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2023-12-16
«Nell’Europa-condominio l’intesa sul Patto è lontana. E il Mes non c’entra nulla»
Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti (Ansa)
L’accordo sul Patto di stabilità è lontano. Lo hanno detto chiaramente ieri il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, e il premier Giorgia Meloni. È il primo, sul palco di Atreju, a definire «scarse» le possibilità che si arrivi la settimana prossima a un’intesa. Sottolineando un dettaglio: «Che io vada a chiudere un accordo, che condiziona l’Italia per i prossimi 20 anni, in videoconferenza, no grazie. Un Ecofin in presenza è più opportuno», ha infatti aggiunto il ministro. La presidenza spagnola ha deciso di tenere la riunione del 20 dicembre da remoto e dalle parole di Giorgetti si capisce che il tentativo di chiudere la partita in fretta, da dietro uno schermo, non è accettabile. Soprattutto considerando che la proposta relativa al braccio correttivo deve essere approvata all’unanimità (e serve una maggioranza qualificata per quello preventivo).
Sul «compromesso raggiunto ci sono stati passi avanti, ma certamente non è la posizione italiana», ha precisato il capo del Mef, ricordando che «abbiamo contro la maggior parte dei Paesi guidati dalla Germania», che si ispirano alla frugalità. Del resto, il potere di veto lo possono usare anche i tedeschi, a cui conviene mantenere le regole precedenti. «Quindi bisogna fare con saggezza e responsabilità, prima di ingaggiare una guerra», contro chi ha numeri più ampi bisogna «mandare avanti gli ambasciatori. Dobbiamo giocare la partita con coraggio ma anche con intelligenza, senza sbraitare», ha aggiunto. In un’Europa «senza dimensione politica» paragonata a «un condominio», il negoziato andrà dunque avanti, «anche con condizioni politicamente diverse», ha proseguito Giorgetti riferendosi implicitamente alle europee di giugno dalle quali verrà fuori il nuovo assetto di Parlamento Ue e Commissione.
Cosa succederà nel 2024 se entro il 1° gennaio non verrà raggiunto un accordo? «Il tessuto normativo è quello del vecchio Patto. La Commissione ha detto però che il 2024 è un anno di transizione, quindi si procederà con il Patto uscente ma i bilanci si faranno con le linee guida che verranno date da Bruxelles. Il problema è che il 2024 è coperto, il 2025 no».
Da Bruxelles, nel punto stampa del pomeriggio anche Giorgia Meloni ha ribadito che «togliendo la possibilità» di vedersi fisicamente «diventa più difficile» trovare un accordo. «Le posizioni sono ancora abbastanza distanti, bisogna lavorare ancora», ha aggiunto sottolineando che il Patto di stabilità «non è stato oggetto dei lavori» del Consiglio europeo, ci sono state interlocuzioni a margine, sono giorni di trattative, il tema è rimandato all’Ecofin. «Penso che un accordo si possa trovare, ma non posso dire che lo abbiamo trovato. Dobbiamo trovare un equilibrio, dobbiamo tenere aperte tutte le strade finché non sappiamo qual è il punto di caduta». E ancora: «Non chiediamo una modifica del Patto per gettare i soldi dalla finestra, però chiediamo una modifica del Patto che ci consenta di fare ciò che riteniamo giusto fare e che l’Europa si è data come strategia, parlo in particolare degli investimenti, senza essere per questo colpiti», ha aggiunto il premier. Il veto? «Non posso dare l’ok a un Patto che non io ma nessun governo italiano potrebbe rispettare. Serve un Patto che ci metta nelle condizioni di fare il nostro lavoro», ha proseguito il presidente del Consiglio che prima dell’inizio dei lavori del summit Ue ha avuto un bilaterale con il presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen all’Europa building. In albergo c’è invece stato un altro bilaterale con Emmanuel Macron durante il quale, ha detto la Meloni, «sono state trovate convergenze».
Allineato a Giorgetti e alla Meloni è anche Matteo Salvini. «Se ci saranno le condizioni il governo firmerà, se sarà una trappola no. Ma non sono io al tavolo e ho piena fiducia in Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti. Meloni dice che siamo ancora distanti da una soluzione, risulta anche a me, penso che l’Italia con Giorgetti debba firmare se è utile per l’Italia e l’Europa», ha detto il vicepremier e ministro delle Infrastrutture e dei trasporti. Per poi chiosare che del Patto di stabilità è crescita «cambierei l’ordine: Patto di crescita e stabilità». A questo punto non è chiaro se effettivamente i ministri finanziari europei troveranno un accordo definitivo sulla riforma del Patto di stabilità o se la partita sarà rinviata a gennaio. La cosa certa è che sono in corso discussioni a livello politico che coinvolgono Francia, Germania e Italia.
Intanto, qualche ora prima dal palco di Atreju, Giorgetti ha fatto partire anche un nuovo attacco al Superbonus ereditato dal Conte bis. Una zavorra che diventa sempre più pesante per le casse dello Stato e che sfonderà i 100 miliardi entro fine anno, «un debito a tutti gli effetti che gli italiani dovranno pagare nei prossimi quattro anni», ha detto titolare del Mef. Definendo il Superbonus una «morfina di Stato che andava ridotta. L’Italia con quel provvedimento reiterato nel tempo ha fatto “moneta fiscale” e nessuno all’epoca disse “attenzione alla Bce”. In un momento di massima emergenza, massimo dolore dell’economia, poteva avere anche un senso, ma bisognava iniziare subito l’operazione di disintossicazione», ha detto Giorgetti. Quanto a eventuali modifiche, il ministro è ricorso a un’altra metafora: «È come Chernobyl, continua a emanare radioattività anche se l’abbiamo sommerso di sabbia». Il richiamo «non è casuale», riguardo al Superbonus «come per l’energia nucleare, in tanti sono a favore e in tanti sono contro».
La Meloni sgancia il Mes dal Patto di stabilità
«Sul tema del Patto di stabilità e del Mes devo dirvi che questo link lo vedo solo nel dibattito italiano»: il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, al termine del vertice Ue di ieri a Bruxelles sgancia la discussione sulla ratifica della riforma del Mes dalla discussione sul nuovo Patto di stabilità. «Sicuramente per noi fa la differenza», aggiunge la Meloni, «sapere quale sia il Patto del quale disponiamo, come abbiamo sempre detto, perché gli strumenti si mettono insieme tutti quanti. Ma non c’è questa dimensione del ricatto, mi passi il termine, di dire “se non fai questo non diamo questo” non l’ho vista. Nessuno ha mai posto la questione così».
Immaginiamo già i soloni e i professori di mandolino dei giornali di sinistra e affini alla ricerca affannosa su Google delle dichiarazioni del passato della Meloni e dei suoi ministri che legavano riforma del Mes e Patto di stabilità: ne troveranno in quantità, ma la politica è arte complicata, e quindi questa apparente contraddizione ha motivazioni profonde. Innanzitutto, la Meloni fa tattica: la coincidenza temporale tra le riforme del Mes e del Patto di stabilità lascia immaginare che nei colloqui di Bruxelles i due argomenti non possano che incrociarsi, soprattutto perché il nuovo Mes si baserebbe sulle regole del «vecchio» Patto. In secondo luogo, la Meloni, in perfetta sintonia con il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, fa benissimo a slegare le due questioni, perché se si arriverà a un accordo sul nuovo Patto di stabilità, col via libera anche dell’Italia, il nostro governo potrà comunque continuare a tenere duro sul Mes. L’Italia ha una posizione negoziale forte, sia perché Francia e Germania sono in condizioni assai difficili (soprattutto Berlino), sia perché gode della protezione di Washington, conquistata grazie alla ferrea fedeltà atlantista. Infine, i voti di Ecr, partito europeo della Meloni, saranno determinanti per la nomina della prossima Commissione.
Ora che la trattativa sul Patto di stabilità viene slegata dalla eventuale ratifica della riforma del Mes da parte dell’Italia, la logica di pacchetto può inoltre proseguire più agevolmente su altri fronti delicatissimi, come il completamento dell’Unione bancaria e fiscale. A proposito di dibattito italiano: arriva lo stop, l’ennesimo, del vicepremier Matteo Salvini, da sempre contrario alla ratifica del Mes. A chi gli domanda se abbia cambiato idea, Salvini risponde lapidario: «Se ho cambiato idea? No. È uno strumento inutile. Noi in questo momento, fortunatamente», argomenta il leader della Lega, «abbiamo un sistema economico e bancario sano. Non vedo perché un disoccupato, un precario, un commerciante, un pensionato italiano debba metterci dei soldi per salvare una banca tedesca». Come noi della Verità abbiamo più volte sottolineato, infatti, il problema del Mes «riformato» non è solo quello di una sua eventuale attivazione da parte nostra, ma il fatto che i nostri soldi potrebbero essere utilizzati per «salvare» qualsiasi banca di qualsiasi nazione europea. Ecco perché i barocchismi politici, come l’ipotesi di ratificare il nuovo Mes aggiungendo una postilla che impegna i governi italiani a non utilizzarlo, sono fuffa propagandistica: qui in ballo ci sono i soldi dei contribuenti italiani. Il Mes ha un capitale sottoscritto pari a 704,8 miliardi, di cui 80,5 sono stati versati; la sua capacità di prestito ammonta a 500 miliardi. L’Italia ha sottoscritto il capitale del Mes per 125,3 miliardi, versandone oltre 14. Se per ipotesi una banca di una nazione europea fallisse, l’Italia, pensate, potrebbe essere chiamata in linea teorica a versare altri 100 miliardi e passa per contribuire al salvataggio.
A proposito di pacchetti, mai così attuali come nel periodo natalizio, è il caso di ricordare a Giuseppe Conte che il suo «sì» al Mes, attraverso la ormai famosa nota di Luigi Di Maio, fu un atto che solo in minima parte teneva conto delle volontà del Parlamento. È vero infatti che l’allora maggioranza giallorossa, ormai alle ultime battute, aveva approvato, il 9 dicembre 2020, una risoluzione di maggioranza che impegnava il governo Conte bis a «finalizzare l’accordo politico raggiunto all’Eurogruppo e all’ordine del giorno dell’Euro summit sulla riforma del trattato del Mes», ma è vero pure, e questo Giuseppi finge di non ricordarlo, che nelle comunicazioni al Parlamento fu chiarissimo: «Resta nella piena disponibilità delle Camere», sottolineò Conte, «attraverso la procedura parlamentare di ratifica, la scelta definitiva sull’adesione dell’Italia al nuovo trattato Mes, anche alla luce del più generale stato di avanzamento del pacchetto di riforme dell’Unione economica e monetaria». Quando l’allora ministro degli esteri, Luigi Di Maio, diede mandato all’ambasciatore Maurizio Massari, rappresentante permanente d’Italia presso la Ue, a siglare il Mes, i pacchetti erano spariti.
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Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti mettono i paletti sulle due grandi questioni aperte con Bruxelles: si firma solo ciò che è fattibile per l’Italia.Il premier per la prima volta sottolinea che la logica di pacchetto non riguarda le due riforme: «Il link lo vedo soltanto nel dibattito nostrano. Non c’è nessuna dimensione di ricatto». La trattativa sul Salvastati va di pari passo con l’Unione fiscale e bancaria.Lo speciale contiene due articoliL’accordo sul Patto di stabilità è lontano. Lo hanno detto chiaramente ieri il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, e il premier Giorgia Meloni. È il primo, sul palco di Atreju, a definire «scarse» le possibilità che si arrivi la settimana prossima a un’intesa. Sottolineando un dettaglio: «Che io vada a chiudere un accordo, che condiziona l’Italia per i prossimi 20 anni, in videoconferenza, no grazie. Un Ecofin in presenza è più opportuno», ha infatti aggiunto il ministro. La presidenza spagnola ha deciso di tenere la riunione del 20 dicembre da remoto e dalle parole di Giorgetti si capisce che il tentativo di chiudere la partita in fretta, da dietro uno schermo, non è accettabile. Soprattutto considerando che la proposta relativa al braccio correttivo deve essere approvata all’unanimità (e serve una maggioranza qualificata per quello preventivo). Sul «compromesso raggiunto ci sono stati passi avanti, ma certamente non è la posizione italiana», ha precisato il capo del Mef, ricordando che «abbiamo contro la maggior parte dei Paesi guidati dalla Germania», che si ispirano alla frugalità. Del resto, il potere di veto lo possono usare anche i tedeschi, a cui conviene mantenere le regole precedenti. «Quindi bisogna fare con saggezza e responsabilità, prima di ingaggiare una guerra», contro chi ha numeri più ampi bisogna «mandare avanti gli ambasciatori. Dobbiamo giocare la partita con coraggio ma anche con intelligenza, senza sbraitare», ha aggiunto. In un’Europa «senza dimensione politica» paragonata a «un condominio», il negoziato andrà dunque avanti, «anche con condizioni politicamente diverse», ha proseguito Giorgetti riferendosi implicitamente alle europee di giugno dalle quali verrà fuori il nuovo assetto di Parlamento Ue e Commissione. Cosa succederà nel 2024 se entro il 1° gennaio non verrà raggiunto un accordo? «Il tessuto normativo è quello del vecchio Patto. La Commissione ha detto però che il 2024 è un anno di transizione, quindi si procederà con il Patto uscente ma i bilanci si faranno con le linee guida che verranno date da Bruxelles. Il problema è che il 2024 è coperto, il 2025 no». Da Bruxelles, nel punto stampa del pomeriggio anche Giorgia Meloni ha ribadito che «togliendo la possibilità» di vedersi fisicamente «diventa più difficile» trovare un accordo. «Le posizioni sono ancora abbastanza distanti, bisogna lavorare ancora», ha aggiunto sottolineando che il Patto di stabilità «non è stato oggetto dei lavori» del Consiglio europeo, ci sono state interlocuzioni a margine, sono giorni di trattative, il tema è rimandato all’Ecofin. «Penso che un accordo si possa trovare, ma non posso dire che lo abbiamo trovato. Dobbiamo trovare un equilibrio, dobbiamo tenere aperte tutte le strade finché non sappiamo qual è il punto di caduta». E ancora: «Non chiediamo una modifica del Patto per gettare i soldi dalla finestra, però chiediamo una modifica del Patto che ci consenta di fare ciò che riteniamo giusto fare e che l’Europa si è data come strategia, parlo in particolare degli investimenti, senza essere per questo colpiti», ha aggiunto il premier. Il veto? «Non posso dare l’ok a un Patto che non io ma nessun governo italiano potrebbe rispettare. Serve un Patto che ci metta nelle condizioni di fare il nostro lavoro», ha proseguito il presidente del Consiglio che prima dell’inizio dei lavori del summit Ue ha avuto un bilaterale con il presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen all’Europa building. In albergo c’è invece stato un altro bilaterale con Emmanuel Macron durante il quale, ha detto la Meloni, «sono state trovate convergenze». Allineato a Giorgetti e alla Meloni è anche Matteo Salvini. «Se ci saranno le condizioni il governo firmerà, se sarà una trappola no. Ma non sono io al tavolo e ho piena fiducia in Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti. Meloni dice che siamo ancora distanti da una soluzione, risulta anche a me, penso che l’Italia con Giorgetti debba firmare se è utile per l’Italia e l’Europa», ha detto il vicepremier e ministro delle Infrastrutture e dei trasporti. Per poi chiosare che del Patto di stabilità è crescita «cambierei l’ordine: Patto di crescita e stabilità». A questo punto non è chiaro se effettivamente i ministri finanziari europei troveranno un accordo definitivo sulla riforma del Patto di stabilità o se la partita sarà rinviata a gennaio. La cosa certa è che sono in corso discussioni a livello politico che coinvolgono Francia, Germania e Italia. Intanto, qualche ora prima dal palco di Atreju, Giorgetti ha fatto partire anche un nuovo attacco al Superbonus ereditato dal Conte bis. Una zavorra che diventa sempre più pesante per le casse dello Stato e che sfonderà i 100 miliardi entro fine anno, «un debito a tutti gli effetti che gli italiani dovranno pagare nei prossimi quattro anni», ha detto titolare del Mef. Definendo il Superbonus una «morfina di Stato che andava ridotta. L’Italia con quel provvedimento reiterato nel tempo ha fatto “moneta fiscale” e nessuno all’epoca disse “attenzione alla Bce”. In un momento di massima emergenza, massimo dolore dell’economia, poteva avere anche un senso, ma bisognava iniziare subito l’operazione di disintossicazione», ha detto Giorgetti. Quanto a eventuali modifiche, il ministro è ricorso a un’altra metafora: «È come Chernobyl, continua a emanare radioattività anche se l’abbiamo sommerso di sabbia». Il richiamo «non è casuale», riguardo al Superbonus «come per l’energia nucleare, in tanti sono a favore e in tanti sono contro».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nelleuropa-condominio-lintesa-sul-patto-e-lontana-e-il-mes-non-centra-nulla-2666609599.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-meloni-sgancia-il-mes-dal-patto-di-stabilita" data-post-id="2666609599" data-published-at="1702716216" data-use-pagination="False"> La Meloni sgancia il Mes dal Patto di stabilità «Sul tema del Patto di stabilità e del Mes devo dirvi che questo link lo vedo solo nel dibattito italiano»: il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, al termine del vertice Ue di ieri a Bruxelles sgancia la discussione sulla ratifica della riforma del Mes dalla discussione sul nuovo Patto di stabilità. «Sicuramente per noi fa la differenza», aggiunge la Meloni, «sapere quale sia il Patto del quale disponiamo, come abbiamo sempre detto, perché gli strumenti si mettono insieme tutti quanti. Ma non c’è questa dimensione del ricatto, mi passi il termine, di dire “se non fai questo non diamo questo” non l’ho vista. Nessuno ha mai posto la questione così». Immaginiamo già i soloni e i professori di mandolino dei giornali di sinistra e affini alla ricerca affannosa su Google delle dichiarazioni del passato della Meloni e dei suoi ministri che legavano riforma del Mes e Patto di stabilità: ne troveranno in quantità, ma la politica è arte complicata, e quindi questa apparente contraddizione ha motivazioni profonde. Innanzitutto, la Meloni fa tattica: la coincidenza temporale tra le riforme del Mes e del Patto di stabilità lascia immaginare che nei colloqui di Bruxelles i due argomenti non possano che incrociarsi, soprattutto perché il nuovo Mes si baserebbe sulle regole del «vecchio» Patto. In secondo luogo, la Meloni, in perfetta sintonia con il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, fa benissimo a slegare le due questioni, perché se si arriverà a un accordo sul nuovo Patto di stabilità, col via libera anche dell’Italia, il nostro governo potrà comunque continuare a tenere duro sul Mes. L’Italia ha una posizione negoziale forte, sia perché Francia e Germania sono in condizioni assai difficili (soprattutto Berlino), sia perché gode della protezione di Washington, conquistata grazie alla ferrea fedeltà atlantista. Infine, i voti di Ecr, partito europeo della Meloni, saranno determinanti per la nomina della prossima Commissione. Ora che la trattativa sul Patto di stabilità viene slegata dalla eventuale ratifica della riforma del Mes da parte dell’Italia, la logica di pacchetto può inoltre proseguire più agevolmente su altri fronti delicatissimi, come il completamento dell’Unione bancaria e fiscale. A proposito di dibattito italiano: arriva lo stop, l’ennesimo, del vicepremier Matteo Salvini, da sempre contrario alla ratifica del Mes. A chi gli domanda se abbia cambiato idea, Salvini risponde lapidario: «Se ho cambiato idea? No. È uno strumento inutile. Noi in questo momento, fortunatamente», argomenta il leader della Lega, «abbiamo un sistema economico e bancario sano. Non vedo perché un disoccupato, un precario, un commerciante, un pensionato italiano debba metterci dei soldi per salvare una banca tedesca». Come noi della Verità abbiamo più volte sottolineato, infatti, il problema del Mes «riformato» non è solo quello di una sua eventuale attivazione da parte nostra, ma il fatto che i nostri soldi potrebbero essere utilizzati per «salvare» qualsiasi banca di qualsiasi nazione europea. Ecco perché i barocchismi politici, come l’ipotesi di ratificare il nuovo Mes aggiungendo una postilla che impegna i governi italiani a non utilizzarlo, sono fuffa propagandistica: qui in ballo ci sono i soldi dei contribuenti italiani. Il Mes ha un capitale sottoscritto pari a 704,8 miliardi, di cui 80,5 sono stati versati; la sua capacità di prestito ammonta a 500 miliardi. L’Italia ha sottoscritto il capitale del Mes per 125,3 miliardi, versandone oltre 14. Se per ipotesi una banca di una nazione europea fallisse, l’Italia, pensate, potrebbe essere chiamata in linea teorica a versare altri 100 miliardi e passa per contribuire al salvataggio. A proposito di pacchetti, mai così attuali come nel periodo natalizio, è il caso di ricordare a Giuseppe Conte che il suo «sì» al Mes, attraverso la ormai famosa nota di Luigi Di Maio, fu un atto che solo in minima parte teneva conto delle volontà del Parlamento. È vero infatti che l’allora maggioranza giallorossa, ormai alle ultime battute, aveva approvato, il 9 dicembre 2020, una risoluzione di maggioranza che impegnava il governo Conte bis a «finalizzare l’accordo politico raggiunto all’Eurogruppo e all’ordine del giorno dell’Euro summit sulla riforma del trattato del Mes», ma è vero pure, e questo Giuseppi finge di non ricordarlo, che nelle comunicazioni al Parlamento fu chiarissimo: «Resta nella piena disponibilità delle Camere», sottolineò Conte, «attraverso la procedura parlamentare di ratifica, la scelta definitiva sull’adesione dell’Italia al nuovo trattato Mes, anche alla luce del più generale stato di avanzamento del pacchetto di riforme dell’Unione economica e monetaria». Quando l’allora ministro degli esteri, Luigi Di Maio, diede mandato all’ambasciatore Maurizio Massari, rappresentante permanente d’Italia presso la Ue, a siglare il Mes, i pacchetti erano spariti.
Ansa
Non dimentichiamo che, l’altro ieri, era stato il ministro dell’Interno di Islamabad, Mohsin Naqvi, a visitare la capitale iraniana, per incontrare il comandante dei pasdaran, Ahmad Vahidi. Non solo. Domani, il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, si recherà in Cina dove vedrà Xi Jinping.
Dal canto suo, il ministero degli Esteri iraniano ha reso noto che Teheran starebbe esaminando i «punti di vista» degli americani. Al contempo, sempre ieri, il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha cautamente parlato di «segnali positivi» nel processo diplomatico, confermando il viaggio della delegazione pakistana verso la Repubblica islamica ed esprimendo delusione per il comportamento degli alleati della Nato. Tuttavia, segretario di Stato americano, probabilmente per mettere sotto pressione gli ayatollah, non ha escluso il ricorso all’opzione militare. «La preferenza del presidente è quella di concludere un buon accordo, questa è la sua preferenza», ha detto, per poi aggiungere: «Ma se non riusciamo a raggiungere un buon accordo, il presidente è stato chiaro: ha altre opzioni. Non entrerò nei dettagli, ma tutti le conoscono».
Non mancano ciononostante delle difficoltà. Fonti della Repubblica islamica hanno riferito che la Guida Suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, avrebbe vietato il trasferimento all’estero dell’uranio in procinto di essere utilizzabile per la realizzazione di armamenti. Un’indiscrezione, quest’ultima, che è stata smentita sia dalla Casa Bianca sia da un alto funzionario di Teheran. Del resto, se fosse confermata, la notizia rischierebbe di mettere seriamente in difficoltà il processo diplomatico: Donald Trump notoriamente auspica che il regime khomeinista ceda le proprie scorte di uranio altamente arricchito. Scorte che, durante il suo recente incontro con Xi a Pechino, Vladimir Putin, secondo Interfax, si sarebbe offerto di ospitare in territorio russo. Si tratta di una proposta, quella dello zar, rispetto a cui la Casa Bianca nutre tuttavia freddezza. Ieri, il presidente americano è infatti tornato a ribadire che l’Iran non può conservare il suo uranio altamente arricchito e che saranno gli Stati Uniti a prenderne possesso. «Una volta che lo avremo, lo distruggeremo. Non lo vogliamo», ha affermato Trump, che ha anche detto che il conflitto finirà «molto presto».
Tutto questo, senza dimenticare il nodo di Hormuz. Ieri, la Repubblica islamica ha fatto sapere che Teheran sta discutendo con l’Oman l’introduzione di un pedaggio permanente per chi voglia usufruire dello Stretto: un’idea che è stata duramente bocciata dal presidente americano e dallo stesso Rubio, secondo cui l’introduzione di gabelle renderebbe impossibile ogni accordo tra Washington e Teheran. Dall’altra parte, Centcom ha reso noto di aver «reindirizzato» 94 navi da quando Washington ha imposto il blocco ai porti della Repubblica islamica. Inoltre, secondo la Cnn, l’intelligence statunitense riterrebbe che Teheran starebbe ricostituendo più rapidamente del previsto le proprie capacità militari e che, a seguito del cessate il fuoco con Washington, avrebbe riavviato la produzione di droni. Insomma, la diplomazia è ripartita. Ma la strada non è ancora in discesa.
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Il bombardamento ucraino al quartier generale dell’Fsb russo, nell’oblast di Kherson, ha provocato un centinaio fra vittime e feriti (Ansa)
La base dell’Fsb si trova a Genicheska Hirka, nell’oblast di Kherson. Allegando il video del raid, ha aggiunto che «le perdite russe sono circa un centinaio tra morti e feriti». Anche in questo caso si tratta di un messaggio per «i russi» visto che «devono capire che devono porre fine a questa loro guerra».
Ma non è stato l’unico attacco: il presidente ucraino ha infatti rivendicato un raid contro «la raffineria russa di Sizran, a oltre 800 chilometri dal confine». Inoltre, nella regione russa di Bryansk, un drone ucraino ha colpito una locomotiva, uccidendo tre persone. E anche nella parte della regione di Zaporizhzhia controllata dai russi si contano due vittime dopo che un velivolo senza pilota gialloblù ha attaccato un veicolo.
Che sia poi aumentata la capacità di difesa di Kiev ne è convinto il ministro della Difesa ucraino, Mykhailo Fedorov: ha dichiarato che «la percentuale di abbattimenti dei droni Shahed è raddoppiata negli ultimi quattro mesi, nonostante il numero di Shahed lanciati mensilmente dalla Russia sia in aumento del 35%». Gli attacchi di Mosca sull’Ucraina continuano però a mietere vittime: si contano almeno sette morti a seguito dei raid nel Donetsk, a Kharkiv e nella regione di Cherniv.
Zelensky ha intanto incassato ulteriore sostegno da parte degli alleati. Dopo lo spauracchio suscitato da una licenza commerciale britannica che avrebbe permesso l’importazione del petrolio russo da Paesi terzi, il premier laburista Keir Starmer ha fatto rientrare l’allarme. Stando a una nota diffusa da Downing street, i due leader hanno avuto una conversazione telefonica in cui Starmer «ha ribadito il costante sostegno del Regno Unito all’Ucraina e l’impegno per smantellare la macchina da guerra di Putin».
Un ulteriore appoggio a Kiev è arrivato dal cancelliere tedesco, Friedrich Merz, in tema di integrazione europea. Ha infatti proposto a Bruxelles che l’Ucraina diventi «membro associato» prima della sua completa adesione. Questo tipo di membership includerebbe già la clausola di mutua difesa con l’estensione all’Ucraina dell’articolo 42.7 del Trattato sull’Ue. A commentare l’iniziativa è stato anche il ministro degli Esteri, Antonio Tajani. Pur riconoscendo che «l’Ucraina è un Paese candidato a far parte dell’Ue», ha precisato: «Però non dobbiamo dimenticare i Balcani che sono candidati da prima». Intanto pare che la presidenza cipriota del Consiglio dell’Ue abbia fissato entro giugno l’avvio del primo pacchetto di negoziati per l’adesione. E non è escluso che sul tavolo ci sia anche la proposta di Merz. Un aiuto indirizzato al settore energetico ucraino arriva invece dall’Italia: il ministro dell’Energia Denys Shmyhal ha reso noto che il nostro Paese «fornirà ulteriori 10 milioni di euro per sostenere i lavori di ripristino e riparazione nel settore energetico».
E mentre il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha rimproverato «molti» alleati di «non spendere abbastanza per il sostegno all’Ucraina», c’è invece chi ha redarguito Kiev. La Lituania ha confermato che il drone precipitato sul suo territorio lo scorso 17 maggio è ucraino. Tra l’altro sia mercoledì sia ieri sono stati individuati velivoli senza pilota nei cieli lituani, ma non è stato comunicato l’autore. È in questo contesto che la Polonia ha chiesto a Kiev di usare i droni «con più precisione». La più critica è stata la Grecia: dopo il ritrovamento nelle acque greche di un drone marino ucraino, il ministro ellenico della Difesa, Nikos Dendias, ha affermato: «Ci devono delle scuse e la garanzia assoluta che una cosa del genere non si ripeterà più». Dall’altra parte, la Svezia ha preso le difese di Kiev.
A Mosca, intanto, si traccia l’identikit dei negoziatori europei. La portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, ha affermato che «dovrebbero essere persone che godono della fiducia dei loro cittadini, che non abbiano optato per un nazionalismo esplicito, in particolare per la russofobia». Ma Zakharova si è anche esposta sui cittadini della Transnistria, dopo che Mosca ha assicurato agli abitanti una procedura semplificata per ottenere la cittadinanza russa: «La Russia è pronta a ricorrere a tutti i mezzi necessari per garantire la loro sicurezza».
Per Zelensky è senz’altro un grattacapo che si aggiunge alla questione della Bielorussia. Mentre il presidente russo Vladimir Putin, insieme all’omologo bielorusso Aleksandr Lukashenko, ha assistito ieri in videoconferenza alle esercitazioni nucleari congiunte dei due Paesi, Kiev teme un attacco da Minsk. Così il Servizio di sicurezza ucraino ha annunciato di stare «attuando una serie di misure di sicurezza rafforzate nelle regioni settentrionali» dell’Ucraina. Lukashenko ha cercato di allentare le tensioni con Kiev, sostenendo che Minsk non si farà «trascinare» nella guerra. E si è detto «pronto a incontrare» Zelensky. Ma il presidente ucraino ha già lanciato il suo avvertimento: Lukashenko «deve capire che ci saranno conseguenze se ci sarà l’aggressione contro l’Ucraina».
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