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2022-05-12
Si vola ovunque senza bavaglio, ma da noi no
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Dal 2020, l’anno peggiore di sempre, come lo ha definito la famosa copertina del Time, abbiamo la tendenza erronea di confondere, nello scrivere le date, l’anno corrente con il passato 2020. Capitava nel 2021, e continua a capitare nel 2022. Quella che ai cittadini pare solamente un’attitudine, evidentemente per il ministero della Salute è una realtà. Mentre infatti tutta Europa toglie le mascherine al chiuso, cercando di tornare celermente all’epoca pre Covid, da noi togliere il bavaglio rimane un tabù, persino nei luoghi in cui formalmente non serve più.
Un’altra riconferma di come i ritmi europei non siano paragonabili all’eccessiva premura (a tratti psicotica) italiana è la notizia che dal 16 maggio non sarà più obbligatorio indossare la mascherina sui voli all’interno dell’Unione europea. No, non è stato tolto l’obbligo di Ffp2, non servirà nemmeno quella chirurgica. Dopo aver ricordato con nostalgia i bei tempi in cui sconosciuti potevano comodamente sedersi di fianco a te, mangiando pacchi di patatine in libertà, invadendo il tuo spazio, quel tempo è tornato a essere oggi. Almeno nei voli europei.
È ciò che si legge nelle nuove linee guida sulla sicurezza dei viaggi, stilate dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) e dall’Agenzia europea per la sicurezza aerea (Aesa). Come viene sottolineato, la fine dell’obbligo di indossare il dispositivo di protezione non deve essere un pretesto per abbassare la guardia. Dalle linee guida si evince che rimane fortemente raccomandato per chi tossisce o starnutisce e che «resta una delle difese migliori contro la trasmissione di Covid-19».
I passeggeri fragili, per tutelarsi, dovrebbero continuare a «indossare una mascherina indipendentemente dalle regole, idealmente di tipo Ffp2/N95/Kn95, che offre un livello di protezione superiore rispetto a una mascherina chirurgica standard».
L’elogio della mascherina tenta di smorzare l’entusiasmo dei passeggeri dei voli che non saranno più costretti a respirare la propria CO2 per tutto il viaggio. Lo stop all’obbligo è arrivato in base agli ultimi sviluppi della pandemia, tenendo conto del numero di contagi, ospedalizzazioni e l’alta percentuale di immunità raggiunta nei Paesi europei, tra vaccinazioni e infezioni. La decisione si inserisce in un pacchetto di misure che permetteranno di alleggerire i livelli di protezione, snellendo i costi di servizio, senza nulla togliere alla sicurezza dei propri clienti. «Sebbene i rischi permangano, abbiamo visto che gli interventi e i vaccini non farmaceutici hanno permesso alle nostre vite di tornare alla normalità. Sebbene l’uso obbligatorio della mascherina in tutte le situazioni non sia più raccomandato, è importante tenere presente che, insieme al distanziamento fisico e a una buona igiene delle mani, è uno dei metodi migliori per ridurre la trasmissione», ha commentato la direttrice dell’Ecdc, Andrea Ammon.
Va precisato però che le regole sulla mascherina non saranno universali, ma cambieranno nelle varie compagnie, a seconda delle misure presenti nel Paese di provenienza dei singoli vettori. La nota emessa da Easa ed Ecdc specifica, infatti, che «i voli da o verso una destinazione in cui è ancora richiesto l’uso della mascherina sui mezzi di trasporto pubblico dovrebbero continuare a incoraggiare l’impiego del dispositivo, secondo le raccomandazioni». E indovinate un po’ chi ha l’obbligo di Ffp2 nei trasporti pubblici? Sì, noi italiani. Questo malizioso pensiero è stato confermato a La Verità, dall’Enac, Ente nazionale per l’aviazione civile, spiegando che «in Italia vige l’obbligo di indossare la Ffp2 a bordo degli aeromobili e quindi tale obbligo derivante da una Diposizione del ministero della Salute è prevalente. Questo significa che anche se Easa ha tolto l’obbligo, in Italia è ancora vigente al momento».
Si creeranno, dunque, situazioni al limite del ridicolo, visto che l’Italia è uno dei pochi Paesi in cui vige ancora l’obbligo nei mezzi di trasporto. In un volo da Milano a Roma, con Ryanair, per esempio, nonostante la compagnia sia irlandese, e trasporti i suoi clienti in giro per l’Europa senza mascherina, i passeggeri si vedranno obbligati a tenerla. Easyjet ci ha confermato che la discriminante sarà il Paese di provenienza o di atterraggio: in caso di obbligo «locale» bisognerà indossarla, sia per andare che per tornare. Quindi nonostante la mascherina non sia necessaria in Inghilterra, i passeggeri inglesi per venire in Italia dovranno indossarla comunque. Diverso se invece dovessero volare dall’Inghilterra alla Danimarca, dove nessuno dovrebbe obbligatoriamente indossarla. In base a queste misure europee, la Francia ha fatto sapere che farà decadere l’obbligo. Noi invece rimaniamo al 2020. Forse respirare troppa anidride carbonica non ci ha fatto bene.
Mascherine, Speranza non spiega come mai non sa se servano o no
Al ministero della Salute, qualcuno sa perché le mascherine sono utili? Non per convinzioni personali, ma perché è in possesso di studi scientifici? L’interrogativo rimane aperto, dopo il silenzio seguito allo scoop di Fuori dal coro. Come ha segnalato La Verità, durante la trasmissione condotta da Mario Giordano su Rete 4, due giorni fa è stata mostrata la risposta fornita dal direttore generale della prevenzione sanitaria del ministero della Salute, Giovanni Rezza, a una richiesta di documentazione che attesti «l’utilità del dispositivo» in classe «senza avere ripercussioni sulla salute psicofisica» dei minori di 6 anni.
Lettera inviata da un importante studio legale di Firenze, ma agli avvocati l’epidemiologo e accademico ha detto che no, non conosce rischi e benefici. «Questa amministrazione, per quanto di competenza non è in possesso della specifica documentazione richiesta», è stata la stupefacente risposta protocollata, a firma di Rezza.
Dal ministero, ieri, sarebbe dovuto arrivare un comunicato stampa, che avrebbe chiarito la ragione di una così manifesta incompetenza dichiarata ai piani alti, però nulla è stato diramato da viale Giorgio Ribotta e neppure da Lungotevere Ripa, dove ha gli uffici Roberto Speranza. Unica indiscrezione, una fonte autorevole ha cercato di scaricare responsabilità sul Comitato tecnico scientifico, il solo che avrebbe autorità di valutare e decidere in tema di misure sanitarie.
La direzione generale e il ministero si limiterebbero ad applicare gli orientamenti suggeriti. Una versione che non regge, perché comunque Speranza e i suoi tecnici hanno accesso agli atti e non possono dire di non avere documentazione su rischi e benefici delle mascherine, così come di ogni altra misura che è stata applicata. Giovanni Rezza, inoltre, faceva parte del nuovo Cts, modificato con l’ordinanza del 17 marzo 2021, e se il Comitato si riuniva per valutare studi e ricerche, sarà pure saltato fuori qualche lavoro scientifico giudicato autorevole, illuminante per imporre le mascherine anche ai piccoletti in classe. A meno che non si invochi il segreto militare pure sui dati che dimostrerebbero l’efficacia dei dpi nel proteggere dal contagio, come ulteriore affossamento di ogni diritto alla trasparenza delle decisioni prese sulla nostra salute di cittadini.
C’è un’altra questione poi, di grande importanza. Il Cts è decaduto, con la fine dello stato di emergenza cessato il 31 marzo scorso, quindi chi risponde adesso di scelte che sono state prese «senza documentazione», come asserisce il direttore generale Giovanni Rezza? Ma soprattutto, su quali basi verranno prese prossime, eventuali misure di proroga dell’obbligo di mascherine al chiuso?
A scuola, in cinema, teatri, sui mezzi di trasporto pubblico dovrebbero rimanere solo fino al 15 giugno, ma se nel frattempo cambia il quadro epidemiologico o dovesse avanzare una nuova variante, sicuramente scatteranno provvedimenti restrittivi. Sempre al buio, cioè senza supporto scientifico?
È vero che il ministro Speranza ha già messo le mani avanti, attribuendosi ulteriori ambiti decisionali «al fine di rafforzare l’efficienza operativa delle proprie strutture per garantire le azioni di supporto nel contrasto alle pandemie». Metterà insieme un contingente, che dal prossimo 1 ottobre sarà composto da sei dirigenti e una cinquantina di persone con ruolo non dirigenziale, alle quali garantirà un contratto a tempo indeterminato. Il tutto con una copertura finanziaria di 760.837 euro per l’anno in corso, ma che salirà a 3.043.347 euro l’anno a partire dal 2023. Dal 31 dicembre tutte le funzioni passeranno al ministero della Salute, ma nel frattempo è urgente sapere quali sono gli esperti che decideranno sulla nostra pelle che cosa è o meno utile, mostrando su quali studi fondano le valutazioni di rischi e benefici.
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L’Europa toglie l’obbligo di protezioni sugli aerei in tutta l’Unione a partire da lunedì prossimo. Resteranno raccomandate soltanto «per i fragili e per chi tossisce». L’Italia però farà eccezione sia nelle tratte interne, sia in quelle internazionali.Silenzio del ministero della Salute sullo scoop di «Fuori dal coro». Scaricabarile sul Cts, già chiuso.Lo speciale contiene due articoli.Dal 2020, l’anno peggiore di sempre, come lo ha definito la famosa copertina del Time, abbiamo la tendenza erronea di confondere, nello scrivere le date, l’anno corrente con il passato 2020. Capitava nel 2021, e continua a capitare nel 2022. Quella che ai cittadini pare solamente un’attitudine, evidentemente per il ministero della Salute è una realtà. Mentre infatti tutta Europa toglie le mascherine al chiuso, cercando di tornare celermente all’epoca pre Covid, da noi togliere il bavaglio rimane un tabù, persino nei luoghi in cui formalmente non serve più. Un’altra riconferma di come i ritmi europei non siano paragonabili all’eccessiva premura (a tratti psicotica) italiana è la notizia che dal 16 maggio non sarà più obbligatorio indossare la mascherina sui voli all’interno dell’Unione europea. No, non è stato tolto l’obbligo di Ffp2, non servirà nemmeno quella chirurgica. Dopo aver ricordato con nostalgia i bei tempi in cui sconosciuti potevano comodamente sedersi di fianco a te, mangiando pacchi di patatine in libertà, invadendo il tuo spazio, quel tempo è tornato a essere oggi. Almeno nei voli europei. È ciò che si legge nelle nuove linee guida sulla sicurezza dei viaggi, stilate dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) e dall’Agenzia europea per la sicurezza aerea (Aesa). Come viene sottolineato, la fine dell’obbligo di indossare il dispositivo di protezione non deve essere un pretesto per abbassare la guardia. Dalle linee guida si evince che rimane fortemente raccomandato per chi tossisce o starnutisce e che «resta una delle difese migliori contro la trasmissione di Covid-19».I passeggeri fragili, per tutelarsi, dovrebbero continuare a «indossare una mascherina indipendentemente dalle regole, idealmente di tipo Ffp2/N95/Kn95, che offre un livello di protezione superiore rispetto a una mascherina chirurgica standard».L’elogio della mascherina tenta di smorzare l’entusiasmo dei passeggeri dei voli che non saranno più costretti a respirare la propria CO2 per tutto il viaggio. Lo stop all’obbligo è arrivato in base agli ultimi sviluppi della pandemia, tenendo conto del numero di contagi, ospedalizzazioni e l’alta percentuale di immunità raggiunta nei Paesi europei, tra vaccinazioni e infezioni. La decisione si inserisce in un pacchetto di misure che permetteranno di alleggerire i livelli di protezione, snellendo i costi di servizio, senza nulla togliere alla sicurezza dei propri clienti. «Sebbene i rischi permangano, abbiamo visto che gli interventi e i vaccini non farmaceutici hanno permesso alle nostre vite di tornare alla normalità. Sebbene l’uso obbligatorio della mascherina in tutte le situazioni non sia più raccomandato, è importante tenere presente che, insieme al distanziamento fisico e a una buona igiene delle mani, è uno dei metodi migliori per ridurre la trasmissione», ha commentato la direttrice dell’Ecdc, Andrea Ammon. Va precisato però che le regole sulla mascherina non saranno universali, ma cambieranno nelle varie compagnie, a seconda delle misure presenti nel Paese di provenienza dei singoli vettori. La nota emessa da Easa ed Ecdc specifica, infatti, che «i voli da o verso una destinazione in cui è ancora richiesto l’uso della mascherina sui mezzi di trasporto pubblico dovrebbero continuare a incoraggiare l’impiego del dispositivo, secondo le raccomandazioni». E indovinate un po’ chi ha l’obbligo di Ffp2 nei trasporti pubblici? Sì, noi italiani. Questo malizioso pensiero è stato confermato a La Verità, dall’Enac, Ente nazionale per l’aviazione civile, spiegando che «in Italia vige l’obbligo di indossare la Ffp2 a bordo degli aeromobili e quindi tale obbligo derivante da una Diposizione del ministero della Salute è prevalente. Questo significa che anche se Easa ha tolto l’obbligo, in Italia è ancora vigente al momento».Si creeranno, dunque, situazioni al limite del ridicolo, visto che l’Italia è uno dei pochi Paesi in cui vige ancora l’obbligo nei mezzi di trasporto. In un volo da Milano a Roma, con Ryanair, per esempio, nonostante la compagnia sia irlandese, e trasporti i suoi clienti in giro per l’Europa senza mascherina, i passeggeri si vedranno obbligati a tenerla. Easyjet ci ha confermato che la discriminante sarà il Paese di provenienza o di atterraggio: in caso di obbligo «locale» bisognerà indossarla, sia per andare che per tornare. Quindi nonostante la mascherina non sia necessaria in Inghilterra, i passeggeri inglesi per venire in Italia dovranno indossarla comunque. Diverso se invece dovessero volare dall’Inghilterra alla Danimarca, dove nessuno dovrebbe obbligatoriamente indossarla. In base a queste misure europee, la Francia ha fatto sapere che farà decadere l’obbligo. Noi invece rimaniamo al 2020. 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Come ha segnalato La Verità, durante la trasmissione condotta da Mario Giordano su Rete 4, due giorni fa è stata mostrata la risposta fornita dal direttore generale della prevenzione sanitaria del ministero della Salute, Giovanni Rezza, a una richiesta di documentazione che attesti «l’utilità del dispositivo» in classe «senza avere ripercussioni sulla salute psicofisica» dei minori di 6 anni. Lettera inviata da un importante studio legale di Firenze, ma agli avvocati l’epidemiologo e accademico ha detto che no, non conosce rischi e benefici. «Questa amministrazione, per quanto di competenza non è in possesso della specifica documentazione richiesta», è stata la stupefacente risposta protocollata, a firma di Rezza. Dal ministero, ieri, sarebbe dovuto arrivare un comunicato stampa, che avrebbe chiarito la ragione di una così manifesta incompetenza dichiarata ai piani alti, però nulla è stato diramato da viale Giorgio Ribotta e neppure da Lungotevere Ripa, dove ha gli uffici Roberto Speranza. Unica indiscrezione, una fonte autorevole ha cercato di scaricare responsabilità sul Comitato tecnico scientifico, il solo che avrebbe autorità di valutare e decidere in tema di misure sanitarie. La direzione generale e il ministero si limiterebbero ad applicare gli orientamenti suggeriti. Una versione che non regge, perché comunque Speranza e i suoi tecnici hanno accesso agli atti e non possono dire di non avere documentazione su rischi e benefici delle mascherine, così come di ogni altra misura che è stata applicata. Giovanni Rezza, inoltre, faceva parte del nuovo Cts, modificato con l’ordinanza del 17 marzo 2021, e se il Comitato si riuniva per valutare studi e ricerche, sarà pure saltato fuori qualche lavoro scientifico giudicato autorevole, illuminante per imporre le mascherine anche ai piccoletti in classe. A meno che non si invochi il segreto militare pure sui dati che dimostrerebbero l’efficacia dei dpi nel proteggere dal contagio, come ulteriore affossamento di ogni diritto alla trasparenza delle decisioni prese sulla nostra salute di cittadini. C’è un’altra questione poi, di grande importanza. Il Cts è decaduto, con la fine dello stato di emergenza cessato il 31 marzo scorso, quindi chi risponde adesso di scelte che sono state prese «senza documentazione», come asserisce il direttore generale Giovanni Rezza? Ma soprattutto, su quali basi verranno prese prossime, eventuali misure di proroga dell’obbligo di mascherine al chiuso? A scuola, in cinema, teatri, sui mezzi di trasporto pubblico dovrebbero rimanere solo fino al 15 giugno, ma se nel frattempo cambia il quadro epidemiologico o dovesse avanzare una nuova variante, sicuramente scatteranno provvedimenti restrittivi. Sempre al buio, cioè senza supporto scientifico? È vero che il ministro Speranza ha già messo le mani avanti, attribuendosi ulteriori ambiti decisionali «al fine di rafforzare l’efficienza operativa delle proprie strutture per garantire le azioni di supporto nel contrasto alle pandemie». Metterà insieme un contingente, che dal prossimo 1 ottobre sarà composto da sei dirigenti e una cinquantina di persone con ruolo non dirigenziale, alle quali garantirà un contratto a tempo indeterminato. Il tutto con una copertura finanziaria di 760.837 euro per l’anno in corso, ma che salirà a 3.043.347 euro l’anno a partire dal 2023. Dal 31 dicembre tutte le funzioni passeranno al ministero della Salute, ma nel frattempo è urgente sapere quali sono gli esperti che decideranno sulla nostra pelle che cosa è o meno utile, mostrando su quali studi fondano le valutazioni di rischi e benefici.
Il presidente della Lega di Serie A Ezio Simonelli (Ansa)
E a farne le spese, tanto per cambiare, sono i tifosi di calcio, già frastornati dagli insuccessi della Nazionale e, al momento in cui questo giornale va in stampa, ancora senza informazioni su quando si disputerà il derby Roma-Lazio, dopo 48 ore di rimpiattino tra Lega Serie A, Prefettura di Roma e Federtennis, attore incolpevole ma chiamato in causa obtorto collo. Ma il problema non riguarda solo il derby. A Roma-Lazio si deve per forza abbinare il pacchetto di sfide Pisa-Napoli, Juventus-Fiorentina Genoa-Milan e Como-Parma nel medesimo orario. Sono match che coinvolgono compagini impegnate nel conquistarsi un posto in Champions League e il regolamento specifica come negli ultimi due turni di stagione sia obbligatorio che le squadre impegnate a conseguire gli stessi obiettivi scendano in campo agli stessi orari. Solo che nessuno aveva considerato la concomitanza della finale degli Internazionali di tennis. Per evitare incidenti analoghi alla guerriglia urbana tra tifosi dell’aprile 2025, in cui rimasero contusi 14 agenti, il Viminale aveva vietato alle due formazioni di affrontarsi in orario serale, impedendo una collocazione della partita alle 20.45 di domenica.
La Lega di Serie A aveva proposto di disputare le sfide alle 12.30, vale a dire nel cosiddetto orario di «lunch match», incontrando però il diniego della Prefettura e della questura di Roma: «Siamo attrezzati per gestire qualsiasi cosa, anche eventi difficili in concomitanza, ma sarebbe più sensato non far giocare un derby nello stesso giorno degli Internazionali di tennis, oggi diventati un evento mondiale di pari importanza», era stata la motivazione, seguita da una nota che ufficializzava lo slittamento del derby a lunedì alle 20.45, in orario sì serale, ma il giorno dopo rispetto all’evento tennistico. Decisione però rifiutata dalla Lega di Serie A. Piccolo particolare: la sovrapposizione potenziale dei due eventi, quello di pallone e quello di tennis, era nota già da tempo, ma nessuno si è preoccupato di prendere le logiche contromisure. La pezza che salvasse capra, cavoli e palinsesti televisivi (non bisogna dimenticare il ruolo decisivo degli editori tv che detengono i diritti sulle partite di calcio) trovata dalla Lega era spostare la lancetta degli orologi di mezz’ora avanti e di mezz’ora indietro: derby domenica alle 12 insieme con le altre quattro partite abbinate, finale del Foro Italico alle 17, per consentire lo svolgimento autonomo delle due manifestazioni e un controllo adeguato dell’ordine pubblico. «Abbiamo sbagliato, ma chiediamo di venirci incontro», ha dichiarato il presidente di Lega Ezio Simonelli, «Forse non è stato tenuto conto del fatto che il rinvio del derby coinvolgesse altre quattro città e 300.000 tifosi. Alla luce di questo, dando noi disponibilità ad anticipare di mezz’ora, mi auguro che la stessa disponibilità la dia la Federtennis nel posticipare». Continuando: «Prendiamo atto della decisione del Prefetto di far giocare il derby e le altre quattro partite lunedì sera, ma non la condividiamo. Abbiamo fatto una proposta formale al Viminale per trovare una soluzione. Se non dovessimo trovarla, presenteremo ricorso al Tar».
Il ricorso al Tar peraltro sta diventando sport nazionale al pari del pallone. Al caos organizzativo si è poi aggiunta la finaIe di Coppa Italia tra Lazio e Inter di ieri, che ha reso impervie le comunicazioni tra i protagonisti della vicenda, non consentendo ancora una soluzione. La faccenda è spinosa: giocare le partite di lunedì sera comporterebbe uno stravolgimento impraticabile per molti tifosi che non riuscirebbero a sostenere un viaggio in trasferta in un giorno feriale. La petizione di alcuni gruppi ultras che circola da marzo per un calcio «più giusto e popolare» è anche una reazione a pasticci del genere: «Vogliamo dire basta al calcio con orari spezzatino, subordinato a decisioni dell’ultimo minuto», sostengono i tifosi. Il numero uno del Coni Giovanni Malagò ha stigmatizzato la vicenda con una stilettata ovattata: «Non ho alcuna carica o ruolo per parlare dell’argomento. Mi auguro che possano trovare una soluzione in grado di accontentare tutti. Non è certo una bella cosa questa diatriba». Bella non lo è, e al momento una soluzione ufficiale non c’è ancora. Ma la diatriba aiuta a comprendere sia il significato autentico dell’espressione «decidere in zona Cesarini», sia il motivo per cui il calcio italiano è prigioniero di sé stesso, forse troppo occupato a pensare ai ricorsi al Tar e poco ai ricorsi (e ai corsi) della sua travagliata storia recente.
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Trump vola da Xi mentre la guerra in Iran pesa su economia e politica USA tra rincari, debiti, tensioni con la Cina e sfida elettorale.
Guido Guidesi (Ansa)
I numeri che accompagnano questa ambizione sono solidi. Con oltre il 23% del Pil nazionale e più di un quarto dell'export italiano, la Lombardia è già il principale motore economico del Paese. Dal 2021 al 2025 ha attratto 448 progetti su 1.158 complessivi in Italia, mantenendo una quota costante tra il 35% e il 45% del totale nazionale, con una crescita di 85-90 investimenti diretti esteri all’anno - il 35% in più rispetto al quinquennio precedente (lo dice il Financial Times). Dati ancora più significativi se confrontati con lo scenario globale: tra il 2023 e il 2024 i flussi internazionali di investimenti sono calati dell’11% e quelli europei del 5%, mentre la Lombardia ha segnato un +6%.
Nel periodo 2020-2025, grazie al progetto “Invest in Lombardy” – sviluppato in collaborazione con Milano & Partners – la Regione ha supportato oltre 1.400 aziende estere interessate a insediarsi sul territorio. Solo nel 2025, 34 di queste hanno già avviato o annunciato progetti concreti, con un impatto stimato di 2,8 miliardi di indotto e 6.200 nuovi posti di lavoro. Attualmente sono 428 i progetti in gestione attiva, concentrati nei settori a più alto valore aggiunto: manifattura avanzata (semiconduttori, Industria 4.0), Scienze della Vita (biotecnologie, farmaceutico), Clean Tech e IT/ICT.
«I numeri confermano il nostro primato italiano rispetto all’attrazione investimenti esteri: valiamo il 40% degli investimenti esteri che arrivano in Italia. Ma non possiamo però fermarci al primato nazionale, possiamo e dobbiamo migliorarci», ha dichiarato l’assessore allo Sviluppo economico Guido Guidesi, presentando la nuova strategia regionale.
«Questo è l’obiettivo della nuova strategia di attrazione degli investimenti in cui si evidenzia un ruolo più da protagonista e attivo di Regione Lombardia al fine di cogliere opportunità di nuovi investimenti presentandoci con ecosistemi completi: dalla ricerca, ai fornitori, alle competenze. Proviamo a giocarci la partita dell’attrazione in un campionato più difficile e maggiormente competitivo; alziamo il livello, proviamo a migliorarci; vogliamo essere meta internazionale e hub europeo», ha aggiunto Guidesi, sottolineando che con la nuova direttiva «andremo anche a cercarci gli investitori rispetto alle esigenze che abbiamo dal punto di vista della partecipazione ai nostri ecosistemi».
Tre le direttrici del piano di Guidesi. La prima è la qualità degli investimenti: la Regione punta sui settori ad alto valore aggiunto: ICT, scienze della vita, elettronica, aerospazio, chimica e agroalimentare avanzato. La seconda è la valorizzazione degli ecosistemi territoriali e in questo quadro si inseriscono le Zone di Innovazione e Sviluppo (ZIS), la Zona Logistica Semplificata di Cremona e Mantova, e l'iniziativa “Talenti – Trasferimento delle conoscenze”, che favorisce l’ingresso di dottori di ricerca e professionisti altamente qualificati nelle pmi lombarde. La terza direttrice è la semplificazione e la velocità dei processi, attraverso il rafforzamento del modello one-stop-shop per rendere più rapidi e prevedibili i percorsi di insediamento.
Per Giovanni Rossi, direttore generale di Promos Italia, «l'approccio internazionale è rafforzato da attività promozionali e roadshow nei principali mercati esteri, con “value proposition” focalizzate su settori ad alto valore aggiunto. La “business intelligence” permette di intercettare investitori qualificati e accompagnarli efficacemente nel percorso di insediamento. L'aftercare è considerato strategico per valorizzare le imprese già insediate e favorirne la crescita”, ha concluso Rossi.
Centrale nella strategia è il potenziamento di «Invest in Lombardy» come punto unico di accesso per gli investitori internazionali, capace di accompagnare le imprese lungo l'intero ciclo dell'investimento: dalla valutazione iniziale all'insediamento, fino ai servizi di aftercare.
Un riconoscimento al valore dell’ecosistema lombardo arriva dalle testimonianze delle imprese internazionali già presenti sul territorio. «Regione Lombardia ha accompagnato il nostro percorso di insediamento, supportandoci nel dialogo con il territorio e nello sviluppo delle competenze necessarie. La Lombardia si distingue per un ecosistema industriale solido e collaborativo, favorevole allo sviluppo di nuovi investimenti», ha evidenziato Carina Solsona Garriga, Coo di Affinity Petcare.
«Abbiamo scelto la Lombardia per la sua posizione strategica, la qualità delle infrastrutture e un ecosistema industriale unico a livello europeo, che consente di ottimizzare efficienza, sostenibilità e sviluppo produttivo», ha aggiunto Federico Castelli, amministratore delegato di Rockwool Italia.
«La Lombardia è più attrattiva di molte regioni europee grazie a una filiera industriale avanzata, competenze di altissimo livello e un forte orientamento all’export. Qui troviamo un luogo dove produrre, innovare e costruire valore nel lungo periodo», ha concluso Paolo Bertuzzi, Ceo & Managing Director di Turboden.
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