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2022-08-07
Noi, rovinati dai vaccini. Ora vi chiediamo verità
iStock
Le reazioni avverse al vaccino sono più numerose dei dati ufficiali. E hanno distrutto la vita di tante persone che hanno perso salute e lavoro, e ora non riescono a sbarcare il lunario. Dimenticati anche dallo Stato che ha reso l’iniezione obbligatoria. Come dimostrano queste drammatiche storie.
«Mi sento intrappolato in un corpo che non è il mio. Sono costretto a vivere una vita che non mi appartiene». Questo è il filo che unisce le storie di chi, dopo essersi sottoposto alla vaccinazione contro il Covid, ha sviluppato degli effetti avversi. Una puntura e ti risvegli privato della salute, della forza fisica e mentale per affrontare le giornate, lavoro compreso. E così oltre al danno, quello evidente che ha colpito il corpo, se ne crea anche un altro: quello lavorativo. Spesso i danneggiati mentre lottano per guarire cercando medici in grado di curarli, perdono anche la loro occupazione e di conseguenza, lo stipendio. Si innesca una spirale negativa in cui tutta la vita viene distrutta pezzo dopo pezzo, nella più totale indifferenza e solitudine, perché quello del vaccino è un meccanismo troppo perfetto che non ammette che qualcosa possa andar storto. Eppure qualcosa è sfuggito al controllo, l’ingranaggio si è inceppato, ci sono persone che da oltre un anno hanno smesso di vivere realmente.
Francesco Schenone: «Vertigini e tachicardia. A 28 anni non ho un futuro»

Francesco Schenone
«La mia era una vita normalissima, a 27 anni pensi di avere tutto il tempo che vuoi per realizzare qualsiasi cosa, ora invece non riesco neanche a immaginare come sarà il futuro». Francesco Schenone ora ha 28 anni, sono passati più di 12 mesi da quell’unica dose di vaccino che gli ha portato via tutto. «Sono sempre stato super attivo, ho iniziato a lavorare a 18 anni perché volevo avere la capacità economica di conquistare le mie cose da solo. Facevo il fruttivendolo e allo stesso tempo suonavo la batteria in una band, i soldi guadagnati li investivo per studiare musica a Milano».
Francesco è di Recco (Genova). Il 4 giugno dello scorso decise di vaccinarsi in un Open day, quelle giornate aperte a tutti, anche a chi non aveva ancora l’età per accedere alla vaccinazione, quando ancora i vaccini erano pochi e si dava precedenza alle fasce d’età più a rischio. «Mi sono immunizzato prima dei miei coetanei perché mio papà è un soggetto fragile, volevo proteggerlo. Credevo davvero nel vaccino, pensavo fosse la soluzione per poter uscire dall’incubo della pandemia, invece sono sprofondato io in un incubo senza via d’uscita».
È bastata una sola dose: Francesco già dopo poche ore ha iniziato ad avere strani spasmi muscolari. Pensava passassero, ma non è stato così. Dopo tre giorni doveva suonare con la sua band, ma il braccio non rispondeva, e così non ha potuto esibirsi. Intanto hanno iniziato a manifestarsi altri disturbi: acufeni, vertigini e una strana tachicardia. «Per un po’ ho continuato a lavorare, stringevo i denti, cercavo di resistere, non volevo accettare quello che mi stava succedendo. Intanto continuavo a fare visite specialistiche. Dopo un mese e mezzo, però, ho smesso di lavorare, non ero più in grado. C’erano momenti in cui avevo una tachicardia fortissima e poi venivo travolto dalle vertigini, così forti da non riuscire a stare in piedi». Dopo tutti gli esami, a Schenone è stata diagnosticata una pericardite post-vaccino e la Pots, una patologia neurologica che colpisce il cuore e causa proprio quelle vertigini così invalidanti che lo hanno costretto ad abbandonare tutte le sue attività, lavoro compreso.
«Ho 28 anni e non so se sarò più capace di lavorare, non so se potrò più riprendere a suonare la batteria, se sarò in grado di ricominciare a studiare musica, dovendo arrivare fino a Milano. Ora tutto mi sembra difficile, ho perso completamente la mia spensieratezza. Mi manca poter uscire di casa senza avere la paura di stare male».
Giovanna Viotto: «Volevo tutelare i pazienti, ma nessuno ha protetto me»

Giovanni Viotto
«Il mio è stato un vero e proprio calvario. Accanto alla disperazione di non capire che cosa stesse succedendo al mio corpo, c’era anche quella di cercare un modo per sostenere me e mia figlia. Mi sono sentita abbandonata, sono tutt’oggi completamente abbandonata, eppure la mia unica colpa è stata vaccinarmi». Ha le lacrime agli occhi Giovanna Viotto, 53 anni, di Biella, mentre ripensa a tutto quello che ha passato. Una figlia adolescente da mantenere e la possibilità di lavorare cancellata così, di netto, con un colpo di spugna.
«Sono un’operatrice sociosanitaria, accudisco i malati. Ho sempre lavorato in ospedale e a domicilio, mi sono vaccinata perché mi è stato detto che serviva a protegge i pazienti, e quindi non mi sono tirata indietro. Peccato che nessuno abbia protetto me». Il danno da vaccino si è manifestato subito dopo la prima dose. Ha iniziato ad avere dei forti dolori muscolari in tutto il corpo, dopo tre giorni non riusciva a camminare bene. E poi dopo dieci giorni è arrivata la paralisi totale.
«Stavo pranzando con mia figlia, a un certo punto non sono più riuscita a muovere gli arti. Le gambe immobili, le braccia sono cadute lungo il corpo, il collo si è irrigidito portando la mia testa all’indietro. Ero terrorizzata. Imprigionata in un contenitore che non rispondeva ai miei comandi. Sono state le ore più lunghe della mia vita, respiravo, ero cosciente, ma completamente bloccata». Dopo tre ore e mezzo e una siringa di cortisone e antistaminico, Giovanna ha ricominciato a muoversi. Ma il giorno dopo ha avuto un’altra paralisi. È stata portata in ospedale ed è iniziata la solita trafila tra esami e risonanze.
«Non ho camminato per sei mesi, e ovviamente ho perso il lavoro, ma oltre al danno, la beffa. Quando ho iniziato a star meglio, mi è stato detto che non avrei potuto più fare l’oss nonostante l’esenzione. Per accudire i malati ci vuole il ciclo completo vaccinale con tanto di terza dose, io mi sono fermata alla prima».
E così Giovanna a 53 anni ha dovuto reiventarsi, ha fatto la cameriera, l’aiuto cuoco, le pulizie, ma ogni volta è stata licenziata per le troppe assenze. La sua salute non è più quella di prima, gli è stata diagnosticata anche la pericardite post-vaccino. «Non so davvero come poter uscire da questa situazione, vorrei solo che qualcuno mi aiutasse. Io non ho scelto di stare male e neanche di non poter più fare il lavoro che ho sempre fatto. Ho solo ascoltato la scienza e mi sono vaccinata».
Michele Pavan: «È come se la pelle bruciasse e presto sarò disoccupato»

Michele Pavan
«È stata una cosa devastante, avevo crisi respiratorie, fitte al cuore, spilli in tutto il corpo come se la mia pelle andasse a fuoco. Mi sentivo come se pesassi cinque quintali. Non avrei mai potuto immaginare una cosa simile, eppure faccio l’infermiere, ho lavorato in ospedale per più di vent’anni». Michele Pavan, 45 anni, di Cittadella (Padova) ci accoglie mostrando le mani. «È passato più di un anno dalla prima dose che mi ha rovinato la vita. Guardate il mignolo», dice, «continua ad avere spasmi involontari. Dal 31 maggio 2021 i miei arti si contraggono senza che possa farci nulla».
Michele lavorava nel reparto di psichiatria, anche lui avendo una sola dose non può più tornare alla sua vecchia mansione, e così deve cercare di reinventarsi, mettersi in gioco in una nuova attività, nonostante ormai non sia più quello di prima. «Ho iniziato a star male poco dopo l’iniezione, ho subito avvertito un forte dolore alla testa e mi sono mancate le forze. Avevo paura di fare il vaccino perché sono allergico ad alcuni farmaci, ma mi sono dovuto vaccinare comunque. Quando vai nel centro vaccinale agli operatori non interessa chi sei e cosa ti potrebbe succedere, l’importante è che tu ti faccia fare l’iniezione. Io ho assolto al mio dovere civico, ma ora perché vengo punito per questo?».
È in attesa che una commissione si riunisca per cambiargli il ruolo, non potendo più stare a contatto con i pazienti, dovrebbe andare in amministrazione, ma sembra che non sarà così. «Dopo la malattia mi hanno messo in ferie d’ufficio, la mia ultima busta paga è stata di 330 euro, ormai non ho neanche più i soldi per comprarmi le medicine. Questo sistema, oltre che avermi abbandonato, mi ha portato alla fame, mi ha tolto la dignità. Io prima del vaccino vivevo del mio lavoro, non ho mai chiesto nulla a nessuno, e adesso? Sono in attesa di questa decisione, ma il medico del lavoro mi ha già detto che sarò licenziato».
Gli hanno diagnosticato un long Covid da vaccino, che dopo 14 mesi non smette di tormentarlo e per questo Michele deve continuare a sottoporsi a visite specialistiche. «In pratica sono stato danneggiato dal Covid, pur non avendolo preso. Ormai i soldi sono finiti, ho prosciugato tutti i risparmi. Nessuno si interessa alla tua vita, anche se è stata completamente stravolta all’improvviso. Da un giorno all’altro ti ritrovi malato, non sai cosa fare e non c’è nessuno che ti aiuta. Ti ritrovi in una strada senza via d’uscita e per di più se ne parli, non vieni creduto, anzi, ti isolano».
Giuseppe Sanacore: «Ho perso i sensi, da allora sono sulla sedia a rotelle»

Giuseppe Sanacore
«Ho lavorato nei cantieri navali per trent’anni, sono partito dal basso e pian piano ero diventato responsabile di produzione, gestivo il magazzino. Sembra banale dirlo, ma amavo il mio lavoro, entravo per primo, uscivo per ultimo, lo sforzo fisico non mi ha mai spaventato, almeno fino a un anno fa. Ora non ho più nulla, non posso neanche alzarmi in piedi». Giuseppe Sanacore ci viene incontro sulla sua sedia a rotelle, 56 anni, la maggior parte passati tra le barche e il mare che bagna Fano. Nei suoi occhi un’enorme tristezza e il ricordo di quello che era prima del vaccino contro il Covid.
«Sono sempre stato un soggetto allergico», racconta, «non posso mangiare crostacei e arachidi, il polline mi scatena l’allergia, ovviamente avevo segnalato tutto questo ai medici vaccinatori, ma l’iniezione me l’hanno fatta comunque». La prima dose non ha avuto grandi conseguenze, per Giuseppe, il solito dolore al braccio, nulla di più. È stata la seconda a distruggergli la vita. «Chi mi ha vaccinato, dopo aver sentito delle mie allergie, mi ha consigliato di aspettare almeno mezz’ora nella sala d’attesa dopo l’iniezione, e così ho fatto. Per fortuna ero lì e non alla guida, perché altrimenti non so cosa sarebbe potuto succedere». Dopo 25 minuti, infatti, gli si è annebbiata la vista, neanche il tempo di riuscire a chiamare aiuto e ha perso conoscenza. L’arrivo dell’ambulanza, la corsa in ospedale e poi ben 14 ore di buio profondo, in cui Giuseppe non è riuscito a svegliarsi. Poi finalmente ha riaperto gli occhi, ma non riusciva più ad alzarsi dal letto.
Dopo tre giorni ha provato a mettersi in piedi sorretto da un’infermiera, ma appena la donna ha lasciato le sue mani, è caduto per terra. Così è iniziato il lungo calvario fatto di analisi, visite mediche specialistiche e Tac. L’unica certezza è che le sue gambe hanno perso forza e nonostante tutti gli accertamenti - il ricovero in ospedale è durato quasi un mese - i medici non hanno trovato una cura.
«Mi è stato detto che avevo patologie nascoste che con il vaccino sono esplose, anche se non hanno ancora individuato di cosa si tratti. È passato un anno e io continuo a non capire cosa sia accaduto al mio corpo, non riesco a rassegnarmi a una vita così». Ora però il problema, oltre che fisico è diventato anche economico. «Sono qui, sulla sedia a rotelle, privato di tutto, anche del mio lavoro. Mi ero messo in malattia, ovviamente, ma quando è finita sono stato licenziato. Sono diventato un disabile che a 56 anni cerca un lavoro e non sa come mantenere la sua famiglia. Sono stato danneggiato dal vaccino e nessuno vuole aiutarmi, lo Stato non sa neanche che esisto, come farò a sopravvivere?».
Tony Taffo: «Mi è impossibile deglutire. Da un anno vivo di pappette»

Nel riquadro Tony Taffo (iStock)
«Immaginate di essere sani, perfettamente normali, felici. Di avere un lavoro, un cane, una vita tranquilla. Poi all’improvviso vi svegliate e nessuna parte del vostro corpo risponde più al vostro comando. Non riuscite neanche a deglutire. E così perdete tutto, fino ad avere una invalidità riconosciuta al 75%. Ecco, questa è la mia storia». Incontriamo Tony Taffo nell’appartamento dove vive, a Osimo (Ancona). Dimostra più dei suoi 48 anni, è magro, molto magro. «Ho perso oltre 15 chili, e con quei chili è andato via anche il mio sorriso. Nel momento peggiore ne pesavo solo 59, ero uno scheletro, mi volevano ricoverare per denutrizione».
Si alza a fatica e va verso il mobiletto della cucina, lo apre e mostra una serie di piccoli barattoli, sono omogeneizzati, pappette per neonati. «Questo è quello che mangio, o meglio che riesco a mangiare, da luglio dell’anno scorso. Dopo 3 giorni dal vaccino ho iniziato ad avere problemi a deglutire, finché una notte mi sono soffocato con la mia stessa saliva, da lì è iniziato l’inferno».
Tony ha iniziato a nutrirsi solo con cibi frullati, quelli che mangia tutt’ora. Ha sviluppato anche una broncopatia cronica, è stato ricoverato due volte, i medici gli hanno fatto tutti gli esami possibili, ma sono riusciti solo a evidenziare una disfunzione motoria della deglutizione, senza però dargli una cura o una terapia. «Mi è stato detto che il danno potrebbe essere permanente. In questi 13 mesi ho perso i capelli, spesso mi si riempiva la bocca di sangue. Da dicembre non ho più la sensibilità della lingua e non sento più i sapori». Perdendo le forze, ha perso anche il lavoro, prima faceva il giardiniere, si occupava della manutenzione delle case di riposo, un impiego faticoso che non potrà più fare.
«Mi conoscevano tutti perché mi piaceva scherzare con i vecchietti in strada, al bar, ero un po’ un burlone, ora vivo come un recluso in casa perché mi mancano le forze anche per fare le scale. Non mi riconosco più, prima del vaccino avevo dei sogni, mi dovevo trasferire a Bergamo, immaginavo una famiglia. Tutto questo mi è stato strappato via, lasciandomi nella disperazione più totale». E così dopo aver perso il lavoro, Tony non è riuscito più a pagare l’affitto, per fortuna l’intervento del Comune ha bloccato lo sfratto. «Ho rischiato anche di rimanere senza casa, adesso sopravvivo grazie alla pensione di invalidità. Passa il tempo, speri di migliorare, ma non è così, e cerchi da qualche parte la forza di continuare a vivere».
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Si chiamano Giovanna,Francesco, Michele, Tony e Giuseppe. Raccontano il loro dolore: «Qualcuno ne risponda». L’immunologo Giovanni Frajese: «Mi candido per fare luce. Subito una commissione d’inchiesta». Ricercatore rivela: «L’mRna? I difetti di quel sistema erano noti a tutti».Le reazioni avverse al vaccino sono più numerose dei dati ufficiali. E hanno distrutto la vita di tante persone che hanno perso salute e lavoro, e ora non riescono a sbarcare il lunario. Dimenticati anche dallo Stato che ha reso l’iniezione obbligatoria. Come dimostrano queste drammatiche storie.«Mi sento intrappolato in un corpo che non è il mio. Sono costretto a vivere una vita che non mi appartiene». Questo è il filo che unisce le storie di chi, dopo essersi sottoposto alla vaccinazione contro il Covid, ha sviluppato degli effetti avversi. Una puntura e ti risvegli privato della salute, della forza fisica e mentale per affrontare le giornate, lavoro compreso. E così oltre al danno, quello evidente che ha colpito il corpo, se ne crea anche un altro: quello lavorativo. Spesso i danneggiati mentre lottano per guarire cercando medici in grado di curarli, perdono anche la loro occupazione e di conseguenza, lo stipendio. Si innesca una spirale negativa in cui tutta la vita viene distrutta pezzo dopo pezzo, nella più totale indifferenza e solitudine, perché quello del vaccino è un meccanismo troppo perfetto che non ammette che qualcosa possa andar storto. Eppure qualcosa è sfuggito al controllo, l’ingranaggio si è inceppato, ci sono persone che da oltre un anno hanno smesso di vivere realmente.<div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/noi-rovinati-vaccini-chiediamo-verita-2657823311.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="francesco-schenone-vertigini-e-tachicardia-a-28-anni-non-ho-un-futuro" data-post-id="2657823311" data-published-at="1659914044" data-use-pagination="False"> Francesco Schenone: «Vertigini e tachicardia. A 28 anni non ho un futuro» Francesco Schenone «La mia era una vita normalissima, a 27 anni pensi di avere tutto il tempo che vuoi per realizzare qualsiasi cosa, ora invece non riesco neanche a immaginare come sarà il futuro». Francesco Schenone ora ha 28 anni, sono passati più di 12 mesi da quell’unica dose di vaccino che gli ha portato via tutto. «Sono sempre stato super attivo, ho iniziato a lavorare a 18 anni perché volevo avere la capacità economica di conquistare le mie cose da solo. Facevo il fruttivendolo e allo stesso tempo suonavo la batteria in una band, i soldi guadagnati li investivo per studiare musica a Milano».Francesco è di Recco (Genova). Il 4 giugno dello scorso decise di vaccinarsi in un Open day, quelle giornate aperte a tutti, anche a chi non aveva ancora l’età per accedere alla vaccinazione, quando ancora i vaccini erano pochi e si dava precedenza alle fasce d’età più a rischio. «Mi sono immunizzato prima dei miei coetanei perché mio papà è un soggetto fragile, volevo proteggerlo. Credevo davvero nel vaccino, pensavo fosse la soluzione per poter uscire dall’incubo della pandemia, invece sono sprofondato io in un incubo senza via d’uscita».È bastata una sola dose: Francesco già dopo poche ore ha iniziato ad avere strani spasmi muscolari. Pensava passassero, ma non è stato così. Dopo tre giorni doveva suonare con la sua band, ma il braccio non rispondeva, e così non ha potuto esibirsi. Intanto hanno iniziato a manifestarsi altri disturbi: acufeni, vertigini e una strana tachicardia. «Per un po’ ho continuato a lavorare, stringevo i denti, cercavo di resistere, non volevo accettare quello che mi stava succedendo. Intanto continuavo a fare visite specialistiche. Dopo un mese e mezzo, però, ho smesso di lavorare, non ero più in grado. C’erano momenti in cui avevo una tachicardia fortissima e poi venivo travolto dalle vertigini, così forti da non riuscire a stare in piedi». Dopo tutti gli esami, a Schenone è stata diagnosticata una pericardite post-vaccino e la Pots, una patologia neurologica che colpisce il cuore e causa proprio quelle vertigini così invalidanti che lo hanno costretto ad abbandonare tutte le sue attività, lavoro compreso.«Ho 28 anni e non so se sarò più capace di lavorare, non so se potrò più riprendere a suonare la batteria, se sarò in grado di ricominciare a studiare musica, dovendo arrivare fino a Milano. Ora tutto mi sembra difficile, ho perso completamente la mia spensieratezza. Mi manca poter uscire di casa senza avere la paura di stare male». <div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/noi-rovinati-vaccini-chiediamo-verita-2657823311.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="giovanna-viotto-volevo-tutelare-i-pazienti-ma-nessuno-ha-protetto-me" data-post-id="2657823311" data-published-at="1659914044" data-use-pagination="False"> Giovanna Viotto: «Volevo tutelare i pazienti, ma nessuno ha protetto me» Giovanni Viotto «Il mio è stato un vero e proprio calvario. Accanto alla disperazione di non capire che cosa stesse succedendo al mio corpo, c’era anche quella di cercare un modo per sostenere me e mia figlia. Mi sono sentita abbandonata, sono tutt’oggi completamente abbandonata, eppure la mia unica colpa è stata vaccinarmi». Ha le lacrime agli occhi Giovanna Viotto, 53 anni, di Biella, mentre ripensa a tutto quello che ha passato. Una figlia adolescente da mantenere e la possibilità di lavorare cancellata così, di netto, con un colpo di spugna.«Sono un’operatrice sociosanitaria, accudisco i malati. Ho sempre lavorato in ospedale e a domicilio, mi sono vaccinata perché mi è stato detto che serviva a protegge i pazienti, e quindi non mi sono tirata indietro. Peccato che nessuno abbia protetto me». Il danno da vaccino si è manifestato subito dopo la prima dose. Ha iniziato ad avere dei forti dolori muscolari in tutto il corpo, dopo tre giorni non riusciva a camminare bene. E poi dopo dieci giorni è arrivata la paralisi totale.«Stavo pranzando con mia figlia, a un certo punto non sono più riuscita a muovere gli arti. Le gambe immobili, le braccia sono cadute lungo il corpo, il collo si è irrigidito portando la mia testa all’indietro. Ero terrorizzata. Imprigionata in un contenitore che non rispondeva ai miei comandi. Sono state le ore più lunghe della mia vita, respiravo, ero cosciente, ma completamente bloccata». Dopo tre ore e mezzo e una siringa di cortisone e antistaminico, Giovanna ha ricominciato a muoversi. Ma il giorno dopo ha avuto un’altra paralisi. È stata portata in ospedale ed è iniziata la solita trafila tra esami e risonanze.«Non ho camminato per sei mesi, e ovviamente ho perso il lavoro, ma oltre al danno, la beffa. Quando ho iniziato a star meglio, mi è stato detto che non avrei potuto più fare l’oss nonostante l’esenzione. Per accudire i malati ci vuole il ciclo completo vaccinale con tanto di terza dose, io mi sono fermata alla prima».E così Giovanna a 53 anni ha dovuto reiventarsi, ha fatto la cameriera, l’aiuto cuoco, le pulizie, ma ogni volta è stata licenziata per le troppe assenze. La sua salute non è più quella di prima, gli è stata diagnosticata anche la pericardite post-vaccino. «Non so davvero come poter uscire da questa situazione, vorrei solo che qualcuno mi aiutasse. Io non ho scelto di stare male e neanche di non poter più fare il lavoro che ho sempre fatto. Ho solo ascoltato la scienza e mi sono vaccinata». <div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/noi-rovinati-vaccini-chiediamo-verita-2657823311.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="michele-pavan-e-come-se-la-pelle-bruciasse-e-presto-saro-disoccupato" data-post-id="2657823311" data-published-at="1659914044" data-use-pagination="False"> Michele Pavan: «È come se la pelle bruciasse e presto sarò disoccupato» Michele Pavan «È stata una cosa devastante, avevo crisi respiratorie, fitte al cuore, spilli in tutto il corpo come se la mia pelle andasse a fuoco. Mi sentivo come se pesassi cinque quintali. Non avrei mai potuto immaginare una cosa simile, eppure faccio l’infermiere, ho lavorato in ospedale per più di vent’anni». Michele Pavan, 45 anni, di Cittadella (Padova) ci accoglie mostrando le mani. «È passato più di un anno dalla prima dose che mi ha rovinato la vita. Guardate il mignolo», dice, «continua ad avere spasmi involontari. Dal 31 maggio 2021 i miei arti si contraggono senza che possa farci nulla».Michele lavorava nel reparto di psichiatria, anche lui avendo una sola dose non può più tornare alla sua vecchia mansione, e così deve cercare di reinventarsi, mettersi in gioco in una nuova attività, nonostante ormai non sia più quello di prima. «Ho iniziato a star male poco dopo l’iniezione, ho subito avvertito un forte dolore alla testa e mi sono mancate le forze. Avevo paura di fare il vaccino perché sono allergico ad alcuni farmaci, ma mi sono dovuto vaccinare comunque. Quando vai nel centro vaccinale agli operatori non interessa chi sei e cosa ti potrebbe succedere, l’importante è che tu ti faccia fare l’iniezione. Io ho assolto al mio dovere civico, ma ora perché vengo punito per questo?».È in attesa che una commissione si riunisca per cambiargli il ruolo, non potendo più stare a contatto con i pazienti, dovrebbe andare in amministrazione, ma sembra che non sarà così. «Dopo la malattia mi hanno messo in ferie d’ufficio, la mia ultima busta paga è stata di 330 euro, ormai non ho neanche più i soldi per comprarmi le medicine. Questo sistema, oltre che avermi abbandonato, mi ha portato alla fame, mi ha tolto la dignità. Io prima del vaccino vivevo del mio lavoro, non ho mai chiesto nulla a nessuno, e adesso? Sono in attesa di questa decisione, ma il medico del lavoro mi ha già detto che sarò licenziato».Gli hanno diagnosticato un long Covid da vaccino, che dopo 14 mesi non smette di tormentarlo e per questo Michele deve continuare a sottoporsi a visite specialistiche. «In pratica sono stato danneggiato dal Covid, pur non avendolo preso. Ormai i soldi sono finiti, ho prosciugato tutti i risparmi. Nessuno si interessa alla tua vita, anche se è stata completamente stravolta all’improvviso. Da un giorno all’altro ti ritrovi malato, non sai cosa fare e non c’è nessuno che ti aiuta. Ti ritrovi in una strada senza via d’uscita e per di più se ne parli, non vieni creduto, anzi, ti isolano». <div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/noi-rovinati-vaccini-chiediamo-verita-2657823311.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="giuseppe-sanacore-ho-perso-i-sensi-da-allora-sono-sulla-sedia-a-rotelle" data-post-id="2657823311" data-published-at="1659914044" data-use-pagination="False"> Giuseppe Sanacore: «Ho perso i sensi, da allora sono sulla sedia a rotelle» Giuseppe Sanacore «Ho lavorato nei cantieri navali per trent’anni, sono partito dal basso e pian piano ero diventato responsabile di produzione, gestivo il magazzino. Sembra banale dirlo, ma amavo il mio lavoro, entravo per primo, uscivo per ultimo, lo sforzo fisico non mi ha mai spaventato, almeno fino a un anno fa. Ora non ho più nulla, non posso neanche alzarmi in piedi». Giuseppe Sanacore ci viene incontro sulla sua sedia a rotelle, 56 anni, la maggior parte passati tra le barche e il mare che bagna Fano. Nei suoi occhi un’enorme tristezza e il ricordo di quello che era prima del vaccino contro il Covid.«Sono sempre stato un soggetto allergico», racconta, «non posso mangiare crostacei e arachidi, il polline mi scatena l’allergia, ovviamente avevo segnalato tutto questo ai medici vaccinatori, ma l’iniezione me l’hanno fatta comunque». La prima dose non ha avuto grandi conseguenze, per Giuseppe, il solito dolore al braccio, nulla di più. È stata la seconda a distruggergli la vita. «Chi mi ha vaccinato, dopo aver sentito delle mie allergie, mi ha consigliato di aspettare almeno mezz’ora nella sala d’attesa dopo l’iniezione, e così ho fatto. Per fortuna ero lì e non alla guida, perché altrimenti non so cosa sarebbe potuto succedere». Dopo 25 minuti, infatti, gli si è annebbiata la vista, neanche il tempo di riuscire a chiamare aiuto e ha perso conoscenza. L’arrivo dell’ambulanza, la corsa in ospedale e poi ben 14 ore di buio profondo, in cui Giuseppe non è riuscito a svegliarsi. Poi finalmente ha riaperto gli occhi, ma non riusciva più ad alzarsi dal letto.Dopo tre giorni ha provato a mettersi in piedi sorretto da un’infermiera, ma appena la donna ha lasciato le sue mani, è caduto per terra. Così è iniziato il lungo calvario fatto di analisi, visite mediche specialistiche e Tac. L’unica certezza è che le sue gambe hanno perso forza e nonostante tutti gli accertamenti - il ricovero in ospedale è durato quasi un mese - i medici non hanno trovato una cura.«Mi è stato detto che avevo patologie nascoste che con il vaccino sono esplose, anche se non hanno ancora individuato di cosa si tratti. È passato un anno e io continuo a non capire cosa sia accaduto al mio corpo, non riesco a rassegnarmi a una vita così». Ora però il problema, oltre che fisico è diventato anche economico. «Sono qui, sulla sedia a rotelle, privato di tutto, anche del mio lavoro. Mi ero messo in malattia, ovviamente, ma quando è finita sono stato licenziato. Sono diventato un disabile che a 56 anni cerca un lavoro e non sa come mantenere la sua famiglia. Sono stato danneggiato dal vaccino e nessuno vuole aiutarmi, lo Stato non sa neanche che esisto, come farò a sopravvivere?». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem5" data-id="5" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/noi-rovinati-vaccini-chiediamo-verita-2657823311.html?rebelltitem=5#rebelltitem5" data-basename="tony-taffo-mi-e-impossibile-deglutire-da-un-anno-vivo-di-pappette" data-post-id="2657823311" data-published-at="1659914044" data-use-pagination="False"> Tony Taffo: «Mi è impossibile deglutire. Da un anno vivo di pappette» Nel riquadro Tony Taffo (iStock) «Immaginate di essere sani, perfettamente normali, felici. Di avere un lavoro, un cane, una vita tranquilla. Poi all’improvviso vi svegliate e nessuna parte del vostro corpo risponde più al vostro comando. Non riuscite neanche a deglutire. E così perdete tutto, fino ad avere una invalidità riconosciuta al 75%. Ecco, questa è la mia storia». Incontriamo Tony Taffo nell’appartamento dove vive, a Osimo (Ancona). Dimostra più dei suoi 48 anni, è magro, molto magro. «Ho perso oltre 15 chili, e con quei chili è andato via anche il mio sorriso. Nel momento peggiore ne pesavo solo 59, ero uno scheletro, mi volevano ricoverare per denutrizione». Si alza a fatica e va verso il mobiletto della cucina, lo apre e mostra una serie di piccoli barattoli, sono omogeneizzati, pappette per neonati. «Questo è quello che mangio, o meglio che riesco a mangiare, da luglio dell’anno scorso. Dopo 3 giorni dal vaccino ho iniziato ad avere problemi a deglutire, finché una notte mi sono soffocato con la mia stessa saliva, da lì è iniziato l’inferno». Tony ha iniziato a nutrirsi solo con cibi frullati, quelli che mangia tutt’ora. Ha sviluppato anche una broncopatia cronica, è stato ricoverato due volte, i medici gli hanno fatto tutti gli esami possibili, ma sono riusciti solo a evidenziare una disfunzione motoria della deglutizione, senza però dargli una cura o una terapia. «Mi è stato detto che il danno potrebbe essere permanente. In questi 13 mesi ho perso i capelli, spesso mi si riempiva la bocca di sangue. Da dicembre non ho più la sensibilità della lingua e non sento più i sapori». Perdendo le forze, ha perso anche il lavoro, prima faceva il giardiniere, si occupava della manutenzione delle case di riposo, un impiego faticoso che non potrà più fare. «Mi conoscevano tutti perché mi piaceva scherzare con i vecchietti in strada, al bar, ero un po’ un burlone, ora vivo come un recluso in casa perché mi mancano le forze anche per fare le scale. Non mi riconosco più, prima del vaccino avevo dei sogni, mi dovevo trasferire a Bergamo, immaginavo una famiglia. Tutto questo mi è stato strappato via, lasciandomi nella disperazione più totale». E così dopo aver perso il lavoro, Tony non è riuscito più a pagare l’affitto, per fortuna l’intervento del Comune ha bloccato lo sfratto. «Ho rischiato anche di rimanere senza casa, adesso sopravvivo grazie alla pensione di invalidità. Passa il tempo, speri di migliorare, ma non è così, e cerchi da qualche parte la forza di continuare a vivere».
Giorgia Meloni (Ansa)
Il messaggio di fondo è netto: il governo non è in ritirata, non pensa a rimpasti, non valuta dimissioni e intende arrivare fino alla fine della legislatura. Meloni liquida come «alchimie di palazzo» le ricostruzioni sulle conseguenze del voto referendario e rivendica una linea di continuità: «Non c’è alcuna ripartenza da fare», perché il governo «non si è mai fermato», e non servono nuove linee programmatiche, dal momento che «le nostre linee programmatiche sono da sempre scritte nel programma di governo». Quanto alle ipotesi di crisi, la chiusura è perentoria: «Ci siamo presi l’impegno di governare questa Nazione per cinque anni, ed è esattamente quello che faremo». E ancora: «Non scapperemo, non indietreggeremo, non ci metteremo al riparo facendo pagare ai cittadini il prezzo dei soliti giochi di palazzo». Poi conferma la squadra di governo, dopo le voci di queste ultime settimane su un possibile rimpasto (, tra le crisi di Forza Italia e gli attacchi delle opposizioni al ministero dell'Interno Matteo Piantedosi: «Voglio ringraziare tutti i membri del Governo che hanno lavorato, e lavorano, senza sosta per costruire risultati concreti, a partire dai miei due Vicepremier, Matteo Salvini e Antonio Tajani, che sono orgogliosa di avere al mio fianco». «Non c’è alcuna intenzione di fare un rimpasto», scandisce Meloni, liquidando come «alchimie di palazzo» le letture che, dopo il referendum e dopo le uscite dal governo di alcuni ministri e sottosegretari, descrivono un esecutivo in fase di riassetto.
E sulle dimissioni dei giorni scorsi, da Andre Delmastro a Daniela Santanchè, rivendica una scelta politica precisa: «Ho chiesto un passo indietro ad alcuni membri del governo che pure, nell’esercizio delle loro deleghe, avevano lavorato bene», perché «abbiamo voluto ancora una volta anteporre l’interesse della Nazione a quello di partito»
La sconfitta sulla riforma della giustizia viene così rovesciata in un argomento politico: occasione persa, certo, ma non fine del cantiere. La premier parla del «rammarico di aver perso un’occasione storica di modernizzare l’Italia», ma insiste che «la riforma della giustizia rimane una necessità» e che sarebbe un errore storico abbandonarla. «I problemi sul tappeto rimangono», osserva, e il compito della politica resta quello di trovare «soluzioni concrete, coraggiose, efficaci», non «contro la magistratura», ma «a favore di una magistratura libera dai condizionamenti politici e ideologici».
Da qui parte una seconda operazione: trasformare una difesa in una sfida. Meloni chiama le opposizioni a misurarsi «sulla politica, sulla vera politica», e soprattutto «nel merito». Merito, nella sua impostazione, significa crisi internazionale, energia, competitività, Europa, sicurezza, immigrazione, lavoro. «Parliamo delle soluzioni, vediamo chi ne ha», scandisce, nel tentativo di spostare il baricentro del dibattito dall’usura politica interna a uno scenario più ampio, dove Palazzo Chigi può rivendicare iniziativa e centralità.
Il capitolo internazionale occupa infatti una parte decisiva del discorso. La presidente del Consiglio ribadisce la collocazione atlantica dell’Italia, ma respinge la lettura di una sua subalternità a Donald Trump. Lo fa anche in modo polemico, evocando «l’ormai scontato ritornello sulla subalternità della sottoscritta al Presidente americano Trump» o quello, dice, «ancora più scontato» secondo cui «la Meloni scelga tra Trump e l’Europa». La sua risposta è una formula che punta a tenere insieme fedeltà e autonomia: «Siamo testardamente occidentali», perché «solo se l’Occidente è unito può essere una forza capace di dire la propria sul palcoscenico del mondo».
In questa chiave cita i dazi, l’Afghanistan, la Groenlandia, l’Ucraina e soprattutto l’Iran, sottolineando che l’Italia non ha condiviso né partecipato all’operazione militare. «Come abbiamo fatto con la guerra in Iran», dice, «un’operazione militare che l’Italia non ha condiviso e a cui non ha partecipato». E sulla vicenda di Sigonella rivendica che l’Italia si è attenuta «scrupolosamente alla lettera dei trattati e degli accordi» con gli Stati Uniti, circostanza che, a suo dire, «fa giustizia della solita propaganda a buon mercato».
Meloni prova così a costruire una postura precisa: da un lato l’Europa deve rafforzarsi, diventare più pragmatica, meno ideologica, più autonoma sul piano strategico e della difesa; dall’altro, l’Occidente non può permettersi una rottura tra le due sponde dell’Atlantico. «Se le due gambe non si muovono nella stessa direzione, l’Occidente è destinato alla paralisi», avverte. E aggiunge: «Continuo a credere nella necessità di lavorare per garantire l’unità dell’Occidente».
Ma se la politica estera serve a rivendicare statura, la politica economica serve a difendere il bilancio interno del governo. Meloni insiste sugli interventi per contenere il costo dell’energia e dei carburanti e presenta la diplomazia energetica come una necessità nazionale, non come «turismo diplomatico». «È preciso dovere del Presidente del Consiglio fare tutto il possibile per assicurare alle imprese e ai cittadini energia sufficiente e a prezzi il più possibile contenuti», afferma. E rivendica anche il taglio di 25 centesimi al litro su diesel e benzina, prorogato fino al 1° maggio: «Una scelta che rivendico».
Sul piano interno la premier passa in rassegna i risultati che considera identitari: conti pubblici in ordine, ritorno dell’avanzo primario, aumento degli investimenti esteri, crescita dell’export, rafforzamento dell’occupazione stabile, riduzione del precariato, salari in ripresa, calo del rischio di povertà. Qui il bersaglio polemico è soprattutto il Pd e la sua segretaria. Da giorni, osserva Meloni, Elly Schlein sostiene che con il centrodestra sia aumentata la precarietà. Ma per la premier «questa è, banalmente, una menzogna, verificabile». E insiste: «La verità è che, da quando si è insediato questo governo, è aumentato il lavoro stabile ed è diminuito il precariato». Fino alla stoccata politica: «La sinistra lo rivendicava, ma la destra lo ha fatto».
Il discorso si allarga poi ai prossimi dossier: lavoro povero, liste d’attesa, Piano Casa. Sul lavoro annuncia nuove misure «in vista della Festa dei Lavoratori» per rafforzare i diritti dei più fragili attraverso la contrattazione collettiva. Sulla casa, tema che definisce «particolarmente a cuore», promette un piano «robusto, strutturale» capace di mettere a disposizione «oltre 100 mila case nei prossimi 10 anni».
Tuttavia, il passaggio più politico e più duro arriva quando il discorso tocca il tema mafia. Qui Meloni abbandona per qualche minuto il registro istituzionale e sceglie quello dello scontro frontale. Definisce «surreali» i teoremi costruiti su una sua presunta vicinanza alla criminalità organizzata e accusa l’opposizione di aver tirato in ballo perfino «un padre, morto peraltro, che non vedo da quando avevo undici anni». È uno dei punti emotivamente più marcati dell’intervento, nel quale la premier alza il tono: «Non accetto, non accetto, non accetto che i miei sacrifici possano essere usati per gli interessi di quelli che combatto dal 19 luglio del 1992, e non accetto lezioni su questo tema».
La controffensiva si muove su due livelli. Il primo è simbolico: Meloni rilancia la proposta di togliere la potestà genitoriale ai boss mafiosi, citando la legge a prima firma di Chiara Colosimo. Il secondo è quello dei numeri e della legislazione: ergastolo ostativo «messo in sicurezza», carcere duro salvato, oltre 130 latitanti catturati, più di 300 maxioperazioni, migliaia di arresti, 7,2 miliardi di beni sottratti alla criminalità, oltre 18 mila beni confiscati e restituiti alla collettività. La tesi è semplice e rivendicata senza sfumature: «Sui rapporti tra questo Governo e la criminalità organizzata parlano i fatti».
C’è poi un rovesciamento politico non secondario. Meloni dice di non voler interferire nel lavoro della Commissione Antimafia, ma chiede che si occupi dei tentativi di infiltrazione mafiosa nei partiti politici, «Fratelli d’Italia compreso». Un modo per mostrarsi non sulla difensiva, ma all’attacco; non chiusa nella smentita, ma pronta a rilanciare una verifica generale sul sistema politico. E subito dopo arriva la rivendicazione più personale: «Combatto la mafia fin da ragazzina, e continuerò a farlo fino al mio ultimo respiro, senza se e senza ma».
La linea è precisa: «A chi ci guarda con scetticismo risponderemo con i fatti. A chi spera nel nostro fallimento, risponderemo con la determinazione. A chi getta fango, risponderemo con l’orgoglio». Nessun passo indietro, nessuna fuga, nessuna resa alla polemica. E soprattutto nessuna disponibilità a lasciare che il terreno dello scontro sia scelto dagli altri.
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Matteo Salvini (Ansa)
Basta appoggiarsi un po’ (magari con il peso di una crisi energetica globale e di una guerra che fa impennare il prezzo del carburante) e comincia a scricchiolare. A certificare che qualcosa sta cambiando non è un sovranista barricadero, ma un pezzo pregiato della macchina europea. In audizione davanti alle commissioni parlamentari italiane, il vicepresidente esecutivo della Commissione Ue Stéphane Séjourné ha scelto parole attente: «Uno stop al Patto di stabilità non si può escludere». Allora Giorgetti ha evidenziato «l’opportunità di regole flessibili per specifici, temporanei impatti negativi soprattutto in campo energetico». Séjourné l’ha assicurato: «Potete contare sulla Commissione quando ci sono crisi sistemiche per avere una maggiore flessibilità». E ancora: «La Commissione non lascerà sprofondare l’Italia». Certo «non ho il mandato da parte della Commissione europea per specificare meglio i dettagli di questo versante. Ci sono strumenti di flessibilità che la Commissione ha sempre concesso».
La crisi energetica non è un fastidio passeggero, è una minaccia esistenziale. E quando c’è di mezzo la sopravvivenza dell’intero sistema economico («questioni di vita e di morte per le industrie») i dogmi contabili diventano negoziabili. La realtà, come spesso accade, corre più veloce delle regole. E perfino i custodi dell’ortodossia iniziano a mostrare qualche dubbio.
Prendiamo la Banca centrale europea. Non è esattamente un covo di rivoluzionari. Eppure, tra i banchieri centrali serpeggia un dubbio tutt’altro che marginale: ha senso aspettare una recessione conclamata prima di attivare la clausola di salvaguardia? «Forse sarebbe il caso di anticipare queste misure», ragiona un veterano della politica monetaria. Intervenire prima che il paziente finisca in terapia intensiva potrebbe non essere una cattiva idea. Ancora più significativo è ciò che accade a Berlino, dove l’austerità è religione di Stato. La Germania, per la prima volta, si muove insieme ad altri Paesi - Italia inclusa - per chiedere alla Commissione una tassa sugli extra profitti alle multinazionali dell’energia per non imporre nuova austerità ai cittadini. Una lettera firmata dal ministro delle Finanze Lars Klingbeil insieme a Giancarlo Giorgetti e ai ministri dell’Economia di Spagna, Portogallo e Austria. Non è ancora una conversione ma il segnale che anche il rigore tedesco sa fare i conti con bollette e consenso elettorale. In questo scenario, l’Italia gioca la sua partita con la consueta miscela di pressione politica e retorica muscolare. Protagonista Matteo Salvini: «Il Patto di stabilità», dice, «è una camicia di forza». La priorità sono imprese e famiglie: «Chiediamo che il Patto possa essere derogato per aiutare imprese e famiglie su riscaldamento, luce e gas così come avviene per comprare armi». Perché «non farlo sarebbe veramente meschino».
Salvini alza la posta: «Penso che Italia e Germania possano diventare maggioranza». Una frase che, fino a qualche settimana fa, sarebbe sembrata fantapolitica. Non è solo questione di dichiarazioni. Il leader della Lega prepara anche la piazza: il 18 aprile a Milano è pronta una manifestazione in cui, tra le rivendicazioni principali, ci sarà proprio la sospensione del Patto di stabilità. Un modo per spostare il baricentro del confronto da Bruxelles alla politica interna, trasformando una regola contabile in un tema da comizio. Del resto, poche cose scaldano l’elettorato come la bolletta del gas.
Gli euroburocrati procedono con la cautela di chi cammina sulle uova. La Commissione guidata da Ursula von der Leyen aspetta di capire come evolverà la crisi internazionale - con lo spettro della guerra e le tensioni legate all’Iran - prima di scoprire le carte. Ufficialmente, «le bocche sono cucite». Ufficiosamente, il dossier è sul tavolo.
Perché il punto è tutto qui: il Patto di stabilità, con il totem del 3%, nasce per tempi normali. Ma questi non sono tempi normali. Una crisi sistemica, un’economia sotto pressione e regole che rischiano di diventare un lusso insostenibile. La differenza è che questa volta il nemico non è un virus invisibile, ma qualcosa di molto più tangibile: la guerra e i suoi effetti sul costo dell’energia.
E allora la domanda, inevitabile, diventa politica prima ancora che economica: davvero l’Europa può permettersi di aspettare che la recessione sia «certificata» per intervenire? O non sarebbe più saggio - e meno costoso - anticipare le mosse? Il fronte del No, intanto, arretra. Non c’è ancora una resa, ma il cambio di clima è evidente.
Tra aperture prudenti, dubbi tecnici e pressioni politiche, l’idea che il Patto di Stabilità possa essere sospeso non è più un tabù.
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JD Vance (Ansa)
Vance sarà alla guida della delegazione statunitense incaricata di trattare con il presidente del Parlamento di Teheran, Mohammad Bagher Ghalibaf. La Casa Bianca lo ha confermato in serata, dopo qualche titubanza di Trump. Le controparti si fidano più di lui che di Jared Kushner, il genero ebreo di The Donald, e di Steve Witkoff, l’inviato speciale non sempre allineato a Benjamin Netanyahu, ma di incrollabile fede sionista: il regime sciita li accusa di aver travisato le sue posizioni.
Vance raccoglierebbe così i frutti della sua coerenza: stando alla ricostruzione pubblicata sul New York Times da Jonathan Swan e Maggie Haberman, egli è stato l’unico a opporsi apertamente alla guerra, durante le riunioni nella Situation room alle quali erano presenti i vertici dell’amministrazione, il capo della Cia, John Ratcliffe, e quello dell’esercito, Dan Caine. I reporter, che dedicheranno alla vicenda una parte del loro libro in uscita a giugno, hanno svelato che il premier israeliano aveva iniziato a premere su Trump dal suo viaggio a Washington, lo scorso 11 febbraio. Bibi, ricevuto con tutti gli onori, avrebbe garantito che il popolo iraniano, con la spintarella dei raid e qualche intervento ad hoc dell’intelligence, era pronto a rovesciare il regime. La Repubblica islamica si sarebbe trovata in una posizione di tale debolezza, che in breve gli alleati avrebbero potuto distruggere le sue capacità balistiche, senza che il nemico avesse il tempo di bloccare lo Stretto di Hormuz. Lo scenario non aveva convinto quasi nessuno: Ratcliffe lo considerava «farsesco»; il segretario di Stato, Marco Rubio, ha definito quelle del premier israeliano «stronzate». L’unico sostenitore entusiasta dell’impresa militare era Hegseth. Eppure, alla fine, soltanto Vance (assente l’11 febbraio) ha avuto il coraggio di bocciare l’idea di un conflitto su larga scala. Nemmeno il generale Caine, pur avendo avvisato il tycoon sul rischio che gli Usa consumassero le scorte di missili e intercettori, avrebbe dato parere negativo all’operazione. «Tutti si sono rimessi agli istinti del presidente», hanno scritto Swan e Haberman. Quello del New York Times non è l’unico addebito dei media nazionali al numero uno del Pentagono. Sul Washington Post è comparso un lungo articolo che citava funzionari dell’amministrazione, secondo cui «Pete non racconta la verità al presidente». Hegseth ieri ha tentato di vendere gli strabilianti risultati dei 40 giorni di bombardamenti: ha dichiarato che Teheran è stata «umiliata e demoralizzata»; che non avrà mai l’atomica; che Mojtaba Khamenei è «ferito e sfigurato»; ha proclamato che l’America ha ottenuto una «storica vittoria sul campo», che Trump è un «presidente della pace», che avrebbe potuto «paralizzare l’intera economia iraniana in pochi minuti, ma ha scelto la clemenza». Ha ripetuto persino la bufala del controllo dei cieli, sapendo che un conto è la superiorità aerea - indiscussa - e un conto è il dominio aereo. Questo, gli aggressori non l’hanno conseguito, almeno al di sotto di certe quote: altrimenti, i caccia non sarebbero stati abbattuti. Ciò non significa che per l’Iran la guerra sia stata una passeggiata: forse non è stato distrutto «circa il 90% dell’industria militare» - ciò che ha sostenuto il generale Caine - però i danni all’apparato produttivo sono stati pesantissimi. E ricostruire richiederà anni, anche se fosse vero che a disposizione ci sono ancora «15.000 missili e 45.000 droni», come hanno comunicato martedì i pasdaran agli Usa. Ma già solo considerare un punto di partenza «ragionevole» - parola di Trump - il piano in dieci punti degli ayatollah, per gli Usa significa ammettere una sostanziale sconfitta strategica.
Deve averlo capito Dan Driscoll, segretario dell’Esercito e amico personale di Vance: sembrava che la sua testa sarebbe stata la prossima a saltare, dopo quella del capo di Stato maggiore, Randy George, altro uomo vicino al vicepresidente. Invece ieri, al Washington Post, Driscoll ha garantito: «Non ho in programma di lasciare o dimettermi». D’altronde, già da un po’ di giorni Hegseth, constatato lo stallo in Medio Oriente, teme per il proprio incarico. È improbabile che Trump lo siluri, specie dopo due rimozioni pesanti come quelle di Pam Bondi, ex ministro della Giustizia, e Kristi Noem, ex segretario alla Sicurezza interna. In ogni caso, il suo scranno non è il più solido nell’esecutivo.
The Donald non lo ammetterebbe mai, ma è probabile che si sia reso conto del raggiro di Netanyahu e dei sionisti evangelici, di cui Hegseth è un esponente di spicco. Il tycoon fatica a dissociarsi dallo Stato ebraico, tanto che la Casa Bianca ha comunicato che il fronte libanese era escluso dall’accordo per il cessate il fuoco. Ma la realtà sta dando ragione alle cautele espresse dai cattolici dell’amministrazione: Rubio, forse troppo «ambivalente», ha notato il New York Times, nel suo atteggiamento sull’Iran; e Vance, ligio all’orientamento della base Maga, che disprezza l’avventurismo bellico. Gli ultimi sondaggi, peraltro, mostrano che l’opinione pubblica è ormai al 60% contraria alle politiche di Tel Aviv.
Ieri, da Budapest, il vicepresidente parlava da capo negoziatore. Se gli sciiti «sono disposti a collaborare con noi in buona fede», ha commentato, «credo che possiamo raggiungere un accordo». Vance ha rimesso la testa pure sull’altra guerra, quella tra Mosca e Kiev, la «più difficile da risolvere»: «Sono abbastanza ottimista», ha detto, «perché ha smesso di avere senso. Vale la pena continuare a combattere per pochi chilometri, al costo di centinaia di migliaia di vite e di anni di crisi economica ed energetica? Per noi la risposta è no. Ma servono due parti: noi possiamo aprire la porta, ma russi e ucraini devono attraversare la soglia». Hegseth potrebbe concordare: nel Donbass non c’è un Santo Sepolcro da dare in appalto a Israele.
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