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2022-08-17
Nelle Parlamentarie dei pentastellati gareggiano i parenti di chi è a fine corsa
Giuseppe Conte (Ansa)
Gli iscritti al M5s hanno terminato ieri sera alle 22 di votare sulla piattaforma Sky Vote per scegliere i candidati alle elezioni del prossimo 25 settembre. I più giovani, almeno cinque, hanno 25 anni, il più anziano, un ex sacerdote, ne ha 84. C’è anche il leader del Movimento, Giuseppe Conte, che punta al collegio della Camera Lazio 1 e ha scelto il low profile: nella sua scheda sul portale neanche la foto, soltanto nome e cognome, luogo di nascita, Volturara Appula, età, 58 anni, e genere.
Parlamentarie però sempre meno per una scelta dal basso e sempre più esempio di vera partitocrazia, ben lontana dallo spirito del Movimento che doveva rappresentare il cambiamento. Da una parte il rischio di ex infiltrati tra gli attivisti al voto, dall’altra gli eletti del capo politico tra paracadutati e fedelissimi piazzati in collegi blindati e nel mezzo la classica parentopoli. Della serie «tengo famiglia», i trombati del terzo mandato o gli ex pentastellati di rilievo hanno risolto gli «affari di famiglia» piazzando fratelli, fidanzati o mariti (un po’ come succede dalle parti del Pd con le mogli) facendo lievitare il mugugno chiaro e distinto della base, presente ormai da giorni.
Tra i nomi noti, candidato alla Camera nel collegio Lombardia 1, c’è Davide Buffagni, 32 anni, fratello di Stefano, deputato ed ex viceministro allo Sviluppo economico. Nella scheda sul portale M5s, Buffagni, diplomato come perito informatico, si presenta come «imprenditore e restaurant manager». Nel collegio Lombardia 3 si candida invece Samuel Sorial, fratello dell’ex deputato Giorgio. «Ho 30 anni, sono dottore in giurisprudenza e attualmente collaboro con uno studio legale della mia città, Brescia, occupandomi principalmente di diritto civile, commerciale e internazionale», scrive l’aspirante onorevole. Ergys Haxhiu è invece il compagno del ministro delle Politiche giovanili, Fabiana Dadone, che si candida nel collegio Piemonte 2, mentre da Velletri arriva Paolo Trenta, fratello di Elisabetta, ex ministro nel primo governo Conte. Ora è consigliere comunale ma aspira al Senato.
Non solo parenti, però. Tra le autocandidature ci sono quelle degli ex deputati Paolo Bernini, Michele dell’Orco (sottosegretario ai Trasporti del primo governo Conte) e Bruno Marton, senatore fino al 2018 e poi collaboratore di Vito Crimi. In lizza per la Camera anche Andrea Mazzillo, per un anno assessore al Bilancio nella giunta capitolina di Virginia Raggi. Al Senato guarda invece Andrea Venuto, ex delegato del sindaco all’Accessibilità universale. L’ex ministro dell’Ambiente Sergio Costa correrà per il Senato in Campania, mentre nella sua Sicilia si presenta l’ex sindaco di Porto Empedocle, Ida Carmina. Nel listino blindato di Conte, mal digerito un po’ da tutti, ci sono i quattro vice Michele Gubitosa, Riccardo Ricciardi, Alessandra Todde e Mario Turco, più altri big come l’ex ministro dell’Agricoltura Stefano Patuanelli e l’ex sindaco di Torino, Chiara Appendino, entrambi candidati alla Camera. Poi la capogruppo al Senato, Maria Domenica Castellone, e la sottosegretaria, Barbara Floridia. Non mancano all’appello l’ex capogruppo al senato, Ettore Licheri, e il componente del direttivo del gruppo parlamentare, Francesco Silvestri. Nella lista anche personalità della società civile come l’ex procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero De Raho, e Dario Vassallo, fratello del sindaco antimafia di Pollica, Angelo, ucciso nel 2010. Ma anche Roberto Scarpinato, uno dei protagonisti del nuovo corso della Procura di Palermo dal 1992 in poi.
Pensando alla transizione ecologica, Conte punta sul professor Livio De Santoli, docente alla Sapienza ed esperto di energia e ambiente. C’è, inoltre, il notaio del Movimento, Alfredo Colucci, altro fedelissimo contiano che compare nell’organigramma del Movimento in qualità di «organo di controllo» con il compito di vigilare, tra le altre cose, sulle «deliberazioni degli Organi associativi». Ha smentito invece i rumor su una possibile candidatura il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico.
Ieri mattina, in apertura di Parlamentarie, l’appello accorato dell’ex senatore Danilo Toninelli tra i più critici dei nomi blindati: «Votiamo i nostri portavoce. Cerchiamoli nei listini liberi e aperti, dove tutti partono dalla stessa linea di partenza. I listini bloccati lasciamoli a Giorgia Meloni o a Enrico Letta. Una candidata come Chiara Appendino merita di essere eletta perché ha preso più voti dagli iscritti grazie al suo eccellente lavoro da sindaco, non perché è blindata da una scelta che non c’entra con la democrazia diretta».
Un altro dissidio tra i grillini ruota attorno alla contestata norma che consente, per la prima volta nella storia del Movimento, la candidatura anche in un collegio diverso da quello di residenza. La prima a beneficiarne è la deputata uscente Vittoria Baldino, eletta nel Lazio alle passate politiche e candidata in Calabria per questa tornata. La candidatura è stata addirittura oggetto di un esposto inviato a Conte e al comitato di garanzia pentastellato da Alessia Bausone, ex candidata alle regionali, la quale chiede di valutare l’eventuale violazione del codice etico da parte di Baldino, «in quanto beneficiaria di una presunta attività clientelare».
Di Maio dribbla le accuse di plagio ma critiche e sondaggi lo affossano
Negli stessi minuti in cui Luigi Di Maio affrontava il suo debutto da vicepremier nel 2018, nella piazza romana dei Santi Apostoli, che fu dell’Ulivo, Bruno Tabacci, al fianco del papà dei dem, Walter Veltroni, di Luca Lotti, di Laura Boldrini e di Pier Ferdinando Casini invocavano «unità, unità» contro il governo pentaleghista. Con il reggente dell’epoca, Maurizio Martina, che si era convinto che quella fosse la fine delle divisioni. Solo quattro anni dopo Di Maio e Tabacci, in nome della coerenza politica si stringono la mano sotto l’ape Maia mellifera di Impegno civico, simbolo con il quale correranno alle politiche del 25 settembre. Un accordo che permetterà al movimento del ministro degli Esteri di dribblare la difficile raccolta delle firme necessarie per quei simboli che non hanno avuto una rappresentanza autonoma in Parlamento dall’inizio della legislatura. Il generoso Tabacci, però, aveva già salvato i parlamentari scissionisti del Movimento 5 stelle, permettendogli di formare i propri gruppi alla Camera e al Senato. E quello deve essere stato il laboratorio. «È il mio figlio politico», ha detto Tabacci. E Di Maio ha ricambiato, facendo gongolare il nuovo babbo, parlando subito dell’abolizione del reato di abuso d’ufficio. Che, invece, quando nel 2019 Matteo Salvini propose di cancellarlo, lo vedeva parlarne in questo modo: «Non è togliendo un reato che sistemi le cose. Il prossimo passo quale sarà? Che per far evitare di far dimettere un sottosegretario togliamo il reato di corruzione?». E ancora: «Se qualcuno pensa di poter aiutare qualche governatore abolendo un reato, allora troverà non un muro ma un argine».
L’argine d’argilla deve essere crollato dopo qualche lezioncina politica dell’ex scudocrociato, che quando Di Maio era ancora nella culla faceva già il presidente della Regione Lombardia. Dal canto suo il maestro burattinaio Tabacci, in un’intervista al Corriere, ha svelato di essere «incuriosito dalla sua evoluzione, tanto ero distante dal primo Di Maio, tanto sono in piena sintonia con il Di Maio che si autodefinisce senza se e senza ma draghiano». E infine ha spiegato: «Per il resto da diccì convinto mi vengono in mente le parole di Papa Roncalli: “Se incontri un viandante non chiedergli da dove viene, domanda dove sta andando”». E Di Maio vuole andare di nuovo in Parlamento, ovviamente. Mettendo da parte quello che pensava dei voltagabbana: «Questa è la legislatura con il maggior numero di cambi di casacca, introduciamo un sistema di vincolo di mandato», blaterava. A questo proposito ieri Matteo Renzi è stato lapidario: « L’uomo dei gilet gialli, di Bibbiano, dell’impeachment a Mattarella. L’uomo senza vergogna elemosina un collegio: che fine ha fatto la dignità in politica?».
Ma anche l’onestà deve essere andata a farsi friggere. E il ministro degli Esteri si è beccato pure un’accusa di plagio politico dal consigliere provinciale del Lazio, Fabio Desideri, che, anni fa, proprio con la lista Impegno civico, vinse le elezioni diventando sindaco di Marino. «Lista, simbolo e nome sono depositati», aveva ammonito Desideri, che possiede un atto notarile stagionato di 20 anni. Nonostante le polemiche, il via libera sarebbe comunque arrivato dal Viminale: simbolo regolare. Anche se un sondaggio G.d.c. dà la sigla allo 0,9%. Tabacci e Di Maio ieri hanno quindi caricato a bordo pure il Partito socialista democratico italiano (Psdi). Il nuovo che avanza.
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Il voto sulla piattaforma non evita guai al M5s. Tra i pretendenti ci sono fratelli, compagni e aiutanti dei grillini con due mandati.Luigi Di Maio dribbla le accuse di plagio ma critiche e sondaggi lo affossano. Il patto con Bruno Tabacci contraddice la breve storia di Giggino. Da ieri alleato pure del Psdi. Lo speciale comprende due articoli.Gli iscritti al M5s hanno terminato ieri sera alle 22 di votare sulla piattaforma Sky Vote per scegliere i candidati alle elezioni del prossimo 25 settembre. I più giovani, almeno cinque, hanno 25 anni, il più anziano, un ex sacerdote, ne ha 84. C’è anche il leader del Movimento, Giuseppe Conte, che punta al collegio della Camera Lazio 1 e ha scelto il low profile: nella sua scheda sul portale neanche la foto, soltanto nome e cognome, luogo di nascita, Volturara Appula, età, 58 anni, e genere. Parlamentarie però sempre meno per una scelta dal basso e sempre più esempio di vera partitocrazia, ben lontana dallo spirito del Movimento che doveva rappresentare il cambiamento. Da una parte il rischio di ex infiltrati tra gli attivisti al voto, dall’altra gli eletti del capo politico tra paracadutati e fedelissimi piazzati in collegi blindati e nel mezzo la classica parentopoli. Della serie «tengo famiglia», i trombati del terzo mandato o gli ex pentastellati di rilievo hanno risolto gli «affari di famiglia» piazzando fratelli, fidanzati o mariti (un po’ come succede dalle parti del Pd con le mogli) facendo lievitare il mugugno chiaro e distinto della base, presente ormai da giorni. Tra i nomi noti, candidato alla Camera nel collegio Lombardia 1, c’è Davide Buffagni, 32 anni, fratello di Stefano, deputato ed ex viceministro allo Sviluppo economico. Nella scheda sul portale M5s, Buffagni, diplomato come perito informatico, si presenta come «imprenditore e restaurant manager». Nel collegio Lombardia 3 si candida invece Samuel Sorial, fratello dell’ex deputato Giorgio. «Ho 30 anni, sono dottore in giurisprudenza e attualmente collaboro con uno studio legale della mia città, Brescia, occupandomi principalmente di diritto civile, commerciale e internazionale», scrive l’aspirante onorevole. Ergys Haxhiu è invece il compagno del ministro delle Politiche giovanili, Fabiana Dadone, che si candida nel collegio Piemonte 2, mentre da Velletri arriva Paolo Trenta, fratello di Elisabetta, ex ministro nel primo governo Conte. Ora è consigliere comunale ma aspira al Senato. Non solo parenti, però. Tra le autocandidature ci sono quelle degli ex deputati Paolo Bernini, Michele dell’Orco (sottosegretario ai Trasporti del primo governo Conte) e Bruno Marton, senatore fino al 2018 e poi collaboratore di Vito Crimi. In lizza per la Camera anche Andrea Mazzillo, per un anno assessore al Bilancio nella giunta capitolina di Virginia Raggi. Al Senato guarda invece Andrea Venuto, ex delegato del sindaco all’Accessibilità universale. L’ex ministro dell’Ambiente Sergio Costa correrà per il Senato in Campania, mentre nella sua Sicilia si presenta l’ex sindaco di Porto Empedocle, Ida Carmina. Nel listino blindato di Conte, mal digerito un po’ da tutti, ci sono i quattro vice Michele Gubitosa, Riccardo Ricciardi, Alessandra Todde e Mario Turco, più altri big come l’ex ministro dell’Agricoltura Stefano Patuanelli e l’ex sindaco di Torino, Chiara Appendino, entrambi candidati alla Camera. Poi la capogruppo al Senato, Maria Domenica Castellone, e la sottosegretaria, Barbara Floridia. Non mancano all’appello l’ex capogruppo al senato, Ettore Licheri, e il componente del direttivo del gruppo parlamentare, Francesco Silvestri. Nella lista anche personalità della società civile come l’ex procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero De Raho, e Dario Vassallo, fratello del sindaco antimafia di Pollica, Angelo, ucciso nel 2010. Ma anche Roberto Scarpinato, uno dei protagonisti del nuovo corso della Procura di Palermo dal 1992 in poi. Pensando alla transizione ecologica, Conte punta sul professor Livio De Santoli, docente alla Sapienza ed esperto di energia e ambiente. C’è, inoltre, il notaio del Movimento, Alfredo Colucci, altro fedelissimo contiano che compare nell’organigramma del Movimento in qualità di «organo di controllo» con il compito di vigilare, tra le altre cose, sulle «deliberazioni degli Organi associativi». Ha smentito invece i rumor su una possibile candidatura il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico. Ieri mattina, in apertura di Parlamentarie, l’appello accorato dell’ex senatore Danilo Toninelli tra i più critici dei nomi blindati: «Votiamo i nostri portavoce. Cerchiamoli nei listini liberi e aperti, dove tutti partono dalla stessa linea di partenza. I listini bloccati lasciamoli a Giorgia Meloni o a Enrico Letta. Una candidata come Chiara Appendino merita di essere eletta perché ha preso più voti dagli iscritti grazie al suo eccellente lavoro da sindaco, non perché è blindata da una scelta che non c’entra con la democrazia diretta». Un altro dissidio tra i grillini ruota attorno alla contestata norma che consente, per la prima volta nella storia del Movimento, la candidatura anche in un collegio diverso da quello di residenza. La prima a beneficiarne è la deputata uscente Vittoria Baldino, eletta nel Lazio alle passate politiche e candidata in Calabria per questa tornata. La candidatura è stata addirittura oggetto di un esposto inviato a Conte e al comitato di garanzia pentastellato da Alessia Bausone, ex candidata alle regionali, la quale chiede di valutare l’eventuale violazione del codice etico da parte di Baldino, «in quanto beneficiaria di una presunta attività clientelare».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nelle-parlamentarie-dei-pentastellati-gareggiano-i-parenti-di-chi-e-a-fine-corsa-2657871860.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="di-maio-dribbla-le-accuse-di-plagio-ma-critiche-e-sondaggi-lo-affossano" data-post-id="2657871860" data-published-at="1660679708" data-use-pagination="False"> Di Maio dribbla le accuse di plagio ma critiche e sondaggi lo affossano Negli stessi minuti in cui Luigi Di Maio affrontava il suo debutto da vicepremier nel 2018, nella piazza romana dei Santi Apostoli, che fu dell’Ulivo, Bruno Tabacci, al fianco del papà dei dem, Walter Veltroni, di Luca Lotti, di Laura Boldrini e di Pier Ferdinando Casini invocavano «unità, unità» contro il governo pentaleghista. Con il reggente dell’epoca, Maurizio Martina, che si era convinto che quella fosse la fine delle divisioni. Solo quattro anni dopo Di Maio e Tabacci, in nome della coerenza politica si stringono la mano sotto l’ape Maia mellifera di Impegno civico, simbolo con il quale correranno alle politiche del 25 settembre. Un accordo che permetterà al movimento del ministro degli Esteri di dribblare la difficile raccolta delle firme necessarie per quei simboli che non hanno avuto una rappresentanza autonoma in Parlamento dall’inizio della legislatura. Il generoso Tabacci, però, aveva già salvato i parlamentari scissionisti del Movimento 5 stelle, permettendogli di formare i propri gruppi alla Camera e al Senato. E quello deve essere stato il laboratorio. «È il mio figlio politico», ha detto Tabacci. E Di Maio ha ricambiato, facendo gongolare il nuovo babbo, parlando subito dell’abolizione del reato di abuso d’ufficio. Che, invece, quando nel 2019 Matteo Salvini propose di cancellarlo, lo vedeva parlarne in questo modo: «Non è togliendo un reato che sistemi le cose. Il prossimo passo quale sarà? Che per far evitare di far dimettere un sottosegretario togliamo il reato di corruzione?». E ancora: «Se qualcuno pensa di poter aiutare qualche governatore abolendo un reato, allora troverà non un muro ma un argine». L’argine d’argilla deve essere crollato dopo qualche lezioncina politica dell’ex scudocrociato, che quando Di Maio era ancora nella culla faceva già il presidente della Regione Lombardia. Dal canto suo il maestro burattinaio Tabacci, in un’intervista al Corriere, ha svelato di essere «incuriosito dalla sua evoluzione, tanto ero distante dal primo Di Maio, tanto sono in piena sintonia con il Di Maio che si autodefinisce senza se e senza ma draghiano». E infine ha spiegato: «Per il resto da diccì convinto mi vengono in mente le parole di Papa Roncalli: “Se incontri un viandante non chiedergli da dove viene, domanda dove sta andando”». E Di Maio vuole andare di nuovo in Parlamento, ovviamente. Mettendo da parte quello che pensava dei voltagabbana: «Questa è la legislatura con il maggior numero di cambi di casacca, introduciamo un sistema di vincolo di mandato», blaterava. A questo proposito ieri Matteo Renzi è stato lapidario: « L’uomo dei gilet gialli, di Bibbiano, dell’impeachment a Mattarella. L’uomo senza vergogna elemosina un collegio: che fine ha fatto la dignità in politica?». Ma anche l’onestà deve essere andata a farsi friggere. E il ministro degli Esteri si è beccato pure un’accusa di plagio politico dal consigliere provinciale del Lazio, Fabio Desideri, che, anni fa, proprio con la lista Impegno civico, vinse le elezioni diventando sindaco di Marino. «Lista, simbolo e nome sono depositati», aveva ammonito Desideri, che possiede un atto notarile stagionato di 20 anni. Nonostante le polemiche, il via libera sarebbe comunque arrivato dal Viminale: simbolo regolare. Anche se un sondaggio G.d.c. dà la sigla allo 0,9%. Tabacci e Di Maio ieri hanno quindi caricato a bordo pure il Partito socialista democratico italiano (Psdi). Il nuovo che avanza.
Copiamo, ma solo un po’, dalla cucina cinese che nella nostra città è praticata al massimo livello da dei ragazzi che hanno fatto anni e anni di esperienza nella “città proibita”. Così rubacchiando qualche segreto abbiamo messo a punto una ricettina italo-cinese niente male. Si fa presto a farla, è molto appetitosa, di sicura riuscita ed è proprio di stagione.
Ingredienti – Una confezione di pasta fillo, una decina di asparagi, due cipollotti di Tropea freschi, due carote, 150 gr di provolone dolce o scamorza bianca, 6 cucchiai di olio di semi (girasole alto oleico spremuto a freddo) o di riso, un cucchiaino di peperoncino in polvere, 4 cucchiaini di paprika dolce, un cucchiaio di semini di sesamo, zenzero fresco o sott’aceto 20 gr, sale e salsa di soia qb.
Procedimento – Fate a fettine i cipollotti, tenendo da parte le foglie verdi, a tocchetti fini le carote, a rondelle piccole gli asparagi. Nella wok fate scaldare 3 cucchiai di olio di semi, aggiungete le verdure e fatele andare a fuoco allegro aggiungendo, se serve, un po’ d’acqua. Aggiustate di peperoncino, paprika e zenzero tritate so sottaceto o grattugiato fresco, continuate a stufare le verdure e quando sono quasi cotte aggiungete abbondante salsa di soia, un pizzico di sale, fate tirare e spegnete il fuoco. Fate a tocchetti piccoli il formaggio. Ora prendete un canovaccio pulito e inumiditelo. Prendendo un foglio di carta fillo alla volta piegatelo in due stendetelo sul canovaccio e poi spennellate con un po’ d’acqua tutto il perimetro del rettangolo che avete ottenuto. Sistemate a circa due centimetri dal bordo inferiore e corto del rettangolo di carta fillo una cucchiaiata di verdure poi un po’ di formaggio e arrotolate facendo compiere solo un giro. Ora rincalzate a destra e a sinistra i bordi della pasta fillo ripiegandoli verso l’interno in modo da serrare il fagottino e arrotolate tutto l’involtino. Ripetete l’operazione per tutti i fogli di pasta fillo. Prendete una capace padella, ungetela con l’olio di semi rimasto e adagiate sul fondo gli involtini. Fate prendere colore da una parte e dall’altra e vedrete che diventeranno croccanti. A fuoco spento fate cadere abbondanti semi di sesamo e poi servendo aggiungete la parte verde dei cipollotti tritata finemente come si fa con il prezzemolo. Servite accompagnando con altra salsa di soia a parte. State attenti al sale perché la salsa di soia è sufficientemente sapida.
Come far divertire i bambini – Insegnate loro a chiudere gli involtini
Abbinamento – Abbiamo pensato a un vino “orientale” nel senso che ha avuto fin dal Medioevo rapporti con l’Oriente: la Vernaccia di San Gimignano DOCG. Va bene qualsiasi altro bianco purché ben minerale o semi-aromatico.
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Papa Leone XIV (Ansa)
«Si è diffusa una certa narrazione, non del tutto accurata, a causa della situazione politica creatasi quando, il primo giorno del viaggio, il presidente degli Stati Uniti ha rilasciato alcune dichiarazioni su di me», ha spiegato il Santo Padre. Con rammarico, Leone XIV ha osservato come gran parte del dibattito mediatico si sia concentrato su sterili polemiche: «Ciò che è stato scritto da allora non è altro che un commento su commento, nel tentativo di interpretare quanto è stato detto». Il Papa ha citato come esempio il suo discorso all’Incontro di preghiera per la pace del 16 aprile, chiarendo che esso «era stato preparato due settimane prima, ben prima che il presidente commentasse su di me e sul messaggio di pace che sto promuovendo. Eppure, è stato interpretato come se stessi cercando di dibattere nuovamente con il presidente, cosa che non è affatto nel mio interesse».
Queste precisazioni servono a riaffermare l’identità profonda della sua missione: Leone XIV non viaggia come un attore politico in cerca di scontro, ma come pastore e capo della Chiesa cattolica, giunto in Africa per incoraggiare e accompagnare i fedeli. In questo solco si inserisce la denuncia verso un mondo minacciato da logiche di potere; il Papa ha ribadito che il suo monito contro chi pensa di dominare i popoli non era un attacco personale a Trump, ma un richiamo universale rivolto a chiunque preferisca la violenza e il soggiogamento al servizio del bene comune.
Il legame tra missione spirituale e impegno civile è stato al centro dell’omelia pronunciata all’aeroporto di Yaoundé prima di lasciare il Camerun. Qui il Papa ha ricordato che «la fede non separa lo spirituale dal sociale, anzi dà al cristiano la forza di interagire con il mondo, per rispondere ai bisogni degli altri, specialmente dei più deboli». Per Leone XIV, la fede e la teologia non sono astrazioni lontane dalla realtà, ma dimensioni che devono informare la politica intesa come ricerca della giustizia e dell’ordine sociale. La Chiesa non mira a occupare spazi di potere, ma a formare le coscienze affinché i cristiani, specialmente i laici, possano agire nella sfera pubblica illuminati da criteri morali solidi e razionali.
Il Papa è atterrato in un’Angola dai forti contrasti: se da un lato la capitale Luanda mostra il volto moderno dei grattacieli e del lungomare, dall’altro le sue periferie sono segnate da strade sterrate e una povertà estrema, dove la popolazione vive di piccoli espedienti. In questo contesto, la Chiesa angolana opera come «terra di missione», occupandosi di istruzione e assistenza in quartieri dove spesso mancano infrastrutture e servizi.
Accolto dal presidente João Manuel Gonçalves Lourenço, Leone XIV ha poi rivolto alle autorità un discorso denso di speranza e avvertimenti. Ha elogiato la gioia del popolo angolano, definendola una virtù «politica»; ha denunciato con forza la «logica estrattivistica» che alimenta modelli di sviluppo escludenti e causa catastrofi sociali. Infine, ha rivolto un appello alla classe dirigente affinché non tema il dissenso e sappia trasformare i conflitti in percorsi di rinnovamento, mettendo il bene comune sopra gli interessi di parte.
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Matteo Salvini alla manifestazione dei Patrioti a Milano (Ansa)
A Milano, sotto la Madonnina, il leader della Lega, Matteo Salvini, ha provato a dare alla piazza dei Patrioti un respiro più largo della sola battaglia sull’immigrazione, incorniciando la manifestazione dentro una critica complessiva a Bruxelles, alle sue politiche economiche, energetiche e militari.
Dal palco di piazza Duomo, il ministro ai Trasporti ha attaccato la linea europea sulla crisi energetica, accusando l’Ue di voler affrontare l’emergenza con «un nuovo lockdown» e sostenendo che, per reagire davvero, bisogna prima di tutto sospendere le regole del Patto di stabilità e permettere di usare «i soldi degli italiani per aiutare gli italiani in difficoltà». Salvini ha richiamato anche le parole del presidente di Confindustria, Emanuele Orsini («Bisogna cambiare chi governa questa Europa») per rafforzare l’idea di una rottura ormai necessaria con l’attuale classe dirigente europea. Da qui la proposta politica più netta: se gli Stati Uniti hanno sospeso fino al 16 maggio le sanzioni che bloccavano commercio e acquisto di petrolio russo, allora deve farlo anche Bruxelles. «Se lo fanno a Washington, lo devono fare anche a Bruxelles», ha detto, rilanciando la richiesta di tornare a prendere gas e petrolio da tutto il mondo, «Russia compresa», pur di non chiudere scuole, fabbriche e ospedali e non scaricare la crisi su famiglie e imprese.
Nello stesso passaggio Salvini ha confermato anche il suo no all’esercito europeo e ha attaccato Commissione europea e Fondo monetario internazionale, definiti una «accoppiata malefica». Piazza Duomo è gremita, ci sono almeno 10.000 persone. «Più di quante ci aspettavamo», dicono gli organizzatori. Ci sono anche storici leghisti come Roberto Calderoli, che compie 70 anni, Luca Zaia, Attilio Fontana e Massimiliano Fedriga.
Ma quel quadro economico e geopolitico serviva in realtà a introdurre il cuore ideologico della manifestazione: la convinzione, ripetuta in forme diverse da quasi tutti gli ospiti, che l’Europa stia vivendo una crisi di civiltà e che il punto da cui ripartire sia la difesa della propria identità storica e cristiana contro l’immigrazione di massa, contro l’islam politico e contro il progressismo culturale che avrebbe disarmato il continente. La piazza dei Patrioti ha tenuto insieme tutto questo, trasformando l’area davanti al Duomo in una vetrina europea della destra sovranista e identitaria, dove ogni intervento ha aggiunto un tassello a una stessa narrazione.
Il ministro Giuseppe Valditara ha dato a questo impianto la forma più istituzionale. Ha parlato dell’«orgoglio di una patria», della sua difesa come «sacro dovere» e di un «sano patriottismo» distinto dal nazionalismo aggressivo. Poi ha legato il tema dell’integrazione al rispetto delle leggi e delle regole, fino all’attacco contro schwa, asterischi e generi neutri, giudicati un’offesa alla dignità di uomini e donne. Il giornalista Mario Giordano ha usato, invece, il registro più duro e polemico. Ha contestato la retorica dell’immigrazione come risorsa, l’ha definita un vantaggio per trafficanti, mafie e per il «business della solidarietà», e ha parlato dell’Europa cristiana come di una civiltà che non può accettare la sostituzione delle sue chiese e dei suoi simboli con moschee e sharia. Geert Wilders ha costruito tutto il suo intervento nel nome di Oriana Fallaci, presentata come la voce che aveva capito tutto con decenni di anticipo. Ha parlato di città europee ormai divise in «città nella città» governate dal Corano, ha evocato la jihad come minaccia e ha chiuso con il doppio richiamo alla Fallaci e a Giovanni Paolo II, trasformando la sua presenza in un manifesto di resistenza identitaria. Tom Van Grieken ha parlato di un’Europa che si sta spegnendo e ha citato Milano come città dove una giovane donna ha paura a tornare a casa da sola. Andrej Babiš ha insistito su confini e sovranità, Jordan Bardella ha richiamato le radici comuni di Francia e Italia annunciando che, alle prossime presidenziali, Emmanuel Macron sarà spazzato via dal Rassemblment National; Martin Helme ha denunciato l’Europa delle interferenze contro i governi sovranisti, mentre Afroditi Latinopoulou ha liquidato la sinistra come «un cancro».
A tirare le somme è stato ancora Salvini, che ha parlato dei Patrioti come di «una famiglia», ha ricordato Umberto Bossi e salutato Viktor Orbán. Ma il punto finale non era l’Europa astratta: era Milano, vera protagonista implicito della giornata, raccontata dalla destra come città insicura, snaturata e ostaggio del degrado. I segnali si erano visti già nel corteo partito da Porta Venezia, tra slogan come «Europa cristiana, mai musulmana», attacchi a Von der Leyen e il passaggio davanti a Palazzo Marino, quando Alessandro Corbetta aveva lanciato dal megafono il suo «un bel saluto a Beppe Sala». Da lì in poi, lo scontro con l’amministrazione milanese è entrato nel cuore del comizio. Salvini ha attaccato «certa sinistra che ha l’aggettivo democratico nel nome», ha salutato polemicamente «il sindaco Sala e i centri sociali» e nel finale dal palco è stato scandito il coro «Sala, Sala, vaffanculo». La chiusura è stata netta: «Da milanese, non mi basterà vincere le elezioni politiche». Il vero obiettivo, ha detto, è tornare a vincere le comunali e governare Palazzo Marino dopo 15 anni.
Vandalismi e bottigliate agli agenti. Triste show dei fan dei clandestini
Scene di ordinaria follia cadenzate da momenti in cui la tensione e la preoccupazione hanno raggiunto l’apice. Atti vandalici contro le forze dell’ordine, lancio di bottiglie, di fumogeni, scritte oltraggiose contro il vicepremier Matteo Salvini e contro la polizia. È questo il triste bilancio dello «scontro» tra i manifestanti di area antagonista e le forze dell’ordine, avvenuto nel corso del corteo contro il raduno dei Patrioti europei in corso in piazza Duomo.
Tre contro-manifestazioni hanno preso il via ieri per «bloccare» l’iniziativa della Lega in piazza Duomo partendo da tre luoghi diversi per poi confluire in un unico punto. Ma sin dai primi istanti si è registrata un’escalation della tensione. In particolare, all’angolo tra via Mascagni e via Visconti di Modrone, i manifestanti, oltre 500, hanno proseguito dritto verso il centro, in largo Toscanini, blindato con i mezzi alari. A un certo punto, gli antagonisti in testa, incappucciati e coperti da un lungo striscione protettivo con scritto «Ieri partigiani oggi antifascisti», hanno lanciato fumogeni e bottiglie di vetro contro le forze dell’ordine, inneggiando cori contro la polizia. Gli agenti sono riusciti a bloccare oltre 100 manifestanti soltanto con gli idranti. Loro, intanto, proseguivano urlando «Servi dello Stato» e «Fuori i fascisti da Milano».
Ma le tensioni non sono finite. Infatti, dietro uno striscione rinforzato, un gruppo formato da militanti dei centri sociali Lambretta e Zam ha cercato in ogni modo di avvicinarsi allo sbarramento che si trovava in via Borgogna ,all’altezza di piazza San Babila. I manifestanti hanno iniziato a lanciare petardi e fumogeni in direzione delle barriere mobili e dei mezzi blindati. Diversi i cori di insulti alle forze dell’ordine intonati durante i cortei. Il momento di tensione è durato qualche minuto prima che il serpentone ripartisse su via Visconti di Modrone. Dopo il collegamento avvenuto davanti al tribunale di Milano, i manifestanti hanno raggiunto la biblioteca Sormani. Subito dopo hanno fatto una sosta e alcuni attivisti hanno lanciato messaggi di dissenso con il megafono. E sui muri dei palazzi che si affacciano sulle vie attraversate dal corteo, sono apparse alcune scritte ingiuriose nei confronti del ministro Salvini e anche contro la polizia, frasi del tipo «Salvini appeso» e «celerini lapidati».
Tutto è iniziato nelle prime ore del pomeriggio di ieri quando i manifestanti si sono dati appuntamento in tre punti diversi della città. All’altezza del palazzo di giustizia, gli antagonisti si sono uniti con i collettivi studenteschi e con i gruppi pro Pal, partiti da luoghi diversi. Il primo, in arrivo da piazza Cinque giornate, si è mosso intorno alle 14 da piazza Lima, formato da centinaia di esponenti dei centri sociali, collettivi studenteschi, Avs e Rifondazione comunista, oltre allo spezzone pro Pal che si era ritrovato in piazza Argentina. I manifestanti, in totale, sono stati circa 10.000. Il secondo corteo, in cui sfilava l’ala antagonista, era partito invece da piazza Tricolore poco prima delle 15. Dopo aver percorso via Mascagni, i manifestanti hanno proseguito su via Borgogna, bloccata dai mezzi alari del reparto mobile di Milano. Ed è stato in quel momento che sono esplose le tensioni con le forze dell’ordine con lanci di fumogeni e bottiglie. La polizia aveva predisposto un cordone con le camionette per evitare che potessero proseguire su corso Venezia e avvicinarsi a piazza Duomo. Il gruppo avrebbe poi dovuto raggiungere viale Majno, ma alcuni manifestanti hanno dato vita a un «contro cordone» all’inizio di corso Venezia. A quel punto, qualcuno ha esploso dei fuochi d’artificio, altri hanno iniziato a scrivere sull’asfalto con bombolette di spray rosso con frasi come «Milano antifascista». Poi tutto è ripreso senza disordini e il corteo ha raggiunto corso di Porta Vittoria, dove si è unito all’altro gruppo di manifestanti. Verso le 18.30, in piazza Medaglie d’Oro è giunto anche lo spezzone pro Pal. I tre cortei si sono ricomposti in un blocco unico. Davanti a Palazzo di giustizia, i manifestanti hanno scritto «Salvini ti vogliamo qui» e «Solo sì è sì», con riferimento al Ddl Bongiorno. Gli attivisti, prima di lasciare la piazza, hanno fatto sentire la loro voce: «Abbiamo bloccato la città, siamo tutti antifascisti», hanno detto al megafono.
Alla fine, hanno lanciato anche l’appuntamento con il corteo per il 25 aprile: «Ci vediamo tutti in piazza perché Milano, oggi più che mai, ha bisogno di partigiani e partigiane».
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