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2018-04-20
Muro Forza Italia: ok, ma Salvini premier. Mattarella pronto a dare altro tempo
ANSA
Quaranta a trenta, sembra una partita a tennis sulla terra rossa, lenta e con tante smorzate. Matteo Salvini parla di unico accordo possibile fra chi ha vinto le elezioni, Luigi Di Maio pone il veto su Silvio Berlusconi. Salvini ribatte con la proposta del programma alla tedesca, Di Maio accetta, ma non vuole Forza Italia nel governo, bensì in appoggio esterno. Non c'è neppure il tempo di vedere la palla volare oltre la rete che da Palazzo Grazioli arriva una nota: «Ennesima prova di immaturità a danno degli italiani». E Giovanni Toti schiaccia: «Potrebbe esserci appoggio esterno solo se il premier fosse Salvini». Il quale abbozza, ovviamente è disponibile «a metterci la faccia». Time out.
La grande illusione è durata un pomeriggio. «Ripartiamo dai programmi, su quelli noi possiamo dare un governo al Paese. Programmi e non posti, il modo migliore per salvaguardare lo spirito del 4 marzo. Sono ottimista, ci sono segnali di novità». Salvini era stato chiaro e positivo nei confronti del Movimento 5 stelle: parole di velluto per dare un'accelerazione forte all'unica maggioranza credibile uscita dalle urne che hanno decretato la disfatta delle sinistre. A sera, dopo un rovello da Innominato e dopo avere fatto i conti con una base che lascia margini di manovra risicati, Di Maio non ha detto no, ma neppure è riuscito a dire di sì. Si è fermato sulla soglia, non vuole Berlusconi e Giorgia Meloni nell'esecutivo, ribadisce che devono stare fuori. Però per la prima volta afferma: «Siamo disposti a considerare non ostile la presenza di Forza Italia e Fratelli d'Italia. Nulla si chiude». Traduzione dal politichese, imparato in fretta dal giovane leader partenopeo: se il Cavaliere accetta l'appoggio esterno, a noi va bene.
Salvini sperava in qualcosa di meglio, la sterzata che immaginava non è avvenuta. Sa che offrire di nuovo la palla a Berlusconi significa rischiare azzardi da giocoliere. Eppure questa volta c'erano i presupposti per dare un senso alle lunghe trattative (47 giorni, ancora pochi se paragonati al record di Giuliano Amato con 82) e concretizzare un percorso impervio, disseminato di veti incrociati e trappole. Quando è uscito dal colloquio con la presidente del Senato, Elisabetta Alberti Casellati, Salvini sembrava sereno. Centrodestra unito, discorso unitario, Berlusconi silente guardato a vista dalla Meloni pronta a incenerirlo: la fotografia è stata ben diversa rispetto al presepe pazzo di una settimana fa al Quirinale. Questa volta il leader di Forza Italia ha palesemente taciuto, è rimasto immobile mentre Salvini parlava, ha tenuto le mani giunte per soffocare l'impulso di dirigere la banda. Era una sfinge che pregava in silenzio.
«Vogliamo un governo che rappresenti il voto degli italiani, un accordo solido fra i primi e i secondi usciti dalle elezioni che superi veti assurdi. Confidiamo che chi viene dopo di noi (e si riferiva a Di Maio, ndr) accetti di sedersi parlando di programmi e non di posti. Sono ottimista che la prossima settimana si possa concretizzare il lavoro svolto», aveva detto il leader della Lega, che più tardi con i giornalisti era andato via di metafora: «Ieri siamo usciti con gli schiaffoni, oggi invece siamo usciti con i sorrisi. Metà dell'opera l'abbiamo fatta, l'altra metà la facciamo settimana prossima. Si parli di programmi e non di posti. Noi siamo disponibilissimi a farlo, come Di Maio chiede da tempo. Sono fiducioso che il Movimento 5 stelle accetti finalmente di sedersi al tavolo senza veti e parlare di pensioni, lavoro, fisco, scuola, riforma della giustizia».
Tutto molto concreto, tutto molto produttivo, ma per ora la maggioranza non c'è e il confronto fra minoranze non accenna a dare frutti. La pallina da tennis ora è in bilico fra una Lega che ha onestamente fatto di tutto per spianare la strada a un accordo e Forza Italia che chiede garanzie per il suo ruolo di convitato di pietra. Berlusconi non è abituato a non comparire, a rinunciare alle sue prerogative, a non sedersi ai tavoli che contano, a gestire nell'ombra un potere impalpabile. Non si fida, teme trappole. «E un appoggio esterno a un governo a trazione 5 stelle gli sembra una sconfitta», spiega un colonnello del partito azzurro. «Sarà molto difficile convincerlo, lui aspetta una legittimazione, che non può avvenire se lo si lascia fuori da tutto. Stiamo parlando di Berlusconi, il più significativo leader degli ultimi 25 anni. Non stiamo parlando di un boiardo della Prima Repubblica».
Il governo era a un passo, poi tutto è tornato in gioco. Il centrodestra si conferma unito, fin troppo per i gusti di Di Maio e anche per alcuni parlamentari del Carroccio ormai pronti a ridiscutere gli accordi con Forza Italia. Però Salvini non cede, l'alleanza con Berlusconi suggellata da una stretta di mano davanti agli italiani, per lui è un punto d'onore irrinunciabile. E, se lo stallo dovesse protrarsi, si dice pronto a forzare: «Il Paese è stanco di aspettare, se serve scendo in campo».
Ora comunque tutto passa di nuovo dalla scrivania del presidente Sergio Mattarella, che dovrà decidere se questo spiraglio, questo governo a due con appoggio esterno di Forza Italia e Fratelli d'Italia ha un senso. Berlusconi ha già risposto, ha già definito quella dei 5 stelle «l'ennesima prova di immaturità davanti al Paese». Ora il cerino acceso in mano non ce l'ha solo lui, ce l'hanno tutti.
Mattarella pronto a dare altro tempo. Avanza l'ipotesi del terzo uomo
Anche i democristiani doc possono perdere la pazienza, ma il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ne ha da vendere. Stamani, quando il presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, gli riferirà l'esito delle consultazioni di ieri con centrodestra e M5s, non dirà certamente di no alla richiesta di qualche altro giorno di tempo. Oggi, stando a quanto previsto dal mandato ricevuto da Mattarella, la Casellati avrebbe dovuto riferire al capo dello Stato l'esito della sua esplorazione, che ha come unica missione quella di verificare la possibilità di un'intesa M5s-centrodestra. Possibilità che, dopo le timide ma significative aperture incrociate di ieri, sembra esserci.
Dunque, con ogni probabilità, Mattarella prolungherà il mandato alla Casellati, che tra l'altro ieri alcune fonti indicavano come possibile «nome terzo» per palazzo Chigi se il centrodestra e il M5s usciranno dallo stallo (un altro nome sempre caldo è quello del docente universitario Giacinto Della Cananea, incaricato da Luigi Di Maio di incrociare i programmi elettorali di M5s, Lega e Pd per verificare eventuali convergenze). Quello che però Mattarella sa benissimo, è che Forza Italia e Fdi accetterebbero un appoggio esterno soltanto nel caso in cui il premier del governo M5s-centrodestra fosse Matteo Salvini, e che questa condizione, per i grillini, è inaccettabile. Dunque il capo dello Stato accorderà, salvo imprevisti, qualche altro giorno di tempo ai «ragazzi» (così i consiglieri del Colle chiamano Di Maio e Salvini), ben sapendo però che questa lunghissima telenovela dovrà pur concludersi. Mattarella sa anche che Di Maio, in realtà, ha bisogno di tempo per fronteggiare i fortissimi dissensi interni: la base del M5s non ne può più di questa trattativa. L'ala ortodossa che fa capo a Roberto Fico e Alessandro Di Battista non vede l'ora che Giggino da Pomigliano d'Arco prenda atto della cruda realtà dei numeri: il 32% non basta per diventare presidente del Consiglio. Non solo: all'interno del M5s in molti sospettano che Di Maio penda eccessivamente dalle labbra di Salvini, e lamentano che il movimento sia ormai «eterodiretto» dalla Lega.Intanto ieri, tra i fedelissimi di Berlusconi, si davano per quasi certe nuove elezioni a ottobre e circolava una battuta: «Non fate mutui sullo stipendio, che tra sei mesi si torna a votare».
In sostanza, Mattarella continuerà a pazientare, ma non certo all'infinito, prima di archiviare l'ipotesi di un governo centrodestra-M5s e procedere alla verifica delle altre due soluzioni possibili. Nell'arco della prossima settimana, Mattarella tirerà le somme del lavoro della Casellati e procederà, se l'accordo dovesse naufragare, ad assegnare un mandato esplorativo per verificare la possibilità di un governo Pd-M5s, ipotesi esclusa anche ieri da Matteo Renzi ma che ingolosisce molti dem. Se neanche questa ipotesi fosse praticabile, Mattarella procederebbe all'esplorazione della terza ipotesi: una maggioranza centrodestra-Pd, esclusa fino ad ora da Salvini ma assai gradita a Berlusconi e (dicono) allo stesso Renzi.
Infine, se tutte le strade si dimostrassero impercorribili, si andrebbe spediti verso un «governo del presidente» che avrebbe un respiro di circa sei mesi, consentirebbe all'Italia di affrontare le scadenze europee e dovrebbe modificare la legge elettorale inserendo un premio di maggioranza, in modo tale da evitare che si possa ripetere in futuro una situazione d'incertezza come quella prodotta dal Rosatellum. Chi sosterrebbe questo governo? M5s e Lega accetterebbero di farne parte? Mattarella è sicuro di sì. In particolare, il capo dello Stato in queste settimane ha apprezzato lo stile istituzionale di Di Maio, e ha motivo di credere che il M5s non si sottrarrebbe a una chiamata alla responsabilità pur di lucrare consensi in più in chiave elettorale. La preoccupazione del capo dello Stato è quella di un prolungarsi dello stallo a causa degli egoismi delle sin gole forze politiche, e quindi i «tempi supplementari» chiesti da Salvini e Di Maio saranno concessi, ma saranno brevi. L'urgenza di dare un governo stabile all'Italia è la principale preoccupazione del Quirinale, che non è certamente favorevole a un ritorno alle urne a breve, ma che non esclude certo di dover sciogliere le Camere subito dopo l'estate se l'instabilità scaturita dalle elezioni del 4 marzo scorso si dimostrasse strutturale e non contingente.
Carlo Tarallo
Di Maio si accorge che può sparire e apre all'intesa con il centrodestra
Di nuovo, c'è che questa volta Luigi Di Maio non lancia ultimatum a Matteo Salvini, ma gli propone una trattativa a due, secca, senza intermediari e soprattutto senza Silvio Berlusconi e senza la povera Giorgia Meloni, che finisce in mezzo alla fatwa grillina contro Arcore. Ma la strada, anche se aperta, resta tutta in salita. Nonostante il fatto che M5s abbia implicitamente accettato l'appoggio esterno di Forza Italia non vada sottovalutato. Ma sono gli stessi vertici di M5s a essere pessimisti. «Abbiamo posto due condizioni: solo Salvini al tavolo e Di Maio premier. Una ce la faranno rimangiare di sicuro», spiega una delle persone più vicine al candidato premier. E naturalmente, «non se ne parla neppure». Insomma, il famoso secondo forno, quello della trattativa con il Pd, è spento ma non è chiuso.
D'altronde in casa pentastellata è stata un'altra giornata contrassegnata da una preoccupazione costante: non farsi dividere ed evitare le trappole. La compattezza è quella messa a dura prova dal Pd renziano, che manda a dire, nei colloqui da buvette al Senato, che «se ritirate Di Maio, si può anche parlare». Con Roberto Fico o, meglio, con un Raffaele Cantone come premier. Un'offerta respinta in poche ore. Pare che sia stato lo stesso presidente della Camera a sgomberare il campo da ogni possibile incomprensione o ambiguità, garantendo a Di Maio che non si farà usare per bruciarlo. «Tentano di farci levare dal centro del campo un uomo che ha preso 11 milioni di voti e per il quale ci siamo spaccati tutta la schiena», spiega un senatore dei più esperti. Ma poi c'è anche la diffidenza.
L'enorme diffidenza di un Movimento che tende fin dal suo inizio a vedere nemici ovunque. Perché al di là della simpatia e del rispetto personali per Elisabetta Casellati, il presidente del Senato scelto da Sergio Mattarella come primo esploratore, la verità è che né Beppe Grillo, né Davide Casaleggio, né Di Maio si fidano di lei. Pensano che non abbia vera autonomia rispetto ai desiderata di Arcore e forse è anche per questo che, con una punta di sadismo, ieri sera la delegazione del Movimento, formata da Di Maio, Giulia Grillo e Danilo Toninelli, si è divertita con l'avvocata padovana a infierire sul capo di Forza Italia, dipinto sempre, per non mancargli di rispetto sul fronte della fedina penale, come una specie di «burosauro», un ottantenne che «ha già provato a cambiare l'Italia e non solo non c'è riuscito, ma a momenti la mandava in bancarotta».
La base grillina, del resto, non ha proprio dubbi. La sinistra è praticamente morta, ma l'antiberlusconismo è in gran forma e sembra aver traslocato armi e bagagli sotto le insegne dei 5 stelle. Bastava guardare la diretta internet delle consultazioni sulle pagine Facebook di Di Maio o di Paola Taverna per leggere una ininterrotta sequenza di insulti al Cavaliere, intervallati dal terrore che lì dentro, a Palazzo Giustiniani, la Casellati stesse facendo digerire la presenza di Berlusconi nel primo governo Di Maio. E invece non sarà così, almeno formalmente. Quando, dopo un'ora abbondante di colloquio, «Luigino» esce a parlare con i giornalisti, la notizia è che rilancia rispetto all'apertura di Matteo Salvini e questa volta non gli mette fretta. Tanto, ormai, siamo quasi arrivati a domenica e a quell'ultima prova di forza elettorale, sul piano locale, che il leader del Carroccio vuole sventolare in faccia all'«alleato» Berlusconi. Il candidato di M5s racconta che con Salvini «c'è disponibilità a trattare e ce la stiamo mettendo tutta.
Ma è anche vero che noi oltre certi limiti non possiamo andare». E questi limiti sono presto detti: «Saremmo anche disposti ad accettare l'idea del sostegno di Forza Italia a quel governo, ma è chiaro che l'interlocuzione deve avvenire tra noi due», spiega Di Maio. Il quale non ha nessuna voglia di sedersi al tavolo con il Cavaliere e, per non fare ingiustizie e non sembrare più quello che mette dei veti personali, lascia fuori dalla porta anche l'incolpevole Giorgia Meloni e la sua Fdi, contro cui, invece, il Movimento non ha nulla in particolare. Insomma, la linea dei 5 stelle è che la formazione del governo deve sfociare in un contratto e che quel contratto va firmato solo da due persone, senza inutili e complicate trattative. Di Maio è probabilmente troppo giovane per rendersi conto che questo modo di procedere iper-aziendale e di stampo privatistico è esattamente la «cultura» che l'odiato Berlusconi ha provato a portare in politica. Ma non sono i giorni delle sottigliezze. Conta solo fare in fretta e schivare le trappole che possono far perdere voti in un ipotetico ritorno alle urne in tempi ravvicinati. Del resto, l'hashtag di Salvini per questa fase è «andiamoagovernare».
Punto. Nulla di più condivisibile da parte di Di Maio e di un popolo grillino che sente la vicinanza a un traguardo storico. Ma l'ottimismo, quello, ancora non c'è. I capi del Movimento sono convinti che la trattativa con la Lega sarà dura: «Noi chiediamo due cose, loro ce ne daranno una». Tradotto, o M5s rinuncia a Di Maio premier (di qui le voci che possa accettare di fare il vice e basta) oppure dovrà ingoiare la presenza di ministri berlusconiani. Ed entrambe le ipotesi sono ritenute inaccettabili. Anche se non è da escludere che alla fine Salvini e Di Maio si accontentino di fare i vice di un premier terzo. Nel caso sfumasse la trattativa a quattr'occhi con il Carroccio, Di Maio è pronto a tuffarsi con un ricco alibi (la base odia il Pd, avendolo magari a anche votato) sul centrosinistra. Ieri Toninelli ha fatto cadere anche la «pregiudiziale Renzi», spiegando che «se c'è un contratto e c'è un accordo con il Pd, ci importa poco che l'ex segretario ci sia o meno».
Francesco Bonazzi
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Silvio Berlusconi stavolta si contiene e non attacca i grillini. Però davanti all'apertura da parte del M5s gli azzurri alzano il prezzo: niente veti, l'incarico vada al Carroccio. Dura anche la leader di Fdi, Giorgia Meloni. Il segretario della Lega, Matteo Salvini: «Se serve, scendo in campo».Oggi Elisabetta Alberti Casellati al Colle, il capo dello Stato aspetterà qualche giorno.Lo spettro di un incarico a Roberto Fico ammorbidisce il leader pentastellato. Lo speciale contiene tre articoli.Quaranta a trenta, sembra una partita a tennis sulla terra rossa, lenta e con tante smorzate. Matteo Salvini parla di unico accordo possibile fra chi ha vinto le elezioni, Luigi Di Maio pone il veto su Silvio Berlusconi. Salvini ribatte con la proposta del programma alla tedesca, Di Maio accetta, ma non vuole Forza Italia nel governo, bensì in appoggio esterno. Non c'è neppure il tempo di vedere la palla volare oltre la rete che da Palazzo Grazioli arriva una nota: «Ennesima prova di immaturità a danno degli italiani». E Giovanni Toti schiaccia: «Potrebbe esserci appoggio esterno solo se il premier fosse Salvini». Il quale abbozza, ovviamente è disponibile «a metterci la faccia». Time out.La grande illusione è durata un pomeriggio. «Ripartiamo dai programmi, su quelli noi possiamo dare un governo al Paese. Programmi e non posti, il modo migliore per salvaguardare lo spirito del 4 marzo. Sono ottimista, ci sono segnali di novità». Salvini era stato chiaro e positivo nei confronti del Movimento 5 stelle: parole di velluto per dare un'accelerazione forte all'unica maggioranza credibile uscita dalle urne che hanno decretato la disfatta delle sinistre. A sera, dopo un rovello da Innominato e dopo avere fatto i conti con una base che lascia margini di manovra risicati, Di Maio non ha detto no, ma neppure è riuscito a dire di sì. Si è fermato sulla soglia, non vuole Berlusconi e Giorgia Meloni nell'esecutivo, ribadisce che devono stare fuori. Però per la prima volta afferma: «Siamo disposti a considerare non ostile la presenza di Forza Italia e Fratelli d'Italia. Nulla si chiude». Traduzione dal politichese, imparato in fretta dal giovane leader partenopeo: se il Cavaliere accetta l'appoggio esterno, a noi va bene.Salvini sperava in qualcosa di meglio, la sterzata che immaginava non è avvenuta. Sa che offrire di nuovo la palla a Berlusconi significa rischiare azzardi da giocoliere. Eppure questa volta c'erano i presupposti per dare un senso alle lunghe trattative (47 giorni, ancora pochi se paragonati al record di Giuliano Amato con 82) e concretizzare un percorso impervio, disseminato di veti incrociati e trappole. Quando è uscito dal colloquio con la presidente del Senato, Elisabetta Alberti Casellati, Salvini sembrava sereno. Centrodestra unito, discorso unitario, Berlusconi silente guardato a vista dalla Meloni pronta a incenerirlo: la fotografia è stata ben diversa rispetto al presepe pazzo di una settimana fa al Quirinale. Questa volta il leader di Forza Italia ha palesemente taciuto, è rimasto immobile mentre Salvini parlava, ha tenuto le mani giunte per soffocare l'impulso di dirigere la banda. Era una sfinge che pregava in silenzio.«Vogliamo un governo che rappresenti il voto degli italiani, un accordo solido fra i primi e i secondi usciti dalle elezioni che superi veti assurdi. Confidiamo che chi viene dopo di noi (e si riferiva a Di Maio, ndr) accetti di sedersi parlando di programmi e non di posti. Sono ottimista che la prossima settimana si possa concretizzare il lavoro svolto», aveva detto il leader della Lega, che più tardi con i giornalisti era andato via di metafora: «Ieri siamo usciti con gli schiaffoni, oggi invece siamo usciti con i sorrisi. Metà dell'opera l'abbiamo fatta, l'altra metà la facciamo settimana prossima. Si parli di programmi e non di posti. Noi siamo disponibilissimi a farlo, come Di Maio chiede da tempo. Sono fiducioso che il Movimento 5 stelle accetti finalmente di sedersi al tavolo senza veti e parlare di pensioni, lavoro, fisco, scuola, riforma della giustizia».Tutto molto concreto, tutto molto produttivo, ma per ora la maggioranza non c'è e il confronto fra minoranze non accenna a dare frutti. La pallina da tennis ora è in bilico fra una Lega che ha onestamente fatto di tutto per spianare la strada a un accordo e Forza Italia che chiede garanzie per il suo ruolo di convitato di pietra. Berlusconi non è abituato a non comparire, a rinunciare alle sue prerogative, a non sedersi ai tavoli che contano, a gestire nell'ombra un potere impalpabile. Non si fida, teme trappole. «E un appoggio esterno a un governo a trazione 5 stelle gli sembra una sconfitta», spiega un colonnello del partito azzurro. «Sarà molto difficile convincerlo, lui aspetta una legittimazione, che non può avvenire se lo si lascia fuori da tutto. Stiamo parlando di Berlusconi, il più significativo leader degli ultimi 25 anni. Non stiamo parlando di un boiardo della Prima Repubblica».Il governo era a un passo, poi tutto è tornato in gioco. Il centrodestra si conferma unito, fin troppo per i gusti di Di Maio e anche per alcuni parlamentari del Carroccio ormai pronti a ridiscutere gli accordi con Forza Italia. Però Salvini non cede, l'alleanza con Berlusconi suggellata da una stretta di mano davanti agli italiani, per lui è un punto d'onore irrinunciabile. E, se lo stallo dovesse protrarsi, si dice pronto a forzare: «Il Paese è stanco di aspettare, se serve scendo in campo». Ora comunque tutto passa di nuovo dalla scrivania del presidente Sergio Mattarella, che dovrà decidere se questo spiraglio, questo governo a due con appoggio esterno di Forza Italia e Fratelli d'Italia ha un senso. Berlusconi ha già risposto, ha già definito quella dei 5 stelle «l'ennesima prova di immaturità davanti al Paese». Ora il cerino acceso in mano non ce l'ha solo lui, ce l'hanno tutti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/muro-forza-italia-ok-ma-salvini-premier-2561550524.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mattarella-pronto-a-dare-altro-tempo-avanza-lipotesi-del-terzo-uomo" data-post-id="2561550524" data-published-at="1779916583" data-use-pagination="False"> Mattarella pronto a dare altro tempo. Avanza l'ipotesi del terzo uomo Anche i democristiani doc possono perdere la pazienza, ma il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ne ha da vendere. 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Dunque, con ogni probabilità, Mattarella prolungherà il mandato alla Casellati, che tra l'altro ieri alcune fonti indicavano come possibile «nome terzo» per palazzo Chigi se il centrodestra e il M5s usciranno dallo stallo (un altro nome sempre caldo è quello del docente universitario Giacinto Della Cananea, incaricato da Luigi Di Maio di incrociare i programmi elettorali di M5s, Lega e Pd per verificare eventuali convergenze). Quello che però Mattarella sa benissimo, è che Forza Italia e Fdi accetterebbero un appoggio esterno soltanto nel caso in cui il premier del governo M5s-centrodestra fosse Matteo Salvini, e che questa condizione, per i grillini, è inaccettabile. Dunque il capo dello Stato accorderà, salvo imprevisti, qualche altro giorno di tempo ai «ragazzi» (così i consiglieri del Colle chiamano Di Maio e Salvini), ben sapendo però che questa lunghissima telenovela dovrà pur concludersi. Mattarella sa anche che Di Maio, in realtà, ha bisogno di tempo per fronteggiare i fortissimi dissensi interni: la base del M5s non ne può più di questa trattativa. L'ala ortodossa che fa capo a Roberto Fico e Alessandro Di Battista non vede l'ora che Giggino da Pomigliano d'Arco prenda atto della cruda realtà dei numeri: il 32% non basta per diventare presidente del Consiglio. Non solo: all'interno del M5s in molti sospettano che Di Maio penda eccessivamente dalle labbra di Salvini, e lamentano che il movimento sia ormai «eterodiretto» dalla Lega.Intanto ieri, tra i fedelissimi di Berlusconi, si davano per quasi certe nuove elezioni a ottobre e circolava una battuta: «Non fate mutui sullo stipendio, che tra sei mesi si torna a votare». In sostanza, Mattarella continuerà a pazientare, ma non certo all'infinito, prima di archiviare l'ipotesi di un governo centrodestra-M5s e procedere alla verifica delle altre due soluzioni possibili. Nell'arco della prossima settimana, Mattarella tirerà le somme del lavoro della Casellati e procederà, se l'accordo dovesse naufragare, ad assegnare un mandato esplorativo per verificare la possibilità di un governo Pd-M5s, ipotesi esclusa anche ieri da Matteo Renzi ma che ingolosisce molti dem. Se neanche questa ipotesi fosse praticabile, Mattarella procederebbe all'esplorazione della terza ipotesi: una maggioranza centrodestra-Pd, esclusa fino ad ora da Salvini ma assai gradita a Berlusconi e (dicono) allo stesso Renzi. Infine, se tutte le strade si dimostrassero impercorribili, si andrebbe spediti verso un «governo del presidente» che avrebbe un respiro di circa sei mesi, consentirebbe all'Italia di affrontare le scadenze europee e dovrebbe modificare la legge elettorale inserendo un premio di maggioranza, in modo tale da evitare che si possa ripetere in futuro una situazione d'incertezza come quella prodotta dal Rosatellum. Chi sosterrebbe questo governo? M5s e Lega accetterebbero di farne parte? Mattarella è sicuro di sì. In particolare, il capo dello Stato in queste settimane ha apprezzato lo stile istituzionale di Di Maio, e ha motivo di credere che il M5s non si sottrarrebbe a una chiamata alla responsabilità pur di lucrare consensi in più in chiave elettorale. La preoccupazione del capo dello Stato è quella di un prolungarsi dello stallo a causa degli egoismi delle sin gole forze politiche, e quindi i «tempi supplementari» chiesti da Salvini e Di Maio saranno concessi, ma saranno brevi. L'urgenza di dare un governo stabile all'Italia è la principale preoccupazione del Quirinale, che non è certamente favorevole a un ritorno alle urne a breve, ma che non esclude certo di dover sciogliere le Camere subito dopo l'estate se l'instabilità scaturita dalle elezioni del 4 marzo scorso si dimostrasse strutturale e non contingente. Carlo Tarallo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/muro-forza-italia-ok-ma-salvini-premier-2561550524.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="di-maio-si-accorge-che-puo-sparire-e-apre-allintesa-con-il-centrodestra" data-post-id="2561550524" data-published-at="1779916583" data-use-pagination="False"> Di Maio si accorge che può sparire e apre all'intesa con il centrodestra Di nuovo, c'è che questa volta Luigi Di Maio non lancia ultimatum a Matteo Salvini, ma gli propone una trattativa a due, secca, senza intermediari e soprattutto senza Silvio Berlusconi e senza la povera Giorgia Meloni, che finisce in mezzo alla fatwa grillina contro Arcore. Ma la strada, anche se aperta, resta tutta in salita. Nonostante il fatto che M5s abbia implicitamente accettato l'appoggio esterno di Forza Italia non vada sottovalutato. Ma sono gli stessi vertici di M5s a essere pessimisti. «Abbiamo posto due condizioni: solo Salvini al tavolo e Di Maio premier. Una ce la faranno rimangiare di sicuro», spiega una delle persone più vicine al candidato premier. E naturalmente, «non se ne parla neppure». Insomma, il famoso secondo forno, quello della trattativa con il Pd, è spento ma non è chiuso. D'altronde in casa pentastellata è stata un'altra giornata contrassegnata da una preoccupazione costante: non farsi dividere ed evitare le trappole. La compattezza è quella messa a dura prova dal Pd renziano, che manda a dire, nei colloqui da buvette al Senato, che «se ritirate Di Maio, si può anche parlare». Con Roberto Fico o, meglio, con un Raffaele Cantone come premier. Un'offerta respinta in poche ore. Pare che sia stato lo stesso presidente della Camera a sgomberare il campo da ogni possibile incomprensione o ambiguità, garantendo a Di Maio che non si farà usare per bruciarlo. «Tentano di farci levare dal centro del campo un uomo che ha preso 11 milioni di voti e per il quale ci siamo spaccati tutta la schiena», spiega un senatore dei più esperti. Ma poi c'è anche la diffidenza. L'enorme diffidenza di un Movimento che tende fin dal suo inizio a vedere nemici ovunque. Perché al di là della simpatia e del rispetto personali per Elisabetta Casellati, il presidente del Senato scelto da Sergio Mattarella come primo esploratore, la verità è che né Beppe Grillo, né Davide Casaleggio, né Di Maio si fidano di lei. Pensano che non abbia vera autonomia rispetto ai desiderata di Arcore e forse è anche per questo che, con una punta di sadismo, ieri sera la delegazione del Movimento, formata da Di Maio, Giulia Grillo e Danilo Toninelli, si è divertita con l'avvocata padovana a infierire sul capo di Forza Italia, dipinto sempre, per non mancargli di rispetto sul fronte della fedina penale, come una specie di «burosauro», un ottantenne che «ha già provato a cambiare l'Italia e non solo non c'è riuscito, ma a momenti la mandava in bancarotta». La base grillina, del resto, non ha proprio dubbi. La sinistra è praticamente morta, ma l'antiberlusconismo è in gran forma e sembra aver traslocato armi e bagagli sotto le insegne dei 5 stelle. Bastava guardare la diretta internet delle consultazioni sulle pagine Facebook di Di Maio o di Paola Taverna per leggere una ininterrotta sequenza di insulti al Cavaliere, intervallati dal terrore che lì dentro, a Palazzo Giustiniani, la Casellati stesse facendo digerire la presenza di Berlusconi nel primo governo Di Maio. E invece non sarà così, almeno formalmente. Quando, dopo un'ora abbondante di colloquio, «Luigino» esce a parlare con i giornalisti, la notizia è che rilancia rispetto all'apertura di Matteo Salvini e questa volta non gli mette fretta. Tanto, ormai, siamo quasi arrivati a domenica e a quell'ultima prova di forza elettorale, sul piano locale, che il leader del Carroccio vuole sventolare in faccia all'«alleato» Berlusconi. Il candidato di M5s racconta che con Salvini «c'è disponibilità a trattare e ce la stiamo mettendo tutta. Ma è anche vero che noi oltre certi limiti non possiamo andare». E questi limiti sono presto detti: «Saremmo anche disposti ad accettare l'idea del sostegno di Forza Italia a quel governo, ma è chiaro che l'interlocuzione deve avvenire tra noi due», spiega Di Maio. Il quale non ha nessuna voglia di sedersi al tavolo con il Cavaliere e, per non fare ingiustizie e non sembrare più quello che mette dei veti personali, lascia fuori dalla porta anche l'incolpevole Giorgia Meloni e la sua Fdi, contro cui, invece, il Movimento non ha nulla in particolare. Insomma, la linea dei 5 stelle è che la formazione del governo deve sfociare in un contratto e che quel contratto va firmato solo da due persone, senza inutili e complicate trattative. Di Maio è probabilmente troppo giovane per rendersi conto che questo modo di procedere iper-aziendale e di stampo privatistico è esattamente la «cultura» che l'odiato Berlusconi ha provato a portare in politica. Ma non sono i giorni delle sottigliezze. Conta solo fare in fretta e schivare le trappole che possono far perdere voti in un ipotetico ritorno alle urne in tempi ravvicinati. Del resto, l'hashtag di Salvini per questa fase è «andiamoagovernare». Punto. Nulla di più condivisibile da parte di Di Maio e di un popolo grillino che sente la vicinanza a un traguardo storico. Ma l'ottimismo, quello, ancora non c'è. I capi del Movimento sono convinti che la trattativa con la Lega sarà dura: «Noi chiediamo due cose, loro ce ne daranno una». Tradotto, o M5s rinuncia a Di Maio premier (di qui le voci che possa accettare di fare il vice e basta) oppure dovrà ingoiare la presenza di ministri berlusconiani. Ed entrambe le ipotesi sono ritenute inaccettabili. Anche se non è da escludere che alla fine Salvini e Di Maio si accontentino di fare i vice di un premier terzo. Nel caso sfumasse la trattativa a quattr'occhi con il Carroccio, Di Maio è pronto a tuffarsi con un ricco alibi (la base odia il Pd, avendolo magari a anche votato) sul centrosinistra. Ieri Toninelli ha fatto cadere anche la «pregiudiziale Renzi», spiegando che «se c'è un contratto e c'è un accordo con il Pd, ci importa poco che l'ex segretario ci sia o meno». Francesco Bonazzi
Zohran Mamdani, sindaco di New York (Ansa)
Il sindaco di Seattle, la socialista dichiarata Katie Wilson, quando ha saputo che Jeff Bezos e tutto l’indotto di Amazon si sarebbero trasferiti in Florida a causa dell’aumento delle tasse «contro i ricchi», ha fatto un discorso alla Seattle University per dire che nessuno sentirà la loro mancanza: «Ciao ciao Jeff, vai pure». La base imponibile a bilancio, in una città con un debito di 500 milioni di dollari, è ora sovrastimata del 30%, il 36% degli uffici sono attualmente sfitti, si sono persi in un giorno 2.400 posti di lavoro, le licenze commerciali sono in calo del 40% e le persone in stato di povertà aumentate del 26%. Lo stesso esodo di ricchi si sta verificando nella New York di Zohran Mamdani il quale ha pensato bene di attuare la politica di «tolleranza sociale» nei confronti del crimine diffuso e, allo stesso tempo, ha aperto due enormi supermercati comunali a prezzi calmierati; il risultato è stata la fuga sia dei piccoli negozi, per l’impennata di furti, sia delle grandi catene che non ritengono più New York una città sostenibile.
Da anni le aziende della Silicon Valley stanno abbandonando la California di Gavin Newsom per il Texas e le ultime proposte di considerare «ad alto reddito» persone con un patrimonio personale complessivo di un milione di dollari ha provocato addirittura la protesta di alcune star di Hollywood. I casi citati non sono casuali: essi rappresentano le tre aree storicamente amministrate dalla sinistra, una volta liberal e oggi woke, dalle quali gli americani se ne stanno andando per dirigersi in stati governati dai repubblicani.
Questo fenomeno caratterizza da sempre la società americana e prende il nome di «votare con le ruote»: nella nazione della «nuova frontiera», le persone ritengono fondamentale il poter scegliere il luogo migliore dove vivere senza indulgere eccessivamente nell’idea di radici territoriali. Ci troviamo, però, di fronte non solo a una forte accentuazione del fenomeno bensì a un vero e proprio cambio del suo significato. Nell’attuale assetto postdemocratico, le istituzioni formali persistono ma il potere decisionale effettivo si mostra in maniera sempre più immediata nelle élite che detengono il reale potere. In questo quadro il meccanismo di partecipazione perde di significato non solo reale ma anche simbolico e diviene, così, centrale il ricorso a una scelta che sappia fornire al cittadino un tangibile risultato politico.
Secondo il modello di Albert O. Hirschman, quando la credibilità si erode e la partecipazione si rivela inefficace, gli attori razionali scelgono l’«uscita», cioè il disimpegno, la delusione, il distacco, la disillusione, in una sola parola: l’astensione. Ma i corpi elettorali ridotti alla metà degli aventi diritto avevano senso quando ancora nell’elettorato esisteva la fiducia in una sorta di «rete costituzionale» o culturale che garantiva gli elementi minimi di appartenenza alla società. Se l’imposizione fiscale diviene talmente pesante da rendere impossibile il proseguimento della propria attività ecco che anche l’ultima fiducia alla base della coesione sociale viene meno ed il cittadino ricorre all’unico atto realmente politico a sua disposizione: se ne va. Lo spostamento geografico, residenziale o aziendale, diviene così il vero voto, l’unico segnale capace di produrre conseguenze immediate sulla propria vita, superando di fatto i limiti intrinseci del circuito rappresentativo democratico di tipo novecentesco. Di fronte a una prospettiva politica che si rifà in pratica al socialismo reale, basata sull’odio dei ricchi e tassazioni dichiaratamente punitive, il clima ideologico percepito diviene quello dell’esproprio proletario e dell’abolizione della proprietà privata, tutte cose, del resto, di cui Mamdani ha parlato in campagna elettorale.
In assenza di coercizione totalitaria, tuttavia, in assenza di un «muro di Berlino» che impedisca la messa in salvo, ecco che i cittadini semplicemente esercitano l’unica arma politica rimasta a loro disposizione, quella dello spostamento. Apparentemente non si tratta di una novità, da sempre le persone si sono spostate per cercare migliori condizioni fiscali, solo che si è sempre trattato dei ricchi. La grande novità sta, oggi, nell’estensione a tutte le fasce popolari di questa opzione: il livello raggiunto dall’ideologia progressista ha esteso l’arma dello spostamento ben oltre la sfera economica. Scuole permeate da priorità woke e gender, con programmi scolastici che condannano le competenze cognitive a favore di approcci inclusivi, politiche «a favore delle minoranze» che altro non sono che discriminazione antibianca, tolleranza selettiva della criminalità e dinamiche di immigrazione di massa vissute come sostituzione demografica e culturale, obbligano chiunque, a prescindere dal proprio ceto, a valutare lo spostamento verso contesti semplicemente «normali».
Ancora una volta assistiamo alle dinamiche dei due mondi: dopo l’instaurazione e il riconoscimento ci troviamo ora nella fase della separazione grazie alla quale vedremo quale dei due mondi è destinato a sopravvivere.
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Un gemellaggio virtuale all’ombra del raggiungimento di due traguardi storici.
Conseguiti con il fiato sospeso all’ultimo miglio, l’ultima giornata di campionato.
I lariani disputeranno infatti per la prima volta la Champions, avendo agganciato il quarto posto con una goleada sul campo della Cremonese (4-1), così condannata all’inferno della retrocessione.
Ventesima vittoria, altro record, esattamente come il Milan, una in più dei bianconeri.
I leccesi hanno tagliato il traguardo della quarta «salvezza» consecutiva, risultato mai raggiunto nella storia ultracentenaria della società salentina.
Il legame tra le due squadre è passato proprio attraverso la sconfitta della Cremonese, che è arrivata all’ultimo appuntamento in campo separata da un solo punto dal Lecce, coltivando la speranza di un sorpasso al fotofinish.
Illusione che si è infranta per colpa del poker calato dagli undici allenati da Cesc Fàbregas.
Como.
Lecce.
La zona alta della classifica, e quella dove si lotta con il coltello tra i denti.
Simbolo delle cosiddette «provinciali», termine che non evoca l’opera di Blaise Pascal ma designa le squadre figlie di un dio minore, quelle che non possono aspirare a uno stabile posto in Paradiso perché fuori dal circuito delle compagini più blasonate, non avendo mai vinto un titolo italiano e non essendo neppure capoluogo di regione.
Ma realtà che con le loro imprese ci ricordano che un altro calcio è possibile, basato sull’entusiasmo, sulla mentalità e la voglia di arrivare, sui giovani atleti semi (o del tutto) sconosciuti, sugli investimenti sapientemente amministrati.
Con una equilibrata gestione delle risorse che non possono di certo competere con quelle impiegate, per esempio, da Juve, Inter e Milan (76 scudetti in tre).
È la favola del Cagliari, che vince lo scudetto nel 1969-70, schierando un certo Gigi Riva «rombo di tuono» (peraltro l’anno prima il tricolore era finito sulle maglie della Fiorentina, che non è certo una città di provincia ma che nel calcio è arrivata prima solo due volte, la precedente era stata nel 1955-56).
È l’epopea del Verona, l’ultima provinciale a imporsi al vertice del campionato 1984-85, in panchina un signore chiamato Osvaldo Bagnoli. In seguito, a spezzare l’opprimente predominio delle tre sorelle, Inter, Milan, Juventus, arriveranno il Napoli (con quattro scudetti) la Sampdoria (nel 90-91), la Lazio (nel 99-2000, dopo il 73-74), la Roma (2000-2001, dopo l’82-83), che non fanno parte della categoria di Como e Lecce perché espressioni di città «di peso», per storia, tradizione, dimensioni, avendo in più lo status di capoluogo di regione.
Ma come dimenticare il «miracolo Chievo» di Luigi Delneri, che nel 2000-2001 viene promossa per la prima volta in serie A, e nella stagione successiva arriva quinta guadagnandosi l’accesso alla Coppa Uefa (dal 2009 Europa League)?
E vogliamo parlare dell’Atalanta, la Dea «regina delle provinciali», perché quella con il maggior numero di partecipazioni in serie A? In questa stagione, la prima dopo l’era di Gian Piero Gasperini, allenatore dal 2016 al 2025, si è piazzata al settimo posto. Ma proprio con Gasp in panchina è arrivata a disputare tre finali di Coppa Italia e a vincere l’Europa League, finendo in sei campionati su nove tra le prime quattro.
Ecco perché i numeri macinati dal Como dovrebbero consolare tutti gli appassionati, indipendentemente dalla fede calcistica professata.
Ha chiuso infatti con il secondo miglior attacco del campionato (65 reti fatte, dietro l’Inter con 89) e con la miglior difesa (29 reti subite).
Il Lecce ha saputo fare le nozze con i fichi secchi, sotto la presidenza di Saverio Sticchi Damiani, professore di diritto amministrativo e avvocato cassazionista (suo zio è l’ex presidente dell’Aci Angelo Sticchi Damiani, a Roma ha come vicina di studio Giulia Buongiorno, nella stessa palazzina di piazza San Lorenzo in Lucina dove aveva l’ufficio Giulio Andreotti), ai vertici della società dal 2017.
Ha scommesso su un tecnico come Eusebio Di Francesco, reduce da due retrocessioni consecutive, con il Frosinone e il Venezia, ma pur sempre l’allenatore con cui la Roma è stata l’ultima volta in Champions, nel 2019.
E si è affidato alle scelte mirate di Pantaleo Corvino, già direttore sportivo della squadra leccese dal 1998 al 2005, e di nuovo responsabile dell’area tecnica dal 2020, conosciuto come «il signore delle plusvalenze»: ha ingaggiato per esempio Morten Hjulmand, Patrick Dorgu, Marin Pongracic, Valentin Gendrey, le cui cessioni hanno portato nelle casse del club oltre 70 milioni di euro, a fronte di un investimento iniziale di 5.
Il successo genera invidie, come è noto, quindi nei confronti del Como fioccano le illazioni.
Come farà con il cosiddetto fairplay finanziario, visto che spende troppo rispetto al fatturato?
E vogliamo parlare dello stadio, il Sinigaglia che si affaccia sul lago, che non è da Champions?
E poi: il suo trionfo non è un primato italiano, visto che la proprietà è della famiglia di miliardari indonesiani Hartono, e in campo vanno solo stranieri (come se questa circostanza, che sicuramente non favorisce il rilancio della Nazionale, non facendo crescere talenti nostrani, riguardasse solo il Como).
E soprattutto: chissà quanto durerà.
Ma andate a da' via i ciapp, replica il comasco di nascita, «mezzo terrone» di sangue e tutto interista che sono.
E che fa proprie le parole del Corriere dello Sport: «Ammettiamolo serenamente, tutti quanti senza paraocchi e bandiere: il Como - bello e spensierato - è la più divertente consolazione espressa da un campionato rachitico e incarognito».
Amen.
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Gabriele D'Annunzio (Getty Images)
Innanzitutto va notata una cosa: D’Annunzio ebbe un vasto popolo di seguaci, imitatori, anche maldestri, tra letterati, dandy e borghesi e tra militari e arditi, ma gli scrittori e intellettuali che vengono a torto o ragione intruppati nella definizione di cultura di destra in larga parte non lo sopportavano. In fondo per D’Annunzio accadde la stessa cosa che avvenne sul piano filosofico con Gentile: un regime autoritario, con tratti totalitari, riconobbe nel primo il Poeta soldato per antonomasia e nel secondo il Filosofo istituzionale del regime. Ma D’Annunzio e Gentile ebbero in ambito letterario e filosofico più nemici che amici, più critici, avversari e perfino denigratori che ammiratori e seguaci.
Nel caso di D’Annunzio la rassegna che fa Parlato è vasta e impietosa. A parte il controverso rapporto con il duce e con il fascismo, che personalmente risolvo in questo modo: D’Annunzio non fu fascista ma il fascismo fu dannunziano, si ispirò a lui. Con Mussolini ebbe poi un rapporto di consonanza, contrasto e competizione.
Ma la parte più interessante è la critica e il sarcasmo che raccolse in quel mondo che pure sembrava cresciuto all’ombra del suo mito. Da l’Italiano di Longanesi al Selvaggio di Mino Maccari, da l’Universale di Berto Ricci agli strali di Giovanni Papini, Ardengo Soffici, Giuseppe Prezzolini; persino il dannunziano sui generis Curzio Malaparte, che studiò a Prato nello stesso liceo di D’Annunzio, il famoso Cicognini. Anche Luigi Pirandello lo detestava. Che don Benedetto Croce avesse in antipatia D’Annunzio è comprensibile, era il suo esatto contrario, nella vita, nella prosa, nell’interventismo. E poi, come nota Parlato, Croce attaccava D’Annunzio «tutto falso e commediante» non potendo attaccare Mussolini e il regime. Ma che fossero antidannunziani tanti autori in vario modo portatori di idee, militanze e visioni vicine alle sue, quello sì, sorprende. Il problema è che D’Annunzio è troppo ingombrante, occupa intera la scena, oscura gli altri, ha quell’Ego sconfinato, quella prosa ridondante e quella poesia «ampollosa» pur nella grandezza dei versi, da suscitare reazioni di fastidio, ironia e rivolta. Anche chi gli era in apparenza più vicino lo criticava ed era a sua volta da lui criticato: come Marinetti, con cui volarono definizioni come «cretino fosforescente» e «cretino con lampi d’imbecillità». Sulla scia di Marinetti, anche il giovane pittore dadaista Julius Evola definì D’Annunzio «un grande imbecille». E più tardi precisò la sua critica verso il suo culto estetizzante degli eroi e dei geni, il suo esibizionismo, la smania d’originalità e la vanità del suo io.
D’Annunzio influenzò la gioventù della belle époque e quella che fece la Prima guerra mondiale e poi il fascismo; ma la generazione che si formò sotto il fascismo, come notava Augusto del Noce, non lo considerava un riferimento «ideale», lo riteneva al più un precursore ottocentesco, più vicino ai Carducci e ai Pascoli che all’epoca del fascismo e del comunismo. Lo stroncò pure il Dizionario di politica del Partito fascista, con una nota del critico letterario Giovanni Macchia. Perfino l’Omaggio a d’Annunzio, pubblicato in pieno regime dalla rivista Letteratura a un anno dalla sua morte con l’intento di celebrarlo, a cura di Giuseppe de Robertis ed Enrico Falqui, ebbe la metà degli interventi, tra una sessantina in tutto, critici verso di lui. Fu riscoperto in extremis al tempo della Repubblica sociale, ripubblicando i suoi discorsi ai soldati d’Italia e nella passione dannunziana di militari come il principe Junio Valerio Borghese che costituì nella Decima Mas, definizione coniata dal poeta - Memento audere semper - la «Compagnia D’Annunzio». Nel dopoguerra sorse la questione del Vittoriale finito in mani antidannunziane, che sollevò Giovannino Guareschi sul Candido, poi ripresa dall’esponente missino Ezio Maria Gray sul Nazionale. Ma D’Annunzio non fu molto presente nel Msi, se non come icona del combattentismo.
Oggi si insiste molto sul D’Annunzio rivoluzionario, sull’impresa fiumana, sul suo spirito trasgressivo, radicale e antiborghese; ma si deve riconoscere che l’impronta più forte che lasciò D’Annunzio fu quella di poeta-soldato, nazionalista, comandante, aristocratico e superuomo, passione letteraria dei borghesi di provincia, con alcuni imitatori che raggiungevano fasce più umili (come Guido da Verona, definito il «D’Annunzio delle sartine»). Furono rari tra i neofascisti coloro che come Diano Brocchi videro nell’impresa fiumana un annuncio della rivoluzione corporativa e sociale.
Parlato segue il solco di due storici che si erano occupati del D’Annunzio politico: Gioacchino Volpe che ne scrisse un libro-profilo sull’italiano, il politico, il combattente, e Renzo De Felice, di cui Parlato fu allievo. Con la storicizzazione che ne fece De Felice si cominciò a scoprire il D’Annunzio rivoluzionario, a partire da quando in Parlamento lasciò i banchi della destra per andare a sinistra («vado verso la vita», disse, ma non andò verso la sua rielezione). Nota giustamente Parlato: «Mancò alla destra e al neofascismo una riflessione complessiva» su D’Annunzio. Restò il mito dell’eroe e delle sue imprese di guerra, il poeta della Grande Italia e della parola alata, di cui fu fervente apostolo Giorgio Almirante, che non aveva cultura politica ma letteraria e citava Dante e D’Annunzio più che la «cultura di destra». E a sinistra? Prevalse l’anatema politico-ideologico, come - ad esempio - il Processo a D’Annunzio imbastito dall’Espresso con Moravia, Pasolini, Sapegno, e la scontata condanna senza appello. Restò indigesto D’Annunzio, fin nelle scuole, nel tempo della Repubblica italiana.
Tra i pochi, a destra, che cercarono di andare oltre i santini ci fu Adriano Romualdi che lesse D’Annunzio in relazione con Nietzsche, criticando il generico patriottismo dannunziano. Nelle letture critiche più recenti Parlato si riferisce ad alcuni scritti di Giano Accame e miei, a proposito della «rivoluzione conservatrice» e al manifesto per un nuovo comunitarismo che lanciai sulla rivista Pagine Libere. A tenere viva la memoria dannunziana è oggi soprattutto Giordano Bruno Guerri che guida da anni il Vittoriale dannunziano. D’Annunzio restò a cavallo tra passato e futuro, aristocrazia e popoli, rivoluzione e tradizione, come la sua vita si divise come un centauro per metà nell’Ottocento e metà nel Novecento.
Alla fine, Parlato conclude che non è facile rispondere alla domanda se D’Annunzio fu effettivamente un mito per la cultura di destra oppure no. Condivido la sua perplessità al proposito e non imprigionerei il Vate in quella casella. Ammesso poi che si possa parlare della cultura di destra come un’entità reale e coesa. Ma questa è un’altra storia.
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Giovanni Rezza (Imagoeconomica)
Un’audizione interessante, quella di Rezza, perché, nonostante gli strenui tentativi delle opposizioni che allora governavano (Pd e M5S, con in testa l’onorevole Alfonso Colucci, «difensore d’ufficio» dell’allora premier Giuseppe Conte), l’ex dg ha involontariamente confermato che le misure adottate all’epoca - vaccinazioni di massa dei giovani, obblighi vaccinali e green pass - non poggiavano su evidenze scientifiche certe e non erano state indicate dagli scienziati: «Ha deciso la politica, il Cts ha dato soltanto pareri». Colucci si è buttato a pesce sulla presunta logica del green pass e per ben tre volte ha chiesto a Rezza se con la vaccinazione venisse trasmessa una carica virale inferiore, «quindi si induceva una malattia meno severa». Rezza, per altrettante volte, non ha dato conferma, anzi: «Ci sarebbe stato bisogno di maggiori evidenze. Non possiamo escludere il fatto che una persona vaccinata si ammalasse, su questo bisogna essere intellettualmente onesti». Non solo: «Quando è arrivata Omicron (a dicembre 2021, ossia proprio quando il governo di Mario Draghi intensificò la stretta contro chi non si vaccinava con il super green pass, ndr) la protezione della vaccinazione nei confronti di Omicron è diventata più bassa rispetto alle varianti precedenti», ha spiegato. Smentendo il famoso mantra di Draghi «se non ti vaccini, ti ammali, muori e fai morire»: «L’effetto del lockdown», ha dichiarato l’infettivologo, «non era di evitare il numero totale di casi, ma di distribuire nel tempo i casi di infezione, così da curare non solo i malati Covid ma anche gli altri pazienti». Era un problema di salute pubblica, insomma, con buona pace dei cittadini che sono corsi a vaccinarsi per evitare di ammalarsi.
Il docente ha anche parlato degli effetti collaterali. Il problema, ha osservato, risiedeva nell’incidenza dei casi: «Se va al di sotto di una certa soglia nelle persone più giovani, dato che i vaccini possono causare degli effetti collaterali, allora lì bisogna bilanciare i rischi e benefici. Quando l’incidenza cala, gli effetti collaterali dei vaccini prendono il sopravvento e questo è il motivo per cui noi a un certo punto non abbiamo più vaccinato le persone giovani», ha dichiarato. Senza però spiegare quando esattamente il governo avrebbe smesso di vaccinare le persone più giovani: ancora nel 2022, l’esecutivo Draghi e il ministero della Salute di Speranza stringevano le maglie soprattutto sulla fascia di popolazione da 0 a 20 anni.
«Durante la pandemia, l’allora governo italiano attuò una campagna vaccinale di massa senza conoscere quante persone avevano sviluppato un’immunità naturale. L’assenza della banca dati dei guariti è stata confermata dal professor Rezza. Abbiamo la conferma che le politiche in termini vaccinali hanno ignorato il principio di precauzione e il rapporto tra rischi e benefici», ha commentato Lucio Malan, presidente dei senatori di Fratelli d’Italia.
Se davvero i governi Conte e Draghi hanno commesso così tanti imperdonabili errori sulla pelle dei cittadini in pandemia, resta da capire per quale motivo scienziati come Rezza scelsero il silenzio anziché la protesta. E c’è sempre chi, come Giuseppe Ippolito (ex direttore scientifico dello Spallanzani di Roma e membro del Cts), non rinuncia a buttarla in politica: «L’epidemia di Ebola in Congo e Uganda risente del limitato supporto dato dagli Stati Uniti. L’uscita degli Usa dall’Oms, decisa da Trump, ha fatto sì che ci sia meno personale sul terreno». La colpa, insomma, è sempre del presidente Usa.
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