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2022-08-07
Noi, rovinati dai vaccini. Ora vi chiediamo verità
iStock
Le reazioni avverse al vaccino sono più numerose dei dati ufficiali. E hanno distrutto la vita di tante persone che hanno perso salute e lavoro, e ora non riescono a sbarcare il lunario. Dimenticati anche dallo Stato che ha reso l’iniezione obbligatoria. Come dimostrano queste drammatiche storie.
«Mi sento intrappolato in un corpo che non è il mio. Sono costretto a vivere una vita che non mi appartiene». Questo è il filo che unisce le storie di chi, dopo essersi sottoposto alla vaccinazione contro il Covid, ha sviluppato degli effetti avversi. Una puntura e ti risvegli privato della salute, della forza fisica e mentale per affrontare le giornate, lavoro compreso. E così oltre al danno, quello evidente che ha colpito il corpo, se ne crea anche un altro: quello lavorativo. Spesso i danneggiati mentre lottano per guarire cercando medici in grado di curarli, perdono anche la loro occupazione e di conseguenza, lo stipendio. Si innesca una spirale negativa in cui tutta la vita viene distrutta pezzo dopo pezzo, nella più totale indifferenza e solitudine, perché quello del vaccino è un meccanismo troppo perfetto che non ammette che qualcosa possa andar storto. Eppure qualcosa è sfuggito al controllo, l’ingranaggio si è inceppato, ci sono persone che da oltre un anno hanno smesso di vivere realmente.
Francesco Schenone: «Vertigini e tachicardia. A 28 anni non ho un futuro»

Francesco Schenone
«La mia era una vita normalissima, a 27 anni pensi di avere tutto il tempo che vuoi per realizzare qualsiasi cosa, ora invece non riesco neanche a immaginare come sarà il futuro». Francesco Schenone ora ha 28 anni, sono passati più di 12 mesi da quell’unica dose di vaccino che gli ha portato via tutto. «Sono sempre stato super attivo, ho iniziato a lavorare a 18 anni perché volevo avere la capacità economica di conquistare le mie cose da solo. Facevo il fruttivendolo e allo stesso tempo suonavo la batteria in una band, i soldi guadagnati li investivo per studiare musica a Milano».
Francesco è di Recco (Genova). Il 4 giugno dello scorso decise di vaccinarsi in un Open day, quelle giornate aperte a tutti, anche a chi non aveva ancora l’età per accedere alla vaccinazione, quando ancora i vaccini erano pochi e si dava precedenza alle fasce d’età più a rischio. «Mi sono immunizzato prima dei miei coetanei perché mio papà è un soggetto fragile, volevo proteggerlo. Credevo davvero nel vaccino, pensavo fosse la soluzione per poter uscire dall’incubo della pandemia, invece sono sprofondato io in un incubo senza via d’uscita».
È bastata una sola dose: Francesco già dopo poche ore ha iniziato ad avere strani spasmi muscolari. Pensava passassero, ma non è stato così. Dopo tre giorni doveva suonare con la sua band, ma il braccio non rispondeva, e così non ha potuto esibirsi. Intanto hanno iniziato a manifestarsi altri disturbi: acufeni, vertigini e una strana tachicardia. «Per un po’ ho continuato a lavorare, stringevo i denti, cercavo di resistere, non volevo accettare quello che mi stava succedendo. Intanto continuavo a fare visite specialistiche. Dopo un mese e mezzo, però, ho smesso di lavorare, non ero più in grado. C’erano momenti in cui avevo una tachicardia fortissima e poi venivo travolto dalle vertigini, così forti da non riuscire a stare in piedi». Dopo tutti gli esami, a Schenone è stata diagnosticata una pericardite post-vaccino e la Pots, una patologia neurologica che colpisce il cuore e causa proprio quelle vertigini così invalidanti che lo hanno costretto ad abbandonare tutte le sue attività, lavoro compreso.
«Ho 28 anni e non so se sarò più capace di lavorare, non so se potrò più riprendere a suonare la batteria, se sarò in grado di ricominciare a studiare musica, dovendo arrivare fino a Milano. Ora tutto mi sembra difficile, ho perso completamente la mia spensieratezza. Mi manca poter uscire di casa senza avere la paura di stare male».
Giovanna Viotto: «Volevo tutelare i pazienti, ma nessuno ha protetto me»

Giovanni Viotto
«Il mio è stato un vero e proprio calvario. Accanto alla disperazione di non capire che cosa stesse succedendo al mio corpo, c’era anche quella di cercare un modo per sostenere me e mia figlia. Mi sono sentita abbandonata, sono tutt’oggi completamente abbandonata, eppure la mia unica colpa è stata vaccinarmi». Ha le lacrime agli occhi Giovanna Viotto, 53 anni, di Biella, mentre ripensa a tutto quello che ha passato. Una figlia adolescente da mantenere e la possibilità di lavorare cancellata così, di netto, con un colpo di spugna.
«Sono un’operatrice sociosanitaria, accudisco i malati. Ho sempre lavorato in ospedale e a domicilio, mi sono vaccinata perché mi è stato detto che serviva a protegge i pazienti, e quindi non mi sono tirata indietro. Peccato che nessuno abbia protetto me». Il danno da vaccino si è manifestato subito dopo la prima dose. Ha iniziato ad avere dei forti dolori muscolari in tutto il corpo, dopo tre giorni non riusciva a camminare bene. E poi dopo dieci giorni è arrivata la paralisi totale.
«Stavo pranzando con mia figlia, a un certo punto non sono più riuscita a muovere gli arti. Le gambe immobili, le braccia sono cadute lungo il corpo, il collo si è irrigidito portando la mia testa all’indietro. Ero terrorizzata. Imprigionata in un contenitore che non rispondeva ai miei comandi. Sono state le ore più lunghe della mia vita, respiravo, ero cosciente, ma completamente bloccata». Dopo tre ore e mezzo e una siringa di cortisone e antistaminico, Giovanna ha ricominciato a muoversi. Ma il giorno dopo ha avuto un’altra paralisi. È stata portata in ospedale ed è iniziata la solita trafila tra esami e risonanze.
«Non ho camminato per sei mesi, e ovviamente ho perso il lavoro, ma oltre al danno, la beffa. Quando ho iniziato a star meglio, mi è stato detto che non avrei potuto più fare l’oss nonostante l’esenzione. Per accudire i malati ci vuole il ciclo completo vaccinale con tanto di terza dose, io mi sono fermata alla prima».
E così Giovanna a 53 anni ha dovuto reiventarsi, ha fatto la cameriera, l’aiuto cuoco, le pulizie, ma ogni volta è stata licenziata per le troppe assenze. La sua salute non è più quella di prima, gli è stata diagnosticata anche la pericardite post-vaccino. «Non so davvero come poter uscire da questa situazione, vorrei solo che qualcuno mi aiutasse. Io non ho scelto di stare male e neanche di non poter più fare il lavoro che ho sempre fatto. Ho solo ascoltato la scienza e mi sono vaccinata».
Michele Pavan: «È come se la pelle bruciasse e presto sarò disoccupato»

Michele Pavan
«È stata una cosa devastante, avevo crisi respiratorie, fitte al cuore, spilli in tutto il corpo come se la mia pelle andasse a fuoco. Mi sentivo come se pesassi cinque quintali. Non avrei mai potuto immaginare una cosa simile, eppure faccio l’infermiere, ho lavorato in ospedale per più di vent’anni». Michele Pavan, 45 anni, di Cittadella (Padova) ci accoglie mostrando le mani. «È passato più di un anno dalla prima dose che mi ha rovinato la vita. Guardate il mignolo», dice, «continua ad avere spasmi involontari. Dal 31 maggio 2021 i miei arti si contraggono senza che possa farci nulla».
Michele lavorava nel reparto di psichiatria, anche lui avendo una sola dose non può più tornare alla sua vecchia mansione, e così deve cercare di reinventarsi, mettersi in gioco in una nuova attività, nonostante ormai non sia più quello di prima. «Ho iniziato a star male poco dopo l’iniezione, ho subito avvertito un forte dolore alla testa e mi sono mancate le forze. Avevo paura di fare il vaccino perché sono allergico ad alcuni farmaci, ma mi sono dovuto vaccinare comunque. Quando vai nel centro vaccinale agli operatori non interessa chi sei e cosa ti potrebbe succedere, l’importante è che tu ti faccia fare l’iniezione. Io ho assolto al mio dovere civico, ma ora perché vengo punito per questo?».
È in attesa che una commissione si riunisca per cambiargli il ruolo, non potendo più stare a contatto con i pazienti, dovrebbe andare in amministrazione, ma sembra che non sarà così. «Dopo la malattia mi hanno messo in ferie d’ufficio, la mia ultima busta paga è stata di 330 euro, ormai non ho neanche più i soldi per comprarmi le medicine. Questo sistema, oltre che avermi abbandonato, mi ha portato alla fame, mi ha tolto la dignità. Io prima del vaccino vivevo del mio lavoro, non ho mai chiesto nulla a nessuno, e adesso? Sono in attesa di questa decisione, ma il medico del lavoro mi ha già detto che sarò licenziato».
Gli hanno diagnosticato un long Covid da vaccino, che dopo 14 mesi non smette di tormentarlo e per questo Michele deve continuare a sottoporsi a visite specialistiche. «In pratica sono stato danneggiato dal Covid, pur non avendolo preso. Ormai i soldi sono finiti, ho prosciugato tutti i risparmi. Nessuno si interessa alla tua vita, anche se è stata completamente stravolta all’improvviso. Da un giorno all’altro ti ritrovi malato, non sai cosa fare e non c’è nessuno che ti aiuta. Ti ritrovi in una strada senza via d’uscita e per di più se ne parli, non vieni creduto, anzi, ti isolano».
Giuseppe Sanacore: «Ho perso i sensi, da allora sono sulla sedia a rotelle»

Giuseppe Sanacore
«Ho lavorato nei cantieri navali per trent’anni, sono partito dal basso e pian piano ero diventato responsabile di produzione, gestivo il magazzino. Sembra banale dirlo, ma amavo il mio lavoro, entravo per primo, uscivo per ultimo, lo sforzo fisico non mi ha mai spaventato, almeno fino a un anno fa. Ora non ho più nulla, non posso neanche alzarmi in piedi». Giuseppe Sanacore ci viene incontro sulla sua sedia a rotelle, 56 anni, la maggior parte passati tra le barche e il mare che bagna Fano. Nei suoi occhi un’enorme tristezza e il ricordo di quello che era prima del vaccino contro il Covid.
«Sono sempre stato un soggetto allergico», racconta, «non posso mangiare crostacei e arachidi, il polline mi scatena l’allergia, ovviamente avevo segnalato tutto questo ai medici vaccinatori, ma l’iniezione me l’hanno fatta comunque». La prima dose non ha avuto grandi conseguenze, per Giuseppe, il solito dolore al braccio, nulla di più. È stata la seconda a distruggergli la vita. «Chi mi ha vaccinato, dopo aver sentito delle mie allergie, mi ha consigliato di aspettare almeno mezz’ora nella sala d’attesa dopo l’iniezione, e così ho fatto. Per fortuna ero lì e non alla guida, perché altrimenti non so cosa sarebbe potuto succedere». Dopo 25 minuti, infatti, gli si è annebbiata la vista, neanche il tempo di riuscire a chiamare aiuto e ha perso conoscenza. L’arrivo dell’ambulanza, la corsa in ospedale e poi ben 14 ore di buio profondo, in cui Giuseppe non è riuscito a svegliarsi. Poi finalmente ha riaperto gli occhi, ma non riusciva più ad alzarsi dal letto.
Dopo tre giorni ha provato a mettersi in piedi sorretto da un’infermiera, ma appena la donna ha lasciato le sue mani, è caduto per terra. Così è iniziato il lungo calvario fatto di analisi, visite mediche specialistiche e Tac. L’unica certezza è che le sue gambe hanno perso forza e nonostante tutti gli accertamenti - il ricovero in ospedale è durato quasi un mese - i medici non hanno trovato una cura.
«Mi è stato detto che avevo patologie nascoste che con il vaccino sono esplose, anche se non hanno ancora individuato di cosa si tratti. È passato un anno e io continuo a non capire cosa sia accaduto al mio corpo, non riesco a rassegnarmi a una vita così». Ora però il problema, oltre che fisico è diventato anche economico. «Sono qui, sulla sedia a rotelle, privato di tutto, anche del mio lavoro. Mi ero messo in malattia, ovviamente, ma quando è finita sono stato licenziato. Sono diventato un disabile che a 56 anni cerca un lavoro e non sa come mantenere la sua famiglia. Sono stato danneggiato dal vaccino e nessuno vuole aiutarmi, lo Stato non sa neanche che esisto, come farò a sopravvivere?».
Tony Taffo: «Mi è impossibile deglutire. Da un anno vivo di pappette»

Nel riquadro Tony Taffo (iStock)
«Immaginate di essere sani, perfettamente normali, felici. Di avere un lavoro, un cane, una vita tranquilla. Poi all’improvviso vi svegliate e nessuna parte del vostro corpo risponde più al vostro comando. Non riuscite neanche a deglutire. E così perdete tutto, fino ad avere una invalidità riconosciuta al 75%. Ecco, questa è la mia storia». Incontriamo Tony Taffo nell’appartamento dove vive, a Osimo (Ancona). Dimostra più dei suoi 48 anni, è magro, molto magro. «Ho perso oltre 15 chili, e con quei chili è andato via anche il mio sorriso. Nel momento peggiore ne pesavo solo 59, ero uno scheletro, mi volevano ricoverare per denutrizione».
Si alza a fatica e va verso il mobiletto della cucina, lo apre e mostra una serie di piccoli barattoli, sono omogeneizzati, pappette per neonati. «Questo è quello che mangio, o meglio che riesco a mangiare, da luglio dell’anno scorso. Dopo 3 giorni dal vaccino ho iniziato ad avere problemi a deglutire, finché una notte mi sono soffocato con la mia stessa saliva, da lì è iniziato l’inferno».
Tony ha iniziato a nutrirsi solo con cibi frullati, quelli che mangia tutt’ora. Ha sviluppato anche una broncopatia cronica, è stato ricoverato due volte, i medici gli hanno fatto tutti gli esami possibili, ma sono riusciti solo a evidenziare una disfunzione motoria della deglutizione, senza però dargli una cura o una terapia. «Mi è stato detto che il danno potrebbe essere permanente. In questi 13 mesi ho perso i capelli, spesso mi si riempiva la bocca di sangue. Da dicembre non ho più la sensibilità della lingua e non sento più i sapori». Perdendo le forze, ha perso anche il lavoro, prima faceva il giardiniere, si occupava della manutenzione delle case di riposo, un impiego faticoso che non potrà più fare.
«Mi conoscevano tutti perché mi piaceva scherzare con i vecchietti in strada, al bar, ero un po’ un burlone, ora vivo come un recluso in casa perché mi mancano le forze anche per fare le scale. Non mi riconosco più, prima del vaccino avevo dei sogni, mi dovevo trasferire a Bergamo, immaginavo una famiglia. Tutto questo mi è stato strappato via, lasciandomi nella disperazione più totale». E così dopo aver perso il lavoro, Tony non è riuscito più a pagare l’affitto, per fortuna l’intervento del Comune ha bloccato lo sfratto. «Ho rischiato anche di rimanere senza casa, adesso sopravvivo grazie alla pensione di invalidità. Passa il tempo, speri di migliorare, ma non è così, e cerchi da qualche parte la forza di continuare a vivere».
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Si chiamano Giovanna,Francesco, Michele, Tony e Giuseppe. Raccontano il loro dolore: «Qualcuno ne risponda». L’immunologo Giovanni Frajese: «Mi candido per fare luce. Subito una commissione d’inchiesta». Ricercatore rivela: «L’mRna? I difetti di quel sistema erano noti a tutti».Le reazioni avverse al vaccino sono più numerose dei dati ufficiali. E hanno distrutto la vita di tante persone che hanno perso salute e lavoro, e ora non riescono a sbarcare il lunario. Dimenticati anche dallo Stato che ha reso l’iniezione obbligatoria. Come dimostrano queste drammatiche storie.«Mi sento intrappolato in un corpo che non è il mio. Sono costretto a vivere una vita che non mi appartiene». Questo è il filo che unisce le storie di chi, dopo essersi sottoposto alla vaccinazione contro il Covid, ha sviluppato degli effetti avversi. Una puntura e ti risvegli privato della salute, della forza fisica e mentale per affrontare le giornate, lavoro compreso. E così oltre al danno, quello evidente che ha colpito il corpo, se ne crea anche un altro: quello lavorativo. Spesso i danneggiati mentre lottano per guarire cercando medici in grado di curarli, perdono anche la loro occupazione e di conseguenza, lo stipendio. Si innesca una spirale negativa in cui tutta la vita viene distrutta pezzo dopo pezzo, nella più totale indifferenza e solitudine, perché quello del vaccino è un meccanismo troppo perfetto che non ammette che qualcosa possa andar storto. Eppure qualcosa è sfuggito al controllo, l’ingranaggio si è inceppato, ci sono persone che da oltre un anno hanno smesso di vivere realmente.<div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/noi-rovinati-vaccini-chiediamo-verita-2657823311.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="francesco-schenone-vertigini-e-tachicardia-a-28-anni-non-ho-un-futuro" data-post-id="2657823311" data-published-at="1659914044" data-use-pagination="False"> Francesco Schenone: «Vertigini e tachicardia. A 28 anni non ho un futuro» Francesco Schenone «La mia era una vita normalissima, a 27 anni pensi di avere tutto il tempo che vuoi per realizzare qualsiasi cosa, ora invece non riesco neanche a immaginare come sarà il futuro». Francesco Schenone ora ha 28 anni, sono passati più di 12 mesi da quell’unica dose di vaccino che gli ha portato via tutto. «Sono sempre stato super attivo, ho iniziato a lavorare a 18 anni perché volevo avere la capacità economica di conquistare le mie cose da solo. Facevo il fruttivendolo e allo stesso tempo suonavo la batteria in una band, i soldi guadagnati li investivo per studiare musica a Milano».Francesco è di Recco (Genova). Il 4 giugno dello scorso decise di vaccinarsi in un Open day, quelle giornate aperte a tutti, anche a chi non aveva ancora l’età per accedere alla vaccinazione, quando ancora i vaccini erano pochi e si dava precedenza alle fasce d’età più a rischio. «Mi sono immunizzato prima dei miei coetanei perché mio papà è un soggetto fragile, volevo proteggerlo. Credevo davvero nel vaccino, pensavo fosse la soluzione per poter uscire dall’incubo della pandemia, invece sono sprofondato io in un incubo senza via d’uscita».È bastata una sola dose: Francesco già dopo poche ore ha iniziato ad avere strani spasmi muscolari. Pensava passassero, ma non è stato così. Dopo tre giorni doveva suonare con la sua band, ma il braccio non rispondeva, e così non ha potuto esibirsi. Intanto hanno iniziato a manifestarsi altri disturbi: acufeni, vertigini e una strana tachicardia. «Per un po’ ho continuato a lavorare, stringevo i denti, cercavo di resistere, non volevo accettare quello che mi stava succedendo. Intanto continuavo a fare visite specialistiche. Dopo un mese e mezzo, però, ho smesso di lavorare, non ero più in grado. C’erano momenti in cui avevo una tachicardia fortissima e poi venivo travolto dalle vertigini, così forti da non riuscire a stare in piedi». Dopo tutti gli esami, a Schenone è stata diagnosticata una pericardite post-vaccino e la Pots, una patologia neurologica che colpisce il cuore e causa proprio quelle vertigini così invalidanti che lo hanno costretto ad abbandonare tutte le sue attività, lavoro compreso.«Ho 28 anni e non so se sarò più capace di lavorare, non so se potrò più riprendere a suonare la batteria, se sarò in grado di ricominciare a studiare musica, dovendo arrivare fino a Milano. Ora tutto mi sembra difficile, ho perso completamente la mia spensieratezza. Mi manca poter uscire di casa senza avere la paura di stare male». <div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/noi-rovinati-vaccini-chiediamo-verita-2657823311.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="giovanna-viotto-volevo-tutelare-i-pazienti-ma-nessuno-ha-protetto-me" data-post-id="2657823311" data-published-at="1659914044" data-use-pagination="False"> Giovanna Viotto: «Volevo tutelare i pazienti, ma nessuno ha protetto me» Giovanni Viotto «Il mio è stato un vero e proprio calvario. Accanto alla disperazione di non capire che cosa stesse succedendo al mio corpo, c’era anche quella di cercare un modo per sostenere me e mia figlia. Mi sono sentita abbandonata, sono tutt’oggi completamente abbandonata, eppure la mia unica colpa è stata vaccinarmi». Ha le lacrime agli occhi Giovanna Viotto, 53 anni, di Biella, mentre ripensa a tutto quello che ha passato. Una figlia adolescente da mantenere e la possibilità di lavorare cancellata così, di netto, con un colpo di spugna.«Sono un’operatrice sociosanitaria, accudisco i malati. Ho sempre lavorato in ospedale e a domicilio, mi sono vaccinata perché mi è stato detto che serviva a protegge i pazienti, e quindi non mi sono tirata indietro. Peccato che nessuno abbia protetto me». Il danno da vaccino si è manifestato subito dopo la prima dose. Ha iniziato ad avere dei forti dolori muscolari in tutto il corpo, dopo tre giorni non riusciva a camminare bene. E poi dopo dieci giorni è arrivata la paralisi totale.«Stavo pranzando con mia figlia, a un certo punto non sono più riuscita a muovere gli arti. Le gambe immobili, le braccia sono cadute lungo il corpo, il collo si è irrigidito portando la mia testa all’indietro. Ero terrorizzata. Imprigionata in un contenitore che non rispondeva ai miei comandi. Sono state le ore più lunghe della mia vita, respiravo, ero cosciente, ma completamente bloccata». Dopo tre ore e mezzo e una siringa di cortisone e antistaminico, Giovanna ha ricominciato a muoversi. Ma il giorno dopo ha avuto un’altra paralisi. È stata portata in ospedale ed è iniziata la solita trafila tra esami e risonanze.«Non ho camminato per sei mesi, e ovviamente ho perso il lavoro, ma oltre al danno, la beffa. Quando ho iniziato a star meglio, mi è stato detto che non avrei potuto più fare l’oss nonostante l’esenzione. Per accudire i malati ci vuole il ciclo completo vaccinale con tanto di terza dose, io mi sono fermata alla prima».E così Giovanna a 53 anni ha dovuto reiventarsi, ha fatto la cameriera, l’aiuto cuoco, le pulizie, ma ogni volta è stata licenziata per le troppe assenze. La sua salute non è più quella di prima, gli è stata diagnosticata anche la pericardite post-vaccino. «Non so davvero come poter uscire da questa situazione, vorrei solo che qualcuno mi aiutasse. Io non ho scelto di stare male e neanche di non poter più fare il lavoro che ho sempre fatto. Ho solo ascoltato la scienza e mi sono vaccinata». <div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/noi-rovinati-vaccini-chiediamo-verita-2657823311.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="michele-pavan-e-come-se-la-pelle-bruciasse-e-presto-saro-disoccupato" data-post-id="2657823311" data-published-at="1659914044" data-use-pagination="False"> Michele Pavan: «È come se la pelle bruciasse e presto sarò disoccupato» Michele Pavan «È stata una cosa devastante, avevo crisi respiratorie, fitte al cuore, spilli in tutto il corpo come se la mia pelle andasse a fuoco. Mi sentivo come se pesassi cinque quintali. Non avrei mai potuto immaginare una cosa simile, eppure faccio l’infermiere, ho lavorato in ospedale per più di vent’anni». Michele Pavan, 45 anni, di Cittadella (Padova) ci accoglie mostrando le mani. «È passato più di un anno dalla prima dose che mi ha rovinato la vita. Guardate il mignolo», dice, «continua ad avere spasmi involontari. Dal 31 maggio 2021 i miei arti si contraggono senza che possa farci nulla».Michele lavorava nel reparto di psichiatria, anche lui avendo una sola dose non può più tornare alla sua vecchia mansione, e così deve cercare di reinventarsi, mettersi in gioco in una nuova attività, nonostante ormai non sia più quello di prima. «Ho iniziato a star male poco dopo l’iniezione, ho subito avvertito un forte dolore alla testa e mi sono mancate le forze. Avevo paura di fare il vaccino perché sono allergico ad alcuni farmaci, ma mi sono dovuto vaccinare comunque. Quando vai nel centro vaccinale agli operatori non interessa chi sei e cosa ti potrebbe succedere, l’importante è che tu ti faccia fare l’iniezione. Io ho assolto al mio dovere civico, ma ora perché vengo punito per questo?».È in attesa che una commissione si riunisca per cambiargli il ruolo, non potendo più stare a contatto con i pazienti, dovrebbe andare in amministrazione, ma sembra che non sarà così. «Dopo la malattia mi hanno messo in ferie d’ufficio, la mia ultima busta paga è stata di 330 euro, ormai non ho neanche più i soldi per comprarmi le medicine. Questo sistema, oltre che avermi abbandonato, mi ha portato alla fame, mi ha tolto la dignità. Io prima del vaccino vivevo del mio lavoro, non ho mai chiesto nulla a nessuno, e adesso? Sono in attesa di questa decisione, ma il medico del lavoro mi ha già detto che sarò licenziato».Gli hanno diagnosticato un long Covid da vaccino, che dopo 14 mesi non smette di tormentarlo e per questo Michele deve continuare a sottoporsi a visite specialistiche. «In pratica sono stato danneggiato dal Covid, pur non avendolo preso. Ormai i soldi sono finiti, ho prosciugato tutti i risparmi. Nessuno si interessa alla tua vita, anche se è stata completamente stravolta all’improvviso. Da un giorno all’altro ti ritrovi malato, non sai cosa fare e non c’è nessuno che ti aiuta. Ti ritrovi in una strada senza via d’uscita e per di più se ne parli, non vieni creduto, anzi, ti isolano». <div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/noi-rovinati-vaccini-chiediamo-verita-2657823311.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="giuseppe-sanacore-ho-perso-i-sensi-da-allora-sono-sulla-sedia-a-rotelle" data-post-id="2657823311" data-published-at="1659914044" data-use-pagination="False"> Giuseppe Sanacore: «Ho perso i sensi, da allora sono sulla sedia a rotelle» Giuseppe Sanacore «Ho lavorato nei cantieri navali per trent’anni, sono partito dal basso e pian piano ero diventato responsabile di produzione, gestivo il magazzino. Sembra banale dirlo, ma amavo il mio lavoro, entravo per primo, uscivo per ultimo, lo sforzo fisico non mi ha mai spaventato, almeno fino a un anno fa. Ora non ho più nulla, non posso neanche alzarmi in piedi». Giuseppe Sanacore ci viene incontro sulla sua sedia a rotelle, 56 anni, la maggior parte passati tra le barche e il mare che bagna Fano. Nei suoi occhi un’enorme tristezza e il ricordo di quello che era prima del vaccino contro il Covid.«Sono sempre stato un soggetto allergico», racconta, «non posso mangiare crostacei e arachidi, il polline mi scatena l’allergia, ovviamente avevo segnalato tutto questo ai medici vaccinatori, ma l’iniezione me l’hanno fatta comunque». La prima dose non ha avuto grandi conseguenze, per Giuseppe, il solito dolore al braccio, nulla di più. È stata la seconda a distruggergli la vita. «Chi mi ha vaccinato, dopo aver sentito delle mie allergie, mi ha consigliato di aspettare almeno mezz’ora nella sala d’attesa dopo l’iniezione, e così ho fatto. Per fortuna ero lì e non alla guida, perché altrimenti non so cosa sarebbe potuto succedere». Dopo 25 minuti, infatti, gli si è annebbiata la vista, neanche il tempo di riuscire a chiamare aiuto e ha perso conoscenza. L’arrivo dell’ambulanza, la corsa in ospedale e poi ben 14 ore di buio profondo, in cui Giuseppe non è riuscito a svegliarsi. Poi finalmente ha riaperto gli occhi, ma non riusciva più ad alzarsi dal letto.Dopo tre giorni ha provato a mettersi in piedi sorretto da un’infermiera, ma appena la donna ha lasciato le sue mani, è caduto per terra. Così è iniziato il lungo calvario fatto di analisi, visite mediche specialistiche e Tac. L’unica certezza è che le sue gambe hanno perso forza e nonostante tutti gli accertamenti - il ricovero in ospedale è durato quasi un mese - i medici non hanno trovato una cura.«Mi è stato detto che avevo patologie nascoste che con il vaccino sono esplose, anche se non hanno ancora individuato di cosa si tratti. È passato un anno e io continuo a non capire cosa sia accaduto al mio corpo, non riesco a rassegnarmi a una vita così». Ora però il problema, oltre che fisico è diventato anche economico. «Sono qui, sulla sedia a rotelle, privato di tutto, anche del mio lavoro. Mi ero messo in malattia, ovviamente, ma quando è finita sono stato licenziato. Sono diventato un disabile che a 56 anni cerca un lavoro e non sa come mantenere la sua famiglia. Sono stato danneggiato dal vaccino e nessuno vuole aiutarmi, lo Stato non sa neanche che esisto, come farò a sopravvivere?». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem5" data-id="5" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/noi-rovinati-vaccini-chiediamo-verita-2657823311.html?rebelltitem=5#rebelltitem5" data-basename="tony-taffo-mi-e-impossibile-deglutire-da-un-anno-vivo-di-pappette" data-post-id="2657823311" data-published-at="1659914044" data-use-pagination="False"> Tony Taffo: «Mi è impossibile deglutire. Da un anno vivo di pappette» Nel riquadro Tony Taffo (iStock) «Immaginate di essere sani, perfettamente normali, felici. Di avere un lavoro, un cane, una vita tranquilla. Poi all’improvviso vi svegliate e nessuna parte del vostro corpo risponde più al vostro comando. Non riuscite neanche a deglutire. E così perdete tutto, fino ad avere una invalidità riconosciuta al 75%. Ecco, questa è la mia storia». Incontriamo Tony Taffo nell’appartamento dove vive, a Osimo (Ancona). Dimostra più dei suoi 48 anni, è magro, molto magro. «Ho perso oltre 15 chili, e con quei chili è andato via anche il mio sorriso. Nel momento peggiore ne pesavo solo 59, ero uno scheletro, mi volevano ricoverare per denutrizione». Si alza a fatica e va verso il mobiletto della cucina, lo apre e mostra una serie di piccoli barattoli, sono omogeneizzati, pappette per neonati. «Questo è quello che mangio, o meglio che riesco a mangiare, da luglio dell’anno scorso. Dopo 3 giorni dal vaccino ho iniziato ad avere problemi a deglutire, finché una notte mi sono soffocato con la mia stessa saliva, da lì è iniziato l’inferno». Tony ha iniziato a nutrirsi solo con cibi frullati, quelli che mangia tutt’ora. Ha sviluppato anche una broncopatia cronica, è stato ricoverato due volte, i medici gli hanno fatto tutti gli esami possibili, ma sono riusciti solo a evidenziare una disfunzione motoria della deglutizione, senza però dargli una cura o una terapia. «Mi è stato detto che il danno potrebbe essere permanente. In questi 13 mesi ho perso i capelli, spesso mi si riempiva la bocca di sangue. Da dicembre non ho più la sensibilità della lingua e non sento più i sapori». Perdendo le forze, ha perso anche il lavoro, prima faceva il giardiniere, si occupava della manutenzione delle case di riposo, un impiego faticoso che non potrà più fare. «Mi conoscevano tutti perché mi piaceva scherzare con i vecchietti in strada, al bar, ero un po’ un burlone, ora vivo come un recluso in casa perché mi mancano le forze anche per fare le scale. Non mi riconosco più, prima del vaccino avevo dei sogni, mi dovevo trasferire a Bergamo, immaginavo una famiglia. Tutto questo mi è stato strappato via, lasciandomi nella disperazione più totale». E così dopo aver perso il lavoro, Tony non è riuscito più a pagare l’affitto, per fortuna l’intervento del Comune ha bloccato lo sfratto. «Ho rischiato anche di rimanere senza casa, adesso sopravvivo grazie alla pensione di invalidità. Passa il tempo, speri di migliorare, ma non è così, e cerchi da qualche parte la forza di continuare a vivere».
Maria Rita Parsi (Imagoeconomica)
Psicoterapeuta, saggista e divulgatrice, Maria Rita Parsi è stata per decenni una delle voci più riconoscibili del dibattito pubblico sui temi dell’infanzia, dell’educazione e delle relazioni familiari. Nata a Roma nel 1947, aveva costruito una carriera che intrecciava pratica clinica, impegno civile e presenza costante sui media, diventando un punto di riferimento per il grande pubblico ben oltre il proprio ambito specialistico. Oltre a essere componente dell’Osservatorio nazionale per l’infanzia e l’adolescenza, poi, è stata anche membro del Comitato Onu sui diritti del fanciullo. Per la sua indefessa opera di tutela dei bambini è stata insignita dell’Ordine al merito della Repubblica italiana.
Autrice di oltre 100 volumi, tra saggi, libri divulgativi e opere di narrativa, la Parsi ha affrontato temi come il rapporto tra genitori e figli, il disagio adolescenziale, la violenza domestica, il bullismo e la responsabilità educativa degli adulti. Tra i suoi titoli più noti figurano Il pensiero bambino, Maladolescenza e Sos pedofilia: parole per uccidere l’orco, tutti libri che hanno contribuito a portare il linguaggio della psicologia fuori dall’accademia, facendolo entrare nelle case degli italiani.
Accanto all’attività editoriale, la Parsi è stata anche giornalista pubblicista, collaborando nel corso degli anni con diverse testate, tra cui Il Messaggero, La Nazione e Donna Moderna, e partecipando regolarmente a programmi televisivi e radiofonici: basti pensare che fu tra le conduttrici di Junior Tv. Non mancò neppure un’incursione, per molti sorprendente, nel mondo della fiction: fu infatti tra gli autori di Professione vacanze, la fortunata serie televisiva degli anni Ottanta con Jerry Calà (che era stato suo paziente), a testimonianza di una versatilità culturale che l’ha sempre portata a sperimentare linguaggi diversi, pur restando fedele ai temi a lei più cari.
Il suo impegno per i diritti dei bambini e degli adolescenti è stato ricordato anche dal ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, che ha espresso il proprio cordoglio sottolineando che «con Maria Rita Parsi perdiamo una figura che ha dedicato tutta la sua vita alla tutela dell’infanzia e alla promozione di un’educazione fondata sulla responsabilità degli adulti». Valditara ha aggiunto che «il suo contributo al dibattito culturale e educativo del Paese resterà un patrimonio prezioso, soprattutto in una fase storica in cui il ruolo della scuola e della famiglia è messo a dura prova».
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Troviamo tutti questi riferimenti all’Europa e al Mediterraneo perché questo crostaceo vive nei fondali del Mediterraneo e dell’Oceano Atlantico orientale. Se nel mondo umano le differenze di genere sono sempre più osteggiate, a livello di aragoste persistono: le femmine vivono nelle parti più basse dei fondali, insieme ai piccoli, per stare più in sicurezza, i maschi salgono più su. Nel Mediterraneo, oltre alla Elephas, vivono anche altre due specie del genere Palinurus che a quella sono molto simili, la Palinurus mauritanicus. Abita fondali più profondi della Elephas, da 180 a 600 metri, e presenta un colore molto più vicino al rosa, tant’è che è detta aragosta rosa. O aragosta atlantica perché si trova un po’ oltre il Mediterraneo, nelle acque dell’Irlanda Sud occidentale. C’è poi la Palinurus regius il cui colore, invece, vira verso il verde.
Proprio in questo periodo, il Mediterraneo ospita le nuove aragoste. La riproduzione della specie, infatti, avviene a fine estate e poi in inverno nascono le larve, che subito si spostano verso il fondale. Le aragoste che vivono «nel seminterrato» hanno tutte una tonalità più vinaccia. È l’emocianina che, all’alto livello mantenuto solo finché si sta in profondità, conferisce una colorazione viola all’emolinfa. Quando l’aragosta sale, il viola scompare. L’aragosta mediterranea non si può pescare dall’1 gennaio al 30 aprile, quindi in questo periodo si trova di allevamento.
Siamo abituati a parlare della longevità della tartaruga, ma anche l’aragosta non scherza. Anche in questo caso il motivo è squisitamente biochimico e dipende dalla telomerasi, un enzima che ripara le parti terminali dei cromosomi a ogni replicazione cellulare, quindi l’aragosta non invecchia in senso stretto perché il loro organismo non declina con l’avanzare dell’età, anzi l’aragosta diventa ancora più fertile più passa l’età: è biologicamente immortale. L’aragosta, dunque, non muore per invecchiamento, ma alla fine non è letteralmente immortale. I motivi per cui muore, di solito, sono lo stress del cambio di carapace, la contrazione di infezioni, gli incidenti. Proprio come noi quando moriamo prima che di vecchiaia.
Lo psichiatra rabbino Abraham Twerski ha trasformato l’evento del cambio di carapace, l’esoscheletro rigido che protegge l’aragosta, in una profonda metafora: «L’aragosta è un animale soffice, molle, che vive all’interno di un guscio rigido. Questo rigido guscio non si espande. E allora come fa l’aragosta a crescere? Beh, con la crescita dell’aragosta, quel guscio diventa estremamente limitante. E l’aragosta si sente sotto pressione e a disagio, così si nasconde sotto una roccia per proteggersi dai pesci predatori. Si libera del guscio e ne produce uno nuovo. E con il tempo e la crescita, anche questo guscio diventa scomodo, così torna sotto la roccia e ripete. E l’aragosta ripete questo processo più volte. Lo stimolo che permette all’aragosta di crescere nasce da una sensazione di disagio. Ora, se le aragoste avessero dei dottori, non crescerebbero mai perché, al primo segnale di disagio, l’aragosta andrebbe dal dottore a prendersi un Valium o un antidolorifico. E si sentirebbe bene. Non si libererebbe mai del proprio guscio. Quindi credo che sia ora di capire che i momenti difficili sono anche i momenti di crescita maggiore. E se mettiamo a buon uso le avversità, possiamo crescere grazie ad esse». L’aragosta cambia guscio fino a circa 25 volte nei primi 5-7 anni di vita, poi da adulta lo cambia una volta l’anno.
Mangiare carne di aragosta fa bene, 100 grammi di aragosta fresca forniscono soltanto 85 calorie, così ripartite: il 75% da proteine, il 20% da lipidi, il 5% da carboidrati. Se consideriamo l’aragosta bollita, abbiamo circa 107 calorie ogni 100 grammi e, in dettaglio: 20,2 g di proteine, 76,1 g di acqua, 1,3 g di carboidrati di cui zuccheri solubili 1,3 g, 2,4 g di lipidi (inclusi 85 mg di colesterolo e acidi grassi omega 3, 0,102 g di omega 3 Epa, 0,068 g di omega 3 Dpa e 0,068 di omega 3 Dha). A livello di micronutrienti, emergono 350 mg di fosforo, 74 mg di calcio, 41 mg di ferro, 22 mg di magnesio, 2,75 mg di zinco, 0,5 mg di rame, vitamina A in tracce, 68 µg di selenio.
All’aragosta vengono riconosciute proprietà protettive nei confronti del diabete, dell’obesità, di patologie cardiocircolatorie e di rischio di ipercolesterolemia (il suo consumo migliora i livelli di colesterolo nel sangue). Ciò dipende dalla presenza di omega 3, acidi grassi essenziali che devono essere introdotti con l’alimentazione e aiutano il cuore, la circolazione, la gestione dei grassi e del metabolismo, ma anche il cervello, migliorando le funzioni cognitive e risultando, per alcuni, antidepressivi, oltre a contrastare l’infiammazione cronica. Il selenio è un altro elemento importante che troviamo nell’aragosta, utile al corretto funzionamento dell’organismo, in particolar modo della tiroide. Utili anche rame e ferro (ferro eme, cioè quello animale, ricordiamolo, diverso da e migliore di quello non eme che si trova nei vegetali), utili a tutti e soprattutto gli anemici.
Per quanto riguarda le limitazioni al consumo, innanzitutto l’aragosta può essere fonte di allergia: contiene la proteina tropomiosina, una proteina allergenica che può dar luogo a reazione allergica alimentare anche grave. Inoltre, nella polpa dell’aragosta, come in quella di ogni animale del mare di lunga vita, ci può essere un’alta concentrazione di mercurio, perciò non deve essere mangiata con troppa frequenza. L’aragosta, per questi motivi, è generalmente sconsigliata in gravidanza.
Ha fatto notizia poche settimane fa lo stop del governo laburista inglese alla pratica culinaria consolidata di bollire le aragoste vive. Pochi giorni prima dello scorso Natale, il governo guidato dal laburista Keir Starmer ha pubblicato un documento programmatico dal titolo Strategia per il benessere animale in Inghilterra. È il secondo passo dopo l’Animal welfare act che, nel 2022, aveva esteso a tutti i vertebrati, molluschi cefalopodi e crostacei decapodi lo status di esseri senzienti in grado di provare dolore, occasione in cui, però, il governo conservatore aveva accantonato le valutazioni sul rapporto tra capacità di percepire sofferenza e bollitura da vivi di cefalopodi e crostacei decapodi.
Col laburista Keir Starmer tutto è cambiato e ci si è impegnati a impedire la bollitura da vivi di aragoste, granchi, gamberi, scampi, polpi e calamari con una legge futura che dovrà anche stabilire quali metodi di uccisione prima del consumo siano i più adatti al benessere animale. Altrove, nel mondo, sono stati già stabiliti criteri di uccisione o stordimento. Per esempio in Svizzera, dal 2018, è obbligatorio, prima di cuocere, stordire aragoste e astici mediante shock elettrico o «distruzione meccanica del cervello». C’è anche il «decidi da te»: Charlotte Gill, chef titolare del famoso ristorante nel Maine Charlotte’s legendary lobster pound, usa la cannabis, legale nello Stato americano, per stordire e rilassare le aragoste prima di calarle in acqua bollente.
In Italia, non abbiamo una normativa nazionale che vieti la bollitura dell’aragosta viva. Solo alcune locali, come nella città di Parma, dove è in vigore lo stordimento o la morte prima della bollitura. E anche sulle modalità di conservazione prima della vendita abbiamo indicazioni e relative interpretazioni non univoche. Negli anni, in alcuni casi si sono avute condanne per maltrattamento di animali o per detenzione di animali in condizioni incompatibili con la loro natura e produttive di gravi sofferenze, in altri casi ci sono state, al contrario, sentenze di assoluzione per inesistenza di reato o assenza di pena per tenuità del fatto per aver esposto aragoste (e astici) con chele legate, sul ghiaccio, in acquario (anche l’acquario secondo alcuni non imita alla perfezione le condizioni di vita in acqua di questi animali).
A ottobre 2023 la Corte suprema di Cassazione ha assolto un ristoratore romano, denunciato nel 2019 da una guardia zoofila per maltrattamento animale, per i crostacei tenuti sul ghiaccio con le chele legate come fanno praticamente tutti i ristoranti: il benessere dei crostacei, ha stabilito il Palazzaccio, non può essere perseguito a discapito della sicurezza alimentare. In un altro caso, sempre la Cassazione aveva condannato un altro ristoratore 5.000 euro di multa per aver conservato i crostacei vivi sul ghiaccio.
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Attraversare l’Italia a piedi lungo la Via Francigena non significa inseguire un mito medievale né fare trekking panoramico tra eccellenze selezionate. Significa entrare dentro il Paese reale seguendo una linea antica che oggi funziona come una radiografia: mostra ciò che tiene, ciò che si svuota, ciò che prova a reinventarsi. È un viaggio geografico prima che simbolico. E proprio per questo sorprende.
La Francigena non collega solo luoghi: collega condizioni diverse. In pochi giorni si passa da aree iper-turistiche a paesi dove l’unico bar è anche alimentari e punto di ritrovo. Chi cammina impara presto che la bellezza non è continua ma intermittente. Un tratto magnifico può essere seguito da chilometri ordinari. È la somma che fa il viaggio.
In Piemonte e Valle d’Aosta la dimensione è ancora alpina: salite, silenzi, villaggi compatti. Qui la logica è semplice: tappe meno lunghe, strutture piccole, prenotazioni consigliate. Ad Aosta c’è l’HB Aosta Hotel & Balcony SPA, comodo hotel vicino al centro, se si desidera spazio e comfort dopo giorni di cammino. Per cena, trattorie senza fronzoli dove mangiare zuppe, formaggi locali o polenta con la fontina. Un nome: Hostaria del Calvino, ambiente semplice ma curato. Energia vera per il giorno dopo.
Scendendo verso la pianura lombarda il paesaggio cambia tono. Argini, risaie, rettilinei lunghi. Qui la difficoltà non è il dislivello ma la distanza tra i servizi. Conviene pianificare dove dormire. A Pavia una scelta affidabile per i camminatori è il B&B Civico 1, vicino al centro e con un ottimo rapporto qualità - prezzo. Perfetto per i camminatori. Per mangiare, l’Osteria del Matto: ambiente informale e piatti lombardi autentici, ideale per una cena rilassata dopo una lunga camminata.
È entrando in Toscana che il cammino incrocia l’immaginario collettivo. Colline, cipressi, pievi isolate. Ma anche qui la realtà è meno patinata di quanto si pensi: accanto agli agriturismi curati restano borghi con servizi ridotti e case chiuse. La differenza è che il paesaggio sostiene lo sguardo.
San Gimignano è una delle tappe più ambite. Qui dormire è facile, ma conviene uscire di qualche centinaio di metri dal centro storico per prezzi più umani. Il Camping Boschetto di Piemma è molto usato dai camminatori: bungalow, camere semplici, lavanderia, atmosfera informale. Per mangiare, meglio evitare i locali attaccati alle piazze principali e cercare trattorie frequentate la sera dai residenti: cucina toscana solida, porzioni vere. Un nome su tutti: l’Osteria delle Catene, rustica e accogliente, apprezzata per piatti come lo stracotto al Chianti e i taglieri locali.
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A Monteriggioni la sosta è breve ma suggestiva. Qui molti pellegrini dormono all’Ostello Contessa Ava dei Lambardi, storico punto tappa della Francigena: spartano ma perfettamente inserito nel percorso. Cena semplice, spesso condivisa con altri camminatori. È uno di quei luoghi dove il viaggio si fa concreto.
Siena rappresenta invece una pausa urbana. Qui si può alzare leggermente il livello del comfort: piccoli hotel o B&B nel centro storico permettono di riposare davvero. Come il B&B Siena In centro, un bed and breakfast accogliente nel cuore della città, comodo per raggiungere le principali attrazioni, ma in una zona meno caotica. Per mangiare bene senza cadere nel turistico, consigliamo l’Osteria Il Carroccio, dove chiedere i classici: pici al ragù, ribollita o Fiorentina.
Proseguendo verso sud, San Miniato è una tappa intelligente per spezzare il percorso. L’Ostello San Miniato è molto usato dai pellegrini: posizione strategica, costi contenuti. Qui vale la pena fermarsi a cena nell’Osteria L’Upupa e provare i prodotti (quando è stagione) legati al tartufo: non marketing, ma tradizione radicata.
Nel Lazio il paesaggio torna più ruvido, meno addomesticato. Ed è proprio qui che la Francigena mostra l’Italia interna senza filtri. I paesi sono meno scenografici ma più veri. I servizi esistono, ma vanno cercati.
Viterbo è una delle soste migliori. Il quartiere medievale di San Pellegrino ripaga della fatica. Per dormire, molti scelgono il B&B Orchard: centrale e molto apprezzato per la sua elegante semplicità. A tavola qui conviene puntare su ristoranti di cucina laziale tradizionale fuori dalle zone più turistiche: zuppe di legumi, carne locale, vino della zona. L’Antica Taverna è un nome affidabile.
A Montefiascone la vista sul Lago di Bolsena è una delle sorprese del percorso. Diverse strutture accolgono pellegrini; molti scelgono piccoli affittacamere familiari lungo il tracciato. Per mangiare, le trattorie con cucina di lago offrono pesce locale a prezzi ancora accessibili: un buon cambio dopo giorni di cucina di terra.
Avvicinandosi a Roma aumentano i camminatori stranieri e l’atmosfera diventa più internazionale. Ma la logica non cambia: chi arriva a piedi cerca luoghi funzionali, non hotel di lusso. Ostelli e guesthouse lungo l’ingresso nord della città sono le scelte più pratiche per chi vuole arrivare fino in centro camminando.
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La Francigena insegna una cosa semplice: il viaggio a piedi non ha bisogno di essere romanzato. Ha bisogno di essere organizzato con buon senso. Prenotare dove dormire almeno un giorno prima. Verificare i giorni di chiusura dei ristoranti nei paesi piccoli. Portare sempre con sé acqua e qualcosa da mangiare. Non perché sia avventura, ma perché molti territori funzionano ancora su ritmi locali, non turistici.
Ed è proprio questo il valore del percorso oggi. Non offre un’Italia finta, ma una sequenza di territori che stanno cercando equilibrio tra accoglienza e sopravvivenza. Il passaggio dei camminatori genera micro-economie: una stanza affittata, un pranzo, una colazione. Non salva un borgo, ma contribuisce a tenerlo vivo.
Chi parte pensando di trovare solo poesia rimane spiazzato. Chi parte per vedere davvero il Paese, invece, trova molto di più. La Via Francigena non seleziona il bello: lo alterna al normale, al fragile, al quotidiano. Ed è proprio questa alternanza a restituire un ritratto onesto dell’Italia.
Percorrerla oggi è un modo concreto per capire dove stanno andando le aree interne, cosa resta dei borghi, quali economie minime funzionano ancora. Si dorme in posti semplici, si mangia dove mangiano gli abitanti, si attraversano paesi che non si mettono in scena. Non è un’esperienza spirituale né eroica. È un viaggio lungo un Paese reale.
E alla fine, più che le singole tappe, resta la continuità: chilometri di Italia non filtrata, dove il turismo non è spettacolo ma passaggio. Dove il viaggiatore non consuma un luogo, lo attraversa. E attraversandolo, lo vede per quello che è.
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