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2020-04-29
«Non favoriamo i sovranisti». Il cerchio magico del Papa impone la frenata sulle messe
Papa Francesco (Grzegorz Galazka/Archivio Grzegorz Galazka/Mondadori Portfolio via Getty Images)
Non disturbate il manovratore. Non poteva che essere papa Francesco con l'autorevolezza morale della veste bianca a silenziare i vescovi italiani in ebollizione contro la sciatteria del premier Giuseppe Conte, favorevole alla pizza d'asporto e non all'eucaristia sull'altare. Lo strappo era evidente, la frase «non possiamo accettare di vedere compromesso l'esercizio della libertà di culto» scritta nel comunicato della Cei ha percorso come una scarica elettrica il mondo cattolico. E al malumore di chi vorrebbe veder riaprire i portali delle chiese si è aggiunto quello di chi, nelle stanze del potere vaticano, è più sensibile alle ragioni della politica che a quelle della dottrina.
Ieri nella funzione in Santa Marta il pontefice ha provato a rimettere le cose a posto e a mandare a palazzo Chigi un sostanziale messaggio di pace. «In questo tempo, nel quale si incomincia ad avere disposizioni per uscire dalla quarantena, preghiamo il Signore perché dia al suo popolo, a tutti noi, la grazia della prudenza e dell'obbedienza alle disposizioni, perché la pandemia non torni». Una cascata di schiuma antincendio subito rilanciata su Twitter con il sottofondo di campane a festa da padre Antonio Spadaro, il consigliere del Papa più preoccupato per un eventuale deterioramento dei rapporti con Pd e Movimento 5 stelle.
Dopo le parole di Francesco, i vescovi guidati dal cardinale Gualtiero Bassetti rimangono con il cerino acceso, protagonisti di quella che sembra una fuga in avanti, anche se un risultato concreto lo hanno raggiunto: costringono Conte a cercare soluzioni alternative, non ultima la proposta di tenere funzioni religiose all'aperto già dalla prossima settimana per evitare assembramenti in ambiente chiuso. Gli emissari della Cei avevano parlato a lungo con il governo, avevano stilato un protocollo molto rigido per consentire ai fedeli di tornare nella casa del Signore. Tutto questo per vedersi rifiutare gli sforzi dagli scienziati che dominano la scena, dal Comitato tecnico-scientifico, con la formula burocratica: «Criticità ineliminabili».
Sembrava un braccio di ferro d'altri tempi anche senza i bagliori dei roghi illuministi. Eppure i vescovi si erano semplicemente attenuti agli ordini del Papa. È stato proprio il pontefice due settimane fa a sottolineare con forza che «la familiarità dei cristiani con il Signore è sempre comunitaria, personale ma in comunità. Una familiarità senza comunità, senza la Chiesa, senza il popolo, senza i sacramenti è pericolosa e può diventare gnostica. In questa pandemia si comunica attraverso i media ma non si sta insieme. Dobbiamo uscire dal tunnel per tornare insieme, perché questa non è la Chiesa». Il concetto è anche più profondo e frontale di quello enunciato dalla Conferenza episcopale, ma Francesco può permettersi amnesie non concesse ai comuni mortali, soprattutto quando sono utili alla diplomazia.
In questa fase i rapporti con il premier Conte, con il vero destinatario di ogni interlocuzione alta che è il capo dello Stato Sergio Mattarella, con l'inner circle intellettuale cattodem sono troppo importanti per essere messi in discussione dalla riapertura delle chiese. Questa è la filosofia politica dei più stretti collaboratori di Bergoglio, pronti a sacrificare i sacramenti sull'altare dell'ideologia. E impegnati su due fronti strategici: costruire il piedistallo di un partito del Papa proprio con l'attuale presidente del Consiglio come riferimento parlamentare e contare sulle alleanze italiane per annodare i fili con la Cina allo scopo di concretizzare lo storico viaggio di Francesco a Pechino via Wuhan.
Per capire la portata della fibrillazione provocata dalla legittima sollevazione dei vescovi è sufficiente allargare lo sguardo verso i tifosi della corrente progressista che domina in Vaticano e che è ben rappresentata nei media. A dare il via alle danze con comunicato della Cei ancora caldo è stata Chiara Geloni, ex dirigente dell'Azione cattolica, già portavoce di Pierluigi Bersani e direttrice di Youdem, la tv del Pd. Una domanda retorica ai vescovi sul suo blog ospitato da Huffington Post dice tutto: «Vale la pena di prestarsi alle strumentalizzazioni di qualche partitino o partitone abituato a volare bassissimo, a quelle degli atei devoti, a quelle dei nemici di papa Francesco?». Non prestare il fianco, partitini, nemici. Quindi politica.
Don Dino Pirri, twittstar e ospite fisso in televisione, simbolo dei parroci da spettacolo: «È una reazione emotiva, mi sarei aspettato più prudenza. Abbiamo spiegato ai fedeli che si doveva vivere con serenità questa privazione, ora diventa un sopruso». La bellezza della privazione in aiuto al governo, quindi politica. Un esempio lampante della contrapposizione arriva da Milano. Don Mario Longo, noto parroco della Santissima Trinità (zona Sarpi, Chinatown): «Lo Stato non può dire alla Chiesa di non esercitare la sua missione pastorale». Gli risponde sul Corriere della Sera don Luigi Caldera, guida della comunità Madonna del Rosario di Cesano Boscone e compagno di studi dell'arcivescovo Mario Delpini. La motivazione è da brivido: «In Corea la Chiesa è scomparsa per 200 anni e la fede è rimasta. Non facciamoci strumentalizzare dalla politica». Sempre la stessa ossessione.
Nello scontro fra poteri si dimentica la libertà dei cattolici (e dei laici)
Il clangore delle spade incrociate da governo e Conferenza episcopale sta sovrastando un mormorio più sommesso: quello dei fedeli cattolici che vorrebbero poter tornare nelle proprie parrocchie per partecipare all'eucarestia. Nel subbuglio prodotto dagli scambi di cortesie a mezzo stampa si rischia infatti di perdere di vista il tema principale: riaprire le messe al popolo non è semplicemente un modo per ribadire, da parte della Chiesa, un peso politico. È un'esigenza vera e profonda, che va al di là delle tensioni con i sovranisti e dei patti stabiliti sottovoce con Giuseppe Conte.
Si diventa Chiesa, ricordava Joseph Ratzinger, «non attraverso appartenenze sociologiche, bensì attraverso l'inserzione nel corpo stesso del Signore, per mezzo del battesimo e della eucarestia». Si diventa Chiesa partecipando alla messa. Perché quel pasto condiviso dai fedeli è l'esatto momento in cui - scriveva Carl Gustav Jung - «per un istante la vita di Cristo, eternamente presente al di fuori del tempo, diventa visibile e scorre nella successione temporale». Cristo è lì, in presenza dei fedeli: davvero ha senso impedire un così immenso incontro?
Per qualcuno, ovviamente, tutto ciò non ha importanza. Per i laicisti di Micromega, ad esempio, la comunità dei fedeli «è parte integrante di una comunità più estesa, quella civile, di fonte alla quale ogni soggetto istituzionale, ivi inclusa la Chiesa cattolica, è responsabile». Motivo per cui alle indicazioni del governo sulla chiusura «non è possibile derogare in nome di qualsivoglia autonomia o garantismo». Nel dibattito sulle messe, tuttavia, non sono in discussione soltanto l'autonomia della Chiesa cattolica e il potere dell'esecutivo. Qui c'è in gioco molto di più dell'antipatia di certi ambienti ecclesiastici per Salvini&Meloni o delle ambizioni della Comunità di Sant'Egidio. Parliamo della completezza degli esseri umani, che riguarda tanto i cattolici quanto i non credenti. Nei fatti, stiamo permettendo a un «comitato tecnico scientifico» e a qualche gruppo di interesse politico di prendere decisioni importantissime le quali hanno senz'altro a che fare con la salute del corpo, ma pure con la cura dell'anima.
Accettando la separazione dagli affetti più cari (ai quali ora ci viene concesso di riavvicinarci, non prima che siano passati al grottesco vaglio della «stabilità») e rinunciando ai riti più sacri, abbiamo permesso al governo di spezzarci in due. Come ha scritto Giorgio Agamben, «abbiamo scisso l'unità della nostra esperienza vitale, che è sempre inseparabilmente insieme corporea e spirituale, in una entità puramente biologica da una parte e in una vita affettiva e culturale dall'altra».
Questa scissione ci impedisce di vivere una vita «autenticamente umana». Ci condanna - lo intuì Ivan Illich - a una «sopravvivenza anestetizzata, impotente e solitaria in un mondo trasformato in una corsia d'ospedale». Vale per tutti, non soltanto per un pugno di cattolici e qualche sacerdote. Lasciando che a determinare il nostro rapporto con la fede e con il sacro siano i tecnici o gli amministratori da essi ispirati, ci priviamo di una parte fondamentale di umanità. Ci comportiamo come se l'esistenza si riducesse alla mera sopravvivenza del corpo.
È da parecchio tempo che questa concezione distorta della vita domina l'orizzonte, soprattutto da quando imperano l'ansia salutista e l'ossessione di ottenere «migliori prestazioni». In questo modo l'uomo è ridotto a una macchina, e la tecnica può proseguire nella sua marcia trionfale. Il problema è che se siamo giunti a questo punto - cioè a una pandemia globale - è anche per via dell'arroganza di un progresso che si basa soltanto sull'efficienza e sul profitto. In nome dell'efficienza e del profitto i piccoli coltivatori cinesi sono stati confinati nei wet market da cui è originata la malattia. In nome dell'efficienza e del profitto abbiamo tagliato i posti letto nella sanità pubblica, abbiamo cessato la produzione interna di mascherine, abbiamo perfino fondato l'intero edificio europeo sulla legge «della perdita e del guadagno».
Se pensiamo di costruire un futuro radioso su queste stesse basi - trascurando cioè la vita «autenticamente umana», tralasciando il sacro, limitando la vera libertà - non facciamo altro che illuderci. Affidando ai «comitati» e agli autocrati improvvisati la gestione dell'anima potremo sicuramente tornare «alla vita di prima». Ma è la «vita di prima» che ci ha condotto dove siamo ora.
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Francesco sconfessa i vescovi: pesa l'azione dei suoi consiglieri attenti a non guastare i rapporti con Giuseppe Conte (e Sergio Mattarella). In vista di un nuovo soggetto politico progressista.Nello scontro fra poteri si dimentica la libertà dei cattolici (e dei laici). Le beghe di palazzo fanno passare in secondo piano le esigenze vere dei credenti. Che non possono essere affidate ai soli comitati tecnici di esperti o alle diatribe fra i gruppi di interessi della politica.Lo speciale comprende due articoli. Non disturbate il manovratore. Non poteva che essere papa Francesco con l'autorevolezza morale della veste bianca a silenziare i vescovi italiani in ebollizione contro la sciatteria del premier Giuseppe Conte, favorevole alla pizza d'asporto e non all'eucaristia sull'altare. Lo strappo era evidente, la frase «non possiamo accettare di vedere compromesso l'esercizio della libertà di culto» scritta nel comunicato della Cei ha percorso come una scarica elettrica il mondo cattolico. E al malumore di chi vorrebbe veder riaprire i portali delle chiese si è aggiunto quello di chi, nelle stanze del potere vaticano, è più sensibile alle ragioni della politica che a quelle della dottrina.Ieri nella funzione in Santa Marta il pontefice ha provato a rimettere le cose a posto e a mandare a palazzo Chigi un sostanziale messaggio di pace. «In questo tempo, nel quale si incomincia ad avere disposizioni per uscire dalla quarantena, preghiamo il Signore perché dia al suo popolo, a tutti noi, la grazia della prudenza e dell'obbedienza alle disposizioni, perché la pandemia non torni». Una cascata di schiuma antincendio subito rilanciata su Twitter con il sottofondo di campane a festa da padre Antonio Spadaro, il consigliere del Papa più preoccupato per un eventuale deterioramento dei rapporti con Pd e Movimento 5 stelle. Dopo le parole di Francesco, i vescovi guidati dal cardinale Gualtiero Bassetti rimangono con il cerino acceso, protagonisti di quella che sembra una fuga in avanti, anche se un risultato concreto lo hanno raggiunto: costringono Conte a cercare soluzioni alternative, non ultima la proposta di tenere funzioni religiose all'aperto già dalla prossima settimana per evitare assembramenti in ambiente chiuso. Gli emissari della Cei avevano parlato a lungo con il governo, avevano stilato un protocollo molto rigido per consentire ai fedeli di tornare nella casa del Signore. Tutto questo per vedersi rifiutare gli sforzi dagli scienziati che dominano la scena, dal Comitato tecnico-scientifico, con la formula burocratica: «Criticità ineliminabili». Sembrava un braccio di ferro d'altri tempi anche senza i bagliori dei roghi illuministi. Eppure i vescovi si erano semplicemente attenuti agli ordini del Papa. È stato proprio il pontefice due settimane fa a sottolineare con forza che «la familiarità dei cristiani con il Signore è sempre comunitaria, personale ma in comunità. Una familiarità senza comunità, senza la Chiesa, senza il popolo, senza i sacramenti è pericolosa e può diventare gnostica. In questa pandemia si comunica attraverso i media ma non si sta insieme. Dobbiamo uscire dal tunnel per tornare insieme, perché questa non è la Chiesa». Il concetto è anche più profondo e frontale di quello enunciato dalla Conferenza episcopale, ma Francesco può permettersi amnesie non concesse ai comuni mortali, soprattutto quando sono utili alla diplomazia. In questa fase i rapporti con il premier Conte, con il vero destinatario di ogni interlocuzione alta che è il capo dello Stato Sergio Mattarella, con l'inner circle intellettuale cattodem sono troppo importanti per essere messi in discussione dalla riapertura delle chiese. Questa è la filosofia politica dei più stretti collaboratori di Bergoglio, pronti a sacrificare i sacramenti sull'altare dell'ideologia. E impegnati su due fronti strategici: costruire il piedistallo di un partito del Papa proprio con l'attuale presidente del Consiglio come riferimento parlamentare e contare sulle alleanze italiane per annodare i fili con la Cina allo scopo di concretizzare lo storico viaggio di Francesco a Pechino via Wuhan.Per capire la portata della fibrillazione provocata dalla legittima sollevazione dei vescovi è sufficiente allargare lo sguardo verso i tifosi della corrente progressista che domina in Vaticano e che è ben rappresentata nei media. A dare il via alle danze con comunicato della Cei ancora caldo è stata Chiara Geloni, ex dirigente dell'Azione cattolica, già portavoce di Pierluigi Bersani e direttrice di Youdem, la tv del Pd. Una domanda retorica ai vescovi sul suo blog ospitato da Huffington Post dice tutto: «Vale la pena di prestarsi alle strumentalizzazioni di qualche partitino o partitone abituato a volare bassissimo, a quelle degli atei devoti, a quelle dei nemici di papa Francesco?». Non prestare il fianco, partitini, nemici. Quindi politica. Don Dino Pirri, twittstar e ospite fisso in televisione, simbolo dei parroci da spettacolo: «È una reazione emotiva, mi sarei aspettato più prudenza. Abbiamo spiegato ai fedeli che si doveva vivere con serenità questa privazione, ora diventa un sopruso». La bellezza della privazione in aiuto al governo, quindi politica. Un esempio lampante della contrapposizione arriva da Milano. Don Mario Longo, noto parroco della Santissima Trinità (zona Sarpi, Chinatown): «Lo Stato non può dire alla Chiesa di non esercitare la sua missione pastorale». Gli risponde sul Corriere della Sera don Luigi Caldera, guida della comunità Madonna del Rosario di Cesano Boscone e compagno di studi dell'arcivescovo Mario Delpini. La motivazione è da brivido: «In Corea la Chiesa è scomparsa per 200 anni e la fede è rimasta. Non facciamoci strumentalizzare dalla politica». 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Nel subbuglio prodotto dagli scambi di cortesie a mezzo stampa si rischia infatti di perdere di vista il tema principale: riaprire le messe al popolo non è semplicemente un modo per ribadire, da parte della Chiesa, un peso politico. È un'esigenza vera e profonda, che va al di là delle tensioni con i sovranisti e dei patti stabiliti sottovoce con Giuseppe Conte. Si diventa Chiesa, ricordava Joseph Ratzinger, «non attraverso appartenenze sociologiche, bensì attraverso l'inserzione nel corpo stesso del Signore, per mezzo del battesimo e della eucarestia». Si diventa Chiesa partecipando alla messa. Perché quel pasto condiviso dai fedeli è l'esatto momento in cui - scriveva Carl Gustav Jung - «per un istante la vita di Cristo, eternamente presente al di fuori del tempo, diventa visibile e scorre nella successione temporale». Cristo è lì, in presenza dei fedeli: davvero ha senso impedire un così immenso incontro? Per qualcuno, ovviamente, tutto ciò non ha importanza. Per i laicisti di Micromega, ad esempio, la comunità dei fedeli «è parte integrante di una comunità più estesa, quella civile, di fonte alla quale ogni soggetto istituzionale, ivi inclusa la Chiesa cattolica, è responsabile». Motivo per cui alle indicazioni del governo sulla chiusura «non è possibile derogare in nome di qualsivoglia autonomia o garantismo». Nel dibattito sulle messe, tuttavia, non sono in discussione soltanto l'autonomia della Chiesa cattolica e il potere dell'esecutivo. Qui c'è in gioco molto di più dell'antipatia di certi ambienti ecclesiastici per Salvini&Meloni o delle ambizioni della Comunità di Sant'Egidio. Parliamo della completezza degli esseri umani, che riguarda tanto i cattolici quanto i non credenti. Nei fatti, stiamo permettendo a un «comitato tecnico scientifico» e a qualche gruppo di interesse politico di prendere decisioni importantissime le quali hanno senz'altro a che fare con la salute del corpo, ma pure con la cura dell'anima. Accettando la separazione dagli affetti più cari (ai quali ora ci viene concesso di riavvicinarci, non prima che siano passati al grottesco vaglio della «stabilità») e rinunciando ai riti più sacri, abbiamo permesso al governo di spezzarci in due. Come ha scritto Giorgio Agamben, «abbiamo scisso l'unità della nostra esperienza vitale, che è sempre inseparabilmente insieme corporea e spirituale, in una entità puramente biologica da una parte e in una vita affettiva e culturale dall'altra». Questa scissione ci impedisce di vivere una vita «autenticamente umana». Ci condanna - lo intuì Ivan Illich - a una «sopravvivenza anestetizzata, impotente e solitaria in un mondo trasformato in una corsia d'ospedale». Vale per tutti, non soltanto per un pugno di cattolici e qualche sacerdote. Lasciando che a determinare il nostro rapporto con la fede e con il sacro siano i tecnici o gli amministratori da essi ispirati, ci priviamo di una parte fondamentale di umanità. Ci comportiamo come se l'esistenza si riducesse alla mera sopravvivenza del corpo. È da parecchio tempo che questa concezione distorta della vita domina l'orizzonte, soprattutto da quando imperano l'ansia salutista e l'ossessione di ottenere «migliori prestazioni». In questo modo l'uomo è ridotto a una macchina, e la tecnica può proseguire nella sua marcia trionfale. Il problema è che se siamo giunti a questo punto - cioè a una pandemia globale - è anche per via dell'arroganza di un progresso che si basa soltanto sull'efficienza e sul profitto. In nome dell'efficienza e del profitto i piccoli coltivatori cinesi sono stati confinati nei wet market da cui è originata la malattia. In nome dell'efficienza e del profitto abbiamo tagliato i posti letto nella sanità pubblica, abbiamo cessato la produzione interna di mascherine, abbiamo perfino fondato l'intero edificio europeo sulla legge «della perdita e del guadagno». Se pensiamo di costruire un futuro radioso su queste stesse basi - trascurando cioè la vita «autenticamente umana», tralasciando il sacro, limitando la vera libertà - non facciamo altro che illuderci. Affidando ai «comitati» e agli autocrati improvvisati la gestione dell'anima potremo sicuramente tornare «alla vita di prima». Ma è la «vita di prima» che ci ha condotto dove siamo ora.
Il condominio di Via Paruta 74 a Milano, dove è stato ritrovato il corpo della giovane Aurora Livoli (Getty Images)
In realtà, nel periodo tra la fallita espulsione e la concessione di un passaporto in regola, il presunto assassino (già, fino a che non sia intervenuta una sentenza definitiva, anche nel suo caso, nonostante le telecamere lo abbiano ripreso alle spalle di Aurora l’ultima volta che la giovane è stata vista viva, la colpevolezza è presunta) avrebbe dovuto essere trattenuto nel Cpr di Milano. Però al centro di via Corelli che avrebbe dovuto «ospitarlo» è stato rifiutato «a causa dell’inidoneità alla vita in comunità». Sì, avete letto bene: le forze dell’ordine avrebbero voluto impedirgli di andarsene a spasso per le note ragioni di pericolosità sociale, ma per «un’asserita patologia delle vie urinarie», certificata da un medico, Valdez Velazco è stato lasciato libero di tentare di violentare una ragazza alla fermata della metropolitana e di aggredire, e probabilmente uccidere, Aurora, una giovane che ha avuto il solo torto di incontrarlo.
Vi chiedete come sia possibile rimettere in circolazione una persona già finita in carcere (dove ha scontato solo parte della pena) per violenza sessuale, fermata per altre violenze commesse nel corso degli anni e per rapina aggravata, oltre che per immigrazione clandestina? La domanda va girata non soltanto ai magistrati che quasi sempre, con varie attenuanti, consentono a fior di delinquenti di trovare la scappatoia per non finire dietro le sbarre, ma anche a quella classe politica e giornalistica che ancora insiste a non voler vedere il nesso fra criminalità e immigrazione clandestina. Ogni volta che si mostrano i dati sugli arresti per stupro, per furto e rapina, costoro alzano sempre il ditino per spiegare che la maggioranza dei reati è commessa da italiani. È ovvio che in valore assoluto i connazionali figurano in cima alle classifiche, ma se si confrontano i numeri con la popolazione immigrata, basta un minimo di onestà per comprendere che il fenomeno della delinquenza d’importazione non è una percezione, come ogni tanto qualche «sinistrato» prova a spiegare.
La morte di Aurora, per cui immagino che né magistrati né opinionisti chiederanno scusa, dovrebbe essere di monito per cambiare le leggi sull’immigrazione clandestina, ma soprattutto per far comprendere che estendere dei diritti anche a chi non ha alcun titolo per beneficiarne può essere pericoloso. Le decisioni di rimettere in libertà o accogliere in Italia soggetti a rischio hanno delle conseguenze a carico delle persone più fragili. E Aurora era fra queste. Invece di essere aiutata è stata lasciata sola, nelle mani del suo assassino.
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Aurora Livoli, la giovane trovata morta in via Paruta a Milano il 30 dicembre 2025 (Ansa). Nel riquadro Emilio Gabriel Valdez Velazco, indagato per l’omicidio della diciannovenne
Questa la sua storia. Atterrato nel 2017 a Linate, nel 2019 diventa irregolare. Il prefetto di Milano emette nei suoi confronti il primo provvedimento di espulsione il 4 agosto e dopo due giorni il questore ordina l’accompagnamento coattivo alla frontiera. La storia poteva concludersi qui ma evidentemente il cinquantasettenne peruviano rientra in Italia perché nell’ottobre dello stesso anno commette la prima di una serie di violenze sessuali. Per quel crimine fu arrestato e condannato a nove anni, mai del tutto scontati.
Valdez Velazco che in questi nove anni intorno alla capitale lombarda ha cambiato diversi indirizzi e anche diversi nomi, (per un periodo si è fatto riconoscere come Emilio Gavriel Baldez, di un anno più giovane) ha anche altri precedenti: rapina aggravata, violenza sessuale e immigrazione clandestina. Una risorsa imperdibile per il nostro tessuto sociale insomma. La rapina più recente risale al 30 dicembre 2025, le altre due violenze sessuali a luglio del 2024 e del 2025, il reato di immigrazione clandestina lo commette il 25 marzo 2024. Ma perché l’uomo continuava a girare impunito su suolo italiano?
Il peruviano come se nulla fosse, il 16 giugno del 2023 richiede via posta il rilascio del permesso di soggiorno in quanto fratello di una cittadina italiana. Il permesso gli viene negato dal questore di Milano per motivi di pericolosità sociale, con molta calma, sei mesi dopo: l’11 gennaio 2024. Dopo altri due mesi e mezzo (nel frattempo aveva commesso un altro stupro), viene arrestato perché era rientrato in Italia prima che fossero decorsi cinque anni dall’esecuzione della precedente espulsione. Pertanto, nei suoi confronti viene adottato un nuovo provvedimento di espulsione per motivi di pericolosità sociale. Cacciato di nuovo dal questore, però, questa volta non lascia il Paese per via dell’ennesimo cavillo burocratico.
Non si riesce a farlo imbarcare immediatamente perché il suo passaporto risulta banalmente scaduto. Le autorità, per evitare di lasciarlo a piede libero, ritengono di chiedere l’assegnazione di un posto al Cpr affinché fosse possibile ottenere il lasciapassare da parte dell’autorità consolare. Qui avviene un altro cortocircuito del nostro folle sistema giudiziario. Il posto, assegnato dalla Direzione centrale dell’immigrazione e della Polizia delle frontiere presso il locale Centro di Milano-Corelli, è stato rifiutato per inidoneità alla vita in comunità. Ma non per la sua pericolosità, come ci si potrebbe aspettare, ma per un comune certificato medico. Velazco in quella circostanza dichiarò di avere una patologia urinaria. Ne segue un ordine a lasciare il territorio nazionale entro sette giorni, ma eccoci qui: l’uomo oggi risiede ancora in Italia. Vive a sbafo, in un appartamento a Cologno Monzese, mantenuto da una sua connazionale che fa la colf. Libero di girare per Milano e commettere crimini. Velazco agli inquirenti ha confermato di essere l’uomo nelle immagini della tentata rapina in metro a una studentessa, avvenuta appena un’ora prima delle immagini che lo ritraggono con Aurora la sera della sua morte. «Ero sotto l’effetto di stupefacenti», ha dichiarato di fronte al suo avvocato. Sul caso della diciannovenne ha chiesto invece di poter essere sentito giovedì. Per ora ci sono le immagini delle videocamere che lo ritraggono dietro di lei la notte che è stata strangolata a mani nude (come ricostruito dagli esperti). Ha scontato solo in parte una pena detentiva presso l’istituto penitenziario di Pavia per una violenza sessuale commessa nel 2019. Di certo c’è che Aurora Livoli è morta.
Viveva con i genitori adottivi a Monte San Biagio, in Provincia di Latina. Aveva solo 19 anni, una vita intera davanti, esaurita miseramente in un cortile di Milano.
Quello di Velazco non è il primo caso di irregolari criminali in Italia con decreto di espulsione. Lo denunciava già mesi fa Sara Kelany, deputato e responsabile nazionale del dipartimento Immigrazione di Fratelli d’Italia. «Da quando il governo ha deciso di aprire il Cpr di Gjader anche ai migranti già destinatari in Italia di un provvedimento di espulsione sono giunte alcune sentenze, dal sapore ancora una volta ideologico, che fino ad oggi hanno avuto l’effetto di rimettere a piede libero ben 14 soggetti pericolosi trattenuti nel centro in Albania in attesa di rimpatrio», denunciava già nel maggio 2025. «È bastato che questi signori presentassero una domanda d’asilo perché si trasformassero in rifugiati da tutelare, ignorando sia il fatto che la loro richiesta fosse stata dichiarata manifestamente infondata sia il loro curriculum criminale».
Kelany parla di «soggetti con condanne penali per reati gravissimi: furti, rapine, tentati omicidi, violenze sessuali, pedopornografia». Fatti gravissimi che costringono a domandarsi fino a che punto sono disposte rischiare le toghe politicizzate che da mesi su questi temi fanno la guerra al governo. Sperando che la risposta non sia altre rapine, altre violenze, altri femminicidi.
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Abbiamo lasciato la nostra eroina, Jean Batten, ormai famosissima. Vediamo il resto della sua fantastica vita.