
- Colloqui la prossima settimana in seguito alle richieste del Paese dei cedri e al pressing Usa su Benjamin Netanyahu. Sul tavolo il disarmo di Hezbollah e l’avvio di relazioni pacifiche. Israele sugli spari contro i soldati italiani: «Loro azione non coordinata con noi».
- Il presidente del Parlamento libanese, Nabih Berri: «Più militari nella capitale. Anche il Pakistan ci è vicino».
Lo speciale contiene due articoli
Ultimi fuochi libanesi, i più pericolosi. Quelli che possono spegnere l’incendio ma anche riattizzarlo. Mentre continuano i raid israeliani nel Paese dei cedri, il presidente americano Donald Trump ha chiesto con una telefonata a Benjamin Netanyahu di «ridurre gli attacchi in Libano per garantire il successo dei negoziati in Pakistan» (fonte Nbc).
Messaggio ricevuto perché a stretto giro il premier di Tel Aviv ha ceduto alle pressioni e ha annunciato: «Ho ordinato di aprire al più presto negoziati diretti con il Libano sul disarmo di Hezbollah e sull’instaurazione di relazioni pacifiche con Beirut». I negoziati cominciano la prossima settimana a Washington, guidati dall’ambasciatore americano in Libano, Michael Issa.
Qualche certezza dopo 48 ore di giochi delle tre carte nella polveriera di Beirut, che può far stracciare ogni accordo, richiudere lo stretto di Hormuz, far ripartire i raid, incendiare di nuovo il mondo. Il vicepresidente statunitense JD Vance ha precisato: «Sta all’Iran decidere se far saltare la tregua a causa del Libano. Gli iraniani devono fare il passo successivo, altrimenti possiamo tornare in guerra. Pensavano che il cessate il fuoco includesse il Libano, ma non è così. Non abbiamo mai fatto questa promessa». Subito dopo ha aggiunto una frase che suona da memento all’alleato bellicoso: «Israele ha proposto di astenersi da attacchi in Libano finché saranno in corso i negoziati tra Stati Uniti e Iran».
Un colpo al cerchio e uno alla botte mentre la tensione rimane altissima, come si evince dalle parole del presidente iraniano Masoud Pezeshkian: «L’incursione in Libano rappresenta una palese violazione dell’accordo di cessate il fuoco. Il proseguimento di queste azioni renderà inutili i negoziati. L’Iran non abbandonerà mai i suoi fratelli e sorelle libanesi. Il nostro dito rimane sul grilletto». Il viceministro degli Esteri Majid Takht-Ravanchi aggiunge un particolare: «I pasdaran volevano già rispondere ma il Pakistan - garante degli accordi - li ha fermati. Le prossime ore saranno cruciali».
La tensione a mille non preoccupa le cinque divisioni israeliane che continuano l’operazione «regolamento di conti» con i terroristi di Hezbollah. È stato lo stesso Netanyahu ad annunciare l’uccisione di Ali Youssef Kharshi, consigliere personale e nipote del segretario generale di Hezbollah, Naim Qassem, «una delle persone a lui più vicine», mentre in giornata alcune fonti confermano la morte dello stesso Qassem. La risposta è stata il lancio di 30 razzi sulle città dell’alta Galilea, intercettati dalle forze di difesa.
La decapitazione dell’idra del terrore è il vero scopo del colpo di coda israeliano e Netanyahu ha aggiunto: «Israele continuerà a colpire Hezbollah ovunque sia necessario con forza, precisione e determinazione. Il nostro messaggio è chiaro: chiunque agisca contro i civili israeliani verrà colpito». A conferma di ciò, ieri l’Idf ha circondato la città di Bint Jbeil, nel sud del Libano, roccaforte del radicalismo islamico a cinque km dal confine, famoso per una violenta battaglia tra le due parti nel 2006. E il ministro della Difesa, Israel Katz, ha riassunto la portata dell’operazione Eternal Darkness: «Più di 200 terroristi sono stati eliminati, il bilancio di questa campagna è di 1.400; Hezbollah è sbalordito dalla portata del colpo, per questo desidera ardentemente il cessate il fuoco».
Come Trump, anche l’Europa spinge perché tacciano pure i fucili mitragliatori dell’Idf. Ieri sono intervenuti i paesi leader. Il portavoce del ministero degli Esteri francese, Pascal Confavreux, ha dichiarato che «l’accordo Ue-Israele potrebbe essere ridiscusso alla luce della gravità di quanto accade in Libano, con bombardamenti sproporzionati». Il premier tedesco Friedrich Merz ha sottolineato che «la violenza della campagna israeliana potrebbe compromettere le trattative di pace e questo non può essere permesso. Non vogliamo che questa guerra metta ulteriormente a dura prova le relazioni fra Usa e partner europei. Invece vogliamo che venga ripristinata la libera navigazione nello stretto di Hormuz».
«Giorgia Meloni accoglie con soddisfazione e sostiene con forza la notizia dell’avvio di negoziati diretti. In questo quadro, l’Italia continuerà a sostenere il rafforzamento dello Stato libanese e delle sue istituzioni», ha fatto sapere ieri Chigi. La pressione internazionale è forte e comincia lo stillicidio di denunce di episodi opachi nei confronti di peacekeeper. Il ministro della Difesa spagnolo, Margarita Robles, ha stigmatizzato la «violenza fisica» dei militari ai danni di un attivista cooperante di un convoglio che portava aiuti, fermato e trattenuto per un’ora. La rappresentante Ue Kaja Kallas ha denunciato che «gli attacchi rendono difficile sostenere che si tratti di azioni proporzionate e l’escalation nel disprezzo del diritto internazionale sta mettendo a dura prova gli sforzi diplomatici. Il cessate il fuoco deve comprendere anche il Libano».
Risposta del ministro degli Esteri israeliano, Gideon Sa’ar: «La stragrande maggioranza delle vittime erano terroristi di Hezbollah. Nessun altro esercito al mondo è in grado di colpire con tale precisione e con un numero minimo di vittime civili». Orgoglio di parte che si scontra con il Lince italiano della missione Unifil danneggiato dal cannoneggiamento random dell’Idf. L’episodio si aggiunge ad altri, come denuncia l’Unifil: «A nome di 60 paesi condanniamo i persistenti attacchi israeliani alla nostra missione di pace, costata la morte a tre caschi blu indonesiani». Sulla vicenda italiana, costata la convocazione alla Farnesina dell’ambasciatore, la sede diplomatica di Israele a Roma ha spiegato che «le forze Unifil non sono oggetto di attacchi deliberati» mentre lo Stato maggiore dell’Idf (fonte agenzia Nova) ha accusato apertamente gli italiani. «Sono entrati in modo piuttosto aggressivo in una zona di guerra attiva senza coordinarsi con le forze militari israeliane. I militari italiani hanno tentato di sfondare una barriera nonostante l’Idf avesse chiesto loro ripetutamente di fermarsi. Quando si è in una zona di guerra attiva è molto importante coordinarsi». Un graffio a un blindato, ma poteva finire molto peggio.
Piano di Beirut per tutelare i civili. «Le bombe Idf crimini di guerra»
Il primo giorno di tregua fra Iran e Stati Uniti ha visto uno dei più violenti attacchi israeliani su Beirut. La capitale del Libano è stata pesantemente bombardata dall’aviazione di Tel Aviv e secondo la protezione civile ci sono state 254 vittime e 1.164 feriti, alcuni dei quali in modo grave. Israele ha colpito alcune delle zone più popolose di Beirut, compresi i principali quartieri residenziali. La corniche Mazraa, arteria vitale del centro della capitale, ha visto palazzi sventrati e in fiamme, trasformandosi in un cumulo di macerie.
La nazione affacciata sul Mediterraneo, per Israele e Stati Uniti non rientra negli accordi, anche se il capo negoziazione iraniano Mohammad Ghalibaf ha ribadito che gli attacchi di Tel Aviv violano gli accordi che includevano anche il fronte del Libano. Nabih Berri è lo storico presidente dell’Assemblea nazionale libanese, il parlamento locale. Appartenente agli sciiti, che per costituzione hanno diritto a questa figura istituzionale, guida il Blocco di Liberazione e dello Sviluppo, dominato da Amal, formazione politica legata all’Iran e spesso alleata di Hezbollah.
«Gli attacchi di Israele contro le aree più densamente popolate di Beirut sono un autentico crimine di guerra - racconta il politico di lungo corso alla Verità - questo crimine arriva dopo l’accordo di cessate il fuoco nella regione, che Israele non ha voluto rispettare. Per noi libanesi questa è una prova lampante a disposizione della comunità internazionale che sfida tutte le leggi esistenti, calpestando i diritti del nostro popolo. Tel Aviv viola quotidianamente ogni legge e lo fa uccidendo i libanesi. Possiamo però imparare, dalla tragedia che stiamo vivendo, a diventare un popolo unito, un popolo che vuole glorificare i martiri uccisi nei bombardamenti. Ci auguriamo che Dio abbia pietà dei martiri, conceda una pronta guarigione ai feriti e protegga il nostro Libano».
Il governo del Paese dei cedri sta cercando una mediazione internazionale e allo stesso tempo lavora per garantire la sicurezza dei propri cittadini. È stata però smentita la notizia che l’esecutivo volesse dichiarare Beirut come zona libera da Hezbollah, ma sarebbe pronto un piano per mettere in sicurezza gli abitanti della capitale. «Il primo ministro Nawaf Salam ha chiesto all’esercito e alle forze di sicurezza di intensificare il loro dispiegamento a Beirut per estendere il controllo nella capitale e garantire il monopolio statale sulle armi in città - ha continuato Berri - e ha presentato una protesta urgente al Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite contro le azioni di Israele. Abbiamo già ricevuto la solidarietà di nazioni amiche come il Qatar che ha condannato l’attacco definendolo una brutale aggressione e una violazione della sovranità della sorella Repubblica libanese. Doha ha subito invitato la comunità internazionale a costringere le autorità di occupazione israeliane a porre fine ai loro barbari massacri e ai ripetuti attacchi contro il Libano.
Anche il Cairo ha definito questi avvenimenti come un intento premeditato volto a minare gli sforzi regionali ed internazionali per ridurre l’escalation, un palese tentativo da parte di Tel Aviv di gettare la regione nel caos totale». Nonostante il suo passato politico molto vicino ad Assad, Berri ha cercato di aprire canali di contatto anche con il nuovo governo siriano che non ha fatto mancare la sua immediata solidarietà. «La Siria vuole un cessate il fuoco immediato e soprattutto la piena attuazione delle risoluzioni delle Nazioni unite per garantire la protezione dei civili e il rispetto della sovranità del Libano, che i siriani considerano come un fratello minore.
Persino il Pakistan, la nazione che sta mediando per arrivare alla pace, ha detto che questi bombardamenti stanno creando un’atmosfera molto negativa e che tutte le parti devono rispettare l’accordo di cessate il fuoco. Il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif, in una dichiarazione ufficiale su X, aveva esplicitamente menzionato il Libano come parte della tregua».






