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2021-08-27
Al ministero nessuno spiega a chi toccherà pagare per le vittime del farmaco
Ansa
Ci sono ancora molte domande senza risposta che ruotano attorno alla campagna vaccinale. Una su tutte riguarda gli effetti collaterali legati alle somministrazioni. Cosa succede se, una volta assunto il farmaco, si va incontro a serie complicazioni? La sentenza n. 118/2020 della Corte costituzionale (si veda La Verità del primo agosto) spiega che se i danni provocati da un vaccino la cui somministrazione (imposta o raccomandata che sia) è giustificata da un interesse collettivo, allora è la stessa collettività che dovrà farsene carico. Situazione che si applica quindi anche nel caso del vaccino per prevenire il Covid, che per il momento non è ancora stato reso obbligatorio. Ma, come spiega la Corte, in caso di reazione avversa il cittadino dovrà essere risarcito per il danno subito.
La questione effetti collaterali derivanti dal siero è però da non sottovalutare, anche perché la stessa Regione Lombardia, nei giorni scorsi, aveva scritto ai vari direttori generali Asst e Ats come «stanno giungendo con intensità crescente alle nostre aziende richieste per indennizzo/risarcimento a seguito di somministrazioni di vaccino. Tali richieste, sostanzialmente tutte identiche, riferiscono il verificarsi di eventi successivi alla somministrazione del vaccino e sono trasmesse anche al ministero della Salute», si legge nella lettere di Regione Lombardia. Nel documento era stato inoltre anche specificato come ci fosse necessità di uniformità di comportamento tra tutte le Regioni. Si chiedeva dunque al ministero della Salute di intervenire dando delle linee guida e di condividere «il percorso da attuarsi». Inoltre, si era anche specificato come la Regione non avrebbe intrapreso nessun genere di azione se non avesse prima ricevuto indicazioni precise da Roma. La lettera riportava anche il rifermento alle legge 210/1992, che prevede indennizzi a favore di quanti hanno riportato danni a seguito di vaccinazioni obbligatorie (sentenza poi modificata dalla Corte costituzionale con la n. 118/2020): «È utile ricordare che la normativa vigente sugli indennizzi prevede un riconoscimento economico a favore di chiunque abbia riportato lesioni o infermità, dalle quali sia derivata una menomazione permanente della integrità psicofisica, seppur non riferibile a responsabilità di alcuno, a seguito di vaccinazioni: obbligatorie per legge o per ordinanza di una autorità sanitaria e non obbligatorie», continua la lettera di Regione Lombardia.
Ma quanti sono gli italiani che hanno avuto reazioni negative al siero?
Secondo il settimo rapporto sulla sorveglianza dei vaccini Covid, pubblicato dell'Agenzia italiana del farmaco (Aifa), al 26 luglio 2021 sono state inserite 128 segnalazioni ogni 100.000 dosi somministrate, indipendentemente dal vaccino e dalla dose somministrata. «La maggior parte degli eventi avversi segnalati sono classificati come non gravi (87,1%) che si risolvono completamente e solo in minor misura come gravi (12,8%), con esito in risoluzione completa o miglioramento nella maggior parte dei casi», si legge nel report. Nel caso di effetti gravi al momento l'Aifa segnala come ci sono sette casi (2,4 % del totale), la cui causalità risulta correlabile (alla somministrazione del vaccino). E «il tasso di segnalazione nella fascia di età tra i 12 e i 19 anni è di 27 eventi avversi ogni 100.000 dosi somministrate (alla data del 26/07/2021, il vaccino Comirnaty è l'unico approvato a partire dai 12 anni di età; Spikevax è stato approvato per la fascia di età tra i 12 e i 17 anni il 28/07/2021). La distribuzione per tipologia degli eventi avversi non è sostanzialmente diversa da quella osservata per tutte le altre classi di età».
I dati riportati hanno dunque come arco finale di osservazione luglio. Essendo però la fine di agosto, con la campagna vaccinale andata avanti, si può presupporre che le segnalazioni di reazioni avverse saranno aumentate. E la stessa Regione Lombardia avrà ricevuto un numero maggiore di richieste di risarcimento. Il problema in tutta questa questione è la mancanza di chiarezza: chi valuta la fattibilità di queste domande? Secondo quali criteri? A che procedura devono sottoporsi i cittadini interessanti? Varia da Regione a Regione o c'è un canale unico centrale per smistare le varie richieste? Come sta rispondendo il ministero della Salute alle varie richieste di risarcimento? Sta sviluppando un piano nazionale? Domande alle quali per il momento non c'è una risposta. Nessuno infatti, (complice magari anche il mese di agosto) è stato in grado di fornire delucidazioni precise a tutti quei cittadini che stanno inviando richieste di risarcimento. La mancanza di chiarezza è un problema. E fa parte di una più ampia gestione della campagna vaccinale.
Si continuano infatti a fare sforzi titanici, a escogitare strategie di comunicazione per cercare di convincere gli indecisi e i contrari, ma si tralasciano dettagli che potrebbero veramente fare la differenza. Lasciare delle zone d'ombra è un errore che potrebbe avere delle ripercussioni negative sulla campagna vaccinale. Cercare di fornire con chiarezza tutti i dati disponibili sugli effetti negativi del vaccino (come esistono per qualsiasi altro farmaco), spiegare come inoltrare le domande (chi è l'ente preposto), quale sarà l'iter da seguire, chi analizzerà la richiesta e la possibile conclusione a cui si va in contro, aiuterebbe sicuramente il processo vaccinale.
Da Israele una legnata al green pass
Israele non smette di riservare sorprese. Uno studio, condotto nel Paese mediorientale, supervisionato dal Maccabi healthcare services e ora in attesa di revisione paritaria, dimostra che, in presenza della variante Delta, i vaccinati con due dosi, mai venuti in contatto con il Sars-Cov-2, rischiano 13 volte di più di infettarsi, rispetto a chi è già stato positivo nei mesi in cui la Delta non dilagava in Israele. Le evidenze provano anche che, in quei soggetti, aumenta sensibilmente il rischio di sviluppare dei sintomi. La conclusione, tratta dagli stessi autori della ricerca, è che «l'immunità naturale conferisce un protezione più duratura e più forte contro infezione, malattia sintomatica e ricovero provocati dalla variante Delta», a paragone con l'immunità acquisita sottoponendosi al doppio «shot» di vaccino.
Nel dettaglio, gli scienziati hanno confrontato tre gruppi: gli immunizzati con due dosi mai contagiati, gli individui precedentemente infettati e non vaccinati e quelli che, in seguito al contagio, avevano ricevuto una dose di vaccino. Ne è emerso che i vaccinati non precedentemente infettati avevano un rischio maggiore di 13,06 volte d'infettarsi con la variante Delta, rispetto a quelli già infettati tra gennaio e febbraio 2021. Allungando il periodo di riferimento ai mesi tra marzo 2020 e febbraio 2021, si è constatato un affievolimento dell'immunità naturale, ma comunque, i vaccinati mai contagiati rischiavano 5,96 volte in più d'infettarsi e 7,13 di ammalarsi. Ed erano più esposti ai ricoveri rispetto ai soggetti entrati in contatto con il Covid in precedenza.
Ma allora, su che base scientifica è stato concepito il green pass all'italiana? Mario Draghi aveva giurato che il foglio verde avrebbe offerto la «garanzia di trovarsi tra persone che non sono contagiose». Falso, se il documento, anziché in virtù di un tampone negativo, viene rilasciato in seguito all'inoculazione del farmaco anti coronavirus. Non soltanto non c'è alcuna assicurazione che il vaccinato non sia positivo e contagioso, ma, addirittura, egli ha difese molto più fragili da infezione e sintomi della malattia, rispetto a chi ha acquisito l'immunità naturalmente. Che senso ha, quindi, conferire ai possessori del fantasmagorico lasciapassare uno status privilegiato? Alla fine, ha ragione chi, come Andrea Crisanti o Matteo Bassetti, ha subito gettato la maschera: il green pass non serve a prevenire i contagi, bensì a costringere la gente a vaccinarsi.
Lo studio israeliano, peraltro, proietta ulteriori ombre sulla rincorsa a inoculare i ragazzini, che corrono pochissimi pericoli se contraggono il Covid e che, incrociando il Sars-Cov-2, maturerebbero un'immunità più stabile e durevole di quella offerta dai vaccini. Si teme che, distogliendo gli aghi dai minori, il virus circoli in modo tanto sostenuto da generare ulteriori varianti? Finto problema: primo, come sta accadendo in Israele, che viaggi sui 10.000 casi al dì, il virus Delta circola anche con la stragrande maggioranza della popolazione vaccinata (e il green pass non può arginarlo); secondo, è altamente improbabile che una variante pericolosa emerga in Italia.
Dove, però, esperti e decisori politici sono inclini a ribellarsi alla logica. E così, ora si discute di prolungare da nove a 12 mesi la validità del pass verde, mentre, sempre da Israele (dove la mortalità sta sì scendendo tra i vaccinati e la terza dose sta ravvivando gli anticorpi sopiti), si apprende che l'immunità acquisita con i vaccini, vuoi fisiologicamente, vuoi per il ceppo indiano, cala dopo sei mesi. Il sonno della ragione genera Covid.
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La Lombardia ha ricevuto richieste di risarcimento, ma non si sa chi deve valutarle (Stato o enti locali?) né chi sborserà, come prevede la Consulta: a Roma tutti tacciono.In Israele un nuovo studio prova che l'immunità naturale protegge fino a 13 volte di più di quella acquisita con la puntura: assurdo, quindi, accordare privilegi a chi ottiene la carta verde.Lo speciale contiene due articoli.Ci sono ancora molte domande senza risposta che ruotano attorno alla campagna vaccinale. Una su tutte riguarda gli effetti collaterali legati alle somministrazioni. Cosa succede se, una volta assunto il farmaco, si va incontro a serie complicazioni? La sentenza n. 118/2020 della Corte costituzionale (si veda La Verità del primo agosto) spiega che se i danni provocati da un vaccino la cui somministrazione (imposta o raccomandata che sia) è giustificata da un interesse collettivo, allora è la stessa collettività che dovrà farsene carico. Situazione che si applica quindi anche nel caso del vaccino per prevenire il Covid, che per il momento non è ancora stato reso obbligatorio. Ma, come spiega la Corte, in caso di reazione avversa il cittadino dovrà essere risarcito per il danno subito.La questione effetti collaterali derivanti dal siero è però da non sottovalutare, anche perché la stessa Regione Lombardia, nei giorni scorsi, aveva scritto ai vari direttori generali Asst e Ats come «stanno giungendo con intensità crescente alle nostre aziende richieste per indennizzo/risarcimento a seguito di somministrazioni di vaccino. Tali richieste, sostanzialmente tutte identiche, riferiscono il verificarsi di eventi successivi alla somministrazione del vaccino e sono trasmesse anche al ministero della Salute», si legge nella lettere di Regione Lombardia. Nel documento era stato inoltre anche specificato come ci fosse necessità di uniformità di comportamento tra tutte le Regioni. Si chiedeva dunque al ministero della Salute di intervenire dando delle linee guida e di condividere «il percorso da attuarsi». Inoltre, si era anche specificato come la Regione non avrebbe intrapreso nessun genere di azione se non avesse prima ricevuto indicazioni precise da Roma. La lettera riportava anche il rifermento alle legge 210/1992, che prevede indennizzi a favore di quanti hanno riportato danni a seguito di vaccinazioni obbligatorie (sentenza poi modificata dalla Corte costituzionale con la n. 118/2020): «È utile ricordare che la normativa vigente sugli indennizzi prevede un riconoscimento economico a favore di chiunque abbia riportato lesioni o infermità, dalle quali sia derivata una menomazione permanente della integrità psicofisica, seppur non riferibile a responsabilità di alcuno, a seguito di vaccinazioni: obbligatorie per legge o per ordinanza di una autorità sanitaria e non obbligatorie», continua la lettera di Regione Lombardia. Ma quanti sono gli italiani che hanno avuto reazioni negative al siero?Secondo il settimo rapporto sulla sorveglianza dei vaccini Covid, pubblicato dell'Agenzia italiana del farmaco (Aifa), al 26 luglio 2021 sono state inserite 128 segnalazioni ogni 100.000 dosi somministrate, indipendentemente dal vaccino e dalla dose somministrata. «La maggior parte degli eventi avversi segnalati sono classificati come non gravi (87,1%) che si risolvono completamente e solo in minor misura come gravi (12,8%), con esito in risoluzione completa o miglioramento nella maggior parte dei casi», si legge nel report. Nel caso di effetti gravi al momento l'Aifa segnala come ci sono sette casi (2,4 % del totale), la cui causalità risulta correlabile (alla somministrazione del vaccino). E «il tasso di segnalazione nella fascia di età tra i 12 e i 19 anni è di 27 eventi avversi ogni 100.000 dosi somministrate (alla data del 26/07/2021, il vaccino Comirnaty è l'unico approvato a partire dai 12 anni di età; Spikevax è stato approvato per la fascia di età tra i 12 e i 17 anni il 28/07/2021). La distribuzione per tipologia degli eventi avversi non è sostanzialmente diversa da quella osservata per tutte le altre classi di età». I dati riportati hanno dunque come arco finale di osservazione luglio. Essendo però la fine di agosto, con la campagna vaccinale andata avanti, si può presupporre che le segnalazioni di reazioni avverse saranno aumentate. E la stessa Regione Lombardia avrà ricevuto un numero maggiore di richieste di risarcimento. Il problema in tutta questa questione è la mancanza di chiarezza: chi valuta la fattibilità di queste domande? Secondo quali criteri? A che procedura devono sottoporsi i cittadini interessanti? Varia da Regione a Regione o c'è un canale unico centrale per smistare le varie richieste? Come sta rispondendo il ministero della Salute alle varie richieste di risarcimento? Sta sviluppando un piano nazionale? Domande alle quali per il momento non c'è una risposta. Nessuno infatti, (complice magari anche il mese di agosto) è stato in grado di fornire delucidazioni precise a tutti quei cittadini che stanno inviando richieste di risarcimento. La mancanza di chiarezza è un problema. E fa parte di una più ampia gestione della campagna vaccinale. Si continuano infatti a fare sforzi titanici, a escogitare strategie di comunicazione per cercare di convincere gli indecisi e i contrari, ma si tralasciano dettagli che potrebbero veramente fare la differenza. Lasciare delle zone d'ombra è un errore che potrebbe avere delle ripercussioni negative sulla campagna vaccinale. Cercare di fornire con chiarezza tutti i dati disponibili sugli effetti negativi del vaccino (come esistono per qualsiasi altro farmaco), spiegare come inoltrare le domande (chi è l'ente preposto), quale sarà l'iter da seguire, chi analizzerà la richiesta e la possibile conclusione a cui si va in contro, aiuterebbe sicuramente il processo vaccinale. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ministero-pagare-vittime-farmaco-2654805205.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="da-israele-una-legnata-al-green-pass" data-post-id="2654805205" data-published-at="1630002041" data-use-pagination="False"> Da Israele una legnata al green pass Israele non smette di riservare sorprese. Uno studio, condotto nel Paese mediorientale, supervisionato dal Maccabi healthcare services e ora in attesa di revisione paritaria, dimostra che, in presenza della variante Delta, i vaccinati con due dosi, mai venuti in contatto con il Sars-Cov-2, rischiano 13 volte di più di infettarsi, rispetto a chi è già stato positivo nei mesi in cui la Delta non dilagava in Israele. Le evidenze provano anche che, in quei soggetti, aumenta sensibilmente il rischio di sviluppare dei sintomi. La conclusione, tratta dagli stessi autori della ricerca, è che «l'immunità naturale conferisce un protezione più duratura e più forte contro infezione, malattia sintomatica e ricovero provocati dalla variante Delta», a paragone con l'immunità acquisita sottoponendosi al doppio «shot» di vaccino. Nel dettaglio, gli scienziati hanno confrontato tre gruppi: gli immunizzati con due dosi mai contagiati, gli individui precedentemente infettati e non vaccinati e quelli che, in seguito al contagio, avevano ricevuto una dose di vaccino. Ne è emerso che i vaccinati non precedentemente infettati avevano un rischio maggiore di 13,06 volte d'infettarsi con la variante Delta, rispetto a quelli già infettati tra gennaio e febbraio 2021. Allungando il periodo di riferimento ai mesi tra marzo 2020 e febbraio 2021, si è constatato un affievolimento dell'immunità naturale, ma comunque, i vaccinati mai contagiati rischiavano 5,96 volte in più d'infettarsi e 7,13 di ammalarsi. Ed erano più esposti ai ricoveri rispetto ai soggetti entrati in contatto con il Covid in precedenza. Ma allora, su che base scientifica è stato concepito il green pass all'italiana? Mario Draghi aveva giurato che il foglio verde avrebbe offerto la «garanzia di trovarsi tra persone che non sono contagiose». Falso, se il documento, anziché in virtù di un tampone negativo, viene rilasciato in seguito all'inoculazione del farmaco anti coronavirus. Non soltanto non c'è alcuna assicurazione che il vaccinato non sia positivo e contagioso, ma, addirittura, egli ha difese molto più fragili da infezione e sintomi della malattia, rispetto a chi ha acquisito l'immunità naturalmente. Che senso ha, quindi, conferire ai possessori del fantasmagorico lasciapassare uno status privilegiato? Alla fine, ha ragione chi, come Andrea Crisanti o Matteo Bassetti, ha subito gettato la maschera: il green pass non serve a prevenire i contagi, bensì a costringere la gente a vaccinarsi. Lo studio israeliano, peraltro, proietta ulteriori ombre sulla rincorsa a inoculare i ragazzini, che corrono pochissimi pericoli se contraggono il Covid e che, incrociando il Sars-Cov-2, maturerebbero un'immunità più stabile e durevole di quella offerta dai vaccini. Si teme che, distogliendo gli aghi dai minori, il virus circoli in modo tanto sostenuto da generare ulteriori varianti? Finto problema: primo, come sta accadendo in Israele, che viaggi sui 10.000 casi al dì, il virus Delta circola anche con la stragrande maggioranza della popolazione vaccinata (e il green pass non può arginarlo); secondo, è altamente improbabile che una variante pericolosa emerga in Italia. Dove, però, esperti e decisori politici sono inclini a ribellarsi alla logica. E così, ora si discute di prolungare da nove a 12 mesi la validità del pass verde, mentre, sempre da Israele (dove la mortalità sta sì scendendo tra i vaccinati e la terza dose sta ravvivando gli anticorpi sopiti), si apprende che l'immunità acquisita con i vaccini, vuoi fisiologicamente, vuoi per il ceppo indiano, cala dopo sei mesi. Il sonno della ragione genera Covid.
Chi ha inventato le luci sugli aerei? Proprio quelle colorate che vediamo lampeggiare quando ne scorgiamo uno nel cielo. Ecco la storia di Warren e della sua fantastica idea!
Giorgia Meloni (Ansa)
Ieri la pantomima sulla Groenlandia, che Donald Trump ha eletto a checkpoint Charlie del nuovo ordine mondiale, ha toccato l’apice. Gli europei hanno inviato sull’isola un contingente militare di svedesi, francesi e tedeschi. Poche centinaia di soldati, con un ufficiale belga, che hanno fatto arricciare il naso a Vladimir Putin che se dice che la Danimarca è Europa però mette sull’avviso la Nato: manovre vicine a noi provocheranno una reazione. Perciò Copenaghen si è affrettata a sostenere che la missione Artic Endurance, già in ritirata, va allargata agli Usa: finita la guerra in Ucraina prevedendo un espansionismo di Mosca dovranno garantire con gli europei la sicurezza nell’Artico. Ieri mentre il presidente del Ppe Manfred Weber, accodandosi a Pse e Renew, ha sentenziato che «si sospendono gli accordi commerciali tra Usa e Ue finché resta la minaccia dei dazi aggiuntivi», il cancelliere tedesco Friedrich Merz faceva ritirare, dopo 24 ore, le truppe tedesche dalla Groenlandia perché «fa troppo freddo», ma ribadiva: «Siamo a fianco di Danimarca e isolani, come Nato ci impegniamo a garantire la sicurezza nell’Artico e avvertiamo che le minacce tariffarie compromettono le relazioni transatlantiche e comportano il rischio di un’escalation». Qualcosa però non torna. A fine novembre - rivela Die Welt - la Nato ha deciso il trasferimento top secret della difesa dei Paesi nordici dal comando di Brunnsum (Paesi Bassi) a quello di Norfolk (Stati Uniti) e riguarda Danimarca, Finlandia e Svezia. Perciò il comandante della Seconda Flotta Usa di Norfolk, Douglas G. Perry, sarebbe responsabile della difesa della Groenlandia, potenzialmente contro un ordine militare del suo stesso comandante in capo, il presidente americano.
A Bruxelles hanno deciso di sfidare oltre a Donald Trump anche il ridicolo. Stamane il segretario generale della Nato vede il ministro della Difesa della Danimarca, Troels Lund Poulsen, e il ministro per gli Affari esteri della Groenlandia, Vivian Motzfeldt. Ieri Mark Rutte col presidente americano ha discusso i piani di difesa Nato per la sicurezza nell’Artico. Se questo è il quadro sul terreno resta la disperata ricerca di pretesti per farsi vedere. Emmanuel Macron - scavalcando i tedeschi - chiede «l’attivazione dello strumento anticoercizione dell’Ue qualora venissero messe in atto le minacce di Trump relative a nuovi dazi». Significa di fatto interrompere ogni rapporto economico con Washington. È lo stesso strumento invocato da Paolo Gentiloni che alla Stampa accusa: quello di Trump «è l’annuncio di un atto di guerra economica ai propri alleati: il rischio è che in Groenlandia oltre ai ghiacciai si sciolga anche la Nato». E poi aggiunge che la posizione «attendista italiana non giova perché il nostro è il governo più trumpiano d’Europa». Peccato che l’Irlanda col primo ministro Micheal Martin dica che «una guerra commerciale Usa-Ue sarebbe dannosa per tutti e va trovata un’intesa». Non la pensano così Ursula von der Leyen - «si rischia una spirale pericolosa» - e Antonio Costa, presidente del Consiglio europeo, che come già col Mercosur sperano nella crisi groenlandese per evitare che si liquefaccia l’Europa. Per il Financial Times la Ue starebbe valutando l’ipotesi di controdazi per 93 miliardi. Dà una mano il britannico Keir Starmer che critica i dazi, ma vuole vedersela a tu per tu con Trump.
La posizione italiana - ribadita dal ministro degli Esteri Antonio Tajani: «La nostra capacità di mediare proverà a evitare guerre commerciali e contrasti, vogliamo trovare accordi che non penalizzino nessuno» - è quella di Giorgia Meloni che condivide la preoccupazione di Trump sull’Artico ma stigmatizza: «La previsione di un aumento di dazi nei confronti di quelle nazioni che hanno scelto di contribuire alla sicurezza della Groenlandia è un errore e non la condivido. C’è bisogno di riprendere il dialogo ed evitare l’escalation».
Come già sulla prima partita dei dazi finirà che la Von der Leyen dovrà chiedere aiuto alla Meloni perché - come sostiene Nicola Procaccini di Ecr - «siamo per la distensione, lo strumento anticoercizione invocato da Macron non va in quella direzione, si guardi invece all’accordo sui dazi con gli Usa che tiene e ha dato frutti».
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Il presidente americano ha detto che qualora venissero inviati dei soldati in Groenlandia, gli Stati Uniti metterebbero dazi sui Paesi che partecipassero all’operazione con loro uomini sul terreno. In pratica, più che a un conflitto vero e proprio con Bruxelles, siamo di fronte a una nuova guerra commerciale con gli Stati Uniti. Il problema è che da Macron alla Von der Leyen (Merz si è subito adeguato ordinando la retromarcia delle sue truppe), in molti in Europa sembrano non capire che l’Unione non può permettersi di innescare un’altra battaglia con l’America sul tema dei dazi. Come abbiamo già visto lo scorso anno, la Ue ha tutto da perdere in un braccio di ferro con Washington, prova ne sia che, dopo aver minacciato sfracelli, di fronte alle pretese di Trump di riequilibrare la bilancia commerciale, ha accettato un accordo che ha fatto sparire le tariffe sui prodotti Usa, concordando per di più acquisti di prodotti petroliferi e forniture militari. Che altro può mettere in campo dunque Bruxelles per arginare le pretese americane? A mio parere solo la demagogia. E infatti in queste ore, dal piccolo Napoleone dell’Eliseo alla baronessa che guida l’Unione, se ne sta spargendo a piene mani. Invece di comprendere quali siano le ragioni geopolitiche dello scontro in atto e come cercare di raggiungere un’intesa, l’Europa si appresta a una mossa che non ha alcuna valenza militare ma solo d’immagine. I 100 o 200 militari che si vogliono inviare in Groenlandia non hanno alcuna capacità difensiva, ma il loro schieramento rischia di innescare un conflitto commerciale che la Ue potrebbe pagare a caro prezzo. E non soltanto perché, come spesso abbiamo spiegato a proposito dei dazi, quando si introducono delle tariffe come rappresaglia nei confronti di un Paese, l’arma dalla parte del manico è impugnata dall’acquirente, non certo dal venditore. Giocando con le tasse sui prodotti importati dagli Usa, usandole come strumento di coercizione, l’economia dei Paesi europei rischia non soltanto di farsi molto male, ma di finire definitivamente tra le braccia della Cina, divenendone praticamente un satellite, come già è accaduto ad altri.
Vale la pena di rompersi l’osso del collo per la Groenlandia o non sarebbe il caso di capire perché Trump insiste tanto a volerla? È evidente che ci sono ragioni strategiche dietro alla sua insistenza. Questioni che riguardano i commerci internazionali, le rotte artiche, ma che hanno anche a che fare con gli approvvigionamenti di materie prime. E probabilmente molti di questi punti potrebbero essere risolti con un negoziato che consentisse una maggiore presenza e penetrazione degli Stati Uniti sull’isola.
Tuttavia, il braccio di ferro che potrebbe innescarsi fra America ed Europa non tocca soltanto la possibilità di quest’ultima di resistere a un’offensiva sulle esportazioni, con l’aggravio delle tariffe per le merci Ue. Ha influenza anche sugli schieramenti. Siamo sicuri che una Ue già impegnata sul fronte orientale, già incapace di fronteggiare le minacce russe, sarebbe in grado di reggere anche uno sforzo - se non bellico, probabilmente commerciale - sul fronte occidentale?
Parliamoci chiaro una volta per tutte: oggi, nonostante la prosopopea di qualche suo leader, la Ue è un vaso di coccio fra vasi di ferro. La sua economia è in ritirata da tempo e i troppi sistemi di regolamentazione frenano qualsiasi possibile recupero. Senza dire che invece di pagare il welfare a cui la popolazione si è ormai abituata, la forte immigrazione rischia di mandarlo in bancarotta, aumentando anche i problemi di sicurezza. Detto in altre parole, davvero siamo in grado, noi europei, di dichiarare guerra - per lo meno commerciale - agli Usa? Io credo di no e penso che se lo facessimo, con buona pace dei molti Gentiloni che dopo aver trascorso una vita a fare da scendiletto dei potenti oggi si scoprono un animo da guerrieri, sarebbe un suicidio. Volete un consiglio? Visto che l’Europa, nonostante sia affetta da un complesso di superiorità, è inferiore all’America, chiediamo di aderire agli Stati Uniti. Se entrassimo separati, cioè aderendo ogni Stato per conto proprio, gli Usa avrebbero 67 Stati, ma avrebbero anche 900 milioni di abitanti. Se poi, oltre alla Costituzione americana (la Ue non ne ha una) adottassimo pure le politiche liberiste d’Oltreoceano, non solo sarebbe risolto il problema della Groenlandia e quello dei dazi, ma probabilmente porremmo anche fine al declino europeo. È un’idea folle la mia? Può darsi, ma certo fa meno ridere di quella di mandare 100 o 200 militari a Nuuk scatenando una guerra con gli Usa.
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Giorgia Meloni e Tetsuo Hara (Ansa)
La frase del premier è peraltro significativa. Due parole risaltano: «crescita» e «immaginario». Nata nel 1977, la Meloni si è sicuramente trovata, da bambina, al centro dello tsunami giapponese che travolse un’intera generazione, la prima che ha vissuto la televisione come una esperienza formativa autonoma, oltre e spesso contro la vigilanza dei genitori. Nel libro Mia figlia, la filosofia, Simone Regazzoni ha dedicato a questo argomento alcune pagine ispirate: «Siamo alla fine degli anni Settanta e anch’io come milioni di altri bambini e bambine prendo parte a un evento inaudito, a un rito collettivo che provoca la reazione allarmata di genitori, intellettuali, uomini politici che portano Goldrake sui giornali e in Parlamento lanciando allarmi contro l’eccesso di violenza della religione delle macchine». Lo sbarco dei tecnomostri nipponici era avvenuto il 4 aprile 1978 quando, su Rai 2, era andata in onda la prima puntata di Goldrake. Grazie a lui, l’Italia scopriva finalmente il mondo eroico del Sol Levante. Da lì in poi sarebbe stato un diluvio di cartoni animati giapponesi, distribuiti per lo più su reti locali, in un’anarchia di traduzioni, censure e salti narrativi a casaccio.
Per i bambini di allora, il salto culturale fuori dall’universo Disney fu abbacinante: di punto in bianco un prodotto per ragazzini (o quanto meno qui percepito come tale) mescolava ironia surreale, parentesi poetiche, ammiccamenti erotici, tensione tragica. Gli adulti non si accorsero subito del fenomeno. E quando lo fecero, fu immediatamente moral panic. Silverio Corvisieri denunciava ad esempio su Repubblica «l’orgia della violenza annientatrice, il culto della delega al grande combattente, la religione delle macchine elettroniche, il rifiuto viscerale del “diverso”». Ken il guerriero, poi, ci mise il carico.
In Giappone, l’anime (e prima ancora il manga) comparve in un contesto contrassegnato da storie sempre più edonistiche ed eroticizzate. Kenshiro rappresentò un brutale richiamo all’ordine, grazie anche alla penna di Buronson, al secolo Yoshiyuki Okamura, lo sceneggiatore del fumetto disegnato per l’appunto da Tetsuo Hara. Buronson proveniva dal mondo militare e si ispirava a Mad Max e Sergio Leone. Nulla a che vedere con i nuovi autori fighetti che si affacciavano sulla scena. Arrivato in Italia nel 1987, l’anime vedeva il protagonista, Kenshiro, erede di una delle più importanti scuole di arti marziali del Giappone, attraversare un mondo post apocalittico popolato di bande di predoni. Nel cartone non c’erano i classici robottoni, ma c’era di peggio: una violenza smisurata. Ken sapeva come far, letteralmente, esplodere i suoi nemici toccando specifici punti di pressione. Di punto in bianco, l’Italia si popolò di bambini che tentavano, con risultati dubbi, di far esplodere fratelli minori e compagni di giochi.
Ma non c’era solo violenza bruta. Come gli eroi omerici, Ken era un eroe capace di alternare stragi di nemici e lacrime sincere. Era poi un eroe che non combatteva più «per l’umanità» o per ideali astratti, come Mazinga e gli altri, bensì per la sua famiglia, per l’amicizia, per legami concreti e solidi. Come educatore di una generazione, ci poteva capitare di peggio.
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