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2020-08-01
Non si dice ma c’è pure il referendum. Ecco come (e per che cosa) si vota
Ansa
Se ne sono accorti in pochi, eppure il prossimo 20 settembre in calendario non ci sono solo delle elezioni regionali, ma anche un referendum costituzionale confermativo, quello comunemente definito sul taglio dei parlamentari. A ben vedere, la scelta dell'accorpamento in un'unica data di votazioni così diverse sarà un elemento tutt'altro che neutro. A prima vista, infatti, un osservatore distratto potrebbe convenire con l'idea dell'election day: scadenze concentrate e il risparmio di qualche euro. Attenzione, però: le cose sono più complicate. Per quanto sia immaginabile un esito scontato della consultazione, accorpare quel voto a una scadenza regionale a fortissima intensità politica, con il grosso della campagna elettorale ad agosto, a televisioni di fatto spente (quasi senza talk show, senza approfondimenti, senza adeguata informazione radio-tv), significa accettare il precedente per cui una riforma costituzionale avverrà (o non avverrà) senza alcuna seria possibilità per i cittadini di discutere la posta in gioco.
Ricordiamo di che si tratta. Nei mesi scorsi, è arrivata in porto una riforma costituzionale (quattro passaggi parlamentari) che porterebbe il numero dei deputati da 630 a 400 e quello dei senatori da 315 a 200. Su questa iniziativa, cara ai grillini, gli alleati del Pd ne hanno letteralmente combinate di tutti i colori: a lungo contrari alla riforma, sono poi divenuti favorevoli nell'ultima votazione, avendo nel frattempo varato il Conte bis.
Dopo il quarto e ultimo voto (avvenuto alla Camera il 7 ottobre scorso con soli 14 contrari), si poteva aprire la finestra per sottoporre questa decisione a referendum. In questo caso, non si sono trovati 500.000 cittadini disposti a sottoscrivere la richiesta, ma hanno provveduto un quinto dei membri di una Camera, cioè una pattuglia trasversale di parlamentari. Morale: toccherà agli italiani dire sì o dire no alla conferma del taglio. Se prevalesse il no, ovviamente tutto resterebbe com'è ora. Se vincesse il sì, il primo adempimento necessario sarebbe sistemare la legge elettorale per adeguare il numero dei collegi al nuovo (e più piccolo) numero di deputati e senatori.
Non credete a chi vi dirà che occorrano tempi biblici per questa operazione, con ciò chiudendo la strada a un eventuale scioglimento delle Camere, o affermando che la sistemazione dei collegi avrà effetti insuperabili sulla chiusura della legislatura, qualora il governo Conte andasse in crisi. Basterebbe solo ricavare - prima dell'eventuale scioglimento - il tempo strettamente necessario (e con l'impegno di tutti e la supervisione del Quirinale, si potrebbero evitare dilazioni temporali pretestuose) per approvare alla Camera e al Senato l'adattamento tecnico della legge elettorale al diminuito numero di parlamentari. Nei cassetti degli uffici legislativi giacciono simulazioni prontissime: si tratta solo di scegliere. Naturalmente, nel momento in cui si mette mano ai collegi resta da capire se, in extremis, qualcuno cercherà lo spazio anche per un'ulteriore correzione della legge elettorale: e non si tratta mai di scelte dagli effetti banali.
Entrando nel merito del referendum, vale la pena di sollecitare i sostenitori delle due tesi opposte a qualche chiarimento. Ai sostenitori del sì, grillini in testa, si può forse rimproverare il fatto di aver dato solo una curvatura anticasta a un taglio che avrebbe avuto bisogno di una cornice coerente e chiara. Che forma di stato vogliamo? Che forma di governo preferiamo? Volete portarci a Washington (con il presidenzialismo), a Londra (con il premierato), o, purtroppo, a Tripoli, confermando l'attuale assetto parlamentarista ma aggravandolo con una legge ancora più proporzionale che ridurrebbe la politica italiana, perfino più di adesso, a una rissa tra tribù e fazioni?
Avere oltre 300 parlamentari in meno (bene) servirà a poco se però saremo tutti appesi alle mutevoli volontà e ai piccoli ricatti dei partiti e partitini che diverranno decisivi per formare le coalizioni traballanti che ci governeranno. Serviva e servirebbe un respiro diverso. Ad esempio, proporre agli italiani un disegno coerente: un assetto istituzionale «decidente» (come in Usa o in Uk), un sistema elettorale coerente, e, in quel quadro, stando comunque attenti a evitare collegi troppo vasti che renderebbero i candidati «irraggiungibili» dagli elettori, una forte riduzione del numero dei parlamentari avrebbe senso.
Non mancano criticità forti anche sul lato opposto, quello dei sostenitori del no, cioè di coloro che peraltro hanno promosso il referendum. In primo luogo, per l'evidente strumentalità con cui la raccolta di firme è avvenuta in Parlamento alcuni mesi fa: con molti peones (non tutti, per carità) che hanno firmato più che altro con il retropensiero di allungare la legislatura. In secondo luogo, perché la pura e semplice difesa degli attuali mille seggi pare a molti irrealistica, fuori dal tempo. Davvero qualcuno pensa di opporsi alla demagogia non con proposte di riforma serie e incisive, ma solo invocando la conservazione feticistica dell'esistente (e delle poltrone)? È il modo migliore di regalare ai moribondi grillini un piccolo trionfo.
Forse vale la pena di fare il possibile, nonostante il mese di agosto, per invitare tutti a una discussione di fondo, evitando di mettere ancora una volta sotto i piedi la democrazia: dopo il Parlamento umiliato con i Dpcm, dopo il prolungamento anomalo dello stato d'emergenza, rischiamo la presa in giro di una non-campagna referendaria, di una modifica costituzionale rilevantissima che avverrà (o non avverrà) senza dibattito, senza alcuna vera discussione in grado di portare l'elettorato a un sì, a un no o a un'astensione in modo davvero libero e consapevole.
Il M5s cambia pelle per la poltrona
La scatoletta di tonno che i 5 stelle avevano giurato di aprire era di dimensioni considerevoli, ma non ha comunque saziato gli appetiti dei grillini. Sul rinnovo delle 28 commissioni è così andato in scena l'ultimo psicodramma pentastellato. Tra presidenti, vicepresidenti e segretari erano in ballo 168 poltronissime. Il Movimento, nonostante i robusti appetiti, è rimasto però a sbocconcellare gli avanzi del buffet. Inaudito. Tanto da meritare una raccolta di firme tra gli eletti, per protestare contro il direttivo.
I riottosi meditano vendetta. Anche se non sembra abbiano né la forza né la voglia di strappare. Meglio digiuni che sull'uscio. Ma la resa è vicina. La crisi economica incombe. E le imminenti elezioni si annunciano disastrose. Giuseppe Conte s'è già appellato agli alleati: «Possibile non trovare un momento di sintesi agli appuntamenti regionali?».
Possibilissimo. I giallorossi sono divisi quasi ovunque. Davanti al Movimento, si materializzano le disastrose percentuali racimolate, nell'ultimo anno, alle amministrative. Il capo politico Vito Crimi prova a gettare acqua sul fuoco: «Tutto questo dramma di non aver saputo difendere la capacità del M5s di imporsi nella maggioranza mi sembra non ci sia. Il Movimento è unito e va avanti. La maggioranza del partito è contenta dell'accordo»″, ha commentato.
Ma lo scenario apocalittico non placa la rivolta. Tra i 5 stelle regna l'anarchia. I vertici, a partire da Crimi, sono considerati insignificanti e subalterni ai dem. Tutti sulla stessa barca fallata. Bisogna comunque restare a galla fino alla fine della legislatura, pena la deriva. L'ammutinamento, però, prosegue. Da una parte i governisti: con il vigile ossequio e la formale ortodossia, hanno guadagnato inimmaginabili strapuntini. Dall'altra, i movimentisti: quelli diventati, loro malgrado, marginali. Continuano a rimembrare i tempi andati. Lotta dura senza paura, poteri forti felloni, mai più vili compromessi: insomma, vaffanculo a tutti.
Una pattuglia, ovviamente, pronta a rinunciare a ogni moto ideologico se saziata a dovere. Nel mentre, gli elettori se la danno a gambe levate. Per i sondaggisti, il consenso dei 5 stelle s'è dimezzato rispetto alle politiche del 2008. Oscilla tra 16 il 18 per cento. Prevedibile. I francescani che attaccavano ogni bramosia, sono i protagonisti del più pittoresco voltafaccia della storia repubblicana. Da sicuri alleati della Lega a fedeli scudieri dei democratici. Da destra a sinistra. Da gialloblù a giallorossi.
Erano euroscettici, ma si preparano a intascare il Mes. Difendevano partite Iva e piccoli imprenditori, sono diventati smaccati statalisti: reddito di cittadinanza, aziende da redimere e nazionalizzazioni. Si fingevano guardiani delle frontiere, ma adesso spalleggiano l'accoglienza più lassista. E quei «delinquenti» dei democratici? Puah! Erano il Pdmenoelle. Berlusconiani mascherati. Ora sono imprescindibili colleghi, su indicazione di un altro che non aveva mai smesso di insolentire il centro sinistra. Ovvero Beppe Grillo, autonominatosi nel frattempo «l'Elevato». Traduzione: colui che può continuare a fare e disfare come meglio crede. Perfino perseverare negli accordi, a dispetto dell'imperante discordia, con il segretario dem, Nicola Zingaretti. Ma è il fondatore, poi, che comanda? E dov'è finito, proprio ora che servirebbe almeno un cenno?
Boh. Così i peones, nella sovrana incertezza della ricandidatura, cominciano a guardare altrove. Verso la Lega. O Fratelli d'Italia, che ha già iniziato il reclutamento. Governo a rischio. Per i vertici pentastellati urge dunque riconquistare il cuore dei delusi. E il modo, adesso, sembra solo uno: celebrare quel bel congressone rinviato a data da destinarsi. Insomma, assomigliare sempre più agli alleati. A quel Pdmenoelle diventato stella polare nel cielo dell'Elevato.
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L'attenzione è concentrata sulle regionali, però a settembre si va alle urne per il taglio dei parlamentari. Favorevoli o contrari, gli schieramenti devono chiarire i dubbi e le criticità della riforma costituzionale.Vito Crimi getta acqua sul fuoco invano, il Movimento è allo sbaraglio: tra scontri interni e voltafaccia, si prepara a digerire perfino il Mes. Mentre il consenso si è dimezzato.Lo speciale contiene due articoli.Se ne sono accorti in pochi, eppure il prossimo 20 settembre in calendario non ci sono solo delle elezioni regionali, ma anche un referendum costituzionale confermativo, quello comunemente definito sul taglio dei parlamentari. A ben vedere, la scelta dell'accorpamento in un'unica data di votazioni così diverse sarà un elemento tutt'altro che neutro. A prima vista, infatti, un osservatore distratto potrebbe convenire con l'idea dell'election day: scadenze concentrate e il risparmio di qualche euro. Attenzione, però: le cose sono più complicate. Per quanto sia immaginabile un esito scontato della consultazione, accorpare quel voto a una scadenza regionale a fortissima intensità politica, con il grosso della campagna elettorale ad agosto, a televisioni di fatto spente (quasi senza talk show, senza approfondimenti, senza adeguata informazione radio-tv), significa accettare il precedente per cui una riforma costituzionale avverrà (o non avverrà) senza alcuna seria possibilità per i cittadini di discutere la posta in gioco.Ricordiamo di che si tratta. Nei mesi scorsi, è arrivata in porto una riforma costituzionale (quattro passaggi parlamentari) che porterebbe il numero dei deputati da 630 a 400 e quello dei senatori da 315 a 200. Su questa iniziativa, cara ai grillini, gli alleati del Pd ne hanno letteralmente combinate di tutti i colori: a lungo contrari alla riforma, sono poi divenuti favorevoli nell'ultima votazione, avendo nel frattempo varato il Conte bis. Dopo il quarto e ultimo voto (avvenuto alla Camera il 7 ottobre scorso con soli 14 contrari), si poteva aprire la finestra per sottoporre questa decisione a referendum. In questo caso, non si sono trovati 500.000 cittadini disposti a sottoscrivere la richiesta, ma hanno provveduto un quinto dei membri di una Camera, cioè una pattuglia trasversale di parlamentari. Morale: toccherà agli italiani dire sì o dire no alla conferma del taglio. Se prevalesse il no, ovviamente tutto resterebbe com'è ora. Se vincesse il sì, il primo adempimento necessario sarebbe sistemare la legge elettorale per adeguare il numero dei collegi al nuovo (e più piccolo) numero di deputati e senatori. Non credete a chi vi dirà che occorrano tempi biblici per questa operazione, con ciò chiudendo la strada a un eventuale scioglimento delle Camere, o affermando che la sistemazione dei collegi avrà effetti insuperabili sulla chiusura della legislatura, qualora il governo Conte andasse in crisi. Basterebbe solo ricavare - prima dell'eventuale scioglimento - il tempo strettamente necessario (e con l'impegno di tutti e la supervisione del Quirinale, si potrebbero evitare dilazioni temporali pretestuose) per approvare alla Camera e al Senato l'adattamento tecnico della legge elettorale al diminuito numero di parlamentari. Nei cassetti degli uffici legislativi giacciono simulazioni prontissime: si tratta solo di scegliere. Naturalmente, nel momento in cui si mette mano ai collegi resta da capire se, in extremis, qualcuno cercherà lo spazio anche per un'ulteriore correzione della legge elettorale: e non si tratta mai di scelte dagli effetti banali. Entrando nel merito del referendum, vale la pena di sollecitare i sostenitori delle due tesi opposte a qualche chiarimento. Ai sostenitori del sì, grillini in testa, si può forse rimproverare il fatto di aver dato solo una curvatura anticasta a un taglio che avrebbe avuto bisogno di una cornice coerente e chiara. Che forma di stato vogliamo? Che forma di governo preferiamo? Volete portarci a Washington (con il presidenzialismo), a Londra (con il premierato), o, purtroppo, a Tripoli, confermando l'attuale assetto parlamentarista ma aggravandolo con una legge ancora più proporzionale che ridurrebbe la politica italiana, perfino più di adesso, a una rissa tra tribù e fazioni? Avere oltre 300 parlamentari in meno (bene) servirà a poco se però saremo tutti appesi alle mutevoli volontà e ai piccoli ricatti dei partiti e partitini che diverranno decisivi per formare le coalizioni traballanti che ci governeranno. Serviva e servirebbe un respiro diverso. Ad esempio, proporre agli italiani un disegno coerente: un assetto istituzionale «decidente» (come in Usa o in Uk), un sistema elettorale coerente, e, in quel quadro, stando comunque attenti a evitare collegi troppo vasti che renderebbero i candidati «irraggiungibili» dagli elettori, una forte riduzione del numero dei parlamentari avrebbe senso. Non mancano criticità forti anche sul lato opposto, quello dei sostenitori del no, cioè di coloro che peraltro hanno promosso il referendum. In primo luogo, per l'evidente strumentalità con cui la raccolta di firme è avvenuta in Parlamento alcuni mesi fa: con molti peones (non tutti, per carità) che hanno firmato più che altro con il retropensiero di allungare la legislatura. In secondo luogo, perché la pura e semplice difesa degli attuali mille seggi pare a molti irrealistica, fuori dal tempo. Davvero qualcuno pensa di opporsi alla demagogia non con proposte di riforma serie e incisive, ma solo invocando la conservazione feticistica dell'esistente (e delle poltrone)? È il modo migliore di regalare ai moribondi grillini un piccolo trionfo. Forse vale la pena di fare il possibile, nonostante il mese di agosto, per invitare tutti a una discussione di fondo, evitando di mettere ancora una volta sotto i piedi la democrazia: dopo il Parlamento umiliato con i Dpcm, dopo il prolungamento anomalo dello stato d'emergenza, rischiamo la presa in giro di una non-campagna referendaria, di una modifica costituzionale rilevantissima che avverrà (o non avverrà) senza dibattito, senza alcuna vera discussione in grado di portare l'elettorato a un sì, a un no o a un'astensione in modo davvero libero e consapevole. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/non-si-dice-ma-ce-pure-il-referendum-ecco-come-e-per-che-cosa-si-vota-2646854535.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-m5s-cambia-pelle-per-la-poltrona" data-post-id="2646854535" data-published-at="1596227506" data-use-pagination="False"> Il M5s cambia pelle per la poltrona La scatoletta di tonno che i 5 stelle avevano giurato di aprire era di dimensioni considerevoli, ma non ha comunque saziato gli appetiti dei grillini. Sul rinnovo delle 28 commissioni è così andato in scena l'ultimo psicodramma pentastellato. Tra presidenti, vicepresidenti e segretari erano in ballo 168 poltronissime. Il Movimento, nonostante i robusti appetiti, è rimasto però a sbocconcellare gli avanzi del buffet. Inaudito. Tanto da meritare una raccolta di firme tra gli eletti, per protestare contro il direttivo. I riottosi meditano vendetta. Anche se non sembra abbiano né la forza né la voglia di strappare. Meglio digiuni che sull'uscio. Ma la resa è vicina. La crisi economica incombe. E le imminenti elezioni si annunciano disastrose. Giuseppe Conte s'è già appellato agli alleati: «Possibile non trovare un momento di sintesi agli appuntamenti regionali?». Possibilissimo. I giallorossi sono divisi quasi ovunque. Davanti al Movimento, si materializzano le disastrose percentuali racimolate, nell'ultimo anno, alle amministrative. Il capo politico Vito Crimi prova a gettare acqua sul fuoco: «Tutto questo dramma di non aver saputo difendere la capacità del M5s di imporsi nella maggioranza mi sembra non ci sia. Il Movimento è unito e va avanti. La maggioranza del partito è contenta dell'accordo»″, ha commentato. Ma lo scenario apocalittico non placa la rivolta. Tra i 5 stelle regna l'anarchia. I vertici, a partire da Crimi, sono considerati insignificanti e subalterni ai dem. Tutti sulla stessa barca fallata. Bisogna comunque restare a galla fino alla fine della legislatura, pena la deriva. L'ammutinamento, però, prosegue. Da una parte i governisti: con il vigile ossequio e la formale ortodossia, hanno guadagnato inimmaginabili strapuntini. Dall'altra, i movimentisti: quelli diventati, loro malgrado, marginali. Continuano a rimembrare i tempi andati. Lotta dura senza paura, poteri forti felloni, mai più vili compromessi: insomma, vaffanculo a tutti. Una pattuglia, ovviamente, pronta a rinunciare a ogni moto ideologico se saziata a dovere. Nel mentre, gli elettori se la danno a gambe levate. Per i sondaggisti, il consenso dei 5 stelle s'è dimezzato rispetto alle politiche del 2008. Oscilla tra 16 il 18 per cento. Prevedibile. I francescani che attaccavano ogni bramosia, sono i protagonisti del più pittoresco voltafaccia della storia repubblicana. Da sicuri alleati della Lega a fedeli scudieri dei democratici. Da destra a sinistra. Da gialloblù a giallorossi. Erano euroscettici, ma si preparano a intascare il Mes. Difendevano partite Iva e piccoli imprenditori, sono diventati smaccati statalisti: reddito di cittadinanza, aziende da redimere e nazionalizzazioni. Si fingevano guardiani delle frontiere, ma adesso spalleggiano l'accoglienza più lassista. E quei «delinquenti» dei democratici? Puah! Erano il Pdmenoelle. Berlusconiani mascherati. Ora sono imprescindibili colleghi, su indicazione di un altro che non aveva mai smesso di insolentire il centro sinistra. Ovvero Beppe Grillo, autonominatosi nel frattempo «l'Elevato». Traduzione: colui che può continuare a fare e disfare come meglio crede. Perfino perseverare negli accordi, a dispetto dell'imperante discordia, con il segretario dem, Nicola Zingaretti. Ma è il fondatore, poi, che comanda? E dov'è finito, proprio ora che servirebbe almeno un cenno? Boh. Così i peones, nella sovrana incertezza della ricandidatura, cominciano a guardare altrove. Verso la Lega. O Fratelli d'Italia, che ha già iniziato il reclutamento. Governo a rischio. Per i vertici pentastellati urge dunque riconquistare il cuore dei delusi. E il modo, adesso, sembra solo uno: celebrare quel bel congressone rinviato a data da destinarsi. Insomma, assomigliare sempre più agli alleati. A quel Pdmenoelle diventato stella polare nel cielo dell'Elevato.
Nicola Fratoianni (Ansa)
Il Pd però la scelta di campo l’ha fatta, con o senza i 5 stelle, sapendo che ha dalla sua la sponda della Cgil. Domani, a Roma, Schlein e il segretario del sindacato di Corso Italia, Maurizio Landini, presentano il volume L’Italia che non arriva a fine mese dell’ex ministro del Lavoro, Cesare Damiano, del già professore di sociologia economica, Mimmo Carrieri e del sindacalista Cgil Agostino Megale che dialogheranno con il segretario Pd e Landini sul problema salariale e sulla ricchezza accumulata nelle mani di pochi e quindi sulla necessità di una redistribuzione equa. I relatori non si limiteranno all’analisi ma forniranno una soluzione per sbloccare l’impasse delle retribuzioni. È probabile che il tema della patrimoniale rispunti ma se così non fosse, le basi ideologiche sono state gettate.
Il giorno dopo, venerdì a Milano, c’è l’appuntamento organizzato dall’European Left Alliance, l’alleanza della sinistra europea, dal titolo «Tax the rich, combattere le disuguaglianze e ridistribuire ricchezza». Tra i partecipanti la deputata di Sinistra italiana nel gruppo Avs, Elisabetta Piccolotti.
Per la Cgil si tratta di andare a ripescare una proposta lanciata a novembre 2025 e rimessa nel cassetto per le reazioni polemiche ma mai definitivamente archiviata. Landini proponeva di applicare un’aliquota dell’1,3% su una platea di contribuenti, circa 500.000, che detiene almeno 2 milioni di euro. Il segretario della Cgil la spiegava come «un contributo di solidarietà da parte dell’1% della popolazione a vantaggio del 99%». Il gettito stimato sarebbe pari a circa 26 miliardi di euro. Risorse che secondo il sindacalista, servirebbero a finanziare sanità, istruzione, non autosufficienza, politiche abitative, sociali e di trasporto pubblico.
Ma poi, ammesso che la sinistra riesca a farla digerire, la patrimoniale funzionerebbe? A questa domanda ha già risposto la Commissione Ue che ha bocciato preventivamente la tesi Schlein. A fine marzo, quindi in anticipo sul lancio del segretario del Pd, la Commissione europea ha pubblicato uno studio, Wealth Taxation, Including Net Wealth, Capital and Exit Taxes, affidato a un consorzio di centri di ricerca. Il lavoro ripescato dal Corriere della Sera, fa una panoramica delle luci e delle (molte) ombre delle imposte patrimoniali negli Stati membri. Negli ultimi trent’anni c’è stata una accelerazione della ricchezza privata nell’Ue che si è però concentrata ai vertici della piramide sociale. Sicché l’1% ha accelerato più rapidamente mentre la classe media è avanzata a ritmo più lento. Una situazione condizionata anche dalla pressione fiscale elevata sul lavoro e dai bisogni di bilancio post crisi. Di qui nasce il dibattito pubblico che reclama equità.
Lo studio a questo punto analizza gli effetti delle varie imposte patrimoniali, da quella netta sul patrimonio, alle plusvalenze maturate o realizzate, alle successioni e donazioni, exit tax. Risultato: nessuna di queste genera in pratica entrate significative nella maggior parte degli Stati membri. Anzi, i gettiti si sono spesso ridotti nonostante il boom dei patrimoni. Il perché è noto: soglie elevate, esenzioni estese, regimi di favore, aliquote in discesa, basi imponibili erose. Lo sbocco è stato diverso per i Paesi che l’hanno adottata. Germania e Svezia l’hanno abolita, Francia ridimensionata, Norvegia e Svizzera la mantengono, Spagna la combina con un’imposta di solidarietà. Il 30 novembre 2025 gli elettori svizzeri hanno respinto con un secco 78,3% la proposta dei Giovani Socialisti di un’imposta federale del 50% su successioni e donazioni sopra i 50 milioni di franchi, seconda bocciatura dopo il no del 2015 (71%), con tutti i 26 cantoni contrari.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 3 giugno con Carlo Cambi
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Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha chiesto al capo della Polizia, Vittorio Pisani, di far verificare i motivi del mancato allontanamento dall’Italia in occasione dei precedenti controlli di polizia a cui era stato sottoposto. Infatti, all’uomo, nel maggio 2022 è scaduto il permesso di soggiorno provvisorio che aveva ottenuto mentre era in attesa dell’esito del ricorso contro la mancata concessione della protezione internazionale. Da allora è stato fermato più volte da agenti impegnati nel controllo del territorio e ha subito cinque denunce per spaccio e detenzione di sostanza stupefacente, tentato furto (di un cellulare), rapina, resistenza, violenza, minaccia e oltraggio a pubblico ufficiale, ricettazione (sembra di due tessere sanitarie). Gli ispettori dovranno individuare quali ufficiali di polizia giudiziaria siano intervenuti in questi frangenti e perché, dopo averlo fermato, non lo abbiano spedito in un Centro di permanenza per i rimpatri. L’uomo non sarebbe mai entrato negli uffici della Squadra mobile di Genova, mentre a occuparsi di lui, in passato, sarebbero stati i carabinieri. Ma gli uomini della Benemerita sono anche quelli che sabato, dopo l’omicidio, lo hanno arrestato e condotto all’ospedale San Martino in stato di alterazione.
L’ipotesi del Viminale è che i precedenti dell’uomo, privo di documento valido, fossero più che sufficienti a determinarne l’espulsione. Il suo avvocato, Filippo Guiglia, ieri, via Whatsapp, ha provato a rubarci il mestiere: «Più che preoccuparmi dei permessi di soggiorno, mi domanderei quali politiche si attuano per aiutare chi ha forti disagi». Abbiamo provato a chiedere a quali disagi si riferisse, ma il legale non ha più replicato. Edoardo Rixi, viceministro leghista dei Trasporti, è l’unico ligure della compagine governativa. E commenta con favore l’iniziativa del collega a capo del Viminale: «Il governo, tramite il ministro Piantedosi, ha giustamente aperto un procedimento perché non va lasciato nulla al caso e bisogna garantire le espulsioni».
Rixi ragiona da abitante del capoluogo ligure: «Da troppo tempo Genova registra una presenza crescente di clochard aggressivi, soggetti che si drogano di crack in pieno giorno nel cuore della città e perfino sulle scale della metropolitana, oltre che di baby gang che rendono sempre più difficile vivere serenamente le aree della movida». Una situazione di degrado che tutti possono constatare leggendo le cronache cittadine dove quasi ogni giorno si registra un’aggressione a cittadini e turisti. Nelle scorse ore, per esempio, in via del Campo, la strada della città vecchia cantata da Fabrizio De André, due rapinatori sono entrati a forza dentro un appartamento armati di coltello e hanno derubato il muratore che lavorava all’interno. L’uomo non ha reagito e, per questo, non ha subito danni peggiori, ma in molti altri casi le vittime vengono ricoverate anche con prognosi serie. In città è diventato difficile girare senza correre rischi nella centralissima piazza Caricamento (utilizzata recentemente come una moschea a cielo aperto), a pochi metri dall’Acquario, ma anche in via San Lorenzo, la strada che conduce all’omonima cattedrale e a Palazzo Ducale.
In certe sere quelle aree sono invase da gruppi di maranza che con atteggiamenti aggressivi e musica ad altissimo volume scoraggiano le passeggiate delle famiglie, costrette a rimanere a casa o a scegliere zone meno pericolose. «È una situazione che richiede una risposta forte dello Stato, anche valutando un maggiore impiego dell’Esercito a supporto delle forze dell’ordine nei punti più sensibili. Ma serve anche un cambio di atteggiamento da parte dell’amministrazione comunale, che troppo spesso ha adottato toni e linguaggi indulgenti verso fenomeni di degrado e illegalità» continua Rixi. «La sicurezza non è né di destra, né di sinistra: è un diritto dei cittadini. Per questo condivido e rilancio l’allarme che i consiglieri comunali della Lega Paola Bordilli e Alessio Bevilacqua portano avanti da tempo in Consiglio comunale, denunciando con costanza situazioni che oggi sono sotto gli occhi di tutti. Ignorare il problema non lo risolve. Servono regole, controlli e tolleranza zero verso chi trasforma interi quartieri in zone franche». Una deriva che hanno difficoltà a negare anche i più convinti sostenitori delle società aperte.
Rixi è da sempre impegnato ad attirare fondi per finanziare infrastrutture e nuove attività nella Superba, ma l’attuale situazione rischia di scoraggiare chi voglia scommettere sul futuro del capoluogo ligure: «Genova merita più sicurezza, più decoro e più rispetto per chi vive, lavora e investe nella nostra città». Il viceministro cita la teoria della finestra rotta (o dei vetri rotti), un noto principio sociologico e criminologico secondo cui lasciare un piccolo segno di degrado (come una finestra non riparata) trasmette un senso di incuria e abbandono che incoraggiano ulteriori atti vandalici o comportamenti antisociali, innescando un effetto a catena di progressivo degrado urbano. «Dove governa la sinistra», conclude Rixi, «i balordi prendono coraggio: in questo momento va rilanciata la tolleranza zero». Un tema su cui la Lega non vuole farsi superare da Futuro nazionale.
Il sindaco di Genova, Silvia Salis, sull’argomento, ha scelto di lanciare la palla in tribuna incolpando il governo dell’attuale situazione di emergenza, dimenticando di avere il controllo diretto della polizia municipale. Da tempo sostiene la necessità di un grande patto nazionale sulla sicurezza tra governo e città, uno di quei tavoli dove, solitamente, si discetta dei massimi sistemi, ma si conclude poco. Per esempio, digitando su Internet, si scopre che quasi tutte le città che hanno siglato «patti sulla sicurezza» con il governo centrale sono per lo più Comuni a guida progressista, con i più alti indici di criminalità sul territorio nazionale, da Milano a Roma, da Torino a Napoli a Firenze. Chi vive nella Superba non ha bisogno di chiacchiere, ma di poter girare per la città senza avere paura di essere rapinato o picchiato. O, magari, come è accaduto al povero Pietro Signor, ucciso a colpi di bottiglia in un parco a pochi passi da via Roma e via XXV Aprile, il «salotto buono» dei genovesi.
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