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2021-08-27
Al ministero nessuno spiega a chi toccherà pagare per le vittime del farmaco
Ansa
Ci sono ancora molte domande senza risposta che ruotano attorno alla campagna vaccinale. Una su tutte riguarda gli effetti collaterali legati alle somministrazioni. Cosa succede se, una volta assunto il farmaco, si va incontro a serie complicazioni? La sentenza n. 118/2020 della Corte costituzionale (si veda La Verità del primo agosto) spiega che se i danni provocati da un vaccino la cui somministrazione (imposta o raccomandata che sia) è giustificata da un interesse collettivo, allora è la stessa collettività che dovrà farsene carico. Situazione che si applica quindi anche nel caso del vaccino per prevenire il Covid, che per il momento non è ancora stato reso obbligatorio. Ma, come spiega la Corte, in caso di reazione avversa il cittadino dovrà essere risarcito per il danno subito.
La questione effetti collaterali derivanti dal siero è però da non sottovalutare, anche perché la stessa Regione Lombardia, nei giorni scorsi, aveva scritto ai vari direttori generali Asst e Ats come «stanno giungendo con intensità crescente alle nostre aziende richieste per indennizzo/risarcimento a seguito di somministrazioni di vaccino. Tali richieste, sostanzialmente tutte identiche, riferiscono il verificarsi di eventi successivi alla somministrazione del vaccino e sono trasmesse anche al ministero della Salute», si legge nella lettere di Regione Lombardia. Nel documento era stato inoltre anche specificato come ci fosse necessità di uniformità di comportamento tra tutte le Regioni. Si chiedeva dunque al ministero della Salute di intervenire dando delle linee guida e di condividere «il percorso da attuarsi». Inoltre, si era anche specificato come la Regione non avrebbe intrapreso nessun genere di azione se non avesse prima ricevuto indicazioni precise da Roma. La lettera riportava anche il rifermento alle legge 210/1992, che prevede indennizzi a favore di quanti hanno riportato danni a seguito di vaccinazioni obbligatorie (sentenza poi modificata dalla Corte costituzionale con la n. 118/2020): «È utile ricordare che la normativa vigente sugli indennizzi prevede un riconoscimento economico a favore di chiunque abbia riportato lesioni o infermità, dalle quali sia derivata una menomazione permanente della integrità psicofisica, seppur non riferibile a responsabilità di alcuno, a seguito di vaccinazioni: obbligatorie per legge o per ordinanza di una autorità sanitaria e non obbligatorie», continua la lettera di Regione Lombardia.
Ma quanti sono gli italiani che hanno avuto reazioni negative al siero?
Secondo il settimo rapporto sulla sorveglianza dei vaccini Covid, pubblicato dell'Agenzia italiana del farmaco (Aifa), al 26 luglio 2021 sono state inserite 128 segnalazioni ogni 100.000 dosi somministrate, indipendentemente dal vaccino e dalla dose somministrata. «La maggior parte degli eventi avversi segnalati sono classificati come non gravi (87,1%) che si risolvono completamente e solo in minor misura come gravi (12,8%), con esito in risoluzione completa o miglioramento nella maggior parte dei casi», si legge nel report. Nel caso di effetti gravi al momento l'Aifa segnala come ci sono sette casi (2,4 % del totale), la cui causalità risulta correlabile (alla somministrazione del vaccino). E «il tasso di segnalazione nella fascia di età tra i 12 e i 19 anni è di 27 eventi avversi ogni 100.000 dosi somministrate (alla data del 26/07/2021, il vaccino Comirnaty è l'unico approvato a partire dai 12 anni di età; Spikevax è stato approvato per la fascia di età tra i 12 e i 17 anni il 28/07/2021). La distribuzione per tipologia degli eventi avversi non è sostanzialmente diversa da quella osservata per tutte le altre classi di età».
I dati riportati hanno dunque come arco finale di osservazione luglio. Essendo però la fine di agosto, con la campagna vaccinale andata avanti, si può presupporre che le segnalazioni di reazioni avverse saranno aumentate. E la stessa Regione Lombardia avrà ricevuto un numero maggiore di richieste di risarcimento. Il problema in tutta questa questione è la mancanza di chiarezza: chi valuta la fattibilità di queste domande? Secondo quali criteri? A che procedura devono sottoporsi i cittadini interessanti? Varia da Regione a Regione o c'è un canale unico centrale per smistare le varie richieste? Come sta rispondendo il ministero della Salute alle varie richieste di risarcimento? Sta sviluppando un piano nazionale? Domande alle quali per il momento non c'è una risposta. Nessuno infatti, (complice magari anche il mese di agosto) è stato in grado di fornire delucidazioni precise a tutti quei cittadini che stanno inviando richieste di risarcimento. La mancanza di chiarezza è un problema. E fa parte di una più ampia gestione della campagna vaccinale.
Si continuano infatti a fare sforzi titanici, a escogitare strategie di comunicazione per cercare di convincere gli indecisi e i contrari, ma si tralasciano dettagli che potrebbero veramente fare la differenza. Lasciare delle zone d'ombra è un errore che potrebbe avere delle ripercussioni negative sulla campagna vaccinale. Cercare di fornire con chiarezza tutti i dati disponibili sugli effetti negativi del vaccino (come esistono per qualsiasi altro farmaco), spiegare come inoltrare le domande (chi è l'ente preposto), quale sarà l'iter da seguire, chi analizzerà la richiesta e la possibile conclusione a cui si va in contro, aiuterebbe sicuramente il processo vaccinale.
Da Israele una legnata al green pass
Israele non smette di riservare sorprese. Uno studio, condotto nel Paese mediorientale, supervisionato dal Maccabi healthcare services e ora in attesa di revisione paritaria, dimostra che, in presenza della variante Delta, i vaccinati con due dosi, mai venuti in contatto con il Sars-Cov-2, rischiano 13 volte di più di infettarsi, rispetto a chi è già stato positivo nei mesi in cui la Delta non dilagava in Israele. Le evidenze provano anche che, in quei soggetti, aumenta sensibilmente il rischio di sviluppare dei sintomi. La conclusione, tratta dagli stessi autori della ricerca, è che «l'immunità naturale conferisce un protezione più duratura e più forte contro infezione, malattia sintomatica e ricovero provocati dalla variante Delta», a paragone con l'immunità acquisita sottoponendosi al doppio «shot» di vaccino.
Nel dettaglio, gli scienziati hanno confrontato tre gruppi: gli immunizzati con due dosi mai contagiati, gli individui precedentemente infettati e non vaccinati e quelli che, in seguito al contagio, avevano ricevuto una dose di vaccino. Ne è emerso che i vaccinati non precedentemente infettati avevano un rischio maggiore di 13,06 volte d'infettarsi con la variante Delta, rispetto a quelli già infettati tra gennaio e febbraio 2021. Allungando il periodo di riferimento ai mesi tra marzo 2020 e febbraio 2021, si è constatato un affievolimento dell'immunità naturale, ma comunque, i vaccinati mai contagiati rischiavano 5,96 volte in più d'infettarsi e 7,13 di ammalarsi. Ed erano più esposti ai ricoveri rispetto ai soggetti entrati in contatto con il Covid in precedenza.
Ma allora, su che base scientifica è stato concepito il green pass all'italiana? Mario Draghi aveva giurato che il foglio verde avrebbe offerto la «garanzia di trovarsi tra persone che non sono contagiose». Falso, se il documento, anziché in virtù di un tampone negativo, viene rilasciato in seguito all'inoculazione del farmaco anti coronavirus. Non soltanto non c'è alcuna assicurazione che il vaccinato non sia positivo e contagioso, ma, addirittura, egli ha difese molto più fragili da infezione e sintomi della malattia, rispetto a chi ha acquisito l'immunità naturalmente. Che senso ha, quindi, conferire ai possessori del fantasmagorico lasciapassare uno status privilegiato? Alla fine, ha ragione chi, come Andrea Crisanti o Matteo Bassetti, ha subito gettato la maschera: il green pass non serve a prevenire i contagi, bensì a costringere la gente a vaccinarsi.
Lo studio israeliano, peraltro, proietta ulteriori ombre sulla rincorsa a inoculare i ragazzini, che corrono pochissimi pericoli se contraggono il Covid e che, incrociando il Sars-Cov-2, maturerebbero un'immunità più stabile e durevole di quella offerta dai vaccini. Si teme che, distogliendo gli aghi dai minori, il virus circoli in modo tanto sostenuto da generare ulteriori varianti? Finto problema: primo, come sta accadendo in Israele, che viaggi sui 10.000 casi al dì, il virus Delta circola anche con la stragrande maggioranza della popolazione vaccinata (e il green pass non può arginarlo); secondo, è altamente improbabile che una variante pericolosa emerga in Italia.
Dove, però, esperti e decisori politici sono inclini a ribellarsi alla logica. E così, ora si discute di prolungare da nove a 12 mesi la validità del pass verde, mentre, sempre da Israele (dove la mortalità sta sì scendendo tra i vaccinati e la terza dose sta ravvivando gli anticorpi sopiti), si apprende che l'immunità acquisita con i vaccini, vuoi fisiologicamente, vuoi per il ceppo indiano, cala dopo sei mesi. Il sonno della ragione genera Covid.
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La Lombardia ha ricevuto richieste di risarcimento, ma non si sa chi deve valutarle (Stato o enti locali?) né chi sborserà, come prevede la Consulta: a Roma tutti tacciono.In Israele un nuovo studio prova che l'immunità naturale protegge fino a 13 volte di più di quella acquisita con la puntura: assurdo, quindi, accordare privilegi a chi ottiene la carta verde.Lo speciale contiene due articoli.Ci sono ancora molte domande senza risposta che ruotano attorno alla campagna vaccinale. Una su tutte riguarda gli effetti collaterali legati alle somministrazioni. Cosa succede se, una volta assunto il farmaco, si va incontro a serie complicazioni? La sentenza n. 118/2020 della Corte costituzionale (si veda La Verità del primo agosto) spiega che se i danni provocati da un vaccino la cui somministrazione (imposta o raccomandata che sia) è giustificata da un interesse collettivo, allora è la stessa collettività che dovrà farsene carico. Situazione che si applica quindi anche nel caso del vaccino per prevenire il Covid, che per il momento non è ancora stato reso obbligatorio. Ma, come spiega la Corte, in caso di reazione avversa il cittadino dovrà essere risarcito per il danno subito.La questione effetti collaterali derivanti dal siero è però da non sottovalutare, anche perché la stessa Regione Lombardia, nei giorni scorsi, aveva scritto ai vari direttori generali Asst e Ats come «stanno giungendo con intensità crescente alle nostre aziende richieste per indennizzo/risarcimento a seguito di somministrazioni di vaccino. Tali richieste, sostanzialmente tutte identiche, riferiscono il verificarsi di eventi successivi alla somministrazione del vaccino e sono trasmesse anche al ministero della Salute», si legge nella lettere di Regione Lombardia. Nel documento era stato inoltre anche specificato come ci fosse necessità di uniformità di comportamento tra tutte le Regioni. Si chiedeva dunque al ministero della Salute di intervenire dando delle linee guida e di condividere «il percorso da attuarsi». Inoltre, si era anche specificato come la Regione non avrebbe intrapreso nessun genere di azione se non avesse prima ricevuto indicazioni precise da Roma. La lettera riportava anche il rifermento alle legge 210/1992, che prevede indennizzi a favore di quanti hanno riportato danni a seguito di vaccinazioni obbligatorie (sentenza poi modificata dalla Corte costituzionale con la n. 118/2020): «È utile ricordare che la normativa vigente sugli indennizzi prevede un riconoscimento economico a favore di chiunque abbia riportato lesioni o infermità, dalle quali sia derivata una menomazione permanente della integrità psicofisica, seppur non riferibile a responsabilità di alcuno, a seguito di vaccinazioni: obbligatorie per legge o per ordinanza di una autorità sanitaria e non obbligatorie», continua la lettera di Regione Lombardia. Ma quanti sono gli italiani che hanno avuto reazioni negative al siero?Secondo il settimo rapporto sulla sorveglianza dei vaccini Covid, pubblicato dell'Agenzia italiana del farmaco (Aifa), al 26 luglio 2021 sono state inserite 128 segnalazioni ogni 100.000 dosi somministrate, indipendentemente dal vaccino e dalla dose somministrata. «La maggior parte degli eventi avversi segnalati sono classificati come non gravi (87,1%) che si risolvono completamente e solo in minor misura come gravi (12,8%), con esito in risoluzione completa o miglioramento nella maggior parte dei casi», si legge nel report. Nel caso di effetti gravi al momento l'Aifa segnala come ci sono sette casi (2,4 % del totale), la cui causalità risulta correlabile (alla somministrazione del vaccino). E «il tasso di segnalazione nella fascia di età tra i 12 e i 19 anni è di 27 eventi avversi ogni 100.000 dosi somministrate (alla data del 26/07/2021, il vaccino Comirnaty è l'unico approvato a partire dai 12 anni di età; Spikevax è stato approvato per la fascia di età tra i 12 e i 17 anni il 28/07/2021). La distribuzione per tipologia degli eventi avversi non è sostanzialmente diversa da quella osservata per tutte le altre classi di età». I dati riportati hanno dunque come arco finale di osservazione luglio. Essendo però la fine di agosto, con la campagna vaccinale andata avanti, si può presupporre che le segnalazioni di reazioni avverse saranno aumentate. E la stessa Regione Lombardia avrà ricevuto un numero maggiore di richieste di risarcimento. Il problema in tutta questa questione è la mancanza di chiarezza: chi valuta la fattibilità di queste domande? Secondo quali criteri? A che procedura devono sottoporsi i cittadini interessanti? Varia da Regione a Regione o c'è un canale unico centrale per smistare le varie richieste? Come sta rispondendo il ministero della Salute alle varie richieste di risarcimento? Sta sviluppando un piano nazionale? Domande alle quali per il momento non c'è una risposta. Nessuno infatti, (complice magari anche il mese di agosto) è stato in grado di fornire delucidazioni precise a tutti quei cittadini che stanno inviando richieste di risarcimento. La mancanza di chiarezza è un problema. E fa parte di una più ampia gestione della campagna vaccinale. Si continuano infatti a fare sforzi titanici, a escogitare strategie di comunicazione per cercare di convincere gli indecisi e i contrari, ma si tralasciano dettagli che potrebbero veramente fare la differenza. Lasciare delle zone d'ombra è un errore che potrebbe avere delle ripercussioni negative sulla campagna vaccinale. Cercare di fornire con chiarezza tutti i dati disponibili sugli effetti negativi del vaccino (come esistono per qualsiasi altro farmaco), spiegare come inoltrare le domande (chi è l'ente preposto), quale sarà l'iter da seguire, chi analizzerà la richiesta e la possibile conclusione a cui si va in contro, aiuterebbe sicuramente il processo vaccinale. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ministero-pagare-vittime-farmaco-2654805205.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="da-israele-una-legnata-al-green-pass" data-post-id="2654805205" data-published-at="1630002041" data-use-pagination="False"> Da Israele una legnata al green pass Israele non smette di riservare sorprese. Uno studio, condotto nel Paese mediorientale, supervisionato dal Maccabi healthcare services e ora in attesa di revisione paritaria, dimostra che, in presenza della variante Delta, i vaccinati con due dosi, mai venuti in contatto con il Sars-Cov-2, rischiano 13 volte di più di infettarsi, rispetto a chi è già stato positivo nei mesi in cui la Delta non dilagava in Israele. Le evidenze provano anche che, in quei soggetti, aumenta sensibilmente il rischio di sviluppare dei sintomi. La conclusione, tratta dagli stessi autori della ricerca, è che «l'immunità naturale conferisce un protezione più duratura e più forte contro infezione, malattia sintomatica e ricovero provocati dalla variante Delta», a paragone con l'immunità acquisita sottoponendosi al doppio «shot» di vaccino. Nel dettaglio, gli scienziati hanno confrontato tre gruppi: gli immunizzati con due dosi mai contagiati, gli individui precedentemente infettati e non vaccinati e quelli che, in seguito al contagio, avevano ricevuto una dose di vaccino. Ne è emerso che i vaccinati non precedentemente infettati avevano un rischio maggiore di 13,06 volte d'infettarsi con la variante Delta, rispetto a quelli già infettati tra gennaio e febbraio 2021. Allungando il periodo di riferimento ai mesi tra marzo 2020 e febbraio 2021, si è constatato un affievolimento dell'immunità naturale, ma comunque, i vaccinati mai contagiati rischiavano 5,96 volte in più d'infettarsi e 7,13 di ammalarsi. Ed erano più esposti ai ricoveri rispetto ai soggetti entrati in contatto con il Covid in precedenza. Ma allora, su che base scientifica è stato concepito il green pass all'italiana? Mario Draghi aveva giurato che il foglio verde avrebbe offerto la «garanzia di trovarsi tra persone che non sono contagiose». Falso, se il documento, anziché in virtù di un tampone negativo, viene rilasciato in seguito all'inoculazione del farmaco anti coronavirus. Non soltanto non c'è alcuna assicurazione che il vaccinato non sia positivo e contagioso, ma, addirittura, egli ha difese molto più fragili da infezione e sintomi della malattia, rispetto a chi ha acquisito l'immunità naturalmente. Che senso ha, quindi, conferire ai possessori del fantasmagorico lasciapassare uno status privilegiato? Alla fine, ha ragione chi, come Andrea Crisanti o Matteo Bassetti, ha subito gettato la maschera: il green pass non serve a prevenire i contagi, bensì a costringere la gente a vaccinarsi. Lo studio israeliano, peraltro, proietta ulteriori ombre sulla rincorsa a inoculare i ragazzini, che corrono pochissimi pericoli se contraggono il Covid e che, incrociando il Sars-Cov-2, maturerebbero un'immunità più stabile e durevole di quella offerta dai vaccini. Si teme che, distogliendo gli aghi dai minori, il virus circoli in modo tanto sostenuto da generare ulteriori varianti? Finto problema: primo, come sta accadendo in Israele, che viaggi sui 10.000 casi al dì, il virus Delta circola anche con la stragrande maggioranza della popolazione vaccinata (e il green pass non può arginarlo); secondo, è altamente improbabile che una variante pericolosa emerga in Italia. Dove, però, esperti e decisori politici sono inclini a ribellarsi alla logica. E così, ora si discute di prolungare da nove a 12 mesi la validità del pass verde, mentre, sempre da Israele (dove la mortalità sta sì scendendo tra i vaccinati e la terza dose sta ravvivando gli anticorpi sopiti), si apprende che l'immunità acquisita con i vaccini, vuoi fisiologicamente, vuoi per il ceppo indiano, cala dopo sei mesi. Il sonno della ragione genera Covid.
Alex Zanardi (Ansa)
I funerali si terranno martedì nella Basilica di Santa Giustina in quella Padova che lo aveva adottato dopo l’ultimo, gravissimo incidente del 2020. Durante una gara di handbike a Pienza, nel Senese, in una competizione di beneficenza da lui organizzata, Zanardi finì nella corsia opposta e fu investito da un camion, ponendo fine alla sua militanza nel paraciclismo in cui aveva vinto quattro ori e due argenti ai Giochi olimpici di Londra nel 2012 e di Rio de Janeiro nel 2016, e 16 ori complessivi tra tutte le competizioni. La scelta di cimentarsi nell’handbike giunse dopo l’amputazione delle gambe nel 2001, al termine di una gara del campionato d’automobilismo Champ Car nell’autodromo di Lausitzring, in Germania. La sua vettura, una Reynard-Honda numero 66, subì un incidente spaventoso, spezzandosi in due tronconi dopo lo scontro con la Forsythe di Alexandre Tagliani. La pista era la stessa in cui cinque mesi prima era morto l’ex ferrarista Michele Alboreto. Nato a Bologna nel 1966, figlio di un idraulico e di una sarta, Alex Zanardi fin dall’asilo tiene appeso in cameretta il poster di Ayrton Senna, il fenomeno brasiliano che nel giorno del debutto su Jordan del collega e giovane ammiratore bolognese, si avvicina al suo box e lo rincuora: «È il tuo primo Gran Premio, la Jordan è una buona macchina, vedrai, andrà tutto bene», gli dice, come in un sogno. Piccola curiosità cabalistica: anche Senna è morto il primo maggio, 32 anni fa. Siccome il destino persegue trame che si disinteressano della pietà, ma non lesinano sui colpi di scena, il giovane Alex inizia a correre sui kart a 14 anni, un anno dopo l’incidente stradale in cui perde la vita sua sorella maggiore. Nel 1991 approda, si diceva, alla Jordan, in Formula 1. È l’epoca del dominio di Alain Prost, di quell’Ayrton Senna che gli dà la sua benedizione, Michael Schumacher inizia a scaldare i motori e i cuori. Partecipa a quelle corse fino al 1994. Nell’ultima stagione guida una Lotus, è talentuoso, e però davanti a lui sfrecciano scuderie più attrezzate e fulminee. Si trasferisce nella Formula Champ Car, in America, tra il 1996 e il 1998, togliendosi parecchie soddisfazioni, sette vittorie e tante pole position. Al punto che Frank Williams lo richiama in Formula 1. È il 1999, Zanardi sarà in scuderia con uno Schumacher, Ralf, fratello minore di Michael, terminando quella carriera con 44 Gran premi disputati e un punto raccolto. Nel 2001 partecipa di nuovo alle competizioni Champ Car. Il 15 settembre di quell’anno, la corsa maledetta sul circuito di Lausitzring. All’ospedale di Berlino gli praticano 16 interventi, mentre lui va in arresto cardiaco ben sette volte. San Pietro però lo rispedisce al mittente. Ne ha ancora da vivere e da lottare. Dopo un anno e mezzo, Zanardi appare all’Eurospeedway: a bordo di una Reynard modificata ad arte, completa simbolicamente i giri di pista mancanti di quella gara stregata. Arriva un’esistenza nuova, scandita dalle competizioni di paraciclismo, dai libri autobiografici, dalla fondazione di associazioni benefiche e dalla conduzione del programma di Rai 3 Sfide. Poi, il 19 giugno 2020, l’ennesimo dramma. A Pienza, in una corsa di beneficenza, un camion lo centra, l’impatto è pauroso. Finisce in coma, all’ospedale di Lecco prima e al San Raffaele di Milano poi lo agguantano per i capelli e lo salvano ancora. Trascorrerà il Natale in famiglia, e diversi anni al riparo dai riflettori, assieme a Niccolò e a quella Daniela che, raccontava lui, «sentivo mi chiamasse come una voce celestiale da un’altra dimensione».
Il cordoglio di colleghi, amici e istituzioni è arrivato unanime. Per Sergio Mattarella, «come l’Italia intera, avverto profondo dolore per la scomparsa di Alex Zanardi, riferimento di tutto lo sport», mentre Bebe Vio commenta: «Mi hai dato la forza per ripartire, convincendomi che con o senza gambe avrei potuto fare tutto». Giorgia Meloni commenta: «L’Italia perde un uomo e un campione straordinario, capace di trasformare ogni prova della vita in una lezione di dignità. Ha dato a tutti noi la speranza e la forza di chi non si arrende mai».
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Ancillotti «Scarab 50» del 1972
È il dopoguerra a San Frediano, il quartiere di Firenze che fa da sfondo al capolavoro di Vasco Pratolini. Negli stessi anni della stesura del romanzo dello scrittore toscano, si sviluppava la storia di Ancillotti, leggenda delle moto fuoristrada Made in Italy. Nel 1948 Gualtiero Ancillotti, che aveva ereditato l’officina di lavorazioni meccaniche fondata dal padre nel lontano 1907, iniziò a occuparsi di elaborazioni delle Harley Davidson «Wla» lasciate dagli americani dopo la guerra, apportando migliorie nel confort e nella meccanica delle spartane moto militari.
La prima motorizzazione di massa, che portò Vespa e Lambretta sulle strade d’Italia, fu nuova linfa per l’officina di Firenze. Lo scooter di Lambrate fu scelto da Ancillotti per le sue elaborazioni, che portarono a diversi record su pista negli anni Sessanta, con una Lambretta portata a 202 cc che registrò record su piste in Italia e all’estero con medie superiori ai 120 km/h. La rivalità tra Vespa e Lambretta, nata nell’Italia del Boom, fu particolarmente sentita a Firenze dove gli scooter Piaggio e Innocenti venivano elaborati nella stessa città dalla concorrente Gori. E sempre in Toscana, a Rignano sull’Arno, aveva sede una delle case che hanno fatto la storia del motociclismo fuoristrada, regina del trial, la Beta. Gualtiero Ancillotti assieme ai figli Piero e Alberto iniziò a costruire parti meccaniche per migliorare le prestazioni anche di questo marchio e alla fine degli anni ’60 preparò una versione speciale della Beta «50 Rg» (regolarità) derivata dalla Beta Camoscio di serie, dove il marchio Ancillotti affiancava quello della casa di Rignano. La produzione proseguì su base Beta, indirizzata quasi totalmente su una delle discipline motociclistiche di maggior successo a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta: il motocross.
Grazie all’appoggio di Beta e poi di Polini per la rete distributiva, Ancillotti iniziò l’avventura della produzione di moto complete, caratterizzate poi dal colore giallo vivo e dal logo raffigurante uno scarabeo con le ali spiegate, copiato dal bassorilievo presente sulla piramide Medici alle Cascine di Firenze, una ghiacciaia costruita nel 1796. Anche i nomi delle moto prodotte dagli anni Settanta in poi, si rifaranno a quel simbolo che rimarrà per tutta la produzione Ancillotti: «Scarab», che negli anni saranno prodotti nelle cilindrate 50 e 125cc con motori che dagli originali Beta elaborati passeranno a Sachs, Hiro e Minarelli, prodotti negli stabilimenti nuovi di Sambuca Val di Pesa, nel Chianti. Per tutti gli anni Settanta la casa fiorentina vide crescere i successi nelle competizioni di cross e regolarità, così come le vendite tra i giovani appassionati di fuoristrada, per l’elevatissima qualità e per le prestazioni degli «Scarab». Come per tante altre ditte nate dalla sapienza artigianale e cresciute con la grande domanda nel mercato degli anni Sessanta e Settanta, il declino arrivò con la concorrenza giapponese e con il declino progressivo della moda fuoristradistica. Anche Ancillotti tentò di tenere il passo con i tempi, proponendo un «tubone» e un classico ciclomotore da strada, il «Cioè», con scarso successo.
L’ultima produzione vide Ancillotti proporre anche piccoli enduro accessoriati sul modello di Aprilia e Fantic, ma nel 1985 cessò la produzione dopo circa 35.000 moto uscite dagli stabilimenti toscani. Finiva così la storia produttiva di uno dei marchi motociclistici più apprezzati in Italia e all’estero. Lasciando in eredità l’invenzione del monoammortizzatore posteriore con sistema «Pro dive» in grado di mantenere il posteriore della moto sempre incollato al terreno, già nel 1974. Oggi il marchio, dichiarato dal Mise «di interesse storico nazionale» vive grazie all’iniziativa industriale del nipote di Gualtiero, Tomaso, imprenditore nel campo delle bici da fuoristrada di altissima qualità. Che, ovviamente, si chiamano «Scarab».
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