Antonio Tajani, Matteo Salvini e Giorgia Meloni (Imagoeconomica)
Dopo la batosta del referendum, la maggioranza sembra intenzionata a riconsegnare il Paese e il Colle alla sinistra. La parentesi delle liti continue tra alleati e delle dimissioni a catena va chiusa al più presto.
Dal referendum sulla giustizia in poi sembra quasi che il centrodestra le stia provando tutte per farsi del male. Non passa giorno, infatti, che la maggioranza non si inventi qualche guaio e quando non le riesce di farlo ci sono alcuni suoi esponenti che si prendono la briga di accreditare una futura sconfitta. Lasciamo perdere il repulisti dopo la batosta del 23 marzo: l’uscita di alcuni esponenti di governo che rischiavano di mettere in serio imbarazzo Palazzo Chigi ci poteva anche stare, ma a patto poi che si serrassero i ranghi e si procedesse compatti verso il resto della legislatura. E invece no, dopo le dimissioni di Andrea Delmastro e di Daniela Santanchè, la compagine di centrodestra sembra faticare a ritrovare unità, senza riuscire a spazzare via le polemiche e, soprattutto, quel clima da fine mandato che aleggia sulla Capitale.
Prima c’è stata la sostituzione dei capigruppo di Forza Italia, manovra che ha dato la stura a una serie di ipotesi sul riposizionamento del partito azzurro, che secondo le chiacchiere di palazzo, alle prossime elezioni farebbe addirittura il tifo per un pareggio, deciso a fare la stampella di un governo di unità nazionale come ai bei tempi di Monti e Draghi. Non sono di grande aiuto neppure i continui distinguo tra la maggioranza e il movimento creato dall’ex generale Roberto Vannacci. Se è vero che Futuro nazionale gode di un pacchetto di voti che oscilla fra il 3 e il 4 per cento, più che prendere le distanze si dovrebbe fare in modo di accorciarle, perché senza quei consensi difficilmente il centrodestra ha possibilità di vincere contro un campo larghissimo che ingloba i democristiani di sinistra e i compagni più estremi.
E non ci sono soltanto le scaramucce fra partiti che in teoria dovrebbero essere alleati. A creare confusione è stata pure la faccenda della Biennale e del padiglione russo. Probabilmente, se non ci fosse stato il battibecco fra il ministro della Cultura e il presidente dell’istituzione veneziana pochi si sarebbero accorti della presenza degli artisti inviati da Mosca. Al contrario, la polemica ha acceso i riflettori sulla questione, facendo un gran favore proprio alla delegazione russa, che sui giornali non ha mai avuto tanta pubblicità, con anche la successiva visita del capo della Lega. C’era proprio bisogno di trasformare un episodio tutto sommato marginale in un affare di Stato, con il coinvolgimento perfino di Bruxelles? Non si poteva risolvere il caso senza strepiti?
Come se non bastasse, poi è arrivata la rimozione del capo della segreteria tecnica e della segretaria personale del ministro Alessandro Giuli. Già nel passato il dicastero di via del Collegio Romano era stato oggetto di polemiche. Prima le dimissioni di Gennaro Sangiuliano in seguito alla liaison con Maria Rosaria Boccia, quindi l’addio del capo di gabinetto per un conflitto d’interessi, poi le critiche per il mancato finanziamento del film su Giulio Regeni a cui sono seguiti la querelle sul padiglione di Putin e, infine, il licenziamento dello staff. Anche in questo caso vengono spontanee alcune domande. C’era proprio bisogno di tutto ciò? Qualcuno ha valutato la sensazione di confusione dell’elettore medio che di queste faccende non sa praticamente nulla?
Potrei continuare con le pretese mosse di Luca Zaia, che generano altra instabilità, e le mancate decisioni che riguardano alcune delle sfide elettorali alle prossime amministrative, ma credo che già basti quanto ho descritto. Non so voi, cari lettori, ma io vorrei evitare che il Paese fosse riconsegnato nelle mani della sinistra e ancor di più vorrei scongiurare nel 2029 l’elezione di un facsimile di Mattarella. Perciò mi incarico di lanciare un appello: caro centrodestra rimboccati le maniche e mettiti tranquillo a lavorare, che al voto manca ancora un anno. E soprattutto, cari onorevoli, toglietevi dalla faccia quell’aria da sconfitti che fa passare la voglia di votarvi. Capisco che le cose siano complicate e che stare all’opposizione sia più facile e comodo che stare al governo. Ma se si aspira ancora a cambiare l’Italia non lo si fa certo quando si è minoranza.
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Nicole Minetti (Getty Images)
Il quotidiano rilancia, intervistando una ex collaboratrice di Cipriani che racconta di feste e escort: «Nicole non è cambiata». I legali della coppia: «Ricostruzioni inveritiere e facilmente smentibili». Si pensa a una richiesta di danni per 250 milioni.
Il copione, secondo la difesa, è sempre lo stesso. Prima arrivano le accuse. Poi parte il clamore mediatico. Infine c’è la verifica degli atti. E, quando si passa dalle suggestioni ai documenti, la ricostruzione crolla. È questa la linea dei legali di Nicole Minetti e Giuseppe Cipriani, il professor Emanuele Fisicaro e l’avvocato Antonella Calcaterra, dopo la nuova intervista pubblicata dal Fatto quotidiano a una ex collaboratrice della tenuta di Punta del Este.
Per i difensori, anche questa volta le accuse sarebbero «del tutto inveritiere» e «facilmente smentibili documenti alla mano». Non ci sarebbe un nuovo elemento decisivo, ma l’ennesimo tassello di quella che i legali definiscono una «violenta campagna mediatica», costruita - a loro dire - su circostanze non verificate e destinate a essere contestate nelle sedi giudiziarie. Per questo ora si sta valutando l’azione giudiziaria con la richiesta di 250 milioni di euro contro il quotidiano.
Del resto le prime verifiche ufficiali non avrebbero confermato le ricostruzioni circolate nelle ultime settimane. La Procura generale di Milano, dopo gli approfondimenti avviati anche attraverso l’Interpol, non avrebbe ravvisato, al momento, elementi tali da modificare il parere favorevole già espresso sulla grazia concessa a Nicole Minetti dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Le risposte arrivate dall’estero sono ancora parziali, ma finora non avrebbero fatto emergere dati ostativi capaci di ribaltare il quadro.
Al centro della vicenda c’è il tema dell’adozione di bambino malato in Uruguay. La grazia a Minetti è stata messa in relazione, tra gli altri profili, alla situazione familiare e alle condizioni di salute del minore. Per questo gli accertamenti hanno riguardato la regolarità della procedura adottiva, la documentazione sanitaria e il percorso personale dell’ex consigliera regionale dopo la condanna. Secondo la difesa, proprio gli atti prodotti avrebbero già smentito le ricostruzioni più gravi diffuse sull’adozione e sulle condizioni cliniche del bambino.
«Il Fatto quotidiano, invece di prendere atto della realtà, rilancia con nuove accuse che nulla hanno a che vedere con la verità», replicano i legali dopo l’intervista a Graciela Mabel De Los Santos Torres, indicata dal giornale come una donna che avrebbe lavorato per anni nella tenuta di Cipriani in Uruguay come massaggiatrice. La testimone sostiene di essere «la testimone dei festini con le escort a Punta del Este» e afferma che Minetti non avrebbe mai cambiato vita rispetto agli anni italiani. Dice anche di essere pronta a parlare con i magistrati milanesi, a condizione di essere protetta. Le accuse, per ora, restano dichiarazioni giornalistiche. Ed è proprio questo il punto su cui insiste la difesa: una cosa sono gli atti, le verifiche ufficiali, i documenti depositati e le eventuali rogatorie. Tutta un’altra cosa sono le ricostruzioni mediatiche, soprattutto quando non sono ancora entrate in un contraddittorio giudiziario.
Lo stesso criterio vale anche per altri episodi già emersi negli ultimi giorni attorno al nome di Giuseppe Cipriani. Nel 2020 una ex dipendente, Maria Sol Larrea, depositò a New York una causa civile contro Downtown Restaurant Company, Cipriani Usa e Giuseppe Cipriani, lamentando molestie sessuali, ambiente di lavoro ostile, ritorsione e mancata riassegnazione dei turni. Ma quel documento era una causa civile. Non ci fu una sentenza, né una condanna e neppure un accertamento giudiziario. Anche quell’episodio si chiuse senza processo e senza decisione nel merito. Il 30 luglio 2021 la giudice federale Valerie Caproni prese atto che, attraverso una mediazione, era stato raggiunto un accordo su tutte le questioni e dispose la chiusura del caso senza costi o spese legali a carico di una parte nei confronti dell’altra. Non ci fu alcuna ricaduta penale.
La nuova vicenda uruguaiana si muove dunque su un terreno analogo: dichiarazioni, suggestioni e ricostruzioni giornalistiche. Ma il fascicolo milanese riguarda la verifica dei presupposti della grazia.
La Procura generale di Milano, guidata da Francesca Nanni, sta valutando se procedere con interrogatori all’estero. Potrebbe essere inoltrata una rogatoria in Uruguay e, se necessario, potrebbe essere sentita anche l’ex dipendente indicata dal Fatto. Finora, però, dai primi accertamenti arrivati dall’estero non sarebbero emersi elementi significativi tali da ribaltare il parere favorevole già espresso sulla grazia concessa dal Quirinale. Inoltre i legali della coppia stanno continuando a fornire alla procura generale tutta la documentazione richiesta.
È proprio su questa distinzione che insiste la difesa. Da una parte ci sono documenti, verifiche all’estero, atti già depositati sulla procedura di adozione e sulle cure del bambino. Dall’altra, secondo i legali, una nuova testimonianza che arriva dopo settimane di polemiche e che sarà contestata in giudizio. Fisicaro e Calcaterra parlano di «documentazione indiscutibile» che avrebbe messo a nudo «le innumerevoli falsità» scritte sull’adozione e sulle condizioni cliniche del minore, con un danno definito «incommensurabile» soprattutto per il bambino.
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Concita De Gregorio (Imagoeconomica)
Concita De Gregorio: «Bomba in arrivo su un ministro». Paolo Mieli rilancia il pettegolezzo. E una certa Valentina Pelliccia alza la mano: «Falsità su di me». Il metodo Ranucci fa scuola.
In principio fu Lettera 43. Il 10 aprile scorso, in pieno gossip amoroso tra il ministro Matteo Piantedosi e Claudia Conte, il sito diretto da Paolo Madron pubblicò alcune voci che circolavano tra i palazzi della Capitale: «Da tempo si agita una scalpitante presenza a Roma, che chiede incontri diretti ai ministri, con alcune nette somiglianze nei metodi che evocano la “strategia Claudia Conte”. Viene persino definita “bellissima e vistosissima, molto più di CC”». Nessun nome, solo l’identikit della nuova protagonista del gossip romano: «Di sicuro ha più follower sui social (oltre il triplo, e la giornalista ciociara sfonda comunque la soglia dei 300.000), ma la stessa implacabile attitudine al collezionismo di selfie col potente di turno. Fatto sta che le antenne sono alzate al massimo livello da parte delle potenziali “vittime”». Ovviamente Dagospia rilanciò la notizia, che cominciò a circolare con ancora più forza. Poi il silenzio.
Nessuno ha più parlato di questa storia fino a quando, l’altro ieri, Concita De Gregorio l’ha rilanciata in coda a un suo pezzo su Repubblica: «Sono settimane che in tutta Roma non si parla d’altro che della prossima “bomba”, un altro ministro, non Piantedosi (Sangiuliano è storia trapassata, gli scandali si consumano rapidi), un altro ancora, un’altra ragazza, eccetera. Mogli al corrente, naturalmente». Stesso tono di Lettera 43 e di Dago, ripreso poi da Paolo Mieli nella sua rassegna stampa su Radio 24. Chi sia la misteriosa ragazza, «bellissima e vistosissima», non è dato sapere.
Anche se un’utente social, Valentina Pelliccia, pare aver fatto coming out, nonostante nessuno l’abbia mai tirata in ballo direttamente. Certo, anche lei, proprio come la ragazza descritta da Madron, ha quasi un milione di follower (questo il numero al momento della pubblicazione dell’articolo di Lettera 43, oggi sono un po’ meno, circa 985.000); certo anche nel suo feed di Instagram sono presenti numerosi selfie con diverse autorità, siano esse politiche o giornalistiche; certo, pure lei è molto bella, «molto di più di CC», e molto più vistosa. E sì, proprio la Pelliccia ha pubblicato diverse storie per prendere le distanze dall’articolo di di Dagospia che rilanciava quello della De Gregorio: «Ora parlo io», aveva scritto nella tarda mattinata di ieri. Già, ma che dirà? Farà il nome del presunto ministro? La bomba è davvero pronta ad esplodere? Silenzio per ore. Tic tac, tic tac. L’orologio continua implacabile la sua corsa contro il tempo, fino a quando, nel tardo pomeriggio, una nuova storia su Instagram: «Dagospia ha pubblicato un articolo falso su di me, senza fare il mio nome. E io so chi sta cercando di rovinare la mia reputazione e tutta la mia vita. Nego totalmente ogni affermazione negativa. Non ho mai avuto relazioni con ministri».
Ora, nessuno l’aveva mai citata. Nessuno sapeva chi fosse Valentina Pelliccia. Certo, magari le redazioni giornalistiche sì. Del resto ha pubblicato qualche articolo per Il Tempo e lei stessa aveva provato a entrare in diversi giornali. Nel suo curriculum sfoggiava nomi altisonanti: «Sono stata collaboratrice del presidente del Consiglio di Stato, dottor Alberto de Roberto (noto magistrato)». E poi, con un tono abbastanza fumoso: «Ho svolto il praticantato (da avvocato, ndr) presso il governo della Repubblica italiana (ministero della Giustizia); sono stata consulente (testi social media) per conto di personaggi politici con il compito di elaborare, mediante precise strategie d’immagine, un’apparenza del politico adeguata da sottoporre attraverso i media all’opinione pubblica». Che sa un po’ di supercazzola con scappellamento a destra ma che - riferendosi ai social media, dove spesso trionfano i fuffaguru - può anche starci.
Contattata dalla Verità la Pelliccia prima non risponde al telefono. «Chi sei?», scrive. Forniamo le generalità, passiamo il test. È disposta a parlare, anche se il suo avvocato preferirebbe di no: «Io non voglio far comparire il mio nome perché Dagospia ha negato che si tratti di me! Ma molti giornalisti dicono che si parla di me anche se non mi conoscono! C’è confusione. Se fossi io, di sicuro è un articolo architettato per screditarmi», ci scrive. Ora, non è dato sapere se sia o meno lei l’incredibile bellezza di cui tutti a Roma parlano. Però delle due l’una. E l’involontaria ammissione pubblicata sui social non fa che peggiorare la situazione. Nessuno aveva mai fatto il suo nome. Nessuno aveva mai parlato pubblicamente di lei. Certo, «un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova», come insegna Agatha Christie. Però nessuno, fino a ieri, aveva mai parlato in chiaro. Più che una smentita sembra quasi voler mettere le mani avanti: non sono io, ma se mai Dagospia dovesse parlare di me, allora è tutto un complotto. Ma, se così fosse, verrebbe da chiedersi: chi lo ha ordito? E perché?
In questa storia pare che tutti lancino un sasso, per poi nascondere la mano. Un po’ come quando, qualche settimana fa, Sigfrido Ranucci, in diretta da Bianca Berlinguer, ha raccontato che una sua fonte gli aveva rivelato di aver visto il ministro Carlo Nordio mentre faceva visita al ranch di Giuseppe Cipriani. «A marzo», aggiunse. Di quale anno? Non è dato sapere. Lo stesso fa la De Gregorio, che rilancia voci. E pure la Pelliccia che, allo stesso tempo, smentisce e conferma. Pare di rivedere la telefonata di un telespettatore a Maurizio Mosca, che «era stato visto in piazza Aspromonte comprando (sic) 400.000 lire di cocaina». Solo che in questa storia non c’è nessuna Marisa. Nessun arresto per direttissima. E nessuna storia che ci faccia ridere un po’.
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Un tempo destinato ai più poveri, oggi è ricercato per le sue proprietà nutrizionali. Che sia di maiale o di vitello (dal gusto più delicato), attenzione a non cuocerlo troppo.
È, il fegato, la parte del quinto quarto che più probabilmente ha mangiato chi non mangia le frattaglie e inorridisce di fronte a zampetti, code e organi interni.
Si chiamano frattaglie o quinto quarto, infatti, macellati gli animali in due quarti contenenti tutte le parti più «eleganti», le parti residuali e gli organi interni degli animali macellati che non sono muscolo o osso, come orecchie e parti finali delle zampe e poi interiora come l’animella, il cervello, la lingua, il cuore, il polmone, il fegato, la milza, il rognone, la trippa. Si mangiano queste parti residuali di animali da allevamento, grandi e piccoli, quindi di bovini, suini, conigli, polli, oche (le interiora dei volatili si chiamano anche frattaglie), ma si mangiano anche del pesce, riscuote grande successo presso gli chef la trippa di mare e si sta lavorando tanto anche su pelli, lische e teste. Il fegato è poi la parte del quinto quarto che più «funziona» come se fosse una parte degli altri quarti, essendo anch’esso un bel tocco di carne. Chiunque ha in memoria quel «pònf» che fa risuonare il pezzo di carne messo sul banco dal macellaio per affettarlo al coltello. Anche col fegato funziona così. Come se fosse un girello, il fegato di maiale o di vitello è perfettamente affettabile in fettine e in tale forma consumato. «I tagli più freschi che ho… Vediamo… Cosa preferisce, signora? Delle belle fettine di vitella oppure di fegato?». Così direbbe un macellaio.
La freschezza nel fegato e, in generale nelle frattaglie, è fondamentale. Proprio in virtù del fatto che non erano conservabili a lungo, prima dell’avvento dei frigoriferi, al macello le frattaglie erano date a chi ci lavorava come parte della paga o addirittura venivano regalate perché erano fuori dal circuito commerciale normale precisamente a causa della loro veloce deperibilità rispetto alle altre parti dell’animale, i due quarti verticali dell’animale macellato che poi, divisi ulteriormente in due, diventavano i quattro quarti.
Riassumendo: gli abbienti mangiavano i quattro quarti, i poveri il quinto. All’interno del variegato mondo del quinto quarto, il fegato è molto gettonato anche per la presenza di particolari proteine nobili. Facciamo una premessa su queste ultime. Come spiega l’Iss, l’Istituto superiore di sanità, le proteine di origine animale contengono tutti gli aminoacidi essenziali, per cui sono chiamate proteine nobili. Sono ricche di vitamina B (in particolare B12), ferro e zinco ad elevata biodisponibilità. Sono contenute in carne, prodotti ittici, uova, latte e derivati come i formaggi. Le proteine di origine vegetale sono meno complete delle proteine di origine animale perché non contengono tutti gli aminoacidi essenziali (anche se la loro combinazione con alcuni alimenti di origine vegetale, per esempio legumi e cereali, compensa questa carenza migliorando la qualità delle proteine di entrambi i prodotti). Le proteine di origine vegetale, inoltre, contengono molecole con attività anti-nutrizionali, come tannini e fitati che possono legare micronutrienti, per esempio zinco e ferro, rendendoli meno disponibili, o di natura proteica, per esempio lectine e faseolamina, che possono ridurre l’assorbimento di alcuni nutrienti, ad esempio l’amido. Tuttavia, trattamenti come l’ammollo e la cottura sono in grado di inattivare tali sostanze. Le proteine vegetali sono meno digeribili e, di conseguenza, meno biodisponibili, di quelle animali. Per questo motivo, in caso di dieta vegetariana o vegana, potrebbe essere opportuno aumentare del 5-10% il quantitativo di proteine vegetali assunte quotidianamente. Inoltre, nelle proteine vegetali mancano elementi presenti nelle proteine animali come, per esempio, il ferro eme: il ferro dei vegetali, che si chiama ferro non eme, è meno disponibile. Insomma, dal punto di vista nutrizionale non c’è dubbio che la dieta corretta contenga anche carne, proprio in funzione delle sue proteine nobili. Il fegato, in particolare, contiene nucleoproteine. Sono proteine associate agli acidi nucleici (Dna o Rna) che svolgono funzioni cruciali all’interno delle cellule: supportano il sistema immunitario in caso di forte stress psicofisico, di malnutrizione e di debilitazione, riparano il materiale genetico, allungano la vita delle cellule e sostengono il metabolismo osseo. Diversamente da altre frattaglie, il fegato è molto digeribile, poiché ha pochi grassi, diversamente da, per esempio, la frattaglia cervello, e non presenta tessuto connettivo impegnativo per lo stomaco come per esempio è, invece, per la trippa. A causa delle nucleoproteine contenute nel fegato (e anche in altre frattaglie come il cervello, così come nei crostacei), deve fare attenzione e moderarne il consumo chi soffre di gotta oppure di alti livelli di acido urico e calcoli renali. Questo perché durante la digestione le nucleoproteine sviluppano quantità di purine e acido urico che non vanno bene per chi presenta una sensibilità. Si sconsiglia il fegato anche a chi soffre di ipercolesterolemia, perché sebbene presenti nel complesso pochi grassi, contiene molto colesterolo, diverso a seconda dell’animale, ma comunque molto. Il fegato di vitello ne può contenere da 190 a 330 mg ogni 100 g. Il fegato di maiale un po’ meno, da 200 a circa 260. Va detto che il colesterolo alimentare non alza direttamente il colesterolo nel sangue quanto invece fanno i grassi saturi, tuttavia chi soffre di ipercolesterolemia deve assolutamente limitare anche i cibi con alto colesterolo.
Si mangia il fegato di tanti animali allevati, ma in particolar modo si consuma il fegato di bovino e il fegato di maiale. La nostra tradizione vanta piatti che celebrano questa frattaglia, svetta su tutti - anche per la sua bontà - il fegato alla veneziana. Il fegato di vitello e quello di maiale non differiscono moltissimo: quello di vitello ha un po’ più di fosforo (333 mg contro i 272 di quello di maiale). Ha molta più vitamina A, circa 6 microgrammi contro i 2 del fegato di maiale. Ma ha molto meno ferro, la metà, perché ne presenta 8,5 mg contro i 18 del fegato di maiale. In entrambi i casi, è perfetto per evitare o contrastare l’anemia. Per ambedue i tipi di fegato vale che su 100 g di carne, che sono edibili al 100%, abbiamo 70 g di acqua, circa 20 di proteine, circa 5 di grassi, intorno al grammo di carboidrati e poche calorie: intorno alle 130. Poi abbiamo sui 10 mg di calcio, mezzo milligrammo di vitamina B1, circa 2 mg di vitamina B2, circa 12 di vitamina B3. Le vitamine del gruppo B sono essenziali innanzitutto per il buon funzionamento del sistema nervoso. Contiene poi molta vitamina A, fondamentale per vista e pelle. Vero e proprio superfood, concentrato di vitamine e minerali spesso superiore a quella della carne muscolare, il fegato andrebbe mangiato una volta a settimana, in porzione da 80 a 120 g. A scelta, tra vitello e maiale, anche in virtù del sapore: il fegato di vitello ha un sapore più delicato rispetto a quello di maiale. Un trucchetto di cottura: non sovracuocetelo, lo rovinereste. Una girata e una voltata, fiamma alta, tempo «basso» cioè poco, meno possibile perché la carne resti morbida all’interno e non diventi stoppacciosa o, peggio, una suola di scarpa, cuocendo oltre il necessario.
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