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2023-11-10
Missione Usa in Qatar sul dopo Hamas. La tregua si riduce a 4 ore al giorno
Il portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale americano, John Kirby (Ansa)
È una sorta di giallo diplomatico quello verificatosi ieri sulla crisi mediorientale. La Casa Bianca aveva reso noto che Israele aveva accettato di sospendere le operazioni militari a Gaza per quattro ore ogni giorno e di istituire due corridoi umanitari per consentire ai civili di spostarsi verso il Sud della Striscia. La Casa Bianca aveva anche affermato che l’accordo era stato raggiunto attraverso i recenti colloqui intercorsi tra Joe Biden e Benjamin Netanyahu. Tuttavia, poco dopo è arrivata una (mezza) smentita dal governo israeliano. Secondo il Times of Israel, l’ufficio di Netanyahu ha infatti puntualizzato che le interruzioni belliche sarebbero già in vigore. E, dal canto suo, il ministro israeliano per la Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, ha definito un «grave errore» queste eventuali pause.
Insomma, Washington e Gerusalemme non sembrano esattamente allineate, mentre il rebus sul futuro politico di Gaza continua a tenere banco. Il direttore della Cia, William Burns, ha fatto tappa in Qatar nell’ambito del suo tour mediorientale. Ufficialmente la motivazione della visita era legata alle trattative sugli ostaggi in mano ad Hamas: secondo Reuters, l’eventuale intesa prevedrebbe il rilascio di una quindicina di prigionieri in cambio di una pausa umanitaria di uno o due giorni. Tuttavia è probabile che, nei suoi colloqui con i funzionari qatarioti, Burns abbia affrontato anche la questione della sistemazione politico-istituzionale di Gaza in un eventuale post Hamas. D’altronde ai colloqui ha preso parte anche il capo del Mossad, David Barnea.
Il Qatar intrattiene storici rapporti con Hamas e, nel recente passato, lo ha alacremente finanziato. Questo gruppo terroristico è spalleggiato anche dall’Iran, con cui Doha vanta a sua volta solidi legami. Non è un mistero che, da giorni, gli Usa stiano cercando di spingere affinché Gaza sia in futuro governata dall’Anp: uno scenario rispetto a cui il presidente della stessa Anp, Abu Mazen, si è mostrato possibilista. Washington sta quindi provando a trattare con alcuni degli sponsor di Hamas, soprattutto Doha e Ankara, per convincerli ad abbandonare sia questa organizzazione sia l’Iran, che ha invece confermato il proprio sostegno alla stessa Hamas: non a caso l’ayatollah Ali Khamenei ha ricevuto recentemente i suoi leader a Teheran.
Del resto, proprio Hamas non ha alcuna intenzione di fare un passo indietro. «Governare Gaza o parte della nostra terra è un affare palestinese, e nessuna forza sarà in grado di cambiare la realtà o imporre la propria volontà», ha tuonato mercoledì il portavoce dell’organizzazione, Abdul-Latif al-Qanou, replicando al portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale americano, John Kirby, che aveva escluso un ruolo di Hamas nel futuro politico della Striscia. Bisognerà adesso capire se la moral suasion statunitense su qatarioti e turchi funzionerà. È in questo quadro che va inserito il recente tour mediorientale del segretario di Stato americano, Tony Blinken, e quello in corso di Burns.
D’altronde, è abbastanza chiaro come il post Hamas sia una delle preoccupazioni principali del capo della Cia. Secondo il Wall Street Journal, Burns aveva proposto a Fattah Al Sisi di gestire temporaneamente la sicurezza di Gaza in attesa che possa instaurarsi un governo dell’Anp: un’offerta che tuttavia il presidente egiziano ha respinto, sostenendo di non voler partecipare all’estromissione di Hamas dal potere, visto che quest’ultima - secondo Al Sisi- avrebbe mantenuto il confine con l’Egitto relativamente calmo negli scorsi anni. Il presidente egiziano riceverà inoltre oggi l’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al Thani, per dei colloqui, mentre ieri una delegazione di Hamas si è incontrata al Cairo con il capo dei servizi segreti locali, Abbas Kamel. L’Egitto, che non controlla più Gaza dal 1967, non sembra insomma essere per ora troppo intenzionato a rompere con l’organizzazione.
L’altro attore con cui Washington deve interfacciarsi sul futuro della Striscia è ovviamente Israele. In un primo momento, gli americani si erano detti totalmente contrari a una rioccupazione di Gaza da parte dello Stato ebraico, che si è ritirato dalla Striscia nel 1994. Tuttavia, mercoledì Kirby ha parzialmente addolcito i toni. «Penso che tutti noi possiamo prevedere un periodo di tempo, dopo la fine del conflitto, in cui le forze israeliane probabilmente saranno ancora a Gaza e avranno alcune responsabilità iniziali in materia di sicurezza», ha detto, per poi tuttavia precisare: «Sappiamo cosa non vogliamo vedere a Gaza dopo il conflitto: non vogliamo vedere Hamas al comando e non vogliamo vedere una rioccupazione da parte di Israele». Lunedì, Netanyahu aveva tuttavia detto che Israele ha intenzione di assumersi la responsabilità della sicurezza a Gaza dopo il conflitto per un «periodo indefinito».
Intanto, Emmanuel Macron, durante la conferenza sugli aiuti a Gaza apertasi ieri a Parigi, ha annunciato 100 milioni di euro in assistenza e ha invocato una «pausa umanitaria» in vista di un «cessate il fuoco». Uno scenario che Kirby ieri è tornato a escludere, mentre a favore delle sole pause, oltre agli americani, si sono detti il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, e il titolare della Farnesina, Antonio Tajani, che ha sottolineato di voler rafforzare le attività umanitarie italiane.
L’inviata Onu pro Palestina si difende
Nell’ultimo mese la stragrande maggioranza dei funzionari dell’Onu, nonostante le molteplici condanne del leader internazionali nei confronti di Hamas, hanno puntato il dito contro Israele. Alcuni di loro sono stati considerati faziosi da Un Watch, l’unica Ong accreditata alle Nazioni Unite che monitora l’organismo mondiale, difende i diritti umani e combatte le dittature e i doppi standard. In questa lista di commissari a ricevere la maggiore attenzione è stata la «special rapporteur» delle Nazioni Unite sui diritti umani in Palestina, Francesca Albanese. A sollevare la questione per primo è stato il giornalista Mediaset Antonino Monteleone, che in un post su X ha evidenziato i dubbi di Un Watch circa la sua imparzialità per il ruolo affidatole. Il marito, Massimiliano Calì, è consigliere economico del ministero dell’Economia nazionale dello Stato di Palestina, a Ramallah. Proprio in questa veste, lavorando per il governo del presidente palestinese, Mahmoud Abbas, il marito di Albanese ha scritto un rapporto intitolato: «I costi economici dell’occupazione israeliana per i territori palestinesi occupati».
La donna, dopo le accuse, non nuove a suo dire, ha risposto con un lungo post sui social dichiarando che il marito «non è mai stato assunto o pagato dall’Autorità palestinese. Mai. Nel 2011, quando vivevamo a Gerusalemme, ha fatto una consulenza per l’Onu nel territorio palestinese occupato, il cui ruolo prevedeva il rafforzamento di capacità del ministero dell’Economia palestinese». Poi chiama in causa (indovinate un po’?) il solito patriarcato: «Siamo nel XXI secolo. Non è più l’era in cui le donne rispondono del lavoro degli uomini. Il patriarcato è roba del passato, no?».
Infine butta fango proprio sull’Ong accreditata dalle Nazioni Unite, la Un Watch: «Organismo noto come dileggiatore di qualsiasi voce critica delle politiche di Israele nel territorio Palestinese occupato, è nota a tutti».
Eppure le informazioni che riporta la Un Watch sono fatti, elencati molto bene nella relazione che il suo direttore, Hillel Neuer, è stato invitato a presentare appena due giorni fa al Congresso degli Stati Uniti. Nel report di Un Watch non si parla solo del marito di Francesca Albanese, ma anche di una serie di posizioni pubbliche che «lascerebbero dubitare dell’assenza di pregiudizi nei confronti di Israele». Sul Palestine Chronicle la collaboratrice delle Nazioni Unite attacca l’esistenza di Israele, sostenendo che lo Stato ebraico è «in violazione di lunga data dei principi fondamentali del diritto internazionale, iniziato 70 anni fa con lo spopolamento forzato di due terzi del territorio di popolazione araba indigena in quello che divenne lo Stato di Israele nella Palestina, sotto mandato britannico».
«Prima della sua nomina», spiega Neuer al Congresso statunitense, «Un Watch ha informato il Consiglio che Albanese aveva ripetutamente equiparato la sofferenza palestinese all’Olocausto nazista e accusato Israele di crimini di guerra, apartheid e genocidio. In un post su Facebook del 2014, ha scritto che l’America è “soggiogata dalla lobby ebraica”. Tuttavia, il Consiglio l’ha nominata. Da allora, Albanese ha utilizzato il suo incarico all’Onu per legittimare effettivamente il terrorismo. Lo scorso novembre, in un discorso a una conferenza di Hamas, ha affermato: “ha il diritto di resistere”». Sì, un esperto di diritti umani delle Nazioni Unite ha incoraggiato Hamas. Sei giorni fa, ha guidato altri sei cosiddetti esperti delle Nazioni Unite ad accusare Israele di tentato genocidio».
La relazione di Neuer cita anche altri commissari. «Miloon Kothari l’anno scorso ha rilasciato un’intervista in cui si è scagliato contro “la lobby ebraica” e ha messo in dubbio il diritto di Israele di essere membro delle Nazioni Unite. È stato condannato da numerosi paesi e funzionari delle Nazioni Unite per antisemitismo, eppure rimane al suo posto», spiega il direttore di Un Watch, che poi cita Navi Pillay, Craig Mokhiber e molti altri.
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La Casa Bianca annuncia l’accordo: stop quotidiano alle ostilità. Gerusalemme smentisce solo in parte. Per i prigionieri si muovono pure Cia e Mossad. Pressing su Doha e Ankara per mollare i fondamentalisti.Francesca Albanese, inviata Onu pro Palestina, replica alle accuse sul conflitto d’interessi: «Mio marito non c’entra. Siamo al patriarcato». Ma Un Watch conferma: «Dice che il genocidio lo compiono gli ebrei».Lo speciale contiene due articoli.È una sorta di giallo diplomatico quello verificatosi ieri sulla crisi mediorientale. La Casa Bianca aveva reso noto che Israele aveva accettato di sospendere le operazioni militari a Gaza per quattro ore ogni giorno e di istituire due corridoi umanitari per consentire ai civili di spostarsi verso il Sud della Striscia. La Casa Bianca aveva anche affermato che l’accordo era stato raggiunto attraverso i recenti colloqui intercorsi tra Joe Biden e Benjamin Netanyahu. Tuttavia, poco dopo è arrivata una (mezza) smentita dal governo israeliano. Secondo il Times of Israel, l’ufficio di Netanyahu ha infatti puntualizzato che le interruzioni belliche sarebbero già in vigore. E, dal canto suo, il ministro israeliano per la Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, ha definito un «grave errore» queste eventuali pause. Insomma, Washington e Gerusalemme non sembrano esattamente allineate, mentre il rebus sul futuro politico di Gaza continua a tenere banco. Il direttore della Cia, William Burns, ha fatto tappa in Qatar nell’ambito del suo tour mediorientale. Ufficialmente la motivazione della visita era legata alle trattative sugli ostaggi in mano ad Hamas: secondo Reuters, l’eventuale intesa prevedrebbe il rilascio di una quindicina di prigionieri in cambio di una pausa umanitaria di uno o due giorni. Tuttavia è probabile che, nei suoi colloqui con i funzionari qatarioti, Burns abbia affrontato anche la questione della sistemazione politico-istituzionale di Gaza in un eventuale post Hamas. D’altronde ai colloqui ha preso parte anche il capo del Mossad, David Barnea. Il Qatar intrattiene storici rapporti con Hamas e, nel recente passato, lo ha alacremente finanziato. Questo gruppo terroristico è spalleggiato anche dall’Iran, con cui Doha vanta a sua volta solidi legami. Non è un mistero che, da giorni, gli Usa stiano cercando di spingere affinché Gaza sia in futuro governata dall’Anp: uno scenario rispetto a cui il presidente della stessa Anp, Abu Mazen, si è mostrato possibilista. Washington sta quindi provando a trattare con alcuni degli sponsor di Hamas, soprattutto Doha e Ankara, per convincerli ad abbandonare sia questa organizzazione sia l’Iran, che ha invece confermato il proprio sostegno alla stessa Hamas: non a caso l’ayatollah Ali Khamenei ha ricevuto recentemente i suoi leader a Teheran. Del resto, proprio Hamas non ha alcuna intenzione di fare un passo indietro. «Governare Gaza o parte della nostra terra è un affare palestinese, e nessuna forza sarà in grado di cambiare la realtà o imporre la propria volontà», ha tuonato mercoledì il portavoce dell’organizzazione, Abdul-Latif al-Qanou, replicando al portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale americano, John Kirby, che aveva escluso un ruolo di Hamas nel futuro politico della Striscia. Bisognerà adesso capire se la moral suasion statunitense su qatarioti e turchi funzionerà. È in questo quadro che va inserito il recente tour mediorientale del segretario di Stato americano, Tony Blinken, e quello in corso di Burns. D’altronde, è abbastanza chiaro come il post Hamas sia una delle preoccupazioni principali del capo della Cia. Secondo il Wall Street Journal, Burns aveva proposto a Fattah Al Sisi di gestire temporaneamente la sicurezza di Gaza in attesa che possa instaurarsi un governo dell’Anp: un’offerta che tuttavia il presidente egiziano ha respinto, sostenendo di non voler partecipare all’estromissione di Hamas dal potere, visto che quest’ultima - secondo Al Sisi- avrebbe mantenuto il confine con l’Egitto relativamente calmo negli scorsi anni. Il presidente egiziano riceverà inoltre oggi l’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al Thani, per dei colloqui, mentre ieri una delegazione di Hamas si è incontrata al Cairo con il capo dei servizi segreti locali, Abbas Kamel. L’Egitto, che non controlla più Gaza dal 1967, non sembra insomma essere per ora troppo intenzionato a rompere con l’organizzazione.L’altro attore con cui Washington deve interfacciarsi sul futuro della Striscia è ovviamente Israele. In un primo momento, gli americani si erano detti totalmente contrari a una rioccupazione di Gaza da parte dello Stato ebraico, che si è ritirato dalla Striscia nel 1994. Tuttavia, mercoledì Kirby ha parzialmente addolcito i toni. «Penso che tutti noi possiamo prevedere un periodo di tempo, dopo la fine del conflitto, in cui le forze israeliane probabilmente saranno ancora a Gaza e avranno alcune responsabilità iniziali in materia di sicurezza», ha detto, per poi tuttavia precisare: «Sappiamo cosa non vogliamo vedere a Gaza dopo il conflitto: non vogliamo vedere Hamas al comando e non vogliamo vedere una rioccupazione da parte di Israele». Lunedì, Netanyahu aveva tuttavia detto che Israele ha intenzione di assumersi la responsabilità della sicurezza a Gaza dopo il conflitto per un «periodo indefinito». Intanto, Emmanuel Macron, durante la conferenza sugli aiuti a Gaza apertasi ieri a Parigi, ha annunciato 100 milioni di euro in assistenza e ha invocato una «pausa umanitaria» in vista di un «cessate il fuoco». Uno scenario che Kirby ieri è tornato a escludere, mentre a favore delle sole pause, oltre agli americani, si sono detti il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, e il titolare della Farnesina, Antonio Tajani, che ha sottolineato di voler rafforzare le attività umanitarie italiane.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/missione-usa-qatar-dopo-hamas-2666221307.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="linviata-onu-pro-palestina-si-difende" data-post-id="2666221307" data-published-at="1699572692" data-use-pagination="False"> L’inviata Onu pro Palestina si difende Nell’ultimo mese la stragrande maggioranza dei funzionari dell’Onu, nonostante le molteplici condanne del leader internazionali nei confronti di Hamas, hanno puntato il dito contro Israele. Alcuni di loro sono stati considerati faziosi da Un Watch, l’unica Ong accreditata alle Nazioni Unite che monitora l’organismo mondiale, difende i diritti umani e combatte le dittature e i doppi standard. In questa lista di commissari a ricevere la maggiore attenzione è stata la «special rapporteur» delle Nazioni Unite sui diritti umani in Palestina, Francesca Albanese. A sollevare la questione per primo è stato il giornalista Mediaset Antonino Monteleone, che in un post su X ha evidenziato i dubbi di Un Watch circa la sua imparzialità per il ruolo affidatole. Il marito, Massimiliano Calì, è consigliere economico del ministero dell’Economia nazionale dello Stato di Palestina, a Ramallah. Proprio in questa veste, lavorando per il governo del presidente palestinese, Mahmoud Abbas, il marito di Albanese ha scritto un rapporto intitolato: «I costi economici dell’occupazione israeliana per i territori palestinesi occupati». La donna, dopo le accuse, non nuove a suo dire, ha risposto con un lungo post sui social dichiarando che il marito «non è mai stato assunto o pagato dall’Autorità palestinese. Mai. Nel 2011, quando vivevamo a Gerusalemme, ha fatto una consulenza per l’Onu nel territorio palestinese occupato, il cui ruolo prevedeva il rafforzamento di capacità del ministero dell’Economia palestinese». Poi chiama in causa (indovinate un po’?) il solito patriarcato: «Siamo nel XXI secolo. Non è più l’era in cui le donne rispondono del lavoro degli uomini. Il patriarcato è roba del passato, no?». Infine butta fango proprio sull’Ong accreditata dalle Nazioni Unite, la Un Watch: «Organismo noto come dileggiatore di qualsiasi voce critica delle politiche di Israele nel territorio Palestinese occupato, è nota a tutti». Eppure le informazioni che riporta la Un Watch sono fatti, elencati molto bene nella relazione che il suo direttore, Hillel Neuer, è stato invitato a presentare appena due giorni fa al Congresso degli Stati Uniti. Nel report di Un Watch non si parla solo del marito di Francesca Albanese, ma anche di una serie di posizioni pubbliche che «lascerebbero dubitare dell’assenza di pregiudizi nei confronti di Israele». Sul Palestine Chronicle la collaboratrice delle Nazioni Unite attacca l’esistenza di Israele, sostenendo che lo Stato ebraico è «in violazione di lunga data dei principi fondamentali del diritto internazionale, iniziato 70 anni fa con lo spopolamento forzato di due terzi del territorio di popolazione araba indigena in quello che divenne lo Stato di Israele nella Palestina, sotto mandato britannico». «Prima della sua nomina», spiega Neuer al Congresso statunitense, «Un Watch ha informato il Consiglio che Albanese aveva ripetutamente equiparato la sofferenza palestinese all’Olocausto nazista e accusato Israele di crimini di guerra, apartheid e genocidio. In un post su Facebook del 2014, ha scritto che l’America è “soggiogata dalla lobby ebraica”. Tuttavia, il Consiglio l’ha nominata. Da allora, Albanese ha utilizzato il suo incarico all’Onu per legittimare effettivamente il terrorismo. Lo scorso novembre, in un discorso a una conferenza di Hamas, ha affermato: “ha il diritto di resistere”». Sì, un esperto di diritti umani delle Nazioni Unite ha incoraggiato Hamas. Sei giorni fa, ha guidato altri sei cosiddetti esperti delle Nazioni Unite ad accusare Israele di tentato genocidio». La relazione di Neuer cita anche altri commissari. «Miloon Kothari l’anno scorso ha rilasciato un’intervista in cui si è scagliato contro “la lobby ebraica” e ha messo in dubbio il diritto di Israele di essere membro delle Nazioni Unite. È stato condannato da numerosi paesi e funzionari delle Nazioni Unite per antisemitismo, eppure rimane al suo posto», spiega il direttore di Un Watch, che poi cita Navi Pillay, Craig Mokhiber e molti altri.
«The Beauty» (Disney+)
E quelle figure statuarie, i loro corpi e i volti calibrati con proporzioni auree, pian piano muoiono. Una, poi un'altra, un'altra ancora. Le creature perfette, avvolte in abiti di ultima moda, vengono trovate senza più vita. E quel che sulle prime era stata liquidata come una macabra coincidenza diventa presto il seme di un'indagine.
Due agenti dell'Fbi, Cooper Madesn e Jordan Bennett, vengono spediti a Parigi, per far luce sugli strani decessi che macchiano la copertina patinata della haute couture. La settimana della moda francese, il suo eterno richiamo globale, è appena agli inizi quando i due americani mettono piede a Parigi. Troppe top model sono morte in circostanze misteriose e non ci vuole granché prima che la coppia apprenda con orrore che, dietro quegli strani decessi, c'è l'ombra di un virus. Un virus sessualmente trasmissibile, capace di renderti bello fino a morire. La malattia, senza nome, si diffonde attraverso il piacere, e pare amplificarlo. Chiunque venga contagiato si trasforma, il corpo miracolosamente definito e il viso trasformato. Diventa bello come un Dio, ma nel farlo pecca d'hybris. La parentesi dorata, l'intermezzo della perfezione, si spegne, il cuore cede. Chiunque si ammali, pur bellissimo, muore. E la colpa, in una società ossessionata dal proprio aspetto, sembra essere di un oscuro miliardario delle tecnologie, reo di aver creato un farmaco chiamato The Beauty. Il miliardario, nella serie televisiva, ha il volto (pressoché irriconoscibile) di Ashton Kutcher, primo di una lunga quanto blasonata lista di attori.
In The Beauty, recitano - fra gli altri - Bella Hadid, Evan Peters, Nicola Anne Peltz, Peter Gallagher. E la mano, capace di muoversi con maestria superba, tra l'horror e il trash, senza dimenticare di fondare entrambi sulla più spietata critica sociale, è quella di Ryan Murphy, sempiterna garanzia di un intrattenimento di altissima qualità.
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Il presidente dell'Inps Gabriele Fava (Ansa)
Eppure nonostante questo tema si ripresenti puntualmente nell’agenda di ogni presidente e che pure Fava sta affrontando con una serie di azioni giudiziali e stragiudiziali «per il recupero delle morosità e il contrasto delle occupazioni abusive» e con misure «di sicurezza per prevenire e dissuadere nuove occupazioni», l’Inps continua a investire nell’espansione del patrimonio immobiliare.
Per il triennio 2026-2028 è previsto un volume di acquisti per circa 220 milioni di euro, con 80 milioni previsti per il 2026 e per il 2027 e 60 milioni per il 2028. Dal 2021 al 2024 sono stati acquistati immobili per un totale di circa 128,6 milioni di euro. Ma come mai, verrebbe da chiedersi, anche se gli immobili sono un grattacapo tra occupazioni abusive e morosità, si insiste in questo investimento? Non sarebbe preferibile mettere i soldi, frutto dei versamenti dei lavoratori, magari in titoli pubblici dal rendimento sicuro?
Dall’audizione emerge che la maggior parte del patrimonio non risponde ad esigenze di uso strumentale, cioè mancherebbero le sedi, gli uffici di un istituto che è un colosso a livello europeo. «L’acquisto di immobili destinati a sedi istituzionali, in sostituzione di spazi condotti in locazione», ha spiegato il presidente Fava, «mira a contenere la spesa pubblica e si basa su linee guida e regolamenti interni che prevedono piani operativi e procedure di investimento e disinvestimento. L’Inps ha inserito l’acquisto di immobili nei piani di investimento, soggetti ad autorizzazione ministeriale».
Va detto che solo da qualche mese è in corso un censimento per finalità d’uso. Ciò significa che a nessuno, fino ad ora, era venuto in mente di fare una mappa della destinazione degli immobili. Il presidente ha precisato in audizione che «il patrimonio immobiliare da reddito è costituito da oltre 23.000 unità aventi diversa destinazione (residenziale, commerciale, uffici, box, terreni), con elevata concentrazione nel Lazio (55,77%) e Lombardia (13,56%). La maggior parte degli immobili da reddito, circa il 70%, proviene dalla retrocessione di quelli invenduti nelle operazioni di cartolarizzazione SCIP1 e SCIP2, mentre le restanti sono costituite da unità non cartolarizzate».
Dall’audizione risulta che Il valore netto di bilancio del patrimonio da reddito al 31 dicembre 2024 è di circa 1 miliardo 125 milioni di euro. Le unità immobiliari sono costituite per il 49% da unità secondarie, principalmente pertinenze e magazzini. Il 55% del patrimonio da reddito (principalmente rappresentato, come detto, da unità secondarie) risulta libero, mentre il restante è occupato a vario titolo.
Per quanto riguarda le morosità le spese per canoni di locazione passiva, sono state ridotte del 36% nel solo triennio 2021-24. Per gli occupanti «sanabili» la normativa consente la vendita dell’immobile per accelerare le dismissioni.
Il reddito operativo lordo del patrimonio da reddito è aumentato da 54,5 milioni di euro nel 2022 a 66 milioni nel 2024, con il reddito operativo netto che è passato da 10,1 a 20,5 milioni nello stesso periodo.
L’Inps continua nell’azione di dimissioni. Il piano 2026-2028 prevede dismissioni dirette per circa 80 milioni nel 2026 e 70 milioni negli anni successivi, oltre a conferimenti a fondi immobiliari per 300 milioni annui.
Le operazioni di vendita non sempre portano a grandi incassi per l’istituto dal momento che è previsto il diritto di opzione e prelazione per chi è in affitto con sconti significativi sul prezzo di mercato. Dal 2017 (data di riavvio delle operazioni di dismissione) al 2024 sono state vendute 5.785 unità immobiliari per circa 401 milioni di euro. Sono state effettuate anche vendite dirette a pubbliche amministrazioni per un valore complessivo di circa 56 milioni di euro, con ulteriori trattative in corso per cessioni a enti pubblici. Per gli immobili di pregio non c’è riduzione di prezzo.
L’Inps ha partecipazioni in vari fondi di investimento immobiliare: alcune acquisite da enti incorporati e altri sottoscritti direttamente. Il valore complessivo di bilancio delle quote detenute è di circa 2 miliardi distribuite in fondi quali i3-INPS, i3-Silver, Alfa, Aristotele, Senior, Gamma, Giovanni Amendola e Investimenti per l’abitare.
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L'Unione europea stanzia fondi su fondi per rieducare i cittadini a convivere con rom e immigrati, senza mai rispondere ai veri bisogni della popolazione, lasciando dilagare l'insicurezza.
(IStock)
Visto che in questi giorni si parla tanto di auto elettriche, di 2035, e di simili amenità, scrivo la mia con la precisa speranza che sia letta da Gilberto Pichetto Fratin che, oltre dell’Ambiente, è ministro anche della Sicurezza energetica.
Nel 2001-2002 mi trovavo, in qualità di coordinatore del Comitato scientifico dell’Agenzia nazionale protezione ambiente (Anpa), consulente del ministro di allora, il compianto Altero Matteoli. Avevo preso a cuore l’incarico, tanto che facevo predisporre ben nove Rapporti su altrettante questioni ambientali al tempo di massimo interesse (alcune lo sarebbero tuttora). Mi permetto di suggerire al ministro di cercare i due volumetti negli archivi del ministero: senza voler sembrare presuntuoso, son certo che ne trarrà tuttora giovamento. È grazie alla consulenza che scaturiva da quei rapporti che oggi l’inquinamento elettromagnetico (elettrosmog) è questione ormai sepolta nella preistoria dell’ambientalismo allarmistico e ascientifico, il cui testimone è ancora saldo nelle mani di Angelo Bonelli e compagni. Ed è grazie a quei rapporti che oggi non si fuma nei ristoranti e in tutti i locali chiusi d’uso pubblico: suggerivamo la cosa ai ministri competenti e quello alla Salute, Girolamo Sirchia, recepì il suggerimento (con zelo superiore a quello che si evinceva dalle mie indicazioni di allora, devo dire).
Altri consigli non andarono a buon fine: per esempio, consigliavamo la ripresa della produzione elettrica da nucleare. Silvio Berlusconi ci provò ma - vuoi per poco sostegno interno, vuoi per la grancassa referendaria aiutata dal terremoto in Giappone che i sedicenti mezzi di informazione fecero passare come disastro nucleare - la cosa finì come sapete. Altro esempio: suggerivamo la non sottoscrizione del Protocollo di Kyoto sulla riduzione - del 3% a livello globale entro il 2012 - delle emissioni di CO2, adducendo che sarebbe stato dannoso e inutile. Matteoli preferì ascoltare i queruli Verdi anziché i sommessi scienziati, nel 2003 firmò il Protocollo, e oggi sappiamo quanto dannoso e inutile esso sia stato. Il danno: le bollette energetiche sono aumentate senza sosta. L’inutilità: aumentavano anche le emissioni di CO2 arrivando a +40% nel 2012 (oggi sono +60%). Comunque sia: cosa fatta, capo ha.
E veniamo alle auto elettriche. Toccammo anche queste, nell’ambito dell’inquinamento urbano. Il contesto giusto è proprio quello e non il clima, come Ursula von der Layen e i suoi improbabili consulenti continuano a ripeterci. Innanzitutto, perché la CO2 nulla ha a che vedere col clima. E poi perché, anche quando così non fosse, rimane il fatto che l’elettricità è prodotta principalmente con emissioni di CO2, cosicché quella non emessa dalle automobili verrebbe comunque emessa dalle centrali elettriche. Nel 2002 eolico e fotovoltaico erano inesistenti (in realtà lo sono ancora oggi, ma questa è un’altra storia), e l’unica speranza era (ed è) la promozione del nucleare, che però era osteggiato dagli stessi che auspicavano auto elettriche. In ogni caso, valutavamo che sarebbero serviti 40 reattori nucleari dedicati alla produzione elettrica per alimentare un ipotetico parco italiano di autotrazione elettrica.
Scrivevamo nel 2002: «Esiste un limite naturale alla capacità degli accumulatori, e pertanto non bisognerebbe fare troppo affidamento allo sviluppo delle auto elettriche». Per far breve una storia lunga, il punto cruciale è che l’autonomia degli accumulatori non rende competitiva l’auto elettrica con quella a combustione interna. A questo si deve aggiungere che il tempo per un «pieno» è dell’ordine dei minuti per l’auto convenzionale e dell’ordine delle ore per l’auto elettrica: assolutamente inaccettabile. Né c’erano speranze, allora nel 2002 - ma continuano a non esserci oggi - che miglioramenti nella attuale tecnologia portino a significativi miglioramenti di questo stato di cose. Che, stante così, scoraggerebbe chiunque all’acquisto dell’auto elettrica. Ma anche se speranze ci fossero, lo stesso nessuno acquisterebbe quell’auto, perché essa poi varrebbe zero ove mai si immettesse nel mercato quella frutto della detta (presunta) speranza.
L’interesse ambientale dell’auto elettrica è non avere emissioni dalla combustione del carburante, e quindi sarebbe di giovamento per l’inquinamento urbano. Scrivevamo nel 2002: «Una soluzione interessante sembra essere quella delle auto ibride». L’idea sarebbe di usare l’auto in modalità elettrica, per quanto possibile, in città. A quel tempo le ibride erano al loro albore (la prima ibrida di massa, la Toyota Prius, entrava in commercio nel mondo nel 2001), ma il loro sviluppo, come da previsione, c’è stato: quasi zero nel 2002, le ibride in Italia sono oggi quasi il 10% del parco circolante. Il fatto è che la diffusione di un bene lo fa la legge del mercato, non quella della politica. Nessuno comprerebbe l’auto full-electric, neanche se fosse economicamente conveniente (cosa che non è) perché non è competitiva, per autonomia e tempi di ricarica, con quella convenzionale. Ed era prevedibile che così sarebbe anche con forti incentivi. Certo, automobilisti benestanti, se «aiutati», potrebbero acquistarla, pur mantenendo, comunque, l’auto convenzionale, quella che dà loro sicurezza. Quello degli incentivi all’auto elettrica è un modo come un altro di usare il denaro delle tasse dei poveri per darlo ai ricchi che vogliano mantenersi il balocco della domenica.
No dei produttori al piano auto Ue
Bruxelles sta provando a costruire una «preferenza europea» nei settori strategici: quando entra denaro pubblico, il risultato deve essere capacità produttiva e catena del valore in Europa. L’iniziativa è promossa da Stéphane Séjourné, vicepresidente esecutivo per prosperità e strategia industriale, che ha chiesto a imprese e associazioni di sostenere pubblicamente una linea «made in Europe». Il problema è che, ormai, le linee produttive situate nel Vecchio continente sono sempre meno e produrre in Europa è spesso un sogno.
Non a caso, a mancare tra i firmatari sono proprio le case automobilistiche, pur a fronte di oltre 1.000 adesioni di ceo e organizzazioni industriali. Non si tratta di un «no» di principio, quanto piuttosto di una assenza di specifiche. I principali colossi delle quattro ruote chiedono definizioni verificabili (valore aggiunto vs componenti, software e ricerca e sviluppo, subforniture) e regole applicabili senza trasformare ogni piattaforma in una due diligence permanente, un’indagine approfondita per valutarne rischi, opportunità, punti di forza e debolezza.
Il cuore tecnico dell’idea del «made in Europe» è l’Industrial Accelerator Act, che intende legare sussidi e programmi pubblici a soglie minime di prodotto europeo per merci come batterie e auto. Per i veicoli si è discusso di un target intorno al 70%, ma l’automotive è la cartina di tornasole di un concetto destinato a naufragare in partenza: un’auto elettrica concentra valore in celle, chimica, elettronica di potenza e semiconduttori, segmenti dove l’Europa è ancora parzialmente dipendente dall’Asia. Se la soglia è «per componente», si rischia un sistema di quote e deroghe; se è calcolata a livello di flotta, servono criteri anti arbitraggio e controlli coerenti tra Stati membri.
Il problema è la pressione competitiva cinese. L’Ue ha introdotto dazi anti sussidio sulle auto elettriche importate dalla Cina nell’ottobre 2024 e il 12 gennaio 2026 ha pubblicato criteri per eventuali accordi di prezzo minimo in alternativa ai dazi, purché neutralizzino l’effetto delle sovvenzioni statali di Pechino. Bruxelles sta quindi tentando la strada del «managed trade» (commercio gestito) in cui i governi intervengono attivamente per organizzare i flussi commerciali, spesso tramite accordi bilaterali, selezionando settori strategici e usando strumenti come tariffe, quote e sussidi per proteggere le industrie nazionali, guidare gli investimenti e limitare la concorrenza, anziché lasciare il commercio interamente alle forze del mercato libero.
Ancora una volta, insomma, l’Ue appare divisa. Parigi vede nel «made in Europe» uno scudo industriale, mentre Germania e Paesi nordici temono distorsioni e ritorsioni. Anche sul perimetro c’è frizione: alcuni vorrebbero includere partner come Regno Unito e Turchia (o, più in generale, Paesi con accordi Ue) per non spezzare catene del valore integrate; altri, invece, temono che l’allargamento svuoti l’obiettivo del provvedimento.
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