calenda, segretario di Azione, presenta il suo libro presso la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo (Ansa)
Caro Calenda, le scrivo questa cartolina perché la vedo dappertutto e non potevo accettare che non fosse anche qui. Da sempre prezzemolino acido della politica, negli ultimi tempi ha accentuato ancor di più il suo frenetico attivismo: stasera, per dire, è in scena a Napoli (con Gentiloni), domani a Bologna (con Prodi), mercoledì a Genova (con Silvia Salis). Quasi una campagna elettorale anticipata, seppur mascherata dietro la presentazione del libro. Che s’intitola: Difendere la libertà, ma si traduce: Difendere il seggio. Far politica, si sa, è un impegno molto duro. Ma è pur sempre meglio che lavorare.
La sua carriera politica è da sempre un’ascesa continua sulla scala degli insuccessi. Ha fondato Italia Futura con Montezemolo, ed è fallita. È entrato in Scelta Civica, ed è fallita pure quella. È entrato nel Pd proclamando: «Non serve un nuovo partito», poi se ne è uscito fondando un nuovo partito. Si è candidato come sindaco di Roma e ha perso. Si è alleato con Renzi e ci ha litigato. Si è alleato con Emma Bonino e ci ha litigato. Ha preso a bordo di Azione Mariastella Gelmini e Mara Carfagna e poi loro se ne sono andate. Memorabile la sua intervista del 14 settembre 2024: Gelmini non esce dal partito. Poche ore dopo l’annuncio che Gelmini era uscita dal partito. Si sa, quando uno capisce la politica, non sbaglia mai.
Infatti lei, forte dei suoi fallimenti, continua a impartire lezioni a tutti. E a litigare. Ormai è un format, l’incredibile CalendHulk contro tutti. Salvini? «Un prosciutto». Emiliano? «Una sega». Boccia? «Inetto». Renzi? «Ridicolo». Conte? «Incapace». Ha dato del bugiardo all’economista Jeffrey Sachs, del cafone all’ad di Enel Flavio Cattaneo, del traditore a Roberto Vannacci, si è scontrato con Marco Travaglio, ha attaccato i bilanci del Fatto Quotidiano, ha litigato con l’ex governatore Francesco Storace, con l’ex ambasciatrice Elena Basile e con l’ex Iena Ismaele Lavardera. Ci manca solo l’ultima lite: quella con sé stesso. L’ex intelligente.
In effetti da un po’ non appare lucidissimo. «Impossibile non allearsi con i 5 stelle» disse nel febbraio 2024, dopo le elezioni in Sardegna. Il giorno dopo li definì: «Populisti, trasformisti e incapaci». Strana alleanza. Qualche mese dopo in tv confuse la Sicilia con la Sardegna, ma che ci volete fare? Capita a quelli bravi. Così si è dimenticato anche di quello che diceva da viceministro e ministro («Quello fra Italia e Russia è un rapporto profondo, da molti anni, ora dobbiamo migliorarlo») e ormai vede putiniani dietro ogni cespuglio. È arrivato a dire che gli ucraini hanno fatto bene a far esplodere il gasdotto North Stream, inaugurando così la nuova fase del suo partito, ormai ribattezzato Azione Tritolo. Parola d’ordine: moderatismo e sabotaggi. Per non dimenticare la nuova linea politica, non confidando più sulla sua mente, è stato costretto ad affidarsi al corpo: perciò si è fatto tatuare il simbolo dell’Ucraina. L’hanno presa molto in giro per questo, ma noi la capiamo: meglio mettersi un tridente sul polso, prima che a qualcuno venga voglia di metterglielo altrove.
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Andrea Presti (Instagram)
Parla l’atleta che sta preparando il suo quarto Mister Olympia: «Mangio ogni due-tre ore: circa 6.500 calorie al giorno. La genetica è decisiva. Il doping? Sì, ai miei livelli è praticato. Ma ci sono gare in cui si può evitare».
Andrea Presti prende il telefonino e pubblica su Instagram un video in cui si pesa: 134 chili, decreta la bilancia. «Il Mister Olympia si terrà a settembre», sorride lui, 38 anni di vigore «orgogliosamente camuno» su una struttura di circa 1 metro e ottanta.
Sta aumentando la massa, poi cesellerà i muscoli, perdendo gli 8-10 chili necessari a salire sul palco nelle condizioni ideali. Quando si parla di Mister Olympia con un culturista professionista, è come parlare di Wimbledon con un tennista. Non esiste trofeo più glorioso. Vi accedono i migliori del mondo, una ventina in tutto, usciti vittoriosi da una scrematura di competizioni durissime. Presti vi parteciperà per la quarta volta, primo nostro connazionale a riuscirci dai tempi di Mauro Sarni (che ha all’attivo una partecipazione negli anni Novanta), e primo italiano così tante volte dai tempi del sardo Franco Columbu negli anni Settanta. Per capirci: Columbu era il miglior amico di quell’Arnold Schwarzenegger che il culturismo l’ha praticamente inventato, entrando nell’empireo di Hollywood e della politica. Il Gruppo Presti, suddiviso in sottogruppi dedicati alle consulenze sull’allenamento coi pesi, sull’alimentazione, sugli approfondimenti medici, sul perfezionamento di macchinari avveniristici, comparti presidiati da professionisti di ogni settore, fattura centinaia di migliaia di euro e ruota intorno ad Andrea, plurivittorioso Jannik Sinner del ferro. Raccontato su Instagram e nel bestseller Diventa ciò che sei (Rizzoli), compendio biografico che nel titolo strizza l’occhio un po’ a Nietzsche, un po’ a Spinoza.
Perché si diventa bodybuilder professionista?
«Ho iniziato col judo. Ma ho scelto di diventare un culturista per motivi prevalentemente estetici: desideravo quel tipo di fisicità erculea».
Direbbero i maliziosi: ha privilegiato l’estetica anziché misurarsi in una prestazione fisica.
«Chi sostiene che la gara di bodybuilding non contempli una prestazione, dovrebbe sottoporsi a una sessione di pose: non resisterebbe un minuto. Oltre ad assistere a un tipico allenamento di un culturista in palestra. Sa chi lo certifica meglio di tutti?».
Dica.
«Tanti miei amici calciatori di Serie A, cestisti, pugili e combattenti: sono i primi a riconoscere l’importanza dell’alimentazione e dell’allenamento coi pesi in ciò che fanno. Il bodybuilding è sia il mezzo per massimizzare le prestazioni di qualunque disciplina, sia uno sport a sé stante».
Ci arriveremo. Intanto: che cosa ha mangiato oggi?
«Dunque, stamattina una spremuta d’arancia, cereali, molti albumi d’uovo. Poi, dopo due-tre ore, riso e pollo, poi pasta e carne, poi dovrei mangiare cous cous e pesce, dopodiché…».
Ma quanti pasti fa al giorno?
«Sei pasti. Mangio ogni due, tre ore. Tra le fonti proteiche, siamo a 2, 2 grammi e mezzo al giorno per chilo corporeo. Durante la fase di massa, cioè il periodo in cui sono lontano dalle gare e costruisco il mio fisico, ingerisco circa 6.500 calorie giornaliere. Ho provato ad arrivare a 7.000, ma era troppo. Mi concedo frutti di mare, non lesino sui carboidrati perché il metabolismo me lo consente, la pizza ogni tanto. Quando si avvicina una gara, riduco le calorie, cambio i nutrienti».
Si dice che la dieta stretta sia il momento in cui i bodybuilder diventano nervosi.
«No, anzi, mangiare meno mi rende più brillante. I tempi in cui un culturista a ridosso di una gara ingeriva solo carne e acqua sono mitici, i nuovi approcci comportano sacrifici, ma sono gestibili, se il metabolismo lo consente. Forse chi lamenta le eccessive privazioni, cerca scuse per concedersi qualche sgarro (ride, ndr)».
Se non si mangia nel modo giusto, l’allenamento ne risente. Come si allena?
«Nei periodi di massa, mi alleno per tre giorni consecutivi seguiti da un giorno di riposo. Sessioni quotidiane di due ore e mezza, suddivise per gruppi muscolari e finalizzate su densità e sviluppo di ogni muscolo. Vicino a una gara, la musica cambia».
Come cambia?
«Aumenta la frequenza: mi alleno due volte al giorno, sei giorni su sette, ai pesi alterno sessioni di attività cardiovascolare».
Quei muscoli lì sono solo scena per imbastire uno show?
«Giudicate voi: nello stacco da terra utilizzo un bilanciere da 340 kg. Nello squat, eseguo dieci ripetizioni in accosciata completa con 240 kg. Su panca, distendo sopra di me diverse volte due manubri da 80 kg l’uno».
Direi che è molto forte.
«Sì, ma se fossi forte quanto sono grosso, probabilmente il Mister Olympia potrei pure vincerlo (sorride, ndr)».
Da che cosa dipende questo?
«Dalla genetica. Non si scappa. La genetica è il metro per misurare il talento di ogni sportivo, e nel culturismo è un indice manifesto. Penso di avere una genetica sopra la media che mi ha consentito di partecipare al Mister Olympia. Ma i primi tre/cinque atleti classificati a quel livello, sono qualcosa di fisicamente inarrivabile per qualsiasi essere umano».
Come si supplisce alle predisposizioni genetiche?
«Con un giusto mix di costanza, dedizione, pianificazione, studio di sé stessi».
In una gara di bodybuilding vince il più grosso?
«Vince chi presenta la miglior commistione di volumi, densità muscolare, qualità, che significa, tra le altre cose, il giusto compromesso nell’abbassare grasso, ottimizzare i liquidi e far risaltare i muscoli».
E ci si unge con l’olio, direbbe la sciura Maria!
«Certo, unti, fritti e impanati! Scherzi a parte, si sceglie un colore per far risaltare la pelle sotto i riflettori, ci si confronta su sette tipi di pose pensate per valorizzare la struttura nei diversi round in cui la giuria valuta ogni atleta. È sia un grande spettacolo, sia un duello rigoroso».
E perché le pose sono tanto faticose?
«Avete presente la classica posa di doppio bicipite? Provate a eseguirla davanti allo specchio, contraendo tutti i muscoli del vostro corpo per diversi minuti senza pause. Poi mi direte».
Il suo fisico non passerà inosservato tra i comuni mortali.
«Un aneddoto spassoso: per un po’ di tempo, alla mattina in palestra, alcune anziane iscritte mi squadravano con aria sospettosa. Un giorno, la più timida, dopo aver controllato chi fossi, si è avvicinata e mi ha detto: “Andrea! Tra poco avrai una gara, fammi controllare gli addominali!”».
Tuttavia si dice che gareggiare come culturista professionista sia impossibile senza un supporto chimico.
«Potrei cavarmela rispondendo che nessuno sport è esente dal doping. Ma sarebbe troppo comodo. Diciamo allora che il bodybuilding non è uno sport olimpico e non prevede controlli. È alla stregua del football americano e del wrestling. Dunque sì, il doping è praticato per massimizzare i risultati».
E se un ragazzino volesse a sua volta gareggiare?
«Gli direi di non farlo. O di farlo nelle competizioni da natural. Ci sono molti modi per divertirsi coi pesi. Ho convinto migliaia di ragazzi a lasciar perdere gli aspetti più estremi».
Lei però ha scelto proprio quella carriera: la più estrema.
«Ne sono consapevole. Pure dei rischi. Come lo è un pilota di Formula 1 quando corre a 300 all’ora, o un pugile quando si batte per il titolo mondiale».
Assiste quotidianamente persone di ogni sesso e età anche grazie ai social.
«Nel corso degli anni, con il mio gruppo, sono orgoglioso di aver aiutato tanti a migliorare il rapporto con sé stessi, magari chi soffriva di disturbi alimentari, o chi cercava di dare una motivazione nuova alla propria vita. Senza retorica».
Quante persone lavorano con lei?
«Tra professionisti di ogni settore contrattualizzati e collaboratori esterni, circa 30, 40 persone».
Non sono poi molti, i bodybuilder professionisti che guadagnano dalla loro attività, già dispendiosa per tutto il cibo ingurgitato.
«Ho iniziato facendo l’istruttore di sala pesi, pagato 7 euro all’ora. Poi il personal trainer a 20/30 euro. Nel frattempo frequentavo i seminari e corsi di settore. Ero iscritto a Scienze motorie, non ho mai finito. Nel 2013, il mio primo mentore, Piero Nocerino (figura leggendaria nel culturismo italiano, ndr) mi pagò viaggio e soggiorno per assistere al Mister Olympia in America. Iniziai a gareggiare. Trofei nazionali prima, europei dopo. Fino a conseguire il tesserino da professionista e cimentarmi nelle massime competizioni, dall’Arnold Classic a quell’Olympia, nel 2021, che avevo tanto sognato».
C’è qualcosa che non sopporta del bodybuilding odierno?
«Quella che viene chiamata in gergo “cultura del dissing”. Talvolta i culturisti professionisti in Italia sono troppo inclini a denigrarsi tra loro».
Da qui a vent’anni? Come si immagina? Ci ha pensato?
«In forma, impegnato ad allenarmi e a studiare attività e idee da promuovere nel mio campo. E poi sposato, con molti figli».
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