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(Ansa)
Altro che Stato di Polizia: per due dei tre fermati dopo la guerriglia che ha ferito oltre 100 agenti è stato disposto l’obbligo di firma, però «compatibilmente con le esigenze personali».
Il governo vara il fermo preventivo per impedire ai violenti di partecipare agli scontri in piazza? E i giudici varano la firma facoltativa: dopo i fatti di Torino, il soggetto obbligato a sottoscrivere il foglio presenze sotto gli occhi di poliziotti e carabinieri non sarà più costretto alla visita quotidiana in questura o in caserma, ma potrà regolarsi in base alle proprie esigenze.
Oggi ci vado, domani forse rinvio, dopodomani vedrò se mi va, mentre sabato marco visita e scendo in piazza. Cioè, se un tizio non è impegnato in una manifestazione può presentarsi alle forze dell’ordine, ma se ha altro da fare, come ad esempio un corteo, può legittimamente evitare, perché la giustizia è buona, paziente e anche un po’ intermittente. In fondo, quelli di Askatasuna sono molto impegnati e non hanno tempo da perdere con le formalità previste dal codice penale. Dunque, i magistrati di Torino che hanno dovuto prendere provvedimenti dopo la guerriglia urbana scatenata dal centro sociale hanno deciso di usare i guanti bianchi, emettendo un’ordinanza che prevede sì l’obbligo di firma, «ma compatibilmente con le esigenze personali del sottoposto alla misura». Altro che repressione, come denunciano ormai ogni giorno Elly Schlein e compagni: qui siamo alla comprensione, manca solo l’indulgenza plenaria. Infatti, c’è l’obbligo di firma, ma con giudizio, perché la magistratura è gentile e sa bene che i provvedimenti devono essere tolleranti e adattarsi alle necessità dei singoli.
Del resto, non è quello che hanno fatto anche i colleghi togati di Milano? Dopo gli scontri attorno alla stazione Centrale durante una delle manifestazioni pro Pal di settembre, prima hanno messo ai domiciliari alcuni dei fermati, ma subito dopo li hanno rimessi in libertà, con la motivazione che chiusi in casa i poverini non avrebbero potuto partecipare alle lezioni. Cioè essere studenti è stata considerata un’attenuante, anzi un’esimente. Dunque, anche se responsabili di essersi scontrati con le forze dell’ordine e di aver scatenato violenti scontri, bisogna capirli. Nell’ordinanza è mancato il buffetto e l’ammonimento a non commettere altre «marachelle», ma il senso era quello.
Certo, non sempre la giustizia è così comprensiva e tollerante. A Torino, qualche tempo fa, un imputato che aveva chiesto il rinvio di un’udienza processuale perché avrebbe dovuto partecipare al funerale del padre, si è visto negare la sospensione in quanto la cerimonia di tumulazione dello stretto congiunto non è stata ritenuta un «legittimo impedimento» a presenziare al dibattimento. In fondo, il babbo era morto senza avvisare i giudici e senza tener conto della loro agenda fitta di impegni. E poi, diciamola tutta, anche se fosse stato presente l’imputato non avrebbe contribuito granché alle esequie. Dunque, i giudici hanno tirato diritto, emettendo la sentenza, che ovviamente è stata di condanna.
Il caso non ha scosso le coscienze neppure dei magistrati della Corte di cassazione, i quali se la sono cavata dicendo che l’imputato la mattina alle 10 avrebbe potuto recarsi in tribunale e subito dopo precipitarsi a Milano per partecipare ai funerali, fissati alle 14.30: dove sta il problema? In meno di due ore l’uomo avrebbe potuto dismettere i panni dell’imputato per indossare quelli dell’orfano. Passare dalle accuse alle condoglianze, insomma, è una questione di orario, che evidentemente non si è posta per i militanti di Askatasuna, ai quali infatti con l’ordinanza di cui sopra non è stata messa fretta, ma è stato consentito di fare con comodo e di scegliere quando presentarsi. Optando per l’orario facilitato e magari pure per la settimana corta della firma, con l’esclusione dunque del weekend, in modo da poter fare una gita al mare e in montagna oppure una trasferta per partecipare a qualche altro pacifico corteo di protesta.
Ma attenzione a criticare la decisione dei giudici: come minino si rischia una pratica a tutela del Csm e come massimo una denuncia. Che ovviamente non terrà conto delle esigenze personali del denunciato, perché sulle querele i magistrati sono assai meno comprensivi
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Riduci
Cardinale Matteo Zuppi (Ansa)
Jim Ratcliffe, patron del Manchester United, tuona contro l’immigrazione. E persino i rider stranieri dicono: «Siamo troppi». Ma la Cei non ci sente.
Talvolta è davvero deprimente notare come le sorti dell’Europa e dell’Occidente stiano a cuore a chiunque tranne che alla Chiesa cattolica. Sembra che se ne interessi ad esempio uno come Sir Jim Ratcliffe, ricchissimo proprietario della azienda chimica britannica Ineos e azionista del Manchester United, il quale ha sollevato un vespaio nel Regno Unito per alcune dichiarazioni in materia di immigrazione.
«Non si può avere un’economia con nove milioni di persone che ricevono sussidi e un enorme flusso di immigrati in arrivo», ha detto a Sky News il magnate. «Se si vogliono davvero affrontare i principali problemi dell’immigrazione, con le persone che scelgono di ricevere sussidi piuttosto che lavorare per vivere... allora si dovranno fare alcune cose impopolari e mostrare un po’ di coraggio». Secondo Ratcliffe «il Regno Unito è stato colonizzato dagli immigrati» e ora bisognerebbe «fare cose difficili per rimetterlo in carreggiata, perché al momento non credo che l’economia sia in buone condizioni». Servirebbe a suo dire «qualcuno che fosse disposto a essere impopolare per un certo periodo di tempo per risolvere i grandi problemi». Ovviamente non si sono fatte attendere le reazioni dei laburisti, a partire da quella del primo ministro Keir Starmer, secondo cui Ratcliffe ha detto cose «offensive e sbagliate». Starmer ci ha tenuto a dire che «la Gran Bretagna è un Paese orgoglioso, tollerante e inclusivo. Jim Ratcliffe dovrebbe scusarsi». In realtà, Ratcliffe non ha detto nulla che già non si sappia. Da uomo d’affari si è forse affidato troppo al conto economico, ma nella sostanza le sue dichiarazioni non sono peregrine. E le reazioni dei laburisti sono ipocrite oltre che ridicole. Dopo tutto il Regno Unito ha da poco annunciato che espellerà circa 4.000 immigrati irregolari e da mesi e mesi lo stesso Starmer insiste a volersi mostrare inflessibile nei confronti dei clandestini, oltre ad avere proposto norme più restrittive in materia di immigrazione.
Del resto la maggioranza della popolazione europea si è resa conto, non da oggi, del fatto che l’immigrazione di massa costituisca un grave problema. Lo riconoscono tutti tranne la sinistra e, purtroppo, la Chiesa. Dalla quale, ogni tanto, ci si aspetterebbe qualche parola più decisa sulla disfatta culturale occidentale, magari più approfondita e centrata di quelle pronunciate da Jim Ratcliffe. E invece accade l’esatto contrario. È bastato che il governo italiano annunciasse una nuova stretta sugli ingressi di stranieri - necessaria e in fondo fin troppo moderata - per suscitare la reazione indignata delle gerarchie ecclesiastiche. «C’è la necessità della gestione di un fenomeno epocale, gigantesco anche per i numeri, per quello che comporta, e quindi bisogna saperlo gestire insieme», ha detto il presidente della Cei, cardinale Matteo Zuppi. Il quale ha voluto ripetere che l’immigrazione va gestita «guardando avanti, al futuro, mettendo al centro la persona, coniugando la sicurezza con l’accoglienza. Crediamo che le due dimensioni siano complementari, perché c’è sicurezza quando c’è accoglienza». Siamo sempre lì, alle frasi fatte sull’accoglienza, alle banalità buoniste sulla migrazione come fenomeno epocale a cui rispondere spalancando le braccia. Analoga ma forse peggiore la reazione di padre Camillo Ripamonti del Centro Astalli per i rifugiati, secondo cui «sappiamo bene che l’Europa in declino demografico avrebbe bisogno invece di guardare al processo migratorio come uno strumento anche di rilancio verso il futuro delle proprie politiche e della propria sopravvivenza in qualche modo». Contestando le nuove proposte del centrodestra, padre Ripamonti spiega che il governo sbaglia «per paura e perché non si ha quella lungimiranza che invece sarebbe richiesta in questo momento ai legislatori». Vengono i brividi a sentire un sacerdote cristiano che parla di rimpiazzare gli europei con gli stranieri, servendosi degli immigrati come bacino demografico per l’Occidente declinante. Come si faccia a non rendersi conto del razzismo profondo di tale posizione è davvero un mistero. Eppure nel mondo cattolico sono ancora in troppi a pensarla in questo modo. Anche se dovrebbero essere soprattutto gli uomini di Chiesa - e non i Jim Ratcliffe - a preoccuparsi della colonizzazione demografica e culturale.
A completare il quadro arriva il fenomenale titolo di Avvenire sulla stretta migratoria: «Accoglienza zero», grida in prima pagina il giornale dei vescovi. E va forse perdonato perché non sa quello che fa. Sempre in prima pagina, infatti, il quotidiano della Cei presenta una intervista a Ashqaf, pakistano di 52 anni che di mestiere fa il rider, dichiara affranto «siamo in troppi» e fornisce dettagli agghiaccianti sulla «guerra tra poveri per pochi euro» che vivono i fattorini migranti. Come si fa a non capire che l’esito dell’invasione è esattamente questo? Se esiste la guerra tra poveri è perché abbiamo importato migliaia di persone il cui destino è quello di finire a svolgere lavori sottopagati contribuendo a livellare i salari di tutta la popolazione. È la situazione descritta da Ratcliffe: importiamo poveri che spesso finiscono a confliggere fra loro e nel frattempo pesano sul welfare, rendendo più difficile il sostegno pubblico alla popolazione autoctona. La guerra tra poveri, in sostanza, è la regola, la conseguenza inevitabile dell’accoglienza indiscriminata che i bravi cattolici progressisti continuano a sostenere.
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Riduci
Jacques e Jessica Moretti (Ansa)
Momenti di tensione ieri a Sion all’arrivo dei due in tribunale. Jessica Moretti ammette: «Mai state fatte le prove di evacuazione».
Una scena drammatica e cruda, dove il dolore, la rabbia e l’odio sono usciti sotto forma di grida e insulti, dalla gola di chi, nella strage di Crans-Montana, ha perso un figlio, un fratello, un giovane amico. Jessica e Jaques Moretti sono stati assaliti, ieri mattina, dai parenti delle vittime del rogo di Capodanno scoppiato nel loro locale, Le Constellation, costato la vita a 41 giovanissimi e gravi sofferenze ad altri 115, rimasti gravemente ustionati.
La coppia era diretta agli uffici della Procura di Sion dove, ieri mattina era previsto l’interrogatorio di Jessica. I due erano scortati soltanto dal loro avvocato e da un agente di polizia e all’ingresso hanno trovato ad attenderli decine di persone.
In un attimo sono stati circondati dalla folla e sospinti contro un muro, costretti a guardare in faccia chi ha vissuto un dolore immenso a causa di una tragedia che poteva non accadere.
Una aggressione quasi fisica, che nessuno, di fatto, ha cercato di contenere, durata diversi minuti e accompagnata dallo strazio e dalle lacrime: «Avete ucciso mio figlio. È bruciato vivo», «Come fate a mangiare, a dormire a respirare? Dov’è mio figlio? Dov’è?», «Guardami negli occhi: avete ucciso mio fratello», «Siete vergognosi», «Dovete stare in carcere a vita», «Dovete pagare caro», «Con 200.000 franchi non si compra una vita». Sono solo alcune delle parole e delle frasi urlate in faccia ai due che, con fatica, cambiando più volte direzione, hanno raggiunto l’ingresso della Procura.
Jessica, con il volto trasfigurato in una maschera di tensione è quasi caduta a terra per un mancamento, mentre il marito, che la sosteneva e la guidava, è rimasto presente a sé stesso nonostante la pressione anche fisica dei presenti, tra cui anche alcuni ragazzini fratelli e sorelle delle vittime, che gli impedivano di procedere: «Ci assumeremo le nostre responsabilità, ve lo prometto. Siamo qui per la giustizia. Siamo con voi», ha ripetuto più volte rivolgendosi ai parenti con fermezza. Solo una frase lo ha fatto trasalire: «Siete mafiosi, avete pagato 200.000 franchi e tutto è finito», ha gridato una donna che gli si era avvicinata fino a trovarsi a pochi centimetri di distanza. «Non c’è nessuna mafia», ha reagito subito Jaques «siamo lavoratori».
I genitori dei giovani bruciati vivi a Crans si erano dati appuntamento, tramite le piattaforme social, già da qualche giorno. Aspettavano l’interrogatorio di Jessica come il momento giusto per «farsi guardare negli occhi». Jaques e Jessica sapevano cosa li avrebbe aspettati: «Ci siamo impegnati a rispondere alle domande dei famigliari. È per questo che oggi siamo passati davanti alle famiglie, poiché sapevamo che c’era un raduno», ha spiegato la donna appena raggiunta l’aula dell’audizione organizzata, come per il marito due giorni fa, alla presenza dei legali delle vittime chiamati, tutti insieme, a fare domande dirette. «Sapevamo che le famiglie desideravano incontrarci. Comprendiamo la vostra rabbia, il vostro odio. Ribadisco che saremo presenti per rispondere a qualsiasi domanda», ha aggiunto. E così, in effetti, è stato. Con ammissioni che, però, invece di stemperare la realtà l’hanno resa ancor più difficile da accettare. Jessica infatti, non solo ha ammesso che nel locale - adibito senza licenza a discoteca e ricavato in un seminterrato - «non erano mai state fatte prove di evacuazione», perché «nessuno ci ha mai detto che dovevamo farle», ma soprattutto ha confermato il più grave dei sospetti che pesano su di lei: quando ha visto il fuoco, Jessica è scappata.
All’avvocato di una delle vittime che le ha fatto la domanda diretta, chiedendole perché si fosse «subito precipitata all’esterno del locale», la donna ha risposto: «Non si può andare contro un incendio. La mia priorità era dare l’allarme, far evacuare le persone e chiamare i pompieri il più rapidamente possibile» e ha aggiunto: «Io stessa sono figlia di un pompiere ed è il mio riflesso», riportando alla memoria di tutti questa beffa del destino.
Entrando nei dettagli, poi, la donna, tra le altre cose, ha sostenuto di aver ingaggiato per la serata due buttafuori, mentre dai documenti raccolti fino ad oggi ne risulterebbe soltanto uno formalmente incaricato. Il tema dei buttafuori non è di poco conto ed è emerso spesso nei racconti dei sopravvissuti, compreso quello reso dalla ventinovenne Eleonora Palmieri, originaria di Cattolica, rimasta ferita e ustionata nell’incendio e ascoltata due giorni fa nell’ambito dell’inchiesta parallela aperta dalla Procura di Roma. Anche lei, secondo quanto emerso, avrebbe ricordato un aspetto inquietante della dinamica dell’incendio e cioè il fatto che molti giovani si sono trovati coinvolti nel rogo perché il buttafuori incaricato di controllare gli ingressi al piano di sopra, avvisato della presenza del fuoco da una cameriera, si sarebbe precipitato al piano di sotto senza avvisare le decine di persone che erano in fila, in attesa di entrare. A quel punto, vedendo l’ingresso libero molti ragazzi si sono diretti verso le scale interne, impedendo di fatto la fuga di chi veniva dal basso anche perché colpiti a loro volta dalle ondate di calore e dai fumi tossici. Come purtroppo è noto, tutto si è svolto in pochissimi secondi e ogni azione avrebbe potuto fare la differenza, per tanti, tra la vita e la morte.
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Riduci
Piero Amara (Ansa)
Al processo sul presunto falso complotto della Loggia Ungheria chiamato pure Luigi Zingales.
Al Tribunale di Milano prosegue il processo sul presunto falso complotto della cosiddetta Loggia Ungheria, il filone nato dalle dichiarazioni dell’avvocato siciliano Piero Amara, già condannato in altri procedimenti e ritenuto dall’accusa un protagonista di narrazioni rivelatesi in più occasioni infondate o contraddittorie. Il dibattimento non mira ad accertare l’esistenza di una loggia segreta - ipotesi archiviata dalla Procura di Perugia - ma a verificare se Amara e altri abbiano costruito consapevolmente un impianto accusatorio falso, capace di interferire con indagini e processi di enorme rilievo. La prossima udienza è prevista per il 19 febbraio.
Il procedimento entrerà a marzo in una fase cruciale: dopo l’esame degli imputati, si passerà all’istruttoria delle difese, con l’ascolto dei testimoni indicati, a partire da quelli chiesti dallo stesso Amara. Una lista che contiene nomi di primo piano e che punta a ricostruire un contesto di relazioni e interlocuzioni che, secondo la difesa, sarebbe stato alla base delle dichiarazioni poi contestate.
Riemerge così la vicenda Eni–Blue Power. In questo quadro è stato indicato come testimone Massimo D’Alema, chiamato a riferire sui rapporti tra Eni e Blue Power e su ipotesi di transazione legate a quel contenzioso. Negli atti compaiono anche figure considerate vicine o interlocutrici dell’ex premier, come Roberto De Santis, Alessandro Casali e Giuseppe Calafiore, oltre al richiamo all’ambiente della Fondazione Italianieuropei, indicato come luogo di incontri e relazioni personali e professionali. La difesa di Amara sostiene che quelle interlocuzioni rientravano in tentativi di gestione di un contenzioso economico; l’accusa ne mette in discussione portata e significato.
Il riferimento costante è al processo Opl 245, conclusosi con l’assoluzione di tutti gli imputati, tra cui i vertici di Eni, e successivamente con la condanna in appello dei pubblici ministeri titolari dell’accusa, Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro, per omissioni e violazioni nella gestione delle prove.
Al centro della ricostruzione difensiva resta anche il conflitto con Vincenzo Armanna, già inattendibile teste d’accusa nel procedimento Opl. Secondo Amara, Armanna avrebbe avuto un ruolo determinante nell’innescare una strategia di delegittimazione dei vertici Eni; per l’accusa, invece, sarebbe stato Amara a reagire costruendo una narrazione sempre più ampia, fino a evocare una rete occulta capace di condizionare magistratura e istituzioni. Tra i testimoni indicati figura anche Luigi Zingales, ex consigliere di amministrazione di Eni. Particolarmente delicata è la richiesta di ascoltare Matteo Piantedosi, oggi ministro dell’Interno, indicato come testimone su un presunto incontro istituzionale con Amara e Filippo Paradiso: per la difesa dimostrerebbe la natura formale di alcune interlocuzioni, mentre l’accusa ne ridimensiona la rilevanza rispetto all’impianto del falso complotto.
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Riduci




