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2023-12-16
«Nell’Europa-condominio l’intesa sul Patto è lontana. E il Mes non c’entra nulla»
Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti (Ansa)
L’accordo sul Patto di stabilità è lontano. Lo hanno detto chiaramente ieri il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, e il premier Giorgia Meloni. È il primo, sul palco di Atreju, a definire «scarse» le possibilità che si arrivi la settimana prossima a un’intesa. Sottolineando un dettaglio: «Che io vada a chiudere un accordo, che condiziona l’Italia per i prossimi 20 anni, in videoconferenza, no grazie. Un Ecofin in presenza è più opportuno», ha infatti aggiunto il ministro. La presidenza spagnola ha deciso di tenere la riunione del 20 dicembre da remoto e dalle parole di Giorgetti si capisce che il tentativo di chiudere la partita in fretta, da dietro uno schermo, non è accettabile. Soprattutto considerando che la proposta relativa al braccio correttivo deve essere approvata all’unanimità (e serve una maggioranza qualificata per quello preventivo).
Sul «compromesso raggiunto ci sono stati passi avanti, ma certamente non è la posizione italiana», ha precisato il capo del Mef, ricordando che «abbiamo contro la maggior parte dei Paesi guidati dalla Germania», che si ispirano alla frugalità. Del resto, il potere di veto lo possono usare anche i tedeschi, a cui conviene mantenere le regole precedenti. «Quindi bisogna fare con saggezza e responsabilità, prima di ingaggiare una guerra», contro chi ha numeri più ampi bisogna «mandare avanti gli ambasciatori. Dobbiamo giocare la partita con coraggio ma anche con intelligenza, senza sbraitare», ha aggiunto. In un’Europa «senza dimensione politica» paragonata a «un condominio», il negoziato andrà dunque avanti, «anche con condizioni politicamente diverse», ha proseguito Giorgetti riferendosi implicitamente alle europee di giugno dalle quali verrà fuori il nuovo assetto di Parlamento Ue e Commissione.
Cosa succederà nel 2024 se entro il 1° gennaio non verrà raggiunto un accordo? «Il tessuto normativo è quello del vecchio Patto. La Commissione ha detto però che il 2024 è un anno di transizione, quindi si procederà con il Patto uscente ma i bilanci si faranno con le linee guida che verranno date da Bruxelles. Il problema è che il 2024 è coperto, il 2025 no».
Da Bruxelles, nel punto stampa del pomeriggio anche Giorgia Meloni ha ribadito che «togliendo la possibilità» di vedersi fisicamente «diventa più difficile» trovare un accordo. «Le posizioni sono ancora abbastanza distanti, bisogna lavorare ancora», ha aggiunto sottolineando che il Patto di stabilità «non è stato oggetto dei lavori» del Consiglio europeo, ci sono state interlocuzioni a margine, sono giorni di trattative, il tema è rimandato all’Ecofin. «Penso che un accordo si possa trovare, ma non posso dire che lo abbiamo trovato. Dobbiamo trovare un equilibrio, dobbiamo tenere aperte tutte le strade finché non sappiamo qual è il punto di caduta». E ancora: «Non chiediamo una modifica del Patto per gettare i soldi dalla finestra, però chiediamo una modifica del Patto che ci consenta di fare ciò che riteniamo giusto fare e che l’Europa si è data come strategia, parlo in particolare degli investimenti, senza essere per questo colpiti», ha aggiunto il premier. Il veto? «Non posso dare l’ok a un Patto che non io ma nessun governo italiano potrebbe rispettare. Serve un Patto che ci metta nelle condizioni di fare il nostro lavoro», ha proseguito il presidente del Consiglio che prima dell’inizio dei lavori del summit Ue ha avuto un bilaterale con il presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen all’Europa building. In albergo c’è invece stato un altro bilaterale con Emmanuel Macron durante il quale, ha detto la Meloni, «sono state trovate convergenze».
Allineato a Giorgetti e alla Meloni è anche Matteo Salvini. «Se ci saranno le condizioni il governo firmerà, se sarà una trappola no. Ma non sono io al tavolo e ho piena fiducia in Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti. Meloni dice che siamo ancora distanti da una soluzione, risulta anche a me, penso che l’Italia con Giorgetti debba firmare se è utile per l’Italia e l’Europa», ha detto il vicepremier e ministro delle Infrastrutture e dei trasporti. Per poi chiosare che del Patto di stabilità è crescita «cambierei l’ordine: Patto di crescita e stabilità». A questo punto non è chiaro se effettivamente i ministri finanziari europei troveranno un accordo definitivo sulla riforma del Patto di stabilità o se la partita sarà rinviata a gennaio. La cosa certa è che sono in corso discussioni a livello politico che coinvolgono Francia, Germania e Italia.
Intanto, qualche ora prima dal palco di Atreju, Giorgetti ha fatto partire anche un nuovo attacco al Superbonus ereditato dal Conte bis. Una zavorra che diventa sempre più pesante per le casse dello Stato e che sfonderà i 100 miliardi entro fine anno, «un debito a tutti gli effetti che gli italiani dovranno pagare nei prossimi quattro anni», ha detto titolare del Mef. Definendo il Superbonus una «morfina di Stato che andava ridotta. L’Italia con quel provvedimento reiterato nel tempo ha fatto “moneta fiscale” e nessuno all’epoca disse “attenzione alla Bce”. In un momento di massima emergenza, massimo dolore dell’economia, poteva avere anche un senso, ma bisognava iniziare subito l’operazione di disintossicazione», ha detto Giorgetti. Quanto a eventuali modifiche, il ministro è ricorso a un’altra metafora: «È come Chernobyl, continua a emanare radioattività anche se l’abbiamo sommerso di sabbia». Il richiamo «non è casuale», riguardo al Superbonus «come per l’energia nucleare, in tanti sono a favore e in tanti sono contro».
La Meloni sgancia il Mes dal Patto di stabilità
«Sul tema del Patto di stabilità e del Mes devo dirvi che questo link lo vedo solo nel dibattito italiano»: il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, al termine del vertice Ue di ieri a Bruxelles sgancia la discussione sulla ratifica della riforma del Mes dalla discussione sul nuovo Patto di stabilità. «Sicuramente per noi fa la differenza», aggiunge la Meloni, «sapere quale sia il Patto del quale disponiamo, come abbiamo sempre detto, perché gli strumenti si mettono insieme tutti quanti. Ma non c’è questa dimensione del ricatto, mi passi il termine, di dire “se non fai questo non diamo questo” non l’ho vista. Nessuno ha mai posto la questione così».
Immaginiamo già i soloni e i professori di mandolino dei giornali di sinistra e affini alla ricerca affannosa su Google delle dichiarazioni del passato della Meloni e dei suoi ministri che legavano riforma del Mes e Patto di stabilità: ne troveranno in quantità, ma la politica è arte complicata, e quindi questa apparente contraddizione ha motivazioni profonde. Innanzitutto, la Meloni fa tattica: la coincidenza temporale tra le riforme del Mes e del Patto di stabilità lascia immaginare che nei colloqui di Bruxelles i due argomenti non possano che incrociarsi, soprattutto perché il nuovo Mes si baserebbe sulle regole del «vecchio» Patto. In secondo luogo, la Meloni, in perfetta sintonia con il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, fa benissimo a slegare le due questioni, perché se si arriverà a un accordo sul nuovo Patto di stabilità, col via libera anche dell’Italia, il nostro governo potrà comunque continuare a tenere duro sul Mes. L’Italia ha una posizione negoziale forte, sia perché Francia e Germania sono in condizioni assai difficili (soprattutto Berlino), sia perché gode della protezione di Washington, conquistata grazie alla ferrea fedeltà atlantista. Infine, i voti di Ecr, partito europeo della Meloni, saranno determinanti per la nomina della prossima Commissione.
Ora che la trattativa sul Patto di stabilità viene slegata dalla eventuale ratifica della riforma del Mes da parte dell’Italia, la logica di pacchetto può inoltre proseguire più agevolmente su altri fronti delicatissimi, come il completamento dell’Unione bancaria e fiscale. A proposito di dibattito italiano: arriva lo stop, l’ennesimo, del vicepremier Matteo Salvini, da sempre contrario alla ratifica del Mes. A chi gli domanda se abbia cambiato idea, Salvini risponde lapidario: «Se ho cambiato idea? No. È uno strumento inutile. Noi in questo momento, fortunatamente», argomenta il leader della Lega, «abbiamo un sistema economico e bancario sano. Non vedo perché un disoccupato, un precario, un commerciante, un pensionato italiano debba metterci dei soldi per salvare una banca tedesca». Come noi della Verità abbiamo più volte sottolineato, infatti, il problema del Mes «riformato» non è solo quello di una sua eventuale attivazione da parte nostra, ma il fatto che i nostri soldi potrebbero essere utilizzati per «salvare» qualsiasi banca di qualsiasi nazione europea. Ecco perché i barocchismi politici, come l’ipotesi di ratificare il nuovo Mes aggiungendo una postilla che impegna i governi italiani a non utilizzarlo, sono fuffa propagandistica: qui in ballo ci sono i soldi dei contribuenti italiani. Il Mes ha un capitale sottoscritto pari a 704,8 miliardi, di cui 80,5 sono stati versati; la sua capacità di prestito ammonta a 500 miliardi. L’Italia ha sottoscritto il capitale del Mes per 125,3 miliardi, versandone oltre 14. Se per ipotesi una banca di una nazione europea fallisse, l’Italia, pensate, potrebbe essere chiamata in linea teorica a versare altri 100 miliardi e passa per contribuire al salvataggio.
A proposito di pacchetti, mai così attuali come nel periodo natalizio, è il caso di ricordare a Giuseppe Conte che il suo «sì» al Mes, attraverso la ormai famosa nota di Luigi Di Maio, fu un atto che solo in minima parte teneva conto delle volontà del Parlamento. È vero infatti che l’allora maggioranza giallorossa, ormai alle ultime battute, aveva approvato, il 9 dicembre 2020, una risoluzione di maggioranza che impegnava il governo Conte bis a «finalizzare l’accordo politico raggiunto all’Eurogruppo e all’ordine del giorno dell’Euro summit sulla riforma del trattato del Mes», ma è vero pure, e questo Giuseppi finge di non ricordarlo, che nelle comunicazioni al Parlamento fu chiarissimo: «Resta nella piena disponibilità delle Camere», sottolineò Conte, «attraverso la procedura parlamentare di ratifica, la scelta definitiva sull’adesione dell’Italia al nuovo trattato Mes, anche alla luce del più generale stato di avanzamento del pacchetto di riforme dell’Unione economica e monetaria». Quando l’allora ministro degli esteri, Luigi Di Maio, diede mandato all’ambasciatore Maurizio Massari, rappresentante permanente d’Italia presso la Ue, a siglare il Mes, i pacchetti erano spariti.
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Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti mettono i paletti sulle due grandi questioni aperte con Bruxelles: si firma solo ciò che è fattibile per l’Italia.Il premier per la prima volta sottolinea che la logica di pacchetto non riguarda le due riforme: «Il link lo vedo soltanto nel dibattito nostrano. Non c’è nessuna dimensione di ricatto». La trattativa sul Salvastati va di pari passo con l’Unione fiscale e bancaria.Lo speciale contiene due articoliL’accordo sul Patto di stabilità è lontano. Lo hanno detto chiaramente ieri il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, e il premier Giorgia Meloni. È il primo, sul palco di Atreju, a definire «scarse» le possibilità che si arrivi la settimana prossima a un’intesa. Sottolineando un dettaglio: «Che io vada a chiudere un accordo, che condiziona l’Italia per i prossimi 20 anni, in videoconferenza, no grazie. Un Ecofin in presenza è più opportuno», ha infatti aggiunto il ministro. La presidenza spagnola ha deciso di tenere la riunione del 20 dicembre da remoto e dalle parole di Giorgetti si capisce che il tentativo di chiudere la partita in fretta, da dietro uno schermo, non è accettabile. Soprattutto considerando che la proposta relativa al braccio correttivo deve essere approvata all’unanimità (e serve una maggioranza qualificata per quello preventivo). Sul «compromesso raggiunto ci sono stati passi avanti, ma certamente non è la posizione italiana», ha precisato il capo del Mef, ricordando che «abbiamo contro la maggior parte dei Paesi guidati dalla Germania», che si ispirano alla frugalità. Del resto, il potere di veto lo possono usare anche i tedeschi, a cui conviene mantenere le regole precedenti. «Quindi bisogna fare con saggezza e responsabilità, prima di ingaggiare una guerra», contro chi ha numeri più ampi bisogna «mandare avanti gli ambasciatori. Dobbiamo giocare la partita con coraggio ma anche con intelligenza, senza sbraitare», ha aggiunto. In un’Europa «senza dimensione politica» paragonata a «un condominio», il negoziato andrà dunque avanti, «anche con condizioni politicamente diverse», ha proseguito Giorgetti riferendosi implicitamente alle europee di giugno dalle quali verrà fuori il nuovo assetto di Parlamento Ue e Commissione. Cosa succederà nel 2024 se entro il 1° gennaio non verrà raggiunto un accordo? «Il tessuto normativo è quello del vecchio Patto. La Commissione ha detto però che il 2024 è un anno di transizione, quindi si procederà con il Patto uscente ma i bilanci si faranno con le linee guida che verranno date da Bruxelles. Il problema è che il 2024 è coperto, il 2025 no». Da Bruxelles, nel punto stampa del pomeriggio anche Giorgia Meloni ha ribadito che «togliendo la possibilità» di vedersi fisicamente «diventa più difficile» trovare un accordo. «Le posizioni sono ancora abbastanza distanti, bisogna lavorare ancora», ha aggiunto sottolineando che il Patto di stabilità «non è stato oggetto dei lavori» del Consiglio europeo, ci sono state interlocuzioni a margine, sono giorni di trattative, il tema è rimandato all’Ecofin. «Penso che un accordo si possa trovare, ma non posso dire che lo abbiamo trovato. Dobbiamo trovare un equilibrio, dobbiamo tenere aperte tutte le strade finché non sappiamo qual è il punto di caduta». E ancora: «Non chiediamo una modifica del Patto per gettare i soldi dalla finestra, però chiediamo una modifica del Patto che ci consenta di fare ciò che riteniamo giusto fare e che l’Europa si è data come strategia, parlo in particolare degli investimenti, senza essere per questo colpiti», ha aggiunto il premier. Il veto? «Non posso dare l’ok a un Patto che non io ma nessun governo italiano potrebbe rispettare. Serve un Patto che ci metta nelle condizioni di fare il nostro lavoro», ha proseguito il presidente del Consiglio che prima dell’inizio dei lavori del summit Ue ha avuto un bilaterale con il presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen all’Europa building. In albergo c’è invece stato un altro bilaterale con Emmanuel Macron durante il quale, ha detto la Meloni, «sono state trovate convergenze». Allineato a Giorgetti e alla Meloni è anche Matteo Salvini. «Se ci saranno le condizioni il governo firmerà, se sarà una trappola no. Ma non sono io al tavolo e ho piena fiducia in Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti. Meloni dice che siamo ancora distanti da una soluzione, risulta anche a me, penso che l’Italia con Giorgetti debba firmare se è utile per l’Italia e l’Europa», ha detto il vicepremier e ministro delle Infrastrutture e dei trasporti. Per poi chiosare che del Patto di stabilità è crescita «cambierei l’ordine: Patto di crescita e stabilità». A questo punto non è chiaro se effettivamente i ministri finanziari europei troveranno un accordo definitivo sulla riforma del Patto di stabilità o se la partita sarà rinviata a gennaio. La cosa certa è che sono in corso discussioni a livello politico che coinvolgono Francia, Germania e Italia. Intanto, qualche ora prima dal palco di Atreju, Giorgetti ha fatto partire anche un nuovo attacco al Superbonus ereditato dal Conte bis. Una zavorra che diventa sempre più pesante per le casse dello Stato e che sfonderà i 100 miliardi entro fine anno, «un debito a tutti gli effetti che gli italiani dovranno pagare nei prossimi quattro anni», ha detto titolare del Mef. Definendo il Superbonus una «morfina di Stato che andava ridotta. L’Italia con quel provvedimento reiterato nel tempo ha fatto “moneta fiscale” e nessuno all’epoca disse “attenzione alla Bce”. In un momento di massima emergenza, massimo dolore dell’economia, poteva avere anche un senso, ma bisognava iniziare subito l’operazione di disintossicazione», ha detto Giorgetti. Quanto a eventuali modifiche, il ministro è ricorso a un’altra metafora: «È come Chernobyl, continua a emanare radioattività anche se l’abbiamo sommerso di sabbia». Il richiamo «non è casuale», riguardo al Superbonus «come per l’energia nucleare, in tanti sono a favore e in tanti sono contro».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nelleuropa-condominio-lintesa-sul-patto-e-lontana-e-il-mes-non-centra-nulla-2666609599.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-meloni-sgancia-il-mes-dal-patto-di-stabilita" data-post-id="2666609599" data-published-at="1702716216" data-use-pagination="False"> La Meloni sgancia il Mes dal Patto di stabilità «Sul tema del Patto di stabilità e del Mes devo dirvi che questo link lo vedo solo nel dibattito italiano»: il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, al termine del vertice Ue di ieri a Bruxelles sgancia la discussione sulla ratifica della riforma del Mes dalla discussione sul nuovo Patto di stabilità. «Sicuramente per noi fa la differenza», aggiunge la Meloni, «sapere quale sia il Patto del quale disponiamo, come abbiamo sempre detto, perché gli strumenti si mettono insieme tutti quanti. Ma non c’è questa dimensione del ricatto, mi passi il termine, di dire “se non fai questo non diamo questo” non l’ho vista. Nessuno ha mai posto la questione così». Immaginiamo già i soloni e i professori di mandolino dei giornali di sinistra e affini alla ricerca affannosa su Google delle dichiarazioni del passato della Meloni e dei suoi ministri che legavano riforma del Mes e Patto di stabilità: ne troveranno in quantità, ma la politica è arte complicata, e quindi questa apparente contraddizione ha motivazioni profonde. Innanzitutto, la Meloni fa tattica: la coincidenza temporale tra le riforme del Mes e del Patto di stabilità lascia immaginare che nei colloqui di Bruxelles i due argomenti non possano che incrociarsi, soprattutto perché il nuovo Mes si baserebbe sulle regole del «vecchio» Patto. In secondo luogo, la Meloni, in perfetta sintonia con il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, fa benissimo a slegare le due questioni, perché se si arriverà a un accordo sul nuovo Patto di stabilità, col via libera anche dell’Italia, il nostro governo potrà comunque continuare a tenere duro sul Mes. L’Italia ha una posizione negoziale forte, sia perché Francia e Germania sono in condizioni assai difficili (soprattutto Berlino), sia perché gode della protezione di Washington, conquistata grazie alla ferrea fedeltà atlantista. Infine, i voti di Ecr, partito europeo della Meloni, saranno determinanti per la nomina della prossima Commissione. Ora che la trattativa sul Patto di stabilità viene slegata dalla eventuale ratifica della riforma del Mes da parte dell’Italia, la logica di pacchetto può inoltre proseguire più agevolmente su altri fronti delicatissimi, come il completamento dell’Unione bancaria e fiscale. A proposito di dibattito italiano: arriva lo stop, l’ennesimo, del vicepremier Matteo Salvini, da sempre contrario alla ratifica del Mes. A chi gli domanda se abbia cambiato idea, Salvini risponde lapidario: «Se ho cambiato idea? No. È uno strumento inutile. Noi in questo momento, fortunatamente», argomenta il leader della Lega, «abbiamo un sistema economico e bancario sano. Non vedo perché un disoccupato, un precario, un commerciante, un pensionato italiano debba metterci dei soldi per salvare una banca tedesca». Come noi della Verità abbiamo più volte sottolineato, infatti, il problema del Mes «riformato» non è solo quello di una sua eventuale attivazione da parte nostra, ma il fatto che i nostri soldi potrebbero essere utilizzati per «salvare» qualsiasi banca di qualsiasi nazione europea. Ecco perché i barocchismi politici, come l’ipotesi di ratificare il nuovo Mes aggiungendo una postilla che impegna i governi italiani a non utilizzarlo, sono fuffa propagandistica: qui in ballo ci sono i soldi dei contribuenti italiani. Il Mes ha un capitale sottoscritto pari a 704,8 miliardi, di cui 80,5 sono stati versati; la sua capacità di prestito ammonta a 500 miliardi. L’Italia ha sottoscritto il capitale del Mes per 125,3 miliardi, versandone oltre 14. Se per ipotesi una banca di una nazione europea fallisse, l’Italia, pensate, potrebbe essere chiamata in linea teorica a versare altri 100 miliardi e passa per contribuire al salvataggio. A proposito di pacchetti, mai così attuali come nel periodo natalizio, è il caso di ricordare a Giuseppe Conte che il suo «sì» al Mes, attraverso la ormai famosa nota di Luigi Di Maio, fu un atto che solo in minima parte teneva conto delle volontà del Parlamento. È vero infatti che l’allora maggioranza giallorossa, ormai alle ultime battute, aveva approvato, il 9 dicembre 2020, una risoluzione di maggioranza che impegnava il governo Conte bis a «finalizzare l’accordo politico raggiunto all’Eurogruppo e all’ordine del giorno dell’Euro summit sulla riforma del trattato del Mes», ma è vero pure, e questo Giuseppi finge di non ricordarlo, che nelle comunicazioni al Parlamento fu chiarissimo: «Resta nella piena disponibilità delle Camere», sottolineò Conte, «attraverso la procedura parlamentare di ratifica, la scelta definitiva sull’adesione dell’Italia al nuovo trattato Mes, anche alla luce del più generale stato di avanzamento del pacchetto di riforme dell’Unione economica e monetaria». Quando l’allora ministro degli esteri, Luigi Di Maio, diede mandato all’ambasciatore Maurizio Massari, rappresentante permanente d’Italia presso la Ue, a siglare il Mes, i pacchetti erano spariti.
Ansa
I nerazzurri completano la doppietta nazionale dopo lo Scudetto e conquistano la decima Coppa Italia della loro storia. All’Olimpico, contro la Lazio di Sarri, decisivi l’autogol di Marusic e il sigillo di Lautaro Martinez nel primo tempo. Chivu: «Non è mai scontato vincere Scudetto e Coppa Italia».
L’Inter chiude la stagione italiana con il secondo trofeo in bacheca. Dopo lo Scudetto, arriva anche la Coppa Italia: 2-0 alla Lazio nella finale dell’Olimpico e decimo successo nella competizione per i nerazzurri, che continuano così il proprio ciclo vincente. Per Cristian Chivu, arrivato in estate tra dubbi e inevitabili paragoni con il recente passato, il primo anno sulla panchina interista si chiude con una doppietta che pochi avrebbero pronosticato dodici mesi fa.
La finale è durata poco più di mezz’ora. L’Inter ha indirizzato la partita sfruttando due errori pesanti della Lazio e poi ha gestito senza particolari affanni. Il vantaggio è arrivato al 14’: corner di Dimarco, Thuram prolunga e Marusic, nel tentativo di anticipare tutti, devia nella propria porta. Un episodio che ha cambiato subito l’inerzia della gara e messo la squadra di Sarri nella condizione peggiore possibile, considerando quanto dichiarato dal tecnico biancoceleste al termine della partita in merito al fatto che aveva preparato una partita più lunga, con l'obiettivo di portarla ai tempi supplementari. Dopo lo svantaggio la Lazio ha provato a rimanere dentro la partita, ma ha faticato a costruire gioco e soprattutto perso troppi palloni in uscita. Ed è proprio da una disattenzione che è nato il raddoppio interista. Al 35’ Tavares si fa soffiare il pallone da Dumfries, che entra in area e serve Lautaro Martinez: il capitano deve soltanto spingere in rete il 2-0. Per l’argentino è il ventitreesimo gol stagionale, l’ennesimo sigillo in una finale. La squadra di Chivu non ha offerto una prestazione spettacolare, ma ha dato sempre la sensazione di avere il controllo della gara. Pressione alta, ritmi spezzati quando necessario e pochissimi rischi concessi alla Lazio. I biancocelesti hanno costruito poco: le occasioni migliori sono arrivate nella ripresa con un tiro insidioso di Noslin di poco a lato e una conclusione ravvicinata di Dia, salvata con il volto da Josep Martinez. Troppo poco per riaprire davvero la partita. Nel finale è cresciuto solo il nervosismo, culminato in un parapiglia dopo un duro intervento di Pedro su Dimarco.
Per l’Inter è una vittoria netta, costruita con organizzazione e solidità. Dopo la pesante delusione europea della passata stagione con la finale persa 5-0 a Monaco contro il Paris Saint-Germain, e la scottante eliminazione di quest'anno agli ottavi contro il Bodo/Glimt, il club nerazzurro ha ritrovato immediatamente equilibrio e continuità. E Chivu, alla sua prima esperienza ad altissimo livello, ha saputo tenere compatto un gruppo che conosce bene e che ha continuato a garantire rendimento anche dopo i cambiamenti estivi. «L’Inter ha vinto due trofei quest’anno, ce li siamo meritati», ha detto il tecnico romeno dopo la partita. «Non è mai scontato vincere Scudetto e Coppa Italia. Siamo felici per quello che abbiamo superato, per i tifosi e per la società». Chivu ha poi sottolineato il lavoro mentale fatto a inizio stagione: «Prima del Mondiale per Club mentalmente non stavano bene, ho cercato di stare vicino agli uomini oltre che ai calciatori». Soddisfatto anche Lautaro Martinez: «Non era semplice ripartire dopo l’anno scorso. Abbiamo fatto una stagione importante a livello di gioco, risultati e prestazioni». Il capitano ha poi difeso il gruppo dalle critiche ricevute durante l’anno: «Si parla sempre dell’Inter, ma noi dobbiamo continuare sulla nostra strada». Dall’altra parte resta la delusione della Lazio, che vede sfumare l’ultimo obiettivo stagionale. Maurizio Sarri, squalificato e assente in panchina, non cerca alibi tecnici: «Abbiamo fatto tutto da soli, gli abbiamo regalato due gol». Poi però il tecnico biancoceleste si scaglia contro la gestione del calendario e il possibile derby di campionato programmato a ridosso degli Internazionali di tennis: «Se fossi il presidente non presenterei nemmeno la squadra. Gli errori clamorosi li ha fatti la Lega Serie A».
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Luciano Darderi festeggia dopo aver vinto contro Rafael Jódar durante il quarto di finale degli Internazionali Bnl d'Italia 2026 al Foro Italico (Getty Images)
Cosa c’è di meglio di una vittoria in rimonta, quando tutti ti davano per spacciato, contro il numero 3 del mondo agli ottavi di un Masters 1000 di casa? Probabilmente solo ripetersi il giorno dopo, nei quarti, in una notte lunga e complicata, superando il nuovo talento spagnolo Rafael Jódar e conquistando la semifinale degli Internazionali d’Italia. Luciano Darderi, 24 anni, continua a spingersi oltre i propri limiti e tiene vivo il sogno di una possibile finale tutta azzurra sulla terra di Roma.
La notte del Foro Italico consegna al ragazzo italo-argentino la prima semifinale in carriera in un Masters 1000. Un traguardo che arriva al termine di una partita lunga, sporca, spezzata da interruzioni e ribaltamenti continui, chiusa dopo oltre tre ore contro il baby fenomeno spagnolo con il punteggio di 7-6, 5-7, 6-0. Un match iniziato in ritardo per la pioggia e poi ulteriormente complicato da un episodio singolare: la sospensione temporanea dovuta al fumo proveniente dai festeggiamenti allo Stadio Olimpico per la finale di Coppa Italia vinta dall'Inter, che ha reso l’aria irrespirabile e mandato in tilt alcune componenti del sistema elettronico di chiamata.
Dentro questa cornice anomala, Darderi ha dovuto prima reggere l’urto mentale e poi trovare le energie per venire fuori alla distanza. Il primo set si è deciso al tie-break, dopo una fase iniziale equilibrata e con continui cambi di inerzia. L’azzurro era anche andato avanti di un break, poi recuperato dallo spagnolo. Nel gioco decisivo, Darderi ha rimontato uno svantaggio importante, ribaltando il 2-5 fino al 7-5 finale. Nel secondo set l’andamento si è capovolto. Darderi ha avuto anche due palle match, ma non è riuscito a chiudere. Jódar ne ha approfittato, ha alzato il livello negli scambi lunghi e ha portato a casa il parziale 7-5, rimettendo tutto in equilibrio. La risposta dell’italiano, però, è stata netta. Nel terzo set non c’è stata partita: break immediato, pressione costante e Jódar progressivamente scarico, anche fisicamente. Il 6-0 finale fotografa una frazione in cui Darderi ha preso completamente il controllo, spinto anche da un Centrale rimasto fino a notte fonda.
Il dato più rilevante è la gestione dei momenti chiave. Dopo aver eliminato Alexander Zverev agli ottavi in rimonta, Darderi si è ripetuto contro un avversario diverso per caratteristiche ma altrettanto pericoloso, confermando una crescita anche sul piano della tenuta mentale nei passaggi decisivi. Con questo risultato, l’azzurro entra per la prima volta tra i migliori quattro di un Masters 1000 e diventa uno degli otto italiani dell’era Open a raggiungere la semifinale a Roma. Ora lo attende Casper Ruud, in una sfida che definirà il lato alto del tabellone. Dall’altra parte, infatti, continua a prendere forma il sogno di una finale tutta italiana che coinvolge anche Jannik Sinner, ancora in corsa nella parte opposta del draw e in campo oggi alle 13 contro Andrej Rublev. Ma per Darderi, per ora, il discorso resta più immediato: una semifinale conquistata nel modo più logorante possibile, in una notte in cui Roma ha chiesto tutto e lui ha risposto fino all’ultimo punto. Con tanto di dedica scritta con il pennarello sulla lente della telecamera: «Roma ti amo».
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Il presidente della Lega di Serie A Ezio Simonelli (Ansa)
E a farne le spese, tanto per cambiare, sono i tifosi di calcio, già frastornati dagli insuccessi della Nazionale e, al momento in cui questo giornale va in stampa, ancora senza informazioni su quando si disputerà il derby Roma-Lazio, dopo 48 ore di rimpiattino tra Lega Serie A, Prefettura di Roma e Federtennis, attore incolpevole ma chiamato in causa obtorto collo. Ma il problema non riguarda solo il derby. A Roma-Lazio si deve per forza abbinare il pacchetto di sfide Pisa-Napoli, Juventus-Fiorentina Genoa-Milan e Como-Parma nel medesimo orario. Sono match che coinvolgono compagini impegnate nel conquistarsi un posto in Champions League e il regolamento specifica come negli ultimi due turni di stagione sia obbligatorio che le squadre impegnate a conseguire gli stessi obiettivi scendano in campo agli stessi orari. Solo che nessuno aveva considerato la concomitanza della finale degli Internazionali di tennis. Per evitare incidenti analoghi alla guerriglia urbana tra tifosi dell’aprile 2025, in cui rimasero contusi 14 agenti, il Viminale aveva vietato alle due formazioni di affrontarsi in orario serale, impedendo una collocazione della partita alle 20.45 di domenica.
La Lega di Serie A aveva proposto di disputare le sfide alle 12.30, vale a dire nel cosiddetto orario di «lunch match», incontrando però il diniego della Prefettura e della questura di Roma: «Siamo attrezzati per gestire qualsiasi cosa, anche eventi difficili in concomitanza, ma sarebbe più sensato non far giocare un derby nello stesso giorno degli Internazionali di tennis, oggi diventati un evento mondiale di pari importanza», era stata la motivazione, seguita da una nota che ufficializzava lo slittamento del derby a lunedì alle 20.45, in orario sì serale, ma il giorno dopo rispetto all’evento tennistico. Decisione però rifiutata dalla Lega di Serie A. Piccolo particolare: la sovrapposizione potenziale dei due eventi, quello di pallone e quello di tennis, era nota già da tempo, ma nessuno si è preoccupato di prendere le logiche contromisure. La pezza che salvasse capra, cavoli e palinsesti televisivi (non bisogna dimenticare il ruolo decisivo degli editori tv che detengono i diritti sulle partite di calcio) trovata dalla Lega era spostare la lancetta degli orologi di mezz’ora avanti e di mezz’ora indietro: derby domenica alle 12 insieme con le altre quattro partite abbinate, finale del Foro Italico alle 17, per consentire lo svolgimento autonomo delle due manifestazioni e un controllo adeguato dell’ordine pubblico. «Abbiamo sbagliato, ma chiediamo di venirci incontro», ha dichiarato il presidente di Lega Ezio Simonelli, «Forse non è stato tenuto conto del fatto che il rinvio del derby coinvolgesse altre quattro città e 300.000 tifosi. Alla luce di questo, dando noi disponibilità ad anticipare di mezz’ora, mi auguro che la stessa disponibilità la dia la Federtennis nel posticipare». Continuando: «Prendiamo atto della decisione del Prefetto di far giocare il derby e le altre quattro partite lunedì sera, ma non la condividiamo. Abbiamo fatto una proposta formale al Viminale per trovare una soluzione. Se non dovessimo trovarla, presenteremo ricorso al Tar».
Il ricorso al Tar peraltro sta diventando sport nazionale al pari del pallone. Al caos organizzativo si è poi aggiunta la finaIe di Coppa Italia tra Lazio e Inter di ieri, che ha reso impervie le comunicazioni tra i protagonisti della vicenda, non consentendo ancora una soluzione. La faccenda è spinosa: giocare le partite di lunedì sera comporterebbe uno stravolgimento impraticabile per molti tifosi che non riuscirebbero a sostenere un viaggio in trasferta in un giorno feriale. La petizione di alcuni gruppi ultras che circola da marzo per un calcio «più giusto e popolare» è anche una reazione a pasticci del genere: «Vogliamo dire basta al calcio con orari spezzatino, subordinato a decisioni dell’ultimo minuto», sostengono i tifosi. Il numero uno del Coni Giovanni Malagò ha stigmatizzato la vicenda con una stilettata ovattata: «Non ho alcuna carica o ruolo per parlare dell’argomento. Mi auguro che possano trovare una soluzione in grado di accontentare tutti. Non è certo una bella cosa questa diatriba». Bella non lo è, e al momento una soluzione ufficiale non c’è ancora. Ma la diatriba aiuta a comprendere sia il significato autentico dell’espressione «decidere in zona Cesarini», sia il motivo per cui il calcio italiano è prigioniero di sé stesso, forse troppo occupato a pensare ai ricorsi al Tar e poco ai ricorsi (e ai corsi) della sua travagliata storia recente.
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