Enzo Bianco (Ansa)
L’ex ministro, tra i fondatori del Pd: «Molti nel partito hanno cambiato idea sulla separazione delle carriere perché temono di non essere ricandidati. L’infrastruttura sullo Stretto di Messina riunificherà davvero l’Italia».
Enzo Bianco, tra i fondatori del Partito democratico e due volte ministro dell’Interno, lei è uno dei pochi dem favorevoli alla riforma della giustizia.
«Non dalla prima all’ultima virgola, chiaramente. Però, la reputo necessaria. E condivido parte dei cambiamenti proposti dal governo».
Per esempio?
«Accentuare una differenziazione tra magistratura requirente e giudicante».
La dibattutissima separazione delle carriere.
«Serve una distinzione più netta, come avviene in quasi tutti i Paesi europei o anglosassoni».
E il sorteggio?
«Non è la soluzione ideale, ma resta preferibile allo strapotere delle correnti. Adesso si decide in base all’appartenenza».
Il Pd rilancia l’accusa dell’Anm, stampata persino sui manifesti per il referendum: con le nuove norme, le toghe sarebbero controllate dal governo.
«Ho molto rispetto per i magistrati. E, ovviamente, nei confronti del partito che ho contribuito a fondare. All’epoca della sua nascita, ero presidente della Margherita. Sono stato uno dei quattro firmatari dell’atto costitutivo assieme a Rutelli, Fassino e Veltroni».
Però?
«Stento a immaginare che tutti lo pensino».
Non ci credono neanche loro, insomma?
«Tanti, in buona fede, ci sono. Ma stanno consapevolmente esagerando. Se si fermassero un attimo, contando fino a tre, molti magari supererebbero questa convinzione».
Invece?
«È un argomento facile da raccontare e difficile da riscontrare. Al posto dei leader del Pd, più che criticare la riforma, avrei però fatto delle controproposte. Questa contrarietà rischia di apparire, davanti all’opinione pubblica, come una strenua difesa dell’esistente».
In aula, l’opposizione ha rifiutato ogni confronto.
«Si potevano trovare soluzioni comuni, almeno per correggere le distorsioni che colpiscono i cittadini: ad esempio, l’inaccettabile condanna preventiva da semplici indagati. Spesso si viene assolti anni dopo, ma la reputazione è distrutta per sempre».
La riforma era già prevista ai tempi della bicamerale di D’Alema. Lei, allora, stava per entrare al Viminale.
«Sono diventato ministro, per la prima volta, alla fine del 1999. La giustizia era uno dei temi su cui si dibatteva di più, con un’impostazione non troppo lontana da quella attuale».
Alcuni favorevoli di allora, adesso sono contrari.
«Mi dispiacerebbe fare i nomi di persone che stimo».
A tanti manca il coraggio?
«La disciplina di partito conta anche per la rielezione: i candidati sono scelti dalle segreterie».
Temono le ire del Nazareno?
«Probabilmente, la determinazione e la nettezza di Elly Schlein suscitano preoccupazione. Io, però, inviterei ad ascoltare pure i riformisti del Pd. Con qualche sforzo reciproco, forse si riuscirebbe ad avere una linea comune».
Assieme ad altri impavidi ex deputati dem, lei è intervenuto al convegno «La sinistra che dice sì». C’erano Ceccanti, Morando, Concia…
«Chi appartiene a quella tradizione talvolta si sente il dito puntato addosso, da parte di qualcuno che ha posizioni più radicali. Sapere che siamo in tanti ci rinfranca».
Non è stata solo una piacevole rimpatriata tra amici?
«Spero che si possano unire le forze per fare sentire la nostra voce, sempre con il massimo rispetto verso Schlein».
Non vi ascolta?
«Potrebbe farlo un po’ di più, magari riunendo con maggiore frequenza gli organi del Pd, sia a livello nazionale che locale. Purtroppo, questi sono difetti di un partito governato da correnti».
La segretaria, appena eletta, aveva annunciato battaglia a «cacicchi» e «capibastone».
«Esattamente».
Oltre a riconsiderare questa riforma, cosa suggerite?
«Più europeismo in politica estera. E maggiore pragmatismo sui temi economici».
Anche sul federalismo, però, la chiusura sembra totale.
«Non bisogna commettere lo stesso errore, limitandosi soltanto alla critica».
E i diritti civili?
«Un altro tema che sentiamo molto. Va gestito con equilibrio».
Temete la deriva massimalista, all’inseguimento di Conte e Landini?
«Fa parte della nostra storia, ma andrebbe bilanciata. Ci sono pure gli eredi della tradizione riformista, come noi. Questa è una ricchezza, non un limite. Evitiamo l’organizzazione per correnti, per cui il capo della sinistra si sceglie i suoi candidati».
Dovrebbe essere Elly Schlein a sfidare Giorgia Meloni?
«Ho qualche dubbio che sia la candidata migliore, ma è ancora presto per decidere. Una scelta importante come questa va lungamente meditata. Comunque, dovremmo cercare una personalità che valorizzi di più anche la componente cattolica e liberal democratica».
L’emergente Ruffini o il navigato Gentiloni, allora?
«Gentiloni ha tutte le caratteristiche per essere il leader di un grande partito riformatore, oltre che un premier autorevole e apprezzato».
Quattro volte in Parlamento. E altre quattro sindaco di Catania. Tre anni fa voleva riprovarci. La Corte dei conti l’ha dichiarata incandidabile, per il dissesto finanziario del Comune.
«È stato un obbrobrio giuridico, peraltro appreso da un comunicato stampa. Due giorni dopo, avrei dovuto presentare la mia lista. I sondaggi mi davano in testa. Un tempismo sospetto».
Com’è finita?
«La decisione è stata annullata dalle Sezioni riunite della Corte di cassazione. Fu un attacco ingiustificato e fazioso».
Ora pregusta freddamente la vendetta?
«Cerco di separare le vicende personali dalle posizioni politiche. Però, di questi casi ne accadono tanti».
Ha fatto anche il ministro dell’Interno. Oggi si discute di un nuovo pacchetto di sicurezza. Per il Pd, è inutile repressione.
«Qualcuno si preoccupa della possibile restrizione delle libertà. Tutto naturale e legittimo, per carità. Ma quando ci sono rischi gravi e motivazioni serie, servirebbero ulteriori riflessioni».
Come giudica Piantedosi, suo successore al Viminale?
«È stato un ottimo prefetto, difatti ha un approccio molto tecnico. L’ho visto all’opera: non urla, è rispettoso, sa ascoltare. Non sempre sono d’accordo con lui, ma lo considero una persona di valore».
A differenza del suo partito, lei è favorevole persino al ponte sullo Stretto.
«Ero ministro quando il governo Amato decise di farlo. Anche in questo caso, non ho cambiato idea».
Perché lo considera necessario?
«Voglio chiarirlo: non serve tanto al trasporto automobilistico, ma a portare l’alta velocità ferroviaria in Sicilia».
Da Catania a Roma, in quattro ore e mezza.
«Allora avremmo davvero un'Italia unita. E la Sicilia diventerebbe, per le merci, la porta d’accesso al Mediterraneo. Cambieremmo il mondo».
Tocca di nuovo citare la segretaria del Pd, ancora ferocemente avversa. Dice che è «un ecomostro irrealizzabile», nonché «un progetto arrogante».
«Lo spieghi ai siciliani, che ora ci mettono nove ore per arrivare nella capitale. In alternativa, sono costretti a pagare 300 euro per comprare un biglietto aereo. Il Ponte migliorerebbe la vita a milioni di persone».
Il ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini, l’ha elogiata: «Conferma che l’opera non è di destra o di sinistra, ma è un’infrastruttura fondamentale per la Sicilia, la Calabria e tutto il Paese».
«Lo apprendo da lei. Non ne sapevo nulla, ma è vero: uno dei primi ministri dei Lavori pubblici ad appoggiare il progetto fu Nerio Nesi, che era un esponente dei Comunisti italiani».
Lei apre un varco.
«Al di fuori delle letture un po’ faziose e superficiali, anche tra i nostri elettori ci sono tanti favorevoli. Se venissero spiegate bene le ragioni, sarebbero la stragrande maggioranza».
Enzo Bianco, padre nobile e fondatore, non teme lo spariglio.
«Questo però si inserisce nella tradizione del Partito democratico. Non ci sono posizioni eretiche. Piuttosto, fatico a comprendere chi è pregiudizialmente contrario alla separazione delle carriere solo per schieramento politico. Rivolgo un caloroso invito a tutti».
Quale?
«Riflettiamo e valutiamo nel merito, per cortesia. Resta una buona riforma della giustizia, anche se è stata fatta da un governo di cui siamo e resteremo fieramente avversari. Comunque, si può e si deve migliorare».
Solo le vecchie glorie possono salvare il Pd?
«L’eta non conta. Tra qualche giorno, compirò 75 anni. E ho ancora voglia di combattere».
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 26 gennaio con Carlo Cambi
Stefano Zecchi (Ansa)
Il filosofo: «La cultura che nega le differenze tra le etnie rende impossibile l’integrazione. Ai giovani mancano padri autorevoli».
Stefano Zecchi, filosofo e scrittore, già docente di Estetica a Milano e autore del romanzo Resurrezione: che idea si è fatto dei ragazzi che girano con la lama in tasca?
«Credo che anzitutto sia un problema di integrazione fallita. Nelle aule si fa sentire sempre di più la presenza di extracomunitari, di prima o seconda generazione».
Incompatibilità culturale?
«La cultura del coltello non è italiana. Lo era ai tempi del “compare Turiddu”, oggi è superata».
Dunque?
«Possiamo star qui ad elaborare soluzioni di breve termine, ma la verità è che la scuola non è attrezzata per gestire classi scolastiche così composite. Oltre la cultura, ne faccio una questione di civiltà, cioè capacità di relazionarsi e rispettare i coetanei, i costumi e le tradizioni».
La violenza giovanile come prima conseguenza di un problema migratorio sfuggito di mano?
«Sì, e non esiste un criterio valido a priori che garantisca l’integrazione. Il sociologo Alain Touraine ha studiato il modello francese, inglese e tedesco. Sistemi diversissimi, che spaziano dalla massima integrazione al massimo controllo: e tutti imperfetti. Si naviga a vista».
In Italia cresce il numero di ragazzi che possiedono armi «improprie», coltelli, tirapugni, eccetera. Ma sono cifre ancora basse rispetto ad altri Paesi europei.
«In Italia il problema è solo all’inizio, ma ci stiamo adeguando alle realtà europee che da decenni cercano di convivere con i problemi legati all’integrazione. Qualcuno dice che il problema si risolverà da solo? Io rispondo che le visioni ottimistiche non aiutano, e ci impediscono anche di comprendere il valore delle differenze».
In altre parole?
«Non c’è solo un tema legale e organizzativo dietro la violenza giovanile. Un ragazzo italiano e uno marocchino possono trovare una risorsa nelle loro differenze. Ma noi cerchiamo il livellamento, annientando entrambi: così facendo, non avremo né comprensione né integrazione».
Cosa intende, quando parla di «livellamento» delle differenze?
«Se nascondiamo il presepe, per paura di offendere una famiglia musulmana, ci abbandoniamo a una resa culturale. Sarebbe più corretto apprezzare il presepe e spiegare alla classe come i musulmani celebrano le loro festività».
Protagonisti dei casi di cronaca sono anche minorenni italiani. Si parla di «vuoto da riempire».
«La democrazia ha sempre, nelle sue maglie, una quota di violenti. Baby gang, centri sociali, e tutti quelli che non intendono accettare le regole. Max Weber sottolinea come la democrazia non porti a una visione irenica della vita, per cui tutti remano pacifici nella stessa direzione. Certe violenze, in buona parte, sono endemiche. Possono e devono essere limate, con l’educazione scolastica, ma non mi stupiscono troppo. Sicuramente raccontano di un altro fallimento: quello della metropoli».
La metropoli?
«La grande città è stato un mito novecentesco. E oggi è un’ illusione pensare che possa essere un luogo di emancipazione e di progresso. Anzi, è il simbolo di un fallimento di sviluppo e integrazione. E Milano è un esempio drammatico di questa deriva».
Insomma, riconosce che le nuove generazioni sono più fragili?
«Ho sempre pensato che questa mancanza di solidità dipenda dall’assenza del padre, che oggi viene demonizzato in quanto simbolo patriarcale. La cultura “woke” ha le sue responsabilità».
Cioè?
«Nessuno vuol tornare alla famiglia ottocentesca, dominata dal padre padrone. Ma oggi fare il padre autorevole è diventato quasi un reato. E la figura del padre non è stata sostituita da nessun’altra. Senza questa figura, tutto diventa possibile. Una certa cultura di sinistra nega il problema, così non va nemmeno alla ricerca di soluzioni».
Quando parla della figura del padre, si riferisce in senso esteso al rispetto dell’autorità?
«Ma certo, l’autorità contiene i valori fondanti di una società, e diventa essenziale rispettarla. Altrimenti si va incontro a una polverizzazione delle relazioni. E la strada verso il nichilismo è tracciata».
I nuovi mezzi di comunicazione, l’ecosistema dei social, amplificano il problema?
«Di recente papa Leone ha detto una frase che mi ha fatto riflettere: “È tornata la moda della guerra”. Ecco, per me con quelle parole non parla solo di armi e soldati, ma c’è qualcosa di più».
Vale a dire?
«È tornata di moda la guerra della competitività violenta tra realtà sociali. Il coltello che porta in tasca il ragazzo non è solo il simbolo di una cultura diversa dalla nostra, ma anche la spia di un ritorno dell’aggressività. E la virtualità delle comunicazioni di oggi sicuramente non aiuta: siamo obbligati a urlare più forte degli altri per avere attenzione. Lo sbocco naturale non può essere che l’esasperazione dei rapporti sociali».
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Oriana Fallaci (Ansa)
In un servizio di «Fuori dal coro» gli imam di Brescia dicono che si può sposare una bambina purché abbia le mestruazioni. Del resto è lo stesso «Corano» ad ammetterlo. Aveva ragione la Fallaci nel suo (inascoltato) libro sulle donne musulmane.
Sono trascorsi 65 anni dal giorno in cui Oriana Fallaci diede alle stampe Il sesso inutile, un saggio in cui raccontava la condizione della donna in alcuni Paesi intorno al mondo. Il primo capitolo di quel libro era dedicato a una sposa bambina. La descrizione della cerimonia colpisce, perché da inviata dell’Europeo Fallaci fece un resoconto vivido di quel matrimonio tra una ragazzina e un adulto. «Non mi accorsi subito che fosse una donna perché da lontano non sembrava nemmeno una donna: sembrava un oggetto privo di vita o un pacco fragile e informe che uomini vestiti di bianco conducevano verso l’uscita».
Quel pacco privo di vita era una bambina che andava sposa a un musulmano, a Karachi, in Pakistan. Aveva gli occhi chiusi, per non vedere un marito che non aveva mai visto. Il coniuge l’aveva scelta guardando una fotografia e gli era piaciuta. Lei, la bambina, «teneva la testa appoggiata ai ginocchi e si capiva finalmente che era una donna poiché da tutto quel rosso incrostato d’oro e d’argento uscivano due piedi minuscoli, con unghie dipinte di rosso e la pianta dipinta di rosso. Tra i ginocchi, poi, penzolava una mano ed anche la mano era minuscola, con unghie dipinte di rosso. Piangeva. E a ogni singhiozzo le spalle si alzavano e si abbassavano come il singulto di un animale ferito. Era molto piccola, così raggomitolata per terra. Così piccola che veniva voglia di fare qualcosa per lei: come aiutarla a scappare».
Ribadisco: il saggio di Oriana Fallaci risale a 65 anni fa. Ma da allora nulla sembra essere cambiato. Nei Paesi musulmani spesso le donne vanno in sposa a uomini che nemmeno conoscono. A decidere chi debba essere il loro marito sono i genitori e se le figlie si ribellano rischiano di finire sottoterra, come è capitato a Saman e a Hina. Assassinate dai parenti perché rifiutavano un matrimonio combinato. Non in Pakistan, ma in Italia. E proprio a Brescia, dove una giovane di vent’anni fu sgozzata dal padre e sepolta in giardino perché rifiutava le nozze, la trasmissione condotta da Mario Giordano su Rete 4 è andata a chiedere agli imam se sia giusto che un adulto di 30 o 40 anni sposi una bambina di nove. Le risposte date all’inviato di Fuori dal coro sono state agghiaccianti. Per i capi religiosi della comunità islamica di Brescia è normale che una minorenne venga costretta a sposarsi con un uomo molto più anziano di lei. La legge in tutto il mondo civilizzato vieta i matrimoni di bambine con persone adulte e punisce anche i rapporti sessuali con minorenni, ma gli imam interpellati dal giornalista del programma di Giordano non sembrano turbati dal divieto. «È il Corano a consentirlo» si giustificano, aggiungendo che il profeta prese una sposa che aveva appena 12 anni. Secondo loro, il matrimonio è una cosa buona e giusta e per legalizzarlo, registrandolo ufficialmente, è sufficiente aspettare che la «moglie» compia 18 anni, in mondo da non disturbare la legge. «È una cosa bella» commentano senza sapere di essere registrati quando l’inviato dice di aver sposato una ragazzina di 12 anni. Però, quando il giornalista rivela la sua identità e non nasconde più la telecamera, la versione si fa più prudente. All’improvviso gli imam che prima lodavano il matrimonio fra bambine e adulti, promuovendolo quasi si trattasse della sublimazione di un’unione tra uomo e donna, dicono di non sapere nulla delle spose bambine. Di fronte alla cinepresa non rivendicano più le nozze con minorenni obbligate a sposare degli sconosciuti per decisione dei genitori. A microfoni aperti diventano rispettosi della legge.
Ma è evidente che dietro la cautela ufficiale esiste una realtà inquietante, non molto diversa da quella raccontata 65 anni fa, dopo un viaggio a Karachi, da Oriana Fallaci. Si tratta di pedofilia islamica, minorenni costrette a sposare uomini che non conoscono quando ancora sono in età per giocare con le bambole. Per gli imam è sufficiente la loro prima mestruazione per trasformarle in spose da offrire a uomini molto più vecchi di loro. «È scritto nel Corano» insistono. «Sono passati milletrecento anni da quando Maometto parlò nel caldo deserto d’Arabia» scriveva nel 1961 la più famosa giornalista italiana «e sebbene qualcosa di nuovo succeda tra le donne dell’Islam, la stragrande maggioranza dei suoi fedeli continuano a rispettarne le leggi come se il tempo si fosse fermato». Ecco, il servizio di Fuori dal coro dimostra che non è cambiato niente da allora. Anzi, convinti di parlare in privato, gli imam spiegano che a nove anni le bambine sono pronte per diventare spose. Scriveva sempre Oriana: «C’è molto sole sui Paesi dell’Islam: un sole bianco , violento che accieca. Ma le donne musulmane non lo vedono mai: i loro occhi sono abituati all’ombra come gli occhi delle talpe. Dal buio del ventre materno esse passano al buio della casa paterna, da questa al buio della casa coniugale, da questa al buio della tomba». Ecco, è ciò che pensano quegli imam. Non a Karachi, ma a Brescia. E noi glielo lasciamo pensare e probabilmente fare.
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