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«Noi non siamo in guerra e non vogliamo entrare in guerra». Lo ha detto il premier in Senato nelle comunicazioni in vista del Consiglio Ue e sulla crisi in Medio Oriente.
Il presidente del Consiglio ha aggiunto: «È in questo contesto di crisi del sistema internazionale, nel quale le minacce diventano sempre più spaventose e si moltiplicano gli interventi unilaterali condotti fuori dal perimetro del diritto internazionale, che dobbiamo collocare anche l’intervento americano e israeliano contro il regime iraniano».
Riguardo al conseguente aumento dei prezzi dei carburanti, Meloni ha poi affermato: «Il messaggio che voglio dare agli italiani, ma anche a chi dovesse pensare di sfruttare questa situazione per arricchirsi sulla pelle dei cittadini e delle imprese, è: consiglio prudenza».
Catherine Birmingham sola nella casa nel bosco fotografata il 10 marzo 2026 (Ansa)
Attraverso il racconto dei legali della famiglia nel bosco, emerge il fango gettato addosso a papà Nathan e mamma Catherine. Arrivando addirittura a insinuare litigi e una richiesta di affidamento esclusivo dei figli.
Non appena Giorgia Meloni e Matteo Salvini hanno preso parola sulle ultime vicende riguardanti la famiglia nel bosco, si sono immediatamente ringalluzziti tutti coloro a cui i Trevallion non sono mai andati giù. E così, pur di smontare le uscite dei politici di destra, si fanno circolare mezze verità e ricostruzioni deficitarie dell’intera vicenda, al fine di dimostrare che il tribunale dell’Aquila ha avuto molte ragioni per separare i tre bambini dai genitori. Le mistificazioni corrono veloci, soprattutto online e nei talk televisivi, dunque vale la pena di sciogliere alcuni nodi.
Partiamo dal peccato originale, cioè l’intossicazione alimentare con i funghi che ha causato il ricovero di tutta la famiglia e la relativa segnalazione. Qualcuno racconta che il padre, credendosi esperto, avrebbe avvelenato tutta la famiglia che sarebbe stata trovata priva di sensi dal vicino di casa. Giovanni Angelucci, primo avvocato dei Trevallion, racconta fatti molto diversi. «Il papà ha raccolto i funghi, uno dei bambini per emularlo ha raccolto due o tre funghi, li ha lasciati vicini agli altri e la madre - questo è stato l’evidente errore - ha cucinato tutti i funghi assieme. Se i funghi che hanno provocato il malessere fossero quelli dei bambini o quelli del papà io non lo so», dice Angelucci, «ma i funghi poi analizzati dalla Asl sono risultati commestibili. Il papà dopo pranzo è uscito per fare delle commissioni, al ritorno in auto ha cominciato ad avvertire del malessere, ha chiamato la moglie che ha confermato che anche lei e i bambini non stavano bene. Nathan ha chiamato il vicino di casa, il quale ha chiamato il 118. Quando è arrivata l’ambulanza non erano privi di sensi ma presenti a sé stessi».
Per dimostrare il fanatismo dei Trevallion, si è detto che hanno rifiutato il sondino naso gastrico per i bambini perché di plastica. Di nuovo, l’avvocato Angelucci smentisce. «A un bambino piccolo avevano inserito in maniera forzosa questo sondino nasogastrico. Aveva 5 anni, se l’è strappato perché gli dava fastidio e guardando la madre ha cercato supporto dicendole “guarda mamma è anche di plastica”. Vorrei vedere altri bambini in quelle circostanze come si comporterebbero. In ogni caso era soltanto un bambino, non tutti».
Veniamo quindi al grande tema dell’abitazione. Si è scritto che la famiglia si è trasferita in una catapecchia senza acqua, luce e riscaldamento. In realtà la casa era riscaldata da una stufa e aveva la luce da un generatore, anche se non era allacciata alla rete. Quando alle condizioni dell’immobile, la valutazione iniziale si è basata sulla prima paginetta di relazione scritta dai carabinieri quando sono intervenuti nel momento dell’intossicazione. Ancora una volta, la realtà è ben più complessa. «Nel 2021», dice Angelucci, «questi signori comprano con loro provvista di denaro - c’è un rogito notarile a dimostrarlo - una casa colonica, una casa di campagna che fino a 20 anni fa era abitata e forse lo è stata anche nel recente passato anche se non con regolarità. La casa aveva e ha bisogno di lavori di manutenzione ma di certo non è né fatiscente né tantomeno un rudere». E qui viene l’aspetto interessante. Agenti e assistenti sociali non sono titolati a decretare se un immobile sia o meno pericolante. Tocca agli esperti farlo. Ma il tribunale non ne ha mai chiamato uno. «Non c’è stata alcuna verifica dopo quel primo intervento dei carabinieri», dice l’avvocato Angelucci. «Nel provvedimento con cui il tribunale dell’Aquila ha sospeso la responsabilità genitoriale era scritto che sarebbe stata necessaria la consulenza di un perito, che però nessuno ha mai nemmeno individuato. I carabinieri avevano scritto che si trattava di un rudere fatiscente, ma era abitabile tanto che il Comune aveva sin dal 2021 concesso la residenza a tutta la famiglia». In ogni caso, quando un privato ha offerto ai Trevallion una casa simile alla loro ma ristrutturata, i bambini erano già lontani e il tribunale ha negato la possibilità che la famiglia si riunisca a vada a vivere in quella abitazione.
C’è chi sostiene che le autorità abbiano fatto di tutto per trattare con i Trevallion. Risulta, però, che non si siano premurate di cercare un interprete o un mediatore culturale quando tutto è cominciato. In compenso ci sono dal principio state tensioni fra l’assistente sociale Veruska D’Angelo e la madre Catherine. Tanto che quest’ultima, ancora prima di avere un avvocato, presentò un esposto contro l’assistente «Mi dispiace dirlo, ma fino a quando c’ero io l’assistente sociale non si è mai sporcata le scarpe di fango, perché non l’ho mai vista in quella casa. Se non l’ha fatto lei, purtroppo non l’hanno fatto neppure i giudici», dice Angelucci. «Di incontri in quella casa io ne ho visti tre, di cui due con le forze dell’ordine. Sono intervenuti i carabinieri in divisa come se stessero eseguendo una perquisizione. Anche i giudici, che vengono oggi disegnati come dei meri passacarte, la loro autonomia ce l’avrebbero avuta e ce l’avrebbero. Questo penso io: nel momento in cui vedi che le cose non vanno come dovrebbero, dall’Aquila prendi, parti, scendi a Palmoli e vai a vedere quello che accade. Non puoi rimanere dietro una scrivania in un caso così delicato».
Dove sarebbe, allora, tutta questa voglia di dialogare e di andare in fondo alla questione da parte delle istituzioni? Gli unici finora - ovviamente dietro ricatto - a mostrare segni di cambiamento sono stati i Trevallion. I quali hanno accettato la vaccinazione dei figli, l’arrivo di una insegnante (che ha parlato benissimo dei bambini e pure bene della madre), la possibilità di mandare i piccoli a un doposcuola. I Trevallion sono disponibili a modificare la casa, a inserire un bagno, potrebbero trasferirsi da subito nella casa messa a disposizione da un generoso imprenditore di Vasto, ma nulla di tutto questo è servito a smuovere il tribunale, che ha addirittura inasprito le misure prese contro la madre.
Veniamo ora al grande tema: l’atteggiamento di Catherine. Alla mamma vengono rinfacciati dal tribunale atteggiamenti ostili, irridenti verso il personale della casa protetta di Vasto. La si accusa di aver violato le regole facendo dormire i bambini con lei facendoli accedere al suo piano nella struttura. Il tribunale documenta tutto ciò con dovizia di particolari. Ma Danila Solinas, attuale avvocato dei Trevallion, nota che nella ricostruzione, chissà perché, mancano alcuni dettagli rilevanti. «Parliamo di un bambino a cui è stato consentito di accedere al piano di sopra», spiega. «Se è avvenuto è perché qualcuno gliel’ha consentito e questo è avvenuto perché il bambino era assolutamente disperato. Esistono degli audio, che abbiamo fornito al tribunale, in cui si sente il bambino che urla disperato e che cerca la madre in piena notte. Quindi, invece di raccontare che è la mamma che arbitrariamente fa accedere il bambino alla sua stanza, forse avremmo dovuto dire perché questa situazione è capitata. C’erano tutti gli elementi per capire come sono andate le cose e ci chiediamo come mai di questi fatti nessuno abbia tenuto conto».
Certo, Catherine ha un carattere forte. «Nessuno di noi ha mai sostenuto che Catherine sia la persona più accomodante della Terra», continua Solinas, «ma di qui a dipingerla come una donna riottosa, incapace di ascolto, dialogo e rispetto delle regole la strada è lunghissima. Venerdì, quando è stata malamente cacciata dalla struttura, questa donna - pur nella situazione di disastro emotivo in cui versavano i figli - non ha opposto la minima resistenza. Se fosse stata realmente come l’hanno dipinta, beh, credo che avremmo avuto davanti ai nostri occhi una situazione completamente diversa».
Si dice che, dopo tutto ciò, Nathan e Catherine abbiano litigato e lui abbia minacciato di chiedere l’affidamento esclusivo dei figli. Secondo gli avvocati, invece, i due sono insieme e non pensano affatto a ipotesi di affidamento esclusivo. «Sono due persone che stanno affrontando un momento estremamente difficile delle loro vite ma lo fanno cercando di unirsi quanto più possibile, cercando di mettere il bene dei loro figli al primo posto e quindi anche facendo un passo indietro, per quanto convinti della validità delle loro posizioni», dice Solinas.
La situazione attuale pare di stallo. La perizia disposta dal tribunale è ancora in corso. I test previsti sui bambini non sono stati fatti ma rimandati e i piccoli per ora restano nella struttura di Vasto contrariamente a quanto deciso dal tribunale. Possono vedere solo il padre che ha intensificato le visite. Sembrano esclusi affidi esclusivi o adozioni. La madre resta lontana. Giudicate voi se questo sia «il superiore interesse dei minori».
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Antonio Scurati, regista di «M. Il figlio del secolo» (Ansa)
Le Fiamme gialle hanno sequestrato ieri documenti relativi a «M. Il figlio del secolo» e «Queer», due produzioni della società The Apartment. Srl che, negli ultimi anni, ha partecipato a pellicole e serie tv che hanno ottenuto oltre 150 milioni di agevolazioni.
Guardia di finanza a Cinecittà. Ma anche questa volta non è un film. Le Fiamme gialle hanno effettuato ieri perquisizioni e acquisizioni documentali negli studi della società nell’ambito di un fascicolo della Procura di Roma che mira a ricostruire i rapporti commerciali tra la precedente gestione di Cinecittà spa, la casa di produzione The Apartment srl e la controllante Fremantle Italy Group srl.
Al centro degli accertamenti (i finanzieri hanno acquisito «copia del libro giornale e sui mastrini di Cinecittà spa, con specifico riferimento all’annotazione delle fatture emesse nei confronti di The Apartment e, quindi, l’iscrizione del relativo credito, segnalando tutte le eventuali scritture successive attraverso cui il credito suddetto di Cinecittà abbia subito delle riduzioni (o azzeramenti o compensazioni), eventualmente legate sia all’emissione - come si è visto tardiva - di note di credito, sia alla stipula dei contratti di acquisizione delle percentuali dei diritti di sfruttamento commerciale delle opere») ci sono i contratti e i rapporti economici legati alla produzione della prima stagione della serie M. Il figlio del secolo, diretta da Joe Wright, tratta dall’omonimo libro di Antonio Scurati e incentrata sul primo Benito Mussolini, del film del 2024 Queer, di Luca Guadagnino, con Daniel Craig, e Finalmente l’alba, pellicola sempre del 2024 scritta e diretta da Saverio Costanzo e prodotta direttamente da Fremantle.
Nel mirino ci sono i bilanci 2022 e 2023 della spa, redatti dalla precedente gestione guidata da Nicola Maccanico, ad che si era dimesso nel 2024. I titolari dell’indagine, Giorgio Orano ed Eliana Dolce, hanno inoltre disposto l’acquisizione delle comunicazioni interne tra direzione marketing e uffici amministrativi delle società coinvolte e gli allora dirigenti di Cinecittà. The Apartment è una società del gruppo Fremantle «specializzata in produzioni di respiro internazionale». Già nell’autunno del 2025 le Fiamme gialle avevano acquisito documentazione a Cinecittà su altre produzioni, tra cui Siccità, film del 2022 di Paolo Virzì, L’immensità (2022) di Emanuele Crialese e ancora Finalmente l’alba. «Questa mattina (ieri mattina, ndr) nell’ambito del filone di indagine risalente al periodo 2022-2023 la Guardia di finanza si è presentata presso la nostra sede per acquisire documentazione necessaria ad accertamenti Cinecittà ha come sempre garantita la massima, piena e utile collaborazione», ha fatto sapere la spa in una nota.
Si tratta dell’ennesimo colpo di scena che contraddistingue la vicenda del tax credit, il meccanismo (perverso e fuori controllo) attraverso cui le case di produzione riescono a recuperare una parte consistente delle spese sostenute per produrre film, serie tv o documentari, attraverso i crediti di imposta. Il blitz della Finanza vuole rispondere a una domanda: i benefici fiscali richiesti e ottenuti dalle case di produzione sono corretti oppure possono esserci state delle irregolarità nella produzione dei documenti o nell’atto di rendicontare le spese sostenute? In parole povere, il sospetto è che alcune produzioni abbiano artatamente gonfiato i costi di produzione per ottenere maggiore tax credit. Ne è convinto, ad esempio, l’avvocato Michele Lo Foco, esperto del settore: secondo il legale, membro del Consiglio superiore dell’audiovisivo, si sarebbe creata una voragine da quattro miliardi di euro, dal 2016 a oggi, a causa della riforma del tax credit voluta da Dario Franceschini, sempiterno plenipotenziario della cultura targata Pd. Per Lo Foco, è in atto da anni quello che chiama «il sacco di Roma» ai danni dalle casse pubbliche.
La questione dei costi «gonfiati» è finita al centro anche di un’inchiesta avviata dalla Procura di Roma dopo un esposto presentato dallo stesso Lo Foco. Nel mirino del legale sono finite alcune produzioni: La chimera di Alice Rohrwacher. (3,3 milioni di tax credit), Il sol dell’avvenire di Nanni Moretti (5), L’immensità di Emanuele Crialese (6), Siccità di Paolo Virzì (4), The equilizer 3 con Denzel Washington (30 milioni), Fast and furious 10 (10), Viola come il mare (3,65) e Finalmente l’alba di Saverio Costanzo (9 milioni). Nomi che tornano e ritornano in questa storia di «bonus» dorati dati quasi sempre ai soliti noti.
Il blitz di ieri delle Fiamme gialle, come detto, ha messo al centro della scena la società di produzione The apartment. La srl, come mostra il grafico sopra, ha ottenuto negli ultimi anni qualcosa come 152 milioni di solo tax credit per le pellicole presentare al ministero della Cultura. Per vedere Daniel Craig in Queer, ha speso complessivamente oltre 54 milioni di euro nella produzione, quasi 18 milioni dei quali coperti dal generoso Tax credit piovuto dal Mic. Per Luca Marinelli nei panni di Benito Mussolini in M. Il figlio del secolo (ruolo che, a suo dire, lo ha «devastato» dal punto di vista personale ma non certo nel portafoglio o nella notorietà), l’Italia ha versato quasi 15 milioni di euro. Per i 16 episodi in due stagioni della serie tv Il Re, con Luca Zingaretti, in onda su Sky, sono finiti nelle tasche dei produttori ben 10 milioni di euro.
Niente a che vedere con le ultime due stazione de L’amica geniale: ben 30 milioni di euro di tax credit. Paolo Sorrentino con La grazia e Parthenope ha «cubato» circa 16 milioni di euro di tax credit. Ad Angelina Jolie e al suo Senza sangue, tratto da un romanzo di Alessandro Baricco, sono andati poco più di 6 milioni di euro.
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Donald Trump (Ansa)
La Casa Bianca conferma che l’operazione contro gli ayatollah cesserà quando «saranno raggiunti tutti gli obiettivi militari». Ma Trump ribadisce che un dialogo con Teheran resta possibile. E chiede a Israele lo stop ai raid sulle infrastrutture energetiche.
Donald Trump ha confermato la volontà di tentare una soluzione venezuelana a Teheran. Ieri, ha infatti ribadito di «non essere contento» della nomina di Mojtaba Khamenei a Guida suprema dell’Iran. «Non credo che possa vivere in pace», ha detto. Tuttavia, il presidente non ha escluso negoziati con il regime khomeinista. «È possibile, dipende dalle condizioni», ha affermato.
Del resto, durante una conferenza stampa lunedì sera, aveva esplicitamente aperto alla possibilità che, in futuro, l’Iran possa essere guidato da qualcuno di «interno». «In Venezuela, abbiamo una donna, Delcy, che è stata presidente del Paese, molto rispettata. Sta facendo un ottimo lavoro. E non c’è stata alcuna interruzione. Abbiamo avuto, come ricorderete, l’Iraq, dove tutti sono stati mandati via. I militari sono stati mandati via, la polizia è stata mandata via, i politici sono stati mandati via. Non c’era nessuno. E sapete in cosa si sono trasformati? Nell’Isis. E non lo vogliamo. Quindi vorrei vedere le persone che sono dentro», aveva dichiarato, tornando a mostrarsi freddo sull’ipotesi di un ruolo politico per Reza Pahlavi.
Nell’occasione, il presidente americano aveva parlato anche della telefonata da lui avuta poche ore prima con Vladimir Putin, definendola «molto positiva». Non è improbabile che Trump possa appoggiarsi allo zar, che intrattiene storici legami con il regime khomeinista, per imbastire dei colloqui con la leadership iraniana. D’altronde, i due leader potrebbero avere l’uno bisogno dell’altro. La soluzione venezuelana porterebbe, è vero, Teheran più vicina a Washington. Tuttavia, escludendo un regime change alla Bush jr, permetterebbe anche a Mosca di preservare uno spazio di influenza sull’Iran e, più in generale, sullo scacchiere mediorientale. Putin, che ieri si è sentito con il presidente iraniano Masoud Pezeshkian invocando una de-escalation, ha infatti bisogno di recuperare terreno, visto che la caduta di Bashar al Assad in Siria ha inferto un duro colpo agli interessi di Mosca nella regione.
Il punto è capire se Israele seguirà Trump nella soluzione venezuelana. Fino alla settimana scorsa, lo Stato ebraico era sembrato propendere per il regime change classico. Poi, qualcosa è cambiato. L’altro ieri, un funzionario israeliano ha detto al Washington Post: «Non vediamo nessuno che possa sostituire il regime». Lo stesso Netanyahu, pur ribadendo di auspicare un cambio di regime, ha puntualizzato come questo scenario dipenda dal popolo iraniano. «La nostra aspirazione è quella di indurre il popolo iraniano a liberarsi dal giogo della tirannia», ha detto. «In ultima analisi», ha però aggiunto, «dipende da loro». «Non vogliamo una guerra senza fine», ha inoltre affermato, ieri, il ministro degli Esteri di Gerusalemme, Gideon Sa'ar.
Non è escludibile che l’ammorbidimento del governo israeliano nasca dalla necessità di disinnescare le tensioni con Washington, dopo che, la settimana scorsa, lo Stato ebraico aveva attaccato le infrastrutture petrolifere iraniane, irritando l’amministrazione Trump, che infatti, secondo Axios, ha chiesto a Israele di astenersi da simili operazioni. Ieri, il capo del Pentagono, Pete Hagseth, ha inoltre dichiarato che quei raid «non erano necessariamente il nostro obiettivo», per poi annunciare «il giorno più intenso degli attacchi in Iran». D’altronde, Trump punta alla soluzione venezuelana per una serie di ragioni.
In primis, vuole evitare di imbarcarsi in costose operazioni di nation building. Ha poi bisogno di ridurre l’instabilità regionale per rilanciare gli Accordi di Abramo. In terzo luogo, vuole un interlocutore stabile a Teheran per prendere il controllo del greggio iraniano, colpendo così la Cina sia sotto il profilo energetico che valutario. Infine, Trump deve scongiurare il pantano anche per ragioni di consenso interno, visto che, secondo i sondaggi, la guerra in corso non è granché popolare tra gli americani. Non a caso, l’altro ieri, ha detto che il conflitto finirà «molto presto», pur escludendo una sua conclusione entro questa settimana. Del resto, mentre sono 140 i soldati americani feriti finora, secondo il Wall Street Journal, vari consiglieri starebbero esortando il presidente a chiudere in fretta la questione, essendo sempre più preoccupati per l’aumento del prezzo del petrolio.
E proprio il petrolio rende centrale lo Stretto di Hormuz nel braccio di ferro tra la Casa Bianca e i pasdaran. «Se l’Iran facesse qualcosa per fermare il flusso di petrolio nello Stretto di Hormuz, verrebbe colpito dagli Stati Uniti d’America 20 volte più duramente di quanto non lo sia stato finora», ha tuonato ieri Hegseth, ben sapendo che le Guardie della rivoluzione puntano a mettere in difficoltà Trump in vista delle Midterm con l’aumento del prezzo della benzina. E infatti, secondo l’intelligence di Washington, gli iraniani sarebbero pronti a installare mine nello Stretto. Ieri, il segretario americano all’Energia, Chris Wright, aveva scritto su X che la Marina degli Usa aveva scortato una petroliera attraverso Hormuz. Il tweet è stato tuttavia cancellato, mentre la Casa Bianca smentiva la notizia, sottolineando che 50 navi iraniane sarebbero state distrutte e che l’aumento dei prezzi del greggio sarà «temporaneo».
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