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2023-05-05
Mosca accusa Washington per l’attacco al Cremlino. Zelensky: «Putin criminale»
Volodymyr Zelensky a L'Aia (Ansa)
Mentre da una parte il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, continua a invocare la condanna dell’omologo russo, Vladimir Putin, presso il tribunale della Corte internazionale penale dell’Aia, e dall’altra la Russia sferra su Kiev il più potente attacco del 2023, si complica anche l’unico canale diplomatico in corso. L’atteso vertice tra i due viceministri della Difesa di Kiev e Mosca, in programma quest’oggi a Istanbul, per estendere l’accordo sul grano, è stato smentito dai russi. Un incontro delicato dopo quanto accaduto mercoledì, quando due droni hanno sorvolato il Cremlino e l’esplosione di uno dei due velivoli comandati a distanza ha provocato un incendio al tetto del palazzo del Senato. Un episodio ancora controverso e pieno di ombre che ha scatenato inevitabilmente reazioni da una parte e dall’altra.
Al momento, in attesa di raccogliere prove, la posizione ufficiale di Mosca attribuisce la responsabilità dell’attacco all’intelligence ucraina e agli Stati Uniti in qualità di mandanti. Lo ha dichiarato il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, all’agenzia Ria Novosti. Immediata la risposta americana affidata alle parole del portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale, John Kirby, che a Msnbc ha detto: «Le affermazioni della Russia secondo cui gli Stati Uniti sono dietro all’attacco di droni al Cremlino sono false: gli Stati Uniti non incoraggiano né consentono all’Ucraina di colpire al di fuori dei suoi confini». Pure il direttore accademico del Consiglio russo per gli affari internazionali, Andrej Kortunov, non ha dubbi, anche se rispetto a Peskov è più cauto nelle sue dichiarazioni rilasciate all’Adnkronos: «La realtà è che non sappiamo con certezza chi sia stato. La tipologia dell’attacco fa presupporre a qualcosa di organizzato da professionisti e non da dilettanti». Un attacco che ha immediatamente innalzato il livello di preoccupazione per un’escalation. L’Alto rappresentante Ue, Josep Borrell, ha chiesto alla Russia di «non usare questo presunto attacco come scusa per innalzare il livello del conflitto». Parole a cui ha risposto il vicepresidente del Consiglio di sicurezza di Mosca, Dmitrij Medvedev, che su Twitter ha scritto come «l’attacco con i droni porterà esattamente all’escalation del conflitto», aggiungendo anche che «questo è proprio ciò che vogliono Washington e molti stupidi a Bruxelles» e definendo l’invio dei droni «un attacco terroristico perpetrato dalle autorità di Kiev, guidato dagli Usa e approvato dalla leadership europea».
La Cina, intanto, tramite il ministro degli Esteri, Wang Yi, ha immediatamente chiesto che «le parti evitino azioni che potrebbero portare a un’ulteriore escalation». Anche perché qualcuno è tornato addirittura ad agitare lo spettro nucleare. Un’eventualità commentata senza mezzi termini dal fondatore del gruppo Wagner, Evghenij Prigozhin, che alla domanda sull’uso del nucleare in seguito all’attacco con i droni ha risposto con un laconico: «Non facciamo i pagliacci minacciando una bomba vigorosa a causa di un drone per bambini», aggiungendo poi come sia «necessario punire colui che li ha mandati».
Tuttavia Kiev si difende dalle accuse affidandosi direttamente alle parole del presidente Zelensky che durante la conferenza stampa tenuta mercoledì a Helsinki, dove si è presentato in una visita a sorpresa, ha detto: «Noi stiamo combattendo la guerra sul nostro territorio difendendo le nostre città e i nostri villaggi. Non abbiamo abbastanza armi per poterlo fare. Non vogliamo attaccare Putin, lo lasciamo al tribunale». Il presidente ucraino ieri ha parlato proprio dalla sede della Corte internazionale penale dell’Aia, durante la sua visita in Olanda: «Vogliamo tutti vedere qui nella Capitale del diritto internazionale Vladimir Putin, colui che merita di essere condannato per azioni criminali e sono sicuro che succederà». Sempre dalla sala stampa del tribunale dell’Aia, Zelensky è tornato a chiedere la fornitura di caccia all’Occidente e ha per ora allontanato l’ingresso dell’Ucraina nella Nato, affermando che non è possibile farlo durante la guerra.
Nel frattempo Putin, dopo l’attacco dei droni, ha voluto dare dei segnali simbolici per dimostrare di avere la situazione sotto controllo: ieri si è presentato regolarmente nel suo ufficio del Cremlino, dove ha incontrato il ministro dello Sviluppo economico e il 9 maggio sarà presente alla parata militare per la Giornata della vittoria, che si terrà a Mosca in occasione della ricorrenza della sconfitta del nazismo.
Sul campo invece la situazione rimane preoccupante. «Risponderemo all’attacco quando sarà necessario», aveva dichiarato l’ambasciatore russo all’Onu, Anatoly Antonov, dopo l’attacco dei droni. Ma a giudicare dalla violenta offensiva che Mosca ha lanciato nella giornata di ieri, in particolar modo su Kiev, la risposta è stata immediata. Nella notte, intorno alle 2 locali, nella Capitale e in tutta la regione è suonato l’allarme aereo, seguito poi anche nelle regioni di Zaporizhzhia, dove rimane alta l’allerta dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, secondo cui i russi avrebbero posizionato esplosivi e armi nelle vicinanze delle turbine dell’unità 4 della centrale nucleare. Anche Dnipropetrovsk, Chernihiv, Sumy, Kharkiv e Poltava sono state coinvolte dal raid russo. Nel consueto report pubblicato su Facebook dallo Stato maggiore, è stato reso noto che l’esercito russo ha lanciato sul territorio ucraino 68 attacchi aerei, 67 attacchi con lanciarazzi e due missili, provocando danni e distruzioni a infrastrutture e palazzi residenziali, mentre a Kherson sono morti 23 civili sotto i bombardamenti.
Il giallo dei droni tra Kiev e la pista interna
Continua a far discutere l’esplosione di due droni sul Cremlino avvenuta nella notte tra martedì e mercoledì. La Russia ha subito accusato l’Ucraina di aver perpetrato un «atto terroristico» per eliminare il presidente Vladimir Putin. L’attacco, è la tesi di Mosca, sarebbe stato deciso a Washington, con Kiev che avrebbe eseguito l’ordine ricevuto. Naturalmente, Volodymyr Zelensky e altri esponenti apicali della politica ucraina hanno negato tutto, insinuando anzi che l’attacco sarebbe in realtà una cosiddetta false flag, ossia un autoattentato finalizzato a provocare un inasprimento del conflitto e a giustificare dure rappresaglie.
Al momento ci si muove ancora nel campo delle ipotesi e delle congetture. In effetti, gli indizi a nostra disposizione disegnano sostanzialmente due scenari: attacco ucraino (probabilmente dimostrativo), oppure autosabotaggio russo. Esiste poi una terza pista, che conduce ad alcuni gruppi di dissidenti antiputiniani, ma allo stato attuale è senz’altro quella meno plausibile.
Andiamo con ordine. L’ipotesi di un coinvolgimento ucraino regge: come fa notare la Bbc, negli ultimi mesi Kiev ha organizzato diversi attacchi con droni su territorio russo, prendendo di mira una raffineria e alcune infrastrutture civili. Secondo diversi analisti militari, insomma, le forze armate ucraine sono perfettamente in grado di realizzare operazioni simili con l’ausilio di aeromobili a pilotaggio remoto. Anche Mosca, che dista circa 450 chilometri dal confine ucraino, rientra nel raggio d’azione dei droni in dotazione all’esercito di Kiev. Inoltre, benché non vi siano certezze, quello che si vede nel video che ha fatto il giro della Rete sembrerebbe un drone modello UJ-22, che è appunto di fabbricazione ucraina.
Che le forze armate di Kiev siano in grado di realizzare l’attacco, tuttavia, non vuol dire che l’abbiano effettivamente realizzato. Contro quest’ipotesi, infatti, sussistono numerose obiezioni. Tanto per cominciare, quella notte Putin non era presente al Cremlino e ci sono solidi motivi per pensare che gli ucraini lo sapessero. In questo caso, dunque, anziché perpetrare un attentato, è più verosimile che Kiev volesse dimostrare ai russi di poter agevolmente aggirare le loro difese. E qui arriviamo a un ulteriore aspetto problematico della vicenda: Mosca può contare su uno scudo contraereo molto efficiente, che è stato peraltro rafforzato dopo lo scoppio della guerra. Se davvero gli ucraini fossero riusciti a penetrare le difese moscovite, per Putin e le sue forze armate sarebbe un vero smacco.
Questo, del resto, è uno degli argomenti che potrebbe far propendere per la false flag. Non a caso, ha fatto molto clamore un video diffuso in Rete in cui si notano due uomini sulla sommità del Senato, proprio nel momento in cui uno dei due droni esplode. Chi erano? E che cosa ci facevano? Malgrado lo scalpore suscitato dalle immagini, tuttavia, non pare lecito parlare della cosiddetta «pistola fumante». E, infatti, nessun analista militare finora lo ha fatto. Ad oggi, le domande sono molto più numerose delle risposte, ma le sorprese potrebbero non essere finite.
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La Casa Bianca: «Falsità». Il fondatore della Wagner: «Rispondere con il nucleare? Non facciamo i clown». Pioggia di missili sugli invasi. Pechino: «Evitare l’escalation».Gli ucraini hanno già colpito in questo modo. Lo scudo contraereo degli aggressori però era stato rafforzato.Lo speciale contiene due articoli.Mentre da una parte il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, continua a invocare la condanna dell’omologo russo, Vladimir Putin, presso il tribunale della Corte internazionale penale dell’Aia, e dall’altra la Russia sferra su Kiev il più potente attacco del 2023, si complica anche l’unico canale diplomatico in corso. L’atteso vertice tra i due viceministri della Difesa di Kiev e Mosca, in programma quest’oggi a Istanbul, per estendere l’accordo sul grano, è stato smentito dai russi. Un incontro delicato dopo quanto accaduto mercoledì, quando due droni hanno sorvolato il Cremlino e l’esplosione di uno dei due velivoli comandati a distanza ha provocato un incendio al tetto del palazzo del Senato. Un episodio ancora controverso e pieno di ombre che ha scatenato inevitabilmente reazioni da una parte e dall’altra. Al momento, in attesa di raccogliere prove, la posizione ufficiale di Mosca attribuisce la responsabilità dell’attacco all’intelligence ucraina e agli Stati Uniti in qualità di mandanti. Lo ha dichiarato il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, all’agenzia Ria Novosti. Immediata la risposta americana affidata alle parole del portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale, John Kirby, che a Msnbc ha detto: «Le affermazioni della Russia secondo cui gli Stati Uniti sono dietro all’attacco di droni al Cremlino sono false: gli Stati Uniti non incoraggiano né consentono all’Ucraina di colpire al di fuori dei suoi confini». Pure il direttore accademico del Consiglio russo per gli affari internazionali, Andrej Kortunov, non ha dubbi, anche se rispetto a Peskov è più cauto nelle sue dichiarazioni rilasciate all’Adnkronos: «La realtà è che non sappiamo con certezza chi sia stato. La tipologia dell’attacco fa presupporre a qualcosa di organizzato da professionisti e non da dilettanti». Un attacco che ha immediatamente innalzato il livello di preoccupazione per un’escalation. L’Alto rappresentante Ue, Josep Borrell, ha chiesto alla Russia di «non usare questo presunto attacco come scusa per innalzare il livello del conflitto». Parole a cui ha risposto il vicepresidente del Consiglio di sicurezza di Mosca, Dmitrij Medvedev, che su Twitter ha scritto come «l’attacco con i droni porterà esattamente all’escalation del conflitto», aggiungendo anche che «questo è proprio ciò che vogliono Washington e molti stupidi a Bruxelles» e definendo l’invio dei droni «un attacco terroristico perpetrato dalle autorità di Kiev, guidato dagli Usa e approvato dalla leadership europea». La Cina, intanto, tramite il ministro degli Esteri, Wang Yi, ha immediatamente chiesto che «le parti evitino azioni che potrebbero portare a un’ulteriore escalation». Anche perché qualcuno è tornato addirittura ad agitare lo spettro nucleare. Un’eventualità commentata senza mezzi termini dal fondatore del gruppo Wagner, Evghenij Prigozhin, che alla domanda sull’uso del nucleare in seguito all’attacco con i droni ha risposto con un laconico: «Non facciamo i pagliacci minacciando una bomba vigorosa a causa di un drone per bambini», aggiungendo poi come sia «necessario punire colui che li ha mandati».Tuttavia Kiev si difende dalle accuse affidandosi direttamente alle parole del presidente Zelensky che durante la conferenza stampa tenuta mercoledì a Helsinki, dove si è presentato in una visita a sorpresa, ha detto: «Noi stiamo combattendo la guerra sul nostro territorio difendendo le nostre città e i nostri villaggi. Non abbiamo abbastanza armi per poterlo fare. Non vogliamo attaccare Putin, lo lasciamo al tribunale». Il presidente ucraino ieri ha parlato proprio dalla sede della Corte internazionale penale dell’Aia, durante la sua visita in Olanda: «Vogliamo tutti vedere qui nella Capitale del diritto internazionale Vladimir Putin, colui che merita di essere condannato per azioni criminali e sono sicuro che succederà». Sempre dalla sala stampa del tribunale dell’Aia, Zelensky è tornato a chiedere la fornitura di caccia all’Occidente e ha per ora allontanato l’ingresso dell’Ucraina nella Nato, affermando che non è possibile farlo durante la guerra.Nel frattempo Putin, dopo l’attacco dei droni, ha voluto dare dei segnali simbolici per dimostrare di avere la situazione sotto controllo: ieri si è presentato regolarmente nel suo ufficio del Cremlino, dove ha incontrato il ministro dello Sviluppo economico e il 9 maggio sarà presente alla parata militare per la Giornata della vittoria, che si terrà a Mosca in occasione della ricorrenza della sconfitta del nazismo.Sul campo invece la situazione rimane preoccupante. «Risponderemo all’attacco quando sarà necessario», aveva dichiarato l’ambasciatore russo all’Onu, Anatoly Antonov, dopo l’attacco dei droni. Ma a giudicare dalla violenta offensiva che Mosca ha lanciato nella giornata di ieri, in particolar modo su Kiev, la risposta è stata immediata. Nella notte, intorno alle 2 locali, nella Capitale e in tutta la regione è suonato l’allarme aereo, seguito poi anche nelle regioni di Zaporizhzhia, dove rimane alta l’allerta dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, secondo cui i russi avrebbero posizionato esplosivi e armi nelle vicinanze delle turbine dell’unità 4 della centrale nucleare. Anche Dnipropetrovsk, Chernihiv, Sumy, Kharkiv e Poltava sono state coinvolte dal raid russo. Nel consueto report pubblicato su Facebook dallo Stato maggiore, è stato reso noto che l’esercito russo ha lanciato sul territorio ucraino 68 attacchi aerei, 67 attacchi con lanciarazzi e due missili, provocando danni e distruzioni a infrastrutture e palazzi residenziali, mentre a Kherson sono morti 23 civili sotto i bombardamenti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mosca-washington-attacco-cremlino-2659954561.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-giallo-dei-droni-tra-kiev-e-la-pista-interna" data-post-id="2659954561" data-published-at="1683225144" data-use-pagination="False"> Il giallo dei droni tra Kiev e la pista interna Continua a far discutere l’esplosione di due droni sul Cremlino avvenuta nella notte tra martedì e mercoledì. La Russia ha subito accusato l’Ucraina di aver perpetrato un «atto terroristico» per eliminare il presidente Vladimir Putin. L’attacco, è la tesi di Mosca, sarebbe stato deciso a Washington, con Kiev che avrebbe eseguito l’ordine ricevuto. Naturalmente, Volodymyr Zelensky e altri esponenti apicali della politica ucraina hanno negato tutto, insinuando anzi che l’attacco sarebbe in realtà una cosiddetta false flag, ossia un autoattentato finalizzato a provocare un inasprimento del conflitto e a giustificare dure rappresaglie. Al momento ci si muove ancora nel campo delle ipotesi e delle congetture. In effetti, gli indizi a nostra disposizione disegnano sostanzialmente due scenari: attacco ucraino (probabilmente dimostrativo), oppure autosabotaggio russo. Esiste poi una terza pista, che conduce ad alcuni gruppi di dissidenti antiputiniani, ma allo stato attuale è senz’altro quella meno plausibile. Andiamo con ordine. L’ipotesi di un coinvolgimento ucraino regge: come fa notare la Bbc, negli ultimi mesi Kiev ha organizzato diversi attacchi con droni su territorio russo, prendendo di mira una raffineria e alcune infrastrutture civili. Secondo diversi analisti militari, insomma, le forze armate ucraine sono perfettamente in grado di realizzare operazioni simili con l’ausilio di aeromobili a pilotaggio remoto. Anche Mosca, che dista circa 450 chilometri dal confine ucraino, rientra nel raggio d’azione dei droni in dotazione all’esercito di Kiev. Inoltre, benché non vi siano certezze, quello che si vede nel video che ha fatto il giro della Rete sembrerebbe un drone modello UJ-22, che è appunto di fabbricazione ucraina. Che le forze armate di Kiev siano in grado di realizzare l’attacco, tuttavia, non vuol dire che l’abbiano effettivamente realizzato. Contro quest’ipotesi, infatti, sussistono numerose obiezioni. Tanto per cominciare, quella notte Putin non era presente al Cremlino e ci sono solidi motivi per pensare che gli ucraini lo sapessero. In questo caso, dunque, anziché perpetrare un attentato, è più verosimile che Kiev volesse dimostrare ai russi di poter agevolmente aggirare le loro difese. E qui arriviamo a un ulteriore aspetto problematico della vicenda: Mosca può contare su uno scudo contraereo molto efficiente, che è stato peraltro rafforzato dopo lo scoppio della guerra. Se davvero gli ucraini fossero riusciti a penetrare le difese moscovite, per Putin e le sue forze armate sarebbe un vero smacco. Questo, del resto, è uno degli argomenti che potrebbe far propendere per la false flag. Non a caso, ha fatto molto clamore un video diffuso in Rete in cui si notano due uomini sulla sommità del Senato, proprio nel momento in cui uno dei due droni esplode. Chi erano? E che cosa ci facevano? Malgrado lo scalpore suscitato dalle immagini, tuttavia, non pare lecito parlare della cosiddetta «pistola fumante». E, infatti, nessun analista militare finora lo ha fatto. Ad oggi, le domande sono molto più numerose delle risposte, ma le sorprese potrebbero non essere finite.
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Donald Trump (Ansa)
Per di più, gli emissari della Casa Bianca inizierebbero a sospettare che, dall’altro lato della barricata, non ci sia nessuno dotato della vera autorità per siglare un’intesa: «Abbiamo riscontrato una frattura assoluta fra i negoziatori e i militari», hanno riferito fonti dell’amministrazione alla testata statunitense. «Nessuna delle due parti ha accesso alla Guida suprema, che non risponde». Sarebbe paradossale se, dopo aver fatto tanto per provocare la caduta degli ayatollah, tutto il processo diplomatico si incagliasse per le divisioni suscitate all’interno del regime e perché Mojtaba Khamenei latita.
In effetti, il destino della pace appare appeso a due chiodi: quello delle esibizioni di forza nello Stretto di Hormuz e quello delle debolezze, più o meno occulte, dei belligeranti.
Il sistema granitico, capace di resistere a quaranta giorni di bombardamenti, risulterebbe dunque meno solido di quanto cerchi di dimostrare: sarebbe acclarata la divergenza degli apparati politici con i pasdaran e i falchi che li spalleggiano. Non è un caso se, a comunicare che non è stata presa alcuna decisione sul secondo vertice a Islamabad, sia stata l’agenzia Tasnim, affiliata ai pretoriani islamisti. Delle tensioni si sarebbe avuta prova anche la scorsa notte, quando il capo della squadra incaricata di trattare con Washington, Mohammad Ghalibaf, ha dovuto smentire i commenti del suo consigliere, Mahdi Mohammadi, sulla pausa prolungata da The Donald. «È uno stratagemma per guadagnare tempo in vista di un attacco a sorpresa», aveva detto il boiardo persiano. «Le opinioni espresse da questi consulenti», ha poi corretto il tiro un funzionario del Parlamento, di cui Ghalibaf è presidente, «non rappresentano necessariamente» le idee dell’uomo che parla con gli americani. Il quale, ieri, ha elogiato le Guardie rivoluzionarie, definendole fonte di «orgoglio e onore», nonché «muro di ferro» contro le minacce esterne. Un messaggio che, se non fosse stato diffuso in occasione dell’anniversario della fondazione del corpo, avrebbe avuto l’aria di una excusatio non petita. Ieri, intanto, il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, ha sentito il titolare della Farnesina, Antonio Tajani: è un segnale che la Repubblica islamica non vuole tagliare ogni canale di dialogo con l’Occidente.
Se nel monolite iraniano si è aperta qualche crepa, all’Armada di Trump cominciano a mancare le cartucce. In senso letterale. Era noto che gli Usa avessero problemi di scorte e che, per sopperire allo svuotamento degli arsenali, già a novembre 2025 il Pentagono avesse contattato le fabbriche automobilistiche, esortandole a riconvertire a scopi bellici alcune linee di produzione. Anche il generale Dan Caine, capo dello Stato maggiore congiunto, aveva messo in guardia il presidente durante le discussioni preliminari su Epic fury: le riserve di missili e munizioni erano ridotte al lumicino, dopo anni di sostegno all’Ucraina e a Israele. Ora, la Cnn ha pubblicato una lista che illustra nel dettaglio lo stato allarmante in versano gli stock a stelle e strisce: il conflitto in Iran ha consumato metà degli intercettori Thaad e dei Patriot; il 45% dei missili di precisione Strike; il 30% dei Tomahawk; il 20% degli standoff aria-superficie, progettati per colpire obiettivi protetti rimanendo al di fuori della portata delle contraeree; e il 20% dei missili SM-3 e SM-6, i pilastri della difesa aerea e missilistica navale statunitense. Alla luce di questi dati, è plausibile che la sosta sia utile anche agli americani per tirare il fiato, benché a rimpiazzare gli armamenti - per la modica cifra di 47 miliardi di dollari - non bastino settimane. Tanto più che l’intelligence Usa, citata da Cbs, sostiene che la metà delle testate balistiche iraniane e dei mezzi di lancio sia intatta, così come il 60% della Marina - quella che per Trump è «in fondo al mare». Anche l’Aeronautica sarebbe ancora operativa per i due terzi.
Ma la scelta di concedere un ulteriore margine a Teheran potrebbe derivare pure dalla necessità di riconquistare un po’ della fiducia perduta. I commenti del consigliere di Ghalibaf tradiscono una preoccupazione autentica degli iraniani. Maturata già quando, il 9 settembre 2025, Israele colpì in Qatar l’edificio dove aveva convocato i rappresentanti di Hamas. La mossa di Benjamin Netanyahu irritò la Casa Bianca. Ma i nemici di Tel Aviv potrebbero non aver dato credito alla tesi della bravata di Bibi. Gli stessi ayatollah hanno lamentato di essere stati attaccati mentre erano aperti i tavoli a Ginevra, che comunque Trump considerava inconcludenti. E ieri il presidente della Repubblica islamica, Masoud Pezeshkian, ha ribadito che Teheran «ha sempre accolto e continua ad accogliere il dialogo», il «principale ostacolo» al quale rimane la «malafede» a stelle e strisce.
A breve capiremo se, per JD Vance, avrà senso partire alla volta del Pakistan. Ma che il presidente speri di chiudere la partita lo conferma il Wall Street Journal, quotidiano fresco di polemica con The Donald per un articolo di Elliot Kaufman, secondo cui gli iraniani lo considerano un «fesso». Il giornalista, ha scritto Trump su Truth, è «un idiota nel comitato editoriale». Fatto sta che, stando alle fonti consultate dal giornale, mentre si avvicinava la scadenza della precedente tregua, il tycoon si sarebbe mostrato molto cauto sull’ipotesi di riprendere le ostilità. Il cambio di toni e, forse, una reciproco tentativo di distensione, si notano pure dalla scelta di Teheran di non giustiziare le otto ragazze che Trump aveva chiesto di risparmiare: «Quattro saranno rilasciate immediatamente», ha riferito il presidente, «mentre quattro saranno condannate a un mese di carcere. Apprezzo vivamente». C’era una volta quello che minacciava di cancellare la civiltà iraniana.
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Bruno Cefalà, chef del Rosa Grand Hotel Milano, con mano raffinata e sguardo rivolto al futuro senza dimenticare la tradizione, si misura con l'eccellenza italiana. Con ottimi risultati.
Giorgia Meloni (Ansa)
Gli è stato chiesto: l’Italia si muoverà da sola? Cioè senza attendere le liturgie di Bruxelles. La risposta è stata chiara: «Io non lo escluderei». E in aggiunta il ministro dell’Economia ha parlato con una metafora. «Tanti colleghi (intesi come ministri, ndr) si ritrovano con me a fare il medico nell’ospedale da campo e in tanti condividiamo lo stesso modo di vedere la situazione. Abbiamo feriti che arrivano da tutte le parti e che dobbiamo curare: non possiamo dargli l’aspirina». Insomma, non è tempo di pannicelli caldi: servono misure concrete di sostegno all’economia e se necessario l’Italia deve fare da sola, senza attendere il via libera di un’Europa che di fronte alla situazione venutasi a creare con il blocco dello stretto di Hormuz non sembra sapere che pesci pigliare. Concetto poi ribadito dallo stesso presidente del Consiglio in un post su X.
Tanto per far capire ancor meglio come la pensino al governo, Giorgetti ha poi fatto un riferimento al Patto di stabilità, ovvero a quell’insieme di regole europee che tra le altre cose impongono il vincolo di un rapporto deficit/Pil al di sotto del 3%, pena l’apertura di una procedura d’infrazione comunitaria. «Io non ho chiesto la deroga al Patto di stabilità, ma ho detto che bisogna essere pronti e flessibili per rispondere alle situazioni. Non rilassati, ma flessibili. Quello che secondo me non è accettabile è la rigidità nel confrontarsi con un mondo che è completamente cambiato». Il ministro non lo dice espressamente, ma il senso è chiaro: le regole di Bruxelles non possono essere un dogma a cui attenersi anche se lo scenario richiede l’adozione di altre misure, perché così facendo ci si schianta. Difficile non essere d’accordo. Sulla Verità ne abbiamo parlato spesso, invocando un cambio di direzione e un’azione per convincere l’Europa ad adottare politiche economiche che invece dei parametri di Maastricht favoriscano la crescita. Ma gli occhiuti funzionari della Ue da questo orecchio paiono non sentirci. Per loro vale soltanto la religione del pareggio di bilancio. E purtroppo alla miopia dei vertici dell’Unione corrisponde anche quella di chi amministra la politica monetaria nel Vecchio continente, ovvero Christine Lagarde.
Negli ultimi quattro anni è successo di tutto: l’invasione dell’Ucraina da parte di Mosca, con conseguenti sanzioni europee e rinuncia al conveniente gas russo; la guerra dei dazi che ha rallentato le esportazioni verso gli Stati Uniti; e ora il conflitto in Iran, con il blocco dello stretto di Hormuz e dunque delle esportazioni di gas e petrolio. Tutto ciò con un’impennata dei prezzi dei combustibili fossili, che a cascata si rovesciano su imprese e famiglie. Di fronte a tutto ciò si può rimanere ancorati al 3% che definisce il rapporto fra deficit e Pil? La risposta è no, perché se cambiano le condizioni devono cambiare le regole. «Noi abbiamo ancora un’industria» si è sfogato Giorgetti, «l’Italia è ancora un Paese industriale, mentre ci sono alcuni Paesi che l’industria non sanno nemmeno cos’è». Il ministro non fa nomi, ma è evidente il riferimento a quanti sono sempre pronti a puntare l’indice sui decimali.
E a proposito di numerini, ieri Eurostat ha «sentenziato» che l’Italia deve ancora sottostare alla procedura d’infrazione, perché il deficit per poche decine di miliardi è al 3,1%. Giorgetti dice che fino al 28 febbraio, cioè fino all’attacco contro l’Iran, avrebbe voluto rientrare nei parametri europei, ma adesso la faccenda non lo interessa più, perché con quel che è accaduto dopo la guerra in Iran lo zero virgola non è la cosa più importante. Ma la decisione di Eurostat ha suscitato allarmati commenti da parte di Giuseppe Conte, ovvero di colui che con il Superbonus ha contribuito a creare un buco che ancora si trascina nei conti dello Stato. Il leader dei 5 stelle strilla perché spera di ottenere visibilità, ma la risposta migliore gliel’ha data la premier, addebitando il mancato obiettivo del 3% di deficit alla gestione dello stesso Conte. Visti i risultati dei suoi anni al governo (reddito di cittadinanza, Superbonus e lockdown) gli italiani sanno che cosa li aspetterebbe nel caso tornasse a Palazzo Chigi. Incrociamo le dita per risparmiarci quest’altra sciagura.
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