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2023-12-16
«Nell’Europa-condominio l’intesa sul Patto è lontana. E il Mes non c’entra nulla»
Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti (Ansa)
L’accordo sul Patto di stabilità è lontano. Lo hanno detto chiaramente ieri il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, e il premier Giorgia Meloni. È il primo, sul palco di Atreju, a definire «scarse» le possibilità che si arrivi la settimana prossima a un’intesa. Sottolineando un dettaglio: «Che io vada a chiudere un accordo, che condiziona l’Italia per i prossimi 20 anni, in videoconferenza, no grazie. Un Ecofin in presenza è più opportuno», ha infatti aggiunto il ministro. La presidenza spagnola ha deciso di tenere la riunione del 20 dicembre da remoto e dalle parole di Giorgetti si capisce che il tentativo di chiudere la partita in fretta, da dietro uno schermo, non è accettabile. Soprattutto considerando che la proposta relativa al braccio correttivo deve essere approvata all’unanimità (e serve una maggioranza qualificata per quello preventivo).
Sul «compromesso raggiunto ci sono stati passi avanti, ma certamente non è la posizione italiana», ha precisato il capo del Mef, ricordando che «abbiamo contro la maggior parte dei Paesi guidati dalla Germania», che si ispirano alla frugalità. Del resto, il potere di veto lo possono usare anche i tedeschi, a cui conviene mantenere le regole precedenti. «Quindi bisogna fare con saggezza e responsabilità, prima di ingaggiare una guerra», contro chi ha numeri più ampi bisogna «mandare avanti gli ambasciatori. Dobbiamo giocare la partita con coraggio ma anche con intelligenza, senza sbraitare», ha aggiunto. In un’Europa «senza dimensione politica» paragonata a «un condominio», il negoziato andrà dunque avanti, «anche con condizioni politicamente diverse», ha proseguito Giorgetti riferendosi implicitamente alle europee di giugno dalle quali verrà fuori il nuovo assetto di Parlamento Ue e Commissione.
Cosa succederà nel 2024 se entro il 1° gennaio non verrà raggiunto un accordo? «Il tessuto normativo è quello del vecchio Patto. La Commissione ha detto però che il 2024 è un anno di transizione, quindi si procederà con il Patto uscente ma i bilanci si faranno con le linee guida che verranno date da Bruxelles. Il problema è che il 2024 è coperto, il 2025 no».
Da Bruxelles, nel punto stampa del pomeriggio anche Giorgia Meloni ha ribadito che «togliendo la possibilità» di vedersi fisicamente «diventa più difficile» trovare un accordo. «Le posizioni sono ancora abbastanza distanti, bisogna lavorare ancora», ha aggiunto sottolineando che il Patto di stabilità «non è stato oggetto dei lavori» del Consiglio europeo, ci sono state interlocuzioni a margine, sono giorni di trattative, il tema è rimandato all’Ecofin. «Penso che un accordo si possa trovare, ma non posso dire che lo abbiamo trovato. Dobbiamo trovare un equilibrio, dobbiamo tenere aperte tutte le strade finché non sappiamo qual è il punto di caduta». E ancora: «Non chiediamo una modifica del Patto per gettare i soldi dalla finestra, però chiediamo una modifica del Patto che ci consenta di fare ciò che riteniamo giusto fare e che l’Europa si è data come strategia, parlo in particolare degli investimenti, senza essere per questo colpiti», ha aggiunto il premier. Il veto? «Non posso dare l’ok a un Patto che non io ma nessun governo italiano potrebbe rispettare. Serve un Patto che ci metta nelle condizioni di fare il nostro lavoro», ha proseguito il presidente del Consiglio che prima dell’inizio dei lavori del summit Ue ha avuto un bilaterale con il presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen all’Europa building. In albergo c’è invece stato un altro bilaterale con Emmanuel Macron durante il quale, ha detto la Meloni, «sono state trovate convergenze».
Allineato a Giorgetti e alla Meloni è anche Matteo Salvini. «Se ci saranno le condizioni il governo firmerà, se sarà una trappola no. Ma non sono io al tavolo e ho piena fiducia in Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti. Meloni dice che siamo ancora distanti da una soluzione, risulta anche a me, penso che l’Italia con Giorgetti debba firmare se è utile per l’Italia e l’Europa», ha detto il vicepremier e ministro delle Infrastrutture e dei trasporti. Per poi chiosare che del Patto di stabilità è crescita «cambierei l’ordine: Patto di crescita e stabilità». A questo punto non è chiaro se effettivamente i ministri finanziari europei troveranno un accordo definitivo sulla riforma del Patto di stabilità o se la partita sarà rinviata a gennaio. La cosa certa è che sono in corso discussioni a livello politico che coinvolgono Francia, Germania e Italia.
Intanto, qualche ora prima dal palco di Atreju, Giorgetti ha fatto partire anche un nuovo attacco al Superbonus ereditato dal Conte bis. Una zavorra che diventa sempre più pesante per le casse dello Stato e che sfonderà i 100 miliardi entro fine anno, «un debito a tutti gli effetti che gli italiani dovranno pagare nei prossimi quattro anni», ha detto titolare del Mef. Definendo il Superbonus una «morfina di Stato che andava ridotta. L’Italia con quel provvedimento reiterato nel tempo ha fatto “moneta fiscale” e nessuno all’epoca disse “attenzione alla Bce”. In un momento di massima emergenza, massimo dolore dell’economia, poteva avere anche un senso, ma bisognava iniziare subito l’operazione di disintossicazione», ha detto Giorgetti. Quanto a eventuali modifiche, il ministro è ricorso a un’altra metafora: «È come Chernobyl, continua a emanare radioattività anche se l’abbiamo sommerso di sabbia». Il richiamo «non è casuale», riguardo al Superbonus «come per l’energia nucleare, in tanti sono a favore e in tanti sono contro».
La Meloni sgancia il Mes dal Patto di stabilità
«Sul tema del Patto di stabilità e del Mes devo dirvi che questo link lo vedo solo nel dibattito italiano»: il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, al termine del vertice Ue di ieri a Bruxelles sgancia la discussione sulla ratifica della riforma del Mes dalla discussione sul nuovo Patto di stabilità. «Sicuramente per noi fa la differenza», aggiunge la Meloni, «sapere quale sia il Patto del quale disponiamo, come abbiamo sempre detto, perché gli strumenti si mettono insieme tutti quanti. Ma non c’è questa dimensione del ricatto, mi passi il termine, di dire “se non fai questo non diamo questo” non l’ho vista. Nessuno ha mai posto la questione così».
Immaginiamo già i soloni e i professori di mandolino dei giornali di sinistra e affini alla ricerca affannosa su Google delle dichiarazioni del passato della Meloni e dei suoi ministri che legavano riforma del Mes e Patto di stabilità: ne troveranno in quantità, ma la politica è arte complicata, e quindi questa apparente contraddizione ha motivazioni profonde. Innanzitutto, la Meloni fa tattica: la coincidenza temporale tra le riforme del Mes e del Patto di stabilità lascia immaginare che nei colloqui di Bruxelles i due argomenti non possano che incrociarsi, soprattutto perché il nuovo Mes si baserebbe sulle regole del «vecchio» Patto. In secondo luogo, la Meloni, in perfetta sintonia con il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, fa benissimo a slegare le due questioni, perché se si arriverà a un accordo sul nuovo Patto di stabilità, col via libera anche dell’Italia, il nostro governo potrà comunque continuare a tenere duro sul Mes. L’Italia ha una posizione negoziale forte, sia perché Francia e Germania sono in condizioni assai difficili (soprattutto Berlino), sia perché gode della protezione di Washington, conquistata grazie alla ferrea fedeltà atlantista. Infine, i voti di Ecr, partito europeo della Meloni, saranno determinanti per la nomina della prossima Commissione.
Ora che la trattativa sul Patto di stabilità viene slegata dalla eventuale ratifica della riforma del Mes da parte dell’Italia, la logica di pacchetto può inoltre proseguire più agevolmente su altri fronti delicatissimi, come il completamento dell’Unione bancaria e fiscale. A proposito di dibattito italiano: arriva lo stop, l’ennesimo, del vicepremier Matteo Salvini, da sempre contrario alla ratifica del Mes. A chi gli domanda se abbia cambiato idea, Salvini risponde lapidario: «Se ho cambiato idea? No. È uno strumento inutile. Noi in questo momento, fortunatamente», argomenta il leader della Lega, «abbiamo un sistema economico e bancario sano. Non vedo perché un disoccupato, un precario, un commerciante, un pensionato italiano debba metterci dei soldi per salvare una banca tedesca». Come noi della Verità abbiamo più volte sottolineato, infatti, il problema del Mes «riformato» non è solo quello di una sua eventuale attivazione da parte nostra, ma il fatto che i nostri soldi potrebbero essere utilizzati per «salvare» qualsiasi banca di qualsiasi nazione europea. Ecco perché i barocchismi politici, come l’ipotesi di ratificare il nuovo Mes aggiungendo una postilla che impegna i governi italiani a non utilizzarlo, sono fuffa propagandistica: qui in ballo ci sono i soldi dei contribuenti italiani. Il Mes ha un capitale sottoscritto pari a 704,8 miliardi, di cui 80,5 sono stati versati; la sua capacità di prestito ammonta a 500 miliardi. L’Italia ha sottoscritto il capitale del Mes per 125,3 miliardi, versandone oltre 14. Se per ipotesi una banca di una nazione europea fallisse, l’Italia, pensate, potrebbe essere chiamata in linea teorica a versare altri 100 miliardi e passa per contribuire al salvataggio.
A proposito di pacchetti, mai così attuali come nel periodo natalizio, è il caso di ricordare a Giuseppe Conte che il suo «sì» al Mes, attraverso la ormai famosa nota di Luigi Di Maio, fu un atto che solo in minima parte teneva conto delle volontà del Parlamento. È vero infatti che l’allora maggioranza giallorossa, ormai alle ultime battute, aveva approvato, il 9 dicembre 2020, una risoluzione di maggioranza che impegnava il governo Conte bis a «finalizzare l’accordo politico raggiunto all’Eurogruppo e all’ordine del giorno dell’Euro summit sulla riforma del trattato del Mes», ma è vero pure, e questo Giuseppi finge di non ricordarlo, che nelle comunicazioni al Parlamento fu chiarissimo: «Resta nella piena disponibilità delle Camere», sottolineò Conte, «attraverso la procedura parlamentare di ratifica, la scelta definitiva sull’adesione dell’Italia al nuovo trattato Mes, anche alla luce del più generale stato di avanzamento del pacchetto di riforme dell’Unione economica e monetaria». Quando l’allora ministro degli esteri, Luigi Di Maio, diede mandato all’ambasciatore Maurizio Massari, rappresentante permanente d’Italia presso la Ue, a siglare il Mes, i pacchetti erano spariti.
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Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti mettono i paletti sulle due grandi questioni aperte con Bruxelles: si firma solo ciò che è fattibile per l’Italia.Il premier per la prima volta sottolinea che la logica di pacchetto non riguarda le due riforme: «Il link lo vedo soltanto nel dibattito nostrano. Non c’è nessuna dimensione di ricatto». La trattativa sul Salvastati va di pari passo con l’Unione fiscale e bancaria.Lo speciale contiene due articoliL’accordo sul Patto di stabilità è lontano. Lo hanno detto chiaramente ieri il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, e il premier Giorgia Meloni. È il primo, sul palco di Atreju, a definire «scarse» le possibilità che si arrivi la settimana prossima a un’intesa. Sottolineando un dettaglio: «Che io vada a chiudere un accordo, che condiziona l’Italia per i prossimi 20 anni, in videoconferenza, no grazie. Un Ecofin in presenza è più opportuno», ha infatti aggiunto il ministro. La presidenza spagnola ha deciso di tenere la riunione del 20 dicembre da remoto e dalle parole di Giorgetti si capisce che il tentativo di chiudere la partita in fretta, da dietro uno schermo, non è accettabile. Soprattutto considerando che la proposta relativa al braccio correttivo deve essere approvata all’unanimità (e serve una maggioranza qualificata per quello preventivo). Sul «compromesso raggiunto ci sono stati passi avanti, ma certamente non è la posizione italiana», ha precisato il capo del Mef, ricordando che «abbiamo contro la maggior parte dei Paesi guidati dalla Germania», che si ispirano alla frugalità. Del resto, il potere di veto lo possono usare anche i tedeschi, a cui conviene mantenere le regole precedenti. «Quindi bisogna fare con saggezza e responsabilità, prima di ingaggiare una guerra», contro chi ha numeri più ampi bisogna «mandare avanti gli ambasciatori. Dobbiamo giocare la partita con coraggio ma anche con intelligenza, senza sbraitare», ha aggiunto. In un’Europa «senza dimensione politica» paragonata a «un condominio», il negoziato andrà dunque avanti, «anche con condizioni politicamente diverse», ha proseguito Giorgetti riferendosi implicitamente alle europee di giugno dalle quali verrà fuori il nuovo assetto di Parlamento Ue e Commissione. Cosa succederà nel 2024 se entro il 1° gennaio non verrà raggiunto un accordo? «Il tessuto normativo è quello del vecchio Patto. La Commissione ha detto però che il 2024 è un anno di transizione, quindi si procederà con il Patto uscente ma i bilanci si faranno con le linee guida che verranno date da Bruxelles. Il problema è che il 2024 è coperto, il 2025 no». Da Bruxelles, nel punto stampa del pomeriggio anche Giorgia Meloni ha ribadito che «togliendo la possibilità» di vedersi fisicamente «diventa più difficile» trovare un accordo. «Le posizioni sono ancora abbastanza distanti, bisogna lavorare ancora», ha aggiunto sottolineando che il Patto di stabilità «non è stato oggetto dei lavori» del Consiglio europeo, ci sono state interlocuzioni a margine, sono giorni di trattative, il tema è rimandato all’Ecofin. «Penso che un accordo si possa trovare, ma non posso dire che lo abbiamo trovato. Dobbiamo trovare un equilibrio, dobbiamo tenere aperte tutte le strade finché non sappiamo qual è il punto di caduta». E ancora: «Non chiediamo una modifica del Patto per gettare i soldi dalla finestra, però chiediamo una modifica del Patto che ci consenta di fare ciò che riteniamo giusto fare e che l’Europa si è data come strategia, parlo in particolare degli investimenti, senza essere per questo colpiti», ha aggiunto il premier. Il veto? «Non posso dare l’ok a un Patto che non io ma nessun governo italiano potrebbe rispettare. Serve un Patto che ci metta nelle condizioni di fare il nostro lavoro», ha proseguito il presidente del Consiglio che prima dell’inizio dei lavori del summit Ue ha avuto un bilaterale con il presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen all’Europa building. In albergo c’è invece stato un altro bilaterale con Emmanuel Macron durante il quale, ha detto la Meloni, «sono state trovate convergenze». Allineato a Giorgetti e alla Meloni è anche Matteo Salvini. «Se ci saranno le condizioni il governo firmerà, se sarà una trappola no. Ma non sono io al tavolo e ho piena fiducia in Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti. Meloni dice che siamo ancora distanti da una soluzione, risulta anche a me, penso che l’Italia con Giorgetti debba firmare se è utile per l’Italia e l’Europa», ha detto il vicepremier e ministro delle Infrastrutture e dei trasporti. Per poi chiosare che del Patto di stabilità è crescita «cambierei l’ordine: Patto di crescita e stabilità». A questo punto non è chiaro se effettivamente i ministri finanziari europei troveranno un accordo definitivo sulla riforma del Patto di stabilità o se la partita sarà rinviata a gennaio. La cosa certa è che sono in corso discussioni a livello politico che coinvolgono Francia, Germania e Italia. Intanto, qualche ora prima dal palco di Atreju, Giorgetti ha fatto partire anche un nuovo attacco al Superbonus ereditato dal Conte bis. Una zavorra che diventa sempre più pesante per le casse dello Stato e che sfonderà i 100 miliardi entro fine anno, «un debito a tutti gli effetti che gli italiani dovranno pagare nei prossimi quattro anni», ha detto titolare del Mef. Definendo il Superbonus una «morfina di Stato che andava ridotta. L’Italia con quel provvedimento reiterato nel tempo ha fatto “moneta fiscale” e nessuno all’epoca disse “attenzione alla Bce”. In un momento di massima emergenza, massimo dolore dell’economia, poteva avere anche un senso, ma bisognava iniziare subito l’operazione di disintossicazione», ha detto Giorgetti. Quanto a eventuali modifiche, il ministro è ricorso a un’altra metafora: «È come Chernobyl, continua a emanare radioattività anche se l’abbiamo sommerso di sabbia». 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Ma non c’è questa dimensione del ricatto, mi passi il termine, di dire “se non fai questo non diamo questo” non l’ho vista. Nessuno ha mai posto la questione così». Immaginiamo già i soloni e i professori di mandolino dei giornali di sinistra e affini alla ricerca affannosa su Google delle dichiarazioni del passato della Meloni e dei suoi ministri che legavano riforma del Mes e Patto di stabilità: ne troveranno in quantità, ma la politica è arte complicata, e quindi questa apparente contraddizione ha motivazioni profonde. Innanzitutto, la Meloni fa tattica: la coincidenza temporale tra le riforme del Mes e del Patto di stabilità lascia immaginare che nei colloqui di Bruxelles i due argomenti non possano che incrociarsi, soprattutto perché il nuovo Mes si baserebbe sulle regole del «vecchio» Patto. In secondo luogo, la Meloni, in perfetta sintonia con il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, fa benissimo a slegare le due questioni, perché se si arriverà a un accordo sul nuovo Patto di stabilità, col via libera anche dell’Italia, il nostro governo potrà comunque continuare a tenere duro sul Mes. L’Italia ha una posizione negoziale forte, sia perché Francia e Germania sono in condizioni assai difficili (soprattutto Berlino), sia perché gode della protezione di Washington, conquistata grazie alla ferrea fedeltà atlantista. Infine, i voti di Ecr, partito europeo della Meloni, saranno determinanti per la nomina della prossima Commissione. Ora che la trattativa sul Patto di stabilità viene slegata dalla eventuale ratifica della riforma del Mes da parte dell’Italia, la logica di pacchetto può inoltre proseguire più agevolmente su altri fronti delicatissimi, come il completamento dell’Unione bancaria e fiscale. A proposito di dibattito italiano: arriva lo stop, l’ennesimo, del vicepremier Matteo Salvini, da sempre contrario alla ratifica del Mes. A chi gli domanda se abbia cambiato idea, Salvini risponde lapidario: «Se ho cambiato idea? No. È uno strumento inutile. Noi in questo momento, fortunatamente», argomenta il leader della Lega, «abbiamo un sistema economico e bancario sano. Non vedo perché un disoccupato, un precario, un commerciante, un pensionato italiano debba metterci dei soldi per salvare una banca tedesca». Come noi della Verità abbiamo più volte sottolineato, infatti, il problema del Mes «riformato» non è solo quello di una sua eventuale attivazione da parte nostra, ma il fatto che i nostri soldi potrebbero essere utilizzati per «salvare» qualsiasi banca di qualsiasi nazione europea. Ecco perché i barocchismi politici, come l’ipotesi di ratificare il nuovo Mes aggiungendo una postilla che impegna i governi italiani a non utilizzarlo, sono fuffa propagandistica: qui in ballo ci sono i soldi dei contribuenti italiani. Il Mes ha un capitale sottoscritto pari a 704,8 miliardi, di cui 80,5 sono stati versati; la sua capacità di prestito ammonta a 500 miliardi. L’Italia ha sottoscritto il capitale del Mes per 125,3 miliardi, versandone oltre 14. Se per ipotesi una banca di una nazione europea fallisse, l’Italia, pensate, potrebbe essere chiamata in linea teorica a versare altri 100 miliardi e passa per contribuire al salvataggio. A proposito di pacchetti, mai così attuali come nel periodo natalizio, è il caso di ricordare a Giuseppe Conte che il suo «sì» al Mes, attraverso la ormai famosa nota di Luigi Di Maio, fu un atto che solo in minima parte teneva conto delle volontà del Parlamento. È vero infatti che l’allora maggioranza giallorossa, ormai alle ultime battute, aveva approvato, il 9 dicembre 2020, una risoluzione di maggioranza che impegnava il governo Conte bis a «finalizzare l’accordo politico raggiunto all’Eurogruppo e all’ordine del giorno dell’Euro summit sulla riforma del trattato del Mes», ma è vero pure, e questo Giuseppi finge di non ricordarlo, che nelle comunicazioni al Parlamento fu chiarissimo: «Resta nella piena disponibilità delle Camere», sottolineò Conte, «attraverso la procedura parlamentare di ratifica, la scelta definitiva sull’adesione dell’Italia al nuovo trattato Mes, anche alla luce del più generale stato di avanzamento del pacchetto di riforme dell’Unione economica e monetaria». Quando l’allora ministro degli esteri, Luigi Di Maio, diede mandato all’ambasciatore Maurizio Massari, rappresentante permanente d’Italia presso la Ue, a siglare il Mes, i pacchetti erano spariti.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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