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2022-05-12
Si vola ovunque senza bavaglio, ma da noi no
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Dal 2020, l’anno peggiore di sempre, come lo ha definito la famosa copertina del Time, abbiamo la tendenza erronea di confondere, nello scrivere le date, l’anno corrente con il passato 2020. Capitava nel 2021, e continua a capitare nel 2022. Quella che ai cittadini pare solamente un’attitudine, evidentemente per il ministero della Salute è una realtà. Mentre infatti tutta Europa toglie le mascherine al chiuso, cercando di tornare celermente all’epoca pre Covid, da noi togliere il bavaglio rimane un tabù, persino nei luoghi in cui formalmente non serve più.
Un’altra riconferma di come i ritmi europei non siano paragonabili all’eccessiva premura (a tratti psicotica) italiana è la notizia che dal 16 maggio non sarà più obbligatorio indossare la mascherina sui voli all’interno dell’Unione europea. No, non è stato tolto l’obbligo di Ffp2, non servirà nemmeno quella chirurgica. Dopo aver ricordato con nostalgia i bei tempi in cui sconosciuti potevano comodamente sedersi di fianco a te, mangiando pacchi di patatine in libertà, invadendo il tuo spazio, quel tempo è tornato a essere oggi. Almeno nei voli europei.
È ciò che si legge nelle nuove linee guida sulla sicurezza dei viaggi, stilate dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) e dall’Agenzia europea per la sicurezza aerea (Aesa). Come viene sottolineato, la fine dell’obbligo di indossare il dispositivo di protezione non deve essere un pretesto per abbassare la guardia. Dalle linee guida si evince che rimane fortemente raccomandato per chi tossisce o starnutisce e che «resta una delle difese migliori contro la trasmissione di Covid-19».
I passeggeri fragili, per tutelarsi, dovrebbero continuare a «indossare una mascherina indipendentemente dalle regole, idealmente di tipo Ffp2/N95/Kn95, che offre un livello di protezione superiore rispetto a una mascherina chirurgica standard».
L’elogio della mascherina tenta di smorzare l’entusiasmo dei passeggeri dei voli che non saranno più costretti a respirare la propria CO2 per tutto il viaggio. Lo stop all’obbligo è arrivato in base agli ultimi sviluppi della pandemia, tenendo conto del numero di contagi, ospedalizzazioni e l’alta percentuale di immunità raggiunta nei Paesi europei, tra vaccinazioni e infezioni. La decisione si inserisce in un pacchetto di misure che permetteranno di alleggerire i livelli di protezione, snellendo i costi di servizio, senza nulla togliere alla sicurezza dei propri clienti. «Sebbene i rischi permangano, abbiamo visto che gli interventi e i vaccini non farmaceutici hanno permesso alle nostre vite di tornare alla normalità. Sebbene l’uso obbligatorio della mascherina in tutte le situazioni non sia più raccomandato, è importante tenere presente che, insieme al distanziamento fisico e a una buona igiene delle mani, è uno dei metodi migliori per ridurre la trasmissione», ha commentato la direttrice dell’Ecdc, Andrea Ammon.
Va precisato però che le regole sulla mascherina non saranno universali, ma cambieranno nelle varie compagnie, a seconda delle misure presenti nel Paese di provenienza dei singoli vettori. La nota emessa da Easa ed Ecdc specifica, infatti, che «i voli da o verso una destinazione in cui è ancora richiesto l’uso della mascherina sui mezzi di trasporto pubblico dovrebbero continuare a incoraggiare l’impiego del dispositivo, secondo le raccomandazioni». E indovinate un po’ chi ha l’obbligo di Ffp2 nei trasporti pubblici? Sì, noi italiani. Questo malizioso pensiero è stato confermato a La Verità, dall’Enac, Ente nazionale per l’aviazione civile, spiegando che «in Italia vige l’obbligo di indossare la Ffp2 a bordo degli aeromobili e quindi tale obbligo derivante da una Diposizione del ministero della Salute è prevalente. Questo significa che anche se Easa ha tolto l’obbligo, in Italia è ancora vigente al momento».
Si creeranno, dunque, situazioni al limite del ridicolo, visto che l’Italia è uno dei pochi Paesi in cui vige ancora l’obbligo nei mezzi di trasporto. In un volo da Milano a Roma, con Ryanair, per esempio, nonostante la compagnia sia irlandese, e trasporti i suoi clienti in giro per l’Europa senza mascherina, i passeggeri si vedranno obbligati a tenerla. Easyjet ci ha confermato che la discriminante sarà il Paese di provenienza o di atterraggio: in caso di obbligo «locale» bisognerà indossarla, sia per andare che per tornare. Quindi nonostante la mascherina non sia necessaria in Inghilterra, i passeggeri inglesi per venire in Italia dovranno indossarla comunque. Diverso se invece dovessero volare dall’Inghilterra alla Danimarca, dove nessuno dovrebbe obbligatoriamente indossarla. In base a queste misure europee, la Francia ha fatto sapere che farà decadere l’obbligo. Noi invece rimaniamo al 2020. Forse respirare troppa anidride carbonica non ci ha fatto bene.
Mascherine, Speranza non spiega come mai non sa se servano o no
Al ministero della Salute, qualcuno sa perché le mascherine sono utili? Non per convinzioni personali, ma perché è in possesso di studi scientifici? L’interrogativo rimane aperto, dopo il silenzio seguito allo scoop di Fuori dal coro. Come ha segnalato La Verità, durante la trasmissione condotta da Mario Giordano su Rete 4, due giorni fa è stata mostrata la risposta fornita dal direttore generale della prevenzione sanitaria del ministero della Salute, Giovanni Rezza, a una richiesta di documentazione che attesti «l’utilità del dispositivo» in classe «senza avere ripercussioni sulla salute psicofisica» dei minori di 6 anni.
Lettera inviata da un importante studio legale di Firenze, ma agli avvocati l’epidemiologo e accademico ha detto che no, non conosce rischi e benefici. «Questa amministrazione, per quanto di competenza non è in possesso della specifica documentazione richiesta», è stata la stupefacente risposta protocollata, a firma di Rezza.
Dal ministero, ieri, sarebbe dovuto arrivare un comunicato stampa, che avrebbe chiarito la ragione di una così manifesta incompetenza dichiarata ai piani alti, però nulla è stato diramato da viale Giorgio Ribotta e neppure da Lungotevere Ripa, dove ha gli uffici Roberto Speranza. Unica indiscrezione, una fonte autorevole ha cercato di scaricare responsabilità sul Comitato tecnico scientifico, il solo che avrebbe autorità di valutare e decidere in tema di misure sanitarie.
La direzione generale e il ministero si limiterebbero ad applicare gli orientamenti suggeriti. Una versione che non regge, perché comunque Speranza e i suoi tecnici hanno accesso agli atti e non possono dire di non avere documentazione su rischi e benefici delle mascherine, così come di ogni altra misura che è stata applicata. Giovanni Rezza, inoltre, faceva parte del nuovo Cts, modificato con l’ordinanza del 17 marzo 2021, e se il Comitato si riuniva per valutare studi e ricerche, sarà pure saltato fuori qualche lavoro scientifico giudicato autorevole, illuminante per imporre le mascherine anche ai piccoletti in classe. A meno che non si invochi il segreto militare pure sui dati che dimostrerebbero l’efficacia dei dpi nel proteggere dal contagio, come ulteriore affossamento di ogni diritto alla trasparenza delle decisioni prese sulla nostra salute di cittadini.
C’è un’altra questione poi, di grande importanza. Il Cts è decaduto, con la fine dello stato di emergenza cessato il 31 marzo scorso, quindi chi risponde adesso di scelte che sono state prese «senza documentazione», come asserisce il direttore generale Giovanni Rezza? Ma soprattutto, su quali basi verranno prese prossime, eventuali misure di proroga dell’obbligo di mascherine al chiuso?
A scuola, in cinema, teatri, sui mezzi di trasporto pubblico dovrebbero rimanere solo fino al 15 giugno, ma se nel frattempo cambia il quadro epidemiologico o dovesse avanzare una nuova variante, sicuramente scatteranno provvedimenti restrittivi. Sempre al buio, cioè senza supporto scientifico?
È vero che il ministro Speranza ha già messo le mani avanti, attribuendosi ulteriori ambiti decisionali «al fine di rafforzare l’efficienza operativa delle proprie strutture per garantire le azioni di supporto nel contrasto alle pandemie». Metterà insieme un contingente, che dal prossimo 1 ottobre sarà composto da sei dirigenti e una cinquantina di persone con ruolo non dirigenziale, alle quali garantirà un contratto a tempo indeterminato. Il tutto con una copertura finanziaria di 760.837 euro per l’anno in corso, ma che salirà a 3.043.347 euro l’anno a partire dal 2023. Dal 31 dicembre tutte le funzioni passeranno al ministero della Salute, ma nel frattempo è urgente sapere quali sono gli esperti che decideranno sulla nostra pelle che cosa è o meno utile, mostrando su quali studi fondano le valutazioni di rischi e benefici.
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L’Europa toglie l’obbligo di protezioni sugli aerei in tutta l’Unione a partire da lunedì prossimo. Resteranno raccomandate soltanto «per i fragili e per chi tossisce». L’Italia però farà eccezione sia nelle tratte interne, sia in quelle internazionali.Silenzio del ministero della Salute sullo scoop di «Fuori dal coro». Scaricabarile sul Cts, già chiuso.Lo speciale contiene due articoli.Dal 2020, l’anno peggiore di sempre, come lo ha definito la famosa copertina del Time, abbiamo la tendenza erronea di confondere, nello scrivere le date, l’anno corrente con il passato 2020. Capitava nel 2021, e continua a capitare nel 2022. Quella che ai cittadini pare solamente un’attitudine, evidentemente per il ministero della Salute è una realtà. Mentre infatti tutta Europa toglie le mascherine al chiuso, cercando di tornare celermente all’epoca pre Covid, da noi togliere il bavaglio rimane un tabù, persino nei luoghi in cui formalmente non serve più. Un’altra riconferma di come i ritmi europei non siano paragonabili all’eccessiva premura (a tratti psicotica) italiana è la notizia che dal 16 maggio non sarà più obbligatorio indossare la mascherina sui voli all’interno dell’Unione europea. No, non è stato tolto l’obbligo di Ffp2, non servirà nemmeno quella chirurgica. Dopo aver ricordato con nostalgia i bei tempi in cui sconosciuti potevano comodamente sedersi di fianco a te, mangiando pacchi di patatine in libertà, invadendo il tuo spazio, quel tempo è tornato a essere oggi. Almeno nei voli europei. È ciò che si legge nelle nuove linee guida sulla sicurezza dei viaggi, stilate dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) e dall’Agenzia europea per la sicurezza aerea (Aesa). Come viene sottolineato, la fine dell’obbligo di indossare il dispositivo di protezione non deve essere un pretesto per abbassare la guardia. Dalle linee guida si evince che rimane fortemente raccomandato per chi tossisce o starnutisce e che «resta una delle difese migliori contro la trasmissione di Covid-19».I passeggeri fragili, per tutelarsi, dovrebbero continuare a «indossare una mascherina indipendentemente dalle regole, idealmente di tipo Ffp2/N95/Kn95, che offre un livello di protezione superiore rispetto a una mascherina chirurgica standard».L’elogio della mascherina tenta di smorzare l’entusiasmo dei passeggeri dei voli che non saranno più costretti a respirare la propria CO2 per tutto il viaggio. Lo stop all’obbligo è arrivato in base agli ultimi sviluppi della pandemia, tenendo conto del numero di contagi, ospedalizzazioni e l’alta percentuale di immunità raggiunta nei Paesi europei, tra vaccinazioni e infezioni. La decisione si inserisce in un pacchetto di misure che permetteranno di alleggerire i livelli di protezione, snellendo i costi di servizio, senza nulla togliere alla sicurezza dei propri clienti. «Sebbene i rischi permangano, abbiamo visto che gli interventi e i vaccini non farmaceutici hanno permesso alle nostre vite di tornare alla normalità. Sebbene l’uso obbligatorio della mascherina in tutte le situazioni non sia più raccomandato, è importante tenere presente che, insieme al distanziamento fisico e a una buona igiene delle mani, è uno dei metodi migliori per ridurre la trasmissione», ha commentato la direttrice dell’Ecdc, Andrea Ammon. Va precisato però che le regole sulla mascherina non saranno universali, ma cambieranno nelle varie compagnie, a seconda delle misure presenti nel Paese di provenienza dei singoli vettori. La nota emessa da Easa ed Ecdc specifica, infatti, che «i voli da o verso una destinazione in cui è ancora richiesto l’uso della mascherina sui mezzi di trasporto pubblico dovrebbero continuare a incoraggiare l’impiego del dispositivo, secondo le raccomandazioni». E indovinate un po’ chi ha l’obbligo di Ffp2 nei trasporti pubblici? Sì, noi italiani. Questo malizioso pensiero è stato confermato a La Verità, dall’Enac, Ente nazionale per l’aviazione civile, spiegando che «in Italia vige l’obbligo di indossare la Ffp2 a bordo degli aeromobili e quindi tale obbligo derivante da una Diposizione del ministero della Salute è prevalente. Questo significa che anche se Easa ha tolto l’obbligo, in Italia è ancora vigente al momento».Si creeranno, dunque, situazioni al limite del ridicolo, visto che l’Italia è uno dei pochi Paesi in cui vige ancora l’obbligo nei mezzi di trasporto. In un volo da Milano a Roma, con Ryanair, per esempio, nonostante la compagnia sia irlandese, e trasporti i suoi clienti in giro per l’Europa senza mascherina, i passeggeri si vedranno obbligati a tenerla. Easyjet ci ha confermato che la discriminante sarà il Paese di provenienza o di atterraggio: in caso di obbligo «locale» bisognerà indossarla, sia per andare che per tornare. Quindi nonostante la mascherina non sia necessaria in Inghilterra, i passeggeri inglesi per venire in Italia dovranno indossarla comunque. Diverso se invece dovessero volare dall’Inghilterra alla Danimarca, dove nessuno dovrebbe obbligatoriamente indossarla. In base a queste misure europee, la Francia ha fatto sapere che farà decadere l’obbligo. Noi invece rimaniamo al 2020. 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Come ha segnalato La Verità, durante la trasmissione condotta da Mario Giordano su Rete 4, due giorni fa è stata mostrata la risposta fornita dal direttore generale della prevenzione sanitaria del ministero della Salute, Giovanni Rezza, a una richiesta di documentazione che attesti «l’utilità del dispositivo» in classe «senza avere ripercussioni sulla salute psicofisica» dei minori di 6 anni. Lettera inviata da un importante studio legale di Firenze, ma agli avvocati l’epidemiologo e accademico ha detto che no, non conosce rischi e benefici. «Questa amministrazione, per quanto di competenza non è in possesso della specifica documentazione richiesta», è stata la stupefacente risposta protocollata, a firma di Rezza. Dal ministero, ieri, sarebbe dovuto arrivare un comunicato stampa, che avrebbe chiarito la ragione di una così manifesta incompetenza dichiarata ai piani alti, però nulla è stato diramato da viale Giorgio Ribotta e neppure da Lungotevere Ripa, dove ha gli uffici Roberto Speranza. Unica indiscrezione, una fonte autorevole ha cercato di scaricare responsabilità sul Comitato tecnico scientifico, il solo che avrebbe autorità di valutare e decidere in tema di misure sanitarie. La direzione generale e il ministero si limiterebbero ad applicare gli orientamenti suggeriti. Una versione che non regge, perché comunque Speranza e i suoi tecnici hanno accesso agli atti e non possono dire di non avere documentazione su rischi e benefici delle mascherine, così come di ogni altra misura che è stata applicata. Giovanni Rezza, inoltre, faceva parte del nuovo Cts, modificato con l’ordinanza del 17 marzo 2021, e se il Comitato si riuniva per valutare studi e ricerche, sarà pure saltato fuori qualche lavoro scientifico giudicato autorevole, illuminante per imporre le mascherine anche ai piccoletti in classe. A meno che non si invochi il segreto militare pure sui dati che dimostrerebbero l’efficacia dei dpi nel proteggere dal contagio, come ulteriore affossamento di ogni diritto alla trasparenza delle decisioni prese sulla nostra salute di cittadini. C’è un’altra questione poi, di grande importanza. Il Cts è decaduto, con la fine dello stato di emergenza cessato il 31 marzo scorso, quindi chi risponde adesso di scelte che sono state prese «senza documentazione», come asserisce il direttore generale Giovanni Rezza? Ma soprattutto, su quali basi verranno prese prossime, eventuali misure di proroga dell’obbligo di mascherine al chiuso? A scuola, in cinema, teatri, sui mezzi di trasporto pubblico dovrebbero rimanere solo fino al 15 giugno, ma se nel frattempo cambia il quadro epidemiologico o dovesse avanzare una nuova variante, sicuramente scatteranno provvedimenti restrittivi. Sempre al buio, cioè senza supporto scientifico? È vero che il ministro Speranza ha già messo le mani avanti, attribuendosi ulteriori ambiti decisionali «al fine di rafforzare l’efficienza operativa delle proprie strutture per garantire le azioni di supporto nel contrasto alle pandemie». Metterà insieme un contingente, che dal prossimo 1 ottobre sarà composto da sei dirigenti e una cinquantina di persone con ruolo non dirigenziale, alle quali garantirà un contratto a tempo indeterminato. Il tutto con una copertura finanziaria di 760.837 euro per l’anno in corso, ma che salirà a 3.043.347 euro l’anno a partire dal 2023. Dal 31 dicembre tutte le funzioni passeranno al ministero della Salute, ma nel frattempo è urgente sapere quali sono gli esperti che decideranno sulla nostra pelle che cosa è o meno utile, mostrando su quali studi fondano le valutazioni di rischi e benefici.
Francesco Imprezzabile (Ansa)
Se Francesco avesse girato la testa dall’altra parte oggi sarebbe ancora vivo. La sua mamma avrebbe ancora un figlio. Il suo papà lo potrebbe abbracciare, e non in una bara. Se Francesco avesse girato la testa dall’altra parte potrebbe ancora organizzare una vacanza nell’adorata Sicilia, oppure una partitella di calcio, potrebbe dedicarsi alla musica, al nuoto, agli animali che amava. Invece adesso per Francesco c’è solo un funerale. Lo so che lui si ribellerebbe a queste parole. Era orgoglioso della sua divisa, la portava con fierezza, anche quando era amareggiato per il poco rispetto che la circondava. Parlava addirittura di «vocazione». Ma il risultato della vocazione è stato quell’inseguimento, quello schianto, la morte. E allora, guardando a lui con rispetto e ammirazione, non possiamo fare a meno di chiedere agli altri Francesco che in questo momento, nelle strade d’Italia, stanno organizzando posti di blocco: scusate, ma chi ve lo fa fare?
È una domanda amara, ma inevitabile. A inseguire i delinquenti si rischia la vita. O, in alternativa, per chi è fortunato, si rischia il processo. Come è successo ai carabinieri che, sempre a Milano, hanno inseguito Ramy Elgalm il 24 novembre 2024. Ricordate? Anche lì fu forzato un posto di blocco, anche lì gli uomini in divisa si misero all’inseguimento in mezzo alla città. Furono fortunati: sopravvissero. Morì Ramy. E allora, ancor prima che in tribunale, le forze dell’ordine furono processate in piazza (la rivolta del Corvetto), nei talk show e ovviamente nei palazzi della politica, con il sindaco Sala in prima fila a tirare le conclusioni dicendo tout court: «I carabinieri hanno sbagliato». Bene: è arrivata in queste ore la condanna in appello di Fares Bouzidi, il compare di Ramy, quello che guidava la moto che ha forzato il posto di blocco. Gli hanno ridotto la pena perché «ha cambiato stile di vita». Ma nella sentenza si dice in modo chiaro che «non risulta alcun tentativo di speronamento volontario da parte dei militari verso i due fuggitivi», che la «collisione è avvenuta tra la moto che corre verso l’auto e l’auto stesso ma non per effetto di una deliberata manovra di speronamento da parte del militare conducente» e che, anzi, «al momento della collisione l’auto militare era quasi ferma». Dunque i carabinieri che hanno inseguito Ramy, stando a questa sentenza, non hanno avuto alcuna colpa. A parte, ovviamente, quella di essere sopravvissuti.
Ma per essere sopravvissuti quei carabinieri hanno sopportato mesi di insulti, processi in piazza, condanne preventive. Per essere sopravvissuti sono ancora sotto processo, anche se non hanno fatto nulla di diverso di quello che dovevano fare: cioè inseguire chi stava scappando da un posto di blocco. E allora la domanda è inevitabile: la prossima volta, lo faranno ancora? E i loro colleghi? E soprattutto: vale ancora la pena farlo? Dico: vale la pena di inseguire? Se va bene si finisce alla sbarra, se va male si finisce al cimitero, come Francesco Imprezzabile. Penso a chi stamattina sta indossando la divisa, come ogni giorno, penso a quei poliziotti, carabinieri, vigili cui sarà chiesto di fare un posto di blocco. Ho troppo rispetto per loro per credere che qualcuno lo farà davvero. Ho troppo rispetto per loro per credere che qualcuno possa sottrarsi al dovere. Ma io lo dico. Non posso non dirlo. Con il cuore pieno di amarezza, ve lo chiedo: ma chi diavolo ve lo fa fare?
Chi forza un posto di blocco, in Italia, trova sempre qualcuno che lo difende. Chi un posto di blocco lo fa, invece, trova sempre qualcuno che lo condanna. A questo punto viene da domandarsi se non convenga trasformare i posti di blocco in sale da the per ladri e scippatori. Si accomodi, passi pure, gradisce un goccio di latte e un pasticcino? Le possiamo offrire un mazzo di fiori? Oppure, direttamente, mi chiedo se, i posti di blocco, non convenga abolirli. Del tutto. Via. Basta. Finish. Pensateci: così non si fa male più nessuno: né chi scappa né chi insegue. E tutti vissero delinquenti e contenti, a parte i cittadini, s’intende che sarebbero ancor più esposti di oggi ai violenti. Ma che ci volete fare? A far rispettare le leggi c’è solo da perderci la salute (se si finisce a processo) o addirittura la vita (se si finisce fuori strada con la moto). E perciò è inevitabile chiedersi perché ci sia ancora qualcuno che lo fa. Anche se le risposta è nota. In fondo è sempre la stessa. «Qui diventa sempre più dura quando ci tocca fare i conti/ con il coraggio della paura/ma poi se c’è una chiamata urgente si prende su/E ci si va lo stesso». Sono passati più di trent’anni dalla canzone di Giorgio Faletti, e purtroppo siamo ancora lì. Anzi, forse peggio. E scusi tanto se non è niente/Minchia signor tenente.
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L’energia è anche al centro degli equilibri fra Russia e America. Ieri, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha rivelato al forum Letture Primakov che gli americani sarebbero pronti a partecipare alle forniture di gas russo all’Europa comprando la parte occidentale del Nord Stream e facendosi pagare dai paesi Ue un sovrapprezzo: «Gli americani stanno trattando per l’acquisto della sezione europea del Nord Stream, il suo ripristino e la sua gestione. Attraverso di esso potrà transitare solo il nostro gas. Noi forniremo il gas e loro lo rivenderanno. Ma credo che il prezzo sarà assai maggiorato».
Così, dopo che l’America ha mandato navi cariche del suo gas liquefatto in Europa, eccola proiettata a gestire il gasdotto sul fondo del Mar Baltico, danneggiato nel settembre 2022 da un attentato sottomarino di probabile matrice ucraina, come sostengono gli inquirenti tedeschi. Per Mosca non cambierebbe nulla, ma gli acquirenti europei pagherebbero royalties aggiuntive agli intermediari Usa. Beffa che riecheggia quanto si sussurrava nel 2025. Già allora il presidente americano Donald Trump evocava un ruolo di aziende Usa nel riparare il Nord Stream, poi erano uscite indiscrezioni secondo cui l’investitore Usa repubblicano Stephen Lynch avrebbe comprato il gasdotto e per altre voci anche l’ex-spia della Stasi, il servizio segreto tedesco-orientale, Matthias Warnig, già gestore di Nord Stream 2 per Gazprom, avrebbe avuto «un piano per riaprire il gasdotto col sostegno di aziende americane».
Di certo, i rapporti russo-americani restano centrali per la risoluzione della guerra ucraina, pur col rischio che i giganti s’accordino alle spalle dell’Europa. Lavrov ha detto che «si sta lavorando a una visita a Mosca degli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner». Oltre che di Ucraina ed economia, parleranno anche degli equilibri strategici fra Aquila e Orso. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, oltre a sostenere che «una difesa europea distinta da quella americana sarebbe ostile alla Russia», ha rammentato che «solo il deterrente nucleare preserva il mondo da una guerra globale, ma non scongiura guerre regionali». Monito agli Stati Uniti, per quella voglia di invulnerabilità che fin dal 2002 li spinse a stracciare il trattato Abm del 1972 che limitava le difese antimissile per garantire la deterrenza reciproca.
Sempre ieri, il segretario Usa alla Guerra, Pete Hegseth, ha annunciato su X che «ha avuto successo il primo test dello scudo antimissile Golden Dome», il sistema multistrato voluto da Trump per proteggere l’America. Hegseth non ha rivelato in quale poligono s’è svolto il collaudo, ma ha scritto che è stato provato il laser Dynamic defense autonomous defeat (Ddad), che guidato da IA abbatte missili da crociera e droni. È però solo il livello a bassa quota del Golden Dome, il cui nerbo sarà la futura rete di satelliti intercettori volti a distruggere missili balistici nemici nello spazio orbitale.
Sul conflitto ucraino, Lavrov ha ribadito che «la Russia non accetterà una tregua lungo la linea del fronte come condizione per l’avvio dei negoziati». I raid di droni ucraini sulle raffinerie hanno causato il razionamento di benzina in 20 regioni russe, mentre il presidente ucraino Volodymyr Zelensky sostiene, da rapporti di intelligence, che i droni hanno «distrutto 60.000 tonnellate di munizioni nell’arsenale della flotta di San Pietroburgo» e l’agenzia Reuters stima che «la raffineria di Mosca sarà ferma per sei mesi». Tuttavia la Russia rivendica un avanzamento delle sue truppe nel distretto di Sumy, mentre gli stessi militari ucraini parlano «di un’offensiva russa su larga scala su tutti i fronti», con particolari spallate a Vovchansk nelle ultime ore.
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La sede dell'Onu a Ginevra (iStock)
Eppure sembra proprio che dei diritti delle donne e dei diritti umani più in generale ci si interessi soltanto quando possono tornare utili a qualche causa progressista: in tutti gli altri casi si possono bellamente ignorare. Anzi, c’è persino chi sostiene che l’utero in affitto, lungi dal ledere i diritti femminili, sia esso stesso un diritto. Anche per questa ragione, ancora troppe nazioni lo permettono, più o meno surrettiziamente.
Di questo e di altri temi si è discusso lunedì a Ginevra, nel corso di una sessione Onu dedicata in particolare ai diritti delle madri, che sono stati oggetto di un nuovo rapporto della Alsalem. Stavolta non si tratta però del solito convegno in cui si sciorinano dati e si forniscono utili quanto velleitari suggerimenti sulle azioni da intraprendere. No, stavolta c’è anche qualcosa di molto concreto e potenzialmente rivoluzionario. A margine della sessione, infatti, si è tenuto un incontro intitolato «Creare slancio verso una moratoria sulla maternità surrogata», promosso da Italia, Cile, Camerun e dalla Santa Sede. Non può sfuggire l’importanza della presenza vaticana: se la Magnifica Humanitas di Leone XIV è un baluardo contro la commercializzazione della vita che ribadisce l’indisponibilità dell’essere umano e la sua irriducibilità alle logiche economiche, allora diventa quasi inevitabile che le parole del Papa si traducano in opere. E l’opera in questione dovrebbe appunto essere una moratoria internazionale sull’utero in affitto.
Come è facile immaginare, il percorso per giungere a un simile risultato non è affatto semplice, anzi è pieno di ostacoli e trappole. Ma intanto un primo passo è stato compiuto, con un fondamentale contributo dell’Italia. In vista, poi, c’è un secondo passaggio determinante. Le nazioni che hanno promosso l’incontro di lunedì, assieme ad altre che hanno partecipato, stanno preparando una dichiarazione politica congiunta sulla surrogazione. Una volta che questa sarà stata completata e firmata dal maggior numero di Paesi possibile si inizierà a lavorare sulla moratoria vera e propria.
«La maternità surrogata non è più una questione limitata alla legislazione nazionale o alle scelte individuali. È diventata un fenomeno globale, sempre più plasmato dai mercati internazionali, da accordi transfrontalieri e da profonde disuguaglianze tra le società e all’interno di esse», ha detto a Ginevra il ministro Eugenia Roccella, presente in rappresentanza dell’Italia. «In qualità di decisori politici, abbiamo la responsabilità di porre una domanda fondamentale: riconosciamo ancora ogni essere umano come una persona da rispettare, o siamo disposti ad accettare situazioni in cui gli esseri umani diventano un mezzo per soddisfare gli interessi e i desideri altrui?».
Le parole di Roccella sono state particolarmente determinate e condivisibili. «Il rapporto del relatore speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne e le ragazze», ha detto il ministro, «ha inserito la maternità surrogata nel contesto della violenza contro le donne e ha evidenziato come gli accordi di surrogazia possano creare condizioni che espongono donne e bambini a sfruttamento, coercizione, tratta e altre gravi preoccupazioni legate ai diritti umani. Quando esistono tali condizioni, la comunità internazionale non può semplicemente voltarsi dall’altra parte. Nel corso degli anni», ha proseguito Roccella, «l’Italia ha tradotto queste preoccupazioni in politiche pubbliche concrete. Il nostro ordinamento giuridico sostiene da tempo che la maternità surrogata sia incompatibile con la tutela della dignità umana e con i diritti delle donne e dei bambini. Più di 20 anni fa, l’Italia ha vietato tale pratica e ha stabilito sanzioni penali contro chi organizza, agevola o trae profitto da accordi di surrogazia. Più di recente, il nostro Parlamento ha rafforzato questo quadro estendendo la portata della legge italiana alla maternità surrogata praticata all’estero da cittadini italiani, riflettendo una semplice convinzione: la dignità umana fondamentale non può dipendere dai confini geografici».
Il punto, tuttavia, è che l’esempio italiano, se si vogliono ottenere risultati concreti, da solo non basta. «La natura sempre più transnazionale della maternità surrogata richiede un dibattito più ampio e una risposta internazionale coordinata», ha dichiarato Roccella. «Riconosciamo che gli Stati possiedono sistemi giuridici e prospettive differenti. Eppure crediamo anche che esista un terreno comune da cui possa emergere un progresso significativo. Questo terreno comune parte dalla convinzione che le donne non dovrebbero mai essere ridotte a strumenti di riproduzione e che i bambini non dovrebbero mai essere trattati come l’oggetto di una transazione. È proprio con questo spirito che verrà presentata una Dichiarazione politica congiunta».
Questa dichiarazione, secondo il ministro, dovrebbe ribadire «principi già sanciti dagli strumenti fondamentali del diritto internazionale dei diritti umani: la dignità intrinseca di ogni essere umano, il diritto delle donne di vivere libere da sfruttamento e coercizione, e i diritti dei bambini all’identità, alla protezione, alla vita familiare e al pieno riconoscimento del loro valore umano». Soprattutto, però, quel testo dovrebbe fissare «un impegno politico condiviso. Un impegno a sostenere l’adozione di una moratoria internazionale sugli accordi di maternità surrogata. E l’impegno ad avviare lo sviluppo progressivo di un quadro giuridico internazionale per abolire la maternità surrogata in tutto il mondo. Questa Dichiarazione», precisa Roccella, «non è la conclusione di un percorso. Ne è l’inizio. Rappresenta un invito a governi, organizzazioni internazionali, esperti e società civile a impegnarsi in un dialogo serio e costruttivo su come affrontare al meglio le sfide poste dalla maternità surrogata, tutelando appieno i diritti di tutte le persone coinvolte».
È arrivato dunque il momento di passare dalle parole ai fatti. Se si vuole mettere fine all’abominio della surrogazione occorre che tutte le nazioni si impegnino a proibirla. L’obiettivo è certo ambizioso, e difficile da raggiungere. Ma un primo passo è stato compiuto. Vedremo, da qui in avanti, chi dimostrerà di avere davvero a cuore i diritti delle donne.
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