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2023-11-10
Missione Usa in Qatar sul dopo Hamas. La tregua si riduce a 4 ore al giorno
Il portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale americano, John Kirby (Ansa)
È una sorta di giallo diplomatico quello verificatosi ieri sulla crisi mediorientale. La Casa Bianca aveva reso noto che Israele aveva accettato di sospendere le operazioni militari a Gaza per quattro ore ogni giorno e di istituire due corridoi umanitari per consentire ai civili di spostarsi verso il Sud della Striscia. La Casa Bianca aveva anche affermato che l’accordo era stato raggiunto attraverso i recenti colloqui intercorsi tra Joe Biden e Benjamin Netanyahu. Tuttavia, poco dopo è arrivata una (mezza) smentita dal governo israeliano. Secondo il Times of Israel, l’ufficio di Netanyahu ha infatti puntualizzato che le interruzioni belliche sarebbero già in vigore. E, dal canto suo, il ministro israeliano per la Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, ha definito un «grave errore» queste eventuali pause.
Insomma, Washington e Gerusalemme non sembrano esattamente allineate, mentre il rebus sul futuro politico di Gaza continua a tenere banco. Il direttore della Cia, William Burns, ha fatto tappa in Qatar nell’ambito del suo tour mediorientale. Ufficialmente la motivazione della visita era legata alle trattative sugli ostaggi in mano ad Hamas: secondo Reuters, l’eventuale intesa prevedrebbe il rilascio di una quindicina di prigionieri in cambio di una pausa umanitaria di uno o due giorni. Tuttavia è probabile che, nei suoi colloqui con i funzionari qatarioti, Burns abbia affrontato anche la questione della sistemazione politico-istituzionale di Gaza in un eventuale post Hamas. D’altronde ai colloqui ha preso parte anche il capo del Mossad, David Barnea.
Il Qatar intrattiene storici rapporti con Hamas e, nel recente passato, lo ha alacremente finanziato. Questo gruppo terroristico è spalleggiato anche dall’Iran, con cui Doha vanta a sua volta solidi legami. Non è un mistero che, da giorni, gli Usa stiano cercando di spingere affinché Gaza sia in futuro governata dall’Anp: uno scenario rispetto a cui il presidente della stessa Anp, Abu Mazen, si è mostrato possibilista. Washington sta quindi provando a trattare con alcuni degli sponsor di Hamas, soprattutto Doha e Ankara, per convincerli ad abbandonare sia questa organizzazione sia l’Iran, che ha invece confermato il proprio sostegno alla stessa Hamas: non a caso l’ayatollah Ali Khamenei ha ricevuto recentemente i suoi leader a Teheran.
Del resto, proprio Hamas non ha alcuna intenzione di fare un passo indietro. «Governare Gaza o parte della nostra terra è un affare palestinese, e nessuna forza sarà in grado di cambiare la realtà o imporre la propria volontà», ha tuonato mercoledì il portavoce dell’organizzazione, Abdul-Latif al-Qanou, replicando al portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale americano, John Kirby, che aveva escluso un ruolo di Hamas nel futuro politico della Striscia. Bisognerà adesso capire se la moral suasion statunitense su qatarioti e turchi funzionerà. È in questo quadro che va inserito il recente tour mediorientale del segretario di Stato americano, Tony Blinken, e quello in corso di Burns.
D’altronde, è abbastanza chiaro come il post Hamas sia una delle preoccupazioni principali del capo della Cia. Secondo il Wall Street Journal, Burns aveva proposto a Fattah Al Sisi di gestire temporaneamente la sicurezza di Gaza in attesa che possa instaurarsi un governo dell’Anp: un’offerta che tuttavia il presidente egiziano ha respinto, sostenendo di non voler partecipare all’estromissione di Hamas dal potere, visto che quest’ultima - secondo Al Sisi- avrebbe mantenuto il confine con l’Egitto relativamente calmo negli scorsi anni. Il presidente egiziano riceverà inoltre oggi l’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al Thani, per dei colloqui, mentre ieri una delegazione di Hamas si è incontrata al Cairo con il capo dei servizi segreti locali, Abbas Kamel. L’Egitto, che non controlla più Gaza dal 1967, non sembra insomma essere per ora troppo intenzionato a rompere con l’organizzazione.
L’altro attore con cui Washington deve interfacciarsi sul futuro della Striscia è ovviamente Israele. In un primo momento, gli americani si erano detti totalmente contrari a una rioccupazione di Gaza da parte dello Stato ebraico, che si è ritirato dalla Striscia nel 1994. Tuttavia, mercoledì Kirby ha parzialmente addolcito i toni. «Penso che tutti noi possiamo prevedere un periodo di tempo, dopo la fine del conflitto, in cui le forze israeliane probabilmente saranno ancora a Gaza e avranno alcune responsabilità iniziali in materia di sicurezza», ha detto, per poi tuttavia precisare: «Sappiamo cosa non vogliamo vedere a Gaza dopo il conflitto: non vogliamo vedere Hamas al comando e non vogliamo vedere una rioccupazione da parte di Israele». Lunedì, Netanyahu aveva tuttavia detto che Israele ha intenzione di assumersi la responsabilità della sicurezza a Gaza dopo il conflitto per un «periodo indefinito».
Intanto, Emmanuel Macron, durante la conferenza sugli aiuti a Gaza apertasi ieri a Parigi, ha annunciato 100 milioni di euro in assistenza e ha invocato una «pausa umanitaria» in vista di un «cessate il fuoco». Uno scenario che Kirby ieri è tornato a escludere, mentre a favore delle sole pause, oltre agli americani, si sono detti il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, e il titolare della Farnesina, Antonio Tajani, che ha sottolineato di voler rafforzare le attività umanitarie italiane.
L’inviata Onu pro Palestina si difende
Nell’ultimo mese la stragrande maggioranza dei funzionari dell’Onu, nonostante le molteplici condanne del leader internazionali nei confronti di Hamas, hanno puntato il dito contro Israele. Alcuni di loro sono stati considerati faziosi da Un Watch, l’unica Ong accreditata alle Nazioni Unite che monitora l’organismo mondiale, difende i diritti umani e combatte le dittature e i doppi standard. In questa lista di commissari a ricevere la maggiore attenzione è stata la «special rapporteur» delle Nazioni Unite sui diritti umani in Palestina, Francesca Albanese. A sollevare la questione per primo è stato il giornalista Mediaset Antonino Monteleone, che in un post su X ha evidenziato i dubbi di Un Watch circa la sua imparzialità per il ruolo affidatole. Il marito, Massimiliano Calì, è consigliere economico del ministero dell’Economia nazionale dello Stato di Palestina, a Ramallah. Proprio in questa veste, lavorando per il governo del presidente palestinese, Mahmoud Abbas, il marito di Albanese ha scritto un rapporto intitolato: «I costi economici dell’occupazione israeliana per i territori palestinesi occupati».
La donna, dopo le accuse, non nuove a suo dire, ha risposto con un lungo post sui social dichiarando che il marito «non è mai stato assunto o pagato dall’Autorità palestinese. Mai. Nel 2011, quando vivevamo a Gerusalemme, ha fatto una consulenza per l’Onu nel territorio palestinese occupato, il cui ruolo prevedeva il rafforzamento di capacità del ministero dell’Economia palestinese». Poi chiama in causa (indovinate un po’?) il solito patriarcato: «Siamo nel XXI secolo. Non è più l’era in cui le donne rispondono del lavoro degli uomini. Il patriarcato è roba del passato, no?».
Infine butta fango proprio sull’Ong accreditata dalle Nazioni Unite, la Un Watch: «Organismo noto come dileggiatore di qualsiasi voce critica delle politiche di Israele nel territorio Palestinese occupato, è nota a tutti».
Eppure le informazioni che riporta la Un Watch sono fatti, elencati molto bene nella relazione che il suo direttore, Hillel Neuer, è stato invitato a presentare appena due giorni fa al Congresso degli Stati Uniti. Nel report di Un Watch non si parla solo del marito di Francesca Albanese, ma anche di una serie di posizioni pubbliche che «lascerebbero dubitare dell’assenza di pregiudizi nei confronti di Israele». Sul Palestine Chronicle la collaboratrice delle Nazioni Unite attacca l’esistenza di Israele, sostenendo che lo Stato ebraico è «in violazione di lunga data dei principi fondamentali del diritto internazionale, iniziato 70 anni fa con lo spopolamento forzato di due terzi del territorio di popolazione araba indigena in quello che divenne lo Stato di Israele nella Palestina, sotto mandato britannico».
«Prima della sua nomina», spiega Neuer al Congresso statunitense, «Un Watch ha informato il Consiglio che Albanese aveva ripetutamente equiparato la sofferenza palestinese all’Olocausto nazista e accusato Israele di crimini di guerra, apartheid e genocidio. In un post su Facebook del 2014, ha scritto che l’America è “soggiogata dalla lobby ebraica”. Tuttavia, il Consiglio l’ha nominata. Da allora, Albanese ha utilizzato il suo incarico all’Onu per legittimare effettivamente il terrorismo. Lo scorso novembre, in un discorso a una conferenza di Hamas, ha affermato: “ha il diritto di resistere”». Sì, un esperto di diritti umani delle Nazioni Unite ha incoraggiato Hamas. Sei giorni fa, ha guidato altri sei cosiddetti esperti delle Nazioni Unite ad accusare Israele di tentato genocidio».
La relazione di Neuer cita anche altri commissari. «Miloon Kothari l’anno scorso ha rilasciato un’intervista in cui si è scagliato contro “la lobby ebraica” e ha messo in dubbio il diritto di Israele di essere membro delle Nazioni Unite. È stato condannato da numerosi paesi e funzionari delle Nazioni Unite per antisemitismo, eppure rimane al suo posto», spiega il direttore di Un Watch, che poi cita Navi Pillay, Craig Mokhiber e molti altri.
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La Casa Bianca annuncia l’accordo: stop quotidiano alle ostilità. Gerusalemme smentisce solo in parte. Per i prigionieri si muovono pure Cia e Mossad. Pressing su Doha e Ankara per mollare i fondamentalisti.Francesca Albanese, inviata Onu pro Palestina, replica alle accuse sul conflitto d’interessi: «Mio marito non c’entra. Siamo al patriarcato». Ma Un Watch conferma: «Dice che il genocidio lo compiono gli ebrei».Lo speciale contiene due articoli.È una sorta di giallo diplomatico quello verificatosi ieri sulla crisi mediorientale. La Casa Bianca aveva reso noto che Israele aveva accettato di sospendere le operazioni militari a Gaza per quattro ore ogni giorno e di istituire due corridoi umanitari per consentire ai civili di spostarsi verso il Sud della Striscia. La Casa Bianca aveva anche affermato che l’accordo era stato raggiunto attraverso i recenti colloqui intercorsi tra Joe Biden e Benjamin Netanyahu. Tuttavia, poco dopo è arrivata una (mezza) smentita dal governo israeliano. Secondo il Times of Israel, l’ufficio di Netanyahu ha infatti puntualizzato che le interruzioni belliche sarebbero già in vigore. E, dal canto suo, il ministro israeliano per la Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, ha definito un «grave errore» queste eventuali pause. Insomma, Washington e Gerusalemme non sembrano esattamente allineate, mentre il rebus sul futuro politico di Gaza continua a tenere banco. Il direttore della Cia, William Burns, ha fatto tappa in Qatar nell’ambito del suo tour mediorientale. Ufficialmente la motivazione della visita era legata alle trattative sugli ostaggi in mano ad Hamas: secondo Reuters, l’eventuale intesa prevedrebbe il rilascio di una quindicina di prigionieri in cambio di una pausa umanitaria di uno o due giorni. Tuttavia è probabile che, nei suoi colloqui con i funzionari qatarioti, Burns abbia affrontato anche la questione della sistemazione politico-istituzionale di Gaza in un eventuale post Hamas. D’altronde ai colloqui ha preso parte anche il capo del Mossad, David Barnea. Il Qatar intrattiene storici rapporti con Hamas e, nel recente passato, lo ha alacremente finanziato. Questo gruppo terroristico è spalleggiato anche dall’Iran, con cui Doha vanta a sua volta solidi legami. Non è un mistero che, da giorni, gli Usa stiano cercando di spingere affinché Gaza sia in futuro governata dall’Anp: uno scenario rispetto a cui il presidente della stessa Anp, Abu Mazen, si è mostrato possibilista. Washington sta quindi provando a trattare con alcuni degli sponsor di Hamas, soprattutto Doha e Ankara, per convincerli ad abbandonare sia questa organizzazione sia l’Iran, che ha invece confermato il proprio sostegno alla stessa Hamas: non a caso l’ayatollah Ali Khamenei ha ricevuto recentemente i suoi leader a Teheran. Del resto, proprio Hamas non ha alcuna intenzione di fare un passo indietro. «Governare Gaza o parte della nostra terra è un affare palestinese, e nessuna forza sarà in grado di cambiare la realtà o imporre la propria volontà», ha tuonato mercoledì il portavoce dell’organizzazione, Abdul-Latif al-Qanou, replicando al portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale americano, John Kirby, che aveva escluso un ruolo di Hamas nel futuro politico della Striscia. Bisognerà adesso capire se la moral suasion statunitense su qatarioti e turchi funzionerà. È in questo quadro che va inserito il recente tour mediorientale del segretario di Stato americano, Tony Blinken, e quello in corso di Burns. D’altronde, è abbastanza chiaro come il post Hamas sia una delle preoccupazioni principali del capo della Cia. Secondo il Wall Street Journal, Burns aveva proposto a Fattah Al Sisi di gestire temporaneamente la sicurezza di Gaza in attesa che possa instaurarsi un governo dell’Anp: un’offerta che tuttavia il presidente egiziano ha respinto, sostenendo di non voler partecipare all’estromissione di Hamas dal potere, visto che quest’ultima - secondo Al Sisi- avrebbe mantenuto il confine con l’Egitto relativamente calmo negli scorsi anni. Il presidente egiziano riceverà inoltre oggi l’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al Thani, per dei colloqui, mentre ieri una delegazione di Hamas si è incontrata al Cairo con il capo dei servizi segreti locali, Abbas Kamel. L’Egitto, che non controlla più Gaza dal 1967, non sembra insomma essere per ora troppo intenzionato a rompere con l’organizzazione.L’altro attore con cui Washington deve interfacciarsi sul futuro della Striscia è ovviamente Israele. In un primo momento, gli americani si erano detti totalmente contrari a una rioccupazione di Gaza da parte dello Stato ebraico, che si è ritirato dalla Striscia nel 1994. Tuttavia, mercoledì Kirby ha parzialmente addolcito i toni. «Penso che tutti noi possiamo prevedere un periodo di tempo, dopo la fine del conflitto, in cui le forze israeliane probabilmente saranno ancora a Gaza e avranno alcune responsabilità iniziali in materia di sicurezza», ha detto, per poi tuttavia precisare: «Sappiamo cosa non vogliamo vedere a Gaza dopo il conflitto: non vogliamo vedere Hamas al comando e non vogliamo vedere una rioccupazione da parte di Israele». Lunedì, Netanyahu aveva tuttavia detto che Israele ha intenzione di assumersi la responsabilità della sicurezza a Gaza dopo il conflitto per un «periodo indefinito». Intanto, Emmanuel Macron, durante la conferenza sugli aiuti a Gaza apertasi ieri a Parigi, ha annunciato 100 milioni di euro in assistenza e ha invocato una «pausa umanitaria» in vista di un «cessate il fuoco». Uno scenario che Kirby ieri è tornato a escludere, mentre a favore delle sole pause, oltre agli americani, si sono detti il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, e il titolare della Farnesina, Antonio Tajani, che ha sottolineato di voler rafforzare le attività umanitarie italiane.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/missione-usa-qatar-dopo-hamas-2666221307.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="linviata-onu-pro-palestina-si-difende" data-post-id="2666221307" data-published-at="1699572692" data-use-pagination="False"> L’inviata Onu pro Palestina si difende Nell’ultimo mese la stragrande maggioranza dei funzionari dell’Onu, nonostante le molteplici condanne del leader internazionali nei confronti di Hamas, hanno puntato il dito contro Israele. Alcuni di loro sono stati considerati faziosi da Un Watch, l’unica Ong accreditata alle Nazioni Unite che monitora l’organismo mondiale, difende i diritti umani e combatte le dittature e i doppi standard. In questa lista di commissari a ricevere la maggiore attenzione è stata la «special rapporteur» delle Nazioni Unite sui diritti umani in Palestina, Francesca Albanese. A sollevare la questione per primo è stato il giornalista Mediaset Antonino Monteleone, che in un post su X ha evidenziato i dubbi di Un Watch circa la sua imparzialità per il ruolo affidatole. Il marito, Massimiliano Calì, è consigliere economico del ministero dell’Economia nazionale dello Stato di Palestina, a Ramallah. Proprio in questa veste, lavorando per il governo del presidente palestinese, Mahmoud Abbas, il marito di Albanese ha scritto un rapporto intitolato: «I costi economici dell’occupazione israeliana per i territori palestinesi occupati». La donna, dopo le accuse, non nuove a suo dire, ha risposto con un lungo post sui social dichiarando che il marito «non è mai stato assunto o pagato dall’Autorità palestinese. Mai. Nel 2011, quando vivevamo a Gerusalemme, ha fatto una consulenza per l’Onu nel territorio palestinese occupato, il cui ruolo prevedeva il rafforzamento di capacità del ministero dell’Economia palestinese». Poi chiama in causa (indovinate un po’?) il solito patriarcato: «Siamo nel XXI secolo. Non è più l’era in cui le donne rispondono del lavoro degli uomini. Il patriarcato è roba del passato, no?». Infine butta fango proprio sull’Ong accreditata dalle Nazioni Unite, la Un Watch: «Organismo noto come dileggiatore di qualsiasi voce critica delle politiche di Israele nel territorio Palestinese occupato, è nota a tutti». Eppure le informazioni che riporta la Un Watch sono fatti, elencati molto bene nella relazione che il suo direttore, Hillel Neuer, è stato invitato a presentare appena due giorni fa al Congresso degli Stati Uniti. Nel report di Un Watch non si parla solo del marito di Francesca Albanese, ma anche di una serie di posizioni pubbliche che «lascerebbero dubitare dell’assenza di pregiudizi nei confronti di Israele». Sul Palestine Chronicle la collaboratrice delle Nazioni Unite attacca l’esistenza di Israele, sostenendo che lo Stato ebraico è «in violazione di lunga data dei principi fondamentali del diritto internazionale, iniziato 70 anni fa con lo spopolamento forzato di due terzi del territorio di popolazione araba indigena in quello che divenne lo Stato di Israele nella Palestina, sotto mandato britannico». «Prima della sua nomina», spiega Neuer al Congresso statunitense, «Un Watch ha informato il Consiglio che Albanese aveva ripetutamente equiparato la sofferenza palestinese all’Olocausto nazista e accusato Israele di crimini di guerra, apartheid e genocidio. In un post su Facebook del 2014, ha scritto che l’America è “soggiogata dalla lobby ebraica”. Tuttavia, il Consiglio l’ha nominata. Da allora, Albanese ha utilizzato il suo incarico all’Onu per legittimare effettivamente il terrorismo. Lo scorso novembre, in un discorso a una conferenza di Hamas, ha affermato: “ha il diritto di resistere”». Sì, un esperto di diritti umani delle Nazioni Unite ha incoraggiato Hamas. Sei giorni fa, ha guidato altri sei cosiddetti esperti delle Nazioni Unite ad accusare Israele di tentato genocidio». La relazione di Neuer cita anche altri commissari. «Miloon Kothari l’anno scorso ha rilasciato un’intervista in cui si è scagliato contro “la lobby ebraica” e ha messo in dubbio il diritto di Israele di essere membro delle Nazioni Unite. È stato condannato da numerosi paesi e funzionari delle Nazioni Unite per antisemitismo, eppure rimane al suo posto», spiega il direttore di Un Watch, che poi cita Navi Pillay, Craig Mokhiber e molti altri.
Christine Lagarde (Ansa)
Lo ammette senza troppi giri di parole Christine Lagarde: abbiamo discusso un possibile rialzo dei tassi. Discusso. Valutato. Soppesato. Poi archiviato. Per ora. Con un’aggiunta che sa più di promessa che di prudenza: se ne riparlerà a giugno. La realtà è salita sul palcoscenico e ha cambiato la scena. La guerra in Medio Oriente riapre una ferita che l’Europa conosce benissimo ma finge di dimenticare: l’energia che diventa arma. Il blocco dello Stretto di Hormuz - nome quasi astratto finché non arriva la bolletta della luce - non è solo una variabile economica. È una leva politica travestita da pompa di benzina. E infatti l’inflazione, che sembrava finalmente domata, decide di rialzare la testa. Ad aprile torna al 3%. Non un’esplosione, ma abbastanza per ricordare alla Bce che il 2% non è un suggerimento: è una linea di confine. Perché mentre i prezzi ripartono, l’economia rallenta. L’Eurozona nel primo trimestre è migliorata dello 0,1%. Tecnicamente è un miglioramento, praticamente un battito di ciglia. Definirla «bassa crescita», come fa Lagarde, è un esercizio di stile che meriterebbe un premio a parte: quello per l’ottimismo resistente.
Ed è in questo equilibrio instabile che la Bce si ritrova intrappolata. Da una parte l’inflazione che rialza la voce, dall’altra una crescita che ha perso le corde vocali. In mezzo, la politica monetaria che tenta di non scegliere per non sbagliare. O meglio sceglie di aspettare perché qualsiasi scelta avrebbe un costo. «Abbiamo preso la decisione di non toccare i tassi perché le informazioni sono ancora insufficienti», dice Lagarde. Onesta, ma inquietante. Il tempo che passa, in economia, non è mai neutrale. Poi arriva la frase chiave che fa alzare qualche sopracciglio: «Ci stiamo allontanando dal nostro scenario di base». Come dire: le stime su cui pensavamo di basarci - guerra breve, energia sotto controllo, inflazione in discesa - si stanno sgretolando. Non crollano, certo. Ma si incrinano abbastanza da rendere ogni previsione una scommessa. E qui la lettura diventa inevitabilmente più critica. Perché la sensazione è che la Bce, ancora una volta, si trova a inseguire gli eventi invece di anticiparli. Un thriller già visto: nel 2011, con il rialzo dei tassi che alimentò la crisi del debito. Nel 2022, sottovalutando l’inflazione fino a farla diventare un problema strutturale. Due errori opposti, ma figli dello stesso difetto: arrivare sempre un attimo dopo. È proprio questo l’incubo che incombe sulle riunioni di Francoforte. Non tanto cosa fare, ma cosa non fare. E in economia, come in politica, la paura di sbagliare diventa strategia: quella del rinvio permanente. Nel frattempo, il resto del mondo fa coro. La Federal Reserve per la terza volta di fila resta ferma, la Bank of England pure. Tutti prudenti, tutti immobili, tutti in attesa che qualcun altro faccia il primo passo. È la globalizzazione della cautela: nessuno vuole essere ricordato come quello che ha mosso la pedina sbagliata nel momento sbagliato. Sotto questa calma apparente, il sistema si muove. Le aspettative di inflazione risalgono, la fiducia di imprese e famiglie si incrina, la guerra non ha ancora scaricato tutto il suo impatto sull’economia reale. La quiete che precede non il temporale ma la revisione del meteo. E così il quadro finale è quasi sospeso: tassi fermi, dibattito acceso; inflazione in salita, ma non fuori controllo; crescita debole, ma non assente. Una sorta di equilibrio instabile in cui tutto sembra tenere finché non precipita. Ed è qui che la narrazione di Lagarde diventa più fragile, quasi difensiva. La prudenza viene presentata come virtù, ma rischia di diventare una postura permanente. E il mercato, si sa, non premia chi aspetta troppo a lungo di decidere: premia chi arriva prima di essere costretto a rincorrere. La conclusione, allora, è meno rassicurante di quanto sembri. La Bce non è immobile: è semplicemente in attesa del momento in cui muoversi sarà inevitabile. Ha scelto la pausa. Ma è una pausa che somiglia sempre di più a una sospensione carica di tensione. E quando il sipario si rialzerà non basterà più raccontare che «si è discusso il rialzo». Il pubblico chiederà spiegazioni.
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