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2021-10-10
Nuovo decreto o maratona in Aula: il disastro si può ancora scongiurare
Mario Draghi (Ansa)
Dal 16 settembre scorso (giorno in cui il Consiglio dei Ministri discusse e annunciò il decreto-legge sull'obbligo di green pass in tutti i luoghi di lavoro), e poi dal successivo 21 settembre (giorno in cui fu pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale la versione finale del decreto), non c'è stata una sola mattina in cui la Verità, a partire dagli editoriali del direttore Maurizio Belpietro, abbia dimenticato di chiedere a gran voce di modificare quelle disposizioni.
Da subito e fino a ieri, questo giornale non ha cessato di indicare le contraddizioni teoriche (siamo l'unico paese al mondo ad imporre un obbligo così esteso) e soprattutto i problemi pratici innescati dal provvedimento: nel lavoro pubblico (si pensi solo alle forze dell'ordine) e in quello privato, dalle grandi imprese a quelle più piccole, dalla logistica ai trasporti, fino al caos che si determinerà in ciascuna delle nostre case, visti gli effetti verso badanti, baby-sitter e colf.
Per lunghi giorni, la risposta è stata un assordante coro del tipo: «Il green pass è uno strumento di libertà». Una specie di esorcismo, di formula ripetuta ossessivamente per negare i problemi che però, a poco a poco, si sono manifestati nella loro enormità.
E così, piano piano, dai governatori agli industriali, adesso tutti convergono con il nostro allarme. Ieri, non ultima per importanza, è arrivata la presa di posizione di Filiera Italia: «Così com'è scritta, la norma del green pass sui luoghi di lavoro è inapplicabile». E poche ore prima, erano stati i governatori Luca Zaia su Repubblica («Lei non ha idea del caos che scoppierà nelle aziende il 15 ottobre, perché non saremo in grado di offrire a tutti i non vaccinati un tampone ogni 48 ore. Gli imprenditori con cui parlo io sono preoccupatissimi») e Massimiliano Fedriga sulla Stampa («Non possiamo penalizzare le aziende in questa fase fondamentale di ripresa») a chiedere a gran voce modifiche urgenti.
Insomma, siamo giunti alla mattina del 10 ottobre, e la norma appare ormai orfana: non c'è un solo «babbo» o «mamma», politicamente parlando, che la rivendichi così com'è, o che neghi il caos che si determinerà tra cinque giorni, il 15 ottobre, quando scatterà l'obbligo di green pass nella sua versione più rigida e generalizzata.
Soluzioni? Il ventaglio degli interventi possibili è ampio, dall'ipotesi più forte e razionale, che ci riallineerebbe agli altri Paesi occidentali (abolire tout court l'obbligo di green pass per lavorare) fino a interventi per attenuare e smussare. Matteo Salvini ha per lo meno proposto di allungare la durata minima del green pass da tampone da 48 a 72 ore («È possibile, anzi doveroso e previsto dall'Europa. Evitare caos, blocchi e licenziamenti il 15 ottobre è fondamentale»). Zaia chiede di autorizzare le imprese all'uso dei test rapidi nasali, mentre nessuno ha ricordato l'altra soluzione semplice, e cioè lo sdoganamento dei tamponi salivari rapidi.
Tutti però concordano sull'urgenza, sottolineata ad esempio da Fedriga: «Bisogna fare presto, perché il 15 ottobre è arrivato e le aziende non possono organizzarsi dall'oggi al domani. E in molti casi, pensi ad esempio agli autisti del trasporto pubblico locale, non possono permettersi di lasciare a casa i lavoratori, perché non sanno come sostituirli».
E allora come si fa? La Verità propone qui due strade entrambe praticabili: la prima passa dal Parlamento, la seconda dal governo.
Prima ipotesi: com'è noto, ogni decreto-legge, dopo essere stato varato dal governo, deve essere approvato dal Parlamento (tecnicamente si chiama «conversione in legge»: le Camere modificano il testo e lo trasformano in una legge) entro 60 giorni. Nel nostro caso, i due rami del Parlamento potrebbero eccezionalmente (un po' come se si fosse nell'ultima settimana di una sessione di bilancio, nel rush finale per impedire di finire in esercizio provvisorio) discutere, introdurre le modifiche necessarie e approvare tutto non in 60 ma in cinque giorni, lavorando giorno e notte (tra Commissione e Aula, prima in un ramo e poi nell'altro del Parlamento).
Seconda ipotesi (ancora più semplice): il governo potrebbe riconvocarsi entro uno- due giorni e varare un nuovo decreto-legge, con tutte le correzioni necessarie, che entrerebbe in vigore subito dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale (e comunque prima del 15 ottobre), salvo poi lasciare al Parlamento 60 giorni per la conversione.
Nell'uno o nell'altro modo, si potrebbe fare in tempo, impedendo che il 15 ottobre si trasformi nell'inizio di un caos previsto ed evitabile.
Agli antipodi di tutto ciò, su una linea diametralmente opposta, si pone invece l'ipotesi avanzata ieri da Forza Italia, attraverso la capogruppo a Palazzo Madama Anna Maria Bernini, che ha esplicitamente evocato l'obbligo vaccinale come «opportunità» da valutare «davvero molto seriamente da parte del governo».
«Non dateci le mascherine di Fca»
Ad ormai oltre un anno e mezzo dall'inizio della pandemia, quello delle mascherine targate Fca, farlocche e per di più puzzolenti, è uno scandalo che non accenna a scemare e che interessa svariate zone del Paese. La conferma arriva dalla Provincia di Trento dove centinaia, anzi migliaia di mascherine giacciono nelle scuole inutilizzate. E, ormai, destinate a rimanere tali. Sì, perché sono sia maleodoranti sia di scarsa vestibilità, tanto da essersi guadagnate la poco edificante fama di dispositivi «mutanda». Per non parlare, poi, del potere filtrante, sul quale è più che lecito nutrire dubbi.
Come in altre parti d'Italia, in Trentino il disagio non interessa un singolo istituto. «Abbiamo 200 scatoloni», ha per esempio spiegato, ripresa ieri dal Corriere del Trentino, Teresa Periti, dirigente del liceo Russel di Cles, «e noi le distribuiamo ma i ragazzi non le vogliono». 200 scatoloni giacciono inutilizzati anche in una scuola dell'Alto Garda. E così in altre scuole, mentre continua l'arrivo di queste mascherine. Che, ironia della sorte, non solo sono disponibili ma, ormai, lo sono pure in abbondanza. Anzi, risultano fin troppe, una vasta e inutile marea.
«Ne abbiamo un'ampia disponibilità», conferma Carlo Zanetti, dirigente dell'istituto comprensivo Trento 2, «e le forniamo alle famiglie, che però preferiscono, se possono, usare le proprie». Quindi, che fare di questi dispositivi, che peraltro hanno una data di scadenza? Il dilemma serpeggia in numerose scuole. Ci sono istituti che, per evitare che finisca tutto in discarica, hanno già provveduto, tramite associazioni benefiche, a inviarle in Paesi dove le mascherine scarseggiano.
Le stesse istituzioni trentine sono ben consapevoli del problema, che però non dipende da loro. «Abbiamo ricevuto quelle che sono state delle segnalazioni, delle lamentele da parte del mondo della scuola», aveva dichiarato in proposito, ancora mesi fa, l'Assessore provinciale all'istruzione Mirko Bisesti, intervenendo in Consiglio provinciale e auspicando si possa «far luce maggiormente sui dispositivi forniti dallo Stato».
Già, lo Stato. Perché le mascherine impossibili da indossare, come noto, non sono prodotte in Trentino. Arrivano dritte dal ministero. E, a loro volta, sono frutto del multimilionario contratto che, su input di Domenico Arcuri, durante la gestione della pandemia del governo di Giuseppe Conte, la struttura commissariale aveva sottoscritto con Fca, messasi all'improvviso a produrre mascherine in due stabilimenti riconvertiti allo scopo. Il punto è che queste mascherine, oltre a essere scomode, talvolta sono pure risultate inadeguate a fornire protezione.
Come i lettori della Verità ricorderanno, già nell'ottobre 2020, Rossano Rasso, sottosegretario all'Istruzione in quota Lega, si era mosso per chiedere approfondimenti su due lotti di mascherine Fca destinate alle scuole che, successivamente, sono risultati non a norma.
Peccato che la nota di ritiro di quelle mascherine farlocche, disposta dal ministero di Speranza, sia datata 6 settembre 2021. C'è dunque voluto quasi un anno per certificare un problema parso da subito, già all'olfatto, palese.
Beninteso, non si sta dicendo che le mascherine ammassate nelle scuole del Trentino Alto Adige - da inizio pandemia, ne sono arrivate la bellezza di oltre 35 milioni di unità - siano non a norma.
Di certo c'è, come si diceva, che comunque nessuno le vuole. Eppure il paradossale approvvigionamento di dispositivi, anche se Arcuri è uscito di scena - e le sue mascherine sono sotto la lente degli inquirenti -, continua.
Con il risultato che i dirigenti scolastici trentini non sanno più come disfarsi di quelle mascherine sgradite e in esubero. Il colossale spreco così continua. Tanto paga Pantalone.
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In cinque giorni, Parlamento e governo hanno il tempo per evitare il caos del pass a lavoro: le Camere possono discutere e modificare le norme attuali. All'esecutivo, invece, basterebbe varare un testo correttivo.Nelle scuole trentine migliaia di dispositivi scomodi e maleodoranti, voluti da Domenico Arcuri, sono negli scatoloni. Gli alunni le rifiutano e i presidi implorano il ministero: «Basta».Lo speciale contiene due articoli.Dal 16 settembre scorso (giorno in cui il Consiglio dei Ministri discusse e annunciò il decreto-legge sull'obbligo di green pass in tutti i luoghi di lavoro), e poi dal successivo 21 settembre (giorno in cui fu pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale la versione finale del decreto), non c'è stata una sola mattina in cui la Verità, a partire dagli editoriali del direttore Maurizio Belpietro, abbia dimenticato di chiedere a gran voce di modificare quelle disposizioni. Da subito e fino a ieri, questo giornale non ha cessato di indicare le contraddizioni teoriche (siamo l'unico paese al mondo ad imporre un obbligo così esteso) e soprattutto i problemi pratici innescati dal provvedimento: nel lavoro pubblico (si pensi solo alle forze dell'ordine) e in quello privato, dalle grandi imprese a quelle più piccole, dalla logistica ai trasporti, fino al caos che si determinerà in ciascuna delle nostre case, visti gli effetti verso badanti, baby-sitter e colf. Per lunghi giorni, la risposta è stata un assordante coro del tipo: «Il green pass è uno strumento di libertà». Una specie di esorcismo, di formula ripetuta ossessivamente per negare i problemi che però, a poco a poco, si sono manifestati nella loro enormità.E così, piano piano, dai governatori agli industriali, adesso tutti convergono con il nostro allarme. Ieri, non ultima per importanza, è arrivata la presa di posizione di Filiera Italia: «Così com'è scritta, la norma del green pass sui luoghi di lavoro è inapplicabile». E poche ore prima, erano stati i governatori Luca Zaia su Repubblica («Lei non ha idea del caos che scoppierà nelle aziende il 15 ottobre, perché non saremo in grado di offrire a tutti i non vaccinati un tampone ogni 48 ore. Gli imprenditori con cui parlo io sono preoccupatissimi») e Massimiliano Fedriga sulla Stampa («Non possiamo penalizzare le aziende in questa fase fondamentale di ripresa») a chiedere a gran voce modifiche urgenti.Insomma, siamo giunti alla mattina del 10 ottobre, e la norma appare ormai orfana: non c'è un solo «babbo» o «mamma», politicamente parlando, che la rivendichi così com'è, o che neghi il caos che si determinerà tra cinque giorni, il 15 ottobre, quando scatterà l'obbligo di green pass nella sua versione più rigida e generalizzata. Soluzioni? Il ventaglio degli interventi possibili è ampio, dall'ipotesi più forte e razionale, che ci riallineerebbe agli altri Paesi occidentali (abolire tout court l'obbligo di green pass per lavorare) fino a interventi per attenuare e smussare. Matteo Salvini ha per lo meno proposto di allungare la durata minima del green pass da tampone da 48 a 72 ore («È possibile, anzi doveroso e previsto dall'Europa. Evitare caos, blocchi e licenziamenti il 15 ottobre è fondamentale»). Zaia chiede di autorizzare le imprese all'uso dei test rapidi nasali, mentre nessuno ha ricordato l'altra soluzione semplice, e cioè lo sdoganamento dei tamponi salivari rapidi. Tutti però concordano sull'urgenza, sottolineata ad esempio da Fedriga: «Bisogna fare presto, perché il 15 ottobre è arrivato e le aziende non possono organizzarsi dall'oggi al domani. E in molti casi, pensi ad esempio agli autisti del trasporto pubblico locale, non possono permettersi di lasciare a casa i lavoratori, perché non sanno come sostituirli».E allora come si fa? La Verità propone qui due strade entrambe praticabili: la prima passa dal Parlamento, la seconda dal governo. Prima ipotesi: com'è noto, ogni decreto-legge, dopo essere stato varato dal governo, deve essere approvato dal Parlamento (tecnicamente si chiama «conversione in legge»: le Camere modificano il testo e lo trasformano in una legge) entro 60 giorni. Nel nostro caso, i due rami del Parlamento potrebbero eccezionalmente (un po' come se si fosse nell'ultima settimana di una sessione di bilancio, nel rush finale per impedire di finire in esercizio provvisorio) discutere, introdurre le modifiche necessarie e approvare tutto non in 60 ma in cinque giorni, lavorando giorno e notte (tra Commissione e Aula, prima in un ramo e poi nell'altro del Parlamento). Seconda ipotesi (ancora più semplice): il governo potrebbe riconvocarsi entro uno- due giorni e varare un nuovo decreto-legge, con tutte le correzioni necessarie, che entrerebbe in vigore subito dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale (e comunque prima del 15 ottobre), salvo poi lasciare al Parlamento 60 giorni per la conversione. Nell'uno o nell'altro modo, si potrebbe fare in tempo, impedendo che il 15 ottobre si trasformi nell'inizio di un caos previsto ed evitabile. Agli antipodi di tutto ciò, su una linea diametralmente opposta, si pone invece l'ipotesi avanzata ieri da Forza Italia, attraverso la capogruppo a Palazzo Madama Anna Maria Bernini, che ha esplicitamente evocato l'obbligo vaccinale come «opportunità» da valutare «davvero molto seriamente da parte del governo». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nuovo-decreto-o-maratona-in-aula-il-disastro-si-puo-ancora-scongiurare-2655263781.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="non-dateci-le-mascherine-di-fca" data-post-id="2655263781" data-published-at="1633807566" data-use-pagination="False"> «Non dateci le mascherine di Fca» Ad ormai oltre un anno e mezzo dall'inizio della pandemia, quello delle mascherine targate Fca, farlocche e per di più puzzolenti, è uno scandalo che non accenna a scemare e che interessa svariate zone del Paese. La conferma arriva dalla Provincia di Trento dove centinaia, anzi migliaia di mascherine giacciono nelle scuole inutilizzate. E, ormai, destinate a rimanere tali. Sì, perché sono sia maleodoranti sia di scarsa vestibilità, tanto da essersi guadagnate la poco edificante fama di dispositivi «mutanda». Per non parlare, poi, del potere filtrante, sul quale è più che lecito nutrire dubbi. Come in altre parti d'Italia, in Trentino il disagio non interessa un singolo istituto. «Abbiamo 200 scatoloni», ha per esempio spiegato, ripresa ieri dal Corriere del Trentino, Teresa Periti, dirigente del liceo Russel di Cles, «e noi le distribuiamo ma i ragazzi non le vogliono». 200 scatoloni giacciono inutilizzati anche in una scuola dell'Alto Garda. E così in altre scuole, mentre continua l'arrivo di queste mascherine. Che, ironia della sorte, non solo sono disponibili ma, ormai, lo sono pure in abbondanza. Anzi, risultano fin troppe, una vasta e inutile marea. «Ne abbiamo un'ampia disponibilità», conferma Carlo Zanetti, dirigente dell'istituto comprensivo Trento 2, «e le forniamo alle famiglie, che però preferiscono, se possono, usare le proprie». Quindi, che fare di questi dispositivi, che peraltro hanno una data di scadenza? Il dilemma serpeggia in numerose scuole. Ci sono istituti che, per evitare che finisca tutto in discarica, hanno già provveduto, tramite associazioni benefiche, a inviarle in Paesi dove le mascherine scarseggiano. Le stesse istituzioni trentine sono ben consapevoli del problema, che però non dipende da loro. «Abbiamo ricevuto quelle che sono state delle segnalazioni, delle lamentele da parte del mondo della scuola», aveva dichiarato in proposito, ancora mesi fa, l'Assessore provinciale all'istruzione Mirko Bisesti, intervenendo in Consiglio provinciale e auspicando si possa «far luce maggiormente sui dispositivi forniti dallo Stato». Già, lo Stato. Perché le mascherine impossibili da indossare, come noto, non sono prodotte in Trentino. Arrivano dritte dal ministero. E, a loro volta, sono frutto del multimilionario contratto che, su input di Domenico Arcuri, durante la gestione della pandemia del governo di Giuseppe Conte, la struttura commissariale aveva sottoscritto con Fca, messasi all'improvviso a produrre mascherine in due stabilimenti riconvertiti allo scopo. Il punto è che queste mascherine, oltre a essere scomode, talvolta sono pure risultate inadeguate a fornire protezione. Come i lettori della Verità ricorderanno, già nell'ottobre 2020, Rossano Rasso, sottosegretario all'Istruzione in quota Lega, si era mosso per chiedere approfondimenti su due lotti di mascherine Fca destinate alle scuole che, successivamente, sono risultati non a norma. Peccato che la nota di ritiro di quelle mascherine farlocche, disposta dal ministero di Speranza, sia datata 6 settembre 2021. C'è dunque voluto quasi un anno per certificare un problema parso da subito, già all'olfatto, palese. Beninteso, non si sta dicendo che le mascherine ammassate nelle scuole del Trentino Alto Adige - da inizio pandemia, ne sono arrivate la bellezza di oltre 35 milioni di unità - siano non a norma. Di certo c'è, come si diceva, che comunque nessuno le vuole. Eppure il paradossale approvvigionamento di dispositivi, anche se Arcuri è uscito di scena - e le sue mascherine sono sotto la lente degli inquirenti -, continua. Con il risultato che i dirigenti scolastici trentini non sanno più come disfarsi di quelle mascherine sgradite e in esubero. Il colossale spreco così continua. Tanto paga Pantalone.
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Dall’anno scorso, per questa ragione, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha avviato un’istruttoria sull’operato di Dolomiti Superski e sulle sue presunte violazioni delle norme di libera concorrenza. Federconsorzi Dolomiti Superski e i 12 consorzi che ne fanno parte (tra le province di Bolzano, Trento e Belluno) hanno risposto negoziando una serie di proposte. La più discussa riguarderebbe un rimborso skipass per le stagioni 2022/23, 2023/24, 2024/25. Verrebbero messi sul piatto 30 milioni di euro, cifra che potrebbe corrispondere proprio a quella della sanzione massima che l’Agcm potrebbe infliggere all’azienda in caso di violazioni accertate, pari al 10% del suo fatturato. L’erogazione di 30 milioni sarebbe prevista in due forme: come «rimborso diretto monetario», pari al 20% del prezzo di uno skipass plurigiornaliero acquistato nelle ultime tre stagioni concluse, 2022/2023, 2023/2024 e 2024/2025, e a tal fine sarebbe garantito un tetto di 12 milioni. Oppure come sconto sull’acquisto di uno skipass futuro (pari al 30% del precedente esborso, con 18 milioni disponibili). Tuttavia Assoutenti non pare soddisfatta. «La soluzione non convince», afferma il presidente Gabriele Melluso, «i rimborsi saranno di entità diversa a seconda della scelta del consumatore di ottenere un indennizzo in denaro o un buono sconto su acquisti futuri, circostanza che crea discriminazioni e induce gli utenti ad acquistare nuovi skipass se vogliono ottenere il più alto vantaggio possibile. Inoltre i rimborsi arriveranno solo a chi si attiverà prima, e una volta terminato il fondo messo a disposizione, chi presenterà la richiesta, pur avendo diritto a ottenere un indennizzo, rimarrà a mani vuote». Non comparirebbe inoltre tra gli impegni la volontà di abbassare per tutti gli sciatori le tariffe skipass. In effetti l’erogazione dei risarcimenti sarà garantita dal meccanismo «first come, first served», cioè chi prima arriva, meglio alloggia. Ma non è l’unico argomento di discussione. Tra le proposte riparatrici avanzate da Dolomiti Superski, quella di «garantire piena libertà decisionale» ai consorzi «in merito a prezzi e sconti degli skipass, eliminando ogni asserita forma di coordinamento delle politiche commerciali», rendendo ciascuno libero di «determinare autonomamente la propria strategia». La proposta sarebbe quella di eliminare «tutte le indicazioni dirette o indirette di prezzo», dunque «le tre fasce di prezzi/sconti nelle quali fino a oggi venivano collocati i consorzi e le stesse soglie di sconto minimo e massimo». Dopodiché sarebbe stata prospettata l’eliminazione «di qualsivoglia forma di coordinamento» delle promozioni, eccezion fatta per la facoltà del Superski di richiedere ai consorzi di aderire al «Dolomiti Superpremière» e ai «Dolomiti Springdays». C’è tempo fino al 27 maggio per accogliere i rilievi del caso, fino alla decisione finale dell’Autorità.
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Luca Di Donna e Francesco Alcaro
Dopo Giovanni Buini e Dario Bianchi, ieri è stato il turno di Francesco Alcaro, imprenditore informatico fondatore della società Jarvit Srl, convocato dalla commissione Covid dopo che, lo scorso 15 aprile, Giacomo Amadori sulla Verità aveva pubblicato il contratto che legava l’imprenditore a Di Donna (che lavorava nello studio del professor Guido Alpa, come l’ex premier grillino). Alcaro, che nel 2020 stava lavorando su un progetto da 3 milioni di euro, ha riferito di essere stato approcciato da Di Donna ed Esposito i quali, in cambio della loro intermediazione, hanno richiesto una percentuale del 5% sul valore del progetto. Il manager ha sottoscritto il contratto raccontando che, quando ha ricevuto la mail dell’ex collega di Conte con la proposta, è andato a controllare sul sito dello studio Alpa chi fossero i componenti: «Ho fatto delle ricerche e ho ritenuto in quel caso che lo studio Alpa avesse una competenza molto importante perché c’erano figure che erano molto esposte e con esperienza». Quali? «Giuseppe Conte, ad esempio», è stata la replica di Alcaro.
L’imprenditore, una volta resosi conto che il lavoro sarebbe rimasto interamente in capo alla sua società («Il peso della realizzazione del progetto era al 90% sulla mia società e al 10% su di loro»), ha poi deciso di risolvere il contratto. La vicenda sarebbe finita qui, secondo Alfonso Colucci, capogruppo M5s in commissione Covid, che in una nota ha dichiarato che l’audizione di Alcaro è stata «un flop […] nel vano tentativo di far pronunciare ad Alcaro un addebito a carico di Conte o quantomeno dello stesso Di Donna».
Molte cose, però, non tornano. La prima è che Di Donna ed Esposito hanno mandato all’imprenditore le loro email, inerenti la realizzazione del piano da 3 milioni, proprio dal dominio internet dello studio Alpa dove, fino all’anno prima, Conte ha svolto la sua attività professionale: «Quello che ha determinato la mia scelta è stato proprio lo studio Alpa. Se la mail fosse arrivata da un altro indirizzo probabilmente ci avrei pensato molto di più», ha rivelato il manager. La seconda è che non è stato l’imprenditore a contattare Di Donna ed Esposito ma viceversa: nella testimonianza, Alcaro ha dichiarato di non ricordare se la prima telefonata operativa la avesse fatta lui o i due avvocati, ma ha confermato al presidente della commissione Covid Marco Lisei (Fdi) che sono stati proprio i due legali a proporre alla Jarvit i servizi e non lui ad averli cercati. Incalzato da Alice Buonguerrieri (Fdi), che gli chiedeva per quale motivo avesse accettato condizioni contrattuali capestro, la risposta di Alcaro è stata chiara: il fondatore della Jarvit ha confermato che Di Donna si era reso «certo della possibile riuscita del progetto». Ed è quantomeno curiosa questa certezza a fronte di una prestazione dei due avvocati che, a detta dell’imprenditore, non è stata soddisfacente.
«Quale attività avrebbe, dunque, dovuto fare il collega di Conte a fronte della richiesta di centinaia di migliaia di euro di parcella?», ha commentato Buonguerrieri. «Siamo ancora una volta di fronte a un’anomala ed enorme richiesta di denaro coperta dal solito contratto di consulenza farlocco, come già emerso nei casi di Giovanni Buini e Dario Bianchi. Fratelli d’Italia andrà fino in fondo a questa vicenda per capire come e perché un collega dell’allora premier Giuseppe Conte potesse avere tale accesso ai gangli decisionali del potere», ha concluso Buonguerrieri.
«L’audizione di oggi in commissione Covid ha visto per la terza volta un testimone affermare che in piena pandemia l’avvocato Luca Di Donna, collega di studio dell’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte, era intento a procacciare affari richiedendo percentuali a proprio favore. Questa nuova testimonianza rende ineludibili ulteriori indagini per appurare quanto Giuseppe Conte sapesse dell’operato di un suo collega di studio», hanno aggiunto Galeazzo Bignami e Lucio Malan, presidenti rispettivamente dei deputati e dei senatori di Fratelli d’Italia.
Resta da capire, in effetti, per quale motivo Conte non abbia ancora preso iniziative nei confronti dell’ex collega di studio. Certo è che la provocazione dell’ex premier lanciata in Aula contro i deputati di Fdi affinché facciano a meno dell’immunità per poi «vedersela in tribunale» lascia il tempo che trova: l’immunità parlamentare è funzionale all’incarico e i deputati non possono, sic et simpliciter, rinunciarvi. Dovrebbe essere semmai la giunta per le autorizzazioni a procedere a valutare, caso per caso, se revocarla, ma è difficile che lo faccia in assenza di denunce.
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Ansa
Tra esse, in particolare, quella contenuta nel comma 3 dell’articolo 29, che abroga l’articolo 142 del Testo unico sulle spese di giustizia, in cui era prevista l’assistenza legale gratuita a favore degli stranieri extracomunitari nei processi avverso i provvedimenti di espulsione amministrativa adottati ai sensi dell’articolo 13 del decreto legislativo numero 286 del 1998. Si tratta di un primo, timido segnale della finalmente avvertita necessità di contrastare in qualche modo il fenomeno costituito dalla indiscriminata possibilità offerta a qualsiasi straniero extracomunitario entrato irregolarmente in Italia di avvalersi di assistenza legale a spese dello Stato per esperire tutti i possibili mezzi di impugnazione consentiti dal nostro ordinamento avverso i provvedimenti adottati nei suoi confronti sulla base della vigente normativa in materia di immigrazione.
Si tratta, però, appunto, soltanto di un timido segnale che, di fatto, sembra destinato a lasciare le cose come stanno. Tanto per cominciare, infatti, resta intatta la possibilità, per lo straniero extracomunitario, di ottenere l’ordinaria ammissione al patrocinio a spese dello Stato sulla base di una semplice e incontrollabile autocertificazione circa l’inesistenza o l’insufficienza di redditi prodotti all’estero, quando - come in realtà avviene, per le più varie ragioni, nella grande maggioranza dei casi - si ritenga che egli si sia trovato nell’impossibilità di ottenere una certificazione da parte dell’autorità consolare del suo Paese, come richiesto dall’articolo 79, comma 2, del Testo unico sulle spese di giustizia. Ciò sulla base della sentenza della Corte costituzionale numero 157 del 2021, dichiarativa della parziale incostituzionalità di detta ultima norma, appunto nella parte in cui non prevedeva che, in caso di impossibilità di ottenere la certificazione consolare, alla sua mancanza potesse supplirsi con un’autocertificazione dell’interessato. Secondariamente, resta pure intatta la previsione, contenuta nell’articolo 14, comma 4, del citato decreto legislativo numero 286/1998, in base alla quale lo straniero extracomunitario è in ogni caso ammesso al patrocinio a spese dello Stato nel procedimento di convalida del provvedimento con il quale viene disposto, in vista dell’espulsione, il suo trattenimento in un centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr). Così come, infine, resta intatta la previsione dell’articolo 16, comma 2, del decreto legislativo numero 25 del 2008, per la quale, ai fini delle impugnazioni delle decisioni in materia di riconoscimento dello status di rifugiato o di altre forme di protezione internazionale, lo straniero - per via del richiamo all’articolo 94 del Testo unico sulle spese di giustizia che, a sua volta, richiama il già citato articolo 79, comma 2, del medesimo Testo unico - è ammesso al patrocinio a spese dello Stato alla sola condizione, per quanto riguarda il requisito reddituale, costituita dalla produzione della stessa autocertificazione prevista dalla sentenza della Corte costituzionale di cui si è detto in precedenza.
Vi è, peraltro, da osservare, a quest’ultimo proposito, che nella medesima sentenza si afferma che dovrebbe essere onere dell’interessato provare «di aver compiuto tutto quanto esigibile secondo correttezza e diligenza» per ottenere, senza poi esservi riuscito, la certificazione da parte dell’autorità consolare del suo Paese, solo a tale condizione potendosi ammettere che essa sia sostituita dall’autocertificazione dello stesso interessato. Ma la verifica di tale condizione, nella pratica quotidiana, viene spesso e volentieri omessa, prendendosi per buono, purché non palesemente inverosimile, solo quanto affermato dall’interessato a sostegno dell’asserita «impossibilità» di ottenere la certificazione in questione. Da qui una prima conclusione, e cioè quella che sarebbe opportuno prevedere come obbligatorio, con apposita norma, che, quando lo straniero sia ammesso al gratuito patrocinio sulla base dell’autocertificazione da lui prodotta, nel relativo provvedimento si attesti l’avvenuta effettuazione della suddetta verifica e si indichino le ragioni per le quali essa abbia avuto esito positivo.
Ma una seconda e più importante conclusione è quella alla quale dovrebbe giungersi con riguardo al già accennato fenomeno costituito dalle impugnazioni che, grazie alla indiscriminata disponibilità dell’assistenza legale gratuita, vengono sistematicamente proposte dagl’interessati avverso ogni sorta di provvedimenti ad essi sfavorevoli in materia di immigrazione, indipendentemente dall’esistenza o meno di ragionevoli prospettive di un loro accoglimento. Per eliminare o, almeno, ridurre significativamente tale fenomeno, sarebbe necessario prevedere che l’assistenza legale gratuita possa essere negata ogni qual volta l’impugnazione che si intenda proporre avverso un determinato provvedimento appaia chiaramente destinata all’insuccesso. Ciò in perfetta conformità a quanto espressamente previsto tanto all’articolo 20, comma 3, dell’ancora vigente direttiva europea numero 32 del 2013 quanto all’articolo 29, comma 3, lettera b), della direttiva europea numero 1.346 del 2024, applicabile a partire dal 12 giugno 2026, fermo restando che, come pure espressamente previsto da detta ultima norma, l’assistenza legale gratuita sarebbe sempre concessa al solo, limitato fine della proposizione dell’impugnazione avverso il provvedimento con il quale essa sia stata negata. E dovrebbe, in particolare, ritenersi destinata, di regola, all’insuccesso ogni impugnazione avverso provvedimenti di diniego della protezione internazionale adottati nei numerosi casi, elencati negli articoli 28 ter e 29 del Decreto legislativo numero 25 del 2008, in cui la relativa richiesta sia da considerare inammissibile o manifestamente infondata; casi tra i quali rientra, ad esempio, quello che il richiedente asilo provenga da un Paese da ritenersi «sicuro».
Ai fini dell’adozione degli auspicabili interventi normativi di cui si è detto, potrebbe rivelarsi provvidenziale il «pasticcio» creatosi con l’emanazione, contestualmente alla conversione in legge del decreto legge numero 23/2026, del decreto legge «correttivo» numero 55/2026. In sede di conversione, infatti, di quest’ultimo decreto, ad esso potrebbero apportarsi, vertendosi comunque nella stessa materia, le modifiche nelle quali verrebbero a sostanziarsi i suddetti interventi (nella speranza che, naturalmente, in ossequio all’ormai avvenuta trasformazione dello Stato in senso monarchico, vi sia anche l’assenso del Sovrano che ha sede sul colle più alto).
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