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2021-10-10
Nuovo decreto o maratona in Aula: il disastro si può ancora scongiurare
Mario Draghi (Ansa)
Dal 16 settembre scorso (giorno in cui il Consiglio dei Ministri discusse e annunciò il decreto-legge sull'obbligo di green pass in tutti i luoghi di lavoro), e poi dal successivo 21 settembre (giorno in cui fu pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale la versione finale del decreto), non c'è stata una sola mattina in cui la Verità, a partire dagli editoriali del direttore Maurizio Belpietro, abbia dimenticato di chiedere a gran voce di modificare quelle disposizioni.
Da subito e fino a ieri, questo giornale non ha cessato di indicare le contraddizioni teoriche (siamo l'unico paese al mondo ad imporre un obbligo così esteso) e soprattutto i problemi pratici innescati dal provvedimento: nel lavoro pubblico (si pensi solo alle forze dell'ordine) e in quello privato, dalle grandi imprese a quelle più piccole, dalla logistica ai trasporti, fino al caos che si determinerà in ciascuna delle nostre case, visti gli effetti verso badanti, baby-sitter e colf.
Per lunghi giorni, la risposta è stata un assordante coro del tipo: «Il green pass è uno strumento di libertà». Una specie di esorcismo, di formula ripetuta ossessivamente per negare i problemi che però, a poco a poco, si sono manifestati nella loro enormità.
E così, piano piano, dai governatori agli industriali, adesso tutti convergono con il nostro allarme. Ieri, non ultima per importanza, è arrivata la presa di posizione di Filiera Italia: «Così com'è scritta, la norma del green pass sui luoghi di lavoro è inapplicabile». E poche ore prima, erano stati i governatori Luca Zaia su Repubblica («Lei non ha idea del caos che scoppierà nelle aziende il 15 ottobre, perché non saremo in grado di offrire a tutti i non vaccinati un tampone ogni 48 ore. Gli imprenditori con cui parlo io sono preoccupatissimi») e Massimiliano Fedriga sulla Stampa («Non possiamo penalizzare le aziende in questa fase fondamentale di ripresa») a chiedere a gran voce modifiche urgenti.
Insomma, siamo giunti alla mattina del 10 ottobre, e la norma appare ormai orfana: non c'è un solo «babbo» o «mamma», politicamente parlando, che la rivendichi così com'è, o che neghi il caos che si determinerà tra cinque giorni, il 15 ottobre, quando scatterà l'obbligo di green pass nella sua versione più rigida e generalizzata.
Soluzioni? Il ventaglio degli interventi possibili è ampio, dall'ipotesi più forte e razionale, che ci riallineerebbe agli altri Paesi occidentali (abolire tout court l'obbligo di green pass per lavorare) fino a interventi per attenuare e smussare. Matteo Salvini ha per lo meno proposto di allungare la durata minima del green pass da tampone da 48 a 72 ore («È possibile, anzi doveroso e previsto dall'Europa. Evitare caos, blocchi e licenziamenti il 15 ottobre è fondamentale»). Zaia chiede di autorizzare le imprese all'uso dei test rapidi nasali, mentre nessuno ha ricordato l'altra soluzione semplice, e cioè lo sdoganamento dei tamponi salivari rapidi.
Tutti però concordano sull'urgenza, sottolineata ad esempio da Fedriga: «Bisogna fare presto, perché il 15 ottobre è arrivato e le aziende non possono organizzarsi dall'oggi al domani. E in molti casi, pensi ad esempio agli autisti del trasporto pubblico locale, non possono permettersi di lasciare a casa i lavoratori, perché non sanno come sostituirli».
E allora come si fa? La Verità propone qui due strade entrambe praticabili: la prima passa dal Parlamento, la seconda dal governo.
Prima ipotesi: com'è noto, ogni decreto-legge, dopo essere stato varato dal governo, deve essere approvato dal Parlamento (tecnicamente si chiama «conversione in legge»: le Camere modificano il testo e lo trasformano in una legge) entro 60 giorni. Nel nostro caso, i due rami del Parlamento potrebbero eccezionalmente (un po' come se si fosse nell'ultima settimana di una sessione di bilancio, nel rush finale per impedire di finire in esercizio provvisorio) discutere, introdurre le modifiche necessarie e approvare tutto non in 60 ma in cinque giorni, lavorando giorno e notte (tra Commissione e Aula, prima in un ramo e poi nell'altro del Parlamento).
Seconda ipotesi (ancora più semplice): il governo potrebbe riconvocarsi entro uno- due giorni e varare un nuovo decreto-legge, con tutte le correzioni necessarie, che entrerebbe in vigore subito dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale (e comunque prima del 15 ottobre), salvo poi lasciare al Parlamento 60 giorni per la conversione.
Nell'uno o nell'altro modo, si potrebbe fare in tempo, impedendo che il 15 ottobre si trasformi nell'inizio di un caos previsto ed evitabile.
Agli antipodi di tutto ciò, su una linea diametralmente opposta, si pone invece l'ipotesi avanzata ieri da Forza Italia, attraverso la capogruppo a Palazzo Madama Anna Maria Bernini, che ha esplicitamente evocato l'obbligo vaccinale come «opportunità» da valutare «davvero molto seriamente da parte del governo».
«Non dateci le mascherine di Fca»
Ad ormai oltre un anno e mezzo dall'inizio della pandemia, quello delle mascherine targate Fca, farlocche e per di più puzzolenti, è uno scandalo che non accenna a scemare e che interessa svariate zone del Paese. La conferma arriva dalla Provincia di Trento dove centinaia, anzi migliaia di mascherine giacciono nelle scuole inutilizzate. E, ormai, destinate a rimanere tali. Sì, perché sono sia maleodoranti sia di scarsa vestibilità, tanto da essersi guadagnate la poco edificante fama di dispositivi «mutanda». Per non parlare, poi, del potere filtrante, sul quale è più che lecito nutrire dubbi.
Come in altre parti d'Italia, in Trentino il disagio non interessa un singolo istituto. «Abbiamo 200 scatoloni», ha per esempio spiegato, ripresa ieri dal Corriere del Trentino, Teresa Periti, dirigente del liceo Russel di Cles, «e noi le distribuiamo ma i ragazzi non le vogliono». 200 scatoloni giacciono inutilizzati anche in una scuola dell'Alto Garda. E così in altre scuole, mentre continua l'arrivo di queste mascherine. Che, ironia della sorte, non solo sono disponibili ma, ormai, lo sono pure in abbondanza. Anzi, risultano fin troppe, una vasta e inutile marea.
«Ne abbiamo un'ampia disponibilità», conferma Carlo Zanetti, dirigente dell'istituto comprensivo Trento 2, «e le forniamo alle famiglie, che però preferiscono, se possono, usare le proprie». Quindi, che fare di questi dispositivi, che peraltro hanno una data di scadenza? Il dilemma serpeggia in numerose scuole. Ci sono istituti che, per evitare che finisca tutto in discarica, hanno già provveduto, tramite associazioni benefiche, a inviarle in Paesi dove le mascherine scarseggiano.
Le stesse istituzioni trentine sono ben consapevoli del problema, che però non dipende da loro. «Abbiamo ricevuto quelle che sono state delle segnalazioni, delle lamentele da parte del mondo della scuola», aveva dichiarato in proposito, ancora mesi fa, l'Assessore provinciale all'istruzione Mirko Bisesti, intervenendo in Consiglio provinciale e auspicando si possa «far luce maggiormente sui dispositivi forniti dallo Stato».
Già, lo Stato. Perché le mascherine impossibili da indossare, come noto, non sono prodotte in Trentino. Arrivano dritte dal ministero. E, a loro volta, sono frutto del multimilionario contratto che, su input di Domenico Arcuri, durante la gestione della pandemia del governo di Giuseppe Conte, la struttura commissariale aveva sottoscritto con Fca, messasi all'improvviso a produrre mascherine in due stabilimenti riconvertiti allo scopo. Il punto è che queste mascherine, oltre a essere scomode, talvolta sono pure risultate inadeguate a fornire protezione.
Come i lettori della Verità ricorderanno, già nell'ottobre 2020, Rossano Rasso, sottosegretario all'Istruzione in quota Lega, si era mosso per chiedere approfondimenti su due lotti di mascherine Fca destinate alle scuole che, successivamente, sono risultati non a norma.
Peccato che la nota di ritiro di quelle mascherine farlocche, disposta dal ministero di Speranza, sia datata 6 settembre 2021. C'è dunque voluto quasi un anno per certificare un problema parso da subito, già all'olfatto, palese.
Beninteso, non si sta dicendo che le mascherine ammassate nelle scuole del Trentino Alto Adige - da inizio pandemia, ne sono arrivate la bellezza di oltre 35 milioni di unità - siano non a norma.
Di certo c'è, come si diceva, che comunque nessuno le vuole. Eppure il paradossale approvvigionamento di dispositivi, anche se Arcuri è uscito di scena - e le sue mascherine sono sotto la lente degli inquirenti -, continua.
Con il risultato che i dirigenti scolastici trentini non sanno più come disfarsi di quelle mascherine sgradite e in esubero. Il colossale spreco così continua. Tanto paga Pantalone.
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In cinque giorni, Parlamento e governo hanno il tempo per evitare il caos del pass a lavoro: le Camere possono discutere e modificare le norme attuali. All'esecutivo, invece, basterebbe varare un testo correttivo.Nelle scuole trentine migliaia di dispositivi scomodi e maleodoranti, voluti da Domenico Arcuri, sono negli scatoloni. Gli alunni le rifiutano e i presidi implorano il ministero: «Basta».Lo speciale contiene due articoli.Dal 16 settembre scorso (giorno in cui il Consiglio dei Ministri discusse e annunciò il decreto-legge sull'obbligo di green pass in tutti i luoghi di lavoro), e poi dal successivo 21 settembre (giorno in cui fu pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale la versione finale del decreto), non c'è stata una sola mattina in cui la Verità, a partire dagli editoriali del direttore Maurizio Belpietro, abbia dimenticato di chiedere a gran voce di modificare quelle disposizioni. Da subito e fino a ieri, questo giornale non ha cessato di indicare le contraddizioni teoriche (siamo l'unico paese al mondo ad imporre un obbligo così esteso) e soprattutto i problemi pratici innescati dal provvedimento: nel lavoro pubblico (si pensi solo alle forze dell'ordine) e in quello privato, dalle grandi imprese a quelle più piccole, dalla logistica ai trasporti, fino al caos che si determinerà in ciascuna delle nostre case, visti gli effetti verso badanti, baby-sitter e colf. Per lunghi giorni, la risposta è stata un assordante coro del tipo: «Il green pass è uno strumento di libertà». Una specie di esorcismo, di formula ripetuta ossessivamente per negare i problemi che però, a poco a poco, si sono manifestati nella loro enormità.E così, piano piano, dai governatori agli industriali, adesso tutti convergono con il nostro allarme. Ieri, non ultima per importanza, è arrivata la presa di posizione di Filiera Italia: «Così com'è scritta, la norma del green pass sui luoghi di lavoro è inapplicabile». E poche ore prima, erano stati i governatori Luca Zaia su Repubblica («Lei non ha idea del caos che scoppierà nelle aziende il 15 ottobre, perché non saremo in grado di offrire a tutti i non vaccinati un tampone ogni 48 ore. Gli imprenditori con cui parlo io sono preoccupatissimi») e Massimiliano Fedriga sulla Stampa («Non possiamo penalizzare le aziende in questa fase fondamentale di ripresa») a chiedere a gran voce modifiche urgenti.Insomma, siamo giunti alla mattina del 10 ottobre, e la norma appare ormai orfana: non c'è un solo «babbo» o «mamma», politicamente parlando, che la rivendichi così com'è, o che neghi il caos che si determinerà tra cinque giorni, il 15 ottobre, quando scatterà l'obbligo di green pass nella sua versione più rigida e generalizzata. Soluzioni? Il ventaglio degli interventi possibili è ampio, dall'ipotesi più forte e razionale, che ci riallineerebbe agli altri Paesi occidentali (abolire tout court l'obbligo di green pass per lavorare) fino a interventi per attenuare e smussare. Matteo Salvini ha per lo meno proposto di allungare la durata minima del green pass da tampone da 48 a 72 ore («È possibile, anzi doveroso e previsto dall'Europa. Evitare caos, blocchi e licenziamenti il 15 ottobre è fondamentale»). Zaia chiede di autorizzare le imprese all'uso dei test rapidi nasali, mentre nessuno ha ricordato l'altra soluzione semplice, e cioè lo sdoganamento dei tamponi salivari rapidi. Tutti però concordano sull'urgenza, sottolineata ad esempio da Fedriga: «Bisogna fare presto, perché il 15 ottobre è arrivato e le aziende non possono organizzarsi dall'oggi al domani. E in molti casi, pensi ad esempio agli autisti del trasporto pubblico locale, non possono permettersi di lasciare a casa i lavoratori, perché non sanno come sostituirli».E allora come si fa? La Verità propone qui due strade entrambe praticabili: la prima passa dal Parlamento, la seconda dal governo. Prima ipotesi: com'è noto, ogni decreto-legge, dopo essere stato varato dal governo, deve essere approvato dal Parlamento (tecnicamente si chiama «conversione in legge»: le Camere modificano il testo e lo trasformano in una legge) entro 60 giorni. Nel nostro caso, i due rami del Parlamento potrebbero eccezionalmente (un po' come se si fosse nell'ultima settimana di una sessione di bilancio, nel rush finale per impedire di finire in esercizio provvisorio) discutere, introdurre le modifiche necessarie e approvare tutto non in 60 ma in cinque giorni, lavorando giorno e notte (tra Commissione e Aula, prima in un ramo e poi nell'altro del Parlamento). Seconda ipotesi (ancora più semplice): il governo potrebbe riconvocarsi entro uno- due giorni e varare un nuovo decreto-legge, con tutte le correzioni necessarie, che entrerebbe in vigore subito dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale (e comunque prima del 15 ottobre), salvo poi lasciare al Parlamento 60 giorni per la conversione. Nell'uno o nell'altro modo, si potrebbe fare in tempo, impedendo che il 15 ottobre si trasformi nell'inizio di un caos previsto ed evitabile. Agli antipodi di tutto ciò, su una linea diametralmente opposta, si pone invece l'ipotesi avanzata ieri da Forza Italia, attraverso la capogruppo a Palazzo Madama Anna Maria Bernini, che ha esplicitamente evocato l'obbligo vaccinale come «opportunità» da valutare «davvero molto seriamente da parte del governo». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nuovo-decreto-o-maratona-in-aula-il-disastro-si-puo-ancora-scongiurare-2655263781.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="non-dateci-le-mascherine-di-fca" data-post-id="2655263781" data-published-at="1633807566" data-use-pagination="False"> «Non dateci le mascherine di Fca» Ad ormai oltre un anno e mezzo dall'inizio della pandemia, quello delle mascherine targate Fca, farlocche e per di più puzzolenti, è uno scandalo che non accenna a scemare e che interessa svariate zone del Paese. La conferma arriva dalla Provincia di Trento dove centinaia, anzi migliaia di mascherine giacciono nelle scuole inutilizzate. E, ormai, destinate a rimanere tali. Sì, perché sono sia maleodoranti sia di scarsa vestibilità, tanto da essersi guadagnate la poco edificante fama di dispositivi «mutanda». Per non parlare, poi, del potere filtrante, sul quale è più che lecito nutrire dubbi. Come in altre parti d'Italia, in Trentino il disagio non interessa un singolo istituto. «Abbiamo 200 scatoloni», ha per esempio spiegato, ripresa ieri dal Corriere del Trentino, Teresa Periti, dirigente del liceo Russel di Cles, «e noi le distribuiamo ma i ragazzi non le vogliono». 200 scatoloni giacciono inutilizzati anche in una scuola dell'Alto Garda. E così in altre scuole, mentre continua l'arrivo di queste mascherine. Che, ironia della sorte, non solo sono disponibili ma, ormai, lo sono pure in abbondanza. Anzi, risultano fin troppe, una vasta e inutile marea. «Ne abbiamo un'ampia disponibilità», conferma Carlo Zanetti, dirigente dell'istituto comprensivo Trento 2, «e le forniamo alle famiglie, che però preferiscono, se possono, usare le proprie». Quindi, che fare di questi dispositivi, che peraltro hanno una data di scadenza? Il dilemma serpeggia in numerose scuole. Ci sono istituti che, per evitare che finisca tutto in discarica, hanno già provveduto, tramite associazioni benefiche, a inviarle in Paesi dove le mascherine scarseggiano. Le stesse istituzioni trentine sono ben consapevoli del problema, che però non dipende da loro. «Abbiamo ricevuto quelle che sono state delle segnalazioni, delle lamentele da parte del mondo della scuola», aveva dichiarato in proposito, ancora mesi fa, l'Assessore provinciale all'istruzione Mirko Bisesti, intervenendo in Consiglio provinciale e auspicando si possa «far luce maggiormente sui dispositivi forniti dallo Stato». Già, lo Stato. Perché le mascherine impossibili da indossare, come noto, non sono prodotte in Trentino. Arrivano dritte dal ministero. E, a loro volta, sono frutto del multimilionario contratto che, su input di Domenico Arcuri, durante la gestione della pandemia del governo di Giuseppe Conte, la struttura commissariale aveva sottoscritto con Fca, messasi all'improvviso a produrre mascherine in due stabilimenti riconvertiti allo scopo. Il punto è che queste mascherine, oltre a essere scomode, talvolta sono pure risultate inadeguate a fornire protezione. Come i lettori della Verità ricorderanno, già nell'ottobre 2020, Rossano Rasso, sottosegretario all'Istruzione in quota Lega, si era mosso per chiedere approfondimenti su due lotti di mascherine Fca destinate alle scuole che, successivamente, sono risultati non a norma. Peccato che la nota di ritiro di quelle mascherine farlocche, disposta dal ministero di Speranza, sia datata 6 settembre 2021. C'è dunque voluto quasi un anno per certificare un problema parso da subito, già all'olfatto, palese. Beninteso, non si sta dicendo che le mascherine ammassate nelle scuole del Trentino Alto Adige - da inizio pandemia, ne sono arrivate la bellezza di oltre 35 milioni di unità - siano non a norma. Di certo c'è, come si diceva, che comunque nessuno le vuole. Eppure il paradossale approvvigionamento di dispositivi, anche se Arcuri è uscito di scena - e le sue mascherine sono sotto la lente degli inquirenti -, continua. Con il risultato che i dirigenti scolastici trentini non sanno più come disfarsi di quelle mascherine sgradite e in esubero. Il colossale spreco così continua. Tanto paga Pantalone.
Il baritono Luca Salsi ci guida alla scoperta del genio di Giuseppe Verdi attraverso tre opere che lo vedono protagonista al Teatro alla Scala di Milano. Da Nabucodonosor, primo grande successo del Cigno di Busseto, al penultimo capolavoro, Otello. Un titolo attesissimo per l’inaugurazione della prossima stagione, il 7 dicembre 2026.
Un duello tra Lautaro Martinez e Scott McTominay durante Inter-Napoli della scorsa stagione (Getty Images)
A nemmeno due settimane di distanza dalla fine del campionato, la Serie A versione 2026/2027 ha già preso forma con la tradizionale compilazione del calendario. Per il secondo anno consecutivo il Teatro Regio di Parma, nell'ambito del Festival della Serie A, ha ospitato la cerimonia che ha svelato le 38 giornate della prossima stagione.
Il campionato scatterà nel weekend del 22-23 agosto e si concluderà il 29-30 maggio 2027. Confermato il calendario asimmetrico tra andata e ritorno, mentre la principale novità riguarda le soste per le nazionali: tra fine settembre e inizio ottobre ci sarà una pausa unica di due settimane consecutive, alle quali si aggiungeranno gli stop di novembre e marzo. Previsti inoltre due turni infrasettimanali, il 28 ottobre e il 6 gennaio, oltre alla sosta natalizia del 26 e 27 dicembre.
L'avvio propone subito partite interessanti e affatto banali. I campioni d'Italia dell'Inter debutteranno a San Siro contro il Monza, mentre Napoli e Juventus inizieranno entrambe in trasferta, rispettivamente a Genova e Frosinone. Impegno esterno anche per il Milan, atteso dal Torino, mentre la Roma riceverà la Fiorentina all'Olimpico. Per assistere ai primi incroci di alta classifica non bisognerà però aspettare molto. Già alla terza giornata il calendario mette di fronte Juventus e Milan da una parte, Inter e Napoli dall'altra. Un doppio confronto che potrebbe offrire indicazioni interessanti fin dalle prime settimane della stagione. Il primo derby della Madonnina è invece fissato alla decima giornata, il 1° novembre, nello stesso turno in cui andrà in scena anche Juventus-Napoli. Al termine del girone d'andata, alla diciannovesima giornata, spazio al primo Derby d'Italia con Inter-Juventus a San Siro.
Anche il ritorno si annuncia particolarmente intenso. Alla ventiduesima giornata si giocheranno Napoli-Inter e Milan-Juventus, mentre due settimane più tardi, nel weekend di San Valentino, il calendario propone un altro doppio appuntamento di cartello con Inter-Milan e Napoli-Juventus. Restano inoltre i vincoli legati agli impegni europei. Nelle giornate collocate tra due turni delle coppe Uefa le squadre impegnate in Champions League non potranno affrontare quelle partecipanti a Europa League e Conference League, una scelta pensata per distribuire in modo più equilibrato gli impegni durante la stagione.
Dietro la compilazione delle 38 giornate c'è stato ancora una volta il lavoro dell'algoritmo utilizzato dalla Lega Serie A, chiamato a gestire contemporaneamente decine di vincoli tra derby, alternanza casa-trasferta, soste per le nazionali, coppe europee e disponibilità degli impianti. Un supporto tecnologico ormai diventato centrale nella costruzione del calendario. Ad aprire la cerimonia è stato il presidente della Lega Serie A, Ezio Simonelli, che ha rivendicato la crescita dell'interesse attorno al campionato sottolineando: «Abbiamo avuto una capienza media negli stadi di 30.000 spettatori a partita. La prova che il pubblico ama ancora e molto il nostro campionato».
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Giuseppe Cossu e Roberto Saviano (Ansa)
Caro Roberto Saviano,
ho letto le tue parole sul grido “Decima” pronunciato dagli incursori della Marina Militare e sento il bisogno di scriverti da uomo che ha servito l’Italia in uniforme, in patria e all’estero, compreso l’Afghanistan. Non per polemica, ma per offrire un punto di vista che troppo spesso viene ignorato.
Chi ha indossato il basco degli incursori sa bene che la storia va conosciuta nella sua interezza, senza semplificazioni e senza sovrapposizioni che finiscono per cancellare fatti, uomini e tradizioni. Quando sento pronunciare il nome “Decima”, il mio pensiero non corre alla Repubblica Sociale Italiana né alle pagine più controverse della guerra civile italiana. Corre invece agli uomini della Decima Flottiglia MAS che, prima dell’8 settembre 1943, scrissero alcune delle pagine più straordinarie della storia militare italiana.
Parlo di marinai che operarono in condizioni estreme, di pionieri delle operazioni speciali subacquee, di uomini che con mezzi rudimentali ma con coraggio eccezionale riuscirono a colpire obiettivi ritenuti impossibili. Parlo di una tradizione professionale e militare riconosciuta e studiata ancora oggi da numerose marine del mondo. È da quella tradizione tecnica, operativa e umana che discendono gli attuali incursori della Marina Militare.
Quando pensiamo a quella storia, pensiamo al sacrificio di Teseo Tesei e di tanti altri uomini che hanno rappresentato e continuano a rappresentare un esempio per ogni incursore. Pensiamo a chi ha dato la vita per compiere il proprio dovere, sapendo di andare incontro a una missione dalla quale forse non sarebbe tornato. Il loro esempio continua ancora oggi a essere fonte di motivazione nelle notti più dure dell’addestramento e delle operazioni.
Pensiamo anche alle radici più profonde dello spirito d’audacia della Marina italiana, a imprese come la Beffa di Buccari guidata da Gabriele D’Annunzio, episodi che hanno alimentato una tradizione fatta di coraggio, iniziativa e spirito di sacrificio. Sono queste le pagine che molti giovani militari studiano, insieme ai valori e ai principi tramandati dal reparto, trovando ispirazione per affrontare le sfide del servizio.
Ridurre tutto questo a una sola fase storica significa compiere un’operazione ingiusta nei confronti della verità. Significa ignorare che la Decima MAS esistette prima del 1943 e che proprio in quel periodo costruì la propria fama. Significa dimenticare uomini che servirono il loro Paese con disciplina e sacrificio in un contesto storico ben diverso da quello successivo all’armistizio.
C’è poi una domanda che mi pongo sinceramente: perché soltanto oggi questa tradizione viene presentata come un problema? Il grido “Decima” accompagna da sempre la storia e le tradizioni del reparto. Nel corso dei decenni si sono succeduti governi di ogni orientamento politico, presidenti della Repubblica, ministri della Difesa e vertici militari. Eppure nessuno ha mai ritenuto necessario trasformare questo elemento identitario in una battaglia ideologica.
Noi militari conosciamo il peso dei simboli. Proprio per questo sappiamo distinguerne le diverse fasi storiche. Nessuno pretende di cancellare le controversie che seguirono all’8 settembre. Ma allo stesso modo non si può accettare che un’intera tradizione venga identificata esclusivamente con una parte della sua storia, per quanto discussa essa sia.
Molti di coloro che oggi rivendicano l’eredità professionale degli incursori italiani hanno servito la Repubblica Italiana in missioni internazionali, spesso lontano dai riflettori. In Afghanistan, nei Balcani, in Iraq, nel Mediterraneo, nel Corno d’Africa e in numerosi altri teatri operativi, i militari italiani hanno operato per garantire sicurezza, stabilità e protezione delle popolazioni civili, spesso a rischio della propria vita.
Ho visto colleghi partire senza sapere se sarebbero tornati. Ho visto uomini lavorare per mesi lontano dalle famiglie, affrontando minacce concrete e quotidiane. Ho visto professionalità, umanità e spirito di servizio. E ho visto il rispetto che i militari italiani si sono guadagnati presso alleati e popolazioni locali grazie alla loro competenza e al loro equilibrio.
Quando un incursore richiama una tradizione militare, non necessariamente sta facendo una dichiarazione politica. Molto spesso sta rendendo omaggio a una storia professionale fatta di addestramento, sacrificio, fratellanza e servizio. È una differenza che chiunque affronti questi temi con onestà intellettuale dovrebbe sforzarsi di comprendere.
Se vi sono critiche da rivolgere a un governo, a una maggioranza politica o a una scelta istituzionale, esse appartengono legittimamente al dibattito democratico. Ma sarebbe auspicabile evitare che a farne le spese siano uomini che hanno dedicato la propria vita alla difesa della Patria e delle sue istituzioni. Militari che servono tutti gli italiani, senza distinzione di idee politiche, religione, origine o appartenenza sociale.
Le parole hanno un peso, soprattutto quando vengono pronunciate da personalità pubbliche. Per questo credo che sia importante distinguere tra la doverosa critica politica e il rispetto dovuto a chi serve lo Stato italiano. Le semplificazioni possono generare consenso immediato, ma raramente aiutano a comprendere la complessità della storia.
E forse, anziché soffermarsi esclusivamente sugli aspetti più controversi di quella vicenda, sarebbe utile raccontare anche le imprese che hanno reso celebre la Decima nel mondo: il coraggio di Teseo Tesei, le operazioni degli uomini d’assalto, l’innovazione tecnica, il sacrificio e la dedizione di chi ha aperto la strada alle moderne forze speciali. Sarebbe una storia capace di offrire ai nostri giovani esempi di determinazione, spirito di servizio e amore per il proprio Paese.
Non ti chiedo di condividere questa sensibilità. Ti chiedo soltanto di considerare che dietro quel nome, per molti militari, non vi è nostalgia ideologica, bensì il ricordo di una tradizione operativa che appartiene alla storia della Marina italiana e che ha contribuito a costruire l’eccellenza delle nostre forze speciali.
La storia, quando viene letta tutta intera, è sempre più complessa degli slogan. E il rispetto per chi ha servito e serve il proprio Paese dovrebbe essere un terreno comune, al di là delle differenze di opinione.
Con rispetto.
Giuseppe Cossu, Incursore in congedo della Marina Militare italiana.
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