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2022-08-07
Noi, rovinati dai vaccini. Ora vi chiediamo verità
iStock
Le reazioni avverse al vaccino sono più numerose dei dati ufficiali. E hanno distrutto la vita di tante persone che hanno perso salute e lavoro, e ora non riescono a sbarcare il lunario. Dimenticati anche dallo Stato che ha reso l’iniezione obbligatoria. Come dimostrano queste drammatiche storie.
«Mi sento intrappolato in un corpo che non è il mio. Sono costretto a vivere una vita che non mi appartiene». Questo è il filo che unisce le storie di chi, dopo essersi sottoposto alla vaccinazione contro il Covid, ha sviluppato degli effetti avversi. Una puntura e ti risvegli privato della salute, della forza fisica e mentale per affrontare le giornate, lavoro compreso. E così oltre al danno, quello evidente che ha colpito il corpo, se ne crea anche un altro: quello lavorativo. Spesso i danneggiati mentre lottano per guarire cercando medici in grado di curarli, perdono anche la loro occupazione e di conseguenza, lo stipendio. Si innesca una spirale negativa in cui tutta la vita viene distrutta pezzo dopo pezzo, nella più totale indifferenza e solitudine, perché quello del vaccino è un meccanismo troppo perfetto che non ammette che qualcosa possa andar storto. Eppure qualcosa è sfuggito al controllo, l’ingranaggio si è inceppato, ci sono persone che da oltre un anno hanno smesso di vivere realmente.
Francesco Schenone: «Vertigini e tachicardia. A 28 anni non ho un futuro»

Francesco Schenone
«La mia era una vita normalissima, a 27 anni pensi di avere tutto il tempo che vuoi per realizzare qualsiasi cosa, ora invece non riesco neanche a immaginare come sarà il futuro». Francesco Schenone ora ha 28 anni, sono passati più di 12 mesi da quell’unica dose di vaccino che gli ha portato via tutto. «Sono sempre stato super attivo, ho iniziato a lavorare a 18 anni perché volevo avere la capacità economica di conquistare le mie cose da solo. Facevo il fruttivendolo e allo stesso tempo suonavo la batteria in una band, i soldi guadagnati li investivo per studiare musica a Milano».
Francesco è di Recco (Genova). Il 4 giugno dello scorso decise di vaccinarsi in un Open day, quelle giornate aperte a tutti, anche a chi non aveva ancora l’età per accedere alla vaccinazione, quando ancora i vaccini erano pochi e si dava precedenza alle fasce d’età più a rischio. «Mi sono immunizzato prima dei miei coetanei perché mio papà è un soggetto fragile, volevo proteggerlo. Credevo davvero nel vaccino, pensavo fosse la soluzione per poter uscire dall’incubo della pandemia, invece sono sprofondato io in un incubo senza via d’uscita».
È bastata una sola dose: Francesco già dopo poche ore ha iniziato ad avere strani spasmi muscolari. Pensava passassero, ma non è stato così. Dopo tre giorni doveva suonare con la sua band, ma il braccio non rispondeva, e così non ha potuto esibirsi. Intanto hanno iniziato a manifestarsi altri disturbi: acufeni, vertigini e una strana tachicardia. «Per un po’ ho continuato a lavorare, stringevo i denti, cercavo di resistere, non volevo accettare quello che mi stava succedendo. Intanto continuavo a fare visite specialistiche. Dopo un mese e mezzo, però, ho smesso di lavorare, non ero più in grado. C’erano momenti in cui avevo una tachicardia fortissima e poi venivo travolto dalle vertigini, così forti da non riuscire a stare in piedi». Dopo tutti gli esami, a Schenone è stata diagnosticata una pericardite post-vaccino e la Pots, una patologia neurologica che colpisce il cuore e causa proprio quelle vertigini così invalidanti che lo hanno costretto ad abbandonare tutte le sue attività, lavoro compreso.
«Ho 28 anni e non so se sarò più capace di lavorare, non so se potrò più riprendere a suonare la batteria, se sarò in grado di ricominciare a studiare musica, dovendo arrivare fino a Milano. Ora tutto mi sembra difficile, ho perso completamente la mia spensieratezza. Mi manca poter uscire di casa senza avere la paura di stare male».
Giovanna Viotto: «Volevo tutelare i pazienti, ma nessuno ha protetto me»

Giovanni Viotto
«Il mio è stato un vero e proprio calvario. Accanto alla disperazione di non capire che cosa stesse succedendo al mio corpo, c’era anche quella di cercare un modo per sostenere me e mia figlia. Mi sono sentita abbandonata, sono tutt’oggi completamente abbandonata, eppure la mia unica colpa è stata vaccinarmi». Ha le lacrime agli occhi Giovanna Viotto, 53 anni, di Biella, mentre ripensa a tutto quello che ha passato. Una figlia adolescente da mantenere e la possibilità di lavorare cancellata così, di netto, con un colpo di spugna.
«Sono un’operatrice sociosanitaria, accudisco i malati. Ho sempre lavorato in ospedale e a domicilio, mi sono vaccinata perché mi è stato detto che serviva a protegge i pazienti, e quindi non mi sono tirata indietro. Peccato che nessuno abbia protetto me». Il danno da vaccino si è manifestato subito dopo la prima dose. Ha iniziato ad avere dei forti dolori muscolari in tutto il corpo, dopo tre giorni non riusciva a camminare bene. E poi dopo dieci giorni è arrivata la paralisi totale.
«Stavo pranzando con mia figlia, a un certo punto non sono più riuscita a muovere gli arti. Le gambe immobili, le braccia sono cadute lungo il corpo, il collo si è irrigidito portando la mia testa all’indietro. Ero terrorizzata. Imprigionata in un contenitore che non rispondeva ai miei comandi. Sono state le ore più lunghe della mia vita, respiravo, ero cosciente, ma completamente bloccata». Dopo tre ore e mezzo e una siringa di cortisone e antistaminico, Giovanna ha ricominciato a muoversi. Ma il giorno dopo ha avuto un’altra paralisi. È stata portata in ospedale ed è iniziata la solita trafila tra esami e risonanze.
«Non ho camminato per sei mesi, e ovviamente ho perso il lavoro, ma oltre al danno, la beffa. Quando ho iniziato a star meglio, mi è stato detto che non avrei potuto più fare l’oss nonostante l’esenzione. Per accudire i malati ci vuole il ciclo completo vaccinale con tanto di terza dose, io mi sono fermata alla prima».
E così Giovanna a 53 anni ha dovuto reiventarsi, ha fatto la cameriera, l’aiuto cuoco, le pulizie, ma ogni volta è stata licenziata per le troppe assenze. La sua salute non è più quella di prima, gli è stata diagnosticata anche la pericardite post-vaccino. «Non so davvero come poter uscire da questa situazione, vorrei solo che qualcuno mi aiutasse. Io non ho scelto di stare male e neanche di non poter più fare il lavoro che ho sempre fatto. Ho solo ascoltato la scienza e mi sono vaccinata».
Michele Pavan: «È come se la pelle bruciasse e presto sarò disoccupato»

Michele Pavan
«È stata una cosa devastante, avevo crisi respiratorie, fitte al cuore, spilli in tutto il corpo come se la mia pelle andasse a fuoco. Mi sentivo come se pesassi cinque quintali. Non avrei mai potuto immaginare una cosa simile, eppure faccio l’infermiere, ho lavorato in ospedale per più di vent’anni». Michele Pavan, 45 anni, di Cittadella (Padova) ci accoglie mostrando le mani. «È passato più di un anno dalla prima dose che mi ha rovinato la vita. Guardate il mignolo», dice, «continua ad avere spasmi involontari. Dal 31 maggio 2021 i miei arti si contraggono senza che possa farci nulla».
Michele lavorava nel reparto di psichiatria, anche lui avendo una sola dose non può più tornare alla sua vecchia mansione, e così deve cercare di reinventarsi, mettersi in gioco in una nuova attività, nonostante ormai non sia più quello di prima. «Ho iniziato a star male poco dopo l’iniezione, ho subito avvertito un forte dolore alla testa e mi sono mancate le forze. Avevo paura di fare il vaccino perché sono allergico ad alcuni farmaci, ma mi sono dovuto vaccinare comunque. Quando vai nel centro vaccinale agli operatori non interessa chi sei e cosa ti potrebbe succedere, l’importante è che tu ti faccia fare l’iniezione. Io ho assolto al mio dovere civico, ma ora perché vengo punito per questo?».
È in attesa che una commissione si riunisca per cambiargli il ruolo, non potendo più stare a contatto con i pazienti, dovrebbe andare in amministrazione, ma sembra che non sarà così. «Dopo la malattia mi hanno messo in ferie d’ufficio, la mia ultima busta paga è stata di 330 euro, ormai non ho neanche più i soldi per comprarmi le medicine. Questo sistema, oltre che avermi abbandonato, mi ha portato alla fame, mi ha tolto la dignità. Io prima del vaccino vivevo del mio lavoro, non ho mai chiesto nulla a nessuno, e adesso? Sono in attesa di questa decisione, ma il medico del lavoro mi ha già detto che sarò licenziato».
Gli hanno diagnosticato un long Covid da vaccino, che dopo 14 mesi non smette di tormentarlo e per questo Michele deve continuare a sottoporsi a visite specialistiche. «In pratica sono stato danneggiato dal Covid, pur non avendolo preso. Ormai i soldi sono finiti, ho prosciugato tutti i risparmi. Nessuno si interessa alla tua vita, anche se è stata completamente stravolta all’improvviso. Da un giorno all’altro ti ritrovi malato, non sai cosa fare e non c’è nessuno che ti aiuta. Ti ritrovi in una strada senza via d’uscita e per di più se ne parli, non vieni creduto, anzi, ti isolano».
Giuseppe Sanacore: «Ho perso i sensi, da allora sono sulla sedia a rotelle»

Giuseppe Sanacore
«Ho lavorato nei cantieri navali per trent’anni, sono partito dal basso e pian piano ero diventato responsabile di produzione, gestivo il magazzino. Sembra banale dirlo, ma amavo il mio lavoro, entravo per primo, uscivo per ultimo, lo sforzo fisico non mi ha mai spaventato, almeno fino a un anno fa. Ora non ho più nulla, non posso neanche alzarmi in piedi». Giuseppe Sanacore ci viene incontro sulla sua sedia a rotelle, 56 anni, la maggior parte passati tra le barche e il mare che bagna Fano. Nei suoi occhi un’enorme tristezza e il ricordo di quello che era prima del vaccino contro il Covid.
«Sono sempre stato un soggetto allergico», racconta, «non posso mangiare crostacei e arachidi, il polline mi scatena l’allergia, ovviamente avevo segnalato tutto questo ai medici vaccinatori, ma l’iniezione me l’hanno fatta comunque». La prima dose non ha avuto grandi conseguenze, per Giuseppe, il solito dolore al braccio, nulla di più. È stata la seconda a distruggergli la vita. «Chi mi ha vaccinato, dopo aver sentito delle mie allergie, mi ha consigliato di aspettare almeno mezz’ora nella sala d’attesa dopo l’iniezione, e così ho fatto. Per fortuna ero lì e non alla guida, perché altrimenti non so cosa sarebbe potuto succedere». Dopo 25 minuti, infatti, gli si è annebbiata la vista, neanche il tempo di riuscire a chiamare aiuto e ha perso conoscenza. L’arrivo dell’ambulanza, la corsa in ospedale e poi ben 14 ore di buio profondo, in cui Giuseppe non è riuscito a svegliarsi. Poi finalmente ha riaperto gli occhi, ma non riusciva più ad alzarsi dal letto.
Dopo tre giorni ha provato a mettersi in piedi sorretto da un’infermiera, ma appena la donna ha lasciato le sue mani, è caduto per terra. Così è iniziato il lungo calvario fatto di analisi, visite mediche specialistiche e Tac. L’unica certezza è che le sue gambe hanno perso forza e nonostante tutti gli accertamenti - il ricovero in ospedale è durato quasi un mese - i medici non hanno trovato una cura.
«Mi è stato detto che avevo patologie nascoste che con il vaccino sono esplose, anche se non hanno ancora individuato di cosa si tratti. È passato un anno e io continuo a non capire cosa sia accaduto al mio corpo, non riesco a rassegnarmi a una vita così». Ora però il problema, oltre che fisico è diventato anche economico. «Sono qui, sulla sedia a rotelle, privato di tutto, anche del mio lavoro. Mi ero messo in malattia, ovviamente, ma quando è finita sono stato licenziato. Sono diventato un disabile che a 56 anni cerca un lavoro e non sa come mantenere la sua famiglia. Sono stato danneggiato dal vaccino e nessuno vuole aiutarmi, lo Stato non sa neanche che esisto, come farò a sopravvivere?».
Tony Taffo: «Mi è impossibile deglutire. Da un anno vivo di pappette»

Nel riquadro Tony Taffo (iStock)
«Immaginate di essere sani, perfettamente normali, felici. Di avere un lavoro, un cane, una vita tranquilla. Poi all’improvviso vi svegliate e nessuna parte del vostro corpo risponde più al vostro comando. Non riuscite neanche a deglutire. E così perdete tutto, fino ad avere una invalidità riconosciuta al 75%. Ecco, questa è la mia storia». Incontriamo Tony Taffo nell’appartamento dove vive, a Osimo (Ancona). Dimostra più dei suoi 48 anni, è magro, molto magro. «Ho perso oltre 15 chili, e con quei chili è andato via anche il mio sorriso. Nel momento peggiore ne pesavo solo 59, ero uno scheletro, mi volevano ricoverare per denutrizione».
Si alza a fatica e va verso il mobiletto della cucina, lo apre e mostra una serie di piccoli barattoli, sono omogeneizzati, pappette per neonati. «Questo è quello che mangio, o meglio che riesco a mangiare, da luglio dell’anno scorso. Dopo 3 giorni dal vaccino ho iniziato ad avere problemi a deglutire, finché una notte mi sono soffocato con la mia stessa saliva, da lì è iniziato l’inferno».
Tony ha iniziato a nutrirsi solo con cibi frullati, quelli che mangia tutt’ora. Ha sviluppato anche una broncopatia cronica, è stato ricoverato due volte, i medici gli hanno fatto tutti gli esami possibili, ma sono riusciti solo a evidenziare una disfunzione motoria della deglutizione, senza però dargli una cura o una terapia. «Mi è stato detto che il danno potrebbe essere permanente. In questi 13 mesi ho perso i capelli, spesso mi si riempiva la bocca di sangue. Da dicembre non ho più la sensibilità della lingua e non sento più i sapori». Perdendo le forze, ha perso anche il lavoro, prima faceva il giardiniere, si occupava della manutenzione delle case di riposo, un impiego faticoso che non potrà più fare.
«Mi conoscevano tutti perché mi piaceva scherzare con i vecchietti in strada, al bar, ero un po’ un burlone, ora vivo come un recluso in casa perché mi mancano le forze anche per fare le scale. Non mi riconosco più, prima del vaccino avevo dei sogni, mi dovevo trasferire a Bergamo, immaginavo una famiglia. Tutto questo mi è stato strappato via, lasciandomi nella disperazione più totale». E così dopo aver perso il lavoro, Tony non è riuscito più a pagare l’affitto, per fortuna l’intervento del Comune ha bloccato lo sfratto. «Ho rischiato anche di rimanere senza casa, adesso sopravvivo grazie alla pensione di invalidità. Passa il tempo, speri di migliorare, ma non è così, e cerchi da qualche parte la forza di continuare a vivere».
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Si chiamano Giovanna,Francesco, Michele, Tony e Giuseppe. Raccontano il loro dolore: «Qualcuno ne risponda». L’immunologo Giovanni Frajese: «Mi candido per fare luce. Subito una commissione d’inchiesta». Ricercatore rivela: «L’mRna? I difetti di quel sistema erano noti a tutti».Le reazioni avverse al vaccino sono più numerose dei dati ufficiali. E hanno distrutto la vita di tante persone che hanno perso salute e lavoro, e ora non riescono a sbarcare il lunario. Dimenticati anche dallo Stato che ha reso l’iniezione obbligatoria. Come dimostrano queste drammatiche storie.«Mi sento intrappolato in un corpo che non è il mio. Sono costretto a vivere una vita che non mi appartiene». Questo è il filo che unisce le storie di chi, dopo essersi sottoposto alla vaccinazione contro il Covid, ha sviluppato degli effetti avversi. Una puntura e ti risvegli privato della salute, della forza fisica e mentale per affrontare le giornate, lavoro compreso. E così oltre al danno, quello evidente che ha colpito il corpo, se ne crea anche un altro: quello lavorativo. Spesso i danneggiati mentre lottano per guarire cercando medici in grado di curarli, perdono anche la loro occupazione e di conseguenza, lo stipendio. Si innesca una spirale negativa in cui tutta la vita viene distrutta pezzo dopo pezzo, nella più totale indifferenza e solitudine, perché quello del vaccino è un meccanismo troppo perfetto che non ammette che qualcosa possa andar storto. Eppure qualcosa è sfuggito al controllo, l’ingranaggio si è inceppato, ci sono persone che da oltre un anno hanno smesso di vivere realmente.<div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/noi-rovinati-vaccini-chiediamo-verita-2657823311.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="francesco-schenone-vertigini-e-tachicardia-a-28-anni-non-ho-un-futuro" data-post-id="2657823311" data-published-at="1659914044" data-use-pagination="False"> Francesco Schenone: «Vertigini e tachicardia. A 28 anni non ho un futuro» Francesco Schenone «La mia era una vita normalissima, a 27 anni pensi di avere tutto il tempo che vuoi per realizzare qualsiasi cosa, ora invece non riesco neanche a immaginare come sarà il futuro». Francesco Schenone ora ha 28 anni, sono passati più di 12 mesi da quell’unica dose di vaccino che gli ha portato via tutto. «Sono sempre stato super attivo, ho iniziato a lavorare a 18 anni perché volevo avere la capacità economica di conquistare le mie cose da solo. Facevo il fruttivendolo e allo stesso tempo suonavo la batteria in una band, i soldi guadagnati li investivo per studiare musica a Milano».Francesco è di Recco (Genova). Il 4 giugno dello scorso decise di vaccinarsi in un Open day, quelle giornate aperte a tutti, anche a chi non aveva ancora l’età per accedere alla vaccinazione, quando ancora i vaccini erano pochi e si dava precedenza alle fasce d’età più a rischio. «Mi sono immunizzato prima dei miei coetanei perché mio papà è un soggetto fragile, volevo proteggerlo. Credevo davvero nel vaccino, pensavo fosse la soluzione per poter uscire dall’incubo della pandemia, invece sono sprofondato io in un incubo senza via d’uscita».È bastata una sola dose: Francesco già dopo poche ore ha iniziato ad avere strani spasmi muscolari. Pensava passassero, ma non è stato così. Dopo tre giorni doveva suonare con la sua band, ma il braccio non rispondeva, e così non ha potuto esibirsi. Intanto hanno iniziato a manifestarsi altri disturbi: acufeni, vertigini e una strana tachicardia. «Per un po’ ho continuato a lavorare, stringevo i denti, cercavo di resistere, non volevo accettare quello che mi stava succedendo. Intanto continuavo a fare visite specialistiche. Dopo un mese e mezzo, però, ho smesso di lavorare, non ero più in grado. C’erano momenti in cui avevo una tachicardia fortissima e poi venivo travolto dalle vertigini, così forti da non riuscire a stare in piedi». Dopo tutti gli esami, a Schenone è stata diagnosticata una pericardite post-vaccino e la Pots, una patologia neurologica che colpisce il cuore e causa proprio quelle vertigini così invalidanti che lo hanno costretto ad abbandonare tutte le sue attività, lavoro compreso.«Ho 28 anni e non so se sarò più capace di lavorare, non so se potrò più riprendere a suonare la batteria, se sarò in grado di ricominciare a studiare musica, dovendo arrivare fino a Milano. Ora tutto mi sembra difficile, ho perso completamente la mia spensieratezza. Mi manca poter uscire di casa senza avere la paura di stare male». <div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/noi-rovinati-vaccini-chiediamo-verita-2657823311.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="giovanna-viotto-volevo-tutelare-i-pazienti-ma-nessuno-ha-protetto-me" data-post-id="2657823311" data-published-at="1659914044" data-use-pagination="False"> Giovanna Viotto: «Volevo tutelare i pazienti, ma nessuno ha protetto me» Giovanni Viotto «Il mio è stato un vero e proprio calvario. Accanto alla disperazione di non capire che cosa stesse succedendo al mio corpo, c’era anche quella di cercare un modo per sostenere me e mia figlia. Mi sono sentita abbandonata, sono tutt’oggi completamente abbandonata, eppure la mia unica colpa è stata vaccinarmi». Ha le lacrime agli occhi Giovanna Viotto, 53 anni, di Biella, mentre ripensa a tutto quello che ha passato. Una figlia adolescente da mantenere e la possibilità di lavorare cancellata così, di netto, con un colpo di spugna.«Sono un’operatrice sociosanitaria, accudisco i malati. Ho sempre lavorato in ospedale e a domicilio, mi sono vaccinata perché mi è stato detto che serviva a protegge i pazienti, e quindi non mi sono tirata indietro. Peccato che nessuno abbia protetto me». Il danno da vaccino si è manifestato subito dopo la prima dose. Ha iniziato ad avere dei forti dolori muscolari in tutto il corpo, dopo tre giorni non riusciva a camminare bene. E poi dopo dieci giorni è arrivata la paralisi totale.«Stavo pranzando con mia figlia, a un certo punto non sono più riuscita a muovere gli arti. Le gambe immobili, le braccia sono cadute lungo il corpo, il collo si è irrigidito portando la mia testa all’indietro. Ero terrorizzata. Imprigionata in un contenitore che non rispondeva ai miei comandi. Sono state le ore più lunghe della mia vita, respiravo, ero cosciente, ma completamente bloccata». Dopo tre ore e mezzo e una siringa di cortisone e antistaminico, Giovanna ha ricominciato a muoversi. Ma il giorno dopo ha avuto un’altra paralisi. È stata portata in ospedale ed è iniziata la solita trafila tra esami e risonanze.«Non ho camminato per sei mesi, e ovviamente ho perso il lavoro, ma oltre al danno, la beffa. Quando ho iniziato a star meglio, mi è stato detto che non avrei potuto più fare l’oss nonostante l’esenzione. Per accudire i malati ci vuole il ciclo completo vaccinale con tanto di terza dose, io mi sono fermata alla prima».E così Giovanna a 53 anni ha dovuto reiventarsi, ha fatto la cameriera, l’aiuto cuoco, le pulizie, ma ogni volta è stata licenziata per le troppe assenze. La sua salute non è più quella di prima, gli è stata diagnosticata anche la pericardite post-vaccino. «Non so davvero come poter uscire da questa situazione, vorrei solo che qualcuno mi aiutasse. Io non ho scelto di stare male e neanche di non poter più fare il lavoro che ho sempre fatto. Ho solo ascoltato la scienza e mi sono vaccinata». <div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/noi-rovinati-vaccini-chiediamo-verita-2657823311.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="michele-pavan-e-come-se-la-pelle-bruciasse-e-presto-saro-disoccupato" data-post-id="2657823311" data-published-at="1659914044" data-use-pagination="False"> Michele Pavan: «È come se la pelle bruciasse e presto sarò disoccupato» Michele Pavan «È stata una cosa devastante, avevo crisi respiratorie, fitte al cuore, spilli in tutto il corpo come se la mia pelle andasse a fuoco. Mi sentivo come se pesassi cinque quintali. Non avrei mai potuto immaginare una cosa simile, eppure faccio l’infermiere, ho lavorato in ospedale per più di vent’anni». Michele Pavan, 45 anni, di Cittadella (Padova) ci accoglie mostrando le mani. «È passato più di un anno dalla prima dose che mi ha rovinato la vita. Guardate il mignolo», dice, «continua ad avere spasmi involontari. Dal 31 maggio 2021 i miei arti si contraggono senza che possa farci nulla».Michele lavorava nel reparto di psichiatria, anche lui avendo una sola dose non può più tornare alla sua vecchia mansione, e così deve cercare di reinventarsi, mettersi in gioco in una nuova attività, nonostante ormai non sia più quello di prima. «Ho iniziato a star male poco dopo l’iniezione, ho subito avvertito un forte dolore alla testa e mi sono mancate le forze. Avevo paura di fare il vaccino perché sono allergico ad alcuni farmaci, ma mi sono dovuto vaccinare comunque. Quando vai nel centro vaccinale agli operatori non interessa chi sei e cosa ti potrebbe succedere, l’importante è che tu ti faccia fare l’iniezione. Io ho assolto al mio dovere civico, ma ora perché vengo punito per questo?».È in attesa che una commissione si riunisca per cambiargli il ruolo, non potendo più stare a contatto con i pazienti, dovrebbe andare in amministrazione, ma sembra che non sarà così. «Dopo la malattia mi hanno messo in ferie d’ufficio, la mia ultima busta paga è stata di 330 euro, ormai non ho neanche più i soldi per comprarmi le medicine. Questo sistema, oltre che avermi abbandonato, mi ha portato alla fame, mi ha tolto la dignità. Io prima del vaccino vivevo del mio lavoro, non ho mai chiesto nulla a nessuno, e adesso? Sono in attesa di questa decisione, ma il medico del lavoro mi ha già detto che sarò licenziato».Gli hanno diagnosticato un long Covid da vaccino, che dopo 14 mesi non smette di tormentarlo e per questo Michele deve continuare a sottoporsi a visite specialistiche. «In pratica sono stato danneggiato dal Covid, pur non avendolo preso. Ormai i soldi sono finiti, ho prosciugato tutti i risparmi. Nessuno si interessa alla tua vita, anche se è stata completamente stravolta all’improvviso. Da un giorno all’altro ti ritrovi malato, non sai cosa fare e non c’è nessuno che ti aiuta. Ti ritrovi in una strada senza via d’uscita e per di più se ne parli, non vieni creduto, anzi, ti isolano». <div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/noi-rovinati-vaccini-chiediamo-verita-2657823311.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="giuseppe-sanacore-ho-perso-i-sensi-da-allora-sono-sulla-sedia-a-rotelle" data-post-id="2657823311" data-published-at="1659914044" data-use-pagination="False"> Giuseppe Sanacore: «Ho perso i sensi, da allora sono sulla sedia a rotelle» Giuseppe Sanacore «Ho lavorato nei cantieri navali per trent’anni, sono partito dal basso e pian piano ero diventato responsabile di produzione, gestivo il magazzino. Sembra banale dirlo, ma amavo il mio lavoro, entravo per primo, uscivo per ultimo, lo sforzo fisico non mi ha mai spaventato, almeno fino a un anno fa. Ora non ho più nulla, non posso neanche alzarmi in piedi». Giuseppe Sanacore ci viene incontro sulla sua sedia a rotelle, 56 anni, la maggior parte passati tra le barche e il mare che bagna Fano. Nei suoi occhi un’enorme tristezza e il ricordo di quello che era prima del vaccino contro il Covid.«Sono sempre stato un soggetto allergico», racconta, «non posso mangiare crostacei e arachidi, il polline mi scatena l’allergia, ovviamente avevo segnalato tutto questo ai medici vaccinatori, ma l’iniezione me l’hanno fatta comunque». La prima dose non ha avuto grandi conseguenze, per Giuseppe, il solito dolore al braccio, nulla di più. È stata la seconda a distruggergli la vita. «Chi mi ha vaccinato, dopo aver sentito delle mie allergie, mi ha consigliato di aspettare almeno mezz’ora nella sala d’attesa dopo l’iniezione, e così ho fatto. Per fortuna ero lì e non alla guida, perché altrimenti non so cosa sarebbe potuto succedere». Dopo 25 minuti, infatti, gli si è annebbiata la vista, neanche il tempo di riuscire a chiamare aiuto e ha perso conoscenza. L’arrivo dell’ambulanza, la corsa in ospedale e poi ben 14 ore di buio profondo, in cui Giuseppe non è riuscito a svegliarsi. Poi finalmente ha riaperto gli occhi, ma non riusciva più ad alzarsi dal letto.Dopo tre giorni ha provato a mettersi in piedi sorretto da un’infermiera, ma appena la donna ha lasciato le sue mani, è caduto per terra. Così è iniziato il lungo calvario fatto di analisi, visite mediche specialistiche e Tac. L’unica certezza è che le sue gambe hanno perso forza e nonostante tutti gli accertamenti - il ricovero in ospedale è durato quasi un mese - i medici non hanno trovato una cura.«Mi è stato detto che avevo patologie nascoste che con il vaccino sono esplose, anche se non hanno ancora individuato di cosa si tratti. È passato un anno e io continuo a non capire cosa sia accaduto al mio corpo, non riesco a rassegnarmi a una vita così». Ora però il problema, oltre che fisico è diventato anche economico. «Sono qui, sulla sedia a rotelle, privato di tutto, anche del mio lavoro. Mi ero messo in malattia, ovviamente, ma quando è finita sono stato licenziato. Sono diventato un disabile che a 56 anni cerca un lavoro e non sa come mantenere la sua famiglia. Sono stato danneggiato dal vaccino e nessuno vuole aiutarmi, lo Stato non sa neanche che esisto, come farò a sopravvivere?». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem5" data-id="5" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/noi-rovinati-vaccini-chiediamo-verita-2657823311.html?rebelltitem=5#rebelltitem5" data-basename="tony-taffo-mi-e-impossibile-deglutire-da-un-anno-vivo-di-pappette" data-post-id="2657823311" data-published-at="1659914044" data-use-pagination="False"> Tony Taffo: «Mi è impossibile deglutire. Da un anno vivo di pappette» Nel riquadro Tony Taffo (iStock) «Immaginate di essere sani, perfettamente normali, felici. Di avere un lavoro, un cane, una vita tranquilla. Poi all’improvviso vi svegliate e nessuna parte del vostro corpo risponde più al vostro comando. Non riuscite neanche a deglutire. E così perdete tutto, fino ad avere una invalidità riconosciuta al 75%. Ecco, questa è la mia storia». Incontriamo Tony Taffo nell’appartamento dove vive, a Osimo (Ancona). Dimostra più dei suoi 48 anni, è magro, molto magro. «Ho perso oltre 15 chili, e con quei chili è andato via anche il mio sorriso. Nel momento peggiore ne pesavo solo 59, ero uno scheletro, mi volevano ricoverare per denutrizione». Si alza a fatica e va verso il mobiletto della cucina, lo apre e mostra una serie di piccoli barattoli, sono omogeneizzati, pappette per neonati. «Questo è quello che mangio, o meglio che riesco a mangiare, da luglio dell’anno scorso. Dopo 3 giorni dal vaccino ho iniziato ad avere problemi a deglutire, finché una notte mi sono soffocato con la mia stessa saliva, da lì è iniziato l’inferno». Tony ha iniziato a nutrirsi solo con cibi frullati, quelli che mangia tutt’ora. Ha sviluppato anche una broncopatia cronica, è stato ricoverato due volte, i medici gli hanno fatto tutti gli esami possibili, ma sono riusciti solo a evidenziare una disfunzione motoria della deglutizione, senza però dargli una cura o una terapia. «Mi è stato detto che il danno potrebbe essere permanente. In questi 13 mesi ho perso i capelli, spesso mi si riempiva la bocca di sangue. Da dicembre non ho più la sensibilità della lingua e non sento più i sapori». Perdendo le forze, ha perso anche il lavoro, prima faceva il giardiniere, si occupava della manutenzione delle case di riposo, un impiego faticoso che non potrà più fare. «Mi conoscevano tutti perché mi piaceva scherzare con i vecchietti in strada, al bar, ero un po’ un burlone, ora vivo come un recluso in casa perché mi mancano le forze anche per fare le scale. Non mi riconosco più, prima del vaccino avevo dei sogni, mi dovevo trasferire a Bergamo, immaginavo una famiglia. Tutto questo mi è stato strappato via, lasciandomi nella disperazione più totale». E così dopo aver perso il lavoro, Tony non è riuscito più a pagare l’affitto, per fortuna l’intervento del Comune ha bloccato lo sfratto. «Ho rischiato anche di rimanere senza casa, adesso sopravvivo grazie alla pensione di invalidità. Passa il tempo, speri di migliorare, ma non è così, e cerchi da qualche parte la forza di continuare a vivere».
La seduta inaugurale dell'Assemblea Costituente il 25 giugno 1946. Nel riquadro, Piero Calamandrei (Ansa)
Durante la discussione sulla composizione del Consiglio superiore della magistratura, l’organo di autogoverno della magistratura previsto dall’articolo 104 della Costituzione, Calamandrei espresse forti perplessità sull’idea di affidare ai magistrati l’elezione dei membri del Consiglio. «Io temo che con questo sistema si introducano nella magistratura le competizioni elettorali, con candidature, programmi e propaganda. Si rischia che anche nella magistratura sorgano gruppi organizzati che si contendano i voti», avvertì nel corso del dibattito. E spiegò con chiarezza la ragione della sua preoccupazione: «La magistratura deve restare fuori dalla lotta politica; non sarebbe opportuno abituare i magistrati a formare gruppi elettorali».
All’interno della Costituente esistevano posizioni diverse su come individuare i membri del Consiglio superiore della magistratura. Alcuni costituenti sostenevano il sistema dell’elezione, altri preferivano la designazione o meccanismi diversi di selezione. Alla fine, prevalse l’opzione elettiva: il rischio paventato da Calamandrei fu ritenuto remoto e difficilmente realizzabile. La storia, però, ha mostrato uno scenario diverso. Nel tempo, si è sviluppato un sistema di correnti organizzate all’interno della magistratura che ha inciso profondamente sul funzionamento del Csm. Un fenomeno che gli osservatori più attenti indicano come una delle cause dell’alterazione dell’equilibrio istituzionale immaginato e voluto dai Costituenti.
Quando si parla di «deriva correntizia», infatti, non ci si riferisce soltanto a episodi tristemente simbolici come quello dell’Hotel Champagne (in cui si riunirono Luca Palamara, magistrati e politici per discutere di nomine, ndr), ma a una trasformazione più profonda. Per effetto di questa stortura, l’idea della magistratura come potere diffuso e indipendente ha progressivamente lasciato spazio a un sistema di gruppi organizzati e spesso ideologicamente caratterizzati. Il risultato è stato un indebolimento dell’equilibrio tra i poteri, disegnato dalla Costituzione. Una questione seria che rischia, però, di essere ridotta a semplice scontro politico o a terreno di contrapposizione ideologica.
Eppure lo stesso Calamandrei, nei suoi scritti e nei suoi interventi, aveva ricordato che la Costituzione non è un meccanismo automatico: «Non è una macchina che, una volta messa in moto, va avanti da sola», ammoniva. Per funzionare, infatti, ha bisogno di responsabilità, lungimiranza e partecipazione civica. La sfida, oggi come allora, è capire se il sistema istituzionale sia in grado di correggere le proprie distorsioni e recuperare lo spirito originario della Carta costituzionale. La posta in gioco è enorme e non riguarda soltanto l’organizzazione della giustizia, ma la tenuta complessiva dell’equilibrio democratico del Paese. La Carta fondamentale respira e può essere modificata seguendo lo schema che essa stessa si è data all’articolo 138. È successo già più di 40 volte.
Quello che è immorale e ignobile è usarla come arma di propaganda, trasformando il referendum in un plebiscito pro o contro Giorgia Meloni, svuotandolo di ogni contenuto giuridico. È vergognoso e, a tratti, ridicolo agitare lo spettro del fascismo, quando votano Sì un presidente emerito della Corte costituzionale, un esercito di costituzionalisti e metà della classe dirigente del Partito democratico degli ultimi trent’anni.
Chi vuole mettere la Costituzione sotto una lastra di vetro non intende proteggerla. La soffoca. La lascia com’è, pur essendo consapevole dei sopravvenuti limiti, solo perché gli conviene ed è funzionale ai propri interessi. Quei padri e quelle madri costituenti non volevano adoratori. Volevano figli capaci di fare ciò che loro stessi fecero: guardare la realtà e avere il coraggio di cambiarla.
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Nel riquadro, il pm Anna Gallucci (Ansa)
Anna Gallucci, pm di Pesaro
Io, da pubblico ministero, voterò Sì alla riforma, perché voglio una giustizia davvero uguale per tutti e una magistratura libera da qualsiasi condizionamento, reale o anche solo apparente. Il magistrato, infatti, non deve solo essere imparziale: deve anche apparire tale. Durante questa campagna referendaria la magistratura si è espressa con slogan, con toni forti, con attacchi alla politica.
Vi chiedo: vi è sembrata davvero terza? Vi sentireste tranquilli a entrare in un’aula di giustizia dopo aver sostenuto il referendum, di fronte a una campagna così massiccia da parte della magistratura per il No? Vi sentireste sicuri dopo che alcuni sostenitori del No hanno portato avanti una vera e propria campagna d’odio contro chi, legittimamente e democraticamente, ha espresso una semplice opinione? Molti magistrati del Sì sono stati pesantemente attaccati. A una collega è stato detto «Dimettiti». Solo perché ha avuto il coraggio di raccontare come stiano le cose e di dire Sì. E allora mi chiedo: è questa l’indipendenza della magistratura che i sostenitori del No dicono di voler difendere?
La campagna per il No si è basata spesso su un pregiudizio: un giudizio negativo formulato prima ancora di leggere il testo della riforma e ripetuto nonostante la riforma chiarisca espressamente, tramite l’articolo 104 della Costituzione, che la magistratura resta un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere, composto da magistrati della carriera giudicante e della carriera requirente. Trovo allarmante e pericoloso che durante questa campagna referendaria siano stati usati toni di disprezzo e siano state rivolte minacce, anche nei confronti di alcuni giornali, proprio da parte di coloro che dovrebbero essere i primi tutori della legalità. Ho sentito dire dai fautori del No che, con questa riforma, il pubblico ministero non svolgerà più indagini anche a favore della difesa.
Permettetemi una domanda: cittadini che siete entrati in un processo come indagati o imputati, quante indagini a vostro favore avete visto davvero fare dal pubblico ministero? Con la riforma, invece, questo potrà accadere maggiormente. Il pm svolge un mestiere diverso da quello del giudice: la riforma va nella direzione della specializzazione. A mio giudizio, un magistrato requirente più specializzato e responsabilizzato sentirà l’esigenza, ancor più di oggi, di valorizzare davvero anche gli elementi portati dalla difesa. E, a maggior ragione, dovrà essere sanzionato se non li considera.
Ho sentito dire anche che l’estrazione a sorte dei consiglieri del Consiglio superiore della magistratura sarebbe umiliante. Io rispondo che un po’ di umiltà non farebbe male a nessuno. La vera mortificazione della magistratura è un’altra: essere costretti a fare campagne elettorali per diventare membri del Csm; essere costretti a lunghe e faticose attività all’interno delle correnti per ottenere una candidatura. La vera mortificazione è che tutte le correnti, anche Magistratura indipendente, alla quale mi sono iscritta proprio perché colpita da quella parola, «indipendente», si siano allineate nel fare opposizione senza sé e senza ma a questa riforma.
Una riforma che, storicamente, nasce a sinistra e viene portata a compimento da un governo di destra. Purtroppo, oggi, alcuni esponenti progressisti, coerentemente con il loro ruolo di oppositori della maggioranza, sostengono il contrario pensando di danneggiare l’esecutivo, ma finendo per danneggiare i cittadini. La sinistra politica si è divisa. Le correnti dell’Associazione nazionale magistrati, invece, no. Da iscritta all’Anm ho potuto constatare direttamente cosa significhi fare campagne elettorali all’interno della magistratura associata. Sono esperienze che possono anche arricchire sul piano personale: si costruiscono rapporti umani, ci si confronta su temi importanti. Ma devo dire con sincerità che l’attività associativa e le campagne elettorali nulla hanno a che vedere con la nostra funzione di magistrati. Si vota sulla base della conoscenza e dell’appartenenza correntizia. Esattamente come accade nelle elezioni politiche o amministrative: si sceglie sulla base del partito o dei rapporti personali.
Quando i sostenitori del No sostengono che oggi al Csm entrano i più meritevoli, bisognerebbe ricordare loro che anche le fake news dovrebbero avere un limite di decenza. Meritevoli in base a quali criteri? Non esiste alcun concorso per entrare al Csm: entrano i più votati, non necessariamente i più bravi, esattamente come succede in politica.
Ho deciso di scendere in campo in questa campagna referendaria perché sono profondamente convinta che i cittadini vadano rispettati e non intimiditi, né ingannati con bugie sistematiche. Fin dalla mia prima intervista ho sentito il dovere di raccontare la verità. All’inizio ero sola. Poi una collega mi ha contattata via mail per sapere se volessi unirmi ad altri magistrati per il Sì. Magistrati che neppure si conoscevano tra loro. La cosa sorprendente è che, senza coordinarci e spesso senza neppure esserci mai visti, abbiamo iniziato a dire le stesse cose.
Questo significa una cosa sola: che stiamo semplicemente raccontando la verità. E lo facciamo assumendoci tutti i rischi, perché siamo stati delegittimati da alcuni quotidiani ed esposti alla gogna mediatica. C’è chi si è messo a scavare nelle nostre vite private. Come se parlare fosse un privilegio riservato solo ai sostenitori del No. Durante la campagna referendaria sono stata spesso attaccata e offesa sui social, ma non dagli inevitabili leoni da tastiera, bensì da profili fake creati appositamente per screditare l’avversario. Uno strumento a cui ricorre chi non ha argomentazioni per sostenere un vero dibattito. Eppure questa campagna referendaria mi ha anche restituito qualcosa di molto importante: tantissime attestazioni di solidarietà. Da colleghi, che magari preferiscono non esporsi pubblicamente, ma soprattutto da tanti cittadini. Cittadini che non hanno nulla a che fare con i palazzi di giustizia, ma che da sempre percepiscono che qualcosa nella magistratura non funzioni e che hanno capito che ora abbiamo l’occasione di cambiare le cose.
Ho incontrato persone di ogni orientamento politico, di sinistra e di destra, unite solo dal desiderio di informarsi e capire. Quando si dice che questa riforma è troppo tecnica e difficile da spiegare ai cittadini, si dice una cosa falsa. La riforma non è incomprensibile. Se viene spiegata in modo complicato è perché qualcuno preferisce tenere all’oscuro i cittadini, invece di raccontare la verità in modo chiaro. Cari lettori, per tutte queste ragioni e per contrastare questa deriva antidemocratica, vi chiedo, il 22 e 23 marzo, di andare a votare e di scegliere il Sì.
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Pietrangelo Buttafuoco (Ansa)
Ora però vediamo di non perdere di vista la situazione più generale e non sacrificare gli interessi nazionali sull’altare dell’Europa. L’opinione pubblica non ha più alcuna intenzione di veder indebolito ulteriormente il proprio potere d’acquisto: il caro petrolio non è soltanto lo sciacallaggio di alcuni alla pompa di benzina ma è pure l’incremento dei prezzi nei prodotti che mettiamo nel carrello della spesa.
Se l’America ha deciso di allargare le maglie verso la Russia rispetto alle sanzioni energetiche, non si capisce l’intransigenza europea nel tenerle strette. Non credo che l’Europa sia nelle condizioni di giocare una partita energetica con la forza negoziale degli States, quindi invitiamo il governo italiano a differenziarsi rispetto alla strategia di Bruxelles. Di sicuro l’atteggiamento ostile che il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha verso il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco non ci fanno ben sperare. La Biennale parla un linguaggio che è «oltre» la politica, è un ponte o se volete un by-pass che la politica usa per negoziare con registri differenti.
Se dall’inizio della guerra in Medio Oriente la Russia ha incassato 150 milioni di dollari in più al giorno dalla vendita di petrolio, non possiamo non considerare il peso del petrolio sugli scenari globali (alla faccia delle rivoluzioni green della Ue). Non so cosa vogliano fare a Bruxelles, ma so cosa vorrei che facesse questo governo di centrodestra: fare gli interessi degli italiani! Ecco perché lascerei perdere sbandamenti del tipo «Non diamo vantaggi a Putin»: se la Russia racimola poco meno di due miliardi nel giro di 14 giorni, è evidente che non ha bisogno di noi. Al limite siamo noi che tra poco faremo i conti con l’ammutinamento degli italiani spazientiti.
Ora, il ministro Giuli può anche giocare a indignarsi ma qui il gioco non regge: prima dell’attacco all’Iran e dopo l’invasione russa in Ucraina, fior di multinazionali (americane ed europee, anche italiane) non hanno mai smesso di operare sul mercato russo, lo sa? E hanno generato circa 41,4 miliardi di dollari di tasse versate all’erario russo tra il 2022 e il 2023, cioè una cifra equivalente a circa un terzo dell’intero bilancio militare della Russia per il 2025? Se volete qualche nome eccolo: la britannica Unilever, le francesi Total, Auchan, Leroy Merlin. Nell’elenco non mancano le italiane Ferrero, Barilla, Fenzi e Calzedonia tanto per fare qualche nome. Fanno bene? Assolutamente sì e infatti nessuno si sognerebbe di puntare l’indice contro di loro. A voler essere precisi - caro Giuli - quando si parlò di usare gli asset finanziari russi congelati in Belgio per finanziare la resistenza ucraina, il nostro presidente del Consiglio si oppose anche per difendere le aziende italiane in Russia. Ma andiamo oltre, facciamo sempre parlare i numeri, invece di una retorica che francamente mi ha anche stancato. Ebbene i numeri dicono che, a fronte dei vari pacchetti di sanzioni, l’Europa compra ancora direttamente o indirettamente energia da Mosca. Prendo per buono ciò che ha scritto Mattia Feltri pochi giorni fa sulla Stampa a proposito dell’acquisto europeo di gas russo, alla faccia dei venti pacchetti: «Dal nemico irriducibile, secondo logica, non dovremmo più acquistare nemmeno un barattolo di caviale da un triennio. E invece va così. Ma restate seduti perché non è finita. Tutto il gas naturale liquefatto estratto a febbraio nella penisola russa di Yamal è stato trasportato nei terminali dell’Unione europea. Non un po’, non tanto: tutto. Un milione e mezzo di tonnellate. E, già a gennaio, proprio tutto no, ma il 93 per cento ce lo eravamo accaparrati. E cioè: si è stabilito di non comprare più gas dalla Russia? Bene, nel frattempo compriamone più che si può». Non vi basta? Ecco cosa scriveva Federico Fubini qualche tempo fa sul Corriere della Sera: «Lo stretto fra la Danimarca e la Svezia in entrata e uscita dal Baltico misura appena quattro chilometri nel suo punto più stretto, tutto in acque della Nato e dell’Unione europea e dunque in teoria è controllato dalle organizzazioni più ricche e potenti che la storia abbia mai visto. Eppure continuiamo a far passare esportazioni di petrolio russo per decine di miliardi di euro all’anno: l’equivalente di quanto stiamo pagando ogni anno per cercare di difendere l’Ucraina dall’aggressione della Russia stessa, finanziata con quei fondi. […] Il risultato è che l’export di greggio e prodotti petroliferi, con cui Mosca sostiene la guerra, in volume sta aumentando: 21 milioni di tonnellate di export in gennaio scorso, 22 milioni in agosto, 23 a settembre e probabilmente ancora di più ottobre. La chiave è nel Mar Baltico». Prima dell’attacco americano e israeliano in Iran e prima della scelta Usa di allentare le sanzioni.
A fronte di questi dati vogliamo ancora giocare a fare i duri e puri con Buttafuoco, il quale almeno ha il merito di giocare a carte scoperte in nome del dialogo culturale?
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Ansa
I più pacati scandivano «governo Meloni dimissioni» o «cacciamo il governo dei fascisti guerrafondai», esibendo striscioni sui quali avvertono: «Non ci arruoliamo». Poi a comando saltellavano, intonando «chi non salta è un fascista», sulle note di Bella ciao, cercando goffamente di fare il verso alla premier che saltava con il ministro degli esteri, Antonio Tajani, lo scorso novembre in chiusura dell’intervento al comizio dei big del centrodestra a Napoli, mentre la folla intonava «Chi non salta comunista è».
Ma la violenza che percorre manifestazioni come quella del Comitato No sociale, ieri a Roma, dove ai presunti pacifisti si mescola ogni genere di attivisti avvolti in kefiah e sventolando pure la bandiera di Hezbollah, ha portato subito a bruciare con fumogeni due immagini. La prima, che raffigurava il presidente del Consiglio mentre teneva a guinzaglio e con la museruola il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, recava la scritta «No al vostro referendum».
Sulla seconda fotografia, con la stretta di mano tra Meloni e il premier israeliano Benjamin Netanyahu, era scritto: «No al vostro genocidio, 75.000 civili uccisi, 2 milioni di sfollati». I manifestanti saranno denunciati per vilipendio delle istituzioni, anche attraverso l’analisi delle immagini registrate dalla Scientifica.
In piazza a Roma, Milano e Torino c’era un po’ di tutto, da Potere al popolo a collettivi studenteschi come Osa e Cambiare Rotta; da Movimento migranti e rifugiati di Napoli a No Ponte Calabria; da Global movement to Gaza a Unione democratica arabo palestinese; da Moschea Omar a Emilia por Cuba passando per Strasaffica e via con le sigle che fremono per avere visibilità. Tra i cartelli, «Giù le mani dall’Iran», «Nessuna base, nessun soldato. Fuori l’Italia dalla Nato» e anche «No al colonialismo». Dimostranti hanno esibito uno striscione con scritto «Contro le aggressioni imperialiste. Difendere Cuba socialista». L’Associazione nazionale magistrati è intervenuta sulla violenza di quelle fotografie strappate e del messaggio devastante che gesti simili vogliono trasmettere. «Esprimiamo la nostra solidarietà alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e al ministro della Giustizia Carlo Nordio per quanto accaduto al corteo di Roma. Il nostro invito ad abbassare i toni nel corso di questa campagna referendaria è sempre valso e sempre varrà per chiunque e a prescindere dai propri orientamenti personali e collettivi», ha fatto sapere.
Solidarietà è stata espressa dal presidente del Comitato Giusto dire No, Enrico Grosso. «Pensare che bruciare le immagini di Nordio e Meloni sia un atto che contenga un qualche senso è quanto di più distante dal nostro modo di intendere questa campagna referendaria», ha detto. Ed è stato costretto a pronunciare parole di condanna anche Giuseppe Conte, presidente M5s: «Questo governo deve andare a casa con la forza delle idee e della democrazia, non a colpi di odio e violenza. Mancano una manciata di giorni all’appuntamento del referendum, a chi scende in piazza oggi (ieri per chi legge, ndr) e nei prossimi giorni dico: continuiamo a spiegare e ribadire le ragioni del No democraticamente». Ringrazio di cuore chi ha manifestato la sua solidarietà, in particolare il presidente del Comitato per il No, Enrico Grosso, e l’Anm. Auspico anche io che nei prossimi giorni il dibattito si mantenga nei termini indicati da Sergio Mattarella, con pacatezza e lealtà, sui reali contenuti. Naturalmente questi eccessi aggressivi, lungi dall’intimorirmi, mi sollecitano a proseguire con sempre maggior determinazione e vigore», ha dichiarato Nordio.
Il corteo romano, partito da piazza della Repubblica, si era concluso a piazza San Giovanni dove zainetti rosa e fagotti bianchi cosparsi di petali volevano ricordare le 175 bambine della scuola elementare Shajareh Tayyebeh in Iran, uccise da un missile americano nel primo giorno di bombardamenti. Manifestazioni che si dichiarano contro la violenza, eppure la fanno entrare. Come è accaduto ieri a Milano, dove alcuni manifestanti hanno bruciato una bandiera di Israele lungo un corteo partito dall’Arco della Pace con lo slogan «Contro guerra imperialista e sionismo». Promosso da realtà antagoniste nell’ambito della tre giorni di eventi per ricordare Davide Cesare, «Dax», ucciso nel 2003 da militanti di estrema destra, è stato il pretesto per occupare ancora una volta il Palasharp. Anche a Torino, nel corteo regionale per la Palestina, sotto una pioggia battente è stata bruciata la bandiera di Israele.
Ieri Meloni ha rilanciato sui social un video in cui il costituzionalista (ed ex parlamentare del Pd) Stefano Ceccanti spiega le ragioni del Sì al referendum. «Il professor Ceccanti, sicuramente non tacciabile di essere un mio sostenitore o elettore, spiega in pochi secondi perché votare Sì al referendum. Un invito ad andare oltre appartenenze politiche e contrapposizioni ideologiche, guardando semplicemente al merito del quesito».
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