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2022-08-17
Nelle Parlamentarie dei pentastellati gareggiano i parenti di chi è a fine corsa
Giuseppe Conte (Ansa)
Gli iscritti al M5s hanno terminato ieri sera alle 22 di votare sulla piattaforma Sky Vote per scegliere i candidati alle elezioni del prossimo 25 settembre. I più giovani, almeno cinque, hanno 25 anni, il più anziano, un ex sacerdote, ne ha 84. C’è anche il leader del Movimento, Giuseppe Conte, che punta al collegio della Camera Lazio 1 e ha scelto il low profile: nella sua scheda sul portale neanche la foto, soltanto nome e cognome, luogo di nascita, Volturara Appula, età, 58 anni, e genere.
Parlamentarie però sempre meno per una scelta dal basso e sempre più esempio di vera partitocrazia, ben lontana dallo spirito del Movimento che doveva rappresentare il cambiamento. Da una parte il rischio di ex infiltrati tra gli attivisti al voto, dall’altra gli eletti del capo politico tra paracadutati e fedelissimi piazzati in collegi blindati e nel mezzo la classica parentopoli. Della serie «tengo famiglia», i trombati del terzo mandato o gli ex pentastellati di rilievo hanno risolto gli «affari di famiglia» piazzando fratelli, fidanzati o mariti (un po’ come succede dalle parti del Pd con le mogli) facendo lievitare il mugugno chiaro e distinto della base, presente ormai da giorni.
Tra i nomi noti, candidato alla Camera nel collegio Lombardia 1, c’è Davide Buffagni, 32 anni, fratello di Stefano, deputato ed ex viceministro allo Sviluppo economico. Nella scheda sul portale M5s, Buffagni, diplomato come perito informatico, si presenta come «imprenditore e restaurant manager». Nel collegio Lombardia 3 si candida invece Samuel Sorial, fratello dell’ex deputato Giorgio. «Ho 30 anni, sono dottore in giurisprudenza e attualmente collaboro con uno studio legale della mia città, Brescia, occupandomi principalmente di diritto civile, commerciale e internazionale», scrive l’aspirante onorevole. Ergys Haxhiu è invece il compagno del ministro delle Politiche giovanili, Fabiana Dadone, che si candida nel collegio Piemonte 2, mentre da Velletri arriva Paolo Trenta, fratello di Elisabetta, ex ministro nel primo governo Conte. Ora è consigliere comunale ma aspira al Senato.
Non solo parenti, però. Tra le autocandidature ci sono quelle degli ex deputati Paolo Bernini, Michele dell’Orco (sottosegretario ai Trasporti del primo governo Conte) e Bruno Marton, senatore fino al 2018 e poi collaboratore di Vito Crimi. In lizza per la Camera anche Andrea Mazzillo, per un anno assessore al Bilancio nella giunta capitolina di Virginia Raggi. Al Senato guarda invece Andrea Venuto, ex delegato del sindaco all’Accessibilità universale. L’ex ministro dell’Ambiente Sergio Costa correrà per il Senato in Campania, mentre nella sua Sicilia si presenta l’ex sindaco di Porto Empedocle, Ida Carmina. Nel listino blindato di Conte, mal digerito un po’ da tutti, ci sono i quattro vice Michele Gubitosa, Riccardo Ricciardi, Alessandra Todde e Mario Turco, più altri big come l’ex ministro dell’Agricoltura Stefano Patuanelli e l’ex sindaco di Torino, Chiara Appendino, entrambi candidati alla Camera. Poi la capogruppo al Senato, Maria Domenica Castellone, e la sottosegretaria, Barbara Floridia. Non mancano all’appello l’ex capogruppo al senato, Ettore Licheri, e il componente del direttivo del gruppo parlamentare, Francesco Silvestri. Nella lista anche personalità della società civile come l’ex procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero De Raho, e Dario Vassallo, fratello del sindaco antimafia di Pollica, Angelo, ucciso nel 2010. Ma anche Roberto Scarpinato, uno dei protagonisti del nuovo corso della Procura di Palermo dal 1992 in poi.
Pensando alla transizione ecologica, Conte punta sul professor Livio De Santoli, docente alla Sapienza ed esperto di energia e ambiente. C’è, inoltre, il notaio del Movimento, Alfredo Colucci, altro fedelissimo contiano che compare nell’organigramma del Movimento in qualità di «organo di controllo» con il compito di vigilare, tra le altre cose, sulle «deliberazioni degli Organi associativi». Ha smentito invece i rumor su una possibile candidatura il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico.
Ieri mattina, in apertura di Parlamentarie, l’appello accorato dell’ex senatore Danilo Toninelli tra i più critici dei nomi blindati: «Votiamo i nostri portavoce. Cerchiamoli nei listini liberi e aperti, dove tutti partono dalla stessa linea di partenza. I listini bloccati lasciamoli a Giorgia Meloni o a Enrico Letta. Una candidata come Chiara Appendino merita di essere eletta perché ha preso più voti dagli iscritti grazie al suo eccellente lavoro da sindaco, non perché è blindata da una scelta che non c’entra con la democrazia diretta».
Un altro dissidio tra i grillini ruota attorno alla contestata norma che consente, per la prima volta nella storia del Movimento, la candidatura anche in un collegio diverso da quello di residenza. La prima a beneficiarne è la deputata uscente Vittoria Baldino, eletta nel Lazio alle passate politiche e candidata in Calabria per questa tornata. La candidatura è stata addirittura oggetto di un esposto inviato a Conte e al comitato di garanzia pentastellato da Alessia Bausone, ex candidata alle regionali, la quale chiede di valutare l’eventuale violazione del codice etico da parte di Baldino, «in quanto beneficiaria di una presunta attività clientelare».
Di Maio dribbla le accuse di plagio ma critiche e sondaggi lo affossano
Negli stessi minuti in cui Luigi Di Maio affrontava il suo debutto da vicepremier nel 2018, nella piazza romana dei Santi Apostoli, che fu dell’Ulivo, Bruno Tabacci, al fianco del papà dei dem, Walter Veltroni, di Luca Lotti, di Laura Boldrini e di Pier Ferdinando Casini invocavano «unità, unità» contro il governo pentaleghista. Con il reggente dell’epoca, Maurizio Martina, che si era convinto che quella fosse la fine delle divisioni. Solo quattro anni dopo Di Maio e Tabacci, in nome della coerenza politica si stringono la mano sotto l’ape Maia mellifera di Impegno civico, simbolo con il quale correranno alle politiche del 25 settembre. Un accordo che permetterà al movimento del ministro degli Esteri di dribblare la difficile raccolta delle firme necessarie per quei simboli che non hanno avuto una rappresentanza autonoma in Parlamento dall’inizio della legislatura. Il generoso Tabacci, però, aveva già salvato i parlamentari scissionisti del Movimento 5 stelle, permettendogli di formare i propri gruppi alla Camera e al Senato. E quello deve essere stato il laboratorio. «È il mio figlio politico», ha detto Tabacci. E Di Maio ha ricambiato, facendo gongolare il nuovo babbo, parlando subito dell’abolizione del reato di abuso d’ufficio. Che, invece, quando nel 2019 Matteo Salvini propose di cancellarlo, lo vedeva parlarne in questo modo: «Non è togliendo un reato che sistemi le cose. Il prossimo passo quale sarà? Che per far evitare di far dimettere un sottosegretario togliamo il reato di corruzione?». E ancora: «Se qualcuno pensa di poter aiutare qualche governatore abolendo un reato, allora troverà non un muro ma un argine».
L’argine d’argilla deve essere crollato dopo qualche lezioncina politica dell’ex scudocrociato, che quando Di Maio era ancora nella culla faceva già il presidente della Regione Lombardia. Dal canto suo il maestro burattinaio Tabacci, in un’intervista al Corriere, ha svelato di essere «incuriosito dalla sua evoluzione, tanto ero distante dal primo Di Maio, tanto sono in piena sintonia con il Di Maio che si autodefinisce senza se e senza ma draghiano». E infine ha spiegato: «Per il resto da diccì convinto mi vengono in mente le parole di Papa Roncalli: “Se incontri un viandante non chiedergli da dove viene, domanda dove sta andando”». E Di Maio vuole andare di nuovo in Parlamento, ovviamente. Mettendo da parte quello che pensava dei voltagabbana: «Questa è la legislatura con il maggior numero di cambi di casacca, introduciamo un sistema di vincolo di mandato», blaterava. A questo proposito ieri Matteo Renzi è stato lapidario: « L’uomo dei gilet gialli, di Bibbiano, dell’impeachment a Mattarella. L’uomo senza vergogna elemosina un collegio: che fine ha fatto la dignità in politica?».
Ma anche l’onestà deve essere andata a farsi friggere. E il ministro degli Esteri si è beccato pure un’accusa di plagio politico dal consigliere provinciale del Lazio, Fabio Desideri, che, anni fa, proprio con la lista Impegno civico, vinse le elezioni diventando sindaco di Marino. «Lista, simbolo e nome sono depositati», aveva ammonito Desideri, che possiede un atto notarile stagionato di 20 anni. Nonostante le polemiche, il via libera sarebbe comunque arrivato dal Viminale: simbolo regolare. Anche se un sondaggio G.d.c. dà la sigla allo 0,9%. Tabacci e Di Maio ieri hanno quindi caricato a bordo pure il Partito socialista democratico italiano (Psdi). Il nuovo che avanza.
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Il voto sulla piattaforma non evita guai al M5s. Tra i pretendenti ci sono fratelli, compagni e aiutanti dei grillini con due mandati.Luigi Di Maio dribbla le accuse di plagio ma critiche e sondaggi lo affossano. Il patto con Bruno Tabacci contraddice la breve storia di Giggino. Da ieri alleato pure del Psdi. Lo speciale comprende due articoli.Gli iscritti al M5s hanno terminato ieri sera alle 22 di votare sulla piattaforma Sky Vote per scegliere i candidati alle elezioni del prossimo 25 settembre. I più giovani, almeno cinque, hanno 25 anni, il più anziano, un ex sacerdote, ne ha 84. C’è anche il leader del Movimento, Giuseppe Conte, che punta al collegio della Camera Lazio 1 e ha scelto il low profile: nella sua scheda sul portale neanche la foto, soltanto nome e cognome, luogo di nascita, Volturara Appula, età, 58 anni, e genere. Parlamentarie però sempre meno per una scelta dal basso e sempre più esempio di vera partitocrazia, ben lontana dallo spirito del Movimento che doveva rappresentare il cambiamento. Da una parte il rischio di ex infiltrati tra gli attivisti al voto, dall’altra gli eletti del capo politico tra paracadutati e fedelissimi piazzati in collegi blindati e nel mezzo la classica parentopoli. Della serie «tengo famiglia», i trombati del terzo mandato o gli ex pentastellati di rilievo hanno risolto gli «affari di famiglia» piazzando fratelli, fidanzati o mariti (un po’ come succede dalle parti del Pd con le mogli) facendo lievitare il mugugno chiaro e distinto della base, presente ormai da giorni. Tra i nomi noti, candidato alla Camera nel collegio Lombardia 1, c’è Davide Buffagni, 32 anni, fratello di Stefano, deputato ed ex viceministro allo Sviluppo economico. Nella scheda sul portale M5s, Buffagni, diplomato come perito informatico, si presenta come «imprenditore e restaurant manager». Nel collegio Lombardia 3 si candida invece Samuel Sorial, fratello dell’ex deputato Giorgio. «Ho 30 anni, sono dottore in giurisprudenza e attualmente collaboro con uno studio legale della mia città, Brescia, occupandomi principalmente di diritto civile, commerciale e internazionale», scrive l’aspirante onorevole. Ergys Haxhiu è invece il compagno del ministro delle Politiche giovanili, Fabiana Dadone, che si candida nel collegio Piemonte 2, mentre da Velletri arriva Paolo Trenta, fratello di Elisabetta, ex ministro nel primo governo Conte. Ora è consigliere comunale ma aspira al Senato. Non solo parenti, però. Tra le autocandidature ci sono quelle degli ex deputati Paolo Bernini, Michele dell’Orco (sottosegretario ai Trasporti del primo governo Conte) e Bruno Marton, senatore fino al 2018 e poi collaboratore di Vito Crimi. In lizza per la Camera anche Andrea Mazzillo, per un anno assessore al Bilancio nella giunta capitolina di Virginia Raggi. Al Senato guarda invece Andrea Venuto, ex delegato del sindaco all’Accessibilità universale. L’ex ministro dell’Ambiente Sergio Costa correrà per il Senato in Campania, mentre nella sua Sicilia si presenta l’ex sindaco di Porto Empedocle, Ida Carmina. Nel listino blindato di Conte, mal digerito un po’ da tutti, ci sono i quattro vice Michele Gubitosa, Riccardo Ricciardi, Alessandra Todde e Mario Turco, più altri big come l’ex ministro dell’Agricoltura Stefano Patuanelli e l’ex sindaco di Torino, Chiara Appendino, entrambi candidati alla Camera. Poi la capogruppo al Senato, Maria Domenica Castellone, e la sottosegretaria, Barbara Floridia. Non mancano all’appello l’ex capogruppo al senato, Ettore Licheri, e il componente del direttivo del gruppo parlamentare, Francesco Silvestri. Nella lista anche personalità della società civile come l’ex procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero De Raho, e Dario Vassallo, fratello del sindaco antimafia di Pollica, Angelo, ucciso nel 2010. Ma anche Roberto Scarpinato, uno dei protagonisti del nuovo corso della Procura di Palermo dal 1992 in poi. Pensando alla transizione ecologica, Conte punta sul professor Livio De Santoli, docente alla Sapienza ed esperto di energia e ambiente. C’è, inoltre, il notaio del Movimento, Alfredo Colucci, altro fedelissimo contiano che compare nell’organigramma del Movimento in qualità di «organo di controllo» con il compito di vigilare, tra le altre cose, sulle «deliberazioni degli Organi associativi». Ha smentito invece i rumor su una possibile candidatura il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico. Ieri mattina, in apertura di Parlamentarie, l’appello accorato dell’ex senatore Danilo Toninelli tra i più critici dei nomi blindati: «Votiamo i nostri portavoce. Cerchiamoli nei listini liberi e aperti, dove tutti partono dalla stessa linea di partenza. I listini bloccati lasciamoli a Giorgia Meloni o a Enrico Letta. Una candidata come Chiara Appendino merita di essere eletta perché ha preso più voti dagli iscritti grazie al suo eccellente lavoro da sindaco, non perché è blindata da una scelta che non c’entra con la democrazia diretta». Un altro dissidio tra i grillini ruota attorno alla contestata norma che consente, per la prima volta nella storia del Movimento, la candidatura anche in un collegio diverso da quello di residenza. La prima a beneficiarne è la deputata uscente Vittoria Baldino, eletta nel Lazio alle passate politiche e candidata in Calabria per questa tornata. La candidatura è stata addirittura oggetto di un esposto inviato a Conte e al comitato di garanzia pentastellato da Alessia Bausone, ex candidata alle regionali, la quale chiede di valutare l’eventuale violazione del codice etico da parte di Baldino, «in quanto beneficiaria di una presunta attività clientelare».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nelle-parlamentarie-dei-pentastellati-gareggiano-i-parenti-di-chi-e-a-fine-corsa-2657871860.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="di-maio-dribbla-le-accuse-di-plagio-ma-critiche-e-sondaggi-lo-affossano" data-post-id="2657871860" data-published-at="1660679708" data-use-pagination="False"> Di Maio dribbla le accuse di plagio ma critiche e sondaggi lo affossano Negli stessi minuti in cui Luigi Di Maio affrontava il suo debutto da vicepremier nel 2018, nella piazza romana dei Santi Apostoli, che fu dell’Ulivo, Bruno Tabacci, al fianco del papà dei dem, Walter Veltroni, di Luca Lotti, di Laura Boldrini e di Pier Ferdinando Casini invocavano «unità, unità» contro il governo pentaleghista. Con il reggente dell’epoca, Maurizio Martina, che si era convinto che quella fosse la fine delle divisioni. Solo quattro anni dopo Di Maio e Tabacci, in nome della coerenza politica si stringono la mano sotto l’ape Maia mellifera di Impegno civico, simbolo con il quale correranno alle politiche del 25 settembre. Un accordo che permetterà al movimento del ministro degli Esteri di dribblare la difficile raccolta delle firme necessarie per quei simboli che non hanno avuto una rappresentanza autonoma in Parlamento dall’inizio della legislatura. Il generoso Tabacci, però, aveva già salvato i parlamentari scissionisti del Movimento 5 stelle, permettendogli di formare i propri gruppi alla Camera e al Senato. E quello deve essere stato il laboratorio. «È il mio figlio politico», ha detto Tabacci. E Di Maio ha ricambiato, facendo gongolare il nuovo babbo, parlando subito dell’abolizione del reato di abuso d’ufficio. Che, invece, quando nel 2019 Matteo Salvini propose di cancellarlo, lo vedeva parlarne in questo modo: «Non è togliendo un reato che sistemi le cose. Il prossimo passo quale sarà? Che per far evitare di far dimettere un sottosegretario togliamo il reato di corruzione?». E ancora: «Se qualcuno pensa di poter aiutare qualche governatore abolendo un reato, allora troverà non un muro ma un argine». L’argine d’argilla deve essere crollato dopo qualche lezioncina politica dell’ex scudocrociato, che quando Di Maio era ancora nella culla faceva già il presidente della Regione Lombardia. Dal canto suo il maestro burattinaio Tabacci, in un’intervista al Corriere, ha svelato di essere «incuriosito dalla sua evoluzione, tanto ero distante dal primo Di Maio, tanto sono in piena sintonia con il Di Maio che si autodefinisce senza se e senza ma draghiano». E infine ha spiegato: «Per il resto da diccì convinto mi vengono in mente le parole di Papa Roncalli: “Se incontri un viandante non chiedergli da dove viene, domanda dove sta andando”». E Di Maio vuole andare di nuovo in Parlamento, ovviamente. Mettendo da parte quello che pensava dei voltagabbana: «Questa è la legislatura con il maggior numero di cambi di casacca, introduciamo un sistema di vincolo di mandato», blaterava. A questo proposito ieri Matteo Renzi è stato lapidario: « L’uomo dei gilet gialli, di Bibbiano, dell’impeachment a Mattarella. L’uomo senza vergogna elemosina un collegio: che fine ha fatto la dignità in politica?». Ma anche l’onestà deve essere andata a farsi friggere. E il ministro degli Esteri si è beccato pure un’accusa di plagio politico dal consigliere provinciale del Lazio, Fabio Desideri, che, anni fa, proprio con la lista Impegno civico, vinse le elezioni diventando sindaco di Marino. «Lista, simbolo e nome sono depositati», aveva ammonito Desideri, che possiede un atto notarile stagionato di 20 anni. Nonostante le polemiche, il via libera sarebbe comunque arrivato dal Viminale: simbolo regolare. Anche se un sondaggio G.d.c. dà la sigla allo 0,9%. Tabacci e Di Maio ieri hanno quindi caricato a bordo pure il Partito socialista democratico italiano (Psdi). Il nuovo che avanza.
La Corea del Sud ha messo a segno una performance che definire «stratosferica» è riduttivo. Il Kospi, l’indice azionario principale coreano, ha guadagnato l’85,6% in un anno, e c’è chi fra i pessimisti lo vede gigante dai piedi d’argilla, o meglio, di silicio. Oltre il 40% della capitalizzazione di mercato è infatti appeso al destino di due soli titoli: Samsung Electronics e SK Hynix. «Certo siamo di fronte a una concentrazione del rischio senza precedenti», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Samsung che ha corso del +394% e SK Hynix del +800% in un anno. Questi non sono più semplici titoli azionari, sono diventati dei proxy dell’intelligenza artificiale globale. Il mercato sta scommettendo che la domanda di memorie Hbm (High Bandwidth Memory) non finirà mai anche se la storia insegna che il settore dei semiconduttori è ciclico per natura».
Ma c’è un altro motore che spinge Seul: la leva finanziaria. In Corea, i piccoli risparmiatori, soprannominati gaemi (formiche), stanno invadendo il mercato finanziando gli acquisti con il debito. I prestiti a margine hanno superato i 34 trilioni di won. Dall’altra parte del Mar del Giappone, il Nikkei ha toccato il massimo storico di 63.272 punti negli scorsi giorni. Qui la narrazione non è molto diversa: riforme della governance, trasparenza e l’emersione del valore dei vecchi conglomerati. Ma attenzione ai rendimenti: per l’investitore europeo, la valuta è stata la variabile discriminante.
«Il Giappone del 2026 è un mercato a due velocità» sottolinea sempre Gaziano, «dove chi ha investito con copertura del cambio (Eur Hedged) ha portato a casa rendimenti eccezionali, come il +137% del WisdomTree Japan. Chi invece è rimasto esposto allo Yen ha visto i propri guadagni falcidiati dalla svalutazione della moneta nipponica».
Nonostante la guerra in Medio Oriente, Giappone e Corea (nella storia non certo sempre amici) hanno sorpreso tutti non affondando sotto il peso del caro-petrolio. Fra le mosse messe in campo da queste nazioni anche una «diplomazia pragmatica» che sta portando in queste settimane alla creazione di una riserva petrolifera comune tra il premier nipponico Takaichi e il presidente coreano Lee Jae Myung per una riserva energetica comune per ridurre la dipendenza diretta dallo Stretto di Hormuz. «Titoli come Toyota, pur stimando cali di profitto per i costi delle materie prime, restano pilastri che il mercato non vuole mollare, grazie a bilanci che finalmente iniziano a premiare gli azionisti con dividendi e buyback», conclude l’esperto.
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Il presidente di Anafe Umberto Roccatti
Agli Stati Generali Adm il presidente Umberto Roccatti attacca le riforme europee su accise e liquidi aromatizzati: «Aumenti fino al 200%, così si favoriscono contrabbando online e mercato illegale». Nel mirino le direttive Ted e Tpd.
Le nuove strette europee sul vaping rischiano di mettere in crisi un settore che in Italia vale circa un miliardo di euro e occupa 50 mila persone. L’allarme arriva da Umberto Roccatti, intervenuto agli Stati Generali dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, dove ha criticato duramente le imminenti revisioni europee delle direttive Ted e Tpd.
Secondo il presidente di Anafe Confindustria, le proposte allo studio a Bruxelles rischiano di produrre un effetto opposto rispetto agli obiettivi dichiarati: meno gettito fiscale, crescita del mercato illegale e difficoltà sempre maggiori per le imprese regolari.
Nel mirino c’è soprattutto la revisione della direttiva Ted sulle accise. Roccatti parla di aumenti «insostenibili» per aziende e consumatori: oltre il 100% per i prodotti con nicotina e circa il 200% per quelli senza. Una stretta che, secondo Anafe, potrebbe riportare il settore alla situazione vissuta nel 2014, quando l’introduzione di una tassazione giudicata eccessiva provocò il crollo del mercato legale.
Il presidente dell’associazione ricorda che allora lo Stato incassò appena 3 milioni di euro contro i 107 previsti e che migliaia di piccole imprese furono costrette a chiudere, mentre gran parte del mercato finì nel contrabbando. Solo dal 2018, sostiene Anafe, il comparto avrebbe ritrovato una certa stabilità grazie a incrementi fiscali più graduali.
L’altra grande preoccupazione riguarda invece la possibile revisione della direttiva Tpd e il cosiddetto «flavour ban», cioè il divieto dei liquidi aromatizzati. Per Roccatti si tratterebbe di una misura «ideologica», destinata a colpire uno degli elementi centrali dei prodotti alternativi alle sigarette tradizionali. Secondo Anafe, gli aromi rappresentano infatti uno strumento importante per i fumatori adulti che cercano di abbandonare il tabacco classico. L’associazione sostiene inoltre che il divieto non risolverebbe il problema dell’accesso dei minori, già regolato da norme e sanzioni esistenti, mentre rischierebbe di far crollare il gettito fiscale legato al settore.
Nel suo intervento agli Stati Generali Adm, Roccatti ha poi puntato il dito contro il commercio illegale online. Il presidente di Anafe ha parlato di un vero e proprio «Far West digitale», alimentato soprattutto da vendite sui social network e da siti esteri che operano all’interno dell’Unione europea aggirando controlli e dogane.Da qui la richiesta al governo italiano di difendere il comparto nei tavoli europei e di concentrare maggiormente i controlli sui canali illegali, evitando – sostiene l’associazione – di scaricare n uovi oneri burocratici soltanto sugli operatori regolari presenti sul territorio.
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Ma la vestale del Green deal Ursula von der Leyen non arretra di un millimetro sugli Ets per limitare le emissioni di Co2. Anche se queste tasse significano mandare fuori mercato le imprese, anche se queste imposte determinano una distorsione abnorme nei prezzi dell’energia. Si è molto preoccupata nelle settimane scorse delle risorse energetiche causa blocco di Hormuz, raccontando diverse favolette sull’approvvigionamento europeo. Ma nulla s’è visto. A Giorgia Meloni che invoca una clausola di salvaguardia del Patto di stabilità per l’emergenza energetica ha risposto che non si può, anzi ha aggiunto: fate con quel che avete. Per la verità Valdis Dombrovskis il lettone (Pil inferiore a quello della Lombardia), commissario all’Economia, ha fatto una minima apertura. Sempre la Von der Leyen, a chi le chiedeva di riaprire i rubinetti del gas russo, diceva di no, salvo poi scoprire che Pedro Sánchez - il massimo alfiere dell’europeismo gauchista duro e puro - compra Gnl a mano franca da Vladimir Putin. Ma una soluzione che sia una la presidente della Commissione europea non l’ha data. E su Ets non si smuove.
In compenso, ha fatto un bel gesto: ha stanziato 450 milioni di euro per aiutare gli agricoltori strozzati da un aumento del 70% dei prezzi dei fertilizzanti per via del blocco di Hormuz. Poi ha aggiunto che prima dell’estate - quando si dice la tempestività - ci sarà un rafforzamento della liquidità temporanea della Pac, consentendo ai Paesi di utilizzare i fondi per fornire agli agricoltori un risarcimento parziale dei costi aggiuntivi dei fertilizzanti. Ora, a parte il fatto che lei dà 71 milioni di soldi della Pac agli emiri di Dubai e che della sicurezza alimentare non si preoccupa (la Cina ha stoccato 151 milioni di tonnellate di grano, in Ue siamo sotto i 20 milioni), resta inevaso il nodo Ets. Gli agricoltori le ricordano che «non voler compiere nessun passo indietro sul Cbam, il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere, e sull’Ets, il mercato europeo delle quote di emissione di anidride carbonica, sta mettendo in ginocchio le aziende». Il conto è presto fatto: aumenti di costi fino a 250 euro a ettaro, che riducono oltre il livello di guardia i redditi degli agricoltori, mentre aumentano i prezzi per i consumatori, che affrontano un’inflazione alimentare del 4,6% (ma sui prodotti freschi - frutta, verdura, carne e pesce - sfonda il tetto dei 6,2 punti percentuali).
Ursula von der Leyen, quando si parla di ambiente, sembra quel chirurgo che ebbe a vantarsi: l’operazione è riuscita, ma il paziente è morto. E questo le manda a dire la Confcommercio, che ha presentato il suo rapporto in collaborazione col Cer. Stefano Fantacone, direttore del Cer, è esplicito: «Il conflitto del Golfo già oggi toglie il 2% al Pil e aggiunge lo 0,7% all’inflazione per il 2026. Ets con l’attuale situazione dei prezzi dell’energia rischia di essere insostenibile». Lo dicono i numeri. Per il trasporto su strada l’incidenza dell’Ets2 - che entrerà in vigore nel 2028 - è stimata tra i 4,7 e gli 11,3 miliardi di euro annui. Il diesel potrebbe aumentare di oltre il 17% e la benzina di oltre il 14%, con rincari fino a 355 euro l’anno per le auto a gasolio e a 250 euro per le auto a benzina. Ha voglia il governo di rifinanziare il contenimento delle accise! Dal trasporto alla casa e bottega, ecco il regalo Ets2: tra 1,6 e 4 miliardi l’anno circa per le utenze domestiche con un aggravio di 128 euro all’anno per famiglia e costi aggiuntivi per il commercio pari a 400 euro per un bar, 364 euro per un negozio alimentare, 1.090 euro per le grandi superfici di vendita, 1.275 euro per i ristoranti e 3.270 euro per un albergo medio. Basta? No, perché la tassa verde della Von der Leyen si abbatte per circa 713 milioni entro il 2028 sul trasporto marittimo e dunque con un ulteriore effetto inflattivo. Ets2 costa perciò da un minimo di 6,5 a un massimo di 16 miliardi in più. Logico che Pasquale Russo, vicepresidente di Confcommercio e presidente di Conftrasporto, sottolinei: «Il sistema Ets 2 può creare a trasporti, imprese e servizi danni irrimediabili, ci sono elementi distorsivi e incomprensibili». Ma non ditelo a Ursula. Lei pensa che Ets voglia dire: «Erano tutti soddisfatti».
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Ecco #DimmiLaVerità del 21 maggio 2026. Con il nostro Alessandro Rico commentiamo l'ennesima follia della burocrazia europea.