
La sinistra italiana, è un fatto, non è mai uscita dalla logica del green pass. Anzi, si potrebbe dire che l’introduzione di lasciapassare sia la sua ambizione ultima, il compimento dei sogni progressisti di controllo sociale e rieducazione permanente. Non a caso Elly Schlein ha apprezzato l’idea che per partecipare alla fiera Più libri più liberi di Roma venga introdotto un patentino antifascista.
«Anche Giorgia Meloni ha giurato sulla Costituzione e la Costituzione è antifascista», ha detto Schlein. «Nel garantire la libertà di manifestazione del pensiero non considera il fascismo un’opinione, ma lo mette al bando. Viviamo in un Paese che ha una Costituzione scritta da chi ha fatto la Resistenza per liberarci dal regime fascista e dall’occupazione nazista». È il solito falso storico: non solo nella Costituzione non si parla mai di antifascismo, ma di sicuro non è previsto che i cittadini, per potere esercitare i propri diritti, debbano firmare dichiarazioni in cui si impegnano a rinunciare a questa o quella posizione politica. Se una casa editrice non viene chiusa perché in qualche modo tenta di ricostituire il partito fascista, ha diritto di lavorare esattamente come le altre, e non deve in alcun modo subire ostracismi e discriminazioni.
C’è poi un’altra questione decisamente rilevante, che riguarda la definizione stessa di fascismo. Va precisato che in questo caso non si sta discutendo di concedere o meno ai fascisti il diritto di parola. Non si tratta nemmeno di ricordare, come ha fatto il ministro Nordio, che grandi strutture dello Stato liberale sono state edificate su fondamenta fasciste. Qui, a dirla tutta, il fascismo non c’entra proprio un accidente. Il fatto è questo: non esiste un partito o un movimento fascista sovrapponibile a quello storicamente esistito (e di cui la Costituzione proibisce la ricostruzione), e di sicuro non esiste un regime fascista. Dunque che cosa sia in effetti il fascismo oggi è assolutamente opinabile. Ciò che fanno i progressisti è fissare i limiti del campo semantico: sono loro a stabilire che cosa sia fascista e che cosa no. Sarebbe facile dimostrarlo concretamente. Se una delle case editrici definite fasciste dovesse in effetti firmare una dichiarazione di antifascismo, pensate che i gendarmi rossi della cultura la lascerebbero in pace e le consentirebbero di presentarsi in fiera senza problemi? Certo che no. Comincerebbero a spulciarne il catalogo per dimostrare che mente, che è fascista ma non vuole dichiararlo. La mossa successiva sarebbe dunque l’introduzione di regole sulla pubblicazione dei libri, di bandi ad hoc per questo o quell’altro autore e via perseguitando.
Funziona sempre così: i progressisti segnano i confini e pretendono che si esibisca un passaporto per poterli oltrepassare. È, appunto, la stessa logica del green pass: il potere decide chi sia sano e chi malato, stabilisce una definizione di malattia del tutto artificiale, fondata su criteri arbitrari, e in base a quella procede a dividere la popolazione tra sommersi e salvati. È una logica totalitaria, che in teoria contraddice potentemente lo spirito e la lettera della «Costituzione più bella del mondo».
Si potrebbe anche sostenere, per paradosso, che siamo di fronte a una sorta di perversione del concetto - tanto odiato dalla sinistra - di remigrazione. Spieghiamo. Il progetto della remigrazione prevede, in una fase decisamente avanzata, che gli stranieri non assimilati vengano rimpatriati. Come noto, i progressisti sostengono che si tratti di un piano nazistoide e razzista, ferocemente esclusivo. Provate dunque a immaginare che cosa direbbero se agli stranieri venisse richiesto di firmare una sorta di dichiarazione di assimilazione al fine di ottenere un patentino di italianità: di sicuro si strapperebbero i capelli gridando che stanno tornando le leggi razziali. Peccato che, tramite il patentino antifascista, loro facciano la stessa cosa: pretendono assimilazione culturale, e vogliono escludere chi non la accetta. La differenza è che la remigrazione è notevolmente più rispettosa. Non prevede patentini e non pretende di valutare le posizioni politiche. E quando parla di assimilazione lo fa a proposito di un patrimonio culturale, sociale e storico millenario, a cui aderire è facile oltre che piacevole. La remigrazione non pretende uniformità di pensiero, ma lavora per preservare le differenze e le culture. Esattamente ciò che i progressisti vogliono cancellare in nome dell’uniformità, salvo poi fare la morale agli altri accusandoli di essere disumani.
Comunque sia, ci sono notevoli elementi per sostenere che il patentino antifascista sia - quello sì, a differenza della remigrazione - profondamente razzista e discriminatorio. Come il green pass, appunto. Toccherebbe allora che qualcuno ci spiegasse per quale motivo venga sostenuta da denaro pubblico una manifestazione culturale (o sedicente tale) che mostri spinte razziste. Ricordiamo che Più libri più liberi, rassegna organizzata dalla Associazione italiana editori, prende fondi pubblici dal ministero della Cultura tramite il Centro per il libro e la lettura, dalla Regione Lazio, da Roma Capitale e dalla Camera di Commercio di Roma. Se fosse introdotto il patentino antifascista, sarebbe il caso di interrompere immediatamente tutte queste erogazioni, perché non è accettabile che una manifestazione foraggiata dai contribuenti promuova esplicite e immotivate discriminazioni. Ci auguriamo che qualcuno, almeno al ministero della Cultura, prenda su questo immediati provvedimenti. A dirla tutta, sarebbe il caso che il governo - dato che il presidente del Consiglio ha affrontato con tanto coraggio l’argomento - aprisse una seria riflessione pure sulle varie «dichiarazioni di antifascismo» che numerosi Comuni richiedono a chi voglia organizzare incontri pubblici, presentazioni di libri e conferenze. Non solo a Roma: in mezza Italia esistono i green pass della cultura, e sarebbe ora di toglierli di mezzo.






