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2023-05-09
Stragisti d’America: se è suprematista il movente salta fuori, altrimenti scompare
Ansa
Che l’establishment progressista americano sia caratterizzato da atteggiamenti improntati al doppiopesismo, non è mai stata una novità. Adesso però si inizia a esagerare. Basta d’altronde mettere a confronto quanto avvenuto a seguito di due recenti sparatorie di massa. Ma andiamo con ordine.
Sabato, si è purtroppo verificato un nuovo eccidio a Dallas, in cui hanno perso la vita otto persone. Ebbene, secondo quanto riferito dall’Associated Press, gli agenti federali sospettano che l’attentatore, ucciso dalla polizia, nutrisse idee di estrema destra. «Gli agenti federali hanno esaminato gli account dei social che ritengono siano stati utilizzati da Mauricio Garcia, 33 anni, e i post che esprimevano interesse per le opinioni suprematiste bianche e neonaziste», ha riportato l’agenzia di stampa. «Garcia aveva anche una toppa sul petto che recitava “Rwds”, acronimo di Right wing death squad, popolare tra gli estremisti di destra e i gruppi della supremazia bianca», ha proseguito. Non solo, secondo la Cnn l’uomo sarebbe stato cacciato dall’esercito per «problemi mentali».
Ora, di per sé non c’è nulla di sbagliato a far luce sui moventi di un attentatore. È anzi doveroso comprendere se le sue idee possano aver influito sui suoi gesti. Il problema nasce da un’altra considerazione. Sembra infatti che le idee degli attentatori vengano sottolineate solo quando la cosa non entra in collisione con la narrazione dominante, benedetta dall’establishment politico-mediatico progressista. Per capirlo, basta guardare a un’altra sparatoria di massa, quella verificatasi a Nashville lo scorso 27 marzo. In quell’occasione, un’attentatrice transgender, Audrey Elizabeth Hale, uccise sei persone (tra le quali tre bimbi) in una scuola cristiana. In quel caso si sono registrate (e si registrano ancora) notevoli resistenze a far pienamente luce sul background ideologico e politico dell’assassina. Le forze dell’ordine hanno infatti trovato quello che è stato ritenuto essere un «manifesto» dell’omicida: una documentazione che ha subito suscitato comprensibile curiosità, anche per fare luce sul movente alla base di quella strage. Eppure finora la polizia si è stranamente rifiutata di pubblicarne il contenuto. «A causa del contenzioso in corso depositato questa settimana, l’avvocato ha consigliato al dipartimento di polizia di Nashville di sospendere il rilascio dei documenti relativi alla sparatoria alla Covenant school, in attesa di ordini del tribunale», ha twittato la polizia locale lo scorso 3 maggio.
Al momento, varie organizzazioni hanno intentato delle cause per ottenere la pubblicazione del «manifesto»: dalla Tennessee firearms association alla National police association. Quest’ultima, in particolare, ha chiesto anche di visionare i messaggi e le comunicazioni del dipartimento di polizia in merito agli scritti dell’attentatrice. Eppure, nonostante questi ricorsi e la pressione di una parte dell’opinione pubblica, la pubblicazione del documento continua a essere rimandata senza spiegazioni troppo convincenti (come sottolineato anche dal noto giurista Jonathan Turley). Tra l’altro, come abbiamo visto, è ormai trascorso più di un mese dai tragici fatti di Nashville: fatti per cui, almeno ufficialmente, non è stato reso ancora noto alcun movente chiaro. Insomma, è abbastanza evidente la differenza di comportamento rispetto alle situazioni in cui gli attentatori sono mossi da ideologie di estrema destra: in queste occasioni, le loro idee vengono celermente rese pubbliche e ripetutamente sottolineate dalla stampa.
Sia chiaro: qui nessuno nega che i moventi legati a ideologie pericolose e squallide, come il suprematismo bianco, debbano essere resi noti ed esplicitamente condannati. Quello che dovrebbe pretendersi, però, è che vadano trattati con la stessa attenzione (e la stessa severità) tutti i moventi che sono alla base di stragi e sparatorie di massa. Sì, anche quei moventi che eventualmente possano mettere in crisi una certa vulgata progressista. Il diritto alla verità e alla trasparenza spetta tanto ai parenti delle vittime della strage di Dallas quanto a quelli delle vittime della strage di Nashville. E questo è un principio che dovrebbe essere ben chiaro sia alle autorità competenti sia all’universo mediatico. Anche perché, negli Stati Uniti è al momento quasi esclusivamente la stampa di orientamento conservatore che sta ponendo il caso del «manifesto» segretato, quando la trasparenza dovrebbe essere invece pretesa insistentemente dalla stampa nella sua interezza. E quindi torniamo a chiedere: perché tanta reticenza sul «manifesto» di Audrey Hale? C’è forse qualcosa che cozza con le narrazioni dominanti tanto care a un certo establishment progressista? Magari in quel documento non c’è nulla di che. Ma questa non sarebbe comunque una buona ragione per continuare a tenerlo segreto. È una questione di fiducia nelle istituzioni. E di rispetto per la memoria delle vittime.
Assad riabilitato, smacco per Biden
La fallimentare politica mediorientale di Joe Biden ha subito un nuovo colpo. Domenica, la Siria è stata riammessa nella Lega araba dopo 11 anni di assenza. «La riammissione della Siria non significa la normalizzazione delle relazioni tra i Paesi arabi e la Siria», ha precisato il segretario generale della Lega araba, Ahmed Aboul Gheit, «questa è una decisione sovrana che ogni Paese deve prendere». Gheit ha comunque aperto alla concreta possibilità che il presidente siriano, Bashar Al Assad, partecipi al summit della Lega araba, previsto a Riad il prossimo 19 maggio. Insomma, sembra proprio che Damasco stia uscendo dall’isolamento internazionale. Non a caso Washington ha lasciato trapelare una certa irritazione. «Non crediamo che la Siria meriti la riammissione nella Lega araba in questo momento», ha detto un portavoce del Dipartimento di Stato americano, aggiungendo che gli Stati Uniti non hanno alcuna intenzione di revocare le sanzioni comminate al governo di Assad. Di contro la Russia ha esultato. «Mosca accoglie con favore questo passo tanto atteso: il logico risultato del processo, che ha preso slancio, di restituire la Siria alla “famiglia araba”», ha affermato la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova. Ricordiamo d’altronde che Damasco è uno dei principali alleati mediorientali della Russia, che, secondo il Wall Street Journal, sta cercando di mediare un accordo per la normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra Siria e Arabia Saudita (già a metà aprile, i due Paesi hanno concordato di ripristinare i servizi consolari e i voli). La riammissione di Damasco nella Lega araba rappresenta un’ulteriore picconata alle Primavere arabe, benedette nel 2011 dall’amministrazione Obama, e costituisce una buona notizia per Mosca, che riesce così a rafforzare la propria influenza sul Medio Oriente. Tutto questo, senza dimenticare la Cina: a gennaio, la Siria ha infatti aderito alla Belt and road initiative. Va inoltre considerato il ruolo di Teheran. Il presidente iraniano, Ebrahim Raisi, si è recentemente recato a Damasco, per rafforzare ulteriormente i rapporti tra la Repubblica islamica e la Siria. L’Iran ha inoltre siglato nel marzo 2021 un accordo di cooperazione venticinquennale con Pechino, mentre a luglio scorso ha firmato un’intesa da 40 miliardi di dollari con la Russia nel settore energetico.Insomma, Biden si sta ritrovando sempre più isolato in Medio Oriente. E questo a causa dei cortocircuiti della sua stessa politica estera. Appena entrato in carica nel 2021, assunse un atteggiamento durissimo verso Riad e contemporaneamente cercò di riavviare il controverso accordo sul nucleare iraniano. Risultato: ha isolato Israele e spinto progressivamente i sauditi tra le braccia di Mosca e Pechino. È del resto assai probabile che il peso di Riad sia stato decisivo nella riammissione di Damasco in seno alla Lega araba. Era il 18 aprile scorso, quando il ministro degli Esteri saudita, Faisal Bin Farhan Al Saud, si recò nella Capitale siriana per incontrare lo stesso Assad. Senza tra l’altro trascurare che l’anno scorso i sauditi hanno spesso giocato di sponda con la Russia in funzione antiamericana all’interno dell’Opec. È d’altronde in quest’ottica che va letto l’accordo diplomatico, recentemente mediato dalla Cina, volto a ripristinare le relazioni tra Riad e Teheran: un’autentica (e inquietante) rivoluzione diplomatica, che mette a rischio Israele e che indebolisce ulteriormente Biden. Fior di cosiddetti esperti ci avevano spiegato che l’attuale presidente americano avrebbe rilanciato il ruolo internazionale degli Stati Uniti. E invece, a causa delle sue scelte spesso ideologiche, si è infilato in un vicolo cieco, perdendo terreno sia in America Latina sia in Medio Oriente. E intanto un asse ostile a Washington (e all’intero Occidente) continua purtroppo a compattarsi.
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Il folle che ha colpito Dallas da subito è un «estremista di destra». Ma il manifesto della trans di Nashville, Audrey Elizabeth Hale, non viene ancora divulgato.Imbarazzo a Washington per la riammissione della Siria nella Lega araba dopo 11 anni. Mosca e Pechino esultano. La strategia delle Primavere arabe di Barack Obama è stata un flop.Lo speciale contiene due articoli. Che l’establishment progressista americano sia caratterizzato da atteggiamenti improntati al doppiopesismo, non è mai stata una novità. Adesso però si inizia a esagerare. Basta d’altronde mettere a confronto quanto avvenuto a seguito di due recenti sparatorie di massa. Ma andiamo con ordine.Sabato, si è purtroppo verificato un nuovo eccidio a Dallas, in cui hanno perso la vita otto persone. Ebbene, secondo quanto riferito dall’Associated Press, gli agenti federali sospettano che l’attentatore, ucciso dalla polizia, nutrisse idee di estrema destra. «Gli agenti federali hanno esaminato gli account dei social che ritengono siano stati utilizzati da Mauricio Garcia, 33 anni, e i post che esprimevano interesse per le opinioni suprematiste bianche e neonaziste», ha riportato l’agenzia di stampa. «Garcia aveva anche una toppa sul petto che recitava “Rwds”, acronimo di Right wing death squad, popolare tra gli estremisti di destra e i gruppi della supremazia bianca», ha proseguito. Non solo, secondo la Cnn l’uomo sarebbe stato cacciato dall’esercito per «problemi mentali».Ora, di per sé non c’è nulla di sbagliato a far luce sui moventi di un attentatore. È anzi doveroso comprendere se le sue idee possano aver influito sui suoi gesti. Il problema nasce da un’altra considerazione. Sembra infatti che le idee degli attentatori vengano sottolineate solo quando la cosa non entra in collisione con la narrazione dominante, benedetta dall’establishment politico-mediatico progressista. Per capirlo, basta guardare a un’altra sparatoria di massa, quella verificatasi a Nashville lo scorso 27 marzo. In quell’occasione, un’attentatrice transgender, Audrey Elizabeth Hale, uccise sei persone (tra le quali tre bimbi) in una scuola cristiana. In quel caso si sono registrate (e si registrano ancora) notevoli resistenze a far pienamente luce sul background ideologico e politico dell’assassina. Le forze dell’ordine hanno infatti trovato quello che è stato ritenuto essere un «manifesto» dell’omicida: una documentazione che ha subito suscitato comprensibile curiosità, anche per fare luce sul movente alla base di quella strage. Eppure finora la polizia si è stranamente rifiutata di pubblicarne il contenuto. «A causa del contenzioso in corso depositato questa settimana, l’avvocato ha consigliato al dipartimento di polizia di Nashville di sospendere il rilascio dei documenti relativi alla sparatoria alla Covenant school, in attesa di ordini del tribunale», ha twittato la polizia locale lo scorso 3 maggio. Al momento, varie organizzazioni hanno intentato delle cause per ottenere la pubblicazione del «manifesto»: dalla Tennessee firearms association alla National police association. Quest’ultima, in particolare, ha chiesto anche di visionare i messaggi e le comunicazioni del dipartimento di polizia in merito agli scritti dell’attentatrice. Eppure, nonostante questi ricorsi e la pressione di una parte dell’opinione pubblica, la pubblicazione del documento continua a essere rimandata senza spiegazioni troppo convincenti (come sottolineato anche dal noto giurista Jonathan Turley). Tra l’altro, come abbiamo visto, è ormai trascorso più di un mese dai tragici fatti di Nashville: fatti per cui, almeno ufficialmente, non è stato reso ancora noto alcun movente chiaro. Insomma, è abbastanza evidente la differenza di comportamento rispetto alle situazioni in cui gli attentatori sono mossi da ideologie di estrema destra: in queste occasioni, le loro idee vengono celermente rese pubbliche e ripetutamente sottolineate dalla stampa.Sia chiaro: qui nessuno nega che i moventi legati a ideologie pericolose e squallide, come il suprematismo bianco, debbano essere resi noti ed esplicitamente condannati. Quello che dovrebbe pretendersi, però, è che vadano trattati con la stessa attenzione (e la stessa severità) tutti i moventi che sono alla base di stragi e sparatorie di massa. Sì, anche quei moventi che eventualmente possano mettere in crisi una certa vulgata progressista. Il diritto alla verità e alla trasparenza spetta tanto ai parenti delle vittime della strage di Dallas quanto a quelli delle vittime della strage di Nashville. E questo è un principio che dovrebbe essere ben chiaro sia alle autorità competenti sia all’universo mediatico. Anche perché, negli Stati Uniti è al momento quasi esclusivamente la stampa di orientamento conservatore che sta ponendo il caso del «manifesto» segretato, quando la trasparenza dovrebbe essere invece pretesa insistentemente dalla stampa nella sua interezza. E quindi torniamo a chiedere: perché tanta reticenza sul «manifesto» di Audrey Hale? C’è forse qualcosa che cozza con le narrazioni dominanti tanto care a un certo establishment progressista? Magari in quel documento non c’è nulla di che. Ma questa non sarebbe comunque una buona ragione per continuare a tenerlo segreto. È una questione di fiducia nelle istituzioni. 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Insomma, sembra proprio che Damasco stia uscendo dall’isolamento internazionale. Non a caso Washington ha lasciato trapelare una certa irritazione. «Non crediamo che la Siria meriti la riammissione nella Lega araba in questo momento», ha detto un portavoce del Dipartimento di Stato americano, aggiungendo che gli Stati Uniti non hanno alcuna intenzione di revocare le sanzioni comminate al governo di Assad. Di contro la Russia ha esultato. «Mosca accoglie con favore questo passo tanto atteso: il logico risultato del processo, che ha preso slancio, di restituire la Siria alla “famiglia araba”», ha affermato la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova. Ricordiamo d’altronde che Damasco è uno dei principali alleati mediorientali della Russia, che, secondo il Wall Street Journal, sta cercando di mediare un accordo per la normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra Siria e Arabia Saudita (già a metà aprile, i due Paesi hanno concordato di ripristinare i servizi consolari e i voli). La riammissione di Damasco nella Lega araba rappresenta un’ulteriore picconata alle Primavere arabe, benedette nel 2011 dall’amministrazione Obama, e costituisce una buona notizia per Mosca, che riesce così a rafforzare la propria influenza sul Medio Oriente. Tutto questo, senza dimenticare la Cina: a gennaio, la Siria ha infatti aderito alla Belt and road initiative. Va inoltre considerato il ruolo di Teheran. Il presidente iraniano, Ebrahim Raisi, si è recentemente recato a Damasco, per rafforzare ulteriormente i rapporti tra la Repubblica islamica e la Siria. L’Iran ha inoltre siglato nel marzo 2021 un accordo di cooperazione venticinquennale con Pechino, mentre a luglio scorso ha firmato un’intesa da 40 miliardi di dollari con la Russia nel settore energetico.Insomma, Biden si sta ritrovando sempre più isolato in Medio Oriente. E questo a causa dei cortocircuiti della sua stessa politica estera. Appena entrato in carica nel 2021, assunse un atteggiamento durissimo verso Riad e contemporaneamente cercò di riavviare il controverso accordo sul nucleare iraniano. Risultato: ha isolato Israele e spinto progressivamente i sauditi tra le braccia di Mosca e Pechino. È del resto assai probabile che il peso di Riad sia stato decisivo nella riammissione di Damasco in seno alla Lega araba. Era il 18 aprile scorso, quando il ministro degli Esteri saudita, Faisal Bin Farhan Al Saud, si recò nella Capitale siriana per incontrare lo stesso Assad. Senza tra l’altro trascurare che l’anno scorso i sauditi hanno spesso giocato di sponda con la Russia in funzione antiamericana all’interno dell’Opec. È d’altronde in quest’ottica che va letto l’accordo diplomatico, recentemente mediato dalla Cina, volto a ripristinare le relazioni tra Riad e Teheran: un’autentica (e inquietante) rivoluzione diplomatica, che mette a rischio Israele e che indebolisce ulteriormente Biden. Fior di cosiddetti esperti ci avevano spiegato che l’attuale presidente americano avrebbe rilanciato il ruolo internazionale degli Stati Uniti. E invece, a causa delle sue scelte spesso ideologiche, si è infilato in un vicolo cieco, perdendo terreno sia in America Latina sia in Medio Oriente. E intanto un asse ostile a Washington (e all’intero Occidente) continua purtroppo a compattarsi.
Un'articolata e complessa indagine ha permesso di assicurare alla giustizia i presunti responsabili della violenta rapina in abitazione consumata la notte tra l'11 e il 12 marzo 2025 ai danni di due coniugi a Malo (VI). Il Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Vicenza, Matteo Mantovani, su richiesta del Sostituto Procuratore. Hans Roderich Blattner che ha coordinato le indagini, ha emesso un'ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di quattro individui. Gli indagati sono ritenuti gravemente indiziati, a vario titolo, dei reati di concorso in rapina pluriaggravata e furto. L'operazione è scattata alle prime ore di oggi tra Torrebelvicino (VI), Pontedera (PI) e Pisa. Ha visto l'impiego di oltre 100 Carabinieri dei Comandi Provinciali di Vicenza e Pisa, supportati da due squadre delle Aliquote di Primo Intervento (Api), dalle Squadre Operative di Supporto (Sos) e da unità cinofile.
L'incubo per la coppia di coniugi ha avuto inizio intorno alle 23:40, quando un commando composto da quattro uomini, vestiti di nero e con il volto coperto da passamontagna ha fatto irruzione nella villa, cogliendo di sorpresa il proprietario mentre faceva uscire il cane in giardino. Le vittime sono state brutalmente immobilizzate e legate ai polsi e alle caviglie con fili del telefono e lacci di scarpe. Il marito è stato inoltre torturato con getti d’acqua gelata. Sotto la costante minaccia di un bisturi puntato al volto della donna, i rapinatori hanno costretto i coniugi a consegnare le chiavi delle casseforti, razziando un bottino stimato in non meno di 50.000 euro. Tra i beni sottratti figurano orologi di lusso ( Piaget, Baume & Mercier e Longines), gioielli e pietre preziose risalenti agli anni '60. Le indagini, condotte in perfetta sinergia dal Nucleo Investigativo di Vicenza e dalla Compagnia di Schio, hanno svelato un piano criminale meticolosamente architettato. Il commando, partito dalla provincia di Pisa, si è mosso a bordo di un'autovettura DR5 noleggiata in aeroporto. Per il noleggio sono state utilizzate patenti e documenti serbi contraffatti, intestati all'identità fittizia di un inesistente Elia Simic, sui quali era stata applicata la foto di un soggetto all'epoca latitante. Per eludere i controlli, il gruppo ha comunicato esclusivamente tramite schede telefoniche "dedicate", intestate a prestanome stranieri. Una volta giunti nel Vicentino, i criminali hanno asportato le targhe da un'auto in sosta a Schio per applicarle tramite fascette da elettricista al veicolo a noleggio, muovendosi così verso l'obiettivo. L'incrocio tra i dati dei sistemi di videosorveglianza stradale, i tracciati Gps satellitari della vettura e l'analisi tempestiva delle celle telefoniche ha permesso agli inquirenti di ricostruire l'esatto percorso dei malviventi. La svolta scientifica è arrivata grazie al Ris (Reparto Investigazioni Scientifiche) di Parma, che attraverso complessi riscontri tecnici è riuscito a esaltare e identificare le impronte digitali lasciate da due dei trasfertisti toscani sulla scena del crimine. L’attività investigativa ha così svelato anche il ruolo chiave di un quarto complice, un uomo residente a Torrebelvicino (VI).
L'indagato ha funto da basista sul territorio, fornendo supporto logistico e un rifugio sicuro alla banda prima e dopo il colpo, mettendosi anche alla guida dell'auto nell'area scledense. Considerata la scaltrezza, la gravità dei fatti, l'uso di armi e il concreto e attualissimo pericolo di reiterazione dei reati – essendo tutti gli indagati gravati da plurimi precedenti e privi di stabile attività lavorativa – il Gip ha ritenuto inidonea qualsiasi misura alternativa, ordinando la custodia in carcere. Nel corso delle indagini sulla rapina di Malo, i Carabinieri hanno scoperto un inquietante retroscena. Due degli indagati, insieme ad altri due complici toscani, la sera del 18 marzo 2025 si erano introdotti in una villa a Verona, violando i sigilli giudiziari. Si tratta dell'abitazione in cui, appena tre giorni prima, erano stati rinvenuti i cadaveri mummificati di due coniugi, motivo per cui l’intera proprietà era sotto sequestro. Quella sera, l'allarme lanciato da alcuni cittadini aveva provocato il pronto intervento delle Forze dell'Ordine, costringendo i malfattori a fuggire a piedi e ad abbandonare sul posto sia gli attrezzi da scasso sia l'auto (di proprietà del padre di uno degli indagati, che per precostituirsi un alibi ne aveva denunciato il furto al 112 quella sera stessa). Anche in quell'occasione, dopo essersi nascosti in zona, i fuggitivi avevano contattato il basista di Torrebelvicino. Quest'ultimo era partito nella notte alla volta di Verona per recuperarli e ospitarli a casa sua, in attesa che un'auto «di staffetta» arrivasse dalla Toscana per riportarli a Pisa.
Sebbene nella villa di Verona siano stati trovati chiari segni di rovistamento rispetto al sopralluogo giudiziario di pochi giorni prima, ad oggi non è stato possibile stabilire se siano stati effettivamente rubati dei preziosi: i due coniugi deceduti vivevano infatti in estremo isolamento sociale e non avevano parenti prossimi in grado di fornire un inventario dei beni. «Si rappresenta che la misura è stata adottata di iniziativa da parte del Comando procedente e che per il principio della presunzione di innocenza, la colpevolezza delle persone sottoposte ad indagine in relazione alla vicenda sarà definitivamente accertata solo ove intervenga sentenza irrevocabile di condanna o forme analoghe»
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