Il cardinale Gerhard Ludwig Müller (Getty Images)
Il cardinale Gerhard Ludwig Müller, già prefetto dell’ex Sant’Uffizio: «Divinizzare lo Stato è segno di paganesimo. La rete Epstein mostra come vivono le classi sociali separate da Dio e dal popolo. I vescovi parlino di morale e non di politica».
Eminenza, ha notato un cambiamento nella Chiesa con il pontificato di Leone XIV rispetto al pontificato di Francesco?
«Papa Francesco è venuto dall’America Latina con il proprio stile pastorale e politico. Si basava sulla grande spiegazione della dottrina fatta dal più grande teologo nella sede di San Pietro, papa Benedetto XVI. Ma adesso abbiamo un Papa che vive nella linea del grande teologo e padre della Chiesa sant’Agostino, e si sente questo cristocentrismo nelle sue omelie, prediche e testi, nella visione della trascendenza... E questo dà il primato ai temi teologici e pastorali rispetto ai temi dell’immigrazione e ad altre cose che riguardano la dimensione sociale. C’è più la dimensione di Dio, perché noi siamo convinti che l’uomo senza Dio non può vivere e pensare, non ha nessuna speranza».
C’era bisogno di rimettere Cristo al centro della Chiesa?
«Cristo è sempre al centro del Concilio Vaticano II, della Lumen Gentium... La luce del mondo è Cristo, Cristo è l’unico mediatore fra Dio e gli uomini. Dio si è fatto uomo nella divinità di Gesù Cristo come fondamento della sua vera umanità e natura umana. Questa è la base di tutto il messaggio cristiano e non è una cosa soggettiva, un’idea privata, ma è la grande missione. E questo è il centro del papato. Il Papa non ha solo una importanza secolare, non è un oggetto delle foto, del populismo, ma è il primo testimone della verità che Cristo è l’unico salvatore. E la Chiesa non è un’organizzazione umanitaria con dimensioni sociali, caritatevoli, ma è in Cristo il sacramento della salvezza universale».
A volte, nel mondo di oggi, sembra che sia difficile persino per i sacerdoti enunciare questa verità.
«Il mondo di oggi è il risultato del grande processo della secolarizzazione, dell’immanentizzazione, a partire dall’illuminismo. Questo ha i suoi lati buoni: la nuova tecnologia, tutti i progressi nella scienza naturale, nella sociologia, nella psicologia... Ma abbiamo visto che questo progresso, questo umanesimo senza Dio, ha effetti che si sono manifestati già nella Rivoluzione francese, con migliaia e migliaia di morti innocenti causati dai rivoluzionari atei. Parlavano, i giacobini, di una decristianizzazione come programma per tutta l’Europa e in seguito abbiamo avuto questi grandi sistemi totalitari atei: nazionalsocialismo, fascismo, comunismo, con milioni e milioni di morti, feriti, famiglie distrutte. Queste sono le conseguenze dell’esistenza dell’uomo senza Dio. Se Dio è negato - lui, il nostro unico amico nel mondo, il nostro creatore e il redentore - ci si presentano altri dei».
Quali?
«Dei che in realtà sono uomini e si presentano come dittatori, come tiranni. Vogliono dirci ciò che dobbiamo pensare, come parlare, cosa mangiare... Oggi abbiamo questo totale controllo che viene dall’Europa, anche i social media sono totalmente controllati. Noi siamo cittadini liberi: lo Stato è al servizio degli cittadini, i cittadini non sono qui come servi o schiavi dello Stato. E tutta questa divinizzazione dello Stato è un segno del paganesimo. Il cristianesimo - ancora prima il giudaismo, ma soprattutto il cristianesimo - ha introdotto la dedivinizzazione del mondo: il mondo è una creazione, l’uomo è una creatura, solo Dio è Dio. E questo Dio ci fa liberi, mentre questi uomini, questi dei del mondo, ci fanno schiavi, come ha detto san Paolo. Per noi è molto importante la libertà, la gloria dell’uomo, la libertà dei figli di Dio. Ma siamo quasi sudditi di funzionari politici che vivono nella ricchezza, e questo è segno del nostro tempo, dell’umanesimo senza Dio. Prendiamo per esempio questo sistema di Epstein, questa rete di malvagi, di uomini senza i comandamenti di Dio, senza coscienza... E questo è solo un esempio, ma abbiamo tanti altri esempi di questa situazione. Gli Stati di oggi ritornano a una politica dell’imperialismo, Russia, Cina, ma anche America. Anche se l’America, grazie a Dio, adesso sta ritornando un po’ ai valori cristiani. Ma possiamo parlare anche di questo cosiddetto cambio di sesso, che in realtà è un attentato contro il corpo, perché Dio ha creato ognuno con il suo corpo e i suoi significati. La differenza fra uomo e donna è positiva, è la positività della creazione, e ogni ragazzo deve imparare ad identificarsi con la sua esistenza. Quando sei nato come un ragazzo sei un ragazzo, quando sei nato come una ragazza sei una ragazza».
Oggi tanti ragazzi e ragazze invece si identificano con l’altro sesso. Che cosa bisogna dire a queste persone? Come si deve affrontare questo tema?
«Le persone sono vittime di un’industria che fa tanto denaro con i problemi dei ragazzi. È normale per noi, per tutti noi, quando siamo nella pubertà, cercare l’identificazione con la nostra natura. Dobbiamo dire loro di identificarsi con sé stessi, di amare sé stessi, in relazione con Dio e non con queste ideologie che distruggono l’uomo. Abbiamo tanti che hanno cambiato sesso e che hanno sofferto tanti problemi, avanzando nell’età hanno cambiato idea. Alcuni non possono più diventare madri o padri. Ma fa parte della nostra natura umana il desiderio di diventare padre o madre. Anche per noi che viviamo nel celibato: non è contro la nostra natura, il sacerdote deve essere un padre spirituale con l’autorità, con la vicinanza, con la paternità. E le suore sono anche madri in un senso spirituale. Questo è il compimento della nostra natura».
Sembra che lei veda tracce di totalitarismo anche oggi.
«Sì, è evidente, e non solo io, tanti osservatori, filosofi, giornalisti, professori di sociologia, eccetera, vedono questa tendenza a una nuova dittatura anche qui nei nostri Paesi più o meno democratici. La democrazia non rimane automaticamente, ha bisogno anche di uno spirito democratico, uno spirito di accettazione dei diritti basici, elementari, che lo Stato non può cambiare nemmeno con i mezzi moderni. I cittadini devono essere liberi nelle loro opinioni quando non attaccano un’altra persona in maniera criminale. Anche la scienza e i professori devono poter sviluppare le loro teorie, che siano false o no, e non tocca allo Stato intervenire: la scienza e i suoi rappresentanti devono discutere fra loro di questi temi. Non si può lasciare decidere un politico che non sa nulla di queste cose. C’è la tendenza in tanti Paesi d’Europa per cui alcuni politici, alcuni partiti vogliono impadronirsi della totalità della vita sociale, spirituale e intellettuale. Questo Digital Services Act, ad esempio, per me è contro la democrazia. Lo Stato non ha il diritto di controllare i contatti privati degli uomini. La polizia può entrare in una casa solo quando c’è un sospetto di un crimine e non quando uno ha detto qualcosa - intelligente o non intelligente - su un politico. I politici non possono essere una casta speciale con privilegi. Ne vediamo le conseguenze: alcuni gruppi politici e universitari hanno formato questa rete di Epstein. Ma le vediamo anche a Davos. I più ricchi hanno forse il diritto di disegnare il futuro del mondo? Questo lo devono fare i Parlamenti e la discussione libera nella società, la Chiesa, le accademie, le università. Ognuno ha il diritto di partecipare a questa discussione e non solo una cerchia ristretta di super ricchi. Non posso accettarlo».
Quando ha visto gli Epstein Files si aspettava cose così tremende?
«Prima ho parlato di complotti. Ma io non ho mai avuto tanto fiducia in questi gruppi. Io vengo da una famiglia di lavoratori. Mio padre ha lavorato 40 anni in Opel, in una fabbrica di auto. La classe media, penso, è la colonna della società. Queste classi invece si separano dal popolo e vivono nel lusso. Quando uno ha più denaro va bene, ma lo deve investire nel futuro, nella società e non vivere nel superlusso. Quando queste persone hanno tanto denaro pensano di essere al di là, al di sopra della morale. Ridicolizzano la morale cristiana e questi sono gli effetti».
A questo totalitarismo che ha descritto la Chiesa come deve reagire? Serve seguire una via più tradizionale, magari più conservatrice, oppure, come qualcuno ha provato a fare in questi anni, aprirsi di più al mondo, seguire le tendenze della modernità?
«Noi dobbiamo solo seguire il Vangelo e non queste contraddizioni più politiche o ideologiche, questa differenziazione, tra conservatori, liberali, socialisti, sinistra, destra... Questo è un risultato della Rivoluzione francese, quando i gruppi, le classi, si sono confrontati l’uno contro l’altro. Io penso che noi dobbiamo sviluppare la società secondo la nostra ragione umana, secondo le esigenze della realtà. Si possono avere diverse opinioni, ma non una fissazione ideologica e soprattutto dobbiamo orientarci noi, i cristiani, sulla parola di Dio. Abbiamo la parola di Dio, i grandi autori, i padri della Chiesa, la grande teologia nel Medioevo e oggi questi autori, come John Henry Newman o papa Benedetto XVI, che sono grandi intellettuali, ma anche profondamente credenti, pregano, sono in contatto, vivono con Dio. Loro possono darci orientamenti per il futuro. La Chiesa non deve lasciarsi ridurre a un’organizzazione meramente umana, ma d’altra parte non siamo un circolo riservato solo per alcuni “super cristiani”. Siamo un corpus mixtum fra santi e peccatori. Nella rete di Cristo ci sono tanti pesci di tante categorie e dobbiamo accettare gli uomini come sono, e non idealizzarli. Al contempo non dobbiamo pensare che non sappiano nulla o che siano incapaci. Dobbiamo essere realisti: un sano realismo come quello che Gesù Cristo stesso e gli apostoli hanno avuto. San Paolo è una persona realista, e ha questa apertura verso di Dio, la trascendenza, e anche la responsabilità per il mondo immanente. Il Concilio Vaticano II spiega molto chiaramente la vocazione divina dell’uomo di diventare figlio di Dio. Alla fine, dopo la morte, non attendiamo il nulla, ma la visione di Dio, la vita eterna, la felicità eterna. E anche qui, nella propria vita, ognuno ha la sua missione, il suo carisma, il suo talento che deve sviluppare per promuovere la società con la sua professione, che sia l’industria o altro. Anche la pedagogia è necessaria, per questo abbiamo bisogno di buone scuole, buone università, tutte queste istituzioni con persone competenti. E questa è la responsabilità che anche noi abbiamo come cristiani, compresi i pastori, per il futuro anche immanente della società, degli uomini, della Chiesa, ma sempre in questa apertura verso la trascendenza».
Ci sono state polemiche, anche nelle ultime settimane, perché qualche vescovo si è espresso sui temi del referendum. A volte la sensazione è che qualcuno ai vertici della Chiesa faccia un po' troppa politica, lo pensa anche lei?
«Io non conosco esattamente il contesto ma generalmente vorrei dire che i vescovi, come dice il Concilio Vaticano II, hanno la prima responsabilità per la pastorale, per l’evangelizzazione, per i sacramenti. Anche il Papa è un’autorità morale per il mondo, ma i vescovi non si mettono direttamente in politica. Il Concilio Vaticano II, nel Gaudium et Spes, parla di una relativa autonomia delle realtà terrene. Per esempio l’economia: noi possiamo portare la dottrina sociale della Chiesa ma non possiamo agire direttamente, non siamo specialisti di economia. Vale anche per la politica, e tutta la scienza: ho studiato teologia, anche se sono stato professore non posso parlare come un medico nel suo campo. Ho studiato le cose, posso capire qualcosa ma non sono competente, non ho una specializzazione. Per questo la Chiesa è coinvolta con i cristiani che sono presenti nella politica ma i presbiteri devono essere un po’ distaccati, lasciare spazio ai laici, ai credenti fedeli laici. Devono dare la propria opinione quando si tratta dell’aborto, quindi non di politica ma di morale, e la politica la deve rispettare. Ma sul rapporto di un’azienda italiana con un’azienda francese, il vescovo, il parroco non ha nulla da dire».
Le grandi organizzazioni sovranazionali, l’Unione europea e l’Onu, sembrano spingere molto per la normalizzazione dell’aborto.
«Queste organizzazioni hanno l’idea assolutamente erronea che ci siano troppi uomini e vogliono regolare anche le nascite. Ma non hanno alcun diritto di decidere quale vita è degna di sopravvivere e quale no. Questa non è politica, è un’azione assolutamente immorale di decidere sulla vita degli altri. Non capisco dove sia la differenza con i sistemi totalitari che dicevano “questi nemici del comunismo sono superflui e devono andare nel campo di concentramento”. Dove è la differenza? Usano questa falsa affermazione per cui l’embrione non è un uomo: come si può dire questo? Chi è nato dalla madre è un uomo, la madre non fa nascere una cosa. Il figlio è un uomo e non una cosa che diventa poi un uomo. Questo è impossibile filosoficamente, medicalmente, biologicamente, è una idiozia quella che dicono. Tanti sono comunisti o marxisti, seguono questa antropologia secondo cui lo Stato decide sulla dignità dell’uomo, ma noi diciamo che la dignità dell’uomo è coesistente con la sua esistenza e nessuno ha il diritto di decidere sulla vita degli altri uomini. L’embrione o un bambino, un piccolo bambino di uno o due anni dipende totalmente dai suoi genitori ma non vuol dire che loro hanno tutti i diritti su questo bambino. Anzi hanno l’obbligo di essere presenti con amore, di aiutare, educare, nutrire i loro figli perché il rapporto tra genitori e figli è un rapporto di amore fondamentale».
Però questa ideologia sembra funzionare e infatti andiamo verso una denatalità sempre più profonda.
«Per questo abbiamo tanti problemi nei nostri Paesi europei per la denatalità, non c’è un futuro. Dio ha creato l’uomo nel susseguirsi delle generazioni. Questa e l’esistenza umana nella storia, nel tempo, nello spazio. È un suicidio collettivo quello che stiamo facendo, uccidiamo i nostri bambini e rimangono alla fine gli anziani. E cosa facciamo con loro? Anche loro devono fare l’eutanasia? Diciamo agli anziani: tu non sei più utile, devi sparire da questo mondo. Vedere l’uomo solo della prospettiva della utilità è assolutamente inumano. Quando l’uomo perde Dio diventa inumano, non c’è un umanesimo senza Dio. Alla fine arrivano il post-umanesimo il trans-umanesimo e l’anti-umanesimo».
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Michele Marsiglia, presidente di Federpetroli Italia, spiega che cosa sta succedendo: il Qatar sospende la produzione di Gnl e il prezzo del gas vola al Ttf di Amsterdam.
Ecco #DimmiLaVerità del 2 marzo 2026. Il tesoriere della Lega Alberto Di Rubba ci racconta la sua odissea da vittima di dossieraggio.
Dal 2008 le nascite sono diminuite del 35,8% e nel 2024 il tasso di fertilità è sceso a 1,18 figli per donna, minimo storico. Numeri che descrivono un trend strutturale di lungo periodo e che proiettano l'Italia verso il cosiddetto «inverno demografico»: entro il 2050 meno residenti, più anziani e un sistema pensionistico a rischio.
Gli italiani non fanno più figli, una frase che ormai da qualche anno sentiamo ripetere quasi meccanicamente nei servizi dei vari telegiornali. Ci sono però diversi aspetti, al di là della magnitudine del calo della popolazione, che meriterebbero un approfondimento. Permetteteci un’anticipazione: la situazione è molto grave.
L'Italia sta attraversando una crisi demografica senza precedenti nella sua storia, un vero e proprio «inverno demografico» che rischia di lasciare il Paese in un gigantesco museo a cielo aperto, dove i visitatori ammireranno bellezze artistiche custodite da una popolazione sempre più anziana e meno numerosa. I dati dell'Istat per il 2024 sono piuttosto evidenti al riguardo.
Il tasso di fertilità, indicatore di riferimento in merito alla salute riproduttiva della popolazione, è crollato a 1,18 figli per donna, il minimo storico assoluto, mentre le proiezioni per il 2025 indicano un ulteriore crollo a 1,13. Per comprendere l'entità del disastro basta confrontare questi numeri con il livello di sostituzione demografica di 2,1 figli per donna, necessario per mantenere stabile una popolazione senza apporto migratorio. L'Italia, anche prendendo in considerazione l’immigrazione, si trova ormai a metà di quel traguardo, e la tendenza è inesorabilmente discendente.
Nel 2024 le nascite sono state 369.944, quasi 10.000 in meno rispetto all'anno precedente, con una contrazione del 2,6% che conferma la media annua del -2,7% registrata dal 2008. Rispetto al picco di quell’anno, quando nacquero oltre 576.000 bambini, il Paese ha perso più di un terzo delle nascite, con una diminuzione complessiva del 35,8%. Ma i dati provvisori relativi ai primi sette mesi del 2025 sono ancora più allarmanti: le nascite sono diminuite di circa 13.000 unità rispetto allo stesso periodo del 2024, con un crollo del 6,3%.
Molti dei danni non sono più recuperabili, le donne in età riproduttiva (15-49 anni), ad esempio, che oggi ammontano a 11,5 milioni, si ridurranno a 9,1 milioni nel 2050. Anche ipotizzando un recupero della fecondità, il numero assoluto di nascite continuerà a calare per la semplice mancanza di potenziali madri.
Entro il 2050 la popolazione residente scenderà da 59 a 54,7 milioni, con un'età media record che arriverà ai 51 anni. Gli over 65 passeranno dal 24,3% al 34,6% della popolazione, mentre i giovani fino ai 14 anni scenderanno all'11,2%. Anche per questo dato le conseguenze sono autoevidenti: il rapporto tra popolazione attiva (15-64 anni) e anziani diventerà insostenibile, con i lavoratori attivi che diminuiranno da 37,4 a 29,7 milioni, mentre gli ultra-sessantacinquenni cresceranno considerevolmente. L'INPS ha già lanciato l’allarme sul fatto che il sistema pensionistico non sarà più finanziabile senza deficit, con un rapporto attivi/pensionati che diventerà matematicamente ingestibile.
La trasformazione demografica riguarderà anche le famiglie italiane, o forse sarebbe più corretto dire le «non-famiglie», visto che le proiezioni ISTAT per il 2050 indicano che solo famiglia su cinque sarà composta da una coppia con figli (oggi sono tre su dieci). Mentre il 41,1% sarà formata da persone sole, rispetto al 36,8% attuale. La dimensione media familiare si ridurrà da 2,21 a 2,03 componenti, con un incremento del 13% delle persone sole che porterà il loro numero da 9,7 a 11 milioni. Tra queste, gli anziani soli cresceranno da 4,6 a 6,5 milioni, persone che in molti casi dovranno affrontare la vecchiaia senza rete familiare di supporto.
Le conseguenze economiche e sociali si faranno sentire; un Paese con meno consumatori, meno domanda interna, meno innovazione e una popolazione lavorativa in contrazione, vedrà giocoforza la propria competitività globale diminuire. L'economia italiana dovrà fare i conti con una spirale «deflattiva» permanente: meno giovani significano meno imprese innovative, meno startup, meno dinamismo imprenditoriale e, più banalmente, meno forza lavoro disponibile.
L'Italia rischia quindi di diventare un «Paese museo» non solo metaforicamente ma anche nella realtà. Ci vengano perdonati i toni allarmistici, ma di allarme si tratta. Senza interventi strutturali radicali il 2050 potrebbe simbolicamente segnare l'ingresso definitivo dell'Italia in una nuova era demografica, quella di una civiltà che ha smesso di riprodursi e che contempla il proprio declino con la rassegnazione di chi osserva un reperto archeologico.
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