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2018-04-20
Muro Forza Italia: ok, ma Salvini premier. Mattarella pronto a dare altro tempo
ANSA
Quaranta a trenta, sembra una partita a tennis sulla terra rossa, lenta e con tante smorzate. Matteo Salvini parla di unico accordo possibile fra chi ha vinto le elezioni, Luigi Di Maio pone il veto su Silvio Berlusconi. Salvini ribatte con la proposta del programma alla tedesca, Di Maio accetta, ma non vuole Forza Italia nel governo, bensì in appoggio esterno. Non c'è neppure il tempo di vedere la palla volare oltre la rete che da Palazzo Grazioli arriva una nota: «Ennesima prova di immaturità a danno degli italiani». E Giovanni Toti schiaccia: «Potrebbe esserci appoggio esterno solo se il premier fosse Salvini». Il quale abbozza, ovviamente è disponibile «a metterci la faccia». Time out.
La grande illusione è durata un pomeriggio. «Ripartiamo dai programmi, su quelli noi possiamo dare un governo al Paese. Programmi e non posti, il modo migliore per salvaguardare lo spirito del 4 marzo. Sono ottimista, ci sono segnali di novità». Salvini era stato chiaro e positivo nei confronti del Movimento 5 stelle: parole di velluto per dare un'accelerazione forte all'unica maggioranza credibile uscita dalle urne che hanno decretato la disfatta delle sinistre. A sera, dopo un rovello da Innominato e dopo avere fatto i conti con una base che lascia margini di manovra risicati, Di Maio non ha detto no, ma neppure è riuscito a dire di sì. Si è fermato sulla soglia, non vuole Berlusconi e Giorgia Meloni nell'esecutivo, ribadisce che devono stare fuori. Però per la prima volta afferma: «Siamo disposti a considerare non ostile la presenza di Forza Italia e Fratelli d'Italia. Nulla si chiude». Traduzione dal politichese, imparato in fretta dal giovane leader partenopeo: se il Cavaliere accetta l'appoggio esterno, a noi va bene.
Salvini sperava in qualcosa di meglio, la sterzata che immaginava non è avvenuta. Sa che offrire di nuovo la palla a Berlusconi significa rischiare azzardi da giocoliere. Eppure questa volta c'erano i presupposti per dare un senso alle lunghe trattative (47 giorni, ancora pochi se paragonati al record di Giuliano Amato con 82) e concretizzare un percorso impervio, disseminato di veti incrociati e trappole. Quando è uscito dal colloquio con la presidente del Senato, Elisabetta Alberti Casellati, Salvini sembrava sereno. Centrodestra unito, discorso unitario, Berlusconi silente guardato a vista dalla Meloni pronta a incenerirlo: la fotografia è stata ben diversa rispetto al presepe pazzo di una settimana fa al Quirinale. Questa volta il leader di Forza Italia ha palesemente taciuto, è rimasto immobile mentre Salvini parlava, ha tenuto le mani giunte per soffocare l'impulso di dirigere la banda. Era una sfinge che pregava in silenzio.
«Vogliamo un governo che rappresenti il voto degli italiani, un accordo solido fra i primi e i secondi usciti dalle elezioni che superi veti assurdi. Confidiamo che chi viene dopo di noi (e si riferiva a Di Maio, ndr) accetti di sedersi parlando di programmi e non di posti. Sono ottimista che la prossima settimana si possa concretizzare il lavoro svolto», aveva detto il leader della Lega, che più tardi con i giornalisti era andato via di metafora: «Ieri siamo usciti con gli schiaffoni, oggi invece siamo usciti con i sorrisi. Metà dell'opera l'abbiamo fatta, l'altra metà la facciamo settimana prossima. Si parli di programmi e non di posti. Noi siamo disponibilissimi a farlo, come Di Maio chiede da tempo. Sono fiducioso che il Movimento 5 stelle accetti finalmente di sedersi al tavolo senza veti e parlare di pensioni, lavoro, fisco, scuola, riforma della giustizia».
Tutto molto concreto, tutto molto produttivo, ma per ora la maggioranza non c'è e il confronto fra minoranze non accenna a dare frutti. La pallina da tennis ora è in bilico fra una Lega che ha onestamente fatto di tutto per spianare la strada a un accordo e Forza Italia che chiede garanzie per il suo ruolo di convitato di pietra. Berlusconi non è abituato a non comparire, a rinunciare alle sue prerogative, a non sedersi ai tavoli che contano, a gestire nell'ombra un potere impalpabile. Non si fida, teme trappole. «E un appoggio esterno a un governo a trazione 5 stelle gli sembra una sconfitta», spiega un colonnello del partito azzurro. «Sarà molto difficile convincerlo, lui aspetta una legittimazione, che non può avvenire se lo si lascia fuori da tutto. Stiamo parlando di Berlusconi, il più significativo leader degli ultimi 25 anni. Non stiamo parlando di un boiardo della Prima Repubblica».
Il governo era a un passo, poi tutto è tornato in gioco. Il centrodestra si conferma unito, fin troppo per i gusti di Di Maio e anche per alcuni parlamentari del Carroccio ormai pronti a ridiscutere gli accordi con Forza Italia. Però Salvini non cede, l'alleanza con Berlusconi suggellata da una stretta di mano davanti agli italiani, per lui è un punto d'onore irrinunciabile. E, se lo stallo dovesse protrarsi, si dice pronto a forzare: «Il Paese è stanco di aspettare, se serve scendo in campo».
Ora comunque tutto passa di nuovo dalla scrivania del presidente Sergio Mattarella, che dovrà decidere se questo spiraglio, questo governo a due con appoggio esterno di Forza Italia e Fratelli d'Italia ha un senso. Berlusconi ha già risposto, ha già definito quella dei 5 stelle «l'ennesima prova di immaturità davanti al Paese». Ora il cerino acceso in mano non ce l'ha solo lui, ce l'hanno tutti.
Mattarella pronto a dare altro tempo. Avanza l'ipotesi del terzo uomo
Anche i democristiani doc possono perdere la pazienza, ma il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ne ha da vendere. Stamani, quando il presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, gli riferirà l'esito delle consultazioni di ieri con centrodestra e M5s, non dirà certamente di no alla richiesta di qualche altro giorno di tempo. Oggi, stando a quanto previsto dal mandato ricevuto da Mattarella, la Casellati avrebbe dovuto riferire al capo dello Stato l'esito della sua esplorazione, che ha come unica missione quella di verificare la possibilità di un'intesa M5s-centrodestra. Possibilità che, dopo le timide ma significative aperture incrociate di ieri, sembra esserci.
Dunque, con ogni probabilità, Mattarella prolungherà il mandato alla Casellati, che tra l'altro ieri alcune fonti indicavano come possibile «nome terzo» per palazzo Chigi se il centrodestra e il M5s usciranno dallo stallo (un altro nome sempre caldo è quello del docente universitario Giacinto Della Cananea, incaricato da Luigi Di Maio di incrociare i programmi elettorali di M5s, Lega e Pd per verificare eventuali convergenze). Quello che però Mattarella sa benissimo, è che Forza Italia e Fdi accetterebbero un appoggio esterno soltanto nel caso in cui il premier del governo M5s-centrodestra fosse Matteo Salvini, e che questa condizione, per i grillini, è inaccettabile. Dunque il capo dello Stato accorderà, salvo imprevisti, qualche altro giorno di tempo ai «ragazzi» (così i consiglieri del Colle chiamano Di Maio e Salvini), ben sapendo però che questa lunghissima telenovela dovrà pur concludersi. Mattarella sa anche che Di Maio, in realtà, ha bisogno di tempo per fronteggiare i fortissimi dissensi interni: la base del M5s non ne può più di questa trattativa. L'ala ortodossa che fa capo a Roberto Fico e Alessandro Di Battista non vede l'ora che Giggino da Pomigliano d'Arco prenda atto della cruda realtà dei numeri: il 32% non basta per diventare presidente del Consiglio. Non solo: all'interno del M5s in molti sospettano che Di Maio penda eccessivamente dalle labbra di Salvini, e lamentano che il movimento sia ormai «eterodiretto» dalla Lega.Intanto ieri, tra i fedelissimi di Berlusconi, si davano per quasi certe nuove elezioni a ottobre e circolava una battuta: «Non fate mutui sullo stipendio, che tra sei mesi si torna a votare».
In sostanza, Mattarella continuerà a pazientare, ma non certo all'infinito, prima di archiviare l'ipotesi di un governo centrodestra-M5s e procedere alla verifica delle altre due soluzioni possibili. Nell'arco della prossima settimana, Mattarella tirerà le somme del lavoro della Casellati e procederà, se l'accordo dovesse naufragare, ad assegnare un mandato esplorativo per verificare la possibilità di un governo Pd-M5s, ipotesi esclusa anche ieri da Matteo Renzi ma che ingolosisce molti dem. Se neanche questa ipotesi fosse praticabile, Mattarella procederebbe all'esplorazione della terza ipotesi: una maggioranza centrodestra-Pd, esclusa fino ad ora da Salvini ma assai gradita a Berlusconi e (dicono) allo stesso Renzi.
Infine, se tutte le strade si dimostrassero impercorribili, si andrebbe spediti verso un «governo del presidente» che avrebbe un respiro di circa sei mesi, consentirebbe all'Italia di affrontare le scadenze europee e dovrebbe modificare la legge elettorale inserendo un premio di maggioranza, in modo tale da evitare che si possa ripetere in futuro una situazione d'incertezza come quella prodotta dal Rosatellum. Chi sosterrebbe questo governo? M5s e Lega accetterebbero di farne parte? Mattarella è sicuro di sì. In particolare, il capo dello Stato in queste settimane ha apprezzato lo stile istituzionale di Di Maio, e ha motivo di credere che il M5s non si sottrarrebbe a una chiamata alla responsabilità pur di lucrare consensi in più in chiave elettorale. La preoccupazione del capo dello Stato è quella di un prolungarsi dello stallo a causa degli egoismi delle sin gole forze politiche, e quindi i «tempi supplementari» chiesti da Salvini e Di Maio saranno concessi, ma saranno brevi. L'urgenza di dare un governo stabile all'Italia è la principale preoccupazione del Quirinale, che non è certamente favorevole a un ritorno alle urne a breve, ma che non esclude certo di dover sciogliere le Camere subito dopo l'estate se l'instabilità scaturita dalle elezioni del 4 marzo scorso si dimostrasse strutturale e non contingente.
Carlo Tarallo
Di Maio si accorge che può sparire e apre all'intesa con il centrodestra
Di nuovo, c'è che questa volta Luigi Di Maio non lancia ultimatum a Matteo Salvini, ma gli propone una trattativa a due, secca, senza intermediari e soprattutto senza Silvio Berlusconi e senza la povera Giorgia Meloni, che finisce in mezzo alla fatwa grillina contro Arcore. Ma la strada, anche se aperta, resta tutta in salita. Nonostante il fatto che M5s abbia implicitamente accettato l'appoggio esterno di Forza Italia non vada sottovalutato. Ma sono gli stessi vertici di M5s a essere pessimisti. «Abbiamo posto due condizioni: solo Salvini al tavolo e Di Maio premier. Una ce la faranno rimangiare di sicuro», spiega una delle persone più vicine al candidato premier. E naturalmente, «non se ne parla neppure». Insomma, il famoso secondo forno, quello della trattativa con il Pd, è spento ma non è chiuso.
D'altronde in casa pentastellata è stata un'altra giornata contrassegnata da una preoccupazione costante: non farsi dividere ed evitare le trappole. La compattezza è quella messa a dura prova dal Pd renziano, che manda a dire, nei colloqui da buvette al Senato, che «se ritirate Di Maio, si può anche parlare». Con Roberto Fico o, meglio, con un Raffaele Cantone come premier. Un'offerta respinta in poche ore. Pare che sia stato lo stesso presidente della Camera a sgomberare il campo da ogni possibile incomprensione o ambiguità, garantendo a Di Maio che non si farà usare per bruciarlo. «Tentano di farci levare dal centro del campo un uomo che ha preso 11 milioni di voti e per il quale ci siamo spaccati tutta la schiena», spiega un senatore dei più esperti. Ma poi c'è anche la diffidenza.
L'enorme diffidenza di un Movimento che tende fin dal suo inizio a vedere nemici ovunque. Perché al di là della simpatia e del rispetto personali per Elisabetta Casellati, il presidente del Senato scelto da Sergio Mattarella come primo esploratore, la verità è che né Beppe Grillo, né Davide Casaleggio, né Di Maio si fidano di lei. Pensano che non abbia vera autonomia rispetto ai desiderata di Arcore e forse è anche per questo che, con una punta di sadismo, ieri sera la delegazione del Movimento, formata da Di Maio, Giulia Grillo e Danilo Toninelli, si è divertita con l'avvocata padovana a infierire sul capo di Forza Italia, dipinto sempre, per non mancargli di rispetto sul fronte della fedina penale, come una specie di «burosauro», un ottantenne che «ha già provato a cambiare l'Italia e non solo non c'è riuscito, ma a momenti la mandava in bancarotta».
La base grillina, del resto, non ha proprio dubbi. La sinistra è praticamente morta, ma l'antiberlusconismo è in gran forma e sembra aver traslocato armi e bagagli sotto le insegne dei 5 stelle. Bastava guardare la diretta internet delle consultazioni sulle pagine Facebook di Di Maio o di Paola Taverna per leggere una ininterrotta sequenza di insulti al Cavaliere, intervallati dal terrore che lì dentro, a Palazzo Giustiniani, la Casellati stesse facendo digerire la presenza di Berlusconi nel primo governo Di Maio. E invece non sarà così, almeno formalmente. Quando, dopo un'ora abbondante di colloquio, «Luigino» esce a parlare con i giornalisti, la notizia è che rilancia rispetto all'apertura di Matteo Salvini e questa volta non gli mette fretta. Tanto, ormai, siamo quasi arrivati a domenica e a quell'ultima prova di forza elettorale, sul piano locale, che il leader del Carroccio vuole sventolare in faccia all'«alleato» Berlusconi. Il candidato di M5s racconta che con Salvini «c'è disponibilità a trattare e ce la stiamo mettendo tutta.
Ma è anche vero che noi oltre certi limiti non possiamo andare». E questi limiti sono presto detti: «Saremmo anche disposti ad accettare l'idea del sostegno di Forza Italia a quel governo, ma è chiaro che l'interlocuzione deve avvenire tra noi due», spiega Di Maio. Il quale non ha nessuna voglia di sedersi al tavolo con il Cavaliere e, per non fare ingiustizie e non sembrare più quello che mette dei veti personali, lascia fuori dalla porta anche l'incolpevole Giorgia Meloni e la sua Fdi, contro cui, invece, il Movimento non ha nulla in particolare. Insomma, la linea dei 5 stelle è che la formazione del governo deve sfociare in un contratto e che quel contratto va firmato solo da due persone, senza inutili e complicate trattative. Di Maio è probabilmente troppo giovane per rendersi conto che questo modo di procedere iper-aziendale e di stampo privatistico è esattamente la «cultura» che l'odiato Berlusconi ha provato a portare in politica. Ma non sono i giorni delle sottigliezze. Conta solo fare in fretta e schivare le trappole che possono far perdere voti in un ipotetico ritorno alle urne in tempi ravvicinati. Del resto, l'hashtag di Salvini per questa fase è «andiamoagovernare».
Punto. Nulla di più condivisibile da parte di Di Maio e di un popolo grillino che sente la vicinanza a un traguardo storico. Ma l'ottimismo, quello, ancora non c'è. I capi del Movimento sono convinti che la trattativa con la Lega sarà dura: «Noi chiediamo due cose, loro ce ne daranno una». Tradotto, o M5s rinuncia a Di Maio premier (di qui le voci che possa accettare di fare il vice e basta) oppure dovrà ingoiare la presenza di ministri berlusconiani. Ed entrambe le ipotesi sono ritenute inaccettabili. Anche se non è da escludere che alla fine Salvini e Di Maio si accontentino di fare i vice di un premier terzo. Nel caso sfumasse la trattativa a quattr'occhi con il Carroccio, Di Maio è pronto a tuffarsi con un ricco alibi (la base odia il Pd, avendolo magari a anche votato) sul centrosinistra. Ieri Toninelli ha fatto cadere anche la «pregiudiziale Renzi», spiegando che «se c'è un contratto e c'è un accordo con il Pd, ci importa poco che l'ex segretario ci sia o meno».
Francesco Bonazzi
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Silvio Berlusconi stavolta si contiene e non attacca i grillini. Però davanti all'apertura da parte del M5s gli azzurri alzano il prezzo: niente veti, l'incarico vada al Carroccio. Dura anche la leader di Fdi, Giorgia Meloni. Il segretario della Lega, Matteo Salvini: «Se serve, scendo in campo».Oggi Elisabetta Alberti Casellati al Colle, il capo dello Stato aspetterà qualche giorno.Lo spettro di un incarico a Roberto Fico ammorbidisce il leader pentastellato. Lo speciale contiene tre articoli.Quaranta a trenta, sembra una partita a tennis sulla terra rossa, lenta e con tante smorzate. Matteo Salvini parla di unico accordo possibile fra chi ha vinto le elezioni, Luigi Di Maio pone il veto su Silvio Berlusconi. Salvini ribatte con la proposta del programma alla tedesca, Di Maio accetta, ma non vuole Forza Italia nel governo, bensì in appoggio esterno. Non c'è neppure il tempo di vedere la palla volare oltre la rete che da Palazzo Grazioli arriva una nota: «Ennesima prova di immaturità a danno degli italiani». E Giovanni Toti schiaccia: «Potrebbe esserci appoggio esterno solo se il premier fosse Salvini». Il quale abbozza, ovviamente è disponibile «a metterci la faccia». Time out.La grande illusione è durata un pomeriggio. «Ripartiamo dai programmi, su quelli noi possiamo dare un governo al Paese. Programmi e non posti, il modo migliore per salvaguardare lo spirito del 4 marzo. Sono ottimista, ci sono segnali di novità». Salvini era stato chiaro e positivo nei confronti del Movimento 5 stelle: parole di velluto per dare un'accelerazione forte all'unica maggioranza credibile uscita dalle urne che hanno decretato la disfatta delle sinistre. A sera, dopo un rovello da Innominato e dopo avere fatto i conti con una base che lascia margini di manovra risicati, Di Maio non ha detto no, ma neppure è riuscito a dire di sì. Si è fermato sulla soglia, non vuole Berlusconi e Giorgia Meloni nell'esecutivo, ribadisce che devono stare fuori. Però per la prima volta afferma: «Siamo disposti a considerare non ostile la presenza di Forza Italia e Fratelli d'Italia. Nulla si chiude». Traduzione dal politichese, imparato in fretta dal giovane leader partenopeo: se il Cavaliere accetta l'appoggio esterno, a noi va bene.Salvini sperava in qualcosa di meglio, la sterzata che immaginava non è avvenuta. Sa che offrire di nuovo la palla a Berlusconi significa rischiare azzardi da giocoliere. Eppure questa volta c'erano i presupposti per dare un senso alle lunghe trattative (47 giorni, ancora pochi se paragonati al record di Giuliano Amato con 82) e concretizzare un percorso impervio, disseminato di veti incrociati e trappole. Quando è uscito dal colloquio con la presidente del Senato, Elisabetta Alberti Casellati, Salvini sembrava sereno. Centrodestra unito, discorso unitario, Berlusconi silente guardato a vista dalla Meloni pronta a incenerirlo: la fotografia è stata ben diversa rispetto al presepe pazzo di una settimana fa al Quirinale. Questa volta il leader di Forza Italia ha palesemente taciuto, è rimasto immobile mentre Salvini parlava, ha tenuto le mani giunte per soffocare l'impulso di dirigere la banda. Era una sfinge che pregava in silenzio.«Vogliamo un governo che rappresenti il voto degli italiani, un accordo solido fra i primi e i secondi usciti dalle elezioni che superi veti assurdi. Confidiamo che chi viene dopo di noi (e si riferiva a Di Maio, ndr) accetti di sedersi parlando di programmi e non di posti. Sono ottimista che la prossima settimana si possa concretizzare il lavoro svolto», aveva detto il leader della Lega, che più tardi con i giornalisti era andato via di metafora: «Ieri siamo usciti con gli schiaffoni, oggi invece siamo usciti con i sorrisi. Metà dell'opera l'abbiamo fatta, l'altra metà la facciamo settimana prossima. Si parli di programmi e non di posti. Noi siamo disponibilissimi a farlo, come Di Maio chiede da tempo. Sono fiducioso che il Movimento 5 stelle accetti finalmente di sedersi al tavolo senza veti e parlare di pensioni, lavoro, fisco, scuola, riforma della giustizia».Tutto molto concreto, tutto molto produttivo, ma per ora la maggioranza non c'è e il confronto fra minoranze non accenna a dare frutti. La pallina da tennis ora è in bilico fra una Lega che ha onestamente fatto di tutto per spianare la strada a un accordo e Forza Italia che chiede garanzie per il suo ruolo di convitato di pietra. Berlusconi non è abituato a non comparire, a rinunciare alle sue prerogative, a non sedersi ai tavoli che contano, a gestire nell'ombra un potere impalpabile. Non si fida, teme trappole. «E un appoggio esterno a un governo a trazione 5 stelle gli sembra una sconfitta», spiega un colonnello del partito azzurro. «Sarà molto difficile convincerlo, lui aspetta una legittimazione, che non può avvenire se lo si lascia fuori da tutto. Stiamo parlando di Berlusconi, il più significativo leader degli ultimi 25 anni. Non stiamo parlando di un boiardo della Prima Repubblica».Il governo era a un passo, poi tutto è tornato in gioco. Il centrodestra si conferma unito, fin troppo per i gusti di Di Maio e anche per alcuni parlamentari del Carroccio ormai pronti a ridiscutere gli accordi con Forza Italia. Però Salvini non cede, l'alleanza con Berlusconi suggellata da una stretta di mano davanti agli italiani, per lui è un punto d'onore irrinunciabile. E, se lo stallo dovesse protrarsi, si dice pronto a forzare: «Il Paese è stanco di aspettare, se serve scendo in campo». Ora comunque tutto passa di nuovo dalla scrivania del presidente Sergio Mattarella, che dovrà decidere se questo spiraglio, questo governo a due con appoggio esterno di Forza Italia e Fratelli d'Italia ha un senso. Berlusconi ha già risposto, ha già definito quella dei 5 stelle «l'ennesima prova di immaturità davanti al Paese». Ora il cerino acceso in mano non ce l'ha solo lui, ce l'hanno tutti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/muro-forza-italia-ok-ma-salvini-premier-2561550524.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mattarella-pronto-a-dare-altro-tempo-avanza-lipotesi-del-terzo-uomo" data-post-id="2561550524" data-published-at="1779092295" data-use-pagination="False"> Mattarella pronto a dare altro tempo. Avanza l'ipotesi del terzo uomo Anche i democristiani doc possono perdere la pazienza, ma il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ne ha da vendere. 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Dunque, con ogni probabilità, Mattarella prolungherà il mandato alla Casellati, che tra l'altro ieri alcune fonti indicavano come possibile «nome terzo» per palazzo Chigi se il centrodestra e il M5s usciranno dallo stallo (un altro nome sempre caldo è quello del docente universitario Giacinto Della Cananea, incaricato da Luigi Di Maio di incrociare i programmi elettorali di M5s, Lega e Pd per verificare eventuali convergenze). Quello che però Mattarella sa benissimo, è che Forza Italia e Fdi accetterebbero un appoggio esterno soltanto nel caso in cui il premier del governo M5s-centrodestra fosse Matteo Salvini, e che questa condizione, per i grillini, è inaccettabile. Dunque il capo dello Stato accorderà, salvo imprevisti, qualche altro giorno di tempo ai «ragazzi» (così i consiglieri del Colle chiamano Di Maio e Salvini), ben sapendo però che questa lunghissima telenovela dovrà pur concludersi. Mattarella sa anche che Di Maio, in realtà, ha bisogno di tempo per fronteggiare i fortissimi dissensi interni: la base del M5s non ne può più di questa trattativa. L'ala ortodossa che fa capo a Roberto Fico e Alessandro Di Battista non vede l'ora che Giggino da Pomigliano d'Arco prenda atto della cruda realtà dei numeri: il 32% non basta per diventare presidente del Consiglio. Non solo: all'interno del M5s in molti sospettano che Di Maio penda eccessivamente dalle labbra di Salvini, e lamentano che il movimento sia ormai «eterodiretto» dalla Lega.Intanto ieri, tra i fedelissimi di Berlusconi, si davano per quasi certe nuove elezioni a ottobre e circolava una battuta: «Non fate mutui sullo stipendio, che tra sei mesi si torna a votare». In sostanza, Mattarella continuerà a pazientare, ma non certo all'infinito, prima di archiviare l'ipotesi di un governo centrodestra-M5s e procedere alla verifica delle altre due soluzioni possibili. Nell'arco della prossima settimana, Mattarella tirerà le somme del lavoro della Casellati e procederà, se l'accordo dovesse naufragare, ad assegnare un mandato esplorativo per verificare la possibilità di un governo Pd-M5s, ipotesi esclusa anche ieri da Matteo Renzi ma che ingolosisce molti dem. Se neanche questa ipotesi fosse praticabile, Mattarella procederebbe all'esplorazione della terza ipotesi: una maggioranza centrodestra-Pd, esclusa fino ad ora da Salvini ma assai gradita a Berlusconi e (dicono) allo stesso Renzi. Infine, se tutte le strade si dimostrassero impercorribili, si andrebbe spediti verso un «governo del presidente» che avrebbe un respiro di circa sei mesi, consentirebbe all'Italia di affrontare le scadenze europee e dovrebbe modificare la legge elettorale inserendo un premio di maggioranza, in modo tale da evitare che si possa ripetere in futuro una situazione d'incertezza come quella prodotta dal Rosatellum. Chi sosterrebbe questo governo? M5s e Lega accetterebbero di farne parte? Mattarella è sicuro di sì. In particolare, il capo dello Stato in queste settimane ha apprezzato lo stile istituzionale di Di Maio, e ha motivo di credere che il M5s non si sottrarrebbe a una chiamata alla responsabilità pur di lucrare consensi in più in chiave elettorale. La preoccupazione del capo dello Stato è quella di un prolungarsi dello stallo a causa degli egoismi delle sin gole forze politiche, e quindi i «tempi supplementari» chiesti da Salvini e Di Maio saranno concessi, ma saranno brevi. L'urgenza di dare un governo stabile all'Italia è la principale preoccupazione del Quirinale, che non è certamente favorevole a un ritorno alle urne a breve, ma che non esclude certo di dover sciogliere le Camere subito dopo l'estate se l'instabilità scaturita dalle elezioni del 4 marzo scorso si dimostrasse strutturale e non contingente. Carlo Tarallo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/muro-forza-italia-ok-ma-salvini-premier-2561550524.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="di-maio-si-accorge-che-puo-sparire-e-apre-allintesa-con-il-centrodestra" data-post-id="2561550524" data-published-at="1779092295" data-use-pagination="False"> Di Maio si accorge che può sparire e apre all'intesa con il centrodestra Di nuovo, c'è che questa volta Luigi Di Maio non lancia ultimatum a Matteo Salvini, ma gli propone una trattativa a due, secca, senza intermediari e soprattutto senza Silvio Berlusconi e senza la povera Giorgia Meloni, che finisce in mezzo alla fatwa grillina contro Arcore. Ma la strada, anche se aperta, resta tutta in salita. Nonostante il fatto che M5s abbia implicitamente accettato l'appoggio esterno di Forza Italia non vada sottovalutato. Ma sono gli stessi vertici di M5s a essere pessimisti. «Abbiamo posto due condizioni: solo Salvini al tavolo e Di Maio premier. Una ce la faranno rimangiare di sicuro», spiega una delle persone più vicine al candidato premier. E naturalmente, «non se ne parla neppure». Insomma, il famoso secondo forno, quello della trattativa con il Pd, è spento ma non è chiuso. D'altronde in casa pentastellata è stata un'altra giornata contrassegnata da una preoccupazione costante: non farsi dividere ed evitare le trappole. La compattezza è quella messa a dura prova dal Pd renziano, che manda a dire, nei colloqui da buvette al Senato, che «se ritirate Di Maio, si può anche parlare». Con Roberto Fico o, meglio, con un Raffaele Cantone come premier. Un'offerta respinta in poche ore. Pare che sia stato lo stesso presidente della Camera a sgomberare il campo da ogni possibile incomprensione o ambiguità, garantendo a Di Maio che non si farà usare per bruciarlo. «Tentano di farci levare dal centro del campo un uomo che ha preso 11 milioni di voti e per il quale ci siamo spaccati tutta la schiena», spiega un senatore dei più esperti. Ma poi c'è anche la diffidenza. L'enorme diffidenza di un Movimento che tende fin dal suo inizio a vedere nemici ovunque. Perché al di là della simpatia e del rispetto personali per Elisabetta Casellati, il presidente del Senato scelto da Sergio Mattarella come primo esploratore, la verità è che né Beppe Grillo, né Davide Casaleggio, né Di Maio si fidano di lei. Pensano che non abbia vera autonomia rispetto ai desiderata di Arcore e forse è anche per questo che, con una punta di sadismo, ieri sera la delegazione del Movimento, formata da Di Maio, Giulia Grillo e Danilo Toninelli, si è divertita con l'avvocata padovana a infierire sul capo di Forza Italia, dipinto sempre, per non mancargli di rispetto sul fronte della fedina penale, come una specie di «burosauro», un ottantenne che «ha già provato a cambiare l'Italia e non solo non c'è riuscito, ma a momenti la mandava in bancarotta». La base grillina, del resto, non ha proprio dubbi. La sinistra è praticamente morta, ma l'antiberlusconismo è in gran forma e sembra aver traslocato armi e bagagli sotto le insegne dei 5 stelle. Bastava guardare la diretta internet delle consultazioni sulle pagine Facebook di Di Maio o di Paola Taverna per leggere una ininterrotta sequenza di insulti al Cavaliere, intervallati dal terrore che lì dentro, a Palazzo Giustiniani, la Casellati stesse facendo digerire la presenza di Berlusconi nel primo governo Di Maio. E invece non sarà così, almeno formalmente. Quando, dopo un'ora abbondante di colloquio, «Luigino» esce a parlare con i giornalisti, la notizia è che rilancia rispetto all'apertura di Matteo Salvini e questa volta non gli mette fretta. Tanto, ormai, siamo quasi arrivati a domenica e a quell'ultima prova di forza elettorale, sul piano locale, che il leader del Carroccio vuole sventolare in faccia all'«alleato» Berlusconi. Il candidato di M5s racconta che con Salvini «c'è disponibilità a trattare e ce la stiamo mettendo tutta. Ma è anche vero che noi oltre certi limiti non possiamo andare». E questi limiti sono presto detti: «Saremmo anche disposti ad accettare l'idea del sostegno di Forza Italia a quel governo, ma è chiaro che l'interlocuzione deve avvenire tra noi due», spiega Di Maio. Il quale non ha nessuna voglia di sedersi al tavolo con il Cavaliere e, per non fare ingiustizie e non sembrare più quello che mette dei veti personali, lascia fuori dalla porta anche l'incolpevole Giorgia Meloni e la sua Fdi, contro cui, invece, il Movimento non ha nulla in particolare. Insomma, la linea dei 5 stelle è che la formazione del governo deve sfociare in un contratto e che quel contratto va firmato solo da due persone, senza inutili e complicate trattative. Di Maio è probabilmente troppo giovane per rendersi conto che questo modo di procedere iper-aziendale e di stampo privatistico è esattamente la «cultura» che l'odiato Berlusconi ha provato a portare in politica. Ma non sono i giorni delle sottigliezze. Conta solo fare in fretta e schivare le trappole che possono far perdere voti in un ipotetico ritorno alle urne in tempi ravvicinati. Del resto, l'hashtag di Salvini per questa fase è «andiamoagovernare». Punto. Nulla di più condivisibile da parte di Di Maio e di un popolo grillino che sente la vicinanza a un traguardo storico. Ma l'ottimismo, quello, ancora non c'è. I capi del Movimento sono convinti che la trattativa con la Lega sarà dura: «Noi chiediamo due cose, loro ce ne daranno una». Tradotto, o M5s rinuncia a Di Maio premier (di qui le voci che possa accettare di fare il vice e basta) oppure dovrà ingoiare la presenza di ministri berlusconiani. Ed entrambe le ipotesi sono ritenute inaccettabili. Anche se non è da escludere che alla fine Salvini e Di Maio si accontentino di fare i vice di un premier terzo. Nel caso sfumasse la trattativa a quattr'occhi con il Carroccio, Di Maio è pronto a tuffarsi con un ricco alibi (la base odia il Pd, avendolo magari a anche votato) sul centrosinistra. Ieri Toninelli ha fatto cadere anche la «pregiudiziale Renzi», spiegando che «se c'è un contratto e c'è un accordo con il Pd, ci importa poco che l'ex segretario ci sia o meno». Francesco Bonazzi
Un palazzo colpito dall'attacco dei droni ucraini su Mosca (Ansa)
La rappresaglia segue il massiccio raid russo sulla capitale ucraina giovedì, in cui sono state uccise 24 persone. Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, che già giovedì aveva promesso una reazione, ieri ha commentato: «Le nostre risposte al prolungamento della guerra da parte della Russia e agli attacchi contro le nostre città e comunità sono del tutto giustificate». E con «i droni che hanno raggiunto la regione di Mosca», il messaggio lanciato alla Russia è che «il Paese deve porre fine alla guerra». Il leader di Kiev, ringraziando «l’Sbu (Servizio di sicurezza ucraino, ndr) e tutte le forze di Difesa per la loro precisione», ha anche ricordato la serie di attacchi subiti dall’Ucraina. «Questa settimana (la scorsa settimana, ndr) i russi hanno lanciato contro l’Ucraina oltre 3.170 droni d’attacco, più di 1.300 bombe aeree guidate e 74 missili di vario tipo. Molti edifici residenziali e altre infrastrutture civili sono stati colpiti. Purtroppo, 52 persone sono rimaste uccise a seguito degli attacchi».
I numeri degli attacchi di ieri sulla Russia sono stati invece resi noti dal ministero della Difesa russo: sono stati abbattuti 556 velivoli senza pilota nella notte, tra le 22 e le 7; mentre altri 30 sono stati intercettati nella mattinata, le 7 e le 9. Oltre alla Crimea annessa, al Mar Nero e al Mar d’Azov, sono state 14 le regioni russe coinvolte dai raid. Particolarmente bersagliata è stata Mosca, con gli attacchi che hanno danneggiato diverse abitazioni e infrastrutture. Il sindaco Sergey Sobyanin, stando a quanto riferito dalla Tass, ha comunicato che la difesa aerea ha distrutto oltre 120 droni diretti nella capitale. Il bilancio è di quattro morti: tre nella periferia di Mosca e una nella regione di Belgorod. E con gli allarmi in corso, le prime restrizioni hanno coinvolto gli aeroporti e i voli diretti nella capitale russa: 51 aerei sono stati dirottati verso altre destinazioni, mentre 32 voli in partenza sono stati rimandati. Anche una linea ferroviaria sarebbe stata danneggiata in un sobborgo di Mosca.
Sono diversi i video che testimoniano gli attacchi: in uno si vede un velivolo senza pilota schiantarsi contro un edificio; un altro mostra un drone colpire un condominio a Krasnogorsk, un sobborgo di Mosca. Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha invece condiviso su X un filmato che conferma l’attacco alla raffineria di Kapotnya, nella regione di Mosca. Ed è qui che, secondo Sobyanin, sono state ferite 12 persone, «per lo più operai».
Nel rendere noti i principali target, il ministero della Difesa ucraino ha dichiarato che «la guerra sta tornando da dove è venuta». A fare l’elenco dei bersagli è stato il Servizio di sicurezza ucraino: «Nella regione di Mosca sono stati colpiti lo stabilimento Angstrom, che fornisce semiconduttori al complesso militare-industriale della Federazione Russa ed è soggetto a sanzioni statunitensi; la raffineria di Mosca; la stazione di pompaggio petrolifera Sonechnogorskaya; la stazione di pompaggio del petrolio Volodarskoe». Invece «nella Crimea temporaneamente occupata» sono state attaccate «le infrastrutture e i sistemi di difesa aerea della base aerea militare di «Belbek», in particolare: il sistema antiaereo Pantsir-S2; l’hangar con radar per il sistema S-400; il sistema di controllo droni Orion e la stazione di controllo droni a terra Forpost; una stazione di trasmissione dati terra-aria; la torre di controllo e l’hangar presso l’aeroporto Belbek».
Dall’altra parte, nella notte, le difese ucraine, su 287 droni lanciati dalla Russia, ne hanno intercettati 279. A seguito dei raid sono scoppiati alcuni incendi a Dnipro, mentre a Kharkiv a essere stati danneggiati sono stati alcuni edifici residenziali, le automobili e l’illuminazione pubblica.
Un elemento che aggiunge ulteriore tensione è la minaccia che intravede Zelensky all’orizzonte. Ha infatti confermato che «i russi hanno semplificato l’accesso alla cittadinanza per le persone originarie» della Transnistria, la regione separatista filorussa della Moldavia. Lo scopo sarebbe «non solo di cercare nuovi soldati» visto che «la cittadinanza comporta anche l’obbligo militare», ma pure «il modo della Russia di rivendicare il territorio della Transnistria».
Il leader di Kiev ha continuato intanto ad avanzare richieste all’Europa. Su X ha scritto infatti che serve «una maggiore protezione», dunque «l’iniziativa Purl e gli ulteriori contributi per i missili antibalistici sono fondamentali. Ed è altrettanto importante lavorare in Europa per una protezione congiunta contro i missili balistici». Dall’altra parte invece Mosca ha commentato positivamente l’eventuale apertura del dialogo tra la Russia e l’Ue. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov ha affermato che tale iniziativa è «negli interessi della Russia», specificando però che Mosca «non ha avviato la fine del dialogo con l’Europa». Ha però aggiunto che se i leader europei vogliono sul serio parlare con il presidente russo, Vladimir Putin, «possono telefonargli». Peskov ha poi confermato che l’Alto rappresentante dell’Ue, Kaja Kallas, non può svolgere un ruolo da mediatore sulla fine del conflitto: «Non è nell’interesse di Kallas, fare la negoziatrice». Anche perché «non sarà facile per lei» visto che «Putin ha detto che potrebbe essere chiunque non abbia detto cose negative».
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Luca Signorelli con Sergio Mattarella e Giorgia Meloni (Ansa)
«L’Italia non è morta, c’è ancora». Sono le parole di Luca Signorelli, l’eroe di Modena che fermando l’aggressore, con il suo coraggioso gesto, è riuscito a far scorgere un po’ di bellezza anche all’interno di una tragedia come questa. Lo ha colto subito il presidente del Consiglio Giorgia Meloni che ieri incontrandolo a Modena lo ha stretto in un abbraccio. «Ciò che rende eroica una persona normale è l’istante in cui il cuore sceglie di fare il bene, anche quando questo comporta un rischio. Gli eroi, in fondo, non sono persone straordinarie: sono uomini e donne comuni che, in un momento decisivo, mettono ciò che è giusto davanti a sé stessi. Ed è proprio in quella scelta, così umana e così luminosa, che una vita normale diventa esempio e lascia un segno destinato a restare. Grazie Luca» ha scritto il premier sui social. Meloni ieri sarebbe dovuta essere a Cipro ma presto al mattino ha deciso di annullare tutto e di unirsi al presidente della Repubblica Sergio Mattarella in visita dai feriti per mostrare vicinanza.
È anche ai medici che Mattarella e Meloni mostrano sincera gratitudine recandosi prima nell’ospedale di Modena e poi in quello di Bologna.
In entrambe le strutture hanno incontrato l’equipe dei medici che assistono i feriti, il personale del 118 e i familiari dei feriti presenti all’ospedale. «È stata una prova di integrazione di diversi comportamenti numerosi, ma tutti perfettamente integrati e coordinati», ha detto il presidente della Repubblica parlando dei soccorsi con il personale evidenziando l’ottima capacità di dialogo tra il Baggiovara di Modena e il Maggiore di Bologna. «Grazie per quello che fate in questa circostanza drammatica ma anche abitualmente» ha detto il capo dello Stato, aggiungendo: «Siamo consapevoli di ciò che fate ogni giorno». Parole riferite, in quanto le visite di presidente e premier si sono intrattenute in formula esclusivamente privata. A Modena hanno visitato, oltre i ai familiari dei feriti, anche i due coniugi investiti insieme. Per il presidente dell’Emilia-Romagna Michele De Pascale la visita di Mattarella e Meloni «fa piacere a tutta la comunità modenese ed emiliano-romagnola ed è un segnale di unità nazionale».
«Vogliamo ringraziare il presidente della Repubblica e la presidente Meloni per essere venuti insieme, un segnale molto importante di vicinanza ai familiari e alle vittime di questa tremenda tragedia che è avvenuta a Modena». Così il sindaco di Bologna Matteo Lepore accogliendo le due autorità.
Anche il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ieri si è recato a Modena ma per andare in prefettura. Lì si è espresso anche sul merito della tragedia. «Non c’è stato poliziotto, operatore sanitario o non so chi altri che non abbia saputo dimostrare in una circostanza del genere, tragica e complicatissima, una capacità di reazione di cui in qualche modo possiamo essere orgogliosi» ha spiegato elogiando in primis la «reazione corale ed efficace dei cittadini». L’episodio per il ministro è frutto di una «situazione di disagio psichiatrico, anche se», ha subito puntualizzato, «non cambia la tragicità degli effetti per quello che è successo». Piantedosi ha anche sottolineato: «Ci conforta che non c’era nulla che ci fosse sfuggito dal punto di vista della prevenzione antiterrorismo, questo lo voglio dire perché la città deve stare tranquilla da questo punto di vista». Insomma per il ministro «l’episodio è stato drammatico, tragico, importante, le istituzioni però hanno reagito».
Commenta poi le parole del vicepremier e segretario della Lega Matteo Salvini che ha «dato mandato a un gruppo di giuristi di rifinire le proposte sulla sicurezza presentate nei giorni scorsi dalle europarlamentari del suo partito, a partire dalla revoca del permesso di soggiorno agli stranieri che commettono reati, con immediata espulsione».
«Col ministro Salvini ho lavorato e credo che con i fatti abbia dimostrato di condividere questa attenzione per certi fenomeni, una gestione più sostenibile dell’immigrazione irregolare o dell’immigrazione in generale per motivi di sicurezza. Qui però è un’altra cosa. Stiamo parlando di altro» ha ribattuto Piantedosi.
Ad ogni modo la Lega e il gruppo dei Patrioti al Parlamento europeo hanno chiesto di discutere i fatti di Modena in aula a Strasburgo. Domani gli europarlamentari leghisti domanderanno al presidente del Parlamento Roberta Metsola di aggiungere ai temi della plenaria di Strasburgo il dibattito sugli «attacchi terroristici di Modena: necessità urgente degli Stati membri di intensificare le misure contro l’islamismo domestico e di rendere più stringenti i criteri di rilascio delle cittadinanze». Furiose le opposizioni che hanno accusato Salvini di «speculare sulla tragedia di Modena». Per il vicepremier «le seconde generazioni che rifiutano la lingua, la cultura, la tradizione e soprattutto la legge del nostro Paese non sono un’opportunità ma un problema». E poi: «Se la fiducia viene meno e tu commetti un reato grave un Paese serio ti revoca il permesso di soggiorno, la cittadinanza e ti espelle immediatamente. È legittima difesa».
«Ho soccorso col laccio emostatico»
La procedura, quando ci sono di mezzo le forze speciali, è sempre la stessa. Puoi parlarci a patto di non rivelare la loro identità. Perfino quando salvano delle persone non puoi svelare il loro nome e cognome. Sono le regole. E, per parlare con gli uomini del Nono col Moschin, bisogna accettarle. «A breve ti passeremo l’ufficiale che ha messo il tourniquet alla signora che è stata falciata a Modena», ci dicono. «Potrai chiamarlo Stefano». E così faremo.
Quando si collega, Stefano ha una voce calma. Non facciamo in tempo a porgli la prima domanda che inizia a raccontare: «Sabato mi trovavo in centro a Modena perché ero in licenza. Volevo raggiungere un negozio e stavo percorrendo via Emilia verso largo Garibaldi. Già all’altezza di corso Canal grande, però, ho cominciato a vedere moltissima gente e pensavo ci fosse un qualche tipo intrattenimento». Immagina ci sia qualcuno che balli la break dance o un cantante in grado di affascinare il suo pubblico. Cambia strada e decide di andare a vedere ciò che sta accadendo. Arrivato, però, trova uno spettacolo molto diverso da ciò che si aspettava: «Non appena ho iniziato ad avvicinarmi, ho cominciato a veder persone scioccate che urlavano e una signora che aveva perso le gambe».
La macchina dell’aspirante killer, mezza distrutta, è ancora lì quando arriva Stefano. «La signora aveva le gambe amputate. Non erano tranciate di netto ma erano sbrandellate. Fortunatamente, per deformazione professionale, avevo con me un tourniquet (un laccio emostatico che va stretto attorno agli arti, ndr). Ho buttato a terra lo zaino, ho preso questo strumento, l’ho messo sulla gamba sinistra della signora e ho cominciato a stringere. Io mi occupavo della sua gamba sinistra. Per la destra, invece, c’era un paramedico che era riuscito a recuperare delle cinture di pantaloni per provare a bloccare l’emorragia». Sono pochi minuti che però sembrano durare un’eternità. L’ufficiale del Nono termina di medicare la donna, si sposta di qualche passo e rialza la testa. «Non appena l’ho fatto ho visto gli altri feriti». Tra questi gli appare anche Luca Signorelli, l’uomo che per primo è riuscito a fermare Salim El Koudri: «Anche lui urlava perché era stato aggredito».
Dopo aver applicato il tourniquet, Stefano chiama i soccorsi: «Li ho aspettati insieme alle altre persone che erano intervenute insieme a me. Anche se ci hanno raggiunto in fretta sembrava che non dovessero arrivare mai».
Un eroe? Certo. Eppure Stefano si schermisce: «Come militare dell’esercito italiano sono abituato a gestire queste cose. Mi porto sempre dietro il tourniquet sperando che non serva e, soprattutto, prego il Signore che io sia in grado di usarlo in ogni contesto. Tutto è figlio dell’addestramento e noi del Nono col Moschin ne facciamo tanto, soprattutto per quando riguarda gli scenari medic. Credo che la preparazione che mi è stata fornita abbia fatto la differenza».
Dopo l’intervento di sabato, Stefano ha mangiato poco e, forse, ha dormito ancora meno: «Ho pensato tutto il tempo a quella signora, se sarebbe riuscita a salvarsi oppure no». Cosa resta di tutto questo? «La speranza che la persona si salvi e che il mio caso è la dimostrazione che la nostra forza armata c’è sempre. Lo diciamo ma è importante anche dimostrarlo. Io, come tanti altri militari come me in altre situazioni, c’ero». Lo ringraziamo per l’intervista e per l’intervento di sabato: «Non c’è bisogno di dire “grazie”. Per me, e per chiunque è al servizio dello Stato, è una cosa normale».
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 18 maggio con Carlo Cambi
(Ansa)
Si è avvalso della facoltà di non rispondere Salim El Koudri, il 31enne di origine marocchina, nato nel bergamasco e residente a Ravarino, in provincia di Modena, che sabato pomeriggio ha replicato nel capoluogo emiliano lo schema tipico delle ormai numerose stragi di matrice jihadista che negli ultimi anni hanno insanguinato diverse città europee.
Interrogato nella serata di sabato, dal procuratore di Modena, Luca Masini, e dal pubblico ministero di turno, El Koudri non ha risposto a nessuna delle domande che gli sono state poste.
Si è chiuso nel silenzio senza tentare in alcun modo di spiegare quale motivazione lo abbia spinto a salire sulla propria auto armato di coltello - lo stesso che userà poi durante la fuga - a guidare per oltre 20 chilometri - tanto dista Ravarino da Modena - per scagliarsi, poi, ai 100 km all’ora sui passanti con la chiara intenzione di uccidere.
Chi era presente ha parlato di un’auto lanciata a tutta velocità contro le persone, di un veicolo che puntava direttamente contro chi tentava di fuggire a destra o a sinistra, sterzando intenzionalmente per correggere il tiro e colpire.
E, a chi lo ha visto con i propri occhi, quello che il sindaco di Modena, Massimo Mezzetti, ha con il tipico buonismo, definito come un «atto drammatico» commesso da «un ragazzo» considerato sostanzialmente «normale», è apparso esattamente uguale (quantomeno negli effetti) a qualsiasi altro atto terroristico compiuto fino ad ora: corpi sbalzati per aria, arti spezzati, urla, sangue ovunque.
Dunque, anche nella città con la più solida tradizione rossa, nemmeno la manifestazione indetta ieri dallo stesso Mezzetti, promossa come un «grande abbraccio collettivo di cui Modena ha bisogno» con lo slogan «insieme in piazza contro l’odio» può mitigare la sensazione che, per dirla con un eufemismo, più di qualcosa sia sfuggito di mano.
L’interrogatorio di convalida in carcere di El Koudri è previsto per oggi: l’avvocato nominato d’ufficio per la sua difesa, Francesco Cottafava, ha spiegato di averlo incontrato solo qualche istante dopo l’arresto, di non aver potuto ancora visionare alcun documento.
El Koudri abitava da tempo a Ravarino, un paesino della campagna modenese più profonda, poco noto alle cronache, almeno fino a qualche mese fa.
Premettiamo che i device e l’abitazione del 31enne sono stati perquisiti senza riscontrare elementi che facciano pensare ad una sua radicalizzazione di tipo islamista. Premettiamo pure che questo ha fatto tirare un sospiro di sollievo a chi vigila sulla sicurezza del nostro Paese, tanto che lo stesso ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, all’uscita dalla prefettura di Modena, dove ha preso parte ieri mattina a un vertice sulla sicurezza ha già dichiarato che «il fatto sembra collocabile soprattutto in una situazione di disagio psichiatrico» e che «non c’entra nulla» con il terrorismo.
E aggiungiamo pure che l’imam del paese (ormai ogni Comune italiano ne possiede uno, da interpellare sui fatti di attualità alla stregua di una qualsiasi altra autorità) ha aggiunto di non aver mai conosciuto il 31 enne, che non frequentava la comunità locale aggiungendo anzi di avere in grande stima il padre, persona seria e morigerata.
Tuttavia alcuni aspetti vanno chiariti.
El Koudri, per un periodo in cura presso il centro di salute mentale di Castelfranco Emilia per disturbi di tipo schizoide (caratterizzati di solito da isolamento, chiusura, comportamenti di evitamento sociale), incensurato e da tempo alla ricerca di lavoro, non era del tutto uno sconosciuto. In paese era noto per i suo atteggiamenti ostili verso il prossimo, che sembravano essersi acuiti nell’ultimo periodo.
Frequentava il bar e la tabaccheria dove più volte era stato ripreso dal titolare per le modalità con cui si rapportava alle cameriere e alle ragazze presenti, spesso aveva manifestato ostilità e rabbia per la sua condizione di disoccupazione, manifestando la convinzione che fosse legata al fatto di «essere straniero», mentre alcuni vicini di casa riferiscono di un andirivieni di persone dal suo appartamento, che si era intensificato negli ultimi mesi.
C’è inoltre una coincidenza curiosa nella vicenda: Ravarino è stato recentemente attenzionato per il ritrovamento di finti ordigni esplosivi posizionati nei pressi dell’ex cinema della comunità, acquistato ad aprile del 2025, dalla associazione islamica Alwahda per essere trasformato in un centro islamico più accogliente di quello già in uso ormai divenuto «troppo piccolo per i tanti affiliati».
Se incapace di intendere e volere può evitare i 15 anni che ora rischia
Se le ipotesi di reato a suo carico verranno confermate Salim El Koudri, il trentunenne di origini marocchine ma nato in Italia che sabato pomeriggio ha falciato ad altissima velocità con la sua auto una decina di persone che camminavano su un marciapiedi del centro di Modena, rischia almeno 15 anni di carcere.
Al trentunenne, attualmente in stato di fermo, i pm contestano infatti l’accusa di strage e di lesioni aggravate.
E proprio il primo reato, in caso di condanna, spalancherebbe per El Koudri le porte del carcere per lungo tempo.
La pena prevista dall’articolo 422 del Codice penale «in ogni altro caso» da quelli che vedono la morte di una o più persone è infatti «non inferiore a quindici anni», ai quali andrebbe poi sommata la pena per le lesioni personali aggravate e per eventuali (e allo stato dei fatti del tutto ipotetiche) contestazioni di altri reati connessi.
Ma in caso di decesso di uno o più feriti la pena per l’investitore diventerebbe automaticamente, per il solo reato di strage, quella dell’ergastolo.
Ma sul percorso processuale di El Koudri pesa come un macigno l’ombra delle sue condizioni psichiatriche. Lo stesso ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha infatti dichiarato che «il fatto sembra sia collocabile soprattutto in una situazione di disagio psichiatrico».
E proprio il livello di gravità (se confermato) del disagio psichico dell’uomo potrebbe aprire la porta a scenari processuali del tutto imprevedibili.
Che ruoterebbero però interamente intorno a una parola: «imputabilità», ovvero al valutare se l’imputato è o meno in grado di capire la gravità delle sue azioni, a una intenzionalità consapevole. E l’imputabilità di una persona che ha commesso un reato è il presupposto della sua punibilità. L’articolo 85 del Codice penale stabilisce, infatti, che nessuno può essere punito per un fatto previsto dalla legge come reato se nel momento in cui lo ha commesso non era imputabile, cioè capace di intendere e di volere. Quindi, in mancanza di capacità d’intendere e di volere, il responsabile del fatto non sarà imputabile e non potrà essere sottoposto a una pena. Tuttalpiù, al soggetto potrà essere applicata una misura di sicurezza, cioè un provvedimento finalizzato al suo reinserimento nella società, qualora il giudice dovesse ritenere che questi è socialmente pericoloso e che necessita di essere ricoverato in una struttura adeguata. Ovvero in una Rems, le strutture che hanno preso il posto dei vecchi ospedali psichiatrici giudiziari. Il ricovero non può superare il tempo stabilito per la pena detentiva prevista per il reato commesso, ma per i reati che prevedono la pena dell’ergastolo o la reclusione non inferiore nel minimo a dieci anni, la misura di sicurezza «è ordinata per un tempo non inferiore a tre anni». Se la gravità della patologia è tale da ridurre in maniera consistente, ma non così tanto da escludere del tutto, la capacità di intendere e di volere, allora il giudice provvederà ad applicare una pena, però in misura ridotta. Anche in questi casi, il responsabile del reato viene ricoverato in una Rems.
Va detto che alcuni recenti casi di cronaca dimostrano che il riconoscimento dell’incapacità di intendere e di volere per patologie psichiatriche è tutt’altro che scontato. Anche di fronte a comportamenti criminali che hanno suscitato sconcerto sia nell’opinione pubblica, sia negli inquirenti che hanno seguito le vicende.
Emblematico è il caso di Chiara Petrolini, la ventiduenne di Traversetolo, in provincia di Parma, recentemente condannata in primo grado a 24 anni per aver partorito i suoi due figli da sola in casa e averli poi seppelliti nel giardino della villetta, senza aver rivelato a nessuno, fidanzato compreso, le due gravidanze.
Nel suo caso la perizia psichiatrica disposta dalle Corte d’assise di Parma ha stabilito che la ragazza era perfettamente capace di intendere e di volere, quindi il processo è andato avanti normalmente.
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