Ansa
Secondo gli inquirenti, i sei indagati stavano costruendo una struttura eversiva. E i sindacati parlano di «repressione».
«Le Brigate rosse hanno sbagliato i tempi, non le finalità, e pertanto la loro esperienza è risultata fallimentare». In questo concetto la Procura antiterrorismo di Napoli, che martedì ha disposto la perquisizione di sei indagati per associazione a delinquere con finalità terroristico-eversive, individua la «convergenza ideologica tra il Partito dei Carc», acronimo di Comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo, quelli che sognano ancora di poter guidare una rivoluzione proletaria, «Nuovo Partito comunista italiano (nel cui solco opera il collettivo Autonomia studentesca e culturale) e l’esperienza brigatista».
C’è una linea precisa che attraversa la documentazione raccolta dagli inquirenti. Parte dai simboli, passa per i social e arriva ai «compagni». E, citando le informative della Digos, prova a dimostrare che non si tratta di semplice propaganda, ma di qualcosa di più strutturato: «Un’attività che può concretamente configurarsi quale propedeutica alla costituzione di un’associazione con base a Napoli con caratteri eversivi».
Il provvedimento, firmato dal sostituto procuratore Maurizio De Marco, che La Verità ha potuto consultare, tiene insieme atti, intercettazioni e contenuti digitali. E li incardina in un’ipotesi precisa: quella di un’associazione «che si propone il compimento di atti di violenza con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico», con un richiamo esplicito «all’operatività delle Brigate rosse e delle Nuove Brigate rosse». Non è solo una questione ideologica. Il decreto insiste su un punto: la costruzione progressiva di una struttura. «Non si tratta di una partecipazione spontanea e occasionale», scrive il pm, «ma di un processo organizzato di formazione politico-militante delle nuove leve».
La Procura parte dai documenti programmatici. L’obiettivo è «la creazione delle condizioni per l’abbattimento del regime democratico» attraverso «una strategia di lunghissimo termine» e «uno scontro armato». Tramite una «guerra popolare rivoluzionaria di lunga durata». Dentro questo schema si inserisce il modello organizzativo. «Una struttura a doppio livello»: da un lato il Partito dei Carc, pubblico e articolato sul territorio; dall’altra il Nuovo partito comunista italiano, «clandestino». Uno sviluppa la tattica e l’altro elabora la strategia. In questo impianto si collocano i ruoli. Paolo Babini, artista satirico fiorentino, dirigente nazionale dei Carc, viene indicato come «figura di indirizzo strategico». Il decreto lo descrive come uno che «martella» i giovani, che li spinge a produrre materiali, che interviene «affinché le attività non si disperdano». Marco Coppola (anche lui dirigente dei Carc) e Laura Baiano rappresenterebbero il livello operativo. «Entrambi», secondo l’accusa, «svolgono una funzione di indirizzo e impulso verso i più giovani». Coppola, in particolare, «si cura di formare la loro disciplina e obbedienza al Partito», richiamando più volte la necessità di anteporre le esigenze del gruppo a quelle personali. Igor Papaleo è «figura di indubbio riferimento». Il decreto lo colloca in una posizione di guida nelle manifestazioni. Il punto di raccordo sarebbe Vladimir Guerra: «Figura intermedia tra il livello dirigente e la base studentesca». Il decreto lo definisce «modello del giovane militante già formato». Il reclutamento è mirato: «Orientato verso soggetti ritenuti più ricettivi […] affinché inizino ad avere esperienze di fabbrica». Tra questi, un minorenne viene indicato come figura tutt’altro che marginale: parte di quel gruppo ristretto che «comanda» e «decide». Il terreno su cui tutto questo si muove è quello digitale. Il decreto elenca profili social e contenuti. E ne trae una conclusione netta: «Una insistente e inequivocabile apologia del terrorismo brigatista». I messaggi sono riportati testualmente. Su Margherita Cagol: «Compagna Mara […] non sei morta invano. Che mille braccia si protendano per raccogliere il suo fucile». Su Alberto Franceschini, in occasione del suo decesso, Asc prende le distanze dal co-fondatore delle Br, in quanto dissociato: «Oggi diciamo addio a Franceschini, fondatore delle Brigate rosse, l’espressione più avanzata e di avanguardia della lotta rivoluzionaria del nostro Paese […] che lui stesso tradì. Addio dissociato. Dieci, cento, mille Brigate rosse». Su Prospero Gallinari: «A 13 anni dalla morte di un rivoluzionario, un operaio, un combattente, nonché vertice della colonna romana delle Br. Buon viaggio compagno Gallo». Non poteva mancare un elenco di terroriste italiane e straniere celebrate l’8 marzo scorso «con un incipit», sottolinea il magistrato, «che ne celebra le gesta violente». E un’annotazione: «Trattasi di terroriste autrici di omicidi, stragi e attentati». Sui social il gruppo avrebbe diffuso contenuti che richiamerebbero «iconograficamente la simbologia brigatista». E poi, foto con militanti travisati che «mimano il gesto di impugnare un’arma da fuoco». I profili? «Intitolati a nomi storici del terrorismo». Come Nadia Desdemona Lioce e Mario Moretti.
Infine c’è la nascita della «Brigata Simon Bolivar» a Napoli il 17 gennaio 2026. Un passaggio accompagnato da una frase che il decreto cristallizza: «Se volete fare i combattenti dovete essere precisi». Il decreto ipotizza che nei dispositivi elettronici sequestrati possano esserci elementi utili alla «progettazione di attentati, all’addestramento o all’autoaddestramento». È questo che giustifica la profondità della ricerca che, guidata da parole chiave, si muove all’interno di una mappa della memoria e del linguaggio della lotta armata: Renato Curcio, Barbara Balzerani e Prospero Gallinari. Figure centrali delle Br e delle Nuove Br. Gli inquirenti cercano riferimenti a via Fani, via Caetani: i luoghi del sequestro di Aldo Moro. Cercano nomi di vittime come Guido Rossa, Walter Tobagi, Emilio Alessandrini. Un’attenzione particolare è rivolta al linguaggio da lotta armata: «Dittatura del proletariato», «lotta di classe». E alle organizzazioni internazionali: «Raf», «Action directe», «Farc», «Sendero luminoso».
Gli indagati respingono le accuse e parlano di «clima repressivo e securitario». Per Coppola si tratta di «un’indagine politica». Per Papaleo l’accusa «non ha alcun riferimento nel codice penale del nostro Paese, cioè l’educazione di giovani minorenni alla lotta di classe».
La Fiom dello stabilimento Baker Hughes di Casavatore prende posizione e si schiera. Gli attivisti manifestano la loro «piena solidarietà» ai militanti del Partito dei Carc (che in passato hanno sostenuto una loro vertenza): «Sono stati presenti per giorni davanti ai cancelli, dando un contributo concreto di solidarietà e partecipazione». Il fronte si allarga. Potere al Popolo lancia la sfida proponendo una «risposta collettiva contro l’inasprimento della repressione». Ma gli indagati hanno raccolto anche la «solidarietà piena e militante» da un sedicente Partito comunista marxista del Kenya: «Non faranno altro (gli inquirenti, ndr) che intensificare la resistenza, rafforzare l’unità e chiarire la linea politica della lotta». È il tentativo di trasformare l’inchiesta in un caso politico. Il soccorso rosso è partito.
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Il cacciamine italiano M-5554 «Gaeta» (Ansa)
Dal 1982 i cacciamine delle classi «Lerici» e «Gaeta», costruiti a Sarzana da Intermarine, hanno sostituito i vecchi dragamine dallo scafo di legno. Dotati di tecnologie e mezzi avanzati, sono stati adottati anche dalla marina Usa. Oggi due di questi sono stati indicati per lo sminamento di Hormuz.
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Alla Spezia, a poca distanza dai cantieri dove sono stati costruiti e varati varati, lì hanno la propria base i cacciamine italiani che oggi potrebbero essere utilizzati per la bonifica dello stretto di Hormuz. In particolare sono due le navi della Marina Militare designati per la missione: il «Rimini» (classe «Gaeta») e il «Crotone» (classe «Lerici»), varate rispettivamente nel 1994 e 1992 nei cantieri della Italmarine di Sarzana.
La storia dei cacciamine italiani è relativamente recente. Dal dopoguerra fino agli anni ’80 operarono prevalentemente navi dragamine, dalle caratteristiche molto diverse e meno tecnologiche, adatte alla bonifica di ordigni a loro volta meno evoluti delle mine moderne.
Dopo la Seconda guerra mondiale la Marina, il cui naviglio era stato decimato nel conflitto, ereditò dagli Stati Uniti alcune navi dragamine e riparò i pochi RDV (Dragamine veloci) superstiti per le necessità urgenti di bonifica delle acque territoriali dopo il conflitto. I dragamine americani consegnati alla Marina italiana dagli anni '50 facevano parte della classe «Adjutant», di ridotte dimensioni e dallo scafo in legno per cancellare ogni traccia magnetica della nave. Per questa caratteristica fu battezzata la classe «Legni». L’imbarcazione trainava cavi d’acciaio che tranciavano i cavi di ancoraggio delle vecchie mine facendole risalire in superficie per poi essere neutralizzate manualmente dall’equipaggio. Per le mine più evolute, sensibili al rumore o ai campi magnetici, i dragamine utilizzavano sistemi di simulazione: per gli ordigni sensibili ai campi magnetici utilizzavano cavi elettrificati che «ingannavano» la mina facendola esplodere in lontananza, mentre per quelli sensibili ai rumori i dragamine italiani utilizzavano dei simulatori acustici che riproducevano le onde sonore delle eliche. Su licenza statunitense, negli anni ’50 furono costruiti in Italia diversi dragamine con scafo ligneo delle classi «Agave»e «Bambù».
A partire dagli anni Settanta, i dragamine furono ritenuti tecnologicamente arretrati rispetto all’evoluzione delle mine marine. In quel periodo i dragamine furono equipaggiati con nuovi strumenti che li trasformarono gradualmente in cacciamine con l’adozione di strumenti come i sonar e la presenza di sommozzatori specializzati.
Il salto si ebbe alla fine del decennio con la classe «Lerici», che rappresentò il primo lotto di veri cacciamine, in grado di individuare e neutralizzare singolarmente le mine, realizzati dai cantieri Intermarine. Dotate di scafo in vetroresina monoblocco (migliore del legno in termini di amagneticità), le «Lerici» sono lunghe 52 metri e dotate di sonar antimina a profondità variabile e multifrequenza (sonar a caccia). Sono spinte da 4 eliche, di cui una principale a passo variabile e le altre 3 intubate ed orientabili, collegate a motori idraulici per l’uso silenzioso in «caccia». Il primo cacciamine fu il capostipite «Lerici» (M-5550), consegnato alla Marina Militare nel 1982. Operanti in ambito Nato, i cacciamine hanno partecipato a diverse operazioni di bonifica bellica nel Mediterraneo, nel Golfo Persico e nell’Adriatico per lo sminamento delle coste dopo i conflitti in ex Jugoslavia e Kosovo. La classe «Lerici» è stata affiancata dalla ancora più evoluta classe «Gaeta» dal 1992, cacciamine dotati di sonar potenziati, sistema di navigazione automatizzato e veicoli filoguidati (ROV) in grado di individuare e neutralizzare le mine subacquee a distanza. Per la loro efficienza operativa e per la tecnologia avanzata, i cacciamine classe «Lerici» nati a Sarzana sono stati particolarmente apprezzati dalla Us Navy. Dal progetto italiano sono nati i «minehunters» della classe «Osprey», costruiti dalla filiale americana della Intermarine. La Marina Finlandese dal 2015 ha ricevuto da Intermarine 3 cacciamine classe Katanpåå, direttamente derivanti dai cacciamine classe Lat Ya della Marina Thailandese anche questi ultimi derivati dalla classe «Lerici».
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Dan Jorgensen, il danese commissario per l’Energia e l’Edilizia abitativa assieme alla vicepresidente della Commissione Teresa Ribera (Getty Images)
Arriva Accelerate Eu, il piano per affrontare la crisi energetica. Spariscono lockdown e smart working, non la vacuità della ricetta: nel breve qualche (futile) palliativo, nel medio-lungo elettrificare tutto. Jorgensen però ammette: «Non ci sono abbastanza reti».
Da un po’ non arrivava da Bruxelles un piano per dirci che cosa dobbiamo fare, ma l’attesa è finita. Dalla riunione dei commissari europei di ieri si è riversato sull’Europa quasi intera il piano Accelerate Eu, il nuovo e atteso elenco di misure che l’Unione introduce per affrontare (si fa per dire) l’ennesima crisi energetica.
La fredda cronaca dice che la Commissione propone un pacchetto basato su cinque linee principali: coordinamento, protezione prezzi, produzione interna, investimenti e rafforzamento delle reti.
Sarà avviato un coordinamento tra Stati membri su riempimento degli stoccaggi gas, possibili rilasci di scorte petrolifere, uso delle flessibilità per prevenire carenze, salvaguardia delle forniture di jet fuel e diesel. Sarà creato un Osservatorio combustibili per mappare l’offerta, dare le priorità a fonti alternative di jet fuel, ottimizzare la distribuzione, catalogare la capacità di raffinazione europea.
Quanto alla protezione dei consumatori, gli Stati potranno adottare misure temporanee per aiutare i consumatori vulnerabili, ci sarà un framework temporaneo sugli aiuti di Stato per sostenere investimenti strategici. Si cercherà di aumentare la produzione interna di energia con rinnovabili, nucleare e biocarburanti. Arriveranno altri piani per l’elettrificazione, sviluppo di biometano e idrogeno rinnovabile, sostegno a tecnologie come veicoli elettrici, pompe di calore e sistemi di accumulo (le batterie). Saranno rafforzati gli investimenti nelle infrastrutture, saranno fatte nuove proposte su tariffe e tassazione energetica. Si spingerà su un migliore utilizzo dei fondi europei (Rrf e coesione).
Non può mancare l’obiettivo di fondo a lungo termine, quello di elettrificare i consumi energetici. Il posato Dan Jorgensen, il danese commissario per l’Energia e l’Edilizia abitativa, presentando il piano assieme alla vicepresidente della Commissione Teresa Ribera, ha affermato ieri che «con Accelerate Eu sosteniamo i nostri Stati membri nel fornire un aiuto immediato a coloro che sono più in difficoltà nella nostra società, rafforzando al contempo la transizione verso l’energia pulita e l’elettrificazione. Questa è l’unica via duratura per garantire a tutti gli europei un approvvigionamento energetico stabile, sicuro, pulito e accessibile».
Ribera, dal canto suo, ha detto che avere dato un costo alle emissioni di CO2 è uno dei maggiori successi delle politiche europee, che l’impianto dell’Ets non va toccato e che quello dell’Ets non è un problema perché le evidenze dimostrano il contrario. A quanto pare ci sono evidenze ed evidenze.
Jorgensen ha ribadito il concetto dicendo che l’Ets europeo è il motore della decarbonizzazione e che qualunque sussidio ai fossili deve essere limitato e temporaneo, mentre è preferibile incentivare l’elettrificazione dei consumi energetici piuttosto che sospendere l’Ets. Ha fatto l’esempio di un’azienda che dispone di una caldaia a gas, che potrebbe essere aiutata (sic) a installare una pompa di calore elettrica.
L’astuto esempio di Jørgensen fa da corollario all’importante dichiarazione della commissaria spagnola al Green deal, che richiamando in quarto il «There is no alternative» di Margaret Thatcher ha detto: «Non c’è alternativa al Green deal quando si tratta di sicurezza e competitività». Una frase che ricorda la vecchia storiella dell’oste e del vino.
Nel documento della Commissione non vi è traccia invece delle misure sulla riduzione guidata della domanda, quella che era balenata in qualche bozza e ribattezzata lockdown energetico, come l’incentivo allo smart working o le domeniche a piedi. Jorgensen, ignorando la relazione diretta e dimostrata tra consumi energetici e prosperità, rispondendo a una domanda di un cronista ha detto che la Commissione incoraggia comunque gli Stati membri a fare tutto il possibile («whatever they can») per abbassare la domanda energetica, sia perché ciò farebbe scendere i prezzi dell’energia sia perché aiuterebbe la sicurezza delle forniture in futuro. In effetti se non si consuma energia non si corrono rischi, se non quello di restare al buio o senza lavoro.
Il candido danese ha poi ammesso che il problema maggiore per il Green deal è rappresentato dalle reti elettriche che non ci sono, una cosa che i lettori della Verità hanno potuto leggere in anteprima in un articolo del 9 luglio 2021 (controllare per credere). Il commissario ha poi parlato dei tagli obbligati alla produzione fotovoltaica, che iniziano a diventare un problema serissimo per la redditività degli impianti a energia solare, mentre in Danimarca gli impianti eolici sono pagati per fermare la produzione perché la rete satura non può trasportarla.
Insomma, la sessione di domande e risposte in conferenza stampa è stata assai più godibile della mera presentazione delle misure.
Notiamo che Accelerate Eu è un documento pervaso da un tono tra l’impotente e il velleitario. Prendiamo il primo punto delle azioni proposte dalla Commissione. Essa faciliterà (il coordinamento), traccerà (la capacità di raffinazione europea), coordinerà (molte cose, non tutte chiarissime), chiarirà (le flessibilità), proporrà, avvierà (la revisione della direttiva sulle riserve strategiche). Sulla protezione dei consumatori, la Commissione presenterà (un catalogo di misure), redigerà (una tabella di buone pratiche), fornirà (assistenza a stabilire misure, sic), promuoverà e aiuterà (lo sviluppo del social leasing), e via impegnandosi.
Niente di nuovo sul fronte di Bruxelles, insomma, solo un altro dei mirabolanti piani europei che contengono altri piani, a loro volta ispiratori di altri piani, che un domani daranno origine ad altri piani.
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Ansa
Sui portali dei due prestigiosi istituti, teoricamente descrittivi e neutrali, il concetto politico del momento viene descritto con inesattezze fattuali e toni da bollettino militante di quartiere.
Il volenteroso cittadino che, desiderando documentarsi sul significato tecnico di «remigrazione» per farsi un’idea di quali siano, oggettivamente, le ragioni per le quali taluni la sostengano e altri l’avversino, ricorresse alla consultazione di fonti considerate, «a priori», come politicamente «neutre», quali, in particolare, l’enciclopedia Treccani o l’accademia della Crusca, incontrerebbe subito una cocente delusione.
Cominciando dall’enciclopedia Treccani on line, leggerebbe, infatti, alla voce «remigrazione», che essa è soltanto un «eufemismo per ritorno forzato di persone immigrate nel loro Paese d’origine». Ora, è appena il caso di ricordare che per «eufemismo» s’intende, comunemente, l’uso di una parola ritenuta meno sgradevole, offensiva o indecente di quella che propriamente andrebbe adoperata per definire concetti, persone o cose da riguardarsi, di per sé, come suscettibili di creare scandalo, ripulsa, indignazione, sconcerto e simili. Si deve, quindi, pensare che, secondo l’autore della voce, tali sarebbero le caratteristiche da attribuirsi automaticamente al concetto stesso di «ritorno forzato» di qualsiasi migrante al suo Paese d’origine, a prescindere dall’esistenza o meno di ragioni che possano, in ipotesi, farlo apparire giustificato come, ad esempio, quella che il migrante si sia reso responsabile di gravi reati in danno di cittadini italiani.
Non è poi da meno l’accademia della Crusca che, nel suo sito internet, dopo aver correttamente rilevato che, letteralmente, la parola «remigrazione» significa «migrazione indietro» ovvero «ritorno al luogo di origine in seguito a una precedente migrazione», aggiunge che essa è stata, però, «rilanciata per indicare in forma eufemistica il significato di “espulsione forzata, deportazione di massa di persone con una storia di migrazione”». Anche qui ricorre, come si vede, il richiamo alla nozione di «eufemismo» e vale, quindi, quanto si è appena detto con riguardo all’analogo richiamo operato dalla Treccani. Ma la Crusca si spinge poi anche oltre, precisando, nelle «note», che, nella specie, al «significato eufemistico» si sarebbe fatto ricorso «per celare atteggiamenti spregiativi, discriminatori o, come in questo caso, addirittura neonazisti», a conferma dei quali snocciola una serie di sommarie citazioni, in chiave critica, di personaggi presentati negativamente per il solo fatto costituito dalla loro appartenenza alla galassia della presunta «estrema destra», nella quale fa rientrare, a un certo punto, anche la Lega. Tra essi figura, in particolare, l’austriaco Martin Sellner, autore di quelle che, senza ulteriori specificazioni, vengono apoditticamente definite le «terribili proposte» contenute nel suo libro Remigration. Ein Vorschlag (Remigrazione. Una proposta), recentemente uscito in allegato con La Verità, con la prefazione di Francesco Borgonovo. Proposte, quelle anzidette, che, in realtà - come messo bene in luce nel commento di Lorenzo Bernasconi sul sito della Fondazione Machiavelli - non prevedono comunque espulsioni collettive di intere minoranze che siano ritenute, in linea di massima, difficilmente assimilabili, ma soltanto espulsioni individuali da effettuarsi - in linea con quanto già previsto, del resto, dalle vigenti leggi e convenzioni internazionali - nei confronti di singoli soggetti, previa verifica, per ciascuno di essi, della effettiva inesistenza di capacità e disponibilità ad accettare il complesso dei valori fondanti della convivenza sociale nel paese ospitante. Sul che si possono, volendo, avanzare le più ampie riserve, senza però che sia lecito giungere, per sostenerle, ad accusare addirittura di «neonazismo» chiunque la pensi diversamente. Cosa che ha fatto, invece, come si è visto, la Crusca, per quindi giungere alla conclusione secondo cui, con riguardo alla parola «remigrazione», pur essendovi stata, negli ultimi tempi, «una certa resistenza a farne uso», «quello che, in casi simili, non si dovrebbe neanche riuscire a concepire eticamente, come esseri umani, è la proposta e la messa in atto di pratiche simili e non l’accoglimento della parola».
In realtà, ciò che chiaramente traspare da quanto si legge nelle voci in questione è che tanto la Treccani quanto la Crusca si fanno eco, senza dirlo, dell’orientamento dominante a sinistra, secondo cui, in linea di massima, nessuno straniero dovrebbe essere espulso, quale che sia la ragione addotta a sostegno del provvedimento, ma dovrebbe essere oggetto di cure e attenzioni per favorirne l’integrazione, data comunque, apoditticamente, per realizzabile, indipendentemente dal suo modo di pensare e dalla condotta di vita da lui assunta nel Paese che lo ospita. Il che, peraltro, contrasta, prima ancora che con quanto vorrebbero i fautori della «remigrazione», con la legislazione vigente nel nostro Paese, secondo cui, almeno in linea di principio (conformemente, del resto, alla normativa comunitaria, cui si ispira anche la legislazione degli altri Paesi dell’Unione europea), all’espulsione o al respingimento si deve dar luogo ogni qual volta risulti che lo straniero non ha titolo per essere accolto o per restare in Italia. Ed è anche da segnalare che, almeno in Italia, non si registra, a sostegno della «remigrazione» alcuna esplicita presa di posizione contro il mantenimento dei vigenti, specifici divieti di espulsione e di respingimento quali, in particolare, quello, fondato sulla convenzione di Ginevra del 1951 (come interpretata dalla giurisprudenza dominante), secondo cui è comunque da escludersi che lo straniero, anche quando non gli sia stata formalmente riconosciuta la qualifica di «rifugiato», possa essere rimandato in Paesi, compreso il suo, nei quali la sua vita o la sua libertà possano essere minacciate per ragioni di razza, religione, nazionalità, appartenenza a particolari gruppi sociali od opinioni politiche. Ciò su cui particolarmente si insiste - come si è visto anche alla recente manifestazione del 18 aprile scorso, a Milano - è solo la necessità che vengano espulsi gli stranieri resisi responsabili di gravi reati (cosa già prevista, peraltro, in Italia, sia pure solo per particolari categorie di reati, come quelli, a pena espiata, in materia di stupefacenti) e quelli, tra gli stranieri di fede islamica, che predicano l’odio e inneggiano al terrorismo. Il che, come dovrebbe apparire evidente, non ha proprio nulla di discriminatorio e men che mai di «neonazista». Che non lo capisca il gruppo «antifa» di Vattelappesca di sotto, è comprensibile. Ma che lo stesso avvenga da parte di antiche e prestigiose fonti del sapere, quali l’enciclopedia Treccani e l’accademia della Crusca, desta qualche preoccupazione.
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