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2021-10-10
Nuovo decreto o maratona in Aula: il disastro si può ancora scongiurare
Mario Draghi (Ansa)
Dal 16 settembre scorso (giorno in cui il Consiglio dei Ministri discusse e annunciò il decreto-legge sull'obbligo di green pass in tutti i luoghi di lavoro), e poi dal successivo 21 settembre (giorno in cui fu pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale la versione finale del decreto), non c'è stata una sola mattina in cui la Verità, a partire dagli editoriali del direttore Maurizio Belpietro, abbia dimenticato di chiedere a gran voce di modificare quelle disposizioni.
Da subito e fino a ieri, questo giornale non ha cessato di indicare le contraddizioni teoriche (siamo l'unico paese al mondo ad imporre un obbligo così esteso) e soprattutto i problemi pratici innescati dal provvedimento: nel lavoro pubblico (si pensi solo alle forze dell'ordine) e in quello privato, dalle grandi imprese a quelle più piccole, dalla logistica ai trasporti, fino al caos che si determinerà in ciascuna delle nostre case, visti gli effetti verso badanti, baby-sitter e colf.
Per lunghi giorni, la risposta è stata un assordante coro del tipo: «Il green pass è uno strumento di libertà». Una specie di esorcismo, di formula ripetuta ossessivamente per negare i problemi che però, a poco a poco, si sono manifestati nella loro enormità.
E così, piano piano, dai governatori agli industriali, adesso tutti convergono con il nostro allarme. Ieri, non ultima per importanza, è arrivata la presa di posizione di Filiera Italia: «Così com'è scritta, la norma del green pass sui luoghi di lavoro è inapplicabile». E poche ore prima, erano stati i governatori Luca Zaia su Repubblica («Lei non ha idea del caos che scoppierà nelle aziende il 15 ottobre, perché non saremo in grado di offrire a tutti i non vaccinati un tampone ogni 48 ore. Gli imprenditori con cui parlo io sono preoccupatissimi») e Massimiliano Fedriga sulla Stampa («Non possiamo penalizzare le aziende in questa fase fondamentale di ripresa») a chiedere a gran voce modifiche urgenti.
Insomma, siamo giunti alla mattina del 10 ottobre, e la norma appare ormai orfana: non c'è un solo «babbo» o «mamma», politicamente parlando, che la rivendichi così com'è, o che neghi il caos che si determinerà tra cinque giorni, il 15 ottobre, quando scatterà l'obbligo di green pass nella sua versione più rigida e generalizzata.
Soluzioni? Il ventaglio degli interventi possibili è ampio, dall'ipotesi più forte e razionale, che ci riallineerebbe agli altri Paesi occidentali (abolire tout court l'obbligo di green pass per lavorare) fino a interventi per attenuare e smussare. Matteo Salvini ha per lo meno proposto di allungare la durata minima del green pass da tampone da 48 a 72 ore («È possibile, anzi doveroso e previsto dall'Europa. Evitare caos, blocchi e licenziamenti il 15 ottobre è fondamentale»). Zaia chiede di autorizzare le imprese all'uso dei test rapidi nasali, mentre nessuno ha ricordato l'altra soluzione semplice, e cioè lo sdoganamento dei tamponi salivari rapidi.
Tutti però concordano sull'urgenza, sottolineata ad esempio da Fedriga: «Bisogna fare presto, perché il 15 ottobre è arrivato e le aziende non possono organizzarsi dall'oggi al domani. E in molti casi, pensi ad esempio agli autisti del trasporto pubblico locale, non possono permettersi di lasciare a casa i lavoratori, perché non sanno come sostituirli».
E allora come si fa? La Verità propone qui due strade entrambe praticabili: la prima passa dal Parlamento, la seconda dal governo.
Prima ipotesi: com'è noto, ogni decreto-legge, dopo essere stato varato dal governo, deve essere approvato dal Parlamento (tecnicamente si chiama «conversione in legge»: le Camere modificano il testo e lo trasformano in una legge) entro 60 giorni. Nel nostro caso, i due rami del Parlamento potrebbero eccezionalmente (un po' come se si fosse nell'ultima settimana di una sessione di bilancio, nel rush finale per impedire di finire in esercizio provvisorio) discutere, introdurre le modifiche necessarie e approvare tutto non in 60 ma in cinque giorni, lavorando giorno e notte (tra Commissione e Aula, prima in un ramo e poi nell'altro del Parlamento).
Seconda ipotesi (ancora più semplice): il governo potrebbe riconvocarsi entro uno- due giorni e varare un nuovo decreto-legge, con tutte le correzioni necessarie, che entrerebbe in vigore subito dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale (e comunque prima del 15 ottobre), salvo poi lasciare al Parlamento 60 giorni per la conversione.
Nell'uno o nell'altro modo, si potrebbe fare in tempo, impedendo che il 15 ottobre si trasformi nell'inizio di un caos previsto ed evitabile.
Agli antipodi di tutto ciò, su una linea diametralmente opposta, si pone invece l'ipotesi avanzata ieri da Forza Italia, attraverso la capogruppo a Palazzo Madama Anna Maria Bernini, che ha esplicitamente evocato l'obbligo vaccinale come «opportunità» da valutare «davvero molto seriamente da parte del governo».
«Non dateci le mascherine di Fca»
Ad ormai oltre un anno e mezzo dall'inizio della pandemia, quello delle mascherine targate Fca, farlocche e per di più puzzolenti, è uno scandalo che non accenna a scemare e che interessa svariate zone del Paese. La conferma arriva dalla Provincia di Trento dove centinaia, anzi migliaia di mascherine giacciono nelle scuole inutilizzate. E, ormai, destinate a rimanere tali. Sì, perché sono sia maleodoranti sia di scarsa vestibilità, tanto da essersi guadagnate la poco edificante fama di dispositivi «mutanda». Per non parlare, poi, del potere filtrante, sul quale è più che lecito nutrire dubbi.
Come in altre parti d'Italia, in Trentino il disagio non interessa un singolo istituto. «Abbiamo 200 scatoloni», ha per esempio spiegato, ripresa ieri dal Corriere del Trentino, Teresa Periti, dirigente del liceo Russel di Cles, «e noi le distribuiamo ma i ragazzi non le vogliono». 200 scatoloni giacciono inutilizzati anche in una scuola dell'Alto Garda. E così in altre scuole, mentre continua l'arrivo di queste mascherine. Che, ironia della sorte, non solo sono disponibili ma, ormai, lo sono pure in abbondanza. Anzi, risultano fin troppe, una vasta e inutile marea.
«Ne abbiamo un'ampia disponibilità», conferma Carlo Zanetti, dirigente dell'istituto comprensivo Trento 2, «e le forniamo alle famiglie, che però preferiscono, se possono, usare le proprie». Quindi, che fare di questi dispositivi, che peraltro hanno una data di scadenza? Il dilemma serpeggia in numerose scuole. Ci sono istituti che, per evitare che finisca tutto in discarica, hanno già provveduto, tramite associazioni benefiche, a inviarle in Paesi dove le mascherine scarseggiano.
Le stesse istituzioni trentine sono ben consapevoli del problema, che però non dipende da loro. «Abbiamo ricevuto quelle che sono state delle segnalazioni, delle lamentele da parte del mondo della scuola», aveva dichiarato in proposito, ancora mesi fa, l'Assessore provinciale all'istruzione Mirko Bisesti, intervenendo in Consiglio provinciale e auspicando si possa «far luce maggiormente sui dispositivi forniti dallo Stato».
Già, lo Stato. Perché le mascherine impossibili da indossare, come noto, non sono prodotte in Trentino. Arrivano dritte dal ministero. E, a loro volta, sono frutto del multimilionario contratto che, su input di Domenico Arcuri, durante la gestione della pandemia del governo di Giuseppe Conte, la struttura commissariale aveva sottoscritto con Fca, messasi all'improvviso a produrre mascherine in due stabilimenti riconvertiti allo scopo. Il punto è che queste mascherine, oltre a essere scomode, talvolta sono pure risultate inadeguate a fornire protezione.
Come i lettori della Verità ricorderanno, già nell'ottobre 2020, Rossano Rasso, sottosegretario all'Istruzione in quota Lega, si era mosso per chiedere approfondimenti su due lotti di mascherine Fca destinate alle scuole che, successivamente, sono risultati non a norma.
Peccato che la nota di ritiro di quelle mascherine farlocche, disposta dal ministero di Speranza, sia datata 6 settembre 2021. C'è dunque voluto quasi un anno per certificare un problema parso da subito, già all'olfatto, palese.
Beninteso, non si sta dicendo che le mascherine ammassate nelle scuole del Trentino Alto Adige - da inizio pandemia, ne sono arrivate la bellezza di oltre 35 milioni di unità - siano non a norma.
Di certo c'è, come si diceva, che comunque nessuno le vuole. Eppure il paradossale approvvigionamento di dispositivi, anche se Arcuri è uscito di scena - e le sue mascherine sono sotto la lente degli inquirenti -, continua.
Con il risultato che i dirigenti scolastici trentini non sanno più come disfarsi di quelle mascherine sgradite e in esubero. Il colossale spreco così continua. Tanto paga Pantalone.
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In cinque giorni, Parlamento e governo hanno il tempo per evitare il caos del pass a lavoro: le Camere possono discutere e modificare le norme attuali. All'esecutivo, invece, basterebbe varare un testo correttivo.Nelle scuole trentine migliaia di dispositivi scomodi e maleodoranti, voluti da Domenico Arcuri, sono negli scatoloni. Gli alunni le rifiutano e i presidi implorano il ministero: «Basta».Lo speciale contiene due articoli.Dal 16 settembre scorso (giorno in cui il Consiglio dei Ministri discusse e annunciò il decreto-legge sull'obbligo di green pass in tutti i luoghi di lavoro), e poi dal successivo 21 settembre (giorno in cui fu pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale la versione finale del decreto), non c'è stata una sola mattina in cui la Verità, a partire dagli editoriali del direttore Maurizio Belpietro, abbia dimenticato di chiedere a gran voce di modificare quelle disposizioni. Da subito e fino a ieri, questo giornale non ha cessato di indicare le contraddizioni teoriche (siamo l'unico paese al mondo ad imporre un obbligo così esteso) e soprattutto i problemi pratici innescati dal provvedimento: nel lavoro pubblico (si pensi solo alle forze dell'ordine) e in quello privato, dalle grandi imprese a quelle più piccole, dalla logistica ai trasporti, fino al caos che si determinerà in ciascuna delle nostre case, visti gli effetti verso badanti, baby-sitter e colf. Per lunghi giorni, la risposta è stata un assordante coro del tipo: «Il green pass è uno strumento di libertà». Una specie di esorcismo, di formula ripetuta ossessivamente per negare i problemi che però, a poco a poco, si sono manifestati nella loro enormità.E così, piano piano, dai governatori agli industriali, adesso tutti convergono con il nostro allarme. Ieri, non ultima per importanza, è arrivata la presa di posizione di Filiera Italia: «Così com'è scritta, la norma del green pass sui luoghi di lavoro è inapplicabile». E poche ore prima, erano stati i governatori Luca Zaia su Repubblica («Lei non ha idea del caos che scoppierà nelle aziende il 15 ottobre, perché non saremo in grado di offrire a tutti i non vaccinati un tampone ogni 48 ore. Gli imprenditori con cui parlo io sono preoccupatissimi») e Massimiliano Fedriga sulla Stampa («Non possiamo penalizzare le aziende in questa fase fondamentale di ripresa») a chiedere a gran voce modifiche urgenti.Insomma, siamo giunti alla mattina del 10 ottobre, e la norma appare ormai orfana: non c'è un solo «babbo» o «mamma», politicamente parlando, che la rivendichi così com'è, o che neghi il caos che si determinerà tra cinque giorni, il 15 ottobre, quando scatterà l'obbligo di green pass nella sua versione più rigida e generalizzata. Soluzioni? Il ventaglio degli interventi possibili è ampio, dall'ipotesi più forte e razionale, che ci riallineerebbe agli altri Paesi occidentali (abolire tout court l'obbligo di green pass per lavorare) fino a interventi per attenuare e smussare. Matteo Salvini ha per lo meno proposto di allungare la durata minima del green pass da tampone da 48 a 72 ore («È possibile, anzi doveroso e previsto dall'Europa. Evitare caos, blocchi e licenziamenti il 15 ottobre è fondamentale»). Zaia chiede di autorizzare le imprese all'uso dei test rapidi nasali, mentre nessuno ha ricordato l'altra soluzione semplice, e cioè lo sdoganamento dei tamponi salivari rapidi. Tutti però concordano sull'urgenza, sottolineata ad esempio da Fedriga: «Bisogna fare presto, perché il 15 ottobre è arrivato e le aziende non possono organizzarsi dall'oggi al domani. E in molti casi, pensi ad esempio agli autisti del trasporto pubblico locale, non possono permettersi di lasciare a casa i lavoratori, perché non sanno come sostituirli».E allora come si fa? La Verità propone qui due strade entrambe praticabili: la prima passa dal Parlamento, la seconda dal governo. Prima ipotesi: com'è noto, ogni decreto-legge, dopo essere stato varato dal governo, deve essere approvato dal Parlamento (tecnicamente si chiama «conversione in legge»: le Camere modificano il testo e lo trasformano in una legge) entro 60 giorni. Nel nostro caso, i due rami del Parlamento potrebbero eccezionalmente (un po' come se si fosse nell'ultima settimana di una sessione di bilancio, nel rush finale per impedire di finire in esercizio provvisorio) discutere, introdurre le modifiche necessarie e approvare tutto non in 60 ma in cinque giorni, lavorando giorno e notte (tra Commissione e Aula, prima in un ramo e poi nell'altro del Parlamento). Seconda ipotesi (ancora più semplice): il governo potrebbe riconvocarsi entro uno- due giorni e varare un nuovo decreto-legge, con tutte le correzioni necessarie, che entrerebbe in vigore subito dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale (e comunque prima del 15 ottobre), salvo poi lasciare al Parlamento 60 giorni per la conversione. Nell'uno o nell'altro modo, si potrebbe fare in tempo, impedendo che il 15 ottobre si trasformi nell'inizio di un caos previsto ed evitabile. Agli antipodi di tutto ciò, su una linea diametralmente opposta, si pone invece l'ipotesi avanzata ieri da Forza Italia, attraverso la capogruppo a Palazzo Madama Anna Maria Bernini, che ha esplicitamente evocato l'obbligo vaccinale come «opportunità» da valutare «davvero molto seriamente da parte del governo». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nuovo-decreto-o-maratona-in-aula-il-disastro-si-puo-ancora-scongiurare-2655263781.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="non-dateci-le-mascherine-di-fca" data-post-id="2655263781" data-published-at="1633807566" data-use-pagination="False"> «Non dateci le mascherine di Fca» Ad ormai oltre un anno e mezzo dall'inizio della pandemia, quello delle mascherine targate Fca, farlocche e per di più puzzolenti, è uno scandalo che non accenna a scemare e che interessa svariate zone del Paese. La conferma arriva dalla Provincia di Trento dove centinaia, anzi migliaia di mascherine giacciono nelle scuole inutilizzate. E, ormai, destinate a rimanere tali. Sì, perché sono sia maleodoranti sia di scarsa vestibilità, tanto da essersi guadagnate la poco edificante fama di dispositivi «mutanda». Per non parlare, poi, del potere filtrante, sul quale è più che lecito nutrire dubbi. Come in altre parti d'Italia, in Trentino il disagio non interessa un singolo istituto. «Abbiamo 200 scatoloni», ha per esempio spiegato, ripresa ieri dal Corriere del Trentino, Teresa Periti, dirigente del liceo Russel di Cles, «e noi le distribuiamo ma i ragazzi non le vogliono». 200 scatoloni giacciono inutilizzati anche in una scuola dell'Alto Garda. E così in altre scuole, mentre continua l'arrivo di queste mascherine. Che, ironia della sorte, non solo sono disponibili ma, ormai, lo sono pure in abbondanza. Anzi, risultano fin troppe, una vasta e inutile marea. «Ne abbiamo un'ampia disponibilità», conferma Carlo Zanetti, dirigente dell'istituto comprensivo Trento 2, «e le forniamo alle famiglie, che però preferiscono, se possono, usare le proprie». Quindi, che fare di questi dispositivi, che peraltro hanno una data di scadenza? Il dilemma serpeggia in numerose scuole. Ci sono istituti che, per evitare che finisca tutto in discarica, hanno già provveduto, tramite associazioni benefiche, a inviarle in Paesi dove le mascherine scarseggiano. Le stesse istituzioni trentine sono ben consapevoli del problema, che però non dipende da loro. «Abbiamo ricevuto quelle che sono state delle segnalazioni, delle lamentele da parte del mondo della scuola», aveva dichiarato in proposito, ancora mesi fa, l'Assessore provinciale all'istruzione Mirko Bisesti, intervenendo in Consiglio provinciale e auspicando si possa «far luce maggiormente sui dispositivi forniti dallo Stato». Già, lo Stato. Perché le mascherine impossibili da indossare, come noto, non sono prodotte in Trentino. Arrivano dritte dal ministero. E, a loro volta, sono frutto del multimilionario contratto che, su input di Domenico Arcuri, durante la gestione della pandemia del governo di Giuseppe Conte, la struttura commissariale aveva sottoscritto con Fca, messasi all'improvviso a produrre mascherine in due stabilimenti riconvertiti allo scopo. Il punto è che queste mascherine, oltre a essere scomode, talvolta sono pure risultate inadeguate a fornire protezione. Come i lettori della Verità ricorderanno, già nell'ottobre 2020, Rossano Rasso, sottosegretario all'Istruzione in quota Lega, si era mosso per chiedere approfondimenti su due lotti di mascherine Fca destinate alle scuole che, successivamente, sono risultati non a norma. Peccato che la nota di ritiro di quelle mascherine farlocche, disposta dal ministero di Speranza, sia datata 6 settembre 2021. C'è dunque voluto quasi un anno per certificare un problema parso da subito, già all'olfatto, palese. Beninteso, non si sta dicendo che le mascherine ammassate nelle scuole del Trentino Alto Adige - da inizio pandemia, ne sono arrivate la bellezza di oltre 35 milioni di unità - siano non a norma. Di certo c'è, come si diceva, che comunque nessuno le vuole. Eppure il paradossale approvvigionamento di dispositivi, anche se Arcuri è uscito di scena - e le sue mascherine sono sotto la lente degli inquirenti -, continua. Con il risultato che i dirigenti scolastici trentini non sanno più come disfarsi di quelle mascherine sgradite e in esubero. Il colossale spreco così continua. Tanto paga Pantalone.
Il fermaglio ritrovato ieri sul sentiero vicino alla casa famigla. Nel riquadro Alysia e Sarah (Ansa)
Nella giornata di ieri, un fermaglio rosso con piccoli fiorellini bianchi è stato trovato nei pressi della casa famiglia. La prima vera traccia. Lo ha reso noto l’associazione Penelope. Il papà ha confermato che Sarah portava spesso dei fermagli, quindi si presume che appartenga proprio a lei. Le ricerche, intanto, proseguono senza sosta e si sono concentrate nelle aree che circondano la comunità che ospitava le giovani, nell’Aquilano. Subito dopo la segnalazione della scomparsa, le forze dell’ordine stanno setacciando la zona. Le attività di ricerca, coordinate dalla Procura di Sulmona, si stanno dirigendo pure in diversi Comuni del comprensorio cassinate, dove sono stati effettuati controlli in casolari, abitazioni isolate e strutture rurali.
Secondo quanto emerso finora, una delle ipotesi investigative è che le due ragazze possano aver trovato rifugio grazie all’aiuto di un adulto o di persone a loro vicine. Gli inquirenti non escludono che, dopo l’allontanamento dalla struttura abruzzese, possano essersi spostate verso un’area più vicina ai luoghi della loro infanzia e alle relazioni maturate negli anni precedenti. Le piccole erano monitorate dai servizi sociali dal 2020, dopo la difficile separazione dei genitori. Lo scorso 28 maggio, il tribunale aveva emesso un provvedimento con cui dichiarava decaduta la potestà genitoriale della mamma Valentina D’Acunto, riconoscendola invece al papà Stefano Di Giacinto.
Gli investigatori stanno indagando ad ampio raggio non escludendo l’ipotesi del rapimento. Le ricerche si sono appunto allargate alla zona del Cassinate proprio perché questo territorio rappresenta una naturale cerniera territoriale con Minturno e il Sud pontino, zona dalla quale proviene la famiglia. La Procura di Cassino e quella di Sulmona stanno collaborando in modo sinergico. Il procuratore capo di Cassino, Carlo Fucci, e il procuratore capo di Sulmona, Luciano D’Angelo, mantengono un costante scambio di informazioni investigative finalizzato alla ricostruzione del contesto familiare e relazionale delle ragazze. Tra gli elementi trasmessi agli uffici abruzzesi vi sarebbero anche atti e documentazione relativi alla complessa vicenda familiare, caratterizzata negli anni da una forte conflittualità tra i genitori e da provvedimenti del tribunale per i minorenni che avevano portato all’inserimento delle due sorelle nel circuito delle comunità educative.
L’inchiesta aperta dalla Procura di Sulmona procede per il reato di sottrazione di minori contro ignoti. Gli investigatori stanno verificando la possibilità che qualcuno abbia favorito o organizzato l’allontanamento delle ragazze dalla struttura. Questa ipotesi è rafforzata dal fatto che le due sorelline sarebbero uscite senza i cellulari. Infatti, i loro telefonini sono stati trovati nella casa famiglia e restituiti alla mamma. Ma, nelle ultime ore è emerso che le minori sarebbero in possesso di altri due cellulari le cui schede però risultano intestate a un uomo di origine kosovara e al compagno della mamma di Sarah e Alisya. Gli inquirenti stanno visionando tutte le immagini delle telecamere di videosorveglianza acquisite nelle ore successive alla scomparsa per capire se qualcuno si sia avvicinato alle ragazzine.
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La sede del Ministero della Cultura (Ansa)
«Marcell*, come here». Da scrivere rigorosamente con l’asterisco perché 66 anni dopo, l’umida e felliniana passeggiata di Anita Ekberg con sciabordio sarà un trionfo genderfluid. Accade stasera nella Roma pervasa da ogni tipo di gay pride (domani l’apoteosi con la sfilatissima), dove anche la fontana di Trevi diventa arcobaleno per un colpo di mano del serissimo (un tempo) Istituto centrale per la grafica, emanazione diretta del ministero della Cultura. L’evento a chiare tinte Lgtbq+ è annunciato con un fremito di emozione dal vertice dell’Icg: «Sarà una serata d’arte, di musica e di inclusione, con un mix di linguaggi diversi e prospettive contemporanee, nel segno della libertà espressiva e del dialogo tra patrimonio culturale e pubblici diversificati con una particolare attenzione ai giovani e agli under 30».
Tutto più liquido dell’acqua verdognola dove baluginano le monete dei turisti. Tutto così sfacciatamente queer. Tutto per effetto di un blitz sotterraneo che sta mettendo in imbarazzo il ministro Alessandro Giuli, avvenuto a sua insaputa. A orchestrare la sorpresa è stato il direttore dell’istituto, Fabio De Chirico, dirigente del ministero, inventore del «Grafica Pride» e ferreo custode delle istanze progressiste, già intruppato nei boys della lunga stagione di Dario Franceschini. È il destino delle stanze del potere dove si affastellano nella penombra i relitti politici di altre ere geologiche. Non fai in tempo a voltarti da una parte che dietro l’angolo c’è qualcuno con la pulsione che rese famoso Stefano Ricucci: «Fare i fro… col ministro degli altri».
Così, improvvisamente, scopriamo che esiste il Grafica Pride. E che un ente pubblico con scopi culturali del tutto estranei alla propaganda ideologica si autonomina sponsor della sarabanda genderfluid. Come se Leonardo decidesse di dipingere in giugno i carri armati di rosa e la Zecca di Stato prendesse l’iniziativa di emettere valori bollati con la bandiera arcobaleno sormontata da simboli intersexual. Quasi tutto a spese dei contribuenti, come sottolinea Pro Vita & Famiglia, «visto che gli eventi (congressi, convegni, mostre) vengono sostenuti da finanziamento pubblico che per il 2026 ammonta a quasi 89.000 euro. E che il bilancio dell’Istituto centrale di grafica ha un avanzo di bilancio di 8,3 milioni di euro».
Dicevamo del blitz in penombra. Per rendere gaia la fontana progettata dall’architetto Nicola Salvi quasi 300 anni fa su richiesta di papa Clemente XII era necessario non farlo sapere al consiglio d’amministrazione, composto - oltre che dal frondista De Chirico - dai consiglieri designati dal Mic e dal Consiglio superiore dei Beni culturali Gianfranco Ferroni, Angelo Mellone, Paolo Corsini e Marco Tortoioli Ricci (quest’ultimo indicato dalla conferenza Stato-Regioni). Immediatamente dopo essere venuti a conoscenza del bizzarro Pride di complemento, i primi tre si sono dissociati. Ma ormai l’arcobaleno aleggiava sulla fontana.
Informato della deriva Village People, il ministro Giuli, parlando con La Verità, ha preso le distanze. «Sono stupefatto. Al di là del fatto che risulti più o meno inappuntabile sotto il profilo procedurale, ritengo l’iniziativa incoerente con le mie aspettative rispetto al lavoro dell’Istituto centrale di grafica. Sono anche stupito dal fatto che l’iniziativa non abbia coinvolto né la direzione generale dei musei, né il capo dipartimento, né il capo di gabinetto del ministero, né il ministro stesso. Il direttore ha il dovere di mantenere collegamenti con i suoi diretti superiori, soprattutto quando si tratta di iniziative che escono dal perimetro della missione dell’istituto. Non si tratta di essere pro gender o no gender, si tratta di avere una maggiore consapevolezza istituzionale. Ben venga un confronto su tutto ma ci sono luoghi più appropriati. E questo non è neanche un confronto, è l’adesione a una manifestazione profilata in un senso preciso, con un chiaro riverbero politico. Ciò detto, il ministro non censura, esprime la propria opinione e verifica che tutto sia fatto nel rispetto delle procedure». Stay tuned, qualche testa rischia di rotolare.
Il programma è tutto un programma, perfetto per un governo di sinistra ultrawoke. La serata con l’asterisco comincia con la presentazione del volume «Musei, genere e queerness», dove De Chirico dialoga con Viviana Gravano (storica dell’arte contemporanea che lavora da anni sui temi del postcoloniale e sugli studi di genere) e Annalisa Sacchi, docente di Estetica del teatro all’Università Iuav di Venezia dove ha istituito un percorso di «studi performativi e di genere», concentrato sulla sessualità e sulle «prospettive critiche decoloniali».
La kermesse viene annunciata così: «Un’occasione per riflettere sul ruolo dei musei come spazi aperti e inclusivi, capaci di accogliere nuove narrazioni e di interrogare il rapporto tra istituzioni culturali, identità, genere e rappresentazione». È un imperdibile viaggio dentro «queerness e museologia», con la pretesa di mettere la bandiera del Pride sugli spazi espositivi permanenti italiani. Chi si presenta col salvagente davanti al monumento simbolo della romanità per non annegare nel conformismo fluido, avrà un’ulteriore sorpresa: una performance dal titolo «L’amore che non osa dire il suo nome», con la drag queen Ilythia Gothier, famosa per il video su Tik Tok nel quale teorizza: «Non posso vivere una vita senza tacco a stiletto». Sarà accompagnata dalla collega Céline Esprit.
Nessun dubbio sull’estrazione ideologica, ancora meno sulla trappola per il ministro. Mentre la fontana di Trevi si prepara alla notte transgender, la speranza di noi cinefili da basso impero vira verso la commedia: e se nottetempo Totò la vendesse a un turista trumpiano?
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Giuseppe Conte e Ursula von der Leyen (Ansa)
In totale, secondo il calcolo del quotidiano confindustriale, i Paesi che hanno beneficiato dei finanziamenti dovranno versare nelle casse dell’Unione 37 miliardi e siccome il nostro Paese partecipa alle spese con una percentuale che oscilla fra il 12 e il 13%, l’Italia dovrà staccare un assegno di circa cinque miliardi. Non solo: a questi si aggiunge un’altra quindicina di miliardi previsti dal Quadro finanziario pluriennale dell’Unione europea, per un totale di una ventina di miliardi. In pratica, sul bilancio pubblico graverà per effetto del Pnrr e degli impegni previsti da Bruxelles l’equivalente di una manovra. Non ci vuole molto a capire che questo si tradurrà in minori spese per i prossimi anni o in maggiori tasse: se mancano 20 miliardi, infatti, in qualche modo si deve rimediare. Dunque, o si tagliano gli investimenti in alcuni settori che vanno dall’istruzione alla sanità, cioè i grandi capitoli di spesa del bilancio statale, oppure per recuperare il necessario occorre inventarsi qualche nuova tassa.
Qualcuno potrebbe chiedersi come sia possibile che il costo del Pnrr sia stato scoperto solo ora. In realtà, la sgradevole notizia di un prestito con gli interessi non è una novità. Infatti, prima citavo Giuseppe Liturri non a caso: negli ultimi anni credo che sulla Verità abbia scritto decine di articoli dedicati all’argomento, spiegando che quella montagna di quattrini non era gratis e che se avesse voluto, l’Italia avrebbe potuto trovare credito altrove senza sottostare agli obblighi di Bruxelles e, soprattutto, senza accettare denaro i cui costi erano oscuri. Purtroppo, gli interventi di Liturri sono stati ignorati dai giornaloni, che hanno preferito far credere all’opinione pubblica che la generosa Ue avesse deciso di donarci centinaia di miliardi. Quando Il Sole 24 Ore liquida la cosa dicendo che la questione dei costi del finanziamento del Pnrr era nota, «almeno lontano dai livelli più modesti di qualche propaganda politica», allude, senza dirlo, al fatto che i 5 stelle hanno accreditato per anni l’idea che i fondi fossero una gentile concessione senza oneri. Come se chi ottiene un prestito in banca non solo si rallegri con sé stesso fingendo di ignorare di essersi indebitato, ma faccia credere alle maestranze di essere più ricco di prima.
Giornali, opinionisti e politici a lungo hanno ignorato le ricadute dell’apertura di credito e oggi la Ue presenta il conto. Ma le cattive notizie non finiscono qui. L’articolo del Sole 24 Ore non è dettato da un calcolo fatto in redazione, ma dall’intervento della responsabile dell’Ufficio parlamentare di bilancio, authority autonoma che ogni anno presenta i conti a Camera e Senato. E da quelli comunicati nei giorni scorsi si evince che l’Europa vuole più soldi dagli Stati, ma questi soldi non serviranno per finanziare nuovi impegni, bensì in parte per estinguere i debiti precedenti. Tradotto: «La maggior parte dell’incremento di dotazione non si traduce in nuova capacità di spesa». Quindi pagheremo di più per ricevere meno. E questo andrà a scapito di agricoltura e coesione. Per il nostro Paese le risorse passerebbero da 81,7 a 72,3 miliardi, il 12% in meno.
Chissà se i grillini continueranno a definire tutto ciò un successo. Come per il Superbonus, un «successo» in rosso.
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Andrea Orcel (Imagoeconomica)
La nuova proposta secondo quanto rivela Il Sole 24 Ore sarebbe quella di acquistare la partecipazione in Generali pagandola con azioni Unicredit. Uno scambio di carta contro carta, elegante nella forma ma meno gradito nella sostanza alla holding della famiglia Del Vecchio, che guarderebbe con maggiore interesse a soluzioni capaci di generare liquidità immediata. E qui il negoziato si inceppa: da una parte chi vuole utilizzare il proprio titolo come valuta strategica, dall’altra chi preferisce monetizzare. Per gli eredi Del Vecchio, il pagamento in contante è essenziale considerando che la successione del fondatore é ancora aperta e Leonardo Maria vuole assumere il controllo acquistando le quote dei fratelli.
Ma il punto politico-finanziario del dossier non si esaurisce nello scontro tra carta e contante. Il vero tema è la geometria complessiva del controllo o, meglio, del presidio del gruppo assicurativo. In questo schema, infatti, Unicredit non si muoverebbe in contrapposizione ad altri grandi attori del sistema, ma dentro un equilibrio più ampio che coinvolge anche Intesa Sanpaolo. Secondo le letture che circolano negli ambienti finanziari, l’attivismo di Piazza Gae Aulenti non sarebbe ostile rispetto alla banca guidata da Carlo Messina. Il capo di Intesa ha già rafforzato la presenza in Generali con circa il 3%. Ora attraverso le dinamiche legate all’operazione su Mps e alla partecipazione in Mediobanca, potrebbe arrivare a influenzare indirettamente la quota di maggioranza relativa del 13,3%.
Numeri e incastri che, messi uno accanto all’altro, disegnano un quadro in cui i due grandi poli bancari italiani si ritrovano, a condividere la stessa area di influenza sul Leone. E qui che risiko assume contorni quasi gastronomici. Perché se lo schema dovesse consolidarsi, qualcuno nei salotti della finanza ha già ribattezzato il nuovo equilibrio come il «patto della carbonara». O in alternativa della «cacio e pepe» considerando le radici romane dei due banchieri: pochi ingredienti, tutti essenziali, ma capaci di reggere l’intera ricetta del potere finanziario italiano. Una sintesi ironica, ma non troppo lontana dalla realtà di un sistema in cui le grandi banche non si scontrano, ma si osservano, si bilanciano e, quando serve, si distribuiscono le posizioni strategiche con una logica più di presidio che di conquista. In questo contesto, l’intervento di Unicredit su Generali resta dunque aperto, sospeso tra valutazioni di prezzo, struttura dell’operazione e disponibilità di Delfin a trasformare una partecipazione industriale in liquidità o in leva finanziaria. Nessun commento ufficiale da parte della banca, solo un silenzio che sembra confermare l’esistenza del dossier.
Sul fronte istituzionale, intanto, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ribadisce la linea della prudenza sul disimpegno dello Stato da Mps, che procederà senza fretta e senza svendite. Sul grande risiko bancario rivendica la neutralità del governo, pur ricordando che il Golden Power resta uno strumento pienamente attivo. Poi, quasi a chiudere il quadro con una nota di colore politico, arriva la sua battuta destinata a restare: «Se c’è Italia-Germania tifo Italia, se c’è Italia-Francia tifo Italia». Una frase che sintetizza, meglio di molte analisi, l’idea di fondo: le regole restano regole, ma quando si parla di asset strategici, il tifo - quello per l’Italia - non va mai in panchina.
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