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2022-08-07
Noi, rovinati dai vaccini. Ora vi chiediamo verità
iStock
Le reazioni avverse al vaccino sono più numerose dei dati ufficiali. E hanno distrutto la vita di tante persone che hanno perso salute e lavoro, e ora non riescono a sbarcare il lunario. Dimenticati anche dallo Stato che ha reso l’iniezione obbligatoria. Come dimostrano queste drammatiche storie.
«Mi sento intrappolato in un corpo che non è il mio. Sono costretto a vivere una vita che non mi appartiene». Questo è il filo che unisce le storie di chi, dopo essersi sottoposto alla vaccinazione contro il Covid, ha sviluppato degli effetti avversi. Una puntura e ti risvegli privato della salute, della forza fisica e mentale per affrontare le giornate, lavoro compreso. E così oltre al danno, quello evidente che ha colpito il corpo, se ne crea anche un altro: quello lavorativo. Spesso i danneggiati mentre lottano per guarire cercando medici in grado di curarli, perdono anche la loro occupazione e di conseguenza, lo stipendio. Si innesca una spirale negativa in cui tutta la vita viene distrutta pezzo dopo pezzo, nella più totale indifferenza e solitudine, perché quello del vaccino è un meccanismo troppo perfetto che non ammette che qualcosa possa andar storto. Eppure qualcosa è sfuggito al controllo, l’ingranaggio si è inceppato, ci sono persone che da oltre un anno hanno smesso di vivere realmente.
Francesco Schenone: «Vertigini e tachicardia. A 28 anni non ho un futuro»

Francesco Schenone
«La mia era una vita normalissima, a 27 anni pensi di avere tutto il tempo che vuoi per realizzare qualsiasi cosa, ora invece non riesco neanche a immaginare come sarà il futuro». Francesco Schenone ora ha 28 anni, sono passati più di 12 mesi da quell’unica dose di vaccino che gli ha portato via tutto. «Sono sempre stato super attivo, ho iniziato a lavorare a 18 anni perché volevo avere la capacità economica di conquistare le mie cose da solo. Facevo il fruttivendolo e allo stesso tempo suonavo la batteria in una band, i soldi guadagnati li investivo per studiare musica a Milano».
Francesco è di Recco (Genova). Il 4 giugno dello scorso decise di vaccinarsi in un Open day, quelle giornate aperte a tutti, anche a chi non aveva ancora l’età per accedere alla vaccinazione, quando ancora i vaccini erano pochi e si dava precedenza alle fasce d’età più a rischio. «Mi sono immunizzato prima dei miei coetanei perché mio papà è un soggetto fragile, volevo proteggerlo. Credevo davvero nel vaccino, pensavo fosse la soluzione per poter uscire dall’incubo della pandemia, invece sono sprofondato io in un incubo senza via d’uscita».
È bastata una sola dose: Francesco già dopo poche ore ha iniziato ad avere strani spasmi muscolari. Pensava passassero, ma non è stato così. Dopo tre giorni doveva suonare con la sua band, ma il braccio non rispondeva, e così non ha potuto esibirsi. Intanto hanno iniziato a manifestarsi altri disturbi: acufeni, vertigini e una strana tachicardia. «Per un po’ ho continuato a lavorare, stringevo i denti, cercavo di resistere, non volevo accettare quello che mi stava succedendo. Intanto continuavo a fare visite specialistiche. Dopo un mese e mezzo, però, ho smesso di lavorare, non ero più in grado. C’erano momenti in cui avevo una tachicardia fortissima e poi venivo travolto dalle vertigini, così forti da non riuscire a stare in piedi». Dopo tutti gli esami, a Schenone è stata diagnosticata una pericardite post-vaccino e la Pots, una patologia neurologica che colpisce il cuore e causa proprio quelle vertigini così invalidanti che lo hanno costretto ad abbandonare tutte le sue attività, lavoro compreso.
«Ho 28 anni e non so se sarò più capace di lavorare, non so se potrò più riprendere a suonare la batteria, se sarò in grado di ricominciare a studiare musica, dovendo arrivare fino a Milano. Ora tutto mi sembra difficile, ho perso completamente la mia spensieratezza. Mi manca poter uscire di casa senza avere la paura di stare male».
Giovanna Viotto: «Volevo tutelare i pazienti, ma nessuno ha protetto me»

Giovanni Viotto
«Il mio è stato un vero e proprio calvario. Accanto alla disperazione di non capire che cosa stesse succedendo al mio corpo, c’era anche quella di cercare un modo per sostenere me e mia figlia. Mi sono sentita abbandonata, sono tutt’oggi completamente abbandonata, eppure la mia unica colpa è stata vaccinarmi». Ha le lacrime agli occhi Giovanna Viotto, 53 anni, di Biella, mentre ripensa a tutto quello che ha passato. Una figlia adolescente da mantenere e la possibilità di lavorare cancellata così, di netto, con un colpo di spugna.
«Sono un’operatrice sociosanitaria, accudisco i malati. Ho sempre lavorato in ospedale e a domicilio, mi sono vaccinata perché mi è stato detto che serviva a protegge i pazienti, e quindi non mi sono tirata indietro. Peccato che nessuno abbia protetto me». Il danno da vaccino si è manifestato subito dopo la prima dose. Ha iniziato ad avere dei forti dolori muscolari in tutto il corpo, dopo tre giorni non riusciva a camminare bene. E poi dopo dieci giorni è arrivata la paralisi totale.
«Stavo pranzando con mia figlia, a un certo punto non sono più riuscita a muovere gli arti. Le gambe immobili, le braccia sono cadute lungo il corpo, il collo si è irrigidito portando la mia testa all’indietro. Ero terrorizzata. Imprigionata in un contenitore che non rispondeva ai miei comandi. Sono state le ore più lunghe della mia vita, respiravo, ero cosciente, ma completamente bloccata». Dopo tre ore e mezzo e una siringa di cortisone e antistaminico, Giovanna ha ricominciato a muoversi. Ma il giorno dopo ha avuto un’altra paralisi. È stata portata in ospedale ed è iniziata la solita trafila tra esami e risonanze.
«Non ho camminato per sei mesi, e ovviamente ho perso il lavoro, ma oltre al danno, la beffa. Quando ho iniziato a star meglio, mi è stato detto che non avrei potuto più fare l’oss nonostante l’esenzione. Per accudire i malati ci vuole il ciclo completo vaccinale con tanto di terza dose, io mi sono fermata alla prima».
E così Giovanna a 53 anni ha dovuto reiventarsi, ha fatto la cameriera, l’aiuto cuoco, le pulizie, ma ogni volta è stata licenziata per le troppe assenze. La sua salute non è più quella di prima, gli è stata diagnosticata anche la pericardite post-vaccino. «Non so davvero come poter uscire da questa situazione, vorrei solo che qualcuno mi aiutasse. Io non ho scelto di stare male e neanche di non poter più fare il lavoro che ho sempre fatto. Ho solo ascoltato la scienza e mi sono vaccinata».
Michele Pavan: «È come se la pelle bruciasse e presto sarò disoccupato»

Michele Pavan
«È stata una cosa devastante, avevo crisi respiratorie, fitte al cuore, spilli in tutto il corpo come se la mia pelle andasse a fuoco. Mi sentivo come se pesassi cinque quintali. Non avrei mai potuto immaginare una cosa simile, eppure faccio l’infermiere, ho lavorato in ospedale per più di vent’anni». Michele Pavan, 45 anni, di Cittadella (Padova) ci accoglie mostrando le mani. «È passato più di un anno dalla prima dose che mi ha rovinato la vita. Guardate il mignolo», dice, «continua ad avere spasmi involontari. Dal 31 maggio 2021 i miei arti si contraggono senza che possa farci nulla».
Michele lavorava nel reparto di psichiatria, anche lui avendo una sola dose non può più tornare alla sua vecchia mansione, e così deve cercare di reinventarsi, mettersi in gioco in una nuova attività, nonostante ormai non sia più quello di prima. «Ho iniziato a star male poco dopo l’iniezione, ho subito avvertito un forte dolore alla testa e mi sono mancate le forze. Avevo paura di fare il vaccino perché sono allergico ad alcuni farmaci, ma mi sono dovuto vaccinare comunque. Quando vai nel centro vaccinale agli operatori non interessa chi sei e cosa ti potrebbe succedere, l’importante è che tu ti faccia fare l’iniezione. Io ho assolto al mio dovere civico, ma ora perché vengo punito per questo?».
È in attesa che una commissione si riunisca per cambiargli il ruolo, non potendo più stare a contatto con i pazienti, dovrebbe andare in amministrazione, ma sembra che non sarà così. «Dopo la malattia mi hanno messo in ferie d’ufficio, la mia ultima busta paga è stata di 330 euro, ormai non ho neanche più i soldi per comprarmi le medicine. Questo sistema, oltre che avermi abbandonato, mi ha portato alla fame, mi ha tolto la dignità. Io prima del vaccino vivevo del mio lavoro, non ho mai chiesto nulla a nessuno, e adesso? Sono in attesa di questa decisione, ma il medico del lavoro mi ha già detto che sarò licenziato».
Gli hanno diagnosticato un long Covid da vaccino, che dopo 14 mesi non smette di tormentarlo e per questo Michele deve continuare a sottoporsi a visite specialistiche. «In pratica sono stato danneggiato dal Covid, pur non avendolo preso. Ormai i soldi sono finiti, ho prosciugato tutti i risparmi. Nessuno si interessa alla tua vita, anche se è stata completamente stravolta all’improvviso. Da un giorno all’altro ti ritrovi malato, non sai cosa fare e non c’è nessuno che ti aiuta. Ti ritrovi in una strada senza via d’uscita e per di più se ne parli, non vieni creduto, anzi, ti isolano».
Giuseppe Sanacore: «Ho perso i sensi, da allora sono sulla sedia a rotelle»

Giuseppe Sanacore
«Ho lavorato nei cantieri navali per trent’anni, sono partito dal basso e pian piano ero diventato responsabile di produzione, gestivo il magazzino. Sembra banale dirlo, ma amavo il mio lavoro, entravo per primo, uscivo per ultimo, lo sforzo fisico non mi ha mai spaventato, almeno fino a un anno fa. Ora non ho più nulla, non posso neanche alzarmi in piedi». Giuseppe Sanacore ci viene incontro sulla sua sedia a rotelle, 56 anni, la maggior parte passati tra le barche e il mare che bagna Fano. Nei suoi occhi un’enorme tristezza e il ricordo di quello che era prima del vaccino contro il Covid.
«Sono sempre stato un soggetto allergico», racconta, «non posso mangiare crostacei e arachidi, il polline mi scatena l’allergia, ovviamente avevo segnalato tutto questo ai medici vaccinatori, ma l’iniezione me l’hanno fatta comunque». La prima dose non ha avuto grandi conseguenze, per Giuseppe, il solito dolore al braccio, nulla di più. È stata la seconda a distruggergli la vita. «Chi mi ha vaccinato, dopo aver sentito delle mie allergie, mi ha consigliato di aspettare almeno mezz’ora nella sala d’attesa dopo l’iniezione, e così ho fatto. Per fortuna ero lì e non alla guida, perché altrimenti non so cosa sarebbe potuto succedere». Dopo 25 minuti, infatti, gli si è annebbiata la vista, neanche il tempo di riuscire a chiamare aiuto e ha perso conoscenza. L’arrivo dell’ambulanza, la corsa in ospedale e poi ben 14 ore di buio profondo, in cui Giuseppe non è riuscito a svegliarsi. Poi finalmente ha riaperto gli occhi, ma non riusciva più ad alzarsi dal letto.
Dopo tre giorni ha provato a mettersi in piedi sorretto da un’infermiera, ma appena la donna ha lasciato le sue mani, è caduto per terra. Così è iniziato il lungo calvario fatto di analisi, visite mediche specialistiche e Tac. L’unica certezza è che le sue gambe hanno perso forza e nonostante tutti gli accertamenti - il ricovero in ospedale è durato quasi un mese - i medici non hanno trovato una cura.
«Mi è stato detto che avevo patologie nascoste che con il vaccino sono esplose, anche se non hanno ancora individuato di cosa si tratti. È passato un anno e io continuo a non capire cosa sia accaduto al mio corpo, non riesco a rassegnarmi a una vita così». Ora però il problema, oltre che fisico è diventato anche economico. «Sono qui, sulla sedia a rotelle, privato di tutto, anche del mio lavoro. Mi ero messo in malattia, ovviamente, ma quando è finita sono stato licenziato. Sono diventato un disabile che a 56 anni cerca un lavoro e non sa come mantenere la sua famiglia. Sono stato danneggiato dal vaccino e nessuno vuole aiutarmi, lo Stato non sa neanche che esisto, come farò a sopravvivere?».
Tony Taffo: «Mi è impossibile deglutire. Da un anno vivo di pappette»

Nel riquadro Tony Taffo (iStock)
«Immaginate di essere sani, perfettamente normali, felici. Di avere un lavoro, un cane, una vita tranquilla. Poi all’improvviso vi svegliate e nessuna parte del vostro corpo risponde più al vostro comando. Non riuscite neanche a deglutire. E così perdete tutto, fino ad avere una invalidità riconosciuta al 75%. Ecco, questa è la mia storia». Incontriamo Tony Taffo nell’appartamento dove vive, a Osimo (Ancona). Dimostra più dei suoi 48 anni, è magro, molto magro. «Ho perso oltre 15 chili, e con quei chili è andato via anche il mio sorriso. Nel momento peggiore ne pesavo solo 59, ero uno scheletro, mi volevano ricoverare per denutrizione».
Si alza a fatica e va verso il mobiletto della cucina, lo apre e mostra una serie di piccoli barattoli, sono omogeneizzati, pappette per neonati. «Questo è quello che mangio, o meglio che riesco a mangiare, da luglio dell’anno scorso. Dopo 3 giorni dal vaccino ho iniziato ad avere problemi a deglutire, finché una notte mi sono soffocato con la mia stessa saliva, da lì è iniziato l’inferno».
Tony ha iniziato a nutrirsi solo con cibi frullati, quelli che mangia tutt’ora. Ha sviluppato anche una broncopatia cronica, è stato ricoverato due volte, i medici gli hanno fatto tutti gli esami possibili, ma sono riusciti solo a evidenziare una disfunzione motoria della deglutizione, senza però dargli una cura o una terapia. «Mi è stato detto che il danno potrebbe essere permanente. In questi 13 mesi ho perso i capelli, spesso mi si riempiva la bocca di sangue. Da dicembre non ho più la sensibilità della lingua e non sento più i sapori». Perdendo le forze, ha perso anche il lavoro, prima faceva il giardiniere, si occupava della manutenzione delle case di riposo, un impiego faticoso che non potrà più fare.
«Mi conoscevano tutti perché mi piaceva scherzare con i vecchietti in strada, al bar, ero un po’ un burlone, ora vivo come un recluso in casa perché mi mancano le forze anche per fare le scale. Non mi riconosco più, prima del vaccino avevo dei sogni, mi dovevo trasferire a Bergamo, immaginavo una famiglia. Tutto questo mi è stato strappato via, lasciandomi nella disperazione più totale». E così dopo aver perso il lavoro, Tony non è riuscito più a pagare l’affitto, per fortuna l’intervento del Comune ha bloccato lo sfratto. «Ho rischiato anche di rimanere senza casa, adesso sopravvivo grazie alla pensione di invalidità. Passa il tempo, speri di migliorare, ma non è così, e cerchi da qualche parte la forza di continuare a vivere».
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Si chiamano Giovanna,Francesco, Michele, Tony e Giuseppe. Raccontano il loro dolore: «Qualcuno ne risponda». L’immunologo Giovanni Frajese: «Mi candido per fare luce. Subito una commissione d’inchiesta». Ricercatore rivela: «L’mRna? I difetti di quel sistema erano noti a tutti».Le reazioni avverse al vaccino sono più numerose dei dati ufficiali. E hanno distrutto la vita di tante persone che hanno perso salute e lavoro, e ora non riescono a sbarcare il lunario. Dimenticati anche dallo Stato che ha reso l’iniezione obbligatoria. Come dimostrano queste drammatiche storie.«Mi sento intrappolato in un corpo che non è il mio. Sono costretto a vivere una vita che non mi appartiene». Questo è il filo che unisce le storie di chi, dopo essersi sottoposto alla vaccinazione contro il Covid, ha sviluppato degli effetti avversi. Una puntura e ti risvegli privato della salute, della forza fisica e mentale per affrontare le giornate, lavoro compreso. E così oltre al danno, quello evidente che ha colpito il corpo, se ne crea anche un altro: quello lavorativo. Spesso i danneggiati mentre lottano per guarire cercando medici in grado di curarli, perdono anche la loro occupazione e di conseguenza, lo stipendio. Si innesca una spirale negativa in cui tutta la vita viene distrutta pezzo dopo pezzo, nella più totale indifferenza e solitudine, perché quello del vaccino è un meccanismo troppo perfetto che non ammette che qualcosa possa andar storto. Eppure qualcosa è sfuggito al controllo, l’ingranaggio si è inceppato, ci sono persone che da oltre un anno hanno smesso di vivere realmente.<div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/noi-rovinati-vaccini-chiediamo-verita-2657823311.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="francesco-schenone-vertigini-e-tachicardia-a-28-anni-non-ho-un-futuro" data-post-id="2657823311" data-published-at="1659914044" data-use-pagination="False"> Francesco Schenone: «Vertigini e tachicardia. A 28 anni non ho un futuro» Francesco Schenone «La mia era una vita normalissima, a 27 anni pensi di avere tutto il tempo che vuoi per realizzare qualsiasi cosa, ora invece non riesco neanche a immaginare come sarà il futuro». Francesco Schenone ora ha 28 anni, sono passati più di 12 mesi da quell’unica dose di vaccino che gli ha portato via tutto. «Sono sempre stato super attivo, ho iniziato a lavorare a 18 anni perché volevo avere la capacità economica di conquistare le mie cose da solo. Facevo il fruttivendolo e allo stesso tempo suonavo la batteria in una band, i soldi guadagnati li investivo per studiare musica a Milano».Francesco è di Recco (Genova). Il 4 giugno dello scorso decise di vaccinarsi in un Open day, quelle giornate aperte a tutti, anche a chi non aveva ancora l’età per accedere alla vaccinazione, quando ancora i vaccini erano pochi e si dava precedenza alle fasce d’età più a rischio. «Mi sono immunizzato prima dei miei coetanei perché mio papà è un soggetto fragile, volevo proteggerlo. Credevo davvero nel vaccino, pensavo fosse la soluzione per poter uscire dall’incubo della pandemia, invece sono sprofondato io in un incubo senza via d’uscita».È bastata una sola dose: Francesco già dopo poche ore ha iniziato ad avere strani spasmi muscolari. Pensava passassero, ma non è stato così. Dopo tre giorni doveva suonare con la sua band, ma il braccio non rispondeva, e così non ha potuto esibirsi. Intanto hanno iniziato a manifestarsi altri disturbi: acufeni, vertigini e una strana tachicardia. «Per un po’ ho continuato a lavorare, stringevo i denti, cercavo di resistere, non volevo accettare quello che mi stava succedendo. Intanto continuavo a fare visite specialistiche. Dopo un mese e mezzo, però, ho smesso di lavorare, non ero più in grado. C’erano momenti in cui avevo una tachicardia fortissima e poi venivo travolto dalle vertigini, così forti da non riuscire a stare in piedi». Dopo tutti gli esami, a Schenone è stata diagnosticata una pericardite post-vaccino e la Pots, una patologia neurologica che colpisce il cuore e causa proprio quelle vertigini così invalidanti che lo hanno costretto ad abbandonare tutte le sue attività, lavoro compreso.«Ho 28 anni e non so se sarò più capace di lavorare, non so se potrò più riprendere a suonare la batteria, se sarò in grado di ricominciare a studiare musica, dovendo arrivare fino a Milano. Ora tutto mi sembra difficile, ho perso completamente la mia spensieratezza. Mi manca poter uscire di casa senza avere la paura di stare male». <div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/noi-rovinati-vaccini-chiediamo-verita-2657823311.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="giovanna-viotto-volevo-tutelare-i-pazienti-ma-nessuno-ha-protetto-me" data-post-id="2657823311" data-published-at="1659914044" data-use-pagination="False"> Giovanna Viotto: «Volevo tutelare i pazienti, ma nessuno ha protetto me» Giovanni Viotto «Il mio è stato un vero e proprio calvario. Accanto alla disperazione di non capire che cosa stesse succedendo al mio corpo, c’era anche quella di cercare un modo per sostenere me e mia figlia. Mi sono sentita abbandonata, sono tutt’oggi completamente abbandonata, eppure la mia unica colpa è stata vaccinarmi». Ha le lacrime agli occhi Giovanna Viotto, 53 anni, di Biella, mentre ripensa a tutto quello che ha passato. Una figlia adolescente da mantenere e la possibilità di lavorare cancellata così, di netto, con un colpo di spugna.«Sono un’operatrice sociosanitaria, accudisco i malati. Ho sempre lavorato in ospedale e a domicilio, mi sono vaccinata perché mi è stato detto che serviva a protegge i pazienti, e quindi non mi sono tirata indietro. Peccato che nessuno abbia protetto me». Il danno da vaccino si è manifestato subito dopo la prima dose. Ha iniziato ad avere dei forti dolori muscolari in tutto il corpo, dopo tre giorni non riusciva a camminare bene. E poi dopo dieci giorni è arrivata la paralisi totale.«Stavo pranzando con mia figlia, a un certo punto non sono più riuscita a muovere gli arti. Le gambe immobili, le braccia sono cadute lungo il corpo, il collo si è irrigidito portando la mia testa all’indietro. Ero terrorizzata. Imprigionata in un contenitore che non rispondeva ai miei comandi. Sono state le ore più lunghe della mia vita, respiravo, ero cosciente, ma completamente bloccata». Dopo tre ore e mezzo e una siringa di cortisone e antistaminico, Giovanna ha ricominciato a muoversi. Ma il giorno dopo ha avuto un’altra paralisi. È stata portata in ospedale ed è iniziata la solita trafila tra esami e risonanze.«Non ho camminato per sei mesi, e ovviamente ho perso il lavoro, ma oltre al danno, la beffa. Quando ho iniziato a star meglio, mi è stato detto che non avrei potuto più fare l’oss nonostante l’esenzione. Per accudire i malati ci vuole il ciclo completo vaccinale con tanto di terza dose, io mi sono fermata alla prima».E così Giovanna a 53 anni ha dovuto reiventarsi, ha fatto la cameriera, l’aiuto cuoco, le pulizie, ma ogni volta è stata licenziata per le troppe assenze. La sua salute non è più quella di prima, gli è stata diagnosticata anche la pericardite post-vaccino. «Non so davvero come poter uscire da questa situazione, vorrei solo che qualcuno mi aiutasse. Io non ho scelto di stare male e neanche di non poter più fare il lavoro che ho sempre fatto. Ho solo ascoltato la scienza e mi sono vaccinata». <div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/noi-rovinati-vaccini-chiediamo-verita-2657823311.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="michele-pavan-e-come-se-la-pelle-bruciasse-e-presto-saro-disoccupato" data-post-id="2657823311" data-published-at="1659914044" data-use-pagination="False"> Michele Pavan: «È come se la pelle bruciasse e presto sarò disoccupato» Michele Pavan «È stata una cosa devastante, avevo crisi respiratorie, fitte al cuore, spilli in tutto il corpo come se la mia pelle andasse a fuoco. Mi sentivo come se pesassi cinque quintali. Non avrei mai potuto immaginare una cosa simile, eppure faccio l’infermiere, ho lavorato in ospedale per più di vent’anni». Michele Pavan, 45 anni, di Cittadella (Padova) ci accoglie mostrando le mani. «È passato più di un anno dalla prima dose che mi ha rovinato la vita. Guardate il mignolo», dice, «continua ad avere spasmi involontari. Dal 31 maggio 2021 i miei arti si contraggono senza che possa farci nulla».Michele lavorava nel reparto di psichiatria, anche lui avendo una sola dose non può più tornare alla sua vecchia mansione, e così deve cercare di reinventarsi, mettersi in gioco in una nuova attività, nonostante ormai non sia più quello di prima. «Ho iniziato a star male poco dopo l’iniezione, ho subito avvertito un forte dolore alla testa e mi sono mancate le forze. Avevo paura di fare il vaccino perché sono allergico ad alcuni farmaci, ma mi sono dovuto vaccinare comunque. Quando vai nel centro vaccinale agli operatori non interessa chi sei e cosa ti potrebbe succedere, l’importante è che tu ti faccia fare l’iniezione. Io ho assolto al mio dovere civico, ma ora perché vengo punito per questo?».È in attesa che una commissione si riunisca per cambiargli il ruolo, non potendo più stare a contatto con i pazienti, dovrebbe andare in amministrazione, ma sembra che non sarà così. «Dopo la malattia mi hanno messo in ferie d’ufficio, la mia ultima busta paga è stata di 330 euro, ormai non ho neanche più i soldi per comprarmi le medicine. Questo sistema, oltre che avermi abbandonato, mi ha portato alla fame, mi ha tolto la dignità. Io prima del vaccino vivevo del mio lavoro, non ho mai chiesto nulla a nessuno, e adesso? Sono in attesa di questa decisione, ma il medico del lavoro mi ha già detto che sarò licenziato».Gli hanno diagnosticato un long Covid da vaccino, che dopo 14 mesi non smette di tormentarlo e per questo Michele deve continuare a sottoporsi a visite specialistiche. «In pratica sono stato danneggiato dal Covid, pur non avendolo preso. Ormai i soldi sono finiti, ho prosciugato tutti i risparmi. Nessuno si interessa alla tua vita, anche se è stata completamente stravolta all’improvviso. Da un giorno all’altro ti ritrovi malato, non sai cosa fare e non c’è nessuno che ti aiuta. Ti ritrovi in una strada senza via d’uscita e per di più se ne parli, non vieni creduto, anzi, ti isolano». <div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/noi-rovinati-vaccini-chiediamo-verita-2657823311.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="giuseppe-sanacore-ho-perso-i-sensi-da-allora-sono-sulla-sedia-a-rotelle" data-post-id="2657823311" data-published-at="1659914044" data-use-pagination="False"> Giuseppe Sanacore: «Ho perso i sensi, da allora sono sulla sedia a rotelle» Giuseppe Sanacore «Ho lavorato nei cantieri navali per trent’anni, sono partito dal basso e pian piano ero diventato responsabile di produzione, gestivo il magazzino. Sembra banale dirlo, ma amavo il mio lavoro, entravo per primo, uscivo per ultimo, lo sforzo fisico non mi ha mai spaventato, almeno fino a un anno fa. Ora non ho più nulla, non posso neanche alzarmi in piedi». Giuseppe Sanacore ci viene incontro sulla sua sedia a rotelle, 56 anni, la maggior parte passati tra le barche e il mare che bagna Fano. Nei suoi occhi un’enorme tristezza e il ricordo di quello che era prima del vaccino contro il Covid.«Sono sempre stato un soggetto allergico», racconta, «non posso mangiare crostacei e arachidi, il polline mi scatena l’allergia, ovviamente avevo segnalato tutto questo ai medici vaccinatori, ma l’iniezione me l’hanno fatta comunque». La prima dose non ha avuto grandi conseguenze, per Giuseppe, il solito dolore al braccio, nulla di più. È stata la seconda a distruggergli la vita. «Chi mi ha vaccinato, dopo aver sentito delle mie allergie, mi ha consigliato di aspettare almeno mezz’ora nella sala d’attesa dopo l’iniezione, e così ho fatto. Per fortuna ero lì e non alla guida, perché altrimenti non so cosa sarebbe potuto succedere». Dopo 25 minuti, infatti, gli si è annebbiata la vista, neanche il tempo di riuscire a chiamare aiuto e ha perso conoscenza. L’arrivo dell’ambulanza, la corsa in ospedale e poi ben 14 ore di buio profondo, in cui Giuseppe non è riuscito a svegliarsi. Poi finalmente ha riaperto gli occhi, ma non riusciva più ad alzarsi dal letto.Dopo tre giorni ha provato a mettersi in piedi sorretto da un’infermiera, ma appena la donna ha lasciato le sue mani, è caduto per terra. Così è iniziato il lungo calvario fatto di analisi, visite mediche specialistiche e Tac. L’unica certezza è che le sue gambe hanno perso forza e nonostante tutti gli accertamenti - il ricovero in ospedale è durato quasi un mese - i medici non hanno trovato una cura.«Mi è stato detto che avevo patologie nascoste che con il vaccino sono esplose, anche se non hanno ancora individuato di cosa si tratti. È passato un anno e io continuo a non capire cosa sia accaduto al mio corpo, non riesco a rassegnarmi a una vita così». Ora però il problema, oltre che fisico è diventato anche economico. «Sono qui, sulla sedia a rotelle, privato di tutto, anche del mio lavoro. Mi ero messo in malattia, ovviamente, ma quando è finita sono stato licenziato. Sono diventato un disabile che a 56 anni cerca un lavoro e non sa come mantenere la sua famiglia. Sono stato danneggiato dal vaccino e nessuno vuole aiutarmi, lo Stato non sa neanche che esisto, come farò a sopravvivere?». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem5" data-id="5" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/noi-rovinati-vaccini-chiediamo-verita-2657823311.html?rebelltitem=5#rebelltitem5" data-basename="tony-taffo-mi-e-impossibile-deglutire-da-un-anno-vivo-di-pappette" data-post-id="2657823311" data-published-at="1659914044" data-use-pagination="False"> Tony Taffo: «Mi è impossibile deglutire. Da un anno vivo di pappette» Nel riquadro Tony Taffo (iStock) «Immaginate di essere sani, perfettamente normali, felici. Di avere un lavoro, un cane, una vita tranquilla. Poi all’improvviso vi svegliate e nessuna parte del vostro corpo risponde più al vostro comando. Non riuscite neanche a deglutire. E così perdete tutto, fino ad avere una invalidità riconosciuta al 75%. Ecco, questa è la mia storia». Incontriamo Tony Taffo nell’appartamento dove vive, a Osimo (Ancona). Dimostra più dei suoi 48 anni, è magro, molto magro. «Ho perso oltre 15 chili, e con quei chili è andato via anche il mio sorriso. Nel momento peggiore ne pesavo solo 59, ero uno scheletro, mi volevano ricoverare per denutrizione». Si alza a fatica e va verso il mobiletto della cucina, lo apre e mostra una serie di piccoli barattoli, sono omogeneizzati, pappette per neonati. «Questo è quello che mangio, o meglio che riesco a mangiare, da luglio dell’anno scorso. Dopo 3 giorni dal vaccino ho iniziato ad avere problemi a deglutire, finché una notte mi sono soffocato con la mia stessa saliva, da lì è iniziato l’inferno». Tony ha iniziato a nutrirsi solo con cibi frullati, quelli che mangia tutt’ora. Ha sviluppato anche una broncopatia cronica, è stato ricoverato due volte, i medici gli hanno fatto tutti gli esami possibili, ma sono riusciti solo a evidenziare una disfunzione motoria della deglutizione, senza però dargli una cura o una terapia. «Mi è stato detto che il danno potrebbe essere permanente. In questi 13 mesi ho perso i capelli, spesso mi si riempiva la bocca di sangue. Da dicembre non ho più la sensibilità della lingua e non sento più i sapori». Perdendo le forze, ha perso anche il lavoro, prima faceva il giardiniere, si occupava della manutenzione delle case di riposo, un impiego faticoso che non potrà più fare. «Mi conoscevano tutti perché mi piaceva scherzare con i vecchietti in strada, al bar, ero un po’ un burlone, ora vivo come un recluso in casa perché mi mancano le forze anche per fare le scale. Non mi riconosco più, prima del vaccino avevo dei sogni, mi dovevo trasferire a Bergamo, immaginavo una famiglia. Tutto questo mi è stato strappato via, lasciandomi nella disperazione più totale». E così dopo aver perso il lavoro, Tony non è riuscito più a pagare l’affitto, per fortuna l’intervento del Comune ha bloccato lo sfratto. «Ho rischiato anche di rimanere senza casa, adesso sopravvivo grazie alla pensione di invalidità. Passa il tempo, speri di migliorare, ma non è così, e cerchi da qualche parte la forza di continuare a vivere».
Domenico Arcuri (Ansa)
Quasi per gioco ha inviato un messaggio a un amico per informarlo dell’avvistamento. Da qui è rimasto segnato sul cellulare l’orario d’arrivo. Ma dopo circa mezz’ora, il testimone ha avuto una visione che ha reso quell’incontro fortuito una notizia. Ebbene, verso le 20:30, nel portone si è infilato, a passo svelto, l’ex premier Giuseppe Conte.
Una coincidenza? Oppure il presidente del M5s è andato a discutere con il suo vecchio collaboratore? E di cosa?
Quel che è certo è che da giorni stanno montando le polemiche per la mancata audizione dell’ex premier in Commissione Covid.
Il motivo lo ricostruisce con La Verità il presidente Marco Lisei: «Un membro di una commissione d’inchiesta, quale è Conte, non può essere audito. Ma lui dice di essere disponibile a rispondere e, per questo, oltre un anno fa gli ho proposto di dimettersi, farsi audire e poi rientrare in commissione. Pochi giorni fa anche i presidenti di Camera e Senato hanno fatto capire che è una strada percorribile. Ma, di fronte a questa mia proposta, ha risposto negativamente. Mi pare che non abbia la volontà di rispondere alle domande dei commissari».
Ieri, in un’intervista alla Repubblica, Conte ha dato la sua versione: «Sono anni che ho dato la mia disponibilità a essere audito». E ha accusato Palazzo Chigi di avere dato l’ordine ai commissari di Fdi di screditare la sua persona: «È in corso un gioco sporco che non posso più permettere».
Il cuore del problema sono le provvigioni multimilionarie dietro all’appalto da 1,25 miliardi di euro e 800 milioni di mascherine cinesi rivelate da questo giornale nel novembre del 2020. Una vicenda che abbiamo sviscerato per più di un lustro e che, a distanza di anni, ha iniziato a interessare anche altre testate, sebbene a livello giudiziario e investigativo non ci siano reali novità rispetto a quanto da noi già raccontato. Conte ha respinto per l’ennesima volta i sospetti che lo inseguono dal nostro primo scoop, con queste parole: «Non mi sono mai occupato di contratti per l’acquisto di mascherine e respiratori, né di quali imprese o professionisti fossero coinvolti».
Di fronte all’incredulità dell’intervistatore («Come è possibile che lei non si occupasse delle forniture?»), l’ex premier non ha fatto un plissé: «Ma scusate, torniamo a quei mesi, con un’Italia in ginocchio e la riorganizzazione di un intero Paese da gestire, secondo voi è pensabile che un presidente del Consiglio possa pensare ai contratti delle mascherine?».
Purtroppo pm e giudici non hanno trovato nessun colpevole per quell’enorme spreco di denaro pubblico e Conte ha gioco facile nel rimarcare che «sono vicende che, da un punto di vista giudiziario, si sono tutte tradotte in un nulla di fatto». E per questo è meglio tornare alla nostra storia e alla bella piazza nel cuore di Roma.
Il 17 giugno, alle 8:30 del mattino, in commissione, succede qualcosa.
Durante la riunione dell’Ufficio di presidenza, convocato per discutere di nuove deleghe, è venuto fuori il tema, caro al Pd, di una seconda audizione di Arcuri. Una proposta su cui i dem insistono da inizio anno.
Il presidente Lisei, pur non sapendo che cosa Arcuri abbia di tanto importante da riferire, essendo già stato ascoltato per diverse ore, ha, però, ricordato che l’ex commissario non sarebbe più stato sentito in libera audizione, ma, come viene fatto da mesi, «a testimonianza», cioè come tutti i testi dei processi penali, a cui è fatto divieto assoluto di mentire, pena l’incriminazione per falsa testimonianza.
A quel punto sarebbe intervenuto il deputato pentastellato Alfonso Colucci, unico rappresentante delle opposizioni presente quel giorno: «No, Arcuri non si può sentire a testimonianza visto il ruolo che ha ricoperto», avrebbe dichiarato.
La notizia diventa subito virale e La Verità, il 18 giugno, titola: «Il Movimento 5 stelle pretende che Arcuri possa mentire sul Covid».
La stessa sera Arcuri e Conte si incontrano a casa del primo. Il giorno dopo l’ex commissario Covid invia al presidente Lisei una lettera in cui spiega di essere pronto a dire tutta la sua verità, alle condizioni della commissione: «Avendo appreso da alcuni organi di stampa i contenuti di discussioni che si sarebbero tenute in seno all’Ufficio di Presidenza della Commissione che Lei presiede e che riguarderebbero una mia futura audizione, ritengo doveroso comunicarLe con questa mia che non sussiste da parte del sottoscritto alcun problema né alcun impedimento ad essere sentito nella forma dell’audizione testimoniale, come peraltro previsto dalla vigente normativa» si legge nella missiva.
Che prosegue così: «Colgo altresì l’occasione per ribadire a Lei, come ho già fatto con gli Uffici della Commissione, il mio auspicio ad essere audito, Le ripeto in qualsiasi forma si riterrà opportuna, con l’esclusivo fine di dare ai componenti la Commissione un contributo autentico e complessivo intorno all’effettivo svolgimento dei fatti che hanno caratterizzato una stagione così drammatica per il nostro Paese, come quella della pandemia, fornendo loro il più adeguato materiale probatorio».
La lettera è stata concordata con Conte la sera precedente? Entrambi negano. L’ex premier prima ci spiega la natura del suo rapporto con il manager: «Da quando Arcuri è stato attaccato, pur essendo uscito indenne dalle inchieste della magistratura, gli ho offerto la mia solidarietà, apprezzando l’impegno con cui ha servito il Paese. La campagna di fango contro di lui è assolutamente indegna». E la cena del 18 giugno? Lo staff del presidente del Movimento è netto: «Arcuri e Conte non hanno mai parlato di eventuali lettere che Arcuri avrebbe fatto pervenire nei giorni successivi alla Commissione».
L’ex ad di Invitalia, dal suo buen retiro toscano, è molto meno sintetico: «Visto quello che leggo da parte di altri giornali, ho nostalgia di voi. Fate con profondità il vostro lavoro, poi certo, ognuno ha le sue idee, ma lo fate con un tasso di professionalità informativa che altrove non trovo».
Per questo accetta di spiegare il legame con Giuseppi, la cena del 18 giugno e che cosa potrebbe svelare nella sua possibile prossima audizione.
La prima risposta è sulla frequentazione: «Quando Conte è diventato presidente del Consiglio, io non l’avevo mai visto in vita mia. Abbiamo collaborato per questioni legate al Mezzogiorno per il mio ruolo di amministratore delegato di Invitalia. Quando mi ha chiesto di fare il commissario ho accettato e abbiamo stabilito, come con tutti gli attori di quella stagione, un rapporto di consuetudine. Lo chiami lei come vuole. Dopodiché, viste le tristi vicende che mi hanno colpito, diciamo che questo rapporto di consuetudine e di collaborazione si è trasformato in un rapporto di amicizia».
Gli chiediamo se il trait d’union possa essere stato Massimo D’Alema, in buoni rapporti con entrambi, e Arcuri risponde: «No, il rapporto tra me e Conte è nato, dimostrabilmente, sulle politiche innovative per lo sviluppo del Mezzogiorno che il governo Conte 1 avviò con Invitalia protagonista. Non ho nessun problema a dirle che mi capita di vedere Conte anche in questo periodo, mentre D’Alema io non lo incontro da molti anni». E con Giuseppi ogni quanto vi incrociate? L’ex commissario resta sul vago: «Ci capita di vederci, ma non è che abbiamo appuntamenti fissi, né ricorrenti».
Quindi il discorso passa alla lettera inviata alla Commissione: «È un anno e mezzo che io chiedo di essere audito. Sono stato sentito solo per la vicenda Jc electronics (società che per il Tribunale di Roma sarebbe stata ingiustamente estromessa dalla fornitura di mascherine, ndr) e, in quell’occasione, ero limitato, non potevo raccontare l’emergenza». Arcuri non si tiene: «Le opposizioni chiedono invano da un anno e mezzo che io venga chiamato. Sono stato inserito inutilmente nella loro lista delle persone da audire. Dopodiché ho letto che in un ufficio di presidenza si è detto che io dovessi essere sentito in libera audizione e che per alcuni media questo significava che si voleva che io andassi a dire menzogne. Allora ho preso carta e penna e ho detto: “Io vengo nella forma che volete voi”». Arcuri insiste sul fatto che è pronto a portare in commissione «adeguato materiale probatorio».
L’ex ad di Invitalia nega che la missiva sia da collegare all’incontro con Conte: «Si immagini se abbiamo parlato della lettera, quella è stata un mio automatismo, scattato dopo che mi sono indignato la mattina di fronte ai titoli dei giornali… con tutto quello che mi è successo, secondo lei, ho problemi ad andare in escussione testimoniale?».
A questo punto ci promette un’esclusiva, ma solo dopo l’audizione e ci annuncia che è pronto a mostrarci documenti inediti: «Facciamo un’intervista aperta in cui mi chiedete quello che volete. Avrei piacere di darvi anche un po’ di carte, perché ormai sono pubbliche, soltanto che non tutti hanno accesso. Il mio problema, sempre perché sono uno stupido amante delle istituzioni, è che io vorrei capire se questi signori mi audiscono, perché se non lo faranno, mi sentirò libero di venire da voi e dire ciò che voglio, visto che ho chiesto di farlo in commissione, senza riuscirci».
Gli spieghiamo che ci risulta difficile credere che, dopo gli articoli del 18 giugno, lui e Conte non abbiano discusso della lettera, ma Arcuri è irremovibile: «Il tema della serata non è stato quello. Con lui parliamo di tutto e di niente come persone che hanno condiviso una stagione brutta, e noi solo sappiamo quanto brutta, e che si sentono ingiustamente perseguitati».
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Carlo Messina (Ansa)
Un’accelerazione per chiudere la partita prima che il fronte opposto trovi il tempo di organizzare una difesa. Ammesso, naturalmente, che qualcuno la stia concretamente preparando.
L’offerta, annunciata l’8 giugno, valuta Mps 10,091 euro per azione ed è costruita con una formula mista: per ogni titolo del Monte vengono offerte 1,6 azioni Intesa Sanpaolo più un euro in contanti, con un premio del 12,5% rispetto alle quotazioni precedenti all'annuncio. Se tutti aderissero, il conto arriverebbe a 30,6 miliardi. Nascerebbe il secondo gruppo bancario dell’Eurozona per capitalizzazione, con 27 milioni di clienti, circa 16 miliardi di utile netto, quasi 2.000 miliardi di masse gestite entro il 2029 e sinergie stimate in 2,9 miliardi.
A dare ulteriore slancio all’operazione ci penserà martedì Unipol, chiamata a votare l’aumento di capitale da 2,5 miliardi destinato a sostenere l’Opas attraverso l’acquisto di 650 sportelli che dovranno essere ceduti per ragioni di Antitrust. Anche questo tassello sembra ormai destinato ad andare al suo posto considerato che il sistema delle Coop, cui fa capo metà del capitale del gruppo assicurativo ha già dato la sua disponibilità.
La sensazione, almeno per ora, è che sulla strada di Intesa e Unipol non ci siano barricate degne di questo nome. Più che un fronte organizzato, il campo avversario assomiglia a un cantiere dove tutti discutono e nessuno versa il cemento. Monte Paschi, nelle due settimane trascorse dall’annuncio dell'offerta, ha riunito il consiglio di amministrazione. Ma solo per l’integrazione con Mediobanca, senza che, al di là degli impedimenti imposti dalla passivity rule, emergesse un progetto capace di contrastare l’avanzata del gruppo guidato da Carlo Messina. Anche Banco Bpm, che nelle prime ore del risiko aveva manifestato la volontà di costruire un polo alternativo insieme a Siena, è rimasto fermo ai blocchi di partenza. Nel frattempo è successo l’esatto contrario di quello che avrebbe rafforzato il fronte opposto a Intesa: Crédit Agricole ha aumentato ulteriormente la sua partecipazione in Banco Bpm fino al 29%. Prima di qualunque iniziativa l’amministratore delegato della banca milanese Giuseppe Castagna dovrà ottenere il via libera di un socio ingombrante e anche del governo italiano. Difficile pensare ad un polo bancario fra Mps e Banco-Bpm a guida francese. Ma è soprattutto sul fronte dell’azionariato di Mps che le difese appaiono fragili.
Delfin, la holding della famiglia Del Vecchio che possiede il 17,5% del gruppo senese ed è l’azionista di maggior peso nel determinare negli equilibri del risiko, è oggi paralizzata dai problemi interni. Il riassetto immaginato da Leonardo Maria Del Vecchio si è fermato davanti ai contrasti familiari e ai dubbi del consiglio della holding.
A quattro anni dalla scomparsa del fondatore la lite in famiglia appare ancora lontana da una ricomposizione. Il consiglio di amministrazione ha bocciato la lettera di patronage che avrebbe consentito alle banche di finanziare per 11 miliardi il progetto con cui Leonardo Maria puntava ad acquistare le quote di Luca e Paola, conquistando la maggioranza relativa di Delfin. Un voto che certifica la spaccatura e rimanda ogni decisione all’assemblea convocata per il 30 giugno.
Non basta. All’ordine del giorno compare anche una novità che fotografa meglio di tante parole il clima che si respira nella holding: la nomina di tre commissari per l’audit, una figura prevista dallo statuto ma mai attivata finora, con funzioni che ricordano da vicino un collegio sindacale. Quando una cassaforte decide di rafforzare i controllori interni significa che, prima ancora di guardare fuori, sente il bisogno di fare ordine dentro casa.
Come se non bastasse, il Corriere della Sera ha acceso i riflettori anche sulla posizione finanziaria di Leonardo Maria. Secondo quanto riportato dal quotidiano e confermato da fonti finanziarie, tra prestiti personali, finanziamenti alle società e altre esposizioni, l’indebitamento complessivo supera gli 1,3 miliardi. Un elemento che aiuta a spiegare perché il progetto di riassetto si sia progressivamente inceppato, complice anche il calo delle quotazioni di EssilorLuxottica, che ha fatto venir meno i parametri richiesti dalle banche.
Così il paradosso è servito. Mentre Intesa corre e Unipol prepara il carburante finanziario per accompagnarla al traguardo, chi avrebbe potuto organizzare la resistenza è impegnato a risolvere partite interne. Difficile così costruire barricate.
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Il marito, Roberto Santilli, è invece riuscito a mettersi in salvo e ora si trova ricoverato in stato di shock. A dare la notizia della morte è stata la famiglia che ha postato sui social un messaggio dello zio e del fratello, quando la donna risultava ancora fra i dispersi. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha precisato che ci sono anche quattro feriti e circa 42 dispersi con cittadinanza italiana.
Intanto il Venezuela continua a tremare e una nuova scossa di terremoto di magnitudo 4.9 è stata registrata nel centro del Paese, a una quarantina di chilometri da Maracay nello Stato di Aragua. Il numero dei dispersi ha già superato le 50.000 unità, mentre i morti al momento sono 1.430 compresi diversi cittadini stranieri, tra cui molti portoghesi e spagnoli. Il conteggio attuale riporta 28 cittadini portoghesi, cinque spagnoli, tre brasiliani, e sette cinesi che lavoravano nei cantieri della capitale.
L’Italia è in prima linea per aiutare Caracas e sono già stanziati 5 milioni di euro che arriveranno subito a 10: 3 milioni sono destinati a organizzazioni della società civile italiane attive in Venezuela, mentre è in volo il secondo aereo di aiuti decollato da Pratica di mare con destinazione il Paese sudamericano. Il primo volo è atterrato all’aeroporto militare El Libertador, a Maracay con a bordo un team, formato da 97 persone tra soccorritori, sanitari, Vigili del fuoco e funzionari dell’Unita di crisi della Farnesina che ha come destinazione La Guaira, l’area delle operazioni di soccorso. Sono arrivati circa 1600 soccorritori da undici nazioni europee e sudamericane, ha raccontato il viceministro degli Esteri venezuelano Oliver Blanco, che prevede l’atterraggio di altri 25 voli di aiuti nelle prossime 24 ore. Israele ha mobilitato una missione di soccorso altamente professionale, formato da ex membri dell’Home front command per il recupero ed il salvataggio delle persone.
Gli Stati Uniti hanno riconfermato il loro totale sostegno al governo della presidente ad interim Delcy Rodriguez dicendosi pronti a inviare squadre di soccorso di 250 persone, attrezzature specializzate, supporto per i rifugi temporanei e assistenza umanitaria alle famiglie colpite. La Rodriguez, raccolta dei fischi in una visita ai quartieri devastati, ha detto di aver ricevuto un messaggio dal premier Giorgia Meloni: rimasta molto colpita dalle immagini della tragedia, prova profondo dolore anche perché c’è una comunità italiana importante in Venezuela, Paese che aveva aperto le sue braccia a chi arrivava e ora l’Italia è commossa di fronte a questa situazione.
L’esecutivo di Caracas ha limitato gli accessi alla zone più colpite, mentre il generale della fanteria di marina degli Stati Uniti, Kevin J. Jarrard, ha incontrato il capo della Difesa del Venezuela, il generale Gustavo González López per coordinare le operazioni di assistenza umanitaria. Il dipartimento della Difesa e il dipartimento di Stato di Washington hanno dichiarato che stanno lavorando con gli alleati per aiutare il popolo venezuelano.
Gli ospedali di Caracas sono però al collasso e i servizi funebri paralizzati con i parenti che sono costretti a trasportare i cadaveri personalmente all’obitorio. Arrivano però anche storie di speranza come quella di un neonato di appena 18 giorni estratto incolume dalle macerie di un edificio dopo 32 ore o quella della quindicenne Camila Sofía Medina Rivas e la sua cagnolina Chanel salvate dopo più di 50 ore, mentre una donna è riuscita a partorire senza energia elettrica con l’aiuto di un gruppo di soccorritori provenienti da El Salvador.
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