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2020-08-01
Non si dice ma c’è pure il referendum. Ecco come (e per che cosa) si vota
Ansa
Se ne sono accorti in pochi, eppure il prossimo 20 settembre in calendario non ci sono solo delle elezioni regionali, ma anche un referendum costituzionale confermativo, quello comunemente definito sul taglio dei parlamentari. A ben vedere, la scelta dell'accorpamento in un'unica data di votazioni così diverse sarà un elemento tutt'altro che neutro. A prima vista, infatti, un osservatore distratto potrebbe convenire con l'idea dell'election day: scadenze concentrate e il risparmio di qualche euro. Attenzione, però: le cose sono più complicate. Per quanto sia immaginabile un esito scontato della consultazione, accorpare quel voto a una scadenza regionale a fortissima intensità politica, con il grosso della campagna elettorale ad agosto, a televisioni di fatto spente (quasi senza talk show, senza approfondimenti, senza adeguata informazione radio-tv), significa accettare il precedente per cui una riforma costituzionale avverrà (o non avverrà) senza alcuna seria possibilità per i cittadini di discutere la posta in gioco.
Ricordiamo di che si tratta. Nei mesi scorsi, è arrivata in porto una riforma costituzionale (quattro passaggi parlamentari) che porterebbe il numero dei deputati da 630 a 400 e quello dei senatori da 315 a 200. Su questa iniziativa, cara ai grillini, gli alleati del Pd ne hanno letteralmente combinate di tutti i colori: a lungo contrari alla riforma, sono poi divenuti favorevoli nell'ultima votazione, avendo nel frattempo varato il Conte bis.
Dopo il quarto e ultimo voto (avvenuto alla Camera il 7 ottobre scorso con soli 14 contrari), si poteva aprire la finestra per sottoporre questa decisione a referendum. In questo caso, non si sono trovati 500.000 cittadini disposti a sottoscrivere la richiesta, ma hanno provveduto un quinto dei membri di una Camera, cioè una pattuglia trasversale di parlamentari. Morale: toccherà agli italiani dire sì o dire no alla conferma del taglio. Se prevalesse il no, ovviamente tutto resterebbe com'è ora. Se vincesse il sì, il primo adempimento necessario sarebbe sistemare la legge elettorale per adeguare il numero dei collegi al nuovo (e più piccolo) numero di deputati e senatori.
Non credete a chi vi dirà che occorrano tempi biblici per questa operazione, con ciò chiudendo la strada a un eventuale scioglimento delle Camere, o affermando che la sistemazione dei collegi avrà effetti insuperabili sulla chiusura della legislatura, qualora il governo Conte andasse in crisi. Basterebbe solo ricavare - prima dell'eventuale scioglimento - il tempo strettamente necessario (e con l'impegno di tutti e la supervisione del Quirinale, si potrebbero evitare dilazioni temporali pretestuose) per approvare alla Camera e al Senato l'adattamento tecnico della legge elettorale al diminuito numero di parlamentari. Nei cassetti degli uffici legislativi giacciono simulazioni prontissime: si tratta solo di scegliere. Naturalmente, nel momento in cui si mette mano ai collegi resta da capire se, in extremis, qualcuno cercherà lo spazio anche per un'ulteriore correzione della legge elettorale: e non si tratta mai di scelte dagli effetti banali.
Entrando nel merito del referendum, vale la pena di sollecitare i sostenitori delle due tesi opposte a qualche chiarimento. Ai sostenitori del sì, grillini in testa, si può forse rimproverare il fatto di aver dato solo una curvatura anticasta a un taglio che avrebbe avuto bisogno di una cornice coerente e chiara. Che forma di stato vogliamo? Che forma di governo preferiamo? Volete portarci a Washington (con il presidenzialismo), a Londra (con il premierato), o, purtroppo, a Tripoli, confermando l'attuale assetto parlamentarista ma aggravandolo con una legge ancora più proporzionale che ridurrebbe la politica italiana, perfino più di adesso, a una rissa tra tribù e fazioni?
Avere oltre 300 parlamentari in meno (bene) servirà a poco se però saremo tutti appesi alle mutevoli volontà e ai piccoli ricatti dei partiti e partitini che diverranno decisivi per formare le coalizioni traballanti che ci governeranno. Serviva e servirebbe un respiro diverso. Ad esempio, proporre agli italiani un disegno coerente: un assetto istituzionale «decidente» (come in Usa o in Uk), un sistema elettorale coerente, e, in quel quadro, stando comunque attenti a evitare collegi troppo vasti che renderebbero i candidati «irraggiungibili» dagli elettori, una forte riduzione del numero dei parlamentari avrebbe senso.
Non mancano criticità forti anche sul lato opposto, quello dei sostenitori del no, cioè di coloro che peraltro hanno promosso il referendum. In primo luogo, per l'evidente strumentalità con cui la raccolta di firme è avvenuta in Parlamento alcuni mesi fa: con molti peones (non tutti, per carità) che hanno firmato più che altro con il retropensiero di allungare la legislatura. In secondo luogo, perché la pura e semplice difesa degli attuali mille seggi pare a molti irrealistica, fuori dal tempo. Davvero qualcuno pensa di opporsi alla demagogia non con proposte di riforma serie e incisive, ma solo invocando la conservazione feticistica dell'esistente (e delle poltrone)? È il modo migliore di regalare ai moribondi grillini un piccolo trionfo.
Forse vale la pena di fare il possibile, nonostante il mese di agosto, per invitare tutti a una discussione di fondo, evitando di mettere ancora una volta sotto i piedi la democrazia: dopo il Parlamento umiliato con i Dpcm, dopo il prolungamento anomalo dello stato d'emergenza, rischiamo la presa in giro di una non-campagna referendaria, di una modifica costituzionale rilevantissima che avverrà (o non avverrà) senza dibattito, senza alcuna vera discussione in grado di portare l'elettorato a un sì, a un no o a un'astensione in modo davvero libero e consapevole.
Il M5s cambia pelle per la poltrona
La scatoletta di tonno che i 5 stelle avevano giurato di aprire era di dimensioni considerevoli, ma non ha comunque saziato gli appetiti dei grillini. Sul rinnovo delle 28 commissioni è così andato in scena l'ultimo psicodramma pentastellato. Tra presidenti, vicepresidenti e segretari erano in ballo 168 poltronissime. Il Movimento, nonostante i robusti appetiti, è rimasto però a sbocconcellare gli avanzi del buffet. Inaudito. Tanto da meritare una raccolta di firme tra gli eletti, per protestare contro il direttivo.
I riottosi meditano vendetta. Anche se non sembra abbiano né la forza né la voglia di strappare. Meglio digiuni che sull'uscio. Ma la resa è vicina. La crisi economica incombe. E le imminenti elezioni si annunciano disastrose. Giuseppe Conte s'è già appellato agli alleati: «Possibile non trovare un momento di sintesi agli appuntamenti regionali?».
Possibilissimo. I giallorossi sono divisi quasi ovunque. Davanti al Movimento, si materializzano le disastrose percentuali racimolate, nell'ultimo anno, alle amministrative. Il capo politico Vito Crimi prova a gettare acqua sul fuoco: «Tutto questo dramma di non aver saputo difendere la capacità del M5s di imporsi nella maggioranza mi sembra non ci sia. Il Movimento è unito e va avanti. La maggioranza del partito è contenta dell'accordo»″, ha commentato.
Ma lo scenario apocalittico non placa la rivolta. Tra i 5 stelle regna l'anarchia. I vertici, a partire da Crimi, sono considerati insignificanti e subalterni ai dem. Tutti sulla stessa barca fallata. Bisogna comunque restare a galla fino alla fine della legislatura, pena la deriva. L'ammutinamento, però, prosegue. Da una parte i governisti: con il vigile ossequio e la formale ortodossia, hanno guadagnato inimmaginabili strapuntini. Dall'altra, i movimentisti: quelli diventati, loro malgrado, marginali. Continuano a rimembrare i tempi andati. Lotta dura senza paura, poteri forti felloni, mai più vili compromessi: insomma, vaffanculo a tutti.
Una pattuglia, ovviamente, pronta a rinunciare a ogni moto ideologico se saziata a dovere. Nel mentre, gli elettori se la danno a gambe levate. Per i sondaggisti, il consenso dei 5 stelle s'è dimezzato rispetto alle politiche del 2008. Oscilla tra 16 il 18 per cento. Prevedibile. I francescani che attaccavano ogni bramosia, sono i protagonisti del più pittoresco voltafaccia della storia repubblicana. Da sicuri alleati della Lega a fedeli scudieri dei democratici. Da destra a sinistra. Da gialloblù a giallorossi.
Erano euroscettici, ma si preparano a intascare il Mes. Difendevano partite Iva e piccoli imprenditori, sono diventati smaccati statalisti: reddito di cittadinanza, aziende da redimere e nazionalizzazioni. Si fingevano guardiani delle frontiere, ma adesso spalleggiano l'accoglienza più lassista. E quei «delinquenti» dei democratici? Puah! Erano il Pdmenoelle. Berlusconiani mascherati. Ora sono imprescindibili colleghi, su indicazione di un altro che non aveva mai smesso di insolentire il centro sinistra. Ovvero Beppe Grillo, autonominatosi nel frattempo «l'Elevato». Traduzione: colui che può continuare a fare e disfare come meglio crede. Perfino perseverare negli accordi, a dispetto dell'imperante discordia, con il segretario dem, Nicola Zingaretti. Ma è il fondatore, poi, che comanda? E dov'è finito, proprio ora che servirebbe almeno un cenno?
Boh. Così i peones, nella sovrana incertezza della ricandidatura, cominciano a guardare altrove. Verso la Lega. O Fratelli d'Italia, che ha già iniziato il reclutamento. Governo a rischio. Per i vertici pentastellati urge dunque riconquistare il cuore dei delusi. E il modo, adesso, sembra solo uno: celebrare quel bel congressone rinviato a data da destinarsi. Insomma, assomigliare sempre più agli alleati. A quel Pdmenoelle diventato stella polare nel cielo dell'Elevato.
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L'attenzione è concentrata sulle regionali, però a settembre si va alle urne per il taglio dei parlamentari. Favorevoli o contrari, gli schieramenti devono chiarire i dubbi e le criticità della riforma costituzionale.Vito Crimi getta acqua sul fuoco invano, il Movimento è allo sbaraglio: tra scontri interni e voltafaccia, si prepara a digerire perfino il Mes. Mentre il consenso si è dimezzato.Lo speciale contiene due articoli.Se ne sono accorti in pochi, eppure il prossimo 20 settembre in calendario non ci sono solo delle elezioni regionali, ma anche un referendum costituzionale confermativo, quello comunemente definito sul taglio dei parlamentari. A ben vedere, la scelta dell'accorpamento in un'unica data di votazioni così diverse sarà un elemento tutt'altro che neutro. A prima vista, infatti, un osservatore distratto potrebbe convenire con l'idea dell'election day: scadenze concentrate e il risparmio di qualche euro. Attenzione, però: le cose sono più complicate. Per quanto sia immaginabile un esito scontato della consultazione, accorpare quel voto a una scadenza regionale a fortissima intensità politica, con il grosso della campagna elettorale ad agosto, a televisioni di fatto spente (quasi senza talk show, senza approfondimenti, senza adeguata informazione radio-tv), significa accettare il precedente per cui una riforma costituzionale avverrà (o non avverrà) senza alcuna seria possibilità per i cittadini di discutere la posta in gioco.Ricordiamo di che si tratta. Nei mesi scorsi, è arrivata in porto una riforma costituzionale (quattro passaggi parlamentari) che porterebbe il numero dei deputati da 630 a 400 e quello dei senatori da 315 a 200. Su questa iniziativa, cara ai grillini, gli alleati del Pd ne hanno letteralmente combinate di tutti i colori: a lungo contrari alla riforma, sono poi divenuti favorevoli nell'ultima votazione, avendo nel frattempo varato il Conte bis. Dopo il quarto e ultimo voto (avvenuto alla Camera il 7 ottobre scorso con soli 14 contrari), si poteva aprire la finestra per sottoporre questa decisione a referendum. In questo caso, non si sono trovati 500.000 cittadini disposti a sottoscrivere la richiesta, ma hanno provveduto un quinto dei membri di una Camera, cioè una pattuglia trasversale di parlamentari. Morale: toccherà agli italiani dire sì o dire no alla conferma del taglio. Se prevalesse il no, ovviamente tutto resterebbe com'è ora. Se vincesse il sì, il primo adempimento necessario sarebbe sistemare la legge elettorale per adeguare il numero dei collegi al nuovo (e più piccolo) numero di deputati e senatori. Non credete a chi vi dirà che occorrano tempi biblici per questa operazione, con ciò chiudendo la strada a un eventuale scioglimento delle Camere, o affermando che la sistemazione dei collegi avrà effetti insuperabili sulla chiusura della legislatura, qualora il governo Conte andasse in crisi. Basterebbe solo ricavare - prima dell'eventuale scioglimento - il tempo strettamente necessario (e con l'impegno di tutti e la supervisione del Quirinale, si potrebbero evitare dilazioni temporali pretestuose) per approvare alla Camera e al Senato l'adattamento tecnico della legge elettorale al diminuito numero di parlamentari. Nei cassetti degli uffici legislativi giacciono simulazioni prontissime: si tratta solo di scegliere. Naturalmente, nel momento in cui si mette mano ai collegi resta da capire se, in extremis, qualcuno cercherà lo spazio anche per un'ulteriore correzione della legge elettorale: e non si tratta mai di scelte dagli effetti banali. Entrando nel merito del referendum, vale la pena di sollecitare i sostenitori delle due tesi opposte a qualche chiarimento. Ai sostenitori del sì, grillini in testa, si può forse rimproverare il fatto di aver dato solo una curvatura anticasta a un taglio che avrebbe avuto bisogno di una cornice coerente e chiara. Che forma di stato vogliamo? Che forma di governo preferiamo? Volete portarci a Washington (con il presidenzialismo), a Londra (con il premierato), o, purtroppo, a Tripoli, confermando l'attuale assetto parlamentarista ma aggravandolo con una legge ancora più proporzionale che ridurrebbe la politica italiana, perfino più di adesso, a una rissa tra tribù e fazioni? Avere oltre 300 parlamentari in meno (bene) servirà a poco se però saremo tutti appesi alle mutevoli volontà e ai piccoli ricatti dei partiti e partitini che diverranno decisivi per formare le coalizioni traballanti che ci governeranno. Serviva e servirebbe un respiro diverso. Ad esempio, proporre agli italiani un disegno coerente: un assetto istituzionale «decidente» (come in Usa o in Uk), un sistema elettorale coerente, e, in quel quadro, stando comunque attenti a evitare collegi troppo vasti che renderebbero i candidati «irraggiungibili» dagli elettori, una forte riduzione del numero dei parlamentari avrebbe senso. Non mancano criticità forti anche sul lato opposto, quello dei sostenitori del no, cioè di coloro che peraltro hanno promosso il referendum. In primo luogo, per l'evidente strumentalità con cui la raccolta di firme è avvenuta in Parlamento alcuni mesi fa: con molti peones (non tutti, per carità) che hanno firmato più che altro con il retropensiero di allungare la legislatura. In secondo luogo, perché la pura e semplice difesa degli attuali mille seggi pare a molti irrealistica, fuori dal tempo. Davvero qualcuno pensa di opporsi alla demagogia non con proposte di riforma serie e incisive, ma solo invocando la conservazione feticistica dell'esistente (e delle poltrone)? È il modo migliore di regalare ai moribondi grillini un piccolo trionfo. Forse vale la pena di fare il possibile, nonostante il mese di agosto, per invitare tutti a una discussione di fondo, evitando di mettere ancora una volta sotto i piedi la democrazia: dopo il Parlamento umiliato con i Dpcm, dopo il prolungamento anomalo dello stato d'emergenza, rischiamo la presa in giro di una non-campagna referendaria, di una modifica costituzionale rilevantissima che avverrà (o non avverrà) senza dibattito, senza alcuna vera discussione in grado di portare l'elettorato a un sì, a un no o a un'astensione in modo davvero libero e consapevole. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/non-si-dice-ma-ce-pure-il-referendum-ecco-come-e-per-che-cosa-si-vota-2646854535.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-m5s-cambia-pelle-per-la-poltrona" data-post-id="2646854535" data-published-at="1596227506" data-use-pagination="False"> Il M5s cambia pelle per la poltrona La scatoletta di tonno che i 5 stelle avevano giurato di aprire era di dimensioni considerevoli, ma non ha comunque saziato gli appetiti dei grillini. Sul rinnovo delle 28 commissioni è così andato in scena l'ultimo psicodramma pentastellato. Tra presidenti, vicepresidenti e segretari erano in ballo 168 poltronissime. Il Movimento, nonostante i robusti appetiti, è rimasto però a sbocconcellare gli avanzi del buffet. Inaudito. Tanto da meritare una raccolta di firme tra gli eletti, per protestare contro il direttivo. I riottosi meditano vendetta. Anche se non sembra abbiano né la forza né la voglia di strappare. Meglio digiuni che sull'uscio. Ma la resa è vicina. La crisi economica incombe. E le imminenti elezioni si annunciano disastrose. Giuseppe Conte s'è già appellato agli alleati: «Possibile non trovare un momento di sintesi agli appuntamenti regionali?». Possibilissimo. I giallorossi sono divisi quasi ovunque. Davanti al Movimento, si materializzano le disastrose percentuali racimolate, nell'ultimo anno, alle amministrative. Il capo politico Vito Crimi prova a gettare acqua sul fuoco: «Tutto questo dramma di non aver saputo difendere la capacità del M5s di imporsi nella maggioranza mi sembra non ci sia. Il Movimento è unito e va avanti. La maggioranza del partito è contenta dell'accordo»″, ha commentato. Ma lo scenario apocalittico non placa la rivolta. Tra i 5 stelle regna l'anarchia. I vertici, a partire da Crimi, sono considerati insignificanti e subalterni ai dem. Tutti sulla stessa barca fallata. Bisogna comunque restare a galla fino alla fine della legislatura, pena la deriva. L'ammutinamento, però, prosegue. Da una parte i governisti: con il vigile ossequio e la formale ortodossia, hanno guadagnato inimmaginabili strapuntini. Dall'altra, i movimentisti: quelli diventati, loro malgrado, marginali. Continuano a rimembrare i tempi andati. Lotta dura senza paura, poteri forti felloni, mai più vili compromessi: insomma, vaffanculo a tutti. Una pattuglia, ovviamente, pronta a rinunciare a ogni moto ideologico se saziata a dovere. Nel mentre, gli elettori se la danno a gambe levate. Per i sondaggisti, il consenso dei 5 stelle s'è dimezzato rispetto alle politiche del 2008. Oscilla tra 16 il 18 per cento. Prevedibile. I francescani che attaccavano ogni bramosia, sono i protagonisti del più pittoresco voltafaccia della storia repubblicana. Da sicuri alleati della Lega a fedeli scudieri dei democratici. Da destra a sinistra. Da gialloblù a giallorossi. Erano euroscettici, ma si preparano a intascare il Mes. Difendevano partite Iva e piccoli imprenditori, sono diventati smaccati statalisti: reddito di cittadinanza, aziende da redimere e nazionalizzazioni. Si fingevano guardiani delle frontiere, ma adesso spalleggiano l'accoglienza più lassista. E quei «delinquenti» dei democratici? Puah! Erano il Pdmenoelle. Berlusconiani mascherati. Ora sono imprescindibili colleghi, su indicazione di un altro che non aveva mai smesso di insolentire il centro sinistra. Ovvero Beppe Grillo, autonominatosi nel frattempo «l'Elevato». Traduzione: colui che può continuare a fare e disfare come meglio crede. Perfino perseverare negli accordi, a dispetto dell'imperante discordia, con il segretario dem, Nicola Zingaretti. Ma è il fondatore, poi, che comanda? E dov'è finito, proprio ora che servirebbe almeno un cenno? Boh. Così i peones, nella sovrana incertezza della ricandidatura, cominciano a guardare altrove. Verso la Lega. O Fratelli d'Italia, che ha già iniziato il reclutamento. Governo a rischio. Per i vertici pentastellati urge dunque riconquistare il cuore dei delusi. E il modo, adesso, sembra solo uno: celebrare quel bel congressone rinviato a data da destinarsi. Insomma, assomigliare sempre più agli alleati. A quel Pdmenoelle diventato stella polare nel cielo dell'Elevato.
Claudio Borghi (Ansa)
La maggioranza di centrodestra dialoga al suo interno su come fronteggiare la grave crisi economica provocata dal prolungarsi della guerra tra Usa e Iran: diverse le proposte sul tappeto, in vista dell’esame parlamentare del Documento di finanza pubblica, in relazione al quale giovedì prossimo verrà votata la risoluzione di maggioranza, tra le quali tiene banco quella di uno scostamento di bilancio, che consiste nell’aumento del debito pubblico oltre la soglia già prevista. Una ipotesi caldeggiata in particolare dalla Lega: «Noi», spiega all’Ansa il capogruppo del Carroccio in Commissione Bilancio al Senato, Claudio Borghi, «sabato scorso a Milano abbiamo fatto una manifestazione per chiedere lo scostamento di bilancio. Noto che da quel momento la nostra posizione sta diventando sempre più patrimonio comune del centrodestra e ne sono più che felice. Si tratterà con gli alleati sui contenuti del documento unitario da portare in Parlamento ma la Lega insisterà per inserire anche l’abbandono del Patto di stabilità europeo, eventualmente anche unilaterale qualora l’Ue non dovesse dare risposte».
Posizione forte, ribadita da Matteo Salvini: «Uscire dal Patto di stabilità? Lo diciamo da settimane», sottolinea Salvini, «non è una proposta di ieri. Rischiamo il blocco dell’Italia per l’aumento del costo del gasolio, della luce e del gas. E quindi se Bruxelles non permetterà a tutti di investire per aiutare famiglie e imprese, noi chiederemo di poter aiutare gli italiani. Poi se non lo fanno i polacchi o i portoghesi o i finlandesi, saranno ragionamenti loro. Noi portiamo avanti la richiesta di poter usare i soldi degli italiani per aiutare gli italiani in difficoltà». Perfettamente in linea, il viceministro delle Infrastrutture Edoardo Rixi, anche lui della Lega: «Sugli extracosti il tema è molto semplice», sottolinea Rixi, «o ci fanno fare uno scostamento di bilancio particolarmente importante o dobbiamo riorientare le opere pubbliche da calendarizzare, non c’è nessuna azienda che può permettersi di lavorare senza essere pagata, lo dico in maniera molto chiara perché negli ultimi anni l’aumento dei costi delle materie prime è stato forte».
A favore dello scostamento di bilancio pure Confindustria: nel corso dell’audizione sul Dfp, il direttore del Centro studi Alessandro Fontana ha proposto uno scostamento di bilancio per aiuti di intensità proporzionata agli aumenti dei costi di gas ed elettricità fino a dicembre 2026 per tutte le imprese in media, alta e altissima tensione e aiuti mirati e di maggiore intensità per le imprese elettrivore e gasivore.
Su questi argomenti, abbiamo ascoltato l’opinione di uno dei massimi esperti economici della maggioranza, Ylenja Lucaselli, capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Bilancio alla Camera e vice responsabile del dipartimento economia del partito: «Bisogna essere molto cauti», dice la Lucaselli alla Verità, «quando si parla di scostamento di bilancio, perché non significa altro che debito, e sotto questo punto di vista la situazione italiana non è delle migliori. Se oggi facciamo altro debito, tutto ciò che abbiamo fatto in questi quattro anni per guadagnare l’affidabilità dei mercati finanziari rischia di essere vanificato. Così come non credo proprio che sia il momento di andare allo scontro con l’Europa. Infine, lo scostamento di bilancio si discute eventualmente durante l’esame della legge di bilancio, quando si precisa anche dove vengono destinati questi soldi». Parole improntate al più sano realismo e alla responsabilità, quelle della Lucaselli. «Ci sono due cose da fare», prosegue la deputata di Fdi, «per fronteggiare l’emergenza: innanzitutto razionalizzare le spese, e poi occorre riaggregare voci di bilancio, ma sono misure che puoi fare sistematicamente solo in manovra, altrimenti non puoi fruire appieno degli effetti. Inoltre, dobbiamo insistere con l’Europa affinché prenda misure adeguate che riguardino tutti». Infine una spiegazione tecnica molto preziosa sul famoso sforamento del 3% «C’è poi un altro aspetto da tenere presente», ci spiega la Lucaselli, «che riguarda il famoso 3,1 di rapporto deficit/ Pil stimato dall’Istat. Dunque: l’Istat arrotonda i decimali. Fino al 3,04%, diventa il 3; noi eravamo al 3,07% ed è diventato 3,1. La differenza tra 3,04 e 3,07 sono 600 milioni di euro, la esatta cifra che l’Agenzia delle Entrate ha comunicato all’Istat come ammontare di soldi bloccati per il Superbonus ma che non saranno mai erogati perché si tratta di truffe. L’Istat non ne ha tenuto conto, ma dovrà correggere la stima, e quindi a settembre torneremo al 3%».
Quanto a Forza Italia, il segretario Antonio Tajani si è detto «assolutamente contrario all’ipotesi di uscire unilateralmente dal Patto di stabilità. Poi lo dico e lo ripeto: ci sono i 400 miliardi del Mes, non vedo perché devono rimanere là congelati. Invece di aumentare il debito pubblico si potrebbe utilizzare quei soldi». «Per quel che riguarda lo scostamento di bilancio», sottolinea a Voce Libera Maurizio Casasco, responsabile economico del partito, «non va dimenticato che, facendo solo debito per debito, a pagare il conto sono e saranno sempre gli italiani: inciderebbe sui tassi e di conseguenza su mutui e crediti».
Corsa per tagliare ancora la benzina
Il 1° maggio o va in scadenza il taglio delle accise sui carburanti di 24,4 centesimi disposto dal governo a marzo, poi prorogato ad aprile, ma per ora non ci sono indicazioni su un’eventuale prolungamento dello sconto. Al ministero dell’Economia sono giornate febbrili alla ricerca della copertura in una condizione di equilibri di bilancio precaria. La certificazione del deficit al 3,1% del Pil è stata una doccia fredda come pure il no di Bruxelles alla sospensione del Patto di stabilità. Inoltre la mancanza di segnali di una rapida risoluzione del conflitto, rende il quadro ancora più cupo.
La proroga precedente del taglio alle accise (quella che scade il 1° maggio) ha avuto un costo intorno ai 500 milioni di euro. Secondo il governo, circa 200 milioni sarebbero stati recuperati da un aumento del gettito Iva legato proprio ai rincari dei carburanti. Allora si disse che altri 300 milioni sarebbero venuti da risorse legate al sistema europeo Ets sulle emissioni di CO2 non ancora utilizzate. È da vedere quindi se ci sono ancora soldi su questa voce mentre il gettito Iva è automatico.
Il decreto del 18 marzo prevedeva, quale copertura, tagli pesanti a diversi ministeri. Il ministero dell’Economia ha già avuto una sforbiciata di 127,5 milioni, quello delle Infrastrutture e dei Trasporti di 96,5 milioni e alla Salute sono stati tolti 86,05 milioni. Quindi difficilmente potrà essere chiesto di stringere ancora la cinghia.
La Staffetta Quotidiana ieri segnalava che le quotazioni dei prodotti raffinati sono in rialzo da cinque giorni consecutivi, ma al rincaro, comunque lieve, della benzina fa da contraltare il gasolio, ancora in calo. La benzina self service sulla rete stradale è a 1,738 euro/litro (+2 millesimi rispetto a venerdì), gasolio a 2,058 euro/litro (-4 millesimi). Sempre stando alla rilevazione di Staffetta Quotidiana, Tamoil ha aumentato di tre centesimi al litro i prezzi consigliati della benzina e di due quelli del gasolio.
L’aumento contenuto è una buona notizia per l’autotrasporto se non fosse che venerdì scade il taglio delle accise e senza un nuovo intervento di contenimento, il gasolio in Italia diventerebbe il più caro di tutta Europa, arrivando a quota 2,307 euro al litro. La benzina invece toccherebbe 1,981 euro al litro, poco al di sopra della media europea. Il Codacons ha rimarcato che proprio grazie al taglio delle accise la crescita dei prezzi dei carburanti nel nostro Paese è stata finora più contenuta del resto della Ue. In assenza di tale sconto l’Italia si piazzerebbe in testa alla classifica europea del caro-gasolio.
Intanto il prezzo del petrolio continua a crescere dopo weekend caratterizzato dallo stallo nei negoziati Usa-Iran, con l’annullamento del viaggio degli inviati Usa per i colloqui di pace e l’attentato al presidente americano Donald Trump. Il contratto per giugno sul Wti americano ieri ha guadagnato l’1,80% a 96,10 dollari mentre quello sul Brent è salito di quasi il 2% a 107,41 dollari al barile.
«Abbiamo due riunioni del consiglio dei ministri», una oggi e una il 30 e «in quella sede valuteremo cosa fare sul fronte dell’energia», ha detto il ministro delle Imprese, Adolfo Urso.
«Ne stiamo parlando, però da solo non basta, perché il taglio delle accise sui bilanci delle aziende di autotrasporto non arriva», ha aggiunto il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini.
Il prossimo 25 maggio parte il lungo sciopero degli autotrasportatori, che sono tra i più esposti ai rincari del gasolio. Il loro fermo rischia di svuotare gli scaffali della grande distribuzione.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 28 aprile con Carlo Cambi
Leonardo Maria Del Vecchio (Ansa)
Ora si cambia passo, Leonardo Maria diventa il primo azionista con un investimenti stimato in circa 11 miliardi. Ieri mattina nell’assemblea della holding tenuta a Lussemburgo il clima è stato quello delle decisioni che pesano miliardi. I soci con sei voti favorevoli su otto (contrari Claudio Del Vecchio e Rocco Basilico, fratello di Leonardo Maria per parte della madre Nicoletta Zampillo) hanno dato il loro via libera al trasferimento delle quote di Luca e Paola nella Lmdv di Leonardo Maria, che salirà così al 37,5% del capitale. Via libera anche alla politica di distribuzione delle cedole. Anche in questo caso senza unanimità: sette i favorevoli, unico contrario Rocco. Attualmente per mancanza di accordi tra gli otto soci, la distribuzione era limitata al 10% fissato dallo statuto. Per il triennio 2025-2027 verrà erogato l’80% degli utili. In altre parole: la cassaforte si apre. Entro giugno incasserà 1,5 miliardi di euro di dividendi dalle partecipate. Un record.
Il motore resta EssilorLuxottica. Da sola garantisce circa 600 milioni. Ma attorno si muove un sistema che produce cassa con precisione meccanica: Generali, Mps, Unicredit e Covivio alimentano un flusso complessivo di 831 milioni dalle sole banche e assicurazioni. Leonardo Maria dovrebbe incassare circa 450 milioni. Liquidità indispensabile per sostenere la leva cui dovrà ricorrere per finanziare l’acquisto della quota dei fratelli. A mettere a disposizione i 10 miliardi che serviranno a chiudere l’operazione sarà un pool composto da Unicredit, Bnp Paribas e Crédit Agricole. Un’operazione strutturata su 18 mesi, con tassi tra il 3% e il 4%, che poggia però su una scommessa implicita: che i dividendi futuri di Delfin siano sufficienti a sostenere il debito. Anche per questo il portafoglio della cassaforte cambierà struttura. Mps, Generali, Unicredit: diventano asset liquidi, vendibili, scambiabili, se serve.
Non a caso si affaccia anche un’ipotesi che fino a qualche anno fa sarebbe sembrata eretica: lo scorporo delle partecipazioni in una società separata, eventualmente quotata. Una sorta di Delfin 2.0, pensata per facilitare dismissioni graduali senza impatti traumatici sui mercati e sulle governance. Proprio la possibile riorganizzazione del portafoglio di Delfin attrae l’attenzione degli analisti. Barclays riapre un dossier sempre verde che porta alla nascita del terzo polo. In sostanza le nozze tra Banco Bpm e Montepaschi. Secondo gli analisti, l’operazione «si sta avvicinando» e avrebbe senso strategico in gran parte degli scenari analizzati. Un matrimonio bancario che, se amichevole, creerebbe valore e sinergie immediate. Anche se la struttura non è semplice: servirebbe un delicato equilibrio tra premi di offerta, cessioni antitrust e asset incrociati come le 139 filiali toscane da dismettere e la quota del 39% di Agos.
In questo schema, Delfin non è spettatore. È il primo azionista di Mps. E questo cambia tutto. Perché in un eventuale consolidamento tra Banco Bpm e Mps, la holding degli eredi Del Vecchio si troverebbe al centro di un nuovo polo bancario italiano. Un perno decisivo, capace di influenzare non solo i dividendi, ma anche la geometria del sistema finanziario. Barclays lo dice con prudenza: operazioni complesse, sì, ma fattibili. E forse perfino utili. Soprattutto perché, tra sinergie industriali e governance incrociate, si aprirebbe anche uno spazio per nuove alleanze nella bancassicurazione. Cambia la mappa del sistema.
E così si torna al punto di partenza. Delfin trova un azionista al 37,5% distribuisce più dividendi, e si ritrova al centro del risiko. Tutto sembra razionale, tutto sembra ordinato.
Ma nelle grandi storie della finanza, quando tutto appare ordinato, è il momento in cui qualcosa si muove sotto la superficie. E qui arriva la vera sorpresa.
Gli analisti descrivono sinergie e possibili governance. Gli investitori contano dividendi. Ma la domanda che nessuno scrive nei report è un’altra: chi sta davvero guidando la trasformazione di Delfin?
La risposta, per ora, resta sospesa tra un’assemblea a Lussemburgo, un dividendo da incassare e una banca d’affari londinese. E come spesso accade, la finanza italiana non cambia quando decide di farlo. Cambia quando qualcuno si accorge che è già cambiata.
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Manifesto di propaganda sulla chiusura di Hormuz a Teheran (Getty Images)
Nelle ultime ore da Teheran è emerso un nuovo tentativo di riaprire il negoziato con Washington, mentre sul terreno politico, militare ed economico continuano a intrecciarsi tensioni e contraddizioni. Secondo fonti vicine alla Repubblica islamica, sarebbe allo studio un piano articolato in tre fasi con l’obiettivo di sbloccare lo stallo diplomatico e riportare le parti al tavolo. Una proposta che, nelle intenzioni iraniane, punta ad aggirare il nodo più delicato - quello nucleare - rinviandolo a una fase successiva. Il progetto, fatto filtrare anche da fonti americane, prevede in primo luogo una cessazione stabile delle ostilità su tutti i fronti, con particolare attenzione al Libano e con garanzie concrete per evitare una nuova escalation. Solo in una seconda fase verrebbe affrontata la questione dello Stretto di Hormuz, oggi epicentro della crisi, mentre il dossier nucleare verrebbe relegato a un terzo momento negoziale. Secondo quanto riportato dal sito Axios, il cessate il fuoco potrebbe essere esteso a lungo termine o trasformarsi in una cessazione definitiva del conflitto, aprendo così la strada a negoziati più strutturati.
Negli Stati Uniti, il presidente Donald Trump ha convocato il suo team per la sicurezza nazionale per valutare le opzioni disponibili. Dalla Casa Bianca filtrano segnali di cautela. La portavoce Karoline Leavitt ha ribadito che «le linee rosse del presidente rispetto all’Iran sono molto chiare», senza però chiudere completamente alla proposta. «Non direi che la stiamo prendendo in considerazione, ma se ne è discusso», ha precisato, lasciando intendere che il dossier resta aperto ma senza impegni concreti. Sul piano diplomatico, Teheran prova a rafforzare il proprio posizionamento internazionale. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi si trova in Russia, dove ha incontrato Vladimir Putin. Da San Pietroburgo ha definito la sicurezza dello Stretto di Hormuz «una questione globale di primaria importanza», ribadendo la volontà iraniana di garantire un transito sicuro «a beneficio dei Paesi vicini e del mondo intero». Nei colloqui con l’Oman, altro attore chiave nell’area, Teheran ha sottolineato la convergenza di vedute sulla necessità di mantenere aperti i canali di navigazione. Dal Cremlino arrivano segnali di sostegno politico. Putin ha rivelato di aver ricevuto un messaggio dalla Guida Suprema Mojtaba Khamenei, chiedendo ad Araghchi di trasmettere «gratitudine e i migliori auguri» e confermando l’intenzione di proseguire le relazioni strategiche tra Mosca e Teheran. Il portavoce Dmitry Peskov ha ribadito che una nuova escalation «non è nell’interesse dell’Iran, dei Paesi dello Stretto di Hormuz né dell’economia globale». Nonostante i segnali diplomatici, il clima resta estremamente teso. Araghchi ha accusato apertamente Washington di aver fatto fallire i precedenti tentativi di dialogo a causa di «richieste eccessive», mentre i colloqui avviati a Islamabad all’inizio di aprile si sono conclusi senza risultati. Sul fronte interno, la retorica iraniana resta improntata alla mobilitazione: il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf ha parlato di «30 milioni di iraniani pronti al sacrificio», evocando una resistenza nazionale contro le pressioni esterne.
Nel frattempo, lo Stretto di Hormuz continua a rappresentare il nodo strategico della crisi. Nelle ultime 24 ore solo sette navi hanno attraversato il passaggio, contro una media di circa 140 transiti giornalieri prima del conflitto. Il dato conferma il crollo dei traffici e l’impatto immediato sulle rotte commerciali globali. Dal 13 aprile, data di avvio del blocco, almeno 37 imbarcazioni sono state dirottate, mentre parte del petrolio iraniano continua comunque a filtrare attraverso il dispositivo di controllo. Cresce l’attivismo diplomatico internazionale. Il presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato l’intenzione di avviare un confronto diretto con Teheran per «affrontare il problema alla radice», indicando nella riapertura dello Stretto una condizione essenziale per stabilizzare i mercati energetici. Anche l’Italia si muove. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha dichiarato la disponibilità della Marina militare a partecipare a un’eventuale missione internazionale per lo sminamento dell’area: «Siamo pronti a fare tutto ciò che serve, lavorando sia con gli iraniani sia con gli americani». Sullo sfondo si inserisce anche l’azione diplomatica di altri attori regionali, come l’Egitto e i Paesi del Golfo, impegnati in una fitta rete di contatti per favorire la de-escalation.
Dall’Europa emergono tuttavia critiche alla strategia americana. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha parlato di un intervento «privo di una linea chiara», sostenendo che Teheran si è dimostrata «più forte del previsto» e ha «umiliato» gli Stati Uniti. Più duro il giudizio degli Emirati Arabi Uniti, con il consigliere Anwar Gargash che ha definito «fallimentari» le politiche di contenimento adottate finora.
Sul tavolo resta il nodo più sensibile: il programma nucleare iraniano. Teheran si dice pronta a discuterne solo dopo la riapertura dello Stretto e la revoca del blocco, mentre Washington insiste su uno stop all’arricchimento dell’uranio per almeno dieci anni e sulla rimozione del materiale sensibile che i russi, ancora una volta, si sono offerti di ricevere dall’Iran per mediare. Intanto, Teheran ha già attivato un sistema di pedaggi sul transito nello Stretto, aprendo conti in diverse valute e trasformando il controllo dell’area in una leva economica diretta. Un segnale che conferma come, al di là delle aperture diplomatiche, la partita resti ancora tutta da giocare.
In Israele si salda l’asse anti Bibi. Hezbollah: «Torniamo ai kamikaze»
Le Forze di Difesa israeliane hanno dato il via a una serie di attacchi contro le infrastrutture di Hezbollah nella valle della Bekaa e nel Libano meridionale. Le Idf hanno anche reso noto che in un attacco aereo sono stati uccisi tre miliziani, vicino alla linea gialla. L’obiettivo principale è stato il quartier generale sciita del settore di Bint Jbeil, dove sono stati fatti saltare in aria anche alcuni depositi di armi leggere. Le Idf hanno dichiarato di aver distrutto oltre 50 siti di Hezbollah negli ultimi giorni, compreso un grande complesso di tunnel. Tutta la fascia dei villaggi vicino al confine ha visto una recrudescenza degli scontri ed è stato necessario l’intervento dell’Unicef per aiutare le famiglie della zona.
Naim Qassem, leader di Hezbollah, ha lanciato un appello a continuare la lotta contro Israele, per permettere a tutti i libanesi di tornare alle proprie case. «Non ci ritireremo, non ci piegheremo, non saremo sconfitti», ha ribadito sull’emittente al Manar: «I sacrifici sono grandi, ma sono il prezzo della liberazione e della vita stessa, pagato dal nostro grande popolo libanese con la sua onorevole resistenza, di fronte a una scelta tra due opzioni: liberazione e orgoglio od occupazione e umiliazione». Un importante comandante militare della milizia ha dichiarato che torneranno alle tattiche degli anni Ottanta, con squadre di attentatori suicidi, al fine di evitare che Israele possa consolidare la sua presenza. Qassem ha anche chiesto di riaprire un dialogo interno con il governo di Beirut, che deve parlare con loro e non con Tel Aviv. Il presidente libanese Joseph Aoun ha risposto al Segretario generale di Hezbollah, che l’aveva criticato per aver avviato i negoziati: «Ciò che stiamo facendo non è tradimento. Il tradimento è commesso da coloro che portano il proprio Paese in guerra per servire interessi stranieri». Aoun ha anche rassicurato tutti che non accetterà mai un accordo umiliante con Israele e che sta lavorando per il bene del popolo libanese. Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha invece minacciato Qassem e Aoun che non ci sarà nessun cessate il fuoco se le comunità della Galilea continueranno ad essere attaccate. L’Arabia Saudita, invece, sta tornando a giocare un ruolo da protagonista in Libano e sta lavorando per un accordo, sia politico che militare, che possa stabilizzare la nazione. Sul campo si continua a combattere, ma gli animi si stanno scaldando anche nella politica israeliana.
Gli ex premier Naftali Bennett e Yair Lapid hanno annunciato la fusione dei rispettivi partiti, Bennett 2026 e Yesh Atid, in un’unica formazione politica che si chiamerà Beyahad, cioè insieme. L’obiettivo è sconfiggere l’attuale primo ministro Benjamin Netanyahu come già successo nel 2021. «Io e Lapid abbiamo opinioni diverse su molte questioni e non lo nascondiamo; al contrario, ne siamo orgogliosi. Sono orgoglioso che due leader con visioni divergenti possano lottare insieme per Israele», ha dichiarato Bennett. «La nostra unità è un messaggio per tutto il popolo di Israele. L’era della divisione è finita. Quando lavoriamo insieme, vinciamo». Netanyahu, invece, ha dichiarato che i lavoro in Libano «non è finito».
Intanto ad Ariel, nella parte settentrionale della Cisgiordania, è stata posata la prima pietra di un nuovo quartiere per un insediamento di 12.000 unità abitative, che porterebbe a un totale di 80.000 abitanti questo insediamento israeliano. «Non c’è rumore più gioioso di quello dei bulldozer che stanno costruendo Israele e distruggendo l’idea dello Stato palestinese», ha dichiarato il ministro Bezalel Smotrich durante la cerimonia.
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