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2021-08-27
Al ministero nessuno spiega a chi toccherà pagare per le vittime del farmaco
Ansa
Ci sono ancora molte domande senza risposta che ruotano attorno alla campagna vaccinale. Una su tutte riguarda gli effetti collaterali legati alle somministrazioni. Cosa succede se, una volta assunto il farmaco, si va incontro a serie complicazioni? La sentenza n. 118/2020 della Corte costituzionale (si veda La Verità del primo agosto) spiega che se i danni provocati da un vaccino la cui somministrazione (imposta o raccomandata che sia) è giustificata da un interesse collettivo, allora è la stessa collettività che dovrà farsene carico. Situazione che si applica quindi anche nel caso del vaccino per prevenire il Covid, che per il momento non è ancora stato reso obbligatorio. Ma, come spiega la Corte, in caso di reazione avversa il cittadino dovrà essere risarcito per il danno subito.
La questione effetti collaterali derivanti dal siero è però da non sottovalutare, anche perché la stessa Regione Lombardia, nei giorni scorsi, aveva scritto ai vari direttori generali Asst e Ats come «stanno giungendo con intensità crescente alle nostre aziende richieste per indennizzo/risarcimento a seguito di somministrazioni di vaccino. Tali richieste, sostanzialmente tutte identiche, riferiscono il verificarsi di eventi successivi alla somministrazione del vaccino e sono trasmesse anche al ministero della Salute», si legge nella lettere di Regione Lombardia. Nel documento era stato inoltre anche specificato come ci fosse necessità di uniformità di comportamento tra tutte le Regioni. Si chiedeva dunque al ministero della Salute di intervenire dando delle linee guida e di condividere «il percorso da attuarsi». Inoltre, si era anche specificato come la Regione non avrebbe intrapreso nessun genere di azione se non avesse prima ricevuto indicazioni precise da Roma. La lettera riportava anche il rifermento alle legge 210/1992, che prevede indennizzi a favore di quanti hanno riportato danni a seguito di vaccinazioni obbligatorie (sentenza poi modificata dalla Corte costituzionale con la n. 118/2020): «È utile ricordare che la normativa vigente sugli indennizzi prevede un riconoscimento economico a favore di chiunque abbia riportato lesioni o infermità, dalle quali sia derivata una menomazione permanente della integrità psicofisica, seppur non riferibile a responsabilità di alcuno, a seguito di vaccinazioni: obbligatorie per legge o per ordinanza di una autorità sanitaria e non obbligatorie», continua la lettera di Regione Lombardia.
Ma quanti sono gli italiani che hanno avuto reazioni negative al siero?
Secondo il settimo rapporto sulla sorveglianza dei vaccini Covid, pubblicato dell'Agenzia italiana del farmaco (Aifa), al 26 luglio 2021 sono state inserite 128 segnalazioni ogni 100.000 dosi somministrate, indipendentemente dal vaccino e dalla dose somministrata. «La maggior parte degli eventi avversi segnalati sono classificati come non gravi (87,1%) che si risolvono completamente e solo in minor misura come gravi (12,8%), con esito in risoluzione completa o miglioramento nella maggior parte dei casi», si legge nel report. Nel caso di effetti gravi al momento l'Aifa segnala come ci sono sette casi (2,4 % del totale), la cui causalità risulta correlabile (alla somministrazione del vaccino). E «il tasso di segnalazione nella fascia di età tra i 12 e i 19 anni è di 27 eventi avversi ogni 100.000 dosi somministrate (alla data del 26/07/2021, il vaccino Comirnaty è l'unico approvato a partire dai 12 anni di età; Spikevax è stato approvato per la fascia di età tra i 12 e i 17 anni il 28/07/2021). La distribuzione per tipologia degli eventi avversi non è sostanzialmente diversa da quella osservata per tutte le altre classi di età».
I dati riportati hanno dunque come arco finale di osservazione luglio. Essendo però la fine di agosto, con la campagna vaccinale andata avanti, si può presupporre che le segnalazioni di reazioni avverse saranno aumentate. E la stessa Regione Lombardia avrà ricevuto un numero maggiore di richieste di risarcimento. Il problema in tutta questa questione è la mancanza di chiarezza: chi valuta la fattibilità di queste domande? Secondo quali criteri? A che procedura devono sottoporsi i cittadini interessanti? Varia da Regione a Regione o c'è un canale unico centrale per smistare le varie richieste? Come sta rispondendo il ministero della Salute alle varie richieste di risarcimento? Sta sviluppando un piano nazionale? Domande alle quali per il momento non c'è una risposta. Nessuno infatti, (complice magari anche il mese di agosto) è stato in grado di fornire delucidazioni precise a tutti quei cittadini che stanno inviando richieste di risarcimento. La mancanza di chiarezza è un problema. E fa parte di una più ampia gestione della campagna vaccinale.
Si continuano infatti a fare sforzi titanici, a escogitare strategie di comunicazione per cercare di convincere gli indecisi e i contrari, ma si tralasciano dettagli che potrebbero veramente fare la differenza. Lasciare delle zone d'ombra è un errore che potrebbe avere delle ripercussioni negative sulla campagna vaccinale. Cercare di fornire con chiarezza tutti i dati disponibili sugli effetti negativi del vaccino (come esistono per qualsiasi altro farmaco), spiegare come inoltrare le domande (chi è l'ente preposto), quale sarà l'iter da seguire, chi analizzerà la richiesta e la possibile conclusione a cui si va in contro, aiuterebbe sicuramente il processo vaccinale.
Da Israele una legnata al green pass
Israele non smette di riservare sorprese. Uno studio, condotto nel Paese mediorientale, supervisionato dal Maccabi healthcare services e ora in attesa di revisione paritaria, dimostra che, in presenza della variante Delta, i vaccinati con due dosi, mai venuti in contatto con il Sars-Cov-2, rischiano 13 volte di più di infettarsi, rispetto a chi è già stato positivo nei mesi in cui la Delta non dilagava in Israele. Le evidenze provano anche che, in quei soggetti, aumenta sensibilmente il rischio di sviluppare dei sintomi. La conclusione, tratta dagli stessi autori della ricerca, è che «l'immunità naturale conferisce un protezione più duratura e più forte contro infezione, malattia sintomatica e ricovero provocati dalla variante Delta», a paragone con l'immunità acquisita sottoponendosi al doppio «shot» di vaccino.
Nel dettaglio, gli scienziati hanno confrontato tre gruppi: gli immunizzati con due dosi mai contagiati, gli individui precedentemente infettati e non vaccinati e quelli che, in seguito al contagio, avevano ricevuto una dose di vaccino. Ne è emerso che i vaccinati non precedentemente infettati avevano un rischio maggiore di 13,06 volte d'infettarsi con la variante Delta, rispetto a quelli già infettati tra gennaio e febbraio 2021. Allungando il periodo di riferimento ai mesi tra marzo 2020 e febbraio 2021, si è constatato un affievolimento dell'immunità naturale, ma comunque, i vaccinati mai contagiati rischiavano 5,96 volte in più d'infettarsi e 7,13 di ammalarsi. Ed erano più esposti ai ricoveri rispetto ai soggetti entrati in contatto con il Covid in precedenza.
Ma allora, su che base scientifica è stato concepito il green pass all'italiana? Mario Draghi aveva giurato che il foglio verde avrebbe offerto la «garanzia di trovarsi tra persone che non sono contagiose». Falso, se il documento, anziché in virtù di un tampone negativo, viene rilasciato in seguito all'inoculazione del farmaco anti coronavirus. Non soltanto non c'è alcuna assicurazione che il vaccinato non sia positivo e contagioso, ma, addirittura, egli ha difese molto più fragili da infezione e sintomi della malattia, rispetto a chi ha acquisito l'immunità naturalmente. Che senso ha, quindi, conferire ai possessori del fantasmagorico lasciapassare uno status privilegiato? Alla fine, ha ragione chi, come Andrea Crisanti o Matteo Bassetti, ha subito gettato la maschera: il green pass non serve a prevenire i contagi, bensì a costringere la gente a vaccinarsi.
Lo studio israeliano, peraltro, proietta ulteriori ombre sulla rincorsa a inoculare i ragazzini, che corrono pochissimi pericoli se contraggono il Covid e che, incrociando il Sars-Cov-2, maturerebbero un'immunità più stabile e durevole di quella offerta dai vaccini. Si teme che, distogliendo gli aghi dai minori, il virus circoli in modo tanto sostenuto da generare ulteriori varianti? Finto problema: primo, come sta accadendo in Israele, che viaggi sui 10.000 casi al dì, il virus Delta circola anche con la stragrande maggioranza della popolazione vaccinata (e il green pass non può arginarlo); secondo, è altamente improbabile che una variante pericolosa emerga in Italia.
Dove, però, esperti e decisori politici sono inclini a ribellarsi alla logica. E così, ora si discute di prolungare da nove a 12 mesi la validità del pass verde, mentre, sempre da Israele (dove la mortalità sta sì scendendo tra i vaccinati e la terza dose sta ravvivando gli anticorpi sopiti), si apprende che l'immunità acquisita con i vaccini, vuoi fisiologicamente, vuoi per il ceppo indiano, cala dopo sei mesi. Il sonno della ragione genera Covid.
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La Lombardia ha ricevuto richieste di risarcimento, ma non si sa chi deve valutarle (Stato o enti locali?) né chi sborserà, come prevede la Consulta: a Roma tutti tacciono.In Israele un nuovo studio prova che l'immunità naturale protegge fino a 13 volte di più di quella acquisita con la puntura: assurdo, quindi, accordare privilegi a chi ottiene la carta verde.Lo speciale contiene due articoli.Ci sono ancora molte domande senza risposta che ruotano attorno alla campagna vaccinale. Una su tutte riguarda gli effetti collaterali legati alle somministrazioni. Cosa succede se, una volta assunto il farmaco, si va incontro a serie complicazioni? La sentenza n. 118/2020 della Corte costituzionale (si veda La Verità del primo agosto) spiega che se i danni provocati da un vaccino la cui somministrazione (imposta o raccomandata che sia) è giustificata da un interesse collettivo, allora è la stessa collettività che dovrà farsene carico. Situazione che si applica quindi anche nel caso del vaccino per prevenire il Covid, che per il momento non è ancora stato reso obbligatorio. Ma, come spiega la Corte, in caso di reazione avversa il cittadino dovrà essere risarcito per il danno subito.La questione effetti collaterali derivanti dal siero è però da non sottovalutare, anche perché la stessa Regione Lombardia, nei giorni scorsi, aveva scritto ai vari direttori generali Asst e Ats come «stanno giungendo con intensità crescente alle nostre aziende richieste per indennizzo/risarcimento a seguito di somministrazioni di vaccino. Tali richieste, sostanzialmente tutte identiche, riferiscono il verificarsi di eventi successivi alla somministrazione del vaccino e sono trasmesse anche al ministero della Salute», si legge nella lettere di Regione Lombardia. Nel documento era stato inoltre anche specificato come ci fosse necessità di uniformità di comportamento tra tutte le Regioni. Si chiedeva dunque al ministero della Salute di intervenire dando delle linee guida e di condividere «il percorso da attuarsi». Inoltre, si era anche specificato come la Regione non avrebbe intrapreso nessun genere di azione se non avesse prima ricevuto indicazioni precise da Roma. La lettera riportava anche il rifermento alle legge 210/1992, che prevede indennizzi a favore di quanti hanno riportato danni a seguito di vaccinazioni obbligatorie (sentenza poi modificata dalla Corte costituzionale con la n. 118/2020): «È utile ricordare che la normativa vigente sugli indennizzi prevede un riconoscimento economico a favore di chiunque abbia riportato lesioni o infermità, dalle quali sia derivata una menomazione permanente della integrità psicofisica, seppur non riferibile a responsabilità di alcuno, a seguito di vaccinazioni: obbligatorie per legge o per ordinanza di una autorità sanitaria e non obbligatorie», continua la lettera di Regione Lombardia. Ma quanti sono gli italiani che hanno avuto reazioni negative al siero?Secondo il settimo rapporto sulla sorveglianza dei vaccini Covid, pubblicato dell'Agenzia italiana del farmaco (Aifa), al 26 luglio 2021 sono state inserite 128 segnalazioni ogni 100.000 dosi somministrate, indipendentemente dal vaccino e dalla dose somministrata. «La maggior parte degli eventi avversi segnalati sono classificati come non gravi (87,1%) che si risolvono completamente e solo in minor misura come gravi (12,8%), con esito in risoluzione completa o miglioramento nella maggior parte dei casi», si legge nel report. Nel caso di effetti gravi al momento l'Aifa segnala come ci sono sette casi (2,4 % del totale), la cui causalità risulta correlabile (alla somministrazione del vaccino). E «il tasso di segnalazione nella fascia di età tra i 12 e i 19 anni è di 27 eventi avversi ogni 100.000 dosi somministrate (alla data del 26/07/2021, il vaccino Comirnaty è l'unico approvato a partire dai 12 anni di età; Spikevax è stato approvato per la fascia di età tra i 12 e i 17 anni il 28/07/2021). La distribuzione per tipologia degli eventi avversi non è sostanzialmente diversa da quella osservata per tutte le altre classi di età». I dati riportati hanno dunque come arco finale di osservazione luglio. Essendo però la fine di agosto, con la campagna vaccinale andata avanti, si può presupporre che le segnalazioni di reazioni avverse saranno aumentate. E la stessa Regione Lombardia avrà ricevuto un numero maggiore di richieste di risarcimento. Il problema in tutta questa questione è la mancanza di chiarezza: chi valuta la fattibilità di queste domande? Secondo quali criteri? A che procedura devono sottoporsi i cittadini interessanti? Varia da Regione a Regione o c'è un canale unico centrale per smistare le varie richieste? Come sta rispondendo il ministero della Salute alle varie richieste di risarcimento? Sta sviluppando un piano nazionale? Domande alle quali per il momento non c'è una risposta. Nessuno infatti, (complice magari anche il mese di agosto) è stato in grado di fornire delucidazioni precise a tutti quei cittadini che stanno inviando richieste di risarcimento. La mancanza di chiarezza è un problema. E fa parte di una più ampia gestione della campagna vaccinale. Si continuano infatti a fare sforzi titanici, a escogitare strategie di comunicazione per cercare di convincere gli indecisi e i contrari, ma si tralasciano dettagli che potrebbero veramente fare la differenza. Lasciare delle zone d'ombra è un errore che potrebbe avere delle ripercussioni negative sulla campagna vaccinale. Cercare di fornire con chiarezza tutti i dati disponibili sugli effetti negativi del vaccino (come esistono per qualsiasi altro farmaco), spiegare come inoltrare le domande (chi è l'ente preposto), quale sarà l'iter da seguire, chi analizzerà la richiesta e la possibile conclusione a cui si va in contro, aiuterebbe sicuramente il processo vaccinale. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ministero-pagare-vittime-farmaco-2654805205.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="da-israele-una-legnata-al-green-pass" data-post-id="2654805205" data-published-at="1630002041" data-use-pagination="False"> Da Israele una legnata al green pass Israele non smette di riservare sorprese. Uno studio, condotto nel Paese mediorientale, supervisionato dal Maccabi healthcare services e ora in attesa di revisione paritaria, dimostra che, in presenza della variante Delta, i vaccinati con due dosi, mai venuti in contatto con il Sars-Cov-2, rischiano 13 volte di più di infettarsi, rispetto a chi è già stato positivo nei mesi in cui la Delta non dilagava in Israele. Le evidenze provano anche che, in quei soggetti, aumenta sensibilmente il rischio di sviluppare dei sintomi. La conclusione, tratta dagli stessi autori della ricerca, è che «l'immunità naturale conferisce un protezione più duratura e più forte contro infezione, malattia sintomatica e ricovero provocati dalla variante Delta», a paragone con l'immunità acquisita sottoponendosi al doppio «shot» di vaccino. Nel dettaglio, gli scienziati hanno confrontato tre gruppi: gli immunizzati con due dosi mai contagiati, gli individui precedentemente infettati e non vaccinati e quelli che, in seguito al contagio, avevano ricevuto una dose di vaccino. Ne è emerso che i vaccinati non precedentemente infettati avevano un rischio maggiore di 13,06 volte d'infettarsi con la variante Delta, rispetto a quelli già infettati tra gennaio e febbraio 2021. Allungando il periodo di riferimento ai mesi tra marzo 2020 e febbraio 2021, si è constatato un affievolimento dell'immunità naturale, ma comunque, i vaccinati mai contagiati rischiavano 5,96 volte in più d'infettarsi e 7,13 di ammalarsi. Ed erano più esposti ai ricoveri rispetto ai soggetti entrati in contatto con il Covid in precedenza. Ma allora, su che base scientifica è stato concepito il green pass all'italiana? Mario Draghi aveva giurato che il foglio verde avrebbe offerto la «garanzia di trovarsi tra persone che non sono contagiose». Falso, se il documento, anziché in virtù di un tampone negativo, viene rilasciato in seguito all'inoculazione del farmaco anti coronavirus. Non soltanto non c'è alcuna assicurazione che il vaccinato non sia positivo e contagioso, ma, addirittura, egli ha difese molto più fragili da infezione e sintomi della malattia, rispetto a chi ha acquisito l'immunità naturalmente. Che senso ha, quindi, conferire ai possessori del fantasmagorico lasciapassare uno status privilegiato? Alla fine, ha ragione chi, come Andrea Crisanti o Matteo Bassetti, ha subito gettato la maschera: il green pass non serve a prevenire i contagi, bensì a costringere la gente a vaccinarsi. Lo studio israeliano, peraltro, proietta ulteriori ombre sulla rincorsa a inoculare i ragazzini, che corrono pochissimi pericoli se contraggono il Covid e che, incrociando il Sars-Cov-2, maturerebbero un'immunità più stabile e durevole di quella offerta dai vaccini. Si teme che, distogliendo gli aghi dai minori, il virus circoli in modo tanto sostenuto da generare ulteriori varianti? Finto problema: primo, come sta accadendo in Israele, che viaggi sui 10.000 casi al dì, il virus Delta circola anche con la stragrande maggioranza della popolazione vaccinata (e il green pass non può arginarlo); secondo, è altamente improbabile che una variante pericolosa emerga in Italia. Dove, però, esperti e decisori politici sono inclini a ribellarsi alla logica. E così, ora si discute di prolungare da nove a 12 mesi la validità del pass verde, mentre, sempre da Israele (dove la mortalità sta sì scendendo tra i vaccinati e la terza dose sta ravvivando gli anticorpi sopiti), si apprende che l'immunità acquisita con i vaccini, vuoi fisiologicamente, vuoi per il ceppo indiano, cala dopo sei mesi. Il sonno della ragione genera Covid.
Operazioni di soccorso a Osoppo (Udine) la mattina del 7 maggio 1976 (Getty Images)
L’«Orcolat», il mostro mitologico della tradizione popolare carnica, si era risvegliato con tutta la sua ferocia da un lungo sonno durato dal 25 gennaio 1348, l’anno del flagello della peste nera. Quel giorno un devastante sisma con epicentro nella vicina Carinzia colpì il Friuli con una magnitudo di circa 6,6 gradi Richter, che causò gravissimi danni a Gemona, San Daniele, Tolmezzo e Venzone. Altre volte nei secoli quell’essere spaventoso terrorizzò il Friuli: nel 1511, 1690, 1776, 1928 con eventi sismici meno potenti ma non meno terrorizzanti.
Giovedì 6 maggio 1976 alle ore 21:06 quando l’ultima luce del giorno ancora accarezzava i monti, le colline e la pianura friulana, l’«Orcolat» si svegliò di colpo dal suo antro sul monte San Simeone, in Carnia.
Il rilievo che affaccia sull’abitato di Venzone fu l’epicentro di un terremoto della magnitudo di 6,4 gradi Richter che generò una lunga scossa della durata di 59 secondi, in grado di radere al suolo quasi completamente 45 comuni e di danneggiarne gravemente altri 92, seminando morte e distruzione su un’area di oltre 5.000 km/q. Le vittime del sisma del maggio 1976 furono 990, di cui 400 solo a Gemona del Friuli, uno dei simboli del dramma di 50 anni fa. E poi Buja, Venzone, Trasaghis, Osoppo, Artegna, Bordano e tanti altri centri abitati in pochi istanti non esistevano più. I feriti furono 4.000 e Il numero dei sinistrati altrettanto impressionante: oltre 100.000 su un totale di 600.000 persone danneggiate dal sisma. 18.000 le abitazioni colpite. La rete elettrica e quella idrica erano interrotte. Migliaia di persone, soprattutto nei paesi di montagna, rimasero isolate e minacciate dalle frane. Le strade erano interrotte in più punti. La macchina dei soccorsi si mosse subito, grazie anche alla presenza massiccia dell’Esercito nella regione. Le caserme furono immediatamente mobilitate, nonostante i militari fossero stati gravemente colpiti, con 32 soldati morti e 242 feriti nei crolli. Già nella notte tra il 6 e il 7 maggio si mossero verso le zone maggiormente colpite le brigate «Mantova», «Ariete» e «Julia» che con tutti gli uomini e i mezzi a disposizione scavarono disperatamente per cercare di estrarre dalle macerie i vivi e i morti. Le caserme ed i loro magazzini furono aperti e messi a disposizione come primo riparo per i superstiti. Il giorno seguente nelle zone terremotate giunsero il presidente della Repubblica Giovanni Leone, il premier Aldo Moro e il ministro dell’Interno Francesco Cossiga. Mentre da tutta Italia affluivano gli aiuti (l’esercito arriverà ed impiegare più di 14.000 uomini) il governo nominò Commissario straordinario per l’emergenza in Friuli il sottosegretario all’Interno, il varesino Giuseppe Zamberletti. Fu sotto la sua supervisione che nacque il cosiddetto «modello Friuli», considerato in seguito come un modello di efficienza nell’assistenza alla popolazione e nella ricostruzione integrale delle zone devastate dal sisma. Zamberletti, che rimase in Friuli per tutta la durata delle operazioni, concepì nel 1976 il principio che negli anni successivi sarà alla base della futura Protezione Civile. Considerata l’efficienza delle amministrazioni locali e dello spirito di resilienza dei friulani che da subito, pur colpiti da lutti e perdite materiali, si misero al lavoro, il commissario organizzò un sistema gestionale che prevedeva un organico misto tra istituzioni locali (i sindaci e le associazioni) e militari. Per la prima volta le forze armate vennero messe ai comandi delle amministrazioni civili, con il merito di aumentare l’efficienza dei soccorsi e la fiducia della popolazione nei confronti delle istituzioni e delle forze armate. Zamberletti, sentiti i sindaci e le rappresentanze civili, capì che i friulani volevano ricostruire ciò che avevano perso esattamente com’era prima del sisma e negli stessi luoghi, evitando la costruzione di nuovi comuni in pianura come avvenuto pochi anni prima in occasione del sisma del Belice. Quando gli americani, che inviarono subito aiuti materiali dalla vicina base di Aviano, offrirono finanziamenti per circa 100 milioni di dollari, Zamberletti ne affidò la gestione all’Associazione Nazionale Alpini, come garanzia di onestà morale di una realtà profondamente radicata e amata dai friulani. Gli Alpini in congedo affluirono come volontari da tutta Italia, organizzando da subito una febbrile opera di ricostruzione con la costituzione di 11 cantieri, coordinati da un ingegnere o da un geometra, ognuno formato da circa 100 persone. Tutte le industrie locali misero a disposizione uomini e materiali che andarono ad alimentare le risorse già attivate dall’Esercito.
Nei tre mesi successivi, mentre erano ancora in atto le operazioni di sgombero e messa in sicurezza di abitazioni e infrastrutture, dalle tendopoli i friulani cominciavano a credere in un rapido ritorno alla normalità. Le speranze furono bruscamente interrotte il 15 settembre 1976 quando un violento sciame sismico colpì nuovamente generando altre vittime e altri crolli. Il nuovo sisma generò un esodo della popolazione che generò un’emergenza nell’emergenza. Zamberletti e i vertici delle autorità preposte al soccorso si trovarono in gravi difficoltà nella gestione dello sfollamento. Fu in questa occasione che il commissario e sottosegretario della Dc prese alcune decisioni radicali, che per sua stessa ammissione misero a rischio la sua figura all’interno del governo e del partito. Per fare rapidamente fronte alla seconda emergenza relativa allo sgombero della popolazione di giovani e anziani, visto anche l’avvicinarsi della stagione fredda, Zamberletti ordinò la requisizione di abitazioni e di roulottes per poter dare rifugio a chi non poteva rientrare nella propria casa, dando garanzie di restituzione ed eventuale risarcimento che fecero temere un’emorragia di voti nella Dc. L’appello ebbe successo e 15.000 caravan giunsero in breve tempo nei luoghi sinistrati, per poter accogliere chi doveva restare per non paralizzare il lavoro soprattutto nei campi. Ancora una volta i militari furono decisivi per la riuscita delle operazioni. In particolare grazie al generale Giovanni De Acutis, allora comandante della Brigata alpina «Julia», che fu decisivo nella logistica per il trasferimento dei terremotati nelle zone del litorale friulano, dove le temperature erano più miti. Ad una diffidenza iniziale di fronte ai mezzi offerti dal commissario all’emergenza, alla vista delle penne nere le famiglie di montagna si affidarono senza esitazione, salendo sui pullman per raggiungere le località di sfollamento.
La ricostruzione dei paesi fu il fiore all’occhiello della determinazione e della forza dei friulani. Come dichiarato fermamente fin dai primi giorni dopo il sisma del 6 maggio 1976, gli abitanti rifiutarono lo spostamento in centri abitati ricostruiti ex novo in luoghi diversi. Tutto avrebbe dovuto essere ricostruito «com’era, dov’era». Zamberletti e le autorità assecondarono il desiderio, appoggiando una difficile ricostruzione tecnicamente chiamata «anastilosi». In termini semplificati, si trattava di una meticolosa operazione di catalogazione delle macerie, applicata alle abitazioni storiche e alle chiese prevalentemente in pietra che, una volta numerate, furono riposizionate singolarmente nella stessa posizione precedente il crollo. Uno degli esempi più significativi fu la ricostruzione del duomo di Venzone, le cui macerie furono stese sul letto del fiume Tagliamento e numerate ad una ad una.
L’opera di ricostruzione dei comuni proseguì per un decennio sotto la supervisione della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia dopo il termine del mandato a Giuseppe Zamberletti, che, per la sua opera e per il successivo ruolo nella costituzione della Protezione Civile, sarà insignito dell’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce al Merito nel 1996. Il commissario straordinario è ancora oggi ricordato con gratitudine dai friulani, assieme agli Alpini in armi e in congedo che in quei drammatici mesi di 50 anni fa aiutarono la popolazione a sconfiggere l’«Orcolat», cancellando le ferite del terremoto con il lavoro e la dignità caratteristiche di quel popolo che, soffocando il dolore, dimostrò in silenzio un amore sconfinato per la propria terra, sapendo ringraziare per sempre chi venne per aiutare.
In una frase, coniata in quei giorni dal prete e linguista don Francesco Placereani, sta tutta la determinazione dei friulani dimostrata nell’affrontare la catastrofe del 1976: «Il Friûl al à di vignî fûr dal taramot pal cjâf, no pai pîts» («Il Friuli deve venir fuori dal terremoto con la testa, non con i piedi»). E così è stato.
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