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2023-05-05
Mosca accusa Washington per l’attacco al Cremlino. Zelensky: «Putin criminale»
Volodymyr Zelensky a L'Aia (Ansa)
Mentre da una parte il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, continua a invocare la condanna dell’omologo russo, Vladimir Putin, presso il tribunale della Corte internazionale penale dell’Aia, e dall’altra la Russia sferra su Kiev il più potente attacco del 2023, si complica anche l’unico canale diplomatico in corso. L’atteso vertice tra i due viceministri della Difesa di Kiev e Mosca, in programma quest’oggi a Istanbul, per estendere l’accordo sul grano, è stato smentito dai russi. Un incontro delicato dopo quanto accaduto mercoledì, quando due droni hanno sorvolato il Cremlino e l’esplosione di uno dei due velivoli comandati a distanza ha provocato un incendio al tetto del palazzo del Senato. Un episodio ancora controverso e pieno di ombre che ha scatenato inevitabilmente reazioni da una parte e dall’altra.
Al momento, in attesa di raccogliere prove, la posizione ufficiale di Mosca attribuisce la responsabilità dell’attacco all’intelligence ucraina e agli Stati Uniti in qualità di mandanti. Lo ha dichiarato il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, all’agenzia Ria Novosti. Immediata la risposta americana affidata alle parole del portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale, John Kirby, che a Msnbc ha detto: «Le affermazioni della Russia secondo cui gli Stati Uniti sono dietro all’attacco di droni al Cremlino sono false: gli Stati Uniti non incoraggiano né consentono all’Ucraina di colpire al di fuori dei suoi confini». Pure il direttore accademico del Consiglio russo per gli affari internazionali, Andrej Kortunov, non ha dubbi, anche se rispetto a Peskov è più cauto nelle sue dichiarazioni rilasciate all’Adnkronos: «La realtà è che non sappiamo con certezza chi sia stato. La tipologia dell’attacco fa presupporre a qualcosa di organizzato da professionisti e non da dilettanti». Un attacco che ha immediatamente innalzato il livello di preoccupazione per un’escalation. L’Alto rappresentante Ue, Josep Borrell, ha chiesto alla Russia di «non usare questo presunto attacco come scusa per innalzare il livello del conflitto». Parole a cui ha risposto il vicepresidente del Consiglio di sicurezza di Mosca, Dmitrij Medvedev, che su Twitter ha scritto come «l’attacco con i droni porterà esattamente all’escalation del conflitto», aggiungendo anche che «questo è proprio ciò che vogliono Washington e molti stupidi a Bruxelles» e definendo l’invio dei droni «un attacco terroristico perpetrato dalle autorità di Kiev, guidato dagli Usa e approvato dalla leadership europea».
La Cina, intanto, tramite il ministro degli Esteri, Wang Yi, ha immediatamente chiesto che «le parti evitino azioni che potrebbero portare a un’ulteriore escalation». Anche perché qualcuno è tornato addirittura ad agitare lo spettro nucleare. Un’eventualità commentata senza mezzi termini dal fondatore del gruppo Wagner, Evghenij Prigozhin, che alla domanda sull’uso del nucleare in seguito all’attacco con i droni ha risposto con un laconico: «Non facciamo i pagliacci minacciando una bomba vigorosa a causa di un drone per bambini», aggiungendo poi come sia «necessario punire colui che li ha mandati».
Tuttavia Kiev si difende dalle accuse affidandosi direttamente alle parole del presidente Zelensky che durante la conferenza stampa tenuta mercoledì a Helsinki, dove si è presentato in una visita a sorpresa, ha detto: «Noi stiamo combattendo la guerra sul nostro territorio difendendo le nostre città e i nostri villaggi. Non abbiamo abbastanza armi per poterlo fare. Non vogliamo attaccare Putin, lo lasciamo al tribunale». Il presidente ucraino ieri ha parlato proprio dalla sede della Corte internazionale penale dell’Aia, durante la sua visita in Olanda: «Vogliamo tutti vedere qui nella Capitale del diritto internazionale Vladimir Putin, colui che merita di essere condannato per azioni criminali e sono sicuro che succederà». Sempre dalla sala stampa del tribunale dell’Aia, Zelensky è tornato a chiedere la fornitura di caccia all’Occidente e ha per ora allontanato l’ingresso dell’Ucraina nella Nato, affermando che non è possibile farlo durante la guerra.
Nel frattempo Putin, dopo l’attacco dei droni, ha voluto dare dei segnali simbolici per dimostrare di avere la situazione sotto controllo: ieri si è presentato regolarmente nel suo ufficio del Cremlino, dove ha incontrato il ministro dello Sviluppo economico e il 9 maggio sarà presente alla parata militare per la Giornata della vittoria, che si terrà a Mosca in occasione della ricorrenza della sconfitta del nazismo.
Sul campo invece la situazione rimane preoccupante. «Risponderemo all’attacco quando sarà necessario», aveva dichiarato l’ambasciatore russo all’Onu, Anatoly Antonov, dopo l’attacco dei droni. Ma a giudicare dalla violenta offensiva che Mosca ha lanciato nella giornata di ieri, in particolar modo su Kiev, la risposta è stata immediata. Nella notte, intorno alle 2 locali, nella Capitale e in tutta la regione è suonato l’allarme aereo, seguito poi anche nelle regioni di Zaporizhzhia, dove rimane alta l’allerta dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, secondo cui i russi avrebbero posizionato esplosivi e armi nelle vicinanze delle turbine dell’unità 4 della centrale nucleare. Anche Dnipropetrovsk, Chernihiv, Sumy, Kharkiv e Poltava sono state coinvolte dal raid russo. Nel consueto report pubblicato su Facebook dallo Stato maggiore, è stato reso noto che l’esercito russo ha lanciato sul territorio ucraino 68 attacchi aerei, 67 attacchi con lanciarazzi e due missili, provocando danni e distruzioni a infrastrutture e palazzi residenziali, mentre a Kherson sono morti 23 civili sotto i bombardamenti.
Il giallo dei droni tra Kiev e la pista interna
Continua a far discutere l’esplosione di due droni sul Cremlino avvenuta nella notte tra martedì e mercoledì. La Russia ha subito accusato l’Ucraina di aver perpetrato un «atto terroristico» per eliminare il presidente Vladimir Putin. L’attacco, è la tesi di Mosca, sarebbe stato deciso a Washington, con Kiev che avrebbe eseguito l’ordine ricevuto. Naturalmente, Volodymyr Zelensky e altri esponenti apicali della politica ucraina hanno negato tutto, insinuando anzi che l’attacco sarebbe in realtà una cosiddetta false flag, ossia un autoattentato finalizzato a provocare un inasprimento del conflitto e a giustificare dure rappresaglie.
Al momento ci si muove ancora nel campo delle ipotesi e delle congetture. In effetti, gli indizi a nostra disposizione disegnano sostanzialmente due scenari: attacco ucraino (probabilmente dimostrativo), oppure autosabotaggio russo. Esiste poi una terza pista, che conduce ad alcuni gruppi di dissidenti antiputiniani, ma allo stato attuale è senz’altro quella meno plausibile.
Andiamo con ordine. L’ipotesi di un coinvolgimento ucraino regge: come fa notare la Bbc, negli ultimi mesi Kiev ha organizzato diversi attacchi con droni su territorio russo, prendendo di mira una raffineria e alcune infrastrutture civili. Secondo diversi analisti militari, insomma, le forze armate ucraine sono perfettamente in grado di realizzare operazioni simili con l’ausilio di aeromobili a pilotaggio remoto. Anche Mosca, che dista circa 450 chilometri dal confine ucraino, rientra nel raggio d’azione dei droni in dotazione all’esercito di Kiev. Inoltre, benché non vi siano certezze, quello che si vede nel video che ha fatto il giro della Rete sembrerebbe un drone modello UJ-22, che è appunto di fabbricazione ucraina.
Che le forze armate di Kiev siano in grado di realizzare l’attacco, tuttavia, non vuol dire che l’abbiano effettivamente realizzato. Contro quest’ipotesi, infatti, sussistono numerose obiezioni. Tanto per cominciare, quella notte Putin non era presente al Cremlino e ci sono solidi motivi per pensare che gli ucraini lo sapessero. In questo caso, dunque, anziché perpetrare un attentato, è più verosimile che Kiev volesse dimostrare ai russi di poter agevolmente aggirare le loro difese. E qui arriviamo a un ulteriore aspetto problematico della vicenda: Mosca può contare su uno scudo contraereo molto efficiente, che è stato peraltro rafforzato dopo lo scoppio della guerra. Se davvero gli ucraini fossero riusciti a penetrare le difese moscovite, per Putin e le sue forze armate sarebbe un vero smacco.
Questo, del resto, è uno degli argomenti che potrebbe far propendere per la false flag. Non a caso, ha fatto molto clamore un video diffuso in Rete in cui si notano due uomini sulla sommità del Senato, proprio nel momento in cui uno dei due droni esplode. Chi erano? E che cosa ci facevano? Malgrado lo scalpore suscitato dalle immagini, tuttavia, non pare lecito parlare della cosiddetta «pistola fumante». E, infatti, nessun analista militare finora lo ha fatto. Ad oggi, le domande sono molto più numerose delle risposte, ma le sorprese potrebbero non essere finite.
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La Casa Bianca: «Falsità». Il fondatore della Wagner: «Rispondere con il nucleare? Non facciamo i clown». Pioggia di missili sugli invasi. Pechino: «Evitare l’escalation».Gli ucraini hanno già colpito in questo modo. Lo scudo contraereo degli aggressori però era stato rafforzato.Lo speciale contiene due articoli.Mentre da una parte il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, continua a invocare la condanna dell’omologo russo, Vladimir Putin, presso il tribunale della Corte internazionale penale dell’Aia, e dall’altra la Russia sferra su Kiev il più potente attacco del 2023, si complica anche l’unico canale diplomatico in corso. L’atteso vertice tra i due viceministri della Difesa di Kiev e Mosca, in programma quest’oggi a Istanbul, per estendere l’accordo sul grano, è stato smentito dai russi. Un incontro delicato dopo quanto accaduto mercoledì, quando due droni hanno sorvolato il Cremlino e l’esplosione di uno dei due velivoli comandati a distanza ha provocato un incendio al tetto del palazzo del Senato. Un episodio ancora controverso e pieno di ombre che ha scatenato inevitabilmente reazioni da una parte e dall’altra. Al momento, in attesa di raccogliere prove, la posizione ufficiale di Mosca attribuisce la responsabilità dell’attacco all’intelligence ucraina e agli Stati Uniti in qualità di mandanti. Lo ha dichiarato il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, all’agenzia Ria Novosti. Immediata la risposta americana affidata alle parole del portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale, John Kirby, che a Msnbc ha detto: «Le affermazioni della Russia secondo cui gli Stati Uniti sono dietro all’attacco di droni al Cremlino sono false: gli Stati Uniti non incoraggiano né consentono all’Ucraina di colpire al di fuori dei suoi confini». Pure il direttore accademico del Consiglio russo per gli affari internazionali, Andrej Kortunov, non ha dubbi, anche se rispetto a Peskov è più cauto nelle sue dichiarazioni rilasciate all’Adnkronos: «La realtà è che non sappiamo con certezza chi sia stato. La tipologia dell’attacco fa presupporre a qualcosa di organizzato da professionisti e non da dilettanti». Un attacco che ha immediatamente innalzato il livello di preoccupazione per un’escalation. L’Alto rappresentante Ue, Josep Borrell, ha chiesto alla Russia di «non usare questo presunto attacco come scusa per innalzare il livello del conflitto». Parole a cui ha risposto il vicepresidente del Consiglio di sicurezza di Mosca, Dmitrij Medvedev, che su Twitter ha scritto come «l’attacco con i droni porterà esattamente all’escalation del conflitto», aggiungendo anche che «questo è proprio ciò che vogliono Washington e molti stupidi a Bruxelles» e definendo l’invio dei droni «un attacco terroristico perpetrato dalle autorità di Kiev, guidato dagli Usa e approvato dalla leadership europea». La Cina, intanto, tramite il ministro degli Esteri, Wang Yi, ha immediatamente chiesto che «le parti evitino azioni che potrebbero portare a un’ulteriore escalation». Anche perché qualcuno è tornato addirittura ad agitare lo spettro nucleare. Un’eventualità commentata senza mezzi termini dal fondatore del gruppo Wagner, Evghenij Prigozhin, che alla domanda sull’uso del nucleare in seguito all’attacco con i droni ha risposto con un laconico: «Non facciamo i pagliacci minacciando una bomba vigorosa a causa di un drone per bambini», aggiungendo poi come sia «necessario punire colui che li ha mandati».Tuttavia Kiev si difende dalle accuse affidandosi direttamente alle parole del presidente Zelensky che durante la conferenza stampa tenuta mercoledì a Helsinki, dove si è presentato in una visita a sorpresa, ha detto: «Noi stiamo combattendo la guerra sul nostro territorio difendendo le nostre città e i nostri villaggi. Non abbiamo abbastanza armi per poterlo fare. Non vogliamo attaccare Putin, lo lasciamo al tribunale». Il presidente ucraino ieri ha parlato proprio dalla sede della Corte internazionale penale dell’Aia, durante la sua visita in Olanda: «Vogliamo tutti vedere qui nella Capitale del diritto internazionale Vladimir Putin, colui che merita di essere condannato per azioni criminali e sono sicuro che succederà». Sempre dalla sala stampa del tribunale dell’Aia, Zelensky è tornato a chiedere la fornitura di caccia all’Occidente e ha per ora allontanato l’ingresso dell’Ucraina nella Nato, affermando che non è possibile farlo durante la guerra.Nel frattempo Putin, dopo l’attacco dei droni, ha voluto dare dei segnali simbolici per dimostrare di avere la situazione sotto controllo: ieri si è presentato regolarmente nel suo ufficio del Cremlino, dove ha incontrato il ministro dello Sviluppo economico e il 9 maggio sarà presente alla parata militare per la Giornata della vittoria, che si terrà a Mosca in occasione della ricorrenza della sconfitta del nazismo.Sul campo invece la situazione rimane preoccupante. «Risponderemo all’attacco quando sarà necessario», aveva dichiarato l’ambasciatore russo all’Onu, Anatoly Antonov, dopo l’attacco dei droni. Ma a giudicare dalla violenta offensiva che Mosca ha lanciato nella giornata di ieri, in particolar modo su Kiev, la risposta è stata immediata. Nella notte, intorno alle 2 locali, nella Capitale e in tutta la regione è suonato l’allarme aereo, seguito poi anche nelle regioni di Zaporizhzhia, dove rimane alta l’allerta dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, secondo cui i russi avrebbero posizionato esplosivi e armi nelle vicinanze delle turbine dell’unità 4 della centrale nucleare. Anche Dnipropetrovsk, Chernihiv, Sumy, Kharkiv e Poltava sono state coinvolte dal raid russo. Nel consueto report pubblicato su Facebook dallo Stato maggiore, è stato reso noto che l’esercito russo ha lanciato sul territorio ucraino 68 attacchi aerei, 67 attacchi con lanciarazzi e due missili, provocando danni e distruzioni a infrastrutture e palazzi residenziali, mentre a Kherson sono morti 23 civili sotto i bombardamenti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mosca-washington-attacco-cremlino-2659954561.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-giallo-dei-droni-tra-kiev-e-la-pista-interna" data-post-id="2659954561" data-published-at="1683225144" data-use-pagination="False"> Il giallo dei droni tra Kiev e la pista interna Continua a far discutere l’esplosione di due droni sul Cremlino avvenuta nella notte tra martedì e mercoledì. La Russia ha subito accusato l’Ucraina di aver perpetrato un «atto terroristico» per eliminare il presidente Vladimir Putin. L’attacco, è la tesi di Mosca, sarebbe stato deciso a Washington, con Kiev che avrebbe eseguito l’ordine ricevuto. Naturalmente, Volodymyr Zelensky e altri esponenti apicali della politica ucraina hanno negato tutto, insinuando anzi che l’attacco sarebbe in realtà una cosiddetta false flag, ossia un autoattentato finalizzato a provocare un inasprimento del conflitto e a giustificare dure rappresaglie. Al momento ci si muove ancora nel campo delle ipotesi e delle congetture. In effetti, gli indizi a nostra disposizione disegnano sostanzialmente due scenari: attacco ucraino (probabilmente dimostrativo), oppure autosabotaggio russo. Esiste poi una terza pista, che conduce ad alcuni gruppi di dissidenti antiputiniani, ma allo stato attuale è senz’altro quella meno plausibile. Andiamo con ordine. L’ipotesi di un coinvolgimento ucraino regge: come fa notare la Bbc, negli ultimi mesi Kiev ha organizzato diversi attacchi con droni su territorio russo, prendendo di mira una raffineria e alcune infrastrutture civili. Secondo diversi analisti militari, insomma, le forze armate ucraine sono perfettamente in grado di realizzare operazioni simili con l’ausilio di aeromobili a pilotaggio remoto. Anche Mosca, che dista circa 450 chilometri dal confine ucraino, rientra nel raggio d’azione dei droni in dotazione all’esercito di Kiev. Inoltre, benché non vi siano certezze, quello che si vede nel video che ha fatto il giro della Rete sembrerebbe un drone modello UJ-22, che è appunto di fabbricazione ucraina. Che le forze armate di Kiev siano in grado di realizzare l’attacco, tuttavia, non vuol dire che l’abbiano effettivamente realizzato. Contro quest’ipotesi, infatti, sussistono numerose obiezioni. Tanto per cominciare, quella notte Putin non era presente al Cremlino e ci sono solidi motivi per pensare che gli ucraini lo sapessero. In questo caso, dunque, anziché perpetrare un attentato, è più verosimile che Kiev volesse dimostrare ai russi di poter agevolmente aggirare le loro difese. E qui arriviamo a un ulteriore aspetto problematico della vicenda: Mosca può contare su uno scudo contraereo molto efficiente, che è stato peraltro rafforzato dopo lo scoppio della guerra. Se davvero gli ucraini fossero riusciti a penetrare le difese moscovite, per Putin e le sue forze armate sarebbe un vero smacco. Questo, del resto, è uno degli argomenti che potrebbe far propendere per la false flag. Non a caso, ha fatto molto clamore un video diffuso in Rete in cui si notano due uomini sulla sommità del Senato, proprio nel momento in cui uno dei due droni esplode. Chi erano? E che cosa ci facevano? Malgrado lo scalpore suscitato dalle immagini, tuttavia, non pare lecito parlare della cosiddetta «pistola fumante». E, infatti, nessun analista militare finora lo ha fatto. Ad oggi, le domande sono molto più numerose delle risposte, ma le sorprese potrebbero non essere finite.
Idris Elba (Ansa)
Il naso lungo e dritto scendeva fino a un labbro superiore corto, sotto il quale c’era una bocca larga e finemente disegnata ma crudele. La linea della mascella era dritta e ferma». Così Ian Fleming descrive James Bond in Dalla Russia con amore. È la prima volta che appare, così nel dettaglio, il viso di 007. Un uomo qualunque, tanto che lo scrittore britannico aveva deciso di battezzarlo con il nome di un ornitologo. Non appariscente, quindi. Un uomo con un volto e un fisico normali. Che passa inosservato, o quasi, come si conviene a un agente segreto. Più simile al primo attore che lo ha impersonificato, Sean Connery, che all’ultimo, Daniel Craig.
Ma adesso che anche Craig è uscito di scena, chi lo sostituirà? Qualcuno ha proposto una donna, del resto già intravista in No time to die. «È solo un numero», risponde Lashana Lynch a un esterrefatto Craig dopo che quest’ultimo è venuto a sapere che non è più lui 007, ma lei. Qualcun altro, invece, ha fatto il nome di un attore afro, Idris Elba, il quale però ha messo le cose in chiaro in un’intervista concessa a Gq: «Bond è talmente irreale che un pizzico di realismo ci sta bene, ma non cerchiamo di renderlo politicamente corretto. Credo che si debba rimanere fedeli alla propria essenza. Non bisogna cercare di assecondare i gusti del pubblico. Bisogna essere semplicemente Bond».
Non ci sarà quindi, almeno secondo Elba, alcun 007 afro. E neppure politicamente corretto. Anche perché non avrebbe senso. Il personaggio inventato da Fleming, infatti, è un bianco squisitamente britannico. Un uomo disposto a rischiare la pelle per la regina e per quel che resta dell’impero britannico. E il cui profilo, già nei primi film, è stato parecchio ammorbidito. Su Bond, infatti, Fleming ha riversato tutto sé stesso. Le proprie paure, le proprie passioni. E pure le proprie perversioni. Nei libri è addirittura un sadico, proprio come il suo inventore. Indossa vestiti su misura, realizzati dai migliori sarti di Londra. Beve il Vesper Martini in onore della donna che ha amato, Vesper Lynd appunto, e che gli è stata strappata («la puttana è morta», dirà alla fine di Casinò royale, mentre invece stava morendo dentro lui). Nei romanzi si parla di cocktail e di buon vino, ma non si fa mai riferimento alla birra, che pure appare in uno degli ultimi film, il già citato No time to die, ma solo per una questione di pubblicità (povero James, costretto a sorseggiare con la bottiglia verde in bella vista pur di campare). C’è tanto caviale su pane tostato e ideali ormai vecchi e sepolti. C’è un uomo che è ben lontano dalla figura del super eroe che emerge dai film. Soffre di accidia, si abbatte ed è ferito più volte. Viene addirittura spedito in un centro per disintossicarsi di tutto il cibo e i drink che ha nel corpo ed è costretto a bere strani intrugli dietetici. E infine, dopo essersi innamorato, pensa addirittura di smettere di fare l’agente segreto. Bond è tutto questo. Un personaggio della letteratura inglese del Dopoguerra. E ne conserva i dolori e le speranze. È figlio dei bombardamenti su Londra e della noia di Fleming, l’uomo che voleva essere James Bond.
Sbagliava il personaggio della Lynch a dire, in No time to die, che 007 è solo un numero. È un pezzo di storia britannica. Un brandello di Union Jack che si ostina a resistere, anche se rovinato dal tempo.
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Franco Prodi (Imagoeconomica)
Oppure quando, per fronteggiare alcune crisi degli anni Settanta, nonché l’abbandono del nucleare, si costruirono alcune centrali a policombustibile che, con semplici modifiche ai bruciatori, avrebbero potuto generare elettricità da questo o quel combustibile (gas naturale, petrolio, carbone), a seconda della convenienza, e poi, arrivò la sinistra e dispose ogni impedimento per l’uso del carbone? Scelte scriteriate che ogni tanto si fanno a casa nostra, direte. D’accordo sullo «scriteriate», un po’ meno su «ogni tanto», ché l’elenco è ben lungo. Ecco un altro esempio fresco di questi giorni: per misteriosi motivi la Regione Puglia sta smantellando un modernissimo sistema di radar che avrebbe giovato al monitoraggio degli eventi meteorologici. Il che è tanto più misterioso, posto che quelli che stanno commettendo il delitto sono gli stessi che piangono perché non si fa abbastanza per contrastare quegli eventi. Quei radar li aveva predisposti il professor Franco Prodi.
Professor Prodi, alla Regione Puglia stanno rottamando alcuni radar di avanzato livello tecnologico che lei stesso aveva voluto. È così?
«Sì, è così. La fisica dell’Atmosfera è centrale nel sistema clima, ma studia anche il meteo e i sistemi di precipitazione. Lo strumento principale della ricerca sperimentale è il radar meteorologico. Era il 2010 quando preparavo un progetto in risposta ad un bando della Regione Puglia su fondi europei. Il progetto si chiamava “Rivona. Rischi per il volo e nowcasting aeroportuale”, e risultò vincitore del bando. Tra il 2012 e il 2014, realizzammo quanto il progetto prometteva: installazione di due radar meteorologici di avanzate caratteristiche, collocati a distanza ottimale dall’aeroporto di Brindisi (a Torchiarolo e a Mesagne), su direzioni a 90 gradi fra loro, multiparametrici, Doppler e sincronizzabili».
Cosa ci facevate con quei radar?
«Per esempio, col radar basato in Torchiarolo studiammo i temporali e i sistemi precipitanti, e presentammo interessanti risultati alle conferenze di radarmeteorologia a Breckenridge (Colorado) e a Norman (Oklahoma)».
Per quanto tempo sono stati utilizzati?
«Non per molto. Per ragioni misteriose, sebbene fino al 2010 io avessi diretto l’Isac (Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima) del Cnr, decisero di assegnare quelle apparecchiature radar ai ricercatori della sezione di Roma dell’Isac, fino ad allora totalmente estranei al progetto stesso. Purtroppo, questi si rivelarono presto incapaci di gestire quelle strumentazioni - e non posso dargliene una colpa, visto che non l’avevano progettato loro - tanto che dalla data del loro coinvolgimento dal radar di Torchiarolo non uscì più alcuna immagine».
E l’altro radar, quello di Mesagne?
«Sebbene noi lo avessimo consegnato completato, esso non fu mai neanche attivato, per la stessa ragione per la quale l’altro fu messo da parte».
Le conseguenze?
«Anche se il mio gruppo aveva disegnato specificatamente il progetto per la sicurezza dei voli, quei radar e i metodi della radarmeteorologia avrebbero avuto ricadute benefiche importanti in tutti gli altri settori, nella gestione dei rischi meteorologici (alluvioni, temporali distruttivi e grandine), in agricoltura per l’irrigazione, nella gestione dei bacini idroelettrici, nel traffico terrestre, marittimo e ferroviario».
E oggi cosa sta succedendo?
«Un fatto gravissimo. Utilizzando fondi del Pnrr, la Regione Puglia, attraverso la cessione in comodato dell’area di Torchiarolo, sta consentendo l’installazione, da parte della Protezione civile regionale, di un radar di caratteristiche inferiori al radar esistente. Sembrerebbe per restare nei tempi di scadenza (fine giugno) previsti per l’utilizzo di quei fondi Pnrr. In pratica, pur di spendere denaro pubblico disponibile, si sta ignorando che attrezzatura migliore di quella che si vorrebbe installare nuova esiste già».
Ma non avrebbero potuto installare il nuovo radar in altra zona e continuare a beneficiare di quelli più avanzati che esistono già?
«Esatto. Il radar della Protezione civile potrebbe tuttora essere installato in altra località. Una adatta potrebbe essere Grottaglie: la Regione avrebbe tre radar e non commetterebbe il delitto di rottamarne due che sono di grande valore tecnico-scientifico».
Da quel che capisco, chi li ha avuti in carico non sembra sappia usarli. Ma i proprietari dei radar avanzati non hanno battuto ciglio?
«Il proprietario è il Cnr, ma a quanto pare la direzione Isac-Cnr ha preferito subire l’umiliazione. Ed è un’umiliazione alla scienza in generale, cosa cui ormai siamo abituati da quando i decisori politici, soprattutto quelli locali brillano di insipienza. Pensi che hanno venduto la cosa all’opinione pubblica come un miglioramento del progetto che stanno smantellando».
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Ecco #DimmiLaVerità del 10 giugno 2026. La capogruppo di Fdi in Commissione Covid Alice Buonguerrieri rivela gli ultimi clamorosi sviluppi emersi dalle audizioni.