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2023-11-10
Missione Usa in Qatar sul dopo Hamas. La tregua si riduce a 4 ore al giorno
Il portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale americano, John Kirby (Ansa)
È una sorta di giallo diplomatico quello verificatosi ieri sulla crisi mediorientale. La Casa Bianca aveva reso noto che Israele aveva accettato di sospendere le operazioni militari a Gaza per quattro ore ogni giorno e di istituire due corridoi umanitari per consentire ai civili di spostarsi verso il Sud della Striscia. La Casa Bianca aveva anche affermato che l’accordo era stato raggiunto attraverso i recenti colloqui intercorsi tra Joe Biden e Benjamin Netanyahu. Tuttavia, poco dopo è arrivata una (mezza) smentita dal governo israeliano. Secondo il Times of Israel, l’ufficio di Netanyahu ha infatti puntualizzato che le interruzioni belliche sarebbero già in vigore. E, dal canto suo, il ministro israeliano per la Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, ha definito un «grave errore» queste eventuali pause.
Insomma, Washington e Gerusalemme non sembrano esattamente allineate, mentre il rebus sul futuro politico di Gaza continua a tenere banco. Il direttore della Cia, William Burns, ha fatto tappa in Qatar nell’ambito del suo tour mediorientale. Ufficialmente la motivazione della visita era legata alle trattative sugli ostaggi in mano ad Hamas: secondo Reuters, l’eventuale intesa prevedrebbe il rilascio di una quindicina di prigionieri in cambio di una pausa umanitaria di uno o due giorni. Tuttavia è probabile che, nei suoi colloqui con i funzionari qatarioti, Burns abbia affrontato anche la questione della sistemazione politico-istituzionale di Gaza in un eventuale post Hamas. D’altronde ai colloqui ha preso parte anche il capo del Mossad, David Barnea.
Il Qatar intrattiene storici rapporti con Hamas e, nel recente passato, lo ha alacremente finanziato. Questo gruppo terroristico è spalleggiato anche dall’Iran, con cui Doha vanta a sua volta solidi legami. Non è un mistero che, da giorni, gli Usa stiano cercando di spingere affinché Gaza sia in futuro governata dall’Anp: uno scenario rispetto a cui il presidente della stessa Anp, Abu Mazen, si è mostrato possibilista. Washington sta quindi provando a trattare con alcuni degli sponsor di Hamas, soprattutto Doha e Ankara, per convincerli ad abbandonare sia questa organizzazione sia l’Iran, che ha invece confermato il proprio sostegno alla stessa Hamas: non a caso l’ayatollah Ali Khamenei ha ricevuto recentemente i suoi leader a Teheran.
Del resto, proprio Hamas non ha alcuna intenzione di fare un passo indietro. «Governare Gaza o parte della nostra terra è un affare palestinese, e nessuna forza sarà in grado di cambiare la realtà o imporre la propria volontà», ha tuonato mercoledì il portavoce dell’organizzazione, Abdul-Latif al-Qanou, replicando al portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale americano, John Kirby, che aveva escluso un ruolo di Hamas nel futuro politico della Striscia. Bisognerà adesso capire se la moral suasion statunitense su qatarioti e turchi funzionerà. È in questo quadro che va inserito il recente tour mediorientale del segretario di Stato americano, Tony Blinken, e quello in corso di Burns.
D’altronde, è abbastanza chiaro come il post Hamas sia una delle preoccupazioni principali del capo della Cia. Secondo il Wall Street Journal, Burns aveva proposto a Fattah Al Sisi di gestire temporaneamente la sicurezza di Gaza in attesa che possa instaurarsi un governo dell’Anp: un’offerta che tuttavia il presidente egiziano ha respinto, sostenendo di non voler partecipare all’estromissione di Hamas dal potere, visto che quest’ultima - secondo Al Sisi- avrebbe mantenuto il confine con l’Egitto relativamente calmo negli scorsi anni. Il presidente egiziano riceverà inoltre oggi l’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al Thani, per dei colloqui, mentre ieri una delegazione di Hamas si è incontrata al Cairo con il capo dei servizi segreti locali, Abbas Kamel. L’Egitto, che non controlla più Gaza dal 1967, non sembra insomma essere per ora troppo intenzionato a rompere con l’organizzazione.
L’altro attore con cui Washington deve interfacciarsi sul futuro della Striscia è ovviamente Israele. In un primo momento, gli americani si erano detti totalmente contrari a una rioccupazione di Gaza da parte dello Stato ebraico, che si è ritirato dalla Striscia nel 1994. Tuttavia, mercoledì Kirby ha parzialmente addolcito i toni. «Penso che tutti noi possiamo prevedere un periodo di tempo, dopo la fine del conflitto, in cui le forze israeliane probabilmente saranno ancora a Gaza e avranno alcune responsabilità iniziali in materia di sicurezza», ha detto, per poi tuttavia precisare: «Sappiamo cosa non vogliamo vedere a Gaza dopo il conflitto: non vogliamo vedere Hamas al comando e non vogliamo vedere una rioccupazione da parte di Israele». Lunedì, Netanyahu aveva tuttavia detto che Israele ha intenzione di assumersi la responsabilità della sicurezza a Gaza dopo il conflitto per un «periodo indefinito».
Intanto, Emmanuel Macron, durante la conferenza sugli aiuti a Gaza apertasi ieri a Parigi, ha annunciato 100 milioni di euro in assistenza e ha invocato una «pausa umanitaria» in vista di un «cessate il fuoco». Uno scenario che Kirby ieri è tornato a escludere, mentre a favore delle sole pause, oltre agli americani, si sono detti il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, e il titolare della Farnesina, Antonio Tajani, che ha sottolineato di voler rafforzare le attività umanitarie italiane.
L’inviata Onu pro Palestina si difende
Nell’ultimo mese la stragrande maggioranza dei funzionari dell’Onu, nonostante le molteplici condanne del leader internazionali nei confronti di Hamas, hanno puntato il dito contro Israele. Alcuni di loro sono stati considerati faziosi da Un Watch, l’unica Ong accreditata alle Nazioni Unite che monitora l’organismo mondiale, difende i diritti umani e combatte le dittature e i doppi standard. In questa lista di commissari a ricevere la maggiore attenzione è stata la «special rapporteur» delle Nazioni Unite sui diritti umani in Palestina, Francesca Albanese. A sollevare la questione per primo è stato il giornalista Mediaset Antonino Monteleone, che in un post su X ha evidenziato i dubbi di Un Watch circa la sua imparzialità per il ruolo affidatole. Il marito, Massimiliano Calì, è consigliere economico del ministero dell’Economia nazionale dello Stato di Palestina, a Ramallah. Proprio in questa veste, lavorando per il governo del presidente palestinese, Mahmoud Abbas, il marito di Albanese ha scritto un rapporto intitolato: «I costi economici dell’occupazione israeliana per i territori palestinesi occupati».
La donna, dopo le accuse, non nuove a suo dire, ha risposto con un lungo post sui social dichiarando che il marito «non è mai stato assunto o pagato dall’Autorità palestinese. Mai. Nel 2011, quando vivevamo a Gerusalemme, ha fatto una consulenza per l’Onu nel territorio palestinese occupato, il cui ruolo prevedeva il rafforzamento di capacità del ministero dell’Economia palestinese». Poi chiama in causa (indovinate un po’?) il solito patriarcato: «Siamo nel XXI secolo. Non è più l’era in cui le donne rispondono del lavoro degli uomini. Il patriarcato è roba del passato, no?».
Infine butta fango proprio sull’Ong accreditata dalle Nazioni Unite, la Un Watch: «Organismo noto come dileggiatore di qualsiasi voce critica delle politiche di Israele nel territorio Palestinese occupato, è nota a tutti».
Eppure le informazioni che riporta la Un Watch sono fatti, elencati molto bene nella relazione che il suo direttore, Hillel Neuer, è stato invitato a presentare appena due giorni fa al Congresso degli Stati Uniti. Nel report di Un Watch non si parla solo del marito di Francesca Albanese, ma anche di una serie di posizioni pubbliche che «lascerebbero dubitare dell’assenza di pregiudizi nei confronti di Israele». Sul Palestine Chronicle la collaboratrice delle Nazioni Unite attacca l’esistenza di Israele, sostenendo che lo Stato ebraico è «in violazione di lunga data dei principi fondamentali del diritto internazionale, iniziato 70 anni fa con lo spopolamento forzato di due terzi del territorio di popolazione araba indigena in quello che divenne lo Stato di Israele nella Palestina, sotto mandato britannico».
«Prima della sua nomina», spiega Neuer al Congresso statunitense, «Un Watch ha informato il Consiglio che Albanese aveva ripetutamente equiparato la sofferenza palestinese all’Olocausto nazista e accusato Israele di crimini di guerra, apartheid e genocidio. In un post su Facebook del 2014, ha scritto che l’America è “soggiogata dalla lobby ebraica”. Tuttavia, il Consiglio l’ha nominata. Da allora, Albanese ha utilizzato il suo incarico all’Onu per legittimare effettivamente il terrorismo. Lo scorso novembre, in un discorso a una conferenza di Hamas, ha affermato: “ha il diritto di resistere”». Sì, un esperto di diritti umani delle Nazioni Unite ha incoraggiato Hamas. Sei giorni fa, ha guidato altri sei cosiddetti esperti delle Nazioni Unite ad accusare Israele di tentato genocidio».
La relazione di Neuer cita anche altri commissari. «Miloon Kothari l’anno scorso ha rilasciato un’intervista in cui si è scagliato contro “la lobby ebraica” e ha messo in dubbio il diritto di Israele di essere membro delle Nazioni Unite. È stato condannato da numerosi paesi e funzionari delle Nazioni Unite per antisemitismo, eppure rimane al suo posto», spiega il direttore di Un Watch, che poi cita Navi Pillay, Craig Mokhiber e molti altri.
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La Casa Bianca annuncia l’accordo: stop quotidiano alle ostilità. Gerusalemme smentisce solo in parte. Per i prigionieri si muovono pure Cia e Mossad. Pressing su Doha e Ankara per mollare i fondamentalisti.Francesca Albanese, inviata Onu pro Palestina, replica alle accuse sul conflitto d’interessi: «Mio marito non c’entra. Siamo al patriarcato». Ma Un Watch conferma: «Dice che il genocidio lo compiono gli ebrei».Lo speciale contiene due articoli.È una sorta di giallo diplomatico quello verificatosi ieri sulla crisi mediorientale. La Casa Bianca aveva reso noto che Israele aveva accettato di sospendere le operazioni militari a Gaza per quattro ore ogni giorno e di istituire due corridoi umanitari per consentire ai civili di spostarsi verso il Sud della Striscia. La Casa Bianca aveva anche affermato che l’accordo era stato raggiunto attraverso i recenti colloqui intercorsi tra Joe Biden e Benjamin Netanyahu. Tuttavia, poco dopo è arrivata una (mezza) smentita dal governo israeliano. Secondo il Times of Israel, l’ufficio di Netanyahu ha infatti puntualizzato che le interruzioni belliche sarebbero già in vigore. E, dal canto suo, il ministro israeliano per la Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, ha definito un «grave errore» queste eventuali pause. Insomma, Washington e Gerusalemme non sembrano esattamente allineate, mentre il rebus sul futuro politico di Gaza continua a tenere banco. Il direttore della Cia, William Burns, ha fatto tappa in Qatar nell’ambito del suo tour mediorientale. Ufficialmente la motivazione della visita era legata alle trattative sugli ostaggi in mano ad Hamas: secondo Reuters, l’eventuale intesa prevedrebbe il rilascio di una quindicina di prigionieri in cambio di una pausa umanitaria di uno o due giorni. Tuttavia è probabile che, nei suoi colloqui con i funzionari qatarioti, Burns abbia affrontato anche la questione della sistemazione politico-istituzionale di Gaza in un eventuale post Hamas. D’altronde ai colloqui ha preso parte anche il capo del Mossad, David Barnea. Il Qatar intrattiene storici rapporti con Hamas e, nel recente passato, lo ha alacremente finanziato. Questo gruppo terroristico è spalleggiato anche dall’Iran, con cui Doha vanta a sua volta solidi legami. Non è un mistero che, da giorni, gli Usa stiano cercando di spingere affinché Gaza sia in futuro governata dall’Anp: uno scenario rispetto a cui il presidente della stessa Anp, Abu Mazen, si è mostrato possibilista. Washington sta quindi provando a trattare con alcuni degli sponsor di Hamas, soprattutto Doha e Ankara, per convincerli ad abbandonare sia questa organizzazione sia l’Iran, che ha invece confermato il proprio sostegno alla stessa Hamas: non a caso l’ayatollah Ali Khamenei ha ricevuto recentemente i suoi leader a Teheran. Del resto, proprio Hamas non ha alcuna intenzione di fare un passo indietro. «Governare Gaza o parte della nostra terra è un affare palestinese, e nessuna forza sarà in grado di cambiare la realtà o imporre la propria volontà», ha tuonato mercoledì il portavoce dell’organizzazione, Abdul-Latif al-Qanou, replicando al portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale americano, John Kirby, che aveva escluso un ruolo di Hamas nel futuro politico della Striscia. Bisognerà adesso capire se la moral suasion statunitense su qatarioti e turchi funzionerà. È in questo quadro che va inserito il recente tour mediorientale del segretario di Stato americano, Tony Blinken, e quello in corso di Burns. D’altronde, è abbastanza chiaro come il post Hamas sia una delle preoccupazioni principali del capo della Cia. Secondo il Wall Street Journal, Burns aveva proposto a Fattah Al Sisi di gestire temporaneamente la sicurezza di Gaza in attesa che possa instaurarsi un governo dell’Anp: un’offerta che tuttavia il presidente egiziano ha respinto, sostenendo di non voler partecipare all’estromissione di Hamas dal potere, visto che quest’ultima - secondo Al Sisi- avrebbe mantenuto il confine con l’Egitto relativamente calmo negli scorsi anni. Il presidente egiziano riceverà inoltre oggi l’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al Thani, per dei colloqui, mentre ieri una delegazione di Hamas si è incontrata al Cairo con il capo dei servizi segreti locali, Abbas Kamel. L’Egitto, che non controlla più Gaza dal 1967, non sembra insomma essere per ora troppo intenzionato a rompere con l’organizzazione.L’altro attore con cui Washington deve interfacciarsi sul futuro della Striscia è ovviamente Israele. In un primo momento, gli americani si erano detti totalmente contrari a una rioccupazione di Gaza da parte dello Stato ebraico, che si è ritirato dalla Striscia nel 1994. Tuttavia, mercoledì Kirby ha parzialmente addolcito i toni. «Penso che tutti noi possiamo prevedere un periodo di tempo, dopo la fine del conflitto, in cui le forze israeliane probabilmente saranno ancora a Gaza e avranno alcune responsabilità iniziali in materia di sicurezza», ha detto, per poi tuttavia precisare: «Sappiamo cosa non vogliamo vedere a Gaza dopo il conflitto: non vogliamo vedere Hamas al comando e non vogliamo vedere una rioccupazione da parte di Israele». Lunedì, Netanyahu aveva tuttavia detto che Israele ha intenzione di assumersi la responsabilità della sicurezza a Gaza dopo il conflitto per un «periodo indefinito». Intanto, Emmanuel Macron, durante la conferenza sugli aiuti a Gaza apertasi ieri a Parigi, ha annunciato 100 milioni di euro in assistenza e ha invocato una «pausa umanitaria» in vista di un «cessate il fuoco». Uno scenario che Kirby ieri è tornato a escludere, mentre a favore delle sole pause, oltre agli americani, si sono detti il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, e il titolare della Farnesina, Antonio Tajani, che ha sottolineato di voler rafforzare le attività umanitarie italiane.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/missione-usa-qatar-dopo-hamas-2666221307.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="linviata-onu-pro-palestina-si-difende" data-post-id="2666221307" data-published-at="1699572692" data-use-pagination="False"> L’inviata Onu pro Palestina si difende Nell’ultimo mese la stragrande maggioranza dei funzionari dell’Onu, nonostante le molteplici condanne del leader internazionali nei confronti di Hamas, hanno puntato il dito contro Israele. Alcuni di loro sono stati considerati faziosi da Un Watch, l’unica Ong accreditata alle Nazioni Unite che monitora l’organismo mondiale, difende i diritti umani e combatte le dittature e i doppi standard. In questa lista di commissari a ricevere la maggiore attenzione è stata la «special rapporteur» delle Nazioni Unite sui diritti umani in Palestina, Francesca Albanese. A sollevare la questione per primo è stato il giornalista Mediaset Antonino Monteleone, che in un post su X ha evidenziato i dubbi di Un Watch circa la sua imparzialità per il ruolo affidatole. Il marito, Massimiliano Calì, è consigliere economico del ministero dell’Economia nazionale dello Stato di Palestina, a Ramallah. Proprio in questa veste, lavorando per il governo del presidente palestinese, Mahmoud Abbas, il marito di Albanese ha scritto un rapporto intitolato: «I costi economici dell’occupazione israeliana per i territori palestinesi occupati». La donna, dopo le accuse, non nuove a suo dire, ha risposto con un lungo post sui social dichiarando che il marito «non è mai stato assunto o pagato dall’Autorità palestinese. Mai. Nel 2011, quando vivevamo a Gerusalemme, ha fatto una consulenza per l’Onu nel territorio palestinese occupato, il cui ruolo prevedeva il rafforzamento di capacità del ministero dell’Economia palestinese». Poi chiama in causa (indovinate un po’?) il solito patriarcato: «Siamo nel XXI secolo. Non è più l’era in cui le donne rispondono del lavoro degli uomini. Il patriarcato è roba del passato, no?». Infine butta fango proprio sull’Ong accreditata dalle Nazioni Unite, la Un Watch: «Organismo noto come dileggiatore di qualsiasi voce critica delle politiche di Israele nel territorio Palestinese occupato, è nota a tutti». Eppure le informazioni che riporta la Un Watch sono fatti, elencati molto bene nella relazione che il suo direttore, Hillel Neuer, è stato invitato a presentare appena due giorni fa al Congresso degli Stati Uniti. Nel report di Un Watch non si parla solo del marito di Francesca Albanese, ma anche di una serie di posizioni pubbliche che «lascerebbero dubitare dell’assenza di pregiudizi nei confronti di Israele». Sul Palestine Chronicle la collaboratrice delle Nazioni Unite attacca l’esistenza di Israele, sostenendo che lo Stato ebraico è «in violazione di lunga data dei principi fondamentali del diritto internazionale, iniziato 70 anni fa con lo spopolamento forzato di due terzi del territorio di popolazione araba indigena in quello che divenne lo Stato di Israele nella Palestina, sotto mandato britannico». «Prima della sua nomina», spiega Neuer al Congresso statunitense, «Un Watch ha informato il Consiglio che Albanese aveva ripetutamente equiparato la sofferenza palestinese all’Olocausto nazista e accusato Israele di crimini di guerra, apartheid e genocidio. In un post su Facebook del 2014, ha scritto che l’America è “soggiogata dalla lobby ebraica”. Tuttavia, il Consiglio l’ha nominata. Da allora, Albanese ha utilizzato il suo incarico all’Onu per legittimare effettivamente il terrorismo. Lo scorso novembre, in un discorso a una conferenza di Hamas, ha affermato: “ha il diritto di resistere”». Sì, un esperto di diritti umani delle Nazioni Unite ha incoraggiato Hamas. Sei giorni fa, ha guidato altri sei cosiddetti esperti delle Nazioni Unite ad accusare Israele di tentato genocidio». La relazione di Neuer cita anche altri commissari. «Miloon Kothari l’anno scorso ha rilasciato un’intervista in cui si è scagliato contro “la lobby ebraica” e ha messo in dubbio il diritto di Israele di essere membro delle Nazioni Unite. È stato condannato da numerosi paesi e funzionari delle Nazioni Unite per antisemitismo, eppure rimane al suo posto», spiega il direttore di Un Watch, che poi cita Navi Pillay, Craig Mokhiber e molti altri.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 9 marzo con Carlo Cambi
Giorgia Meloni (Ansa)
«L’Italia cerca sempre di dare un aiuto». E Poi: «Giorgia è un’ottima leader ed è una mia amica». Le dichiarazioni che Donald Trump ha rilasciato al Corriere della Sera a sostegno del presidente del Consiglio Giorgia Meloni hanno provocato moltissime proteste da parte dell’opposizione.«L’Italia non è parte del conflitto, non intende essere parte del conflitto. Noi ci stiamo limitando a rafforzare la nostra presenza nei Paesi del Golfo che sono stati attaccati dall’Iran con missili, con droni, ma solo a scopo difensivo». La risposta di Meloni a chi accusa l’esecutivo di essere entrato in guerra arriva su Rete 4 in un’intervista rilasciata a Mario Giordano, nella puntata di ieri di Fuori dal coro. «Una decisione che nasce dal bisogno che noi abbiamo di proteggere le decine di migliaia di italiani che sono presenti nell’area, oltre che i nostri contingenti militari», ha puntualizzato il premier, spiegando che «noi abbiamo circa 2.000 soldati dislocati in quella regione. Dopodiché quelle sono anche nazioni con le quali noi abbiamo sicuramente ottimi rapporti, ma che sono anche vitali per i nostri interessi energetici». E poi ha ribadito: «Però non intendiamo entrare in guerra e non ci entreremo».
Sulle parole del presidente degli Stati Uniti era già intervenuto anche il ministro degli Interni Antonio Tajani. «Quella del presidente Donald Trump al Corriere della sera è una dichiarazione più politica e non credo che ci sia nulla da chiarire». E poi sulle contestazioni arrivate da Pd, Avs e Movimento 5 stelle ha detto: «Le opposizioni fanno la loro parte, mi pare che adesso in questo momento non ci sia nulla da commentare», ha spiegato. «Tutto quello che si sta facendo si è fatto, si farà, è stato detto in Parlamento, quindi, non c’è null’altro per quanto mi riguarda da aggiungere».
Sulla guerra, Meloni da Giordano ha insistito: «La guerra ovviamente non piace a nessuno e nessuno sottovaluta i rischi e le difficoltà che ne seguono, però neanche l’alternativa è rassicurante. Che è la ragione per cui noi ci siamo spesi moltissimo per arrivare a un accordo sul nucleare iraniano, cioè per avere certezza che l’Iran rinuncia all’atomica, che però sono falliti. E quindi adesso, secondo me, la priorità è capire se ci siano i margini per riprendere quei negoziati. E se ci fossero, ovviamente l’Italia intende lavorare su questo, cioè al ritorno della diplomazia».
Sull’Iran, poi, attacca le opposizioni che accusa di fare «propaganda spicciola» e si chiede «se davvero sia questo il momento». Anche perché «noi dobbiamo fare i conti con un quadro nel quale sono oggettivamente saltate le regole del diritto internazionale».
La guerra preoccupa anche per le possibili conseguenze a livello di terrorismo ma Meloni ha rassicurato: «Non ci sono particolari allarmi in questo momento, ma sicuramente noi, a scopo di prevenzione, siamo mobilitatissimi», anche perché, ha spiegato, «il Comitato antiterrorismo e il Comitato nazionale difesa e sicurezza, sono praticamente convocati a oltranza». Guerra, terrorismo e rincaro dei prezzi inevitabile. Questo preoccupa le persone e il premier ha consigliato «prudenza» a chi specula «perché non escludo di aumentare le tasse a quelle aziende che si dovessero rendere responsabili della speculazione e dell’aumento dei prezzi». Sui rincari della benzina ha detto che intende valutare «di attivare le cosiddette accise mobili, un meccanismo che esiste dal 2008 e che noi abbiamo reso più efficace con il nostro provvedimento sui carburanti nel 2023», perché «se i prezzi dovessero aumentare in modo stabile, questo meccanismo consentirebbe di utilizzare la parte di maggiore Iva che arriva dall’aumento per calmierare i prezzi riducendo le accise».
Inevitabile un passaggio sul referendum a poco meno di due settimane dal voto: «Se non partiamo dalla base, non possiamo risolvere i problemi. Sono convinta che la riforma della giustizia interviene anche su materie come immigrazione e sicurezza». Meloni, infatti, ha ricordato che questi due temi viaggiano su tre livelli: le leggi «messe a disposizione» anche dal governo, il lavoro delle forze dell’ordine e la «magistratura che fa rispettare le leggi». «Se uno dei tre livelli non funziona il meccanismo si inceppa e io conosco moltissimi casi nei quali il meccanismo si è inceppato», ha spiegato Meloni, citando le «devastazioni dei centri sociali a Roma e a Torino, dove non c’è stato alcun seguito giudiziario e addirittura i giudici hanno annullato il Daspo fatto agli antagonisti».
Sull’immigrazione ha ricordato «le continue interpretazioni forzate delle norme per impedirci di governare il fenomeno dell’immigrazione». Infine, un appello per il Sì al referendum del 22 e del 23 marzo: «Non avremo altre occasioni» di riformare la giustizia. «Se vogliamo far camminare questa nazione, dobbiamo avere il coraggio di modernizzarla. Di cambiare quello che non funziona».
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Una medaglia mai data per scadenza dei termini, un atto eroico in quella che viene definita la Guerra dimenticata. Ecco la storia di Royce Williams.
Il tribunale dei minori de L'Aquila (Ansa)
I toni utilizzati nell’ordinanza sono durissimi, puntano a descrivere la donna come ostile e fanatica. Sembra quasi che lo scopo di certe affermazioni sia quello di gettare zizzania fra i genitori e, forse, non è un caso che da un paio di giorni circolino sui giornali strane ricostruzioni riguardanti presunte liti fra i coniugi o addirittura un possibile affidamento esclusivo dei bambini al padre. Di fronte a tutto ciò è davvero difficile pensare che il tribunale possa rivedere le sue posizioni o riconsiderare i suoi provvedimenti senza qualche tipo di pressione esterna.
Una pressione che può arrivare soltanto dall’opinione pubblica e, appunto, dalla politica. E per fortuna sembra che qualcosa di importante abbia iniziato a muoversi. Parlando con La Verità, Matteo Salvini sembra cogliere il diffusissimo malumore popolare che da settimane monta attorno a questa vicenda. «Prima hanno portato via tre bambini e una mamma alla loro casa, lasciando solo il papà, adesso dividono i bambini dalla madre. Qui mi sembra si stia esagerando. Molti esperti, a partire dall’Autorità garante per l’infanzia, oltre che grandissima parte dell’opinione pubblica, fanno enorme fatica a comprendere l’accanimento verso una famiglia che certamente non contemplava violenze o abusi», dice il leader leghista. Che coglie il punto della questione: «È come se i magistrati non volessero ammettere errori o forzature. Ci auguriamo vivamente non sia così: il loro ruolo non può e non deve contemplare reazioni arroganti o permalose, e qui c’è in gioco il destino di una famiglia».
La sensazione, molto concreta, è che da settimane il tribunale aquilano e le varie istituzioni coinvolte nel caso della famiglia nel bosco si siano irrigidite su posizioni auto difensive, anche a costo di far passare in secondo piano il benessere dei bambini Trevallion. «Anziché trovare una soluzione, è evidente che questa vicenda si stia addirittura complicando», continua Salvini. «E trovo insopportabile l’ipocrisia di chi prova a difendere queste scelte che appaiono sproporzionate e irragionevoli, quando ci sono migliaia di casi in Italia di famiglie rom che vivono in condizioni igienico sanitarie ben peggiori, senza scolarizzazione e in un ambiente troppo spesso caratterizzato da violenze e illegalità. Ma per i rom i giudici e gli assistenti sociali sembrano meno solerti. La magistratura spero sia equilibrata: va bene che il referendum sulla giustizia potrà spazzare via le correnti e un sistema di potere che non funziona e non fa bene alla democrazia, ma conto che queste ansie non ricadano su tre bambini innocenti e sui loro genitori». Il leader della Lega ha deciso di prendere di petto la questione. «Sono determinato a chiedere, già nelle prossime ore, un incontro al Garante dell’infanzia nazionale e a quello della regione Abruzzo», annuncia. «Altro che festa della donna e festa della mamma, qui ci sono persone senza cuore e senza anima che fanno soffrire mamme e bambini».
Salvini fa sapere anche, tramite nota della Lega, di essere intenzionato a scendere in Abruzzo con l’obiettivo di «fare tutto il possibile perché i bimbi, dopo mesi di allontanamento forzato dalla loro casa e dai loro genitori, vengano dissequestrati e la famiglia possa tornare a vivere insieme».
Ieri sera sulla vicenda è intervenuta anche Giorgia Meloni, in una lunga intervista concessa a Mario Giordano a Fuori dal coro. «A me il caso della famiglia nel bosco lascia senza parole», ha detto il presidente del Consiglio. «Si era deciso di affidare ai servizi sociali questi tre bambini che vivano con i genitori nella natura, ma almeno stavano con la madre. Adesso si è deciso di allontanare la madre dalla struttura protetta. E penso che questa non sia una decisione che fa stare meglio questi bambini. Penso, anzi, che infligga loro un altro pesantissimo trauma. E noi dobbiamo assistere inermi a queste decisioni che sono secondo me figlie anche di letture ideologiche. Lo Stato», ha ribadito Meloni, «non ti può togliere i figli perché non condivide il tuo stile di vita, tra l’altro quando nulla si dice a chi i figli li fa vivere nel degrado - penso ai campi rom - o li manda ad accattonare o a rubare. E nessuno può fare nulla». Al di là della valutazione sulla vicenda, però, il presidente del Consiglio ha dato una notizia importante: ha annunciato che «il ministro Nordio sta mandando una ispezione» al tribunale dell’Aquila. A quanto pare, dunque, verrà finalmente preso un provvedimento molto atteso da quanti, in queste settimane, hanno assistito con sgomento alle decisioni dei giudici riguardo ai Trevallion. La politica, dunque, offre l’ultima speranza: la visita di Salvini, l’ispezione che Nordio sta approntando. Vedremo se serviranno a riportare un minimo di buonsenso tra le istituzioni abruzzesi.
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