- Israele avanza in Libano per ampliare la sua zona cuscinetto Canada, Parigi, Berlino, Roma e Londra invocano negoziati.
- La chiusura di Bab el-Mandeb interdirebbe il Mediterraneo a 8,8 milioni di barili al dì. Tajani blinda le missioni Ue: «Si possono rafforzare, non estendere al Golfo Persico».
Lo speciale contiene due articoli.
Le Forze di Difesa israeliane hanno avviato una nuova operazione terrestre nel Libano meridionale con l’obiettivo di colpire infrastrutture e combattenti di Hezbollah e rafforzare la fascia di sicurezza lungo il confine settentrionale di Israele. L’annuncio è arrivato dai vertici militari, che hanno parlato di un ampliamento della zona cuscinetto e di un maggiore dispiegamento di truppe nell’area dopo l’intensificarsi degli attacchi del movimento sciita nelle ultime settimane, in un contesto regionale segnato dallo scontro tra Iran, Stati Uniti e Israele.
Durante l’operazione le truppe hanno individuato e ucciso diversi membri di Hezbollah. «Questa operazione rientra nell’ambito degli sforzi volti a stabilire una difesa avanzata, che comprende la distruzione delle infrastrutture terroristiche e l’eliminazione dei terroristi operanti nella zona, al fine di rimuovere le minacce e creare un ulteriore livello di sicurezza per i residenti del nord», hanno dichiarato le Forze di Difesa israeliane. Prima dell’ingresso delle unità di terra, l’area era stata sottoposta a intensi bombardamenti aerei e a colpi di artiglieria «per eliminare le minacce». Nel dispositivo militare restano coinvolte anche altre unità. La 146ª Divisione di riserva è schierata nel settore occidentale del Libano meridionale, mentre la 36ª Divisione è impegnata in operazioni nel settore orientale.
Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha ribadito che l’obiettivo dell’operazione è neutralizzare le minacce lungo il confine e garantire sicurezza alle comunità del nord di Israele. Secondo le Forze di Difesa Israeliane, dal 2 marzo Hezbollah avrebbe sparato contro Israele circa cento razzi al giorno, oltre a impiegare più di cento droni. Secondo una nuova valutazione dell’Idf, tra l’85 e il 90% dell’arsenale missilistico di Hezbollah esistente prima del 2023 sarebbe stato distrutto nel corso del conflitto. Prima della guerra il gruppo sciita disponeva di oltre 150.000 razzi. Al momento del cessate il fuoco del novembre 2024 tra il 70 e l’80% di queste scorte era già stato eliminato, mentre nelle ultime settimane l’esercito israeliano avrebbe ulteriormente ridotto l’arsenale a una stima compresa tra 10.000 e 23.000 razzi. Ieri si è appreso che i media ufficiali libanesi non useranno più il termine «resistenza» per riferirsi a Hezbollah.
Secondo Al-Madoun, il ministro dell’Informazione Paul Murkus ha ordinato di citare l’organizzazione nei media statali solo come «Hezbollah». Nel sud del Libano si sono registrati anche episodi che hanno coinvolto le forze di interposizione delle Nazioni Unite. La missione Unifil ha riferito che i propri caschi blu sono stati presi di mira da colpi d’arma da fuoco «probabilmente da gruppi armati non statali» durante tre pattugliamenti nei pressi delle basi nel Libano meridionale. «Due pattuglie hanno risposto al fuoco per autodifesa e, dopo brevi scambi, hanno ripreso le loro attività programmate». Nessun soldato compresi i nostri militari, sono rimasti feriti. Dal Libano arrivano intanto segnali di apertura diplomatica. «Speriamo di ottenere una svolta grazie all’iniziativa che abbiamo lanciato, volta a porre fine alle perdite quotidiane subite da tutti i libanesi», ha dichiarato il presidente Joseph Aoun riferendosi alla proposta di negoziati diretti con Israele. Il capo dello Stato ha commentato anche l’escalation militare dopo che l’Idf ha avviato «operazioni di terra mirate» contro le roccaforti di Hezbollah nel sud del Libano. «Nessuno si aspettava un’altra guerra da parte di altri sul nostro territorio», ha affermato Aoun, riferendosi al fronte aperto da Hezbollah il 2 marzo al fianco dell’Iran. «Lo Stato è l’unico garante della protezione di tutti», ha aggiunto, assicurando il proprio «impegno a ripristinare l’autorità statale su tutto il territorio libanese, a prescindere dagli ostacoli». Nel frattempo le autorità libanesi hanno reso noto che oltre un milione di persone risultano registrate come sfollate dall’inizio del conflitto tra Israele e Hezbollah. Secondo un comunicato ufficiale, il numero dei civili registrati su una piattaforma collegata al ministero degli Affari sociali ha raggiunto quota 1.049.328, di cui 132.742 ospitati in più di 600 rifugi collettivi. Il bilancio delle vittime continua inoltre ad aumentare. Secondo il ministero della Salute libanese, dall’inizio della campagna di bombardamenti israeliani del 2 marzo sono morte 886 persone. Tra queste figurano 67 donne, 111 bambini e 38 operatori sanitari, mentre 2.141 persone sono rimaste ferite.
Nel frattempo si riapre anche il dossier energetico legato ai giacimenti di gas nel Mediterraneo orientale. Il governo israeliano starebbe valutando la possibilità di annullare l’intesa firmata nel 2022 con il Libano sulla delimitazione dei confini marittimi. «È un accordo orribile e illegittimo, quindi dal mio punto di vista dobbiamo agire e annullare questo accordo sul gas - ha dichiarato il ministro dell’Energia Eli Cohen. Sul piano internazionale emergono anche mosse diplomatiche da parte di alcuni governi. Canada, Francia, Germania, Italia e Regno Unito, infatti, hanno emesso una nota congiunta in cui chiedono «un impegno significativo da parte dei rappresentanti israeliani e libanesi per negoziare una soluzione politica sostenibile. Sosteniamo fermamente le iniziative per facilitare i colloqui e sollecitiamo un’immediata de-escalation». Nel pomeriggio di ieri, alcuni detriti «alcuni detriti provocati da razzi intercettati in aria dai sistemi antimissile israeliani» sono caduti sulla base italiana di Shama, come ha reso noto la Difesa.
Gli Huthi minacciano l’altro Stretto
La promessa da parte del gruppo degli Huthi di un imminente ingresso in guerra a fianco dell’Iran potrebbe essere deflagrante, soprattutto a livello economico. Questi ribelli, che controllano circa metà del territorio dello Yemen, hanno già minacciato di chiudere lo stretto di Bab el-Mandeb, un braccio di mare che separa la penisola arabica dal Corno d’Africa e che è l’unica via per il canale di Suez. Prima della tregua, questa tribù sciita alleata di Teheran aveva bersagliato di droni e razzi tutte le navi che avevano fatto rotta verso il canale, mettendo in crisi il traffico marittimo fra Asia ed Europa. Oggi gli Huthi potrebbero chiudere Bab el-Mandeb, arrivando a minare il fondale e così bloccando ogni tipo di imbarcazione diretta verso il Mediterraneo.
Da questo stretto passano circa 8,8 milioni di barili di petrolio ogni giorno e il 12% del traffico marittimo mondiale. Dopo le enormi difficoltà nello stretto di Hormuz, questa nuova mossa potrebbe far schizzare il prezzo del greggio a 120 dollari, secondo molti economisti. Una doppia strozzatura metterebbe il mondo davanti a una delle più gravi interruzioni del commercio energetico degli ultimi decenni. Da Hormuz transitano circa 20 milioni di barili di petrolio ogni giorno, quasi un quinto del consumo mondiale, e queste interruzioni combinate peserebbero fino ad un quarto dei flussi globali di greggio. I colossi del trasporto marittimo stanno già interrompendo il traffico navale nel Mar Rosso, puntando sulla circumnavigazione del continente africano, una mossa che allunga i tempi di consegna di 14-16 giorni e aumenta sensibilmente le spese di viaggio e assicurative.
L’Europa sarebbe ancora una volta la prima a pagarne le conseguenze immediate. L’Alto rappresentante Ue per gli Affari esteri, Kaja Kallas, alla riunione dei ministri degli Esteri, ha inizialmente parlato della possibilità di un cambiamento del mandato della missione Aspides per permetterle di agire nello stretto di Hormuz, ma alla conferenza stampa finale ha detto che non c’è interesse a cambiare il suo mandato. Quest’operazione navale, il cui comando è appena passato dall’Italia, era nata nell’aprile del 2024 per difendere le navi nel Mar Rosso dopo i primi attacchi degli Huthi. Aspides, dal greco antico aspís, che significa scudo, ha carattere difensivo e un mandato destinato a durare fino al 2027. Otto nazioni europee hanno dato la loro disponibilità a partecipare, fornendo tre navi da guerra e oltre 600 militari. La Marina italiana ha impegnato in questa operazione cacciatorpedinieri come la Caio Duilio o l’Andrea Doria e moderne fregate come la Virginio Fasan. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha ribadito che le missioni Aspides e Atalanta, nata per combattere la pirateria in Somalia, restano con il mandato che hanno, ma con l’auspicio di poterle rafforzare. E i suoi omologhi Ue, al vertice di ieri, hanno confermato il disinteresse per un’operazione a Hormuz.






