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2018-04-20
Muro Forza Italia: ok, ma Salvini premier. Mattarella pronto a dare altro tempo
ANSA
Quaranta a trenta, sembra una partita a tennis sulla terra rossa, lenta e con tante smorzate. Matteo Salvini parla di unico accordo possibile fra chi ha vinto le elezioni, Luigi Di Maio pone il veto su Silvio Berlusconi. Salvini ribatte con la proposta del programma alla tedesca, Di Maio accetta, ma non vuole Forza Italia nel governo, bensì in appoggio esterno. Non c'è neppure il tempo di vedere la palla volare oltre la rete che da Palazzo Grazioli arriva una nota: «Ennesima prova di immaturità a danno degli italiani». E Giovanni Toti schiaccia: «Potrebbe esserci appoggio esterno solo se il premier fosse Salvini». Il quale abbozza, ovviamente è disponibile «a metterci la faccia». Time out.
La grande illusione è durata un pomeriggio. «Ripartiamo dai programmi, su quelli noi possiamo dare un governo al Paese. Programmi e non posti, il modo migliore per salvaguardare lo spirito del 4 marzo. Sono ottimista, ci sono segnali di novità». Salvini era stato chiaro e positivo nei confronti del Movimento 5 stelle: parole di velluto per dare un'accelerazione forte all'unica maggioranza credibile uscita dalle urne che hanno decretato la disfatta delle sinistre. A sera, dopo un rovello da Innominato e dopo avere fatto i conti con una base che lascia margini di manovra risicati, Di Maio non ha detto no, ma neppure è riuscito a dire di sì. Si è fermato sulla soglia, non vuole Berlusconi e Giorgia Meloni nell'esecutivo, ribadisce che devono stare fuori. Però per la prima volta afferma: «Siamo disposti a considerare non ostile la presenza di Forza Italia e Fratelli d'Italia. Nulla si chiude». Traduzione dal politichese, imparato in fretta dal giovane leader partenopeo: se il Cavaliere accetta l'appoggio esterno, a noi va bene.
Salvini sperava in qualcosa di meglio, la sterzata che immaginava non è avvenuta. Sa che offrire di nuovo la palla a Berlusconi significa rischiare azzardi da giocoliere. Eppure questa volta c'erano i presupposti per dare un senso alle lunghe trattative (47 giorni, ancora pochi se paragonati al record di Giuliano Amato con 82) e concretizzare un percorso impervio, disseminato di veti incrociati e trappole. Quando è uscito dal colloquio con la presidente del Senato, Elisabetta Alberti Casellati, Salvini sembrava sereno. Centrodestra unito, discorso unitario, Berlusconi silente guardato a vista dalla Meloni pronta a incenerirlo: la fotografia è stata ben diversa rispetto al presepe pazzo di una settimana fa al Quirinale. Questa volta il leader di Forza Italia ha palesemente taciuto, è rimasto immobile mentre Salvini parlava, ha tenuto le mani giunte per soffocare l'impulso di dirigere la banda. Era una sfinge che pregava in silenzio.
«Vogliamo un governo che rappresenti il voto degli italiani, un accordo solido fra i primi e i secondi usciti dalle elezioni che superi veti assurdi. Confidiamo che chi viene dopo di noi (e si riferiva a Di Maio, ndr) accetti di sedersi parlando di programmi e non di posti. Sono ottimista che la prossima settimana si possa concretizzare il lavoro svolto», aveva detto il leader della Lega, che più tardi con i giornalisti era andato via di metafora: «Ieri siamo usciti con gli schiaffoni, oggi invece siamo usciti con i sorrisi. Metà dell'opera l'abbiamo fatta, l'altra metà la facciamo settimana prossima. Si parli di programmi e non di posti. Noi siamo disponibilissimi a farlo, come Di Maio chiede da tempo. Sono fiducioso che il Movimento 5 stelle accetti finalmente di sedersi al tavolo senza veti e parlare di pensioni, lavoro, fisco, scuola, riforma della giustizia».
Tutto molto concreto, tutto molto produttivo, ma per ora la maggioranza non c'è e il confronto fra minoranze non accenna a dare frutti. La pallina da tennis ora è in bilico fra una Lega che ha onestamente fatto di tutto per spianare la strada a un accordo e Forza Italia che chiede garanzie per il suo ruolo di convitato di pietra. Berlusconi non è abituato a non comparire, a rinunciare alle sue prerogative, a non sedersi ai tavoli che contano, a gestire nell'ombra un potere impalpabile. Non si fida, teme trappole. «E un appoggio esterno a un governo a trazione 5 stelle gli sembra una sconfitta», spiega un colonnello del partito azzurro. «Sarà molto difficile convincerlo, lui aspetta una legittimazione, che non può avvenire se lo si lascia fuori da tutto. Stiamo parlando di Berlusconi, il più significativo leader degli ultimi 25 anni. Non stiamo parlando di un boiardo della Prima Repubblica».
Il governo era a un passo, poi tutto è tornato in gioco. Il centrodestra si conferma unito, fin troppo per i gusti di Di Maio e anche per alcuni parlamentari del Carroccio ormai pronti a ridiscutere gli accordi con Forza Italia. Però Salvini non cede, l'alleanza con Berlusconi suggellata da una stretta di mano davanti agli italiani, per lui è un punto d'onore irrinunciabile. E, se lo stallo dovesse protrarsi, si dice pronto a forzare: «Il Paese è stanco di aspettare, se serve scendo in campo».
Ora comunque tutto passa di nuovo dalla scrivania del presidente Sergio Mattarella, che dovrà decidere se questo spiraglio, questo governo a due con appoggio esterno di Forza Italia e Fratelli d'Italia ha un senso. Berlusconi ha già risposto, ha già definito quella dei 5 stelle «l'ennesima prova di immaturità davanti al Paese». Ora il cerino acceso in mano non ce l'ha solo lui, ce l'hanno tutti.
Mattarella pronto a dare altro tempo. Avanza l'ipotesi del terzo uomo
Anche i democristiani doc possono perdere la pazienza, ma il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ne ha da vendere. Stamani, quando il presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, gli riferirà l'esito delle consultazioni di ieri con centrodestra e M5s, non dirà certamente di no alla richiesta di qualche altro giorno di tempo. Oggi, stando a quanto previsto dal mandato ricevuto da Mattarella, la Casellati avrebbe dovuto riferire al capo dello Stato l'esito della sua esplorazione, che ha come unica missione quella di verificare la possibilità di un'intesa M5s-centrodestra. Possibilità che, dopo le timide ma significative aperture incrociate di ieri, sembra esserci.
Dunque, con ogni probabilità, Mattarella prolungherà il mandato alla Casellati, che tra l'altro ieri alcune fonti indicavano come possibile «nome terzo» per palazzo Chigi se il centrodestra e il M5s usciranno dallo stallo (un altro nome sempre caldo è quello del docente universitario Giacinto Della Cananea, incaricato da Luigi Di Maio di incrociare i programmi elettorali di M5s, Lega e Pd per verificare eventuali convergenze). Quello che però Mattarella sa benissimo, è che Forza Italia e Fdi accetterebbero un appoggio esterno soltanto nel caso in cui il premier del governo M5s-centrodestra fosse Matteo Salvini, e che questa condizione, per i grillini, è inaccettabile. Dunque il capo dello Stato accorderà, salvo imprevisti, qualche altro giorno di tempo ai «ragazzi» (così i consiglieri del Colle chiamano Di Maio e Salvini), ben sapendo però che questa lunghissima telenovela dovrà pur concludersi. Mattarella sa anche che Di Maio, in realtà, ha bisogno di tempo per fronteggiare i fortissimi dissensi interni: la base del M5s non ne può più di questa trattativa. L'ala ortodossa che fa capo a Roberto Fico e Alessandro Di Battista non vede l'ora che Giggino da Pomigliano d'Arco prenda atto della cruda realtà dei numeri: il 32% non basta per diventare presidente del Consiglio. Non solo: all'interno del M5s in molti sospettano che Di Maio penda eccessivamente dalle labbra di Salvini, e lamentano che il movimento sia ormai «eterodiretto» dalla Lega.Intanto ieri, tra i fedelissimi di Berlusconi, si davano per quasi certe nuove elezioni a ottobre e circolava una battuta: «Non fate mutui sullo stipendio, che tra sei mesi si torna a votare».
In sostanza, Mattarella continuerà a pazientare, ma non certo all'infinito, prima di archiviare l'ipotesi di un governo centrodestra-M5s e procedere alla verifica delle altre due soluzioni possibili. Nell'arco della prossima settimana, Mattarella tirerà le somme del lavoro della Casellati e procederà, se l'accordo dovesse naufragare, ad assegnare un mandato esplorativo per verificare la possibilità di un governo Pd-M5s, ipotesi esclusa anche ieri da Matteo Renzi ma che ingolosisce molti dem. Se neanche questa ipotesi fosse praticabile, Mattarella procederebbe all'esplorazione della terza ipotesi: una maggioranza centrodestra-Pd, esclusa fino ad ora da Salvini ma assai gradita a Berlusconi e (dicono) allo stesso Renzi.
Infine, se tutte le strade si dimostrassero impercorribili, si andrebbe spediti verso un «governo del presidente» che avrebbe un respiro di circa sei mesi, consentirebbe all'Italia di affrontare le scadenze europee e dovrebbe modificare la legge elettorale inserendo un premio di maggioranza, in modo tale da evitare che si possa ripetere in futuro una situazione d'incertezza come quella prodotta dal Rosatellum. Chi sosterrebbe questo governo? M5s e Lega accetterebbero di farne parte? Mattarella è sicuro di sì. In particolare, il capo dello Stato in queste settimane ha apprezzato lo stile istituzionale di Di Maio, e ha motivo di credere che il M5s non si sottrarrebbe a una chiamata alla responsabilità pur di lucrare consensi in più in chiave elettorale. La preoccupazione del capo dello Stato è quella di un prolungarsi dello stallo a causa degli egoismi delle sin gole forze politiche, e quindi i «tempi supplementari» chiesti da Salvini e Di Maio saranno concessi, ma saranno brevi. L'urgenza di dare un governo stabile all'Italia è la principale preoccupazione del Quirinale, che non è certamente favorevole a un ritorno alle urne a breve, ma che non esclude certo di dover sciogliere le Camere subito dopo l'estate se l'instabilità scaturita dalle elezioni del 4 marzo scorso si dimostrasse strutturale e non contingente.
Carlo Tarallo
Di Maio si accorge che può sparire e apre all'intesa con il centrodestra
Di nuovo, c'è che questa volta Luigi Di Maio non lancia ultimatum a Matteo Salvini, ma gli propone una trattativa a due, secca, senza intermediari e soprattutto senza Silvio Berlusconi e senza la povera Giorgia Meloni, che finisce in mezzo alla fatwa grillina contro Arcore. Ma la strada, anche se aperta, resta tutta in salita. Nonostante il fatto che M5s abbia implicitamente accettato l'appoggio esterno di Forza Italia non vada sottovalutato. Ma sono gli stessi vertici di M5s a essere pessimisti. «Abbiamo posto due condizioni: solo Salvini al tavolo e Di Maio premier. Una ce la faranno rimangiare di sicuro», spiega una delle persone più vicine al candidato premier. E naturalmente, «non se ne parla neppure». Insomma, il famoso secondo forno, quello della trattativa con il Pd, è spento ma non è chiuso.
D'altronde in casa pentastellata è stata un'altra giornata contrassegnata da una preoccupazione costante: non farsi dividere ed evitare le trappole. La compattezza è quella messa a dura prova dal Pd renziano, che manda a dire, nei colloqui da buvette al Senato, che «se ritirate Di Maio, si può anche parlare». Con Roberto Fico o, meglio, con un Raffaele Cantone come premier. Un'offerta respinta in poche ore. Pare che sia stato lo stesso presidente della Camera a sgomberare il campo da ogni possibile incomprensione o ambiguità, garantendo a Di Maio che non si farà usare per bruciarlo. «Tentano di farci levare dal centro del campo un uomo che ha preso 11 milioni di voti e per il quale ci siamo spaccati tutta la schiena», spiega un senatore dei più esperti. Ma poi c'è anche la diffidenza.
L'enorme diffidenza di un Movimento che tende fin dal suo inizio a vedere nemici ovunque. Perché al di là della simpatia e del rispetto personali per Elisabetta Casellati, il presidente del Senato scelto da Sergio Mattarella come primo esploratore, la verità è che né Beppe Grillo, né Davide Casaleggio, né Di Maio si fidano di lei. Pensano che non abbia vera autonomia rispetto ai desiderata di Arcore e forse è anche per questo che, con una punta di sadismo, ieri sera la delegazione del Movimento, formata da Di Maio, Giulia Grillo e Danilo Toninelli, si è divertita con l'avvocata padovana a infierire sul capo di Forza Italia, dipinto sempre, per non mancargli di rispetto sul fronte della fedina penale, come una specie di «burosauro», un ottantenne che «ha già provato a cambiare l'Italia e non solo non c'è riuscito, ma a momenti la mandava in bancarotta».
La base grillina, del resto, non ha proprio dubbi. La sinistra è praticamente morta, ma l'antiberlusconismo è in gran forma e sembra aver traslocato armi e bagagli sotto le insegne dei 5 stelle. Bastava guardare la diretta internet delle consultazioni sulle pagine Facebook di Di Maio o di Paola Taverna per leggere una ininterrotta sequenza di insulti al Cavaliere, intervallati dal terrore che lì dentro, a Palazzo Giustiniani, la Casellati stesse facendo digerire la presenza di Berlusconi nel primo governo Di Maio. E invece non sarà così, almeno formalmente. Quando, dopo un'ora abbondante di colloquio, «Luigino» esce a parlare con i giornalisti, la notizia è che rilancia rispetto all'apertura di Matteo Salvini e questa volta non gli mette fretta. Tanto, ormai, siamo quasi arrivati a domenica e a quell'ultima prova di forza elettorale, sul piano locale, che il leader del Carroccio vuole sventolare in faccia all'«alleato» Berlusconi. Il candidato di M5s racconta che con Salvini «c'è disponibilità a trattare e ce la stiamo mettendo tutta.
Ma è anche vero che noi oltre certi limiti non possiamo andare». E questi limiti sono presto detti: «Saremmo anche disposti ad accettare l'idea del sostegno di Forza Italia a quel governo, ma è chiaro che l'interlocuzione deve avvenire tra noi due», spiega Di Maio. Il quale non ha nessuna voglia di sedersi al tavolo con il Cavaliere e, per non fare ingiustizie e non sembrare più quello che mette dei veti personali, lascia fuori dalla porta anche l'incolpevole Giorgia Meloni e la sua Fdi, contro cui, invece, il Movimento non ha nulla in particolare. Insomma, la linea dei 5 stelle è che la formazione del governo deve sfociare in un contratto e che quel contratto va firmato solo da due persone, senza inutili e complicate trattative. Di Maio è probabilmente troppo giovane per rendersi conto che questo modo di procedere iper-aziendale e di stampo privatistico è esattamente la «cultura» che l'odiato Berlusconi ha provato a portare in politica. Ma non sono i giorni delle sottigliezze. Conta solo fare in fretta e schivare le trappole che possono far perdere voti in un ipotetico ritorno alle urne in tempi ravvicinati. Del resto, l'hashtag di Salvini per questa fase è «andiamoagovernare».
Punto. Nulla di più condivisibile da parte di Di Maio e di un popolo grillino che sente la vicinanza a un traguardo storico. Ma l'ottimismo, quello, ancora non c'è. I capi del Movimento sono convinti che la trattativa con la Lega sarà dura: «Noi chiediamo due cose, loro ce ne daranno una». Tradotto, o M5s rinuncia a Di Maio premier (di qui le voci che possa accettare di fare il vice e basta) oppure dovrà ingoiare la presenza di ministri berlusconiani. Ed entrambe le ipotesi sono ritenute inaccettabili. Anche se non è da escludere che alla fine Salvini e Di Maio si accontentino di fare i vice di un premier terzo. Nel caso sfumasse la trattativa a quattr'occhi con il Carroccio, Di Maio è pronto a tuffarsi con un ricco alibi (la base odia il Pd, avendolo magari a anche votato) sul centrosinistra. Ieri Toninelli ha fatto cadere anche la «pregiudiziale Renzi», spiegando che «se c'è un contratto e c'è un accordo con il Pd, ci importa poco che l'ex segretario ci sia o meno».
Francesco Bonazzi
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Silvio Berlusconi stavolta si contiene e non attacca i grillini. Però davanti all'apertura da parte del M5s gli azzurri alzano il prezzo: niente veti, l'incarico vada al Carroccio. Dura anche la leader di Fdi, Giorgia Meloni. Il segretario della Lega, Matteo Salvini: «Se serve, scendo in campo».Oggi Elisabetta Alberti Casellati al Colle, il capo dello Stato aspetterà qualche giorno.Lo spettro di un incarico a Roberto Fico ammorbidisce il leader pentastellato. Lo speciale contiene tre articoli.Quaranta a trenta, sembra una partita a tennis sulla terra rossa, lenta e con tante smorzate. Matteo Salvini parla di unico accordo possibile fra chi ha vinto le elezioni, Luigi Di Maio pone il veto su Silvio Berlusconi. Salvini ribatte con la proposta del programma alla tedesca, Di Maio accetta, ma non vuole Forza Italia nel governo, bensì in appoggio esterno. Non c'è neppure il tempo di vedere la palla volare oltre la rete che da Palazzo Grazioli arriva una nota: «Ennesima prova di immaturità a danno degli italiani». E Giovanni Toti schiaccia: «Potrebbe esserci appoggio esterno solo se il premier fosse Salvini». Il quale abbozza, ovviamente è disponibile «a metterci la faccia». Time out.La grande illusione è durata un pomeriggio. «Ripartiamo dai programmi, su quelli noi possiamo dare un governo al Paese. Programmi e non posti, il modo migliore per salvaguardare lo spirito del 4 marzo. Sono ottimista, ci sono segnali di novità». Salvini era stato chiaro e positivo nei confronti del Movimento 5 stelle: parole di velluto per dare un'accelerazione forte all'unica maggioranza credibile uscita dalle urne che hanno decretato la disfatta delle sinistre. A sera, dopo un rovello da Innominato e dopo avere fatto i conti con una base che lascia margini di manovra risicati, Di Maio non ha detto no, ma neppure è riuscito a dire di sì. Si è fermato sulla soglia, non vuole Berlusconi e Giorgia Meloni nell'esecutivo, ribadisce che devono stare fuori. Però per la prima volta afferma: «Siamo disposti a considerare non ostile la presenza di Forza Italia e Fratelli d'Italia. Nulla si chiude». Traduzione dal politichese, imparato in fretta dal giovane leader partenopeo: se il Cavaliere accetta l'appoggio esterno, a noi va bene.Salvini sperava in qualcosa di meglio, la sterzata che immaginava non è avvenuta. Sa che offrire di nuovo la palla a Berlusconi significa rischiare azzardi da giocoliere. Eppure questa volta c'erano i presupposti per dare un senso alle lunghe trattative (47 giorni, ancora pochi se paragonati al record di Giuliano Amato con 82) e concretizzare un percorso impervio, disseminato di veti incrociati e trappole. Quando è uscito dal colloquio con la presidente del Senato, Elisabetta Alberti Casellati, Salvini sembrava sereno. Centrodestra unito, discorso unitario, Berlusconi silente guardato a vista dalla Meloni pronta a incenerirlo: la fotografia è stata ben diversa rispetto al presepe pazzo di una settimana fa al Quirinale. Questa volta il leader di Forza Italia ha palesemente taciuto, è rimasto immobile mentre Salvini parlava, ha tenuto le mani giunte per soffocare l'impulso di dirigere la banda. Era una sfinge che pregava in silenzio.«Vogliamo un governo che rappresenti il voto degli italiani, un accordo solido fra i primi e i secondi usciti dalle elezioni che superi veti assurdi. Confidiamo che chi viene dopo di noi (e si riferiva a Di Maio, ndr) accetti di sedersi parlando di programmi e non di posti. Sono ottimista che la prossima settimana si possa concretizzare il lavoro svolto», aveva detto il leader della Lega, che più tardi con i giornalisti era andato via di metafora: «Ieri siamo usciti con gli schiaffoni, oggi invece siamo usciti con i sorrisi. Metà dell'opera l'abbiamo fatta, l'altra metà la facciamo settimana prossima. Si parli di programmi e non di posti. Noi siamo disponibilissimi a farlo, come Di Maio chiede da tempo. Sono fiducioso che il Movimento 5 stelle accetti finalmente di sedersi al tavolo senza veti e parlare di pensioni, lavoro, fisco, scuola, riforma della giustizia».Tutto molto concreto, tutto molto produttivo, ma per ora la maggioranza non c'è e il confronto fra minoranze non accenna a dare frutti. La pallina da tennis ora è in bilico fra una Lega che ha onestamente fatto di tutto per spianare la strada a un accordo e Forza Italia che chiede garanzie per il suo ruolo di convitato di pietra. Berlusconi non è abituato a non comparire, a rinunciare alle sue prerogative, a non sedersi ai tavoli che contano, a gestire nell'ombra un potere impalpabile. Non si fida, teme trappole. «E un appoggio esterno a un governo a trazione 5 stelle gli sembra una sconfitta», spiega un colonnello del partito azzurro. «Sarà molto difficile convincerlo, lui aspetta una legittimazione, che non può avvenire se lo si lascia fuori da tutto. Stiamo parlando di Berlusconi, il più significativo leader degli ultimi 25 anni. Non stiamo parlando di un boiardo della Prima Repubblica».Il governo era a un passo, poi tutto è tornato in gioco. Il centrodestra si conferma unito, fin troppo per i gusti di Di Maio e anche per alcuni parlamentari del Carroccio ormai pronti a ridiscutere gli accordi con Forza Italia. Però Salvini non cede, l'alleanza con Berlusconi suggellata da una stretta di mano davanti agli italiani, per lui è un punto d'onore irrinunciabile. E, se lo stallo dovesse protrarsi, si dice pronto a forzare: «Il Paese è stanco di aspettare, se serve scendo in campo». Ora comunque tutto passa di nuovo dalla scrivania del presidente Sergio Mattarella, che dovrà decidere se questo spiraglio, questo governo a due con appoggio esterno di Forza Italia e Fratelli d'Italia ha un senso. Berlusconi ha già risposto, ha già definito quella dei 5 stelle «l'ennesima prova di immaturità davanti al Paese». Ora il cerino acceso in mano non ce l'ha solo lui, ce l'hanno tutti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/muro-forza-italia-ok-ma-salvini-premier-2561550524.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mattarella-pronto-a-dare-altro-tempo-avanza-lipotesi-del-terzo-uomo" data-post-id="2561550524" data-published-at="1780509642" data-use-pagination="False"> Mattarella pronto a dare altro tempo. Avanza l'ipotesi del terzo uomo Anche i democristiani doc possono perdere la pazienza, ma il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ne ha da vendere. 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Dunque, con ogni probabilità, Mattarella prolungherà il mandato alla Casellati, che tra l'altro ieri alcune fonti indicavano come possibile «nome terzo» per palazzo Chigi se il centrodestra e il M5s usciranno dallo stallo (un altro nome sempre caldo è quello del docente universitario Giacinto Della Cananea, incaricato da Luigi Di Maio di incrociare i programmi elettorali di M5s, Lega e Pd per verificare eventuali convergenze). Quello che però Mattarella sa benissimo, è che Forza Italia e Fdi accetterebbero un appoggio esterno soltanto nel caso in cui il premier del governo M5s-centrodestra fosse Matteo Salvini, e che questa condizione, per i grillini, è inaccettabile. Dunque il capo dello Stato accorderà, salvo imprevisti, qualche altro giorno di tempo ai «ragazzi» (così i consiglieri del Colle chiamano Di Maio e Salvini), ben sapendo però che questa lunghissima telenovela dovrà pur concludersi. Mattarella sa anche che Di Maio, in realtà, ha bisogno di tempo per fronteggiare i fortissimi dissensi interni: la base del M5s non ne può più di questa trattativa. L'ala ortodossa che fa capo a Roberto Fico e Alessandro Di Battista non vede l'ora che Giggino da Pomigliano d'Arco prenda atto della cruda realtà dei numeri: il 32% non basta per diventare presidente del Consiglio. Non solo: all'interno del M5s in molti sospettano che Di Maio penda eccessivamente dalle labbra di Salvini, e lamentano che il movimento sia ormai «eterodiretto» dalla Lega.Intanto ieri, tra i fedelissimi di Berlusconi, si davano per quasi certe nuove elezioni a ottobre e circolava una battuta: «Non fate mutui sullo stipendio, che tra sei mesi si torna a votare». In sostanza, Mattarella continuerà a pazientare, ma non certo all'infinito, prima di archiviare l'ipotesi di un governo centrodestra-M5s e procedere alla verifica delle altre due soluzioni possibili. Nell'arco della prossima settimana, Mattarella tirerà le somme del lavoro della Casellati e procederà, se l'accordo dovesse naufragare, ad assegnare un mandato esplorativo per verificare la possibilità di un governo Pd-M5s, ipotesi esclusa anche ieri da Matteo Renzi ma che ingolosisce molti dem. Se neanche questa ipotesi fosse praticabile, Mattarella procederebbe all'esplorazione della terza ipotesi: una maggioranza centrodestra-Pd, esclusa fino ad ora da Salvini ma assai gradita a Berlusconi e (dicono) allo stesso Renzi. Infine, se tutte le strade si dimostrassero impercorribili, si andrebbe spediti verso un «governo del presidente» che avrebbe un respiro di circa sei mesi, consentirebbe all'Italia di affrontare le scadenze europee e dovrebbe modificare la legge elettorale inserendo un premio di maggioranza, in modo tale da evitare che si possa ripetere in futuro una situazione d'incertezza come quella prodotta dal Rosatellum. Chi sosterrebbe questo governo? M5s e Lega accetterebbero di farne parte? Mattarella è sicuro di sì. In particolare, il capo dello Stato in queste settimane ha apprezzato lo stile istituzionale di Di Maio, e ha motivo di credere che il M5s non si sottrarrebbe a una chiamata alla responsabilità pur di lucrare consensi in più in chiave elettorale. La preoccupazione del capo dello Stato è quella di un prolungarsi dello stallo a causa degli egoismi delle sin gole forze politiche, e quindi i «tempi supplementari» chiesti da Salvini e Di Maio saranno concessi, ma saranno brevi. L'urgenza di dare un governo stabile all'Italia è la principale preoccupazione del Quirinale, che non è certamente favorevole a un ritorno alle urne a breve, ma che non esclude certo di dover sciogliere le Camere subito dopo l'estate se l'instabilità scaturita dalle elezioni del 4 marzo scorso si dimostrasse strutturale e non contingente. Carlo Tarallo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/muro-forza-italia-ok-ma-salvini-premier-2561550524.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="di-maio-si-accorge-che-puo-sparire-e-apre-allintesa-con-il-centrodestra" data-post-id="2561550524" data-published-at="1780509642" data-use-pagination="False"> Di Maio si accorge che può sparire e apre all'intesa con il centrodestra Di nuovo, c'è che questa volta Luigi Di Maio non lancia ultimatum a Matteo Salvini, ma gli propone una trattativa a due, secca, senza intermediari e soprattutto senza Silvio Berlusconi e senza la povera Giorgia Meloni, che finisce in mezzo alla fatwa grillina contro Arcore. Ma la strada, anche se aperta, resta tutta in salita. Nonostante il fatto che M5s abbia implicitamente accettato l'appoggio esterno di Forza Italia non vada sottovalutato. Ma sono gli stessi vertici di M5s a essere pessimisti. «Abbiamo posto due condizioni: solo Salvini al tavolo e Di Maio premier. Una ce la faranno rimangiare di sicuro», spiega una delle persone più vicine al candidato premier. E naturalmente, «non se ne parla neppure». Insomma, il famoso secondo forno, quello della trattativa con il Pd, è spento ma non è chiuso. D'altronde in casa pentastellata è stata un'altra giornata contrassegnata da una preoccupazione costante: non farsi dividere ed evitare le trappole. La compattezza è quella messa a dura prova dal Pd renziano, che manda a dire, nei colloqui da buvette al Senato, che «se ritirate Di Maio, si può anche parlare». Con Roberto Fico o, meglio, con un Raffaele Cantone come premier. Un'offerta respinta in poche ore. Pare che sia stato lo stesso presidente della Camera a sgomberare il campo da ogni possibile incomprensione o ambiguità, garantendo a Di Maio che non si farà usare per bruciarlo. «Tentano di farci levare dal centro del campo un uomo che ha preso 11 milioni di voti e per il quale ci siamo spaccati tutta la schiena», spiega un senatore dei più esperti. Ma poi c'è anche la diffidenza. L'enorme diffidenza di un Movimento che tende fin dal suo inizio a vedere nemici ovunque. Perché al di là della simpatia e del rispetto personali per Elisabetta Casellati, il presidente del Senato scelto da Sergio Mattarella come primo esploratore, la verità è che né Beppe Grillo, né Davide Casaleggio, né Di Maio si fidano di lei. Pensano che non abbia vera autonomia rispetto ai desiderata di Arcore e forse è anche per questo che, con una punta di sadismo, ieri sera la delegazione del Movimento, formata da Di Maio, Giulia Grillo e Danilo Toninelli, si è divertita con l'avvocata padovana a infierire sul capo di Forza Italia, dipinto sempre, per non mancargli di rispetto sul fronte della fedina penale, come una specie di «burosauro», un ottantenne che «ha già provato a cambiare l'Italia e non solo non c'è riuscito, ma a momenti la mandava in bancarotta». La base grillina, del resto, non ha proprio dubbi. La sinistra è praticamente morta, ma l'antiberlusconismo è in gran forma e sembra aver traslocato armi e bagagli sotto le insegne dei 5 stelle. Bastava guardare la diretta internet delle consultazioni sulle pagine Facebook di Di Maio o di Paola Taverna per leggere una ininterrotta sequenza di insulti al Cavaliere, intervallati dal terrore che lì dentro, a Palazzo Giustiniani, la Casellati stesse facendo digerire la presenza di Berlusconi nel primo governo Di Maio. E invece non sarà così, almeno formalmente. Quando, dopo un'ora abbondante di colloquio, «Luigino» esce a parlare con i giornalisti, la notizia è che rilancia rispetto all'apertura di Matteo Salvini e questa volta non gli mette fretta. Tanto, ormai, siamo quasi arrivati a domenica e a quell'ultima prova di forza elettorale, sul piano locale, che il leader del Carroccio vuole sventolare in faccia all'«alleato» Berlusconi. Il candidato di M5s racconta che con Salvini «c'è disponibilità a trattare e ce la stiamo mettendo tutta. Ma è anche vero che noi oltre certi limiti non possiamo andare». E questi limiti sono presto detti: «Saremmo anche disposti ad accettare l'idea del sostegno di Forza Italia a quel governo, ma è chiaro che l'interlocuzione deve avvenire tra noi due», spiega Di Maio. Il quale non ha nessuna voglia di sedersi al tavolo con il Cavaliere e, per non fare ingiustizie e non sembrare più quello che mette dei veti personali, lascia fuori dalla porta anche l'incolpevole Giorgia Meloni e la sua Fdi, contro cui, invece, il Movimento non ha nulla in particolare. Insomma, la linea dei 5 stelle è che la formazione del governo deve sfociare in un contratto e che quel contratto va firmato solo da due persone, senza inutili e complicate trattative. Di Maio è probabilmente troppo giovane per rendersi conto che questo modo di procedere iper-aziendale e di stampo privatistico è esattamente la «cultura» che l'odiato Berlusconi ha provato a portare in politica. Ma non sono i giorni delle sottigliezze. Conta solo fare in fretta e schivare le trappole che possono far perdere voti in un ipotetico ritorno alle urne in tempi ravvicinati. Del resto, l'hashtag di Salvini per questa fase è «andiamoagovernare». Punto. Nulla di più condivisibile da parte di Di Maio e di un popolo grillino che sente la vicinanza a un traguardo storico. Ma l'ottimismo, quello, ancora non c'è. I capi del Movimento sono convinti che la trattativa con la Lega sarà dura: «Noi chiediamo due cose, loro ce ne daranno una». Tradotto, o M5s rinuncia a Di Maio premier (di qui le voci che possa accettare di fare il vice e basta) oppure dovrà ingoiare la presenza di ministri berlusconiani. Ed entrambe le ipotesi sono ritenute inaccettabili. Anche se non è da escludere che alla fine Salvini e Di Maio si accontentino di fare i vice di un premier terzo. Nel caso sfumasse la trattativa a quattr'occhi con il Carroccio, Di Maio è pronto a tuffarsi con un ricco alibi (la base odia il Pd, avendolo magari a anche votato) sul centrosinistra. Ieri Toninelli ha fatto cadere anche la «pregiudiziale Renzi», spiegando che «se c'è un contratto e c'è un accordo con il Pd, ci importa poco che l'ex segretario ci sia o meno». Francesco Bonazzi
Keir Starmer (Ansa)
Un rapporto del Parlamento britannico avverte che il Regno Unito entra in un'epoca di «radicale incertezza». Nel mirino Russia, Cina, guerre ibride e terrorismo. Cresce anche il timore di un futuro ridimensionamento del sostegno americano alla Nato.
Il Regno Unito si sta preparando a un cambiamento profondo del contesto internazionale. È questa la conclusione principale contenuta nel rapporto della Commissione mista per la Strategia di Sicurezza Nazionale del Parlamento britannico, che analizza la National Security Strategy 2025 e avverte che il Paese si trova di fronte a un'epoca caratterizzata da «radicale incertezza». Secondo il documento, i tradizionali presupposti che hanno garantito la sicurezza britannica negli ultimi decenni sono ormai in discussione. La crescente competizione tra grandi potenze, l'aumento delle guerre ibride, l'impiego di tecnologie emergenti come l'intelligenza artificiale e il progressivo deterioramento delle relazioni internazionali stanno creando un ambiente strategico molto più pericoloso rispetto al passato. La commissione parlamentare riconosce che il governo ha individuato correttamente le minacce principali, ma sottolinea l'esistenza di un divario significativo tra le ambizioni dichiarate e i meccanismi concreti necessari per realizzarle. In particolare, i parlamentari lamentano l'assenza di un piano dettagliato per sviluppare le cosiddette «capacità sovrane» e denunciano una scarsa chiarezza sulle responsabilità dei diversi ministeri chiamati ad attuare la strategia.
La National Security Strategy si fonda su tre pilastri
Il primo riguarda la sicurezza interna, il secondo il rafforzamento della posizione internazionale del Regno Unito e il terzo lo sviluppo di capacità industriali, tecnologiche e militari autonome. L'obiettivo dichiarato è ridurre le vulnerabilità britanniche in un contesto globale sempre più instabile e competitivo. Tra le minacce individuate emerge con forza la Russia. Mosca viene descritta come la principale fonte di rischio per la sicurezza britannica, non solo per la guerra in Ucraina ma anche per le attività di sabotaggio, interferenza e aggressione ibrida che stanno colpendo numerosi Paesi europei. Il rapporto invita il governo a mantenere alta la pressione sulla Federazione Russa e a continuare a imporre costi economici e politici crescenti finché proseguiranno le operazioni militari contro Kiev e le attività ostili nei confronti dell'Occidente. Grande attenzione viene dedicata anche alla Cina. Pur riconoscendo l'importanza dei rapporti economici con Pechino, la commissione afferma che il governo dovrebbe essere molto più trasparente nel valutare i rischi per la sicurezza nazionale derivanti dalle relazioni con il gigante asiatico. I parlamentari arrivano a chiedere che ogni nuovo accordo economico con la Cina sia accompagnato da una valutazione pubblica dell'impatto sulla sicurezza nazionale britannica. Un altro elemento di preoccupazione riguarda la crescente dipendenza da fornitori esteri per materie prime strategiche, tecnologie avanzate e componenti essenziali per la difesa. Secondo il rapporto, Londra dovrà ridurre progressivamente la propria esposizione sia nei confronti della Cina per quanto riguarda i minerali critici sia nei confronti degli Stati Uniti per alcuni aspetti della sicurezza e della condivisione delle informazioni di intelligence.
Il terrorismo resta una minaccia
Accanto alle minacce rappresentate dagli Stati ostili, il documento dedica attenzione anche al terrorismo, che continua a essere considerato un rischio concreto per la sicurezza nazionale britannica. Tuttavia, rispetto al passato, il fenomeno viene interpretato in modo diverso. Non sono più soltanto le organizzazioni strutturate come Al-Qaeda o lo Stato Islamico a preoccupare Londra, ma soprattutto gli individui radicalizzati online, spesso privi di collegamenti diretti con gruppi terroristici ma capaci di passare rapidamente all'azione. La strategia mette in guardia contro soggetti «ossessionati dalla violenza», influenzati da contenuti estremisti diffusi attraverso social network, piattaforme criptate e forum digitali. Secondo la commissione, il terrorismo moderno non può più essere analizzato separatamente dalle altre minacce. Criminalità organizzata, cybercrime, propaganda online e interferenze ostili da parte di Stati stranieri tendono sempre più a sovrapporsi. L'intelligenza artificiale e le tecnologie emergenti potrebbero inoltre amplificare le capacità di reclutamento, radicalizzazione e diffusione della propaganda estremista, rendendo più complesso il lavoro delle agenzie di sicurezza.
Per questo motivo il rapporto sostiene che la risposta al terrorismo non debba limitarsi all'azione delle forze dell'ordine e dei servizi di intelligence. La prevenzione deve coinvolgere l'intera società, dalle scuole alle università, dagli enti locali alle aziende che gestiscono infrastrutture strategiche. Il concetto di resilienza nazionale diventa così centrale nella nuova visione britannica della sicurezza. Un altro timore riguarda la possibilità che gruppi terroristici o estremisti prendano di mira le infrastrutture nazionali critiche. Sistemi energetici, reti digitali, trasporti, ospedali e cavi sottomarini vengono considerati obiettivi vulnerabili che potrebbero essere colpiti sia con attacchi fisici sia attraverso operazioni informatiche. La crescente digitalizzazione della società rende infatti possibile una combinazione di attacchi tradizionali e cyberattacchi con effetti potenzialmente devastanti.
I timori per l’indebolimento della Nato
La commissione invita inoltre il governo a prepararsi a uno scenario fino a pochi anni fa considerato impensabile: una crisi internazionale nella quale l'Europa non possa più contare pienamente sul sostegno militare statunitense. Per questo motivo viene chiesto di rafforzare la leadership europea all'interno della NATO e di sviluppare nuove forme di cooperazione strategica con gli alleati del continente. Sul fronte interno, una delle priorità è rappresentata dalla protezione delle infrastrutture nazionali critiche. Oleodotti, reti energetiche, sistemi di comunicazione, trasporti, infrastrutture digitali e cavi sottomarini sono considerati bersagli privilegiati delle moderne operazioni ibride. I parlamentari chiedono quindi maggiori investimenti nella resilienza e nella sicurezza informatica, oltre a una migliore preparazione della popolazione civile in caso di crisi. Particolarmente interessante è il riferimento alla necessità di sviluppare un approccio che coinvolga «l'intera società». Secondo la commissione, la sicurezza nazionale non può più essere considerata esclusivamente una questione militare o governativa. Aziende private, amministrazioni locali, infrastrutture strategiche e cittadini dovranno essere maggiormente coinvolti nella preparazione alle emergenze e nella costruzione della resilienza nazionale.Il rapporto dedica inoltre ampio spazio al tema del soft power. I parlamentari esprimono preoccupazione per la riduzione degli stanziamenti destinati agli aiuti internazionali e avvertono che il ridimensionamento degli strumenti di influenza britannica potrebbe creare un vuoto destinato a essere colmato da Russia e Cina, soprattutto in Africa e nel cosiddetto Sud globale. Organizzazioni come il BBC World Service e il British Council vengono considerate asset strategici per la sicurezza nazionale al pari di molte capacità militari tradizionali. Tra le novità più rilevanti figura l'impegno assunto dal governo britannico nell'ambito degli accordi NATO a destinare entro il 2035 il 5% del PIL complessivo alla difesa e alla sicurezza. Di questa cifra, l'1,5% dovrebbe essere destinato specificamente alla sicurezza e alla resilienza nazionale. Tuttavia, la commissione osserva che non è ancora chiaro quali progetti e quali capacità verranno concretamente finanziati attraverso questo nuovo obiettivo di spesa. Nel complesso, il documento parlamentare fotografa un Regno Unito che percepisce il proprio ambiente strategico come sempre più ostile e imprevedibile. Russia, Cina, terrorismo, guerre ibride, cybersicurezza, protezione delle infrastrutture critiche e riduzione delle dipendenze strategiche rappresentano le priorità di una strategia che punta a preparare il Paese a un mondo nel quale la sicurezza non può più essere data per scontata. La sfida, secondo la commissione, sarà trasformare queste ambizioni in politiche concrete, dotate di risorse adeguate, responsabilità chiare e una visione di lungo periodo capace di affrontare le minacce del prossimo decennio.
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