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2020-08-01
Non si dice ma c’è pure il referendum. Ecco come (e per che cosa) si vota
Ansa
Se ne sono accorti in pochi, eppure il prossimo 20 settembre in calendario non ci sono solo delle elezioni regionali, ma anche un referendum costituzionale confermativo, quello comunemente definito sul taglio dei parlamentari. A ben vedere, la scelta dell'accorpamento in un'unica data di votazioni così diverse sarà un elemento tutt'altro che neutro. A prima vista, infatti, un osservatore distratto potrebbe convenire con l'idea dell'election day: scadenze concentrate e il risparmio di qualche euro. Attenzione, però: le cose sono più complicate. Per quanto sia immaginabile un esito scontato della consultazione, accorpare quel voto a una scadenza regionale a fortissima intensità politica, con il grosso della campagna elettorale ad agosto, a televisioni di fatto spente (quasi senza talk show, senza approfondimenti, senza adeguata informazione radio-tv), significa accettare il precedente per cui una riforma costituzionale avverrà (o non avverrà) senza alcuna seria possibilità per i cittadini di discutere la posta in gioco.
Ricordiamo di che si tratta. Nei mesi scorsi, è arrivata in porto una riforma costituzionale (quattro passaggi parlamentari) che porterebbe il numero dei deputati da 630 a 400 e quello dei senatori da 315 a 200. Su questa iniziativa, cara ai grillini, gli alleati del Pd ne hanno letteralmente combinate di tutti i colori: a lungo contrari alla riforma, sono poi divenuti favorevoli nell'ultima votazione, avendo nel frattempo varato il Conte bis.
Dopo il quarto e ultimo voto (avvenuto alla Camera il 7 ottobre scorso con soli 14 contrari), si poteva aprire la finestra per sottoporre questa decisione a referendum. In questo caso, non si sono trovati 500.000 cittadini disposti a sottoscrivere la richiesta, ma hanno provveduto un quinto dei membri di una Camera, cioè una pattuglia trasversale di parlamentari. Morale: toccherà agli italiani dire sì o dire no alla conferma del taglio. Se prevalesse il no, ovviamente tutto resterebbe com'è ora. Se vincesse il sì, il primo adempimento necessario sarebbe sistemare la legge elettorale per adeguare il numero dei collegi al nuovo (e più piccolo) numero di deputati e senatori.
Non credete a chi vi dirà che occorrano tempi biblici per questa operazione, con ciò chiudendo la strada a un eventuale scioglimento delle Camere, o affermando che la sistemazione dei collegi avrà effetti insuperabili sulla chiusura della legislatura, qualora il governo Conte andasse in crisi. Basterebbe solo ricavare - prima dell'eventuale scioglimento - il tempo strettamente necessario (e con l'impegno di tutti e la supervisione del Quirinale, si potrebbero evitare dilazioni temporali pretestuose) per approvare alla Camera e al Senato l'adattamento tecnico della legge elettorale al diminuito numero di parlamentari. Nei cassetti degli uffici legislativi giacciono simulazioni prontissime: si tratta solo di scegliere. Naturalmente, nel momento in cui si mette mano ai collegi resta da capire se, in extremis, qualcuno cercherà lo spazio anche per un'ulteriore correzione della legge elettorale: e non si tratta mai di scelte dagli effetti banali.
Entrando nel merito del referendum, vale la pena di sollecitare i sostenitori delle due tesi opposte a qualche chiarimento. Ai sostenitori del sì, grillini in testa, si può forse rimproverare il fatto di aver dato solo una curvatura anticasta a un taglio che avrebbe avuto bisogno di una cornice coerente e chiara. Che forma di stato vogliamo? Che forma di governo preferiamo? Volete portarci a Washington (con il presidenzialismo), a Londra (con il premierato), o, purtroppo, a Tripoli, confermando l'attuale assetto parlamentarista ma aggravandolo con una legge ancora più proporzionale che ridurrebbe la politica italiana, perfino più di adesso, a una rissa tra tribù e fazioni?
Avere oltre 300 parlamentari in meno (bene) servirà a poco se però saremo tutti appesi alle mutevoli volontà e ai piccoli ricatti dei partiti e partitini che diverranno decisivi per formare le coalizioni traballanti che ci governeranno. Serviva e servirebbe un respiro diverso. Ad esempio, proporre agli italiani un disegno coerente: un assetto istituzionale «decidente» (come in Usa o in Uk), un sistema elettorale coerente, e, in quel quadro, stando comunque attenti a evitare collegi troppo vasti che renderebbero i candidati «irraggiungibili» dagli elettori, una forte riduzione del numero dei parlamentari avrebbe senso.
Non mancano criticità forti anche sul lato opposto, quello dei sostenitori del no, cioè di coloro che peraltro hanno promosso il referendum. In primo luogo, per l'evidente strumentalità con cui la raccolta di firme è avvenuta in Parlamento alcuni mesi fa: con molti peones (non tutti, per carità) che hanno firmato più che altro con il retropensiero di allungare la legislatura. In secondo luogo, perché la pura e semplice difesa degli attuali mille seggi pare a molti irrealistica, fuori dal tempo. Davvero qualcuno pensa di opporsi alla demagogia non con proposte di riforma serie e incisive, ma solo invocando la conservazione feticistica dell'esistente (e delle poltrone)? È il modo migliore di regalare ai moribondi grillini un piccolo trionfo.
Forse vale la pena di fare il possibile, nonostante il mese di agosto, per invitare tutti a una discussione di fondo, evitando di mettere ancora una volta sotto i piedi la democrazia: dopo il Parlamento umiliato con i Dpcm, dopo il prolungamento anomalo dello stato d'emergenza, rischiamo la presa in giro di una non-campagna referendaria, di una modifica costituzionale rilevantissima che avverrà (o non avverrà) senza dibattito, senza alcuna vera discussione in grado di portare l'elettorato a un sì, a un no o a un'astensione in modo davvero libero e consapevole.
Il M5s cambia pelle per la poltrona
La scatoletta di tonno che i 5 stelle avevano giurato di aprire era di dimensioni considerevoli, ma non ha comunque saziato gli appetiti dei grillini. Sul rinnovo delle 28 commissioni è così andato in scena l'ultimo psicodramma pentastellato. Tra presidenti, vicepresidenti e segretari erano in ballo 168 poltronissime. Il Movimento, nonostante i robusti appetiti, è rimasto però a sbocconcellare gli avanzi del buffet. Inaudito. Tanto da meritare una raccolta di firme tra gli eletti, per protestare contro il direttivo.
I riottosi meditano vendetta. Anche se non sembra abbiano né la forza né la voglia di strappare. Meglio digiuni che sull'uscio. Ma la resa è vicina. La crisi economica incombe. E le imminenti elezioni si annunciano disastrose. Giuseppe Conte s'è già appellato agli alleati: «Possibile non trovare un momento di sintesi agli appuntamenti regionali?».
Possibilissimo. I giallorossi sono divisi quasi ovunque. Davanti al Movimento, si materializzano le disastrose percentuali racimolate, nell'ultimo anno, alle amministrative. Il capo politico Vito Crimi prova a gettare acqua sul fuoco: «Tutto questo dramma di non aver saputo difendere la capacità del M5s di imporsi nella maggioranza mi sembra non ci sia. Il Movimento è unito e va avanti. La maggioranza del partito è contenta dell'accordo»″, ha commentato.
Ma lo scenario apocalittico non placa la rivolta. Tra i 5 stelle regna l'anarchia. I vertici, a partire da Crimi, sono considerati insignificanti e subalterni ai dem. Tutti sulla stessa barca fallata. Bisogna comunque restare a galla fino alla fine della legislatura, pena la deriva. L'ammutinamento, però, prosegue. Da una parte i governisti: con il vigile ossequio e la formale ortodossia, hanno guadagnato inimmaginabili strapuntini. Dall'altra, i movimentisti: quelli diventati, loro malgrado, marginali. Continuano a rimembrare i tempi andati. Lotta dura senza paura, poteri forti felloni, mai più vili compromessi: insomma, vaffanculo a tutti.
Una pattuglia, ovviamente, pronta a rinunciare a ogni moto ideologico se saziata a dovere. Nel mentre, gli elettori se la danno a gambe levate. Per i sondaggisti, il consenso dei 5 stelle s'è dimezzato rispetto alle politiche del 2008. Oscilla tra 16 il 18 per cento. Prevedibile. I francescani che attaccavano ogni bramosia, sono i protagonisti del più pittoresco voltafaccia della storia repubblicana. Da sicuri alleati della Lega a fedeli scudieri dei democratici. Da destra a sinistra. Da gialloblù a giallorossi.
Erano euroscettici, ma si preparano a intascare il Mes. Difendevano partite Iva e piccoli imprenditori, sono diventati smaccati statalisti: reddito di cittadinanza, aziende da redimere e nazionalizzazioni. Si fingevano guardiani delle frontiere, ma adesso spalleggiano l'accoglienza più lassista. E quei «delinquenti» dei democratici? Puah! Erano il Pdmenoelle. Berlusconiani mascherati. Ora sono imprescindibili colleghi, su indicazione di un altro che non aveva mai smesso di insolentire il centro sinistra. Ovvero Beppe Grillo, autonominatosi nel frattempo «l'Elevato». Traduzione: colui che può continuare a fare e disfare come meglio crede. Perfino perseverare negli accordi, a dispetto dell'imperante discordia, con il segretario dem, Nicola Zingaretti. Ma è il fondatore, poi, che comanda? E dov'è finito, proprio ora che servirebbe almeno un cenno?
Boh. Così i peones, nella sovrana incertezza della ricandidatura, cominciano a guardare altrove. Verso la Lega. O Fratelli d'Italia, che ha già iniziato il reclutamento. Governo a rischio. Per i vertici pentastellati urge dunque riconquistare il cuore dei delusi. E il modo, adesso, sembra solo uno: celebrare quel bel congressone rinviato a data da destinarsi. Insomma, assomigliare sempre più agli alleati. A quel Pdmenoelle diventato stella polare nel cielo dell'Elevato.
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L'attenzione è concentrata sulle regionali, però a settembre si va alle urne per il taglio dei parlamentari. Favorevoli o contrari, gli schieramenti devono chiarire i dubbi e le criticità della riforma costituzionale.Vito Crimi getta acqua sul fuoco invano, il Movimento è allo sbaraglio: tra scontri interni e voltafaccia, si prepara a digerire perfino il Mes. Mentre il consenso si è dimezzato.Lo speciale contiene due articoli.Se ne sono accorti in pochi, eppure il prossimo 20 settembre in calendario non ci sono solo delle elezioni regionali, ma anche un referendum costituzionale confermativo, quello comunemente definito sul taglio dei parlamentari. A ben vedere, la scelta dell'accorpamento in un'unica data di votazioni così diverse sarà un elemento tutt'altro che neutro. A prima vista, infatti, un osservatore distratto potrebbe convenire con l'idea dell'election day: scadenze concentrate e il risparmio di qualche euro. Attenzione, però: le cose sono più complicate. Per quanto sia immaginabile un esito scontato della consultazione, accorpare quel voto a una scadenza regionale a fortissima intensità politica, con il grosso della campagna elettorale ad agosto, a televisioni di fatto spente (quasi senza talk show, senza approfondimenti, senza adeguata informazione radio-tv), significa accettare il precedente per cui una riforma costituzionale avverrà (o non avverrà) senza alcuna seria possibilità per i cittadini di discutere la posta in gioco.Ricordiamo di che si tratta. Nei mesi scorsi, è arrivata in porto una riforma costituzionale (quattro passaggi parlamentari) che porterebbe il numero dei deputati da 630 a 400 e quello dei senatori da 315 a 200. Su questa iniziativa, cara ai grillini, gli alleati del Pd ne hanno letteralmente combinate di tutti i colori: a lungo contrari alla riforma, sono poi divenuti favorevoli nell'ultima votazione, avendo nel frattempo varato il Conte bis. Dopo il quarto e ultimo voto (avvenuto alla Camera il 7 ottobre scorso con soli 14 contrari), si poteva aprire la finestra per sottoporre questa decisione a referendum. In questo caso, non si sono trovati 500.000 cittadini disposti a sottoscrivere la richiesta, ma hanno provveduto un quinto dei membri di una Camera, cioè una pattuglia trasversale di parlamentari. Morale: toccherà agli italiani dire sì o dire no alla conferma del taglio. Se prevalesse il no, ovviamente tutto resterebbe com'è ora. Se vincesse il sì, il primo adempimento necessario sarebbe sistemare la legge elettorale per adeguare il numero dei collegi al nuovo (e più piccolo) numero di deputati e senatori. Non credete a chi vi dirà che occorrano tempi biblici per questa operazione, con ciò chiudendo la strada a un eventuale scioglimento delle Camere, o affermando che la sistemazione dei collegi avrà effetti insuperabili sulla chiusura della legislatura, qualora il governo Conte andasse in crisi. Basterebbe solo ricavare - prima dell'eventuale scioglimento - il tempo strettamente necessario (e con l'impegno di tutti e la supervisione del Quirinale, si potrebbero evitare dilazioni temporali pretestuose) per approvare alla Camera e al Senato l'adattamento tecnico della legge elettorale al diminuito numero di parlamentari. Nei cassetti degli uffici legislativi giacciono simulazioni prontissime: si tratta solo di scegliere. Naturalmente, nel momento in cui si mette mano ai collegi resta da capire se, in extremis, qualcuno cercherà lo spazio anche per un'ulteriore correzione della legge elettorale: e non si tratta mai di scelte dagli effetti banali. Entrando nel merito del referendum, vale la pena di sollecitare i sostenitori delle due tesi opposte a qualche chiarimento. Ai sostenitori del sì, grillini in testa, si può forse rimproverare il fatto di aver dato solo una curvatura anticasta a un taglio che avrebbe avuto bisogno di una cornice coerente e chiara. Che forma di stato vogliamo? Che forma di governo preferiamo? Volete portarci a Washington (con il presidenzialismo), a Londra (con il premierato), o, purtroppo, a Tripoli, confermando l'attuale assetto parlamentarista ma aggravandolo con una legge ancora più proporzionale che ridurrebbe la politica italiana, perfino più di adesso, a una rissa tra tribù e fazioni? Avere oltre 300 parlamentari in meno (bene) servirà a poco se però saremo tutti appesi alle mutevoli volontà e ai piccoli ricatti dei partiti e partitini che diverranno decisivi per formare le coalizioni traballanti che ci governeranno. Serviva e servirebbe un respiro diverso. Ad esempio, proporre agli italiani un disegno coerente: un assetto istituzionale «decidente» (come in Usa o in Uk), un sistema elettorale coerente, e, in quel quadro, stando comunque attenti a evitare collegi troppo vasti che renderebbero i candidati «irraggiungibili» dagli elettori, una forte riduzione del numero dei parlamentari avrebbe senso. Non mancano criticità forti anche sul lato opposto, quello dei sostenitori del no, cioè di coloro che peraltro hanno promosso il referendum. In primo luogo, per l'evidente strumentalità con cui la raccolta di firme è avvenuta in Parlamento alcuni mesi fa: con molti peones (non tutti, per carità) che hanno firmato più che altro con il retropensiero di allungare la legislatura. In secondo luogo, perché la pura e semplice difesa degli attuali mille seggi pare a molti irrealistica, fuori dal tempo. Davvero qualcuno pensa di opporsi alla demagogia non con proposte di riforma serie e incisive, ma solo invocando la conservazione feticistica dell'esistente (e delle poltrone)? È il modo migliore di regalare ai moribondi grillini un piccolo trionfo. Forse vale la pena di fare il possibile, nonostante il mese di agosto, per invitare tutti a una discussione di fondo, evitando di mettere ancora una volta sotto i piedi la democrazia: dopo il Parlamento umiliato con i Dpcm, dopo il prolungamento anomalo dello stato d'emergenza, rischiamo la presa in giro di una non-campagna referendaria, di una modifica costituzionale rilevantissima che avverrà (o non avverrà) senza dibattito, senza alcuna vera discussione in grado di portare l'elettorato a un sì, a un no o a un'astensione in modo davvero libero e consapevole. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/non-si-dice-ma-ce-pure-il-referendum-ecco-come-e-per-che-cosa-si-vota-2646854535.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-m5s-cambia-pelle-per-la-poltrona" data-post-id="2646854535" data-published-at="1596227506" data-use-pagination="False"> Il M5s cambia pelle per la poltrona La scatoletta di tonno che i 5 stelle avevano giurato di aprire era di dimensioni considerevoli, ma non ha comunque saziato gli appetiti dei grillini. Sul rinnovo delle 28 commissioni è così andato in scena l'ultimo psicodramma pentastellato. Tra presidenti, vicepresidenti e segretari erano in ballo 168 poltronissime. Il Movimento, nonostante i robusti appetiti, è rimasto però a sbocconcellare gli avanzi del buffet. Inaudito. Tanto da meritare una raccolta di firme tra gli eletti, per protestare contro il direttivo. I riottosi meditano vendetta. Anche se non sembra abbiano né la forza né la voglia di strappare. Meglio digiuni che sull'uscio. Ma la resa è vicina. La crisi economica incombe. E le imminenti elezioni si annunciano disastrose. Giuseppe Conte s'è già appellato agli alleati: «Possibile non trovare un momento di sintesi agli appuntamenti regionali?». Possibilissimo. I giallorossi sono divisi quasi ovunque. Davanti al Movimento, si materializzano le disastrose percentuali racimolate, nell'ultimo anno, alle amministrative. Il capo politico Vito Crimi prova a gettare acqua sul fuoco: «Tutto questo dramma di non aver saputo difendere la capacità del M5s di imporsi nella maggioranza mi sembra non ci sia. Il Movimento è unito e va avanti. La maggioranza del partito è contenta dell'accordo»″, ha commentato. Ma lo scenario apocalittico non placa la rivolta. Tra i 5 stelle regna l'anarchia. I vertici, a partire da Crimi, sono considerati insignificanti e subalterni ai dem. Tutti sulla stessa barca fallata. Bisogna comunque restare a galla fino alla fine della legislatura, pena la deriva. L'ammutinamento, però, prosegue. Da una parte i governisti: con il vigile ossequio e la formale ortodossia, hanno guadagnato inimmaginabili strapuntini. Dall'altra, i movimentisti: quelli diventati, loro malgrado, marginali. Continuano a rimembrare i tempi andati. Lotta dura senza paura, poteri forti felloni, mai più vili compromessi: insomma, vaffanculo a tutti. Una pattuglia, ovviamente, pronta a rinunciare a ogni moto ideologico se saziata a dovere. Nel mentre, gli elettori se la danno a gambe levate. Per i sondaggisti, il consenso dei 5 stelle s'è dimezzato rispetto alle politiche del 2008. Oscilla tra 16 il 18 per cento. Prevedibile. I francescani che attaccavano ogni bramosia, sono i protagonisti del più pittoresco voltafaccia della storia repubblicana. Da sicuri alleati della Lega a fedeli scudieri dei democratici. Da destra a sinistra. Da gialloblù a giallorossi. Erano euroscettici, ma si preparano a intascare il Mes. Difendevano partite Iva e piccoli imprenditori, sono diventati smaccati statalisti: reddito di cittadinanza, aziende da redimere e nazionalizzazioni. Si fingevano guardiani delle frontiere, ma adesso spalleggiano l'accoglienza più lassista. E quei «delinquenti» dei democratici? Puah! Erano il Pdmenoelle. Berlusconiani mascherati. Ora sono imprescindibili colleghi, su indicazione di un altro che non aveva mai smesso di insolentire il centro sinistra. Ovvero Beppe Grillo, autonominatosi nel frattempo «l'Elevato». Traduzione: colui che può continuare a fare e disfare come meglio crede. Perfino perseverare negli accordi, a dispetto dell'imperante discordia, con il segretario dem, Nicola Zingaretti. Ma è il fondatore, poi, che comanda? E dov'è finito, proprio ora che servirebbe almeno un cenno? Boh. Così i peones, nella sovrana incertezza della ricandidatura, cominciano a guardare altrove. Verso la Lega. O Fratelli d'Italia, che ha già iniziato il reclutamento. Governo a rischio. Per i vertici pentastellati urge dunque riconquistare il cuore dei delusi. E il modo, adesso, sembra solo uno: celebrare quel bel congressone rinviato a data da destinarsi. Insomma, assomigliare sempre più agli alleati. A quel Pdmenoelle diventato stella polare nel cielo dell'Elevato.
(Ansa)
«Il presidente Trump ha reso noto che l’acquisizione della Groenlandia è una priorità per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, ed è fondamentale per la deterrenza nei confronti dei nostri avversari nella regione artica», ha affermato, martedì sera, la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, per poi aggiungere: «Il presidente e il suo team stanno discutendo una serie di opzioni per perseguire questo importante obiettivo di politica estera e, naturalmente, l’impiego delle forze armate statunitensi è sempre un’opzione a disposizione del comandante in capo». Ieri, Leavitt ha ribadito che «la prima opzione di Donald Trump è sempre la diplomazia», che si sostanzierebbe nell’«acquisto nell’isola». Già il segretario di Stato americano, Marco Rubio, aveva riferito ai membri del Congresso di questa intenzione. Ieri ha inoltre confermato che, la settimana prossima, avrà dei colloqui con i funzionari di Copenaghen. Tutto questo, mentre, secondo l’Economist, gli Stati Uniti starebbero tentando di stipulare con Nuuk un Trattato di libera associazione: una soluzione con cui Washington garantirebbe alla Groenlandia autonomia interna e supporto finanziario, assumendone però il controllo in materia di difesa.
D’altronde, come chiarito dallo stesso Donald Trump domenica, la Casa Bianca vuole l’isola per una questione di sicurezza nazionale. In particolare, il presidente americano punta ad arginare l’influenza di Pechino e Mosca nell’Artico. La stessa Leavitt, ieri ha sottolineato che la Groenlandia darebbe a Washington «maggiore controllo sulla regione artica e garanzia che Cina, Russia e i nostri avversari non possano continuare la loro aggressione in questa regione così importante e strategica». Ricordiamo che nel 1941, a seguito della conquista della Danimarca da parte del Terzo Reich, gli Stati Uniti assunsero la gestione della difesa della Groenlandia, mantenendola fino al 1945. Washington si attivò quindi per proteggere dai tedeschi le locali riserve di criolite: un minerale cruciale per la produzione di alluminio. Il controllo dell’isola diede inoltre agli Usa un vantaggio sulla Luftwaffe in termini di stazioni metereologiche. Non a caso, nel 1946, l’amministrazione Truman tentò, per quanto senza successo, di acquistare la Groenlandia dalla Danimarca. Segno, questo, del fatto che Washington ritenesse l’isola significativamente strategica.
Venendo a tempi più recenti, non è che la voce grossa dei francesi e degli europei sia poi così giustificata. Al netto dei modi duri, Trump non ha esattamente tutti i torti quando pone la questione della Groenlandia. Innanzitutto, a dicembre 2024, fu l’amministrazione Biden a lanciare l’allarme su un aumento della cooperazione sino-russa nell’Artico: Artico che tuttavia non era granché stato al centro dei pensieri dell’allora presidente americano. In secondo luogo, sono state proprio le rivendicazioni di Trump sulla Groenlandia (espresse già a gennaio dell’anno scorso) a dare una scossa agli europei su questo dossier. A ottobre, Copenaghen ha annunciato una spesa extra da 4,2 miliardi di dollari per rafforzare la difesa nella regione artica. Era inoltre il mese scorso, quando la Groenlandia ha concesso una licenza di sfruttamento per il giacimento di grafite di Amitsoq a GreenRoc Mining, in un’iniziativa che è stata sostenuta dall’Ue. Insomma, se non fosse stato per Trump, probabilmente gli europei avrebbero continuato a ignorare bellamente la strategicità dell’isola sia sul fronte militare che su quello delle materie prime.
Ma non è tutto. Per quanto possano fare la voce grossa, gli europei sanno bene di non poter fare a meno degli Stati Uniti sia per quanto riguarda il processo diplomatico ucraino sia per quanto concerne la credibilità della Nato. Trump di questo è consapevole e, proprio ieri, su Truth ha dichiarato: «La Russia e la Cina non hanno alcuna paura della Nato senza gli Stati Uniti, e dubito che la Nato sarebbe lì per noi se ne avessimo davvero bisogno. Sono tutti fortunati che io abbia ricostruito il nostro esercito durante il mio primo mandato, e che continuiamo a farlo. Saremo sempre al fianco della Nato, anche se loro non ci saranno per noi». Tutto questo evidenzia come le manie di grandezza della Francia abbiano le armi spuntate. Il peso geopolitico del Vecchio continente appare infatti sempre più inconsistente. Senza poi trascurare che Emmanuel Macron ha costantemente flirtato (e continua a flirtare) con la Cina: un discorso, questo, che ha riguardato anche il cancellierato di Olaf Scholz in Germania (durato dal 2021 al 2025). Tutto questo per dire che, oltre a ignorare sostanzialmente l’Artico, alcuni Paesi europei, in questi anni, hanno creato delle tensioni nelle relazioni transatlantiche. E questo ben prima che Trump tornasse alla Casa Bianca. Quindi, prima di gridare allo scandalo sulla Groenlandia, forse gli europei, a partire da Francia e Germania, dovrebbero pensare un tantino alle proprie responsabilità.
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La Guardia costiera Usa durante l'avvicinamento alla petroliera russa Bella 1 (Ansa)
L’operazione condotta dagli Stati Uniti nelle ultime ore al largo del Venezuela segna un cambio di passo nella strategia dell’amministrazione Trump e assume una portata che va oltre il quadro regionale. Il sequestro quasi simultaneo di due grandi petroliere in acque internazionali rappresenta un segnale diretto non solo a Caracas, ma anche a Mosca e Pechino, confermando la volontà di Washington di far rispettare il regime sanzionatorio anche fuori dalle acque territoriali e di trasformare il dossier energetico in un terreno di confronto geopolitico.
Il primo intervento è avvenuto nell’Atlantico settentrionale, a Sud dell’Islanda, dove le forze statunitensi hanno abbordato una petroliera precedentemente nota come Bella 1, sanzionata nel 2024 per il presunto trasporto di petrolio iraniano destinato a circuiti riconducibili a Teheran. Secondo funzionari americani, l’imbarcazione era riuscita per settimane a eludere i controlli cambiando più volte nome, bandiera e identità operativa. Negli ultimi giorni, tuttavia, la nave si sarebbe mossa sotto una copertura sempre più esplicita, con la presenza di una nave militare russa e il supporto di un sottomarino di Mosca che avrebbe mantenuto contatti radio con la petroliera. L’abbordaggio è stato eseguito con il supporto di elicotteri e di una nave della Guardia Costiera americana, in applicazione di un mandato emesso da un tribunale federale degli Stati Uniti. Fonti vicine all’operazione riferiscono che la componente russa non è intervenuta direttamente, ma la dinamica ha innalzato il livello di tensione. Il Regno Unito ha confermato di aver fornito supporto logistico e di sorveglianza attraverso assetti della Raf, sostenendo che la nave facesse parte di un sistema di elusione delle sanzioni riconducibile all’asse russo-iraniano. Il Cremlino ha espresso «preoccupazione» e avrebbe chiesto a Washington di interrompere l’operazione, senza ottenere riscontri. Nelle stesse ore, nel bacino dei Caraibi, un’altra petroliera, la Sophia, è stata fermata mentre operava in acque internazionali. Il Comando Sud degli Stati Uniti ha riferito che l’imbarcazione era coinvolta in traffici illeciti e che la Guardia Costiera ne ha assunto il controllo, scortandola verso porti statunitensi. Le immagini diffuse dal Dipartimento per la Sicurezza interna mostrano militari americani salire a bordo durante un’operazione notturna. La Casa Bianca ha confermato che gli equipaggi delle navi sequestrate sono ora soggetti a procedimenti penali.
Nel commentare i sequestri, l’amministrazione ha insistito sulla cornice legale delle operazioni, presentandole come un’applicazione rigorosa delle norme vigenti. Allo stesso tempo, il messaggio politico è apparso chiaro: il commercio clandestino di petrolio viene considerato una minaccia globale e un obiettivo prioritario dell’azione statunitense. La pressione americana si estende però anche al futuro assetto del Venezuela e alla gestione delle sue risorse energetiche.
In un briefing riservato al Congresso, il segretario di Stato Marco Rubio ha illustrato un piano in tre fasi per il dopo Maduro. La prima, definita di stabilizzazione, punta a evitare il collasso del Paese e comprende una «quarantena» del petrolio venezuelano. La seconda riguarda la ripresa economica e l’accesso al mercato per le compagnie statunitensi e occidentali. La terza è quella della transizione politica, con un processo di riconciliazione, amnistie e la scarcerazione delle forze di opposizione. La Casa Bianca ha ribadito di essere in costante contatto con il governo ad interim di Caracas e di influenzarne le decisioni. In questo contesto si inserisce l’annuncio diretto del presidente Donald Trump sul petrolio venezuelano. In una dichiarazione su Truth, il presidente ha affermato: «Sono lieto di annunciare che le autorità provvisorie del Venezuela consegneranno agli Stati Uniti d’America tra i 30 e i 50 milioni di barili di petrolio di alta qualità, sanzionato. Questo petrolio sarà venduto al suo prezzo di mercato e questo denaro sarà controllato da me, in qualità di presidente degli Stati Uniti d’America, per garantire che venga utilizzato a beneficio del popolo venezuelano e degli Stati Uniti». Secondo l’amministrazione, l’operazione potrebbe proseguire nel tempo ed essere accompagnata da un alleggerimento selettivo delle sanzioni. Sul piano militare, Washington ha lasciato aperta anche l’ipotesi di un coinvolgimento diretto delle proprie forze armate e ha chiesto di recidere ogni legame con Rusia, Cina e Iran. Interpellata dai giornalisti, la portavoce Karoline Leavitt non ha escluso l’invio di soldati americani in Venezuela per proteggere le compagnie petrolifere statunitensi - che venerdì dovrebbero incontrare il tycoon alla Casa Bianca - e altri operatori occidentali da eventuali attacchi o sabotaggi, precisando che «la diplomazia resta sempre la prima opzione». Nello stesso briefing, la Casa Bianca ha smentito le ricostruzioni su un ruolo marginale del vicepresidente JD Vance, chiarendo che è stato coinvolto in tutte le fasi della definizione della politica statunitense sul Venezuela. A Caracas, intanto, la fase di transizione è accompagnata da una profonda riorganizzazione degli apparati di sicurezza.
Il presidente ad interim Delcy Rodríguez ha destituito Javier Marcano Tábata, comandante della Guardia d’onore presidenziale e direttore del controspionaggio militare, figura centrale nel dispositivo di protezione di Nicolás Maduro. La misura è attribuita alla spinta del ministro dell’Interno Diosdado Cabello e del ministro della Difesa Vladimir Padrino López, indicati da fonti di intelligence come contrari a un’intesa strutturata con Washington. In questo quadro rientra anche il caso di Alex Saab, considerato uno dei principali snodi finanziari del sistema chavista. L’imprenditore ha patteggiato nell’ottobre scorso in Italia una condanna per riciclaggio, così come la moglie Camilla Fabri. Roma aveva confidato che l’accordo potesse aprire spazi di dialogo in merito ad Alberto Trentini detenuto illegalmente in Venezuela dal 2024 , ma l’assenza di sviluppi concreti ha rafforzato la percezione che i dossier giudiziari continuino a essere utilizzati come leve politiche da parte di Caracas.
Dopo le litigate per gli scioperi, Cgil e Usb giocano a chi è più Maduro
Finite le vacanze natalizie ripartono le lotte di piazza. E dopo la Palestina, la Flotilla, il riarmo per l’Ucraina, i centri migranti in Albania, la manovra e chissà quale altra diavoleria si inventeranno, oggi il tema internazionale sentitissimo dai Compagni è la lotta bolivariana pro Maduro. L’importante è scioperare. E, dunque, un’altra ondata di piazzate ravvicinate, sempre di venerdì, sabato, lunedì o martedì, sta per arrivare. E questo solo perché a sinistra non si accetta che ci sia qualcuno più a sinistra dell’altro. Dunque, dopo il 3 ottobre, il 28 novembre, il 12 dicembre, il 5 gennaio, adesso arriva anche il 10 gennaio (e come contorno anche il 12 e 13 con un bello sciopero del comparto scuola).
Ma ad andare in scena sono le solite beghe tra Unione sindacale di base e Cgil. Gli ex fratelli fanno a gara per intestarsi la lotta a favore del dittatore sanguinario Nicolás Maduro, che per i sindacati rosso fuoco è stato ingiustamente arrestato da Trump il 3 gennaio.
Non ci interessa capire chi abbia torto o ragione o se l’America abbia o meno rispettato il diritto internazionale, peraltro calpestato da 30 anni da molti altri Paesi, compresi quelli europei (leggasi attacchi in Jugoslavia, Iraq o Libia). Interessa invece analizzare il perché i sindacati di casa nostra mettano ogni volta in ginocchio il Paese (sempre vicino al fine settimana) per cause lontane anni luce dalle loro competenze, solo per una ridicola gara interna a vincere il premio di comunista dell’anno.
E così sabato prossimo, 10 gennaio, Potere al popolo, Unione sindacale di base e Rete dei comunisti lanciano una mobilitazione nazionale per contestare l’intervento del presidente Usa in Venezuela e chiedere la liberazione di Maduro. E questo dopo che lo aveva già fatto la Cgil il 5 gennaio a Roma e dopo il corteo di lunedì scorso a Napoli, alla Rotonda Diaz, a poca distanza dal consolato americano. Buttata via la bandiera della Palestina, adesso è più «hype» sventolare quella blu, gialla e rossa del Venezuela, e una volta finito magari rifocillarsi con un bell’hamburger da McDonalds, postando tutto col proprio iPhone 17, tornando a casa con la Tesla.
Nel loro delirante comunicato si legge, per chi non fosse ben informato come loro, che tutto questo bendidio è per combattere «il terrorismo a stelle e strisce». Ah ecco. «Il criminale e illegale bombardamento della Repubblica bolivariana del Venezuela», scrivono, «e il rapimento del legittimo presidente Nicolás Maduro da parte dell’imperialismo degli Stati Uniti hanno trovato subito una risposta in tantissime piazze italiane». Tremano tutti, soprattutto la Cgil che fa le stesse cose ma da sola. Perché il marketing di sinistra si capisce solo se si guarda al contrario. E come non metterci dentro anche il governo? «Il governo Meloni e tutta l’Ue hanno legittimato l’azione terroristica del governo Trump, dimostrando ancora una volta, come per il genocidio in Palestina, la natura predatoria dell’imperialismo occidentale», insistono. Ovvia, ora è tutto chiaro.
Anche Trump inizia a vacillare davanti all’Usb. Ma chi davvero batte i denti (e non di freddo) è Maurizio Landini, che teme che la Rete dei Comunisti gli rubi la scena. Il piatto è ricco e Maduro ingolosisce tutti. Esaurita la spinta propulsiva della Palestina, il capo della Cgil deve trovare un altro modo per pigliarsela con la Meloni. Ma non si deve essere ancora accorto che è rimasto da solo. Non lo segue più neppure la Uil. Landini ha barattato l’unità sindacale con una cieca lotta di opposizione al governo. Invece di pensare a tenere unite le rappresentanze dei lavoratori, la Cgil fa a gara con i sindacati di base. Affetto dalla febbre del vecchio Pci: nessun nemico a sinistra. E ripropone sulla causa pro Maduro lo stesso schemino usato per ingraziarsi i pro Pal. Ora si è messo a difendere un dittatore baffuto, capo di un regime corrotto che ha portato il 66% dei cittadini sotto la soglia di povertà. In un farneticante siparietto andato in scena il 5 gennaio in piazza Barberini, davanti all’ambasciata americana, dove un manipolo di militanti rossi inneggiava a Maduro nel nome di un fantomatico diritto internazionale, un sindacalisti ha investito con i suoi strali dei poveri esuli venezuelani accusandoli di sbagliare a esultare per la caduta di chi ha oppresso la sua gente. Per Landini, d’altronde, Maduro è un leader «legittimamente eletto dal popolo». E che importa se le elezioni in Venezuela sono truccate da 27 anni e che il popolo è da sempre perseguitato. Dettagli. È la nuova Cgil di Landini, che ha smesso di difendere i lavoratori a favore dei dittatori.
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il presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Nel riquadro, un fermo immagine dei recenti scontri a Teheran (Ansa)
L’agenzia per i diritti umani Human rights activists news agency (Hrana) ha detto che il bilancio dei disordini nel Paese è tragico. Vi sarebbero almeno 36 morti, tra cui 34 manifestanti (di cui quattro bambini) e due membri delle forze di sicurezza. Oltre 2.000 sarebbero gli arresti, con raid notturni in ospedali a Teheran e a Ilam, dove gas lacrimogeni e proiettili hanno ferito decine di civili in cerca di rifugio.
A Teheran il Gran Bazar è rimasto ancora chiuso per lo sciopero dei commercianti, con la polizia antisommossa che ha sparato gas lacrimogeni e granate stordenti contro la folla che scandiva «libertà, libertà». A Malekshahi (Ilam), dove sette manifestanti sono stati uccisi, le forze di sicurezza sono state respinte da raduni di protesta ai funerali, mentre ad Abdanan i dimostranti hanno occupato la stazione di polizia dopo la fuga degli agenti. Scene simili a Shahrekord, dove idranti e cannoni ad acqua sono stati usati contro donne in prima fila, a Kermanshah e Lorestan, dove due agenti sono morti in scontri armati, a Neyriz (Fars), con proiettili veri su folle disarmate, e a Yazdanshahr (Isfahan), dove i video mostrano gli agenti della sicurezza che passano dal lancio di lacrimogeni al fuoco reale. Molti feriti e arresti, tra cui una decina di minorenni.
In questo contesto, Reza Pahlavi, erede dell’ultimo scià Mohammad Reza Pahlavi in esilio, ha rotto il silenzio martedì con un post su X (il suo primo appello pubblico dall’inizio della rivolta), esortando gli iraniani a cantare slogan uniti alle 20.00 di oggi e domani, dalle strade o dalle case, per mostrare al regime la massa critica e provocare defezioni nelle forze armate. Pahlavi ha diffuso poi ieri un altro video nel quale si rivolge alle forze armate e agli agenti della sicurezza iraniani, esortandoli a stare «dalla parte giusta della storia, non con i criminali ma con il popolo», e definendo la repubblica islamica un regime corrotto e repressivo.
Decine di video giungono da Teheran, da Mashhad e da Kermanshah, nel Kurdistan, con immagini di folla con bandiere dell’era pre 1979 che invoca il ritorno dello scià. Invocazioni anche verso Donald Trump, con scritte «Non lasciare che ci uccidano».
Il presidente Pezeshkian, generalmente definito «moderato» (sic), ha ordinato alla polizia di distinguere «protestatari economici», che hanno delle ragioni, da «rivoltosi armati», vietando azioni contro chi non minaccia la sicurezza nazionale e avviando indagini su quanto avvenuto all’ospedale di Ilam, dove le forze di sicurezza hanno dato luogo a scontri e sparato gas lacrimogeni all’interno dell’ospedale.
In un duro discorso tre giorni fa, Ali Khamenei ha paventato «cospirazioni nemiche» e il capo della magistratura Gholam-Hossein Mohseni Ejei ha escluso ogni clemenza verso i manifestanti. Clero e Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (Irgc) restano dunque inflessibili.
Teheran rimane una fabbrica della morte inarrestabile: ieri sono state eseguite le sentenze di dieci prigionieri condannati a morte in precedenza (per reati di droga e omicidio). Nel 2025 sarebbero oltre 2.000 le persone giustiziate in Iran. Sempre ieri, è stato impiccato Ali Ardestani, un uomo accusato di spionaggio per conto di Israele. «La condanna a morte di Ali Ardestani per il reato di spionaggio a favore del servizio di intelligence del Mossad, tramite la fornitura di informazioni sensibili del Paese, è stata eseguita dopo l’approvazione della Corte Suprema e attraverso procedure legali», ha affermato l’organo di stampa iraniano Mizan.
Teheran, nel frattempo, con tempismo da manuale, ha chiesto al governo di Caracas di riscuotere il credito di 2 miliardi di dollari per forniture petrolifere pregresse. Ieri Donald Trump ha annunciato che fino a 50 milioni di barili di petrolio della produzione venezuelana saranno girati agli Stati Uniti. Il che lascia supporre che la Cina sostituirà buona parte della fornitura dal Venezuela con petrolio iraniano, di qualità non troppo dissimile. Se così fosse, un flusso extra dalla Cina rafforzerebbe le casse di Teheran, aumentando le probabilità di un intervento americano.
Intanto, si segnalano ampi movimenti aerei militari dagli Usa verso basi in Europa. Negli ultimi quattro giorni si parla di almeno 14 viaggi di enormi aerei C-17 Globemaster III, in grado di trasportare elicotteri Chinook e Black Hawk. Vi è poi ampio traffico di aerocisterne e di velivoli logistici, mentre si alzano i livelli di allerta nelle basi americane in Medio Oriente. I satelliti Starlink di Elon Musk sarebbero pronti a fornire supporto. Un attacco congiunto americano e israeliano sembra imminente, forse già nelle prossime ore, con obiettivo l’Alto comando delle Guardie della Rivoluzione ed esponenti chiave del regime. Voci incontrollate parlano di una fuga prevista di Khamenei e dei membri di spicco del governo. Un intervento aereo americano viene visto come elemento utile a sostenere una nuova leadership. Un ritorno dello scià erede Reza Pahlavi potrebbe essere l’asso nella manica di Trump, mentre la leader del Consiglio nazionale della resistenza iraniana Maryam Rajavi, molto nota in Europa, non sembra avere il necessario supporto interno per spuntarla in una eventuale successione al potere.
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Antonio Decaro e Roberto Fico (Ansa)
Roberto Fico ha nominato dieci assessori e si è tenuto molte deleghe, tra cui quelle al Bilancio e alla Sanità. E poi si è tenuto tutti i poteri sulla sicurezza, la legalità e l’immigrazione, che probabilmente non saranno ceduti neppure in un secondo tempo. Chi gli ha parlato in queste ore, ha visto l’ex presidente della Camera molto determinato a giocarsi in prima persona anche la carta del governatore «anticamorra». Il vicepresidente della giunta sarà il piddino Mario Casillo, che è anche assessore ai Tasporti e alla mobilità, mentre le deleghe strategiche a Territorio e patrimonio andranno all’ex sindaco di Portici, Vincenzo Cuomo. Che, però, dovrà attendere 15 giorni perché devono passarne 20 dalle dimissioni dalla carica di primo cittadino. Per aggirare la faccenda, non senza polemiche, Fico ha spiegato che Cuomo entrerà nel pieno delle sue funzioni il 21 gennaio, nonostante il decreto di nomina della giunta sia già stato firmato. Del resto, senza questo ex funzionario Asl democristiano non si può davvero partire perché è stato senatore ed è stato sindaco più volte, sempre con percentuali bulgare. Sulle altre deleghe e, soprattutto, sugli incarichi da assegnare, il fuoco brucia sotto le ceneri. In giunta hanno ottenuto un assessore ciascuno Clemente Mastella, i renziani, la lista A testa alta di Vincenzo De Luca e Avs. Stanno già meditando come rifarsi. Ma soprattutto, fatto incredibile, si parla già di rimpasto e ampliamento a 12 assessori nel 2027, quando ci saranno le politiche e alcuni assessori potrebbero tentare lo sbarco a Roma.
I conti con il passato non si chiuderanno facilmente neppure in Puglia, dove l’ex presidente Emiliano va verso un posto nella giunta di Antonio Decaro come assessore alle Crisi industriali. Il tutto in attesa di un posto a Montecitorio e con la possibilità di tenere sotto controllo l’infinito dossier Iva e le varie inchieste. Per farlo felice, Decaro scorporerà la delega dall’Ambiente. La composizione della giunta sarà ufficializzata la prossima settimana e le trattative nel centrosinistra sono complicate anche dal fatto che lo statuto della Puglia prevede che gli esterni al Consiglio non possano essere più di due (su 12). Emiliano non è stato ricandidato per il veto dell’ex sindaco di Bari Decaro e, se non fosse nominato assessore, gli toccherebbe tornare a vestire la toga da magistrato. Visto che è stato eletto per l’ultima volta nel 2020, non gli si applica la riforma Cartabia del 2022 che vieta le cosiddette «porte girevoli» tra magistratura e politica. In attesa, via libera al rientro dalla finestra.
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