Ansa
Ok della Camera al testo con la discussa norma sul bonus pro rimpatri per gli avvocati (che però verrà cancellato). Opposizioni critiche. I vannacciani: «È un dl timidezza».
L’aula della Camera ha approvato ieri in via definitiva il decreto Sicurezza, sul quale il governo ha posto la fiducia. I voti favorevoli sono stati 203, i contrari 117 e 3 gli astenuti. Il decreto contiene la norma al centro delle perplessità del Quirinale (e degli avvocati), ovvero quella che prevede il bonus di 615 euro per i legali i cui clienti scelgano il rimpatrio volontario, senza opporsi, e quella che assegna il compito di erogare il bonus al Consiglio nazionale forense.
Domani stesso si svolgerà un Consiglio dei ministri per varare il decreto «correttivo», che dovrebbe estendere il bonus anche ai mediatori e alle associazioni che assistono i migranti, e erogarlo (non più da parte del Cnf ma dello Stato) a prescindere dall’esito del procedimento, quindi sia nel caso che il migrante resti in Italia sia che accetti il rimpatrio volontario. «Il decreto correttivo», ha puntualizzato ieri il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, come riporta Askanews, «prevede quello che è stato anticipato: un correttivo di quelle che sono state le osservazioni, che ci sono pervenute dal Quirinale. Come abbiamo sempre fatto, noi teniamo in massima considerazione l’osservazione del Colle. Nelle intenzioni non c’era nulla di quello che si è detto, cioè immaginare un ruolo diverso da quello nobile dell’avvocato, categoria alla quale mi sono onorato di aver appartenuto nei primi anni post universitari, ci mancherebbe. Però abbiamo preso atto di questo», ha aggiunto Piantedosi, «e toglieremo quei riferimenti, questo non toglie che l’istituto è molto importante. Il decreto verrà fatto entro venerdì (domani, ndr)».
Manco a dirlo, le opposizioni hanno colto la palla al balzo per attaccare duramente il governo nel corso della discussione che ha preceduto il voto: «Ci siete riusciti», ha detto il leader del M5s Giuseppe Conte, «ci avete davvero stupito con questa norma che avete inserito in questo decreto, qualcosa di incredibile, di surreale. Ancora ieri Giorgia Meloni però ha precisato è una norma di buonsenso. Allora, ricapitoliamo. Credo che anche a voi colleghi della maggioranza sia capitato di andare da un avvocato, cercare un avvocato per riparare i torti che avete subito, per cercare difesa e protezione per le vostre ragioni. E che cosa avete cercato in quell’avvocato? Comprensione, lealtà, diligenza, massima attenzione per difendere le vostre ragioni. Ora con questa norma», ha aggiunto Conte, «è come se il vostro avvocato, con cui avete un rapporto fiduciario, venga contattato dal vostro avversario in giudizio che gli promette e addirittura gli consegna dei soldi per convincerlo a farvi aderire a una soluzione che è contraria, in ipotesi, ai vostri interessi di cliente. Sapete una fattispecie del genere come si chiama? Ricorre in due reati. Il reato di patrocinio infedele e di corruzione. State costringendo gli avvocati a commettere due reati». «Siete voi stessi», ha sottolineato il deputato di Avs Federico Zaratti, «che dite che l’articolo 30 bis del decreto Sicurezza è incostituzionale.
Con quale coraggio venite a chiedere al Parlamento di metterci la faccia e votare un decreto con una norma chiaramente incostituzionale?». Per Fabrizio Benzoni di Azione «questo è un provvedimento totalmente fuffa che ci dice ancora una volta cos’è questo governo che parte dai tweet ma non va nel concreto». «Nonostante sia un provvedimento sbagliato», ha affermato la vicepresidente vicaria del gruppo Pd alla Camera, Simona Bonafè, «vanno avanti lo stesso, combinando anche un pasticcio istituzionale. Il Parlamento si appresta ad approvare un decreto che contiene una norma incostituzionale, quella che prevede compensi agli avvocati per favorire i rimpatri volontari dei loro assistiti, su cui il Colle ha già espresso rilievi negativi».
Difende la legge il centrodestra: «Il gruppo di Forza Italia», afferma il deputato Pietro Pittalis, «sostiene convintamente e senza ambiguità questo provvedimento sulla sicurezza perché risponde a una domanda reale che arriva dal paese. L’equilibrio non è stare fermi come pretende la sinistra. È decidere ed intervenire. E mentre qualcuno minimizza, noi scegliamo di stare dalla parte di chi ogni giorno lavora e chiede semplicemente di poterlo fare senza paura». «Chi viene nel nostro Paese per lavorare e per farlo crescere può rimanere, gli altri devono tornare a casa loro», argomenta il deputato della Lega Gianangelo Bof, «diamo il gratuito patrocinio a chi vuol fare ricorso per rimanere nel nostro Paese anche se non ne ha diritto e, però, poi ci scandalizziamo se diamo un contributo per aiutare le pratiche per chi liberamente sceglie di tornare a casa propria. Questo non è non è un reato è una parificazione».
«Nel decreto», ha sottolineato il deputato di Fdi Giovanni Maiorano, «ci sono tanti strumenti operativi, soprattutto per la tutela delle nostre forze dell’ordine. Noi scegliamo di stare dalla parte dei cittadini onesti, di chi indossa la divisa, dalla parte della sicurezza e della legalità. Voi», ha aggiunto, rivolto al centrosinistra, «avete deciso ancora una volta di votare no a tutto questo». Voto contrario anche da Futuro Nazionale di Vannacci: «Questo è un decreto blando, timido», ha affermato il deputato di Fnv Rossano Sasso, «anziché sicurezza potremmo chiamarlo decreto timidezza. Servirebbe il pugno duro, non un provvedimento come quello partorito dal centrodestra moderato. Finché non farete qualcosa di destra non potremo votare la fiducia a questo governo. Non vogliamo far vincere la sinistra ma se la coalizione di centrodestra moderata non ci vuole siamo pronti ad andare anche da soli».
Continua a leggereRiduci
Matteo Salvini (Ansa)
- Il ministro: «Con questi costi le aziende non possono asfaltare le strade. Per farlo c’è da litigare con l’Unione». Pesanti le ricadute sull’edilizia. Il vicepremier assicura: «Farò di tutto per evitare il b.locco dell’autotrasporto».
- Farmindustria: «Filiera sotto pressione per il conflitto». Federfarma: «Non serve fare scorte». Marcello Gemmato (Fdi): «Se cessassero le forniture di Cina e India, sarebbero guai».
Lo speciale contiene due articoli
Si allarga la mappa dei settori sui quali sta impattando la crisi energetica causata dalla guerra in Iran. Anche le grandi opere, le infrastrutture e l’edilizia rischiano di essere travolte dall’aumento dei prezzi dei materiali legati al petrolio o in transito dallo Stretto di Hormuz. Il bitume è aumentato del 70%. «Questo vuol dire che le aziende non possono asfaltare le strade», è l’allarme lanciato dal ministro per i Trasporti, il vicepremier Matteo Salvini, che domanda in modo provocatorio: «Quindi cosa si fa? Non asfaltiamo più le strade a Firenze in Italia perché a Bruxelles hanno deciso che non le dobbiamo più asfaltare? Ce ne freghiamo e lo facciamo lo stesso, però significa litigare». E mette il dito nella piaga: «Non basta lo sconto accise. Certo, è meglio pagare 25 centesimi in meno che in più, ma non è sufficiente».
Il tema è sempre quello della possibilità di allentare i vincoli di bilancio previsti dal Patto di stabilità, con la tagliola del rapporto deficit-Pil non oltre il 3%, che invece per Bruxelles sono indiscutibili. Come non si toccano le scadenze della transizione energetica.
Già nei giorni scorsi l’Ance, l’associazione dei costruttori, aveva parlato di rincari fino al 40% nei derivati del petrolio e nei materiali legati all’energia come rame, alluminio, conglomerati bituminosi e cementizi, che mettono a rischio i cantieri. Tutto il comparto delle costruzioni potrebbe subire rallentamenti o essere soggetto ad aumenti che si andrebbero a scaricare prima sulle aziende e poi sugli utenti. Significa rincari per le ristrutturazioni degli edifici e per i prezzi delle nuove abitazioni.
Sono situazioni legate soprattutto alla difficoltà di risolvere nel breve tempo la crisi nel Golfo. Confindustria traccia tre tipi di scenari, proprio legati alla tempistica del conflitto. «Se la guerra si fosse conclusa velocemente saremmo allo 0,5% del Pil, se dovessimo continuare così per ancora altri tre mesi saremmo a uno zero, se arriviamo a fine anno c’è il rischio, quasi con certezza, della recessione», ha affermato il presidente degli industriali, Emanuele Orsini.
Ma al di là delle ipotesi, c’è l’emergenza trasporti sul tavolo del governo. Ieri si è svolto, al ministero dei Trasporti, l’incontro con le principali associazioni dell’autotrasporto. Al centro del dibattito, l’impatto dell’aumento dei costi energetici sulle imprese e le ripercussioni sull’intero sistema produttivo. È stato analizzato il fabbisogno reale delle imprese per definire interventi strutturali nelle prossime settimane. Contenere l’impennata dei costi dei carburanti è una priorità. Parallelamente, è emersa l’esigenza di contrastare la speculazione. Salvini ha detto che vuole evitare lo sciopero di fine maggio, «che significa avere i negozi vuoti e bloccare l’Italia», e si attende un segnale da Bruxelles, considerato che l’aumento del gasolio è il più alto degli ultimi 30 anni, «altrimenti procediamo da soli».
La categoria ha posizioni diverse sullo sciopero. Assotir è contrario e ha proposto di creare un punto di monitoraggio del mercato presso il Porto di Civitavecchia, presso il quale segnalare, anche in forma anonima, le anomalie, e sollecitare l’intervento dell’Antitrust per contrastare la speculazione lungo la filiera. Secondo Claudio Donati, segretario nazionale del sindacato di categoria, «il credito d’imposta e il taglio delle accise non sono sufficienti per compensare l’impennata dei costi del gasolio».
«Ogni giorno», ha sottolineato Patrizio Loffarelli, rappresentante dell’autotrasporto presso l’Adsp del Mar Tirreno centro settentrionale, «i prezzi dei beni di consumo aumentano con la scusa dei maggiori costi di trasporto, ma i trasportatori lamentano di non riuscire a coprire i maggior costi. Qualcosa non torna: i trasportatori non hanno modificato le tariffe. Bisogna vigilare sulle potenziali distorsioni del mercato».
Altro settore caldo è quello dei voli. Secondo i dati elaborati da Cirium, le prenotazioni dall’Europa verso gli Stati Uniti hanno registrato un calo del 15,34% su base annua, di poco inferiore la contrazione dei flussi nella direzione opposta, pari all’11,19%, a cui si aggiungono dati sempre a livello internazionale che parlano di una flessione compresa fra il -14% e il -7% sulle tratte transatlantiche.
L’Agenzia internazionale dell’energia, continua a dire che l’Europa dispone di scorte per circa sei settimane. Il commissario europeo all’Energia, Dan Jørgensen, ha paragonato l’attuale scenario a una combinazione letale tra lo shock petrolifero del 1973 e la crisi dei prezzi del 2022. E ha spiegato che «anche se la pace tornasse domani, servirebbero anni per ricostruire le rotte del gas».
Dagli Stati Uniti invece arrivano messaggi meno pessimisti. Secondo il segretario all’Economia, Scott Bessent, «quando finirà la guerra in Iran la benzina costerà meno di prima del conflitto». Affermazioni in contrasto con quelle del segretario all’Energia, Chris Wright, secondo il quale ci vorrà almeno un anno affinché i prezzi della benzina calino.
E c’è anche un’emergenza farmaci
I farmaci costano di più e l’approvvigionamento comincia a essere a rischio. L’allarme è stato rilanciato da Farmindustria, che addebita al blocco dello Stretto di Hormuz la responsabilità di un principio di una nuova carenza di medicinale in Italia e in Europa.
L’effetto della guerra tra Iran e Usa ha causato «uno stress per le filiere del farmaco» spiega Marcello Cattani, presidente di Farmindustria, aggiungendo che «ci sono stati ulteriori incrementi del 25% sull’alluminio, del 15% sugli ingredienti attivi, del 25% sul vetro. L’alluminio non è estratto in Europa, ma viene da Cina, India e Australia. Nel momento in cui si è presentata questa quarta crisi energetica, vengono ridotti i volumi perché si scatena l’accaparramento. Noi cerchiamo di gestire la situazione diversificando l’approvvigionamento, ma ci sono dei limiti oggettivi». È per questo che Federfarma invita la popolazione a non fare scorte, chiarendo che dal loro punto di vista non ci sarebbe una stretta emergenza nell’immediato. «Nessuna carenza generalizzata di medicinali sul territorio, ma solo eventuali difficoltà temporanee legate a produzione, distribuzione o picchi di domanda». Eppure, lo stesso allarme è stato dato anche da Pierluigi Petrone, presidente di Liphe (Logistica integrata pharma healthcare), che ha spiegato che il 76% dei principi attivi che curano l’80% delle malattie croniche proviene da quell’area: «Per ora le scorte tengono, ma se il conflitto si prolungasse per alcune settimane le scorte ospedaliere di alcuni medicinali a breve durata potrebbero iniziare a scarseggiare».
Il rischio è concreto perché in India si produce il 20% dei farmaci generici e si importa annualmente 4,35 miliardi di dollari in principi attivi farmaceutici, il 74% dei quali dalla Cina». L’Europa, con la sua proposta di regolamento del Critical Medicines Act, mostra che quasi il 70% dei farmaci dispensati nella regione è costituito da generici, e che la produzione dei loro ingredienti si è nel tempo spostata fuori dall’Unione.
Insomma, la carenza di farmaci, come scriviamo da anni sulla Verità, in Europa non è più un fenomeno occasionale ma una criticità strutturale. Un nuovo report del Pharmaceutical group of the European union (Pgeu), presentato al Parlamento europeo e basato sui dati raccolti in 27 Paesi dell’Unione europea e dell’Efta, segnala che in diversi Stati membri oltre 600 medicinali risultano attualmente carenti.
Secondo il rapporto, il 96% dei Paesi intervistati segnala carenze di medicinali e nel 70% dei casi la situazione resta stabile a un livello considerato inaccettabile. In più di un terzo dei Paesi analizzati il numero di farmaci indisponibili supera le 600 unità. Il documento evidenzia inoltre che le carenze non rappresentano più interruzioni episodiche ma una caratteristica persistente del panorama farmaceutico europeo. Il dato più preoccupante riguarda il tipo di farmaci coinvolti. Le difficoltà di approvvigionamento colpiscono sempre più spesso terapie clinicamente critiche e quindi farmaci salvavita. E non c’è da star tranquilli, considerato che i precursori chimici necessari per sintetizzare metanolo e glicole etilenico (principi attivi) dipendono da India e Cina, che li utilizzano per produrre la gran parte dei farmaci generici mondiali. Purtroppo India e Cina sono anche tra i Paesi più esposti al blocco del canale di Hormuz. Secondo il sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato, «se dovessimo avere un incidente diplomatico con questi Paesi, o se banalmente dovessero smettere di inviarci principi attivi, avremmo l’orizzonte di qualche settimana per curare gli italiani e dopo rimarremmo senza farmaci».
Continua a leggereRiduci
Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti (Ansa)
- Il nostro Paese resta in procedura di infrazione: niente flessibilità per i 12 miliardi di investimenti in Difesa. Rivisto al ribasso pure il Pil, che crescerà dello 0,6% nel 2026.
- Si dovrà scegliere tra rinnovo delle agevolazioni e decontribuzione sugli aumenti.
Lo speciale contiene due articoli
Ci sono Paesi che litigano per la storia, altri per la geografia, altri ancora per i confini, la religione o la moneta. L’Italia no. L’Italia litiga con l’Europa per due miliardi. Una cifra che nel bilancio dello Stato vale quanto una riga scritta male in un allegato tecnico, ma che nella liturgia di Bruxelles pesa come un trattato internazionale. Due miliardi. Lo 0,1% del Pil. Tanto basta per restare dietro la lavagna per deficit eccessivo. Tanto basta per rinviare la festa, spegnere la musica e rimettere in frigo lo spumante. Il Documento di finanza pubblica presentato dal ministro Giorgetti consegna il verdetto con la grazia di una cartella esattoriale: il deficit italiano nel 2025 si fermerà al 3,1% del Pil. Un decimale sopra la soglia magica del 3%. Quel numero che Bruxelles ha assunto al rango del Santo Graal. Al 2,9% sei responsabile. Al 3% sei attenzionato. Al 3,1% torni sul banco degli imputati Il governo sperava in un’altra sceneggiatura. Un colpo di reni finale. Un soffio di cipria sui conti pubblici. Invece niente.
Commentare la sentenza tocca ovviamente a Giancarlo Giorgetti, ministro dell’Economia, che da tre anni sta al volante di una Ferrari senza benzina. Sceglie di spiegare tutto con una citazione che unisce nostalgia calcistica e realismo geopolitico: Vujadin Boskov, grande allenatore di Serie A: «Rigore è quando arbitro fischia». Si può protestare, invocare il Var, chiedere il fermo immagine, ma la palla resta sul dischetto. Ed eccolo il cuore della questione europea: regole spesso astratte, talvolta discutibili, quasi sempre inderogabili. Il continente che non riesce a decidere su guerra, energia o politica industriale diventa inflessibile quando si tratta di decimali.
Perché non si tratta solo di numeri. Si tratta di narrazione politica. Il numero è 3,1%. Quasi uno scherzo contabile: due miliardi di troppo in un Paese con oltre 3.100 miliardi di debito. Giorgetti regala un’altra perla lessicale: «Sarò sincero, questo dibattito sull’uscita dalla procedura di infrazione a me interessava molto fino al 28 febbraio. Dopo mi interessa relativamente meno». Fino a ieri il tema era rientrare nei parametri. Oggi il tema è sopravvivere alla geopolitica. In questo scenario, la differenza tra 2,99 e 3,1 somiglia al dibattito sulla piega del tovagliolo mentre la cucina prende fuoco. La frase davvero politica, però, è un’altra. Quella che riguarda il possibile scostamento di bilancio. Espressione elegante per dire: più deficit del previsto.
Giorgetti si dice disponibile: «Ci muoveremo da soli? Non lo escluderei». Se Bruxelles non concede spazio, Roma potrebbe prenderselo. Non per capriccio ideologico, ma per necessità pratica. Difendere famiglie e imprese da una nuova fiammata inflazionistica, sostenere i consumi, assorbire shock energetici.
Il ministro si è definito addirittura «il medico nell’ospedale da campo». Ogni settimana entra un nuovo ferito in barella.
C’è un responsabile della mancata vittoria ed è il Superbonus? Giorgia Meloni lo dice chiaramente: «La sciagurata misura del governo di sinistra del Conte II, al momento, impedisce all’Italia di uscire dalla procedura di infrazione, togliendo al governo margine di spesa da destinare alla sanità pubblica, alla scuola, al sostegno dei redditi più bassi».
Il monumento nazionale al cappotto termico finanziato a debito continua a produrre effetti contabili anche da defunto. Il costo complessivo dell’operazione viaggia intorno ai 220 miliardi di euro tra crediti maturati, oneri spalmati negli anni e impatti sui saldi. Una cifra così enorme da diventare irreale. Il bonus è finito. Il conto no.
È la perfetta metafora italiana: la festa la organizza un governo, il mal di testa lo paga quello successivo.
Il ministero dell’Economia stima il rapporto deficit/Pil al 2,9% nel 2026 e al 2,8% nel 2027. Quindi sì, il rientro sotto il 3% arriverà. Ma non adesso. Arriverà dopo, quando l’attenzione pubblica sarà altrove e quando nuove emergenze avranno già occupato il tavolo.
Il governo ha anche rivisto al ribasso le stime di crescita: 0,6% nel 2026 e ancora 0,6% nel 2027. Il motore è acceso, ma gira al minimo. La macchina non si spegne, però non accelera. Sta ferma con le quattro frecce accese, mentre dietro suonano tutti.
Se la crescita langue, ogni manovra diventa un esercizio di ceramica fragile.
Molti pensano che la procedura europea sia solo una macchia reputazionale. In realtà è soprattutto un vincolo politico e negoziale. Restarci dentro significa innanzitutto minore libertà di manovra sui conti. Poi trattative più dure con Bruxelles. Spazi fiscali aggiuntivi più difficili da ottenere. Sorveglianza costante. Meno margine per misure espansive. In una fase in cui servirebbero risorse per la difesa, per l’energia, per l’industria e forse per nuove tutele sociali, non è un dettaglio.
Giorgetti lo ha ricordato con freddezza: «C’è agli atti una risoluzione parlamentare che prevedeva – qualora fossimo usciti dalla procedura di deficit – una prospettiva di progressivo aumento della spesa della difesa di 12 miliardi». Il piano c’era. Mancava il prerequisito. Il debito pubblico continua la sua passeggiata alpina: 138,6% del Pil nel 2026, 138,5% nel 2027 , 137,9% nel 2028 Scende piano. Senza fretta. La vicenda insegna molto sull’Europa e molto sull’Italia. L’Europa resta una macchina che misura al millimetro ciò che spesso non sa governare al chilometro.
Il governo punta 1 miliardo sul lavoro. Proverà ad aiutare giovani e donne
Le idee non mancano, il problema sono le risorse. È questa la risposta che ripetono come un mantra tutti gli attori più o meno esposti sul dossier decreto Lavoro in vista del Primo maggio. Ribadiscono il concetto, da quando Giorgia Meloni nel corso dell’informativa post referendum ha messo la questione salariale (insieme al Piano casa) in cima all’agenda dell’azione di rilancio del governo. L’obiettivo è venire incontro ai giovani e alle donne che rappresentano, non certo da oggi, i due talloni d’Achille per l’occupazione.
Come? Ci sono alcune misure a costo zero che puntano ad aiutare i lavoratori meno tutelati. Si parte dai rider, rispetto ai quali si tratta di trovare un compromesso tra la necessità di assicurare maggiori garanzie ai corrieri in bicicletta e quella di evitare che le piattaforme digitali scappino dall’Italia lasciandoci in dote migliaia di disoccupati, e si arriva fino allo studio di alcuni norme anti-caporalato.
Poi ci sono i provvedimenti che necessitano di coperture. Uno degli obiettivi è prorogare almeno fino alla fine dell’anno il bonus per le assunzioni dei giovani under 35, il taglio dei contributi che le aziende devono versare ai neoassunti per i contratti a tempo indeterminato. Un’agevolazione attiva dal 2025 che ha copertura fino a fine aprile. C’è un tetto per la decontribuzione che è di 500 euro mensili per le assunzioni in tutto il territorio nazionale e di 650 euro nelle regioni della Zes (Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Sicilia, Puglia, Calabria, Sardegna, Marche e Umbria).
Così come si lavora per estendere e nel caso ampliare anche il bonus per le donne che però già scade a fine anno e prevede un esonero totale dei contributi previdenziali, con un massimale di 650 euro al mese.
L’altra leva è quella che porta alla necessità di ampliare o prorogare gli strumenti individuati per far crescere la retribuzione complessiva. Innanzitutto, la cedolare secca del 5% per gli incrementi retributivi dei rinnovi contrattuali rispetto ai lavoratori con un reddito fino a 33.000 euro. Ma il ragionamento viene esteso anche alla detassazione all’1% dei premi di produttività e all’applicazione dell’aliquota del 15% sulle maggiorazioni e indennità di lavoro notturno, nei giorni festivi o per gli straordinari.
Tutte misure per le quali servono risorse. Il punto, come dicevamo, è che non ce ne sono abbastanza. Al momento sembra già difficile riuscire a stanziare un miliardo (si era partiti da 500 milioni per arrivare a 800) e quindi sarà necessario fare delle scelte. Che per forza di cose ricadranno sul presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che, insieme al ministro del Lavoro Marina Calderone e al sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari, sono particolarmente attivi sul dossier.
Dopo il vertice convocato per martedì in serata, l’esecutivo continua a lavorare sul decreto lavoro del Primo maggio. Ieri si è tenuta un’altra riunione a margine del cdm e ne seguiranno altre tra la fine di questa e l’inizio della prossima settimana. L’intenzione è quella di presentare il decreto nel consiglio dei ministri previsto, anche se ancora non convocato, per il prossimo 30 aprile. I dettagli del testo ancora non sono noti ma a definirne gli obiettivi sono stati i vicepresidenti del Consiglio, Antonio Tajani e Matteo Salvini, i ministri Marina Calderone, Giancarlo Giorgetti e Tommaso Foti, il sottosegretario con delega al Sud Luigi Sbarra, i sottosegretari alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari e Alfredo Mantovano, nonché il ragioniere generale dello Stato, Daria Perrotta. Un intervento che ha assunto carattere di urgenza alla luce del contesto internazionale, che sottopone il mercato del lavoro a forti pressioni, richiedendo un’azione preventiva e strutturale.
L’obiettivo, come detto, è l’adozione di un pacchetto organico di misure a sostegno delle categorie più esposte al caro vita, con interventi volti a garantire una retribuzione equa. Restano in attesa di una convocazione, ma i giorni a disposizioni non sono ormai molti, le parti sociali che insistono sulla detassazione del secondo livello contrattuale, aziendale e territoriale, limitando gli interventi solo ai contratti firmati dalle associazioni più rappresentative. E su questo dovrebbero arrivare chiarimenti.
Tutte le misure in ogni caso puntano a rafforzare il taglio del cuneo fiscale e a garantire aumenti, soprattutto per i redditi più bassi, con effetti graduali e differenziati. L’esecutivo vorrebbe impostare il lavoro sulla continuità rispetto ai provvedimenti già adottati, anche se non si escludono possibili aggiustamenti tecnici per evitare eventuali penalizzazioni nei passaggi tra le diverse fasce di reddito. Di certo l’entità dei benefici fiscali continuerà a dipendere dal livello di reddito.
Continua a leggereRiduci
Macerie a Bir al-Abed, periferia sud di Beirut (Ansa)
Hezbollah scaglia un drone contro le Idf, che rivendicano l’uccisione di due miliziani.
Un secondo soldato francese del contingente delle Nazioni Unite Unifil è deceduto in seguito alle ferite riportate dall’attacco di Hezbollah di sabato scorso. A darne notizia è stato il presidente francese, Emmanuel Macron, che ha scritto su X che il caporale-capo Anicet Girardin del 132esimo reggimento di fanteria, rimpatriato dal Libano, è morto a causa delle ferite.
Parigi conta così la seconda vittima della difficile fase che sta attraversando il Paese dei cedri, dove purtroppo le violazioni del faticoso cessate il fuoco fra Israele d il Partito di Dio sono continue.
Anche se la situazione rimane molto complicata, il tavolo della trattativa resta aperto e il presidente libanese, Joseph Aoun, ha affermato che sono in corso contatti per prolungare la tregua, in scadenza domenica, di almeno dieci giorni. Una fonte ufficiale del governo di Nawaf Salam ha anche affermato che il Libano chiederà la fine di ogni operazione di demolizione delle zone occupate dove l’esercito di Tel Aviv aveva iniziato ad abbattere gli edifici ed una tregua lunga 30 giorni.
Le operazioni delle Forse di difesa israeliane non si sono mai fermate e sono stati uccisi due individui indicati come combattenti di Hezbollah, con l’accusa di aver varcato la cosiddetta Linea gialla, stabilita da Israele nel Sud del Libano. La notizia dell’eliminazione di questi due miliziani è stata data dalla radio militare dell’Idf e poi subito rilanciata da Al Jazeera. Il portavoce del comando militare ha parlato di minaccia immediata, una locuzione utilizzata da Israele per legittimare l’azione nonostante il perdurare del cessate il fuoco. La nota ha anche aggiunto che i soldati israeliani proseguono nelle operazioni di smantellamento delle basi logistiche di Hezbollah e nel sequestro di armamenti nell’area. Sempre la televisione qatarina Al Jazeera ha riferito di una serie di attacchi congiunti dell’aviazione e dell’artiglieria di Tel Aviv nelle zone residenziali presso i centri di Bint Jbeil, Khiam e Hanin. I vertici militari di Tsahal hanno anche dichiarato che l’esercito è coinvolto in duri scontri in territorio libanese, che sta portando avanti per garantire la sicurezza dei cittadini del Nord del paese.
Il ministro degli Esteri di Tel Aviv, Gideon Sa’ar, ha lanciato un invito al governo di Beirut per fare squadra con l’obiettivo di combattere insieme Hezbollah, definendolo un problema e un grave pericolo per la pace fra le due nazioni. Parlando ai diplomatici per il 78esimo anniversario dell’indipendenza di Israele, il responsabile degli esteri ha lanciato un appello a Beirut a distruggere il parastato terroristico che il movimento sciita filo iraniano ha costruito negli anni sul territorio libanese.
Hezbollah ha rivendicato il lancio di un drone contro una postazione dell’esercito israeliano nel villaggio di Bayada, nell’estremo Sud libanese. I miliziani hanno giustificato questo lancio con le violazioni alla tregua da parte di Tel Aviv. Il drone è stato intercettato dalla contraerea e non è riuscito a superare il confine.
Continua a leggereRiduci







