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2020-08-01
Non si dice ma c’è pure il referendum. Ecco come (e per che cosa) si vota
Ansa
Se ne sono accorti in pochi, eppure il prossimo 20 settembre in calendario non ci sono solo delle elezioni regionali, ma anche un referendum costituzionale confermativo, quello comunemente definito sul taglio dei parlamentari. A ben vedere, la scelta dell'accorpamento in un'unica data di votazioni così diverse sarà un elemento tutt'altro che neutro. A prima vista, infatti, un osservatore distratto potrebbe convenire con l'idea dell'election day: scadenze concentrate e il risparmio di qualche euro. Attenzione, però: le cose sono più complicate. Per quanto sia immaginabile un esito scontato della consultazione, accorpare quel voto a una scadenza regionale a fortissima intensità politica, con il grosso della campagna elettorale ad agosto, a televisioni di fatto spente (quasi senza talk show, senza approfondimenti, senza adeguata informazione radio-tv), significa accettare il precedente per cui una riforma costituzionale avverrà (o non avverrà) senza alcuna seria possibilità per i cittadini di discutere la posta in gioco.
Ricordiamo di che si tratta. Nei mesi scorsi, è arrivata in porto una riforma costituzionale (quattro passaggi parlamentari) che porterebbe il numero dei deputati da 630 a 400 e quello dei senatori da 315 a 200. Su questa iniziativa, cara ai grillini, gli alleati del Pd ne hanno letteralmente combinate di tutti i colori: a lungo contrari alla riforma, sono poi divenuti favorevoli nell'ultima votazione, avendo nel frattempo varato il Conte bis.
Dopo il quarto e ultimo voto (avvenuto alla Camera il 7 ottobre scorso con soli 14 contrari), si poteva aprire la finestra per sottoporre questa decisione a referendum. In questo caso, non si sono trovati 500.000 cittadini disposti a sottoscrivere la richiesta, ma hanno provveduto un quinto dei membri di una Camera, cioè una pattuglia trasversale di parlamentari. Morale: toccherà agli italiani dire sì o dire no alla conferma del taglio. Se prevalesse il no, ovviamente tutto resterebbe com'è ora. Se vincesse il sì, il primo adempimento necessario sarebbe sistemare la legge elettorale per adeguare il numero dei collegi al nuovo (e più piccolo) numero di deputati e senatori.
Non credete a chi vi dirà che occorrano tempi biblici per questa operazione, con ciò chiudendo la strada a un eventuale scioglimento delle Camere, o affermando che la sistemazione dei collegi avrà effetti insuperabili sulla chiusura della legislatura, qualora il governo Conte andasse in crisi. Basterebbe solo ricavare - prima dell'eventuale scioglimento - il tempo strettamente necessario (e con l'impegno di tutti e la supervisione del Quirinale, si potrebbero evitare dilazioni temporali pretestuose) per approvare alla Camera e al Senato l'adattamento tecnico della legge elettorale al diminuito numero di parlamentari. Nei cassetti degli uffici legislativi giacciono simulazioni prontissime: si tratta solo di scegliere. Naturalmente, nel momento in cui si mette mano ai collegi resta da capire se, in extremis, qualcuno cercherà lo spazio anche per un'ulteriore correzione della legge elettorale: e non si tratta mai di scelte dagli effetti banali.
Entrando nel merito del referendum, vale la pena di sollecitare i sostenitori delle due tesi opposte a qualche chiarimento. Ai sostenitori del sì, grillini in testa, si può forse rimproverare il fatto di aver dato solo una curvatura anticasta a un taglio che avrebbe avuto bisogno di una cornice coerente e chiara. Che forma di stato vogliamo? Che forma di governo preferiamo? Volete portarci a Washington (con il presidenzialismo), a Londra (con il premierato), o, purtroppo, a Tripoli, confermando l'attuale assetto parlamentarista ma aggravandolo con una legge ancora più proporzionale che ridurrebbe la politica italiana, perfino più di adesso, a una rissa tra tribù e fazioni?
Avere oltre 300 parlamentari in meno (bene) servirà a poco se però saremo tutti appesi alle mutevoli volontà e ai piccoli ricatti dei partiti e partitini che diverranno decisivi per formare le coalizioni traballanti che ci governeranno. Serviva e servirebbe un respiro diverso. Ad esempio, proporre agli italiani un disegno coerente: un assetto istituzionale «decidente» (come in Usa o in Uk), un sistema elettorale coerente, e, in quel quadro, stando comunque attenti a evitare collegi troppo vasti che renderebbero i candidati «irraggiungibili» dagli elettori, una forte riduzione del numero dei parlamentari avrebbe senso.
Non mancano criticità forti anche sul lato opposto, quello dei sostenitori del no, cioè di coloro che peraltro hanno promosso il referendum. In primo luogo, per l'evidente strumentalità con cui la raccolta di firme è avvenuta in Parlamento alcuni mesi fa: con molti peones (non tutti, per carità) che hanno firmato più che altro con il retropensiero di allungare la legislatura. In secondo luogo, perché la pura e semplice difesa degli attuali mille seggi pare a molti irrealistica, fuori dal tempo. Davvero qualcuno pensa di opporsi alla demagogia non con proposte di riforma serie e incisive, ma solo invocando la conservazione feticistica dell'esistente (e delle poltrone)? È il modo migliore di regalare ai moribondi grillini un piccolo trionfo.
Forse vale la pena di fare il possibile, nonostante il mese di agosto, per invitare tutti a una discussione di fondo, evitando di mettere ancora una volta sotto i piedi la democrazia: dopo il Parlamento umiliato con i Dpcm, dopo il prolungamento anomalo dello stato d'emergenza, rischiamo la presa in giro di una non-campagna referendaria, di una modifica costituzionale rilevantissima che avverrà (o non avverrà) senza dibattito, senza alcuna vera discussione in grado di portare l'elettorato a un sì, a un no o a un'astensione in modo davvero libero e consapevole.
Il M5s cambia pelle per la poltrona
La scatoletta di tonno che i 5 stelle avevano giurato di aprire era di dimensioni considerevoli, ma non ha comunque saziato gli appetiti dei grillini. Sul rinnovo delle 28 commissioni è così andato in scena l'ultimo psicodramma pentastellato. Tra presidenti, vicepresidenti e segretari erano in ballo 168 poltronissime. Il Movimento, nonostante i robusti appetiti, è rimasto però a sbocconcellare gli avanzi del buffet. Inaudito. Tanto da meritare una raccolta di firme tra gli eletti, per protestare contro il direttivo.
I riottosi meditano vendetta. Anche se non sembra abbiano né la forza né la voglia di strappare. Meglio digiuni che sull'uscio. Ma la resa è vicina. La crisi economica incombe. E le imminenti elezioni si annunciano disastrose. Giuseppe Conte s'è già appellato agli alleati: «Possibile non trovare un momento di sintesi agli appuntamenti regionali?».
Possibilissimo. I giallorossi sono divisi quasi ovunque. Davanti al Movimento, si materializzano le disastrose percentuali racimolate, nell'ultimo anno, alle amministrative. Il capo politico Vito Crimi prova a gettare acqua sul fuoco: «Tutto questo dramma di non aver saputo difendere la capacità del M5s di imporsi nella maggioranza mi sembra non ci sia. Il Movimento è unito e va avanti. La maggioranza del partito è contenta dell'accordo»″, ha commentato.
Ma lo scenario apocalittico non placa la rivolta. Tra i 5 stelle regna l'anarchia. I vertici, a partire da Crimi, sono considerati insignificanti e subalterni ai dem. Tutti sulla stessa barca fallata. Bisogna comunque restare a galla fino alla fine della legislatura, pena la deriva. L'ammutinamento, però, prosegue. Da una parte i governisti: con il vigile ossequio e la formale ortodossia, hanno guadagnato inimmaginabili strapuntini. Dall'altra, i movimentisti: quelli diventati, loro malgrado, marginali. Continuano a rimembrare i tempi andati. Lotta dura senza paura, poteri forti felloni, mai più vili compromessi: insomma, vaffanculo a tutti.
Una pattuglia, ovviamente, pronta a rinunciare a ogni moto ideologico se saziata a dovere. Nel mentre, gli elettori se la danno a gambe levate. Per i sondaggisti, il consenso dei 5 stelle s'è dimezzato rispetto alle politiche del 2008. Oscilla tra 16 il 18 per cento. Prevedibile. I francescani che attaccavano ogni bramosia, sono i protagonisti del più pittoresco voltafaccia della storia repubblicana. Da sicuri alleati della Lega a fedeli scudieri dei democratici. Da destra a sinistra. Da gialloblù a giallorossi.
Erano euroscettici, ma si preparano a intascare il Mes. Difendevano partite Iva e piccoli imprenditori, sono diventati smaccati statalisti: reddito di cittadinanza, aziende da redimere e nazionalizzazioni. Si fingevano guardiani delle frontiere, ma adesso spalleggiano l'accoglienza più lassista. E quei «delinquenti» dei democratici? Puah! Erano il Pdmenoelle. Berlusconiani mascherati. Ora sono imprescindibili colleghi, su indicazione di un altro che non aveva mai smesso di insolentire il centro sinistra. Ovvero Beppe Grillo, autonominatosi nel frattempo «l'Elevato». Traduzione: colui che può continuare a fare e disfare come meglio crede. Perfino perseverare negli accordi, a dispetto dell'imperante discordia, con il segretario dem, Nicola Zingaretti. Ma è il fondatore, poi, che comanda? E dov'è finito, proprio ora che servirebbe almeno un cenno?
Boh. Così i peones, nella sovrana incertezza della ricandidatura, cominciano a guardare altrove. Verso la Lega. O Fratelli d'Italia, che ha già iniziato il reclutamento. Governo a rischio. Per i vertici pentastellati urge dunque riconquistare il cuore dei delusi. E il modo, adesso, sembra solo uno: celebrare quel bel congressone rinviato a data da destinarsi. Insomma, assomigliare sempre più agli alleati. A quel Pdmenoelle diventato stella polare nel cielo dell'Elevato.
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L'attenzione è concentrata sulle regionali, però a settembre si va alle urne per il taglio dei parlamentari. Favorevoli o contrari, gli schieramenti devono chiarire i dubbi e le criticità della riforma costituzionale.Vito Crimi getta acqua sul fuoco invano, il Movimento è allo sbaraglio: tra scontri interni e voltafaccia, si prepara a digerire perfino il Mes. Mentre il consenso si è dimezzato.Lo speciale contiene due articoli.Se ne sono accorti in pochi, eppure il prossimo 20 settembre in calendario non ci sono solo delle elezioni regionali, ma anche un referendum costituzionale confermativo, quello comunemente definito sul taglio dei parlamentari. A ben vedere, la scelta dell'accorpamento in un'unica data di votazioni così diverse sarà un elemento tutt'altro che neutro. A prima vista, infatti, un osservatore distratto potrebbe convenire con l'idea dell'election day: scadenze concentrate e il risparmio di qualche euro. Attenzione, però: le cose sono più complicate. Per quanto sia immaginabile un esito scontato della consultazione, accorpare quel voto a una scadenza regionale a fortissima intensità politica, con il grosso della campagna elettorale ad agosto, a televisioni di fatto spente (quasi senza talk show, senza approfondimenti, senza adeguata informazione radio-tv), significa accettare il precedente per cui una riforma costituzionale avverrà (o non avverrà) senza alcuna seria possibilità per i cittadini di discutere la posta in gioco.Ricordiamo di che si tratta. Nei mesi scorsi, è arrivata in porto una riforma costituzionale (quattro passaggi parlamentari) che porterebbe il numero dei deputati da 630 a 400 e quello dei senatori da 315 a 200. Su questa iniziativa, cara ai grillini, gli alleati del Pd ne hanno letteralmente combinate di tutti i colori: a lungo contrari alla riforma, sono poi divenuti favorevoli nell'ultima votazione, avendo nel frattempo varato il Conte bis. Dopo il quarto e ultimo voto (avvenuto alla Camera il 7 ottobre scorso con soli 14 contrari), si poteva aprire la finestra per sottoporre questa decisione a referendum. In questo caso, non si sono trovati 500.000 cittadini disposti a sottoscrivere la richiesta, ma hanno provveduto un quinto dei membri di una Camera, cioè una pattuglia trasversale di parlamentari. Morale: toccherà agli italiani dire sì o dire no alla conferma del taglio. Se prevalesse il no, ovviamente tutto resterebbe com'è ora. Se vincesse il sì, il primo adempimento necessario sarebbe sistemare la legge elettorale per adeguare il numero dei collegi al nuovo (e più piccolo) numero di deputati e senatori. Non credete a chi vi dirà che occorrano tempi biblici per questa operazione, con ciò chiudendo la strada a un eventuale scioglimento delle Camere, o affermando che la sistemazione dei collegi avrà effetti insuperabili sulla chiusura della legislatura, qualora il governo Conte andasse in crisi. Basterebbe solo ricavare - prima dell'eventuale scioglimento - il tempo strettamente necessario (e con l'impegno di tutti e la supervisione del Quirinale, si potrebbero evitare dilazioni temporali pretestuose) per approvare alla Camera e al Senato l'adattamento tecnico della legge elettorale al diminuito numero di parlamentari. Nei cassetti degli uffici legislativi giacciono simulazioni prontissime: si tratta solo di scegliere. Naturalmente, nel momento in cui si mette mano ai collegi resta da capire se, in extremis, qualcuno cercherà lo spazio anche per un'ulteriore correzione della legge elettorale: e non si tratta mai di scelte dagli effetti banali. Entrando nel merito del referendum, vale la pena di sollecitare i sostenitori delle due tesi opposte a qualche chiarimento. Ai sostenitori del sì, grillini in testa, si può forse rimproverare il fatto di aver dato solo una curvatura anticasta a un taglio che avrebbe avuto bisogno di una cornice coerente e chiara. Che forma di stato vogliamo? Che forma di governo preferiamo? Volete portarci a Washington (con il presidenzialismo), a Londra (con il premierato), o, purtroppo, a Tripoli, confermando l'attuale assetto parlamentarista ma aggravandolo con una legge ancora più proporzionale che ridurrebbe la politica italiana, perfino più di adesso, a una rissa tra tribù e fazioni? Avere oltre 300 parlamentari in meno (bene) servirà a poco se però saremo tutti appesi alle mutevoli volontà e ai piccoli ricatti dei partiti e partitini che diverranno decisivi per formare le coalizioni traballanti che ci governeranno. Serviva e servirebbe un respiro diverso. Ad esempio, proporre agli italiani un disegno coerente: un assetto istituzionale «decidente» (come in Usa o in Uk), un sistema elettorale coerente, e, in quel quadro, stando comunque attenti a evitare collegi troppo vasti che renderebbero i candidati «irraggiungibili» dagli elettori, una forte riduzione del numero dei parlamentari avrebbe senso. Non mancano criticità forti anche sul lato opposto, quello dei sostenitori del no, cioè di coloro che peraltro hanno promosso il referendum. In primo luogo, per l'evidente strumentalità con cui la raccolta di firme è avvenuta in Parlamento alcuni mesi fa: con molti peones (non tutti, per carità) che hanno firmato più che altro con il retropensiero di allungare la legislatura. In secondo luogo, perché la pura e semplice difesa degli attuali mille seggi pare a molti irrealistica, fuori dal tempo. Davvero qualcuno pensa di opporsi alla demagogia non con proposte di riforma serie e incisive, ma solo invocando la conservazione feticistica dell'esistente (e delle poltrone)? È il modo migliore di regalare ai moribondi grillini un piccolo trionfo. Forse vale la pena di fare il possibile, nonostante il mese di agosto, per invitare tutti a una discussione di fondo, evitando di mettere ancora una volta sotto i piedi la democrazia: dopo il Parlamento umiliato con i Dpcm, dopo il prolungamento anomalo dello stato d'emergenza, rischiamo la presa in giro di una non-campagna referendaria, di una modifica costituzionale rilevantissima che avverrà (o non avverrà) senza dibattito, senza alcuna vera discussione in grado di portare l'elettorato a un sì, a un no o a un'astensione in modo davvero libero e consapevole. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/non-si-dice-ma-ce-pure-il-referendum-ecco-come-e-per-che-cosa-si-vota-2646854535.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-m5s-cambia-pelle-per-la-poltrona" data-post-id="2646854535" data-published-at="1596227506" data-use-pagination="False"> Il M5s cambia pelle per la poltrona La scatoletta di tonno che i 5 stelle avevano giurato di aprire era di dimensioni considerevoli, ma non ha comunque saziato gli appetiti dei grillini. Sul rinnovo delle 28 commissioni è così andato in scena l'ultimo psicodramma pentastellato. Tra presidenti, vicepresidenti e segretari erano in ballo 168 poltronissime. Il Movimento, nonostante i robusti appetiti, è rimasto però a sbocconcellare gli avanzi del buffet. Inaudito. Tanto da meritare una raccolta di firme tra gli eletti, per protestare contro il direttivo. I riottosi meditano vendetta. Anche se non sembra abbiano né la forza né la voglia di strappare. Meglio digiuni che sull'uscio. Ma la resa è vicina. La crisi economica incombe. E le imminenti elezioni si annunciano disastrose. Giuseppe Conte s'è già appellato agli alleati: «Possibile non trovare un momento di sintesi agli appuntamenti regionali?». Possibilissimo. I giallorossi sono divisi quasi ovunque. Davanti al Movimento, si materializzano le disastrose percentuali racimolate, nell'ultimo anno, alle amministrative. Il capo politico Vito Crimi prova a gettare acqua sul fuoco: «Tutto questo dramma di non aver saputo difendere la capacità del M5s di imporsi nella maggioranza mi sembra non ci sia. Il Movimento è unito e va avanti. La maggioranza del partito è contenta dell'accordo»″, ha commentato. Ma lo scenario apocalittico non placa la rivolta. Tra i 5 stelle regna l'anarchia. I vertici, a partire da Crimi, sono considerati insignificanti e subalterni ai dem. Tutti sulla stessa barca fallata. Bisogna comunque restare a galla fino alla fine della legislatura, pena la deriva. L'ammutinamento, però, prosegue. Da una parte i governisti: con il vigile ossequio e la formale ortodossia, hanno guadagnato inimmaginabili strapuntini. Dall'altra, i movimentisti: quelli diventati, loro malgrado, marginali. Continuano a rimembrare i tempi andati. Lotta dura senza paura, poteri forti felloni, mai più vili compromessi: insomma, vaffanculo a tutti. Una pattuglia, ovviamente, pronta a rinunciare a ogni moto ideologico se saziata a dovere. Nel mentre, gli elettori se la danno a gambe levate. Per i sondaggisti, il consenso dei 5 stelle s'è dimezzato rispetto alle politiche del 2008. Oscilla tra 16 il 18 per cento. Prevedibile. I francescani che attaccavano ogni bramosia, sono i protagonisti del più pittoresco voltafaccia della storia repubblicana. Da sicuri alleati della Lega a fedeli scudieri dei democratici. Da destra a sinistra. Da gialloblù a giallorossi. Erano euroscettici, ma si preparano a intascare il Mes. Difendevano partite Iva e piccoli imprenditori, sono diventati smaccati statalisti: reddito di cittadinanza, aziende da redimere e nazionalizzazioni. Si fingevano guardiani delle frontiere, ma adesso spalleggiano l'accoglienza più lassista. E quei «delinquenti» dei democratici? Puah! Erano il Pdmenoelle. Berlusconiani mascherati. Ora sono imprescindibili colleghi, su indicazione di un altro che non aveva mai smesso di insolentire il centro sinistra. Ovvero Beppe Grillo, autonominatosi nel frattempo «l'Elevato». Traduzione: colui che può continuare a fare e disfare come meglio crede. Perfino perseverare negli accordi, a dispetto dell'imperante discordia, con il segretario dem, Nicola Zingaretti. Ma è il fondatore, poi, che comanda? E dov'è finito, proprio ora che servirebbe almeno un cenno? Boh. Così i peones, nella sovrana incertezza della ricandidatura, cominciano a guardare altrove. Verso la Lega. O Fratelli d'Italia, che ha già iniziato il reclutamento. Governo a rischio. Per i vertici pentastellati urge dunque riconquistare il cuore dei delusi. E il modo, adesso, sembra solo uno: celebrare quel bel congressone rinviato a data da destinarsi. Insomma, assomigliare sempre più agli alleati. A quel Pdmenoelle diventato stella polare nel cielo dell'Elevato.
A quattro anni dall'invasione russa in Ucraina un evento di Fratelli d'Italia in Senato per raccontare la verità di quello che succede sul campo.
Un evento organizzato dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari e dall'onorevole Francesco Filini, responsabile dell'Ufficio studi e che lo ha anche moderato.
Fazzolari ha garantito che il sostegno, anche militare a Kiev, ci sarà per tutto il 2026, così come confermato dal voto in Senato del giorno successivo. «Il governo è sempre stato molto compatto sul sostegno a Kiev, abbiamo messo più volte la fiducia su più provvedimenti anche per ragioni di tempo e di semplicità, ma non c’è mai stato un problema nella maggioranza sul sostegno all’Ucraina». Poi ha aggiunto: «In tutto questo gioco di trattative il pericolo più grande che abbiamo è quello di giungere alla fine a una pace tra Mosca e Kiev senza aver inglobato pienamente l’Ucraina nel contesto europeo, nel nostro sistema di difesa o nel nostro sistema dell’Unione Europea». Per Filini i quattro anni passati sono stati conditi anche tantissima disinformazione: «Da quattro anni circolano fake news che raccontano come l’Ucraina avrebbe perso la guerra sin dalle prime settimane. In realtà, la situazione sul campo è tutt’altra: ci parla di una Russia impantanata, che non riesce più a uscire da un inferno che si è andata a cercare, perché non si aspettava la risposta ucraina all’aggressione di quattro anni fa». Invece, aggiunge: «Oggi siamo qui per raccontare, anche attraverso un documento elaborato dall’Ufficio studi di FdI, come stanno realmente le cose e per smascherare l’enorme quantità di fake news che purtroppo vengono rilanciate qui in Italia da persone che probabilmente si bevono la propaganda russa e la rilanciano. Noi siamo qui a testimoniare la verità».
All'evento hanno partecipato anche il presidente dei senatori di FdI Lucio Malan, il capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami, il direttore di Libero Mario Sechi, il direttore de Il Foglio Claudio Cerasa, l’analista e youtuber Anton Sokol, il presidente del Copasir Lorenzo Guerini, il senatore di Azione Marco Lombardo, l’inviata Rai Stefania Battistini e il giornalista Federico Rampini, esperto di politica americana e inviato del Corriere della sera, il giornalista ucraino Vladislav Maistrouk.
Ansa
Gli arrestati per l’omicidio di Quentin Deranque sono quasi tutti figli della borghesia benestante della Francia-ztl e più in generale quando la Sinistra antagonista va in piazza per una manifestazione propal i musulmani arruolati appartengono sempre a fasce di disagio urbano precedentemente e pazientemente politicizzate dalla Sinistra antagonista alla testa delle proteste di piazza. Non avviene mai, come invece sarebbe logico aspettarsi, che i Centri sociali si accodino a proteste di eventuali movimenti politici composti da coloro che in prima persona vivono il problema oggetto della manifestazione, al contrario, quando si tratta di manifestare a favore del Venezuela o di Cuba, il copione classico vede lo scontro verbale tra i manifestanti europei figli di famiglie benestanti con i veri venezuelani e i veri cubani ai quali viene rimproverato il fatto di non essere abbastanza informati su ciò che succede «davvero» a casa loro.
Questo schema non è casuale e discende consequenzialmente dal nuovo rapporto di utilizzo che la Sinistra occidentale ha sviluppato nei confronti della violenza: venuta a mancare da decenni la prospettiva rivoluzionaria reale, la Sinistra ha trasformato la violenza di piazza in un rituale autoreferenziale privo di telos politico ed è giunta a tale stadio dialettico realizzando le linee-guida tratteggiate dai postmarxisti teorici della protesta come fonte di senso esistenziale à la Toni Negri. In questa visione la violenza diventa lo strumento paradossale con cui la borghesia ricca e presentabile manifesta la propria esistenza morale contro la società che essa stessa ha edificato. Dalla radice iniziale del concetto di violenza intesa come «levatrice della storia» - il contributo forse più originale elaborato da Marx insieme alla superiorità della prassi sulla teoria - si è giunti alla sua funzione puramente simulacrale e sostanzialmente finalizzata al dispendio energetico delle forze di coloro che non trovano posto nella nuova società postindustriale.
Dalla Comune di Parigi alla Rivoluzione d’ottobre, dal Biennio rosso al Sessantotto, dalle Brigate Rosse alla Rote Armee Fraktion, la violenza ha sempre avuto una precisa finalità politica ed un preciso obiettivo rivoluzionario, più o meno realistico o utopico. Con l’ingresso nella Globalizzazione la rivoluzione è in effetti avvenuta ma non come i rivoluzionari si aspettavano: in effetti si è entrati in un «mondo nuovo» ma non basato sugli esiti ultimi del marxismo bensì sul mercato unico globale in grado, secondo il marketing che l’ha accompagnato, di stabilire «pace perpetua e fine delle ineguaglianze». La presa d’atto da parte della Sinistra più violenta, quella legata alle proprie radici marxiste, di tale deriva realizzata proprio dalla Sinistra mercatista - quella per intenderci del New Labour il cui principale teorizzatore, Peter Mandelson, è stato arrestato due giorni fa per i suoi rapporti con Jeffrey Epstein - ha portato ad una sorta di «denudamento della violenza» ormai trovatasi orfana dei propri obiettivi rivoluzionari.
Ecco dunque la necessaria ridefinizione della stessa nei termini di «svolta identitaria post-coloniale», come ipotizzato da Herbert Marcuse, per arrivare ad un nuovo utilizzo della violenza stessa la quale non abbatte più lo Stato ma «decolonizza lo spazio pubblico», «denuncia il privilegio» e, soprattutto, «pratica l’antifascismo militante». Inutile sottolineare come tutto ciò significhi un ritiro dagli obiettivi politici reali ed un approdo all’ambito esistenziale, soggettivo e psicologico. Il «disagio» è così passato dall’essere parte decisiva della coscienza di classe ad essere elemento scatenante il rifiuto della propria condizione soggettiva, del proprio corpo, dei propri codici comunicativi, della propria cultura, della propria etnia, del proprio sesso.
Privata di obiettivi politici la violenza resta tuttavia in gioco in quanto ineliminabile ed in quanto costitutiva della vita sociale degli esseri umani ma anche la sua strumentalizzazione è rimasta intatta dietro le quinte dei meccanismi vittimari per i quali i «nuovi oppressi» - immigrati, minoranze, trans - vengono sacralizzati per permettere alla borghesia di espiare il proprio privilegio senza rinunciarvi. La tragica conferma della dissoluzione nichilistica della violenza si ha, infine, nei numerosi casi di omicidio-suicidio degli individui spinti a ciò dal woke negli Usa e senza che ciò possa incidere politicamente su alcun aspetto della società.
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Valdo Calocane (Getty Images)
Uno schizofrenico paranoico diagnosticato, che però non riceveva alcuna cura perché nero. E il razzismo questa volta non c’entra. C’entra, in compenso, la paura di essere additati come xenofobi. Quella paura che ha fatto sì che gli specialisti dell’ospedale psichiatrico che avrebbero dovuto prenderlo in cura preferissero lasciarlo libero per evitare una «sovrarappresentazione di giovani maschi neri in detenzione».
Come emerge da una recente inchiesta, infatti, Valdo sarebbe dovuto stare in un istituto psichiatrico. Del resto, la sua carriera di violenza è lunga. Nel 2020 il primo raptus. Provano a curarlo ma non c’è nulla da fare. Va e viene dagli ospedali per quattro volte, fino a quando i medici rinunciano. Non perché Valdo non ne abbia più bisogno ma perché, come si legge nel report dedicato al killer, «il team coinvolto nel quarto ricovero di Calocane si è sentito sotto pressione per evitare pratiche restrittive a causa della sua etnia, data la pubblicità che circondava l’uso eccessivo del Mental Health Act e le misure restrittive nei confronti dei pazienti neri africani e neri caraibici».
Del resto, come rileva il Telegraph, «secondo gli ultimi dati del Servizio sanitario nazionale (Nhs), le persone di colore hanno quattro volte più probabilità di essere internate rispetto ai bianchi. Nel 2024-2025, 262,4 neri ogni 100.000 persone sono stati internati, la percentuale più alta tra tutti i gruppi etnici, contro i 65,8 ogni 100.000 bianchi».
Calocane resta così libero. Non fa nemmeno più le cure perché dice di aver paura degli aghi. Continua con le aggressioni e afferma di esser controllato. Di sentire delle voci che gli sussurrano di colpire.
Un giorno, nel 2021, si presenta anche davanti all’ufficio che ospita i servizi segreti interni britannici, il famoso Mi5, e chiede di essere arrestato. La spirale di paranoia è sempre più feroce. Valdo continua a nutrirsi di violenza. Guarda i video delle stragi e cerca informazioni su come compierle. Si è convinto che la sua testa sia eterodiretta da qualcun altro attraverso l’intelligenza artificiale. Era un pericolo pubblico e, non a caso, era stato internato quattro volte, ma poi sempre «liberato». E questo nonostante il medico che lo aveva in cura fosse convinto che Calocane, prima o poi, avrebbe ammazzato qualcuno. Così è stato.
Chris Philp, il ministro ombra degli Interni, commentando questa notizia ha detto: «Le decisioni non dovrebbero mai essere prese su questa base (ovvero la paura di esser tacciati come razzisti, Ndr). È preoccupante che il partito laburista stia modificando la legge per rendere ancora più difficile l’internamento di persone per lo stesso motivo. L’ingegneria inversa dei risultati basati sull’etnia sta mettendo a rischio vite umane. Questa follia deve finire».
Eppure il Regno Unito sembra colpito da questa follia che è diventata una vera e propria «malattia». Da questo razzismo al contrario che si ostina a non vedere la realtà.
Solamente qualche settimana fa, la metropolitana di Londra aveva realizzato una campagna per mostrare i comportamenti inadeguati ai quali stare attenti durante i viaggi. In essa, si vedeva un bianco che importunava una ragazza. E poi, in un altro spezzone, un nero che faceva la stessa cosa. Ovviamente il filmato è stato rimosso perché, secondo alcuni, non faceva altro che rafforzare «stereotipi razziali dannosi» nei confronti della comunità afro. Non era così. O meglio. In quei pochi frame si faceva notare una cosa molto semplice: chiunque può delinquere, indipendentemente dal colore della pelle. Ma l’aver mostrato anche un ragazzo nero non è accettabile. È la white guilt», la colpa di essere bianchi, per citare un bel libro di Emanuele Fusi. Una colpa che ormai è penetrata nelle viscere dell’Occidente. E che sta continuando a mietere vittime innocenti.
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Greta Thunberg cammina con una folla di attivisti filo-palestinesi arrivati per accogliere la Global Sumud Flotilla al porto di Sidi Bou Said, in Tunisia, il 7 settembre 2025 (Ansa)
Cuba potrebbe diventare la meta di una nuova Flotilla che dovrebbe arrivare nell’isola caraibica il 21 marzo. L’iniziativa, denominata Nuestra América, è stata promossa dall’ organizzazione Internazionale Progressista e dai Democratic Socialists of America, che hanno appoggiato l’elezione di Mamdani a New York, e ha già ricevuto la benedizione dell’eco-attivista Greta Thunberg. Le imbarcazioni vorrebbero portare cibo, medicinali e beni di prima necessità, ma soprattutto «rompere il blocco imposto da Washington».
Nel frattempo, la cronaca delle ultime ore riporta di quanto accaduto al largo delle acque cubane, dove la Guardia Costiera ha aperto il fuoco su un'imbarcazione registrata in Florida, uccidendo quattro persone e ferendone altre sei. Stando a quanto dichiarato dal ministero dell’Interno dell’Avana lo scontro sarebbe avvenuto nelle acque territoriali dell’isola e in una nota gli uomini sull’imbarcazione sono stati definiti come aggressori statunitensi.
Le previsioni di Donald Trump sul crollo del regime cubano sembrano infatti sempre più vicine ad avversarsi. Il tycoon aveva dichiarato che L’Avana era pronta a cadere e che non ci sarebbe stato bisogno di fare nulla, dipendendo totalmente dal petrolio del Venezuela che adesso non avrebbe più ricevuto. Il governo di Cuba ha annunciato alle compagnie aeree internazionali che gli aeroporti cubani non saranno in grado di fare rifornimento agli aerei almeno fino a metà marzo. Una situazione che complica enormemente l’afflusso turistico nell’isola caraibica, costringendo gli aerei a fare degli scali tecnici in Messico o nella Repubblica Dominicana. Air Canada ha già interrotto le tratte, limitandosi a organizzare una serie di voli per riportare a casa i canadesi presenti a Cuba. Per il momento le compagnie aeree spagnole Iberia e Air Europa hanno dichiarato che i loro servizi per l'isola continueranno, ma i voli da Madrid dovranno atterrare nella Repubblica Dominicana per rifornirsi di carburante. Nelle ultime settimane il governo cubano ha tagliato molte tratte di trasporti pubblici, ha accorciato la settimana lavorativa e ha imposto che le lezioni universitarie si tengano online. Il governo ha anche deciso di chiudere alcuni resort turistici per concentrare i visitatori. Il turismo è in grave crisi ormai da anni: nel 2024 sono arrivati poco più di 2 milioni di turisti, la cifra più bassa in due decenni e nel 2025 c’è stato un ulteriore calo del 20 per cento. I blackout sono sempre più frequenti e le code ai distributori infinite, mentre ormai anche i generatori degli ospedali sono quasi esauriti.
Carlos Fernandez de Cossio è il viceministro degli Esteri ed ha lavorato presso le Nazioni Unite. «Abbiamo opzioni molto limitate, dobbiamo cercare un dialogo che si basi sul rispetto delle sovranità nazionale. Siamo aperti al dialogo con gli Stati Uniti, ma non vi sarà né collasso del sistema socialista cubano, né tantomeno una nostra resa». L’esperto uomo politico ha poi fatto la fotografia dell’attuale situazione. «Stiamo adottando una serie di misure che mirano a preservare i servizi essenziali e concentrare le risorse dove sono più necessarie. Siamo pronti ad aprire una trattativa economica, ma non ad un cambio di regime. Tutte le divergenze con Washington possono essere risolte».
Il Messico sta valutando la ripresa delle spedizioni di petrolio, dopo la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti che ha annullato i dazi imposti contro i Paesi esportatori di greggio verso Cuba. Il governo della presidente Claudia Sheinbaum ha inviato 800 tonnellate di aiuti alimentari a bordo di due navi della sua Marina. Anche il Canada ha annunciato che sta lavorando a un pacchetto di aiuti e assistenza. Mosca è intervenuta nella questione dichiarando che la situazione è davvero critica e accusando gli Stati Uniti di aver imposto una stretta alla gola sull’isola. Dichiarazioni di sostegno sono arrivate anche dalla Cina, dal Brasile e dalla Colombia, ma il destino dell’ormai ex isola rivoluzionaria sembra già segnato.
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