
<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/oggi-in-edicola-2656421513.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="particle-1" data-post-id="2656421513" data-published-at="1642451368" data-use-pagination="False">
Carola Rackete (Ansa)
Il tribunale di Palermo dà ragione a Sea Watch che ha contestato i mesi di stop dopo che Carola forzò il blocco italiano. Meloni furiosa: «I magistrati premiano chi si vanta di non rispettare la legge?».
Oltre 76.000 euro di risarcimento per il fermo disposto nei confronti della nave Ong che nel giugno 2019 forzò un divieto del governo gialloverde ed entrò in porto a Lampedusa con 43 migranti a bordo, speronando una nave da guerra della Guardia di finanza. Nel caso della Sea Watch 3 la magistratura riconosce alla nave del comandante Carola Rackete le spese patrimoniali documentate, sostenute tra ottobre e dicembre 2019: costi portuali e di agenzia, carburante per mantenere la nave attiva (per 76.181 euro, più rivalutazione e interessi) e spese legali (quantificate in 14.103 euro). È il conto presentato dai giudici del tribunale civile di Palermo alla prefettura di Agrigento, al ministero dell’Interno, al ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, e al ministero dell’Economia e delle Finanze.
Per un totale di oltre 90.000 euro, da corrispondere «in solido» alla Ong olandese. La nave è stata trattenuta dal 12 luglio al 19 dicembre di quell’anno. Subito dopo il fermo la Sea Watch aveva presentato opposizione al prefetto di Agrigento. Ma dalla prefettura non erano giunte risposte dirette alla Ong. Era stato in realtà comunicato alla Capitaneria di porto che le verifiche del procedimento amministrativo erano ancora in corso e che, quindi, la Sea Watch 3 non poteva lasciare il porto. Secondo i giudici, però, l’assenza di comunicazioni dirette avrebbe prodotto il meccanismo del silenzio-accoglimento, ovvero la cessazione automatica del sequestro. Perché la nave rimase bloccata fino a quando, dopo un ricorso d’urgenza, il tribunale di Palermo, il 19 dicembre 2019, ne ordinò la restituzione. Qui si innesta la frattura. Perché il silenzio-accoglimento nasce come garanzia contro l’inerzia della pubblica amministrazione. Un rimedio contro l’immobilismo burocratico. Ma in questo caso è diventato il grimaldello che trasforma il silenzio in un via libera e l’assenza di risposta in un’accettazione implicita. Non è una valutazione sostanziale sull’opportunità o meno del sequestro. Ma una conseguenza automatica legata a un mancato riscontro formale. Con il fermo che viene considerato dai giudici illegittimo. E che ha subito scatenato la retorica della disobbedienza. «Il risarcimento a Sea-Watch, legato alla vicenda Rackete dimostra ancora una volta che la disobbedienza civile è tutt’altro che arroganza, ma protezione del diritto internazionale dagli attacchi di chi abusa della propria posizione di potere per calpestarlo, ai danni dei diritti e delle libertà di tutti», rivendica la portavoce di Sea Watch, Giorgia Linardi. La Rackete all’epoca era stata arrestata per resistenza a nave da guerra, inosservanza dell’ordine di fermarsi e favoreggiamento aggravato dell’immigrazione irregolare. Nel 2021, però, il gip di Agrigento ha disposto, accogliendo la richiesta avanzata dal pubblico ministero, l’archiviazione del procedimento penale. Alla fine per quell’evento, speronamento della motovedetta incluso, il conto lo pagherà solo lo Stato. La risposta è arrivata direttamente dalla premier Giorgia Meloni: «Non solo all’epoca la Rackete è stata assolta perché secondo alcuni magistrati è consentito forzare un blocco di polizia in nome dell’immigrazione illegale di massa. Oggi i giudici prendono un’altra decisione che lascia letteralmente senza parole, perché dopo lo speronamento ai danni dei nostri militari l’imbarcazione era stata, giustamente, trattenuta e posta sotto sequestro». E non è finita. La Meloni si chiede anche: «Ma il compito dei magistrati è quello di far rispettare la legge o quello di premiare chi si vanta di non rispettare la legge? E poi, qual è il messaggio che si sta cercando di far passare con questa lunga serie di decisioni oggettivamente assurde? Che non è consentito al governo provare a contrastare l’immigrazione legale di massa? Che qualunque legge si faccia e qualunque procedimento si costruisca, una parte politicizzata della magistratura è pronta a mettersi di traverso?». La conclusione della premier è questa: «Mi dispiace se deluderò più di qualcuno, perché noi siamo particolarmente ostinati e continueremo a fare del nostro meglio per rispettare la parola che abbiamo dato agli italiani e per far rispettare le regole e le leggi dello Stato italiano e faremo tutto quello che serve per difendere i confini e la sicurezza dei cittadini». E mentre la deputata del Partito democratico Debora Serracchiani corre in soccorso della Ong definendo l’intervento della premier «una sceneggiata da bulletta», il vicepremier Matteo Salvini ritiene la decisione «incredibile, un vero e proprio premio per aver forzato un divieto del governo» alla Ong «di Carola Rackete, l’attivista tedesca che quando ero al Viminale non accettava la linea dei porti chiusi che aveva praticamente azzerato sbarchi e tragedie del mare». Poi aggiunge: «Il 22-23 marzo voterò Sì al referendum per cambiare questa giustizia che non funziona». «Ancora una volta i togati sembrano prendere decisioni politicizzate e incomprensibili», ha commentato il presidente dei senatori di Forza Italia Maurizio Gasparri, che ha aggiunto: «In questo modo si finisce per legittimare chi ha agito in contrasto con le scelte delle autorità nazionali in materia di immigrazione e sicurezza. Il risultato è sempre lo stesso, a pagare sono i cittadini italiani. Si violano le regole, si sfidano le decisioni dello Stato e alla fine si viene persino premiati con un risarcimento. Un paradosso inaccettabile».
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Risarcimento da 76.000 Euro alla Ong di Carola Rackete, cancellato il fermo di un'altra nave per il recupero dei migranti. E, come se non bastasse, si condanna l'Italia a risarcire un clandestino con 23 precedenti penali. La giustizia sta rivelando il suo volto più ideologico.
Silvia Salis, sindaco di Genova (Ansa)
Il circolo ha regolare contratto di affitto della sede ma il sindaco dem cavalca i tafferugli di Genova antifascista, gruppo che per Mollicone (Fdi) «nega le foibe e celebra le Br».
Quale sindaco potrebbe mai parlare apertamente di voler sfrattare un inquilino che ha tutte le carte in regola (ovvero, il contratto di affitto) dal locale che, quindi, legalmente occupa solo perché manifesta una linea di pensiero totalmente diversa dalla propria? La risposta è: Silvia Salis.
Genova potrebbe essere la prima città in cui un’ingiunzione di sfratto arriva non per morosità, finita locazione o inadempimento ma perché l’inquilino non piace a primo cittadino e antifascisti di professione. L’inquilino in questione è Casapound, l’immobile è la sede occupata dall’associazione in via Montevideo e la richiesta della Salis è stata messa nero su bianco in una lettera a questore e prefetto, chiedendo loro di «prendere provvedimenti» verso il sodalizio che, per Salis, è una «presenza non gradita dall’amministrazione in città». «Siamo in un Paese democratico dove anche grazie alla storia che loro respingono è permesso loro di potere, diciamo, esistere liberamente», ha attaccato ancora la Salis dopo un incontro a Palazzo Tursi con una delegazione del movimento Genova antifascista, incentrato sul tema delle problematiche legate alla presenza della sede di Casapound in città, nel quartiere della Foce, teatro delle ripetute manifestazioni degli antifascisti che costituiscono un disagio per i residenti della zona che si sono definiti continuamente «sotto assedio». «Chiaramente non posso agire come sindaca sulla libertà di manifestazione, legittima, ho portato una mia preoccupazione che è quella di un quartiere che si sente assediato, di una serie di tematiche relative non solo all’ordine pubblico, ma anche alla vivibilità. Io mi sono schierata completamente contro la presenza di Casapound nella nostra città ma da sindaca devo tutelare la mia cittadinanza sul fronte della sicurezza e dell’ordine pubblico», ha proseguito la Salis nella sua arringa.
C’è un piccolo particolare, però. La Salis lo rivela a microfoni di GoodMorning Genova: «Il contratto (di affitto, ndr) è regolare. È un tema di opportunità, di posizionamento e, per quanto mi riguarda, di presenza di Casapound in città. Non è gradita», ha ripetuto. Insomma, piacciano o meno le idee di Casapound, l’associazione politica ha tutto il diritto di stare nello stabile che ha scelto come propria sede. Solo che, per Salis, i diritti si interrompono davanti all’ideologia: a lei e ai manifestanti riuniti nel comitato Genova antifascista i «fascisti» di Casapound non piacciono, se ne devono andare subito perché, con il loro operato, provocano le reazioni dei sinceri democratici che cingono d’assedio il quartiere per manifestare contro il gruppo avversario.
Una contraddizione che non è sfuggita a Federico Mollicone, deputato di Fdi: «Solo pochi giorni fa, in occasione del 10 febbraio», quelli di Genova antifascista hanno «diffuso immagini delle bandiere della Jugoslavia di Tito con la scritta “no foibe no party”, definendo vergognosamente il Giorno del ricordo come una “giornata della menzogna”. Gli stessi esponenti, inoltre, hanno rivendicato la distruzione della targa in onore di Norma Cossetto, celebrato l’anniversario della nascita della terrorista delle Brigate rosse, Mara Cagol, e postato i volti dei rappresentanti della destra locale e nazionale a testa in giù, alimentando un clima di odio inaccettabile. È con questi interlocutori che la Salis ha instaurato il dialogo?», si chiede Mollicone. Secondo il deputato, l’apertura delle sedi istituzionali a tali realtà rappresenta un segnale pericoloso: «Il comitato Genova antifascista è stato protagonista negli anni di numerosi scontri con le forze dell’ordine. Questo sodalizio si distingue per un atteggiamento violento e antidemocratico. Come già sottolineato per Askatasuna, collettivi di questo tipo continuano a essere alimentati e giustificati dalle giunte di sinistra e l’incontro di Genova ne è un’ulteriore prova. Auspichiamo che il sindaco Salis e i partiti che la sostengono si dissocino da queste gravissime posizioni».
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Andrea Mountbatten-Windsor (Ansa)
Il terzo figlio della regina Elisabetta II è stato fermato con l'accusa di abuso di ufficio. Intanto, l'Onu che brigava con il finanziere invoca un’inchiesta indipendente. Il pedofilo, però, aveva legami forti con molti membri dell’ente. Hillary Clinton: «Io e mio marito usati come diversivo per tutelare Donald Trump».
La polizia britannica ha arrestato Andrew Mountbatten-Windsor. Lo ha reso noto l'emittente Sky News. Questa mattina, sei volanti della polizia e circa otto agenti in abiti civili sono stati visti arrivare nella tenuta di Sandringham proprio nel giorno del suo sessantaseiesimo compleanno.
«Abbiamo arrestato oggi un uomo del Norfolk sulla sessantina con l'accusa di condotta scorretta in pubblico ufficio e stiamo facendo perquisizioni presso vari indirizzi nel Berkshire e nel Norfolk. L'uomo rimane al momento sotto custodia della polizia. Non renderemo noto il nome dell'uomo arrestato, come previsto dalle linee guida nazionali», recita il testo della dichiarazione rilasciata dalla polizia della Thames Valley. L'ex principe ha dovuto affrontare molteplici accuse per i suoi legami con l'ex finanziere statunitense Jeffrey Epstein, morto in carcere nel 2019 dopo essere stato riconosciuto colpevole di abusi sessuali e traffico di minori. Ma Andrew Mountbatten-Windsor ha sempre negato qualsiasi illecito.
Non poteva che concretizzarsi in una tragica pagliacciata l’intervento a gamba tesa (e parecchia faccia tosta) delle Nazioni unite nella sordida vicenda degli Epstein files.
Dopo che nei giorni scorsi sono arrivate notizie in rapida successione su diversi funzionari Onu coinvolti a vario titolo negli scambi con il faccendiere pedofilo, per non parlare dei progetti sull’Oms, agenzia dell’Onu, avviati da Jeffrey Epstein con Bill Gates, il gruppo di esperti nominati dal consiglio per i diritti umani delle Nazioni unite (Un Special Procedure Experts) ha rilasciato una dichiarazione ufficiale in cui suggerisce che gli abusi sessuali sistematici e il traffico di minorenni legati a Jeffrey Epstein potrebbero configurare «crimini contro l’umanità». Secondo il gruppo, le azioni descritte negli Epstein files «includono condizioni di schiavitù sessuale, violenza riproduttiva, rapimenti e sparizioni, torture, trattamento inumano e degradante e femminicidio». Per questo motivo, è la conclusione, c’è bisogno di «un’inchiesta indipendente, approfondita e imparziale», dicono gli esperti, che sembrano suggerire una sorta di Norimberga sulla vicenda Epstein. Forse proprio per controllarne l’esito, dato che sono coinvolti i loro funzionari? Non si spingono a evocare un tribunale sovranazionale, ma poco ci manca: nella dichiarazione ufficiale il gruppo provoca addirittura i governi affinché «agiscano con decisione per ritenere responsabili gli autori», perché «nessuno è troppo ricco o troppo potente per essere al di sopra della legge», chiosano gli esperti a mo’ di stoccatina morale.
La denuncia dell’Onu potrebbe avere una pur minima credibilità se non fosse che molti dei personaggi implicati direttamente con Epstein erano alti funzionari proprio delle Nazioni unite. Si parte da Miroslav Lajcák, nientemeno che ex presidente dell’Assemblea generale delle Nazioni unite dal 2017 al 2018, proprio negli anni in cui intratteneva un’ampia corrispondenza con il faccendiere pedofilo chiedendogli di essere presentato a «ragazze» e di partecipare ai suoi «giochi privati». Dal 2020 al 2025 Lajcák è stato anche alto rappresentante Ue per i Balcani, quindi consigliere per la sicurezza nazionale del primo ministro slovacco, socialdemocratico, Robert Fico, incarico che ha dovuto lasciare dopo la pubblicazione dei file. Anche il diplomatico norvegese Terje Rod-Larsen, figura chiave nei negoziati degli anni Novanta che hanno portato agli accordi di Oslo, è stato inviato speciale delle Nazioni unite, ricoprendo perfino l’incarico di sottosegretario generale e rappresentante personale del segretario generale Onu presso l’Olp e l’Autorità palestinese. Ha avuto rapporti talmente stretti con Epstein da definirlo «il mio migliore amico». Sua moglie Mona Juul, ambasciatrice norvegese, viene anch’essa dalla covata Onu. Ha lasciato tutti i suoi incarichi dopo l'indagine per corruzione legata all’eredità milionaria lasciata da Epstein a lei e a tutta la famiglia.
Nella mole di documenti rilasciati dal Doj, il nome del diplomatico francese Fabrice Aidan ricorre almeno 200 volte. L’alto funzionario tra il 2010 e il 2017 ha scambiato centinaia di mail con Jeffrey Epstein e, proprio mentre lavorava all’Onu, gli ha regolarmente fornito informazioni, documenti e rapporti confidenziali delle Nazioni unite. Nel 2013 l’Fbi aveva allertato l’Onu di un’indagine che avrebbe potuto coinvolgerlo, ma Aidan è tornato in Francia senza essere toccato da alcuna accusa penale. La grande famiglia Onu ha partorito anche Joanna Rubinstein, ex funzionaria dell’Unhcr, l’agenzia dell’Onu per i rifugiati, che si è dovuta dimettere dalla presidenza dell’Unhcr Svezia dopo che i documenti hanno reso nota una sua visita sull’isola privata di Epstein. Ed era un funzionario Onu anche Bill Richardson, ex ambasciatore Usa presso le Nazioni unite ed ex governatore, democratico ovviamente, del New Mexico, nonché ministro dell’energia con Bill Clinton. Il suo nome compare nei registri di volo e in altri documenti relativi ai contatti politici di Epstein.
C’è poi tutto il filone Oms, agenzia per la salute dell’Onu, che lega il faccendiere pedofilo a doppio filo con Bill Gates: alcuni file indicano che Epstein usava le sue relazioni all’Onu, all’Oms e nei più prestigiosi atenei per promuovere i suoi controversi progetti sulla genomica umana e su tecnologie eticamente dubbie, oltre al progetto di una fondazione da 150 milioni di dollari, realizzata con JP Morgan e Gates per «fare soldi» (cit.) con la salute globale. Ciliegina sulla torta, le Nazioni unite che ora reclamano la Norimberga sulla vicenda Epstein, sono riuscite a ospitare Ghislaine Maxwell, compagna e complice di Jeffrey Epstein, ad almeno due eventi organizzati dall’Onu. Epstein mirava a utilizzare le Nazioni unite non solo come palcoscenico di prestigio, ma anche come strumento operativo per estendere la sua influenza geopolitica e proteggere le sue attività. Attraverso Aidan, il faccendiere pedofilo ha ricevuto per quasi otto anni briefing confidenziali del Consiglio di Sicurezza e aggiornamenti diplomatici sensibili sul Medio Oriente, accedendo anche a forum diplomatici d’élite, come il Sir Bani Yas Forum e per coordinare protocolli di alto livello con monarchi e funzionari stranieri. Sfruttava le istituzioni anche per facilitare il traffico di esseri umani e garantire l’impunità ai suoi associati. Finanziando lautamente figure come Rod-Larsen e l’International Peace Institute (Ipi), Epstein cercava inoltre di accreditare il proprio nome nei circoli progressisti più esclusivi.
A proposito di progressisti, Hillary Clinton ha definito le domande sui legami tra lei e suo marito con Epstein «un diversivo» per proteggere Trump e che i viaggi del coniuge a bordo dell’aereo del pedofilo fossero legati ai «progetti di beneficenza» per conto della Fondazione Clinton. «Noi non abbiamo nulla da nascondere», ha aggiunto. Peccato però che l’intensa frequentazione di Bill Clinton con Epstein risalgano a ben prima della nascita della Fondazione, istituita alla fine del mandato presidenziale di Bill. E, a differenza di quanto dichiarato dalla ex first Lady, i due coniugi, pur convocati a ottobre, poi a dicembre e infine il 13 e il 14 gennaio, non si sono mai presentati a testimoniare.
Tornando all’Onu, gli esperti hanno avuto l’ardire di sollecitare “indagini per determinare come tali crimini possano aver avuto luogo per così tanto tempo”: bisognerebbe chiederlo proprio a loro, visto che l’Onu è di fatto diventato l’ufficio privato del più famoso criminale del secolo.
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