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2018-04-20
Muro Forza Italia: ok, ma Salvini premier. Mattarella pronto a dare altro tempo
ANSA
Quaranta a trenta, sembra una partita a tennis sulla terra rossa, lenta e con tante smorzate. Matteo Salvini parla di unico accordo possibile fra chi ha vinto le elezioni, Luigi Di Maio pone il veto su Silvio Berlusconi. Salvini ribatte con la proposta del programma alla tedesca, Di Maio accetta, ma non vuole Forza Italia nel governo, bensì in appoggio esterno. Non c'è neppure il tempo di vedere la palla volare oltre la rete che da Palazzo Grazioli arriva una nota: «Ennesima prova di immaturità a danno degli italiani». E Giovanni Toti schiaccia: «Potrebbe esserci appoggio esterno solo se il premier fosse Salvini». Il quale abbozza, ovviamente è disponibile «a metterci la faccia». Time out.
La grande illusione è durata un pomeriggio. «Ripartiamo dai programmi, su quelli noi possiamo dare un governo al Paese. Programmi e non posti, il modo migliore per salvaguardare lo spirito del 4 marzo. Sono ottimista, ci sono segnali di novità». Salvini era stato chiaro e positivo nei confronti del Movimento 5 stelle: parole di velluto per dare un'accelerazione forte all'unica maggioranza credibile uscita dalle urne che hanno decretato la disfatta delle sinistre. A sera, dopo un rovello da Innominato e dopo avere fatto i conti con una base che lascia margini di manovra risicati, Di Maio non ha detto no, ma neppure è riuscito a dire di sì. Si è fermato sulla soglia, non vuole Berlusconi e Giorgia Meloni nell'esecutivo, ribadisce che devono stare fuori. Però per la prima volta afferma: «Siamo disposti a considerare non ostile la presenza di Forza Italia e Fratelli d'Italia. Nulla si chiude». Traduzione dal politichese, imparato in fretta dal giovane leader partenopeo: se il Cavaliere accetta l'appoggio esterno, a noi va bene.
Salvini sperava in qualcosa di meglio, la sterzata che immaginava non è avvenuta. Sa che offrire di nuovo la palla a Berlusconi significa rischiare azzardi da giocoliere. Eppure questa volta c'erano i presupposti per dare un senso alle lunghe trattative (47 giorni, ancora pochi se paragonati al record di Giuliano Amato con 82) e concretizzare un percorso impervio, disseminato di veti incrociati e trappole. Quando è uscito dal colloquio con la presidente del Senato, Elisabetta Alberti Casellati, Salvini sembrava sereno. Centrodestra unito, discorso unitario, Berlusconi silente guardato a vista dalla Meloni pronta a incenerirlo: la fotografia è stata ben diversa rispetto al presepe pazzo di una settimana fa al Quirinale. Questa volta il leader di Forza Italia ha palesemente taciuto, è rimasto immobile mentre Salvini parlava, ha tenuto le mani giunte per soffocare l'impulso di dirigere la banda. Era una sfinge che pregava in silenzio.
«Vogliamo un governo che rappresenti il voto degli italiani, un accordo solido fra i primi e i secondi usciti dalle elezioni che superi veti assurdi. Confidiamo che chi viene dopo di noi (e si riferiva a Di Maio, ndr) accetti di sedersi parlando di programmi e non di posti. Sono ottimista che la prossima settimana si possa concretizzare il lavoro svolto», aveva detto il leader della Lega, che più tardi con i giornalisti era andato via di metafora: «Ieri siamo usciti con gli schiaffoni, oggi invece siamo usciti con i sorrisi. Metà dell'opera l'abbiamo fatta, l'altra metà la facciamo settimana prossima. Si parli di programmi e non di posti. Noi siamo disponibilissimi a farlo, come Di Maio chiede da tempo. Sono fiducioso che il Movimento 5 stelle accetti finalmente di sedersi al tavolo senza veti e parlare di pensioni, lavoro, fisco, scuola, riforma della giustizia».
Tutto molto concreto, tutto molto produttivo, ma per ora la maggioranza non c'è e il confronto fra minoranze non accenna a dare frutti. La pallina da tennis ora è in bilico fra una Lega che ha onestamente fatto di tutto per spianare la strada a un accordo e Forza Italia che chiede garanzie per il suo ruolo di convitato di pietra. Berlusconi non è abituato a non comparire, a rinunciare alle sue prerogative, a non sedersi ai tavoli che contano, a gestire nell'ombra un potere impalpabile. Non si fida, teme trappole. «E un appoggio esterno a un governo a trazione 5 stelle gli sembra una sconfitta», spiega un colonnello del partito azzurro. «Sarà molto difficile convincerlo, lui aspetta una legittimazione, che non può avvenire se lo si lascia fuori da tutto. Stiamo parlando di Berlusconi, il più significativo leader degli ultimi 25 anni. Non stiamo parlando di un boiardo della Prima Repubblica».
Il governo era a un passo, poi tutto è tornato in gioco. Il centrodestra si conferma unito, fin troppo per i gusti di Di Maio e anche per alcuni parlamentari del Carroccio ormai pronti a ridiscutere gli accordi con Forza Italia. Però Salvini non cede, l'alleanza con Berlusconi suggellata da una stretta di mano davanti agli italiani, per lui è un punto d'onore irrinunciabile. E, se lo stallo dovesse protrarsi, si dice pronto a forzare: «Il Paese è stanco di aspettare, se serve scendo in campo».
Ora comunque tutto passa di nuovo dalla scrivania del presidente Sergio Mattarella, che dovrà decidere se questo spiraglio, questo governo a due con appoggio esterno di Forza Italia e Fratelli d'Italia ha un senso. Berlusconi ha già risposto, ha già definito quella dei 5 stelle «l'ennesima prova di immaturità davanti al Paese». Ora il cerino acceso in mano non ce l'ha solo lui, ce l'hanno tutti.
Mattarella pronto a dare altro tempo. Avanza l'ipotesi del terzo uomo
Anche i democristiani doc possono perdere la pazienza, ma il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ne ha da vendere. Stamani, quando il presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, gli riferirà l'esito delle consultazioni di ieri con centrodestra e M5s, non dirà certamente di no alla richiesta di qualche altro giorno di tempo. Oggi, stando a quanto previsto dal mandato ricevuto da Mattarella, la Casellati avrebbe dovuto riferire al capo dello Stato l'esito della sua esplorazione, che ha come unica missione quella di verificare la possibilità di un'intesa M5s-centrodestra. Possibilità che, dopo le timide ma significative aperture incrociate di ieri, sembra esserci.
Dunque, con ogni probabilità, Mattarella prolungherà il mandato alla Casellati, che tra l'altro ieri alcune fonti indicavano come possibile «nome terzo» per palazzo Chigi se il centrodestra e il M5s usciranno dallo stallo (un altro nome sempre caldo è quello del docente universitario Giacinto Della Cananea, incaricato da Luigi Di Maio di incrociare i programmi elettorali di M5s, Lega e Pd per verificare eventuali convergenze). Quello che però Mattarella sa benissimo, è che Forza Italia e Fdi accetterebbero un appoggio esterno soltanto nel caso in cui il premier del governo M5s-centrodestra fosse Matteo Salvini, e che questa condizione, per i grillini, è inaccettabile. Dunque il capo dello Stato accorderà, salvo imprevisti, qualche altro giorno di tempo ai «ragazzi» (così i consiglieri del Colle chiamano Di Maio e Salvini), ben sapendo però che questa lunghissima telenovela dovrà pur concludersi. Mattarella sa anche che Di Maio, in realtà, ha bisogno di tempo per fronteggiare i fortissimi dissensi interni: la base del M5s non ne può più di questa trattativa. L'ala ortodossa che fa capo a Roberto Fico e Alessandro Di Battista non vede l'ora che Giggino da Pomigliano d'Arco prenda atto della cruda realtà dei numeri: il 32% non basta per diventare presidente del Consiglio. Non solo: all'interno del M5s in molti sospettano che Di Maio penda eccessivamente dalle labbra di Salvini, e lamentano che il movimento sia ormai «eterodiretto» dalla Lega.Intanto ieri, tra i fedelissimi di Berlusconi, si davano per quasi certe nuove elezioni a ottobre e circolava una battuta: «Non fate mutui sullo stipendio, che tra sei mesi si torna a votare».
In sostanza, Mattarella continuerà a pazientare, ma non certo all'infinito, prima di archiviare l'ipotesi di un governo centrodestra-M5s e procedere alla verifica delle altre due soluzioni possibili. Nell'arco della prossima settimana, Mattarella tirerà le somme del lavoro della Casellati e procederà, se l'accordo dovesse naufragare, ad assegnare un mandato esplorativo per verificare la possibilità di un governo Pd-M5s, ipotesi esclusa anche ieri da Matteo Renzi ma che ingolosisce molti dem. Se neanche questa ipotesi fosse praticabile, Mattarella procederebbe all'esplorazione della terza ipotesi: una maggioranza centrodestra-Pd, esclusa fino ad ora da Salvini ma assai gradita a Berlusconi e (dicono) allo stesso Renzi.
Infine, se tutte le strade si dimostrassero impercorribili, si andrebbe spediti verso un «governo del presidente» che avrebbe un respiro di circa sei mesi, consentirebbe all'Italia di affrontare le scadenze europee e dovrebbe modificare la legge elettorale inserendo un premio di maggioranza, in modo tale da evitare che si possa ripetere in futuro una situazione d'incertezza come quella prodotta dal Rosatellum. Chi sosterrebbe questo governo? M5s e Lega accetterebbero di farne parte? Mattarella è sicuro di sì. In particolare, il capo dello Stato in queste settimane ha apprezzato lo stile istituzionale di Di Maio, e ha motivo di credere che il M5s non si sottrarrebbe a una chiamata alla responsabilità pur di lucrare consensi in più in chiave elettorale. La preoccupazione del capo dello Stato è quella di un prolungarsi dello stallo a causa degli egoismi delle sin gole forze politiche, e quindi i «tempi supplementari» chiesti da Salvini e Di Maio saranno concessi, ma saranno brevi. L'urgenza di dare un governo stabile all'Italia è la principale preoccupazione del Quirinale, che non è certamente favorevole a un ritorno alle urne a breve, ma che non esclude certo di dover sciogliere le Camere subito dopo l'estate se l'instabilità scaturita dalle elezioni del 4 marzo scorso si dimostrasse strutturale e non contingente.
Carlo Tarallo
Di Maio si accorge che può sparire e apre all'intesa con il centrodestra
Di nuovo, c'è che questa volta Luigi Di Maio non lancia ultimatum a Matteo Salvini, ma gli propone una trattativa a due, secca, senza intermediari e soprattutto senza Silvio Berlusconi e senza la povera Giorgia Meloni, che finisce in mezzo alla fatwa grillina contro Arcore. Ma la strada, anche se aperta, resta tutta in salita. Nonostante il fatto che M5s abbia implicitamente accettato l'appoggio esterno di Forza Italia non vada sottovalutato. Ma sono gli stessi vertici di M5s a essere pessimisti. «Abbiamo posto due condizioni: solo Salvini al tavolo e Di Maio premier. Una ce la faranno rimangiare di sicuro», spiega una delle persone più vicine al candidato premier. E naturalmente, «non se ne parla neppure». Insomma, il famoso secondo forno, quello della trattativa con il Pd, è spento ma non è chiuso.
D'altronde in casa pentastellata è stata un'altra giornata contrassegnata da una preoccupazione costante: non farsi dividere ed evitare le trappole. La compattezza è quella messa a dura prova dal Pd renziano, che manda a dire, nei colloqui da buvette al Senato, che «se ritirate Di Maio, si può anche parlare». Con Roberto Fico o, meglio, con un Raffaele Cantone come premier. Un'offerta respinta in poche ore. Pare che sia stato lo stesso presidente della Camera a sgomberare il campo da ogni possibile incomprensione o ambiguità, garantendo a Di Maio che non si farà usare per bruciarlo. «Tentano di farci levare dal centro del campo un uomo che ha preso 11 milioni di voti e per il quale ci siamo spaccati tutta la schiena», spiega un senatore dei più esperti. Ma poi c'è anche la diffidenza.
L'enorme diffidenza di un Movimento che tende fin dal suo inizio a vedere nemici ovunque. Perché al di là della simpatia e del rispetto personali per Elisabetta Casellati, il presidente del Senato scelto da Sergio Mattarella come primo esploratore, la verità è che né Beppe Grillo, né Davide Casaleggio, né Di Maio si fidano di lei. Pensano che non abbia vera autonomia rispetto ai desiderata di Arcore e forse è anche per questo che, con una punta di sadismo, ieri sera la delegazione del Movimento, formata da Di Maio, Giulia Grillo e Danilo Toninelli, si è divertita con l'avvocata padovana a infierire sul capo di Forza Italia, dipinto sempre, per non mancargli di rispetto sul fronte della fedina penale, come una specie di «burosauro», un ottantenne che «ha già provato a cambiare l'Italia e non solo non c'è riuscito, ma a momenti la mandava in bancarotta».
La base grillina, del resto, non ha proprio dubbi. La sinistra è praticamente morta, ma l'antiberlusconismo è in gran forma e sembra aver traslocato armi e bagagli sotto le insegne dei 5 stelle. Bastava guardare la diretta internet delle consultazioni sulle pagine Facebook di Di Maio o di Paola Taverna per leggere una ininterrotta sequenza di insulti al Cavaliere, intervallati dal terrore che lì dentro, a Palazzo Giustiniani, la Casellati stesse facendo digerire la presenza di Berlusconi nel primo governo Di Maio. E invece non sarà così, almeno formalmente. Quando, dopo un'ora abbondante di colloquio, «Luigino» esce a parlare con i giornalisti, la notizia è che rilancia rispetto all'apertura di Matteo Salvini e questa volta non gli mette fretta. Tanto, ormai, siamo quasi arrivati a domenica e a quell'ultima prova di forza elettorale, sul piano locale, che il leader del Carroccio vuole sventolare in faccia all'«alleato» Berlusconi. Il candidato di M5s racconta che con Salvini «c'è disponibilità a trattare e ce la stiamo mettendo tutta.
Ma è anche vero che noi oltre certi limiti non possiamo andare». E questi limiti sono presto detti: «Saremmo anche disposti ad accettare l'idea del sostegno di Forza Italia a quel governo, ma è chiaro che l'interlocuzione deve avvenire tra noi due», spiega Di Maio. Il quale non ha nessuna voglia di sedersi al tavolo con il Cavaliere e, per non fare ingiustizie e non sembrare più quello che mette dei veti personali, lascia fuori dalla porta anche l'incolpevole Giorgia Meloni e la sua Fdi, contro cui, invece, il Movimento non ha nulla in particolare. Insomma, la linea dei 5 stelle è che la formazione del governo deve sfociare in un contratto e che quel contratto va firmato solo da due persone, senza inutili e complicate trattative. Di Maio è probabilmente troppo giovane per rendersi conto che questo modo di procedere iper-aziendale e di stampo privatistico è esattamente la «cultura» che l'odiato Berlusconi ha provato a portare in politica. Ma non sono i giorni delle sottigliezze. Conta solo fare in fretta e schivare le trappole che possono far perdere voti in un ipotetico ritorno alle urne in tempi ravvicinati. Del resto, l'hashtag di Salvini per questa fase è «andiamoagovernare».
Punto. Nulla di più condivisibile da parte di Di Maio e di un popolo grillino che sente la vicinanza a un traguardo storico. Ma l'ottimismo, quello, ancora non c'è. I capi del Movimento sono convinti che la trattativa con la Lega sarà dura: «Noi chiediamo due cose, loro ce ne daranno una». Tradotto, o M5s rinuncia a Di Maio premier (di qui le voci che possa accettare di fare il vice e basta) oppure dovrà ingoiare la presenza di ministri berlusconiani. Ed entrambe le ipotesi sono ritenute inaccettabili. Anche se non è da escludere che alla fine Salvini e Di Maio si accontentino di fare i vice di un premier terzo. Nel caso sfumasse la trattativa a quattr'occhi con il Carroccio, Di Maio è pronto a tuffarsi con un ricco alibi (la base odia il Pd, avendolo magari a anche votato) sul centrosinistra. Ieri Toninelli ha fatto cadere anche la «pregiudiziale Renzi», spiegando che «se c'è un contratto e c'è un accordo con il Pd, ci importa poco che l'ex segretario ci sia o meno».
Francesco Bonazzi
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Silvio Berlusconi stavolta si contiene e non attacca i grillini. Però davanti all'apertura da parte del M5s gli azzurri alzano il prezzo: niente veti, l'incarico vada al Carroccio. Dura anche la leader di Fdi, Giorgia Meloni. Il segretario della Lega, Matteo Salvini: «Se serve, scendo in campo».Oggi Elisabetta Alberti Casellati al Colle, il capo dello Stato aspetterà qualche giorno.Lo spettro di un incarico a Roberto Fico ammorbidisce il leader pentastellato. Lo speciale contiene tre articoli.Quaranta a trenta, sembra una partita a tennis sulla terra rossa, lenta e con tante smorzate. Matteo Salvini parla di unico accordo possibile fra chi ha vinto le elezioni, Luigi Di Maio pone il veto su Silvio Berlusconi. Salvini ribatte con la proposta del programma alla tedesca, Di Maio accetta, ma non vuole Forza Italia nel governo, bensì in appoggio esterno. Non c'è neppure il tempo di vedere la palla volare oltre la rete che da Palazzo Grazioli arriva una nota: «Ennesima prova di immaturità a danno degli italiani». E Giovanni Toti schiaccia: «Potrebbe esserci appoggio esterno solo se il premier fosse Salvini». Il quale abbozza, ovviamente è disponibile «a metterci la faccia». Time out.La grande illusione è durata un pomeriggio. «Ripartiamo dai programmi, su quelli noi possiamo dare un governo al Paese. Programmi e non posti, il modo migliore per salvaguardare lo spirito del 4 marzo. Sono ottimista, ci sono segnali di novità». Salvini era stato chiaro e positivo nei confronti del Movimento 5 stelle: parole di velluto per dare un'accelerazione forte all'unica maggioranza credibile uscita dalle urne che hanno decretato la disfatta delle sinistre. A sera, dopo un rovello da Innominato e dopo avere fatto i conti con una base che lascia margini di manovra risicati, Di Maio non ha detto no, ma neppure è riuscito a dire di sì. Si è fermato sulla soglia, non vuole Berlusconi e Giorgia Meloni nell'esecutivo, ribadisce che devono stare fuori. Però per la prima volta afferma: «Siamo disposti a considerare non ostile la presenza di Forza Italia e Fratelli d'Italia. Nulla si chiude». Traduzione dal politichese, imparato in fretta dal giovane leader partenopeo: se il Cavaliere accetta l'appoggio esterno, a noi va bene.Salvini sperava in qualcosa di meglio, la sterzata che immaginava non è avvenuta. Sa che offrire di nuovo la palla a Berlusconi significa rischiare azzardi da giocoliere. Eppure questa volta c'erano i presupposti per dare un senso alle lunghe trattative (47 giorni, ancora pochi se paragonati al record di Giuliano Amato con 82) e concretizzare un percorso impervio, disseminato di veti incrociati e trappole. Quando è uscito dal colloquio con la presidente del Senato, Elisabetta Alberti Casellati, Salvini sembrava sereno. Centrodestra unito, discorso unitario, Berlusconi silente guardato a vista dalla Meloni pronta a incenerirlo: la fotografia è stata ben diversa rispetto al presepe pazzo di una settimana fa al Quirinale. Questa volta il leader di Forza Italia ha palesemente taciuto, è rimasto immobile mentre Salvini parlava, ha tenuto le mani giunte per soffocare l'impulso di dirigere la banda. Era una sfinge che pregava in silenzio.«Vogliamo un governo che rappresenti il voto degli italiani, un accordo solido fra i primi e i secondi usciti dalle elezioni che superi veti assurdi. Confidiamo che chi viene dopo di noi (e si riferiva a Di Maio, ndr) accetti di sedersi parlando di programmi e non di posti. Sono ottimista che la prossima settimana si possa concretizzare il lavoro svolto», aveva detto il leader della Lega, che più tardi con i giornalisti era andato via di metafora: «Ieri siamo usciti con gli schiaffoni, oggi invece siamo usciti con i sorrisi. Metà dell'opera l'abbiamo fatta, l'altra metà la facciamo settimana prossima. Si parli di programmi e non di posti. Noi siamo disponibilissimi a farlo, come Di Maio chiede da tempo. Sono fiducioso che il Movimento 5 stelle accetti finalmente di sedersi al tavolo senza veti e parlare di pensioni, lavoro, fisco, scuola, riforma della giustizia».Tutto molto concreto, tutto molto produttivo, ma per ora la maggioranza non c'è e il confronto fra minoranze non accenna a dare frutti. La pallina da tennis ora è in bilico fra una Lega che ha onestamente fatto di tutto per spianare la strada a un accordo e Forza Italia che chiede garanzie per il suo ruolo di convitato di pietra. Berlusconi non è abituato a non comparire, a rinunciare alle sue prerogative, a non sedersi ai tavoli che contano, a gestire nell'ombra un potere impalpabile. Non si fida, teme trappole. «E un appoggio esterno a un governo a trazione 5 stelle gli sembra una sconfitta», spiega un colonnello del partito azzurro. «Sarà molto difficile convincerlo, lui aspetta una legittimazione, che non può avvenire se lo si lascia fuori da tutto. Stiamo parlando di Berlusconi, il più significativo leader degli ultimi 25 anni. Non stiamo parlando di un boiardo della Prima Repubblica».Il governo era a un passo, poi tutto è tornato in gioco. Il centrodestra si conferma unito, fin troppo per i gusti di Di Maio e anche per alcuni parlamentari del Carroccio ormai pronti a ridiscutere gli accordi con Forza Italia. Però Salvini non cede, l'alleanza con Berlusconi suggellata da una stretta di mano davanti agli italiani, per lui è un punto d'onore irrinunciabile. E, se lo stallo dovesse protrarsi, si dice pronto a forzare: «Il Paese è stanco di aspettare, se serve scendo in campo». Ora comunque tutto passa di nuovo dalla scrivania del presidente Sergio Mattarella, che dovrà decidere se questo spiraglio, questo governo a due con appoggio esterno di Forza Italia e Fratelli d'Italia ha un senso. Berlusconi ha già risposto, ha già definito quella dei 5 stelle «l'ennesima prova di immaturità davanti al Paese». Ora il cerino acceso in mano non ce l'ha solo lui, ce l'hanno tutti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/muro-forza-italia-ok-ma-salvini-premier-2561550524.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mattarella-pronto-a-dare-altro-tempo-avanza-lipotesi-del-terzo-uomo" data-post-id="2561550524" data-published-at="1777449970" data-use-pagination="False"> Mattarella pronto a dare altro tempo. Avanza l'ipotesi del terzo uomo Anche i democristiani doc possono perdere la pazienza, ma il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ne ha da vendere. 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Dunque, con ogni probabilità, Mattarella prolungherà il mandato alla Casellati, che tra l'altro ieri alcune fonti indicavano come possibile «nome terzo» per palazzo Chigi se il centrodestra e il M5s usciranno dallo stallo (un altro nome sempre caldo è quello del docente universitario Giacinto Della Cananea, incaricato da Luigi Di Maio di incrociare i programmi elettorali di M5s, Lega e Pd per verificare eventuali convergenze). Quello che però Mattarella sa benissimo, è che Forza Italia e Fdi accetterebbero un appoggio esterno soltanto nel caso in cui il premier del governo M5s-centrodestra fosse Matteo Salvini, e che questa condizione, per i grillini, è inaccettabile. Dunque il capo dello Stato accorderà, salvo imprevisti, qualche altro giorno di tempo ai «ragazzi» (così i consiglieri del Colle chiamano Di Maio e Salvini), ben sapendo però che questa lunghissima telenovela dovrà pur concludersi. Mattarella sa anche che Di Maio, in realtà, ha bisogno di tempo per fronteggiare i fortissimi dissensi interni: la base del M5s non ne può più di questa trattativa. L'ala ortodossa che fa capo a Roberto Fico e Alessandro Di Battista non vede l'ora che Giggino da Pomigliano d'Arco prenda atto della cruda realtà dei numeri: il 32% non basta per diventare presidente del Consiglio. Non solo: all'interno del M5s in molti sospettano che Di Maio penda eccessivamente dalle labbra di Salvini, e lamentano che il movimento sia ormai «eterodiretto» dalla Lega.Intanto ieri, tra i fedelissimi di Berlusconi, si davano per quasi certe nuove elezioni a ottobre e circolava una battuta: «Non fate mutui sullo stipendio, che tra sei mesi si torna a votare». In sostanza, Mattarella continuerà a pazientare, ma non certo all'infinito, prima di archiviare l'ipotesi di un governo centrodestra-M5s e procedere alla verifica delle altre due soluzioni possibili. Nell'arco della prossima settimana, Mattarella tirerà le somme del lavoro della Casellati e procederà, se l'accordo dovesse naufragare, ad assegnare un mandato esplorativo per verificare la possibilità di un governo Pd-M5s, ipotesi esclusa anche ieri da Matteo Renzi ma che ingolosisce molti dem. Se neanche questa ipotesi fosse praticabile, Mattarella procederebbe all'esplorazione della terza ipotesi: una maggioranza centrodestra-Pd, esclusa fino ad ora da Salvini ma assai gradita a Berlusconi e (dicono) allo stesso Renzi. Infine, se tutte le strade si dimostrassero impercorribili, si andrebbe spediti verso un «governo del presidente» che avrebbe un respiro di circa sei mesi, consentirebbe all'Italia di affrontare le scadenze europee e dovrebbe modificare la legge elettorale inserendo un premio di maggioranza, in modo tale da evitare che si possa ripetere in futuro una situazione d'incertezza come quella prodotta dal Rosatellum. Chi sosterrebbe questo governo? M5s e Lega accetterebbero di farne parte? Mattarella è sicuro di sì. In particolare, il capo dello Stato in queste settimane ha apprezzato lo stile istituzionale di Di Maio, e ha motivo di credere che il M5s non si sottrarrebbe a una chiamata alla responsabilità pur di lucrare consensi in più in chiave elettorale. La preoccupazione del capo dello Stato è quella di un prolungarsi dello stallo a causa degli egoismi delle sin gole forze politiche, e quindi i «tempi supplementari» chiesti da Salvini e Di Maio saranno concessi, ma saranno brevi. L'urgenza di dare un governo stabile all'Italia è la principale preoccupazione del Quirinale, che non è certamente favorevole a un ritorno alle urne a breve, ma che non esclude certo di dover sciogliere le Camere subito dopo l'estate se l'instabilità scaturita dalle elezioni del 4 marzo scorso si dimostrasse strutturale e non contingente. Carlo Tarallo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/muro-forza-italia-ok-ma-salvini-premier-2561550524.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="di-maio-si-accorge-che-puo-sparire-e-apre-allintesa-con-il-centrodestra" data-post-id="2561550524" data-published-at="1777449970" data-use-pagination="False"> Di Maio si accorge che può sparire e apre all'intesa con il centrodestra Di nuovo, c'è che questa volta Luigi Di Maio non lancia ultimatum a Matteo Salvini, ma gli propone una trattativa a due, secca, senza intermediari e soprattutto senza Silvio Berlusconi e senza la povera Giorgia Meloni, che finisce in mezzo alla fatwa grillina contro Arcore. Ma la strada, anche se aperta, resta tutta in salita. Nonostante il fatto che M5s abbia implicitamente accettato l'appoggio esterno di Forza Italia non vada sottovalutato. Ma sono gli stessi vertici di M5s a essere pessimisti. «Abbiamo posto due condizioni: solo Salvini al tavolo e Di Maio premier. Una ce la faranno rimangiare di sicuro», spiega una delle persone più vicine al candidato premier. E naturalmente, «non se ne parla neppure». Insomma, il famoso secondo forno, quello della trattativa con il Pd, è spento ma non è chiuso. D'altronde in casa pentastellata è stata un'altra giornata contrassegnata da una preoccupazione costante: non farsi dividere ed evitare le trappole. La compattezza è quella messa a dura prova dal Pd renziano, che manda a dire, nei colloqui da buvette al Senato, che «se ritirate Di Maio, si può anche parlare». Con Roberto Fico o, meglio, con un Raffaele Cantone come premier. Un'offerta respinta in poche ore. Pare che sia stato lo stesso presidente della Camera a sgomberare il campo da ogni possibile incomprensione o ambiguità, garantendo a Di Maio che non si farà usare per bruciarlo. «Tentano di farci levare dal centro del campo un uomo che ha preso 11 milioni di voti e per il quale ci siamo spaccati tutta la schiena», spiega un senatore dei più esperti. Ma poi c'è anche la diffidenza. L'enorme diffidenza di un Movimento che tende fin dal suo inizio a vedere nemici ovunque. Perché al di là della simpatia e del rispetto personali per Elisabetta Casellati, il presidente del Senato scelto da Sergio Mattarella come primo esploratore, la verità è che né Beppe Grillo, né Davide Casaleggio, né Di Maio si fidano di lei. Pensano che non abbia vera autonomia rispetto ai desiderata di Arcore e forse è anche per questo che, con una punta di sadismo, ieri sera la delegazione del Movimento, formata da Di Maio, Giulia Grillo e Danilo Toninelli, si è divertita con l'avvocata padovana a infierire sul capo di Forza Italia, dipinto sempre, per non mancargli di rispetto sul fronte della fedina penale, come una specie di «burosauro», un ottantenne che «ha già provato a cambiare l'Italia e non solo non c'è riuscito, ma a momenti la mandava in bancarotta». La base grillina, del resto, non ha proprio dubbi. La sinistra è praticamente morta, ma l'antiberlusconismo è in gran forma e sembra aver traslocato armi e bagagli sotto le insegne dei 5 stelle. Bastava guardare la diretta internet delle consultazioni sulle pagine Facebook di Di Maio o di Paola Taverna per leggere una ininterrotta sequenza di insulti al Cavaliere, intervallati dal terrore che lì dentro, a Palazzo Giustiniani, la Casellati stesse facendo digerire la presenza di Berlusconi nel primo governo Di Maio. E invece non sarà così, almeno formalmente. Quando, dopo un'ora abbondante di colloquio, «Luigino» esce a parlare con i giornalisti, la notizia è che rilancia rispetto all'apertura di Matteo Salvini e questa volta non gli mette fretta. Tanto, ormai, siamo quasi arrivati a domenica e a quell'ultima prova di forza elettorale, sul piano locale, che il leader del Carroccio vuole sventolare in faccia all'«alleato» Berlusconi. Il candidato di M5s racconta che con Salvini «c'è disponibilità a trattare e ce la stiamo mettendo tutta. Ma è anche vero che noi oltre certi limiti non possiamo andare». E questi limiti sono presto detti: «Saremmo anche disposti ad accettare l'idea del sostegno di Forza Italia a quel governo, ma è chiaro che l'interlocuzione deve avvenire tra noi due», spiega Di Maio. Il quale non ha nessuna voglia di sedersi al tavolo con il Cavaliere e, per non fare ingiustizie e non sembrare più quello che mette dei veti personali, lascia fuori dalla porta anche l'incolpevole Giorgia Meloni e la sua Fdi, contro cui, invece, il Movimento non ha nulla in particolare. Insomma, la linea dei 5 stelle è che la formazione del governo deve sfociare in un contratto e che quel contratto va firmato solo da due persone, senza inutili e complicate trattative. Di Maio è probabilmente troppo giovane per rendersi conto che questo modo di procedere iper-aziendale e di stampo privatistico è esattamente la «cultura» che l'odiato Berlusconi ha provato a portare in politica. Ma non sono i giorni delle sottigliezze. Conta solo fare in fretta e schivare le trappole che possono far perdere voti in un ipotetico ritorno alle urne in tempi ravvicinati. Del resto, l'hashtag di Salvini per questa fase è «andiamoagovernare». Punto. Nulla di più condivisibile da parte di Di Maio e di un popolo grillino che sente la vicinanza a un traguardo storico. Ma l'ottimismo, quello, ancora non c'è. I capi del Movimento sono convinti che la trattativa con la Lega sarà dura: «Noi chiediamo due cose, loro ce ne daranno una». Tradotto, o M5s rinuncia a Di Maio premier (di qui le voci che possa accettare di fare il vice e basta) oppure dovrà ingoiare la presenza di ministri berlusconiani. Ed entrambe le ipotesi sono ritenute inaccettabili. Anche se non è da escludere che alla fine Salvini e Di Maio si accontentino di fare i vice di un premier terzo. Nel caso sfumasse la trattativa a quattr'occhi con il Carroccio, Di Maio è pronto a tuffarsi con un ricco alibi (la base odia il Pd, avendolo magari a anche votato) sul centrosinistra. Ieri Toninelli ha fatto cadere anche la «pregiudiziale Renzi», spiegando che «se c'è un contratto e c'è un accordo con il Pd, ci importa poco che l'ex segretario ci sia o meno». Francesco Bonazzi
Palazzo Grimani, sede della Corte d'Appello di Venezia. Nel riquadro, Walter Onichini (IStock)
Per Walter Onichini, macellaio di Legnaro (Padova) incensurato che il 22 luglio 2013 sparò al ladro che gli era entrato in casa e che stava scappando, la giustizia, in tutto il suo iter, ha mantenuto una costante: lo scorrere dei mesi. Ben 72 per arrivare alla sentenza di appello e 96 se si considera anche la Cassazione: 4 anni, 10 mesi e 27 giorni di reclusione per tentato omicidio. Sentenza definitiva. E subito eseguita (48 ore dopo Onichini era in carcere a Venezia). L’uomo ferito, un pregiudicato albanese che è stato condannato a 3 anni e 8 mesi per l’intrusione, non ha mai scontato la sua condanna in quanto irreperibile. Dopo aver passato due anni e mezzo in carcere, nel gennaio 2023, Onichini ottiene l’affidamento in prova: può lavorare e deve svolgere servizi di pubblica utilità. Ma il ciclo del tempo, per lui, non è cambiato neppure quando ha chiesto la grazia.
Novembre 2021: Sara Scolaro, moglie di Onichini, presenta istanza al magistrato di sorveglianza attraverso il suo legale, l’avvocato Ernesto De Toni. Il fascicolo resta in quella sede per nove mesi. Solo ad agosto 2022 viene inoltrato al ministero della Giustizia. Passa circa un altro anno. Un ulteriore segmento temporale senza esiti intermedi pubblici. Tanto che l’avvocato De Toni dirà ai giornalisti: «La domanda di grazia è rimasta ferma a Padova per oltre nove mesi e poi finalmente trasmessa al ministro della Giustizia a Roma e di essa nessuno aveva più saputo dirci nulla». La decisione arriva a distanza di 22 mesi e con parere contrario della pubblica accusa: richiesta respinta dal Quirinale, firma Sergio Mattarella. Per Nicole Minetti, invece, la stessa procedura sembra aver viaggiato su un binario accelerato. Il procedimento, dopo 166 giorni dalla presentazione della domanda, registra il parere positivo del sostituto procuratore generale di Milano Gaetano Brusa: per la magistratura nulla osta alla concessione della grazia. Il parere arriva all’interno di un’istruttoria compatta. L’atto finale del Quirinale, ancora con firma di Sergio Mattarella, è dello scorso febbraio. Otto mesi. Richiesta 27 luglio 2025, il Quirinale sollecita il ministero della Giustizia il 6 agosto, lo scorso febbraio la pena viene cancellata. Prima ancora di essere eseguita. Minetti è liberata dal peso di dover scontare una condanna da 3 anni e 11 mesi ai servizi sociali.
Il percorso di Onichini a confronto sembra una gimcana. Le indagini furono avviate la notte stessa in cui dal fucile di Onichini partirono i due colpi che ferirono Elson Ndreca (irregolare sul territorio italiano con un provvedimento di espulsione sulle spalle), che era entrato nell’abitazione da una finestra. Venne colpito alle gambe. Secondo la ricostruzione processuale, Onichini lo caricò in auto con l’intenzione di portarlo in ospedale. Ma il tragitto si interruppe: Ndreca venne lasciato a circa un chilometro dall’abitazione, in una strada di campagna. Onichini rientrò a casa e chiamò i carabinieri. Il 18 dicembre 2017 arrivò la sentenza di primo grado: 4 anni e 11 mesi di reclusione, oltre al pagamento delle spese legali e a una provvisionale di 25.000 euro a favore della parte offesa. In appello, dopo un percorso durato complessivamente sei anni dal fatto, la Corte d’Appello di Venezia ha confermato l’impostazione accusatoria, escludendo la legittima difesa, nonostante il procuratore generale avesse chiesto di riqualificare il reato in «eccesso colposo di legittima difesa putativa». La richiesta non è stata accolta, perché, secondo i giudici, Onichini non aveva nulla da temere. Né lui né la sua famiglia. La Corte di Cassazione, il 10 settembre, ha confermato la condanna. Nel settembre 2021 la sentenza è diventata definitiva: 4 anni, 10 mesi e 27 giorni per tentato omicidio. Durante la fase esecutiva, i ricorsi presentati dalla difesa di Onichini sono stati rigettati. Nessuna modifica dell’impianto sanzionatorio nei gradi successivi. Solo dopo due anni e mezzo di detenzione, il tribunale di sorveglianza ha concesso l’affidamento in prova. Onichini ha potuto lavorare presso l’azienda di macellazione della sorella, rientrando a casa la sera e svolgendo al contempo attività di volontariato obbligatoria. In udienza ha dichiarato di essere pentito e il procuratore generale, questa volta, ha espresso parere favorevole alla misura.
Nel periodo in cui la richiesta di grazia per Onichini segue il suo iter, il Quirinale ne concede una «parziale» a Crocifisso Martina, guardia giurata di Torchiarolo (Brindisi), che aveva riportato una condanna a 14 anni di reclusione per l’omicidio di Marco Tedesco, avvenuto la notte del 23 gennaio 2007 nel corso di un tentativo di rapina, e che, così, ha potuto scontare sei anni di pena in meno, con uscita anticipata dal 2036 al 2026.
La sequenza degli atti, per Onichini, si sviluppa così: fatto nel 2013, primo grado nel 2017, appello dopo sei anni, Cassazione nel 2021, richiesta di grazia presentata nel gennaio 2021 (mentre la sentenza è già eseguita e quindi lui è detenuto), inoltro al ministero nell’agosto 2022, decisione di rigetto dopo circa un anno. Nel frattempo, due anni e mezzo di carcere prima dell’accesso all’affidamento in prova. Per Minetti la stessa sequenza si è concentra in pochi mesi, con una progressione ravvicinata tra richiesta, pareri e decisione finale. Il doppio binario del Quirinale.
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Ansa
E proprio su quest’ultimo episodio, nella giornata di ieri si è schierata la Cgil di Milano, che in una nota ha espresso «piena e convinta solidarietà a Primo Minelli, Gianfranco Pagliarulo e all’Anpi tutta, bersaglio in questi giorni da accuse gravi, strumentali e del tutto infondate». Nella nota i rappresentanti milanesi del sindacato guidato da Maurizio Landini sottolineano poi come «i fatti del 25 aprile a Milano hanno scatenato una polemica che riteniamo profondamente ingiusta nei confronti di un’associazione che da decenni custodisce la memoria della Resistenza e dei valori antifascisti su cui è fondata la nostra Repubblica». Secondo la Cgil «accusare di antisemitismo chi ha dedicato la propria vita alla memoria della Shoah e alla lotta contro ogni forma di razzismo e discriminazione è un’operazione politicamente strumentale, che offende la storia». Nelle stesse ore il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, durante un dialogo con la senatrice a vita Liliana Segre al Memoriale della Shoah di Milano, ha lanciato l’allarme sul ritorno della violenza politica. Per il titolare del Viminale, quanto successo durante la manifestazione del 25 aprile a Roma, dove due militanti dell’Anpi sono rimasti lievemente feriti dai colpi sparati da uno sconosciuto con una pistola da softair (per il ministro «ci sono indagini in corso con buone prospettive che la persona possa essere individuata»), è «intimamente legato a quello che è accaduto a Milano». «Metto sullo stesso piano», ha specificato Piantedosi, «tutte le espressioni di violenza, di aggressione e di estremismo che si sono manifestate».
Sui fatti di Milano il ministro dell’Interno ha spiegato di trovare «grave che non si parta dalla denuncia secca» dell’accaduto «ma si facciano manovre diversive» parlando per esempio della presenza delle bandiere di Israele. «Non si capisce», ha spiegato, perché non potevano portare ciò che era simbolo di una gloriosa partecipazione della Brigata ebraica alla lotta di Liberazione».
Durante il dibattito la senatrice a vita ha raccontato di sentirsi avvolta da «un mondo dell’odio talmente vasto, sempre più vasto», da una '«valanga d’odio», che «nonostante io abbia la scorta da anni e abbia 96 anni, trascina persone a mandarmi messaggi con scritto “perché non muori?”».
Interpellato sulle dichiarazioni di Piantedosi, il sindaco di Milano Beppe Sala ha dichiarato: «Io ho solo detto più volte che sentivo sarebbe andata così, tant’è vero che abbiamo discusso con prefetto e questore nelle sedi ufficiali, che è il Comitato per l’ordine e la sicurezza». «Con ciò», ha precisato il sindaco, «lungi da me accusare qualcuno, non era una cosa semplice».
Per Sala «sono stati parecchi i motivi per cui la situazione è degenerata, ma andiamo avanti perché l’anno prossimo sarà un altro 25 aprile, tra l’altro anche più a rischio perché in pieno momento elettorale, quindi bisogna veramente fare tesoro di quello che è successo e cercare di evitare certe situazioni».
Ad attaccare duramente le prese di posizione del primo cittadino ci ha pensato il deputato di Fratelli d’Italia Riccardo De Corato: «Sindaco e centrosinistra hanno detto che la Brigata ebraica non doveva portare le bandiere israeliane al corteo dello scorso 25 aprile. È evidente che si sbagliavano e che c’è stata una grave sottovalutazione del problema. Finalmente, però, il prefetto di Milano oggi ha rimesso le cose a posto». Il parlamentare di Fdi poi ha aggiunto: «Claudio Sgaraglia, intervenendo al Museo della Shoah di Milano, ha infatti dichiarato che stanno aumentando le denunce per discriminazione razziale e per antisemitismo. Il prefetto ha poi avvertito che esiste il pericolo concreto che si possa assistere a reati più gravi. Lo stesso, sempre oggi, ha fatto il ministro degli Interni Piantendosi, il quale ha condannato nella maniera più netta e assoluta quanto accaduto tre giorni fa alla Comunità ebraica a Milano». Per De Corato «di fronte a queste dichiarazioni il sindaco ha il dovere morale di riconoscere come vi sia stata da parte sua una colpevole e faziosa sottovalutazione del problema. Nonostante quanto accaduto il giorno della Liberazione, il primo cittadino ieri (lunedì, ndr) non si è, infatti, presentato a una seduta del Consiglio Comunale durante il quale la maggioranza, salvo pochissime eccezioni, non si è nemmeno degnata di firmare un ordine del giorno presentato dalle opposizioni di centrodestra che esprimeva solidarietà alla Brigata ebraica. Tutto questo è vergognoso e l’indifferenza con la quale è stata trattata l’aggressione a cittadini italiani di religione ebraica da parte di fanatici pro-Pal verrà giudicata dalla storia».
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Il ministro della Giustizia Carlo Nordio (Ansa)
Infatti, da quanto si è appreso il colloquio era in programma da qualche giorno e aveva a oggetto l’esame di alcuni provvedimenti in materia di giustizia. Mantovano, in serata, ha commentato: «Ciò che è nel fascicolo della Procura di Milano, che parlava di “radicale presa di distanza dal passato deviante” e faceva riferimento al figlio, lasciava pochi margini alla valutazione del ministro».
Ieri, parlando a Rainews 24, il viceministro alla Giustizia, Francesco Paolo Sisto, ha ribadito che «la procedura relativa alla grazia a favore di Nicole Minetti si è svolta nel pieno rispetto delle norme. Oggi emergono elementi nuovi riportati dalla stampa, è corretto che tali notizie vengano verificate, e con attenzione. Se dovessero risultare significative difformità rispetto a quanto rappresentato dalla richiedente la grazia, sarà altrettanto corretto trarne le debite conseguenze».
Mentre la questione prosegue sul piano giudiziario, le opposizioni fanno sentire la loro voce. Il leader di Italia viva, Matteo Renzi, nel corso di una conferenza stampa a Bologna, ha affrontato anche questa spinosa questione: «Considero la vicenda di Nordio tutta da verificare. Conosco, però, Sergio Mattarella, lo stimo, ne apprezzo la profondità e la leadership, e quindi mi fido delle decisioni che il Colle ha preso, e vorrà prendere, sulla base del supplemento di indagine che ha chiesto. Chi si deve dimettere è Giorgia Meloni». Sul caso interviene anche il presidente di Noi Moderati, Maurizio Lupi: «La vicenda ha evidentemente diversi punti oscuri che vanno chiariti, accertando eventuali responsabilità». Il leader di Azione, Carlo Calenda, a Ping Pong su Rai Radio 1, ha evidenziato come ci sia stata «una campagna d’odio montata dal Fatto Quotidiano, che fa questo nella vita. Il problema è che non viene detto che la grazia è proposta dal procuratore generale di Milano. Se c’è un errore, riguarda chi ha dato parere favorevole. Il Quirinale non entra nel merito, valuta solo i documenti che riceve. Nordio si deve dimettere, ma non lo farà». I rappresentanti del M5s nelle commissioni Giustizia della Camera e del Senato (Stefania Ascari, Anna Bilotti, Federico Cafiero De Raho, Valentina D’Orso, Carla Giuliano, Ada Lopreiato e Roberto Scarpinato) continuano a chiedere «chiarimenti» al Guardasigilli: «A questo punto il ministro Nordio deve fare una sola cosa: dia spiegazioni chiare sull’istruttoria del suo ministero sulla grazia a Nicole Minetti, senza cercare nuovi capri espiatori e risparmiandoci qualsiasi altra esibizione di arroganza e protervia, e poi tolga il disturbo, prima di fare altri danni. Su Nicole Minetti e Giuseppe Cipriani sono emersi elementi pesantissimi e ombre allarmanti sull’istruttoria consegnata dal ministero al Quirinale. Siamo davanti, come minimo, all’ennesimo episodio di superficialità di un ministero allo sbando. L’Italia chiede a Nordio rispetto e chiarimenti, è suo dovere rendere conto e agire sempre nel rispetto delle istituzioni».
Ieri, Nicola Fratoianni di Avs ha chiesto le dimissioni del ministro: «Quello che è successo sul caso Minetti è più di un pasticcio: se è un pasticcio è gravissimo. Ma se è qualcosa di diverso è ancora più grave. L’unica cosa che non capiamo è cosa aspetti ancora il ministro Nordio a dimettersi». Sulla stessa lunghezza d’onda è la posizione della senatrice M5s Alessandra Maiorino: «L’inchiesta del Fatto Quotidiano ha svelato come i presupposti per la grazia a Nicole Minetti fossero infondati, pieni di bugie. Ci sono ospedali che non hanno mai visitato il bambino al centro del dossier, cambi di vita di Minetti mai avvenuti e molto altro. Il ministro Nordio non può per l’ennesima volta scappare dalle sue responsabilità politiche, come sul caso Almasri, sulla campagna referendarie e su altre pagine buie di questa legislatura, questa vicenda è sconcertante e a risponderne deve essere lui. L’istruttoria del ministero era drammaticamente superficiale o, peggio, era una sottaciuta volontà politica quella di non controllare troppo le carte presentate dagli avvocati di Nicole Minetti?». Richieste di dimissioni sono arrivate anche da Riccardo Magi (+Europa)
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Massimo Recalcati (Ansa)
E ieri, sulla prima pagina di La Repubblica, Recalcati pubblica una impietosa diagnosi sullo stato mentale della sinistra italiana: «Esiste una tentazione ricorrente - scrive commentando l’espulsione della Brigata ebraica dal corteo del 25 aprile a Milano - di una parte della sinistra, quella di credere che il diritto alla memoria e alla libertà appartenga a chi si riconosce sotto una sola bandiera». E ancora: «Si tratta di un vero e proprio cortocircuito ideologico… di un complesso di superiorità che affligge coloro che si sentono dalla parte giusta della storia e quindi autorizzati a espellere, censurare, ridurre gli altri al silenzio».
Sarebbe gioco facile chiosare la notizia con un banale e verissimo: «Professore benvenuto nel mondo reale, meglio tardi che mai»; sarebbe ovvio prevedere che la riflessione autocritica di Recalcati cadrà nel vuoto come quelle fatte in anni ormai lontani, prendendo spunto da altre questioni, da blasonati suoi colleghi quali Norberto Bobbio e Giovanni Sartori perché il corpaccione della sinistra italiana è irriformabile nel suo stupido settarismo. No, prendiamo per costruttivo (e benvenuto) il ragionamento di Recalcati, cioè che l’odierno antifascismo non è, come dovrebbe, la negazione del fascismo, dei suoi principi e dei suoi metodi, bensì più semplicemente l’inverso: un movimento illiberale e violento, in altre parole anti democratico. E lo scorso weekend a Milano se ne è avuta una dimostrazione plastica: cacciate dal corteo del 25 aprile - con la benedizione scioccante del sindaco Beppe Sala, uno dei teorici destinatari dell’appello di Recalcati - le bandiere di Israele che fino a prova contraria appartengono a un popolo martire della repressione nazifascista che ha contribuito alla liberazione dell’Italia, dentro il corteo le bandiere della Palestina di Hamas, un gruppo terroristico che opprime il suo popolo e che ha giurato di cancellare Israele dalla carta geografica riuscendoci per ora solo in parte; fuori le bandiere americane dei veri e unici liberatori, dentro quelle arcobaleno di una pace teorica che peraltro confliggono con lo spirito del 25 aprile che fu il giorno in cui la liberazione arrivò unicamente grazie all’uso massiccio e spesso spietato e vendicativo delle armi (non per nulla si parla di lotta partigiana, non di diplomazia partigiana).
Recalcati mette in guardia: «La democrazia non è mai garantita una volta per tutte. Essa vive solo nella misura in cui si accetta il rischio della parola, della differenza, persino dell’errore. Quando invece si pretende di proteggerla attraverso dispositivi di controllo morale, il confine con l’ideologia totalitaria sfuma pericolosamente». Parole forti, che stampate sul quotidiano La Repubblica fanno un certo effetto in quanto per una volta dirette non al governo delle destre bensì alle opposizioni di sinistra e ai suoi bracci operativi. Parole di psichiatra, medico dei disturbi mentali, che autorizzano a una conclusione: questi dell’Associazione nazionale partigiani, e i loro complici e cantori, sono davvero matti.
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