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L’immissione di CO2 non aumenta l’effetto serra, tutt’altro: migliora la vegetazione. E i rifiuti radioattivi sono irrilevanti.
I combustibili fossili e l’uranio, pur fornendo i 3/4 del fabbisogno mondiale di energia elettrica, sono le fonti più osteggiate al mondo: come sputare nel piatto dove si mangia.
Nella combustione del carbone - costituito principalmente da carbonio, C - questo reagisce con l’ossigeno dell’aria (O2) e produce anidride carbonica, CO2. Nella combustione del gas naturale, costituito principalmente da metano, CH4, questo reagisce con l’ossigeno e produce anch’essa CO2 (oltre che acqua, sotto forma di vapore). Infine, quella di fissione dell’uranio, U, è una reazione nucleare, dove si sparano neutroni contro l’uranio, il cui nucleo, colpito dal neutrone, si rompe in due altri nuclei (X e Y, diciamo). Tutte le reazioni dette sono «a catena»: è, questo, un tecnicismo, ma è talmente cruciale che non posso astenermi dal menzionarlo, anche se mi fermo qui. E tutte producono calore, cioè energia termica, che è il vero prodotto d’interesse, perché è questa che viene trasformata in energia elettrica, cioè corrente elettrica.
Come si vede, l’impianto a combustibili fossili differisce da quello nucleare solo per il modo con cui si produce il calore. C’è una ragione al mondo per preferire l’una o l’altra fonte di calore? A parità di disponibilità di carbone, gas naturale e uranio, di capacità tecnologiche di realizzazione degli impianti e a parità economiche, l’unica differenza sarebbe l’impatto ambientale, giacché tutte le reazioni sopra scritte danno prodotti che potremmo chiamare «rifiuti» di produzione. Pertanto l’impatto ambientale dipende dalla pericolosità dei rifiuti e dalla nostra capacità di gestirli.
Cominciamo con i combustibili fossili. Acqua e CO2 non sono rifiuti pericolosi, visto che entrambe sono naturalmente già presenti in atmosfera e sono nutrimento per le piante. Nel 1896 il chimico e premio Nobel Svante Arrhenius ipotizzò che l’immissione in atmosfera di CO2 avrebbe aumentato l’effetto serra e riscaldato il pianeta. L’ipotesi divenne una convinzione, che in alcuni rimane tale fino ai nostri giorni: una fissazione, più che altro, visto che è stato dimostrato che la CO2 presente naturalmente in atmosfera è in quantità tale che, a tutti gli effetti pratici, è già satura rispetto all’effetto serra, e aggiungerne altra non dà alcun contributo che sia di qualche rilevanza a quell’effetto. Allora, immettere CO2 in atmosfera fa bene al pianeta e all’uomo: aumenta la vegetazione e rende più ricchi i raccolti.
Però nei combustibili fossili - specialmente nel carbone - sono presenti anche altre sostanze (le chiamiamo impurezze, ma a volte sono anche in quantità apprezzabili) che durante la combustione finiscono nell’ambiente. Per esempio, il carbone italiano è tipicamente ricco di zolfo, che inquinerebbe l’aria sotto forma di ossidi di zolfo. Nei moderni impianti, però, lo zolfo viene sequestrato prima che finisca nell’ambiente e, alla fine, oggigiorno, un impianto a carbone inquina meno di un distributore di benzina.
Veniamo ora alla fissione nucleare. I prodotti della fissione, cioè della rottura dell’atomo di uranio, sono elementi più leggeri dell’uranio (sopra li abbiamo genericamente indicati con X e Y). Ecco: questi sì sono rifiuti pericolosi, perché radioattivi, e alcuni ad alta attività. Tuttavia: 1) a differenza dei rifiuti della combustione (che sono allo stato gassoso), i rifiuti della fissione sono allo stato solido, cosicché restano confinati nel luogo dove sono prodotti e non si disperdono nell’ambiente; 2) basta una lenticchia d’uranio per produrre la stessa energia elettrica prodotta da un vagone di carbone, cosicché il corrispondente rifiuto ha il volume di una lenticchia. Alla fine, se tutta l’energia elettrica che ciascuno di noi consuma nell’arco della propria vita fosse elettronucleare, il rifiuto corrispondente occuperebbe il volume di un pugno. Per farla breve: i volumi dei rifiuti radioattivi e il loro stato d’aggregazione (solido) rendono quello della gestione di questi rifiuti un problema di ingegneria elementare perfettamente risolto.
In conclusione, non abbiamo alcun motivo, neanche uno, per temere, più di ogni altra attività umana, la produzione di energia elettrica da combustibili fossili e, vieppiù, da nucleare. Di fatto, non c’è alcuna ragione al mondo per perseguire alcuna transizione da queste due fonti, tanto più che i tentativi messi in essere negli ultimi trent’anni hanno miseramente fallito, né v’è speranza che possano avere successo entro un ragionevole futuro. Certamente non con l’energia solare - a proposito della quale scrivevo, ben 20 anni fa, un libretto titolato L’illusione dell’energia dal sole (21mo Secolo editore). E neanche con la fusione nucleare, sulla quale consiglio vivamente un altro libretto, fresco di stampa (è uscito pochi giorni fa), del fisico nucleare Sergio Bartalucci: Il sole perduto - la grande illusione della fusione nucleare (Bietti editore).
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Ansa
Nel nuovo studio degli scienziati che si occupano di simulazioni sono stati eliminati gli scenari catastrofici. Difficile, però, che le Nazioni Unite rivedano i diktat green: l’allarmismo arricchisce le Ong e dà visibilità.
Per 15 anni governi, banche centrali e agenzie internazionali hanno costruito politiche e regolamenti su scenari climatici che il Cmip, il programma internazionale da cui quegli scenari provengono, ha appena dichiarato implausibili. La svolta arriva da uno studio dal titolo Progetto di interconfronto tra modelli di scenario per Cmip7 comparso il 7 aprile 2026 sulla rivista Geoscientific model development, con le firme di oltre 40 ricercatori da tutto il mondo.
Per capire la portata di questa revisione occorre spiegare come funziona il sistema. Il Cmip (Coupled model intercomparison project) è il programma internazionale che coordina i principali centri di modellazione climatica del mondo. Al suo interno, il sottocomitato ScenarioMip ha il compito di definire gli scenari di emissioni future che i modelli useranno come ipotesi di partenza, cioè quanta CO2 verrà prodotta, quante persone abiteranno il pianeta, quanto carbone verrà bruciato, quante rinnovabili verranno installate. Quegli scenari diventano poi la base del rapporto di valutazione dell’Ipcc, il Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite, da cui discendono trattati internazionali, politiche energetiche nazionali, regolamenti finanziari, nonché la collegata narrazione apocalittica sulla fine del mondo. Lo scenario più estremo di questa catena si chiamava RCP8.5, poi diventato nel 2021 SSP5-8.5. Prevedeva un consumo globale di carbone quintuplicato entro il 2100, una popolazione mondiale vicina ai 13 miliardi e un riscaldamento superiore ai 4 gradi centigradi rispetto all’era preindustriale. Ipotesi farlocche, come si è rivelato. Il consumo globale di carbone è rimasto grosso modo stabile e le proiezioni demografiche più accreditate indicano un picco attorno agli 8-9 miliardi nella seconda metà del secolo. Eppure, quello scenario è diventato il riferimento ufficiale nelle valutazioni nazionali di impatto climatico di Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Canada, Australia e Giappone. Il Network for greening the financial system, che coordina oltre 140 banche centrali, lo ha impiegato negli stress test condotti da Bce, Banca d’Inghilterra, Federal Reserve e Banque de France. Il nuovo set di scenari Cmip7 non include il SSP5-8.5 né il «cugino» SSP3-7.0, uno scenario altrettanto estremo basato su ipotesi demografiche ed energetiche ugualmente irrealistiche.
Questo significa che il prossimo rapporto Ipcc, quello che si chiamerà AR7, sarà costruito su scenari meno estremi, e che i vecchi scenari diventano quindi scientificamente obsoleti. Il nuovo scenario più pessimistico, chiamato semplicemente HIGH, raggiunge 71 miliardi di tonnellate di CO2 all’anno nel 2100, contro i 128 miliardi di tonnellate dell’SSP5-8.5. Un calo dell’80%, non c’è male.
Perché ci sono voluti 15 anni per ammettere che lo scenario peggiore era anche totalmente irrealistico? Perché si è fatta esperienza e nel frattempo le condizioni sono cambiate, dirà qualcuno. Certo, ma in realtà lo scenario SSP5-8.5 era utile perché produceva numeri grandi e i numeri grandi generano attenzione mediatica, finanziamenti alla ricerca, urgenza politica. Il catastrofismo climatico ha i propri incentivi strutturali. I ricercatori che lavorano su scenari estremi ottengono più citazioni. Le Ong che li propagandano raccolgono più donazioni e i divulgatori vendono più libri. Soprattutto, vi sono conseguenze reali su come le risorse vengono allocate, su quali tecnologie vengono sostenute e su come i cittadini comprendono (o non comprendono) il problema.
Le valutazioni nazionali di impatto climatico, i regolamenti di vigilanza bancaria, le metodologie della Banca mondiale sono ancora basate sulle ipotesi fasulle su cui sono state costruite. Serietà vorrebbe che vi fosse un aggiornamento di queste valutazioni, ma non esiste un vero meccanismo per ridefinirle, per cui non c’è da sperarvi molto. Nel frattempo, la narrazione pubblica sul clima continua a muoversi in direzione opposta. Nelle stesse settimane in cui veniva pubblicato il documento Cmip7, una commissione paneuropea convocata dall’Oms chiedeva di dichiarare la crisi climatica «emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale», la stessa categoria usata per le pandemie. Le proiezioni di rischio su cui si basano richieste di questo tipo sono costruite in larga misura proprio sugli scenari che il Cmip7 ha appena dichiarato implausibili, senza che questa revisione abbia ancora trovato spazio nel dibattito pubblico e istituzionale.
A chiudere il quadro arriva la Germania. Il governo federale ha approvato la costruzione di nuove centrali elettriche a gas per una capacità complessiva di 12.000 megawatt, riconoscendo che il sistema elettrico tedesco ha bisogno di quella capacità termoelettrica per garantire la sicurezza dell’approvvigionamento nei momenti in cui vento e sole non producono. Il finanziamento avverrà con un prelievo sui consumatori stimato tra 1 e 3 miliardi di euro all’anno dal 2031.
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Ursula von der Leyen (Ansa)
«Le risorse a disposizione sono ingenti», dice un portavoce della Commissione dopo che Giorgia Meloni aveva chiesto vincoli più flessibili contro il caro energia. La partita non è chiusa, l’Italia cerca sponde a Berlino e Parigi. Matteo Salvini: «Altrimenti andiamo avanti da soli».
La lettera del premier Giorgia Meloni al presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, con la richiesta di estendere le deroghe del Patto di stabilità, ora previste per la difesa, anche alle spese per contrastare il caro energia, resta con tutto il suo significato sui tavoli della politica comunitaria. Ma per ora le risposte sono di fatto negative, del tipo: quello che si può fare è sul tavolo, non chiederci altro. Le prese di posizione ufficiali sono leggermente più paludate, ma la sostanza è questa.
Il portavoce del capo della Commissione europea, Paula Pinho, dice: «Stiamo monitorando attentamente la situazione, anche per quanto riguarda l’energia, e saremo pronti ad esaminare le flessibilità esistenti nel quadro della governance di bilancio dell’Ue». Quindi sottolinea che «per quanto riguarda la flessibilità fiscale in materia di energia, vorremmo sottolineare che, in questa fase, l’attenzione è rivolta allo sfruttamento pieno dei finanziamenti Ue già disponibili, che sono davvero ingenti». Il portavoce della Commissione responsabile per l’Economia, Balazs Ujvari, ha affermato che «in questa fase l’obiettivo è di sfruttare appieno i finanziamenti Ue molto significativi che sono già disponibili». Poi ha ricordato le parole di Von der Leyen, dopo il summit informale Ue a Cipro, ovvero che «sono già stati stanziati circa 300 miliardi per investimenti energetici nell’ambito di strumenti quali il NextGenerationEu (il Pnrr, ndr), la Politica di coesione, ma anche il Fondo per la modernizzazione. Quindi», ha rilevato, «ci sono ancora circa 95 miliardi di euro nel bilancio Ue da impiegare in questo settore». L’obiettivo principale, ha detto il portavoce, «è garantire che gli Stati membri utilizzino effettivamente i fondi rimanenti. Inoltre stiamo lavorando per mobilitare gli investimenti privati». Poi ha fatto presente che recentemente «è stato reso più flessibile anche il quadro degli aiuti di Stato per sostenere proprio questo tipo di investimenti, nel contesto dei problemi di scarsità e dei prezzi elevati dell’energia». Sulla richiesta di flessibilità nella gestione dei bilanci, Ujvari ha ribadito quanto aveva detto il commissario agli Affari economici, Valdis Dombrovskis: «Gli Stati membri dispongono di un margine di manovra di bilancio limitato a causa degli elevati livelli di deficit e debito, di un contesto di tassi di interesse più elevati e dell’urgente necessità di ulteriori spese per la difesa. È essenziale che qualsiasi misura di sostegno sia mirata, in modo da limitare i costi di bilancio, e che non faccia aumentare la domanda aggregata di energia. Sarebbe opportuno valutare investimenti privati che riducono l’eccessiva dipendenza dai combustibili fossili importati».
La reazione di sostanziale chiusura da parte di Bruxelles non significa che la partita sia chiusa, ma certo sarà impegnativa e da giocare nelle prossime settimane. Servono alleanze con altri Paesi, soprattutto quelli a maggior vocazione industriale che più stanno soffrendo le conseguenze della guerra in Iran. Si rincorrono voci secondo cui Meloni starebbe cercando sintonie con Germania e Francia. Intanto fonti del ministero dell’Economia, lasciano filtrare che sulla deroga per l’energia al Patto di stabilità c’è «una fase di discussione e il dialogo con Bruxelles continua».
Il capo delegazione di Fdi, Carlo Fidanza, ha spiegato che «gli strumenti ordinari non bastano più a rispondere alla crisi energetica» e questo spiega la lettera di Giorgia Meloni. Infatti la crisi di Hormuz e l’aumento dei costi, non si ripercuotono su tutte le nazioni europee allo stesso modo e la sicurezza degli approvvigionamenti energetici è oggi una materia di sicurezza nazionale quanto la difesa. «Per questo», dice Fidanza, « bisogna uscire dalla logica ragionieristica di queste settimane e predisporre tutti gli strumenti utili per fronteggiare la crisi». Le modifiche al quadro temporaneo per gli aiuti di Stato avvantaggiano solo i Paesi con ampia capacità fiscale. «Chi, come l’Italia, da un lato non ha questa capacità pur avendo tenuto i conti in ordine ed essendo contribuente netto, e dall’altro ha già dedicato all’energia il massimo possibile delle risorse garantite dagli strumenti finanziari attuali deve poter usufruire della clausola di salvaguardia nazionale per proteggere famiglie, imprese e sistema produttivo. Attendere la recessione tecnica sarebbe irresponsabile». Un passaggio decisivo potrebbe esserci giovedì quando l’Europa pubblicherà le previsioni economiche di primavera 2026. Le ultime risalgono a novembre 2025 quando ancora non era scoppiata la crisi nel Golfo. Con stime in chiaro peggioramento, come è lecito attendersi, la richiesta di Meloni dovrebbe avere maggiore forza.
Netta la posizione di Matteo Salvini che minaccia iniziative unilaterali in caso di risposte negative della Ue: «Buon senso vorrebbe che la Commissione ci permettesse di spendere anche per le bollette e l’energia quello che ci permetterebbe di spendere per le armi. È chiaro che noi li spendiamo lo stesso quei soldi, non possiamo bloccare il Paese». Sulla questione energetica, Meloni ha avuto un colloquio col leader di Azione, Carlo Calenda che le ha sottoposto le sue proposte sul tema, definendo il colloquio «costruttivo».
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Inflazione e incertezza politica spingono i titoli di Stato (soprattutto a 30 anni) di Usa, Giappone, Uk e Germania sui massimi. I prestiti variabili hanno già incorporato un rialzo (0,25%) della Bce.
C’è una sicurezza (una delle poche a dire il vero) che la guerra in Iran si sta portando dietro sin dalle prime ore. Più va avanti il conflitto per Hormuz, più le prospettive di una pace vacillano e più si accentuano due fenomeni che naturalmente viaggiano su binari paralleli: l’aumento dei rendimenti dei titoli di Stato e il rincaro del costo mutui. Causa comune? Le prospettive funeste sull’inflazione dovute al rincaro energetico. Che da un lato zavorrano le previsioni macro e quindi fanno schizzare i tassi di Bund (Germania), Oat (Francia), Gilt (Gran Bretagna), Btp (Italia), Treasury (Usa) e Jgb (Giappone) e dall’altro lasciano pochi dubbi sulle decisioni delle banche centrali, Bce in testa, e quindi anche sui rialzi del tasso di riferimento dei mutui variabili, l’Euribor.
Se a questo aggiungiamo che in buona parte delle economie avanzate la situazione politica (vedi Londra, Parigi e Berlino) è appesa a un filo, la frittata è fatta. Bisogna solo chiudere gli occhi e puntare su un Paese a caso per trovare nuovi record sui titoli pubblici. Tanto per intenderci, i rendimenti dei titoli di Stato statunitensi a 30 anni hanno raggiunto i livelli più alti dal 2007 (superiore al 5%), mentre i «pariscadenza» tedeschi aggiornano di continuo i massimi degli ultimi tre lustri (3,71%). Si pensa che in Asia le cose vadano meglio? Dipende. Non è così, per esempio, in Giappone dove le obbligazioni del debito pubblico a 30 anni hanno raggiunto il maggior livello dall’introduzione della scadenza lunga. Parliamo del 1999.
«Non ci crederete», spiega Garfield Reynolds, responsabile per i mercati asiatici di Bloomberg, «ma l’accelerazione delle vendite di titoli di Stato giapponesi sta sconvolgendo i mercati obbligazionari globali, avvicinando significativamente i rendimenti dei Jgb a quelli dei principali omologhi. Questo è motivo di preoccupazione per l’impatto più ampio su tutti gli asset, poiché l’aumento dei costi di finanziamento spingerà gli investitori locali con grandi disponibilità finanziarie a riportare all’estero una quota maggiore del capitale che hanno tenuto a lungo nei depositi».
Perché il fenomeno riguarda le lunghe scadenza, ma sul medio termine le cose non vanno molto meglio. I Gilt a 10 anni, complice le disavventure di Starmer, hanno superato la soglia del 5%, tornando sui massimi dalla crisi finanziaria del 2008, e anche i Btp italiani, seppur ancora in una situazione di relativa tranquillità, si sono avvicinati alla soglia del 4%.
Ma il vero problema riguarda il futuro, visto che secondo buona parte degli analisti non è ancora arrivato il momento di acquistare.
Dal caro interessi per i singoli Paesi al caro mutui il passo è breve. Anche perché in Italia l’Euribor (il tasso di riferimento dei variabili) ha già incorporato il molto probabile rialzo dei tassi di giugno della Bce (oggi le migliori offerte per gli immobili green si posizionano poco sotto il 2%). «L’Euribor 3 mesi», spiega alla Verità Guido Bertolino, responsabile business development di Mutuisupermarket, «oscilla intorno al 2,25%, anticipando di fatto le mosse che i mercati considerano ormai acquisite. Guardando alla curva dei futures si vede una prima accelerazione nei mesi estivi, con l’Euribor atteso al 2,57% entro agosto, e una seconda entro fine 2026 che dovrebbe portarlo al 2,82%». Per intenderci: da inizio guerra (fine febbraio) l’Euribor è cresciuto circa di un quarto di punto che su trentennale di 150.000 euro vuol dire un incremento di poco meno di 20 euro al mese: in soldoni un aumento di poco meno di 250 euro in un anno. Certo che se l’andamento dei future dovesse essere rispettato, la maggiorazione arriverebbe a toccare quota 63 euro al mese entro la fine dell’anno, un’extra spesa che zavorra le già esangui casse delle famiglie italiane.
Le belle notizie arrivano invece dal tasso fisso. «Sul fronte dei fissi», continua l’esperto, «l’offerta rimane ancora sorprendentemente competitiva. Le banche non hanno trasferito integralmente nei propri listini i recenti aumenti dell’Irs - l’indice di riferimento dei fissi, con il ventennale che ha raggiunto il 3,28% - applicando in molti casi tassi effettivi sensibilmente inferiori rispetto ai parametri di mercato».
Così i migliori prodotti (per gli immobili green) si collocano su una fascia di costo di poco inferiore al 2,60%. Il punto è capire fino a quando questo fenomeno anomalo durerà. Prima o dopo la fine del conflitto per Hormuz?
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