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Il presidente dell’Ucoii: «I giorni sacri ad Allah devono essere riconosciuti, i fedeli non devono chiedere ferie. Al venerdì ci servono 40 minuti per la nostra preghiera».
Dopo gli scioperi del weekend propri del rito landiniano, con il contributo tiepido della Cisl e della Uil, e la messa laica del Concertone in piazza San Giovanni, ci mancava il predicozzo islamico sui lavoratori.
Che è arrivato il Primo maggio con la lettera aperta del presidente Ucoii, Yassine Baradai, «alle lavoratrici e ai lavoratori d’Italia, alle parti sociali, alle istituzioni e al mondo imprenditoriale: una riflessione sulla dignità del lavoro nella tradizione islamica e un richiamo onesto sull’islamofobia, sulle discriminazioni che colpiscono in particolare le donne, e sul mancato riconoscimento delle due festività religiose annuali e della preghiera del venerdì». Sì, avete letto bene: l’Ucoii, in un’articolata piattaforma politica, ci infila la richiesta «sul mancato riconoscimento delle due festività religiose annuali e della preghiera del venerdì». Riprenderemo tra poco i passaggi della lettera, non prima però di aver sottolineato due aspetti: il ruolo politico che Ucoii vuole giocare e la piattaforma che ne consegue, partendo dai diritti dei lavoratori di fede musulmana, discriminati rispetto alla pratica religiosa.
Più volte avevamo evidenziato che la leva che il mondo islamico avrebbe usato per entrare sempre più nella società italiana sarebbe stata quella del lavoro e così è stato. E lo sarà sempre di più. Qui non si tratta di rivendicare diritti salariali o di altra natura che sono universali e degnissimi di lotte (certo, se blocchi i trasporti con la frequenza degli ultimi tempi, il danno lo fai ai cittadini comuni…); no, in questo caso si mette l’accento sull’appartenenza a una religione e all’equiparazione delle feste islamiche con il Natale, la Pasqua e la domenica. Nella lettera si avverte il peso di chi ha il polso della situazione, di chi sa che ci sono aree produttive del Paese che dipendono da lavoratori stranieri, accomunati dalla pratica islamica. Quindi è la somma di costoro che conferisce peso politico. Religione, presenza notevole sul lavoro, identità: i musulmani in Italia ci sono e vogliono pesare. L’Ucoii oggi si presenta in una declinazione sindacale, domani «elettorale» con una sua appendice organizzata: perché escluderlo visto che poco alla volta le istanze della comunità islamica aumentano di peso? E perché dovrebbero essere solo ospitati nelle liste altrui?
L’Ucoii insomma guadagna terreno e vuole che le impronte siano ben visibili. «Nella tradizione islamica il lavoro lecito è uno dei più nobili atti di adorazione. Il profeta Muhammad (pace e benedizione su di lui) insegnava che nessuno ha mai mangiato cibo migliore di quello guadagnato con il lavoro delle proprie mani, e ammoniva: “Date al lavoratore il suo salario prima che il suo sudore si asciughi”». La lettera di Baradai fa riferimento al «profeta Maometto» per parlare dei diritti, una sottolineatura sottile e persino raffinata se si coglie il senso della scelta del cardinale Prevost di diventare papa Leone XIV, raccogliendo l’eredità di quel Leone XIII, «padre» della Rerum Novarum. Il presidente dell’Ucoii sa che semmai i lavoratori riscoprissero il senso della sfida spirituale contro le tentazioni malefiche dei padroni di Big Tech, quelli di fede musulmana sarebbero più strutturati rispetto agli altri; e questo perché il sindacato cattolico Cisl non ha saputo reggere lo scontro politico con la Cgil (che tra l’altro teme a sinistra Usb e Cobas), non avendo un partito cattolico di riferimento.
È in questo spazio di liquidità e di «secolarizzazione» del lavoro che l’Ucoii penetra avanzando una rivendicazione precisa: «Le discriminazioni esistono e hanno un nome: islamofobia. Sono quelle che colpiscono in fase di assunzione chi porta un nome arabo o un cognome riconoscibile come musulmano. Sono quelle che si traducono in carriere bloccate, in mansioni dequalificanti, in battute “innocenti” che diventano ambiente ostile». E ancora: «Vi sono poi i diritti legati alla dimensione spirituale, che la nostra Costituzione tutela all’art. 19 ma che nel mondo del lavoro restano spesso lettera morta. Le due feste canoniche dell’islam - l’Eid al-fitr, al termine del Ramadan, e l’ʿId al-Adha, la Festa del Sacrificio - sono per noi musulmani ciò che il Natale e la Pasqua rappresentano per i cristiani: due sole giornate l’anno. Eppure ancora oggi un lavoratore musulmano deve troppe volte chiedere ferie, scambiare turni, giustificare la propria assenza come fosse una stranezza, mentre molti datori di lavoro negano il permesso. Servono intese collettive che riconoscano queste due festività come diritto contrattualmente esigibile, sul modello già praticato in altri Paesi europei. La preghiera del venerdì è obbligo religioso comunitario e si svolge in una breve finestra a metà giornata. Una pausa di 40 minuti, una flessibilità d’orario, un permesso retribuito o recuperabile: pratiche semplici, già adottate da aziende lungimiranti, che permettono a milioni di cittadini italiani di onorare la propria fede senza venir meno ai propri doveri professionali. Non sono privilegi: sono accomodamenti ragionevoli».
Nella lettera dal forte sapore sindacale si rimarcano le questioni legate «al mancato rispetto per la donna, in particolare quelle che indossano il velo; alla disponibilità di pasti rispettosi delle prescrizioni alimentari nelle mense aziendali; luoghi dignitosi per la preghiera quotidiana; il rispetto durante il mese di Ramadan per chi pratica il digiuno […] Nessuno dev’essere costretto a scegliere tra la propria fede e il proprio posto di lavoro».
L’islam ha lanciato una sfida precisa al sindacato e soprattutto alla politica: vediamo chi lo ha capito ed è in grado di elaborare una risposta culturale.
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Gabriele Gravina (Ansa)
Caro Gabriele Gravina, caro ex presidente della Federazione giuoco calcio, le scrivo questa cartolina perché l’ho sentita l’altra sera, ospite di Lilli Gruber, fare outing sulla sua fede politica: «Sono di sinistra», ha detto. E come poteva essere altrimenti? Di fronte alla conduttrice che le chiedeva di una possibile discesa in campo, per altro, lei non si è tirato indietro: «Per ora no», ha risposto, facendo danzare quel «per ora» come solo Silvia Salis sa fare. Poi ha anche aggiunto: «Faccio già politica», accendendo le speranze di chi sta aspettando un Papa straniero capace di riunificare le forze sedicenti progressiste. Dal campo di calcio al campo largo, si sa, il passo è breve. Chissà se anche qui a decidere saranno i Bastoni.
Del resto, lei sembra l’uomo adatto. Dopo otto anni di presidenza della Figc, infatti, lascia il mondo del calcio in uno stato comatoso: l’Italia esclusa dal Mondiale per la terza volta di fila, le squadre italiane che collezionano figuracce nelle coppe europee, il mondo arbitrale travolto da un nuovo scandalo. «Bisogna saper sognare, progettare, credere», disse nel 2018 quando fu eletto. Non è riuscito a fare nulla di quello che aveva promesso. E questa mi pare un’ottima premessa per diventare un leader politico. Basta sostituire la Schlein con Gattuso, e Conte (Giuseppe) con Conte (Antonio), e il gioco è fatto. Di Buffon, per altro, in Parlamento ne troverà quanti ne vuole.
Pugliese di Castellaneta (Taranto), trapiantato in Abruzzo, laurea in giurisprudenza, di professione imprenditore, già presidente del Castel di Sangro e consigliere Figc dal 1992 (34 anni!), lei colleziona da sempre poltrone e potere nel mondo dello sport. Però di fronte all’attuale sfascio non si sente responsabile. «Ha fallito?», le ha chiesto Lilli Gruber. «No». Poi ha aggiunto che si sente «capro espiatorio», che ha avuto «penalizzazioni incredibili» e che c’è una «parte endogena e una parte esogena», qualsiasi cosa voglia dire. Non è perfetto per una campagna elettorale? È riuscito a dire in tv che Gattuso, pur facendosi eliminare dai Mondiali, «ha centrato l’obiettivo». A raccontar balle nemmeno Renzi è bravo così.
«Non temo per la qualificazione ai Mondiali in Qatar», disse nel dicembre 2021. Tre mesi dopo siamo stati eliminati dai Mondiali in Qatar. «Andremo ai Mondiali negli Usa anche a nuoto», ha ripetuto nel marzo 2026. Dieci giorni dopo siamo stati eliminati dai Mondiali negli Usa. «Noi siamo professionisti, mica altri sport che sono dilettanti», ha commentato a caldo, suscitando l’ira degli sportivi «dilettanti» che, a differenza degli strapagati calciatori professionisti, con la maglia azzurra vincono eccome. Una gaffe dopo l’altra, insomma: roba che persino il ministro Giuli faticherebbe a starle dietro. «Sono ottimista per gli Europei del 2032 che si giocheranno in Italia e Turchia», ha aggiunto l’altro giorno in tv. E tutti hanno cominciato a toccarsi. Bisogna capirli: la salute del nostro calcio, ormai, è peggio che grave, è Gravina. Ma per lei è venuto il momento di dedicarsi ad altro. Perciò le scriviamo questa cartolina: per augurarle di guidare presto, come solo lei sa fare, il campo largo della sinistra. Non si preoccupi: si troverà a casa. Anche loro, in fondo, sono da tempo nel pallone.
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Strumenti capolavoro ideati e creati in cinque secoli di storia Un tour tra quartieri, laboratori, musei all’insegna del tempo.
Sembra quasi di sentire il ticchettio delle lancette di un coro immaginario di orologi che, nei secoli, hanno racchiuso in un unicum arti e conoscenze umane: astronomia, matematica, pittura, cesellatura, oreficeria, astrologia, incisione... E materiali preziosi: oro, argento, titanio, platino… È il coro della maestria orologiaia che, in oltre 500 anni, marchia di bellezza e cultura la sua Capitale, Ginevra. L’orologio: simbolo del tempo, che l’uomo ha voluto misurare per evitare la dissolvenza, per dare ordine, per preservare la memoria.
L’azzurra Ginevra, incisa dal fiume Rodano e riflessa sull’omonimo lago (detto anche Lemano), è la «Piccola Parigi» elvetica. La Rive gauche è sinonimo di Vieille Ville: antica, compatta, marchiata dallo storico quartiere Carouge ricco di botteghe, fontane, impreziosita da palazzi gotici e barocchi, dominata dalla Cathédrale de St.-Pierre. Sulla Rive droite si stagliano edifici moderni firmati spesso da architetti blasonati e spesso sedi di musei e organizzazioni di prestigio internazionale come la Croce rossa, le Nazioni Unite, l’Oms. La verde Ginevra vanta oltre 50 parchi, circa 310 ettari, superlativi in questo periodo. Per esempio, Parc des Eaux Vives e rododendri in fiore; Jardin Anglais e vista sul Jet d’eau, fontana con getto d’acqua alto 140 metri; Parc des Bastions e la scacchiera gigante; Jardin Anglais e l’aiuola con 6.500 fiori a forma di quadrante con lancette (quella dei secondi è lunga 2,5 metri). Ecco, Ginevra e gli orologi. Una splendida ossessione. Un vivido, illuminante itinerario storico, culturale, pratico nell’inarrivabile universo dell’orologeria ginevrina? Le 175 pagine fresche di stampa che compongono la «Geneva watchmaking guide», un’inedita guida a cura della Fondation Genève tourisme et Congrès; congrès e della Fondation de la haute horlogerie (30 Chf, acquistabile online o presso l’ente turismo e altri indirizzi cittadini).
Perfino i ristoranti parlano di quest’arte plurisecolare. Ne è esempio lo stellato F.P. Journe Le Restaurant, nella centrale rue de Rhone. I proprietari: lo chef D. Gauthier; il maestro orologiaio F. P. Journe con la passione per i vini d’autore. Ognuno lascia il proprio segno: in cucina, quello del primo, con piatti e ingredienti locali di tradizione venati da ispirazioni mediterraneo-thailandesi; quello del secondo nella cantina inarrivabile e nell’ambiente. È come trovarsi dentro un orologio. Ogni tavolo porta il nome di un maitre horologier e, per dire, i segnatempo alle pareti sono assemblati con componenti trovati negli storici laboratori cittadini. Le cioccolaterie artigianali rispondono alla ristorazione d’autore con deliziosi prodotti a forma di quadrante. Anch’essi d’autore. Appena fuori città, a Genthod, paesaggio tra verde e montagne, sorge Franck Muller Manufacture (per tutti, Watchland), sinonimo di capolavori. In quattro ville-laboratori-musei viventi, edificati a fine anni Novanta nello stesso stile della dimora originaria del 1905, si abbracciano, impegnando i cinque sensi, tutte le fasi realizzative della manifattura Muller, tra le più sofisticate al mondo (i modelli tourbillon, meccanismo di compensazione gravitazionale di precisione inventato nel Settecento, è stato perfezionato da Muller nel 1983).
In città, sulla Rive gauche, risponde da un palazzo-ex fabbrica, il Musée Patek Philippe dell’omonima maison, un contenitore-salotto a più piani con oltre 2.500 esemplari dal Cinquecento in poi: il meglio assoluto dell’arte che misura il tempo. In più, una biblioteca tematica con 8.000 volumi. Lo affianca e completa il Musée d’art et d’histoire, un excursus nei millenni e nelle grandi civiltà, sintetizzato in 650.000 opere su 7.000 mq in un edificio di pregio. Al pianoterra, Le Barocco restaurant, in questa stagione anche con tavoli nel cortile museale. Un’alternativa informale, moderna, affacciata sul lago, gustosi piatti unici con materie prime fresche (perfetto anche per aperitivi o dopocena), il Breitling kitchen restaurant. Per una cena di classe, Les Armures, nella Vieille Ville. Arredo con focus su argentee armature, servizio e menu impeccabili. Trionfano zuppe, carni, dolci di tradizione. Si soggiorna nel tecnologico e, insieme, magicamente bohémien, Hotel N’vY , avvolto nella luce del lago.
In questo periodo per godersi il paesaggio esuberante, 25 minuti di tram dal centro, l’occasione è la visita al Cern, il più grande laboratorio al mondo per ricerca scientifica, fisica e nucleare.
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Fedez (Ansa)
Da rapper tamarro di periferia a principe venale di cause Lgbt per valorizzare il matrimonio (di follower) con il brand Ferragni. Tornato «bimbominkia» dopo il divorzio, anche dal M5s, ora fattura grazie a un podcast dove sfrutta persino i «cattivi» della destra.
Cognome e nome: Lucia Federico Leonardo. Aka Fedez, nome di un file di una vecchia foto, risalente all’epoca in cui giocava a basket: «Gli diede il nome un mio amico di allora, Mauro. Non lo sa nemmeno, non ci sentiamo da 15 anni», ha raccontato al Corriere della Sera il 25 marzo 2017.
Nato a Milano il 15 ottobre 1989, è cresciuto in una zona di confine, «tra Buccinasco e Corsico: leggendo un libro su Renato Vallanzasca mi sono accorto che metà dei miei compagni di classe aveva cognomi poco raccomandabili».
Però, in occasione dell’incontro ravvicinato in discoteca con il personal trainer Cristiano Iovino, l’urlo «Lo uccido, io sono di Rozzano!» ha provocato le proteste del sindaco Gianni Ferretti, che nell’ottobre 2024 ha respinto l’immagine da malavita associata alla cittadina onesta e laboriosa.
La vita del rapper si divide in due fasi: a.C. e d.C., prima e dopo l’incontro, il matrimonio e la fine del medesimo con Chiara Ferragni.
Che, baciandolo, lo trasformò da tamarro tatuato a principino delle buone cause (le loro, visti i rispettivi fatturati).
«Il caso di Ferragni e Fedez è esemplare. Al vertice della categoria, nell’Olimpo milionario di Instagram, sono arrivati a dar nome e vita a linee di successo, diventando in tal modo sia imprenditori sia prodotti essi stessi. “Guadagnare essendo”, ha sintetizzato Walter Siti», così Filippo Ceccarelli in Lì dentro - Gli italiani nei social, Feltrinelli 2022.
Nell’era dei social, infatti - dove anche l’ultimo dei morti di fama s’impanca a influencer, content creator, podcaster -, Fedez si è fatto brand, seguendo una tendenza fotografata già all’inizio degli anni Dieci da Alessandro Baricco per il mercato letterario: «Il pubblico è molto legato al brand individuale. C’è chi sceglie Umberto Eco, chi Roberto Saviano, chi forse me».
Ora nel suo Pulp Podcast insieme a Mr. Marra veste i panni dell’intervistatore di politici, che pensano di «usarlo» per arrivare a parlare ai «gggiovani», non capendo di essere - banalmente - un mezzo tra i tanti con cui Fedez intende rimanere al centro dell’attenzione, incrementando gli incassi grazie alle visualizzazioni, anche con atteggiamenti talvolta infantili da «bimbominkia» (a rivolgergli il complimento, Selvaggia Lucarelli: lui l’ha querelata, ma lei è stata prosciolta).
Così, quando Gerry Scotti ha evocato, nel giugno 2023, la figura del regista teatrale Giorgio Strehler, lui è scoppiato a ridere: «Oh, raga, ma chi è ’sto Streller?», ignoranza curiosa - non sapere chi fosse un simbolo della milanesità - per uno a cui è stato assegnato l’Ambrogino d’Oro nel 2020.
In una successiva intervista al Messaggero, Scotti gli dedicò una frecciata agrodolce: «Questi ragazzi hanno un ego talmente grande che riempie tutto quello che li circonda. Diventati popolari in pochissimo tempo, Fedez e tanti altri sono bravi nel loro campo, come gli sportivi. Peccato parlino di presente e futuro senza sapere nulla del passato. C’è tanta ignoranza. Ma ho capito nel corso degli anni che non bisogna mai giudicare le persone dalle lacune che possono avere», ullallah.
Da ultimo, per una Elly Schlein che ha declinato l’invito, si sono accomodati da lui Giorgia Meloni (prima del referendum: non ha portato benissimo), Roberto Vannacci e Matteo Renzi, Angelo Bonelli - il 50% della premiata ditta Il Gatto e il Gatto, alla guida di Avs con Nicola Fratoianni - che forse ritiene di essere originale perché si è fatto una «canna» mentre era in streaming, emulando in realtà Marco Pannella 50 anni dopo.
Ancora prima, sono andati chez Fedez perfino l’effervescente Antonio Tajani e, udite udite, Maurizio Gasparri.
Che in precedenza aveva chiuso un lungo periodo di dissing - per i boomer: provocazioni e insulti reciproci - invitandolo al congresso dei giovani di Forza Italia, nel giugno dell’anno scorso.
«Fedez è diventato di destra?», si sono chiesti allora al Post. Ingenui.
Fedez surfa sulla politica, andando là dove lo porta l’iban (non dimenticando le iniziative benefiche e le donazioni, tanto più dopo la diagnosi di un tumore al pancreas nel 2022).
Nel 2014, per dire, sosteneva il M5s tanto da consentire che la sua canzone Non sono partito fosse usata come inno del movimento.
Sposata Ferragni, «la cui comunicazione si ispira a quella delle celebrità americane di idee progressiste» (come non ricordarla a Sanremo con lo scialle «Pensati libera» sulle spalle, un’idea loffia che mandò in sollucchero i media left oriented, almeno fino allo scandalo Balocco, scoppiato per un’inchiesta proprio della Lucarelli: da quel momento, tutto quello che la bionda inamidata ha toccato, si è tramutato in pand-oro), Fedez si impegnò su temi e campagne care al centrosinistra, a cominciare da quello dei diritti civili.
Su cui, giusto cinque anni, si consumò l’epico scontro con la Rai in occasione del «concertone» del Primo maggio. Trasmesso dalla tv di Stato ma gestito dai sindacati, attraverso una società specializzata nella realizzazione di eventi, la iCompany.
Fedez divenne l’eroe della battaglia, ca va sans dire: democratica e antifascista, contro l’omofobia di Matteo Salvini e della Lega, vicenda ricostruita nel capitolo «Il potere dei Ferragnez» del libro di Stefano Feltri Il partito degli influencer - Perché il potere dei social network è una sfida alla democrazia, Einaudi 2022.
Nella giornata dedicata ai lavoratori sceglie un tema che con il lavoro c’entra poco, il famigerato disegno di legge del Pd Alessandro Zan contro l’omotransfobia, con l’obiettivo di attaccare i leghisti ostili al provvedimento, autori negli anni di inqualificabili commenti omofobi e insultanti, tipo: «Se avessi un figlio gay lo brucerei nel forno».
Sul palco Fedez offre la sua versione della diatriba: «È la prima volta che mi succede di dover inviare il testo di un mio intervento per sottoporlo ad approvazione politica. I vertici di Rai 3 mi hanno chiesto di omettere partiti e nomi e di edulcorare il contenuto. Ho dovuto lottare un pochino ma alla fine mi hanno dato il permesso di esprimermi liberamente».
Fu una stoica battaglia? Fu vera censura?
Feltri: «Nessuno prova veramente a fermarlo o gli chiede di modificare il testo, come era chiaro nell’audio integrale della telefonata, un po’ diverso da quello tagliato e pubblicato da Fedez», in cui il rapper alza la voce perdendo il self-control. Eggià: perché tutti hanno registrato tutti, nella fase della «trattativa» pre-concerto. Segno evidente che gli interlocutori: a) non si fidavano gli uni degli altri; b) immaginavano che lo scontro da privato sarebbe diventato pubblico.
Fedez è stato infatti bravissimo a cavalcare la polemica pro domo sua (per Fedez: a proprio vantaggio), usando la vetrina del Primo maggio non certo per far riflettere su un tema a lui caro, quanto per imporre la sua supremazia: il vero consenso è quello che si costruisce sui social, dove nasce e si afferma «grazie all’acclamazione per indignazione. Quella con la Rai è una battaglia di potere politico, non di libertà di espressione», ha sottolineato Rick DuFer, all’anagrafe Riccardo Dal Ferro, un filosofo prestato al web.
Fedez insomma non ha cercato di catechizzare o informare le folle, ma ha voluto ribadire la sua identità social, e confermare agli occhi dei suoi fan, già convinti, motivati, schierati, il proprio «posizionamento ideologico e commerciale».
Certo, il fatto che in passato Fedez avesse scritto canzoni con versi «stonati» proprio su gay e dintorni, vedi alla voce: Tiziano Ferro con il brano Tutto il contrario, che è del 2011, ha alimentato il sospetto che la sua potesse sostanziarsi in un’iniziativa strumentale.
Dalle accuse (di essere un bel paravento) F. si è difeso accampando il pretesto della giovane età, «certe cose oggi non le rifarei uguali», e meno male, «non c’è mai stata nel quartiere in cui sono cresciuto educazione in tal senso, ma poi ho cercato di migliorarmi. Ho sbagliato per cose dettate dall’ignoranza».
Nel 2011, peraltro, Fedez aveva 22 anni, non proprio un ragazzino, tanto più in un Paese in cui dopo il risultato referendario sfavorevole al governo della «peggior destra di sempre» si è celebrata la coscienza civile e la maturità dei diciottenni corsi alle urne (e in cui i leader - Salvini, Enrico Letta, Giuseppe Conte, Carlo Calenda - per corteggiarli hanno in stagioni diverse proposto sconsideratamente di abbassare il diritto di voto a 16 anni).
Lucarelli: «Fedez è tutto un premettere, “io sono una mente semplice”, “io sono un ignorante”, “io non so niente, eh però”, che uno dice: “e allora visto che hai milioni di follower e vuoi parlare di politica e diritti civili perché non vai a studiare e torni quando sai qualcosa, per esempio?”».
Intanto dovrebbe avere contezza di cosa contengano i volumi che firma.
Domanda di Elvira Serra, sul citato Corriere: «Il periodo della pistola a quando risale?».
«Scusi, lei come lo sa?».
«Della pistola? Lo ha scritto lei nel suo ultimo libro FAQ. A domanda rispondo».
«Davvero c’è scritto della pistola?».
E dalla infosfera è tutto, buona domenica.
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