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2022-05-12
Si vola ovunque senza bavaglio, ma da noi no
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Dal 2020, l’anno peggiore di sempre, come lo ha definito la famosa copertina del Time, abbiamo la tendenza erronea di confondere, nello scrivere le date, l’anno corrente con il passato 2020. Capitava nel 2021, e continua a capitare nel 2022. Quella che ai cittadini pare solamente un’attitudine, evidentemente per il ministero della Salute è una realtà. Mentre infatti tutta Europa toglie le mascherine al chiuso, cercando di tornare celermente all’epoca pre Covid, da noi togliere il bavaglio rimane un tabù, persino nei luoghi in cui formalmente non serve più.
Un’altra riconferma di come i ritmi europei non siano paragonabili all’eccessiva premura (a tratti psicotica) italiana è la notizia che dal 16 maggio non sarà più obbligatorio indossare la mascherina sui voli all’interno dell’Unione europea. No, non è stato tolto l’obbligo di Ffp2, non servirà nemmeno quella chirurgica. Dopo aver ricordato con nostalgia i bei tempi in cui sconosciuti potevano comodamente sedersi di fianco a te, mangiando pacchi di patatine in libertà, invadendo il tuo spazio, quel tempo è tornato a essere oggi. Almeno nei voli europei.
È ciò che si legge nelle nuove linee guida sulla sicurezza dei viaggi, stilate dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) e dall’Agenzia europea per la sicurezza aerea (Aesa). Come viene sottolineato, la fine dell’obbligo di indossare il dispositivo di protezione non deve essere un pretesto per abbassare la guardia. Dalle linee guida si evince che rimane fortemente raccomandato per chi tossisce o starnutisce e che «resta una delle difese migliori contro la trasmissione di Covid-19».
I passeggeri fragili, per tutelarsi, dovrebbero continuare a «indossare una mascherina indipendentemente dalle regole, idealmente di tipo Ffp2/N95/Kn95, che offre un livello di protezione superiore rispetto a una mascherina chirurgica standard».
L’elogio della mascherina tenta di smorzare l’entusiasmo dei passeggeri dei voli che non saranno più costretti a respirare la propria CO2 per tutto il viaggio. Lo stop all’obbligo è arrivato in base agli ultimi sviluppi della pandemia, tenendo conto del numero di contagi, ospedalizzazioni e l’alta percentuale di immunità raggiunta nei Paesi europei, tra vaccinazioni e infezioni. La decisione si inserisce in un pacchetto di misure che permetteranno di alleggerire i livelli di protezione, snellendo i costi di servizio, senza nulla togliere alla sicurezza dei propri clienti. «Sebbene i rischi permangano, abbiamo visto che gli interventi e i vaccini non farmaceutici hanno permesso alle nostre vite di tornare alla normalità. Sebbene l’uso obbligatorio della mascherina in tutte le situazioni non sia più raccomandato, è importante tenere presente che, insieme al distanziamento fisico e a una buona igiene delle mani, è uno dei metodi migliori per ridurre la trasmissione», ha commentato la direttrice dell’Ecdc, Andrea Ammon.
Va precisato però che le regole sulla mascherina non saranno universali, ma cambieranno nelle varie compagnie, a seconda delle misure presenti nel Paese di provenienza dei singoli vettori. La nota emessa da Easa ed Ecdc specifica, infatti, che «i voli da o verso una destinazione in cui è ancora richiesto l’uso della mascherina sui mezzi di trasporto pubblico dovrebbero continuare a incoraggiare l’impiego del dispositivo, secondo le raccomandazioni». E indovinate un po’ chi ha l’obbligo di Ffp2 nei trasporti pubblici? Sì, noi italiani. Questo malizioso pensiero è stato confermato a La Verità, dall’Enac, Ente nazionale per l’aviazione civile, spiegando che «in Italia vige l’obbligo di indossare la Ffp2 a bordo degli aeromobili e quindi tale obbligo derivante da una Diposizione del ministero della Salute è prevalente. Questo significa che anche se Easa ha tolto l’obbligo, in Italia è ancora vigente al momento».
Si creeranno, dunque, situazioni al limite del ridicolo, visto che l’Italia è uno dei pochi Paesi in cui vige ancora l’obbligo nei mezzi di trasporto. In un volo da Milano a Roma, con Ryanair, per esempio, nonostante la compagnia sia irlandese, e trasporti i suoi clienti in giro per l’Europa senza mascherina, i passeggeri si vedranno obbligati a tenerla. Easyjet ci ha confermato che la discriminante sarà il Paese di provenienza o di atterraggio: in caso di obbligo «locale» bisognerà indossarla, sia per andare che per tornare. Quindi nonostante la mascherina non sia necessaria in Inghilterra, i passeggeri inglesi per venire in Italia dovranno indossarla comunque. Diverso se invece dovessero volare dall’Inghilterra alla Danimarca, dove nessuno dovrebbe obbligatoriamente indossarla. In base a queste misure europee, la Francia ha fatto sapere che farà decadere l’obbligo. Noi invece rimaniamo al 2020. Forse respirare troppa anidride carbonica non ci ha fatto bene.
Mascherine, Speranza non spiega come mai non sa se servano o no
Al ministero della Salute, qualcuno sa perché le mascherine sono utili? Non per convinzioni personali, ma perché è in possesso di studi scientifici? L’interrogativo rimane aperto, dopo il silenzio seguito allo scoop di Fuori dal coro. Come ha segnalato La Verità, durante la trasmissione condotta da Mario Giordano su Rete 4, due giorni fa è stata mostrata la risposta fornita dal direttore generale della prevenzione sanitaria del ministero della Salute, Giovanni Rezza, a una richiesta di documentazione che attesti «l’utilità del dispositivo» in classe «senza avere ripercussioni sulla salute psicofisica» dei minori di 6 anni.
Lettera inviata da un importante studio legale di Firenze, ma agli avvocati l’epidemiologo e accademico ha detto che no, non conosce rischi e benefici. «Questa amministrazione, per quanto di competenza non è in possesso della specifica documentazione richiesta», è stata la stupefacente risposta protocollata, a firma di Rezza.
Dal ministero, ieri, sarebbe dovuto arrivare un comunicato stampa, che avrebbe chiarito la ragione di una così manifesta incompetenza dichiarata ai piani alti, però nulla è stato diramato da viale Giorgio Ribotta e neppure da Lungotevere Ripa, dove ha gli uffici Roberto Speranza. Unica indiscrezione, una fonte autorevole ha cercato di scaricare responsabilità sul Comitato tecnico scientifico, il solo che avrebbe autorità di valutare e decidere in tema di misure sanitarie.
La direzione generale e il ministero si limiterebbero ad applicare gli orientamenti suggeriti. Una versione che non regge, perché comunque Speranza e i suoi tecnici hanno accesso agli atti e non possono dire di non avere documentazione su rischi e benefici delle mascherine, così come di ogni altra misura che è stata applicata. Giovanni Rezza, inoltre, faceva parte del nuovo Cts, modificato con l’ordinanza del 17 marzo 2021, e se il Comitato si riuniva per valutare studi e ricerche, sarà pure saltato fuori qualche lavoro scientifico giudicato autorevole, illuminante per imporre le mascherine anche ai piccoletti in classe. A meno che non si invochi il segreto militare pure sui dati che dimostrerebbero l’efficacia dei dpi nel proteggere dal contagio, come ulteriore affossamento di ogni diritto alla trasparenza delle decisioni prese sulla nostra salute di cittadini.
C’è un’altra questione poi, di grande importanza. Il Cts è decaduto, con la fine dello stato di emergenza cessato il 31 marzo scorso, quindi chi risponde adesso di scelte che sono state prese «senza documentazione», come asserisce il direttore generale Giovanni Rezza? Ma soprattutto, su quali basi verranno prese prossime, eventuali misure di proroga dell’obbligo di mascherine al chiuso?
A scuola, in cinema, teatri, sui mezzi di trasporto pubblico dovrebbero rimanere solo fino al 15 giugno, ma se nel frattempo cambia il quadro epidemiologico o dovesse avanzare una nuova variante, sicuramente scatteranno provvedimenti restrittivi. Sempre al buio, cioè senza supporto scientifico?
È vero che il ministro Speranza ha già messo le mani avanti, attribuendosi ulteriori ambiti decisionali «al fine di rafforzare l’efficienza operativa delle proprie strutture per garantire le azioni di supporto nel contrasto alle pandemie». Metterà insieme un contingente, che dal prossimo 1 ottobre sarà composto da sei dirigenti e una cinquantina di persone con ruolo non dirigenziale, alle quali garantirà un contratto a tempo indeterminato. Il tutto con una copertura finanziaria di 760.837 euro per l’anno in corso, ma che salirà a 3.043.347 euro l’anno a partire dal 2023. Dal 31 dicembre tutte le funzioni passeranno al ministero della Salute, ma nel frattempo è urgente sapere quali sono gli esperti che decideranno sulla nostra pelle che cosa è o meno utile, mostrando su quali studi fondano le valutazioni di rischi e benefici.
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L’Europa toglie l’obbligo di protezioni sugli aerei in tutta l’Unione a partire da lunedì prossimo. Resteranno raccomandate soltanto «per i fragili e per chi tossisce». L’Italia però farà eccezione sia nelle tratte interne, sia in quelle internazionali.Silenzio del ministero della Salute sullo scoop di «Fuori dal coro». Scaricabarile sul Cts, già chiuso.Lo speciale contiene due articoli.Dal 2020, l’anno peggiore di sempre, come lo ha definito la famosa copertina del Time, abbiamo la tendenza erronea di confondere, nello scrivere le date, l’anno corrente con il passato 2020. Capitava nel 2021, e continua a capitare nel 2022. Quella che ai cittadini pare solamente un’attitudine, evidentemente per il ministero della Salute è una realtà. Mentre infatti tutta Europa toglie le mascherine al chiuso, cercando di tornare celermente all’epoca pre Covid, da noi togliere il bavaglio rimane un tabù, persino nei luoghi in cui formalmente non serve più. Un’altra riconferma di come i ritmi europei non siano paragonabili all’eccessiva premura (a tratti psicotica) italiana è la notizia che dal 16 maggio non sarà più obbligatorio indossare la mascherina sui voli all’interno dell’Unione europea. No, non è stato tolto l’obbligo di Ffp2, non servirà nemmeno quella chirurgica. Dopo aver ricordato con nostalgia i bei tempi in cui sconosciuti potevano comodamente sedersi di fianco a te, mangiando pacchi di patatine in libertà, invadendo il tuo spazio, quel tempo è tornato a essere oggi. Almeno nei voli europei. È ciò che si legge nelle nuove linee guida sulla sicurezza dei viaggi, stilate dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) e dall’Agenzia europea per la sicurezza aerea (Aesa). Come viene sottolineato, la fine dell’obbligo di indossare il dispositivo di protezione non deve essere un pretesto per abbassare la guardia. Dalle linee guida si evince che rimane fortemente raccomandato per chi tossisce o starnutisce e che «resta una delle difese migliori contro la trasmissione di Covid-19».I passeggeri fragili, per tutelarsi, dovrebbero continuare a «indossare una mascherina indipendentemente dalle regole, idealmente di tipo Ffp2/N95/Kn95, che offre un livello di protezione superiore rispetto a una mascherina chirurgica standard».L’elogio della mascherina tenta di smorzare l’entusiasmo dei passeggeri dei voli che non saranno più costretti a respirare la propria CO2 per tutto il viaggio. Lo stop all’obbligo è arrivato in base agli ultimi sviluppi della pandemia, tenendo conto del numero di contagi, ospedalizzazioni e l’alta percentuale di immunità raggiunta nei Paesi europei, tra vaccinazioni e infezioni. La decisione si inserisce in un pacchetto di misure che permetteranno di alleggerire i livelli di protezione, snellendo i costi di servizio, senza nulla togliere alla sicurezza dei propri clienti. «Sebbene i rischi permangano, abbiamo visto che gli interventi e i vaccini non farmaceutici hanno permesso alle nostre vite di tornare alla normalità. Sebbene l’uso obbligatorio della mascherina in tutte le situazioni non sia più raccomandato, è importante tenere presente che, insieme al distanziamento fisico e a una buona igiene delle mani, è uno dei metodi migliori per ridurre la trasmissione», ha commentato la direttrice dell’Ecdc, Andrea Ammon. Va precisato però che le regole sulla mascherina non saranno universali, ma cambieranno nelle varie compagnie, a seconda delle misure presenti nel Paese di provenienza dei singoli vettori. La nota emessa da Easa ed Ecdc specifica, infatti, che «i voli da o verso una destinazione in cui è ancora richiesto l’uso della mascherina sui mezzi di trasporto pubblico dovrebbero continuare a incoraggiare l’impiego del dispositivo, secondo le raccomandazioni». E indovinate un po’ chi ha l’obbligo di Ffp2 nei trasporti pubblici? Sì, noi italiani. Questo malizioso pensiero è stato confermato a La Verità, dall’Enac, Ente nazionale per l’aviazione civile, spiegando che «in Italia vige l’obbligo di indossare la Ffp2 a bordo degli aeromobili e quindi tale obbligo derivante da una Diposizione del ministero della Salute è prevalente. Questo significa che anche se Easa ha tolto l’obbligo, in Italia è ancora vigente al momento».Si creeranno, dunque, situazioni al limite del ridicolo, visto che l’Italia è uno dei pochi Paesi in cui vige ancora l’obbligo nei mezzi di trasporto. In un volo da Milano a Roma, con Ryanair, per esempio, nonostante la compagnia sia irlandese, e trasporti i suoi clienti in giro per l’Europa senza mascherina, i passeggeri si vedranno obbligati a tenerla. Easyjet ci ha confermato che la discriminante sarà il Paese di provenienza o di atterraggio: in caso di obbligo «locale» bisognerà indossarla, sia per andare che per tornare. Quindi nonostante la mascherina non sia necessaria in Inghilterra, i passeggeri inglesi per venire in Italia dovranno indossarla comunque. Diverso se invece dovessero volare dall’Inghilterra alla Danimarca, dove nessuno dovrebbe obbligatoriamente indossarla. In base a queste misure europee, la Francia ha fatto sapere che farà decadere l’obbligo. Noi invece rimaniamo al 2020. 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Come ha segnalato La Verità, durante la trasmissione condotta da Mario Giordano su Rete 4, due giorni fa è stata mostrata la risposta fornita dal direttore generale della prevenzione sanitaria del ministero della Salute, Giovanni Rezza, a una richiesta di documentazione che attesti «l’utilità del dispositivo» in classe «senza avere ripercussioni sulla salute psicofisica» dei minori di 6 anni. Lettera inviata da un importante studio legale di Firenze, ma agli avvocati l’epidemiologo e accademico ha detto che no, non conosce rischi e benefici. «Questa amministrazione, per quanto di competenza non è in possesso della specifica documentazione richiesta», è stata la stupefacente risposta protocollata, a firma di Rezza. Dal ministero, ieri, sarebbe dovuto arrivare un comunicato stampa, che avrebbe chiarito la ragione di una così manifesta incompetenza dichiarata ai piani alti, però nulla è stato diramato da viale Giorgio Ribotta e neppure da Lungotevere Ripa, dove ha gli uffici Roberto Speranza. Unica indiscrezione, una fonte autorevole ha cercato di scaricare responsabilità sul Comitato tecnico scientifico, il solo che avrebbe autorità di valutare e decidere in tema di misure sanitarie. La direzione generale e il ministero si limiterebbero ad applicare gli orientamenti suggeriti. Una versione che non regge, perché comunque Speranza e i suoi tecnici hanno accesso agli atti e non possono dire di non avere documentazione su rischi e benefici delle mascherine, così come di ogni altra misura che è stata applicata. Giovanni Rezza, inoltre, faceva parte del nuovo Cts, modificato con l’ordinanza del 17 marzo 2021, e se il Comitato si riuniva per valutare studi e ricerche, sarà pure saltato fuori qualche lavoro scientifico giudicato autorevole, illuminante per imporre le mascherine anche ai piccoletti in classe. A meno che non si invochi il segreto militare pure sui dati che dimostrerebbero l’efficacia dei dpi nel proteggere dal contagio, come ulteriore affossamento di ogni diritto alla trasparenza delle decisioni prese sulla nostra salute di cittadini. C’è un’altra questione poi, di grande importanza. Il Cts è decaduto, con la fine dello stato di emergenza cessato il 31 marzo scorso, quindi chi risponde adesso di scelte che sono state prese «senza documentazione», come asserisce il direttore generale Giovanni Rezza? Ma soprattutto, su quali basi verranno prese prossime, eventuali misure di proroga dell’obbligo di mascherine al chiuso? A scuola, in cinema, teatri, sui mezzi di trasporto pubblico dovrebbero rimanere solo fino al 15 giugno, ma se nel frattempo cambia il quadro epidemiologico o dovesse avanzare una nuova variante, sicuramente scatteranno provvedimenti restrittivi. Sempre al buio, cioè senza supporto scientifico? È vero che il ministro Speranza ha già messo le mani avanti, attribuendosi ulteriori ambiti decisionali «al fine di rafforzare l’efficienza operativa delle proprie strutture per garantire le azioni di supporto nel contrasto alle pandemie». Metterà insieme un contingente, che dal prossimo 1 ottobre sarà composto da sei dirigenti e una cinquantina di persone con ruolo non dirigenziale, alle quali garantirà un contratto a tempo indeterminato. Il tutto con una copertura finanziaria di 760.837 euro per l’anno in corso, ma che salirà a 3.043.347 euro l’anno a partire dal 2023. Dal 31 dicembre tutte le funzioni passeranno al ministero della Salute, ma nel frattempo è urgente sapere quali sono gli esperti che decideranno sulla nostra pelle che cosa è o meno utile, mostrando su quali studi fondano le valutazioni di rischi e benefici.
Ermanno Scervino (Getty Images)
Da dove parte una sua collezione: da un’immagine, da un tessuto, da una donna reale?
«L’ispirazione non ha orari né confini. Vivo in Toscana, nella bellezza, affascinante quanto il paesaggio è il lavoro delle première: un’idea può scaturire dalla loro manualità come dagli imprevisti. Le capitali del mondo, comunque, rimangono grandi fonti di ispirazione: la gente per strada, nei locali, la vita di tutti i giorni, i giovani».
Il suo stile è spesso definito «romanticismo sexy»: cosa significa questa espressione e come si traduce in silhouette, materiali e lavorazioni?
«Una sottoveste di pizzo, una gonna di organza, un vestito di chiffon acquistano grazia e carattere soprattutto quando indossate con qualcosa di insolito, magari di maschile o sportivo. Questo accostamento è forse il mio modo più significativo di vedere un romanticismo contemporaneo, una sensualità vissuta con personalità».
Cosa le chiedono oggi le sue clienti?
«Sicuramente la portabilità, la funzionalità e il dialogo col corpo rimangono caratteristiche sempre richieste. Negli anni tutto cambia ma non il gusto per il bello. La donna contemporanea rischia di più, la strada offre e cerca stimoli sempre maggiori; vestirsi bene, oggi, non significa essere convenzionali. Io mi rivolgo a una donna libera, che non ama gli stereotipi, ma moderna e attuale».
Ha vestito molte personalità del cinema, della musica e della società internazionale. Per un abito da red carpet quanto conta il dialogo con la persona che lo indossa?
«Ogni donna è un universo da scoprire, e sono tante quelle con cui abbiamo condiviso momenti di bellezza e di arte. Il dialogo conta: gli abiti nascono non per imporre un’identità ma per accompagnare e valorizzare chi li indossa. La vera eleganza è essere sé stesse e il mio lavoro è facilitare questo processo».
La produzione made in Italy è un valore centrale per il suo brand. Cosa significa oggi difendere e promuovere l’artigianalità italiana in un mercato globale?
«È una missione. Il made in Italy è frutto di una tradizione secolare, intere generazioni hanno primeggiato nella maestria sartoriale lasciando al Paese un’eredità diventata patrimonio mondiale».
Quali sono oggi i mercati più importanti? Nota differenze di gusto tra Europa, America e Asia?
«I mercati più importanti sono Europa e America. Non ci sono differenze di gusto nei mercati, ma nelle donne sì, nella loro individualità. Immagino le mie creazioni al di là del Paese di provenienza di chi le indosserà».
Come riesce a coniugare tecniche sartoriali tradizionali con la sperimentazione su tessuti e lavorazioni innovative?
«La ricerca è fondamentale: creare nuovi tessuti, provare lavaggi e trattamenti. Tradizione e innovazione devono camminare assieme per realizzare un prodotto contemporaneo, ma il gesto artigianale resterà sempre al centro».
Quanto influisce Firenze sul Dna del marchio? È solo sede produttiva o anche fonte di ispirazione estetica?
«Firenze è sinonimo di casa. Territorio di tradizione e sapere, custodisce e tramanda competenze uniche. È questo patrimonio umano e culturale che alimenta il nostro lavoro e predispone alla creatività e da cui il brand continua ad attingere».
Le sue lavorazioni knit e i tessuti ricercati sono diventati un segno distintivo. Quanto conta la ricerca sui materiali nello sviluppo di ogni collezione?
«Prima ancora di disegnare penso ai materiali, li provo sul manichino, osservo il loro movimento e la luce, e mentre li studio penso a come trasformarli e a quello che possono diventare».
In che modo la maison affronta il tema della sostenibilità senza rinunciare al lusso e alla qualità?
«La sostenibilità è una responsabilità, non una scelta. Oltre a selezionare materiali e lavorazioni nel rispetto dell’ambiente, un capo ben realizzato nasce per durare a lungo ed è per definizione sostenibile: le mie collezioni sono concepite per vivere attraverso gli anni».
Dopo tanti anni di successi, quali sono oggi le sue nuove sfide e quali sogni desidera ancora realizzare?
«I successi non li considero un punto di arrivo ma una direzione. C’è la volontà di sviluppare senza tradire il nostro percorso, e di tramandare una visione ambiziosa che nasce dalla sapienza del nostro territorio. Abbiamo in programma molte aperture in alcune delle città più importanti e prestigiose del mondo».
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Matteo Zuppi (Imagoeconomica)
L’allarme arriva dal cardinal Matteo Zuppi, arcivescovo della città e presidente della Cei: «È un segnale molto preoccupante, specchio di una trasformazione sociale rapidissima. Non si tratta di una crisi di fede ma di un radicale mutamento del territorio. Gli alti affitti hanno spinto fuori le famiglie, gli studenti hanno preso il loro posto per poi essere a loro volta sostituiti dalla proliferazione di Bed&breakfast e uffici. Il centro rischia di diventare una vetrina vuota. Questi processi vanno governati e non subìti». Lo dice con struggente preoccupazione. Lo dice come se fosse arrivato da Marte con l’ultima navicella spaziale; invece da dieci anni è il più importante pastore di anime del territorio.
L’analisi sociologica (parziale e un minimo interessata) per quello zero in religione è completata da don Giovanni Bonfiglioli, parroco delle centralissime chiese di San Giuliano e della Santissima Trinità: «Quando andiamo nelle case per le benedizioni di rito ci accorgiamo che non c’è nulla da benedire, solo Bed&breakfast e uffici. Un vero e proprio spopolamento nel cuore della città». Ed ecco che torna ad aleggiare l’anatema del cardinale Giacomo Biffi, quel «Bologna sazia e disperata» con il quale, 40 anni fa, l’alto prelato intendeva svegliare la società dal sonno consumistico e nichilista.
Sarà anche colpa dei B&b, delle sedi di società e banche, dei locali da apericena ma la sindrome da catechismo deserto non coincide con quella da vetrina vuota. Ed è anche conseguenza delle politiche sociali dell’amministrazione turbo-progressista degli ultimi 15 anni (prima Virginio Merola, poi Matteo Lepore), in prima linea nell’incentivare l’immigrazione con l’imprinting cofferatiano «senza se e senza ma». Con il risultato che, nelle case popolari del centro, buona parte degli abitanti è di origine straniera, spesso di altre religioni. Nel 2021 ne erano stati censiti 7.500. Una società multietnica che non ha alcuna intenzione di integrarsi e va ad aggiungersi a una quota fisiologica di abitanti radical, atei e per nulla interessati al messaggio cristiano. Il resto è turismo mordi e fuggi.
Molte famiglie sono spinte ad abbandonare il centro storico con pochi spazi per l’infanzia (se non al chiuso) dalla mancanza di sicurezza, dalla microcriminalità dilagante, dal degrado determinato dai clandestini, dai raid dei maranza stranieri. E dalle scelte urbanistiche che tendono a escludere - con le Ztl sulle porte - l’osmosi sociale. Un dentro e un fuori sempre più rigido. Una realtà sotto gli occhi di tutti, che ha preso forma con la benedizione del cardinal Zuppi medesimo, fautore principe dell’accoglienza diffusa, nume tutelare di ogni accelerazione woke voluta dal Comune.
L’Osservatorio della Curia aggiunge che «lo spopolamento del cuore della città è dovuto anche alle difficoltà di ingresso nella zona, al degrado (soprattutto nelle zone calde come Montagnola e la parte finale di via Indipendenza) e ai costi dell’affitto e della vita in generale, non compatibile con gli stipendi attuali». Ma al di là delle problematiche urbanistiche c’è qualcosa di più profondo: l’abdicazione della diocesi stessa nel farsi garante dei valori cristiani e della dottrina. E nel difendere i simboli cattolici da chi tenta di annientare don Camillo 70 anni dopo con spirito di rivalsa.
Il silenzio davanti a provocazioni come «il crocifisso è un simbolo medioevale» (Merola), ai tentativi di abolizione del presepe (Lepore), alla laicizzazione strutturale in nome del globalismo sociale, alla demonizzazione dell’identità e della tradizione per non urtare la (molto presunta) suscettibilità islamica hanno provocato ferite profonde nel tessuto religioso. Così, quando Zuppi afferma che «non si tratta di crisi di fede» incrocia le dita. E quando aggiunge che «questi processi vanno governati e non subìti», chiama in causa anche le proprie amnesie.
Ribaltare il paradigma? Forse è tardi. E quei bambini assenti, lasciati più felicemente dai genitori alla dottrina dello smartphone, sono il segnale politico di una sconfitta. Il «catechismo zero» è anche l’effetto più triste del disincanto davanti a sacerdoti che non credono più. Senza contare una piccola dose di ipocrisia, come fa notare con spirito caustico un cittadino bolognese su Facebook. «Strada Maggiore, incrocio Piazzetta dei Servi, palazzo storico di proprietà della Curia: due Bed&breakfast. Da che pulpito. Forse è il caso di cominciare a guardarsi dentro».
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Jeffrey Epstein (Getty Images)
E infatti, negli Stati Uniti al suicidio di Jeffrey Epstein si crede sempre meno. Un tema che qui sarebbe un tabù, benché il racconto ufficiale sulla morte del faccendiere lasci dubbi a molti, lì è oggetto di discussione sulle tv nazionali. Ad alimentare il dibattito, oltre alle varie anomalie già raccontate su queste pagine - telecamere non funzionanti, finte salme mostrate ai media, comunicati sul decesso datati prima della morte ufficiale, testimonianze agghiaccianti girate sul Web, compagni di cella spostati due giorni prima - si è aggiunto un altro documento piuttosto bizzarro. Si tratta di una email riservata dal contenuto piuttosto chiaro: «Sono un Ausa (Assistant United States Attorney, assistente procuratore federale Usa, ndr) presso l’Edny (Eastern District of New York, ndr) e sto lavorando a un’indagine sulla morte di un detenuto presso il Brooklyn Mdc (Metropolitan Detention Center di Brooklyn, ndr). L’Ocme (Office of Chief Medical Examiner, cioè l’Ufficio del medico legale capo di New York, ndr) mi ha detto di aver firmato un accordo di riservatezza in relazione all’indagine sull’omicidio di Jeffrey Epstein. Speravamo di estendere un accordo simile e volevo vedere se potessi condividerlo con me». L’email è di giugno 2020, quasi un anno dopo la morte del faccendiere, e si conclude con un numero di cellulare (oscurato) e l’invito a parlarne per telefono.
Proprio così: indagini segrete sull’omicidio di Jeffrey Epstein. Il procuratore federale che a giugno del 2020 stava lavorando su un caso di morte in carcere a Brooklyn voleva «copiare» il modello di accordo di riservatezza usato per Epstein. Eppure, la sua morte è stata subito venduta come un suicidio, fatto confermato dall’autopsia pochi giorni dopo.
E a proposito di indagini, mentre la Procura del New Mexico ne ha avviate di nuove sullo Zorro Ranch, la tenuta di Epstein nel New Mexico, si è scoperto che nel 2019 il lavoro degli inquirenti fu bloccato dall’alto. Una villa di 2.800 metri quadri e perfettamente isolata. Meta di tanti personaggi famosi, luogo in cui tante vittime raccontano di essere state abusate, nonché sede di possibili esperimenti eugenetici. Un’inchiesta statale sulle azioni di Epstein è stata rilevata dai procuratori federali, nel 2019, per poi arenarsi. «Non solo è stata messa in ombra, è stata completamente ignorata», ha detto Eddy Aragon, un noto conduttore radiofonico del New Mexico che da anni fa ricerca sulle attività di Epstein. Proprio a lui era indirizzata la soffiata - presente negli Epstein files - dell’ex dipendente dello Zorro sulle due presunte ragazze morte durante gli abusi e seppellite nel ranch.
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«Marshals: A Yellowstone story» (Paramount+)
Un universo inedito, in grado di espandere il nucleo originale fino a dargli una forma imprevista. Improvvisa. Non più un ranch, ma il Montana.
Marshals: A Yellowstone story, disponibile su Paramount+ da lunedì 2 marzo, non ritrova l'interezza di Yellowstone. Solo, quella di Kayce Dutton, deciso a rompere con il proprio passato. Kayce, che nel corso della serie originale è stato detto avere con il padre un rapporto complesso e altalenante, ha scelto, in questo nuovo spin-off, di lasciarsi alle spalle il ranch familiare. Gliel'aveva dato il padre, una volta diventato Governatore del Montana. Doveva servirgli ad assicurare un futuro solido, brillante, al figlio. Sarebbe stato uno fra i più grandi centri di allevamento bestiame degli Stati Uniti. Ma Dutton ha voluto fare altrimenti. Di qui, dunque, la decisione di dedicargli un'intera serie televisiva.
Marshals: A Yellowstone story, con Luke Grimes a riprendere il ruolo svolto in Yellowstone, racconta un presente diverso. Un Kayce Dutton diverso, non più allevatore, ma parte di un'unità d’élite degli U.S. Marshals. Cambia la forma, non, però, la sostanza. Lo show, ad oggi articolato in tredici episodi, continua - come l'originale - a saltare dal western al drama, mescolando i patemi personali di Dutton con la fatica oggettiva del territorio nel quale vive. Le gang locali sono ben organizzate, la gente è dedita al malaffare. La giustizia federale sembra potere nulla contro l'interesse privato dei potenti locali, contro le loro smanie e ambizioni. Dutton, con sé, ha una squadra nuova. Non abbastanza, però, per far sì che possa dormire sonni tranquilli.
Marshals: A Yellowstone story riesce a raccontare (anche) il costo psicologico di certi mestieri, di chi voti la propria vita a un'ideale di giustizia che, spesso, non ha alcun contrappunto nella realtà. Dutton è sotto minaccia costante, il passato che ha provato a lasciarsi alle spalle sembra rincorrerlo e il figlio, Tate, è l'unico punto che vorrebbe tenere fermo.
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