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2021-10-10
Nuovo decreto o maratona in Aula: il disastro si può ancora scongiurare
Mario Draghi (Ansa)
Dal 16 settembre scorso (giorno in cui il Consiglio dei Ministri discusse e annunciò il decreto-legge sull'obbligo di green pass in tutti i luoghi di lavoro), e poi dal successivo 21 settembre (giorno in cui fu pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale la versione finale del decreto), non c'è stata una sola mattina in cui la Verità, a partire dagli editoriali del direttore Maurizio Belpietro, abbia dimenticato di chiedere a gran voce di modificare quelle disposizioni.
Da subito e fino a ieri, questo giornale non ha cessato di indicare le contraddizioni teoriche (siamo l'unico paese al mondo ad imporre un obbligo così esteso) e soprattutto i problemi pratici innescati dal provvedimento: nel lavoro pubblico (si pensi solo alle forze dell'ordine) e in quello privato, dalle grandi imprese a quelle più piccole, dalla logistica ai trasporti, fino al caos che si determinerà in ciascuna delle nostre case, visti gli effetti verso badanti, baby-sitter e colf.
Per lunghi giorni, la risposta è stata un assordante coro del tipo: «Il green pass è uno strumento di libertà». Una specie di esorcismo, di formula ripetuta ossessivamente per negare i problemi che però, a poco a poco, si sono manifestati nella loro enormità.
E così, piano piano, dai governatori agli industriali, adesso tutti convergono con il nostro allarme. Ieri, non ultima per importanza, è arrivata la presa di posizione di Filiera Italia: «Così com'è scritta, la norma del green pass sui luoghi di lavoro è inapplicabile». E poche ore prima, erano stati i governatori Luca Zaia su Repubblica («Lei non ha idea del caos che scoppierà nelle aziende il 15 ottobre, perché non saremo in grado di offrire a tutti i non vaccinati un tampone ogni 48 ore. Gli imprenditori con cui parlo io sono preoccupatissimi») e Massimiliano Fedriga sulla Stampa («Non possiamo penalizzare le aziende in questa fase fondamentale di ripresa») a chiedere a gran voce modifiche urgenti.
Insomma, siamo giunti alla mattina del 10 ottobre, e la norma appare ormai orfana: non c'è un solo «babbo» o «mamma», politicamente parlando, che la rivendichi così com'è, o che neghi il caos che si determinerà tra cinque giorni, il 15 ottobre, quando scatterà l'obbligo di green pass nella sua versione più rigida e generalizzata.
Soluzioni? Il ventaglio degli interventi possibili è ampio, dall'ipotesi più forte e razionale, che ci riallineerebbe agli altri Paesi occidentali (abolire tout court l'obbligo di green pass per lavorare) fino a interventi per attenuare e smussare. Matteo Salvini ha per lo meno proposto di allungare la durata minima del green pass da tampone da 48 a 72 ore («È possibile, anzi doveroso e previsto dall'Europa. Evitare caos, blocchi e licenziamenti il 15 ottobre è fondamentale»). Zaia chiede di autorizzare le imprese all'uso dei test rapidi nasali, mentre nessuno ha ricordato l'altra soluzione semplice, e cioè lo sdoganamento dei tamponi salivari rapidi.
Tutti però concordano sull'urgenza, sottolineata ad esempio da Fedriga: «Bisogna fare presto, perché il 15 ottobre è arrivato e le aziende non possono organizzarsi dall'oggi al domani. E in molti casi, pensi ad esempio agli autisti del trasporto pubblico locale, non possono permettersi di lasciare a casa i lavoratori, perché non sanno come sostituirli».
E allora come si fa? La Verità propone qui due strade entrambe praticabili: la prima passa dal Parlamento, la seconda dal governo.
Prima ipotesi: com'è noto, ogni decreto-legge, dopo essere stato varato dal governo, deve essere approvato dal Parlamento (tecnicamente si chiama «conversione in legge»: le Camere modificano il testo e lo trasformano in una legge) entro 60 giorni. Nel nostro caso, i due rami del Parlamento potrebbero eccezionalmente (un po' come se si fosse nell'ultima settimana di una sessione di bilancio, nel rush finale per impedire di finire in esercizio provvisorio) discutere, introdurre le modifiche necessarie e approvare tutto non in 60 ma in cinque giorni, lavorando giorno e notte (tra Commissione e Aula, prima in un ramo e poi nell'altro del Parlamento).
Seconda ipotesi (ancora più semplice): il governo potrebbe riconvocarsi entro uno- due giorni e varare un nuovo decreto-legge, con tutte le correzioni necessarie, che entrerebbe in vigore subito dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale (e comunque prima del 15 ottobre), salvo poi lasciare al Parlamento 60 giorni per la conversione.
Nell'uno o nell'altro modo, si potrebbe fare in tempo, impedendo che il 15 ottobre si trasformi nell'inizio di un caos previsto ed evitabile.
Agli antipodi di tutto ciò, su una linea diametralmente opposta, si pone invece l'ipotesi avanzata ieri da Forza Italia, attraverso la capogruppo a Palazzo Madama Anna Maria Bernini, che ha esplicitamente evocato l'obbligo vaccinale come «opportunità» da valutare «davvero molto seriamente da parte del governo».
«Non dateci le mascherine di Fca»
Ad ormai oltre un anno e mezzo dall'inizio della pandemia, quello delle mascherine targate Fca, farlocche e per di più puzzolenti, è uno scandalo che non accenna a scemare e che interessa svariate zone del Paese. La conferma arriva dalla Provincia di Trento dove centinaia, anzi migliaia di mascherine giacciono nelle scuole inutilizzate. E, ormai, destinate a rimanere tali. Sì, perché sono sia maleodoranti sia di scarsa vestibilità, tanto da essersi guadagnate la poco edificante fama di dispositivi «mutanda». Per non parlare, poi, del potere filtrante, sul quale è più che lecito nutrire dubbi.
Come in altre parti d'Italia, in Trentino il disagio non interessa un singolo istituto. «Abbiamo 200 scatoloni», ha per esempio spiegato, ripresa ieri dal Corriere del Trentino, Teresa Periti, dirigente del liceo Russel di Cles, «e noi le distribuiamo ma i ragazzi non le vogliono». 200 scatoloni giacciono inutilizzati anche in una scuola dell'Alto Garda. E così in altre scuole, mentre continua l'arrivo di queste mascherine. Che, ironia della sorte, non solo sono disponibili ma, ormai, lo sono pure in abbondanza. Anzi, risultano fin troppe, una vasta e inutile marea.
«Ne abbiamo un'ampia disponibilità», conferma Carlo Zanetti, dirigente dell'istituto comprensivo Trento 2, «e le forniamo alle famiglie, che però preferiscono, se possono, usare le proprie». Quindi, che fare di questi dispositivi, che peraltro hanno una data di scadenza? Il dilemma serpeggia in numerose scuole. Ci sono istituti che, per evitare che finisca tutto in discarica, hanno già provveduto, tramite associazioni benefiche, a inviarle in Paesi dove le mascherine scarseggiano.
Le stesse istituzioni trentine sono ben consapevoli del problema, che però non dipende da loro. «Abbiamo ricevuto quelle che sono state delle segnalazioni, delle lamentele da parte del mondo della scuola», aveva dichiarato in proposito, ancora mesi fa, l'Assessore provinciale all'istruzione Mirko Bisesti, intervenendo in Consiglio provinciale e auspicando si possa «far luce maggiormente sui dispositivi forniti dallo Stato».
Già, lo Stato. Perché le mascherine impossibili da indossare, come noto, non sono prodotte in Trentino. Arrivano dritte dal ministero. E, a loro volta, sono frutto del multimilionario contratto che, su input di Domenico Arcuri, durante la gestione della pandemia del governo di Giuseppe Conte, la struttura commissariale aveva sottoscritto con Fca, messasi all'improvviso a produrre mascherine in due stabilimenti riconvertiti allo scopo. Il punto è che queste mascherine, oltre a essere scomode, talvolta sono pure risultate inadeguate a fornire protezione.
Come i lettori della Verità ricorderanno, già nell'ottobre 2020, Rossano Rasso, sottosegretario all'Istruzione in quota Lega, si era mosso per chiedere approfondimenti su due lotti di mascherine Fca destinate alle scuole che, successivamente, sono risultati non a norma.
Peccato che la nota di ritiro di quelle mascherine farlocche, disposta dal ministero di Speranza, sia datata 6 settembre 2021. C'è dunque voluto quasi un anno per certificare un problema parso da subito, già all'olfatto, palese.
Beninteso, non si sta dicendo che le mascherine ammassate nelle scuole del Trentino Alto Adige - da inizio pandemia, ne sono arrivate la bellezza di oltre 35 milioni di unità - siano non a norma.
Di certo c'è, come si diceva, che comunque nessuno le vuole. Eppure il paradossale approvvigionamento di dispositivi, anche se Arcuri è uscito di scena - e le sue mascherine sono sotto la lente degli inquirenti -, continua.
Con il risultato che i dirigenti scolastici trentini non sanno più come disfarsi di quelle mascherine sgradite e in esubero. Il colossale spreco così continua. Tanto paga Pantalone.
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In cinque giorni, Parlamento e governo hanno il tempo per evitare il caos del pass a lavoro: le Camere possono discutere e modificare le norme attuali. All'esecutivo, invece, basterebbe varare un testo correttivo.Nelle scuole trentine migliaia di dispositivi scomodi e maleodoranti, voluti da Domenico Arcuri, sono negli scatoloni. Gli alunni le rifiutano e i presidi implorano il ministero: «Basta».Lo speciale contiene due articoli.Dal 16 settembre scorso (giorno in cui il Consiglio dei Ministri discusse e annunciò il decreto-legge sull'obbligo di green pass in tutti i luoghi di lavoro), e poi dal successivo 21 settembre (giorno in cui fu pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale la versione finale del decreto), non c'è stata una sola mattina in cui la Verità, a partire dagli editoriali del direttore Maurizio Belpietro, abbia dimenticato di chiedere a gran voce di modificare quelle disposizioni. Da subito e fino a ieri, questo giornale non ha cessato di indicare le contraddizioni teoriche (siamo l'unico paese al mondo ad imporre un obbligo così esteso) e soprattutto i problemi pratici innescati dal provvedimento: nel lavoro pubblico (si pensi solo alle forze dell'ordine) e in quello privato, dalle grandi imprese a quelle più piccole, dalla logistica ai trasporti, fino al caos che si determinerà in ciascuna delle nostre case, visti gli effetti verso badanti, baby-sitter e colf. Per lunghi giorni, la risposta è stata un assordante coro del tipo: «Il green pass è uno strumento di libertà». Una specie di esorcismo, di formula ripetuta ossessivamente per negare i problemi che però, a poco a poco, si sono manifestati nella loro enormità.E così, piano piano, dai governatori agli industriali, adesso tutti convergono con il nostro allarme. Ieri, non ultima per importanza, è arrivata la presa di posizione di Filiera Italia: «Così com'è scritta, la norma del green pass sui luoghi di lavoro è inapplicabile». E poche ore prima, erano stati i governatori Luca Zaia su Repubblica («Lei non ha idea del caos che scoppierà nelle aziende il 15 ottobre, perché non saremo in grado di offrire a tutti i non vaccinati un tampone ogni 48 ore. Gli imprenditori con cui parlo io sono preoccupatissimi») e Massimiliano Fedriga sulla Stampa («Non possiamo penalizzare le aziende in questa fase fondamentale di ripresa») a chiedere a gran voce modifiche urgenti.Insomma, siamo giunti alla mattina del 10 ottobre, e la norma appare ormai orfana: non c'è un solo «babbo» o «mamma», politicamente parlando, che la rivendichi così com'è, o che neghi il caos che si determinerà tra cinque giorni, il 15 ottobre, quando scatterà l'obbligo di green pass nella sua versione più rigida e generalizzata. Soluzioni? Il ventaglio degli interventi possibili è ampio, dall'ipotesi più forte e razionale, che ci riallineerebbe agli altri Paesi occidentali (abolire tout court l'obbligo di green pass per lavorare) fino a interventi per attenuare e smussare. Matteo Salvini ha per lo meno proposto di allungare la durata minima del green pass da tampone da 48 a 72 ore («È possibile, anzi doveroso e previsto dall'Europa. Evitare caos, blocchi e licenziamenti il 15 ottobre è fondamentale»). Zaia chiede di autorizzare le imprese all'uso dei test rapidi nasali, mentre nessuno ha ricordato l'altra soluzione semplice, e cioè lo sdoganamento dei tamponi salivari rapidi. Tutti però concordano sull'urgenza, sottolineata ad esempio da Fedriga: «Bisogna fare presto, perché il 15 ottobre è arrivato e le aziende non possono organizzarsi dall'oggi al domani. E in molti casi, pensi ad esempio agli autisti del trasporto pubblico locale, non possono permettersi di lasciare a casa i lavoratori, perché non sanno come sostituirli».E allora come si fa? La Verità propone qui due strade entrambe praticabili: la prima passa dal Parlamento, la seconda dal governo. Prima ipotesi: com'è noto, ogni decreto-legge, dopo essere stato varato dal governo, deve essere approvato dal Parlamento (tecnicamente si chiama «conversione in legge»: le Camere modificano il testo e lo trasformano in una legge) entro 60 giorni. Nel nostro caso, i due rami del Parlamento potrebbero eccezionalmente (un po' come se si fosse nell'ultima settimana di una sessione di bilancio, nel rush finale per impedire di finire in esercizio provvisorio) discutere, introdurre le modifiche necessarie e approvare tutto non in 60 ma in cinque giorni, lavorando giorno e notte (tra Commissione e Aula, prima in un ramo e poi nell'altro del Parlamento). Seconda ipotesi (ancora più semplice): il governo potrebbe riconvocarsi entro uno- due giorni e varare un nuovo decreto-legge, con tutte le correzioni necessarie, che entrerebbe in vigore subito dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale (e comunque prima del 15 ottobre), salvo poi lasciare al Parlamento 60 giorni per la conversione. Nell'uno o nell'altro modo, si potrebbe fare in tempo, impedendo che il 15 ottobre si trasformi nell'inizio di un caos previsto ed evitabile. Agli antipodi di tutto ciò, su una linea diametralmente opposta, si pone invece l'ipotesi avanzata ieri da Forza Italia, attraverso la capogruppo a Palazzo Madama Anna Maria Bernini, che ha esplicitamente evocato l'obbligo vaccinale come «opportunità» da valutare «davvero molto seriamente da parte del governo». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nuovo-decreto-o-maratona-in-aula-il-disastro-si-puo-ancora-scongiurare-2655263781.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="non-dateci-le-mascherine-di-fca" data-post-id="2655263781" data-published-at="1633807566" data-use-pagination="False"> «Non dateci le mascherine di Fca» Ad ormai oltre un anno e mezzo dall'inizio della pandemia, quello delle mascherine targate Fca, farlocche e per di più puzzolenti, è uno scandalo che non accenna a scemare e che interessa svariate zone del Paese. La conferma arriva dalla Provincia di Trento dove centinaia, anzi migliaia di mascherine giacciono nelle scuole inutilizzate. E, ormai, destinate a rimanere tali. Sì, perché sono sia maleodoranti sia di scarsa vestibilità, tanto da essersi guadagnate la poco edificante fama di dispositivi «mutanda». Per non parlare, poi, del potere filtrante, sul quale è più che lecito nutrire dubbi. Come in altre parti d'Italia, in Trentino il disagio non interessa un singolo istituto. «Abbiamo 200 scatoloni», ha per esempio spiegato, ripresa ieri dal Corriere del Trentino, Teresa Periti, dirigente del liceo Russel di Cles, «e noi le distribuiamo ma i ragazzi non le vogliono». 200 scatoloni giacciono inutilizzati anche in una scuola dell'Alto Garda. E così in altre scuole, mentre continua l'arrivo di queste mascherine. Che, ironia della sorte, non solo sono disponibili ma, ormai, lo sono pure in abbondanza. Anzi, risultano fin troppe, una vasta e inutile marea. «Ne abbiamo un'ampia disponibilità», conferma Carlo Zanetti, dirigente dell'istituto comprensivo Trento 2, «e le forniamo alle famiglie, che però preferiscono, se possono, usare le proprie». Quindi, che fare di questi dispositivi, che peraltro hanno una data di scadenza? Il dilemma serpeggia in numerose scuole. Ci sono istituti che, per evitare che finisca tutto in discarica, hanno già provveduto, tramite associazioni benefiche, a inviarle in Paesi dove le mascherine scarseggiano. Le stesse istituzioni trentine sono ben consapevoli del problema, che però non dipende da loro. «Abbiamo ricevuto quelle che sono state delle segnalazioni, delle lamentele da parte del mondo della scuola», aveva dichiarato in proposito, ancora mesi fa, l'Assessore provinciale all'istruzione Mirko Bisesti, intervenendo in Consiglio provinciale e auspicando si possa «far luce maggiormente sui dispositivi forniti dallo Stato». Già, lo Stato. Perché le mascherine impossibili da indossare, come noto, non sono prodotte in Trentino. Arrivano dritte dal ministero. E, a loro volta, sono frutto del multimilionario contratto che, su input di Domenico Arcuri, durante la gestione della pandemia del governo di Giuseppe Conte, la struttura commissariale aveva sottoscritto con Fca, messasi all'improvviso a produrre mascherine in due stabilimenti riconvertiti allo scopo. Il punto è che queste mascherine, oltre a essere scomode, talvolta sono pure risultate inadeguate a fornire protezione. Come i lettori della Verità ricorderanno, già nell'ottobre 2020, Rossano Rasso, sottosegretario all'Istruzione in quota Lega, si era mosso per chiedere approfondimenti su due lotti di mascherine Fca destinate alle scuole che, successivamente, sono risultati non a norma. Peccato che la nota di ritiro di quelle mascherine farlocche, disposta dal ministero di Speranza, sia datata 6 settembre 2021. C'è dunque voluto quasi un anno per certificare un problema parso da subito, già all'olfatto, palese. Beninteso, non si sta dicendo che le mascherine ammassate nelle scuole del Trentino Alto Adige - da inizio pandemia, ne sono arrivate la bellezza di oltre 35 milioni di unità - siano non a norma. Di certo c'è, come si diceva, che comunque nessuno le vuole. Eppure il paradossale approvvigionamento di dispositivi, anche se Arcuri è uscito di scena - e le sue mascherine sono sotto la lente degli inquirenti -, continua. Con il risultato che i dirigenti scolastici trentini non sanno più come disfarsi di quelle mascherine sgradite e in esubero. Il colossale spreco così continua. Tanto paga Pantalone.
Silvia Capozza @Ecco
La manifestazione offre un’importante vetrina internazionale e rappresenta un’occasione preziosa per incontrare buyer, partner e operatori del settore provenienti da tutto il mondo. Per un marchio come Ecco è un momento fondamentale di confronto, visibilità e sviluppo delle relazioni commerciali», racconta alla Verità Silvia Capozza, general manager South Europe di Ecco, marchio globale specializzato in scarpe e accessori in pelle di alta gamma.
Ecco nasce in Danimarca nel 1963 e oggi è presente in tutto il mondo. Quali sono i valori del brand che ritiene più importanti?
«Comfort, qualità e innovazione. Sono i tre pilastri che ci accompagnano fin dalla nascita e ai quali non abbiamo mai rinunciato. L’innovazione, in particolare, è legata alla continua ricerca e sviluppo di tecnologie proprietarie, resa possibile anche dal controllo diretto della filiera produttiva».
Come lei ha sottolineato il comfort è uno degli elementi più associati al marchio. Quanto conta oggi per i consumatori rispetto all’estetica?
«Oggi i consumatori non scelgono più tra comfort e stile: vogliono entrambi. Questo si collega a un tema molto attuale, quello del quiet luxury, che noi preferiamo interpretare come quiet beauty. Le persone cercano prodotti che offrano comodità, design e innovazione allo stesso tempo. Il comfort non è più soltanto una caratteristica funzionale, ma una sensazione di benessere e libertà che permette di esprimere sé stessi senza compromessi».
Il concept della collezione è Walk Your Walk. Che significato assume oggi questo messaggio?
«È un invito a seguire il proprio percorso con autenticità. Ognuno deve poter vivere la propria individualità senza rinunciare né allo stile né al comfort. Per noi Walk Your Walk rappresenta un nuovo modo di interpretare la quotidianità: sentirsi bene in ciò che si indossa significa anche acquisire maggiore sicurezza e libertà di espressione».
Si parla anche di Return to What Matters. Quali sono oggi i valori davvero essenziali per Ecco in un mercato in continua evoluzione?
«Crediamo sia importante tornare a concentrarsi su ciò che conta davvero. In un contesto caratterizzato da cambiamenti rapidi e continui, Ecco ha sempre mantenuto una direzione coerente. Non abbiamo mai accettato compromessi sulla qualità, neppure nei momenti più complessi. Oggi il consumatore è più consapevole: acquista meno, ma sceglie meglio».
Avete recentemente reinterpretato uno dei vostri modelli iconici, la Joker. Come avete affrontato questo lavoro?
«La Joker è uno dei modelli simbolo della nostra storia. Ci piace recuperare elementi dal nostro archivio e reinterpretarli in chiave contemporanea. Negli ultimi anni abbiamo riproposto questo modello in diverse varianti, valorizzando materiali, colori e finiture differenti. È una scarpa che rappresenta perfettamente il Dna di Ecco perché combina comfort, qualità e design contemporaneo, e il riscontro del pubblico è stato molto positivo».
Le tecnologie sviluppate da Ecco rappresentano un elemento distintivo del marchio. In che modo migliorano l’esperienza di chi indossa le vostre scarpe?
«Le nostre tecnologie sono progettate per accompagnare uno stile di vita dinamico, garantendo leggerezza, traspirabilità, ammortizzazione e un migliore assorbimento degli impatti».
Designer come Natasha Ramsay-Levi, Craig Green e Natacha Aizawa hanno collaborato con il brand attraverso il progetto Ecco Kollektive. Qual è stato il loro contributo?
«Queste collaborazioni ci hanno permesso di dialogare con un pubblico particolarmente sensibile al design e alla sperimentazione creativa. Ogni designer parte dalla collezione principale Ecco e la reinterpreta attraverso il proprio linguaggio».
Le radici del marchio affondano nella lavorazione della pelle. Quanto pesa ancora questa eredità nella vostra identità?
«Moltissimo. Ecco nasce come azienda specializzata nella lavorazione della pelle e continua a possedere e gestire concerie proprie. Questa competenza rappresenta ancora oggi uno degli elementi distintivi del marchio e contribuisce a garantire elevati standard qualitativi lungo tutta la filiera».
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Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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