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2020-04-23
Speranza ha nascosto anche a Mattarella il piano che avvertiva della strage in arrivo
Roberto Speranza (Ansa)
Ci sono immagini che restano impresse, specie adesso che siamo tutti distanziati e con le mascherine. Immagini gioiose, come le 40.000 persone stipate in piazza Libertà, a Bari, per l'Angelus del papa a conclusione del sinodo «Mediterraneo, frontiera di pace». Era il 23 febbraio, ma sembra una vita fa. Il resoconto dell'Ansa alla fine di quella giornata ha un titolo che oggi sembra imbarazzante: «Messa Papa con 40.000, sconfitta psicosi coronavirus». Ma oggi sappiamo che a Roma c'era un uomo che deve aver sudato freddo, anche perché con Bergoglio c'era pure Sergio Mattarella. Quell'uomo è Roberto Speranza, ministro della Salute, che dal 12 febbraio aveva un rapporto segreto che ipotizzava già una tragedia da centinaia di migliaia di morti. E che è stato zitto, per non allarmare la nazione.
«Quanti si aspettavano una piazza semivuota a causa di una psicosi da coronavirus sono stati smentiti», gioisce l'agenzia Ansa, perché «l'affetto per il Papa e la fede hanno sconfitto ogni paura e in 40.000 hanno atteso Francesco a Bari, dove ha celebrato la santa Messa […]. Nel capoluogo pugliese, per assistere alla celebrazione, è giunto anche il capo dello Stato, Sergio Mattarella. Avrebbe dovuto esserci anche il premier, Giuseppe Conte, che ha dovuto però rinunciare per impegni legati all'emergenza coronavirus». Almeno lui, ha evitato la passerella con folla oceanica solo 10 giorni prima di chiudere l'Italia.
Dopo che è venuta fuori la storia del dossier segreto, dal ministero della Salute hanno precisato i tempi di questa vicenda. La richiesta di un'analisi sull'impatto dell'epidemia da Covid-19 porta la data del 22 gennaio. Il 12 febbraio arriva al Comitato tecnico scientifico una prima versione, poi aggiornata il 4 marzo. Tutti i lavori si sono svolti con la massima riservatezza. La relazione prevede anche uno scenario drammatico, ma dalla Salute sottolineano che «ancora il 14 febbraio l'Ecdc, l'Agenzia dell'Unione europea per la prevenzione e il controllo delle malattie dava come bassa la possibilità di diffusione del contagio in Europa. E in quel momento i contagi in Italia erano 3, tutti importati dalla Cina, e i casi in Europa erano 46. Le prime misure sono del 21 febbraio».
Sappiamo che purtroppo è andata ben diversamente, con migliaia di morti ogni giorno, scandalosi ritardi su mascherine, ventilatori polmonari, test sierologici. Tra la fine di gennaio e la prima settimana di febbraio, il governo italiano blocca i voli con la Cina, ma solo quelli diretti, e si mettono i termoscanner negli aeroporti per misurare la febbre ai passeggeri. Peccato che fosse possibile tornate in Italia dalla Cina con qualunque triangolazione, via Parigi come da Francoforte, e che il Coronavirus stesse già girando in Lombardia da metà gennaio.
Ora si scopre che quel rapporto commissionato il 22 gennaio dal ministero della Salute comprendeva un terzo scenario, con un tasso di contagiosità superiore a 2, che diceva chiaramente come vi sarebbero state «tra le 600.000 e le 800.000 vittime» se l'Italia non si fosse fermata, non avesse isolato le zone rosse e non avesse chiuso in casa i cittadini. Ieri, il direttore generale della Programmazione sanitaria, Andrea Urbani, ha detto al Corriere della Sera che il ministero non ci ha dormito sopra, ma semplicemente si è deciso di non rendere noto quello studio «per non gettare nel panico la popolazione». Il fatto è che non devono essere stati «gettati nel panico» anche le massime autorità.
Immaginiamo il tormento del giovane ministro potentino, cresciuto nella disciplina del Pd-Pds, che con quei numeri terrificanti nella mente, applica alla lettera l'articolo 3 della Costituzione sull'eguaglianza di ognuno di noi davanti alla legge e si cuce la bocca con tutti. E così Mattarella porta in giro la sua rassicurante chioma paleodemocristiana per il Paese intero, inaugurando e presenziando, fino al 7 marzo, quando Giuseppe Conte chiude tutto. I sindaci delle città più colpite, a cominciare da Giorgio Gori a Bergamo e Beppe Sala a Milano, girano per le strade, stringono mani, senza mascherina. E il 7 marzo dev'essere stato terribile, per il riservatissimo Speranza, apprendere che anche l'amico Nicola Zingaretti era positivo al virus importato dalla Cina. Il premier Conte, invece, avrà annusato qualcosa e il 24 febbraio ha annullato una giornata in Romagna, tra Forlì, Ravenna e Cesena, in cui avrebbe dovuto inaugurare un po' di aziende del mondo delle cooperative bianche. O ha parlato con Speranza, o è stato ispirato da Padre Pio, del quale è devotissimo.
Insomma, chissà se mai si saprà quante persone, ai vertici dello Stato, hanno letto quel maledetto rapporto di 55 pagine che dal 12 febbraio avvertiva di un'autentica tragedia collettiva in arrivo. Visto che per una ventina di giorni hanno tutti girato tranquilli come trottole, a cominciare dalla prima persona che andava protetta dal possibile contagio, ovvero Sergio Mattarella, immaginiamo che il compagno Speranza sia stato fieramente silente. Oppure che si sia confidato, al massimo, con l'amico Pier Luigi Bersani, che davanti a una birretta gli avrà detto: «No, ma dai Robertino, mica possiamo smacchiare i germi patogeni».
Ora il Copasir vuole saperne di più
Il Copasir presieduto dal leghista Raffaele Volpi vuole vederci chiaro sulle mosse del governo di Giuseppe Conte per fronteggiare l'emergenza covid 19. E ascolterà nei prossimi giorni il ministro della Salute, Roberto Speranza, e quello dell'Innovazione, Paola Pisano, sia per conoscere il contenuto del piano richiesto a gennaio che il governo avrebbe poi secretato sia per approfondire l'applicazione Immuni che dovrebbe accompagnarci nella fase 2 di riapertura dell'Italia dopo il lockdown.
Il Copasir chiede l'immediata acquisizione del documento segreto che, stando a quanto sostenuto dal direttore della programmazione sanitaria, Andrea Urbani, sarebbe di circa 55 pagine. L'esecutivo lo avrebbe redatto il 12 febbraio insieme con la prima task force sul coronavirus. Quello studio, nascosto quindi a una parte dei nostri servizi segreti e in particolare alle opposizioni parlamentari, non sarebbe stato divulgato per non «gettare nel panico la popolazione». Anche perché si ipotizzavano tra i 600.000 e gli 800.000 contagi e si documentava la carenza di posti letto in terapia intensiva.
A quanto pare si tratta di un testo fondamentale, perché avrebbe accompagnato le decisioni di tutto l'esecutivo durante questi due mesi di emergenza. Perché il Copasir che controlla l'operato dei nostri servizi ne era all'oscuro? A questa domanda potrebbe rispondere Gennaro Vecchione, numero uno del Dis, molto vicino al presidente del Consiglio, Conte: anche Vecchione sarà ascoltato a palazzo San Macuto.
Ieri il governatore lombardo Attilio Fontana ha detto senza mezzi termini che «il governo era al corrente dei rischi della pandemia ma li ha tenuti segreti. Sono rivelazioni gravissime: è la verità? L'Italia e la Lombardia hanno il diritto di sapere». Tra le audizioni è prevista quella del vicedirettore per la cybersicurezza della presidenza del Consiglio, Roberto Baldoni. Pisano e Baldoni avranno il compito di spiegare al Copasir come si è arrivati a scegliere la società Bending spoons per l'applicazione Immuni, come stabilito dal decreto della scorsa settimana firmato dal commissario Domenico Arcuri. L'affidamento è gratuito, ma come ha spesso detto Tim Cook, ceo di Apple, «se il servizio è gratis, il prodotto sei tu».
Dopo la formazione di una task force di 74 persone, ormai sciolta, negli ultimi giorni sono emersi un po' ovunque gli incroci societari dell'azienda milanese che produce applicazioni. Per di più è saltato fuori un collegamento con la Svizzera, perché Bending spoons fa parte di un consorzio non profit (Pepp-pt) appena costituito, con sede legale proprio al di là della Alpi e sotto vigilanza del governo di Berna. Di trasparenza ce n'è stata poca da parte del governo, tanto che anche i 74 hanno dovuto siglare un accordo di riservatezza. Tutto ruota intorno alla conservazione dei dati sanitari (i più sensibili) e l'anomizzazione degli stessi.
Il problema, quindi, saranno anche le eventuali correlazioni e incroci con i cosiddetti big data, l'oro del nuovo millennio. Siccome lo Stato italiano non ha un proprio data center nazionale, dove verranno staccati questi dati? Magari su cloud di società private all'estero? Non si conosce poi ancora il codice sorgente che nel decreto viene definito «aperto». Ma fino a questo momento di codici non se ne sono visti. Il garante della privacy, Antonello Soro, che ha ricordato che questi dati devono essere gestiti solo «da un'autorità pubblica, controllabile».
Non sarà semplice, data la rete di interessi intorno. La app sarà sviluppata da Bending spoon insieme con il centro medico Sant'Agostino di Luca Foresti e Jakala, società di marketing milanese dove vanta una quota (2,7%) il finanziere renziano Davide Serra. I renziani sono sempre stati sostenitori dei big data. Nel 2016 spuntò fuori un documento, anche questa volta segreto, con cui il governo Renzi stipulava un accordo con Ibm per il trattamento dei dati sanitari di circa 61 milioni di cittadini italiani. Ma questa è un'altra storia.
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Il 12 febbraio il dossier prevedeva «tra le 600.000 e le 800.000 vittime» se l'Italia non avesse chiuso in casa i cittadini. Ma il 23 a Bari si radunarono 40.000 persone per il Papa. C'era il presidente. Non c'era Giuseppe Conte...Il Comitato per la sicurezza chiede l'audizione del ministro della Salute, e quello dell'Innovazione, Paola Pisano. Intende approfondire lo studio segreto, oltre che i dubbi e gli incroci societari sull'app Immuni.Lo speciale contiene due articoli.Ci sono immagini che restano impresse, specie adesso che siamo tutti distanziati e con le mascherine. Immagini gioiose, come le 40.000 persone stipate in piazza Libertà, a Bari, per l'Angelus del papa a conclusione del sinodo «Mediterraneo, frontiera di pace». Era il 23 febbraio, ma sembra una vita fa. Il resoconto dell'Ansa alla fine di quella giornata ha un titolo che oggi sembra imbarazzante: «Messa Papa con 40.000, sconfitta psicosi coronavirus». Ma oggi sappiamo che a Roma c'era un uomo che deve aver sudato freddo, anche perché con Bergoglio c'era pure Sergio Mattarella. Quell'uomo è Roberto Speranza, ministro della Salute, che dal 12 febbraio aveva un rapporto segreto che ipotizzava già una tragedia da centinaia di migliaia di morti. E che è stato zitto, per non allarmare la nazione. «Quanti si aspettavano una piazza semivuota a causa di una psicosi da coronavirus sono stati smentiti», gioisce l'agenzia Ansa, perché «l'affetto per il Papa e la fede hanno sconfitto ogni paura e in 40.000 hanno atteso Francesco a Bari, dove ha celebrato la santa Messa […]. Nel capoluogo pugliese, per assistere alla celebrazione, è giunto anche il capo dello Stato, Sergio Mattarella. Avrebbe dovuto esserci anche il premier, Giuseppe Conte, che ha dovuto però rinunciare per impegni legati all'emergenza coronavirus». Almeno lui, ha evitato la passerella con folla oceanica solo 10 giorni prima di chiudere l'Italia.Dopo che è venuta fuori la storia del dossier segreto, dal ministero della Salute hanno precisato i tempi di questa vicenda. La richiesta di un'analisi sull'impatto dell'epidemia da Covid-19 porta la data del 22 gennaio. Il 12 febbraio arriva al Comitato tecnico scientifico una prima versione, poi aggiornata il 4 marzo. Tutti i lavori si sono svolti con la massima riservatezza. La relazione prevede anche uno scenario drammatico, ma dalla Salute sottolineano che «ancora il 14 febbraio l'Ecdc, l'Agenzia dell'Unione europea per la prevenzione e il controllo delle malattie dava come bassa la possibilità di diffusione del contagio in Europa. E in quel momento i contagi in Italia erano 3, tutti importati dalla Cina, e i casi in Europa erano 46. Le prime misure sono del 21 febbraio».Sappiamo che purtroppo è andata ben diversamente, con migliaia di morti ogni giorno, scandalosi ritardi su mascherine, ventilatori polmonari, test sierologici. Tra la fine di gennaio e la prima settimana di febbraio, il governo italiano blocca i voli con la Cina, ma solo quelli diretti, e si mettono i termoscanner negli aeroporti per misurare la febbre ai passeggeri. Peccato che fosse possibile tornate in Italia dalla Cina con qualunque triangolazione, via Parigi come da Francoforte, e che il Coronavirus stesse già girando in Lombardia da metà gennaio. Ora si scopre che quel rapporto commissionato il 22 gennaio dal ministero della Salute comprendeva un terzo scenario, con un tasso di contagiosità superiore a 2, che diceva chiaramente come vi sarebbero state «tra le 600.000 e le 800.000 vittime» se l'Italia non si fosse fermata, non avesse isolato le zone rosse e non avesse chiuso in casa i cittadini. Ieri, il direttore generale della Programmazione sanitaria, Andrea Urbani, ha detto al Corriere della Sera che il ministero non ci ha dormito sopra, ma semplicemente si è deciso di non rendere noto quello studio «per non gettare nel panico la popolazione». Il fatto è che non devono essere stati «gettati nel panico» anche le massime autorità. Immaginiamo il tormento del giovane ministro potentino, cresciuto nella disciplina del Pd-Pds, che con quei numeri terrificanti nella mente, applica alla lettera l'articolo 3 della Costituzione sull'eguaglianza di ognuno di noi davanti alla legge e si cuce la bocca con tutti. E così Mattarella porta in giro la sua rassicurante chioma paleodemocristiana per il Paese intero, inaugurando e presenziando, fino al 7 marzo, quando Giuseppe Conte chiude tutto. I sindaci delle città più colpite, a cominciare da Giorgio Gori a Bergamo e Beppe Sala a Milano, girano per le strade, stringono mani, senza mascherina. E il 7 marzo dev'essere stato terribile, per il riservatissimo Speranza, apprendere che anche l'amico Nicola Zingaretti era positivo al virus importato dalla Cina. Il premier Conte, invece, avrà annusato qualcosa e il 24 febbraio ha annullato una giornata in Romagna, tra Forlì, Ravenna e Cesena, in cui avrebbe dovuto inaugurare un po' di aziende del mondo delle cooperative bianche. O ha parlato con Speranza, o è stato ispirato da Padre Pio, del quale è devotissimo. Insomma, chissà se mai si saprà quante persone, ai vertici dello Stato, hanno letto quel maledetto rapporto di 55 pagine che dal 12 febbraio avvertiva di un'autentica tragedia collettiva in arrivo. Visto che per una ventina di giorni hanno tutti girato tranquilli come trottole, a cominciare dalla prima persona che andava protetta dal possibile contagio, ovvero Sergio Mattarella, immaginiamo che il compagno Speranza sia stato fieramente silente. Oppure che si sia confidato, al massimo, con l'amico Pier Luigi Bersani, che davanti a una birretta gli avrà detto: «No, ma dai Robertino, mica possiamo smacchiare i germi patogeni». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nascosto-anche-a-mattarella-il-piano-che-avvertiva-della-strage-in-arrivo-2645806896.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ora-il-copasir-vuole-saperne-di-piu" data-post-id="2645806896" data-published-at="1587580669" data-use-pagination="False"> Ora il Copasir vuole saperne di più Il Copasir presieduto dal leghista Raffaele Volpi vuole vederci chiaro sulle mosse del governo di Giuseppe Conte per fronteggiare l'emergenza covid 19. E ascolterà nei prossimi giorni il ministro della Salute, Roberto Speranza, e quello dell'Innovazione, Paola Pisano, sia per conoscere il contenuto del piano richiesto a gennaio che il governo avrebbe poi secretato sia per approfondire l'applicazione Immuni che dovrebbe accompagnarci nella fase 2 di riapertura dell'Italia dopo il lockdown. Il Copasir chiede l'immediata acquisizione del documento segreto che, stando a quanto sostenuto dal direttore della programmazione sanitaria, Andrea Urbani, sarebbe di circa 55 pagine. L'esecutivo lo avrebbe redatto il 12 febbraio insieme con la prima task force sul coronavirus. Quello studio, nascosto quindi a una parte dei nostri servizi segreti e in particolare alle opposizioni parlamentari, non sarebbe stato divulgato per non «gettare nel panico la popolazione». Anche perché si ipotizzavano tra i 600.000 e gli 800.000 contagi e si documentava la carenza di posti letto in terapia intensiva. A quanto pare si tratta di un testo fondamentale, perché avrebbe accompagnato le decisioni di tutto l'esecutivo durante questi due mesi di emergenza. Perché il Copasir che controlla l'operato dei nostri servizi ne era all'oscuro? A questa domanda potrebbe rispondere Gennaro Vecchione, numero uno del Dis, molto vicino al presidente del Consiglio, Conte: anche Vecchione sarà ascoltato a palazzo San Macuto. Ieri il governatore lombardo Attilio Fontana ha detto senza mezzi termini che «il governo era al corrente dei rischi della pandemia ma li ha tenuti segreti. Sono rivelazioni gravissime: è la verità? L'Italia e la Lombardia hanno il diritto di sapere». Tra le audizioni è prevista quella del vicedirettore per la cybersicurezza della presidenza del Consiglio, Roberto Baldoni. Pisano e Baldoni avranno il compito di spiegare al Copasir come si è arrivati a scegliere la società Bending spoons per l'applicazione Immuni, come stabilito dal decreto della scorsa settimana firmato dal commissario Domenico Arcuri. L'affidamento è gratuito, ma come ha spesso detto Tim Cook, ceo di Apple, «se il servizio è gratis, il prodotto sei tu». Dopo la formazione di una task force di 74 persone, ormai sciolta, negli ultimi giorni sono emersi un po' ovunque gli incroci societari dell'azienda milanese che produce applicazioni. Per di più è saltato fuori un collegamento con la Svizzera, perché Bending spoons fa parte di un consorzio non profit (Pepp-pt) appena costituito, con sede legale proprio al di là della Alpi e sotto vigilanza del governo di Berna. Di trasparenza ce n'è stata poca da parte del governo, tanto che anche i 74 hanno dovuto siglare un accordo di riservatezza. Tutto ruota intorno alla conservazione dei dati sanitari (i più sensibili) e l'anomizzazione degli stessi. Il problema, quindi, saranno anche le eventuali correlazioni e incroci con i cosiddetti big data, l'oro del nuovo millennio. Siccome lo Stato italiano non ha un proprio data center nazionale, dove verranno staccati questi dati? Magari su cloud di società private all'estero? Non si conosce poi ancora il codice sorgente che nel decreto viene definito «aperto». Ma fino a questo momento di codici non se ne sono visti. Il garante della privacy, Antonello Soro, che ha ricordato che questi dati devono essere gestiti solo «da un'autorità pubblica, controllabile». Non sarà semplice, data la rete di interessi intorno. La app sarà sviluppata da Bending spoon insieme con il centro medico Sant'Agostino di Luca Foresti e Jakala, società di marketing milanese dove vanta una quota (2,7%) il finanziere renziano Davide Serra. I renziani sono sempre stati sostenitori dei big data. Nel 2016 spuntò fuori un documento, anche questa volta segreto, con cui il governo Renzi stipulava un accordo con Ibm per il trattamento dei dati sanitari di circa 61 milioni di cittadini italiani. Ma questa è un'altra storia.
(Getty Images)
Dalla Farnesina fanno sapere che «tutti i partecipanti alla Flotilla sono in corso di trasferimento da Ketziot a Eilat per l’imbarco sui charter Turkish verso Istanbul».
Ecco cosa racconta Carotenuto. Il deputato mostra il braccialetto con il «numero di matricola», fatto indossare durante il fermo: «Io avevo il numero 147», dice. «A noi è andata bene perché altri sono stati torturati, anche le donne e le persone anziane. Qualcuno ha riportato fratture, altri erano bendati e ricevevano colpi in faccia. Ho sentito donne denunciare violenze sessuali. Sono molto provato, è stata un’esperienza terribile», riferisce il parlamentare al suo arrivo a Fiumicino. Con il parlamentare è atterrato in Italia anche l’inviato del Fatto Quotidiano, Alessandro Mantovani. «Quando ci hanno portati sul container», rivela ancora il deputato, «gli israeliani ci hanno detto: “Welcome to Israe” e ci hanno picchiato. A me hanno dato un pugno in un occhio e per un po’ non ci ho più visto. Molte persone sono state portate in infermeria, alcuni erano messi molto male. A un certo punto ci hanno chiamato, ci hanno fatto avanzare, ci hanno fatto voltare. Avevano i mitra spianati: è stato il momento peggiore della mia vita».
Poi il racconto della cattura: «Gli israeliani sono arrivati a tutta velocità alla nostra barca con tre motoscafi militari e un dispiego di forze impressionante. Ci hanno costretto a salire su gommoni e portati su una nave, dove ci hanno scaraventati a terra, bendati e legati. Ho le ginocchia frantumate, ci hanno messo su di una balaustra di un centimetro, di traverso, con le mani legate, per poi portarci su una nave-carcere. Ci hanno umiliati, facendoci spogliare per prendere freddo e poi per mandarci in un container, una panic room, dove, al buio, tre energumeni ci hanno picchiato».
Mantovani aggiunge: «Ci trovavamo sulla barca, a un certo punto ci hanno sparato addosso non so con quale tipo di proiettili per farci mettere tutti nella parte anteriore. Quindi ci hanno fatto sbarcare: ammanettati e con le caviglie incatenate. Sono stato anche spogliato e mi hanno tolto gli occhiali. Ci hanno anche preso a calci. Eravamo circa 180». Grazie a un telefono messo a disposizione dall’ambasciata italiana, Mantovani ha potuto contattare la famiglia.
Il ministro israeliano della Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, sorride soddisfatto: «Benvenuti in Israele, noi siamo i padroni di casa», dice in ebraico. Anche il ministro dei Trasporti, Miri Regev, li deride: «Attivisti ubriachi e drogati, sostenitori del terrorismo che tentano di violare la sovranità dello Stato d’Israele. Il loro posto è in carcere».
Ma le reazioni non si fanno attendere. Dopo le parole di sdegno del capo dello Stato, Sergio Mattarella, del premier Giorgia Meloni, che definisce questo comportamento «inaccettabile», e la convocazione dell’ambasciatore israeliano a Roma da parte del ministero degli Esteri, Antonio Tajani, lo stesso vicepremier ieri ha annunciato su X che «a nome del governo italiano ho formalmente chiesto all’Alto rappresentante Ue, Kaja Kallas, di includere nella prossima discussione dei ministri degli Esteri europei l’adozione di sanzioni contro il ministro Ben-Gvir “per la violazione dei più elementari diritti umani”». Sulla polemica dei biglietti aerei di ritorno degli attivisti Tajani taglia corto: «Così come potevano sono andati e così come potevano possono ritornare, non è quello il problema, non è lo Stato che deve pagare. Noi li abbiamo assistiti in tutti i modi possibili. Il problema è come sono stati trattati là».
La Procura di Roma ha anche aperto un’indagine acquisendo i video dove si vedono i partecipanti inginocchiati e derisi dal ministro Ben-Gvir. Il filmato finirà nel procedimento nel quale i magistrati allegheranno anche le audizioni dei 29 attivisti già rientrati in Italia che verranno ascoltati dagli inquirenti. Inoltre, il team legale della Flotilla ha presentato un esposto alla Procura di Roma in cui si ipotizza il reato di sequestro di persona.
L’ambasciatore israeliano a Roma, Jonathan Peled, cerca di mediare: «I fatti di ieri non rappresentano i principi e i valori d’Israele».
In tutto questo, la Farnesina fa sapere che negli ultimi due giorni l’Italia ha votato a favore di due risoluzioni sulle «condizioni sanitarie nel territorio palestinese occupato e nel Golan siriano», adottate a Ginevra durante la 79ª Assemblea Mondiale della Sanità. Quel che si chiede all’Oms è di sostenere il sistema sanitario palestinese, rivolgendo un appello a Israele affinché garantisca le operazioni umanitarie e protegga medici e infermieri.
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Ansa
Una serie centrata sulle storie delle persone, sui loro disagi e sul desiderio spesso acerbo e contraddittorio di paternità e maternità, tanto più quando alle spalle non ci sono legami profondi e coppie reali. Non è una passeggiata evitare il tranello manicheo di dividere i due (o più) sessi in buono e tossico. E non lo è nemmeno evitare di buttarla platealmente contro il governo delle destre, causa di tutti i mali, sebbene non si risparmi un generico passaggio sulla provenienza di molti pazienti italiani «da un Paese arretrato».
S’intitola In utero lo show in otto episodi su Hbo Max - rilasciati finora i primi due, uno a settimana - prodotta da Cattleya di Riccardo Tozzi e Paramount+ che doveva anche distribuirla ma l’ha tenuta ferma, cedendola infine alla piattaforma di Warner bros Discovery. Chissà, forse a causa del tema scabroso, trattato in modo non mainstream, come automaticamente ci si aspetta quando si parla di gestazione per altri o di gay aspiranti padri e madri. Certamente i sacerdoti della critica diranno che su questi argomenti è facile cedere al ricatto del contenuto. Ed è, effettivamente, un rischio che si può correre volentieri e in modo consapevole. In ogni caso, dal punto di vista estetico, è una serie creata da Margaret Mazzantini, scritta da Enrico Audenino, Teresa Gelli, Vanessa Picciarelli, diretta da Maria Sole Tognazzi e Nicola Sorcinelli e sostenuta da un cast in ottima forma. Tutti insieme mostrano di padroneggiare le sfumature del racconto oltre le trappole dell’ovvio, intarsiandolo di buoni dialoghi e screziature non banali, dalle parti sentimentali ai rapporti tormentati per la loro diversità e la sofferenza delle fecondità complicate, fino ai complessi snodi medico-scientifici. Una serie coraggiosa nell’avventurarsi oltre il medical drama, sui temi etici e dei diritti ma, come detto, sverniciandoli dell’enfasi Lgbtq+.
Al posto dei commissariati di polizia, delle agenzie dei servizi segreti e delle corsie d’ospedale, qui siamo in una clinica moderna ben arredata e intonata all’empatia, indispensabile per trattare con i pazienti che non devono essere chiamati clienti. Alla Creatividad di Barcellona, amministrata dalla pragmatica Teresa (Maria Pia Calzone), suo marito, il direttore sanitario Ruggero Gentile (Sergio Castellitto), si occupa del percorso delle coppie con l’aiuto dell’embriologo Angelo Salemi (Alessio Fiorenza), un trans uomo tendente a credere nei meriti della scienza («sì, la scienza, la scienza…», borbotta Gentile) e il sostegno dell’assistente ai pazienti Dora (Thony).
In questa clinica s’infila la sensibilità della Mazzantini e degli sceneggiatori per raccontare i «travagli» di persone colte in momenti di fragilità e di conflitto. Compreso quello tra marito e moglie, fondatori della Creatividad che combatte in tutti i modi la sterilità e che, paradossalmente, non hanno figli. Per di più, adesso, l’azienda comincia ad avere problemi di sostenibilità economica. Cerchiamo dei nuovi soci, propone lei al compagno riluttante. Ma quando gli presenta gli emissari di un gruppo olandese, Gentile dimentica la sua abituale empatia: «Io non finisco la mia carriera obbedendo alle case farmaceutiche. Ricordatelo». L’uomo è accentratore, votato alla professione, determinato a «fare felici tutti». Anche a costo di non essere totalmente trasparente. Quando arriva la richiesta di una «figlia della clinica» malata di leucemia che vuole trovare il donatore del seme per capire se è compatibile con il trapianto di midollo, il pathos prende a lievitare. Il donatore è lui stesso, ma la legge stabilisce che resti anonimo. Persino sua moglie ne è all’oscuro. Quanto a lui certi paletti cominciano a stargli stretti. Certi colloqui con i pazienti più determinati lo turbano. Alcuni principi, però, li ha chiari in mente. Alla ragazza lesbica che avanza pretese e non si mette in gioco ora che si scopre che la compagna non può essere madre, Gentile dice: «I figli sono un desiderio. Non sono né un diritto né un dovere. Non torni qui». Poi c’è la storia del trans e della sua relazione che scricchiola. Meglio distrarsi con Dora, siciliana come lui. Che, però, quando si accorge della sua transizione, ha un comprensibile momento di smarrimento. «Si sarà sentito umiliato e rifiutato, lasciatelo dire a me che sono gay», commenta l’avventura senza lieto fine il compagno di appartamento. E l’altra inquilina: «E che c’entra? Sono stata rifiutata anch’io che sono etero». Insomma, niente luoghi comuni e comode formule vittimistiche in questa storia. Con i tempi che corrono nella serialità, è un buon risultato, come lo è il trattamento problematico del diritto alla genitorialità a tutti i costi e, per esempio, finora, non c’è nessuno che consideri il piano B dell’adozione. Si aspetta la conferma del rinnovo per la seconda stagione. Ma sarebbe già cosa buona che una serie così trovasse una visibilità diversa da quella avuta da Portobello di Marco Bellocchio, sempre di Hbo Max, forse poco promossa a causa dell’imminenza del referendum sulla giustizia.
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La Corea del Sud ha messo a segno una performance che definire «stratosferica» è riduttivo. Il Kospi, l’indice azionario principale coreano, ha guadagnato l’85,6% in un anno, e c’è chi fra i pessimisti lo vede gigante dai piedi d’argilla, o meglio, di silicio. Oltre il 40% della capitalizzazione di mercato è infatti appeso al destino di due soli titoli: Samsung Electronics e SK Hynix. «Certo siamo di fronte a una concentrazione del rischio senza precedenti», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Samsung che ha corso del +394% e SK Hynix del +800% in un anno. Questi non sono più semplici titoli azionari, sono diventati dei proxy dell’intelligenza artificiale globale. Il mercato sta scommettendo che la domanda di memorie Hbm (High Bandwidth Memory) non finirà mai anche se la storia insegna che il settore dei semiconduttori è ciclico per natura».
Ma c’è un altro motore che spinge Seul: la leva finanziaria. In Corea, i piccoli risparmiatori, soprannominati gaemi (formiche), stanno invadendo il mercato finanziando gli acquisti con il debito. I prestiti a margine hanno superato i 34 trilioni di won. Dall’altra parte del Mar del Giappone, il Nikkei ha toccato il massimo storico di 63.272 punti negli scorsi giorni. Qui la narrazione non è molto diversa: riforme della governance, trasparenza e l’emersione del valore dei vecchi conglomerati. Ma attenzione ai rendimenti: per l’investitore europeo, la valuta è stata la variabile discriminante.
«Il Giappone del 2026 è un mercato a due velocità» sottolinea sempre Gaziano, «dove chi ha investito con copertura del cambio (Eur Hedged) ha portato a casa rendimenti eccezionali, come il +137% del WisdomTree Japan. Chi invece è rimasto esposto allo Yen ha visto i propri guadagni falcidiati dalla svalutazione della moneta nipponica».
Nonostante la guerra in Medio Oriente, Giappone e Corea (nella storia non certo sempre amici) hanno sorpreso tutti non affondando sotto il peso del caro-petrolio. Fra le mosse messe in campo da queste nazioni anche una «diplomazia pragmatica» che sta portando in queste settimane alla creazione di una riserva petrolifera comune tra il premier nipponico Takaichi e il presidente coreano Lee Jae Myung per una riserva energetica comune per ridurre la dipendenza diretta dallo Stretto di Hormuz. «Titoli come Toyota, pur stimando cali di profitto per i costi delle materie prime, restano pilastri che il mercato non vuole mollare, grazie a bilanci che finalmente iniziano a premiare gli azionisti con dividendi e buyback», conclude l’esperto.
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Il presidente di Anafe Umberto Roccatti
Agli Stati Generali Adm il presidente Umberto Roccatti attacca le riforme europee su accise e liquidi aromatizzati: «Aumenti fino al 200%, così si favoriscono contrabbando online e mercato illegale». Nel mirino le direttive Ted e Tpd.
Le nuove strette europee sul vaping rischiano di mettere in crisi un settore che in Italia vale circa un miliardo di euro e occupa 50 mila persone. L’allarme arriva da Umberto Roccatti, intervenuto agli Stati Generali dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, dove ha criticato duramente le imminenti revisioni europee delle direttive Ted e Tpd.
Secondo il presidente di Anafe Confindustria, le proposte allo studio a Bruxelles rischiano di produrre un effetto opposto rispetto agli obiettivi dichiarati: meno gettito fiscale, crescita del mercato illegale e difficoltà sempre maggiori per le imprese regolari.
Nel mirino c’è soprattutto la revisione della direttiva Ted sulle accise. Roccatti parla di aumenti «insostenibili» per aziende e consumatori: oltre il 100% per i prodotti con nicotina e circa il 200% per quelli senza. Una stretta che, secondo Anafe, potrebbe riportare il settore alla situazione vissuta nel 2014, quando l’introduzione di una tassazione giudicata eccessiva provocò il crollo del mercato legale.
Il presidente dell’associazione ricorda che allora lo Stato incassò appena 3 milioni di euro contro i 107 previsti e che migliaia di piccole imprese furono costrette a chiudere, mentre gran parte del mercato finì nel contrabbando. Solo dal 2018, sostiene Anafe, il comparto avrebbe ritrovato una certa stabilità grazie a incrementi fiscali più graduali.
L’altra grande preoccupazione riguarda invece la possibile revisione della direttiva Tpd e il cosiddetto «flavour ban», cioè il divieto dei liquidi aromatizzati. Per Roccatti si tratterebbe di una misura «ideologica», destinata a colpire uno degli elementi centrali dei prodotti alternativi alle sigarette tradizionali. Secondo Anafe, gli aromi rappresentano infatti uno strumento importante per i fumatori adulti che cercano di abbandonare il tabacco classico. L’associazione sostiene inoltre che il divieto non risolverebbe il problema dell’accesso dei minori, già regolato da norme e sanzioni esistenti, mentre rischierebbe di far crollare il gettito fiscale legato al settore.
Nel suo intervento agli Stati Generali Adm, Roccatti ha poi puntato il dito contro il commercio illegale online. Il presidente di Anafe ha parlato di un vero e proprio «Far West digitale», alimentato soprattutto da vendite sui social network e da siti esteri che operano all’interno dell’Unione europea aggirando controlli e dogane.Da qui la richiesta al governo italiano di difendere il comparto nei tavoli europei e di concentrare maggiormente i controlli sui canali illegali, evitando – sostiene l’associazione – di scaricare n uovi oneri burocratici soltanto sugli operatori regolari presenti sul territorio.
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