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2024-05-11
Nuovo criminale di strada, ma stavolta la polizia spara. Milano capitale dei balordi
La stazione Centrale di Milano (iStock). Nel riquadro un frame del video registrato dalle telecamere di sorveglianza (Ansa)
Le stazioni ferroviarie iniziano a far paura a Milano. A nemmeno 24 ore dalle coltellate di Hasan Hamis contro il viceispettore della polizia Christian Di Martino a Lambrate, ecco che in Stazione Centrale un egiziano di 36 anni, a petto nudo e totalmente fuori controllo, ha aggredito la scorsa notte alcuni poliziotti colpendoli con pietre trovate nel piazzale lanciate tramite una fionda. Le forze dell’ordine hanno usato il taser per fermarlo, ma, non riuscendo a bloccarlo, un agente di 27 anni ha deciso di sparare un colpo di pistola colpendo l’uomo alla spalla. Non è in pericolo di vita, se la caverà in 60 giorni.
Il suo nome è Mohamad El Shaad Ali Harga. Le telecamere di sorveglianza della stazione hanno ripreso integralmente la scena. Nel filmato si vede l'uomo, senza maglietta avanzare e indietreggiare contro la polizia sul piazzale. Parla, urla e minaccia. Poi arrivano i poliziotti. Un agente prova a usare il taser ma, come nel caso di mercoledì in stazione Lambrate, non sembra funzionare. Quindi arriva la decisione dell’altro poliziotto di sparare. Una volta a terra è stato soccorso. Il trentaseienne egiziano è un richiedente asilo. La scena è stata ripresa tra una fila di alberi, su un marciapiede accanto alla stazione Centrale, in piazza Luigi di Savoia, in direzione del sottopasso Mortirolo, all’altezza di un locale. Ora è indagato in stato di libertà per violenza e minacce a pubblico ufficiale, resistenza e oltraggio. A quanto pare era sotto effetto di sostanze stupefacenti ed era appena stato rilasciato dal posto di polizia della Centrale con una denuncia a piede libero per rapina e resistenza a pubblico ufficiale. Aveva aggredito e scippato un suo connazionale ed era stato fermato dall’Esercito. Non appena è stato rilasciato ha incominciato a colpire i poliziotti con pietre e pezzi di marmo, dopo aver distrutto una lastra in stazione.
Il cittadino egiziano, che non compariva nella banca dati delle forze di polizia, era già stato fotosegnalato lo scorso 24 aprile 2024 a Belluno perché aveva chiesto asilo internazionale: la pratica era stata approvata. Ma prima aveva fatto istanza anche ad Ascoli, dove però la sua richiesta era stata rifiutata perché era irreperibile.
I dati delle aggressioni nella sola Stazione Centrale sono impressionanti. A diramarli ieri è stata la Polfer che ha effettuato nove arresti e undici denunce in stato di libertà da aprile a maggio. L’ultimo episodio si è verificato martedì scorso. Una donna di 25 anni bosniaca, con diversi precedenti, è stata sorpresa a rubare tra i bagagli di due turisti su un treno diretto a Venezia. Secondo i dati forniti dalla questura di Milano, delle nove persone arrestate quattro erano ricercate o con delle pendenze giudiziarie mentre cinque sono ladri sorpresi a rubare o borseggiare. Tra i provvedimenti emanati ci sono anche 21 ordinanze di allontanamento dalla Stazione Centrale (il Daspo urbano) della durata di 48 ore. Non solo. Nel 2023 il numero dei minori denunciati o arrestati è cresciuto a Milano (+2,1%) e a Firenze (+16,3%), mentre è rimasto sostanzialmente stabile a Bari e a Genova ed è diminuito a Roma (-1,9%), Napoli (-15,3%) e Torino (-16,7%). A dirlo sono i dati dati contenuti nel report «Criminalità minorile e gang giovanili» curato dal Servizio analisi criminale della Direzione centrale della polizia criminale, con un focus dedicato alle 14 Città metropolitane. A Milano la tendenza di denunce e arresti si conferma in salita, con un picco di 2.450 proprio nel 2023.
Nel frattempo, il Sap, sindacato degli agenti milanesi, risponde al sindaco, Beppe Sala, che in queste ore ha continuato a prendersela con il governo. «Servono garanzie funzionali oltre che giuridiche», dice Massimiliano Pirola, segretario provinciale, «serve vedere in maniera concreta la vicinanza delle istituzioni non certo con manifestazioni di stima o solidarietà, bensì, con provvedimenti fattuali. Bisogna dotare tutti i colleghi, ripeto tutti, che scendono in strada di strumenti idonei a difesa della vita stessa. Da anni il Sap chiede di dotare il personale di bodycam e giubbini sotto camicia ma, purtroppo, siamo diventati il capro espiatorio di una politica dell’antipolizia che preferisce numerarci al posto di tutelarci. Al primo cittadino rispondiamo, semplicemente e in maniera diretta, di impiegare i tanto acclamati 500 uomini della polizia locale assunti nei quadranti serali e notturni, ricordando che lo stesso in veste di ufficiale del governo è corresponsabile nel prevenire ed eliminare gravi pericoli che minacciano l'incolumità pubblica e la sicurezza urbana».
Piantedosi zittisce il sindaco Sala: «Forze dell’ordine sempre presenti»
«Io abitavo a Napoli e Salerno, ero a Milano perché volevo andare in Germania. Due mesi fa sono rientrato dalla Svizzera, a Basilea, dove ho un camper. Io non ho visto che erano poliziotti, mi hanno puntato una luce contro ma non mi hanno detto che erano poliziotti». Inizia così l’interrogatorio di Hamis Hasan, il marocchino di 37 anni che nella serata di mercoledì ha accoltellato Christian Di Martino, il viceispettore di polizia che lotta ancora fra la vita e la morte dopo diversi interventi chirurgici e più di 100 trasfusioni tra sangue e plasma. Ha perso un rene e se non fosse stato subito operato sarebbe morto.
Hamis durante l’udienza di convalida dell’arresto ha dato una versione del tutto edulcorata dei fatti. Ha mentito più volte. È riuscito a fornire più di 20 identità diverse, da Giuseppe Galed, nato in Palestina, a Namuj Giosuè, nato in Israele, fino a Calette Giuseppe, nato in Egitto. Ha dimenticato persino di aver lanciato pietre contro i treni e soprattutto di aver colpito una donna con alcune pietre mandandola in ospedale, allertando così la Polfer che ha chiamato in aiuto le volanti della polizia. «Il coltello (con una lama di 30 centimetri, ndr) ce l’avevo con me perché non avendo un’abitazione io cucino e ho un fornello che ho all’interno dello zaino che ho lasciato alla stazione», ha spiegato ai magistrati, aggiungendo che «il coltello era grande perché non ho trovato nel negozio un coltello più piccolo». Ma anche questa è una menzogna, anche perché l’uomo gira da sempre armato di coltelli. Secondo Hamis tutto sarebbe avvenuto per caso. «Ho tirato inavvertitamente un colpo con il coltello perché ho provato a liberarmi del poliziotto che era sopra di me e cercava di togliermi il coltello». Ma le coltellate contro Di Martino sono state tre e ben assestate per fare del male all’agente di polizia. Ha ammesso anche di far uso di antidepressivi perché a quanto pare sarebbe in cura psichiatrica. «Quando assumo rivotril mi sento meglio. Prendo circa sei pastiglie al giorno di rivotril insieme all’alcol». Hamis avrebbe iniziato a farne uso sin dal 2003, poi nel carcere di Poggioreale, dal 2010, ne sarebbe diventato dipendente. Ma l’interrogatorio è un insieme di falsità che ancora non chiariscono come sia riuscito per 22 anni a entrare e uscire dall’Italia nella più totale illegalità. Sempre che i dettagli della sua intenzione di fuggire in Germania siano veri.
«L’allarmante pericolosità sociale dell’indagato emerge inoltre dall’essere un soggetto che si aggira armato e che è stato trovato in diverse occasioni in possesso di armi bianche, anche utilizzate al fine di minacciare», si legge nell’ordinanza di custodia cautelare. Nel corso della sua lunghissima permanenza sul territorio dello Stato italiano, Hamis ha continuato a vivere nell’irregolarità, «sia “normativa” che esistenziale», scrive il gip Lidia Castellucci, «trattandosi di soggetto senza stabile dimora che, al fine evidente di ostacolare di volta in volta la propria identificazione, ha fornito generalità sempre diverse». Destinatario di numerosi provvedimenti di espulsione solo «cartolari», perché mai eseguiti, il marocchino si è reso negli anni responsabile di innumerevoli reati. È il 2012 quando le forze dell’ordine lo trovano per la prima volta in possesso di un coltello, con una lama di 10 centimetri e un manico di 11. Poi ancora nel 2014 e infine il 5 maggio scorso prima del tentato omicidio.
Il sindaco di Milano, Beppe Sala, ha attaccato il governo per quanto accaduto nelle ultime ore. «Qualcuno ha attribuito quello che è accaduto a una presunta poca attenzione e scarsità di risorse messe a disposizione dal governo. Questo è smentito dal fatto che la vittima è proprio un poliziotto che stava lì per fare il suo lavoro come anche nel caso di questa mattina», gli ha risposto il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi. «Insomma in entrambi i casi c’era la presenza di forze di polizia che fanno un lavoro delicatissimo e che meriterebbero la massima considerazione da parte di tutti noi». Piantedosi ha anche annunciato l’apertura di un nuovo Cpr a Milano, quello dove sarebbe dovuto essere Hamis Hasam prima di essere rispedito in Marocco. Ma non gli avevano trovato posto.
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A meno di 24 ore dall’aggressione di Lambrate, un egiziano lancia pietre in Centrale. Era fresco di rilascio e sotto effetto di droghe. Le divise: «Siamo il capro espiatorio».La ridicola difesa del marocchino Hamis Hasan: «Ho accoltellato il viceispettore per sbaglio».Lo speciale contiene due articoli.Le stazioni ferroviarie iniziano a far paura a Milano. A nemmeno 24 ore dalle coltellate di Hasan Hamis contro il viceispettore della polizia Christian Di Martino a Lambrate, ecco che in Stazione Centrale un egiziano di 36 anni, a petto nudo e totalmente fuori controllo, ha aggredito la scorsa notte alcuni poliziotti colpendoli con pietre trovate nel piazzale lanciate tramite una fionda. Le forze dell’ordine hanno usato il taser per fermarlo, ma, non riuscendo a bloccarlo, un agente di 27 anni ha deciso di sparare un colpo di pistola colpendo l’uomo alla spalla. Non è in pericolo di vita, se la caverà in 60 giorni. Il suo nome è Mohamad El Shaad Ali Harga. Le telecamere di sorveglianza della stazione hanno ripreso integralmente la scena. Nel filmato si vede l'uomo, senza maglietta avanzare e indietreggiare contro la polizia sul piazzale. Parla, urla e minaccia. Poi arrivano i poliziotti. Un agente prova a usare il taser ma, come nel caso di mercoledì in stazione Lambrate, non sembra funzionare. Quindi arriva la decisione dell’altro poliziotto di sparare. Una volta a terra è stato soccorso. Il trentaseienne egiziano è un richiedente asilo. La scena è stata ripresa tra una fila di alberi, su un marciapiede accanto alla stazione Centrale, in piazza Luigi di Savoia, in direzione del sottopasso Mortirolo, all’altezza di un locale. Ora è indagato in stato di libertà per violenza e minacce a pubblico ufficiale, resistenza e oltraggio. A quanto pare era sotto effetto di sostanze stupefacenti ed era appena stato rilasciato dal posto di polizia della Centrale con una denuncia a piede libero per rapina e resistenza a pubblico ufficiale. Aveva aggredito e scippato un suo connazionale ed era stato fermato dall’Esercito. Non appena è stato rilasciato ha incominciato a colpire i poliziotti con pietre e pezzi di marmo, dopo aver distrutto una lastra in stazione. Il cittadino egiziano, che non compariva nella banca dati delle forze di polizia, era già stato fotosegnalato lo scorso 24 aprile 2024 a Belluno perché aveva chiesto asilo internazionale: la pratica era stata approvata. Ma prima aveva fatto istanza anche ad Ascoli, dove però la sua richiesta era stata rifiutata perché era irreperibile. I dati delle aggressioni nella sola Stazione Centrale sono impressionanti. A diramarli ieri è stata la Polfer che ha effettuato nove arresti e undici denunce in stato di libertà da aprile a maggio. L’ultimo episodio si è verificato martedì scorso. Una donna di 25 anni bosniaca, con diversi precedenti, è stata sorpresa a rubare tra i bagagli di due turisti su un treno diretto a Venezia. Secondo i dati forniti dalla questura di Milano, delle nove persone arrestate quattro erano ricercate o con delle pendenze giudiziarie mentre cinque sono ladri sorpresi a rubare o borseggiare. Tra i provvedimenti emanati ci sono anche 21 ordinanze di allontanamento dalla Stazione Centrale (il Daspo urbano) della durata di 48 ore. Non solo. Nel 2023 il numero dei minori denunciati o arrestati è cresciuto a Milano (+2,1%) e a Firenze (+16,3%), mentre è rimasto sostanzialmente stabile a Bari e a Genova ed è diminuito a Roma (-1,9%), Napoli (-15,3%) e Torino (-16,7%). A dirlo sono i dati dati contenuti nel report «Criminalità minorile e gang giovanili» curato dal Servizio analisi criminale della Direzione centrale della polizia criminale, con un focus dedicato alle 14 Città metropolitane. A Milano la tendenza di denunce e arresti si conferma in salita, con un picco di 2.450 proprio nel 2023. Nel frattempo, il Sap, sindacato degli agenti milanesi, risponde al sindaco, Beppe Sala, che in queste ore ha continuato a prendersela con il governo. «Servono garanzie funzionali oltre che giuridiche», dice Massimiliano Pirola, segretario provinciale, «serve vedere in maniera concreta la vicinanza delle istituzioni non certo con manifestazioni di stima o solidarietà, bensì, con provvedimenti fattuali. Bisogna dotare tutti i colleghi, ripeto tutti, che scendono in strada di strumenti idonei a difesa della vita stessa. Da anni il Sap chiede di dotare il personale di bodycam e giubbini sotto camicia ma, purtroppo, siamo diventati il capro espiatorio di una politica dell’antipolizia che preferisce numerarci al posto di tutelarci. Al primo cittadino rispondiamo, semplicemente e in maniera diretta, di impiegare i tanto acclamati 500 uomini della polizia locale assunti nei quadranti serali e notturni, ricordando che lo stesso in veste di ufficiale del governo è corresponsabile nel prevenire ed eliminare gravi pericoli che minacciano l'incolumità pubblica e la sicurezza urbana».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nuovo-criminale-milano-capitale-balordi-2668233319.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="piantedosi-zittisce-il-sindaco-sala-forze-dellordine-sempre-presenti" data-post-id="2668233319" data-published-at="1715422866" data-use-pagination="False"> Piantedosi zittisce il sindaco Sala: «Forze dell’ordine sempre presenti» «Io abitavo a Napoli e Salerno, ero a Milano perché volevo andare in Germania. Due mesi fa sono rientrato dalla Svizzera, a Basilea, dove ho un camper. Io non ho visto che erano poliziotti, mi hanno puntato una luce contro ma non mi hanno detto che erano poliziotti». Inizia così l’interrogatorio di Hamis Hasan, il marocchino di 37 anni che nella serata di mercoledì ha accoltellato Christian Di Martino, il viceispettore di polizia che lotta ancora fra la vita e la morte dopo diversi interventi chirurgici e più di 100 trasfusioni tra sangue e plasma. Ha perso un rene e se non fosse stato subito operato sarebbe morto. Hamis durante l’udienza di convalida dell’arresto ha dato una versione del tutto edulcorata dei fatti. Ha mentito più volte. È riuscito a fornire più di 20 identità diverse, da Giuseppe Galed, nato in Palestina, a Namuj Giosuè, nato in Israele, fino a Calette Giuseppe, nato in Egitto. Ha dimenticato persino di aver lanciato pietre contro i treni e soprattutto di aver colpito una donna con alcune pietre mandandola in ospedale, allertando così la Polfer che ha chiamato in aiuto le volanti della polizia. «Il coltello (con una lama di 30 centimetri, ndr) ce l’avevo con me perché non avendo un’abitazione io cucino e ho un fornello che ho all’interno dello zaino che ho lasciato alla stazione», ha spiegato ai magistrati, aggiungendo che «il coltello era grande perché non ho trovato nel negozio un coltello più piccolo». Ma anche questa è una menzogna, anche perché l’uomo gira da sempre armato di coltelli. Secondo Hamis tutto sarebbe avvenuto per caso. «Ho tirato inavvertitamente un colpo con il coltello perché ho provato a liberarmi del poliziotto che era sopra di me e cercava di togliermi il coltello». Ma le coltellate contro Di Martino sono state tre e ben assestate per fare del male all’agente di polizia. Ha ammesso anche di far uso di antidepressivi perché a quanto pare sarebbe in cura psichiatrica. «Quando assumo rivotril mi sento meglio. Prendo circa sei pastiglie al giorno di rivotril insieme all’alcol». Hamis avrebbe iniziato a farne uso sin dal 2003, poi nel carcere di Poggioreale, dal 2010, ne sarebbe diventato dipendente. Ma l’interrogatorio è un insieme di falsità che ancora non chiariscono come sia riuscito per 22 anni a entrare e uscire dall’Italia nella più totale illegalità. Sempre che i dettagli della sua intenzione di fuggire in Germania siano veri. «L’allarmante pericolosità sociale dell’indagato emerge inoltre dall’essere un soggetto che si aggira armato e che è stato trovato in diverse occasioni in possesso di armi bianche, anche utilizzate al fine di minacciare», si legge nell’ordinanza di custodia cautelare. Nel corso della sua lunghissima permanenza sul territorio dello Stato italiano, Hamis ha continuato a vivere nell’irregolarità, «sia “normativa” che esistenziale», scrive il gip Lidia Castellucci, «trattandosi di soggetto senza stabile dimora che, al fine evidente di ostacolare di volta in volta la propria identificazione, ha fornito generalità sempre diverse». Destinatario di numerosi provvedimenti di espulsione solo «cartolari», perché mai eseguiti, il marocchino si è reso negli anni responsabile di innumerevoli reati. È il 2012 quando le forze dell’ordine lo trovano per la prima volta in possesso di un coltello, con una lama di 10 centimetri e un manico di 11. Poi ancora nel 2014 e infine il 5 maggio scorso prima del tentato omicidio. Il sindaco di Milano, Beppe Sala, ha attaccato il governo per quanto accaduto nelle ultime ore. «Qualcuno ha attribuito quello che è accaduto a una presunta poca attenzione e scarsità di risorse messe a disposizione dal governo. Questo è smentito dal fatto che la vittima è proprio un poliziotto che stava lì per fare il suo lavoro come anche nel caso di questa mattina», gli ha risposto il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi. «Insomma in entrambi i casi c’era la presenza di forze di polizia che fanno un lavoro delicatissimo e che meriterebbero la massima considerazione da parte di tutti noi». Piantedosi ha anche annunciato l’apertura di un nuovo Cpr a Milano, quello dove sarebbe dovuto essere Hamis Hasam prima di essere rispedito in Marocco. Ma non gli avevano trovato posto.
Alessio Bertallot racconta l'evoluzione del dj e l'impatto della manipolazione dei dischi sulla cultura del nostro tempo, con un piccolo esempio rivelatore. Prima di regalarci un inedito lasciato in eredità dal grande amico Bosso e un esperimento tra jazz e Michael Jackson.
L'ex procuratore di Pavia Mario Venditti in una immagine di archivio (Ansa)
Un lungo elenco di «non ricordo». È questo il riassunto del verbale del maggiore dei carabinieri in congedo Maurizio Pappalardo. È stato sentito il 2 febbraio 2026 come persona informata dei fatti nel procedimento bresciano in cui è indagato l’ex procuratore aggiunto di Pavia, Mario Venditti, per la contestata archiviazione di Andrea Sempio. Pappalardo, recentemente condannato a 5 anni e 8 mesi di reclusione per corruzione e stalking nei confronti dell’ex fidanzata, è stato comandante del Nucleo informativo di Pavia sino al giugno 2023. L’ex ufficiale è stato convocato perché, la vigilia di Natale del 2016, con il proprio cellulare ha immortalato sulla scrivania di Venditti atti del procedimento su Sempio, anche se, annotano gli investigatori, «l’insolita foto di atti coperti dal segreto» non era finita nell’archivio del Nucleo guidato da Pappalardo. In compenso «si sarebbe, invece, riscontrato che presso» il vecchio ufficio del maggiore «era stato aperto un fascicolo P (permanente) su Andrea Sempio il 25 marzo 2017», dieci giorni dopo l’istanza di archiviazione avanzata da Venditti e dalla collega Giulia Pezzino e accolta il 23 marzo dal giudice.
Nelle carte visionate dalla Verità gli investigatori annotano che «all’interno del fascicolo P era stato inserito non solo il decreto di archiviazione conforme all’originale, ma anche una richiesta di archiviazione in bozza, con appunti manoscritti, differente dalla richiesta di archiviazione definitiva». Nelle note a margine non manca qualche errore (per esempio Stasi viene nominato Andrea e non Alberto), ma le correzioni sono state recepite nel provvedimento definitivo che, al contrario della bozza, non è finita, però, nel fascicolo P. Nella prima versione, preparata dalla pm Pezzino, a proposito del Dna si legge: «Non è idoneo a effettuare nessun confronto». Tutto in maiuscolo. Invece nel testo definitivo è scritto: «Non ha alcuna valenza indiziaria, né tanto meno probatoria della colpevolezza dell’indagato». Ora gli inquirenti pavesi evidenziano che il Nucleo informativo di Pappalardo non aveva «titolo per disporre del provvedimento in bozza con correzioni» e aggiungono di non conoscere «l’esito di eventuali accertamenti della Procura di Brescia sull’autore della scritta a mano».
Il riferimento è a un appunto scritto a mano su carta intestata della società di intercettazioni Rcs che non è altro che l’incipit dell’istanza definitiva. Ma vediamo che cosa (non) ha detto Pappalardo a febbraio ai sei investigatori (tre carabinieri del Nucleo investigativo di Milano e tre finanzieri) che lo hanno compulsato su delega della Procura di Brescia. Quando gli chiedono con che criterio fosse stato «impiantato» il fascicolo P di Sempio, Pappalardo, nonostante le centinaia di ore di trasmissione sul caso Garlasco, risponde con uno sconcertante «Non so chi sia». A questo punto gli investigatori lo aggiornano, spiegandogli che si tratta della «persona che è attualmente indagata per l’omicidio di Garlasco».
Il maggiore insiste: «Non ne ero a conoscenza, avendo moltissimi fascicoli». E riferisce in base a quali fattori vengano aperti i dossier personali: «Ogni soggetto che viene a contatto con l’amministrazione dell’Arma dei carabinieri ha poi un suo fascicolo P». Nel verbale la linea di Pappalardo non cambia mai. La richiesta di archiviazione in bozza? «Non l’ho mai vista». L’appunto sul foglietto della Rcs? «Sconosco sia la grafia che l’atto, che vedo oggi per la prima volta». E subito dopo sottolinea: «Non sapevo che fosse all’interno del casellario del Nucleo informativo». Un vero e proprio catenaccio, che il militare porta avanti senza tentennamenti per 80 minuti. Quando gli mostrano l’ordinanza di archiviazione, quasi sbotta: «Non ho mai visto nulla su Andrea Sempio». Di fronte alla pagina del registro dei fascicoli P da cui risulta l’apertura di quello 099573 intestato al presunto omicida di Chiara Poggi, Pappalardo non è d’aiuto nemmeno per individuare chi abbia materialmente annotato il nuovo report: «Bisognerebbe vedere chi era in servizio quel giorno» si limita a suggerire. Quindi prosegue nei suoi dribbling: «Non sono in grado di riferire come mai venne impiantato il fascicolo poiché non ho conoscenza personale». E fa presente, per chiarire meglio la sua totale estraneità ai fatti, di non avere mai svolto indagini sulla vicenda di Garlasco. A proposito dei suoi rapporti con la Procura di Pavia, riferisce che il Nucleo informativo gestiva la scorta di Venditti e quindi lui si recava «lì per comprendere se vi fossero criticità».
Il 24 dicembre del 2016 Pappalardo, dal memoriale del servizio, risulta assente giustificato per la legge 104. Gli investigatori, con in mano le foto sospette ritrovate nel cellulare del testimone, gli chiedono se ricordi di essere passato in Procura quel giorno. Risposta, scontata: «Non ho memoria del fatto». A questo punto gli inquirenti gli mostrano i tre scatti incriminati. La prima fotografia ritrae il conferimento di incarico fatto dallo studio Giarda (che all’epoca difendeva Stasi) alla società Skp che ha svolto le indagini che hanno innescato l’apertura del fascicolo su Sempio; le altre due ritraggono, invece, una pagina dei tabulati telefonici acquisiti nel 2007 per l’omicidio di Garlasco e poi allegati alla relazione della Skp. Come detto, per gli investigatori, quelle immagini sono state realizzate con il telefonino di Pappalardo e i documenti immortalati si trovavano sulla scrivania di Venditti. Al testimone viene chiesto come mai abbia scattato queste fotografie. Altra risposta prevedibile: «Non ho memoria. Penso che mi fu chiesto dal comando provinciale poiché si seguiva molto il caso di Garlasco». Gli investigatori fanno presente che quel fascicolo era coperto da segreto. Pappalardo non fa un plissé: «Onestamente non me lo ricordo».
Il corpo a corpo prosegue. Ricorda se qualcuno le diede il permesso di fare queste foto? «No, non lo contestualizzo proprio. Penso che sia stato perché il Provinciale voleva avere Informazioni». Ricorda se fosse presente il dottor Venditti? «Non ve lo so dire. Prendo atto». Esclude di aver avuto incarico dalla Procura di fare accertamenti sulla Skp e sui tabulati? «A livello di Nucleo informativo lo escludo, a meno che qualcuno non lo abbia fatto di sua iniziativa senza dirmi nulla». Era prassi che lei entrasse nell’ufficio del dottor Venditti e prendesse un fascicolo fotografandolo? «Non era certamente prassi. Prendo atto della presenza di quelle foto, ma non ricordo proprio i fatti. Sicuramente non mi sono preso il fascicolo di mia iniziativa». Dalle carte emerge anche che quella vigilia di Natale Pappalardo aveva ricevuto numerose chiamate da un altro carabiniere che lavorava in Procura con Venditti. Ma dalle indagini non risulta che i due si siano incontrati negli uffici giudiziari.
In conclusione resta un mistero il motivo per cui l’allora comandante del Nucleo informativo di Pavia si sia recato nell’ufficio del procuratore aggiunto e abbia scattato tre foto che non sono mai entrate nel fascicolo P di Sempio. Resta altrettanto oscuro come e perché la bozza della richiesta di archiviazione del presunto omicida sia invece finita in quella cartella riservata. L’avvocato di Pappalardo, Beatrice Saldarini, si limita a osservare: «Siccome il verbale del mio assistito non è stato interrotto, evidentemente non sono emersi indizi di reità a carico di Pappalardo». L’informativa che lo riguarda, però, è stata inviata da Brescia a Pavia ed è confluita nel procedimento per l’omicidio di Chiara Poggi. «Questo mi ha stupito, ma neanche tanto» conclude la legale.
E spunta l’inchiesta sui giornalisti per «persecuzione» contro i Poggi
C’è una nuova indagine su Garlasco. Ma questa volta non riguarda direttamente l’omicidio di Chiara Poggi, né la posizione di Andrea Sempio, né la possibile revisione della condanna di Alberto Stasi. Riguarda invece il racconto pubblico della vicenda, le accuse rilanciate in tv e sui social come le piste riemerse a ogni nuova svolta investigativa. A darne notizia è stato ieri Gianluigi Nuzzi a Dentro la notizia. Il fascicolo, affidato al pm Antonio Pansa della Procura di Milano, nasce da una mole imponente di esposti e querele che si sono raggruppati negli anni: circa 200 atti, secondo la ricostruzione televisiva. Una settantina sarebbero stati presentati dai genitori di Chiara Poggi, circa un centinaio dalle gemelle Paola e Stefania Cappa, a cui si aggiungerebbero iniziative di altri soggetti, tra cui l’ingegnere Paolo Reale.
L’ipotesi, in alcuni casi, non sarebbe più soltanto la diffamazione, ma anche quella di atti persecutori. Il punto è capire se la reiterazione di accuse, allusioni, ricostruzioni tv e social abbia superato il limite del diritto di cronaca, trasformando familiari e persone mai indagate in bersagli permanenti. Non si conosce ancora l’elenco degli indagati. È però chiaro da dove nasce il fascicolo: dalle azioni legali presentate negli anni dalla famiglia Cappa e dai Poggi contro blogger, giornalisti, direttori di settimanali, comunicatori, youtuber e opinionisti.
Il fronte più strutturato sembra essere quello della famiglia Cappa, l’avvocato Ermanno Cappa, la moglie Maria Rosa Poggi, zia di Chiara, e le figlie Paola e Stefania. In questi anni la loro linea è stata opposta a quella di molti altri protagonisti della storia di Garlasco. Hanno evitato presenze televisive, senza dare risposta al cosiddetto «circo mediatico», scegliendo anzi una sequenza di azioni giudiziarie contro chi ha continuato a chiamarli in causa. Tra i nomi emersi nelle querele e nelle ricostruzioni figurano Massimo Giletti, per Lo Stato delle cose, Olga Mascolo, per Storie Italiane, l’ex maresciallo Francesco Marchetto e, a quanto pare, anche l’avvocato Antonio De Rensis, legale di Alberto Stasi. Sul fronte della carta stampata è stata querelata Albina Perri, direttrice del settimanale Giallo. Anche se il precedente più concreto riguarda Le Iene: per un servizio del 2022 sono stati condannati per diffamazione aggravata Riccardo Festinese e Alessandro De Giuseppe, in relazione a un servizio ritenuto lesivo nei confronti di Stefania Cappa. Del resto, in questi mesi si è spesso tornati a parlare di vecchie piste che non si sono mai consolidate. Marco Muschitta, l’operaio che nel 2007 disse di aver visto una ragazza simile a Stefania Cappa in bicicletta con un attrezzo da camino, salvo poi ritrattare. Gianni Bruscagin, il cosiddetto «super testimone», che ha riferito di aver saputo indirettamente che Stefania sarebbe stata vista entrare nella casa della nonna a Tromello con un grosso borsone. E poi ci sono state le dichiarazioni di Marchetto su un presunto Suv nero o le ipotesi sul Santuario della Bozzola, le teorie su lividi da stampella e persino il riferimento, rilanciato in tv da Roberta Bruzzone (che ne prese le distanze sostenendo di non condividerla), a un presunto giro di droga. Suggestioni, piste, racconti che si sono rivelati spesso privi di riscontri giudiziari solidi.
C’è poi da tempo depositato un ulteriore esposto in Procura, contenente audio dove si ipotizzerebbe una persecuzione subita dalle due gemelle e persino un tentativo di orientare o depistare le indagini. Se confermato, sarebbe un salto di livello, non più soltanto il possibile accanimento mediatico contro soggetti mai indagati, ma l’ipotesi che il «circo mediatico» abbia provato a incidere sul corso stesso dell’inchiesta.
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