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2022-08-17
Nelle Parlamentarie dei pentastellati gareggiano i parenti di chi è a fine corsa
Giuseppe Conte (Ansa)
Gli iscritti al M5s hanno terminato ieri sera alle 22 di votare sulla piattaforma Sky Vote per scegliere i candidati alle elezioni del prossimo 25 settembre. I più giovani, almeno cinque, hanno 25 anni, il più anziano, un ex sacerdote, ne ha 84. C’è anche il leader del Movimento, Giuseppe Conte, che punta al collegio della Camera Lazio 1 e ha scelto il low profile: nella sua scheda sul portale neanche la foto, soltanto nome e cognome, luogo di nascita, Volturara Appula, età, 58 anni, e genere.
Parlamentarie però sempre meno per una scelta dal basso e sempre più esempio di vera partitocrazia, ben lontana dallo spirito del Movimento che doveva rappresentare il cambiamento. Da una parte il rischio di ex infiltrati tra gli attivisti al voto, dall’altra gli eletti del capo politico tra paracadutati e fedelissimi piazzati in collegi blindati e nel mezzo la classica parentopoli. Della serie «tengo famiglia», i trombati del terzo mandato o gli ex pentastellati di rilievo hanno risolto gli «affari di famiglia» piazzando fratelli, fidanzati o mariti (un po’ come succede dalle parti del Pd con le mogli) facendo lievitare il mugugno chiaro e distinto della base, presente ormai da giorni.
Tra i nomi noti, candidato alla Camera nel collegio Lombardia 1, c’è Davide Buffagni, 32 anni, fratello di Stefano, deputato ed ex viceministro allo Sviluppo economico. Nella scheda sul portale M5s, Buffagni, diplomato come perito informatico, si presenta come «imprenditore e restaurant manager». Nel collegio Lombardia 3 si candida invece Samuel Sorial, fratello dell’ex deputato Giorgio. «Ho 30 anni, sono dottore in giurisprudenza e attualmente collaboro con uno studio legale della mia città, Brescia, occupandomi principalmente di diritto civile, commerciale e internazionale», scrive l’aspirante onorevole. Ergys Haxhiu è invece il compagno del ministro delle Politiche giovanili, Fabiana Dadone, che si candida nel collegio Piemonte 2, mentre da Velletri arriva Paolo Trenta, fratello di Elisabetta, ex ministro nel primo governo Conte. Ora è consigliere comunale ma aspira al Senato.
Non solo parenti, però. Tra le autocandidature ci sono quelle degli ex deputati Paolo Bernini, Michele dell’Orco (sottosegretario ai Trasporti del primo governo Conte) e Bruno Marton, senatore fino al 2018 e poi collaboratore di Vito Crimi. In lizza per la Camera anche Andrea Mazzillo, per un anno assessore al Bilancio nella giunta capitolina di Virginia Raggi. Al Senato guarda invece Andrea Venuto, ex delegato del sindaco all’Accessibilità universale. L’ex ministro dell’Ambiente Sergio Costa correrà per il Senato in Campania, mentre nella sua Sicilia si presenta l’ex sindaco di Porto Empedocle, Ida Carmina. Nel listino blindato di Conte, mal digerito un po’ da tutti, ci sono i quattro vice Michele Gubitosa, Riccardo Ricciardi, Alessandra Todde e Mario Turco, più altri big come l’ex ministro dell’Agricoltura Stefano Patuanelli e l’ex sindaco di Torino, Chiara Appendino, entrambi candidati alla Camera. Poi la capogruppo al Senato, Maria Domenica Castellone, e la sottosegretaria, Barbara Floridia. Non mancano all’appello l’ex capogruppo al senato, Ettore Licheri, e il componente del direttivo del gruppo parlamentare, Francesco Silvestri. Nella lista anche personalità della società civile come l’ex procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero De Raho, e Dario Vassallo, fratello del sindaco antimafia di Pollica, Angelo, ucciso nel 2010. Ma anche Roberto Scarpinato, uno dei protagonisti del nuovo corso della Procura di Palermo dal 1992 in poi.
Pensando alla transizione ecologica, Conte punta sul professor Livio De Santoli, docente alla Sapienza ed esperto di energia e ambiente. C’è, inoltre, il notaio del Movimento, Alfredo Colucci, altro fedelissimo contiano che compare nell’organigramma del Movimento in qualità di «organo di controllo» con il compito di vigilare, tra le altre cose, sulle «deliberazioni degli Organi associativi». Ha smentito invece i rumor su una possibile candidatura il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico.
Ieri mattina, in apertura di Parlamentarie, l’appello accorato dell’ex senatore Danilo Toninelli tra i più critici dei nomi blindati: «Votiamo i nostri portavoce. Cerchiamoli nei listini liberi e aperti, dove tutti partono dalla stessa linea di partenza. I listini bloccati lasciamoli a Giorgia Meloni o a Enrico Letta. Una candidata come Chiara Appendino merita di essere eletta perché ha preso più voti dagli iscritti grazie al suo eccellente lavoro da sindaco, non perché è blindata da una scelta che non c’entra con la democrazia diretta».
Un altro dissidio tra i grillini ruota attorno alla contestata norma che consente, per la prima volta nella storia del Movimento, la candidatura anche in un collegio diverso da quello di residenza. La prima a beneficiarne è la deputata uscente Vittoria Baldino, eletta nel Lazio alle passate politiche e candidata in Calabria per questa tornata. La candidatura è stata addirittura oggetto di un esposto inviato a Conte e al comitato di garanzia pentastellato da Alessia Bausone, ex candidata alle regionali, la quale chiede di valutare l’eventuale violazione del codice etico da parte di Baldino, «in quanto beneficiaria di una presunta attività clientelare».
Di Maio dribbla le accuse di plagio ma critiche e sondaggi lo affossano
Negli stessi minuti in cui Luigi Di Maio affrontava il suo debutto da vicepremier nel 2018, nella piazza romana dei Santi Apostoli, che fu dell’Ulivo, Bruno Tabacci, al fianco del papà dei dem, Walter Veltroni, di Luca Lotti, di Laura Boldrini e di Pier Ferdinando Casini invocavano «unità, unità» contro il governo pentaleghista. Con il reggente dell’epoca, Maurizio Martina, che si era convinto che quella fosse la fine delle divisioni. Solo quattro anni dopo Di Maio e Tabacci, in nome della coerenza politica si stringono la mano sotto l’ape Maia mellifera di Impegno civico, simbolo con il quale correranno alle politiche del 25 settembre. Un accordo che permetterà al movimento del ministro degli Esteri di dribblare la difficile raccolta delle firme necessarie per quei simboli che non hanno avuto una rappresentanza autonoma in Parlamento dall’inizio della legislatura. Il generoso Tabacci, però, aveva già salvato i parlamentari scissionisti del Movimento 5 stelle, permettendogli di formare i propri gruppi alla Camera e al Senato. E quello deve essere stato il laboratorio. «È il mio figlio politico», ha detto Tabacci. E Di Maio ha ricambiato, facendo gongolare il nuovo babbo, parlando subito dell’abolizione del reato di abuso d’ufficio. Che, invece, quando nel 2019 Matteo Salvini propose di cancellarlo, lo vedeva parlarne in questo modo: «Non è togliendo un reato che sistemi le cose. Il prossimo passo quale sarà? Che per far evitare di far dimettere un sottosegretario togliamo il reato di corruzione?». E ancora: «Se qualcuno pensa di poter aiutare qualche governatore abolendo un reato, allora troverà non un muro ma un argine».
L’argine d’argilla deve essere crollato dopo qualche lezioncina politica dell’ex scudocrociato, che quando Di Maio era ancora nella culla faceva già il presidente della Regione Lombardia. Dal canto suo il maestro burattinaio Tabacci, in un’intervista al Corriere, ha svelato di essere «incuriosito dalla sua evoluzione, tanto ero distante dal primo Di Maio, tanto sono in piena sintonia con il Di Maio che si autodefinisce senza se e senza ma draghiano». E infine ha spiegato: «Per il resto da diccì convinto mi vengono in mente le parole di Papa Roncalli: “Se incontri un viandante non chiedergli da dove viene, domanda dove sta andando”». E Di Maio vuole andare di nuovo in Parlamento, ovviamente. Mettendo da parte quello che pensava dei voltagabbana: «Questa è la legislatura con il maggior numero di cambi di casacca, introduciamo un sistema di vincolo di mandato», blaterava. A questo proposito ieri Matteo Renzi è stato lapidario: « L’uomo dei gilet gialli, di Bibbiano, dell’impeachment a Mattarella. L’uomo senza vergogna elemosina un collegio: che fine ha fatto la dignità in politica?».
Ma anche l’onestà deve essere andata a farsi friggere. E il ministro degli Esteri si è beccato pure un’accusa di plagio politico dal consigliere provinciale del Lazio, Fabio Desideri, che, anni fa, proprio con la lista Impegno civico, vinse le elezioni diventando sindaco di Marino. «Lista, simbolo e nome sono depositati», aveva ammonito Desideri, che possiede un atto notarile stagionato di 20 anni. Nonostante le polemiche, il via libera sarebbe comunque arrivato dal Viminale: simbolo regolare. Anche se un sondaggio G.d.c. dà la sigla allo 0,9%. Tabacci e Di Maio ieri hanno quindi caricato a bordo pure il Partito socialista democratico italiano (Psdi). Il nuovo che avanza.
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Il voto sulla piattaforma non evita guai al M5s. Tra i pretendenti ci sono fratelli, compagni e aiutanti dei grillini con due mandati.Luigi Di Maio dribbla le accuse di plagio ma critiche e sondaggi lo affossano. Il patto con Bruno Tabacci contraddice la breve storia di Giggino. Da ieri alleato pure del Psdi. Lo speciale comprende due articoli.Gli iscritti al M5s hanno terminato ieri sera alle 22 di votare sulla piattaforma Sky Vote per scegliere i candidati alle elezioni del prossimo 25 settembre. I più giovani, almeno cinque, hanno 25 anni, il più anziano, un ex sacerdote, ne ha 84. C’è anche il leader del Movimento, Giuseppe Conte, che punta al collegio della Camera Lazio 1 e ha scelto il low profile: nella sua scheda sul portale neanche la foto, soltanto nome e cognome, luogo di nascita, Volturara Appula, età, 58 anni, e genere. Parlamentarie però sempre meno per una scelta dal basso e sempre più esempio di vera partitocrazia, ben lontana dallo spirito del Movimento che doveva rappresentare il cambiamento. Da una parte il rischio di ex infiltrati tra gli attivisti al voto, dall’altra gli eletti del capo politico tra paracadutati e fedelissimi piazzati in collegi blindati e nel mezzo la classica parentopoli. Della serie «tengo famiglia», i trombati del terzo mandato o gli ex pentastellati di rilievo hanno risolto gli «affari di famiglia» piazzando fratelli, fidanzati o mariti (un po’ come succede dalle parti del Pd con le mogli) facendo lievitare il mugugno chiaro e distinto della base, presente ormai da giorni. Tra i nomi noti, candidato alla Camera nel collegio Lombardia 1, c’è Davide Buffagni, 32 anni, fratello di Stefano, deputato ed ex viceministro allo Sviluppo economico. Nella scheda sul portale M5s, Buffagni, diplomato come perito informatico, si presenta come «imprenditore e restaurant manager». Nel collegio Lombardia 3 si candida invece Samuel Sorial, fratello dell’ex deputato Giorgio. «Ho 30 anni, sono dottore in giurisprudenza e attualmente collaboro con uno studio legale della mia città, Brescia, occupandomi principalmente di diritto civile, commerciale e internazionale», scrive l’aspirante onorevole. Ergys Haxhiu è invece il compagno del ministro delle Politiche giovanili, Fabiana Dadone, che si candida nel collegio Piemonte 2, mentre da Velletri arriva Paolo Trenta, fratello di Elisabetta, ex ministro nel primo governo Conte. Ora è consigliere comunale ma aspira al Senato. Non solo parenti, però. Tra le autocandidature ci sono quelle degli ex deputati Paolo Bernini, Michele dell’Orco (sottosegretario ai Trasporti del primo governo Conte) e Bruno Marton, senatore fino al 2018 e poi collaboratore di Vito Crimi. In lizza per la Camera anche Andrea Mazzillo, per un anno assessore al Bilancio nella giunta capitolina di Virginia Raggi. Al Senato guarda invece Andrea Venuto, ex delegato del sindaco all’Accessibilità universale. L’ex ministro dell’Ambiente Sergio Costa correrà per il Senato in Campania, mentre nella sua Sicilia si presenta l’ex sindaco di Porto Empedocle, Ida Carmina. Nel listino blindato di Conte, mal digerito un po’ da tutti, ci sono i quattro vice Michele Gubitosa, Riccardo Ricciardi, Alessandra Todde e Mario Turco, più altri big come l’ex ministro dell’Agricoltura Stefano Patuanelli e l’ex sindaco di Torino, Chiara Appendino, entrambi candidati alla Camera. Poi la capogruppo al Senato, Maria Domenica Castellone, e la sottosegretaria, Barbara Floridia. Non mancano all’appello l’ex capogruppo al senato, Ettore Licheri, e il componente del direttivo del gruppo parlamentare, Francesco Silvestri. Nella lista anche personalità della società civile come l’ex procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero De Raho, e Dario Vassallo, fratello del sindaco antimafia di Pollica, Angelo, ucciso nel 2010. Ma anche Roberto Scarpinato, uno dei protagonisti del nuovo corso della Procura di Palermo dal 1992 in poi. Pensando alla transizione ecologica, Conte punta sul professor Livio De Santoli, docente alla Sapienza ed esperto di energia e ambiente. C’è, inoltre, il notaio del Movimento, Alfredo Colucci, altro fedelissimo contiano che compare nell’organigramma del Movimento in qualità di «organo di controllo» con il compito di vigilare, tra le altre cose, sulle «deliberazioni degli Organi associativi». Ha smentito invece i rumor su una possibile candidatura il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico. Ieri mattina, in apertura di Parlamentarie, l’appello accorato dell’ex senatore Danilo Toninelli tra i più critici dei nomi blindati: «Votiamo i nostri portavoce. Cerchiamoli nei listini liberi e aperti, dove tutti partono dalla stessa linea di partenza. I listini bloccati lasciamoli a Giorgia Meloni o a Enrico Letta. Una candidata come Chiara Appendino merita di essere eletta perché ha preso più voti dagli iscritti grazie al suo eccellente lavoro da sindaco, non perché è blindata da una scelta che non c’entra con la democrazia diretta». Un altro dissidio tra i grillini ruota attorno alla contestata norma che consente, per la prima volta nella storia del Movimento, la candidatura anche in un collegio diverso da quello di residenza. La prima a beneficiarne è la deputata uscente Vittoria Baldino, eletta nel Lazio alle passate politiche e candidata in Calabria per questa tornata. La candidatura è stata addirittura oggetto di un esposto inviato a Conte e al comitato di garanzia pentastellato da Alessia Bausone, ex candidata alle regionali, la quale chiede di valutare l’eventuale violazione del codice etico da parte di Baldino, «in quanto beneficiaria di una presunta attività clientelare».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nelle-parlamentarie-dei-pentastellati-gareggiano-i-parenti-di-chi-e-a-fine-corsa-2657871860.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="di-maio-dribbla-le-accuse-di-plagio-ma-critiche-e-sondaggi-lo-affossano" data-post-id="2657871860" data-published-at="1660679708" data-use-pagination="False"> Di Maio dribbla le accuse di plagio ma critiche e sondaggi lo affossano Negli stessi minuti in cui Luigi Di Maio affrontava il suo debutto da vicepremier nel 2018, nella piazza romana dei Santi Apostoli, che fu dell’Ulivo, Bruno Tabacci, al fianco del papà dei dem, Walter Veltroni, di Luca Lotti, di Laura Boldrini e di Pier Ferdinando Casini invocavano «unità, unità» contro il governo pentaleghista. Con il reggente dell’epoca, Maurizio Martina, che si era convinto che quella fosse la fine delle divisioni. Solo quattro anni dopo Di Maio e Tabacci, in nome della coerenza politica si stringono la mano sotto l’ape Maia mellifera di Impegno civico, simbolo con il quale correranno alle politiche del 25 settembre. Un accordo che permetterà al movimento del ministro degli Esteri di dribblare la difficile raccolta delle firme necessarie per quei simboli che non hanno avuto una rappresentanza autonoma in Parlamento dall’inizio della legislatura. Il generoso Tabacci, però, aveva già salvato i parlamentari scissionisti del Movimento 5 stelle, permettendogli di formare i propri gruppi alla Camera e al Senato. E quello deve essere stato il laboratorio. «È il mio figlio politico», ha detto Tabacci. E Di Maio ha ricambiato, facendo gongolare il nuovo babbo, parlando subito dell’abolizione del reato di abuso d’ufficio. Che, invece, quando nel 2019 Matteo Salvini propose di cancellarlo, lo vedeva parlarne in questo modo: «Non è togliendo un reato che sistemi le cose. Il prossimo passo quale sarà? Che per far evitare di far dimettere un sottosegretario togliamo il reato di corruzione?». E ancora: «Se qualcuno pensa di poter aiutare qualche governatore abolendo un reato, allora troverà non un muro ma un argine». L’argine d’argilla deve essere crollato dopo qualche lezioncina politica dell’ex scudocrociato, che quando Di Maio era ancora nella culla faceva già il presidente della Regione Lombardia. Dal canto suo il maestro burattinaio Tabacci, in un’intervista al Corriere, ha svelato di essere «incuriosito dalla sua evoluzione, tanto ero distante dal primo Di Maio, tanto sono in piena sintonia con il Di Maio che si autodefinisce senza se e senza ma draghiano». E infine ha spiegato: «Per il resto da diccì convinto mi vengono in mente le parole di Papa Roncalli: “Se incontri un viandante non chiedergli da dove viene, domanda dove sta andando”». E Di Maio vuole andare di nuovo in Parlamento, ovviamente. Mettendo da parte quello che pensava dei voltagabbana: «Questa è la legislatura con il maggior numero di cambi di casacca, introduciamo un sistema di vincolo di mandato», blaterava. A questo proposito ieri Matteo Renzi è stato lapidario: « L’uomo dei gilet gialli, di Bibbiano, dell’impeachment a Mattarella. L’uomo senza vergogna elemosina un collegio: che fine ha fatto la dignità in politica?». Ma anche l’onestà deve essere andata a farsi friggere. E il ministro degli Esteri si è beccato pure un’accusa di plagio politico dal consigliere provinciale del Lazio, Fabio Desideri, che, anni fa, proprio con la lista Impegno civico, vinse le elezioni diventando sindaco di Marino. «Lista, simbolo e nome sono depositati», aveva ammonito Desideri, che possiede un atto notarile stagionato di 20 anni. Nonostante le polemiche, il via libera sarebbe comunque arrivato dal Viminale: simbolo regolare. Anche se un sondaggio G.d.c. dà la sigla allo 0,9%. Tabacci e Di Maio ieri hanno quindi caricato a bordo pure il Partito socialista democratico italiano (Psdi). Il nuovo che avanza.
Christine Lagarde (Ansa)
Lo ammette senza troppi giri di parole Christine Lagarde: abbiamo discusso un possibile rialzo dei tassi. Discusso. Valutato. Soppesato. Poi archiviato. Per ora. Con un’aggiunta che sa più di promessa che di prudenza: se ne riparlerà a giugno. La realtà è salita sul palcoscenico e ha cambiato la scena. La guerra in Medio Oriente riapre una ferita che l’Europa conosce benissimo ma finge di dimenticare: l’energia che diventa arma. Il blocco dello Stretto di Hormuz - nome quasi astratto finché non arriva la bolletta della luce - non è solo una variabile economica. È una leva politica travestita da pompa di benzina. E infatti l’inflazione, che sembrava finalmente domata, decide di rialzare la testa. Ad aprile torna al 3%. Non un’esplosione, ma abbastanza per ricordare alla Bce che il 2% non è un suggerimento: è una linea di confine. Perché mentre i prezzi ripartono, l’economia rallenta. L’Eurozona nel primo trimestre è migliorata dello 0,1%. Tecnicamente è un miglioramento, praticamente un battito di ciglia. Definirla «bassa crescita», come fa Lagarde, è un esercizio di stile che meriterebbe un premio a parte: quello per l’ottimismo resistente.
Ed è in questo equilibrio instabile che la Bce si ritrova intrappolata. Da una parte l’inflazione che rialza la voce, dall’altra una crescita che ha perso le corde vocali. In mezzo, la politica monetaria che tenta di non scegliere per non sbagliare. O meglio sceglie di aspettare perché qualsiasi scelta avrebbe un costo. «Abbiamo preso la decisione di non toccare i tassi perché le informazioni sono ancora insufficienti», dice Lagarde. Onesta, ma inquietante. Il tempo che passa, in economia, non è mai neutrale. Poi arriva la frase chiave che fa alzare qualche sopracciglio: «Ci stiamo allontanando dal nostro scenario di base». Come dire: le stime su cui pensavamo di basarci - guerra breve, energia sotto controllo, inflazione in discesa - si stanno sgretolando. Non crollano, certo. Ma si incrinano abbastanza da rendere ogni previsione una scommessa. E qui la lettura diventa inevitabilmente più critica. Perché la sensazione è che la Bce, ancora una volta, si trova a inseguire gli eventi invece di anticiparli. Un thriller già visto: nel 2011, con il rialzo dei tassi che alimentò la crisi del debito. Nel 2022, sottovalutando l’inflazione fino a farla diventare un problema strutturale. Due errori opposti, ma figli dello stesso difetto: arrivare sempre un attimo dopo. È proprio questo l’incubo che incombe sulle riunioni di Francoforte. Non tanto cosa fare, ma cosa non fare. E in economia, come in politica, la paura di sbagliare diventa strategia: quella del rinvio permanente. Nel frattempo, il resto del mondo fa coro. La Federal Reserve per la terza volta di fila resta ferma, la Bank of England pure. Tutti prudenti, tutti immobili, tutti in attesa che qualcun altro faccia il primo passo. È la globalizzazione della cautela: nessuno vuole essere ricordato come quello che ha mosso la pedina sbagliata nel momento sbagliato. Sotto questa calma apparente, il sistema si muove. Le aspettative di inflazione risalgono, la fiducia di imprese e famiglie si incrina, la guerra non ha ancora scaricato tutto il suo impatto sull’economia reale. La quiete che precede non il temporale ma la revisione del meteo. E così il quadro finale è quasi sospeso: tassi fermi, dibattito acceso; inflazione in salita, ma non fuori controllo; crescita debole, ma non assente. Una sorta di equilibrio instabile in cui tutto sembra tenere finché non precipita. Ed è qui che la narrazione di Lagarde diventa più fragile, quasi difensiva. La prudenza viene presentata come virtù, ma rischia di diventare una postura permanente. E il mercato, si sa, non premia chi aspetta troppo a lungo di decidere: premia chi arriva prima di essere costretto a rincorrere. La conclusione, allora, è meno rassicurante di quanto sembri. La Bce non è immobile: è semplicemente in attesa del momento in cui muoversi sarà inevitabile. Ha scelto la pausa. Ma è una pausa che somiglia sempre di più a una sospensione carica di tensione. E quando il sipario si rialzerà non basterà più raccontare che «si è discusso il rialzo». Il pubblico chiederà spiegazioni.
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