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2025-08-25
Il modello tedesco: recessione infinita e partner Ue logorati
Friedrich Merz (Ansa)
Per decenni ci siamo sentiti dire che la Germania era il prototipo da imitare: il Paese che aveva saputo disciplinarsi e costruire la propria forza grazie alla virtù contabile e all’industria di qualità. «Facciamo come la Germania» era l’esortazione del mediocre circuito informativo italiano, che gonfiava di illusioni il modello tedesco. Naturalmente, si trattava di un inganno. La prosperità tedesca si è costruita comprimendo salari e consumi interni, scaricando l’austerità sui vicini europei, drogando la crescita con un surplus permanente che vampirizza la domanda altrui. Non c’è nulla di virtuoso in questo meccanismo: c’è solo la volontà di trarre vantaggio a spese degli altri. «Beggar-thy-neighbour» («impoverisci il tuo vicino») è la politica perseguita dalle élite tedesche negli ultimi sei decenni. Nessuna locomotiva tedesca a trainare l’Europa: piuttosto, un pesante rimorchio.
Ora quella strombazzata virtù scompare, come una visione. I dati più recenti sull’economia tedesca sono pessimi. Due anni di recessione (2023, 2024), stessa prospettiva per il 2025. L’indice Zew (fiducia degli investitori) è precipitato ad agosto da 52,7 a 34,7 punti. I dati Eurostat certificano il crollo del surplus commerciale dell’eurozona, passato da 20 miliardi a giugno 2024 a 7 miliardi a giugno 2025. La produzione industriale tedesca è in calo da anni e a giugno 2025 è ai livelli più bassi dal 2021. Se aggiungiamo le rilevazioni dell’Ifo sugli ordini industriali in Germania, in netto calo, il quadro è quello di un’economia in difficoltà strutturale, non di un semplice inciampo.
Gli Stati Uniti hanno deciso di colpire al cuore questo modello. Il dazio base del 15% sulle merci europee - 50% per acciaio e alluminio- pesa soprattutto sulla Germania, che fa dell’export il suo fortilizio. Washington non è più disposta a tollerare un surplus commerciale bilaterale che nel 2024 ha superato i 70 miliardi di euro. Il regresso tedesco, non casualmente, è cominciato anni fa proprio negli Usa con il Dieselgate, uno scandalo che azzoppò il settore dell’auto tedesca e lo spinse verso l’elettrificazione.
In Asia le cose non vanno meglio. In Cina Volkswagen dieci anni fa controllava un quinto del mercato ed era il marchio più venduto, oggi è scesa al 14,5%, con vendite in calo e meno di 3 milioni di veicoli consegnati nel 2024. Nei veicoli elettrici la presenza tedesca è quasi irrilevante. La quota di mercato di Volkswagen, Audi, Bmw, Mercedes, Porsche nel segmento elettrico in Cina è scesa a circa 5 % nel 2024, rispetto al 6,5 % del 2023. Schiacciata dalla concorrenza di Byd e dei colossi locali, l’auto tedesca ha perso quote e redditività.
La Russia, scelta come serbatoio energetico a basso costo, si è trasformata in una ferita aperta. Prima Berlino ha abbracciato Mosca, rafforzandola nel suo ruolo di principale fornitore di energia per l’Europa, poi l’ha rinnegata. Più della metà del gas tedesco arrivava dalla Russia prima della guerra in Ucraina. Oggi i flussi sono a zero, il Nord Stream è un monumento subacqueo ai sogni infranti e Berlino sta ancora stanziando miliardi di aiuti alle imprese per pagare l’energia. I rigassificatori improvvisati, il gnl americano, i prezzi dell’energia negativi per il troppo fotovoltaico, gli incentivi esagerati, le nuove centrali a gas, l’addio al nucleare, lo smaltimento dei rifiuti nucleari nel caos: la politica energetica tedesca è stata un disastro incessante.
La storia della Germania contemporanea è quella di un continuo dumping a danno dei partner europei: dumping ambientale con il massiccio uso del carbone, dumping salariale con le riforme Hartz del 2003-2004, dumping energetico con il doppio gasdotto casalingo Nord Stream, dumping valutario con l’accordo di cambi fissi denominato euro, dumping fiscale con il trucchetto dei fondi fuori bilancio.
Poi (anzi, prima) c’è l’euro. La moneta unica è stata lo strumento con cui la Germania ha blindato i propri vantaggi. Troppo forte per gli Stati mediterranei, sottovalutato per l’economia di Berlino, l’euro è servito ad evitare che la moneta tedesca si rivalutasse svantaggiando l’export germanico, scaricando sui salari l’onere degli aggiustamenti tra economie diverse. Inoltre, ha costretto i partner dell’eurozona ad adottare gli stessi vincoli di bilancio imposti dai tedeschi. L’austerità ha però depresso i mercati interni europei, non più in grado di assorbire l’eccesso di produzione tedesco.
La mancanza di investimenti in Germania negli ultimi trent’anni rende il quadro interno desolante. Strade, ponti, ferrovie, reti digitali: tutto è rimasto indietro. Anche la scuola: Die Welt ha parlato in questi giorni di catastrofe educativa silenziosa. La rigidità fiscale, celebrata come virtù, è in realtà impoverimento coatto. I cittadini tedeschi hanno sopportato salari compressi e tasse alte, perché gli è stato detto che la virtù risiede nel non avere debiti. Ora si accorgono che quel sacrificio serviva solo a oliare un modello di crescita iniquo. Già si parla di una riforma delle pensioni per allungare l’età pensionabile.
La situazione politica interna non offre vie d’uscita. Friedrich Merz, a capo di una coalizione con la Spd, è prigioniero delle sue stesse contraddizioni. Una maggioranza divisa, senza visione comune, incapace di indicare un percorso. Solo il riarmo è certo. Intanto l’Afd cresce nei sondaggi oltre il 25 per cento, alimentata dai morsi della crisi economica, dall’ordine pubblico e dall’immigrazione.
Fuori dai confini la Germania è in imbarazzo. Il rapporto con la Francia, travolta da una grave crisi interna, è ai minimi termini. La relazione franco-tedesca, altro topos immaginario della disunione europea, è corrosa dalla divergenza di interessi: Parigi guarda con sospetto a Merz e alla sua rinnovata spinta bellica.
Il bilancio dell’era Merkel è, insomma, disastroso. La Germania ha cercato nella Russia la sicurezza energetica e nella Cina il mercato di sbocco e la produzione a basso costo. Ha spremuto i partner europei con l’austerità e accumulato surplus record con gli Stati Uniti, provocandone la reazione. Non si tratta di errori, come troppo facilmente si tende a dire. Si tratta del cuore stesso delle politiche delle élite tedesche, convinte che la disciplina fiscale e la forza dell’export fossero garanzia di successo e potere. Oggi quella strategia mostra la sua natura fallimentare: ha logorato i partner, impoverito i cittadini e lasciato la Germania esposta a shock che non riesce più a gestire.
Il boom delle insolvenze preoccupa le banche
La crisi tedesca emerge anche dal numero dei fallimenti. Secondo l’istituto Iwh, lo scorso luglio le insolvenze di società di persone e di capitali sono salite del 12% sul mese, toccando 1.588 casi; +13% su luglio 2024 e +64% sulla media 2016-2019. È fra i livelli più alti degli ultimi vent’anni e gli indicatori anticipatori segnano il massimo dall’inizio del 2020, oltre l’8% sopra il picco del 2024: l’autunno in arrivo non promette clemenza.L’onda di fallimenti non nasce dai giganti: prevalgono piccole e medie imprese, mentre la capacità di salvataggio si restringe. Fra le grandi cadute del 2024, solo un terzo è stato venduto o risanato nella prima metà del 2025; tre anni fa era la metà. Creditreform conta 11.900 fallimenti nel semestre (+9,4%), con perdite per i creditori stimate in 33,4 miliardi e circa 141.000 posti a rischio. Numeri brutti.Il dettaglio settoriale ci dice qualcosa in più: in un anno, manifattura +17,5% di insolvenze, vendite al dettaglio +13,8%, servizi +9%; nelle costruzioni l’aumento è più lieve (+1,7%) ma il tasso è già al massimo decennale. Nella filiera dell’automobile 26 fornitori «rilevanti» hanno chiesto l’insolvenza nel primo semestre; le procedure si allungano e solo il 20% trova sbocchi. Atradius segnala margini in calo, ritardi di pagamento e più default, con la previsione di tagli di personale, chiusure di impianti e profitti in discesa almeno fino al 2026. In un simile contesto, la settimana lavorativa di quattro giorni (come richiesto dai sindacati) e i tagli salariali non risolvono i problemi. Sotto i morsi del calo delle vendite, l’industria dell’auto tedesca può solo dimagrire.Anche la distribuzione soffre: l’online comprime i margini e alimenta guerre di prezzo.Il quadro è aggravato dall’uso disinvolto delle procedure fallimentari. Il diritto concorsuale, nato per dare una seconda chance, è diventato spesso un tornello: si entra, si usufruisce dell’indennità di insolvenza pagata dall’Agenzia federale del lavoro, e si esce quasi come prima. L’indennità di insolvenza pagata dall’Agenzia federale del lavoro ha toccato 1,613 miliardi nel 2024 a fronte di 1,1 stanziati. Il resto proveniva dalle riserve, che si stanno assottigliando.Così prosperano i recidivi, che falliscono regolarmente e ritornano in pista dopo una scrollata: Galeria (tre volte negli ultimi quattro anni), Sinn (quattro volte), Gerry Weber (tre volte), Esprit (tre volte). Il contagio sfiora anche i templi dell’immobiliare: Engel & Völkers ha visto due controllate - EV Venture Management ed EV Work Edition - presentare istanza di fallimento. Alcune casse pensioni regionali hanno svalutato partecipazioni in immobili commerciali in cui avevano investito.Attenzione: quando i collaterali si assottigliano e i flussi si fermano, il problema migra nei bilanci bancari. Il rischio concreto derivante dall’ondata di fallimenti è che la Germania si trovi alle prese con una crisi del credito e dunque con una crisi bancaria, a cui il Paese non è preparato.
Effetto dazi, consumi interni al palo. Senza commesse il 40% delle aziende
La crisi dell’industria tedesca è conclamata e preoccupa molto Berlino. Le politiche di austerità, la penuria di investimenti pubblici, le inefficienze degli investimenti green, la reazione Usa ai surplus commerciali e gli strascichi della crisi energetica del 2021-22 continuano a gravare sul sistema produttivo della Germania.
Il ministro dell’Economia Katharina Reiche ha annunciato un pacchetto da 4 miliardi di euro per sostenere le aziende energivore, con l’obiettivo di ridurre fino al 50% i costi dell’energia. Una misura utile per evitare tagli immediati alla produzione, ma che non può essere scambiata per una politica industriale organica.
I dati congiunturali confermano la crisi. Nel secondo trimestre del 2025 il livello dell’attività economica si è fermato dove si trovava nel 2019, prima della pandemia. L’indice settimanale Wai (indicatore di attività economica) calcolato dalla Bundesbank indica un calo dello 0,3% nelle tredici settimane fino al 10 agosto. La produzione manifatturiera è scesa dell’1,9% a giugno, riportandosi ai valori del maggio 2020: un salto indietro che testimonia come il modesto aumento dei mesi precedenti fosse più un’illusione contabile che una ripresa reale.
La situazione degli ordini non offre migliori consolazioni. L’ultima indagine Ifo segnala che il 38,3% delle imprese industriali denuncia mancanza di commesse. Nell’automobile la quota tocca il 42,6%, nell’ingegneria meccanica il 46,1%, nell’industria metallurgica sfiora il 50%. Persino nei comparti a più alta specializzazione, la percezione è che la Germania stia progressivamente perdendo terreno rispetto ai concorrenti. A giugno il portafoglio ordini complessivo è rimasto invariato: -0,6% sul mercato interno, +0,4% dall’estero. Su base annua il dato mostra un +5,1%, ma è frutto di accumuli passati, forse in vista dell’aumento dei dazi americani, non di una domanda in crescita.
Sul fronte estero, la Germania deve fare i conti con… Donald Trump. L’avanzo commerciale con gli Stati Uniti nella prima metà del 2025 è sceso a 30,2 miliardi di euro, in calo del 12,8%. Le esportazioni verso Washington hanno segnato un calo del 3,9% rispetto al 2024. I comparti più colpiti sono proprio i simboli dell’industria tedesca: auto e componentistica (-8,6%) e macchinari (-7,9%). I nuovi dazi del 15% decisi dall’amministrazione statunitense a partire da agosto, uniti alla debolezza del dollaro, riducono margini e competitività. Dalla settimana scorsa, gli Stati Uniti applicano all’Unione europea dazi del 50% a 407 categorie di prodotti in base al contenuto di acciaio e alluminio. I prodotti includono motocicli e ciclomotori, telai per porte e finestre, vagoni ferroviari.
Sul piano politico, il cancelliere Friedrich Merz è impegnato a tenere insieme esigenze industriali e spese militari. Il ministro delle Finanze Lars Klingbeil ha presentato un bilancio che prevede 850 miliardi di euro di nuovo debito entro il 2029. Una parte significativa di questi passerà attraverso fondi speciali esenti dal vincolo del freno al debito, così da permettere spese aggiuntive senza infrangere la disciplina fiscale. Ma il moltiplicatore è basso: l’Ifo calcola che ogni euro di spesa pubblica produrrà appena 40 centesimi di Pil.
Il quadro complessivo è quello di un Paese che tenta di difendere le proprie imprese con strumenti straordinari, mentre la dinamica di fondo resta fragile. Berlino può erogare sussidi alle imprese e fare debito, ma il nodo resta sempre lo stesso: la domanda interna. Senza consumatori disposti a spendere e famiglie più sicure del proprio reddito, l’industria continuerà per un po’ a vivere di arretrati e di esportazioni in calo. La medicina, amara per Berlino ma inevitabile, è che la Germania rinneghi le politiche di austerità e riconosca che l’unico vero stimolo capace di rimettere in moto la produzione non viene dai fondi speciali, bensì dal portafoglio dei suoi cittadini.
E se la domanda tedesca continuerà a languire, non sarà solo Berlino a pagarne il prezzo. Con un’economia così centrale per l’eurozona, consumi fiacchi e produzione stagnante finiranno per rallentare anche i partner europei, rendendo più difficile qualsiasi ipotesi di ripresa. In altre parole, la Germania non può più contare sull’export, su una moneta sottovalutata e sull’ingegneria dei conti: dovrà imparare, volente o nolente, a stimolare i consumi domestici, pena trascinare l’intera Unione in un crollo da cui qualcuno, prima o poi, vorrà legittimamente chiamarsi fuori.
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I nodi dell’austerità vengono al pettine: dopo aver distrutto i mercati dei vicini, Berlino non ha «scudi» contro Usa e Cina.A luglio i fallimenti sono aumentati del 13% su base annua. Colpiti anche alcuni «templi» dell’immobiliare.La produzione manifatturiera è arretrata ai valori del 2020. Il governo interviene con sussidi per le bollette, ma è solo un pannicello caldo. Auto, ingegneria meccanica e metallurgia sono i comparti più in sofferenza.Lo speciale contiene due articoli.Per decenni ci siamo sentiti dire che la Germania era il prototipo da imitare: il Paese che aveva saputo disciplinarsi e costruire la propria forza grazie alla virtù contabile e all’industria di qualità. «Facciamo come la Germania» era l’esortazione del mediocre circuito informativo italiano, che gonfiava di illusioni il modello tedesco. Naturalmente, si trattava di un inganno. La prosperità tedesca si è costruita comprimendo salari e consumi interni, scaricando l’austerità sui vicini europei, drogando la crescita con un surplus permanente che vampirizza la domanda altrui. Non c’è nulla di virtuoso in questo meccanismo: c’è solo la volontà di trarre vantaggio a spese degli altri. «Beggar-thy-neighbour» («impoverisci il tuo vicino») è la politica perseguita dalle élite tedesche negli ultimi sei decenni. Nessuna locomotiva tedesca a trainare l’Europa: piuttosto, un pesante rimorchio.Ora quella strombazzata virtù scompare, come una visione. I dati più recenti sull’economia tedesca sono pessimi. Due anni di recessione (2023, 2024), stessa prospettiva per il 2025. L’indice Zew (fiducia degli investitori) è precipitato ad agosto da 52,7 a 34,7 punti. I dati Eurostat certificano il crollo del surplus commerciale dell’eurozona, passato da 20 miliardi a giugno 2024 a 7 miliardi a giugno 2025. La produzione industriale tedesca è in calo da anni e a giugno 2025 è ai livelli più bassi dal 2021. Se aggiungiamo le rilevazioni dell’Ifo sugli ordini industriali in Germania, in netto calo, il quadro è quello di un’economia in difficoltà strutturale, non di un semplice inciampo.Gli Stati Uniti hanno deciso di colpire al cuore questo modello. Il dazio base del 15% sulle merci europee - 50% per acciaio e alluminio- pesa soprattutto sulla Germania, che fa dell’export il suo fortilizio. Washington non è più disposta a tollerare un surplus commerciale bilaterale che nel 2024 ha superato i 70 miliardi di euro. Il regresso tedesco, non casualmente, è cominciato anni fa proprio negli Usa con il Dieselgate, uno scandalo che azzoppò il settore dell’auto tedesca e lo spinse verso l’elettrificazione.In Asia le cose non vanno meglio. In Cina Volkswagen dieci anni fa controllava un quinto del mercato ed era il marchio più venduto, oggi è scesa al 14,5%, con vendite in calo e meno di 3 milioni di veicoli consegnati nel 2024. Nei veicoli elettrici la presenza tedesca è quasi irrilevante. La quota di mercato di Volkswagen, Audi, Bmw, Mercedes, Porsche nel segmento elettrico in Cina è scesa a circa 5 % nel 2024, rispetto al 6,5 % del 2023. Schiacciata dalla concorrenza di Byd e dei colossi locali, l’auto tedesca ha perso quote e redditività.La Russia, scelta come serbatoio energetico a basso costo, si è trasformata in una ferita aperta. Prima Berlino ha abbracciato Mosca, rafforzandola nel suo ruolo di principale fornitore di energia per l’Europa, poi l’ha rinnegata. Più della metà del gas tedesco arrivava dalla Russia prima della guerra in Ucraina. Oggi i flussi sono a zero, il Nord Stream è un monumento subacqueo ai sogni infranti e Berlino sta ancora stanziando miliardi di aiuti alle imprese per pagare l’energia. I rigassificatori improvvisati, il gnl americano, i prezzi dell’energia negativi per il troppo fotovoltaico, gli incentivi esagerati, le nuove centrali a gas, l’addio al nucleare, lo smaltimento dei rifiuti nucleari nel caos: la politica energetica tedesca è stata un disastro incessante.La storia della Germania contemporanea è quella di un continuo dumping a danno dei partner europei: dumping ambientale con il massiccio uso del carbone, dumping salariale con le riforme Hartz del 2003-2004, dumping energetico con il doppio gasdotto casalingo Nord Stream, dumping valutario con l’accordo di cambi fissi denominato euro, dumping fiscale con il trucchetto dei fondi fuori bilancio.Poi (anzi, prima) c’è l’euro. La moneta unica è stata lo strumento con cui la Germania ha blindato i propri vantaggi. Troppo forte per gli Stati mediterranei, sottovalutato per l’economia di Berlino, l’euro è servito ad evitare che la moneta tedesca si rivalutasse svantaggiando l’export germanico, scaricando sui salari l’onere degli aggiustamenti tra economie diverse. Inoltre, ha costretto i partner dell’eurozona ad adottare gli stessi vincoli di bilancio imposti dai tedeschi. L’austerità ha però depresso i mercati interni europei, non più in grado di assorbire l’eccesso di produzione tedesco.La mancanza di investimenti in Germania negli ultimi trent’anni rende il quadro interno desolante. Strade, ponti, ferrovie, reti digitali: tutto è rimasto indietro. Anche la scuola: Die Welt ha parlato in questi giorni di catastrofe educativa silenziosa. La rigidità fiscale, celebrata come virtù, è in realtà impoverimento coatto. I cittadini tedeschi hanno sopportato salari compressi e tasse alte, perché gli è stato detto che la virtù risiede nel non avere debiti. Ora si accorgono che quel sacrificio serviva solo a oliare un modello di crescita iniquo. Già si parla di una riforma delle pensioni per allungare l’età pensionabile.La situazione politica interna non offre vie d’uscita. Friedrich Merz, a capo di una coalizione con la Spd, è prigioniero delle sue stesse contraddizioni. Una maggioranza divisa, senza visione comune, incapace di indicare un percorso. Solo il riarmo è certo. Intanto l’Afd cresce nei sondaggi oltre il 25 per cento, alimentata dai morsi della crisi economica, dall’ordine pubblico e dall’immigrazione.Fuori dai confini la Germania è in imbarazzo. Il rapporto con la Francia, travolta da una grave crisi interna, è ai minimi termini. La relazione franco-tedesca, altro topos immaginario della disunione europea, è corrosa dalla divergenza di interessi: Parigi guarda con sospetto a Merz e alla sua rinnovata spinta bellica.Il bilancio dell’era Merkel è, insomma, disastroso. La Germania ha cercato nella Russia la sicurezza energetica e nella Cina il mercato di sbocco e la produzione a basso costo. Ha spremuto i partner europei con l’austerità e accumulato surplus record con gli Stati Uniti, provocandone la reazione. Non si tratta di errori, come troppo facilmente si tende a dire. Si tratta del cuore stesso delle politiche delle élite tedesche, convinte che la disciplina fiscale e la forza dell’export fossero garanzia di successo e potere. 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È fra i livelli più alti degli ultimi vent’anni e gli indicatori anticipatori segnano il massimo dall’inizio del 2020, oltre l’8% sopra il picco del 2024: l’autunno in arrivo non promette clemenza.L’onda di fallimenti non nasce dai giganti: prevalgono piccole e medie imprese, mentre la capacità di salvataggio si restringe. Fra le grandi cadute del 2024, solo un terzo è stato venduto o risanato nella prima metà del 2025; tre anni fa era la metà. Creditreform conta 11.900 fallimenti nel semestre (+9,4%), con perdite per i creditori stimate in 33,4 miliardi e circa 141.000 posti a rischio. Numeri brutti.Il dettaglio settoriale ci dice qualcosa in più: in un anno, manifattura +17,5% di insolvenze, vendite al dettaglio +13,8%, servizi +9%; nelle costruzioni l’aumento è più lieve (+1,7%) ma il tasso è già al massimo decennale. Nella filiera dell’automobile 26 fornitori «rilevanti» hanno chiesto l’insolvenza nel primo semestre; le procedure si allungano e solo il 20% trova sbocchi. Atradius segnala margini in calo, ritardi di pagamento e più default, con la previsione di tagli di personale, chiusure di impianti e profitti in discesa almeno fino al 2026. In un simile contesto, la settimana lavorativa di quattro giorni (come richiesto dai sindacati) e i tagli salariali non risolvono i problemi. Sotto i morsi del calo delle vendite, l’industria dell’auto tedesca può solo dimagrire.Anche la distribuzione soffre: l’online comprime i margini e alimenta guerre di prezzo.Il quadro è aggravato dall’uso disinvolto delle procedure fallimentari. Il diritto concorsuale, nato per dare una seconda chance, è diventato spesso un tornello: si entra, si usufruisce dell’indennità di insolvenza pagata dall’Agenzia federale del lavoro, e si esce quasi come prima. L’indennità di insolvenza pagata dall’Agenzia federale del lavoro ha toccato 1,613 miliardi nel 2024 a fronte di 1,1 stanziati. Il resto proveniva dalle riserve, che si stanno assottigliando.Così prosperano i recidivi, che falliscono regolarmente e ritornano in pista dopo una scrollata: Galeria (tre volte negli ultimi quattro anni), Sinn (quattro volte), Gerry Weber (tre volte), Esprit (tre volte). Il contagio sfiora anche i templi dell’immobiliare: Engel & Völkers ha visto due controllate - EV Venture Management ed EV Work Edition - presentare istanza di fallimento. Alcune casse pensioni regionali hanno svalutato partecipazioni in immobili commerciali in cui avevano investito.Attenzione: quando i collaterali si assottigliano e i flussi si fermano, il problema migra nei bilanci bancari. 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Le politiche di austerità, la penuria di investimenti pubblici, le inefficienze degli investimenti green, la reazione Usa ai surplus commerciali e gli strascichi della crisi energetica del 2021-22 continuano a gravare sul sistema produttivo della Germania.Il ministro dell’Economia Katharina Reiche ha annunciato un pacchetto da 4 miliardi di euro per sostenere le aziende energivore, con l’obiettivo di ridurre fino al 50% i costi dell’energia. Una misura utile per evitare tagli immediati alla produzione, ma che non può essere scambiata per una politica industriale organica.I dati congiunturali confermano la crisi. Nel secondo trimestre del 2025 il livello dell’attività economica si è fermato dove si trovava nel 2019, prima della pandemia. L’indice settimanale Wai (indicatore di attività economica) calcolato dalla Bundesbank indica un calo dello 0,3% nelle tredici settimane fino al 10 agosto. La produzione manifatturiera è scesa dell’1,9% a giugno, riportandosi ai valori del maggio 2020: un salto indietro che testimonia come il modesto aumento dei mesi precedenti fosse più un’illusione contabile che una ripresa reale.La situazione degli ordini non offre migliori consolazioni. L’ultima indagine Ifo segnala che il 38,3% delle imprese industriali denuncia mancanza di commesse. Nell’automobile la quota tocca il 42,6%, nell’ingegneria meccanica il 46,1%, nell’industria metallurgica sfiora il 50%. Persino nei comparti a più alta specializzazione, la percezione è che la Germania stia progressivamente perdendo terreno rispetto ai concorrenti. A giugno il portafoglio ordini complessivo è rimasto invariato: -0,6% sul mercato interno, +0,4% dall’estero. Su base annua il dato mostra un +5,1%, ma è frutto di accumuli passati, forse in vista dell’aumento dei dazi americani, non di una domanda in crescita.Sul fronte estero, la Germania deve fare i conti con… Donald Trump. L’avanzo commerciale con gli Stati Uniti nella prima metà del 2025 è sceso a 30,2 miliardi di euro, in calo del 12,8%. Le esportazioni verso Washington hanno segnato un calo del 3,9% rispetto al 2024. I comparti più colpiti sono proprio i simboli dell’industria tedesca: auto e componentistica (-8,6%) e macchinari (-7,9%). I nuovi dazi del 15% decisi dall’amministrazione statunitense a partire da agosto, uniti alla debolezza del dollaro, riducono margini e competitività. Dalla settimana scorsa, gli Stati Uniti applicano all’Unione europea dazi del 50% a 407 categorie di prodotti in base al contenuto di acciaio e alluminio. I prodotti includono motocicli e ciclomotori, telai per porte e finestre, vagoni ferroviari.Sul piano politico, il cancelliere Friedrich Merz è impegnato a tenere insieme esigenze industriali e spese militari. Il ministro delle Finanze Lars Klingbeil ha presentato un bilancio che prevede 850 miliardi di euro di nuovo debito entro il 2029. Una parte significativa di questi passerà attraverso fondi speciali esenti dal vincolo del freno al debito, così da permettere spese aggiuntive senza infrangere la disciplina fiscale. Ma il moltiplicatore è basso: l’Ifo calcola che ogni euro di spesa pubblica produrrà appena 40 centesimi di Pil.Il quadro complessivo è quello di un Paese che tenta di difendere le proprie imprese con strumenti straordinari, mentre la dinamica di fondo resta fragile. Berlino può erogare sussidi alle imprese e fare debito, ma il nodo resta sempre lo stesso: la domanda interna. Senza consumatori disposti a spendere e famiglie più sicure del proprio reddito, l’industria continuerà per un po’ a vivere di arretrati e di esportazioni in calo. La medicina, amara per Berlino ma inevitabile, è che la Germania rinneghi le politiche di austerità e riconosca che l’unico vero stimolo capace di rimettere in moto la produzione non viene dai fondi speciali, bensì dal portafoglio dei suoi cittadini.E se la domanda tedesca continuerà a languire, non sarà solo Berlino a pagarne il prezzo. Con un’economia così centrale per l’eurozona, consumi fiacchi e produzione stagnante finiranno per rallentare anche i partner europei, rendendo più difficile qualsiasi ipotesi di ripresa. In altre parole, la Germania non può più contare sull’export, su una moneta sottovalutata e sull’ingegneria dei conti: dovrà imparare, volente o nolente, a stimolare i consumi domestici, pena trascinare l’intera Unione in un crollo da cui qualcuno, prima o poi, vorrà legittimamente chiamarsi fuori.
Ansa
I nerazzurri completano la doppietta nazionale dopo lo Scudetto e conquistano la decima Coppa Italia della loro storia. All’Olimpico, contro la Lazio di Sarri, decisivi l’autogol di Marusic e il sigillo di Lautaro Martinez nel primo tempo. Chivu: «Non è mai scontato vincere Scudetto e Coppa Italia».
L’Inter chiude la stagione italiana con il secondo trofeo in bacheca. Dopo lo Scudetto, arriva anche la Coppa Italia: 2-0 alla Lazio nella finale dell’Olimpico e decimo successo nella competizione per i nerazzurri, che continuano così il proprio ciclo vincente. Per Cristian Chivu, arrivato in estate tra dubbi e inevitabili paragoni con il recente passato, il primo anno sulla panchina interista si chiude con una doppietta che pochi avrebbero pronosticato dodici mesi fa.
La finale è durata poco più di mezz’ora. L’Inter ha indirizzato la partita sfruttando due errori pesanti della Lazio e poi ha gestito senza particolari affanni. Il vantaggio è arrivato al 14’: corner di Dimarco, Thuram prolunga e Marusic, nel tentativo di anticipare tutti, devia nella propria porta. Un episodio che ha cambiato subito l’inerzia della gara e messo la squadra di Sarri nella condizione peggiore possibile, considerando quanto dichiarato dal tecnico biancoceleste al termine della partita in merito al fatto che aveva preparato una partita più lunga, con l'obiettivo di portarla ai tempi supplementari. Dopo lo svantaggio la Lazio ha provato a rimanere dentro la partita, ma ha faticato a costruire gioco e soprattutto perso troppi palloni in uscita. Ed è proprio da una disattenzione che è nato il raddoppio interista. Al 35’ Tavares si fa soffiare il pallone da Dumfries, che entra in area e serve Lautaro Martinez: il capitano deve soltanto spingere in rete il 2-0. Per l’argentino è il ventitreesimo gol stagionale, l’ennesimo sigillo in una finale. La squadra di Chivu non ha offerto una prestazione spettacolare, ma ha dato sempre la sensazione di avere il controllo della gara. Pressione alta, ritmi spezzati quando necessario e pochissimi rischi concessi alla Lazio. I biancocelesti hanno costruito poco: le occasioni migliori sono arrivate nella ripresa con un tiro insidioso di Noslin di poco a lato e una conclusione ravvicinata di Dia, salvata con il volto da Josep Martinez. Troppo poco per riaprire davvero la partita. Nel finale è cresciuto solo il nervosismo, culminato in un parapiglia dopo un duro intervento di Pedro su Dimarco.
Per l’Inter è una vittoria netta, costruita con organizzazione e solidità. Dopo la pesante delusione europea della passata stagione con la finale persa 5-0 a Monaco contro il Paris Saint-Germain, e la scottante eliminazione di quest'anno agli ottavi contro il Bodo/Glimt, il club nerazzurro ha ritrovato immediatamente equilibrio e continuità. E Chivu, alla sua prima esperienza ad altissimo livello, ha saputo tenere compatto un gruppo che conosce bene e che ha continuato a garantire rendimento anche dopo i cambiamenti estivi. «L’Inter ha vinto due trofei quest’anno, ce li siamo meritati», ha detto il tecnico romeno dopo la partita. «Non è mai scontato vincere Scudetto e Coppa Italia. Siamo felici per quello che abbiamo superato, per i tifosi e per la società». Chivu ha poi sottolineato il lavoro mentale fatto a inizio stagione: «Prima del Mondiale per Club mentalmente non stavano bene, ho cercato di stare vicino agli uomini oltre che ai calciatori». Soddisfatto anche Lautaro Martinez: «Non era semplice ripartire dopo l’anno scorso. Abbiamo fatto una stagione importante a livello di gioco, risultati e prestazioni». Il capitano ha poi difeso il gruppo dalle critiche ricevute durante l’anno: «Si parla sempre dell’Inter, ma noi dobbiamo continuare sulla nostra strada». Dall’altra parte resta la delusione della Lazio, che vede sfumare l’ultimo obiettivo stagionale. Maurizio Sarri, squalificato e assente in panchina, non cerca alibi tecnici: «Abbiamo fatto tutto da soli, gli abbiamo regalato due gol». Poi però il tecnico biancoceleste si scaglia contro la gestione del calendario e il possibile derby di campionato programmato a ridosso degli Internazionali di tennis: «Se fossi il presidente non presenterei nemmeno la squadra. Gli errori clamorosi li ha fatti la Lega Serie A».
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Luciano Darderi festeggia dopo aver vinto contro Rafael Jódar durante il quarto di finale degli Internazionali Bnl d'Italia 2026 al Foro Italico (Getty Images)
Cosa c’è di meglio di una vittoria in rimonta, quando tutti ti davano per spacciato, contro il numero 3 del mondo agli ottavi di un Masters 1000 di casa? Probabilmente solo ripetersi il giorno dopo, nei quarti, in una notte lunga e complicata, superando il nuovo talento spagnolo Rafael Jódar e conquistando la semifinale degli Internazionali d’Italia. Luciano Darderi, 24 anni, continua a spingersi oltre i propri limiti e tiene vivo il sogno di una possibile finale tutta azzurra sulla terra di Roma.
La notte del Foro Italico consegna al ragazzo italo-argentino la prima semifinale in carriera in un Masters 1000. Un traguardo che arriva al termine di una partita lunga, sporca, spezzata da interruzioni e ribaltamenti continui, chiusa dopo oltre tre ore contro il baby fenomeno spagnolo con il punteggio di 7-6, 5-7, 6-0. Un match iniziato in ritardo per la pioggia e poi ulteriormente complicato da un episodio singolare: la sospensione temporanea dovuta al fumo proveniente dai festeggiamenti allo Stadio Olimpico per la finale di Coppa Italia vinta dall'Inter, che ha reso l’aria irrespirabile e mandato in tilt alcune componenti del sistema elettronico di chiamata.
Dentro questa cornice anomala, Darderi ha dovuto prima reggere l’urto mentale e poi trovare le energie per venire fuori alla distanza. Il primo set si è deciso al tie-break, dopo una fase iniziale equilibrata e con continui cambi di inerzia. L’azzurro era anche andato avanti di un break, poi recuperato dallo spagnolo. Nel gioco decisivo, Darderi ha rimontato uno svantaggio importante, ribaltando il 2-5 fino al 7-5 finale. Nel secondo set l’andamento si è capovolto. Darderi ha avuto anche due palle match, ma non è riuscito a chiudere. Jódar ne ha approfittato, ha alzato il livello negli scambi lunghi e ha portato a casa il parziale 7-5, rimettendo tutto in equilibrio. La risposta dell’italiano, però, è stata netta. Nel terzo set non c’è stata partita: break immediato, pressione costante e Jódar progressivamente scarico, anche fisicamente. Il 6-0 finale fotografa una frazione in cui Darderi ha preso completamente il controllo, spinto anche da un Centrale rimasto fino a notte fonda.
Il dato più rilevante è la gestione dei momenti chiave. Dopo aver eliminato Alexander Zverev agli ottavi in rimonta, Darderi si è ripetuto contro un avversario diverso per caratteristiche ma altrettanto pericoloso, confermando una crescita anche sul piano della tenuta mentale nei passaggi decisivi. Con questo risultato, l’azzurro entra per la prima volta tra i migliori quattro di un Masters 1000 e diventa uno degli otto italiani dell’era Open a raggiungere la semifinale a Roma. Ora lo attende Casper Ruud, in una sfida che definirà il lato alto del tabellone. Dall’altra parte, infatti, continua a prendere forma il sogno di una finale tutta italiana che coinvolge anche Jannik Sinner, ancora in corsa nella parte opposta del draw e in campo oggi alle 13 contro Andrej Rublev. Ma per Darderi, per ora, il discorso resta più immediato: una semifinale conquistata nel modo più logorante possibile, in una notte in cui Roma ha chiesto tutto e lui ha risposto fino all’ultimo punto. Con tanto di dedica scritta con il pennarello sulla lente della telecamera: «Roma ti amo».
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Il presidente della Lega di Serie A Ezio Simonelli (Ansa)
E a farne le spese, tanto per cambiare, sono i tifosi di calcio, già frastornati dagli insuccessi della Nazionale e, al momento in cui questo giornale va in stampa, ancora senza informazioni su quando si disputerà il derby Roma-Lazio, dopo 48 ore di rimpiattino tra Lega Serie A, Prefettura di Roma e Federtennis, attore incolpevole ma chiamato in causa obtorto collo. Ma il problema non riguarda solo il derby. A Roma-Lazio si deve per forza abbinare il pacchetto di sfide Pisa-Napoli, Juventus-Fiorentina Genoa-Milan e Como-Parma nel medesimo orario. Sono match che coinvolgono compagini impegnate nel conquistarsi un posto in Champions League e il regolamento specifica come negli ultimi due turni di stagione sia obbligatorio che le squadre impegnate a conseguire gli stessi obiettivi scendano in campo agli stessi orari. Solo che nessuno aveva considerato la concomitanza della finale degli Internazionali di tennis. Per evitare incidenti analoghi alla guerriglia urbana tra tifosi dell’aprile 2025, in cui rimasero contusi 14 agenti, il Viminale aveva vietato alle due formazioni di affrontarsi in orario serale, impedendo una collocazione della partita alle 20.45 di domenica.
La Lega di Serie A aveva proposto di disputare le sfide alle 12.30, vale a dire nel cosiddetto orario di «lunch match», incontrando però il diniego della Prefettura e della questura di Roma: «Siamo attrezzati per gestire qualsiasi cosa, anche eventi difficili in concomitanza, ma sarebbe più sensato non far giocare un derby nello stesso giorno degli Internazionali di tennis, oggi diventati un evento mondiale di pari importanza», era stata la motivazione, seguita da una nota che ufficializzava lo slittamento del derby a lunedì alle 20.45, in orario sì serale, ma il giorno dopo rispetto all’evento tennistico. Decisione però rifiutata dalla Lega di Serie A. Piccolo particolare: la sovrapposizione potenziale dei due eventi, quello di pallone e quello di tennis, era nota già da tempo, ma nessuno si è preoccupato di prendere le logiche contromisure. La pezza che salvasse capra, cavoli e palinsesti televisivi (non bisogna dimenticare il ruolo decisivo degli editori tv che detengono i diritti sulle partite di calcio) trovata dalla Lega era spostare la lancetta degli orologi di mezz’ora avanti e di mezz’ora indietro: derby domenica alle 12 insieme con le altre quattro partite abbinate, finale del Foro Italico alle 17, per consentire lo svolgimento autonomo delle due manifestazioni e un controllo adeguato dell’ordine pubblico. «Abbiamo sbagliato, ma chiediamo di venirci incontro», ha dichiarato il presidente di Lega Ezio Simonelli, «Forse non è stato tenuto conto del fatto che il rinvio del derby coinvolgesse altre quattro città e 300.000 tifosi. Alla luce di questo, dando noi disponibilità ad anticipare di mezz’ora, mi auguro che la stessa disponibilità la dia la Federtennis nel posticipare». Continuando: «Prendiamo atto della decisione del Prefetto di far giocare il derby e le altre quattro partite lunedì sera, ma non la condividiamo. Abbiamo fatto una proposta formale al Viminale per trovare una soluzione. Se non dovessimo trovarla, presenteremo ricorso al Tar».
Il ricorso al Tar peraltro sta diventando sport nazionale al pari del pallone. Al caos organizzativo si è poi aggiunta la finaIe di Coppa Italia tra Lazio e Inter di ieri, che ha reso impervie le comunicazioni tra i protagonisti della vicenda, non consentendo ancora una soluzione. La faccenda è spinosa: giocare le partite di lunedì sera comporterebbe uno stravolgimento impraticabile per molti tifosi che non riuscirebbero a sostenere un viaggio in trasferta in un giorno feriale. La petizione di alcuni gruppi ultras che circola da marzo per un calcio «più giusto e popolare» è anche una reazione a pasticci del genere: «Vogliamo dire basta al calcio con orari spezzatino, subordinato a decisioni dell’ultimo minuto», sostengono i tifosi. Il numero uno del Coni Giovanni Malagò ha stigmatizzato la vicenda con una stilettata ovattata: «Non ho alcuna carica o ruolo per parlare dell’argomento. Mi auguro che possano trovare una soluzione in grado di accontentare tutti. Non è certo una bella cosa questa diatriba». Bella non lo è, e al momento una soluzione ufficiale non c’è ancora. Ma la diatriba aiuta a comprendere sia il significato autentico dell’espressione «decidere in zona Cesarini», sia il motivo per cui il calcio italiano è prigioniero di sé stesso, forse troppo occupato a pensare ai ricorsi al Tar e poco ai ricorsi (e ai corsi) della sua travagliata storia recente.
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