
Il rischio è che, come sempre accade, si finisca per passare da un estremo all’altro, cioè da una totale disattenzione a una sensibilità eccessiva alimentata dalle ragioni sbagliate che giunge inevitabilmente a esiti negativi.
Come nota giustamente il Daily Telegraph, «dove un tempo la distraibilità o l’irrequietezza erano considerate normali tratti infantili, ora è più probabile che siano considerate segni di autismo o Adhd». Questa considerazione non inedita è supportata ora da un rapporto realizzato dal servizio sanitario nazionale britannico (Nhs) che sarà soggetto a revisione nei prossimi mesi, ma che intanto certifica un notevole aumento nelle diagnosi di autismo e Adhd in terra inglese. «Le segnalazioni, le liste d’attesa per la valutazione e le diagnosi registrate di Adhd sono aumentate in modo sostanziale, in particolare tra le adolescenti e le giovani donne adulte», si legge nella relazione. «I dati di monitoraggio del Nhs England mostrano che il numero di bambini e giovani in attesa di una valutazione per l’Adhd è passato da circa 21.000 nell’aprile 2019 a circa 270.000 entro dicembre 2025. Anche i dati dell’assistenza primaria mostrano una forte accelerazione delle diagnosi dopo il 2020, con un’incidenza tra le donne di età compresa tra 20 e 24 anni più che raddoppiata rispetto alle tendenze pre pandemia, mentre gli aumenti tra gli uomini sono stati inferiori».
qualcosa non torna
Il punto, però, è che ci sono dati apparentemente discordanti. Sempre nel report leggiamo che «allo stesso tempo, le migliori indagini sulla popolazione disponibili, che non si basano su segnalazioni, valutazioni o diagnosi, suggeriscono che la prevalenza di base dei sintomi di Adhd sia stata molto più stabile. Il Nice, ad esempio, cita stime di prevalenza intorno al 5% nei bambini e nei giovani e al 2-3% negli adulti, senza alcuna prova di un aumento drammatico a livello di popolazione negli ultimi decenni». La prevalenza di base viene definita come la proporzione di individui in una popolazione che presenta una specifica condizione, malattia o caratteristica in un dato momento. In sostanza, indica il peso di una particolare malattia in un territorio. Semplificando, potremmo dire che mentre le diagnosi e le richieste di diagnosi di autismo e Adhd aumentano con preoccupante intensità, contemporaneamente la reale presenza della malattia non sembra aumentate a dismisura. Da qui, il sospetto che ci sia una sorta di incentivo alla richiesta di certificazioni. Scrive il Telegraph: «Le diagnosi di Adhd sono più che raddoppiate dal 2021, mentre i tassi di autismo tra le ragazze sono aumentati di sette volte tra il 2010 e il 2022: cifre che, secondo il rapporto, potrebbero essere il risultato di “incentivi istituzionali associati all’essere ufficialmente etichettati come affetti da Adhd o autismo”».
Il tema, manco a dirlo, è delicatissimo perché ne va della vita di migliaia di persone. Anche gli esperti della materia sono molti cauti. Da un lato infatti, soprattutto dopo la pandemia, si è notato in generale un clamoroso aumento dei disturbi mentali (nel Regno Unito il numero di giovani tra i 16 e i 34 anni disoccupati a lungo termine a causa di questi problemi è aumentato del 76% tra il 2019 e il 2024) e si potrebbe pensare che vi possa essere una esplosione anche di altre condizioni di difficoltà. D’altro canto, però, è possibile che esista anche una sorta di fenomeno sociale che spinge all’aumento di certificazioni. Parlare di moda è sgradevole, ma forse è il caso di prendere la questione di petto.
Secondo Peter Fonagy, psicologo clinico dell’University College di Londra, si registra una combinazione di fattori: una maggiore consapevolezza delle condizioni, «cambiamenti nella ricerca di aiuto, incentivi istituzionali associati alla diagnosi e cambiamenti nella comprensione professionale e pubblica». Questo insieme di motori starebbe alla base degli aumenti segnalati. Il problema è che, secondo il rapporto inglese, in questo scenario «sottodiagnosi, diagnosi errata e sovradiagnosi non sono possibilità che si escludono a vicenda». Da una parte ci potrebbe essere la sottovalutazione di alcuni casi; dall’altra la medicalizzazione di ragazze e ragazzi che non avrebbero bisogno di particolari certificati, ovvero «la crescente tendenza a medicalizzare le forme di disagio».
la scienza
Uta Frith, psicologa tra le più autorevoli al mondo sul tema, dice alla stampa britannica che «il continuo ampliamento dello spettro autistico indica che il termine sia giunto al suo collasso» e sostiene che ci siano oggi «diagnosi che sono completamente prive di significato». Il punto, rimarca la studiosa, è che non esiste un biomarcatore oggettivo e dimostrabile che confermi se una persona è autistica o meno. Dunque «la diagnosi in una certa misura di una è sociale. Con un biomarcatore stabilito, sapremmo quanti casi ci sono e quando iniziare il trattamento, ma non lo abbiamo. Ecco perché i fattori culturali entrano in gioco nell’idea di cosa sia l’autismo».
E qui si arriva a due nodi critici fondamentali: i social network e la retorica dell’inclusione. Secondo la Firth, spesso sui social autismo e Adhd sono presentati come «una cosa molto desiderabile o un superpotere, il che ovviamente è ben lungi dall’essere vero». Il report inglese spiega che «anche il contesto sociale della diagnosi si sta evolvendo perché l’autorità sulla conoscenza della salute mentale è ora più ampiamente distribuita rispetto al passato. I clinici rimangono centrali nel processo diagnostico, ma non sono più gli unici interpreti dei sintomi. Comunità online, enti di beneficenza, reti di pari e piattaforme di social media contribuiscono sempre più al modo in cui le persone comprendono il disagio, la neurodivergenza e l’identità personale e diagnostica. Questi sviluppi possono facilitare un riconoscimento più precoce e dare potere alle persone le cui difficoltà potrebbero essere state precedentemente trascurate. Allo stesso tempo, possono anche influenzare le soglie per l’autoidentificazione e aumentare la domanda di valutazione indipendentemente da qualsiasi cambiamento nella prevalenza sottostante. C’è anche la preoccupazione che alcune piattaforme, tra cui Tiktok, trasmettano un’alta percentuale di messaggi fattualmente inaccurati, ad esempio sull’Adhd. In effetti, uno studio recente del Journal of Social Media Research ha mostrato che «il 52% dei video relativi all’Adhd e il 41% dei video sull’autismo su alcune piattaforme erano inaccurati: cifre che faranno ben poco per aiutare coloro che hanno realmente bisogno di aiuto».
Uno dei risultati possibili è che si intasino - come sta già avvenendo - le strutture pubbliche. Nel Regno Unito si registrano oltre 200.000 persone in attesa di una valutazione per l’autismo e le attese si possono prolungare per anni e anni. Secondo il Telegraph, «le persone credono erroneamente di esserne affette dopo aver visto un video di 30 secondi e questo sta sovraccaricando un sistema già sovraccarico. Di conseguenza, i bisogni di molte persone gravemente colpite non vengono soddisfatti». Uta Firth guarda al fenomeno con dispiacere per coloro che «vengono messi in ombra». E dichiara che «la natura priva di significato dell’etichetta dell’autismo è tale che le persone considerano l’autodiagnosi e quella ricevuta da un medico di pari importanza. Troppo spesso viene usata per dare sollievo a coloro che la usano come conferma che non posso cambiare, non posso farci niente, è così che funziona il mio cervello. Ed è un po’ triste, se si rinuncia a cercare di adattarsi davvero».
Il giornale inglese ha raccolto anche il racconto di un medico che ha notato negli anni un aumento di richieste di diagnosi di autismo e Adhd, richieste che per lo più sono «totalmente inappropriate», e dipendono dal fatto che questo genitori «fanno fatica a capire il comportamento del loro bambino e pensano che ottenere questa etichetta renda tutto molto più facile da gestire - sfortunatamente, non è così. Non puoi andare da uno specialista e ottenere una pillola antiautismo che risolva tutto».
risvolti positivi
Non bisogna però essere sommari nella valutazione: l’accresciuta sensibilità nei riguardi delle neurodivergenze ha sicuramente lati positivi. Lo si capisce parlando con Emanuele Franz, intellettuale che rientra nello spettro autistico e che di recente ha creato il premio letterario Teipsum, rivolto proprio ad autori autistici. «C’è chi dice che si sta diventando una moda l’autismo», spiega. «Intanto bisogna ricordare che Adhd e autismo sono due cose diverse. Io ho fatto un’infanzia di inferno, perché processavo le informazioni in modo diverso dagli altri. Ho subito aggressioni, un’esclusione sociale, sono stato in psichiatria già da bambino e avevo sempre l’accompagnatore, lo psicologo, il tutor, l’educatore. Mi hanno escluso dal servizio militare con una diagnosi di ritardo mentale. Poi depressione, quindi sì, un marchio che mi portò avanti. È evidente che c’è oggi una capacità di diagnosi maggiore che prima non c’era, perché adesso si sono capite certe dinamiche. Adesso uno può avere un aiuto per gli studi, cosa che io non ho avuto. È un tema apertissimo. Poi ci sono forme di comorbidità: se uno subisce un’esclusione, uno stress continuo, sviluppa delle patologie: psicosi, dissociazione, ansia, panico sono tutte comorbidità che si mettono sopra l’autismo».
La lezione di Franz è importantissima: «Ho creato un premio per dimostrare che l’autistico è anche capace di pensare, costruire, proporre. So che io ho questo stigma da tutta la vita, per cui c’è un problema, io ce l’ho, e dire che gli autistici non hanno un problema, beh, anche quello è sbagliato». Una diagnosi non deve diventare una condanna o - peggio - non deve essere interpretata come una sorta di rassicurazione. Occorre sensibilità per i problemi reali e pressanti, e insieme attenzione alle esagerazioni. Di sicuro c’è che, al solito, la retorica dell’inclusione crea per lo più disastri.






