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2021-01-17
Mr Invitalia secondo i suoi legali: «La stampa non può controllarlo»
Domenico Arcuri (Ansa)
Nei giorni scorsi il commissario all'emergenza Domenico Arcuri si era rifiutato di rispondere ad alcune nostre legittime domande. Rocco Casalino, portavoce del premier Giuseppe Conte, aveva fatto spallucce: «Non vuole rispondere». Ma noi, che difficilmente ci arrendiamo, il 14 gennaio abbiamo provato a chiedere ulteriori chiarimenti alla struttura del commissario per l'emergenza Covid su alcune apparenti incongruenze tra i numeri delle forniture di mascherine pubblicati su Internet e quelli citati nei contratti depositati nell'inchiesta romana sull'approvvigionamento di 801 milioni di dispositivi di protezione.
Purtroppo anche questa volta Arcuri, allergico alle inchieste giornalistiche vere (e non a quelle contenute nei trafiletti dei giornali amici), ha preferito non rispondere. Anzi ha lasciato che lo facessero per la seconda volta i suoi avvocati. Ovviamente l'Ordine dei giornalisti, così battagliero nel difendere il politicamente corretto, non fiata quando viene lesa la libertà d'informazione di una testata non allineata.
Ma quali sono le domande indigeste al commissario? La prima è la seguente: «La lettera di commessa datata 15 aprile della struttura commissariale indirizzata alla Luokai trade ha come oggetto la fornitura di 100.000.000 di mascherine FFP3. Tuttavia, dal sito della struttura commissariale la fornitura risulta essere di 121.617.647 di mascherine FFP3, con una differenza di 21.617.647. In che data e con quali modalità è stata integrata la richiesta di aumento della fornitura?». Sapete quanto fa 21 milioni e rotti per 3,4 euro (il costo di una mascherina Ffp3)? Esattamente 73,5 milioni di euro, una cifra molto vicina a quella delle provvigioni pagate ai mediatori, cifra che oscilla negli atti giudiziari tra i 63,5 milioni e i 72. La fornitura è stata integrata oppure quei 21 milioni di mascherine erano solo sulla carta e sono servite a pagare i lauti compensi degli intermediari?
Al posto degli uffici stampa di Presidenza del Consiglio e di Invitalia ci hanno risposto, come già successo in passato, gli avvocati Grazia Volo e Anna Sistopaoli, difensori di Arcuri, sostenendo che le «domande concernono l'oggetto dei procedimenti giudiziari per i quali sono state promosse le relative mediazioni, fissate per il 19 gennaio p.v.». Insomma visto che Arcuri ci ha denunciato non deve rendere conto del suo operato.
Nella premessa ai nostri quesiti avevamo anche citato la legge sulla trasparenza. Ecco la replica dei legali: «Quanto alla legge sulla trasparenza (241/1990) è di comune cognizione che può essere invocata solo per fini amministrativi e non giornalistici. In caso contrario, si determinerebbe un indebito e generalizzato controllo da parte della stampa sull'attività della Pubblica amministrazione». Riscriviamo la frase per essere certi che anche il più distratto dei paladini della libertà di stampa in servizio permanente effettivo non possa dire di non averla letta: «Un indebito e generalizzato controllo da parte della stampa sull'attività della Pubblica amministrazione». Ci chiediamo che idea abbia Arcuri della funzione dell'informazione e quale ritenga sia il compito della libera stampa se non quello di vigilare sugli atti dell'amministrazione pubblica e sull'uso dei soldi dei contribuenti.
Poi i legali aggiungono: «In ogni caso, sul sito del Commissario straordinario sono pubblicati tutti gli atti suscettibili di divulgazione. Inoltre, è di dominio pubblico che sulla vicenda mascherine sono in corso indagini - che non riguardano Arcuri, come da Lei ripetutamente affermato - e quindi ragioni di opportunità sconsigliano la diffusione di documenti». In conclusione Arcuri ci fa recapitare l'ultimo avvertimento: «In ultimo, le anticipiamo che anche gli articoli a sua firma (di chi scrive, ndr) pubblicati su La Verità di oggi (14 gennaio, ndr) saranno oggetto di richieste di mediazione».
Ovviamente non ci lasciamo intimidire. E pubblichiamo anche il secondo quesito rimasto senza risposta: «Nella lettera di commessa, a pagina 2, è specificato: “Resta inteso che l'affidamento della fornitura in parola è risolutivamente condizionata all'esito della verifica del possesso dei requisiti necessari per contrattare con le Pubbliche Amministrazioni". Quali verifiche sono state svolte sulla rispondenza dei requisiti della Luokai trade e con quali esiti?».
Speriamo che dopo le nostre domande, trasformate in interrogazioni parlamentari dal deputato di Fratelli d'Italia Andrea Delmastro, giungano le necessarie spiegazioni.
Il summit al bar tra il mediatore d'oro e l'uomo di Arcuri
C'è anche un video girato dalla Guardia di finanza in un bar di Roma a smentire la vulgata che il giornalista Mario Benotti, indagato nell'inchiesta sulle mascherine cinesi, fosse praticamente uno sconosciuto dentro alla struttura del commissario all'emergenza Domenico Arcuri.
Gli investigatori, durante l'indagine sugli 801 milioni di dispositivi arrivati dalla Cina, inizialmente sono andati a caccia della corruzione dei pubblici ufficiali e per questo hanno potuto intercettare e riprendere con una telecamerina nascosta gli indagati. Una di queste attività è finita in un file video depositato agli atti del Riesame. Le immagini immortalano Benotti mentre è seduto a un tavolino e prende un caffè con Mauro Bonaretti, uno degli uomini dello staff di Arcuri (una quarantina in tutto). Chi è costui? Consigliere della Corte dei conti della Lombardia, è un fedelissimo del capogruppo alla Camera del Pd Graziano Delrio: è stato direttore generale del Comune di Reggio Emilia con Delrio sindaco e, sempre al seguito dell'ex primo cittadino, ha ricoperto gli incarichi di segretario generale della Presidenza del Consiglio dei ministri, di capo di gabinetto al ministero dei Lavori pubblici e trasporti e in quello degli Affari regionali. Bonaretti è anche l'unico membro della struttura commissariale a beneficiare di un rimborso spese, di 2.000 euro mensili, per il soggiorno a Roma. Benotti e Bonaretti hanno affiancato nello stesso periodo Delrio al ministero dei Trasporti. I due, mentre sono osservati dai finanzieri, un uomo e una donna seduti a un tavolino vicino al loro, parlano di mascherine, ma l'audio è molto disturbato da fruscii e rumore di tazzine.
Il video dura circa 22 minuti. Nell'inquadratura Bonaretti mostra le spalle agli investigatori e indossa un piumino blu. Di fronte a lui Benotti, serafico, ha un cappotto scuro. A un certo punto il collaboratore di Arcuri si dirige verso il bancone, recupera due caffè e due bicchieri d'acqua e torna al tavolo. Si toglie il piumino e rimane in maglioncino. «Se vogliono venire a vedere le mascherine e tutto quello che abbiamo fatto noi (inc.)» gli dice Benotti. Già in estate l'ufficio antiriciclaggio della Banca d'Italia aveva iniziato a indagare sulla montagna di soldi di provvigioni arrivate dalla Cina e finite nelle tasche del giornalista e di altri intermediari. E in un'intercettazione di ottobre Benotti, al telefono proprio con Bonaretti, si era detto «deluso» dal comportamento del suo «vecchio amico Domenico». E aveva chiesto al membro dello staff di fare da ambasciatore: «Di' al commissario che vorrei venerarlo… sempre che abbia il piacere ancora di ricevere un vecchio amico». Ma Arcuri, che durante la fase calda della fornitura aveva avuto frequenti contatti telefonici con Benotti, in questo caso non era sembrato disponibile. Tanto che Bonaretti aveva spiegato: «Domenico mi ha detto: “Voglio evitare che Mario si sporca"» e in un altro passaggio aveva aggiunto che Arcuri era «dispiaciuto di questa cosa» e in un certo senso si era dimostrato «protettivo».
In questo contesto si spiega probabilmente l'incontro al bar. Nel filmato, a un certo punto, si ode Bonaretti pronunciare queste parole, riferite alle mascherine: «A un prezzo basso». Benotti prosegue: «No, un prezzo bassissimo, gliele abbiamo portate, financo sdoganate, perché Arcuri non era in grado neanche di sdoganarle».
A questo punto l'indagato parla di politica e del trasporto dei dispositivi di protezione, trasportati in Italia da cargo israeliani, grazie ai contatti del socio Andrea Tommasi. Poi si rammarica: «L'unica cosa che mi dispiace è che tutto sommato Arcuri speriamo che non lo immolino». Benotti ricostruisce la concitata ricerca di mascherine all'inizio della pandemia: «Ci fu un momento in cui presero questi poveretti di Invitalia e li spedirono, Arcuri compreso, e stavano lì giorno e notte e anche noi a cercare […] soprattutto gliene fecero di tutti i colori perché il Comitato tecnico scientifico per sua stessa ammissione rompeva i coglioni… mentre in tutta Europa si poteva importare sulla base (inc) qui no».
Bonaretti concorda sul fatto che nel Cts ci siano un paio di «persone di altissimo profilo», mentre tutto il resto «è un disastro». Il giornalista Rai rincara la dose: «Quelli lì erano quelli che dovevano andare a vedere se (inc) delle belle mascherine non sapendo che noi avevamo preteso da tutti quanti i cinesi (inc) tutto con certificazioni Ce, ma non fatte in Cina (inc) a Francoforte (inc)».
Il cavallo di battaglia del giornalista è che la prima fase dell'emergenza sanitaria poteva rappresentare «l'occasione per elaborare un piano industriale per il Paese», ma che «l'occasione è stata sprecata e il suo emblema è rappresentato dal disperato e spesso inconcludente approvvigionamento di mascherine a prezzo fisso». Una tesi contenuta nel libro che ha appena dato alle stampe, (Ri)costruzione. Verso la fine del video il giornalista declama soddisfatto un passaggio della sua opera, senza immaginare di essere ripreso dagli investigatori. Alla fine l'accusa per corruzione è caduta per tutti gli indagati. Nei confronti di Arcuri e di un altro suo collaboratore, Antonio Fabbrocini, la Procura ha chiesto l'archiviazione. Per Benotti la contestazione è divenuta quella di traffico illecito d'influenze. Una decisione quella della repentina richiesta di proscioglimento che lascia perplessi.
Il professor Alessandro Sammarco, difensore di alcuni indagati osserva: «La Procura dovrebbe avere acquisito nel giro di pochi giorni elementi eclatanti e certi per escludere la colpevolezza dei pubblici ufficiali in ipotesi corrotti e per addebitare ad altri il traffico illecito di influenze, reato per il quale allo stato non risulta neppure la notitia criminis».
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La risposta degli avvocati del manager di Stato ai nostri quesiti su un extra di 73 milioni.Un video della Finanza dimostra che il giornalista Mario Benotti era tutt'altro che sconosciuto al commissariato anti Covid.Lo speciale contiene due articoli.Nei giorni scorsi il commissario all'emergenza Domenico Arcuri si era rifiutato di rispondere ad alcune nostre legittime domande. Rocco Casalino, portavoce del premier Giuseppe Conte, aveva fatto spallucce: «Non vuole rispondere». Ma noi, che difficilmente ci arrendiamo, il 14 gennaio abbiamo provato a chiedere ulteriori chiarimenti alla struttura del commissario per l'emergenza Covid su alcune apparenti incongruenze tra i numeri delle forniture di mascherine pubblicati su Internet e quelli citati nei contratti depositati nell'inchiesta romana sull'approvvigionamento di 801 milioni di dispositivi di protezione. Purtroppo anche questa volta Arcuri, allergico alle inchieste giornalistiche vere (e non a quelle contenute nei trafiletti dei giornali amici), ha preferito non rispondere. Anzi ha lasciato che lo facessero per la seconda volta i suoi avvocati. Ovviamente l'Ordine dei giornalisti, così battagliero nel difendere il politicamente corretto, non fiata quando viene lesa la libertà d'informazione di una testata non allineata.Ma quali sono le domande indigeste al commissario? La prima è la seguente: «La lettera di commessa datata 15 aprile della struttura commissariale indirizzata alla Luokai trade ha come oggetto la fornitura di 100.000.000 di mascherine FFP3. Tuttavia, dal sito della struttura commissariale la fornitura risulta essere di 121.617.647 di mascherine FFP3, con una differenza di 21.617.647. In che data e con quali modalità è stata integrata la richiesta di aumento della fornitura?». Sapete quanto fa 21 milioni e rotti per 3,4 euro (il costo di una mascherina Ffp3)? Esattamente 73,5 milioni di euro, una cifra molto vicina a quella delle provvigioni pagate ai mediatori, cifra che oscilla negli atti giudiziari tra i 63,5 milioni e i 72. La fornitura è stata integrata oppure quei 21 milioni di mascherine erano solo sulla carta e sono servite a pagare i lauti compensi degli intermediari? Al posto degli uffici stampa di Presidenza del Consiglio e di Invitalia ci hanno risposto, come già successo in passato, gli avvocati Grazia Volo e Anna Sistopaoli, difensori di Arcuri, sostenendo che le «domande concernono l'oggetto dei procedimenti giudiziari per i quali sono state promosse le relative mediazioni, fissate per il 19 gennaio p.v.». Insomma visto che Arcuri ci ha denunciato non deve rendere conto del suo operato.Nella premessa ai nostri quesiti avevamo anche citato la legge sulla trasparenza. Ecco la replica dei legali: «Quanto alla legge sulla trasparenza (241/1990) è di comune cognizione che può essere invocata solo per fini amministrativi e non giornalistici. In caso contrario, si determinerebbe un indebito e generalizzato controllo da parte della stampa sull'attività della Pubblica amministrazione». Riscriviamo la frase per essere certi che anche il più distratto dei paladini della libertà di stampa in servizio permanente effettivo non possa dire di non averla letta: «Un indebito e generalizzato controllo da parte della stampa sull'attività della Pubblica amministrazione». Ci chiediamo che idea abbia Arcuri della funzione dell'informazione e quale ritenga sia il compito della libera stampa se non quello di vigilare sugli atti dell'amministrazione pubblica e sull'uso dei soldi dei contribuenti.Poi i legali aggiungono: «In ogni caso, sul sito del Commissario straordinario sono pubblicati tutti gli atti suscettibili di divulgazione. Inoltre, è di dominio pubblico che sulla vicenda mascherine sono in corso indagini - che non riguardano Arcuri, come da Lei ripetutamente affermato - e quindi ragioni di opportunità sconsigliano la diffusione di documenti». In conclusione Arcuri ci fa recapitare l'ultimo avvertimento: «In ultimo, le anticipiamo che anche gli articoli a sua firma (di chi scrive, ndr) pubblicati su La Verità di oggi (14 gennaio, ndr) saranno oggetto di richieste di mediazione». Ovviamente non ci lasciamo intimidire. E pubblichiamo anche il secondo quesito rimasto senza risposta: «Nella lettera di commessa, a pagina 2, è specificato: “Resta inteso che l'affidamento della fornitura in parola è risolutivamente condizionata all'esito della verifica del possesso dei requisiti necessari per contrattare con le Pubbliche Amministrazioni". Quali verifiche sono state svolte sulla rispondenza dei requisiti della Luokai trade e con quali esiti?». 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Gli investigatori, durante l'indagine sugli 801 milioni di dispositivi arrivati dalla Cina, inizialmente sono andati a caccia della corruzione dei pubblici ufficiali e per questo hanno potuto intercettare e riprendere con una telecamerina nascosta gli indagati. Una di queste attività è finita in un file video depositato agli atti del Riesame. Le immagini immortalano Benotti mentre è seduto a un tavolino e prende un caffè con Mauro Bonaretti, uno degli uomini dello staff di Arcuri (una quarantina in tutto). Chi è costui? Consigliere della Corte dei conti della Lombardia, è un fedelissimo del capogruppo alla Camera del Pd Graziano Delrio: è stato direttore generale del Comune di Reggio Emilia con Delrio sindaco e, sempre al seguito dell'ex primo cittadino, ha ricoperto gli incarichi di segretario generale della Presidenza del Consiglio dei ministri, di capo di gabinetto al ministero dei Lavori pubblici e trasporti e in quello degli Affari regionali. Bonaretti è anche l'unico membro della struttura commissariale a beneficiare di un rimborso spese, di 2.000 euro mensili, per il soggiorno a Roma. Benotti e Bonaretti hanno affiancato nello stesso periodo Delrio al ministero dei Trasporti. I due, mentre sono osservati dai finanzieri, un uomo e una donna seduti a un tavolino vicino al loro, parlano di mascherine, ma l'audio è molto disturbato da fruscii e rumore di tazzine. Il video dura circa 22 minuti. Nell'inquadratura Bonaretti mostra le spalle agli investigatori e indossa un piumino blu. Di fronte a lui Benotti, serafico, ha un cappotto scuro. A un certo punto il collaboratore di Arcuri si dirige verso il bancone, recupera due caffè e due bicchieri d'acqua e torna al tavolo. Si toglie il piumino e rimane in maglioncino. «Se vogliono venire a vedere le mascherine e tutto quello che abbiamo fatto noi (inc.)» gli dice Benotti. Già in estate l'ufficio antiriciclaggio della Banca d'Italia aveva iniziato a indagare sulla montagna di soldi di provvigioni arrivate dalla Cina e finite nelle tasche del giornalista e di altri intermediari. E in un'intercettazione di ottobre Benotti, al telefono proprio con Bonaretti, si era detto «deluso» dal comportamento del suo «vecchio amico Domenico». E aveva chiesto al membro dello staff di fare da ambasciatore: «Di' al commissario che vorrei venerarlo… sempre che abbia il piacere ancora di ricevere un vecchio amico». Ma Arcuri, che durante la fase calda della fornitura aveva avuto frequenti contatti telefonici con Benotti, in questo caso non era sembrato disponibile. Tanto che Bonaretti aveva spiegato: «Domenico mi ha detto: “Voglio evitare che Mario si sporca"» e in un altro passaggio aveva aggiunto che Arcuri era «dispiaciuto di questa cosa» e in un certo senso si era dimostrato «protettivo». In questo contesto si spiega probabilmente l'incontro al bar. Nel filmato, a un certo punto, si ode Bonaretti pronunciare queste parole, riferite alle mascherine: «A un prezzo basso». Benotti prosegue: «No, un prezzo bassissimo, gliele abbiamo portate, financo sdoganate, perché Arcuri non era in grado neanche di sdoganarle». A questo punto l'indagato parla di politica e del trasporto dei dispositivi di protezione, trasportati in Italia da cargo israeliani, grazie ai contatti del socio Andrea Tommasi. Poi si rammarica: «L'unica cosa che mi dispiace è che tutto sommato Arcuri speriamo che non lo immolino». Benotti ricostruisce la concitata ricerca di mascherine all'inizio della pandemia: «Ci fu un momento in cui presero questi poveretti di Invitalia e li spedirono, Arcuri compreso, e stavano lì giorno e notte e anche noi a cercare […] soprattutto gliene fecero di tutti i colori perché il Comitato tecnico scientifico per sua stessa ammissione rompeva i coglioni… mentre in tutta Europa si poteva importare sulla base (inc) qui no». Bonaretti concorda sul fatto che nel Cts ci siano un paio di «persone di altissimo profilo», mentre tutto il resto «è un disastro». Il giornalista Rai rincara la dose: «Quelli lì erano quelli che dovevano andare a vedere se (inc) delle belle mascherine non sapendo che noi avevamo preteso da tutti quanti i cinesi (inc) tutto con certificazioni Ce, ma non fatte in Cina (inc) a Francoforte (inc)». Il cavallo di battaglia del giornalista è che la prima fase dell'emergenza sanitaria poteva rappresentare «l'occasione per elaborare un piano industriale per il Paese», ma che «l'occasione è stata sprecata e il suo emblema è rappresentato dal disperato e spesso inconcludente approvvigionamento di mascherine a prezzo fisso». Una tesi contenuta nel libro che ha appena dato alle stampe, (Ri)costruzione. Verso la fine del video il giornalista declama soddisfatto un passaggio della sua opera, senza immaginare di essere ripreso dagli investigatori. Alla fine l'accusa per corruzione è caduta per tutti gli indagati. Nei confronti di Arcuri e di un altro suo collaboratore, Antonio Fabbrocini, la Procura ha chiesto l'archiviazione. Per Benotti la contestazione è divenuta quella di traffico illecito d'influenze. Una decisione quella della repentina richiesta di proscioglimento che lascia perplessi. Il professor Alessandro Sammarco, difensore di alcuni indagati osserva: «La Procura dovrebbe avere acquisito nel giro di pochi giorni elementi eclatanti e certi per escludere la colpevolezza dei pubblici ufficiali in ipotesi corrotti e per addebitare ad altri il traffico illecito di influenze, reato per il quale allo stato non risulta neppure la notitia criminis».
Keir Starmer (Ansa)
In seguito, Calocane si è dichiarato colpevole di omicidio colposo e i suoi legali hanno invocato l’incapacità di intendere e di volere, che è stata parzialmente riconosciuta portando all’internamento del killer in un ospedale psichiatrico di massima sicurezza. Ma sul suo caso è stata allestita una commissione di inchiesta il cui lavoro si è appena concluso, portando alla luce una serie incredibile di errori e sottovalutazioni da parte delle autorità di polizia britanniche. Calocane, affetto da schizofrenia paranoide, avrebbe dovuto essere arrestato ben prima di compiere la strage. Si era già reso responsabile di numerosi episodi violenti, disertava gli incontri con gli psichiatri, si scelse di non internarlo e di lasciarlo libero anche se era evidentemente pericoloso.
Il Daily Telegraph, nei giorni scorsi, ha scritto che la commissione di inchiesta «ha anche rivelato che nel 2020 gli operatori della salute mentale decisero di non sottoporre Calocane a un ricovero coatto in seguito a un violento incidente, dopo aver preso in considerazione una ricerca che suggeriva una sovrarappresentazione dei giovani uomini di colore nelle carceri». Questo particolare è stato smentito con forza da alcuni dei medici auditi dalla commissione, ma è inevitabile che sorgano profondi dubbi a riguardo, soprattutto dopo quello che è accaduto a Henry Nowak, ucciso a pugnalate da un sikh e trattato da criminale mentre moriva soltanto perché bianco.
Emma Webber, madre di una delle vittime di Calocane, ha avuto parole piuttosto chiare sul punto. «Quello che dobbiamo fare è essere coraggiosi e affrontare queste discussioni davvero difficili in questo Paese» ha detto alla stampa. «Calocane era un uomo di colore che ha ucciso tre persone bianche e ha tentato di ucciderne altre tre, e questo non è mai stato oggetto di discussione. Se fosse successo il contrario, lo sarebbe stato». Difficile darle torto. Soprattutto se si legge l’inchiesta realizzata dal Telegraph sul modo in cui il sistema di salute mentale britannico è stato messo sotto pressione in questi anni al fine di «ridurre le diseguaglianze». Nove medici che servono e hanno servito nei servizi di salute mentale inglesi hanno raccontato di essere stati ripetutamente invitati a ridurre il numero di pazienti neri.
«Un medico che lavorava nello stesso ente ospedaliero in cui era stato curato Valdo Calocane ha affermato che l’organismo di controllo aveva visitato il suo reparto poco prima dell'attacco del killer di Nottingham e gli era stato detto che c’erano troppi pazienti neri», riporta il Telegraph. Non è tutto. Il Mental Health Act britannico, la legge che regola appunto i servizi di salute mentale, stabilisce che si svolgano periodiche revisioni indipendenti sulle strutture. Ebbene, nel 2018 la relazione conclusiva di tale revisione spiegò che «cercare di trovare modi per ridurre i ricoveri coatti di persone di origine africana e caraibica in particolare è una delle principali sfide».
E ancora: «Nel 2023, il servizio sanitario nazionale», scrive il Telegraph, «ha raccomandato agli enti ospedalieri di esaminare i ricoveri per problemi di salute mentale spiegando che “nel tempo dovrebbero essere in grado di dimostrare una riduzione delle disuguaglianze”. La Commissione per l’uguaglianza e i diritti umani, consultata sul Mental Health Act del 2025, ha affermato che gli enti ospedalieri dell’NHS dovrebbero essere tenuti a fornire un “piano d’azione completo se non sono in grado di dimostrare una riduzione anno su anno dei tassi di detenzione sproporzionati subiti dai gruppi di minoranza etnica, in particolare dalle persone di colore”». Insomma è piuttosto evidente che ci sia stata una notevole pressione da più fronti e soprattutto da attori istituzionali per ridurre il numero di pazienti di colore. I risultati, purtroppo, si sono visti: morti e feriti. Il fatto è che, come ha notato qualcuno, la malattia mentale non si cura con la sociologia, il crimine non si ferma con l’inclusione. E la realtà, piaccia o meno, non si può annullare per volontà ideologica.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa dell'8 giugno con Carlo Cambi
A rompere gli indugi è stato Banco Bpm. Era nell’aria da mesi. E ieri, all’ora di pranzo, è uscito il comunicato: l’istituto milanese chiede a Mps di andare a nozze. Nessuna Opa. Solo «concordare un’operazione di aggregazione». Operazione finalizzata alla creazione di un nuovo gruppo bancario e finanziario di riferimento in Italia, secondo operatore nazionale per dimensioni, si legge nella nota. L’aggregazione verrebbe attuata nelle modalità tipiche dei «cosiddetti merger of equals, la soluzione più coerente per allineare tutti gli azionisti su un disegno industriale comune, preservando il Dna dei due istituti e valorizzando le rispettive culture», prosegue il comunicato.
Secondo operatore nazionale per dimensioni… Bnp Paribas stima che le nozze potrebbero creare sì un terzo polo bancario, dopo Unicredit e Intesa Sanpaolo, ma appunto il secondo per asset (450 miliardi circa), con un 15% di market share nei prestiti, il 13% nei depositi e 2.900 filiali. L’istituto di Piazza Meda potrebbe contare su sinergie superiori a 1,1 miliardi lordi annui e una capitalizzazione di Borsa potenzialmente superiore a 50 miliardi (attualmente siamo sui 28 miliardi per Siena a 20 per Bpm). L’istituto guidato da Giuseppe Castagna stima inoltre una potenziale generazione di profitto netto a regime pari a 6 miliardi, con una crescita degli utili per azione a doppia cifra.
Numeri incredibili. Ma i numeri sono paradossalmente niente in confronto al centro di potere che «passa da Siena» con questa aggregazione, come ha detto pochi giorni fa Luigi Lovaglio, amministratore delegato di Montepaschi. Mps controlla oltre l’85% di Mediobanca. Mediobanca che ha in mano il 13,2% di Generali, primo azionista del Leone. Non è finita, perché il primo socio del Monte è Delfin - la holding degli eredi di Leonardo Del Vecchio - con il 17,5%, ma Delfin è pure secondo socio nel capitale del Leone di Trieste con il 10,1%. Nel caso di fusione Siena-Milano l’azionista più importante sarebbe sempre Delfin con circa l’11%. Seguito da Credit Agricole. La banca francese, storicamente presente in Italia con Cariparma, Friuladria e non solo, ha iniziato una scalata a Bpm che l’ha portata al 22,9% del capitale. La Banque Verte transalpina potrebbe inoltre essere interessata ad acquistare gli sportelli che il gruppo Bpm-Mps dovrebbe cedere per questioni di Antitrust: 130 filiali, il 4% della futura super banca, calcolano Bnp Paribas e Morgan Stanley. L’Agricole sarebbe così protagonista della finanza italiana, un gradino sotto Leonardo Maria Del Vecchio, figlio del fondatore di Luxottica, che in questi giorni sta per mettere le mani sul 37,5% di Delfin, rilevando quote dai fratelli grazie a un prestito da circa 11 miliardi che vede in prima fila come finanziatori Unicredit (azionista di Generali con l’8,9% e con Delfin socia della banca di piazza Gae Aulenti con il 2,85%) e proprio Credit Agricole.
Visto il potere in ballo, a metà pomeriggio, arriva la controproposta. Da parte di chi? Secondo il Financial Times Intesa Sanpaolo sta preparando un’offerta congiunta con Bpere Unipol su Monte dei Paschi. L’istituto modenese - quinto in Italia per dimensioni con l’assicurazione guidata da Carlo Cimbri come primo azionista - acquisterebbe le attività bancarie del Monte, mentre la banca di Carlo Messina, ne acquisterebbe la recente unità Mediobanca e, di conseguenza, la quota del 13% in Generali. Da Siena non commentano. Oggi però il cda di Mps approfitterà della riunione già convocata per dare le prime risposte.
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Un uomo, un aeroplano, il freddo da domare per stabilire un record. Ma soprattutto il tentativo di capire come gli aeroplani avrebbero potuto volare più in alto per sfuggire alla contraerea.