True
2020-04-23
Speranza ha nascosto anche a Mattarella il piano che avvertiva della strage in arrivo
Roberto Speranza (Ansa)
Ci sono immagini che restano impresse, specie adesso che siamo tutti distanziati e con le mascherine. Immagini gioiose, come le 40.000 persone stipate in piazza Libertà, a Bari, per l'Angelus del papa a conclusione del sinodo «Mediterraneo, frontiera di pace». Era il 23 febbraio, ma sembra una vita fa. Il resoconto dell'Ansa alla fine di quella giornata ha un titolo che oggi sembra imbarazzante: «Messa Papa con 40.000, sconfitta psicosi coronavirus». Ma oggi sappiamo che a Roma c'era un uomo che deve aver sudato freddo, anche perché con Bergoglio c'era pure Sergio Mattarella. Quell'uomo è Roberto Speranza, ministro della Salute, che dal 12 febbraio aveva un rapporto segreto che ipotizzava già una tragedia da centinaia di migliaia di morti. E che è stato zitto, per non allarmare la nazione.
«Quanti si aspettavano una piazza semivuota a causa di una psicosi da coronavirus sono stati smentiti», gioisce l'agenzia Ansa, perché «l'affetto per il Papa e la fede hanno sconfitto ogni paura e in 40.000 hanno atteso Francesco a Bari, dove ha celebrato la santa Messa […]. Nel capoluogo pugliese, per assistere alla celebrazione, è giunto anche il capo dello Stato, Sergio Mattarella. Avrebbe dovuto esserci anche il premier, Giuseppe Conte, che ha dovuto però rinunciare per impegni legati all'emergenza coronavirus». Almeno lui, ha evitato la passerella con folla oceanica solo 10 giorni prima di chiudere l'Italia.
Dopo che è venuta fuori la storia del dossier segreto, dal ministero della Salute hanno precisato i tempi di questa vicenda. La richiesta di un'analisi sull'impatto dell'epidemia da Covid-19 porta la data del 22 gennaio. Il 12 febbraio arriva al Comitato tecnico scientifico una prima versione, poi aggiornata il 4 marzo. Tutti i lavori si sono svolti con la massima riservatezza. La relazione prevede anche uno scenario drammatico, ma dalla Salute sottolineano che «ancora il 14 febbraio l'Ecdc, l'Agenzia dell'Unione europea per la prevenzione e il controllo delle malattie dava come bassa la possibilità di diffusione del contagio in Europa. E in quel momento i contagi in Italia erano 3, tutti importati dalla Cina, e i casi in Europa erano 46. Le prime misure sono del 21 febbraio».
Sappiamo che purtroppo è andata ben diversamente, con migliaia di morti ogni giorno, scandalosi ritardi su mascherine, ventilatori polmonari, test sierologici. Tra la fine di gennaio e la prima settimana di febbraio, il governo italiano blocca i voli con la Cina, ma solo quelli diretti, e si mettono i termoscanner negli aeroporti per misurare la febbre ai passeggeri. Peccato che fosse possibile tornate in Italia dalla Cina con qualunque triangolazione, via Parigi come da Francoforte, e che il Coronavirus stesse già girando in Lombardia da metà gennaio.
Ora si scopre che quel rapporto commissionato il 22 gennaio dal ministero della Salute comprendeva un terzo scenario, con un tasso di contagiosità superiore a 2, che diceva chiaramente come vi sarebbero state «tra le 600.000 e le 800.000 vittime» se l'Italia non si fosse fermata, non avesse isolato le zone rosse e non avesse chiuso in casa i cittadini. Ieri, il direttore generale della Programmazione sanitaria, Andrea Urbani, ha detto al Corriere della Sera che il ministero non ci ha dormito sopra, ma semplicemente si è deciso di non rendere noto quello studio «per non gettare nel panico la popolazione». Il fatto è che non devono essere stati «gettati nel panico» anche le massime autorità.
Immaginiamo il tormento del giovane ministro potentino, cresciuto nella disciplina del Pd-Pds, che con quei numeri terrificanti nella mente, applica alla lettera l'articolo 3 della Costituzione sull'eguaglianza di ognuno di noi davanti alla legge e si cuce la bocca con tutti. E così Mattarella porta in giro la sua rassicurante chioma paleodemocristiana per il Paese intero, inaugurando e presenziando, fino al 7 marzo, quando Giuseppe Conte chiude tutto. I sindaci delle città più colpite, a cominciare da Giorgio Gori a Bergamo e Beppe Sala a Milano, girano per le strade, stringono mani, senza mascherina. E il 7 marzo dev'essere stato terribile, per il riservatissimo Speranza, apprendere che anche l'amico Nicola Zingaretti era positivo al virus importato dalla Cina. Il premier Conte, invece, avrà annusato qualcosa e il 24 febbraio ha annullato una giornata in Romagna, tra Forlì, Ravenna e Cesena, in cui avrebbe dovuto inaugurare un po' di aziende del mondo delle cooperative bianche. O ha parlato con Speranza, o è stato ispirato da Padre Pio, del quale è devotissimo.
Insomma, chissà se mai si saprà quante persone, ai vertici dello Stato, hanno letto quel maledetto rapporto di 55 pagine che dal 12 febbraio avvertiva di un'autentica tragedia collettiva in arrivo. Visto che per una ventina di giorni hanno tutti girato tranquilli come trottole, a cominciare dalla prima persona che andava protetta dal possibile contagio, ovvero Sergio Mattarella, immaginiamo che il compagno Speranza sia stato fieramente silente. Oppure che si sia confidato, al massimo, con l'amico Pier Luigi Bersani, che davanti a una birretta gli avrà detto: «No, ma dai Robertino, mica possiamo smacchiare i germi patogeni».
Ora il Copasir vuole saperne di più
Il Copasir presieduto dal leghista Raffaele Volpi vuole vederci chiaro sulle mosse del governo di Giuseppe Conte per fronteggiare l'emergenza covid 19. E ascolterà nei prossimi giorni il ministro della Salute, Roberto Speranza, e quello dell'Innovazione, Paola Pisano, sia per conoscere il contenuto del piano richiesto a gennaio che il governo avrebbe poi secretato sia per approfondire l'applicazione Immuni che dovrebbe accompagnarci nella fase 2 di riapertura dell'Italia dopo il lockdown.
Il Copasir chiede l'immediata acquisizione del documento segreto che, stando a quanto sostenuto dal direttore della programmazione sanitaria, Andrea Urbani, sarebbe di circa 55 pagine. L'esecutivo lo avrebbe redatto il 12 febbraio insieme con la prima task force sul coronavirus. Quello studio, nascosto quindi a una parte dei nostri servizi segreti e in particolare alle opposizioni parlamentari, non sarebbe stato divulgato per non «gettare nel panico la popolazione». Anche perché si ipotizzavano tra i 600.000 e gli 800.000 contagi e si documentava la carenza di posti letto in terapia intensiva.
A quanto pare si tratta di un testo fondamentale, perché avrebbe accompagnato le decisioni di tutto l'esecutivo durante questi due mesi di emergenza. Perché il Copasir che controlla l'operato dei nostri servizi ne era all'oscuro? A questa domanda potrebbe rispondere Gennaro Vecchione, numero uno del Dis, molto vicino al presidente del Consiglio, Conte: anche Vecchione sarà ascoltato a palazzo San Macuto.
Ieri il governatore lombardo Attilio Fontana ha detto senza mezzi termini che «il governo era al corrente dei rischi della pandemia ma li ha tenuti segreti. Sono rivelazioni gravissime: è la verità? L'Italia e la Lombardia hanno il diritto di sapere». Tra le audizioni è prevista quella del vicedirettore per la cybersicurezza della presidenza del Consiglio, Roberto Baldoni. Pisano e Baldoni avranno il compito di spiegare al Copasir come si è arrivati a scegliere la società Bending spoons per l'applicazione Immuni, come stabilito dal decreto della scorsa settimana firmato dal commissario Domenico Arcuri. L'affidamento è gratuito, ma come ha spesso detto Tim Cook, ceo di Apple, «se il servizio è gratis, il prodotto sei tu».
Dopo la formazione di una task force di 74 persone, ormai sciolta, negli ultimi giorni sono emersi un po' ovunque gli incroci societari dell'azienda milanese che produce applicazioni. Per di più è saltato fuori un collegamento con la Svizzera, perché Bending spoons fa parte di un consorzio non profit (Pepp-pt) appena costituito, con sede legale proprio al di là della Alpi e sotto vigilanza del governo di Berna. Di trasparenza ce n'è stata poca da parte del governo, tanto che anche i 74 hanno dovuto siglare un accordo di riservatezza. Tutto ruota intorno alla conservazione dei dati sanitari (i più sensibili) e l'anomizzazione degli stessi.
Il problema, quindi, saranno anche le eventuali correlazioni e incroci con i cosiddetti big data, l'oro del nuovo millennio. Siccome lo Stato italiano non ha un proprio data center nazionale, dove verranno staccati questi dati? Magari su cloud di società private all'estero? Non si conosce poi ancora il codice sorgente che nel decreto viene definito «aperto». Ma fino a questo momento di codici non se ne sono visti. Il garante della privacy, Antonello Soro, che ha ricordato che questi dati devono essere gestiti solo «da un'autorità pubblica, controllabile».
Non sarà semplice, data la rete di interessi intorno. La app sarà sviluppata da Bending spoon insieme con il centro medico Sant'Agostino di Luca Foresti e Jakala, società di marketing milanese dove vanta una quota (2,7%) il finanziere renziano Davide Serra. I renziani sono sempre stati sostenitori dei big data. Nel 2016 spuntò fuori un documento, anche questa volta segreto, con cui il governo Renzi stipulava un accordo con Ibm per il trattamento dei dati sanitari di circa 61 milioni di cittadini italiani. Ma questa è un'altra storia.
Continua a leggereRiduci
Il 12 febbraio il dossier prevedeva «tra le 600.000 e le 800.000 vittime» se l'Italia non avesse chiuso in casa i cittadini. Ma il 23 a Bari si radunarono 40.000 persone per il Papa. C'era il presidente. Non c'era Giuseppe Conte...Il Comitato per la sicurezza chiede l'audizione del ministro della Salute, e quello dell'Innovazione, Paola Pisano. Intende approfondire lo studio segreto, oltre che i dubbi e gli incroci societari sull'app Immuni.Lo speciale contiene due articoli.Ci sono immagini che restano impresse, specie adesso che siamo tutti distanziati e con le mascherine. Immagini gioiose, come le 40.000 persone stipate in piazza Libertà, a Bari, per l'Angelus del papa a conclusione del sinodo «Mediterraneo, frontiera di pace». Era il 23 febbraio, ma sembra una vita fa. Il resoconto dell'Ansa alla fine di quella giornata ha un titolo che oggi sembra imbarazzante: «Messa Papa con 40.000, sconfitta psicosi coronavirus». Ma oggi sappiamo che a Roma c'era un uomo che deve aver sudato freddo, anche perché con Bergoglio c'era pure Sergio Mattarella. Quell'uomo è Roberto Speranza, ministro della Salute, che dal 12 febbraio aveva un rapporto segreto che ipotizzava già una tragedia da centinaia di migliaia di morti. E che è stato zitto, per non allarmare la nazione. «Quanti si aspettavano una piazza semivuota a causa di una psicosi da coronavirus sono stati smentiti», gioisce l'agenzia Ansa, perché «l'affetto per il Papa e la fede hanno sconfitto ogni paura e in 40.000 hanno atteso Francesco a Bari, dove ha celebrato la santa Messa […]. Nel capoluogo pugliese, per assistere alla celebrazione, è giunto anche il capo dello Stato, Sergio Mattarella. Avrebbe dovuto esserci anche il premier, Giuseppe Conte, che ha dovuto però rinunciare per impegni legati all'emergenza coronavirus». Almeno lui, ha evitato la passerella con folla oceanica solo 10 giorni prima di chiudere l'Italia.Dopo che è venuta fuori la storia del dossier segreto, dal ministero della Salute hanno precisato i tempi di questa vicenda. La richiesta di un'analisi sull'impatto dell'epidemia da Covid-19 porta la data del 22 gennaio. Il 12 febbraio arriva al Comitato tecnico scientifico una prima versione, poi aggiornata il 4 marzo. Tutti i lavori si sono svolti con la massima riservatezza. La relazione prevede anche uno scenario drammatico, ma dalla Salute sottolineano che «ancora il 14 febbraio l'Ecdc, l'Agenzia dell'Unione europea per la prevenzione e il controllo delle malattie dava come bassa la possibilità di diffusione del contagio in Europa. E in quel momento i contagi in Italia erano 3, tutti importati dalla Cina, e i casi in Europa erano 46. Le prime misure sono del 21 febbraio».Sappiamo che purtroppo è andata ben diversamente, con migliaia di morti ogni giorno, scandalosi ritardi su mascherine, ventilatori polmonari, test sierologici. Tra la fine di gennaio e la prima settimana di febbraio, il governo italiano blocca i voli con la Cina, ma solo quelli diretti, e si mettono i termoscanner negli aeroporti per misurare la febbre ai passeggeri. Peccato che fosse possibile tornate in Italia dalla Cina con qualunque triangolazione, via Parigi come da Francoforte, e che il Coronavirus stesse già girando in Lombardia da metà gennaio. Ora si scopre che quel rapporto commissionato il 22 gennaio dal ministero della Salute comprendeva un terzo scenario, con un tasso di contagiosità superiore a 2, che diceva chiaramente come vi sarebbero state «tra le 600.000 e le 800.000 vittime» se l'Italia non si fosse fermata, non avesse isolato le zone rosse e non avesse chiuso in casa i cittadini. Ieri, il direttore generale della Programmazione sanitaria, Andrea Urbani, ha detto al Corriere della Sera che il ministero non ci ha dormito sopra, ma semplicemente si è deciso di non rendere noto quello studio «per non gettare nel panico la popolazione». Il fatto è che non devono essere stati «gettati nel panico» anche le massime autorità. Immaginiamo il tormento del giovane ministro potentino, cresciuto nella disciplina del Pd-Pds, che con quei numeri terrificanti nella mente, applica alla lettera l'articolo 3 della Costituzione sull'eguaglianza di ognuno di noi davanti alla legge e si cuce la bocca con tutti. E così Mattarella porta in giro la sua rassicurante chioma paleodemocristiana per il Paese intero, inaugurando e presenziando, fino al 7 marzo, quando Giuseppe Conte chiude tutto. I sindaci delle città più colpite, a cominciare da Giorgio Gori a Bergamo e Beppe Sala a Milano, girano per le strade, stringono mani, senza mascherina. E il 7 marzo dev'essere stato terribile, per il riservatissimo Speranza, apprendere che anche l'amico Nicola Zingaretti era positivo al virus importato dalla Cina. Il premier Conte, invece, avrà annusato qualcosa e il 24 febbraio ha annullato una giornata in Romagna, tra Forlì, Ravenna e Cesena, in cui avrebbe dovuto inaugurare un po' di aziende del mondo delle cooperative bianche. O ha parlato con Speranza, o è stato ispirato da Padre Pio, del quale è devotissimo. Insomma, chissà se mai si saprà quante persone, ai vertici dello Stato, hanno letto quel maledetto rapporto di 55 pagine che dal 12 febbraio avvertiva di un'autentica tragedia collettiva in arrivo. Visto che per una ventina di giorni hanno tutti girato tranquilli come trottole, a cominciare dalla prima persona che andava protetta dal possibile contagio, ovvero Sergio Mattarella, immaginiamo che il compagno Speranza sia stato fieramente silente. Oppure che si sia confidato, al massimo, con l'amico Pier Luigi Bersani, che davanti a una birretta gli avrà detto: «No, ma dai Robertino, mica possiamo smacchiare i germi patogeni». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nascosto-anche-a-mattarella-il-piano-che-avvertiva-della-strage-in-arrivo-2645806896.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ora-il-copasir-vuole-saperne-di-piu" data-post-id="2645806896" data-published-at="1587580669" data-use-pagination="False"> Ora il Copasir vuole saperne di più Il Copasir presieduto dal leghista Raffaele Volpi vuole vederci chiaro sulle mosse del governo di Giuseppe Conte per fronteggiare l'emergenza covid 19. E ascolterà nei prossimi giorni il ministro della Salute, Roberto Speranza, e quello dell'Innovazione, Paola Pisano, sia per conoscere il contenuto del piano richiesto a gennaio che il governo avrebbe poi secretato sia per approfondire l'applicazione Immuni che dovrebbe accompagnarci nella fase 2 di riapertura dell'Italia dopo il lockdown. Il Copasir chiede l'immediata acquisizione del documento segreto che, stando a quanto sostenuto dal direttore della programmazione sanitaria, Andrea Urbani, sarebbe di circa 55 pagine. L'esecutivo lo avrebbe redatto il 12 febbraio insieme con la prima task force sul coronavirus. Quello studio, nascosto quindi a una parte dei nostri servizi segreti e in particolare alle opposizioni parlamentari, non sarebbe stato divulgato per non «gettare nel panico la popolazione». Anche perché si ipotizzavano tra i 600.000 e gli 800.000 contagi e si documentava la carenza di posti letto in terapia intensiva. A quanto pare si tratta di un testo fondamentale, perché avrebbe accompagnato le decisioni di tutto l'esecutivo durante questi due mesi di emergenza. Perché il Copasir che controlla l'operato dei nostri servizi ne era all'oscuro? A questa domanda potrebbe rispondere Gennaro Vecchione, numero uno del Dis, molto vicino al presidente del Consiglio, Conte: anche Vecchione sarà ascoltato a palazzo San Macuto. Ieri il governatore lombardo Attilio Fontana ha detto senza mezzi termini che «il governo era al corrente dei rischi della pandemia ma li ha tenuti segreti. Sono rivelazioni gravissime: è la verità? L'Italia e la Lombardia hanno il diritto di sapere». Tra le audizioni è prevista quella del vicedirettore per la cybersicurezza della presidenza del Consiglio, Roberto Baldoni. Pisano e Baldoni avranno il compito di spiegare al Copasir come si è arrivati a scegliere la società Bending spoons per l'applicazione Immuni, come stabilito dal decreto della scorsa settimana firmato dal commissario Domenico Arcuri. L'affidamento è gratuito, ma come ha spesso detto Tim Cook, ceo di Apple, «se il servizio è gratis, il prodotto sei tu». Dopo la formazione di una task force di 74 persone, ormai sciolta, negli ultimi giorni sono emersi un po' ovunque gli incroci societari dell'azienda milanese che produce applicazioni. Per di più è saltato fuori un collegamento con la Svizzera, perché Bending spoons fa parte di un consorzio non profit (Pepp-pt) appena costituito, con sede legale proprio al di là della Alpi e sotto vigilanza del governo di Berna. Di trasparenza ce n'è stata poca da parte del governo, tanto che anche i 74 hanno dovuto siglare un accordo di riservatezza. Tutto ruota intorno alla conservazione dei dati sanitari (i più sensibili) e l'anomizzazione degli stessi. Il problema, quindi, saranno anche le eventuali correlazioni e incroci con i cosiddetti big data, l'oro del nuovo millennio. Siccome lo Stato italiano non ha un proprio data center nazionale, dove verranno staccati questi dati? Magari su cloud di società private all'estero? Non si conosce poi ancora il codice sorgente che nel decreto viene definito «aperto». Ma fino a questo momento di codici non se ne sono visti. Il garante della privacy, Antonello Soro, che ha ricordato che questi dati devono essere gestiti solo «da un'autorità pubblica, controllabile». Non sarà semplice, data la rete di interessi intorno. La app sarà sviluppata da Bending spoon insieme con il centro medico Sant'Agostino di Luca Foresti e Jakala, società di marketing milanese dove vanta una quota (2,7%) il finanziere renziano Davide Serra. I renziani sono sempre stati sostenitori dei big data. Nel 2016 spuntò fuori un documento, anche questa volta segreto, con cui il governo Renzi stipulava un accordo con Ibm per il trattamento dei dati sanitari di circa 61 milioni di cittadini italiani. Ma questa è un'altra storia.
La coalizione dei volenterosi a Parigi il 6 gennaio 2026 (Ansa)
Con l’Eliseo che, ancora prima dell’inizio del summit, si era già preso il merito di aver fatto «convergere l’Ucraina, l’Europa e l’America», il leader francese ha accolto oltre 30 capi di Stato e di governo, tra cui il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, il presidente del consiglio, Giorgia Meloni. E visto che l’obiettivo era cercare di finalizzare un accordo sulle garanzie di sicurezza, a prendere parte al vertice sono stati anche l’inviato speciale americano, Steve Witkoff, e il genero del presidente americano, Jared Kushner.
La dichiarazione finale rilasciata dalla Coalizione dei volenterosi al termine dei lavori conferma l’impegno a «un sistema di garanzie politicamente e giuridicamente vincolanti che saranno attivate una volta entrato in vigore il cessate il fuoco, in aggiunta agli accordi bilaterali di sicurezza e in conformità con i rispettivi ordinamenti giuridici e costituzionali». E si parla di cinque componenti: il monitoraggio del cessate il fuoco, il sostegno alle forze armate ucraine, la forza multinazionale, gli impegni per sostenere l’Ucraina in caso di una nuova aggressione russa e l’impegno a «una cooperazione di difesa a lungo termine con l’Ucraina». Riguardo al primo aspetto, è annunciata «la partecipazione a un meccanismo di monitoraggio e verifica del cessate il fuoco guidato dagli Stati Uniti». A tal proposito si prevede «un sistema di monitoraggio del cessate il fuoco continuo e affidabile, che includerà i contributi dei membri della Coalizione dei volenterosi». Tra l’altro la Coalizione sarà anche «rappresentata nella Commissione speciale» che verrà creata «per affrontare eventuali violazioni, attribuire le responsabilità e determinare i rimedi».
In merito al sostegno alle truppe ucraine, la Coalizione «ha concordato di continuare a fornire assistenza militare a lungo termine e armamenti» ai soldati ucraini «per garantirne una capacità sostenibile» visto che «rimarranno la prima linea di difesa e deterrenza». Questo sostegno include «pacchetti di difesa a lungo termine; sostegno al finanziamento per acquistare armi; continua cooperazione con l’Ucraina sul suo bilancio nazionale per finanziare le forze armate; accesso a depositi di difesa che possono fornire un rapido supporto aggiuntivo in caso di un futuro attacco armato; fornitura di supporto pratico e tecnico all’Ucraina nella costruzione di fortificazioni difensive».
Riguardo al cavallo di battaglia di Macron e Starmer, ovvero «la forza di multinazionale per l’Ucraina», nella dichiarazione finale si conferma la base volontaria. Si specifica infatti che sarà creata dai contributi dei Paesi «disponibili nell’ambito della Coalizione» per «sostenere la ricostruzione delle forze armate ucraine e la deterrenza». La Coalizione poi afferma: «È stata condotta una pianificazione militare coordinata per preparare misure di rassicurazione in aria, in mare e a terra e per la rigenerazione delle forze armate ucraine. Abbiamo confermato che queste misure di rassicurazione dovranno essere rigorosamente implementate su richiesta dell’Ucraina una volta ottenuta una credibile cessazione delle ostilità». Si annuncia anche che «questi elementi saranno guidati dall’Europa, con il coinvolgimento anche di membri non europei della Coalizione e il proposto
sostegno degli Stati Uniti».
Nella quarta componente, inerente agli «impegni vincolanti a sostegno dell’Ucraina in caso di un futuro attacco armato da parte della Russia al fine di ripristinare la pace», è stato concordato di «finalizzare gli impegni vincolanti che definiscano il nostro approccio per sostenere l’Ucraina e ripristinare la pace e la sicurezza in caso di un futuro attacco armato da parte della Russia. Tali impegni possono includere l’impiego di capacità militari, supporto logistico e di intelligence, iniziative diplomatiche e l’adozione di sanzioni aggiuntive». Infine, riguardo «all’impegno a una cooperazione di difesa a lungo termine con l’Ucraina», la dichiarazione annuncia: «Abbiamo concordato di continuare a sviluppare e approfondire una cooperazione reciprocamente vantaggiosa in materia di difesa con l’Ucraina, tra cui: addestramento, produzione congiunta industriale della difesa, anche con l’uso di strumenti europei pertinenti, e cooperazione in materia di intelligence».
Il testo si chiude con la decisione di «istituire una cellula di coordinamento tra gli Stati Uniti, l’Ucraina e la Coalizione presso il Quartier generale operativo della Coalizione a Parigi». A dire qualcosa in più a tal proposito è stato Macron durante la conferenza stampa: la cellula di coordinamento «integrerà pienamente tutte le forze armate interessate». Starmer ha poi annunciato che, dopo il cessate il fuoco, «il Regno Unito e la Francia creeranno degli hub militari in Ucraina per sostenere le necessità di difesa degli ucraini».
Per quanto riguarda la posizione italiana, non ci sono stati cambi di programma con il governo che ha ribadito la contrarietà all’invio delle truppe. Nella nota diffusa da Palazzo Chigi si legge: «Nel confermare il sostegno dell’Italia alla sicurezza dell’Ucraina, in coerenza con quanto sempre fatto, il Presidente Meloni ha ribadito alcuni punti fermi della posizione del Governo italiano sul tema delle garanzie, in particolare l’esclusione dell’impiego di truppe italiane sul terreno».
Continua a leggereRiduci
Delcy Rodríguez, neo presidente ad interim del Venezuela (Getty Images)
Il presidente ad interim deve infatti bilanciare pressioni contrapposte: da un lato contenere i settori più intransigenti del chavismo rimasti fedeli a Maduro, dall’altro mantenere un canale aperto con Washington. «Diamo priorità al progresso verso relazioni internazionali equilibrate e rispettose tra Stati Uniti e Venezuela, basate sull’uguaglianza sovrana e sulla non ingerenza», ha affermato Rodríguez, segnando un cambio di tono evidente rispetto al passato. In un’intervista a Nbc, Donald Trump ha dichiarato che il segretario di Stato Marco Rubio intrattiene «un buon rapporto» con il presidente ad interim, sottolineando che il fatto che Rubio «parli fluentemente spagnolo» abbia facilitato i contatti. Il presidente ha lasciato intendere che una mancata collaborazione potrebbe riaprire lo scenario militare, pur precisando di non ritenere necessario un nuovo intervento armato.
Con una mossa a sorpresa il leader dell’opposizione venezuelana, María Corina Machado, ha annunciato l’intenzione di condividere il suo premio Nobel per la pace con Donald Trump, ringraziandolo per l’intervento militare in Venezuela. In un’intervista a Fox News, Machado ha lodato Trump per la destituzione di Maduro definendo l’azione di Washington «un passo enorme per l’umanità, per la libertà e per la dignità umana». Donald Trump ha escluso qualsiasi ipotesi di elezioni a breve termine. «Nei prossimi 30 giorni non si vota. Prima dobbiamo risanare il Paese. Non c’è modo che la gente possa andare alle urne», ha spiegato, ribadendo che il ritorno alla normalità istituzionale richiederà tempo. Secondo il consigliere Stephen Miller, il presidente ha incaricato Rubio «di guidare il processo di riforme economiche e politiche», sostenendo che gli Stati Uniti ritengono di avere «piena, completa e totale cooperazione» da parte del governo di Caracas.
Sul piano economico, Donald Trump ha evocato la possibilità di un ritorno massiccio delle compagnie petrolifere statunitensi in Venezuela entro 18 mesi, parlando di «un enorme investimento» che potrebbe essere recuperato attraverso ricavi o rimborsi federali. In questo senso l’amministrazione Trump incontrerà nei prossimi giorni le grandi aziende petrolifere americane per parlare dell’aumento della produzione di petrolio. Mentre a Washington si disegna il futuro, sul terreno venezuelano la tensione resta altissima. Un decreto che dichiara lo stato di emergenza ha avviato una vasta caccia ai presunti collaboratori dell’operazione statunitense che ha portato all’arresto di Maduro. Il clima repressivo ha coinvolto anche il mondo dell’informazione. Il Sindacato nazionale dei lavoratori della stampa ha denunciato il fermo di 14 giornalisti nelle ore successive all’operazione, poi rilasciati. Il giornalista italiano Stefano Pozzebon, collaboratore della Cnn, è stato invece bloccato all’aeroporto di Caracas ed espulso verso la Colombia, nonostante fosse residente nel Paese.
Sul piano militare, la cattura di Maduro ha rappresentato un duro colpo per i servizi segreti cubani, responsabili della sua sicurezza con circa 140 agenti cubani assegnati alla protezione del leader venezuelano. Durante l’assalto condotto dalle unità della Delta Force, almeno 32 cubani e 25 venezuelani sarebbero rimasti uccisi e sono decine i feriti. Le Nazioni Unite hanno espresso «profonda preoccupazione», avvertendo che l’intervento statunitense ha «minato un principio fondamentale del diritto internazionale». Da Ginevra, la portavoce dell’Alto Commissariato per i diritti umani ha ricordato che «gli Stati non devono minacciare né usare la forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di alcun Paese». In precedenza Marco Rubio aveva già affermato: «Non mi interessa cosa dice l’Onu», confermando una linea che rivendica la legittimità dell’azione e ridimensiona il ruolo dei consessi multilaterali.
Sul fronte giudiziario, il Dipartimento di Giustizia statunitense ha riscritto l’atto d’accusa contro Maduro, correggendo uno degli elementi più controversi. Senza ritirare le imputazioni per narcotraffico, è stata abbandonata la definizione del Cartel de los Soles come cartello strutturato. Al suo posto emerge la descrizione di un sistema diffuso di patronato e corruzione, una rete di complicità interne allo Stato. Una revisione sostanziale che attenua l’impianto più aggressivo, ma non riduce affatto il rischio per Nicolás Maduro di una condanna fino a 70 anni di carcere. A questo proposito il procuratore generale del Venezuela, Tarek William Saab, si è rivolto oggi all’Assemblea nazionale chiedendo al giudice statunitense che segue il procedimento contro Maduro, arrestato dagli Stati Uniti e trasferito a New York, di rispettare il diritto internazionale e l’immunità diplomatica del leader venezuelano. Infine, gli Stati Uniti valutano il sequestro di presunte riserve segrete di criptovalute venezuelane: secondo la giornalista Olga Nesterova sarebbero circa 600.000 bitcoin, accumulati aggirando le sanzioni. Un eventuale congelamento potrebbe bloccare fino al 3% dell’offerta globale di Bitcoin, riducendo la liquidità e spingendo i prezzi al rialzo.
Continua a leggereRiduci
(Ansa)
Tanti colleghi di Alessandro Ambrosio hanno partecipato in divisa da ferroviere, con centinaia di persone presenti, al presidio in stazione a Bologna per ricordare il capotreno ucciso il 5 gennaio nel parcheggio dello scalo. Corone di fiori e commozione in piazza Medaglie d'oro, con foto e biglietti. Il gruppo ha raggiunto in corteo il luogo dove e' stato trovato morto il 34enne. Ad una recinzione, nei pressi, sono stati apposti un berretto e una cravatta da ferroviere.
Barack Obama e Angela Merkel (Getty Images)
La vicenda è descritta, con dovizia di fonti e particolari, in un libro appena uscito in Germania, scritto dal vicedirettore del settimanale Die Zeit, Holger Stark, con una trentennale esperienza di corrispondente dagli Usa.
Tutto parte da un’attività di intelligence del servizio segreto tedesco per l’estero (Bnd), che aveva scoperto che non tutte le chiamate in arrivo o in partenza dall’Air Force One erano criptate. E così, gli uomini dello spionaggio di Berlino si sono messi a origliare su una dozzina di frequenze, «non sempre tutte e non tutto il giorno, ma abbastanza sistematicamente da intercettare le comunicazioni del presidente degli Stati Uniti (e di altri funzionari governativi e militari Usa) in diverse occasioni», scrive Stark nel libro.
Il contenuto di quelle conversazioni è finito in una cartella segreta nella diretta disponibilità del presidente del Bnd e, secondo le fonti citate nel libro, è stato poi visibile a una ristretta cerchia di alti funzionari, prima di essere distrutto.
Il fatto ancora più rilevante è che - secondo fonti raccolte dal Washington Post - quella cartella sia stata a disposizione della Cancelliera Merkel. Nel 2014/2015 fu una commissione d’inchiesta sul Bnd a rendere nota l’esistenza di questa cartella, ma il Bnd era riuscito a tenere nascosto il segreto più importante: dentro c’erano le conversazioni di Obama dall’Air Force One. Uno scandalo di portata internazionale. Anche se le stesse fonti hanno precisato che non si sia trattato di un’operazione avente come obiettivo specifico il presidente Usa, quanto di «un’acquisizione accidentale».
La gravità di questa vicenda va inquadrata alla luce del fatto che stiamo parlando di un periodo in cui i rapporti transatlantici erano relativamente distesi e sereni, nulla di paragonabile alla tensione attuale. Lo scossone del Dieselgate era di là da venire, tuttavia Washington e Berlino si dedicavano già «attenzioni» riservate, non proprio abituali tra alleati. Fu la stessa Merkel, in una telefonata a Obama, a definire quelle pratiche «completamente inaccettabili».
Se questi sono i fatti - almeno quelli parzialmente ricostruiti da Stark - crediamo che sia agevole e non tacciabile di complottismo «unire alcuni puntini» e affermare che questa è l’ennesima tessera di un puzzle in cui gli Usa hanno sistematicamente mal tollerato e poi avversato la Ue a trazione tedesca. Considerata, senza mezzi termini, un produttore di squilibri macroeconomici nel mondo e verso gli Usa. Dopo alcuni interventi soft durante i due mandati di Obama, non possiamo dimenticare le parole di Peter Navarro, principale consigliere per il commercio e la politica industriale durante la prima presidenza di Donald Trump, che nel 2017 in un’intervista al Financial Times accusò la Germania di utilizzare un euro ampiamente sottovalutato come una sorta di «Deutsche Mark implicito», al fine di sfruttare partner commerciali come gli Usa e gli altri Paesi Ue.
Le critiche di Navarro si concentravano soprattutto sul saldo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti, di cui il saldo commerciale costituisce la parte più rilevante. Tale saldo viene considerato eccessivo dal Fmi quando supera il 6% del Pil. Ebbene, la Germania dal 5% del 2005, è sempre stata ben oltre quel livello, con un massimo storico nel 2016 al 9 per cento. Solo la crisi energetica del 2022 ha causato una riduzione intorno al 4-5%, ma nel 2024 era di nuovo al 6% circa.
Un Paese la cui crescita dipende in misura così rilevante dal consumo degli altri Paesi, è un elemento di squilibrio nell’economia mondiale.
Non mancarono anche le critiche alla Germania per la dipendenza energetica dalla Russia, rafforzata dal progetto del gasdotto Nord Stream 2, descritto da Navarro come una minaccia alla sicurezza europea e americana, rendendo la Germania «prigioniera» della Russia.
L’elenco potrebbe continuare a lungo anche citando episodi sotto la presidenza di Joe Biden.
Il punto è che risultano oggi totalmente miopi le analisi e i commenti che scoprono l’acqua calda della rottura dell’ordine internazionale, avvenuta nel 2022 con l’invasione russa dell’Ucraina o con le parole di J.D. Vance a Monaco o sabato scorso, con la cattura di Nicolás Maduro. I fatti dimostrano che, almeno dall’inizio degli anni Dieci, gli Usa abbiano guardato alla Ue come a un fattore di rischio geopolitico ed economico da correggere e contenere. I cui costi di smantellamento superano, per ora, il costo di quei rischi e di quegli squilibri. Da Berlino erano perfettamente consapevoli di questa postura e si sono organizzati di conseguenza, spiando gli Usa.
Le anime candide che sembrano appena svegliate da un lungo sonno, puntando oggi il dito contro l’amministrazione Trump, dovrebbero chiedersi dove abbiano passato gli ultimi 15 anni.
Continua a leggereRiduci